La bonne
Veneto, metà degli anni 50.
Anna, giovane e bella moglie di Giacomo divide la sua vita monotonamente tra il marito, spesso assente per impegni politici e la suocera, una donna petulante che è in casa sua, ammalata e perciò bisognosa di cure.
A interrompere la routine quotidiana arriva Angela, bella e disinibita ragazza che lavora in casa sua; le due diventano ben presto confidenti e anche qualcosa in più. La sessualità repressa di Anna trova uno sfogo, anche se solo intellettuale, in morbosi giochi con la ragazza.
Complice una gita in campagna, tra le due si instaura un rapporto pericoloso; dopo una pericolosa escursione in una balera, dove Anna si reca in compagnia di Angela e di un suo amante, un giovane soldato, la donna provoca involontariamente la morte dell’anziana suocera, allarmata da un rumore di vetri infranti provenienti dalla stanza di Anna, dove le due donne sono impegnate in un morboso gioco a mosca cieca.Da quel momento il legame tra le due diventa ancor più simbiotico: ora Anna e Angela sono legate anche dal silenzio sulle vere cause della morte della madre di Giacomo.
Angela fa conoscere ad Anna un farmacista in la con gli anni, che non si accontenta di avere con la stessa un rapporto sessuale: ben presto l’uomo seduce anche Angela, e così tra i tre ha inizio un pericoloso e morboso rapporto, con la due donne, a turno, che osservano i rapporti sessuali dell’altra. Alla fine il gioco sfocia in due gravidanze quasi contemporanee; a questo punto Anna, stanca dei giochi erotici, manda via di casa la pericolosa Angela. Ora, dopo le avventure che si è concessa, la riscoperta del proprio corpo e della propria femminilità, la gravidanza, può iniziare una nuova vita.
Fa credere a Giacomo che il figlio che attende è il suo, e assume una nuova cameriera, Isabella.
La bonne, diretto da Salvatore Samperi, uscito nel 1986, non sfugge al solito copione di Samperi: sesso, morbosità, un pizzico di perversione e per una volta, erotismo a volontà, complici le due protagoniste del film, la francese Florence Guerin e Trine Michelsen. Delle due attrici si può parlare sopratutto in termini fisici, vista la loro scarsa predisposizione alla recitazione, in un film immerso in un’aria torbida come poche.
Loro riescono benissimo a rendere il film erotico e sensuale, ma non vanno oltre questo. Anche per colpa di una sceneggiatura che predilige la parte erotica della storia, a scapito di qualsiasi tentativo di introspezione dei personaggi. Per cui alla fine del film lo spettatore si rende conto di aver assistito ad una pellicola che non si differenzia molto da quelle a luci rosse, se non per la mancanza di espliciti atti sessuali.
Tenendo conto che a Tinto Brass è stata per anni rinfacciata la sessualità come mezzo di espressione, non si capisce perchè a Samperi non sia stato riservato lo stesso trattamento. I dialoghi a volte sono raccapriccianti : ” Che te ne frega a te, tanto tu sei la signora….” è una delle tante amene frasi che pronuncia la corrucciata Angela, strano tipo di serva gaudente e allo steso tempo viziosa oltre l’immaginabile. Frasi inserite in dialoghi già di per se abbastanza piatti e incolori, che contribuiscono all’aria di estrema sciatteria del film, salvato solo dalla fotografia di Bazzoni.
Quello che più irrita è il discorso pseudo sociale di cui si respira aria nel film, anche se si tratta di aria in parte fritta e in parte rarefatta; la denuncia dell’ipocrisia borghese, della corruzione restano pie intenzioni, e alla fine l’unica cosa che colpisce lo spettatore è la sequela di perversioni sessuali, anche se non esplicita, che il film mette in mostra, con primi piani delle parti intime di Florence Guerin, rapporti lesbo, a tre, attività auto erotiche. Insomma, il peggior Samperi, ammesso che ci sia mai stato un miglior Samperi, salvando in parte il buon Nenè. Qualcosa di cui parlare bene? Si, il commento musicale di Riz Ortolani, davvero sprecato e degno di miglior sorte.
La bonne, un film di Salvatore Samperi. Con Florence Guérin, Katrine Michelsen, Rita Savagnone, Cyrus Elias,Benito Artesi, Antonella Ponziani, Eva Grimaldi, Lorenzo Lena
Commedia erotica, durata 108 min. – Italia 1986.

Florence Guérin: Anna
Katrine Michelsen: Angela
Cyrus Elias: Giacomo
Silvio Anselmo: Mario
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Alessandro Capone, Riccardo Ghione e Luca D’Alisera
Produttore Achille Manzotti
Casa di produzione Faso Film – Producteurs Associés
Fotografia Camillo Bazzoni
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Maria Chiara Gamba
Costumi Vera Cozzolino
9 ospiti per un delitto
Su una bellissima isola, disabitata, attracca uno yacht con a bordo Ubaldo, un ricco e anziano signore, padre di tre di loro, presenti con le relative consorti, e sua sorella. Il gruppo è quanto mai disomogeneo: tra i presenti, manca completamente l’armonia, anzi, ben presto ci si rende conto di una torbida atmosfera che regna all’interno della variegata famiglia.
