Monica Zanchi
Monica Zanchi è nata in Svizzera, nel cantone di Berna, presumibilmente dopo il 1955; di lei mancano completamente dati biografici, per cui la sua vita pre cinematografica e il suo approccio al cinema stesso restano un mistero. In rete manca il minimo dettaglio biografico, per cui della bionda Monica si può parlare esclusivamente attraverso le 12 pellicole interpretate, nessuna tra l’altro memorabile, se si esclude il misconosciuto L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, il film di Alberto Cavallone più importante che abbia girato.

Monica Zanchi in L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio
Il suo esordio cinematografico avvenne con L’occhio dietro la parete di Giuliano Petrelli nel 1977, in un ruolo minore in un film decisamente brutto e inconsistente nonostante il cast di buon livello presente nel film; la storia dell’anziano paralitico che spia la figlia durante i suoi incontri erotici è decadente e fuori contesto, visto che ormai siamo nella parte declinante del decennio settanta.
La Zanchi appare in un ruolo subalterno rispetto alla protagonista, Olga Bisera, la scialba protagonista con Fernando Rey e John Philipp Law di questo film che di memorabile non ha davvero nulla.
Un esordio che comunque convinse Cavallone a scritturare la Zanchi nel suo citato L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, diretto nel 1977 in cui la bionda attrice svizzera ha un ruolo importante, quello di una prostituta che si muove in un ambiente surreale, la provincia italiana, ricettacolo di debolezze, di pubbliche virtù ma sopratutto di vizi privati.

Monica Zanchi in due scene tratte da Emanuelle e gli ultimi cannibali
La buona prova fornita, la spregiudicatezza con cui Monica interpreta il ruolo della prostituta convincono Giuseppe Vari, nello stesso anno, ad affidarle il ruolo di Monica, giovane e spregiudicata ragazza figlia di un commendatore lombardo nel suo Suor Emanuelle, al fianco di una svogliata Laura Gemser, molto a disagio senza il suo mentore Joe D’Amato.
Il film è sicuramente di bassa qualità, ma la Zanchi si fa notare, anche se principalmente per la sua disponibilità a interpretare ruoli scabrosi; se Suor Emanuelle non può certo essere ricordato per il suo contenuto artistico, praticamente inesistente, rimane nella memoria dello spettatore proprio per la capacità della Zanchi di esprimere con un certa abilità il personaggio di Monica, ragazza un tantino ninfomane, con indubbio talento.

Monica Zanchi con Maria Baxa in Incontri ravvicinati del quarto tipo
Emanuelle e gli ultimi cannibali di Joe D’Amato è il passo successivo; Massaccesi scrittura il tandem Zanchi-Gemser, oltre all’immancabile marito di quest’ultima, Tinti, per un film molto forte sulle avventure della fotoreporter di colore, questa volta impegnata tra i cannibali dell’Amazzonia. La Zanchi interpreta il ruolo di Isabelle, aggregata ad una coppia di cercatori di diamanti, che farà una brutta fine. Nel film Isabella/Monica si salverà da una fine atroce grazie proprio ad Emanuelle, che con uno stratagemma la salverà dai cannibali, dopo che la ragazza è stata violentata da tutta la tribù.

L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio
Ancora una volta il suo è un ruolo molto scabroso, che la vede protagonista in una parte che prevede numerose scene di nudo; l’attrice se la cava dignitosamente, anche se va ricordato ancora una volta il livello qualitativo della pellicola.
Il quinto film del 1977, l’anno più importante della sua carriera la vede come co-protagonista di Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile, un thriller assolutamente atipico nella produzione del regista; la Zanchi vi appare in una parte brevissima, in un film che ha come vera star Corinne Clery.
Nel 1978 ecco arrivare un film memorabile, ma nell’eccezione negativa del termine; si tratta dello sguaiato, incredibilmente trash Incontri molto ravvicinati del quarto tipo di Mario Gariazzo, in cui Monica è la domestica di un’astronoma fissata con gli alieni, che finirà per avere un incontro ravvicinato, naturalmente di tipo erotico, con tre buontemponi che faranno la festa alle due ingenue (ingenue?) donne.
Naturalmente si tratta di un mero espediente per mostrare nude le due protagoniste del film, la Zanchi e Maria Baxa; il film, un prodotto a bassissimo budget oggi è ricordato dalla nutrita schiera dei fans del cinema di serie z, ovvero i cultori del trash più spinto.

Un altro fotogramma tratto da Suor Emanuelle
Nel 1978 eccola sul set di Porco mondo di Sergio Bergonzelli, un thriller anomalo connotato di erotismo, che ha una sua dignità nella denuncia dello squallido sottobosco che gravita intorno alla politica; nel film la Zanchi recita accanto a Karin Well, ad Alida Valli,Arthur Kennedy,Barbara Rey e William Berger. E’ una produzione con un buon budget, ma che finirà per diventare l’ennesimo titolo circolante in due versioni, una edulcorata per il mercato nazionale ed una con inserti scabrosi per quella internazionale.
Sempre nel 1978 partecipa a quello che può definirsi l’ultimo film di rilievo che interpreta; si tratta di I peccati di una monaca – La novizia, diretto da Jaime Jesus Balcazar, che in origine si intitolava Ines de Villalonga 1870. Il film, un nunsploitation del filone conventuale, la vede protagonista nei panni di Ines, una nobile finita in convento che si illuderà di trovare l’amore in un giovane che è fratello di una sua consorella, ma che ritornerà mestamente in convento.
Il film passa inosservato così la Zanchi, dopo una piccola parte nello splendido Caro papà di Dino Risi, accanto al grande Gassman, ruolo in cui non viene nemmeno accreditata, dopo Action, il delirante affresco di Tinto Brass in cui ancora una volta ha una piccola parte, scompare quasi del tutto dallo schermo.
Ricomparirà in due piccoli ruoli in Sogni erotici di Cleopatra di Rino Di Silvestro e in Giorni felici a Clichy (Jours tranquilles à Clichy) di Claude Chabrol, uno dei film meno riusciti del grande regista francese per poi eclissarsi del tutto e scomparire dalla scena.
Da allora della Zanchi nessuno ha avuto più notizie, in modo tale che oggi solo i nostalgici di certo cinema degli anni ruggenti del cinema erotico hanno memoria di lei.
Attrice comprimaria, la Zanchi non ha trovato molto spazio nel cinema anche perchè ha esordito nel momento peggiore in assoluto per le ambizioni che probabilmente nutriva; il cinema di fine anni settanta era inesorabilmente in declino, e lo mostrano le partecipazioni della stessa attrice a film che è anche riduttivo definire di nicchia.
Sorte toccata a molte altre starlette, incapaci per propria colpa o per colpa altrui.
Incontri ravvicinati del quarto tipo
Due fotogrammi tratti da Ines De Villalonga
L’occhio dietro la parete
Sogni erotici di Cleopatra
L’occhio dietro la parete di Giuliano Petrelli (1977)
Spell (dolce mattatoio) di Alberto Cavallone (1977)
Suor Emanuelle di Giuseppe Vari (1977)
Emanuelle e gli ultimi cannibali di Joe D’Amato (1977)
Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile (1977)
Incontri molto ravvicinati del quarto tipo di Mario Gariazzo (1978)
Porco mondo di Sergio Bergonzelli (1978)
II peccati di una monaca – La novizia (Aka Inés de Villalonga 1870) di Jaime Jesús Balcázar (1979)
Caro papà di Dino Risi (1979)
Action di Tinto Brass (1980)
Sogni erotici di Cleopatra di Rino Di Silvestro (1985)
Giorni felici a Clichy (Jours tranquilles à Clichy) di Claude Chabrol (1990)
Il cinema a mollo- le dive nude sotto la doccia

