Cane di paglia
Il professor David Summer, neo vincitore di una borsa di studio per i suoi studi matematici si reca con la giovane moglie Amy in un piccolo paese di una contea inglese in Cornovaglia del quale la moglie è originaria.
Il giovane professore di indole mite, stenta da subito ad entrare in confidenza con gli abitanti del luogo, anche perchè distratto dai suoi studi mentre sua moglie, che non è tornata volentieri nel paese che l’ha vista nascere ben presto si annoia.
Durante i lavori di ristrutturazione della casa, Amy si mostra in topless ai lavoranti che tra l’altro sono le persone meno affidabili del paese.

Dustin Hoffman interpreta il professor David Summer
Ben presto gli uomini, complice anche la distrazione di David, arrogantemente iniziano a mostrare pericolose mire sulla moglie di David arrivando a minacciare la pricacy della coppia.
Il gruppo infatti penetra nella casa di David e Amy e dopo aver ammazzato la gatta di casa, la appendono per il collo nell’armadio della donna.
Nonostante la moglie protesti per la mancanza di reazione di David davanti ai soprusi, quest’ultimo non reagisce limitandosi ad andare a caccia con loro, attirandosi così il profondo disprezzo della moglie.
Durante la battuta di caccia, i teppisti lasciano solo David e si recano a casa sua, dove violentano la troppo disponibile Amy.

Susan George è Amy, la moglie di David
La donna però decide di non raccontare l’accaduto al marito; le cose cambiano drammaticamente quando, durante una festa, Henry Niles abitante del posto con alcune turbe psichiche uccide involontariamente la giovanissima Sally.
Henry fugge sconvolto e finisce per essere quasi investito da David, che lo carica in macchina e lo porta a casa, deciso a soccorrerlo.