Michele, Elisabetta (sorella di Ubaldo), Patrizia, Lorenzo e Walter hanno ognuno dei segreti da nascondere. Ci sono relazioni proibite, fra di loro, e ben presto ci si rende conto che più che ad una famiglia, siamo di fonte ad una tana di serpenti. La stessa giovane moglie di Ubaldo, Giulia, ha una relazione proibita con Michele, figlio di Ubaldo. La moglie di Michele, Carla, una donna con qualche problema psichico, scompare improvvisamente sott’acqua, sotto gli occhi di tutti, preda probabilmente di un malore.
E’ l’inizio di una catena di sciagure che colpirà la famiglia di Ubaldo; ad uno ad uno verranno uccisi da una misteriosa mano. Elisabetta, sorella di Ubaldo, attribuisce tutto al fantasma di Charlie, un suo amante ucciso molti anni prima proprio da Ubaldo e dai suoi figli, mentre era in intimità con la donna sulla spiaggia. Tutti gli occupanti della villa muoiono tragicamente, e alla fine restano solo Elisabetta e Michele; ma l’assassino è Carla, frutto della relazione segreta tra Elisabetta e il suo defunto amante, che ha deciso, in accordo con la madre, di sparire per vendicare la morte di suo padre. Michele uccide le due donne, ma a sua volta morirà nell’esplosione della barca che stava preparando per fuggire dall’isola maledetta.
Ripreso da 10 piccoli indiani, capolavoro di Agatha Christie, 9 ospiti per un delitto, diretto da Ferdinando Baldi nel 1977 è una riedizione scolorita e priva di nerbo del classico della giallista inglese. A parte Arthur Kennedy, nel cast non figura nessun attore di rilievo, e la cosa si nota subito, così come a latitare, sin dall’inizio, è l’atmosfera. abbondano invece le nudità femminili e viene privilegiato l’aspetto morboso della storia, con ampio risalto alle relazioni peccaminose tra cognati e in ultimo anche con l’attuale matrigna;
così John Richardson, Caroline Laurence, Rita Silva, Massimo Foschi, Venantino Venantini, Loretta Persichetti, Dana Ghia e Sofia Dionisio, sorella della più famosa Silvia, fanno quello che possono, ovvero poco, rendendo il giallo/thriller prevedibile in quasi tutti i suoi passaggi. a parte la bellissima location, c’è ben poco ancora da segnalare. Il debito verso il pur mediocre 5 bambole per la luna d’agosto è evidente;ma in quel caso Bava è riuscito a creare quanto meno un’atmosfera claustrofobica, che in questo film manca del tutto.
Forse l’unica vera attrattiva, per gli amanti dei morti ammazzati, è la lunga teoria degli stessi. Troppo poco per salvare un film dal naufragio.
9 ospiti per un delitto,
un film di Ferdinando Baldi , con Flavia Fabiani, Massimo Foschi, Dana Ghia, Arthur Kennedy, Caroline Laurence, Loretta Persichetti, John Richardson, Venantino Venantini Italia 1977
Sofia Dionisio … Carla ( Flavia Fabiani)
Massimo Foschi … Michele
Dana Ghia … Elisabetta
Arthur Kennedy … Ubaldo – old man
Caroline Laurence … Giulia
Loretta Persichetti … Patrizia
John Richardson … Lorenzo
Rita Silva … Greta
Venantino Venantini … Walter
Dove vai se il vizietto non ce l’hai?
Diogene Colombo è un detective molto fiero della sua virilità; ha come vice un buffo e imbranato aiutante, Aroldo. I due vengono contattati dalla moglie commendator Cesare per un’indagine particolare: devono cioè accertarsi della fedeltà dell’uomo, sposato con Simona, un’avvenente donna. I due, per poter seguire da vicino l’uomo, sono costretti a travestirsi; mentre Diogene assume il ruolo di un cameriere/maggiordomo

Paola Senatore e Renzo Montagnani
con tendenze spiccatamente omosessuali, Aroldo diviene Carlotta, una improbabile e decisamente brutta cameriera. I problemi però nascono quando i due entrano nella villa. A parte la bella padrona di casa, alle dipendenze del commendatore ci sono anche due belle e poco inibite donne. A complicare le cose ci si mette anche un giardiniere decisamente focoso; così, resistendo fin dove possibile alle tentazioni, i due portano avanti le loro indagini.
Ma Diogene ha fatto i conti senza la bella Simona e senza le due cameriere, che si infilano nude nel suo letto.
Alla fine i due detective scopriranno inaspettatamente il vero segreto del commendatore, e ne verranno ricambiati con una grossa somma. Che però non si godranno: fatale sarà il fascino che esercita su di loro l’altro sesso.
Dopo il successo del film Il Vizietto, con i due spassosi protagonisti Tognazzi-Serrault alle prese con i problemi quotidiani della diversità, Marino Girolami pensa di gettare il tema in chiave ancor più comica, o se vogliamo, farsesca.
