Il corpo della ragassa
Rivisitazione in chiave maliziosa del Pigmalione di Shaw. Teresa, o Tirisin, come la chiamano il padre e il fidanzato, è una bella ragazza, rozza e sempliciotta, che aiuta suo padre Pasquale nel lavoro di spalare sabbia dalle rive del Po. Un giorno, mentre è in città con il carretto di suo padre, viene notata dal dottor Ulderico; la ragazza, che il padre ha portato con se per inserirla, se possibile, tra le “lavoranti” della casa di piacere Grotta azzurra entra così a servizio del dottore, che, complice la governante di casa Caterina, la istruisce da cima a fondo, insegnandole portamento, come sedere a tavola, a fare conversazione.
Enrico Maria Salerno
In pratica, anche se con molta malizia, la rende più femminile ed attraente. La ragazza impara velocemente, e decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Dopo aver fatto amicizia con Cecchina, una delle frequentatrici della Grotta azzurra, Tirisin fa capire al suo maturo pigmalione di essere incinta. Quando il dottore le propone l’aborto, Tirisin lo abbandona per entrare a servizio di una coppia di amici dello stesso. L’uomo, incurante dell’eventuale scandalo, la riprende con se, e propone alla ragazza di sposarlo. Tirisin decide di accettare, ma durante il primo, lungo amplesso, il cuore del libertino Ulderico cede di schianto.
Rimasta vedova e sopratutto ricca, Tirisin, con l’aiuto e la complicità di Cecchina, decide di acquistare una catena di case chiuse. Ma la cosa si rivela una pessima idea e un pessimo affare; la legge Merlin, approvata in quei giorni, chiude per sempre le case di tolleranza, e alle due sfortunate socie altro non resta da fare che offrire una memorabile giornata ai maschi della città.
Il corpo della ragassa, film del 1979 di Pasquale Festa Campanile, tratto dal soggetto omonimo del giornalista Gianni Brer, con sceneggiatura di Ottavio Jemma e Enrico Oldoini, è un film in bilico tra la vicenda boccaccesca e la farsa. Giocato visivamente sulle grazie di Lilli Carati e sulla solita ottima interpretazione di Enrico Maria Salerno, il film scivola leggero e impalpabile su un canovaccio tutto sommato abbastanza deja vu, anche se non privo di momenti felici. La storia del Pigmalione che istruisce la belloccia grezza e ignorante aveva già avuto delle rappresentazioni, in passato.
Festa Campanile privilegia l’ironia, affidando a Montagnani, a Salerno e alla Carati il compito di alleggerire il tutto, con alterni e discordanti risultati. E’ in realtà l’erotismo il vero protagonista della storia, l’erotismo dapprima ingenuo, e poi sfrontato che Tirisin adopera per circuire il suo maturo insegnante, finendo, al solito, per superare il maestro. Il finale è in linea con il racconto; è un finale sarcastico, e non ci so poteva aspettare altro. Da segnalare anche le presenze della bravissima Elsa Vazzoler nei panni di Caterina, di Marisa Belli in quelli di Cecchina e di Giuliana Calandra in quelli di Laura. Al soggetto collaborò il regista Lattuada.
ll corpo della ragassa, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Enrico Maria Salerno, Lilli Carati, Renzo Montagnani, Elsa Vazzoler, Marisa Belli, Clara Colosimo, Giuliana Calandra
Commedia, durata 104 min. – Italia 1979
Lilli Carati: Teresa Aguzzi, “Tirisìn”
Enrico Maria Salerno: Professor Ulderico Quario
Marisa Belli: Cecchina
Elsa Vazzoler: Caterina
Nino Bignamini: Erminio Alvarini
Clara Colosimo: Procurer
Giuliana Calandra: Laura Marengo
Gino Pernice: Giovanni
Renzo Montagnani: Pasquale Aguzzi
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Alberto Lattuada
Enrico Oldoini
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Enrico Oldoini
Produttore Luigi De Laurentiis e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Filmauro
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri
Le calde notti di Lady Hamilton

Una bellissima ragazza inglese, una contadinella, Emma Lyon, coltiva il segreto sogno di andare a vivere in città, a Londra. Così quando un pittore, George Romney, colpito dalla sua bellezza decide di farne la sua modella, Emma coglie l’occasione e si trasferisce in città.

Michele Mercier è Emma Lyon-Lady Hamilton
L’opportunità le permette anche di conoscere le persone più in vista, aristocratici e nobili, così Emma ben presto lascia il suo protettore per le case dei ricchi. La sua bellezza fa strage di cuori, ed un nobile inglese le propone il matrimonio; ma Emma, ambiziosa, sceglie invece di sposare lo zio di questi, un anziano ambasciatore, che diverrà il diplomatico in carica presso il regno di Napoli.
Qui la vita della giovane Emma prosegue tranquilla, fino al giorno in cui arriva a corte il giovane ammiraglio Oratio Nelson; è un colpo di fulmine, e i due diventano amanti. Scoppia la rivoluzione, a Napoli, così i coniugi Hamilton ritornano a Londra, dove l’anziano ambasciatore muore. Subito dopo ad Emma nasce una bimba, figlia della relazione con l’ammiraglio inglese: la loro felicità durerà poco, perchè l’ammiraglio, inviato a fermare la flotta francese, morirà gloriosamente nella battaglia di Trafalgar.
Diretto da Christian Jaque nel 1968, il film è assolutamente meno malizioso di quanto il titolo infelice lascerebbe presupporre; siamo di fronte ad un dramma in costume, chiaramente ispirato al romanzo Emma Lyona di Alexandre Dumas. Film scorrevole, con una trama abbastanza semplice e ottimi costumi, il tutto immerso in un’atmosfera che sembra abbastanza reale. Un film in cui spicca la prorompente bellezza di Michele Mercier, finalmente libera dai panni dell’eroina che l’aveva resa famosa, Angelica Marchesa degli angeli.
In qualche scena la splendida attrice compare in fugaci nudi, che però bastano per lasciar intravedere le sue grazie assolutamente di prim’ordine. Nel cast figurano anche la nostra Gabriella Giorgelli e Venantino Venantini, oltre all’inossidabile Gigi Ballista.
Le calde notti di Lady Hamilton, un film di Christian-Jaque. Con John Mills, Mario Pisu, Nadia Tiller, Michèlle Mercier, Richard Johnson, Venantino Venantini, Mirko Ellis, Dieter Borsche, Gabriella Giorgelli, Harald Leipnitz, Boy Gobert, Gigi Ballista, Gisela Uhlen
Titolo originale Les amours de Lady Hamilton. Storico, durata 95 min. – Francia 1968.
Michèle Mercier è Emma Lyon-Hamilton
Richard Johnson è Horatio Nelson
John Mills è Lord William Hamilton
Harald Leipnitz è Harry Featherstone
Claudio Undari è il Capitano Hardy
Mirko Ellis è John Payne
Lorenzo Terzon è Lord Charles Greville
Howard Ross è Dick Strong
Gabriella Giorgelli è Laurie Strong
Gisela Uhlen è Mrs Love
Venantino Venantini è il principe Carraciolo
Mario Pisu è Re Ferdinando
Boy Gobert è George Romney
Gigi Ballista è il Cardinale Ruffo
Dieter Borsche è il Dr. Graham
Nadia Tiller è La regina Carolina
Regista: Christian-Jaque
Romanzo:Alexandre Dumas padre
Sceneggiatura:Jameson Brewer,Valeria Bonamano,Werner P. Zibaso,Christian-Jaque
Produzione:Alberto Grimaldi,Wolf C. Hartwig,Peer J. Oppenheimer
Musiche:Riz Ortolani
Fotografia:Pierre Petit
Montaggio:Eugenio Alabiso,Herbert Taschner
Dagobert
Dagobert, re dei Franchi, è un re cialtrone, simpatico, donnaiolo e crapulone. La sua esistenza si divide fra la caccia, enormi mangiate e le donne del suo entoruage, che insegue tutte con gran passione e diletto. Continuerebbe così a lungo non fosse per la presenza di un monaco,Otarius, arrivato alla sua corte di straccioni, ma anche di gente libera e senza censure morali. Otarius, inviato dal papa Onorio I,
Le bon roi Dagobert è l’attore Coluche
deve cercare di convincere il buon re Dagobert ( come specificato nel titolo francese) ad entrare nei ranghi della chiesa, come difensore della fede. Costretto dall’infido Lotarius a mettersi in marcia su Roma, per chiedere perdono dei suoi numerosi peccati, Dagobert arriva nella città eterna proprio mentre un complotto ordito dall’imperatore di Bisanzio ha tolto temporaneamente di mezzo Papa Onorio, sostituito da un sosia perfetto,
crapulone anche lui, che ha il compito di annullare le legittime nozze di Dagobert per sostituire la di lui moglie con la figlia dell’imperatore; con un colpo di fortuna il re riesce a conoscere il vero Onorio, che viene pertanto rimesso sul trono di Pietro. Ma il complotto è ormai in moto: Dagobert verrà avvelenato, pianto da tutto il popolo, mentre l’infido Otarius, gettata la tonaca alle ortiche (che, come dice una voce fuori campo, “in fondo servono solo a questo”),riesce nell’intento di mettere sul trono la figlia dell’imperatore, diventando, a sua volta, reggente del trono.