David Warner è Henry, l’assassino
Nel frattempo, scoperto l’accaduto, il gruppo di prepotenti raggiunge casa di David decisi a farsi giustizia da soli.
Qui però incontrano il netto rifiuto dell’uomo, che da quel momento difende strenuamente l’ospite, battendosi come una furia per garantirne il diritto ad essere giudicato dalla legge….
Cane di paglia, diretto da Sam Peckinpah nel 1971 su riduzione del romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon Williams è uno dei più controversi film del regista californiano e dell’intero decennio settanta.
Un film in cui la forte tematica di fondo, i rapporti tra gli individui cosidetti normali e la violenza, il sopruso e la prevaricazione, la trasformazione da cane di paglia in vendicatore dei torti subiti e in difensore dei valori venne vista in un’ottica di estrema misoginia da parte del regista.
Se vogliamo un fondo di verità in tutto ciò c’è; Peckinpah utilizza la violenza per mostrare come nell’individuo esista una forma di auto difesa estrema che lo porta, in condizioni particolari, a ribellarsi a tutto ciò che metta in pericolo il suo piccolo universo.
E a fare quindi uso della violenza per combatterne una forma subdola, che vuole e può annichilirne i diritti inalienabili.
Cane di paglia, aldilà del suo messaggio più o meno condivisibile sul teorema individuo/violenza “genetica”, è un film molto cupo, girato con mano assolutamente ferma e con uno sguardo cinico e misogino da parte di un regista abituato a portare sullo schermo una violenza che sembra l’espressione di un rituale tribale del quale l’umanità non ha ancora imparato a fare a meno.
Se nel 1969 il mondo aveva imparato a conoscere la parte estrema della violenza attraverso il capolavoro del regista, Il mucchio selvaggio, nel 1971 impara a conoscere una nuova forma di violenza, più subdola e più individuale.
Quella sull’individuo mite, tranquillo, impersonato da David; un uomo che in fondo sarebbe invisibile e che altro non chiede che di poter vivere la sua vita da studioso, immerso nella matematica, in quel mondo di numeri retto da regole precise e ordinate.
Una violenza che costringe David a trasformarsi completamente, a diventare l’esatto opposto del cane di paglia a cui tutto si può fare.
Il bisogno trasforma David in un essere primordiale, in cui l’istinto oscura quasi completamente la ragione, anche se proprio la ragione verrà in aiuto del timido professore, ispirandogli le forme migliori di difesa.
Non esistono quindi i cani di paglia, esistono solo dei cani dormienti, pronti a svegliarsi quando le cose precipitano e vengono messi in discussione i loro valori.
Peckinpah va oltre, caratterizzando in negativo i personaggi del film, tra i quali spicca Amy, moglie del professore, una donna mal assortita in coppia con il tranquillo David, civettuola e in fondo anche un tantino sciocca e vanesia.
Il film è diviso nettamente in due parti; una prima parte descrittiva, introduttiva, nel quale vediamo l’avvicinarsi della tempesta segnalato dai numerosi atti vigliacchi del gruppo di teppisti e assistiamo contemporaneamente al comportamento ignavo di David, che sacrifica orgoglio e dignità al suo desiderio di vivere tranquillo.
La seconda è un crescendo rossiniano; l’uomo impara a difendere i suoi valori, la sua casa e perchè no, quella donna che lo disprezza e che non vorrebbe farsi coinvolgere, anzi, che chiede esplicitamente a David di consegnare Henry al gruppo di teppisti e ubriachi che li assediano.
Il finale è una drammatica esclation che mostra la metamorfosi di David fino alle estreme conseguenze.
La parte di David è affidata ad un Dustin Hofman che veniva dalle spettacolose performance di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e da Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn; l’attore americano si conferma come uno dei più grandi attori tra le nuove leve e consegna alla storia del cinema una recitazione asciutta, rigorosa e impeccabile del professor David.
L’attore cura il personaggio nei minimi particolari, fornendo una prova maiuscola attraverso l’interpretazione di David caratterizzata dalla debolezza del carattere dello stesso fino alla resurrezione ( o involuzione?) finale.
Bene anche Susan George e bene Peter Vaughan.
Cane di paglia, come Arancia meccanica, uscito più o meno nello stesso periodo, sono due facce di una stessa medaglia:
la società violenta, nichlista di Kubrick è formata anche da tanti individui come il David di Peckinpah. Il discorso sociale della violenza come affermazione dell’individuo non è altro che la punta dell’iceberg, alla base del quale c’è David e tutti quelli come lui, i cani di paglia con i quali però, è meglio non scherzare troppo.
Cane di paglia, un film di Sam Peckinpah. Con Dustin Hoffman, Peter Vaughan, David Warner, Susan George Titolo originale Straw Dogs. Drammatico, durata 118 (113) min. – USA 1971.
Dustin Hoffman David Summer
Susan George Amy Sumner
Peter Vaughan Tom Hedden
T.P. McKenna Major John Scott
David Warner Henry Niles
Del Henney Venner
Jim Norton: Chris Cawsey
Donald Webster: Riddaway
Ken Hutchison Scott
Sally Thomsett: Janice Hedden
Peter Arne: John Niles
Len Jones Bobby Hedden
Michael Mundell Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland: Rev. Barney Hood
Regia Sam Peckinpah
Soggetto Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher’s Farm)
Sceneggiatura Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Produttore Daniel Melnick
Fotografia John Coquillon
Effetti speciali John Richardson
Musiche Jerry Fielding
Scenografia Ray Simm
Costumi Tiny Nicholls
Trucco Harry Frampton
Ferruccio Amendola: David Summer
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood
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Misogino, visto che le uniche due donne veramente presenti fanno entrambe una pessima figura. Rappresentazione di come i buoni sopportino, sopportino e sopportino, ma quando esplodono… Buon film (giudicato di destra da miopi e cisposi dell’epoca: al di là dell’ovvio fatto che si può fare un buon film di destra, questo è tutt’altra cosa), ma resta lontano dal capolavoro per un’eccessiva lentezza iniziale (per preparare bastava meno tempo: così tedia) e per la troppo calcata caratterizzazione del personaggio principale, che scade troppo da imbelle a imbecille. ***
Basato sul discutibile concetto morale dell'”occhio per occhio” e della difesa (a tutti i costi) del proprio territorio, il film di Sam Peckinpah vale sopratutto per la caratterizzazione (abilmente effettuata dalla sceneggiatura) del protagonista, classico uomo qualunque, anzi un tantino banale, che subisce una profonda trasformazione che culmina in un’escalation di violenza. Ottima la regia che riesce a creare un crescendo di tensione anche grazie all’ottima interpretazione di Dustin Hoffman.
Notevolissima incursione di Sam Peckinpah nel dramma a forti tinte (la chiusa, con furiosa ed inattesa vendetta, ha del memorabile) supportata dalla più che convincente immedesimazione nel ruolo da parte del grande Dustin Hoffman. A suo modo può essere considerato -previa eccezione de La fontana della Vergine (1960) – un precursore (d’alto rango) del “rape & revenge”, che raggiungerà picchi di cinismo estremi in L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1975) e Non violentate Jennifer (Meir Zarchi, 1978). Finale ferocissimo, per l’epoca del girato.
Studioso si trasferisce in un villaggio dove la moglie è violentata dagli abitanti del luogo. Due ore ben realizzate di tensione psicologica in crescendo, farcita di violenza. Ma l’esaltazione della violenza (sia pure come legittima difesa), la contrapposizione tra il civilizzato colto e i rozzi e vigliacchi contadini, l’idea del territorio da difendere: tutto questo rischia di trascendere la cornice filmica per diventare discutibile paradigma etico di un comportamento naturale. Ottimo Hoffman. Ambiguo e spietato.
Straordinario e controverso film in cui Peckinpah tratta il tema a lui più caro: la violenza come sintesi di tutti i rapporti umani. Qui, infatti, essa esplode in un uomo normale e pacifico e lo fa in tutta la sua potenza e follia raggiungendo livelli di efferatezza notevoli ma comunque mai gratuiti. Incredibile il “filosofico” e caotico montaggio che si “riferisce al caos morale e materiale che domina le persone”. Assolutamente da vedere.
Discusso e discutibile nell’assunto, misogino, inevitabilmente datato nella rappresentazione della violenza (ne è passato di sangue sotto i ponti), possiede tuttavia uno spessore raro in gran parte degli epigoni, dovuto sia all’abilità del regista di costituire lentamente la tensione, sia all’interpretazione sfumata di Hoffman, mite intellettuale che si trasforma in belva per la difesa del suo territorio, a dimostrazione dell’immutabilità dell’animo umano sotto la vernice della civilizzazione. Importante più che bello.
Non certo tra le migliori opere del grande regista americano, ma pur sempre un Peckinpah movie. Ottima la prova di Dustin Hoffman, timido professorino che subisce tutto in totale silenzio ma che alla fine si trasforma letteralmente e farà valere le sue regole. Il film, che all’epoca fu molto osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato di “destra”, ha un crescendo di tensione e di violenza che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. Sicuramente la sufficienza se la porta a casa.
Grande film. Incredibilmente pessimista e disperato, parte molto lentamente per poi diventare teso a appassionante come pochi altri lungometraggi. La regia è sapiente e crea un’ottima atmosfera (ricreata grazie all’eccellente fotografia e alle belle ambientazioni) e un clima di rabbia e follia che non lascia indifferenti. La violenza è presente ma non è compiaciuta. Ottimo anche il montaggio. Grande Hoffman, bellissima la George, bravo Warner. Da non perdere.