Lory Del Santo
Ne viene fuori questo Dove vai se il vizietto non ce l’hai?, commediola imbastita attorno alla simpatia di Renzo Montagnani, questa volta tendente troppo a debordare, alla figura macchiettistica di Alvaro vitali, che fa sempre il suo, ovvero senza infamia e senza lode, e al cast di bellezze molto disinibite e pronte a spogliarsi, ovvero la bellissima Paola Senatore, la giovane Lory Del Santo, la insignificante (almeno dal punto di vista recitativo) Angie Vibeker e Sabrina Siani.
Nel cast figura ovviamente il solito Mario Carotenuto, che ripete per l’ennesima volta la parte del burbero simpatico, uno dei suoi clichè abituali. Qualche gag simpatica, molte nudità, sicuramente apprezzabili e poco altro. Un prodotto non indecoroso, va detto, perchè nel periodo d’oro della commedia sexy si è visto di molto peggio, ma sicuramente non un cult.
Molti spettatori affezionati al genere tendono a sopravalutarne le capacità comiche, che sono affidate al solito Montagnani, ma in realtà aldilà di qualche trovata, il film mostra tutti i limiti di una sceneggiatura ridotta all’osso, condita da qualche volgarità di troppo, e guardabile solo nell’ottica assoluta di 90 minuti passati senza aspettarsi dal film assolutamente nulla.
Dove vai se il vizietto non ce l’hai, un film di Marino Girolami, con Mario Carotenuto, Renzo Montagnani, Paola Senatore, Alvaro Vitali, Lory Del Santo.Stefano Amato, Sabrina Siani, Franco Caracciolo, ,Angie Vibeker
Commedia, durata 92 min. – Italia 1979.
Renzo Montagnani: Diogene Colombo
Alvaro Vitali: Aroldo / Carlotta / Gigetto
Paola Senatore: Signora Beltramelli
Mario Carotenuto: Signor Beltramelli
Stefano Amato: Beniamino Colombo
Lory Del Santo: Irma la domestica
Sabrina Siani: Signorina Francesca
Angie Vibeker: Cameriera
Vittorio De Bisogno: Anselmo
Regia Franco Martinelli
Soggetto Gianfranco Couyoumdjian
Sceneggiatura Carlo Veo
Produttore Gianfranco Couyoumdjian
Produttore esecutivo Francesco Guerrieri
Casa di produzione Flora Film
Distribuzione (Italia) Flora Martino – General Video
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Berto Pisano
Scenografia Vincenzo Morozzo
Costumi Tony Randaccio
La bimba di Satana

L’azione si svolge in un castello, abitato da Antonio Aguilar e da sua figlia Myra; Aguilar è ovviamente un nobile, rimasto vedovo non incidentalmente. E’ stato lui, infatti, ad uccidere la bella moglie Maria, accecato dalla gelosia, una volta tanto giustificata. La giovane Myra, però, inizia a comportarsi in maniera strana: una sera induce il medico di famiglia a recarsi nei sotterranei, dov’è custodito il corpo della donna in attesa di essere imbalsamato. L’uomo muore fulminato davanti al corpo della sua ex amante; altro ex amante di Maria è il fratello handicappato che vive su una sedia a rotelle, e che l’implacabile Myra,
Mariangela Giordano è Sol
che sembra posseduta dallo spirito della nobil donna, fa morire, così come muore Isidro, un sudamericano un tantino necrofilo, che ha capito che qualcosa di demoniaco si aggira nel castello. L’uomo, nel tentativo di praticare qualche arcano rito, finisce per essere strangolato nientemeno che da una mummia, risvegliata dalla ormai posseduta Myra, che però, durante le fasi diurne, sembra non essere consapevole del suo stato di indemoniata. A furia di morti, nel castello si aggirano ormai solo in tre: Myra, suo padre Antonio e la bella Sol, una suora chiamata ad assistere il fratello infermo di Antonio e la giovane ragazza.
Sol ben presto capisce che la situazione è fuori controllo, che lo spirito di Maria è in attesa di completare la propria vendetta; Antonio, però, convinto che Sol abbia avuto una relazione prima con sua moglie e che ora punti a fare lo stesso con la figlia Myra, la rinchiude nei sotterranei, in compagnia del cadavere della contessa. Antonio muore di paura, cadendo per le scale, mentre Sol cerca, con un gesto estremo, di placare la sete di vendetta di Maria: si unisce a lei per consumare un amplesso, confermando così i sospetti di Antonio, ma la morta la stringe a se soffocandola.
La bimba di Satana, diretto da Mario Bianchi con lo pseudonimo Alan W. Cool nel 1982, è un confuso, pasticciato e noioso thriller/horror, girato in strettissima economia e con otto attori in globale; budget ristretto all’osso, quindi e film dilatato nei tempi, con pause e noiosi dialoghi oltre all’ormai canonico inserimento di sequenza porno, girate da Marina Hedman con grande entusiasmo, come si evince dalle sequenze che ovviamente vennero riservate al circuito hard.
