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Excalibur

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Una delle opere cinematografiche che meglio coniuga leggenda,storia e letteratura,è Excalibur di John Boorman. Perché attraverso tre ore di grande cinema, si assiste ad un tentativo riuscito di rendere visivamente l’affascinante storia di re Artù e i romanzi di De Troyes,mescolando con sapienza musica wagneriana e la Carmina burana, le gesta di Lancillotto e quelle di Merlino,attraverso paesaggi quasi fiabeschi,sospesi in un mondo che sa di favola,pur essendo terribilmente crudele.

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Così vediamo Artù,strappato dal mago Merlino a suo padre.Uther Pendragon e a sua madre Higray,crescere all’ombra del grande mago,in attesa di compiere le antiche profezie: diventare il re che unifica la Britannia e ridare libertà e prosperità al suo popolo.

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I romanzi di De Troyes si fondono con quelli di Goffredo di Monmouth;vediamo Artù crescere,ed estrarre dalla roccia Excalibur,la spada del potere;riuscire,con coraggio e sangue freddo,a mettere d’accordo nobili e cavalieri,creando per loro una sorta di gran consiglio,la tavola rotonda,rotonda perché chiunque segga adessa sia allo stesso livello di grado e di dignità di chi gli siede accanto.

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Facciamo così conoscenza di Galahad,di Lancillotto,l’unico che batte in combattimento Artù,che per sconfiggerlo distruggerà Excalibur,riottenendo la spada solo grazie all’intervento della Dama del lago. Conosciamo così Parsifal,che da semplice scudiero di Lancillotto diventerà cavaliere,colui che riporterà Camelot la città di Artù,all’antico splendore;conosciamo Ginevra,che sposa Artù,e che poi tradisce con il suo migliore amico,Lancillotto,con tanti sensi di colpa,ma anche con imbarazzante semplicità.

Boorman mescola storie e individualità,riuscendo comunque a mantenere un canovaccio che non si allontani troppo dalle avventure narrate da Monmouth e De Troyes.

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Così assistiamo alla comparsa di Morgana,sorellastra di Artù,che diviene allieva del grande Merlino,dal quale impara le conoscenze arcane e magiche;e assistiamo alle prime beghe all’interno della tavola rotonda,che culmineranno nelle accuse di infedeltà alla regina Ginevra,che verrà difesa proprio dall’umile scudiero,Parsifal,e successivamente da Lancillotto. E’ il punto più alto dello splendore di Camelot,che ben presto rovina e frana moralmente.

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Perché Morgana,grazie alle sue arti magiche seduce re Artù e rimane incinta;Merlino,soggiogato dalla abilità della maga,scompare di scena,relegato nella terra delle ombre,nè morto nè vivo,in animazione sospesa. La saga a questo punto vira di colpo,trasformandosi in tragedia:Artù scopre il tradimento della moglie,ma non ha il coraggio di uccidere i due amanti.

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Abbandona la spada regale,Excalibur,e precipita,ben presto in un’abulia totale,che coinvolge anche tutto ciò che lo circonda. Nel frattempo Morgana diventa sempre più potente; affina le sue armi e cresce suo figlio,l’incestuoso Mordred, nell’odio verso suo padre. A Camelot i Cavalieri della tavola rotonda si rendono conto che solo il Santo Graal,la coppa della vita,con il suo esempio e valore di purezza,può riportare tutto alla normalità,riportando alla vita la terra e Artù,che sono intimamente connessi.

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Partono tutti,ma tornerà solo Parsifal,che riuscirà a scoprire il segreto del Graal. E’ l’inizio dell’apoteosi finale.Aiutato dal Graal,da Merlino,tornato solo per l’occasione dal regno delle ombre, Artù affronta in battaglia il potente esercito di Mordred,riuscendo a sconfiggerlo ma morendo in combattimento.

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Sarà Parsifal a restituire Excalibur alla Dama del lago,in attesa di un re di valore,puro di cuore,che possa nuovamente impugnarla. Artù morto viene trasportato dagli spiriti verso Avalon.

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Se la trama risente di qualche forzatura,è però quasi del tutto convincente. La storia dei Cavalieri della tavola rotonda,di Artù e di Merlino trasporta lo spettatore in un mondo magico,fatto di uomini veri,con vizi e virtù,ma imbevuti di ideali forti e pregnanti E alla fine non ti accorgi che sono passate tre ore, che in fin dei conti di scene di battaglie ne vedi all’inizio e alla fine del film,e che il resto del tempo lo impieghi a seguire le vicende di Gauwein,di Galahad,di Parsifal….

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E che la leggenda,alle volte,affascina molto più del reale,quasi da farti provare una nostalgia acuta per personaggi e ambienti in cui avresti vissuto volentieri.

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Excalibur, un film di John Boorman. Con Nicholas Clay, Helen Mirren, Nigel Terry, Nicol Williamson, Liam Neeson, Corin Redgrave, Gabriel Byrne, Charley Boorman, Patrick Stewart, Keith Buckley, Cherie Lunghi, Brid Brennan, Clive Swift, Ciarán Hinds, Katrine Boorman, Robert Addie, Barbara Bryne, Paul Geoffrey, Niall O’Brien, Ciarin Hinds, Liam O’Callaghan, Michael Muldoon, Manix Flynn, Garrett Keogh, Emmet Bergin. Genere Fantastico, colore 140 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1981.

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Nigel Terry: Re Artù
Nicol Williamson: Merlino
Helen Mirren: Morgana
Nicholas Clay: Lancillotto
Cherie Lunghi: Ginevra
Paul Geoffrey: Parsifal
Robert Addie: Mordred
Gabriel Byrne: Uther Pendragon
Keith Buckley: Uryens
Katrine Boorman: Igrayne
Liam Neeson: Galvano
Corin Redgrave: Duca di Cornovaglia
Niall O’Brien: Kay
Patrick Stewart: Leodegrance
Clive Swift: Sir Hector
Ciarán Hinds: Lot
Eamonn Kelly: abate

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Regia John Boorman
Soggetto da Le Morte d’Arthur di Thomas Malory
Sceneggiatura Rospo Pallenberg, John Boorman
Produttore John Boorman
Michael Dryhurst (associato)
Produttore esecutivo Robert A. Eisenstein, Edgar F. Gross
Casa di produzione Orion Pictures Corporation
Fotografia Alex Thomson
Montaggio John Merritt
Donn Cambern (non accreditato)
Musiche Trevor Jones
Scenografia Anthony Pratt; Tim Hutchinson (architetto scenografo)
Bryan Graves (arredatore)
Costumi Bob Ringwood


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Pino Colizzi: Re Artù
Maria Pia Di Meo: Morgana
Emanuela Rossi: Ginevra
Sergio Rossi: Merlino
Loris Loddi: Lancillotto
Romano Ghini: Parsifal
Sandro Acerbo: Mordred
Romano Malaspina: Uther Pendragon
Sandro Iovino: Uryens
Simona Izzo: Igrayne
Paolo Poiret: Galvano
Gianni Marzocchi: Duca di Crnovaglia
Luciano De Ambrosis: Kay
Renato Mori: Leodegrance
Sergio Fiorentini: Sir Hector
Roberto Villa: abate
Vittorio Stagni: capitano di Mordren
Mario Milita: cavaliere di Re Artù

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Excalibur banner citazioni

La maledizione degli uomini è che essi dimenticano. (Mago Merlino)
Anál nathrach, orth’ bháis’s bethad, do chél dénmha. (Mago Merlino)
Anni per costruire. Attimi per distruggere e tutto questo per colpa di una donna! (Mago Merlino)
Ti ho amato come re. A volte come marito. Ma non si può guardare troppo a lungo il sole. (Ginevra)
Il Re senza una spada! La terra senza un Re! (Lancillotto)
Il Drago è ovunque. Il Drago è in ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come il fulmine. (Mago Merlino)
Non ero destinato ad una vita umana, ma ad essere l’essenza di memorie future. La fratellanza d’armi è stato un breve inizio, un bel momento, che non può essere dimenticato. E poiché esso non sarà dimenticato, quel bel momento potrà ripetersi. Ora, ancora una volta, devo guidare i miei cavalieri a difendere ciò che è stato. E il sogno di ciò che potrebbe essere… (Artù)
Rinunzio ai miei castelli e alle mie terre, qui è il mio dominio, dentro questa pelle di metallo. E do in pegno tutto ciò che ancora ho: la mia carne, le mie ossa, il mio sangue e il cuore che lo pompa. (Lancillotto)
La più grande qualità di un cavaliere: Verità: Quando un uomo mente assassina una parte del mondo. (Mago Merlino)
Io mi sto consumando, non posso morire e non posso vivere. (Artù)
Non sapevo quanto la mia anima fosse vuota finché non è stata riempita. (Artù)
Preparatevi a combattere, cavalcherete di nuovo col vostro re. (Artù)
Ho vissuto troppo a lungo attraverso gli altri, Lancillotto ha sorretto il mio onore e Ginevra la mia colpa, Mordred i miei peccati, i miei cavalieri hanno combattuto le mie cause, ora, fratello mio, io sarò RE. (Artù)

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aprile 21, 2008 Pubblicato da: | Avventura | , , | Lascia un commento

Anonimo veneziano

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Due vite distanti,separate dalla vita. Lui,un musicista d’oboe,che voleva diventare direttore d’orchestra e che sta per dirigere finalmente la sua prima opera,lei è la sua ex moglie,che da lui ha avuto un figlio e che va a Venezia a trovarlo,dopo sette anni. Due destini che si incontrano per l’ultima volta,perchè lui è ormai in fin di vita per un cancro alla testa.

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Florinda Bolkan

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Toni Musante

Sullo sfondo di una Venezia crepuscolare e romantica,lui e lei consumano gli ultimi giorni,entità ormai estranee,anche se ancora legate da un filo invisibile.

Lui sa che deve morire,ha anche scritto una lettera alla moglie,che non ha mai spedito,nella quale racconta la decisione di farla finita,per paura della sofferenza e della decadenza fisica. Un film romantico e disperato,una storia di destini paralleli,una storia di parole,a volte crudeli, dette ma in fondo non sentite.

Perchè l’amore è anche dolore,non sempre gioia.

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Tratto dal romanzo di Berto,e ottimamente diretto da Enrico Maria Salerno,un film molto bello e intenso,ben recitato da Musante e da un’affascinante Florinda Bolkan,con musiche davvero struggenti di Stelvio Cipriani.Segnalazione, ovviamente, per la fotografia, che illumina di una luce romantica una Venezia quasi sospesa nel tempo; la città lagunare ben si presta a fare da cornice ad amori di tutti i tipi,ed Enrico Maria Salerno ne rende l’atmosfera con sincera malinconia, quasi ad incastonare la storia d’amore, tragica ed immensa, ma allo stesso tempo piccola e privata, dei due coniugi.

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Due parole sulla Bolkan; è al suo primo ruolo importante, e rende il suo personaggio delicato e struggente, grazie anche all’estrema espressività del volto e alla sua bellezza quasi irreale, che ben si incastona nella Venezia decadente e romantica su descritta.

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Anonimo veneziano
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante, Toti Dal Monte, Brizio Montinaro, Giuseppe Bella. Genere Drammatico, colore 94 minuti. – Produzione Italia 1970.

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Florinda Bolkan: Valeria
Tony Musante: Enrico
Toti Dal Monte: donna che mostra la casa a Enrico e Valeria

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Regia Enrico Maria Salerno
Soggetto Enrico Maria Salerno, Giuseppe Berto
Produttore Turi Vasile per Ultra Film
Distribuzione (Italia) INTERFILM (1970)
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Mario Morra
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Luigi Scaccianoce

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aprile 20, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Arancia meccanica

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C’è un non sense immediato,assoluto e totalizzante sin dal primo fotogramma del film.
Sappiamo di cosa parla, noi che abbiamo letto A clockwork orange di Burgess; e sappiamo anche che la violenza di Alex e dei suoi drughi non può essere giustificata ne approvata.
Pur tuttavia proviamo simpatia per lui, quando viene sottoposto alla cura Ludovico, ben sapendo comunque che l’espiazione del male passa necessariamente attraverso la punizione.
Proviamo sollievo,quindi.
E dispiacere.

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“«Eccomi là: cioè, Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, George e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar arrovellandoci il gulliver per saper cosa fare della serata. Il Korova Milk Bar vende più o meno latte rinforzato con qualche droguccia mescalina che è quello che stavamo bevendo. E’ roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.»

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Quattro amici,la violenza come compagnia e come affermazione dell’io.
Assorbita,metabolizzata e infine omologata da quella società in cui essi vivono.
Piena di contraddizioni e di moralismi,violenta a sua volta,di una violenza sottile e impalpabile,fatta com’è da un miscuglio di ordine e potere.
Quel potere a cui i quattro,inconsapevolmente,si sottraggono,violandone le leggi,assumendo droghe,stuprando e pestando,rubando e commettendo quanto di peggio un individuo possa fare.
In Arancia meccanica però c’è una metamorfosi della violenza,che muta e diventa il simbolo del libero arbitrio:i protagonisti scelgono coscientemente l’opposizione a quella società che non riesce ad assimilarli.