La stupenda Carole Bouquet è la Principessa di Bisanzio
Dagobert, film diretto da Dino Risi nel 1984, accolto malissimo dalla critica e con scarso successo dal pubblico, è un film in costume, in puro stile Brancaleone, anche se ne diverge in maniera sostanziale. La dove l’avventuriero sfigato creato da Comencini si muove tra cialtroni di ogni risma, con una banda di straccioni al seguito, sognando mirabolanti avventure, abbiamo la sostituzione con il re franco, barbaro, crapulone e lussurioso, ma anche libero nei costumi che il suo popolo pratica da sempre.
Isabella Ferrari, una concubina di Dagobert
L’avvento del cristianesimo e quindi delle leggi morali della chiesa, lo obbliga a tenere un comportamento ben diverso, cosa che finisce per snaturarne l’essenza, rendendo i franchi un popolo soggetto alle ferree leggi della chiesa, all’obbedienza al pontefice e quindi a snaturare profondamente la sua anima. Attraverso le avventure di Dagobert, Risi fustiga proprio i costumi cattolici, ma lo fa in maniera blanda, privilegiando piuttosto la parte paradossale della vicenda, attraverso una narrazione a volte scoordinata, a volte infarcita di doppi e tripli sensi e di qualche volgarità gratuita.
I franchi saranno stati anche barbari, rispetto al resto d’Europa, ma erano comunque un popolo libero e fiero. Questo a Risi interessa poco; interessa invece il lato comico, con un Coluche, che interpreta re Dagobert, assolutamente irresistibile, mentre il ruolo del perfido Otarius è affidato ad uno strepitoso Michel Serrault. Molto bravo il solito Tognazzi, qui nei panni di re Onorio e del suo sosia, Introcchius, figlio di Introcchia (omen nomen), un malandrino lussurioso e dedito ai bagordi ben più del re franco. Le donne del film sono entrambe bellissime: bella è Isabella Ferrari, una delle concubine del re franco, sedotta da Dagobert sui rami di un albero.
L’altra è la figlia dell’imperatore di Bisanzio, interpretata dalla splendida Carole Bouquet, che si esibisce in un nudo assolutamente strepitoso. Dagobert non è probabilmente un film riuscito del tutto, ma è godibile nel suo scorrimento, con qualche battuta memorabile e qualche cedimento alla volgarità gratuita; anche se lontano da quel capolavoro assoluto del Brancaleone monicelliano, resta un’opera guardabile, godibile per gustare due ore di divertimento. Segnalo, tra i numerosi figuranti, Salvatore Baccaro, il barbaro che recupera la corona di Dagobert Moana Pozzi, Sabrina Siani e Claudia Cavalcanti, due splendide figliole, i caratteristi Ennio Antonelli e Venantino Venantini.
Michel Serrault e Ugo Tognazzi
Dagobert (Le bon roi Dagobert), un film di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi, Michel Coluche, Michel Serrault, Attilio Dottesio, Nello Pazzafini, Venantino Venantini, John Karlsen, Ennio Antonelli, Antonio Marsina, Antonio Vezza, Percy Hogan, Carole Bouquet, Sabrina Siani, Claudia Cavalcanti, Isabella Ferrari, Moana Pozzi, Giordano Falzoni, Gea Martire, Salvatore Baccaro, Romano Puppo, Francesco Scali, Pietro Torrisi
Comico, durata 118 min. – Italia, Francia 1984
Coluche: Dagoberto I
Michel Serrault: Otarius
Ugo Tognazzi: Papa Onorio e sosia
Carole Bouquet: Héméré
Isabella Ferrari: Chrodilde
Moana Pozzi: cortigiana
Francesco Scali: Landek
Salvatore Baccaro: paesano
John Karlsen: Corbus
Regia Dino Risi
Soggetto Gérard Brach
Sceneggiatura Gérard Brach, Age, Dino Risi
Fotografia Armando Nannuzzi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Raffaella Leone, Gabriella Pescucci
L’opinione di Kowalskj dal sito http://www.filmscoop.it
Non saprei come definirlo. Un’apologo sul potere? E’ soltanto una brutta farsa in costume, sguaiata, eccessiva e volutamente grottesca. Gli attori – compreso Tognazzi – sono totalmente fuori parte e fuori-contesto. Un Risi completamente in declino
L’opinione del Morandini
Il re dei Franchi, Dagobert, fa un viaggio verso Roma, ma il Papa è stato rapito. Il film è tagliato addosso a Coluche, il più plebeo dei comici francesi e su di lui fa perno una farsa floscia, epicomica, all’insegna di una buffoneria escrementizia che non diverte perché non si capisce che senso abbia. Premio di consolazione: Carole Bouquet nuda. Scene di Dante Ferretti.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Ribalderia in splendidi costumi (Pescucci) di Dino Risi. Meglio di quanto si sente dire (vale almeno **), ha un eroe-vittima che, benché regale, incarna i difetti di tutti noi. Recitato in modo spesso artificioso ma gradevole, con volti deliziosi (cast pazzesco: Tognazzi e Moana, Lonsdale e Baccaro, fino alle subitanee apparizioni di Ceccarelli, Pazzafini, Ennio Antonelli……), paga un ritmo lento, che è perfettamente congruo con i tempi del primo Medio Evo, ma che mal si sposa col pubblico odierno. Qua e là un po’ fiacco, è accompagnato da divertente musica (testo in latino) dei De Angelis.
L’opinione di 124c dal sito http://www.davinotti.com
Commedia Anni Ottanta di Dino Risi che, nelle tv private collegate al circuito Odeon, passava spesso in seconda serata. La presenza di Michel Serrault, Carole Bouquet e Ugo Tognazzi sembrava assicurare divertimento ed umorismo, invece il tutto risulta una commedia di bassa qualità in costume, con un interprete (Coluche) che qui da noi non ha mai fatto proseliti. Dino Risi gira un decamerotico fuori stagione, che scontenta anche gli amanti della commedia sexy. Peccato, perché poteva venir fuori qualcosa di più di stuzzicante.
Il boss
E’ davvero un’impresa raccontare in maniera succinta la trama di Il boss, film del 1972 di Fernando Di Leo, uno dei registi più capaci del nostro cinema. Un film violento, in cui non si contano i morti, in una guerra di mafia che coinvolge tre famiglie dell’onorata società, un poliziotto marcio e un sottobosco fatto di onorevoli in odore di mafia, avvocati collusi sempre con l’onorata società e con la polizia che per una volta si limita a guardare, con il risultato finale di vedere decapitato il vertice della mafia stessa. Solo all’apparenza….
In una sala cinematografica un gruppo di 9 mafiosi si gode la visione di un film pornografico. Lanzetta,un killer al soldo del boss Carrasco, armato di un fucile lancia bombe, stermina gli uomini dal primo all’ultimo. Cocchi, unico superstite del gruppo, l’unico a non essere presente in sala, decide di vendicare l’affronto, e con l’aiuto dei suoi uomini fa sequestrare la figlia di Giuseppe D’Aniello, che è un amico e socio in affari di Carrasco, nonchè protettore dello stesso Lanzetta. Da Carrasco arriva a quest’ultimo un ordine preciso: evitare qualsiasi trattativa con Cocchi, in caso contrario, ovvero un cedimento di D’Aniello verso i rapitori, l’uomo deve essere eliminato.