La trama ricalca quella di Malabimba e di tanti sottoprodotti girati con un occhio al budget e con un altro al fecondo mondo hard, che negli inizi degli anni ottanta era protagonista di un boom senza precedenti; un altro pesante handicap deriva dalla durata del film, poco più di un’ora, quanto in pratica si salvò dall’esclusione delle scene pornografiche. Risultato finale, un film drammaticamente povero di idee, di tutto, se vogliamo; unica a salvarsi la bella e brava Mariangela Giordano, che all’epoca del film era ormai quarantacinquenne, e che mostra anche un fisico davvero invidiabile.
Non c’era bisogno di un remake di Malabimba,film meno indecoroso, tuttavia recitato malissimo e pieno di sequenze hard; ma il cinema italiano, dopo il periodo d’oro degli anni settanta, si avviava ad un periodo nero, a cui contribuirono proprio film scadenti come questo. Imbarazzante la recitazione di tutti, in primis quella della Hedman, ex signora Fraiese, ingaggiata probabilmente solo per la sua fama di pornostar.
La bimba di Satana, un film di Alan W. Cools ( Mario Bianchi). Con Jacqueline Dupré, Giancarlo Del Duca, Mariangela Giordano, Aldo Sambrell, Marina Hedman.Horror, durata 92 min. – Italia 1982.
Jacqueline Dupré: Miria Aguilar
Mariangela Giordano: Sol
Aldo Sambrell: Antonio Aguilar
Joe Davers: Isidro
Giancarlo Del Duca: dott. Juan Suarez
Alfonso Gaita: Ignazio Aguilar
Marina Hedman: Maria Aguilar
Regia Mario Bianchi
Soggetto Gabriele Crisanti
Sceneggiatura Piero Regnoli, Gabriele Crisanti (non accreditato)
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Filmarte
Fotografia Franco Villa, Angelo Lannutti (non accreditati)
Montaggio Cesare Bianchini
Musiche Nico Catanese
Scenografia Salvatore Siciliano
Costumi Itala Giardina
Trucco Rosario Prestopino
La principessa nuda
Cesare Canevari, regista di La principessa nuda, film girato nel 1976, ha diretto in vent’anni una decina di film, nessuno memorabile. E non sfugge all’elenco di questi film a tutti gli effetti B movie nemmeno La principessa nuda, storia morbosa di una fotomodella, il transessuale Ajita Wilson, che in realtà è una principessa africana, Miriam William Zamoto; la donna, finiti i suoi studi in America, ritorna nel suo paese d’origine, un immaginario stato africano retto da un crudele dittatore.
Qui Kaboto, il tiranno, la fa diventare la sua amante, regalandole in cambio il ruolo di Ministro degli esteri. La donna, bellissima (sic) nel suo aspetto esteriore, nasconde un segreto: ha subito una violenza sessuale, e da quel momento è diventata frigida. Così, inviata dal dittatore a Milano per partecipare ad un incontro con degli industriali per trattare la fornitura di materiale per il suo paese, si trova da un lato ad essere seguita da Gladys, una spia industriale alla ricerca di segreti e brevetti, dall’altro da un giornalista italiano alla ricerca di uno scoop, Marco.
Nasce così un triangolo che rimane solo nelle intenzioni: Gladys si sente attratta morbosamente dalla principessa, e nel frattempo ha una relazione con Marco, il quale a sua volta prova attrazione per Miriam. Il triangolo si chiude solo alla fine, quando la frigida principessa, che nel frattempo si è concessa qualche frustrante amplesso prima con una ragazza di colore, in seguito partecipando ad un’orgia bislacca, si concede al giornalista in un bagno dell’aeroporto, dove sta per prendere l’aereo e tornare in Africa.
Ritmo lentissimo, dialoghi monotoni e noiosi, interrotti da qualche scena gore, come la mutilazione genitale di un amante della principessa, mutilato proprio durante un amplesso; assolutamente da dimenticare, in una pellicola già di per se molto brutta, la scena dell’orgia in cui capita anche di vedere un nanerottolo che saltella tra corpi nudi mollando sonore pacche sulle natiche dei partecipanti. Canevari sa anche stare dietro una macchina da presa, ma di questo film davvero c’è poco da salvare.
Ajita Wilson è di una fissità addirittura imbarazzante, con una maschera sul volto che esprime solo il vuoto più assoluto, trasmesso allo spettatore; a disagio Luigi Pistilli, attore pur abituato, purtroppo, a partecipazioni a film incolore come questo, nonostante avesse nel suo arco frecce ben più consistenti. Male anche Tina Aumont,attrice di valore qui relegata in una particina, quella di Gladys, che ricopre davvero a disagio.
Tra tanto squallore merita di essere citata una frase del tiranno Zamoto, un’altra perla da incorniciare in questo film: “Desidero ricordarvi che c’e’ stato un solo uomo bianco veramente degno della razza negra: Adolf Hitler!” Un discorso che proviene da un uomo di colore, e che assume una colorazione comica pur nella sua atroce banalità. Da Canevari, autore di L’ultima orgia del terzo Reich probabilmente non ci si poteva aspettare di meglio; il regista però poteva risparmiarci almeno la sequenza dell’orgia e quella del party a base di droghe in cui la principessa rivede il trauma scatenante la sua frigidità.