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E non riuscendo ad assimilarli,deve combatterli.
Ma se il messaggio fosse solo questo,Kubrick avrebbe fatto e detto solo cose incomplete.
Così le vicende dei quattro ad un certo punto si separano.
Nel gruppo c’è un leader,Alex,che però finisce per diventare una perifrasi del potere,quello stesso potere a cui i quattro sembrano incapaci di adeguarsi.
La vicenda di Alex si stacca da quella degli amici,che durante uno dei riti a cui partecipano,subito dopo lo stupro avvenuto ai danni di una donna,con l’ausilio di un gigantesco fallo di pietra,colpiscono e lasciano solo,di fronte alla legge,il giovane che non è più un punto di riferimento,ma solo un tiranno,rappresentante del potere dal quale fuggono.

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Per Alex si spalancano le porte del carcere.
E’ il trionfo della società civile,mentre per il giovane è l’inizio del percorso di redenzione.
Per lui è pronta la cura Ludovico,un trattamento fatto con psicofarmaci e dosi massicce di violenza assorbite mediante la proiezione di filmati.
Che vanno da semplici atti di violenza fino alla cieca e insensata violenza nazista,apologo e termine di quanto di peggio l’uomo abbia potuto fare nei confronti dei suoi simili.
Per Alex è una discesa agli inferi.
L’amata ultraviolenza si mescola alla visione di scene da incubo,rese più vivide e allucinate dalla colonna sonora che fa da sfondo alle immagini,composta da quel Ludwig Van Beethoven che è uno dei suoi punti di riferimento.
Curare la violenza con una violenza,più sottile e strisciante.
Può sembrare l’uovo di Colombo,e difatti almeno all’apparenza la normalità sembra ristabilita.
Alex viene portato davanti alla commissione che deve valutare sulle sue reali possibilità di recupero e reinserimento nella società civile.
Su un piccolo palco,resiste senza reagire alla violenza che viene questa volta indirizzata verso la sua persona. Prova anche un senso di ripulsa verso la splendida ragazza che gli si offre nuda.

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A nulla vale il severo ammonimento del cappellano,che intuisce il pericolo dell’annichilimento della volontà.
Il libero arbitrio è fondamentale,dice.
Per la commissione il risultato dell’esperimento è pienamente soddisfacente.
E per Alex si aprono le porte della prigione,verso la libertà.
Ma fuori quel mondo che lui ha colpito ferocemente lo ripaga con la stessa moneta.
I suoi ex amici,passati dalla parte del potere,lo pestano a sangue,così come fa un barbone che aveva sperimentato la folle violenza dei drughi.Nella sua famiglia non c’è posto per lui,e la discesa all’inferno continua.

Il percorso di redenzione è appena iniziato.
Livido e pesto,dopo il brutale trattamento a cui è stato sottoposto dai due agenti,ex compagni di trascorsi,viene scaricato in aperta campagna,davanti alla porta di un villino isolato.
Viene accolto da un intellettuale progressista oppositore del governo, a cui racconta il trattamento subito.
Mentre è in bagno,avvolto da una soffice coperta di schiuma,ad Alex viene in mente il motivetto che canticchiava durante le aggressioni.

Singing in the rain
I’m singin’ in the rain,
Just singin’ in the rain,
What a glorious feeling,
I’m happy again!
I’m laughing at clouds,
So dark up above,
The sun’s in my heart,
And I’m ready for love.

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Per l’intellettuale è un colpo al cuore.
D’un tratto ricorda l’aggressione subita tempo addietro,che lo ha reso invalido.
E collega la presenza di Alex,la cura Ludovico ad un fato sinistro.
E’ il momento della vendetta,e stà per compiersi il rituale di purificazione di Alex.
Lo scrittore convoca due parlamentari,costringe il giovane a raccontare l’odissea della rieducazione,
e dopo averlo stordito con del vino drogato,lo chiude in soffitta.
Il suono continuo,martellante e ossessivo dell’amato Beethoven che si diffonde nella casa,divenuto intollerabile,spinge Alex a buttarsi dalla finestra.
La storia volge al termine.

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Ricoverato in una clinica,con le ossa fratturate per il volo fatto,riceve la visita del premier.
Per lui la vita stà per cambiare nuovamente.
Travolto dallo scandalo,il governo offre al giovane un ritorno alle origini,un colpo di spugna sul suo passato.
Per lui è pronto un premio.
Mentre le note dell’inno alla gioia vengono sostituite da Singing in the rain,sullo schermo scorrono le immagini di un rapporto erotico a tre tra Alex e due donne.
Il suo sguardo rapito,in cui si mescolano libidine e tracce degli antichi sentimenti,chiude il film.

Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”?
In fondo è la domanda che lo spettatore si pone nelle brevi pause del film,quelle parti didascaliche che si inseriscono nella storia,sempre però collegate al filo logico di partenza.
La riflessione sulla violenza,anticipata da Kubrick in un momento in cui la società incominciava a fare i conti con la sua presenza nel quotidiano,anticipata anche da efferati fatti di sangue assolutamente irrazionali,posto che nella violenza ci sia un margine di razionalità,porta lo spettatore a interrogarsi realmente su essa.
Non solo.
Alex diventa il simbolo dell’uomo irrazionale,tutto istinto e illogicità.

Alla fine,tra le molteplici domande che lo spettatore si pone,una spicca su tutte: quanto siamo in effetti dotati di libero arbitrio?
Kubrick non fornisce risposte,almeno non visibili chiaramente.
In assoluto a prevalere sono le domande.
E le reazioni politiche e sociali al film,con le accuse di essere un manifesto fascista,mostrano fondamentalmente quanto poco fosse stato recepito il messaggio del regista,all’epoca in cui il film fù presentato.
Un film che è invece assolutamente equidistante,dalla politica.
Che è,viceversa,un’indagine sulla mente e sull’uomo,sulla sua parte oscura.
Ed è,contemporaneamente,una denuncia del potere,in qualsiasi forma esso venga rappresentato nel quotidiano.
In fondo possono valere le riposte date da Burgess a chi chiedeva se Kubrick avesse o no distorto il suo messaggio originale.

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“Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima – il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale. La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo. “
Ed’ è anche la summa della posizione dei due,che possiamo condividere o no,ma dalle quali ricaviamo tanti di quei punti di riflessione da poter dire che raramente un film ha saputo mettere in chiaro problemi così complessi.
Piaccia o no,Arancia meccanica è il cinema della visione e dell’intelletto,un tipo di cinema che diventa espressione compiuta e punto d’arrivo.
Quello che si sintetizza con una sola parola: capolavoro

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(A Clockwork Orange)

Un film di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, John Clive, Carl Duering, Paul Farrell, Clive Francis, Michael Gover, Miriam Karlin, James Marcus, Sheila Raynor, Philip Stone, Anthony Sharp, Godfrey Quigley, David Prowse. Genere Drammatico, colore 137 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1971.

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La celebre sequenza dello stupro

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Arancia meccanica banner protagonisti

Malcolm McDowell: Alex DeLarge
Patrick Magee: sig. Alexander
Michael Bates: capo guardia
Warren Clarke: Dim
John Clive: attore teatrale
Adrienne Corri: sig.ra Alexander
Carl Duering: dr. Brodsky
Paul Farrell: vagabondo
Clive Francis: pensionante
Michael Gover: governatore della prigione
Miriam Karlin: Catlady
James Marcus: Georgie
Aubrey Morris: Deltoid
Godfrey Quigley: cappellano della prigione
Sheila Raynor: mamma
Madge Ryan: dr.ssa Branom
John Savident: cospiratore
Anthony Sharp: ministro
Philip Stone: babbo
Pauline Taylor: psichiatra
Margaret Tyzack: cospiratrice

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Regia Stanley Kubrick
Soggetto Anthony Burgess (Arancia meccanica)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Max L. Raab, Si Litvinoff
Casa di produzione Warner Bros. A Kinney Company
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia John Alcott
Montaggio Bill Butler
Effetti speciali Sandy DellaMarie, Mark Freund
Musiche Walter Carlos
Tema musicale Nona sinfonia in Re minore, Op. 125 (Ludwig van Beethoven)
Scenografia John Barry
Costumi Milena Canonero
Trucco Fred Williamson, George Partleton, Barbara Daly

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Adalberto Maria Merli: Alex
Silvio Spaccesi: sig. Alexander
Mario Maranzana: capo guardia
Paolo Modugno: Dim
Pier Angelo Civera: attore teatrale
Benita Martini: sig.ra Alexander, cospiratrice
Mario Feliciani: dr. Brodsky, cappellano prigione
Corrado Gaipa: vagabondo
Paolo Ferrari: pensionante
Renato Turi: governatore della prigione
Lilla Brignone: Catlady
Luigi Diberti: Georgie
Oreste Lionello: Deltoid
Mario Feliciani: cappellano della prigione
Wanda Tettoni: mamma
Renzo Montagnani: cospiratore
Romolo Valli: ministro
Gianni Bonagura: papa
Valeria Valeri: psichiatra
Marcello Tusco: Vice-Ministro
Massimo Foschi: Tom, Julian
Luigi Casellato: Brigadiere
Piero Tiberi: Pete
Alida Cappellini: ragazza al negozio di dischi
Romano Malaspina: centralinista, agente
Renato Cortesi: ragazzo al negozio di dischi

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“Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende ” latte+ “, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.”

“Una cosa che non mi era mai piaciuta era la vista di un vecchio sporco sbronzo, che abbaia canzonacce care ai suoi padri e procede di rutto in rutto come se avesse tutta una lurida orchestra nelle sue putride budella”

“Fu nei paraggi del teatro abbandonato che ci imbattemmo in Billyboy e i suoi quattro drughi, si apprestavano a somministrare una lieve dose del dolce su e giù a una piangente giovane devočka catturata a questo scopo.”

“Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco.”

“Doobidoob. Forse un po’ stancuccio. Meglio chiuderla la bocca. Il buon lettuccio chiama adesso. Andiamocene a casuccia a farci un po’ di spatchka. Right right?”

“È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo.”

“Non posso avere la nausea quando ascolto Ludovico Van… vi prego… Lasciate stare Beethoven, lui non ha fatto niente, ha scritto solo Musica!”

” Un usignolo era entrato nel milkbar. E tutti i più malenchi peli del mio intero plotto si drizzarono dall’emozione. E brividi su e giù come malenche lucertoline su e giu. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran nona del Ludovico Van.”

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Allora che si fa, eh?

C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano quei sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.

 

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aprile 18, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | 4 commenti

La casa dalle finestre che ridono

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La casa dalle finestre che ridono nasce dopo il clamoroso fiasco ai botteghini di Bordella,opera pretenziosa di Avati,cosa che aveva allontanato dal regista i grossi produttori.
Con un budget ridotto all’osso,poco meno di 150 milioni di lire,contro gli oltre duecento delle varie produzioni,Pupi Avati gira un film in sordina ,senza grosse speranze di ritorno economico.
Il soggetto lo cura con Maurizio Costanzo,con Gianni Cavina (che reciterà nel film),con suo fratello Antonio.
Per il cast,visto il budget bassissimo,Avati ripiega su un semisconosciuto Lino Capolicchio,su Gianni Cavina e su una giovanissima e affascinante Francesca Marciano.

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Se non ci sono soldi,ci sono le idee,c’è la voglia di realizzare un thriller di stampo gotico basato più sull’atmosfera che sugli effettacci,un po’ quello che aveva fatto Dario Argento con Profondo rosso,divenuto un clamoroso caso ai botteghini.
Come controfigure si usano gli stessi attori,che si sdoppiano in più vesti:le ombre che compaiono nel film sono gli stessi attori,l’ambientazione è spartana,e la location del film viene scelta con cura.

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E’ un paesino della bassa padana,in provincia di Ferrara,nelle valli di Comacchio,dove “non ci sono ormai più anguille”.
Il film inizia con l’arrivo in paese di un restauratore,chiamato al difficile compito di ripristinare un San Sebastiano agonizzante affrescato nella chiesa del paese da Buono Legnani,detto il pittore delle agonie,per la sua discutibile abitudine di ritrarre gente in punto di morte.

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L’atmosfera del posto,nonostante il sole splendente e una certa pigrizia e indolenza dei suoi pochi abitanti,è cupa,lugubre.
Piccola nota di vita è l’arrivo della giovane maestrina chiamata a sostituire la precedente,donna dalla moralità non proprio irreprensibile,con la quale il giovane restauratore avrà una breve e fugace relazione.
Nel paese c’è anche un vecchio amico del restauratore,Mazza,che sembra sconvolto da qualcosa che ha scoperto.

Capolicchio si imbatte anche in strani personaggi,come l’enigmatico parroco,in Livio,il giovane sagrestano fuori di testa e in Coppola,strana figura di alcolizzato tenuto a distanza da tutti.E nel frattempo inizia a lavorare al restauro,scoprendo,poco per volta,che parte di esso è stato inspiegabilmente coperto.
Và ad alloggiare in una strana casa,dove vive una donna all’apparenza molto malata,e dove inizia a imbattersi in strane fenomeni.

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Riceve telefonate minatorie,alle quali,almeno all’inizio,non da gran peso.
L’atmosfera del film resta tesa, e lascia immaginare storie segrete sepolte dall’omertà dei suoi enigmatici abitanti. L’unico che mostra di voler stabilire un rapporto con il restauratore è Coppola,l’alcolizzato sempre più emarginato dagli abitanti del paese.