Richard Conte è Don Carrasco, il Boss
Lanzetta riesce ad individuare il rifugio dei sequestratori, a liberare la ragazza, Daniela, una giovane drogata e ninfomane, uccidendo i sequestratori. L’uomo porta la ragazza nel suo rifugio, nel quale ha una storia di sesso con la stessa, proprio mentre all’esterno la guerra tra bande raggiunge l’apice. A farne le spese sarà proprio Cocchi, ucciso dal corrotto commissario Torri, uomo al soldo di Carrasco.
Henry Silva
Ma Lanzetta, che ha fiutato la trappola in cui vorrebbe farlo cadere Carrasco, uccide sia Torri che i sicari della mafia che erano in compagnia di Cocchi. Lanzetta e Pignataro, gli unici superstiti delle due famiglie vincenti, Carrasco e D’Aniello, decidono di eliminare il boss dei boss, Carrasco, e ci riescono, scatenando un inferno di fuoco sugli uomini del boss. La polizia, guidata dal questore di palermo, assiste imperturbabile agli eventi, limitandosi a tenere solo la conta dei morti ammazzati. Tra i due superstiti, Lanzetta e Pignataro, c’è uno di troppo……

Antonia Santilli è Daniela D’Aniello
Film complesso, velocissimo; per una volta Di Leo bada poco al discorso sociale, limitandosi a sfiorare il discorso denuncia sulle connessioni, sull’intreccio politica-mafia-istituzioni, privilegiando viceversa l’azione, le sparatorie e il ritmo. Se il film difetta di profondità, guadagna tutto sul piani della velocità,affidando tutto ad una serie impressionante di sparatorie, morti ammazzati, colpi di scena. Se l’impianto narrativo risulta troppo complesso, lo si deve alla volontà del regista di supplire ad una trama che (non dimentichiamo), è tratta da un romanzo, Il mafioso. Sicuramente di alto livello il cast:
– Richard Conte è Don Carrasco, con una caratterizzazione del personaggio così puntigliosa da far credere davvero ad una sua identificazione reale con il mafioso interpretato;
– Henry Silva, impassibile, freddo, spietato, è Lanzetta, il killer che riesce alla fine a sopravvivere a tutti gli scontri, agli agguati. Un’interpretazione di prim’ordine, la sua;
– Vittorio Caprioli è il questore, con un accento siciliano poco credibile, ma sempre all’altezza;
– Gianni Garko, nel ruolo del corrotto commissario Torri, anche lui con un accento siciliano assolutamente da dimenticare:
– Pier Paolo Capponi, sobrio e asciutto nel ruolo del mafioso Cocchi;
– Antonia Santilli, brava e sexy nel ruolo di Daniela;
– Corrado Gaipa, l’avvocato Rizzo, un altro specialista nelle interpretazioni di personaggi viscidi,
– Howars Ross, che interpreta Melende, uno degli uomini della banda di Cocchi, accreditato come Renato Rossini.
Gianni Garko
Il boss ebbe una serie di traversie giudiziarie, per un curioso incidente; il ministro Gioia, sentendosi diffamato in una sequenza del film in cui sembra venisse accostato il suo nome a quello di altri mafiosi, chiese il sequestro del film. La storia non ebbe seguito in quanto lo stesso ministro ritirò poi la denuncia.
Il boss, un film di Fernando Di Leo. Con Henry Silva, Vittorio Caprioli, Richard Conte, Antonia Santilli, Gianni Musy, Mario Pisu, Andrea Aureli, Andrea Scotti, Gianni Garko, Salvatore Billa, Corrado Gaipa, Giorgio Dolfin, Marino Masé, Pietro Ceccarelli, Claudio Nicastro, Sergio Ammirata, Pier Paolo Capponi
Thriller, durata 111 min. – Italia 1972.
Henry Silva: Nick Lanzetta
Richard Conte: Don Corrasco
Gianni Garko: Il commissario Torri
Pier Paolo Capponi: Cocchi
Antonia Santilli: Rina Daniello, figlia di Don Giuseppe
Vittorio Caprioli: Il questore
Claudio Nicastro: Don Giuseppe Daniello
Corrado Gaipa: L’avvocato Rizzo
Gianni Musy: Carlo Attardi
Mario Pisu: Onorevole Gabrielli
Fulvio Mingozzi: Un poliziotto
Marino Masé: Pignataro
Renato Rossini: Melende, uno dei sequestratori
Sergio Ammirata: Uno dei sequestratori
Andrea Scotti: Uno dei sequestratori
Empedocle Buzzanca: Il maresciallo
Bruno Bertocci: Il medico legale
Pietro Ceccarelli: Maione
Regia Fernando Di Leo
Soggetto dal romanzo “Il mafioso” di Peter McCurtin
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Fotografia Franco Villa
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Francesco Cuppini
Le farò da padre
Controverso,dibattuto, contestato. Le farò da padre, di Alberto Lattuada, ha il merito di aver prodotto una sequela di plemiche e straschichi critici quasi senza precedenti, in virtù di una trama di per se già scabrosa, su un tema difficile, l’ amore tra una persona “normale” ed una affetta da grave handicap. Un tema inusuale, poco affrontato negli anni settanta, piuttosto pudichi se non ipocriti verso situazioni che uscissero da una perbenista moralità. Lattuada invece affronta il problema alla radice, attraverso immagini anche forti, ma mai morbose, tranne forse in un paio di situazioni che si sarebbero potute evitare. Ma veniamo alla trama.