La principessa nuda, un film di Cesare Canevari, con Ajita Wilson, Tina Aumont, Rosa Daniels, Franz Drago, Achille Grioni, Jho Jhenkins, Jon Lei, Luigi Pistilli, Walter Valdi 1976
Ajita Wilson … La Principessa Mariam
Tina Aumont … Gladys
Luigi Pistilli … Marco
Regia Cesare Canevari
Sceneggiatura Cesare Canevari, Antonio Lucarella
Casa di produzione Andromeda S.r.l.
Fotografia Claudio Catozzo
Montaggio Jolanda Adamo, Cesare Canevari
Musiche Detto Mariano
Costumi Alberto Giromella
Bella di giorno, moglie di notte
Un uomo viene ucciso a colpi di pistola in un locale: a sparare è stata una donna, che viene arrestata senza fare alcuna resistenza. Viene tradotta in commissariato, e mentre attende l’arrivo degli inquirenti, pensa a come è arrivata all’insano gesto. Paola, bella e seducente moglie di Giorgio, pubblicitario in difficoltà con il suo lavoro, è innamorata di suo marito.
Così, quando si rende conto che il menage familiare senza il suo contributo economico non può continuare a lungo, decide di lavorare anche per poter dare una mano a Giorgio nel suo lavoro. Trova così un’occupazione nella galleria d’arte di Anna, un’ambigua e ricca mercante d’arte, che le dimostra subito simpatia. Ma i soldi che Paola guadagna non bastano per comprare abiti, per organizzare cene che siano d’aiuto al marito; così la donna accetta l’offerta della mercante di soldi in prestito, con i quali comprare le cose necessarie.
Ben presto Paola si ritrova a dovere più soldi di quelli che guadagna; così, confidatasi con Anna, ne riceve in cambio il subdolo suggerimento di accettare per denaro la compagnia di maturi o ricchi professionisti. Messa alle strette, Paola accetta: comincia così un periodo in cui la donna si trova a dover prostituirsi con uomini che mostrano il peggio della loro natura; Paola va con giovani e ricchi, con viziosi che la vogliono fotografare o con sadici pervertiti, scendendo sempre più i gradini dell’abiezione.
Ma il lato positivo è rappresentato dalle grosse somme che la donna riesce a guadagnare; Paola regge fino al giorno in cui si rende conto che non solo il marito era al corrente della sua doppia vita di bella di giorno e moglie di notte, ma che ci speculava su, trattandola ne più ne meno come un pappa con la sua protetta. Così, una sera, stanca di quella vita miserabile, Paola spara al marito……
Dramma cupo e ben diretto da Nello Rossati, Bella di giorno moglie di notte si lascia guardare ben volentieri; merito di una regia sicura e asciutta, aiutata senza dubbio dalla grande prova di Eva Czemerys, che intepreta perfettamente Paola, dando al suo personaggio un sapore dolente, sofferto. Bene anche Nino Castelnuovo, abile nel definre il personaggio di Giorgio con le caratteristiche dell’antipatia viscerale per un uomo non dissimile da un pappa. Film da rivalutare, anche se purtroppo di difficilissima reperibilità; le immagini che compaiono sono frutto di una paziente ricostruzione da una vecchia Vhs.
Bella di giorno moglie di notte, un film di Nello Rossati, con Lee Banner, Ennio Biasciucci, Nino Castelnuovo, Fernando Cerulli, Eva Czemerys, Vincenzo Liberti, Carla Mancini, Franco Marletta, Anna Miserocchi, Renato Panciroli Drammatico, Italia 1971


Eva Czemerys … Paola Nino Castelnuovo
Giorgio Giulio Baraghini … Marcello
Enzo Liberti … Commissario
Fernando Cerulli … Poliziotto
Renato Pinciroli … Giudice
Carla Mancini … Cameriera
Franco Marletta … amico di Giorgio
Pietro Torrisi … Maciste
Anna Miserocchi Anna

Regia: Nello Rossati
Sceneggiatura:Nello Rossati e Tiziano Longo
Musiche:Gianfranco Plenizio
Fotografia:Franco Delli Colli
Montaggio:Mauro Bonanni
Set Decoration:Toni Rossati
Costumi:Toni Rossati
Lucrezia giovane
La vicenda si svolge a Roma, sul finire del 1400. Lucrezia, figlia del papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia e della sua amante ufficiale, Giovanna Cattanei detta Vannozza, data in sposa a soli 13 anni al conte di Pesaro Giovanni Sforza, si vede annullare il matrimonio con la scusa ufficiale che lo stesso non è stato consumato. In realtà il Papa ha bisogno di stringere nuove alleanze, così briga in maniera tale da sciogliere le nozze della figlia.

Simonetta Stefanelli è Lucrezia Borgia
Nel frattempo Cesare Borgia, il Valentino, uno degli altri figli del papa nato sempre dalla relazione con Vannozza, segretamente innamorato della sorella, uccide in un agguato l’altro fratello,Giovanni il duca di Gandia; l’assassinio lo costringe ad allontanarsi da Roma, dove i sospetti su di lui sono diventati di dominio pubblico. Lucrezia, sempre in nome della ragion di stato, viene maritata ad Alfonso d’Aragona; la donna allaccia una relazione sentimentale con uno dei compagni d’armi di Cesare, Pierotto, del quale resta incinta.