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Capolicchio si imbatte in un magnetofono,nel quale c’è un nastro registrato dal pittore folle,e subito dopo assiste,inorridito,al “suicidio” dell’amico Mazza.
Il giovane inizia a capire che il paese nasconde un oscuro e terribile segreto quando trova l’agenda di Mazza,nella quale l’uomo racconta l’oscura storia di Buono Legnani,delle sue due sorelle e dell’innaturale rapporto che legava i tre.
Contemporaneamente,inizia una relazione sentimentale con Francesca,la giovane maestrina,che con l’avanzare del tempo,mostrerà di aver percepito l’aura di malvagità che circonda il paese.

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Mentre lo stato del restauro avanza,mostrando al fianco del San Sebastiano l’inquietante presenza di due sinistre figure femminili,il giovane scopre la casa nativa del pittore Legnani,una casa decorata con finestre che ridono.
Gli eventi incalzano. Guidato da Coppola,scopre che nel giardino della casa ci sono resti umani.
Al suo ritorno a casa,trova Francesca,alla quale aveva promesso di andar via,morta in maniera orribile;scopre che qualcuno ha danneggiato,in maniera irreparabile l’affresco maledetto,cancellando le due figure femminili da esso. Recatosi con i carabinieri nella casa di Legnani,assiste agli scavi di questi ultimi nel posto in cui c’erano i resti umani,per scoprire che qualcuno ha provveduto ad occultare tutto.
Gli eventi precipitano.

Coppola viene ritrovato annegato e lui torna nella casa dove abita,dove scopre parte del segreto che essa nasconde:l’anziana signora che si fingeva malata è in realtà sanissima,e in compagnia di un’altra donna sta martirizzando il giovane sagrestano Livio.
Le due donne,che sono in effetti le due sorelle del pittore maledetto,custodiscono in un armadio i resti di Buono,a cui dedicano le incolpevoli vittime sacrificali su cui riescono a mettere le mani.
Il restauratore,ferito da una pugnalata di una di esse,riesce a scappare con la moto di Coppola,e si reca in paese,dove però trova solo finestre chiuse:nessuno lo aiuta.

Cerca rifugio in chiesa e qua il dramma giunge a compimento.
Il parroco non è altri che l’altra sorella del pittore,e si avvicina minacciosamente al giovane.
Il film termina con il rumore delle sirene della polizia in lontananza,lasciando aperto il finale a più soluzioni.
Una trama lineare,semplice.

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La musica di fondo,essenziale e ben ritmata,scandisce i tempi del film,rendendolo cupo in maniera straordinaria.
Ma è l’atmosfera in cui è immerso il film ad essere perfetta: La trama non ha cedimenti e,di conseguenza,si sviluppa in maniera perfetta.
Sono passati trent’anni dalla sua uscita e i proprietari dei diritti della pellicola,divenuta nel frattempo un autentico cult,hanno deciso di rimasterizzarla grazie alle nuove sofisticate tecniche di elaborazione digitale.
Sono così scomparsi tutti gli ingiallimenti,lo spolverio tipico delle pellicole datate.
Ripulita e messa a nuovo,la pellicola resta assolutamente godibile.


Per chi decidesse di acquistare il Dvd,che ha sostituito la vecchia video VHS sul mercato,una piacevolissima sorpresa.
Il cast spiega i dietro le quinte,ci sono interviste a Capolicchio,ai fratelli Avati,a Cavina.
Che raccontano,divertiti,le difficoltà in cui si imbatterono all’epoca delle riprese del film.
Simpatica la descrizione di Capolicchio di un dietro le quinte accaduto mentre si girava la scena dell’accoltellamento del restauratore.

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Capolicchio racconta di essersi dimenticato letteralmente di essere coperto di sangue,e di essersi recato in un bar del paese,accolto dagli sguardi sgomenti della gente.
Avati racconta come durante gli ultimi ciack abbiano avuto a che fare con le scosse del terremoto del Friuli,e di come abbia consigliato alla troupe di ripararsi sotto il campanile della chiesa!

Un film nato per caso,ma diventato con il passare del tempo,un cult autentico.
Prova geniale di un cinema povero di mezzi,ricco di idee,in grado di figurare egregiamente al fianco delle maggiori produzioni d’oltralpe.
Con Profondo rosso,La casa dalle finestre che ridono è da considerarsi il gotico-thriller più riuscito della storia del cinema italiano.

La casa dalle finestre che ridono
Un film di Pupi Avati. Con Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Giulio Pizzirani, Francesca Marciano, Bob Tonelli, Pina Borione,
Eugene Walter, Pietro Brambilla. Genere Drammatico, colore 110 minuti. – Produzione Italia 1976.

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Lino Capolicchio

Francesca Marciano

Gianni Cavina

La casa dalle finestre che ridono banner personaggi

Lino Capolicchio     …     Stefano
Francesca Marciano    …     Francesca
Gianni Cavina    …     Coppola
Giulio Pizzirani    …     Antonio Mazza
Bob Tonelli    …     Solmi
Vanna Busoni    …     Insegnante
Pietro Brambilla    …     Lidio
Ferdinando Orlandi    Poliziotto
Andrea Matteuzzi    …     Poppi
Ines Ciaschetti    …     Concierge
Pina Borione    …     Donna paraplegica
Flavia Giorgi    …     Moglie di Poppi
Arrigo Lucchini    …     Grocer
Luciano Bianchi    …     Franchini

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Regia Pupi Avati
Sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati,Gianni Cavina, Maurizio Costanzo
Prodotto da : Antonio Avati, Gianni Minervini
Musiche: Amedeo Tommasi
Editing: Giuseppe Baghdighian
Costumi: Luciana Morosetti
Effetti speciali: Luciano Anzellotti, Giovanni Corridori

La casa dalle finestre che ridono banner recensioni

“Magico, straordinario capolavoro dell’horror italiano, che turba per la capacità di far scaturire l’orrido e il fantastico dal quotidiano. Flashback da antologia. Spiazzante, indimenticabile, sbalorditivamente perfetto l’ultimo minuto di film. La seconda visione sorprende per la percepita perfezione degli incastri. “As flores do amor, flores lindas do meu jardim, para vocês…”

“Film visivamente molto suggestivo e riuscito con alcune originalità: è un noir con venature horror ambientato nella bassa padana (terra spesso adoperata come pretesto per pellicole decisamenti di alto registro). Avati cura nei particolari la messa in scena e la direzione degli attori, tutti molto bravi (in particolare Cavina, attore poco e male utilizzato dal cinema che conta). Il limite del film è la qualità altalenante della sceneggiatura, che spesso presenta elementi improbabili dal punto di vista narrativo.”

“L’ambientazione solare, la presenza di uomini di Chiesa (e quindi atti a dispensare speranza e vita), il fascino imperscrutabile della pittura: sta tutto nella dialettale (e provinciale) messa in scena, sorretta da un convincente (e mai più così bravo) Gianni Cavina, il pregnante senso di claustrofobia che è generato da contrasti così palesi quanto inimmaginabili (uomo/donna, bene/male, anima/corpo, luce/tenebra). Raccontato, come da narratore anacronistico, per essere attentamente seguito possibilmente nelle notti invernali, presso il camino.”

“Difficile (inutile?) aggiungere qualcosa a quanto è stato detto e scritto, ovunque, quasi unanimemente, giustamente. Un capolavoro, e una splendida riuscita di un autore stratificato che ha più poetiche, una delle quali prepondera purtroppo nella sua produzione, ma in tal modo permette di isolare le perle. Film dall’atmosfera ineguagliabile, dall’orrore palpabile e credibile, dalle suggestioni vibranti (quell’inizio e quel finale che non si dimenticano più… ). Inchino.”

“È praticamente perfetto: musiche, ambientazione, attori, intreccio. È un puzzle con tutti i tasselli al posto giusto. Già l’inizio è stupendo (la voce roca, le immagini sgranate, le urla, il coltello lucente). Quando il protagonista giunge col battello, chi lo aspetta sembra uscito da un quadro (uno alto, uno basso e dietro un’auto rossa). Il posto e alcuni individui sono già piuttosto inquietanti, senza bisogno di sangue. Personaggi felliniani in trattoria. Il povero restauratore avrà parecchi problemi. Dialoghi da gustare. Gran bel finale.”

“Un capolavoro assoluto dell’originalissimo “gotico padano” di Pupi Avati. Complici anche le musiche di Tommasi, attanaglia dalla paura dagli inquietanti titoli di testa, scanditi a ritmo di coltellate, fino all’agghiacciante, ineguagliabile finale. Senza alcun effetto speciale, qui l’orrore diventa qualcosa di reale e credibile e la parlata emiliana – tradizionalmente associata a calore, divertimento e simpatia – si trasforma in un suono grottescamente perverso. Regia e attori perfetti. “

“Capolavoro di Avati e, con buona pace degli estimatori di Argento, miglior horror italiano di sempre. Geniale fin dalla scelta dell’ambientazione placida e solare, assolutamente non convenzionale, angoscioso come pochi per la capacità di creare, con una economia di mezzi encomiabile, un senso di oppressione crescente attorno al protagonista, fino al finale, scioccante e davvero inaspettato. Interpreti tutti adeguati (ottimo Capolicchio), colonna sonora efficace e fotografia funzionale contribuiscono alla riuscita di un film tuttora disturbante.”

“Avati non ha reali abilità registiche nell’universo della paura: è un arcano incantatore che sa come restituire al sole l’atmosfera fetida di orrori ancestrali, lovecraftiani, sepolti nei pertugi della campagna. Ampio, troppo lungo e disteso su una insistita resa atmosferica, è un thriller con evidenti impacci narrativi (la storia d’amore è mal girata e castigatissima, alcuni snodi improbabili), che all’inappetenza non dichiarata per il genere risponde con porte e finestre che cigolano. Resta oggetto assolutamente inedito nella cinematografia italiana. Il finale è urticante e magnifico.”

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aprile 17, 2008 Pubblicato da: | Thriller | , , , , | 2 commenti

I ponti di Madison County

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Sergio Leone disse di lui, un giorno,che aveva due espressioni,”una con il cappello e una senza”.

Una definizione ingenerosa,alla luce della carriera di Clint Eastwood,regista e attore protagonista di I ponti di Madison County,tratto dal romanzo omonimo di Robert James Walzer.
Eastwood sceglie la tecnica del flash back per raccontare la storia d’amore tra Robert,un fotografo giunto ormai alla mezza età e Francesca,oriunda italiana,che vive nella cittadina con i suoi due figli e il marito.

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Una donna dall’aspetto dimesso,che sembra aver perso entusiasmo e motivazioni,priva di stimoli e appagata (anche se qualcosa brucia dentro);che vede I ponti di Madison County 1

nell’affascinante Robert l’uomo che avrebbe voluto amare,comprensivo,tenero.

Robert è nella piccola cittadina per fotografare i ponti di Madison,e finirà per restare prigioniero della malia del luogo e del romanticismo della donna;un romanticismo non mieloso,ma reale.
Lei,Francesca,è una donna dai sentimenti veri,forti;lui la sa ascoltare,e tra i due nasce subito dopo l’attrazione,l’amore.

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Ma l’amore tra i due è impossibile:lo sa Francesca,donna assennata,anche troppo;il suo colpo di vita è fine a se stesso,il suo senso di responsabilità la porta a vivere conflittualmente la situazione.
Così,quando arriva il momento delle scelte,sceglie di non scegliere.
Lascia andare l’amore,per senso di responsabilità verso la famiglia.
Non solo.

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Gioca anche un ruolo importante l’amore vero,quello che sa sacrificare i sentimenti in nome di più alti ideali,come la famiglia.
Gioca un ruolo fondamentale la possibilità di ricordare,senza rimpianti,quella che non è stata una semplice avventura,ma una storia vera,profonda,da conservare come un ricordo dolce,da tirar fuori nei momenti difficili.
Non rimpianto,quindi,ma serena accettazione.

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 Quando i figli di lei scopriranno la storia,grazie alle sue lettere,impareranno a conoscere di più e ad apprezzare quella donna coraggiosa,che ha fatto una scelta difficile,per amore.

E riusciranno a capire anche quali sono i veri valori,ricavandone una lezione salutare.
Dal ponte di Madison voleranno le ceneri di Francesca,in una simbolica unione con il ricordo dell’amato,uniti ora nel vento.

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Un film che,lungi dall’essere strappa lacrime,indaga con delicatezza sulle possibilità offerte dalla vita,sulla capacità da parte delle persone di rinunciare a qualcosa in cambio e a favore di altre;un film che privilegia l’introspezione,a scapito della lacrimuccia facile.
Non era semplice,per il regista,riportare i dialoghi,le atmosfere del romanzo,condensarle in due ore di film.
C’è riuscito,giocando proprio sulla capacità descrittiva,indagando sui sentimenti,mostrando,in maniera esplicita,la simpatia per personaggi comuni,dalle storie comuni,eppure così straordinariamente uniche.

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I ponti di Madison County

Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Meryl Streep, Annie Corley, Victor Slezak, Jim Haynie,Sarah Kathryn Schmitt, Christopher Kroon, Phyllis Lyons, Debra Monk, Richard Lage, Michelle Benes, Alison Wiegert, Brandon Bobst, Pearl Faessler, R.E. ‘Stick’ Faessler

Titolo originale The Bridges of Madison County. Sentimentale, durata 135 min. – USA 1995.

