W la foca
Il film di Cicero, del 1981, segna la fine malinconica di un’epoca e l’inizio di un’altra. La commedia all’italiana è morta, e lo stesso cinema italiano è in debito d’ossigeno. Le sale si riempiono di prodotti nazionali di dubbio gusto, con titoli espliciti, come questo di Cicero che strizza l’occhio alla foca protagonista del film ma anche ad una parte anatomica femminile, con il semplice cambio di una vocale.
Lori Del Santo
Film a suo modo nemmeno da bocciare in toto, non fosse altro che per il tentativo di Cicero di gettarlo sulla goliardata pura, attraverso non sense e qualche buono spunto,che però sono solo sprazzi. Il resto è comicità davvero becera, sguaiata e di bassissima lega, ruotante tra l’altro attorno alle grazie di Lori Del Santo, fresca del successo ottenuto con il Drive in televisivo, epsoste in tutte le maniere possibili. Sulla trama ci sarebbe da glissare su, ma della recensione resterebbero solo le immagini, per cui provo ad esporla con poche parole, essendo anche scontata in maniera triste.
Andrea, una giovane infermiera, si trasferisce a Roma, per sfuggire alla noia, ma anche per affrontare una nuova sfida lavorativa. Finisce per trovare lavoro presso la famiglia del dottor Patacchiola, uno strano tipo di medico che spende una fortuna in sostanze afrodisiache, famiglia che include anche una moglie più che ninfomane, un nonno satiro e allupato, una figlia beatamente ingenua che si concede al primo che capiti e un figlio che è così ritardato da non sapere nemmeno cosa si fa con una donna.
Dagmar Lassander
a destra: Michela Miti
Dopo aver vinto un concorso fotografico, Andrea si ritrova per casa una foca, premio del concorso stesso; nella famiglia ne succedono di tutti i colori, così come alla stesa Andrea capitano situazioni surreali. Alla fine, dopo aver fallito anche una prova televisiva, Andrea viene assunta da una signora molto ricca, che intende creare una clinica per ricchi obesi ; sarà la sua fortuna.
Se la trama appare scontata e in carta carbone con tante altre pellicole girate sul finire degli anni settanta, al regia di Cicero cerca di salvare il salvabile, imbastendo un’improbabile storia attorno a Lori del Santo; ma la triste realtà finale è quella di un film che più che surreale diventa grottesco, ma senza alcun senso positivo. Le battutacce dell’onnipresente Bombolo, il nonno eccitato, la moglie ninfomane sono le ennesime, stanche repliche dei vecchi film della commedia sexy.
Il tentativo di rinverdirne le gesta naufraga totalmente, di fronte all’assoluta inconsistenza di una trama degna di menzione o di qualche situazione che susciti un minimo di ilarità. Siamo ormai negli anni ottanta, il risultato si vede, purtroppo.
W la foca, un film di Nando Cicero. Con Lory Del Santo, Michela Miti, Riccardo Billi, Bombolo, Victor Cavallo, Franco Bracardi, Dagmar Lassander, Moana Pozzi, Alfredo Adami, Angelo Pellegrino, Fabio Grossi, Giovanni Attanasio, Sergio Di Pinto, Enio Drovandi, Anna Fall, Carmine Faraco, Vito Fornari, Bobby Rhodes, Carlo Marini
Lory Del Santo: Andrea
Michela Miti: Marisa
Victor Cavallo: L’Imbianchino
Franco Bracardi: Il Barbone
Giovanni Attanasio: Il Portinaio
Sergio Di Pinto: Il Barista
Enio Drovandi: Il Tassista
Anna Fall: Domenica, cameriera straniera
Carmine Faraco: L’Amico di Marisa
Antonio Spinnato: Amante+Operaio
Vito Fornari: L’uomo che deruba Andrea
Carlo Marini: Michele
Bobby Rhodes: L’Amante di Domenica
Dagmar Lassander: La Moglie di Patacchiola
Bombolo: Il Dottor Patacchiola
Riccardo Billi: Il Nonno
Fabio Grossi: Il Figlio
Enzo Andronico): L’Esibizionista
Antonella Angelucci: La Donna sadica in Hotel
Ennio Antonelli: Il primo controllore
Maurizio Mattioli: Il secondo controllore
Angelo Pellegrino: Il Professore
Martufello: L’impiegato del Comune / Addetto alla Clinica
Giulio Massimini: Mario, alla reception dell’Hotel
Moana Pozzi: La ragazza del treno
Italo Vegliante: Uomo con il tic al cinema
Alfredo Adami: Paziente con 18 figli
Regia Nando Cicero
Soggetto Galliano Juso
Sceneggiatura Nando Cicero, Francesco Milizia, Stefano Sudriè
Fotografia Giorgio Di Battista
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Detto Mariano
Scenografia Claudio Cinini
Malizia
Malizia,diretto da Salvatore Samperi,rappresenta una pietra miliare per il cinema targato anni settanta. Non di certo per il suo valore artistico,quanto meno basso,ma per la fenomenologia a cui diede inizio. Un film costato poche centinaia di milioni di lire e che si trasformò in un trionfo al botteghino,un film che lanciò la figura sexy-casalinga di Laura Antonelli,un film che ridiede fiato al cinema erotico,in debito di ossigeno dopo la stagione dei decamerotici.

Alessandro Momo ( Nino) e Angela Luce (la vedova Ines)
Laura Antonelli
Malizia ebbe il merito (se naturalmente di merito si può parlare) di aprire la stagione del sexy casalingo,in cui zie,sorelle,fratelli cugine e parentame vario si trasformano in allupati personaggi in cerca di soddisfazione sessuale casereccia.
Malizia racconta la storia di un vedovo con tre figli,che prende in casa una cameriera giovane,bella e sexy: sia i tre ragazzi sia l’uomo le mettono subito gli occhi addosso. Il commerciante vorrebbe sposarla,ma la ragazza pone come condizione che i tre figli siano d’accordo. La ragazza,dopo essersi barcamentata tra le lascive attenzioni,cederà proprio a quelle del giovane Nino,in una sera di pioggia.

La bellissima Laura Antonelli è Angela
A parte la Antonelli e a parte il povero Alessandro Momo,che avrebbe avuto la sua affermazione nel successivo Profumo di donna,prima di morire in un incidente stradale, Malizia rappresenta solo una commedia all’italiana di nuovo stampo; sono le pruderie erotiche degli italiani a rappresentare il costume,non più i tic e le manie. La storia in effetti è anche abbastanza noiosa, a guardarla bene; le pruderie dei ragazzi della famiglia, di Ignazio La Brocca, il venditore di tessuti, di Antonio, il maggiore dei ragazzi, diciottenne, che almeno avrà il pudore di farsi da parte, sono stereotipi di situazioni che verranno ripetute all’infinito in molte altre storie che seguirono sugli schermi.