Gigi Proietti, l’avvocato Saverio Mazzacolli a cena con Mario Scaccia, Don Amilcare da Layola
Saverio Mazzacolli, avvocato senza scrupoli, rampante, ha messo gli occhi su un’affare miliardario: l’urbanizzazione di un tratto di costa salentina, da destinare a paradiso per le vacanze dei ricchi. Per fare ciò, ha bisogno però di lottizzare i terreni adocchiati, che appartengono alla contessa Raimonda Spina, ricca, ricchissima vedova di un uomo d’affari. Aiutato da un nobile spiantato, ricco solo di blasone, Don Amilcare da Layola, l’avvocato senza scrupoli aggancia la nobildonna e la seduce.

Therese Anne Savoy, la portatrice d’handicap Clotilde

Irene Papas, la Contessa Raimonda Spina
Il suo intento è quello di realizzare, con la donna, l’affare agognato. Ma la contessa, scaltra, rifiuta l’offerta, così come rifiuta di sposare l’avvocato. Saverio però non demorde, e decide di colpire la contessa nell’unico punto vulnerabile, sua figlia Clotilde. La ragazza, pur avendo anagraficamente 16 anni, ha un forte handicap psicologico, che le impedisce di parlare; cosa più grave, vive e si comporta come una bimba di 5 anni. Ma ha le pulsioni della sua età, il corpo, gli ormoni, spingono la ragazza, che è priva ovviamente della concezione del peccato, ad un comportamento istintivo e primordiale, in cui anche l’erotismo è un gioco.
E’ la vecchia governante di casa a frenarne gli impeti, masturbandola, cosa che effettivamente procura nello spettatore un senso di fastidio. Saverio chiede così in moglie Clotilde alla madre, ma la contessa rifiuta di dare alla ragazza qualsiasi sostanza. A questo punto Saverio, con la complicità di Don Amilcare da Layola, simula il rapimento della ragazza, con l’aiuto anche di un geometra viscido come una serpe e della cameriera di Don Amilcare.
Durante la cattività della ragazza, però, qualcosa cambia in Saverio: l’istintività quasi animale della ragazza, quel suo offrirsi senza pudori o false remore, quella corrente di simpatia che si instaura tra Saverio e Clotilde finiscono per compiere il miracolo. Saverio si innamora della ragazza, ovviamente ricambiato dalla genuina, spontanea creatura senza malizia che è Clotilde. A questo punto Saverio dovrà scegliere: perseguire i suoi fini o seguire l’istino, abbandonandosi a quella storia d’amore assolutamente anticonvenzionale. Sceglierà con il cuore.
Ci sono più modi per approcciarsi al film di Lattuada: con occhio critico, quindi valutando negativamente il personaggio di Saverio, come in fondo sarebbe giusto che fosse, oppure ponendo l’accento sulla figura di Clotilde, la sua sessualità animalesca, primitiva, vista nell’eccezione negativa, sia come donna che come portatrice d’handicap.

Grande performance di Therese Ann Savoy nei panni di Clotilde
Sarebbe tuttavia un grosso errore: Lattuada privilegia l’ambiente, la storia d’amore impossibile che si delinea tra Saverio e Clotilde, vista anche come un guanto di sfida alla bigotteria, al senso morale e di pudicizia che affiora nella vita della tranquilla e bolsa borghesia salentina. Il Salento è solo un’immagine figurata, a quel punto, perchè diventa il simbolo di tutta una classe sociale troppo incline all’ essere baciapile e ipocrita.
Le scene di sesso sono davvero limitate, mentre i nudi di Clotilde trovano giustificazione nello svolgimento del film, nel tentativo di far affiorare un sentimento che nasce proprio da pulsioni primitive, e che si trasforma poi in qualcosa di più profondo, rendendo simpatico anche la canaglia Saverio. Gli attori sono tutti al massimo livello:
– bravo Gigi Proietti a esaltare le doti negative, ma anche poistive alla fine dell’avvocato rampante:
-bravissima Therese Ann Savoy, impeccabile nel ruolo di Clotilde, con quella sua faccia da adolescente dal corpo peccaminoso eppur in questo caso non morboso;
-bravo Mario Scaccia, nel ruolo di Don Amilcare, un nobile spiantato, ancora perso dietro sogni e rimpianti di una nobiltà ormai decaduta, defunta.
-ottima Irene Papas, la contessa Raimonda Spina, che in fondo ama con tutto il cuore quella sua sfortunata figliola. Sfortunata fino ad un certo punto, perhè essa è un giullare di Dio, la creatura perfetta, senza peccato e senza malizia.
Infine bravo anche Cirino, il viscido geometra, e Lina Polito, Concettina, domestica forse sciocca, ma di quella stoltezza che rende poi grandi. Un film molto bello, per certi versi assolutamente imperdibile.
Le farò da padre, un film di Alberto Lattuada. Con Irene Papas, Mario Scaccia, Isa Miranda, Luigi Proietti.
Therese Ann Savoy, Lina Polito, Bruno Cirino, Clelia Matania, Alberto Lattuada, Mario Cecchi, Giancarlo Badessi, Daniela Caroli
Commedia, durata 115 min. – Italia 1974.
Luigi Proietti (Saverio Mazzacolli)
Irene Papas (Raimonda Spina Tommaselli)
Therese Ann Savoy (Clotilde)
Mario Scaccia (don Amilcare de Loyola)
Bruno Cirino (Peppe Colizzi)
Lina Polito (Concettina)
Isa Miranda (zia Elisa)
Clelia Matania (zia Lorè)
Pia Attanasio (nonna Anastasia)
Nona Da Padova (la balia Anna)
Gabriella Cammelli Severi (la cameriera)
Daniela Caroli (Carmela)
Gian Carlo Badessi (don Liguori)
Regia Alberto Lattuada
Soggetto Bruno Di Geronimo
Sceneggiatura Bruno Di Geronimo, Ottavio Jemma, Alberto Lattuada
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto
Scenografia Vincenzo Del Prato
Costumi Marisa Polidoni D’Andrea

Il corpo
Antoine, Madeleine, Princesse e Alain. Quattro storie di perdenti, di persone in fondo negative, nelle loro debolezze e nei loro difetti. Quattro destini segnati, che alla fine riceveranno paghe diverse.
Antoine, un uomo di mezza età, viene aggredito da due persone; in suo aiuto arriva lo sconosciuto Alain, che li mette in fuga. Riconoscente, Antoine offre un lavoro al giovane dopo aver appreso che in pratica è senza soldi e senza una meta.
Lo porta con se sull’isola dove vive in compagnia di una stupenda ragazza di colore, Princesse. Antoine, che è diviso dall’ex moglie Madeleine, che gestisce un locale di infimo ordine, è un uomo alcolizzato e violento. Princesse spesso è vittima della sua violenza; così, dopo aver all’inizio contrastato la venuta di Alain, finisce per individuare nel giovane l’unica persona che può portarla via dalla sua vita fatta di soprusi e violenza.
Così si concede al giovane Alain, e con lui inizia a pensare sia ad un futuro lontano da Antoine, sia alla maniera per sbarazzarsi dell’uomo. Ma Antoine, che non ha smesso di frequentare l’ex moglie, affida ad una lettera i suoi timori su un complotto dei due giovani amanti, che affida a Madeleine. Così, un giorno, i due amanti riescono a sbarazzarsi, in maniera casuale, di Antoine, che viene lasciato affogare al largo dell’isola;