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I ponti di Madison County banner protagonisti

Clint Eastwood: Robert Kincaid
Meryl Streep: Francesca Johnson
Annie Corley: Caroline Johnson
Victor Slezak: Michael Johnson
Jim Haynie: Richard Johnson
Phyllis Lyons: Betty
Debra Monk: Madge
Michelle Benes: Lucy Redfield
Richard Lage: Avvocato Peterson

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Regia Clint Eastwood
Soggetto Robert James Waller
Sceneggiatura Richard LaGravenese
Produttore Clint Eastwood, Kathleen Kennedy
Casa di produzione Malpaso Productions, Amblin Entertainment
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia Jack N. Green
Montaggio Joel Cox
Effetti speciali Steve Riley
Musiche Lennie Niehaus
Scenografia Jeannine Claudia Oppewall

I ponti di Madison County banner doppiatori

Michele Kalamera: Clint Eastwood
Maria Pia Di Meo: Meryl Streep
Roberta Greganti: Annie Corley
Laura Latini: Annie Corley (piccola)
Rodolfo Bianchi: Victor Slezak
Massimiliano Alto: Victor Slezaz (piccolo)
Ennio Coltorti: Jim Haynee
Gabriella Borri: Phyllis Lyons
Aurora Cancian: Debra Monk

I ponti di Madison County banner romanzo

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto, l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi.

 

aprile 16, 2008 Pubblicato da: | Sentimentale | , , | 1 commento

La grande abbuffata

 

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Quattro amici.Vite noiose,borghesi,prive di guizzi.Ugo (Ugo Tognazzi) è un cuoco-gourmet di classe;Marcello (Marcello Mastroianni) un pilota di linea puttaniere e assetato di sesso;Philippe (Philippe Noiret),un giudice che vive ancora con la sua balia,e che lo soddisfa anche sessualmente;in ultimo Michel (Michel Piccoli),importante regista televisivo dall’aria intellettuale,sempre con l’espressione insoddisfatta.I quattro hanno in comune la passione per la tavola,per le raffinatezze gastronomiche.

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Così,un giorno,ognuno di loro saluta i rispettivi parenti,amici e amanti,per raggiungere la villa di Philippe.
Qui,in un posto decadente,dall’aria vissuta e retrò,tra vecchi fonografi,Bugatti,letti a baldacchino,residui di un tempo glorioso,scelgono la più allucinante delle morti,il suicidio per ingestione di gastronomie.
Invitano tre puttane e una maestrina che all’apparenza sembra una santarellina,e tra un cosciotto di maiale,un piatto di pasta,dolci e via discorrendo mettono in pratica il loro piano.
Le tre prostitute,sopravvissute a 24 ore di pranzi luculliani,fuggono convinte di rischiare la vita.
A tener compagnia rimane solo la maestrina,Andrea (Andrea Ferreol),che finirà per assumere il ruolo di vestale della morte,vero e proprio angelo del trapasso.

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Uno alla volta,i quattro tengono fede al loro patto.
Il primo a morire è Marcello,che è anche l’unico a rifiutare,all’improvviso,il suicidio con il cibo;tenterà la fuga di sera,nella Bugatti.
Che è una cabrio;la notte una tormenta di neve lo sorprende al volante,facendolo morire assiderato.
Tocca poi a Michel,a cui scoppierà l’intestino,e che cadrà in un lago di feci.
Successivamente è la volta di Ugo,a cui cederà il cuore.
In ultimo muore Philippe,ucciso da un mega dolce troppo zuccherato.
Il tutto mentre arriva un ultimo carico di cibo.

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La grande abbuffata è un film difficile,scomodo,a tratti anche rivoltante.

Ma è anche una metafora cinica e crudele di una società che si nutre di tutto,cannibale,votata all’autodistruzione dai suoi stessi miraggi.
Non c’è salvezza,da essa.
L’accumulare porta fatalmente all’autodistruzione,l’eccesso stesso di offerta è il suo grande limite e la sua rovina.
Un messaggio gettato con forza da un regista iconoclasta,Ferreri,che fu accolto malissimo dal pubblico di Cannes,dove il film venne proiettato per la prima volta nel 1973.

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Ma che divenne poi un autentico cult,un film faro del grande cinema italiano d’autore,un’opera dissacrante e scomoda,ma vera e forte.
Un film che è una gara di bravura di quattro straordinari attori,impegnati in ruoli scomodi,difficili.
Opera di grande intelligenza,di nichilismo assoluto di un geniaccio del cinema,Ferreri.

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La grande abbuffata

Un film di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol, Solange Blondeau, Giuseppe Maffioli, Monique Chaumette, Florence Giorgetti, Bernard Menez, Louis Navarre, Rita Sherrer, Michèle Alexandre, Cordélia Piccoli, James Campbell, Patricia Milochevitch, Henri Piccoli, Mario Vulpiani, Gérard Boucaron, Margaret Honeywell, Annette Carducci,
Eva Simonet. Genere Grottesco, colore 132 (125) minuti. – Produzione Italia, Francia 1973.

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Marcello Mastroianni     …     Marcello
Michel Piccoli    …     Michel
Philippe Noiret    …     Philippe
Ugo Tognazzi    …     Ugo
Andréa Ferréol    …     Andrea
Solange Blondeau    …     Danielle
Florence Giorgetti    …     Anne
Michèle Alexandre    …     Nicole
Monique Chaumette    …     Madeleine
Henri Piccoli    …     Hector
Louis Navarre    …     Braguti
Bernard Menez    …     Pierre
Cordelia Piccoli    …     Barbara
Patricia Milochevitch     …     Mini
James Campbell    …     Zack

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Regia:     Marco Ferreri
Soggetto:     Francis Blanche
Sceneggiatura:     Marco Ferreri, Rafael Azcona
Fotografia:     Mario Vulpiani
Montaggio:     Claudine Merlin, Gina Pignier
Effetti speciali:     Paul Trielli
Musiche:     Philippe Sarde
Scenografia:     Roger Jumeau, Michel Suné
Arredatore: Claude Suné
Trucco. Jacky Bouban, Alfonso Gola
Aiuto regista: Enrico Bergier, Rémy Duchemin, Jacqueline Ferreri, François Lavigne

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La grande abbuffata banner recensioni

Il Morandini:
4 amici – un giudice (P. Noiret), un pilota di linea (M. Mastroianni), un ristoratore (U. Tognazzi), un produttore TV (M. Piccoli) – si riuniscono in una villa di Neuilly, fuori Parigi, decisi a compiere un quadruplice harakiri gastronomico-erotico. Li accompagna, pingue angelo della morte, un’insaziabile e materna maestra (A. Ferréol). Scritto con Rafael Azcona, è probabilmente il più grande successo internazionale (di scandalo) nell’itinerario di M. Ferreri. Questo apologo iperrealista ha gli scatti di una buffoneria salace e irriverente, i toni furibondi di una predica quaresimalista e, insieme, l’empietà provocatrice di un pamphlet satirico; e chi lo prende per un film rabelaisiano, non ne ha inteso la sacrale tristezza. C’è piuttosto l’umor nero, la mestizia, la disperazione di uno Swift. Con qualcosa in più: la pena. La sua forza traumatica risiede nella calma lucidità dello sguardo, e nell’onestà di un linguaggio che Ferreri conserva anche e soprattutto quando non arretra davanti a nulla. Se si esclude parzialmente Mastroianni, forse il meno riuscito del quartetto, i personaggi non sono mai volgari. Nonostante le apparenze realistiche (di un neorealismo fenomenico e irrazionalistico), sfocia nel clima allucinato di un apologo fantastico come certi segni e invenzioni suggeriscono. Fotografia di Mario Vulpiani, costumi di Gitt Magrini, pietanze di Fauchon (Parigi). Premio Fipresci a Cannes 1973. Distribuito nei paesi di lingua inglese come Blow-out.

Gian Luigi Rondi
È La grande bouffe, il film francese di Marco Ferreri presentato quest’anno, con molti contrasti, al Festival di Cannes. Un film ambizioso, corposo, ma che si accosta a fatica e, spesso, con fastidio, anche se sono sensazioni comunque, che l’autore ha inteso suscitare di proposito. L”abbuffata” del titolo si riferisce a un’orgia gastronomica (ed erotica) cui si abbandonano, in una villa della periferia parigina, quattro amici di mezza età: un pilota, un magistrato, un annunciatore della radio, il gestore di un ristorante; un’orgia, però, con cui non intendono festeggiare la vita e i suoi piaceri, ma, ce ne accorgiamo a poco a poco, con cui vogliono darsi invece la morte, in polemica, a quanto sembra, con la vita e con le delusioni che ha loro procurato (di cui, comunque, non ci informano). »

Il pubblico- recensioni dal Davinotti

“Rappresenta il lato farsesco e grottesco di Amici miei. La storia della maratona erotico-gastronomica che coinvolge quattro amici di diversa estrazione sociale, accompagnati da una figura femminile dalla simbologia materna, è forse il film migliore (e tra quelli di maggior successo commerciale) di Marco Ferreri. La componente grottesca e satirica del cinema del regista milanese trova qui un maggior equilibrio che altrove, grazie ad una sceneggiatura compiuta e ad un cast di attori straordinari.”

“Quattro amici si rinchiudono in una villa dove mangiare senza fine. Spietato apologo grottesco sull’autoannullamento dell’individuo e della società borghese, eccessivo e funebre, amaro e tragico, dove anche l’eros – condotto da una disponibile magna mater – è viatico della fine. Omaggio al banchetto satirico di Boileau, citato nel film, ricorda la Sodoma dei quattro potenti autoreclusi di Sade, ma ha il sapore di un lungo funerale. Notevoli i grandissimi attori coinvolti (forse Mastroianni un po’ meno degli altri)”

“Eccezionale satira-apologo sul consumismo, diretta dal grandissimo Ferreri qui al suo meglio, aiutato anche da un poker di attori semplicemente fantastico (corroborato dalla brava Andréa Ferréol) e da una splendida sceneggiatura. All’epoca suscitò grande scandalo, oggi continua a mantenere intatta tutta la sua forza e continua ad essere sempre attuale. Imperdibile, anche se alcuni potrebbero non gradire.”

“Film acclamato per la sua metafora di una società che tende al suicidio collettivo per appagare oltremodo i propri istinti, anche se non lo definirei capolavoro. I quattro protagonisti organizzano un ritrovo basato su cibo e sesso e decidono di continuare, nonostante gli incidenti di percorso. Un insolito Mastroianni, cinico ma con stile, i soliti Piccoli e Tognazzi dissacratori e un plauso alla Ferréol (maestra coinvolta per caso, che trova nei quattro uomini i suoi nuovi alunni).”


Io alzo il mio bicchiere, non so a che cosa ma alzo il mio bicchiere…
Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire.
Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno: la sabbia, la spiaggia, lo sci, l’amore, il lavoro, il tuo letto: epifenomeno. Come dice l’Ecclesiaste: vanitas vanitatum.
Io sarei un maniaco sessuale? (agli amici che guardano nudi d’epoca) Voi vi state eccitando … su un funerale (ride). Ecco, questa è la vita!
Grande uccellata e festa del pesce offerta da quattro donzelli ghotti e golosi a tre gioconde fanciulle in dodici porcate.
Siete grotteschi! Grotteschi e disgustosi! Perché continuate a mangiare se non avete fame!?
Una buona tazza di cioccolata verso le undici apre lo stomaco per il pranzo.
Dopotutto hanno ragione le lesbiche.Gli uomini son così stronzi!

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aprile 9, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

Sergio Leone,la trilogia del dollaro

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I primi anni sessanta non sono,per il cinema italiano,anni di vitalità straordinaria.
L’epoca dei film neorealisti,di quel cinema del dopoguerra fervido di idee e di voglia di ricominciare,è alle spalle.
Il cinema d’autore,in debito d’ossigeno,vive una fase di stanca,difatti
gli schermi si popolano di peplum e di film d’importazione,di piccole commedie all’italiana o di timidi film sexy,che avranno la loro consacrazione agli inizi degli anni settanta.
Il quadro d’assieme ha tinte opache.
Non ci sono molte idee,e ci si arrangia alla meglio.
Nel 1964 esce un film filmato da Bob Robertson,Per un pugno di dollari.
E’ un film girato in stretta economia,con attori quasi sconosciuti,fra i quali spiccano l’americano Clint Eastwood e l’italiano Gian Maria Volontè.
Il genere è il western,che in Italia ha avuto sempre un discreto successo.
Il cannovaccio classico fino a quel momento aveva visto come protagonisti i rudi cowboys,i pellerossa generalmente cattivi e dipinti come selvaggi senz’anima e i prodi e baldanzosi soldati a cavallo.
Il film di Robertson,dietro il cui pseudonimo si cela l’italianissimo Sergio Leone era stato girato quasi per scommessa.

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Clint Eastwod, il Monco-Per qualche dollaro in più

Sergio Leone la trilogia del dollaro 2Gian Maria Volontè, Indio- Per qualche dollaro in più

Sergio Leone la trilogia del dollaro 3Lee Van Cleef, il colonnello Mortimer-Per qualche dollaro in più

E diventa un autentico caso internazionale.
Alla sua uscita brucia tutti i botteghini,arrivando ad incassare la cifra record di tre miliardi di lire.
L’enorme scalpore suscitato dal film portò alla ribalta il suo autore,che potè finalmente mostrare a tutti la sua identita.
Non un regista americano,ma un italianissimo figlio d’arte.