Il genere erotico/casalingo trova in Malizia il suo principale precursore, e da allora in poi sarà tutto un fiorire di zie vogliose, cuginette sexy per arrivare anche alle nonne (Fenech docet), passando per sorellastre e patrigni, in un viluppo di situazioni ai limiti o ben oltre l’incesto. Samperi, regista furbissimo, capì il momento giusto per lanciare un’opera sottilmente erotica, giocata sul vedo-non vedo, come testimoniato nella celebre sequenza finale, in cui la povera ( ma nemmeno così ingenua) Angela La Barbera, viene inseguita dai fasci di luce proiettati dal giovane Nino, momenti fissati dalla splendida fotografia di Storaro, unico motivo di eccellenza della pellicola in aggiunta alla splendida Laura Antonelli, forse la più bella delle attrici italiane degli anni settanta.

Angela spiata da Nino e Porcello
Tra gli attori vanno segnalati, oltre ovviamente alla Antonelli e allo sfortunato Momo, Turi Ferro nel ruolo di Ignazio, padre dei ragazzi, Tina Aumont, in una breve parte, quella di Luciana sorella di Porcello, amichetto lascivo di Nino. Inoltre completano il cast una bravissima Angela Luce, la vedova vogliosa e la grande Lilla Brignone, nonna dei tre ragazzi. In una stagione triste per la vita sociale,con l’inizio degli anni di piombo,Malizia rappresenta un tentativo di alleggerimento della morale;un tentativo puerile e pecoreccio,certo,ma che avrebbe avuto ben altro risalto senza un sociale così pericoloso e preoccupante.
Malizia, un film di Salvatore Samperi. Con Tina Aumont, Laura Antonelli, Lilla Brignone, Turi Ferro, Alessandro Momo, Angela Luce, Pino Caruso, Stefano Amato. Genere Commedia, colore 99 minuti. – Produzione Italia 1973.

La celebre sequenza dell’inseguimento notturno alla luce di una piccola torcia
Laura Antonelli: Angela La Barbera
Turi Ferro: Ignazio La Brocca
Alessandro Momo: Nino La Brocca
Tina Aumont: Luciana Puglisi
Lilla Brignone: nonna
Pino Caruso: Don Cirillo
Angela Luce: vedova Ines Corallo
Stefano Amato: Puglisi “Porcello”
Gianluigi Chirizzi: Antonio La Brocca
Grazia Di Marzà: Adelina
Massimiliano Filoni: Enzino La Brocca
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Ottavio Jemma, Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto (arrangiamenti di José Mascolo)
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Piero Tosi
Trucco Mauro Gavazzi (trucco), Gilberto Provenghi (parrucco)
Beffe licenze et amori del Decamerone segreto

Il grande poeta Cecco Angiolieri, autore del “Sì fossi foco arderei lo mondo” è trasformato in questo film del filone decamerotico, datato 1973, in un omologo poeta senza alcuna credibilità storica o riferimento accettabile alla sua vita. Nel film il poeta, diventato parte integrante della compagnia itinerante di Camillo, un ingenuo teatrante, gira in lungo e in largo la penisola, come cantastorie e clown. Naturalmente Cecco è un impenitente seduttore di leggiadre fanciulle, e alle sue mire non sfugge nemmeno la moglie di Camillo, la bella Dinda.
Inventando un sacco di storie, Cecco riesce a prendere il posto del capo comitiva Camillo nel suo talamo nuziale, godendosi le fresche grazie di Dinda fino a quando la donna non resta incinta. Giunto in una cittadina di provincia in cui l’autorità è rappresentata da uno scadente poeta, Gianni , Cecco, dopo aver ottenuto la possibilità di impiantare la compagnia e tenervi delle rappresentazioni, seduce la giovane Tessa, moglie di Gianni.
Ma il poeta è anche un furbo matricolato, con la vocazione alle beffe, anche le più atroci: riesce a far prostituire persino la madre superiora del monastero della cittadina, madre Lucrezia, costringendo la povera donna a sostituirsi alla tenutaria dello stesso. Alla fine il perfido Cecco, di beffa in beffa, convincerà Lucrezia, divenuta sua amante, ad ospitare il figlio nato dall’unione con Dinda, in attesa che il solito scemo, Camillo, non lo accolga come figlio legittimo.
Orchidea De Santis
Filmetto senza qualità particolari, infarcito dai soliti doppi e tripli sensi, con immancabile stuolo di donnine seminude e discinte raccattate per mettere in scena una pellicola incolore e insapore. Anche le due protagoniste più conosciute, Orchidea de Santis e Malisa Longo, alla fine naufragano, non per demerito loro, nella pochezza di questa stanca ripetizione del già visto sequel delle novelle boccaccesche, ancora una volta prese in pretesto per esibizioni, peraltro gradite, di ettari di tette e natiche.
Beffe licenze et amori del Decamerone segreto, un film di Walter Pisani. Con Orchidea De Santis,Malisa Longo, Patrizia Viotti, Antonella Patti, Giacomo Rizzo, Carla Mancini, Claudia Bianchi, Renzo Rinaldi
Commedia, durata 85 min. – Italia 1973.


Dado Crostarosa: Cecco
Malisa Longo: Suor Lucrezia
Giacomo Rizzo: Camillo
Orchidea De Santis: Dinda
Patrizia Viotti: Tessa
Claudia Bianchi: Fiammetta
Renzo Rinaldi: Gianni Lotteringhi
Carla Mancini: Suora
Josiane Tanzilli: Suora

Regia Giuseppe Vari
Soggetto Giovanni Boccaccio, Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Sceneggiatura Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Casa di produzione Corinzia
Fotografia Carlo Cerchio
Montaggio Manlio Camastro
Musiche Mario Bertolazzi
Scenografia Osanna Guardini






Interno di un convento
Dalla prima inquadratura, un giovane robusto che trasporta a spalle un quarto di bue destinato alle suore di un convento umbro, appare chiaro il tema di quest’opera di Borowczyk: furia iconoclasta anti religiosa, confortata dall’esposizione di preziose tazzine per il cioccolato, the e tutto il necessario per una sontuosa colazione. Un convento? Si, popolato da bellissime suore, quasi tutte di buona famiglia, probabilmente contro la loro volontà; l’interno del convento, la sua vita quotidiana, regolata dalle rigide regole della mortificazione dei desideri e dei piaceri, si mostra in tutta la sua contraddittorietà attraverso le pulsioni sessuali delle suore,
represse da una badessa che cerca disperatamente di dirigere quello che solo esternamente sembra un luogo di meditazione e preghiera. Le estasi mistiche di alcune suore fanno da contraltare ad atti di autoerotismo, relazioni saffiche e incontri con uomini esterni al convento. La naturale sessualità, repressa dalle circostanze, si esalta attraverso lettere scritte da una suora da un immaginario amante, dalla masturbazione con un fallo di legno con su un’ immagine sacra da parte di un altra, dal suono quasi orgiastico di un violino, il tutto condito da auto palpeggiamenti, sguardi al proprio corpo che pulsa per la sessualità repressa. Il convento è quindi un ricettacolo più che di vizi, di desideri carnali inespressi.