La bellissima Zeudi Araya è Princesse
Madeleine, che è a conoscenza del piano, ricatta il giovane Alain. I due amanti decidono la fuga, e grazie a 2000 dollari trovati tra le cose di Antoine, si dirigono all’aeroporto. Qui una semplice dimenticanza di Alain trasforma tutto in una tragedia: Alain intravede tra la folla Madeleine, e sentendosi chiamare da un poliziotto, che in realtà vuole semplicemente comunicargli qualcosa, pensa di essere stato scoperto e fugge sulla pista di volo, dove viene travolto da un auto. Sconvolta, Princesse va a raggiungerlo, e finisce nello stesso modo. I corpi dei due giovani amanti giacciono così distesi su freddo asfalto dell’aeroporto, uno accanto all’altro.
Il corpo, diretto da Luigi Scattini nel 1974, chiude la trilogia ideale iniziata con La ragazza fuoristrada e proseguita con La ragazza dalla pelle di luna, che vede nei panni delle tre protagoniste la splendida Zeudi Araya. Ancora una volta la location è esotica; Scattini sceglie l’isola di Trinidad: la trama è intrigante, potremmo definirla come “amore e morte nel giardino degli dei”, vista la bellezza dei paesaggi che fanno da contorno ad una trama, al contrario, virata decisamente al noir. Un film in in cui i personaggi sembrano mossi da un destino tragico sin dalle prime battute, con quel loro essere tutti degli sconfitti.
E’ uno sconfitto Antoine, alcolizzato e violento, è una sconfitta Madeleine, che vive un’esistenza miserabile dividendosi tra una bettola e uomini che transitano nel suo letto. E’ uno sconfitto Alain, senza meta e senza passato, così come è una sconfitta Princesse, che pure è bellissima e sensuale. Ma che userà la sua sensualità in maniera sbagliata, finendo per catalizzare tutte le pulsioni negative dei vari personaggi attorno a lei, che diventerà il fulcro del dramma. Un dramma che si intuisce sarà lo sbocco naturale delle loro esistenze, sin da quando i due giovani amanti non progetteranno, infatti, di sbarazzarsi del terzo incomodo, finendo, inconsapevolmente, per favorire i piani di Madeleine, che sarà l’unica a guadagnarci qualcosa, alla fine. Nessun personaggio positivo, quindi, ma uno spaccato di umanità torvo, dolente.