Massimo Foschi è Cesare Borgia
Il Valentino, tornato dalla campagna d’armi, geloso sempre più di sua sorella, uccide prima Pierotto e poi Alfonso d’Aragona, del quale la sorella si è ormai innamorata. Lo scandalo, che sta per investire direttamente il papato, costringe Alessandro VI a allontanare il Valentino, mentre per Lucrezia è pronto un altro matrimonio, quello con Alfonso I d’Este.
Diretto da Luciano Ercoli nel 1974, Lucrezia giovane è un film senza infamia e senza lode; storicamente è del tutto inattendibile, in quanto la figura di Lucrezia, dipinta come una lussuriosa e incestuosa divoratrice di uomini in realtà è stata molto diffamata dai tantissimi nemici dei Borgia. Non esiste alcuna prova che abbia mantenuto rapporti incestuosi con il fratello, o, come adombrato nel film, addirittura con il padre. fu vittima della ragion di stato questo si.
Tornando al film, è lento e noioso, abbastanza pruriginoso nelle intenzioni, che si esplicitano in diversi nudi femminili, in cui generosamente abbonda la bellissima Simonetta Stefanelli, sensuale e tinteggiata di biondo, che non è evidentemente il suo colore naturale di capelli, e nel film il perchè lo si vede abbastanza bene.
Aldilà di questo, il film non decolla mai, essendo molto descrittivo; non mancano alcune scene gore, come l’amputazione di un dito e altre amenità varie; il truce (nel film) Valentino è interpretato, sopra le righe, da Massimo Foschi,
mentre il lussurioso Alessandro Vi è un discreto Ettore Manni. Segnalazione per la bella Elizabeth Turner, l’amante del papa e per Aldo reggiani, che interpreta lo sfortunato Giovanni Sforza, marito legittimo di Lucrezia costretto a dare pubblica prova di impotenza (cosa mai avvenuta nella realtà)
Film con qualche pretesa, ma fondamentalmente rimaste tali nelle intenzioni.
Lucrezia giovane, un film di Luciano Ercoli, Con Ettore Manni, Simonetta Stefanelli, Massimo Foschi, Piero Lulli, Anna Orso, Fred Robsham, Aldo Reggiani, Raffaele Curi, Paolo Malco
Storico, durata 92 min. – Italia 1972.
Simonetta Stefanelli Lucrezia Borgia
Massimo Foschi Cesare Borgia
Ettore Manni Rodrigo Borgia – Papa Alessandro VI
Anna Orso Giovanna Cattanei , Vannozza
Paolo Malco Duca di Gandia , Giovanni Borgia
Elizabeth Turner Giulia, la’mante del Papa
Fred Robsahm Alfonso d’Aragona
Raffaele Curi Perotto
Aldo Reggiani Giovanni Sforza
Piero Lulli Ludovico Maria Sforza ‘il Moro’
Teodoro Corrà Cardinale Sisto Borgia
Edoardo Florio Il segretario privato del papa
Guglielmo Spoletini Giaco
Regia Luciano Ercoli
Sceneggiatura Luciano Ercoli
Produttore Enzo Doria
Fotografia Aldo De Robertis
Montaggio Angelo Curi
Musiche Franco Micalizzi
Scenografia Giovanni Agostinucci e Carlo Gentili
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Film che mescola attendibilita’ storica (poca) con un erotismo neanche tanto spinto.Si lascia pero’ vedere con una trama abbastanza avvincente fino alla fine.Insomma non annoia e questo e’ gia’ una cosa positiva.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Erotico da Anni Settanta, con interpretazioni di livello medio-basso, qualora si escluda Ettore Manni. Tutto sommato può ricordare i fumetti porno, all’epoca reperibili in ogni buon negozio di barbiere della provincia italiana… Da citare, in mancanza di altre cose memorabili, la coprolalìa alla quale si abbandonano, durante gli amplessi, alcuni personaggi (scena tagliata in tv). Desolante la Stefanelli.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Deludente tentativo di raccontare la storia familiare dei Borgia, con regia distratta da un’impostazione prettamente volgare, grazie a dialoghi incredibilmente kitsch. Qualche nudo, diverse ammucchiate e molta approssimazione si alternano a momenti che si vorrebbero drammatici (l’omicidio a calci di Paolo Malco) e riescono, invece, a suscitare un involontario clima grottesco. Luciano Ercoli, peraltro regista dotato di certa sensibilità, sembra dunque (non) firmare una pellicola palesemente alimentare.
Una bella governante di colore
Simone Sallusti, figlio di Nicola, un industriale donnaiolo, ha, come il padre, la fissa delle donne. Per cui si getta su tutte le gonnelle che capitano in famiglia, rappresentate da colf molto disponibili, che alla fine restano incinte. Intanto il padre, che ha una relazione appassionata e intensa con Santina, un’affascinante ricercatrice, assistente di un mezzo pazzo scienziato, il professor Klipper,
decide di cercare una colf che possa sfuggire alle lubriche mire del figlio. la individua in Myriam, una bella ragazza di colore. L’espediente sarà perfettamente inutile, perchè il giovane metterà incinta anche quest’ultima, con il risultato di vedersi costretto, dal padre, a mettere la testa a partito e sposarla.