Uno degli espedienti più usati in campo cinematografico per attrarre spettatori è l’utilizzo del nudo; come abbiamo già visto in un precedente articolo, molti registi hanno scelto in passato e ancora oggi, in misura minore, di mostrare le attrici protagoniste dei loro film senza veli.
C’è un posto deputato, in particolare, al nudo integrale; un posto dove ovviamente si è nudi , in cui è possibile mostrare il corpo dell’attrice in tutto il suo splendore.
Questo posto è il bagno, luogo deputato per eccellenza all’igiene intima.
Un posto che stimola adeguatamente i sensi dello spettatore, che viola un’intimità artefatta, perchè ricreata per finzione, ma che ottiene in fondo il risultato di tirar fuori il voyeur che alberga in ognuno di noi.

Eleonora Giorgi in Suggestionata
L’espediente della doccia, del bagno nella vasca hanno origini antiche nel cinema; ma se fino alla metà degli anni sessanta le attrici venivano riprese al massimo attraverso i vetri opachi di pudiche cabine o mentre facevano casti bagni in specchi d’acqua, al mare o in qualsiasi posto che prevedesse l’uso dell’acqua, dopo la seconda metà dello stesso decennio l’utilizzo di questo espediente andò man mano intensificandosi, raggiungendo l’apice con l’avvento della commedia sexy, in concomitanza anche con l’allentamento dei rigori censori.

Laura Gemser e Ely Galleani in Emanuelle nera orient reportage
Così ben presto le attrici mostrarono dapprima timidamente il seno, per poi arrivare al nudo integrale, di prammatica sotto la doccia o in una vasca; del resto, chi si sognerebbe mai di lavarsi integralmente con addosso indumenti intimi o altro?
Agli inizi le scene di nudo sotto la doccia furono funzionali al film, nel senso che le scene venivano inserite in un contesto che giustificava la loro presenza, come nel caso di Nude si muore, film del 1968 diretto da Margheriti; all’interno del film compare una sequenza in cui una delle studentesse viene aggredita e uccisa proprio mentre è intenta a farsi una doccia.La scena è molto castigata, in quanto il regista riprende l’attrice solo di schiena e parzialmente di lato.
Ma è un inizio importante, perchè viene sfatato il tabu del nudo ripreso in un momento di intimità.
Poichè la commedia sexy è ancora lontana nel tempo, i film di fine anni sessanta mostrano qualche timido segnale di apertura sopratutto in pellicole drammatiche, thriller, horror e comiche.
E’ curioso pensare che in effetti è proprio il cinema drammatico ad inserire per primo l’espediente del nudo “acquatico”; a far scuola era stato naturalmente Hitchcok, che nel film Psyco aveva girato la scena di nudo sotto la doccia più famosa di sempre, protagonista Marion alias Janet Leight uccisa da Norman Bates proprio mentre è indifesa, occupata a lavarsi.Il cinema di stampo thriller o giallo utilizza spesso questo tipo di situazioni; spesso le vittime, quasi sempre donne, vengono uccise nella vasca da bagno, o mentre sono sotto la doccia perchè sono più vulnerabili.
Funziona la sorpresa, così come funziona l’elemento dell’impossibilità a difendersi.
Alle volte ci sono anche scene abbastanza paradossali, con la vittima minacciata dall’assassino di turno che tenta, in uno strano quanto improbabile tentativo di difesa del proprio pudore, di coprirsi le parti nude, quasi che il pudore avesse il sopravvento anche sull’istinto di conservazione.

La doccia di Ilona Staller in Bali, incontro d’amore
Se negli anni sessanta questo tipo di situazioni restano sporadiche o comunque limitate a poche pellicole, con l’avvento degli anni settanta si assiste ad una crescita vertiginosa dei nudi “acquatici”, a sequenze ambientate nel luogo tabù per eccellenza, la toilette.
Lenzi, in Paranoia, fa spogliare la diva Baker; è ancora una volta un giallo, ma ben presto l’uso della macchina da presa verrà esteso a tutti gli altri generi.
In La calata dei barbari, peplum di buon livello diretto da Robert Siodmak a mostrarsi parzialmente nude in una vasca da bagno sono Sylva Koscina e Honor Blacman, l’attrice che aveva lavorato in 007 Goldfinger; è un altro tabù che cade, ben presto il nudo in vasca o sotto la doccia arriverà anche in altri generi cinematografici, come il western.
La nascita della commedia sexy e contemporaneamente del filone dei decamerotici portano ovviamente ad una sovra esposizione di docce, bagni e quant’altro.
In particolare il filone decamerotico mostra insospettabili qualità igieniche dei nostri antenati del 300; le donne sono impegnatissime a bagnarsi in stagni e specchi d’acqua, oppure in tinozze di legno o in vasche marmoree.
Anche i film mutuati dai peplum, quindi con ambientazioni in epoca romana, fanno largo uso del nudo “acquatico”; in per amore di Poppea il bagno è in una piscina colma di latte, mentre in Quel gran pezzo dell’Ubalda la Schubert si lava in una tinozza dalle doghe di legno.
Le dive e le starlette si adeguano ben presto alle richieste dei registi, e fra loro spicca Edwige Fenech, quella che un critico sarcastico definì l’attrice più pulita dello schermo, visto l’utilizzo metodico della ripresa sotto la doccia della bellissima attrice.
La Fenech si lava nel filone parentale, come nel Vizio di famiglia o in Grazie nonna, in Mia nipote la vergine oppure nel filone dei thriller all’italiana, come Lo strano vizio della signora Wardh e in Nude per l’assassino.
Bagno in tinozza per Karin Schubert in Quel gran pezzo della Ubalda
Quando in seguito la commedia sexy virerà verso il filone soldatesse, poliziotte dottoresse, la Fenech sarà ancora presente, con il suo splendido corpo inquadrato maliziosamente dal regista di turno, come in La vergine il toro e il capricorno; ma ovviamente non mancano altre attrici riprese in scene acquatico/igieniche.
Gloria Guida sarà utilizzata nello stesso modo, sia che partecipi alla serie dei film scolatici, sia a quelli della commedia sexy; si parli di La liceale, o di L’affittacamere, la doccia per la Guida è quasi un trademark; la presenza della bella e bionda attrice significa con quasi assoluta certezza la presenza di una scena acquatica.
Susan Scott in Orgasmo nero
Altre bellissime attrici scelgono di apparire in costume adamitico in film che presentano questo genere di situazioni; tra loro vanno citate la Baker, che fece il bis in Paranoia e in altri film, la Cassini,Susan Scott, che accettò di comparire nuda sotto la doccia anche in età abbastanza avanzata, come mostra in Orgasmo nero.
Poi ancora la Strindberg, Laura Antonelli, più nelle vasche da bagno o in tinozza, come nel film Mio dio come sono caduta in basso, Femi Benussi, altra attrice prodiga di nudi acquatici, sia che partecipasse a decamerotici, oppure a thriller quand’anche a film ambientati nell’epoca romana.In Cuore di mamma troviamo Carla Gravina, poi ci saranno Monica Guerritore, Lori Del Santo, Carmen Russo, la Rizzoli ecc.
In pratica in moltissimi film in bagno ci si va per lavarsi e di conseguenza per mostrare la diva di turno senza veli; in bagno ci si muore, come già ricordato, che si tratti di Cosa avete fatto a Solange o in Nude per l’assassino, ci si va anche a piangere, come la Giorgi in Nudo di donna, oppure ci si fa l’amore, situazione scabrosa in cui il regista è costretto a fare i salti mortali per non inquadrare i genitali maschili.
Oppure ci si fa dei discorsi impegnativi, come nel caso della sequenza che vede protagoniste Charlotte Rampling, vestitissima e con la sigaretta in mano e Agostina Belli, immersa nell’acqua nel film Un taxi color malva.
Ci si mangia, in vasca, mentre sotto la doccia ci si lava e basta; in vasca si muore anche per colpa di un’omicida scaltro, come in Roma bene, oppure per disgrazia, come accade a Sabina Ciuffini in Oh mia bella matrigna.