Due bellezze agli antipodi: Zeudi Araya…..
La scelta degli attori si rivela, per Scattini, fondamentale: bravissimo è infatti Enrico Maria Salerno, attore duttile, capace di dare profondità al suo personaggio. Brava anche Carroll Baker, nel ruolo della perfida Madeleine, un’attrice che in Italia, per merito dei nostri registi, ebbe infine il ruolo che meritava.. E brava, naturalmente, la bellissima Zeudi Araya, molto più spigliata rispetto agli esordi, oltre che spettacolosa fisicamente. Viceversa un tantino incolore la prova di Leonard Mann, alle volte in imbarazzo.
Due parole sulla location. Trinidad appare in una luce diversa, rispetto per esempio allo scenario lussureggiante delle Seychelles di La ragazza dalla pelle di luna. Come suggerisce il regista nel suo blog (http://www.luigiscattini.wordpress.com), a Trinidad l’atmosfera è ben diversa. E non solo quella del film, immersa sin dall’inizio in un dramma percepibile. Non so quanto il regista abbia voluto e cercato quel clima grigio, quasi da città del nord Europa che caratterizza il film, fatto sta che Trinidad appare in una luce soffusa, malinconica, con quelle nuvole che errano in un cielo azzurro oscurando il sole, creando un seno di angoscia e partecipazione al dramma delle quattro vite che si andrà via via dipanando.
Luigi Scattini si conferma regista di classe, fa sinceramente male leggere critiche feroci al suo modo di fare cinema: chiunque abbia visto Il corpo non potrà mai definirlo, alla fine, un film erotico. L’erotismo c’è, ma è usato con leggerezza, non ha nulla di torbido. Viceversa, per parte della critica, diventa l’elemento pregnante dell’opera. Un vero peccato, visto che purtroppo molti spettatori, alla fine, subiscono il condizionamento di gente che il cinema lo conosce solo per sentito dire.
Il corpo, di Luigi Scattini con Zeudi Araya, Enrico Maria Salerno, Leonard Mann,Carroll Baker
Carroll Baker … Madeleine
Zeudi Araya … Princess (as Zeudi Araya)
Leonard Mann … Alan
Enrico Maria Salerno … Antoine
Regia Luigi Scattini
Sceneggiatura Luigi Scattini,Massimo Felisatti,Fabio Pittorru
Musiche Piero Umiliani
Montaggio Antonio Borghesi
Editing Gabriella Zita
Liberi, armati, pericolosi
La giovane Lea si reca in commissariato per denunciare la probabile rapina di tre suoi amici, il biondo, Giò e Luis (quest’ultimo è il suo ragazzo) ai danni di un distributore di benzina nel centro di Milano. Il commissario decide di ascoltare la ragazza, che ha assicurato che i tre non sono pericolosi, e che hanno intenzione di fare la rapina con un’arma giocattolo; così si apposta con i suoi uomini davanti alla stazione di servizio.
Ma le cose vanno diversamente; il biondo spara sul benzinaio, e nel conflitto a fuoco che segue vengono uccise altre tr persone. I tre riescono a fuggire, e da quel momento ha inizio una drammatica corsa contro il tempo per fermare i tre giovani delinquenti, che si lasciano alle spalle una lunga scia di sangue. Giò e il biondo rapinano una banca, uccidendo una guardia, e subito dopo si recano da un loro amico, a capo di una gang di giovinastri e assieme progettano un colpo ad un supermercato.
Qui, subito dopo la rapina, Giò e il biondo massacrano i loro compagni di malefatte, e fuggono verso la campagna, dopo aver prelevato da casa la giovane Lea. Ma la loro fuga termina in un boschetto, dove, dopo aver ucciso una coppia di turisti e un guardiacaccia, vengono circondati dalla polizia, con prevedibile dramma finale.
Liberi,armati, pericolosi non è un film poliziesco, quanto piuttosto un noir con evidenti intenti moralistici. Ed è quest’ultima prerogativa quella che urta di più nell’economia di un film che già di per se è infarcito di luoghi comuni da vendere. A parte l’assoluta improponibilità della trama, con i tre teppistelli che seminano sangue senza che la polizia possa in qualche modo fermarli, che rapinano una banca gettando poi i soldi della rapina dai finestrini dell’auto in mezzo ad un mercato, quello che urta ancor più sono alcuni dialoghi da far accapponare la pelle.
Come quello tra il commissario (un Thomas Milian a disagio) e i tre genitori dei ragazzi, ai quali ammanisce una ramanzina degna di miglior causa; altra ridicolaggini del film sono evidenti anche in presa diretta, come la sequenza dell’elicottero che intercetta i giovani in un campo; Luis e Giò sono visibilissimi nella ripresa dall’alto, visto che sono all’interno di una capanna senza pareti. Ebbene, l’elicottero si lascia sviare dal biondo che simula un amplesso con Lea…mentre i due rimangono tranquillamente in bella vista nella capanna.
Dialoghi surreali a parte, e improbabilità della trama anche, quanto meno ci si consola con le sparatorie a go go, con gli inseguimenti, ben girati, e con il ritmo della pellicola. Perchè, per il resto, tutto è davvero poca cosa. I tre attori, Max Delys (il solito divetto dei fotoromanzi diventato attore), Stefano Patrizi e Benjamin Lev sono davvero espressivi come cariatidi del Partenone. si salva Eleonora Giorgi, sicuramente di ben altro livello rispetto ai tre, e in qualche modo un imbarazzatissimo Thomas Milian, che recita la famosa paternale in modo tanto irruento da renderla ancora più surreale.
Diretto da Romolo Guerrieri, Liberi armati pericolosi è un prodotto tipico del B movie italiano degli anni settanta, pieno di predicozzi, situazioni accennanti alla realtà violenta di quegli anni, sparatorie a volontà, polizia inefficiente, violenza gratuita e tutto il corollario di denunce sulla società degli anni di piombo, viste però con intenti moraleggianti, poco concreti e sopratutto con un linguaggio a tratti becero, a tratti improbabile e sguaiato.
Liberi, armati, pericolosi un film di Romolo Guerrieri. Con Eleonora Giorgi, Benjamin Lev, Thomas Milian, Stefano Patrizi, Max Delys, Venantino Venantini, Salvatore Billa, Gloria Piedimonte, Diego Abatantuono, Giorgio Locuratolo
Poliziesco, durata 91 min. – Italia 1976
Stefano Patrizi: Mario “il biondo”
Max Delys: Luis
Benjamin Lev: Giò
Eleonora Giorgi: Lea
Tomás Milián: Commissario
Diego Abatantuono: Lucio
Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Giorgio Scerbanenco, Fernando Di Leo
Sceneggiatura Nico Ducci, Fernando Di Leo
Produttore Marcello Partinie, Ermanno Curti
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Enrico Pieranunzi, Gianfranco Plenizio
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Giulia Mafai
L’Italia s’è rotta
Due siciliani che lavorano a Torino, Peppe e Antonio, decidono di lasciare la città piemontese, subito dopo aver avuto alcune traversie con dei malviventi locali, spacciatori di droga. Durante il viaggio di ritorno verso la Sicilia, imbarcano con loro la giovane Domenica, una prostituta che Antonio è riuscito a liberare dalla schiavitù del suo pappone;
è l’inizio di un viaggio attraverso un’Italia che sembra un paese del terzo mondo, con le sue contraddizioni e i suoi difetti. I tre, caricati in auto un commendatore e la moglie, non riceveranno in cambio del gesto nulla, cosa che si ripeterà in Toscana, dove daranno una mano ad una nobildonna, rimanendo anche in questo caso a bocca asciutta. Coinvolti in una rapina, riusciranno a mettersi in tasca pochi spiccioli; il loro viaggio, che sembra ormai un’odissea di sfigati, li vede far tappa in Calabria, dove i tre assaporano la bellezza del mare locale, facendo il bagno nudi, come bambini.
La celebre sequenza del bagno dei tre amici nudi
Vengono denunciati per oltraggio al pudore da un magistrato ipocrita, il quale con una scusa trattiene Domenica; i due amici, ritornati in Sicilia, verranno coinvolti in una storia di droga. Certi di dover fare i conti con la mafia locale, ai due non resta altro da fare che percorrere a ritroso il viaggio, e ritornare a Torino, cosa che faranno dopo aver ripreso con loro Domenica.
L’Italia s’è rotta è un film girato da Steno nel 1976, in un momento davvero difficile della vita del paese; scioperi, attentati , crisi energetica, inflazione a due cifre. Un’ Italia rotta, come recita il titolo del film, che diventa un vero e proprio Easy rider di casa nostra, un on the road che mette in mostra tutti gli italici problemi. La fine del miraggio del boom, con l’emigrazione dal sud che ha finito per non integrarsi del tutto al nord, simboleggiata dai due giovani alla ricerca delle vere radici. I due amici finiscono per sperimentare le anime di un paese in crisi di identità, fra miseria e miserie personali, meschinità varie e varia umanità.
Un film profondamente amaro, con un finale che vede Antonio e Peppe tornare sui propri passi, quasi rassegnati ad una vita che non vogliono, ma che rappresenta l’unica possibilità di tirare a campare. Un film che non riesce del tutto, forse perchè troppo ambizioso, in bilico tra una comicità alle volte grottesca, alle volte con note stonate. Non mancano tuttavia momenti di gan cinema: memorabile la corsa dei tre amici sulla spiaggia, nudi e felici come bambini, senza ombra di corruzione o di malizia, interrotta dal solito perbenismo dell’autorità costituita.
Steno fa morire il magistrato ipocrita durante la visione di Gola profonda, simbolo di una trasgressione ahimè solo visiva in un paese dalla moralità con confini molto incerti, in ilico tra tradizione e futuro. Un film con molti difetti, pronto a puntare il dito sulle anomalie di un paese cresciuto solo a livello economico, e mai diventato davvero nazione, con i difetti tipici dell’italiano: individualismo anarcoide, qualunquismo, disfattismo.
La denuncia c’è, ma Steno privilegia il lato grottesco, incidendo alla fine solo a metà e lasciando al cinema un’opera incompleta, priva di veri affondo contro il sistema. Tuttavia la pellicola è godibile, anche per la verve degli attori protagonisti, Teo Teocoli, che interpreta Peppe, Mario Scarpetta che interpreta l’amico Antonio, una bellissima e sexy Dalila Di Lazzaro nel ruolo della giovane prostituta Domenica. Spazio ad attori di fama in ruoli minori, come Enrico Montesano che interpreta il rapinatore, Alberto Lionello nel ruolo dello scultore zio di Domenica, la solita grande Valeria Valeri nel ruolo della contessa, Duilio Del Prete, l’ipocrita magistrato.
L’Italia s’è rotta, un film di Steno. Con Clelia Matania, Enrico Montesano, Duilio Del Prete, Dalila Di Lazzaro, Franca Valeri, Alberto Lionello, Mario Carotenuto, Loris Bazzocchi, Carla Calò, Orazio Orlando, Mario Scarpetta, Armando Marra, Marisa Laurito, Teo Teocoli
Commedia, durata 105 min. – Italia 1976.
Dalila Di Lazzaro: Domenica Chiaregato
Mario Scarpetta: Antonio Mancuso
Teo Teocoli: Peppe Truzzoliti
Enrico Montesano: rapinatore romano
Mario Carotenuto: cavalier Amedeo Zerolli
Alberto Lionello: lo scultore, zio di Domenica
Franca Valeri: contessa Giovanna
Pietro Zardini: negoziante di elettrodomestici
Duilio Del Prete: censore
Orazio Orlando: Oronzo, il maestro
Clelia Matania: madre di Peppe
Carla Calò: madre di Antonio
Loris Bazzocchi: trafficante di droga
Sergio Di Pinto: figlio di Zerolli
Marisa Laurito: Rosalia, sorella di Antonio
Gianni Pallavicino: capomafia
Armando Marra: Scognamiglio
Barbara Herrera: signora Pautasso
Gianni Barabino: vigile urbano genovese
Regia Steno
Soggetto Giulio Questi, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni, Steno
Sceneggiatura Sergio Donati, Luciano Vincenzoni, Steno
Produttore Franco Caramelli, Gianfranco Lastrucci
Casa di produzione Splendid Pictures
Distribuzione (Italia) Gold Film – General Video
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Enzo Jannacci
Scenografia Gianni Polidori
Costumi Gianfranco Carretti
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Sapore di mare
Estate del 1964, Versilia: sulle spiagge toscane si incrociano le storie di un gruppo eterogeneo di ragazzi. Paolo e Marina, due ragazzi napoletani, con l’immancabile famiglia folcloristica al seguito, conoscono un gruppetto di amici in vacanza, tra i quali ci sono Luca e Felicino, due fratelli figli di un ricco industriale lombardo.
Del gruppo fanno parte una coppia di spocchiosi gemelli toscani, l’intellettualoide Gianni, fidanzato con la bellissima Selvaggia, Giorgia, una insipida ragazza un tantino snob. Tra i ragazzi si intrecciano storie e flirt; il più complicato capiterà proprio a Gianni, che avrà un’avventura, per altro molto platonica, con Adriana, una matura signora sposata con un industriale interessato solo alle auto.