Robertson difatti significa figlio di Roberti, pseudonimo usato dal padre Vincenzo Leone.
La trama del film è sostanzialmente molto semplice.
In un paese del confine messicano arriva un cavaliere senza nome.
Affronta una banda che terrorizza la zona,la sbaraglia e scompare nel nulla,in silenzio,così com’era arrivato.Di lui non si sà nulla,nemmeno il nome.
Il film era stato girato come già detto in stretta economia,in Spagna.
Leone si era ispirato volutamente ad un’opera del 1961 di Akyra Kurosawa,La sfida del samurai.
Lo straordinario successo del film costa a Leone una denuncia di plagio,che si concluderà con una condanna:in Giappone,Corea e Formosa i diritti esclusivi del film saranno introitati dalla casa di produzione di Kurosawa,assieme al 15% dei diritti mondiali.

Sergio Leone la trilogia del dollaro 4
Clint Eastwood, lo straniero senza nome

Sergio Leone la trilogia del dollaro 5Gian Maria Volontè ,Ramon Rojo

Leone reagirà sarcasticamente,ricordando che a maggior ragione avrebbero duvuto sentirsi defraudati Stevens,autore del Cavaliere della valle solitaria e Goldoni,autore di Arlecchino servo di due padroni.
Per un pugno di dollari diventa un caso di costume.
Ci si interroga sui reali perchè del suo successo,che al momento non vengono capiti per intero.
Eppure la risposta è semplice:il ruolo del giustiziere senza macchia e senza passato ha sempre avuto un fascino rilevante sullo spettatore.
Il film di Leone è tirato senza sorrisi e senza pause:ha una colonna sonora sontuosa,composta da un vero maestro,Ennio Morricone;Eastwood ha un volto assolutamente perfetto,con quell’espressione monocorde che lo caratterizza,così come è perfetto Gian Maria Volontè,luciferino,diabolico,con un volto da cattivo scolpito nella pietra.
I paesaggi arsi e desolati ricordano nell’immaginario collettivo la terra di frontiera,quel confine messicano che nessuno conosce dal vivo,ma che tutti immaginano esattamente com’è nel film.
Il successo del film porta Leone a replicare l’esperimento.

Sergio Leone la trilogia del dollaro foto 2

Nasce Per qualche dollaro in più,che migliora qualitativamente la recitazione,la suspence e il ritmo narrativo.
Nel film,alla coppia già sperimentata Eastwood-Volontè si aggiunge un altro caratterista del cinema western americano,Lee Van Cleef.
La colonna sonora è nuovamente affidata a Morricone,e tra i comprimari vengono scritturati attori molto bravi tra i quali spiccano Kijnskj e Pistilli. Tecnicamente Per qualche dollaro in più è perfetto.
Non ha cedimenti è teso come una corda di violino ed è un film tutto al maschile.
L’unica donna compare per qualche secondo solo nella rievocazione della storia del colonnello Mortimer,nelle scene memorabili del carillon,autentico colpo di genio del regista.

Sergio Leone la trilogia del dollaro 6
Clint Eastwood, Biondo

Sergio Leone la trilogia del dollaro 7
Eli Wallach, Tuco

Sergio Leone la trilogia del dollaro 8
Lee Van Cleef, Sentenza

La caccia a Indio, il cattivo in assoluto del film, la strana alleanza tra lo straniero monco e il colonnello,fino all’olocausto finale sono quanto di più affascinante prodotto fino ad allora nel cinema western.

Ancora una volta la scenografia è limitata al massimo:l’ambientazione è pressochè la stessa di Per un pugno di dollari,le musiche sono praticamente un seguito,ampliato e reso armoniosamente “commerciale”di quelle del film precedente.
In effetti è passato solo un anno,dallo straordinario successo di Per un pugno di dollari,ma Leone appare già più maturo,più attento ai particolari,più regista d’atmosfera,in definitiva.

Sergio Leone la trilogia del dollaro foto 2

Adesso può dedicarsi ad un opera più complessa,più ambiziosa delle precedenti,un’opera che abbia lo stesso percorso iniziale,ma che sia anche una visione più universale,che abbia dentro qualcosa che non sia solo l’azione o la caratterizzazione del personaggio.
Nasce così Il buono,il brutto e il cattivo,forse il più completo della trilogia,disteso com’è su un arco temporale di tre ore di proiezione.
C’è ancora Clint Eastwood,l’attore che “aveva solo due espressioni:con il cappello e senza il cappello”,come affettuosamente faceva notare Leone;c’è ancora Lee Van Cleef,questa volta nella parte del cattivo,uno spietato e opportunista “Sentenza”.
Ma c’è sopratutto Eli Wallach,faccia dannata,ma di una simpatia che appare immediata pur nel ruolo non facile del fuorilegge.
Tuco è quasi italiano,nella sua psicologia:furbo e opportunista,comico e irriverente.
La colonna sonora è affidata ancora a Morricone,e funge da ideale trait d’union fra i vari punti del film,che si congiunge in un finale dal sapore ironico,ma commosso.

Il duello a tre fra i personaggi del film celebra l’idea iniziale del regista.
L’affresco è completo,con i personaggi che sono giunti alla resa dei conti:la musica di Morricone scandisce il tempo,mentre la camera da presa indulge sui volti dei protagonisti.
Biondo,Tuco e Sentenza si squadrano,nell’attesa spasmodica degli spari che sanciranno la vita o la morte.
Ed è proprio Sentenza a perire,mentre Tuco viene costretto a restare in bilico,ancora una volta,con una corda al collo.
Ma il lieto fine,ironico ,c’è,mentre si alza fortissimo il grido del fuorilegge:
“biondo sai di chi sei figlio tu?di una grandissima putta……………..aaaaaaaaaaaaaaaaa!
Scorrono i titoli di coda,con la musica di Morricone. E’ la chiusura di un percorso ideale,quello iniziato con Per un pugno di dollari.

Ma in quest’ultimo film,grazie anche ai tempi più dilatati,c’è spazio per un Leone che sottolinea la follia della guerra,simboleggiata dalla grandiosa scena della distruzione del ponte;o anche dalla scena della morte del soldato,al quale biondo accende simbolicamente la sigaretta.
Spazi di comicità e di violenza,alternati ad un ritmo meno ossessivo e meno rigoroso dei due film precedenti.
E’ questa fondamentalmente la novità di Il buono il brutto e il cattivo.
Biondo e Tuco hanno più sfumature,sono delineati meglio rispetto ai personaggi dei primi due film:c’è spazio per qualche notizia in più sul passato,anche se limitato solo al personaggio di Tuco.
Che appare come una vittima,più che come un bandito.
Memorabile il duetto con il fratello prete:”dalle nostre parti o scegli di fare il prete o scegli di fare il bandito…..Io ho scelto la parte più difficile”,dice Tuco.
Un pò di moralismo,che però si inserisce alla perfezione nell’impianto narrativo.
Così come si inserisce splendidamente la comicità fulminante di Biondo,come nel caso dell’incontro con i soldati:”Dio non è con noi,perchè anche lui odia gli stupidi”
Il giustiziere solitario,la vendetta,infine la guerra di secessione e la brama di denaro.
Tre argomenti diversi,per tre trame distinte ma unite da un filo conduttore,ovvero raccontare un West diverso,meno epico e più individualista.
Man mano che il suo progetto cresce,cresce la maestosità delle scene,che raggiunge il culmine con Il buono il brutto e il cattivo.
E’ l’apoteosi di Leone,che diventerà ancor più visibile con C’era una volta il West.
Per quasi quarant’anni il cinema italiano continuerà a interrogarsi,con stupore,sul successo straordinario delle produzioni di Leone.
Che daranno il via ad una selvaggia opera di imitazione,con oltre 400 film prodotti sulla scia dei tre capostipite.
Da Diango a Sartana a Ringo,si tenterà di emulare il personaggio vincente del giustiziere solitario come del monco e o del Biondo.
E i tre film diventeranno curiosamente oggetto di studio,nonchè di culto,proprio nel paese del selvaggio west.
Che guarderà con ammirazione ad un cinema essenziale,senza fronzoli,girato con tante idee e pochi soldi come quello di Leone.

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Clint Eastwood: Joe, lo straniero

Gian Maria Volontè: Ramón Rojo

Marianne Koch: Marisol

Wolfgang Lukschy: John Baxter, lo sceriffo

Sieghardt Rupp: Esteban Rojo

Antonio Prieto: Don Miguel Rojo

José Calvo: Silvanito

Margarita Lozano: Consuelo Baxter

Daniel Martín: Julio

Benito Stefanelli: Dougy

Bruno Carotenuto: Antonio Baxter

Joseph Egger: Piripero

Mario Brega: Chico

Aldo Sambrell: Rubio

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Clint Eastwood: il Monco

Lee Van Cleef: Colonnello Douglas Mortimer

Gian Maria Volontè: El Indio

Mario Brega: El Niño

Mara Krupp: Mary

Luigi Pistilli: Groggy

Klaus Kinski: Wild, il gobbo

Joseph Egger: il vecchio profeta

Benito Stefanelli: Luke, membro della banda dell’Indio

Aldo Sambrell: Cuchillo

Lorenzo Robledo: Tomaso, il traditore

Sergio Mendizábal: direttore della banca di El Paso

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Clint Eastwood: Biondo, il Buono

Eli Wallach: Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, il Brutto

Lee Van Cleef: Sentenza, il Cattivo

Luigi Pistilli: padre Pablo Ramirez

Aldo Giuffré: Capitano Clinton

Rada Rassimov: Maria, la prostituta

Enzo Petito: Milton, il proprietario dell’emporio

John Bartha: sceriffo

Livio Lorenzon: Baker

Antonio Casale: Jackson, alias Bill Carson

Claudio Scarchilli: membro della banda di Sentenza #1

Sandro Scarchilli: membro della banda di Sentenza #2

Benito Stefanelli: membro della banda di Sentenza #3

Lorenzo Robledo: membro della banda di Sentenza #4

Aldo Sambrell: membro della banda di Sentenza #5

Angelo Novi: monaco giovane

Antonio Casas: Stevens

Al Mulock: Elam, il cacciatore di taglie monco

Sergio Mendizábal: Cacciatore di taglie biondo

Antonio Molino Rojo: Capitano Harper

Mario Brega: Caporale Wallace

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aprile 8, 2008 Pubblicato da: | Biografie | | 1 commento

La meglio gioventù


Si può restare incollati alla poltrona,per sei ore di fila,a gustarsi un film.

E’ quello che succede guardandosi,anzi,gustandosi,La meglio gioventù,di Marco Tullio Giordana, un film che è un affresco storico dal grande fascino,trattato con delicatezza e un pizzico di commozione da un regista che conosce bene l’arte cinematografica.

Quaranta anni di storia italiana,raccontati attraverso le vicende di due fratelli e di una famiglia,attraverso la storia di Nicola,giovane idealista,e di suo fratello Matteo,alter ego in senso opposto,tormentato e insicuro,dall’incerta sessualità,in opposizione violenta alla solarità del fratello.

Storia d’Italia vera,quella che parte dai primi ricordi visivi di Nicola,dalle sue prime esperienze all’interno di una società in veloce evoluzione;l’incontro con Giorgia,una ragazza difficile,in ritardo cognitivo,eppure dagli occhi pieni di saggezza,quella saggezza che sconfina nella follia,in un gioco di luci e ombre che ne esalta l’umanità.

La meglio gioventù 7
Luigi Lo Cascio è Nicola

La meglio gioventù 1
Alessio Boni è Matteo

E il rapporto tormentato e difficile con quel fratello strano,che sembra vivere galleggiando,senza grossi voli,senza stimoli apparenti. Le due storie si separano,e assistiamo alla loro evoluzione:Nicola parte per un lungo viaggio verso il nord Europa,dal quale tornerà solo per andare a fare l’angelo del fango,durante l’alluvione di Firenze.Qui incontrerà la donna del futuro,il grande amore,che diventerà la pietra miliare della sua esistenza,Giulia,amore tormentato dapprima,disperato dopo.

La meglio gioventù 3
Jasmine Trinca è Giorgia

In mezzo alla storia dei protagonisti,scorre la storia dell’Italia,con il suo sessantotto,con le Brigate Rosse,passando per la tragica epopea di tangentopoli per chiudersi con la morte di falcone e con l’arrivo delle storie dei protagonisti ai giorni nostri.

La meglio gioventù 9
Sonia Bergamasco è Giulia

In mezzo le vite qualsiasi di Nicola,Matteo,Giulia,Giorgia,con il loro carico di angosce e delusione,di amori e dolore,di vita e di morte. Assistiamo ai vari processi della vita dei protagonisti:l’adolescenza,con il carico di sogni,di voglia di libertà,di giustizia,di ideali forti,il passaggio all’età adulta,con il conseguente scontro con regole sociali dettate dalla cultura del periodo,fino alla quieta accettazione del futuro,che nel caso di Nicola,sarà il riscoprire di un sentimento perduto,quello dell’amore,vissuto a metà,con la sola compagnia della figlia avuta da Giulia.

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Maya Sansa

In mezzo,rabbia e amore,contestazione e problemi,morte e violenza.Tutto quello che la società,in evoluzione,ha prodotto nel corso della sua storia,fatta di persone,certo,ma fatta anche di tragedie,grandi e piccole.La meglio gioventù racconta le persone,racconta sogni,li rapporta al sociale.Senza volerne fare un’epopea,senza voler fare processi storici agli avvenimenti.