Sesso in testa
Diana, studentessa in sociologia è arrivata al gran giorno, la tesi di laurea.
Si presenta così davanti ai suoi esaminatori che la attendono al varco, in un’aula universitaria stracolma di curiosi.
Sono tutti là per ascoltare l’argomento della tesi, che è assolutamente inusuale, ovvero il sesso, visto attraverso le abitudini degli italiani.
A tal fine Diana, per meglio documentarsi, si è prostituita raccogliendo bizzarrie e perversioni di tutti coloro che ha incontrato.
L’argomento pruriginoso ovviamente scandalizza la commissione, nella quale c’è anche un sacerdote, ma nonostante tutto, grazie anche ai buoni uffici del presidente della stessa, Diana può dibattere la sua tesi.
Così racconta i vari incontri che ha avuto, nel corso dei quali si è imbattuta; si va dalla lesbica che paga ma non consuma al mafioso che la paga per gemere di piacere mentre i suoi uomini ascoltano fino ad un onorevole beccato dalla moglie in una camera d’albergo e costretto ad assistere ad un rapporto sessuale tra lei e un cameriere dell’albergo stesso, che si fingeva omosessuale per meglio muoversi nell’ambiente equivoco.
Ancora, c’è la beffa ordita da un idraulico che fa credere a Diana di volerla pagare un mucchio di soldi mentre invece utilizza il denaro che doveva restituire alla mamma di Diana oppure un pervertito che fa interpretare a Diana la parte della figlia perchè segretamente innamorato della stessa.
Dopo la lunga esposizione delle sue avventure, Diana corona il suo sogno laureandosi a pieni voti.
Sergio Ammirata, famoso più come caratterista che come regista, dirige nel 1975 questa strana commedia sexy cercando di darle una patente di credibilità a livello documentaristico, non dimenticando però l’aspetto comico delle storie che racconta.
In effetti il film è una via di mezzo tra il documentario, vista la sua struttura ad episodi e il film comico stesso, come testimoniato da alcune gag che costellano il film.
Se il prodotto finale è un pò debole, lo si deve proprio all’equivoco generato dal regista, che cerca sempre di spacciare per verità e per realtà gli incontri della furba Diana che, con la scusa dell’inchiesta, alla fine incassa qualche soldo oltre a gratificanti incontri osè, come quello con il compaesano che la befferà clamorosamente.
Tuttavia il film non è da gettare, merito anche di qualche trovata ingegnosa e sopratutto del buon cast allestito dalla produzione; molti i caratteristi presenti, ovvero Lino Banfi che interpreta il presidente della commissione, replicando il ruolo del pugliese allupato e grammaticalmente scorretto che tanta fortuna gli diede.
Un Banfi con tanto di basettoni anni settanta che facevano commissario di pubblica sicurezza, off course; tra i protagonisti troviamo Aldo Giuffrè nei panni di uno spassoso gangster/mafioso preoccupato della sua virilità, un favoloso Tino Scotti nei panni dell’onorevole fedifrago cornificato dalla moglie sotto i suoi occhi, Didi Perego nei panni di una componente della commissione, poi ancora Oreste Lionello,Gigi Ballista,Mario Carotenuto,Toni Ucci, Gastone Pescucci…
La protagonista è Pilar Velasquez, bella in maniera eccessiva ma poco dotata dal punto di vista comico, tanto da sembrare un pesce fuor d’acqua.
Un film che ha qualche momento egregio, non eccessivamente scollacciato, ma che ebbe tuttavia qualche problema con la censura, in particolare con l’episodio della lesbica, senza tuttavia essere sequestrato.
In fondo il sesso, vero argomento del film, è trattato con leggerezza e senza gli abituali amplessi mostrati in tutte le salse, il che vale al film stesso una valutazione di sufficienza.
Sesso in testa, un film di Sergio Ammirata. Con Mario Carotenuto, Didi Perego, Pilar Velasquez, Oreste Lionello,Toni Ucci, Aldo Giuffré, Lino Banfi, Gastone Pescucci, Salvatore Billa, Ugo Fangareggi, Lorenzo Piani, Gigi Ballista, Gino Santercole, Liliana Chiari, Liana Trouché, Sergio Ammirata, Luigi Leoni
Commedia, durata 91 min. – Italia 1974.
Pilar Velázquez …Diana Tornetti
Didi Perego – Membro della commissione d’esame
Mario Carotenuto …Il commendatore incestuoso
Toni Ucci – Lanfranco Ceccarelli
Tino Scotti – Onorevole Totuccio Angeletti
Ugo Fangareggi – L’uomo di Avellino
Oreste Lionello … Epifanio
Gigi Ballista… Padre di Carletto
Gastone Pescucci …Prete
Lino Banfi … Presidente della commissione
Aldo Giuffrè …Frank Innamorato il mafioso
Sergio Ammirata … Lucio
Gino Santercole…Fidanzato di Diana
Regia: Sergio Ammirata
Sceneggiatura: Sergio Ammirata, Marino Onorati
Produzione: Armando Novelli, Rodolfo Puttignani
Musiche: Roberto Pregadio
Editing: Amedeo Giomini
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Che Di Leo non l’abbia firmato non dice tutto, perché è ancora peggio del previsto. La protagonista Pilar Velázquez, dall’angosciante inespressività, contribuisce all’affondamento. Si guarda fino in fondo solo per avere il piacere di vedere caratteristi adorabili, chiamati però a ruoli miseri. Non accreditati si riconoscono Ric e Gian (manco una battuta), Omero Capanna, Franca Scagnetti, Fernando Cerulli e (se non sbaglio, nel ruolo di Conigliaro) il fantozziano Pietro Zardini.