Jerry Cala, è lo scapestrato e irriverente Luca
Questo metterà in crisi il rapporto tra Gianni e Selvaggia, mentre si svolge un altro flirt, quello tra Marina e Luca, che più che ad una storia seria sembra puntare alla solita avventura estiva. Il fratello di Luca, Felicino, rientra dall’Inghilterra con una inglesina piuttosto pepata e anticonformista, Susan, della quale si innamorerà perdutamente Paolo.
Il gioco delle coppie continua, tra avventure, scherzi, giochi: la fine dell’estate vedrà lo scioglimento dell’allegra compagnia, che da quel momento non si rivedrà più, se non nel 1982, quando, casualmente, Marina tornerà in Versilia alla Capannina, il mitico locale degli anni sessanta, e troverà Luca e Felicino intenti a vivere la loro vita spensierata, di playboy segnati dal tempo. Marina riceverà un biglietto da Luca, che simboleggia, in qualche modo, il tempo trascorso tra l’adolescenza e l’età matura, quasi un gesto di rimpianto del vecchio amore della donna : «Questo biglietto vale per tutte le lettere che non ti ho mai scritto. A proposito, sei sempre la più bella…».
I giovani spensierati sono diventati adulti, e la loro vita è cambiata: Marina si è sposata, ma pensa ancora con nostalgia a quell’estate, l’estate del primo amore. Gianni non si è sposato, è in cerca del grande amore e fa il giornalista, Selvaggia si è sposata, ha divorziato e convive con un venditore di auto, mentre Paolo e Susan sono diventati marito e moglie. Adriana ora ha un nuovo amore: è il figlio, che chiede alla madre, sulle note di Celeste nostalgia, cosa avessero di speciale gli anni sessanta.
Sapore di mare, film del 1982, diretto da Carlo Vanzina, è un film molto importante per una serie di motivi:
– arriva in un anno, il 1982, di pesante crisi dell’industria cinematografica; crisi di spettatori, ma anche crisi di idee, e riporta nelle sale un pubblico numeroso, grazie al sapiente cocktail realizzato dal figlio del grande Steno tra musica, revival, gag, simpatia degli attori, divertimento senza pensieri;
– lancia una pattuglia di giovani attori, che ben presto diverranno famosi, o vedranno in rialzo la loro carriera, come Marina Suma, Isabella Ferrari, Jerry Cala, Christian De Sica, Karina Huff, Angelo Cannavacciuolo, integrati perfettamente ai più noti Cannavale, Virna Lisi, Ennio Antonelli;
– diventa un cult per le musiche davvero sontuose, praticamente il meglio della produzione italiana degli anni sessanta, come Sapore di sale di Paoli, Stessa spiaggia stesso mare di Focaccia, I watussi e Abbronzatissima di Vianello, e ancora Senza fine, Ritornerai, Una carezza in un pugno, Come te non c’è nessuno, Perdono.
A questo bisogna aggiungere l’aver fatto da apripista ad una serie di pellicole balneari, forse meno incisive e riuscite, ma che ebbero il merito di riportare spettatori al cinema. Un film a tratti divertente, a tratti malinconico, come quel finale alla Capannina, con le note di Celeste nostalgia di Cocciante a chiudere mentre Virna Lisi risponde al figlio, che le chiedeva cosa avessero di speciale gli anni sessanta, ” non lo so, so soltanto che ci batteva forte il cuore”

Estate del 1982, 18 anni dopo: Luca, Felicino e a sinistra una giovane Alba Parietti
Un film un tantino ruffiano, ma veramente poco: il tutto assume l’aspetto di uno spaccato generazionale una volta tanto non giocato sull’mpegno o su discorsi seri e paroloni, ma sulla spensieratezza, sulla voglia di vivere, su quelle che erano davvero le estati degli anni sessanta, le estati del surf e del twist, dei balli lenti e dell’hully gully, i prototipi dei balli di gruppo. Un bel film, davvero, recitato discretamente, e che ebbe un seguito di assoluto minor rilievo, Sapore di mare due un anno dopo, diretto da Cortini, ma senza i personaggi fondamentali di marina e Luca, e sopratutto senza la magia che aveva creato Vanzina con la sua perfetta alchimia musica-nostalgia.
In ultimo da sottolineare le prove dei vari attori: bravo Cala nei panni dello spensierato playboy Luca, bellissima e seducente Virna Lisi nel ruolo della matura Adriana, bravo De Sica nel ruolo dell’antipatico Felicino, splendida Isabella Ferrari in quello di Selvaggia. Si segnalano anche Paolo Baroni e Angelo Maggi nei panni dei marchesini Pucci, Giorgia Fiorio, futura fotografa di gran fama nel ruolo di Giorgia.
Il film è disponibile in versione completa e in ottima qualità all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=FlLoQJHXIrs
Sapore di mare
Un film di Carlo Vanzina. Con Jerry Calà, Marina Suma, Karina Huff, Virna Lisi, Alba Parietti, Edoardo Vianello, Ennio Antonelli, Rita Forzano, Gianfranco Barra, Ugo Bologna, Guido Nicheli, Isabella Ferrari, Annabella Schiavone, Angelo Maggi, Paolo Baroni Commedia, durata 98′ min. – Italia 1983
Jerry Calà: Luca
Marina Suma: Marina
Virna Lisi: Adriana
Christian De Sica: Felicino
Karina Huff: Susan
Isabella Ferrari: Selvaggia
Angelo Cannavacciuolo: Paolo
Paolo Baroni: Marchesino Pucci
Angelo Maggi: Marchesino Pucci
Gianni Ansaldi: Gianni
Giorgia Fiorio: Giorgia
Giorgio Vignali: Maurizio
Ugo Bologna: commendator Carraro
Gianfranco Barra: padre di Paolo e di Marina
Annabella Schiavone: madre di Paolo e di Marina
Guido Nicheli: marito di Adriana
Enio Drovandi: Cecco
Ennio Antonelli: il bagnino Morino
Edoardo Vianello: se stesso
Regia Carlo Vanzina
Soggetto Carlo Vanzina, Enrico Vanzina
Sceneggiatura Carlo Vanzina, Enrico Vanzina
Produttore Claudio Bonivento
Casa di produzione International Dean Film
Distribuzione (Italia) Medusa Distribuzione
Fotografia Beppe Maccari
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Edoardo Vianello, Mariano Perrella
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Silvio Laurenzi
« Devi imparare a socialize… a socializzare… come un’ape, che vola su tanti fiori: prende qua, prende là e poi diventa migliore »
« Ganza ‘sta battuta! Proprio ganza! Ganzissima!!! »
« Per quest’anno, non cambiare: vengo al mare per ciullare. E, come l’anno scorso, c’è il pirla del bagnino! »
“- Ma chi è? Un’amica?
– Ma che amica? È una che si trombava vent’anni fa… pisellone!”
“- Ma non facciamo i barboni, ma cosa volete che sia qualche chilo di caviale!
– Vorrà dire che quest’inverno ci rifacciamo con le paghe degli operai… va ben?
– Chissà perche i padri quando invecchiano diventano cosi stronzi?
– Te lo dico io il perché… perché hanno dei figli pistola come te.”
“Uhe ragazzi, mi dispiace… la musica è finita, gli amici se ne vanno… Dai Marina, andiamo in branda va!”
* Stessa spiaggia, stesso mare – Piero Focaccia (sigla iniziale)
* Abbronzatissima – Edoardo Vianello
* Cuando calienta el sol – Los Marcellos Ferial
* Sei diventata nera – Los Marcellos Ferial
* Luglio – Riccardo Del Turco
* I Watussi – Edoardo Vianello
* Il capello – Edoardo Vianello
* Windsurf – Edoardo Vianello
* Una carezza in un pugno – Adriano Celentano
* Come te non c’è nessuno – Rita Pavone
* Senza fine – Mina
* Tremarella – Edoardo Vianello
* O mio Signore – Edoardo Vianello
* Guarda come dondolo – Edoardo Vianello
* Andavo a cento all’ora – Gianni Morandi
* Nessuno mi può giudicare – Caterina Caselli
* Se mi vuoi lasciare – Michele
* Perdono – Caterina Caselli
* C’è una strana espressione nei tuoi occhi – Rokes
* Segreti – Giorgia Fiorio
* Un anno d’amore – Mina
* Alla mia età – Rita Pavone
* Mi sono innamorato di te – Luigi Tenco
* Una rotonda sul mare – Fred Bongusto
* Non ho l’età (per amarti) – Gigliola Cinquetti
* Il cielo in una stanza – Mina
* Non son degno di te – Gianni Morandi
* Una lacrima sul viso – Bobby Solo
* When you walked in the room
* Celeste nostalgia – Riccardo Cocciante
* Il peperone – Edoardo Vianello (sigla finale)
* Prendiamo in affitto una barca – Edoardo Vianello (sigla finale)
Mio Dio, come sono caduta in basso