Ma Simone sarà capace di tenere a freno i suoi appetiti? Film del 1976, diretto da Luigi Russo, esperto in regia di decamerotici (sono suoi parti I racconti di Canterbury N. 2 ,Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio,Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio e futuro regista di Pensione amore servizio completo e Quando l’amore è sensualità) non smentisce la fama di regista dedito a pruderie erotico/comiche, confermando la prima delle sue attitudini e smentendo clamorosamente la seconda.

Due attrici a confronto: Orchidea De Santis e Ines Pellegrini
In questo Una bella governante di colore, infatti, aldilà della preziosa presenza di Orchidea De Santis, all’apice della sua bellezza, latita tutto, dal divertimento all’interesse. A parte le trivialità tipiche dei film di questo genere, le battute comiche sono limitate agli incontri tra Nicola, interpretato dal solito simpaticissimo Montagnani e Santina, il personaggio interpretato dall’affascinante attrice pugliese.
Il resto del film, escludendo il ruolo della Merlini, che inutilmente si sforza di dare dignità alla storia, è di una noia abissale, vista anche l’assoluta inconsistenza della trama. Ad aggravare le cose si aggiungono la surreale partecipazione di D’Angelo, costretto ad interpretare un ruolo francamente tremendo, quello dello scienziato fuori di zucca, la partecipazione di Ines Pellegrini, espressiva come una lapide tombale e del giovane Jean Claude Vernè, assolutamente insipido in un ruolo già di per se deprimente, quello del galletto Simone.
Alla fine i titoli di coda scorrono liberatori; così ci si ricorda di questa bruttissima pellicola solo per la già citata Orchidea De Santis, che da sola vale il prezzo del biglietto ( o del noleggio), questa volta più che per l’interpretazione, peraltro dignitosa, pe la quantità di epidermide mostrata. Poichè è sempre un gran bel vedere, alla fine le si perdona tutto, anche in virtù dei suoi duetti con Montagnani, l’altro motivo per cui si potrebbe vedere questo film. Si potrebbe, appunto; è meglio evitarlo, comunque, ameno che una sera non si abbia bisogno di farsi una dormita anticipata.
Una bella governante di colore, un film di Luigi Russo, con Orchidea de Santis,Renzo Montagnani, Ines Pellegrini, Jean-Claude Vernè, Carlo Delle Piane, Marisa Merlini, Gianfranco D’Angelo, Gaia Russo Italia 1976

La solita splendida Orchidea De Santis
Renzo Montagnani è Nicola Sallusti
Ines Pellegrini è Myriam
Jean-Claude Vernè è Simone Sallusti
Orchidea de Santis è Santina
Carlo Delle Piane è Pasquale – Il fratello di Aspasia
Marisa Merlini è Aspasia – moglie di Nicola
Gianfranco D’Angelo è il Professor Klipper
Regia Luigi Russo
Soggetto Paolo Belloni, Luigi Russo
Sceneggiatura Marino Onorati, Luigi Russo
Produttore Luigi Mondello
Casa di produzione Daino Film
Fotografia Mario Capriotti
Musiche Gianfranco Plenizio
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Alberto Tosto
Trucco Andrea Riva
Grazie nonna
Prima di morire, il signor Persichetti sposa la bella e procace Marijuana; a lei lascia una cospicua eredità. Un giorno la bella e piacente vedova arriva in Italia per conoscere la famiglia del marito, composta dall’ingegner Pino (Enrico Simonetti), dal figlio Giorgio e dall’altro rampollo dell’uomo, Carletto (un giovane Giusva Fioravanti).
Convinto di trovarsi di fronte una vecchia e poco interessante signora, l’ingegnere manda il giovane carletto ad accogliere la donna, proveniente dal Venezuela. Carletto, con sorpresa, si trova davanti la splendida Marijuana, Decide di nascondere la cosa ai famigliari, che però ben presto scoprono l’identità della donna, che da quel momento diventa la preda ambita dei maschi di casa.
Ma Marijuana, un osso duro, tiene a bada tutti e alla fine si concede solo al giovane Carletto, per poi riprendere la strada di casa, lasciando il giovane, ora erudito ai piaceri della carne, alla sua fidanzatina. Commedia scollacciata e becera, Grazie nonna si ricorda solamente per la presenza della bella Fenech, specializzata in commedie sexy; è anche l’ultimo film interpretato da Valerio Fioravanti, noto più in là per cronache giudiziarie.
Nel cast ci sono anche il maestro Simonetti, assolutamente sprecato e Gianfranco D’Angelo. Film soporifero, decisamente da evitare.