Mortificare la carne, costringere ragazze nel fiore degli anni a una vita di reclusione e di privazione di quelle che sono le necessità fisiologiche del corpo è sintomo di crudeltà. In parte, è questo il messaggio che il regista lancia, imbastendo attorno a questo tema la storia di Clara, sorpresa dalla badessa mentre è con il suo amante. Il tutto finirà nel sangue e con uno scandalo prontamente messo a tacere, come racconta la stringata nota finale, facendo riferimento anche ad un’opera di Stendhal.
Se le intenzioni di Borowczyk sono quelle della denuncia dl potere religioso capace di soffocare anche i primari istinti umani, va detto che in questo film rimangono puramente nelle intenzioni. Pur non essendo un film erotico, proprio per la mancanza di situazioni atte a generare u interesse di questo tipo, il regista punta troppo sui piaceri sessuali, quelli auto erotici delle suore, anche se va detto che non indulge mai troppo nelle scene, salvo nella già descritta sequenza della masturbazione della suora. Il film scivola lentamente, e anche in maniera abbastanza noiosa, verso la parte finale, che invece accelera troppo il ritmo, con il risultato di rendere l’opera inorganica a sfilacciata.
Certo, le immagini sono al solito raffinatissime, nel consueto stile di Borowzik, con il classico effetto flou sparato ad ogni scena. Ma il risultato finale è abbastanza deludente, e il film rimane per la maggior parte un’incompiuta. In alcuni casi l’estasi mistica delle religiose è poco credibile, e si esplicita in immagini che lasciano il dubbio, concreto, di un’attenzione voyeuristica sospetta. Ben altre per aveva girato Borowczyk per non sospettare un’operazione meramente commerciale, destinata più che ad una denuncia dell’oppressione religiosa, presente per esempio in ben altro stile nel film La bestia, ad una bassa speculazione sul solito tabù del sesso, argomento quasi principe nella produzione del regista.
Molte più ombre che luci, quindi. Anche se qualche sequenza è al solito un piccolo gioiello: le scene iniziali nel giardino sono raffinate, così come di grande impatto è l’intera sequenza del funerale della badessa con la scoperta dei cadaveri di altre due religiose. Ma non bastano a salvare il film da un’aurea mediocrità; opinione largamente condivisa dai censori, che mutilarono il film proprio da quelle che sono le scene forse più illuminanti per capire il discorso fatto dal regista. Alla fine l’esercizio di stile è apprezzabile solo in quanto tale, così come del film si possono salvare le interpretazioni di Marina Pierro e Olivia Pascal e sopratutto di Gabriella Giacobbe,
che interpreta con gran misura il personaggio della badessa Orsini, vittima sia del suo zelo religioso sia della lussuria di Suor Clara, una misurata Ligia Branice. Si segnala anche Howard Ross nel ruolo di Rodrigo Landiani e dell’ottimo Mario Maranzana in quello dello sventurato padre confessore, l’unico a non capire per intero quale sia davvero il problema delle suore, e che simboleggia la religiosità stupida e ottusa, quella che attribuisce al demonio ogni atto fatto in contrapposizione ai dettami della chiesa.
Interno di un convento,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Howard Ross, Mario Maranzana, Licia Branice, Gabriella Giacobbe, Gina Rovere, Loredana Martinez, Paola Morra, Stefania D’Amario, Olivia Pascal, Romano Puppo
Erotico, durata 95 min. – Italia 1978. –
Ligia Branice: suor Clara
Howard Ross: Rodrigo Landriani
Marina Pierro: suor Veronica
Gabriella Giacobbe: badessa Flavia Orsini
Rodolfo Dal Pra: vescovo
Loredana Martínez: suor Martina
Mario Maranzana: padre confessore
Alessandro Partexano: Silva
Regia Walerian Borowczyk
Fotografia Luciano Tovoli
Montaggio Walerian Borowczyk
Musiche Sergio Montori
Atti impuri all’italiana
Nel centro termale di Montecatini muore il vecchio medico condotto, e a sostituirlo arriva, per la felicità dei pazienti, una giovane e disinibita dottoressa. Con la presenza dell’affascinante medico in gonnella, l’ambulatorio riprende vita: da luogo sporco, polveroso, gestito dal povero e anziano ciondolo, si trasforma ben presto in punto di ritrovo di uomini e donne della cittadina.
Dagmar Lassander
La vera malattia dei pazienti sembra essere più una sorta di sessualità repressa piuttosto che una malattia organica, e Elia, la dottoressa, con i suoi metodi innovativi e anticonformisti, ben presto riscuote uno straordinario successo. La sua simpatia contagia tutti, anche il parroco, che arriva a difenderla anche in pubblico, quando la dottoressa viene attaccata da un consigliere comunale. Il parroco, spalleggiato dal sindaco, riesce ad evitare l’allontanamento della dottoressa, con buona pace di tutta la cittadina.
Elia, che soggiorna a casa del sindaco, riesce anche a facilitare le nozze della figlia dello stesso sindaco con il figlio di un accanito rivale politico dello stesso. Alla fine la disinibita dottoressa convolerà a giuste nozze con il sindaco, un donnaiolo impenitente, e in occasione di una vacanza fatta per incontrare il figlio dello stesso sindaco, si concederà anche un’avventura con lo stesso.
Atti impuri all’italiana, diretto da Oswald Bray, pseudonimo dell’italianissimo Oscar Brazzi, è il classico prodotto post metà anni settanta del filone commedia sexy all’italiana. Imbastito attorno ad una trama quasi inesistente, il film ruota sulla figura di Dagmar Lassander, al solito bella e molto disponibile nel mostrare le sue grazie; una delle scene cult del film è la passeggiata con le natiche in fuori per il paese, in seguito ad una burla fatta dal figlio del sindaco.
Il resto scorre via senza infamia e senza lode, con tutti i luoghi comuni stereotipati del paesino sessualmente represso, con contorno di bellone, in questo caso la Lassander, Stella Carnacina, la figlia del sindaco, Isabella Biagini e Cristina Minutelli, che interpreta il ruolo della domestica svampita e disponibile. Film abbastanza noioso, anzi, molto: pochi mezzi, dialoghi scontati. Maurizio Arena, il sindaco, è in palese difficoltà in un ruolo che vorrebbe essere comico, e che non richiede abilità particolari in ambito recitativo, e che invece cerca di migliorare dando spessore ad un personaggio che non ne richiede.