Una studentessa è impegnata a comporre una tesi sulla prostituzione per la laurea in psicologia. Per rendere più credibile il suo scritto si getta all’interno del giro. Curiosa pellicola caratterizzata da discreti interpreti (Giuffrè, Lionello, Carotenuto, Ballista e, ovviamente, Banfi) ma blanda nei contenuti comici, mentre presenta intermezzi erotici più spiccati (per l’epoca). Esilarante la sigla di chiusura cantata da Banfi -in stato “onirico”- mentre sogna di trovarsi nei panni di uno scolaretto sedotto da una formosa maestra.
Una tesi di laurea sulla prostituzione esposta sotto forma di brevi episodi, resi ancor più divertenti dalla partecipazione dell’allegra brigata di attori e caratteristi che attornia la bellissima Velàzquez: da Banfi, che commenta stupefatto, a Jimmy il Fenomeno in una metacinematografica epifania, passando per la Perego, Ammirata, Lionello, Giuffrè, Carotenuto, Ballista, Scotti. Il regista Fernando Di Leo compare addirittura due volte: prima in un poster accanto alle facce di Brando e Delon, poi come giornalista mentre intervista un gruppo di passeggiatrici. Rigorosamente scacciapensieri.
Non passa settimana che non lo trasmettano nelle privatine. Mi ha incuriosito l’apparizione di un sosia di Di Leo; ma è Di Leo!!! Il film è terrificante senza alcun appello. Vari sketches illustrano i racconti tratti dalla esposizione della tesi della Velasquez, inespressiva ma bella gnocca. Una specie di Decamerone miserrimo. Stravagante la battuta metacinematografica su Jimmy il fenomeno. Ad avvalorare la regia di Di Leo ci sarebbero i nomi di Franco Villa (fotografia) Ammirata e Banfi (presenti anche in Colpo in canna).
L’idea di una piacente universitaria (bellissima la Velázquez, ma troppo fredda e inespressiva per essere una protagonista) che discute una tesi sul sesso non è male come base di una commedia sexy italiana, non fosse altro che è sfruttata malissimo; con i compagni e i presenti in aula che ridacchiano inutilmente e le battute dei professori che non fanno ridere. Tra barzellette e siparietti si salva come è solito in queste commedie Banfi, ma ahimè anche lui qui non è al top (come nessuno del resto) e il finale in cui canta ha dello squallido.
Fotocopiando un modulo tipico del pornosoft italiano e tedesco primi Anni Settanta, il film mette in scena la solita studentessa “bona” impegnata nella solita ricerca scientifica “dal vivo” su prostituzione, comportamenti sessuali, perversioni e via dicendo. Il risultato è la solita deprimente farsaccia, becera e qualunquista, che non fa ridere proprio nessuno. Oltre alla bella ma insulsa Pilar Velasquez, vecchie e nuove (per i tempi) glorie si agitano senza costrutto. L’ha diretto Ammirata o Di Leo? Che importa, tanto fa pena lo stesso.
Malia, vergine e di nome Maria
Torino, anni settanta, estrema periferia della città.
Tra baracche, ladri, lavoratori e pensionati, prostitute e truffatori, la vita scorre scandita dalla miseria e dall’emarginazione sociale.
C’è chi per sopravvivere ricorre alla vendita di filtri d’amore dai dubbi risultati e chi è costretta, come Maddalena, a prostituirsi per sopravvivere e per aiutare il proprio pappa, c’è l’omosessuale di per se già discriminato dalla sua provenienza e c’è chi come la mamma di Maria, una ragazza epilettica, specula sulle capacità della ragazza di predire il futuro.
E’ un’umanità dolente e sofferente, che ha una sua fede primitiva infarcita però di riti e credenze pagane, a cui inutilmente Don Vito, il bravo parroco locale cerca di mettere un freno.
Don Vito è un prete d’altri tempi, consapevole della difficoltà di portare il suo messaggio pastorale tra gente che è costretta a vivere in condizioni sociali aberranti, ai limiti di una civiltà del benessere che ha attirato una folla di disperati dal sud con il miraggio della ricchezza.
Tutto si è invece trasformato nel trapianto da una realtà di miseria e fame ad una realtà dove è cambiata solo la geografia del paesaggio.
Tra questi emarginati, dove la sopravvivenza è davvero legata solo ad un ipotetico intervento divino, da tutti auspicato come l’unica soluzione alla squallida realtà che vivono, avviene un miracolo, o meglio, quello che la gente del posto suppone tale.
La quattordicenne Maria, durante una riunione in cui deve predire la buona sorte ai presenti, viene colta da una crisi epilettica e cade in uno stato di catalessi.
Tutti gli abitanti della borgata la credono morta incluso Don Vito che le impartisce l’estrema unzione e ne ordina i funerali.
Durante la notte la ragazza si sveglia dal coma in cui era caduta, con ovvia sorpresa di tutti, inclusa quella della mamma che la crede uno spirito malvagio.
Per gli abitanti della borgata è un miracolo, testimoniato in seguito dal fatto che la ragazza risulta essere incinta.
Poichè Maria è solo una bambina e non ha avuto rapporti sessuali con nessuno dei borgatari, ecco che tutti gridano al miracolo.