La giovane e bellissima marchesa Eugenia di Maqueda sta per sposare Raimondo Corrao, plebeo; lei probabilmente è anche innamorata di lui, Raimondo ha bisogno di un titolo nobiliare. La ragazza, allevata dalle suore, è completamente a digiuno delle cose del sesso, così attende con curiosità la prima notte di nozze. Ma, durante l’approccio del marito, i due vengono interrotti da un telegramma.

Chi scrive è il padre della ragazza, che racconta ai due stupefatti coniugi di essere il padre di entrambi. Come rivelato da un diario nascosto in un cassetto della specchiera della camera da letto, il padre, rimasto privo di parte della virilità durante la guerra d’Africa, tornato a casa si fa sostituire nel talamo dal suo fedele attendente, in modo da poter dare un erede maschio alla sua casata, sopratutto per non perdere un’ingente eredità.
Il trucco funziona parzialmente, perchè la moglie del barone resta incinta, ma scopre l’inganno e poco dopo aver dato alla luce Raimondo, muore. Mentre il barone, da quel momento, si da alla bella vita, per Eugenia inizia una vita lontana dalle tentazioni del mondo tra le suore di un collegio.
La scoperta del rapporto di parentela costringe i due ad una vita casta; ma Eugenia è giovane e vogliosa, così, dopo essersi offerta ad un barone francese, seduttore impenitente, viene da questi rifiutata perchè vergine. Disperata, Eugenia rivolge le sue attenzioni su Silvano, focoso autista della famiglia. Mentre Raimondo si immerge nei piaceri della lettura di D’Annunzio, Eugenia sperimenta i piaceri della carne con il giovane Silvano. La storia finisce perchè Silvano viene arrestato per furto.
Così, mentre Raimondo parte per la guerra d’Africa, Eugenia si dedica alle opere pie, sempre sospirando l’amore e le gioie della carne. Durante la guerra si imbatterà proprio in Silvano, rimasto gravemente ferito al fronte. Dopo una breve avventura saffica con una sua libertina conoscente, Eugenia, rimasta vedova, si rifugia a Parigi, meditando il suicidio. Ma qui verrà raggiunta da Silvano, che non l’ha dimenticata, e i due ritroveranno l’amore.
Diretto da Luigi Comencini, Mio Dio come sono caduta in basso è una commedia con intenti satirici; la diversa interpretazione dei ruoli maschili e femminili nell’Italia di inizio secolo, nel meridione, per l’esattezza, è una delle chiavi di lettura del film. Che resta sospeso tra la commedia, a tratti graffiante, e la pochade, quasi un romanzo d’appendice di Liala. Grazie a costumi raffinati e ad una splendida fotografia, Comencini ritrae una Sicilia peccaminosa dietro la parvenza di moralità, simboleggiata dal tradimento boccaccesco del barone,
che sacrifica la virtù della moglie per i soldi, dall’atteggiamento del gattopardesco Raimondo, dalle pulsioni erotiche di Eugenia, personaggio in bilico tra la morale imposta da un’educazione assolutamente repressiva e le pulsioni della carne e dei sentimenti. Il tutto si dipana attraverso una storia che si lascia guardare con piacere, a tratti beffarda, a tratti ironica e sarcastica.Sicuramente all’altezza i personaggi, con Alberto Lionello un po sulle righe nell’interpretazione di Raimondo Corrao,
di Laura Antonelli, deliziosamente sexy e ingenua in una delle sue migliori interpretazioni. Bene Pagliai, il barone di Maqueda, viveur dedito ad una vita di agi e mollezze, bello il cameo di Rochefort, il barone che rifiuterà le avance di eugenia, perchè attratto solo da donne vissute. E un bravo anche al giovane Michele Placido, che interpreta perfettamente il ruolo dell’autista, futuro amore proibito di Eugenia.
Cameo per la futura porno star Karin Schubert, nella parte di una disinibita amica di Eugenia. Memorabili le scene della prima notte di nozze, e sopratutto quella della seduzione di eugenia da parte di Silvano, in un casolare; l’uomo si troverà a fare i conti con mutandoni, corpetti, guepiere, una massa di vesti capaci di spegnere sul nascere qualsiasi desiderio sessuale.

La prima avventura saffica con l’amica, Karin Schubert
Mio Dio, come sono caduta in basso, un film di Luigi Comencini. Con Michele Placido, Laura Antonelli, Alberto Lionello, Rosemarie Dexter, Ugo Pagliai, Lorenzo Piani, Jean Rochefort, Karin Schubert, Carla Mancini
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.
Laura Antonelli: Eugenia Di Maqueda
Alberto Lionello: Raimondo Corrao, marchese Di Maqueda
Michele Placido: Silvano Pennacchini, autista
Jean Rochefort: Barone Henri De Sarcey
Ugo Pagliai: Ruggero Di Maqueda
Rosemarie Dexter: Florida, madre di Eugenia
Karin Schubert: Evelyn
Michele Abruzzo: Don Pacifico
Regia Luigi Comencini
Soggetto Ivo Perilli, Luigi Comencini
Sceneggiatura Ivo Perilli, Luigi Comencini
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Casa di produzione Dean Film
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli
Musiche Fiorenzo Carpi
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Dante Ferretti



























































































































































































































































