Una delle cose insopportabili del film è la presenza di un gruppetto di marmocchi petulanti e noiosi, che finiscono per indisporre quanti cercano di trovare un appiglio per salvare un film di per se noioso e bolso.
Atti impuri all’italiana, un film di Oswald Bray. Con Stella Carnacina, Dagmar Lassander, Maurizio Arena, Isabella Biagini, Ghigo Masino
Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.
Maurizio Arena … Gedeone
Dagmar Lassander Élia Bonvicini
Stella Carnacina Rosalba
Cristina Minutelli … Cameriera di Gedeone
Ghigo Masino … Don Firmino
Regia: Oscar Brazzi
Sceneggiatura:Oscar Brazzi
Musiche:Adalberto Bettini
Fotografia:Maurizio Gennaro
Montaggio:Giancarlo Venarucci
Alle dame del castello piace molto fare quello
Strampalata storiella che, come suggerisce perfettamente il titolo, è ambientata in un castello teutonico, popolato di dame vogliose e, pruriginose e disponibili. Nella dimora del conte Roland e di sua moglie Eugénie convergono alcuni signorotti invitati dall’anfitrione di casa; fra essi ci sono Loewensdhal, un ricco banchiere e la sua bella moglie Isabelle, oltre al solito avventuriero scarso a denari ma ricco di inventiva, Manuel,
anch’egli in graziosa compagnia. Lo scaltro Manuel approfitta subito delle grazie apertamente disponibili di Isabelle, al solito mal maritata e felicissima di far becco l’odiato marito. Il banchiere, per altro, dubita fortemente delle scarse virtù coniugali della moglie, e irrompe nelle camere della donna.
Ma quest’ultima, ovviamente scaltra come una volpe, grazie all’aiuto della padrona di casa e dell’immancabile servetta ruffiana, riuscirà a capovolgere la frittata, facendo passare il marito come adultero e finendo quindi per passare per donna tradita al cospetto di tutti, con il chiaro intento di chiedere un ricco divorzio.
Più famoso per il titolo che per altro, Alle dame del castello piace molto fare quello, distribuito anche con il titolo più esplicito di Piacere di donna, qualche anno dopo la sua uscita sul mercato tedesco, avvenuta nel 1967, ebbe un certo, marginale successo grazie alla fama ottenuta, nel frattempo, da Edwige Fenech, che in questo film si mostra spessissimo nuda, contribuendo in qualche modo a risollevare un film che altrimenti è di una modestia senza pari.
Qualche nudo (parecchi) da parte delle procaci attrici scelte dalla produzione, scenette saffiche, poche risa e tanta noia caratterizzano un film spesso inserito, a torto, nel filone decamerotico, che invece verrà inaugurato quattro anni più tardi dall’involontario apripista pasoliniano, il Decameron. Diretto da Josef Zachar, è un film davvero poco originale, che tra l’altro circola ancora in un mediocre riversaggio, e che quindi diventa di ancor più difficile lettura, visto che basa quel poco che possiede sulle grazie femminili e sui costumi. Praticamente tutti sconosciuti gli attori, il che non è una grande perdita; l’unica perdita, purtroppo, è il tempo perso nel guardarlo. Escludendo, of course, la Edwige, che da sola vale sempre il prezzo del biglietto.
Alle dame del castello piace molto fare quello, un film di Josef Zachar. Con Sieghardt Rupp, Michaela May, Angelica Ott, Gustav Knuth, Edwige Fenech
Commedia, durata 88 min. – Germania 1967


Edwige Fenech: Felicita
Gustav Knuth: uomo dei panini
Sieghardt Rupp: Manuel Da Silva
Angelica Ott: Sophie
Michaela May: Contessa Annette

Regia Joseph Zachar
Fotografia Kurt Junek
Montaggio Traude Krappl-Maas
Musiche Claude Alzner
Scenografia Kurt Nachmann
Caligola
Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola, imperatore romano, visto da Tinto Brass, da Gore Vidal e da Bob Guccione, o meglio, alla fine, visto non si sa bene da chi, come testimonia la vita cinematografica di questa pellicola, una delle più tormentate nella storia del cinema. Un film che in teoria doveva raccontare la vita e gli eccessi dell’imperatore romano che successe a Tiberio, e che alla fine si trasforma in un film che varca i labili confini tra il cinema d’autore e il cinema hard, grazie allo scempio che ne fece Bob Guccione, il produttore americano di Penthouse, che alla fine prese in mano la produzione del film, costringendo Vidal e Brass a sconfessare anche le parti da loro rispettivamente sceneggiate e dirette.
Malcom Mc Dowell, Caligola
Per rendersi conto del guazzabuglio inestricabile in cui si venne a trovare la produzione, basti pensare che ne circolarono diverse versioni, dalla più corta, quella di 105 minuti, che non contiene le scene famigerate delle varie orge. Tra tagli, censure, ripensamenti, l’opera appare quasi incomprensibile; vista nella versione integrale non si discosta poi molto da un banale film hard, in quella ridotta ci si rende conto di come sia l’eccesso la chiave di volta del film.
Adriana Asti, Ennia
La storia narra la vicenda di Caligola, partendo quando era ancora in vita Tiberio; un Tiberio dissoluto, affetto da malattie ripugnanti della pelle, e che in pratica diventa il primo maestro di Caligola, che provvederà ( falso storico) a farlo assassinare da Macro, il suo fedele pretoriano. In questa prima parte del film domina già l’eccesso, con scene forti di orge di cui si circonda Tiberio, uomini, donne e ragazzini esposti come quadro di contorno della vita quotidiana dell’imperatore, a cui fa da contraltare il saggio Nerva, che sceglierà anche lui di morire suicida. Salito al potere, Caligola mette in mostra tutta la sua ferocia; stupra una coppia di nobili al loro banchetto nuziale, poi fa assassinare il fido Macro,
Helen Mirren è la sacerdotessa Caesonia
mentre mantiene un’unione incestuosa con sua sorella Drusilla, l’unica donna che abbia poi veramente amato. La seconda parte del film indulge sulle scene più forti e al tempo stesso più lussuriose e sfrenate: Caligola, impazzito, secondo la personale visione del regista, anzi sarebbe meglio dire i registi, si dedica alle attività più folli, inclusa la decisione di far prostituire le mogli dei senatori, o quella di nominare senatore il proprio cavallo. In mezzo, la macchina mieti teste e le orge più sfrenate, la decisione di sposare Caesonia, la sacerdotessa delle vestali, che erano vergini e consacrate agli dei, e infine la pazzia totale, esplosa con la morte di Drusilla, che culmina con un atto di necrofilia. Il tutto giunge all’epilogo con la morte di Caligola, organizzata dai suoi pretoriani su istigazione dei senatori.