Martine Brochard in Gatti rossi in un labirinto di vetri

Olga Karlatos in Zombie 3
Insomma, la toilette allarga le sue porte alla macchina da presa, che indugia, spesso morbosamente, su corpi cosparsi di bagno schiuma, oppure lavati metodicamente con il sapone; le attrici hanno la cuffia alle volte, per non bagnare i capelli non solo per motivazioni personali.
Spesso, dopo la doccia l’attrice deve uscire, e non si può certo aspettare che faccia la sua toilette per intero, così come lavarsi i capelli provoca il rallentamento del film; molte pellicole avevano budget limitatissimi, e perdere tempo significava far levitare i costi della pellicola stessa.

Monica Guerritore in Strana la vita
L’orgia visiva delle docce durò fino a quando durò l’exploit della commedia sexy; inevitabilmente, sul finire degli anni settanta, con la crisi del cinema il fenomeno andò attenuandosi, pur rimanendo presente in molte pellicole.
Venne fatto un utilizzo più razionale dello stesso; non più docce e bagni a gogo, ma inserite in contesti più consoni, ovvero in situazioni in cui le scene fossero attigue al film, che avessero un minimo di significato per l’economia della pellicola.
Mariangela Melato in Oggetti smarriti
Il tutto in un’ottica anche di profondo cambiamento del cinema stesso; la presenza sul mercato di migliaia di pellicole hard svuotò di qualsiasi significato la doccia come espediente.
In alcune pellicole comparvero nudi maschili, in seguito amplessi anche descritti con dovizia di particolari, mentre alcuni film varcavano il confine divenuto nel frattempo labilissimo tra cinema erotico e pornografico.
In questo modo divennero obsolete le docce, con il loro carico erotico pervaso però di un certo candore.
In Vestito per uccidere Angie Dickinson appare in una celebre sequenza di autoerotismo; non era una novità, ma la mano di De Palma crea un’atmosfera morbosa, che farà scuola.
Nadia Cassini in L’assistente sociale tutto pepe
Finito il periodo d’oro della doccia, del bagno e della nudità ad essa ispirata, si ritorna all’antico, quasi che nel cinema ci sia bisogno di qualche altra frontiera per catturare l’interesse dello spettatore aldilà del fascino che questa o quella pellicola può provocare e indurre.
Ma questo, al solito, è un altro discorso.