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Adriana Asti

Semplicemente guardando,con occhio commosso,triste e malinconico,allegro e spensierato,a quello che ha rappresentato per la meglio gioventù,quella post bellica ricca di valori e voglia di vivere,la storia di un paese che è cresciuto tra mille contraddizioni,preda di un vortice in cui si mescolano,fatalmente,le vite dei suoi protagonisti.La gente comune,alla ricerca di una sua identità.

 

Guardare questo film significa commuoversi,intenerirsi,indignarsi,provare nostalgia e rimpianto.La verità arriva alla fine,quando i protagonisti,ognuno in modo diverso,ha finito per svolgere il ruolo che era destinato a svolgere:la vita la vivi con le sue contraddizioni,passi attraverso il dolore per accettare,con filosofia,il carico che hai portato addosso.Anche dalla notte di avvenimenti terribili può spuntare un giorno,se non radioso,di pallido sole,che ti fa sperare che il domani sia migliore.La tela è completa,il quadro è impressionista.

La meglio gioventù 2

Nicola ritrova l’amore,la speranza,il sorriso,persi nel rincorrere i fantasmi del passato;la moglie,la morte di Matteo,della quale si sentirà in qualche modo responsabile,l’abbandono di Giorgia,misti alla vita di tutti i giorni,i problemi sul lavoro,le piccole o grandi vittorie,le piccole o grandi sconfitte. La meglio gioventù è tutto questo:una storia d’amore,anzi,più storie d’amore;amicizia,illusione,disillusione,speranza.E altro ancora.

La meglio gioventù 4

E’ il cammino di vita di giovani che hanno fatto la storia,anche se non sempre da protagonisti. Ma,in fondo,chi l’ha detto che essere protagonista significhi sempre e soltanto avere un ruolo primario? La storia erano loro,le migliaia di vite che hanno calcato le scene.La storia della meglio gioventù,quella che ha vissuto una vita degna di essere chiamata tale.

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La meglio gioventù 11

La meglio gioventù, Un film di Marco Tullio Giordana. Con Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni.Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi, Valentina Carnelutti, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Greta Cavuoti, Riccardo Scamarcio, Claudio Gioé Drammatico, durata 360 min.

La meglio gioventù 10

* Luigi Lo Cascio: Nicola Carati
* Alessio Boni: Matteo Carati
* Adriana Asti: Adriana Carati
* Sonia Bergamasco: Giulia Monfalco
* Fabrizio Gifuni: Carlo Tommasi
* Maya Sansa: Mirella Utano
* Valentina Carnelutti: Francesca Carati
* Jasmine Trinca: Giorgia
* Andrea Tidona: Angelo Carati
* Lidia Vitale: Giovanna Carati
* Claudio Gioè: Vitale Micavi
* Giovanni Scifoni: Berto
* Paolo Bonanni: Luigino
* Mario Schiano: Il professore di medicina

Regia Marco Tullio Giordana
Soggetto Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Casa di produzione BiBi Film
Fotografia Roberto Forza
Montaggio Roberto Missiroli
Musiche Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, The Animals, Astor Piazzolla
Scenografia Franco Ceraolo, Cristiana Amendola

The Animals – The House of Rising Sun
Fausto Leali – A chi ?
Astor Piazzolla – Oblivion
Astor Piazzolla – Remembrance
Cesária Évora – Sodade
Cesária Évora – Fruto Proibido
Georges Delerue il tema Catherine et Jim dal film Jules et Jim
Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
Something’s new
Blue moon
Fascination
Mina – Ora o mai più
Mozart – L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8
Mozart – Clarinet concert
Queen – Who wants to live forever
Fernando Sor – Studio 5 (numerazione di Segovia)
Fernando Sor – Studio 17 (numerazione di Segovia)
Fats Domino – Ain’t That a Shame
Four Tops – Reach out I’ll be there
Creedence Clearwater Revival – I Heard It Through The Grapevine
Dinah Washington – I’m Through With Love
Dinah Washington – Time After Time
Benjamin Britten – Sentimento Sarabanda
Giovanni Sollima – Aria
Johann Sebastian Bach – Singet dem Herren ein neues Lied

Note:

Una delle accuse,peraltro risibili e poco intelligenti mosse al film è quella di essere superficiale.

Il film è profondo,tutt’altro che superficiale.
Il mezzo cinematografico non permette la descrizione temporale,se non in sequenza veloce.
Il regista ha puntato più sulla descrizione dei personaggi,sui vari fatti con cui vengono a contatto,che al periodo storico lungo quasi 40 anni.
La storia si dipana bene,raccontando con occhio quasi commosso,le vicende di gente qualunque,alle prese con la quotidianità che potrebbe benissimo essere la nostra.
Sono storie di persone qualsiasi,che vivono la loro vita facendosi anche scorrere addosso gli avvenimenti,alle volte attraversandoli senza la piena cognizione della loro vera portata.
Del resto,quanti di noi si sono resi conto veramente di quel che ci succedeva attorno?
Non avevamo anche noi problemi di cuore,di quotidiano con genitori e amici,con il primo lavoro?
La forza del film è nella capacità di attrarre l’attenzione per un arco temporale molto lungo.
Francamente non ricordo altri film che durino,in versione integrale,oltre sei ore,se non la corazzata Potemkin

Parti deboli?
Qualche intreccio forzato,come la storia tra Francesca e Carlo,oppure qualche battuta di troppo,tipo quella tra Nicola e l’indagato per tangentopoli,dove,francamente,c’è un tono lezioso che irrita.
Ma sono piccolissimi dettagli,che non inficiano il risultato finale,che fanno di La meglio gioventù una delle cose migliori apparse negli ultimi anni

“Perché, si fa tanta fatica a credere alle cose belle mentre a quelle brutte ci si crede subito?” (Nicola)

Lei ha una qualche ambizione?
Ma… Non…
E Allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare, il chirurgo?
Non lo so, non ho ancora deciso…
Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi… Vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.
Cioè, secondo lei tra poco ci sarà un’apocalisse?
E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…
E lei, allora, professore, perché rimane?
Come perché?!? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere!”

(Il docente a Nicola)

Nicola: Ha segnato la Corea.
Matteo: Chissenefrega.
Nicola: Effettivamente a noi non ce ne frega niente, ma niente dè niente dè niente. Anzi, sai che ti dico, io tifo Corea. Corea, Corea, Corea, Corea!

Carlo: Diciamo in pratica che ogni tre laureati uno resta a spasso. Sostanzialmente il più stronzo dei tre.
Luigino: O ma vedete tutti quanti di andare… neh?

Don Vito: Se volete vi posso ospitare da me. Io c’ho una specie di, non una stalla, una rimessa, eh. Potete dormire lì. Meglio di un pugno in bocca, no? Di un calcio in faccia… o no?


Le musiche del film:

* The Animals The House of Rising Sun
* Fausto Leali A chi ?
* Astor Piazzolla Oblivion e Remembrance
* Cesária Évora Sodade e Fruto Proibido
* Georges Delerue il tema « Catherine et Jim » dal film Jules et Jim
* Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
* Mina Ora o mai più
* L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8 di Mozart
* The Queen “Who wants to live forever”






aprile 7, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra

Conclusa la trilogia della vita,composta dal “Decameron”, dai “Racconti di Canterbury”e dal “Fiore delle mille e una notte”, Pier Paolo Pasolini mette mani al suo progetto più ambizioso, una rivisitazione delle 120 giornate di Sodoma e Gomorra del divin marchese De Sade, intitolandolo Salò,e usando come sottotitolo proprio il nome del libro di De Sade.
Con De Sade, Pasolini condivide l’anticonformismo e la capacità di andare oltre schemi e convenzioni sociali.
Non è un’iconoclasta come il marchese, non ha la sua carica ferocemente anticlericale e distruttiva, ma è, come lui, un diverso, uno che urla fuori dal branco.

Salò 11

La vita di De Sade, i suoi trent’anni passati in varie epoche in prigione,le sue opere dannate fino dalla loro uscita, la triste conclusione stessa della vita del marchese,condannato a passare gli ultimi tredici anni del esistenza in un manicomio,perfettamente lucido,affascinano Pasolini, così come affascinano i suoi romanzi in cui, al sesso sfrenato e alle sue deviazioni, si mescolano atti d’accusa verso il potere.
Un potere nichilista ed assoluto,capace di coartare l’uomo fino nell’intimo, annullandone la volontà.

Salò 1

Ed in fondo è quello che Pasolini vuole: una denuncia del potere, di tutto il potere, che sia politico o religioso.
Siamo nel cuore degli anni di piombo,in quel 1974 che sancisce la vittoria del fronte laico sul referendum per il divorzio,prima vera grande vittoria nel campo delle conquiste sociali e della libertà individuale.
L’Italia scopre la passione per la politica, ma vive di grandi contraddizioni: nonostante una crisi economica devastante, si cerca il superfluo, il consumo.

Salò 2

E Pasolini, in un celebre articolo, un po’ come aveva fatto dopo gli episodi di Villa Giulia, và controcorrente:” L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi ‘diverso’. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.”

Salò 3

L’ondata di critiche che seguono lo trovano ancora una volta in una posizione minoritaria.
Ma per lui non è una novità.

Salò 4

In questo humus culturale e sociale si sviluppa il progetto su un film che sia un pugno nello stomaco, diretto e senza mediazioni.
Un attacco al potere con l’uso dello choc visivo.
Il cinema,che non è ancora precipitato nella grande crisi del decennio settanta,rimane lo strumento migliore per quelle che sono le sue intenzioni: scandalizzare, provocare.
Pasolini decide di riprendere l’opera di De Sade,e, ispirandosi a Dante, struttura il film in gironi, ripresi dalle bolge dantesche.

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Da De Sade riprende il numero quattro: quattro signori, rappresentanti dei quattro poteri (nobiliare,ecclesiastico,economico e giudiziario), coadiuvati da quattro puttane, rastrellano nel circondario di Salò un gruppo di ragazzi e ragazze, che, nel corso di 120 terribili giorni, saranno sottoposti al potere assoluto, privati di ogni più elementare diritto.
Ogni giornata è divisa nella struttura dantesca :anti inferno e tre gironi.

Salò 5

Le quattro puttane hanno il compito di raccontare ai signori le loro perversioni sessuali, per rallegrarli e contemporaneamente educare i giovani all’obbedienza assoluta.
La rappresentazione inizia con l’anti inferno,nel quale vengono mostrati i codici di comportamento dei signori, il loro patto di sangue stipulato tramite il matrimonio fra ognuno di essi e la figlia dell’altro; si prosegue con la suddivisione dei compiti fra i giovani catturati con un rastrellamento nei dintorni.
Vittime, soldati, collaborazionisti e servitù.
Sembra uno schema sociale,molto crudo ed assoluto.

Salò 6

Nel primo girone, quello delle manie, i giovani vengono sottoposti ad umiliazioni e sevizie: nudi ed inermi, sono costretti a mangiare dalle ciotole degli animali, mentre i loro aguzzini sfogano,con brutalità, il loro senso di potenza e di forza.
Il girone della merda è quello che, metaforicamente, rappresenta la degradazione più estrema dell’essere umano, in balia di quel potere oscuro ed assoluto di cui parlavo prima.
Le vittime sono costrette a cibarsi sia dei loro escrementi che di quelle dei compagni o dei loro padroni, che , nel frattempo, discutono in maniera colta citando Beaudelaire o Proust o Nietsche.

Salò 7

Il girone del sangue porta alle estreme conseguenze il desiderio di possesso dei quattro: ormai in totale balia dei loro aguzzini,i giovani vengono torturati e uccisi tra le peggiori nefandezze possibili.
Il potere non ha mediazioni:è globale ,intrigante, totalizzante.
E dispone della vita come della morte,è un dio crudele e impietoso, che fagocita tutto, senza alcuna pietà o sentimento umano.
Tra le efferatezze, che giungono alla fine della rappresentazione visiva,con tutti i ragazzi morti e mutilati, si compie il percorso.
I potenti si preparano a fuggire,perché il potere non muore, ma si nasconde, cambia pelle.
Restano solo due annoiati sorveglianti,che ballano un valzer mentre il film volge al termine:la vita continua.
Schematicamente il film è questo.
Pasolini avrebbe dovuto completare la sceneggiatura e metterci, probabilmente, le mani.

Salò 8

Ma la sua morte tragica e improvvisa, avvenuta durante il montaggio, ha impedito di capire quali parti intendeva modificare.Pasolini comunque ottiene ciò che in fondo si era prefisso.La sua rappresentazione del potere brutale e violento, perverso, non lascia indifferente lo spettatore.
Già la scarna scenografia,i dialoghi raffinati e l’ambientazione dura e cruda, con l’odissea dei ragazzi costretti a precorrere la scala verso l’inferno verso il basso,in un degradante e continuo alternarsi di brutali nefandezze e perversioni sessuali costringono chi guarda il film a continui sforzi per assimilare quello che avviene sullo schermo.
I quattro potenti,alla fine, ottengono ciò che in fondo hanno costruito: la totale distruzione dell’io dei loro schiavi, e il fatto che essi sfuggano a qualsiasi punizione la dice lunga sulle intenzioni del regista.