Da prendere con le molle o da bocciare tout court: non ci sono altre scelte possibili, per un film esagerato, kitsch, aberrante, oltraggioso. La cosa che sorprende di più è sicuramente il cast, che è di assoluto prim’ordine: c’è un diabolico, irriverente Peter O’Toole nei panni di Tiberio,Malcom Mc Dowell, il leggendario Alex di Arancia meccanica in quella di Caligola, c’è There ann Savoy, assolutamente libertina nella parte di Drusilla, Helen Mirren in quella di caesonia e ancora Adriana Asti nella parte di Ennia,
Leopoldo Trieste, John Gielgud in quella di Nerva, Uno stuolo di attori assolutamente sprecato, alla luce di quanto reso in definitiva dal film. E viene da chiedersi cosa abbiano pensato quando poi, alla fine, rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, aggiunta dopo aggiunta, si sono trovati davanti ad un film che mescola tutto l’hard possibile, depravazioni incluse.
Caligola, un film di Tinto Brass. Con Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Peter O’Toole, John Gielgud, Malcolm McDowell,Therese Ann Savoy, Donato Placido,Helen Mirren
Storico, durata 124 min. – Italia, USA 1979-1984
Malcolm McDowell: Gaio Cesare Germanico, detto Caligola
Teresa Ann Savoy: Drusilla
Guido Mannari: Macro
John Gielgud: Nerva
Peter O’Toole: Tiberio
Giancarlo Badessi: Claudio
Bruno Brive: Gemello
Adriana Asti: Ennia
Leopoldo Trieste: Charicle
Paolo Bonacelli: Cassio Cherea
John Steiner: Longino
Mirella Dangelo: Livia
Helen Mirren: Cesonia
Richard Parets: Ministro
Paula Mitchell: Subura Singer
Osiride Pevarello: Gigante
Donato Placido: Proculo
Anneka Di Lorenzo: Messalina
Lori Wagner: Agrippina
Regia Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato) e Giancarlo Lui (non accreditato)
Sceneggiatura Gore Vidal e Masolino D’Amico (versione originale)
Bob Guccione, Giancarlo Lui e Franco Rossellini (versione del 1984)
Produttore Franco Rossellini e Bob Guccione
Casa di produzione Penthouse Films International e Felix Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Nino Baragli, Russell Lloyd (non accreditato) e Enzo Micarelli (versione 1984)
Effetti speciali Franco Celli e Marcello Coccia
Musiche Paul Clemente e Renzo Rossellini (versione 1984)
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati (non accreditato)
Trucco Giuseppe Bachelli
L’opinione del Morandini
La vita forsennata, le azioni crudeli, l’incesto con la sorella Drusilla, le follie e la morte violenta di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola (12-41 d.C.), secondo l’ottica di Svetonio, lo storico più maligno e meno attendibile dei tempi greco-romani, e quella dell’americano Gore Vidal: un bambino che si trova in mano il mondo, non sa cosa farsene e vi sfoga i suoi istinti distruttivi. Girato nel ’76, montato nel ’77, sconfessato da Vidal, rinnegato da Brass, oggetto di risse e liti giudiziarie a catena, proiettato qua e là per l’Italia nel novembre del ’79, sequestrato, rimontato nel 1984 da Franco Rossellini. Impossibile stabilire quale sia l’edizione originale tra le tante di varia lunghezza (156′, 147′, 105′) distribuite nel mondo. In quella dell’84, pur purgato delle sue immagini più crude, rimane una sagra di Kitsch fantapornosadomasolatino dove la fantastoria si coniuga con il cinema delle luci rosse e quello della violenza. Con molti miliardi e il talento di Danilo Donati, scenografo e costumista, Brass s’è preso per Stroheim e, passando attraverso il Fellini – Satyricon, ha dato fiato alle trombe dell’iperbole sessuale, al gusto un po’ svaccato della provocazione, alla sua libertaria e sgangherata polemica contro il potere. Ma non mancano né frammenti suggestivi né pagine efficaci.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Indecifrabile. Momenti altissimi (formidabili la parte dedicata alla visita a Tiberio e la macchina decapitatrice) convivono con altri che suscitano perplessità (l’interminabile post-mortem di Drusilla): forse la cosa non deve stupire, perché quando si punta sull’eccesso basta un nonnulla per rovinare l’effetto. Le note traversìe l’hanno, temo, fatta qua e là da padrone. Storicamente non è attendibile (basti pensare alla qui irrisa figura di Claudio), ma certo non si è voluto fare della Storia. Le scene hard sono fatte molto bene. Invalutabile.
L’opinione di Bullseye dal sito http://www.davinotti.com
Incredibile. Se da un lato esiste il rammarico di non poter vedere il progetto originario di Brass (regista che amo molto), resta comunque la gioia per un capolavoro dell’eccesso che valica tutti i confini, dal teatro shakespeariano al cinema underground, dal kolossal-blockbuster all’exploitation più eccessiva e senza limiti, dall’hard di classe al cinema d’autore. Un viaggio indimenticabile nell’eccesso con reminescenze fellinian-viscontiane. Solo negli anni Settanta si potevano realizzare film così. Capolavoro.
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Devo rivedere il giudizio sul film visto finalmente in versione integrale di 155 minuti dvd Minerva.Sconclusionato fino all’eccesso ma terribilmente pulp….c’e’ di tutto …evirazioni,orgasmi,scene hard,pissing,violenze di ogni tipo ….tutto quello che un pazzo come Caligola gli passava per la mente e interpretato in modo “divino” da Malcolm McDowell.Scenografie e recitazioni teatrali e sicuramente assieme a quello di Joe D’Amato (comunque diverso) sono le migliori versioni “trash” dei vari e numerosi Caligola.Insomma c’e’ di che da divertirsi per gli amanti del genere….gli altri si astengano.
L’opinione di elly dal sito http://www.filmscoop.it
CALIGULA: la pellicola più scandalosa e controversa mai fatta prima del 1979 e che ancora oggi ha il suo grande effetto sul pubblico, un kolossal italiano di tutto rispetto, un capolavoro del genere!
Angosciante, macabro, grottesco, a volte davvero ripugnante e vomitevole trova la sua massima espressione nei PP delle parti intime, nelle angoscianti penetrazioni e sverginazioni, nei delicati tocchi e nelle malformazioni fisiche, nelle orge e nell’arte del fellatio ambientato in una monumentale ricostruzione dell’antica Roma con bellissimi costumi e una fotografia stupenda.