Femi Benussi nel rarissimo La collegiale

Rosa fumetto in La vedova del trullo

Janet Agren in L’onorevole con l’amante sotto il letto
Nadia Cassini in Tutta da scoprire
Annamaria Rizzoli in Scusi,lei è normale?
Doccia di gruppo in Prigione di donne
Edwige Fenech in Lo strano vizio della signora Wardh
Ancora la Fenech in L’insegnante va in collegio…
… e in La vergine,il toro e il capricorno
Annamaria Rizzoli in La ripetente fa l’occhietto al preside
Beba Loncar in La ragazza dalla pelle di luna
Io e Caterina
Felicity
Enigma rosso
Mariangela Melato in Dimenticare Venezia
Dagmar Lassander in Classe mista
Jenny Agutter in Amore piombo e furore
Lucrezia Love in Un sussurro nel buio
L’impero dei sensi (Ecco l’impero dei sensi)
Amore e morte, Eros e Thanatos in salsa nipponica, con Eros gran protagonista e Thanatos in attesa paziente.
Il succo, l’essenza di questa opera di Nagisa Oshima è in sintesi questa; un racconto tratto da una storia vera, portato sullo schermo attraverso una visione teatrale della vicenda, con i tempi e i ritmi tipici del cinema orientale.
Nulla è risparmiato nel film, l’Eros è rappresentato in maniera visiva senza alcuna barriera, attraverso il rapporto che si instaura tra i due protagonisti, visti nei loro ossessivi, compulsivi accoppiamenti in ogni luogo e davanti a tutto, quasi che Abe e Kichi san, lei e lui, siano un universo parallelo a se stante, immersi nella quotidianità reale solo perchè non è possibile un’astrazione da essa.
Un rito ripetuto all’infinito, quello dell’accoppiamento, il sesso visto come comunicazione, come spazio intimo a se stante, che estranea i due amanti e li trasporta nel vortice, nell’impero dei sensi, prima del drammatico finale.
La storia di Abe, una ragazza con un oscuro passato di prostituzione, si mescola a quella di Kichi san, un ricco albergatore sposato con una donna sensuale; dal momento in cui Abe arriva a servizio della coppia, cambia tutto nelle vite dei protagonisti, anche se la percezione che lo spettatore ha della vicenda in realtà riguarda solo la fortissima attrazione sessuale che si stabilisce sin dall’inizio come un trait d’union tra la coppia.
Abe e Kichi scelgono di isolarsi dal mondo, per esplorare fino in fondo i loro sensi attraverso l’uso più completo dei corpi, involucri utilizzati e spinti fino al punto più estremo; Abe porta il suo amante in un alberghetto dove ripete all’infinito il gesto dell’accoppiamento, ritornando a prostituirsi con un vecchio magistrato quando i mezzi di sussistenza iniziano a mancare. L’Impero dei sensi, come recita il titolo giapponese, richiede anche questo, un estraneamento dal rapporto di coppia inteso come unione anche di anime. Per il sesso si può tradire il partner con il corpo, perchè tutto deve essere finalizzato al possesso completo dell’amante. Anche Kichi tradisce Abe per sesso, quando prende con la forza una vecchia geisha.
Ma anche questo gesto estremo fa parte del rituale che unisce i due; in un vortice continuo, inteso però solo come rappresentazione figurata della cosa, visto che i tempi sono dilatati in maniera abnorme, Abe e Kichi consumano ritualmente i loro accoppiamenti fino a quando i sensi non sono più appagati dal sesso consueto.
Così Abe, che vuole essere padrona in tutto del corpo e dell’essenza stessa dell’amante, durante un rapporto sessuale finisce per strangolare il suo amante; poi, in maniera rituale, lo evira e mette il membro virile di Kichi in una borsetta e con la massima indifferenza va a sdraiarsi nuda in un parco.
L’impero dei sensi è opera oggettivamente di grande qualità visiva ma non solo; Oshima non indugia sul sesso estremo per ragioni voyeuristiche , bensi per dare l’esatta dimensione del paradossale rapporto che si instaura nella coppia, un rapporto in cui la morbosità è solo apparente. I due si impadroniscono dei corpi unendo le anime, anche se la carnalità sembrerebbe escludere un senso di affetto profondo tra Abe e Kichi.
Ma l’unione dei corpi ad un certo punto sembra trascendere tutto, trasformandosi in una idealizzazione del rapporto stesso.
Ma se i sensi sono predominanti, quanto resta dell’amore, del complesso meccanismo che regola l’affinità e i sentimenti di coppia?
Oshima non lo dice.
Il taglio teatrale, documentaristico quasi della vicenda porta lo spettatore a scegliere una morale, ammesso che una morale ci sia, che appaghi il senso di compiutezza che ricava dal film stesso.
I dialoghi sono scarni, essenziali, la musica orientale soffusa, gli scenari tipici delle case giapponesi, le geishe, le donne che assistono con risatine di sufficienza all’exploit erotico dei due, il mendicante a cui Abe pratica una masturbazione sommaria, la vecchia geisha con le gambe piene di vene varicose, sono elementi che in teoria potrebbero disturbare lo spettatore poco avvezzo ad una rappresentazione talmente esplicita del sesso e in definitiva di una cultura cosi differente dalla nostra.
Ma in Oshima non c’è alcun compiacimento, non c’è alcun tentativo di modificare la realtà: la storia è quella, visivamente deve riportare tutto, quasi fosse la descrizione della vita sessuale di una coppia qualsiasi di capre, o per restare in ambito animale, di conigli.
Attenzione, però: gli accoppiamenti, il sesso, sono funzionali alle storie dei due protagonisti.
Il sesso è il tramite, è il mezzo, è il fine, ma è anche un’esasperazione della solitudine dell’uomo.
Attraverso di esso possiamo illuderci di controllare la persona amata, o anche la persona bramata.
L’impero dei sensi, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel 1976 ebbe immediatamente vita tormentata; il film venne pesantemente censurato e circolò pertanto in una versione sforbiciata di almeno una ventina di minuti. Venne eliminata la scena della fellatio, che tra l’altro era costata tanto a Oshima in termini di ricerca di un’attrice che fosse brava artisticamente e che accettasse un ruolo cosi scabroso, in cui i rapporti sessuali non erano simulati ma reali.
La trovò in Eiko Matsuda, che rivelò un sorprendente talento drammatico;la scena più difficile del film, la fellatio con eiaculazione praticata a Tatsuya Fuji, impassibile mentre fuma una sigaretta, è una sequenza che risulta talmente fredda da non lasciare nessun spazio alla morbosità.
In definitiva, un film simbolo di un cinema elegante, quasi algido nella sua rarefazione linguistica, in cui ci si trova immersi in una vicenda che riesce a essere appassionante e non didascalica: il finale, con Abe che non riesce più a essere appagata dal suo ormai stanco amante, sembra inviarci verso una soluzione amara della vicenda.
Anche l’erotismo deve arrendersi, trovando come unica alternativa di proseguimento la fine fisica.
Ecco l’impero dei sensi, un film di Nagisa Oshima. Con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Taiji Tonoyama, Aoi Nakajima, Meika Seri Titolo originale Ai no Corrida – L’Empire des sens. Drammatico, durata 120 (104) min. – Giappone, Francia 1976.
Eiko Matsuda: Sada Abe
Tatsuya Fuji: Kichizo Ishida
Taiji Tonoyama: vecchio mendicante
Akiko Koyama: geisha
Kanae Kobayashi: vecchia geisha
Kyoji Kokonoe: vecchio professore
Melka Seri: serva
Kazue Tomiyama: governante
Regia: Nagisa Oshima
Sceneggiatura: Nagisa Oshima
Produttore: Anatole Dauman
Produttore esecutivo: Kôji Wakamatsu
Casa di produzione: Argos Films
Fotografia: Hideo Itoh
Montaggio: Patrick Sauvion e Keiichi Uraoka
Musiche: Minoru Miki
Scenografia: Jusho Toda
Costumi: Masahiro Katô e Jusho Toda
Con tre anni di ritardo e dopo molti andirivieni in censura arriva sugli schermi italiani il film di Oshima che inaugurando la Quinzaine des réalisateurs fu lo scandalo di Cannes nel maggio 1976. La non attrice Eiko Matsuda e l’attore Tatsuyo Fuji, lei nella parte di una cameriera, lui nella parte del padrone dell’albergo, fanno all’amore per quasi due ore con visibile trasporto reciproco e secondo varianti nevroticamente fantasiose. Al Festival impressionò moltissimo il finale della giostra amorosa, in cui la giapponesina strangola il partner e gli taglia gli attributi, così da tenerli sempre con sé; ma forse fece ancora più effetto la scena vagamente surreale in cui l’uomo introduce un’ uovo sodo nella vagina della donna che poi provvede a espellerlo accucciandosi come una gallina. In realtà la vicenda dei due amanti folli è notissima in Giappone, tant’è vero che un altro regista, Noboru Tanaka, ha preceduto Oshima nel film Abesada – L’abisso dei sensi (1974), non così scadente da non reggere il confronto. Se Tanaka, ricorrendo a cinegiornali d’epoca, sottolineava in maniera più insistita la cornice storica del fattaccio cercando di spremerne un significato, Oshima esaspera il più privato dei rapporti privati in un cerimoniale delirante, attraversato dal sentimento della distruzione fisica, della vecchiaia e della morte. Benché in tutto il mondo L’impero dei sensi sia finito nei cinema dalle luci rosse, confuso tra i prodotti della bassa pornografia, il film è tutt’altro che compiacente verso la platea, anzi piuttosto spietato. Oshima è un immoralista confesso che nasconde dietro le sue provocazioni e i suoi furori una risentita carica di moralità.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori
Il film insegna poco o niente ai disinformati, qualche sbadiglio ci scarpa (il troppo stroppiando), e le femministe hanno ragione d. arrabbiarsi per la misoginia di Oshima, che non avrebbe potuto esprimere meglio la sua paura della donna castratrice. E tuttavia il film è, fra i “porno d’autore”, uno dei memorabili. La sua compostezza formale è la spia d’uno stile che sublimando il melodrammatico e il romantico del tema nell’estasi della carne trae molto partito dall’eleganza delle immagini fotografate da HideIto e dall’essenzialità della messinscena. Se non sapessimo che il film è anche il frutto di una speculazione commerciale favorita dalla legge francese che liberalizzò la pornografia, si potrebbe dire che Oshima rapisce l’osceno nel cielo del mistico. Nonostante i frequenti primi piani degli strumenti sessuali in perenne funzione (miracoli della tecnologia nipponica) e dei volti grondanti esotica lascivia, gli elementi figurativi sono comunque di grande castità. E nell’aria che circola si respira la tradizione dell’erotismo orientale, compreso qualche tocco di ironia che lo sdrammatizza, combinata con la moda culturale del sadomasochismo. Ennesimo ma strenuo ricamo sul motivo “amore e morte”, subito imparentato al solito Bataille (e Pieyre De Mandiargues paragona la spulzellatissima Sada addirittura a Giovanna d’Arco), Ecco L’impero dei sensi è insomma meno indecente di quanto l’hanno reso i suoi censori. Mentre conferma che anche un regista di grande talento è costretto ad arrendersi alle smanie del mercato sperando di salvarsi l’anima con la purezza del linguaggio e col fare della sua eroina un simbolo dell’opposizione al militarismo dominante ieri e oggi in Giappone, serve allo spettatore adulto un’immagine cruda ma stilisticamente molto coerente della passione distruttiva, vissuta da una donna la cui vocazione è il cannibalismo e da un uomo per il quale l’adulterio è l’amore della tomba.
Non c’era bisogno di Oshima per sapere che nella sessualità c’è una componente funeraria. Il suo film rappresenta però col massimo di rigore, impastando Artaud alla carta di riso, l’assolutezza macabra di un rapporto che, a porte chiuse, debellate la ragione, la morale e la storia (ma non la polemica sociale, se Sada è una serva che mangia il padrone), si compie nella sacralità del rito corporale. La cultura spiritualista occidentale si inalbera, e si sente incoraggiata a diffidare della sessualità – sicché per certi aspetti Oshima è il più cattolico degli erotomani – ma al “cinéphjle” bene educato la tragedia offre più d’un orgasmo visivo. Dando a Sade quanto è di Sada.
Giovanni Grazzini, Da Il Corriere della Sera, 6 aprile 1979