Salò 9

Se si guarda alla sceneggiatura con acriticità,e si leggono i vari passi, si nota immediatamente quello che in fondo è il discorso del regista, summa di tutte le sue opere precedenti.
Solo che questa volta non c’è più la gioiosa sessualità dei film precedenti a salvare il comune mortale.
Il sesso,l’unica cosa rimasta al povero, al servo, diventa l’arma con cui annichilirlo.
Attraverso la sodomia, gesto che per lo scrittore è “il più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana, il più ambiguo, per questo accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme sociali, è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro dell’atto generativo, ne è la totale derisione” l’uomo è degradato.

Salò 10

Il potere diviene un paradosso:” “Ma scusi, noi, non siamo forse la dimostrazione vivente di che è realmente il Potere? L’unica vera, grande, assoluta Anarchia, è quella del potere. Infatti noi, qualsiasi cosa ci venga in mente, la più folle ed inaudita, la più priva di senso, possiamo scriverla in questo quadernetto, ed essa diviene immediatamente legale; se poi saltasse in mente di cancellarla, essa diverrebbe immediatamente illegale. Le leggi del Potere, non fanno altro che sancire questo potere anarchico,… e ciò vale per qualsiasi potere”.

Salò 5

Salò 4

Salò 3
C’è spazio anche per il suo ateismo e per Dio;” “Si tranquillizzi, Eccellenza, è vero che noi tendiamo a identificarci fatalmente in modo parossistico e un poco fasullo col presunto rappresentante dell’ordine, cioè con Dio, e ciò è seccante, ma dopo aver meditato a lungo sono giunto ad una conclusione liberatrice: basta sostituire la parola DIO con la parola POTERE, così tutto rientra perfettamente nel programma che ci siamo prefissi“.
Nulla sembra salvarsi,e Pasolini,in un crescendo wagneriano,sembra chiudere la porta alla speranza.
Salò è un film scomodo, terribile, ma con un suo fascino sinistro.La terribile morte che colse lo scrittore proprio durante la parte più importante per un film, il montaggio, impedì di valutare appieno il progetto nella sua globalità.

Salò 2

Salò 1

Certo è che se Pasolini avesse messo mani ad altri progetti, difficilmente avrebbe potuto superare lo scandalo e le polemiche che suscitò il film alla sua uscita.
Dall’accusa di copromania a quella di degenerato passando attraverso tutti gli insulti possibili e immaginabili, il suo nome venne letteralmente fatto a pezzi.
Il film venne processato più volte per oscenità, e a risponderne davanti ai giudici fu colui che aveva creduto nel progetto, il produttore Grimaldi.
Giudicare Pasolini attraverso questa sua ultima opera è un errore fatale.
Salò rappresenta un passaggio,uno dei tanti avvenuti nel corso della sua tormentata vita.
Non di certo il più importante,anzi.

Paradossalmente è il Pasolini meno fedele a se stesso,anche se è il più duro.

Ma la necessità di far discutere, di provocare per scuotere le coscienze, un atteggiamento che il poeta ebbe sempre nei confronti del suo pubblico e dei suoi critici lo portarono a questo film, che un risultato lo ottenne:scandalizzare.
E tutto sommato quello che Pier Paolo Pasolini fece per tutta la vita.Il film è disponibile su You tube in una versione di buona qualità digitale all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=aqPPLRkmsFw

Salò,o le 120 giornate di Sodomia e Gomorra

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli;
scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;
consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini;
aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.
Interpreti e personaggi Paolo Bonacelli (Il Duca Blangis); Uberto Paolo Quintavalle (il Presidente della Corte d’Appello); Giorgio Cataldi (il Vescovo, doppiato da Giorgio Caproni); Aldo Valletti (l Presidente Durcet, doppiato da Marco Bellocchio); Caterina Boratto (signora Castelli); Hélène Surgère (signora Vaccari, doppiata da Laura Betti); Elsa de’ Giorgi (signora Maggi); Sonia Saviange (virtuosa dì pianoforte). E inoltre: Sergio Fascetti, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Bruno Musso, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Faridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Henke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilanskij, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Erzi, Claudio Troccoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Ines Pellegrini.
Produzione PEA (Roma) / Les Productions Artistes Associés (Parigi);
produttore Alberto Grimaldi; pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Technicolor; sincronizzazione International Recording, Roma; missaggio Fausto Ancillai; distribuzione United Artists Europa.

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Paolo Bonacelli: Il Duca
Giorgio Cataldi: Il Monsignore
Uberto Paolo Quintavalle: L’Eccellenza
Aldo Valletti: Il Presidente
Caterina Boratto: Signora Castelli
Elsa De Giorgi: Signora Maggi
Hélène Surgère: Signora Vaccari
Sonia Saviange: La Pianista
Marco Lucantoni: I° Vittima (Maschio)
Sergio Fascetti: Vittima (Maschio)
Bruno Musso: Vittima (Maschio)
Antonio Orlando: Vittima (Maschio)
Claudio Cicchetti: Vittima (Maschio)
Franco Merli: Vittima (Maschio)
Umberto Chessari: Vittima (Maschio)
Lamberto Book: Vittima (Maschio)
Gaspare Di Jenno: Vittima (Maschio)
Giuliana Melis: Vittima (Femmina)
Faridah Malik: Vittima (Femmina)
Graziella Aniceto: Vittima (Femmina)
Renata Moar: Vittima (Femmina)
Dorit Henke: Vittima (Femmina)
Antiniska Nemour: Vittima (Femmina)
Benedetta Gaetani: Vittima (Femmina)
Olga Andreis: Vittima (Femmina)
Tatiana Mogilansky: Figlia
Susanna Radaelli: Figlia
Giuliana Orlandi: Figlia
Liana Acquaviva: Figlia
Rinaldo Missaglia: Collaborazionista (Soldato)
Giuseppe Patruno: Collaborazionista (Soldato)
Guido Galletti: Collaborazionista (Soldato)
Efisio Etzi: Collaborazionista (Soldato)
Claudio Troccoli: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Fabrizio Menichini: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Maurizio Valaguzza: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Ezio Manni: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Paola Pieracci: Ruffiana
Carla Terlizzi: Ruffiana
Anna Maria Dossena: Ruffiana
Anna Recchimuzzi: Ruffiana
Ines Pellegrini: La serva nera

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Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Pier Paolo Pasolini (dai romanzi del Marchese de Sade)
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, Pupi Avati
Produttore Alberto Grimaldi, Alberto De Stefanis, Antonio Girasante
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi, Enzo Ocone
Effetti speciali Alfredo Tiberi
Musiche Pier Paolo Pasolini, Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati

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Pier Paolo Pasolini sul set

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aprile 6, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | 7 commenti

Blade runner

Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi stellari in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio presso le porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno persi nel tempo come… lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

“In una Los Angeles dallo scenario apocalittico, soffocata dall’inquinamento atmosferico che ha come conseguenza una continua pioggia battente, prendono corpo i personaggi del film-culto di Ridley Scott. Protagonista assoluto Rick Deckard (Harrison Ford), “ex poliziotto, ex cacciatore di taglie, ex killer”, come recita la voce fuori campo imposta dalla produzione nella versione ufficiale e poi tolta, lasciando maggior spazio all’immaginazione dello spettatore.

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Deckard viene incaricato di eliminare un manipolo di replicanti, organismi complessi e perfezionati rispetto agli esseri umani, cui sono superiori in forza, agilità e intelligenza. Questi androidi, fabbricati dalla Tyrell Corporation per servire gli umani in vari settori, poi ridotti alla stregua di schiavi nelle “Colonie Extramondo”, sorta di luoghi di evasione per privilegiati, nel corso del tempo sviluppano sensazioni emotive proprie, si “umanizzano” al punto che l’inquietante Mr. Tyrell decide di attivare nel loro organismo un dispositivo limitante: gli androidi potranno così vivere solo quattro brevissimi ma intensi anni “durante i quali accumulare esperienze che per noi umani sono scontate”.

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I replicanti, capeggiati da Roy Batty (un Rutger Hauer in stato di grazia), stanchi e amareggiati dalla loro condizione, decidono di ribellarsi per tornare sulla terra e tentare di convincere Mr. Tyrell a modificare la loro struttura genetica per consentire loro di vivere più a lungo e più umanamente. Deckard viene convocato a forza dal suo ex capo in seguito all’uccisione di un dipendente durante un test psicologico per androidi, che aveva smascherato uno dei ribelli.

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Rick Deckard deve in gergo “ritirare” tali replicanti, divenuti socialmente pericolosi. Ad aiutarlo nell’impresa ad alto rischio subentra Rachel (Sean Young), che il Dr. Tyrell definisce “un esperimento” perché parte integrante di una nuova speciale generazione di androidi, creata per durare nel tempo.Nel corso della narrazione emerge il profilo psicologico dei replicanti ed è sempre più evidente che la loro rivolta nasce da una profonda disperazione, da una tensione vitale insoddisfatta e da un enorme bisogno di creare legami tra loro, di avere un passato, di collezionare ricordi che giustifichino la loro esistenza.

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In fondo, la loro condizione non è poi tanto lontana da quella degli esseri umani, che si pongono le stesse domande, vivono le stesse angosce e non sanno quanto tempo e quali emozioni la vita riservi loro. I replicanti si sentono impotenti di fronte ad una scienza che li ha creati al solo scopo di sfruttarli e infine distruggerli.

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Per placare la sua sete di risposte e salvare la sua vita e quella dei suoi compagni, Roy deve assolutamente incontrare il Dr. Tyrell e sperare che l’ingegnere possa finalmente dargli le risposte che cerca. Per questo Roy costringe J.F. Sebastian, progettista genetico della Tyrell Corporation affetto da una grave malattia che lo costringe a un invecchiamento precoce, a fare da mediatore affinché l’Ing. Tyrell lo riceva. Mitico il discorso di Tyrell, indifferente alla disperazione del “figliol prodigo” che lo implora di dargli “più vita”: in una complessa spiegazione scientifica delude le aspettative di Roy, decretando l’impossibilità di modificare la struttura genetica dei replicanti senza dar luogo a mutazioni che ne causerebbero la morte istantanea.

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“Tu hai vissuto intensamente e lo sai bene Roy, la candela che arde da due parti brucia in metà tempo! Godi più che puoi!” La frase finale dell’arringa del Dr. Tyrell scatena la ribellione di Roy, che, in preda a una furia incontrollata, prima acceca il suo creatore e poi uccide J.F.

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Parallelamente s’intreccia la storia d’amore tra Rick e Rachel, sottolineata dalla stupenda colonna sonora di Vangelis che conferisce ulteriore spessore e fascino al film. Attraverso un frammento artificiale di pelle di serpente trovato a casa di uno dei replicanti, Rick scova Zora in veste di spogliarellista presso un locale di dubbia reputazione, rischia di morire soffocato dalla sua incredibile forza ma poi ha il sopravvento, braccandola lungo le strade buie e affollate di Los Angeles in un inseguimento da antologia, che culmina nella mortale caduta di Zora infrangendo alcune vetrine di un negozio. Per vendicare l’amante, Leon, il braccio destro di Roy, aggredisce Rick alle spalle, mentre Rachel, riapparsa dopo una disperata fuga nella consapevolezza di essere pure lei una replicante, spara infine a Leon e salva la vita a Rick.

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Lo scontro/incontro finale tra Roy e Rick, inevitabile dopo il “ritiro” dell’amante di Roy, la bellissima ed inquietante Priss (Daryl Hannah), è anch’esso intramontabile: schiacciato dalla potenza fisica del suo avversario, che lo tiene in scacco nonostante stia per morire, Rick viene infine salvato dal replicante stesso mentre sta per precipitare da uno dei giganteschi palazzi della città (che rimandano in qualche maniera all’ideologia dell’architettura gotica, la cui imponenza era progettata per schiacciare l’uomo e farlo sentire piccolo e insignificante di fronte a Dio: uno dei segnali del pessimismo che serpeggia nell’atmosfera del film).Mirabile la scena in cui Roy solleva “il piccolo uomo” e lo getta sul tetto del palazzo. Poi si lascia cadere a terra sfinito e spiega il motivo del suo gesto: “Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste immaginarvi […] E tutto questo andrà perduto nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire…” Rick lo guarda, estasiato e incredulo e comprende finalmente la condizione del suo avversario, il quale alla fine, sull’odio e sul rancore, fa prevalere l’amore per la vita. Per Rick è una grande lezione di umanità.

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Io non so perché mi salvò la vita, forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata… Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo? Dove vado? Quanto mi resta ancora? Non ho potuto far altro che restare lì e guardarlo morire.” dice Rick, nel finale del film.

Nella versione voluta dal regista manca il finale consolatorio ed ecologico imposto dalla produzione, in cui Rick e Rachel fuggono a bordo di una navicella verso luoghi incontaminati (lo stesso paesaggio dal respiro montano che fa da sfondo all’Overlook Hotel in “Shining” di Kubrick). È una scena liberatoria, ma altrettanto poetica e struggente è la visione dell’unicorno avuto in sogno da Deckard, l’anelito a una purezza ormai perduta (l’unica sequenza aggiunta dal regista).

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Blade runner, Un film di Ridley Scott. Con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Daryl Hannah, William Sanderson, Brion James, Joe Turkel, Joanna Cassidy, James Hong, Morgan Paull, Kevin Thompson, John Edward Allen, HyPyke Fantascienza,, durata 117 min. – USA 1982.