CALIGULA ricorda vagamente FELLINI SATYRICON, non è un caso che il direttore artistico sia Danilo Donati che fa di questo film una sublime creazione, come detto in precedenza la fotografia, le scenografie, i costumi, sono di una bellezza unica, dove si scorge anche nel più piccolo (decori, accessori,) una grande manodopera e un magnifico accostamento tra buon gusto, arte e colori.
Ma forse quello che colpisce di più oltre a tutti gli aspetti visivi e cinematografici è il cast, un grandissimo cast composto da O’toole, Mirren, Gielgud, ma quello che di certo eccede è Mcdowell a dir poco fantastico. Mcdowell, già affermato in ARANCIA MECCANICA, meriterebbe l’oscar per questa sua splendida prova e invece l’elite critica se n’è semplicemente sbattuta. Il ruolo che gli deve tanto “riconoscimento” è quello di Caligula, folle, infantile, immorale, portato all’autocompiacimento, tiranno, amante dell’endoismo, espressioni e sguardi che non dimenticheremo facilmente come lo stesso personaggio e quella danza imbarazzante che lo accompagna per tutto il film. Caligula in sè è un personaggio capriccioso, perverso, che si diverte nel far giustiziare chi gli sta attorno, ma in un certo senso Drusilla, la sorella di cui è innamorato profondamente, lo tiene buono. E sarà proprio al momento della morte di Drusilla che Caligula andrà fuori di testa definitivamente, anche se nella sua pazzia ad un certo punto riesce a intravedere la verità: il mondo che lo circonda gli appare per ciò che è, e cioè un mondo malato, fatto di nobili annoiati e pervertiti, dove il buon senso è ucciso dall’istinto umano. Anche se a pensarci bene ognuno di noi ha un Caligula dentro di sè, tutti noi abbiamo una certa mostruosità pari al suo livello, capita che i nostri sogni rispecchino questo stile di vita, in fondo non siamo così diversi, l’unica cosa diversa è che noi, a differenza sua, sopprimiamo i nostri istinti per svariate ragioni.
Di scene da raccontare c’è ne sarebbero a bizzeffe, ma forse quella che merita un piccolo spazio è una di quelle che furono censurate negli USA nella seconda versione già censurata in precedenza e che nella versione completa è stata diretta da Guccione e da Lui, la scena delle lesbiche che fu tra l’altro la consacrazione di due grandi attrici del genere e non: Anneka Di Lorenzo e Lori Wagner. In effetti è veramente erotica, tendente al met-art direi, però arte questa è e non andrebbe affatto toccata!
Nel film viene trattata la sessualità così come la vediamo, così com’è non solo perché Brass ha voluto spingersi sull’erotico ma anche perché il piacere sessuale così come lo intendiamo noi e come lo hanno inteso molte culture di tutti i tempi non è lo stesso che percepivano gli antichi greci. Per loro non esisteva maschio e femmina, i due erano una cosa sola o meglio strumenti materiali per la ricerca di un piacere, da quello più frivolo a quello più febbrile, nell’antichità quelli che noi oggi cataloghiamo come eterosessuali, omosessuali, “trans”, travestiti, ermafroditi, non esistevano, non c’era questa distinzione, erano tutti bisessuali, questo probabilmente trova la sua origine dal teatro che ha tutto quel processo dietro (il travestimento, la catarsi). Sinceramente mi è dispiaciuto che questo modo di pensare e di vivere si sia perso, catalogare le persone per quello l’orientamento sessuale (come se scegliere chi scoparsi fosse na religione!) e il modo in cui si raggiunge il piacere (scambisti, sadomaso, misstress, orge, menate a trois, feticisti,..) significa assopire l’istinto dell’uomo non per ragione ma per religione, infatti il perché questo endoismo greco-latino sia finito è molto semplice: la sua fine è avvenuta quando la religione cristiana ha conquistato l’europa, la sostituzione del profano con il sacro, e guardate un po’, si torna al discorso teatro!
La pellicola non è solo un film erotico che vuole impressionare ma ha anche momenti abbastanza drammatici, che staccano per alcuni minuti l’atmosfera del film, come per esempio la scena dove la sorella del protagonista muore o in quella finale dove sua figlia viene uccisa sbattendole la testa sui gradini con un colpo secco, i corpi che rotolano giù dalla gradinata insieme al sangue lavato con l’acqua con estrema indifferenza, il cavallo bianco, a cui era tanto affezionato, nitrisce e un PP del suo volto, con quegli occhi azzurri senza vita danno un loro particolare senso di drammaticità, forse un senso di tristezza, pena per questo povero uomo.
Ascesa e decadimento di un personaggio storico, film chiave nella filmografia brassiana in quanto segna l’inizio di un nuovo Tinto che fa all-in d’ora in avanti sull’erotismo lasciandosi alle spalle il tanto amato e splendido periodo anarchico-surreale.
Il corpo della ragassa
Rivisitazione in chiave maliziosa del Pigmalione di Shaw. Teresa, o Tirisin, come la chiamano il padre e il fidanzato, è una bella ragazza, rozza e sempliciotta, che aiuta suo padre Pasquale nel lavoro di spalare sabbia dalle rive del Po. Un giorno, mentre è in città con il carretto di suo padre, viene notata dal dottor Ulderico; la ragazza, che il padre ha portato con se per inserirla, se possibile, tra le “lavoranti” della casa di piacere Grotta azzurra entra così a servizio del dottore, che, complice la governante di casa Caterina, la istruisce da cima a fondo, insegnandole portamento, come sedere a tavola, a fare conversazione.
Enrico Maria Salerno
In pratica, anche se con molta malizia, la rende più femminile ed attraente. La ragazza impara velocemente, e decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Dopo aver fatto amicizia con Cecchina, una delle frequentatrici della Grotta azzurra, Tirisin fa capire al suo maturo pigmalione di essere incinta. Quando il dottore le propone l’aborto, Tirisin lo abbandona per entrare a servizio di una coppia di amici dello stesso. L’uomo, incurante dell’eventuale scandalo, la riprende con se, e propone alla ragazza di sposarlo. Tirisin decide di accettare, ma durante il primo, lungo amplesso, il cuore del libertino Ulderico cede di schianto.
Rimasta vedova e sopratutto ricca, Tirisin, con l’aiuto e la complicità di Cecchina, decide di acquistare una catena di case chiuse. Ma la cosa si rivela una pessima idea e un pessimo affare; la legge Merlin, approvata in quei giorni, chiude per sempre le case di tolleranza, e alle due sfortunate socie altro non resta da fare che offrire una memorabile giornata ai maschi della città.