Film ad alto tasso di erotismo (che a tratti sfocia nell’hard puro senza però mai avere la volgarità che solitamente appartiene al genere) in cui il maestro giapponese Oshima si occupa, con classe e stile, dell’intreccio tra Eros e Tanatos. Da un punto di vista formale inappuntabile mentre è meno solido da un punto di vista narrativo sotto il quale non aggiunge nulla di nuovo sul tema. In ogni caso decisamente apprezzabile e meritevole di essere visto.
Tra i migliori film erotici mai realizzati. Abbastanza lento e lineare, ma ossessivo, affascinante e molto coerente nello sviluppo dei rapporti tra i personaggi. Regia, fotografia e recitazione sono di livelli altissimi, e le musiche, anche se non sono particolarmente memorabili, risultano in perfetta sintonia con il clima del film. Non mancano alcune scene molto forti, ma sono tutte realizzate con grande intelligenza. Da non perdere.
Un “porno d’autore” che la critica ha elevato al rango di opera di livello. In realtà la protagonista è l’unica attrice degna mentre per cosa fa ed esprime lui bastava un simil-Siffredi. La scenografia è bella ma claustrofobica, le musiche (punto di forza di diversi film orientali) piatte. Situazioni e dialoghi interessanti ma ripetitivi mentre abbondano posizioni e amplessi (mai volgari, ma un paio di partner l’erotomane se le poteva risparmiare) che poco aggiungono all’attrazione morbosa dei due protagonisti.
Tre donne immorali?
Film in tre episodi con protagoniste tre donne e ambientato in tre epoche distinte.
Il primo episodio vede protagonista Margherita Luti, la Fornarina amata da Raffaello Sanzio da Urbino, uno dei massimi pittori della storia dell’arte.
Raffaello, che è a Roma per lavorare su incarico di papa Giulio II, conosce casualmente la bella Margherita mentre dipinge tra le rovine dei fori imperiali.
La donna ha una relazione con Tommaso, un giovane garzone, ma, lusingata sia dalla fama che dal fascino di Raffaello, ben presto ne diviene l’amante nonche la musa ispiratrice di alcuni dipinti.

Marina Pierro è Margherita Luti, la Fornarina
Ambiziosa, Margherita non si limita però a sedurre il celebre pittore; ben presto accetta la corte anche di un ricco e vizioso banchiere, al quale caverà un occhio con un trucco diabolico, mantiene la sua relazione con Tommaso e si divide anche con il pittore.
La donna inizia a mettere assieme una fortuna, e ben presto si sbarazzerà dei suoi amanti, avvelenando anche il celebre pittore.
Il secondo episodio vede protagonista Marceline, una giovane un tantino svampita che divide il suo tempo tra fantasie erotiche e il suo coniglio Fiorello; la ragazza prova per il candido animaletto qualcosa che va oltre il semplice amore per gli animali. Trattata in famiglia da sciocca e derisa per quella sua passione infantile per Fiorello, Marceline accetta incurante rimproveri e sberleffi.
Un giorno sua madre uccide il coniglio e lo serve a tavola; per la ragazza è un colpo durissimo e medita la vendetta.
Si fa così violentare da uno stalliere di colore, che per paura di uno scandalo si suicida; dopo di che, tornata a casa, si arma di un grosso coltello e massacra sia la madre che il padre.
Il terzo episodio, brevissimo, vede protagonista Marie, una donna che viene sequestrata a scopo di estorsione da un malvivente.
Quest’ultimo chiede un riscatto, che viene portato, sul luogo dello scambio, da un dobermann di proprietà della donna.
Il cane assale sia il rapitore che il marito della donna, evirandoli entrambi, dopo di che, soddisfatto, si lascia “consolare” e “premiare” dalla padrona.
Film al solito molto elegante visivamente, corredato dalla fotografia preziosa che riporta quasi magicamente alle epoche descritte nel film, ovvero il 500, l’800 e l’epoca contemporanea, Tre donne immorali è un gradevole esercizio di Borowczyck, quasi calligrafico nella sua struttura.
Il regista, che veniva dalla controversa prova di La marge (Il margine), film molto contestato dalla critica, ritrova i fasti delle sue opere precedenti più celebrate, ovvero La bestia e I racconti immorali, del quale in qualche modo riprende la struttura.
Le tre donne, protagoniste del film, appaiono come tre eroine del male (come del resto evidenziato nel titolo originale, Les heroines du mal) con motivazioni che ne riscattano in qualche modo le gesta; Margherita è una donna che non esita ad approfittare della sua potente carica erotica per piegare gli uomini alla sua volontà, opponendosi quindi ai voleri di chi in realtà la considera come un oggetto di piacere; è lei a scegliere, è lei a manipolare gli uomini, per raggiungere i suoi scopi.
Marceline appare come un personaggio stravagante; ossessivamente attratta dal suo bianco coniglietto, che finisce per diventare compagno sia di confidenza che di svaghi sessuali al limite del lecito, reagisce come una furia quando il suo piccolo protetto, con il quale ha costruito un mondo a se stante, viene barbaramente ucciso dalla madre e per colmo di sfida servito a tavola.
La crudeltà dei genitori, che la sbeffeggiano, verrà punita nel modo più duro; la ragazza si trasforma in una vendicatrice implacabile, mietendo tre vittime nel raggio di una notte.
Una figura di donna la cui moralità sembra diventare improvvisamente inesistente; così come sembra essere priva della stessa Marie, la protagonista dell’ultimo episodio, il più breve e sicuramente il meno riuscito.
Se si capisce la gioia con la quale accetta la liberazione dal suo carceriere con la conseguente evirazione, non si capisce la stessa gioia quando il cane riserva lo stesso trattamento al marito della donna, che pure si era impegnato per liberarla.
Il tabù dell’eros è liberalizzato al massimo; autoerotismo, zoofilia, accoppiamenti multipli…. tutto è portato, dal regista, ai margini del lecito; ma il film non ha praticamente nulla di erotico, vista la sua propensione a trattare le immagini quasi fossero dei quadri infiniti riproposti fotogramma dopo fotogramma.
Come sua abitudine, con la doverosa eccezione di La marge, in cui il regista scritturò Sylvia Kristel, Borowczyck utilizza attori poco conosciuti, lasciando a Marina Pierro, già protagonista di Interno di un convento, il ruolo di attrice protagonista di quello che è l’episodio più riuscito, il primo.
La morbida bellezza della Pierro, che interpreta la Fornarina dona un’aura del tutto particolare al personaggio stesso; sembra quasi di vedere, in lei, la reincarnazione del personaggio di Margherita Luti.
Che però è storicamente travisato; lungi dall’essere una donna amorale, la Luti fu la compagna e probabilmente anche la sposa del celebre urbinate; una compagna discreta e innamorata, tanto da voler finire i suoi giorni in convento in seguito alla prematura scomparsa di Raffaello, come ho raccontato nell’articolo a lei dedicato sul blog http://www.paultemplar.wordpress.it.
Ma l’intento di Borowczyck non è quello di rappresentare una realtà storica, peraltro appena accennata con sottile ironia nelle parti che descrivono la corte papale e la figura stessa di Giulio II: per il regista sono centrali le tre eroine del male, le tre donne che rivendicano, con le loro gesta, un’indipendenza e un diritto a non essere considerate oggetti.
Un film molto accattivante, quindi, con buoni momenti e con la parte finale poco riuscita.
Ma un film sicuramente elegante ed affascinante.