Una intensa Andrea Ferreol è Maddalena, la prostituta
Ad approfittarne è sopratutto la madre, che mette su un fiorente commercio legato al miracolo; nel frattempo Don Vito viene richiamato dalle alte sfere ecclesiastiche che lo rimproverano di non aver avuto polso nella gestione del caso, lasciando che la superstizione si impadronisse della gente del posto.
Inutilmente il prelato cerca di convincere il giudicante delle difficoltà di guidare un gregge che si affida ormai a Dio quasi come l’unica soluzione alle traversie quotidiane, attraverso una fede istintiva in cui si mescolano antichi retaggi incluse le forme più estreme di superstizione.
La vicenda tocca il culmine quando si apprende la verità sulla maternità della ragazza; il padre del nascituro altri non è che il nipote di Don Vito, ovvero Rocco, un ragazzo minorato che durante il coma della ragazza ha approfittato di lei.
Quando Don Vito svela alla borgata intera radunata davanti alla casa di Maria la verità, la gente, delusa e indignata, tenta di linciare sia la ragazza, sia Don Vito e Rocco.

Maddalena e il suo pappone interrotti nell’intimità dalle urla di Maria
Alla fine tutto si sistema; Maria abortisce e viene spedita con Rocco da una parente di Don Vito, che decide di abbandonare l’abito talare ma di restare tra la sua gente, non più come prete, ma come uomo che ne condivide il destino e la dura vita.
Malia, vergine e di nome Maria, diretto da Sergio Nasca nel 1975 è un film molto bello, addirittura eccellente, girato con mano ferma e idee chiare su una sceneggiatura assolutamente originale.
Nasca, che veniva dalla buona prova di Il saprofita, riesce a descrivere con intelligenza e indubbia capacità la vita difficile dei meridionali trapiantati, le loro condizioni di degrado morale e sociale, la difficoltà di integrazione con un mondo che non li capisce e spesso non li accetta, il loro rapporto con la religione, che diventa l’unica speranza di redenzione da un rpesente fatto di squallore e miseria.

La presunta resurrezione di Maria
Memorabile la sequenza iniziale in cui degli incaricati del comune, tutti torinesi Doc, fanno domande assurde agli abitanti per stilare il censimento degli abitanti, tipo “Quanti bagni ha”, “quali sono i suoi svaghi”, domande retoriche nella loro follia perchè rivolte ad una realtà che a mala pena riesce a racimolare di che vivere, per soddisfare solo incombenze più immediate, mangiare e avere un tetto sulla testa.
Il regista punta l’indice non solo sulle condizioni di degrado economico e materiale, ma sopratutto su quelle spirituali in cui versa l’umanità che popola la borgata; privi di riferimento, gli abitanti si affidano a quanto di peggio può esserci nell’estremo rifugio della fede, ovvero la superstizione, che finisce per condizionare pesantemente la vita di ognuno di loro.

Turi Ferro, bravissimo, è Don Vito
Il tutto mentre la chiesa, l’organo che dovrebbe occuparsi della salute delle loro anime, deputa al povero Don Vito la terribile responsabilità di “pascolare le loro anime”; e Don Vito, uomo onesto e coraggioso, si sforza inutilmente di impartire il suo messaggio, arrivando alla fine al gesto estremo di lasciare la tonaca, consapevole ormai dell’assoluta inutilità di poter modificare la situazione solo con le belle parole e i messaggi di speranza.
Il coraggioso film di Nasca coglie nel segno, dipingendo quindi un ritratto cupo, forte e vivido di una realtà scomoda, spesso accantonata.
Lo fa con un linguaggio diretto, scenograficamente ben rappresentato e ottimamamente recitato dalle sue componenti artistiche.

L’equivoco tra Maddalena e Don Vito
Seganlo quindi l’ottimo Turi Ferro nei panni del coraggioso Don Vito, la brava Andrea Ferreol in quelli della prostituta Maddalena, della ex bambina dei miracoli Cinzia De Carolis in quelli di Maria, di un insolitamente drammatico Alvaro Vitali che intrepreta Rocco e ancora una intensa Clelia Matania nel ruolo della mamma di Maria, di Leopoldo Trieste nei panni del mago Nicola e di Enzo Cannavale nei panni di Simone.