Il corpo della ragassa, film del 1979 di Pasquale Festa Campanile, tratto dal soggetto omonimo del giornalista Gianni Brer, con sceneggiatura di Ottavio Jemma e Enrico Oldoini, è un film in bilico tra la vicenda boccaccesca e la farsa. Giocato visivamente sulle grazie di Lilli Carati e sulla solita ottima interpretazione di Enrico Maria Salerno, il film scivola leggero e impalpabile su un canovaccio tutto sommato abbastanza deja vu, anche se non privo di momenti felici. La storia del Pigmalione che istruisce la belloccia grezza e ignorante aveva già avuto delle rappresentazioni, in passato.
Festa Campanile privilegia l’ironia, affidando a Montagnani, a Salerno e alla Carati il compito di alleggerire il tutto, con alterni e discordanti risultati. E’ in realtà l’erotismo il vero protagonista della storia, l’erotismo dapprima ingenuo, e poi sfrontato che Tirisin adopera per circuire il suo maturo insegnante, finendo, al solito, per superare il maestro. Il finale è in linea con il racconto; è un finale sarcastico, e non ci so poteva aspettare altro. Da segnalare anche le presenze della bravissima Elsa Vazzoler nei panni di Caterina, di Marisa Belli in quelli di Cecchina e di Giuliana Calandra in quelli di Laura. Al soggetto collaborò il regista Lattuada.
ll corpo della ragassa, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Enrico Maria Salerno, Lilli Carati, Renzo Montagnani, Elsa Vazzoler, Marisa Belli, Clara Colosimo, Giuliana Calandra
Commedia, durata 104 min. – Italia 1979
Lilli Carati: Teresa Aguzzi, “Tirisìn”
Enrico Maria Salerno: Professor Ulderico Quario
Marisa Belli: Cecchina
Elsa Vazzoler: Caterina
Nino Bignamini: Erminio Alvarini
Clara Colosimo: Procurer
Giuliana Calandra: Laura Marengo
Gino Pernice: Giovanni
Renzo Montagnani: Pasquale Aguzzi
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Alberto Lattuada
Enrico Oldoini
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Enrico Oldoini
Produttore Luigi De Laurentiis e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Filmauro
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri
La bestia
Il Marchese Pierre de L’Esperance ha un figlio, Mathurin, che vuol dare in sposo alla giovane Lucy Broadhurst, ricca ereditiera americana; Mathurin è un giovane strano, attratto solo dai suoi cavalli, timido e impacciato; il padre, il nobile Pierre, conta su di lui per rinforzare le sue esauste finanze. Il Marchese si mobilita per dare un tocco di nobiltà al matrimonio, e per fare ciò contatta il cardinale de Balo per celebrare il matrimonio. Ma la sua decisione viene osteggiata dal fratello del porporato, Remondello de Balo, deciso ad opporsi alle nozze con tutte le sue forze. Remondello, costretto a vivere su una sedia a rotelle, viene però dapprima ricattato da Pierre, e dopo aver fatto una telefonata al porporato, per convincerlo a venire a celebrare le nozze, viene ucciso da Pierre.
Nel frattempo nel castello dei L’Esperance arriva Lucy con la sua governante; la ragazza, di notte, inizia a sognare Romilda, antenata dei L’Esperance vissuta due secoli prima. La donna un giorno era stata violentata ( con molta partecipazione personale) da una mostruosa creatura, e la giovane Lucy rivive tutte le scene dell’avventura. Al suo risveglio, eccitata, Lucy si reca nuda da Mathurin, e scopre che il giovane è morto.
Il cadavere di Mathurin viene composto in sala da pranzo, ma la governante di Lucy, curiosa, si avvicina, lo denuda e scopre con orrore che Mathurin aveva la cosa e parte del corpo coperto di peli. In preda al terrore, le due done, scarmigliate, fuggono dal castello. La trama di La bestia, film di Walerian Borowczyk alla fine è solo un pretesto per un attacco ironico, e allo stesso tempo sarcastico, alle convenzioni sociali, alla religione e perchè no, alle fobie del sesso. Le frequenti inquadrature degli accoppiamenti tra cavalli, le scene di zoofilia tra la bestia e la nobile Romilda, dapprima spaventata e in seguito partecipe dell’accoppiamento, altro non sono che una demitizzazione del sesso.
Così come evidente è l’attacco anticlericale del regista, che sottolinea perfidamente la tendenza pedofila del sacerdote che arriva nel castello di L’Esperance, oltre che porre in una luce decisamente squallida sia il cardinale che il suo accompagnatore, attraverso dialoghi che ad un certo punto diventano surreali. Al solito Borowczik privilegia l’atmosfera e la fotografia, immergendo il film in un’atmosfera sospesa tra realtà e sogno: è sogno quello di Lucy, il vedere come nella realtà gli accoppiamenti tra la bestia e Romilda, che causeranno la morte della bestia stessa, consumata dai troppi orgasmi, o è un rivivere le scene avvenute 200 anni prima, questa volta con l’erede dei L’Esperance, il giovane e malinconico, oltre che tendenzialmente stupido Mathurin?
Le musiche di Scarlatti, che sottolineano i passaggi cruciali del film suonano beffarde, scandiscono i momenti salienti del film, ironiche e quasi barocche, dando al tutto un tocco di lievità in contrasto stridente con l’atmosfera del film. Le scene erotiche, davvero forti, si contrappongono in maniera determinante all’atmosfera di cupo perbenismo dei protagonisti, con il loro carico gioioso di lussuria, opposta, per esempio, alla fozata castità del sacerdote ( solo teorica, perchè il regista lascia capire che è solo una facciata).
L’eros opposto al perbenismo, la promiscuità sessuale come liberazione, l’istinto profondamente animale che alberga in noi, come evidenziato dal compiacimento erotico di Romilda, e in qualche modo anche di lucy, che risvegliandosi dal sogno si masturberà vogliosamente con una rosa rossa. Sono alcune delle chiavi di lettura del film, una storia che potremmo condensare come una moderna rielaborazione del classico La bella e la bestia, alla sua uscita suscitò scandalo, tanto da essere vietato in diverse nazioni. Un errore colossale, perchè siamo di fronte ad un film che non ha nulla di morboso, ma anzi, al contrario, è un inno alla liberazione sessuale.
Quello che probabilmente scandalizzò, all’epoca, non furono tanto gli amplessi di romilda o le scene erotiche di Lucy, quanto il messaggio, apertamente scomodo e anticlericale, del regista. Un atteggiamento che Borowczyk ha replicato in tutti i suoi film, da Tre donne immorali ai Racconti immorali, da Immagini di un convento a Storia di un peccato. La critica riservò un’accoglienza assolutamente variegata alla pellicola: vituperato, condannato, ma allo stesso tempo esaltato e indicato come un genio, Borowczyk si vide sottoposto a processi di ogni genere, e non soltanto metaforicamente.