Tre donne immorali?,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Pascale Christophe, Gaëlle Legrand, François Guétary, Arsan Fall Titolo originale Les héroines du mal. Drammatico, durata 109 min. – Francia 1979.
Episodio Margherita
Marina Pierro: Margherita Luti
François Guetary: Raffaello Sanzio
Gérard Falconetti: Tomaso
Jean Martinelli: il papa
Roger Lefrere: Michelangelo
Noël Simsolo: Giulio Romano
Jean-Claude Dreyfus: Bernardo Bini
Philippe Desboeuf: il dottore
Episodio Marceline
Gaëlle Legrand: Marceline
Hassan Fall: Petrus
Episodio Marie
Pascal Christophe: Marie

Regia Walerian Borowczyk
Soggetto Walerian Borowczyk, André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Fotografia Bernard Daillencourt
Montaggio Walerian Borowczyk, Cadicha Bariha
Musiche Olivier Dessault, Philippe d’Aram
Suor Emanuelle
La giovane figlia di un borghese viene sorpresa in atteggiamenti saffici con la matrigna. Monica, questo il nome della ragazza, è di costumi liberi e facili, così suo padre prudentemente decide di mandare la scapestrata figliola in convento, per ricevere un’educazione migliore, convinto anche che dietro le mura del convento stesso la ragazza metterà un freno ai suoi istinti.
La spedisce così in una località dell’Italia centrale, dove la ragazza viene presa in custodia da due suore, una delle quali, Emanuelle, ha un passato da dimenticare,pieno zeppo di avventure sessuali oltre i limiti del consentito.
Emanuelle, suora di colore, ben presto si trova a disagio con quella creatura amorale che le è stata affidata; Monica le ricorda un passato che lei ha cercato di dimenticare chiudendosi dietro le mura rassicuranti del convento.
La donna inizia così a fantasticare sulle avventure della ragazza, e finirà per dimenticare i buoni propositi e lascerà il convento.
Diretto da Joseph Warren (pseudonimo di Giuseppe Vari) nel 1977, Suor Emanuelle appartiene anche se solo per il titolo alla fortunata serie legata indissolubilmente alla presenza scenica di Laura Gemser, che per una volta lascia il nume D’Amato , ma non suo marito Gabriele Tinti, per girare un film senza nessuna dote, appartenente al florido filone del cinema erotico tout court.
Molte scene saffiche, molti nudi, e la Gemser relegata quasi in un ruolo secondario, oscurata dalla figura di Monica Zanchi, vera starlette del film; quest’ultima, reduce dalla buona prova nel film Spell, dolce mattatoio di Avallone, ha qui la possibilità di avere un ruolo da protagonista.
Ma il film è davvero debole, costruito com’è attorno a visioni erotiche senza una trama di supporto, per cui la Zanchi, oltre a mostrare generosamente il suo corpo, non va oltre una piatta recitazione come del resto richiesto dal copione.
Giuseppe Vari, regista con alle spalle una trentina circa di pellicole, nessuna delle quali memorabili, affida alla presenza scenica essenzialmente corporea di Laura Gemser, di Monica Zanchi e di Dirce Funari le chance di successo della pellicola, che ebbe un discreto riscontro di pubblico, sopratutto all’estero grazie al solito espediente dell’inserimento di scene hard all’interno della pellicola.
Il che rimane l’unico vero motivo per vedere un film essenzialmente noioso, privo di sorprese e sopratutto abbastanza scontato, se si eccettua un finale almeno un po più vivace, con un colpo di scena che solleva la pellicola dall’algida mediocrità che la contraddistingue.
La Gemser, al solito molto bella e misteriosa, è un tantino a disagio; probabilmente la mancanza dietro la macchina da presa di D’Amato le toglie spontaneità; un breve cenno sulla bella e affascinante Dirce Funari, una vera meteora del cinema, che svolge diligentemente il ruolo della matrigna di Monica.

Suor Emanuelle ,un film di Joesph Warren (Giuseppe Vari), con Laura Gemser,Giuseppe Tinti, Monica Zanchi, Dirce Funari, Patrizia Sacchi,Vinja Locatelli. Erotico, Italia 1977. Durata 92 minuti


Laura Gemser: Suor Emanuelle
Gabriele Tinti: Renè
Monica Zanchi: Monica Cazzabriga
Dirce Funari: matrigna di Monica
Patrizia Sacchi: Anna
Vinja Locatelli: suor Nanà
Rick Battaglia: commendatore Cazzabriga

Regia: Joseph Warren
Soggetto: Mario Gariazzo, Ambrogio Molteni, Gerolamo Collogno
Sceneggiatura: Marino Onorati
Fotografia: Guglielmo Mancori
Montaggio: Giuseppe Vari
Musiche: Stelvio Cipriani
Scenografia: Roberta Tomassetti
Produttore: Mario Mariani

L’assassino è costretto a uccidere ancora
Giorgio è un architetto che se la spassa con le donne grazie all’aiuto finanziario della moglie, ricchissima; l’uomo, che ha un disperato bisogno di soldi, principalmente dal suocero, ha debiti rilevanti, ma nonostante tutto non riesce a tenere in piedi il rapporto con Norma, sua moglie.