L’annuncio alla popolazione della borgata
Il film ebbe un buon successo di critica ma anche varie vicissitudini; venne accusato infatti di vilipendio della religione e di blasfemia, anto da dover modificare il titolo da Vergine e di nome Maria, in Malia.
Un atteggiamento bigotto e incredibilmente ottuso da parte di qualche magistrato che chiudeva gli occhi sulla dilagante pornografia per aprirli di colpo su un film scomodo, coraggioso e difficile, uno di quelli che aveva l’unico torto di far pensare.
Malia, vergine e di nome Maria, un film di Sergio Nasca. Con Tino Carraro, Leopoldo Trieste, Andréa Ferréol, Cinzia Carolis, Turi Ferro, Clelia Matania, Nicola Di Pinto, Renato Chiantoni, Franco Pesce, Marco Mariani, Renato Pinciroli, Dada Gallotti, Enzo Cannavale, Valentino Macchi, Sandro Dori, Marino Masé, Giancarlo Badessi, Alvaro Vitali
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1975-77.
Turi Ferro – Don Vito
Andréa Ferréol – Maddalena
Cinzia De Carolis – Maria
Alvaro Vitali – Rocco
Clelia Matania – Anna, madre di Maria
Renato Pinciroli – Giuseppe
Leopoldo Trieste – Nicola
Enzo Cannavale – Simone
Jean Louis – Luca
Sandro Dori – Matteo
Tino Carraro – Il vescovo
Giampiero Vinciguerra -Prospero
Regia Sergio Nasca
Soggetto Sergio Nasca
Sceneggiatura Sergio Nasca
Casa di produzione Cipdi
Fotografia Giuseppe Aquari
Musiche Sante Maria Romitelli
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“Coraggioso e insolito, attacca la religione tradizionale tutta dogmi e colpevole di diffondere tra il sottoproletariato ignoranza e credulità. Riuscitissima per questo l’ambientazione in una baraccopoli torinese popolata da immigrati meridionali ed emarginati, poverissimi e superstiziosi. Molto ricco il cast, in cui spiccano Turi Ferro prete concreto e perspicace, Vitali chierichetto muto, Masè coriaceo lenone, Ferreol prostituta redenta, Trieste fattucchiere capellone, Carraro viscido vescovo.
Una delle non poche rivisitazioni evangeliche in chiave moderna che il nostro cinema ci regalò negli anni ’70. Il film, che vanta un ottimo cast, mi è piaciuto nonostante qualche forzatura, in virtù di una regìa che ha evitato gli scivoloni nel ridicolo ed anche di un finale spiazzante e perfettamente logico. La De Carolis, enfant prodige del nostro cinema finita poi nell’erotico, è già piuttosto disturbante a 15 anni.
Sfolgorante opera del sottovalutato Sergio Nasca, che aiutato da un ottimo cast prende brillantemente di petto le ambiguità della Chiesa, l’ignoranza e la bassezza del sottoproletariato e l’avidità disumana del capitale, in un ritratto grottesco ma azzeccato, duro e mai consolatorio, di un’Italia non così dissimile da quella odierna. Bene Turi Ferro, Alvaro Vitali giustifica l’impegnativa etichetta di attore felliniano.
Interessante e originale, capace di mettere il dito nella piaga (e infatti subì un sequestro da parte della censura cattolica). Sbagliata la scelta di basare il finale non tanto sul colpo di scena, quanto sulle sue conseguenza, ma è un difetto su cui si può sorvolare. Davvero curiosi alcuni personaggi e veramente odiosa la bambina miracolosa, perfettamente impersonata da Cinzia De Carolis. Anche il resto del cast è notevole e vede come protagonista il bravo Turi Ferro. Tra gli interpreti secondari attori come Trieste, Vitali e Cannavale.
Un film classificabile come “commedia nera” ma che strizza l’occhio a situazioni pruriginose e fintamente ecclesiali (il titolo rimane piuttosto eloquente, in questo senso). “Malia” miscela riti esorcistici, commedia nera, film religioso (e nello stesso qual tempo scabroso) e si serve di un cast ricco e variopinto. Parzialmente anticipatore di alcune tematiche (meglio analizzate nel successivo Brutti sporchi e cattivi), il film di Nasca riprende l’ambientazione di borgata (ma stavolta a Torino) de Lo scopone scientifico.
Indubbiamente buono. Non lascia adito a interpretazioni, da quanto il messaggio è chiaro. La più grossa piaga è l’ignoranza, ma le istituzioni fanno di tutto per mantenerla tale, non permettendo neppure che questa povera gente si crei l’illusione di un miracolo, quando quest’ultimo è creato da usanze, superstizioni o mistificazioni ancora più dannose della cultura tradizionale. Eccellente Turi Ferro.
Alla sua uscita il film provocò un notevole scandalo, comprensibilmente, e fu sequestrato. Nasca era un regista discontinuo (vedasi il pallosissimo D’annunzio) ma capace di guizzi non indifferenti come in questo caso.”
Grazie a tutti!

Nel giorno in cui questo blog registra il massimo di visite giornaliere, con 4074 visitatori, in contemporanea registra il milionesimo visitatore. Desidero quindi ringraziare, con l’occasione, tutti quelli che giornalmente frequentano questo sito assicurandogli un costante successo, che premia in qualche modo lo sforzo che viene fatto per assicurare uno sguardo il più possibile completo sul cinema di genere degli anni che vanno dalla fine dei 60 agli inizi degli anni 90.
Grazie a tutti, quindi.
Una donna allo specchio
Mini recensione per un film su cui davvero c’è ben poco da dire. Mentre a Ivrea sta per svolgersi il tradizionale carnevale, con conseguente battaglia a colpi di arance, nella città arrivano, separatamente, Fabio e Manuela.
Lui lavora al sud, ed è arrivato nella città solo per svagarsi, lei è una bella donna, alla ricerca di evasione.
Tra i due scoppia irrefrenabile la passione, che si traduce in incontri amorosi al calor bianco; entrambi sanno che la loro storia non potrà avere un futuro, pertanto si lasciano andare all’estasi dei sensi, confessandosi reciprocamente segreti e abbandonandosi all’eros.
Arriva la fine della tre giorni, e tra i due, com’era nell’ordine delle cose stabilito all’inizio, la storia ha termine; i due si separano senza ripensamenti.
Trama scarna ed essenziale, per questo film di Paolo Quaregna, sceneggiato con Fabio Carlini, Barbara Alberti e uscito nelle sale nel 1984.
Una donna allo specchio è un film monotono, a cui è difficile riconoscere un solo merito, se non quello di aver portato sullo schermo le abbondanti forme della Sandrelli; il resto è noia allo stato puro,apparendo come un’operazione commerciale seguita al clamoroso successo del brassiano La chiave.
Se la Sandrelli ci mette la sua professionalità e la sua matura e sensuale bellezza, Marzio Honorato appare un pesce fuor d’acqua, anche in palese disagio nelle torride scene di sesso, che però di erotico hanno poco essendo glaciali come un iceberg.
I momenti migliori del film sono quelli che vedono protagonisti gli “arancieri” impegnati in una folle battaglia, gli unici che si divertono nel film.
Pellicola scarna, poco interessante, che avrebbe potuto essere girata anche in mezz’ora, vista la pochezza della trama e del resto.
Unica vera menzione di merito per la splendida colonna sonora di Gino Paoli.
Una donna allo specchio,un film di Paolo Quaregna. Con Stefania Sandrelli, Marzio Honorato, Paolo Quaregna Erotico, durata 93 min. – Italia 1984.
Stefania Sandrelli: Manuela
Marzio Honorato: Fabio