Per quanto riguarda il resto del film, da sottolineare, al solito, la cura del regista per i dettagli, per la fotografia e per le musiche. La parte di Romilda venne ricoperta dalla giovane Sirpa Lane, bravissima, che purtroppo in seguito non ebbe molta fortuna, finendo per morire nel 1999 di Aids.La parte di Lucy è interpretata da Lisbeth Hummel, attrice danese, che non combinò più nulla di buono in carriera, anzi, finì sul set di un film che trattava il tema della bestialità, La bella e la bestia, con l’evidente intento di sfruttare l’onda lunga del successo del film di Borowczyk.
Da segnalare anche Pascale Rivault:, nel ruolo di Clarissa, parente dei L’Esperance, figura minore che nel film si trastulla, senza riuscire a consumare, con un dotato servitore di colore.
La bestia, un film di Walerian Borowczyk. Con Lisbeth Hummel, Sirpa Lane, Elizabeth Kaza, Pierre Benedetti, Guy Tréjan Titolo originale La bête. Erotico, durata 104 (96) min. – Francia 1975.
Sirpa Lane: Romilda de l’Espérance
Pierre Benedetti: Mathurin de l’Espérance
Guy Tréjan: Marchese Pierre de l’Espérance
Marcel Dalio: Duca Rammendelo De Balo
Lisbeth Hummel: Lucy Broadhurst
Elisabeth Kaza: Virginia Broadhurst
Jean Martinelli: Cardinale Giuseppe de Balo
Pascale Rivault: Clarissa de l’Espérance
Hassan Falle: Ifany
Roland Armontel: Il curato
Robert Capia: Roberto Capia
Marie Testanière: Marie
Stéphane Testanière: Stéphane
Regia Walerian Borowczyk
Soggetto Walerian Borowczyk
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Produttore Anatole Dauman
Casa di produzione Argos Films
Fotografia Bernard Daillencourt, Marcel Grignon
Montaggio Walerian Borowczyk, Henri Colpi
Musiche Domenico Scarlatti
Scenografia Jacques D’Ovidio
Costumi Piet Bolscher
Trucco Odette Berroyer
La Venexiana
Ennesimo film con ambientazione veneziana, come del resto recita il titolo, preso alla lettera da un romanzo scritto in dialetto veneziano nel 1500, non ancora attribuito con certezza. Un romanzo allegro, ridanciano e divertito, scopertamente erotico sia come tematica sia come situazioni. Jules, gentiluomo straniero, approda nella città lagunare durante la locale festa del Ringraziamento; qui conosce Bernardo, gondoliere, che scarrozza l’affascinante ospite attraverso una Venezia che appare da dubito sotto una luce libertina. Il gondoliere, oltre ad illustrare le meraviglie di Venezia, decanta la bellezza delle donne locali, prospettando al giovane la possibilità di avere molte avventure galanti.
Il giovane viene immediatamente notato da due donne; la prima, Angela, è una vedova, ancora piacente e affascinante, mentre l’altra, Valeria, è una donna dai robusti appetiti sessuali, essendo giovane e maritata ad un uomo che è sempre assente per lavoro. La furba Valeria sguinzaglia la sua cameriera personale Oria sulle tracce del giovane, riuscendo a carpire al giovane la promessa di u incontro notturno con la sua padrona. Così, la sera, Jules accompagnato da Bernardo conosce Angela, e bruciato da cocente passione la ama per tutta la notte, mentre il buon Bernardo si consola tra le braccia di una corpulenta fantesca.
Monica Guerritore
Il tour de force di Jules continua, perchè Valeria, incapricciata del giovane, non demorde, riesce a convocarlo a casa sua, dopo essere andata personalmente di notte in giro per le calli veneziane vestita da cavaliere a cercarlo. Così il fortunato Jules si gode anche le grazie della bella Valeria; il tutto però arriva alla fine con il rientro in città del marito della donna, così Jules, appagato e soddisfatto, probabilmente anche un tantino sollevato, può ripartire dalla città lagunare.

Jason Connery e Laura Antonelli
Del romanzo libertino e ridanciano dell’anonimo veneziano resta poco; l’atmosfera di peccato, di erotismo diffuso rimane, nelle intenzioni del regista Bolognini, tutto nelle intenzioni, e si trasforma quasi in un dramma, quindi lontano anni luce dall’atmosfera pagana e divertita del romanzo stesso. Il regista, pur usando la sua patinata fotografia, la sua classica ambientazione curata, cerca di puntare qualcosa sulle psicologie dei personaggi, ma incappa prima di tutto in un errore clamoroso, scritturando per il film Jason Connery, figlio del grande Sean, assolutamente inespressivo e assolutamente inadatto alla recitazione.
Si salvano le due protagoniste femminili, Laura Antonelli, ormai avviata al tramonto, comunque in grado di tenere dignitosamente la scena e la giovane Monica Guerritore, forse più a suo agio nei panni (svestiti) della moglie insoddisfatta. Da ricordare anche la presenza di Claudio Amendola nei panni del gaudente Bernardo, il gondoliere. Un film francamente deludente, immerso in un erotismo patinato, con fosche tinte e colori, quasi più vicino al drammatico che al godereccio leif motiv del romanzo, che alla fine toglie al tutto quel sapore di festa pagana dell’Eros che Bolognini non ha voluto riprendere.
La Venexiana, un film di Mauro Bolognini. Con Jason Connery, Laura Antonelli, Monica Guerritore, Annie Belle, Stefano Davanzati, Claudio Amendola, Clelia Rondinella, Monica Guerritore
Erotico, durata 125 min. – Italia 1985.
Laura Antonelli: Angela
Monica Guerritore: Valeria
Jason Connery: Jules
Clelia Rondinella: Nena
Claudio Amendola: Bernardo
Cristina Noci: Oria
Regia Mauro Bolognini
Soggetto dalla commedia di anonimo La Venexiana
Sceneggiatura Massimo Franciosa
Produttore Ciro Ippolito
Casa di produzione Lux International
Musiche Ennio Morricone


































































































































































































































