Tere Velázquez è Norma Mainardi
Ad aiutarlo arriva un fatto casuale e imprevisto; assiste all’affondamento di un’auto da parte di un uomo, che in riva al mare tenta di sbarazzarsi del corpo di una donna.
Lo avvicina e inizia a ricattarlo; non dirà nulla se l’uomo ucciderà sua moglie, mentre lui sarà lontano costruendosi un alibi di ferro.
Così avviene, ma il caso ci mette lo zampino; mentre il killer uccide Norma, due ragazzi, Luca e Laura rubano, per fare una bravata, l’auto del killer stesso, che da quel momento si mette sulle loro tracce.
Nel frattempo l’ispettore incaricato delle indagini, poco convinto dalle incongruenze rilevate sulla scena del delitto, inizia a sospettare che le cose siano andate ben diversamente da come appaiono.
Il killer raggiunge intanto i due ragazzi, che sono andati in un casa vicino al mare; qui l’uomo uccide dapprima una donna che aveva avuto un fugace rapporto con il giovane e subito dopo violenta la compagna di quest’ultimo, Laura, che però riesce a liberarsi e a uccidere il killer.
I due tornano a casa,raccontando l’accaduto; l’ispettore, ormai convinto della colpevolezza di Giorgio, gli tende una trappola….
L’assassino è costretto a uccidere ancora, film del 1975 diretto da Luigi Cozzi, non si segnala per nessuna dote particolare, pur non essendo un pessimo film.
Siamo nel periodo d’oro del thriller all’italiana, e in questo film troviamo in pratica tutti gli elementi caratteristici del genere, incluse morti violente, killer psicopatico, violenza carnale ecc.
Ma Cozzi non riesce a sollevare il film dalla mediocrità, vuoi per la trama molto improbabile, vuoi per la lentezza stessa del film, che non presenta mai colpi di genio; al contrario, molti espedienti narrativi risultano artificiosi, così come i dialoghi appaiono decisamente noiosi.
Il regista prende spunti un po da Lenzi un po da Argento, ma non ci mette niente di suo; l’unico espediente interessante è l’accendino che Giorgio recupera dal killer, che però risulterà fatale nello sviluppo della storia.
Gli attori quanto meno se la cavano discretamente; fra loro vanno segnalati la splendida Benussi, insolitamente bionda e Cristina Galbò, che interpreta la giovane Laura, sprovveduta e un tantino oca, che guarda caso si rivelerà però colei che dipanerà la matassa.
Tra gli uomini, mediocre Hilton, nei panni di Giorgio, mentre sulla sufficienza sia Alessio Orano che Michel Antoine.

Cristina Galbò, Laura e Alessio Orano, Luca
L’assassino è costretto a uccidere ancora, un film di Luigi Cozzi. Con George Hilton, Femi Benussi, Alessio Orano, Eduardo Fajardo, Teresa Velasquez,Carla Mancini, Cristina Galbò
Thriller, durata 98 min. – Italia 1975
George Hilton … Giorgio Mainardi
Antoine Saint-John Il Killer (come Michel Antoine)
Femi Benussi … Dizzy Blonde
Cristina Galbó … Laura
Eduardo Fajardo … Ispettore di polizia
Tere Velázquez … Norma Mainardi
Alessio Orano … Luca
Il giardino dei Finzi Contini
Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.
Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini
Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.
La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.
Ultime giornate spensierate
Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.
Notizie terribili: promulgate le leggi razziali
Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.
Dominique Sanda e Lino Capolicchio
Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.
Romolo Valli
La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol. Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.
Si parla dei campi di concentramento
Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.
Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.
Amici preoccupati
Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.
L’ambigua Micol
Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.
Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1970
Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto
Regia: Vittorio De Sica
Soggetto: Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura: Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore: Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Adriana Novelli
Musiche: Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia: Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi: Antonio Randaccio
Incipit del romanzo
Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.
“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”
Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970
“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”
Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970
“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”
“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”
“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”
“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”
Malombra
In una bella villa in campagna vivono Osvaldo e la sorella della moglie, morta anni addietro, molto somigliante alla defunta; nella casa arriva il giovane Mark, nipote di Osvaldo, in compagnia del suo precettore, che ben presto si trova ad essere conteso tra una bella ragazzotta del posto e una domestica dai facili costumi, che finisce per sedurre il precettore.
Nella villa, di notte, al suono di un carillon, Mark vede passeggiare con un candelabro in mano una misteriosa figura vestita di nero; il giovane la segue e la vede spogliarsi e concedersi piaceri auto erotici.
La donna non è altri che la sorella della defunta proprietaria di casa, che per compiacere il cognato, che vive nel ricordo della figura della moglie, è costretta a indossare i suoi abiti e a prodursi in giochi erotici sotto gli occhi dell’uomo, che la osserva dalla sua stanza grazie ad una apertura praticata nella stanza.
La donna racconta tutto all’istitutore di Mark, del quale nel frattempo si è innamorata; ad aiutare i due amanti arriva l’improvvisa morte del padrone di casa, colpito da un infarto.
A godere di tutto è Mark, il giovane nipote, che vende tutto per andare a folleggiare a Parigi; nel frattempo si gode le grazie della bella campagnola.
Scompaginato, mal recitato e decisamente noioso questo Malombra, che nel titolo echeggia il famoso romanzo di Fogazzaro; ma, a parte l’ambientazione, il film non ha assolutamente nulla a che vedere con il romanzo.
Si tratta, infatti, di una commedia erotica soft core, una delle tante che negli inizi degli anni ottanta popolarono lo schermo, cercando di riproporre i fasti della commedia sexy in versione più spinta.
E difatti del film altro non resta che la performance di Paola Senatore, ormai al tramonto sia come attrice che fisicamente.
A farla da padrone è la noia, che regna sovrana per tutto il film; a parte l’improbabilità della storia, con il cognato che costringe la sorella della moglie a sottili giochi erotici senza peraltro spingersi oltre, a stupire è l’assoluto vuoto dei personaggi, che non solo non hanno spessore,
ma recitano in maniera dilettantesca, in una pochade grezza e priva di qualsiasi valore, fatto salvo il buon lavoro svolto con la fotografia, che quantomeno tenta di adeguarsi al periodo storico in cui è ambientato il film.
I dialoghi sono lenti e prevedibili, mentre la trama, a cui il regista Bruno Gaburro tenta di dare un tocco di imprevedibilità inserendo il misterioso personaggio che gira di notte con il candelabro in mano, perde ogni interesse man mano che il film stancamente procede sui binari del già visto.
Così la parola fine arriva come un sollievo, con le ultime scene dedicate alla metamorfosi del giovane Mark, che si trasforma da timido e impacciato ragazzotto in gaudente viveur.
Un film da scansare, decisamente, per i motivi esposti e anche per evitare improvvisi appisolamenti fuori orario.
Malombra, un film di Bruno Gaburro,con Paola Senatore, Maurice Poli, Scilla Jacu, Stefano Alessandrini, Gloria Brini, John Miles, Ludovico Floris, Alice Adams, Henry Luciani,Italia 1984, Erotico
Paola Senatore: Zia Carlotta
Maurice Poli: Osvaldo
Scilla Jacli: Teresa, la cameriera
Stefano Alessandrini: professor Massimo Renda