Regia Paolo Quaregna
Sceneggiatura Barbara Alberti, Fabio Carlini, Paolo Quaregna
Produttore Enzo Gallo
Casa di produzione Grandangolo Soc. Cooperativa a.r.l.
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Gino Paoli
Scenografia Elio Micheli
Costumi Vera Cozzolino
Trucco Giancarlo Marin
Anita Strindberg
Bellezza tipicamente nordica, fisico statuario, seno probabilmente rimodellato ad arte in un periodo in cui le attrici non usavano molto gli interventi addizionali sul fisico, Anita Strindberg, svedese classe 1944, è stata una delle attrici più importanti nel panorama cinematografico italiano degli anni settanta, anche se limitatamente ad un genere, il thriller, che ebbe comunque parte rilevante dell’intera produzione del periodo. Attrice di culto, per gli amanti del genere, la svedese ha esordito sugli schermi nel 1971 nel film di Duccio Tessari Forza G;
Tre immagini della Strindberg da Una lucertola con la pelle di donna
ma la sua vera scoperta cinematografica la deve a Lucio Fulci, che la volle nel film Una lucertola con la pelle di donna, primo film thriller con tematiche scabrose. Nella pellicola Anita è Julia Durer, che ha un rapporto saffico con Carol, interpretata da un altro astro nascente, Florinda Bolkan. La celebre scena girata al rallentatore, in cui simula un amplesso con la Bolkan fece scalpore, e ne impose la personalità magnetica, oltre al corpo fascinoso, all’attenzione di altri registi.


Fotogrammi tratti da Al tropico del cancro
Così, nello stesso anno, Sergio Martino le affidò il ruolo di Cleo Dupont in La coda dello scorpione, vibrante thriller girato in Grecia, nel quale Anita interpreta splendidamente il ruolo di una giornalista che si innamora di un agente delle assicurazioni, interpretato d George Hilton, che è sulle tracce di una donna sospettata di aver fatto esplodere l’aereo sul quale viaggiava il marito per incassarne l’assicurazione sulla vita. Parte da protagonista, che svolge nel migliore dei modi, tanto che anche Aldo Lado le affida un ruolo importante in Chi l’ha vista morire, ottimo thriller nel quale è Elizabeth;
La celebre sequenza di All’onorevole piacciono le donne
il film, un classico che ispirerà numerosi registi, la vede in primo piano al fianco di Adolfo Celi e di george Lazenby, la meteora che aveva interpretato James Bond in Al servizio di sua maestà. Ormai specializzata in thriller, entra nel cast di I due volti della paura, buon film di genere diretto da Tullio De Micheli nel 1972, nuovamente al fianco di Hilton, di Fernando Rey e della Paluzzi. Il film non è memorabile, ma la sua parte, quella della dottoressa Paola, moglie del professor Miguel, vale la pena di essere ricordata.