Blade runner banner personaggi

Harrison Ford: Rick Deckard
Rutger Hauer: Roy Batty
Sean Young: Rachael
Daryl Hannah: Pris
Brion James: Leon
Joanna Cassidy: Zhora
Edward James Olmos: Gaff
M. Emmet Walsch: Capitano Bryant
Joe Turkel: Eldon Tyrell
William Sanderson: J.F. Sebastian
Morgan Paull: Holden
James Hong: Hannibal Chew

Blade runner banner cast

Regia Ridley Scott
Soggetto Philip K. Dick
Sceneggiatura Hampton Fancher, David Webb Peoples
Produttore Michael Deeley
Casa di produzione The Ladd Company, Sir Run Run Shaw, Tandem Productions
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia Jordan Cronenweth
Montaggio Terry Rawlings, Marsha Nakashima
Effetti speciali Douglas Trumbull
Musiche Vangelis
Scenografia Jordan Cronenweth

Blade runner banner doppiatori

Michele Gammino: Rick Deckard
Sandro Iovino: Roy Batty
Emanuela Rossi: Rachael
Micaela Esdra: Pris
Sergio Fiorentini: Leon
Maria Pia Di Meo: Zhora
Piero Tiberi: Gaff
Renato Mori: cap. Harry Bryant
Gianni Marzocchi: dott. Eldon Tyrell
Massimo Giuliani: J.F. Sebastian
Paolo Poiret: Holden
Vittorio Stagni: Hannibal Chew
Luciano De Ambrosis: Taffey Lewis
Mario Milita: Abdul Ben Hassan

Blade runner banner citazioni

Io penso, Sebastian, quindi sono.”

Noi siamo stupidi, e quindi moriremo.”

Una candela che arde col doppio dello splendore brucia in metà tempo.

Bella esperienza vivere nel terrore, vero? È così che si sente uno schiavo!

Peccato però che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere…

Ho visto cose ….. (english)

« I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhauser Gate. All those… moments will be lost… in time, like tears… in rain. Time to die. »

Blade runner banner riconoscimenti
1982 – British Academy Film Awards
Migliore fotografia a Jordan Cronenweth
Migliori costumi a Charles Knode e Michael Kaplan
Migliore scenografia a Lawrence G. Paull
Nomination Miglior trucco a Marvin G. Westmore
Nomination Miglior montaggio a Terry Rawlings
Nomination Miglior sonoro a Peter Pennell, Bud Alper, Graham V. Hartstone e Gerry Humphreys
Nomination Migliore colonna sonora a Vangelis
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull, Richard Yuricich e David Dryer
1982 – Saturn Award
Nomination Miglior film di fantascienza
Nomination Migliore regia a Ridley Scott
Nomination Miglior attore non protagonista a Rutger Hauer
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull e Richard Yuricich
1982 – Los Angeles Film Critics Association Awards
Migliore fotografia a Jordan Cronenweth
1982 – Premio Hugo
Migliore rappresentazione drammatica
1983 – London Critics Circle Film Awards
Special Achievement Award a Lawrence G. Paull, Douglas Trumbull e Syd Mead
1983 – Premio Oscar
Nomination Migliore scenografia a Lawrence G. Paull, David L. Snyder e Linda DeScenna
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull, Richard Yuricich e David Dryer
1983 – Premio Golden Globe
Nomination Miglior colonna sonora a Vangelis
Blade runner banner recensioni
L’opinione del sito http://www.mymovies.com
In una Los Angeles piovosa e sovrappopolata, il poliziotto Deckard (Harrison Ford), dell’unità Blade Runner, viene richiamato in servizio. La sua specialità è l’eliminazione di esemplari insubordinati di “replicanti”, androidi destinati al lavoro nelle colonie spaziali. Quattro di loro, Roy Batty, Leon, Zora e Pris, hanno raggiunto la Terra per tentare di infiltrarsi nelle industrie che li fabbricano. I replicanti sono identici agli esseri umani, tranne che per la durata limitata della loro esistenza e per l’apparente incapacità di provare sentimenti. Proprio sulla registrazione delle reazioni emotive si basa il test Voigt – Kampff, con cui Deckard indentifica in Rachel (Sean Young), collaboratrice dell’industriale, una replicante sperimentale, inconsapevole della propria vera natura. Deckard si pone sulle tracce di replicanti da “ritirare”, eliminando per prima la spogliarellista Zora (Joanna Cassidy). È però Rachel a salvarlo da Leon, mentre Pres (Daryl Hannah) si installa a casa di un ricercatore per convincerlo a portare lei e Batty (Rutger Hauer) dall’industriale. L’incontro non ha esito felice: i due replicanti apprendono che non c’è modo di prolungare la loro esistenza. Deckard li raggiunge nel loro nascondiglio e, “ritirata” Pris, affronta Batty in un duello spietato. Salvato in extremis dal suo stesso avversario un attimo prima che questi muoia, Deckard recupera Rachel e fugge con lei lontano dalla città. Abile fusione di poliziesco e fantascienza, Blade Runner vive un rapporto di simbiosi con Il cacciatore di androidi, romanzo di Philip K. Dick da cui è tratto. Anche se il film risulta più coerente ed equilibrato, alcuni riferimenti sono apprezzabili solo leggendo il libro: i dettagli del test o la descrizione di un mondo in cui le riproduzioni artificiali degli animali, quasi estinti, diventano status symbol. Tuttavia il film descrive perfettamente una società multietnica e tratteggia perfettamente i diversi personaggi, tutti pervasi dall’amarezza tipica dell’opera di Dick: dallo scienziato colpito da invecchiamento precoce che vive in una casa piena di giocattoli, ai replicanti afflitti da angosce esistenziali, dalla fragile e sensuale Rachel alle prese con la propria identità sconosciuta al detective anni Quaranta trasferito nel futuro. Altrettanto efficaci sono gli effetti speciali di Douglas Trumbull e la colonna sonora di Vangelis. Blade Runner divenne rapidamente un cult-movie, cosa che anni dopo permise a Ridley Scott di distribuirne la versione “originale” ( Blade Runner: the Director’s Cut). Meno ottimistica nel finale dell’edizione nota al pubblico, essa è priva della narrazione fuori campo del protagonista e della ripresa aerea conclusiva, aggiunta per volontà del produttore, utilizzando ritagli della sequenza iniziale di Shining.
L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it
“Blade runner” ,in sublimi linee metaforiche, è quel gol che giunge in una partita tesissima e scatena l’estasi di uno stadio sigillando, ora e per sempre, quel risultato, indice di vittoria.
Rimane cosi quindi, “Blade runner”, negli albi cinematografici, un eterno dipinto di significato, visivo e vitale; nessuno sembra muover critiche, attaccare il film di Scott diventa un’impresa titanica.Nelle sale nel 1982 il prodotto americano diete immediatamente nell’occhio per via di una confezione di effetti speciali ,che in quella determinata fattispecie temporale, di inizio anni ottanta, era più che un lusso; ma non solo.
“Blade runner” incuriosisce grazie a svariati punti “cardini”, fra questi sicuramente le ambientazioni e le atmosfere.
Fa effetto, invece, (de)notare una fotografia grezza ed oscura, vari (presunti) critici affermano che è propria questa ultima a far la differenza, ovviamente in positivo.
Ai nostri occhi, insomma, la confezione che accerchia la fotografia di Scott non è nemmeno sufficiente. L’impressione è che la regia, donando un alone tremendamente dark al film, si scorda di proporre una fotografia più luminosa, ne consegue un sovrapposizione di colori pesanti che spossano mortalmente la visione di “Blade runner”.
Gli attori, più che superfluo ricordarli tutti, sono in ruoli difficilmente giudicabili, perché, detta tutta, “Blade runner” è un film da prender con le molle, costantemente. E’ certamente un film di fantascienza, ma allo stesso tempo, vuole spingere più in là la propria anima, i risultati? Non sempre soddisfacenti.
Quello di Scott è un Cult Movie dotato, o meglio orfano, di un ritmo alto, nasce un’ondata di pesantezza, i personaggi e le situazioni sembrano, quanto mai, convergere su linee epidermiche, freddezza totale.
Freddezza comunque idealizzata da Scott proprio per denunciare, diciamo così, questa fantomatica società del 2000; si toccano diverse argomentazioni, alcune di stampo filosofico, altre simboliche e religiose.
Filosofia che traspare nell’apparato psicologico umano attorniato da un bagaglio di megalomania, nei contesti la linea concettuale milita anche nei pensieri di controllo e di immortalità. Immortalità intesa come potenza e controllo raffigurato, simbolicamente, dagli occhi.
Simboli (l’unicorno) e altri messaggi, pure religiosi, sono messi nel film proprio per render l’idea di “vita” e morte, quanto mai vicine e imprevedibili.
“Blade runner” ha un menù colmo di significati, tutti abbastanza capibili; nei film di fantascienza le allusioni e le critiche alla società appaiono, quasi sempre, collimare nelle stesse cose. Praticamente sempre presente quel contrasto fra uomo e robot, chiamateli come volete, la partita a scacchi nel film potrebbe fungere da simbolo.
Scott ha avuto sicuramente le idee chiare, “Blade runner” alle volte convince per il contenuto, alle volte per le singolari atmosfere, altre delude per via della narrazione un po’ “piatta”, altre viene meno in campo di regia, alcuni passaggi appaiono frettolosi e grossolani.
Comunque il recensore non può non consigliare di vedere un film padre ispiratore di altri film nati in decenni successivi. Quanto a Scott, raggiungerà l’apice con un altro film…
L’opinione di Godardi dal sito http://www.davinotti.com
Uno dei capisaldi mondiali nella nuova fantascienza (di allora), un riuscitissimo connubio tra sci-fi e noir: è la classica storia dell’investigatore privato o bounty killer con una missione da compiere, solo che qui la compie nel futuro. Calato in una sfarzosa scenografia postmoderna è un’autentica gioia per gli occhi e per le orecchie (forse le musiche di Vangelis appaiono un po’ datate oggi). Nonostante il suo enorme successo non è un film facile, chi si aspetta un action movie veloce rimarrà deluso. Consacrazione per Ford e rivelazione per Hauer.

Lo splendido commento di Dana

Scritto nel 1968 il romanzo di fantascienza di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (“Il cacciatore di androidi”) ha atteso ben 14 anni prima della trasposizione sullo schermo nella versione mozzafiato di Ridley Scott e ha dovuto attendere un decennio prima di essere riconosciuto un capolavoro del cinema di fantascienza.
Al momento del lancio, il film, costato 28 milioni di dollari, è stato mal accolto dalla critica ed è stato un fiasco finanziario; solo dopo il 1992, quando emerse la nuova versione, critica e pubblico hanno pienamente riconosciuto il valore del film.
Interi libri sono stati scritti circa gli avvenimenti sul set, molti dei quali spiacevoli. Harrison Ford, a quanto pare, non andava d’accordo con la star Sean Young, la squadra ha fatto stampare magliette per esprimere l’insoddisfazione per il pesante orario di riprese, e, inoltre, anche Ford e Scott hanno avuto numerosi disaccordi. Brevissimo il commento di Ford dopo la première: “ è stato uno dei film più duri ai quali ha lavorato”.
Ma che film! Giustamente elogiato per la scenografia favolosa, l’immagine di Los Angeles anno 2019, città fredda come le luci neon che la illuminano, offuscata dalle piogge acide, sovraffollata, è stata, nel tempo, imitata da molti, tuttavia è rimasta unica.
Il detective Rick Deckard (Ford) perlustra questa città deprimente in cerca di “replicanti” – androidi ribelli che si nascondono sotto le spoglie di persone – e finisce per innamorarsi di uno (Young).
Abbondante nel uso di simboli, “Blade Runner” ha provocato molte discussioni contraddittorie nel corso del tempo; alcuni dei suoi fans sostengono che il film contiene messaggi religiosi subliminali, ( vedi la scena del replicante Roy Batty (Hauer), il quale si conficca un chiodo nella mano, la figura di Tyrell (Joe Turkel) un Dio-Padre, creatore dei replicanti, che tiene d’occhio la sua prole.

E ‘difficile immaginare questo film diretto da qualcun altro (prima di Scott sono stati consultati Adrian Lyne, Michael Apted e Robert Mulligan, e Martin Scorsese si era dimostrato interessato al romanzo nel 1969). Quanto al protagonista, inizialmente sulla lista c’erano Christopher Walken ed anche Dustin Hoffman.
Fenomenale miscuglio tra film di fantascienza del XXI secolo e noir 1940, la pellicola crea una superba antiutopia, e Ford diventa colui che è stato scelto per “mandare in pensione” gli androidi che arrivano sulla Terra in forma umana per cercare il Creatore perché forse si era deciso di “stare lì solo per dare un tocco di colore sui set di Ridley” (come ha dichiarato ad un giornalista nel 1991), ma il suo stupore si inserisce nella storia.
Una delle ragioni di popolarità di “Blade Runner”: ci sono più versioni del film – l’ultima variante ha aggiunto nuove scene, ha eliminato il passaggio narrativo di Ford ed il finale ottimistico imposto dallo Studio.
Un’altra ragione di popolarità consta nel fatto che in tanti si domandano se Deckard è un androide. Qualunque sia la risposta che uno si vuole dare – Scott ha suggerito, più di una volta, che lo è – “Blade Runner” rimane uno dei film di fantascienza più belli e più imponenti mai realizzato.

Una delle scene più belle:
Deckard: Do you love me?
Rachael: I love you.
Deckard: Do you trust me?
Rachael: I trust you.

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aprile 5, 2008 Pubblicato da: | Fantascienza | , , , , , | 8 commenti