Regia Bruno Gaburro
Soggetto Antonio Fogazzaro (romanzo Malombra)
Fotografia Pasquale Fanetti
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Michele Zanoni
Il matrimonio di Maria Braun
Germania,1943.
Maria Braun si è sposata con Herman ma ha passato una sola notte con lui; c’è la guerra e il marito è chiamato al fronte.
Da quel momento la donna è costretta a vivere nelle condizioni di tante, troppe donne tedesche, prive dei mariti che combattono, mentre loro sono costrette ad arrangiarsi alla meno peggio.
Ed è quello che Maria impara a fare, arrangiarsi, per sopravvivere e per portare qualcosa alla sua famiglia, a sua madre e a sua sorella; impara a barattare il poco che ha, chiede e trova lavoro in un night come entraineuse.
Nel frattempo si reca alla stazione, come altre donne, con un cartello appeso al collo recante il nome del marito, alla ricerca di informazioni su di lui.
Il tempo passa, e alla fine Maria fa amicizia con un soldato americano di colore, Bill.
Ne diventa l’amante, un pò per interesse, un pò perchè l’uomo la tratta gentilmente; nel frattempo dal fronte ritorna suo cognato, che le dice che il marito probabilmente è morto.
Ma Maria continua a credere che Hermann sia vivo, ma un giorno si accorge di essere incinta. La donna perde il bambino, ma continua la sua relazione con Bill, fino a quando una sera mentre è in camera con l’amante, non vede rientrare finalmente suo marito.
L’uomo senza dire una parola si scaglia sul soldato americano e ne nasce una collutazione, alla quale mette termine Maria colpendo Bill con una bottiglia sulla testa.
Il soldato muore, e Hermann si assume la responsabilità dell’accaduto, viene mandato sotto processo e condannato.
Così Maria è costretta nuovamente ad arrangiarsi da sola; ma è innamorata di quel marito che si è sacrificato per lei, e continua ad andarlo a trovare in carcere.
Casualmente, conosce Oswald, un ricco industriale, del quale diventa prima la segretaria e in seguito l’amante.
Sotto l’esperta guida della donna, l’azienda di Oswald prospera ulteriormente, nonostante l’opposizione del braccio destro dell’industriale, sconcertato dalla apparente amoralità della donna.
Maria così prosegue la sua vita, dividendosi tra Oswald, il lavoro e le consuete visite al marito; deve resistere anche al suo datore di lavoro e amante, che vorrebbe sposarla.
Da donna saggia, decide di mettere al corrente il marito della situazione, così come nega ad Oswald il matrimonio, dicendogli che è innamorata del marito e che aspetta il giorno della sua liberazione.
Che alla fine arriva, ma che vede un colpo di scena; Hermann decide di partire per il Canada, per un lungo periodo; in realtà tra Oswald e Hermann c’è un patto, sconosciuto a Maria.
Oswald , che è gravemente malato, ha proposto al marito di Maria di partire per il Canada fino al giorno della sua morte, quindi per poter restare ancora accanto alla dona che ama, concedendo in cambio un testamento che renda i due coniugi proprietari di tutte le sue sostanze.
Quando Hermann ritorna, alla morte di Oswald, finalmente il sogno di Maria sembra concretizzarsi,vivere cioè, dopo quasi dieci anni, con colui che ha sempre amato.
Ma subito dopo la lettura del testamento, proprio quando il notaio e l’assistente sono andati via, una disattenzione di Maria, che lascia girata la manopola del gas provoca un’esplosione che fa saltare la casa con i due coniugi.
Il matrimonio di Maria Braun è uno splendido affresco storico che copre quasi un decennio di vita della Germania, quella a cavallo tra il 1943, quindi in piena guerra avviata ormai verso l’esito finale infausto per la Germania e il 1953, quindi nel periodo post ricostruzione, con una Germania che ha imparato a lasciarsi alle spalle i lutti e le distruzioni.Maria è l’anima di una Germania ferita a morte, capace però di rimboccarsi le maniche, perchè la vita deve continuare, pur tra lutti e dolore.
Maria attraversa la stagione più nera della storia tedesca incarnando quelli che sono i valori positivi; l’amore, rappresentato dalla sua incrollabile fiducia prima nel ritorno del marito dal fronte, in seguito dal saper accettare e piegare la vita stessa alla sua volontà di sopravvivenza e infine dalla lunga attesa culminata con il rtiorno del marito, senza mai abbattersi, ma affrontando con tutto il suo carattere, con tutta la sua fiducia ogni sfida, vicendola.
Fassbinder gira un film che incrocia la poesia, pur devastata dalle immagini delle rovine di quella che era una grande azione, con il cinismo sano e pragmatico della realtà, fatta di pura lotta per la sopravvivenza, in cui i valori fondamentali della vita stessa sono messi in discussione dall’orrore quotidiano.
Le donne che attendono i treni che potrebbero riportare indietro i loro uomini, menomati o sani, distrutti psicologicamente dagli orrori della guerra sono un simulacro di Maria stessa; fiera, volitiva, la donna non esita ad utilizzare l’unica arma rimastale, lo straordinario fascino e la bellezza, per farsi strada, per sopravvivere e coronare quello che è il suo sogno, interrotto ventiquatt’ore dopo la prima notte di nozze.
Un film che si snoda con un percorso stabile emotivamente, nel quale lo spettatore alla fine giustifica il comportamento della donna, quel suo saper adattarsi alle situazioni, in nome dell’amore, della vita stessa.
Un film che commuove, fa riflettere, indigna.
Il regista ha poi il grande merito di valorizzare la straordinaria interprete del film, Hanna Schygulla, capace di mettere in luce le mille sfaccettature della personalità di Maria Braun, un’attrice che mostra un talento davvero eccezionale.
Hanna finisce per confondersi con Maria; non è più un’attrice, è una donna tedesca, fiera e combattiva, con un cognome pesante come quello di Braun, che ricorda l’amante di Hitler; un destino e un comportamento, davanti agli orrrori della guerra, completamente dissimili, due facce opposte, due mondi separati da un abisso.
A completare la straordinaria bellezza del film, la misurata interpretazione degli altri attori, in primis Ivan Desny, che è Oswald, l’industriale innamorato senza speranza di maria, colui che riuscirà a possederne il corpo ma mai l’anima e di Klaus Löwitsch, l’Hermann marito di Maria che accetterà di andare in carcere prima, di stare lontano dalla moglie poi.
La fotografia e le musiche sono all’altezza e concorrono in maniera determinante all’esito finale di uno dei più bei film del decennio settanta.
Il matrimonio di Maria Braun,un film di Rainer Werner Fassbinder. Con Günter Lamprecht, Ivan Desny, Hanna Schygulla, Gisela Uhlen, Gottfried John, Klaus Löwitsch
Titolo originale Die Ehe der Maria Braun. Drammatico, durata 120 min. – Germania 1978.
Hanna Schygulla: Maria Braun
Klaus Löwitsch: Hermann Braun
Ivan Desny: Karl Oswald
Gisela Uhlen: Madre
Elisabeth Trissenaar: Betti Klenze
Gottfried John: Willi Klenze
Hark Bohm: Senkenberg
Günter Lamprecht: Hans Wetzel
Lilo Pempeit: Frau Ehmke
Peter Berling: Bronski































































































































































































































