Contratto carnale
Anita Strindberg nell’ottimo Chi l’ha vista morire
Sempre nel 1972, Anita torna a lavorare con Lucio Fulci, nel graffiante e satirico All’onorevole piacciono le donne, un film nel cui cast rivaleggia in bellezza con Laura Antonelli. Nel film è protagonista della memorabile scena nella quale lei, moglie dell’ambasciatore francese, mentre è a colloquio con alti prelati vaticani, viene spogliata mentalmente dall’onorevole Puppis, il frustrato futuro presidente che sogna avventure erotiche con tutte le donne che incontra.
Con Luigi Pistilli in Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave
E’ sempre il 1972, anno chiave e fortunatissimo per la sua carriera, a vederla protagonista di un’altra pellicola culto; si tratta di Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, di Sergio Martino. Nel film è Irina, moglie dello scrittore alcolizzato Olivier, dal quale è maltrattata. Nel film avrà una relazione con la nipote di quest’ultimo, la disinibita Floriana, interpretata magistralmente da Edwige Fenech.
Nel ruolo di Greta in L’Anticristo
Chiude l’anno indimenticabile, professionalmente, il torrido Al tropico del cancro, nel quale ha una parte scabrosa, quella di Grace. Una delle scene la vede protagonista di un sogno o incubo onirico, nel quale è inseguita, nuda, da molti haitiani decisamente eccitati. Dopo un trascurabile ruolo in Partirono preti, tornarono curati, diretto da Stelvio Massi nel 1973, western senza pretese, è una delle protagoniste dello scabroso Diario segreto di un carcere femminile,
Fotogramma censurato tratto da Diario segreto di un carcere femminile (immagine tratta da un fotoromanzo)
pruriginoso film a metà strada tra il thriller e l’erotico diretto da Rino Di Silvestro, che vede nel cast uno stuolo di belle attrici, come la Senatore, Jenny Tamburi, Olga Bisera, Gabriella Giorgielli, la sfortunata Eva Czemerys e Bedi Moratti Può sembrare paradossale, ma l’abbandono dei ruoli fino ad allora interpretati nei thriller all’italiana, le costerà una perdita di popolarità. Per quanto sia dotata di una buona tecnica recitativa, qualcosa la riporta ai margini delle produzioni più importanti.
Nel film La segretaria privata di mio padre
Prigioniera di un clichè, che la vede sempre bellona e sexy, la Strindberg gira Contratto carnale, per la regia di Giorgio Bontempi; nel film è Eva, la moglie di un finanziatore senza scrupoli, interpretato da Enrico Maria Salerno. E’ un ruolo che assolve con dignità, e subito dopo, nel 1974, gira l’ennesimo thriller, questa volta per la regia di Tessari, che l’aveva fatta esordire sullo schermo. Il film è L’uomo senza memoria, nel quale è Mary, seguito da un’altra pellicola discutibile, La profanazione, di Tiziano Longo, storia morbosa di un dottore che si innamora di una suora, la convince a sciogliere i voti per scoprire poi che la ragazza è inibita sessualmente. Sempre nel 1974 è nel cast di Milano odia, la polizia non può sparare,
Milano odia, la polizia non può sparare
con un ruolo minore, così come minore è il ruolo di Greta in L’anticristo, di De Martino. La figura di Greta, amante del nobile Oderisi, amore osteggiato dalla posseduta Ippolita, la mostra nel pieno fulgore della sua bellezza. La verginella, regia di Sequi, datato 1976, mostra che l’attrice svedese non riesce più a trovare ruoli adatti alle sue caratteristiche; La segretaria privata di mio padre, regia di Laurenti, nel quale è Ingrid, amate svedese di Renzo Montagnani, sostanzialmente fallisce nel ruolo di riciclarla in parti comiche. Siamo nel periodo della commedia sexy, e i thriller ormai non vanno più di moda.
L’ultima interpretazione in Murder obsession
Così, dopo una piccola parte nel film L’inconveniente, di De Luca, Anita si eclissa. Tornerà nel 1981 con il ruolo di Glenda in Murder obsession,Follia omicida di Freda , dopo di che di lei non ci sarà più traccia. Misteriosa la sua vita dopo di allora; nessuna fonte ne parla, come se l’attrice, volutamente o no, abbia scelto di proteggere la sua vita privata dopo gli anni della fama.
Oggi soltanto i cultori del thriller all’italiana ricordano la sua bellezza forse un tantino mascolina, la sua capacità espressiva, davvero notevole e le numerose parti interpretate nella fortunata stagione del cinema italiano che andò dal 1969 al 1980.

Il tuo vizio è una stanza chiusa
Un intenso primo piano dall’ottimo Chi l’ha vista morire

La salamandra

La profanazione

L’uomo senza memoria
L’eredità della priora
Forza G
I due volti della paura

Forza ‘G’ (1971)
Una Lucertola con la pelle di donna (1971)
La salamandra (1971)
La Coda dello scorpione (1971)
Chi l’ha vista morire? (1972)
Due volti della paura (1972)
All’onorevole piacciono le donne (Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia) (1972)
Il Tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972)
Al tropico del cancro (1972
Partirono preti, tornarono… curati (1973)
Diario segreto da un carcere femminile (1973)
Contratto carnale (1973)
L’ Uomo senza memoria(1974)
La profanazione (1974)
Milano odia: la polizia non può sparare (1974)
L’anticristo (1974)
La verginella (1976)
La segretaria privata di mio padre (1976)
L’inconveniente (1976)
Murder Obsession (Follia Omicida) (1981)








Box office:i maggiori incassi di sempre
Questi sono i film che hanno incassato di più nella storia del cinema:
1 Titanic (1997) incasso: $1,845,034,188
2 Il Signore degli Anelli: Il ritorno del Re (2003) incasso: $1,118,888,979
3 Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma (2006) incasso $1,066,200,651
4 Harry Potter e la pietra filosofale (2001) incasso $976,475,550
5 Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo (2007) incasso: $960,067,162
6 Il Signore degli Anelli: Le due Torri (2002) incasso $926,287,400
7 Harry Potter e l’ordine della fenice (2007) incasso $921,307,558
8 Shrek 2 (2004) incasso $920,665,658
9 Jurassic Park (1993) incasso $914,691,118
10 Harry Potter e il calice di fuoco (2005) incasso $896,013,036
11 Spider-Man 3 (2007) incasso $892,213,036
12 Harry Potter e la camera dei segreti (2002) incasso $878,988,482
13 Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello (2001) incasso $871,368,364
14 Alla ricerca di Nemo (2003) incasso $864,625,978
15 Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith (2005) incasso $849,997,605
16 Spider-Man (2002) incasso $821,708,551
17 L’era glaciale 2: il disgelo (2006) incasso $816,969,268
18 Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004) incasso $795,541,069
19 E.T. l’extra-terrestre (1982) incasso $792,910,554
20 Il Re Leone (1994) incasso $783,841,776



































































































































