Grazie nonna, un film di Franco Martinelli, con Fabrizio Cardinali, Gianfranco D’angelo, Valeria Fabrizi, Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Graziella Mossini, Enrico Simonetti, Italia 1975
Enrico Simonetti: Ing. Pino Persichetti
Edwige Fenech: Marijuana Persichetti
Graziella Mossini: Marinella
Giusva Fioravanti: Carletto
Valeria Fabrizi: Celeste, la governante
Gianfranco D’Angelo: Fra’ Domenico
Fabrizio Cardinali: Giorgio, il figlio più grande
Regia Franco Martinelli
Soggetto Marino Girolami
Sceneggiatura Romano Scandariato, Marino Girolami
Produttore CPM Cinematografica S.r.L.
Casa di produzione Panoramica Eastmancolor
Distribuzione (Italia) Fida
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Enrico Simonetti
Quante volte…quella notte

La giovane e bella Tina conosce il playboy Gianni mentre è al parco con il suo cane; l’uomo la invita a casa sua e la ragazza accetta. Una volta a casa del giovane, Tina vede lo stesso uscire dalla sua stanza con addosso solo un paio di slip; l’uomo tenta di abusare della ragazza, che però scappa e si rifugia dalla madre, che sembra però più preoccupata del vestito rovinato che della disavventura della ragazza.
Gianni, invece, si reca in un night, dove ci sono gli amici Duccio,Sergio e pino, ai quali racconta una diversa versione dei fatti; Gianni è riuscito a sedurre la bella Tina, che ha accettato volentieri le sue avance. All’incontro tra i due giovani ha assistito il portiere di uno stabile vicino, che racconta all’amico lattaio un’altra versione ancora, ovvero che i due hanno condotto in casa con loro Esmeralda e Giorgio, avendo poi con gli stessi un incontro erotico con scambio delle coppie.
Uno psicanalista, ultimo in ordine cronologico, da a sua volta una versione dei fatti differenti. Ma le cose come sono andate davvero, quella notte?
Mario Bava trasforma, nel 1969, una visione un tantino allucinata e pirandelliana e la imprime su celluloide, spiazzando lo spettatore che alla fine non sa bene cosa sia accaduto realmente ai protagonisti della storia. Qual’è la vera versione dei fatti? Chi ha sedotto chi e come sono andate le cose? Ha ragione Tina a sostenere di essere stata violentata oppure ha ragione Gianni nel dipingere la donna come una mantide ninfomane? Oppure ha ragione il portiere, testimonio estraneo ai fatti? O ancora la versione effettiva è quella dello psicanalista?
Bava ovviamente lascia tutto in sospeso; e il film, alla fine, diventa un autentico quiz per lo spettatore, che non ha capito in realtà cosa ha visto, se delle versioni differenti della stessa storia, quindi soggette a interpretazioni psicoanalitiche oppure a un divertissement del regista, che sembra giocare con le atmosfere torbide del film, introducendo personaggi sfuggenti, in un film che alla fine appare confuso e privo di forza, a tratti anche scombinato.
Quante volte, quella notte ebbe grossi problemi di censura, con la conseguenza di uscire nelle sale qualche anno più tardi; il motivo è da ricercare nelle immagini di nudo della bella Daniela Giordano, che interpreta Tina in maniera lodevole. E alla fine è proprio la Giordano l’unico elemento positivo di un film con poco fascino, nel quale però la mano di Bava si sente, quantomeno nelle immagini che a tratti sembrano surrealistiche.
Se l’atmosfera latita, la storia non incanta, quantomeno ci si consola con le sequenza di nudo (molto, ma molto castigate) della giovane e bella Daniela Giordano.Assolutamente incolore la prova di Brett Hasley; in una sequenza compare la giovane Brigitte Skay, interprete del film Isabella duchessa dei diavoli. E anche lei, va detto, è un bel vedere.
Brigitte Skay
Quante volte quella notte, un film di Mario Bava. Con Daniela Giordano , Pascale Petit, Brett Halsey, Dick Randall. Brigitte Skay, Calisto Calisti, Valeria Sabel, Rainer Basedow, Michael Hinz
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976 (1969).
Daniela Giordano: Tina
Brett Halsey: Gianni
Valeria Sabel: Sofia
Michael Hinz: Sergio
Rainer Basedow: Pino
Dick Randall: Duccio
Pascale Petit: Esmeralda

Regia Mario Bava
Soggetto Charles Ross
Mario Moroni
Sceneggiatura Charles Ross
Mario Moroni
Produttore Alfred Leone
Casa di produzione Delfino Film (Roma)
Fotografia Antonio RInaldi
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Coriolano Gori






















































































































































































































































































