Storia di Piera
Il percorso di vita della piccola Piera, che nasce, cresce e diventa donna in una famiglia lontanissima dai canoni tradizionali; suo padre è un attivista politico del Pci, innamoratissimo della moglie Eugenia, che però, pur amando il marito, sembra affetta da pulsioni inafferrabili.
La donna ha una morale pressochè inesistente, non concepisce la fedeltà coniugale, forse perchè profondamente immatura o forse solo incapace di rispettare i limiti imposti dalla morale;Eugenia infatti svolazza di quà e di la perennemente insoddisfatta, sempre pronta a cedere alle tentazioni della carne.
La vediamo entrare nei letti di una pletora di sconosciuti, seguita come un’ombra dalla piccola Piera che man mano che avviene il processo naturale della crescita,sceglie la propria strada diventando una cantante di successo.
Poi dopo molti anni, la parabola della strana famiglia arriva alla parte fatale, quella in cui i protagonisti diventano anziani:il padre di Piera perde quasi il lume della ragione, consumato sia dall’amore per la folle moglie sia per la dolorosa scoperta di non aver mai potuto sfiorare l’anima di una donna inquieta e posseduta da strani demoni esistenziali come Eugenia.

E’ in manicomio che quindi si consuma il dramma dell’uomo, che in un momento di lucida follia sussurra qualcosa a sua figlia Piera, chiedendole probabilmente di mostrare le sue parti intime, quasi volesse cercare nella figlia il ricordo della moglie tanto amata.
E Piera poi dovrà assistersi alla triste parabola discendente della madre, ormai anch’essa preda della follia: è in riva al mare che Piera, nuda come sua madre, capirà di essere diventata non la figlia ma una guida, quasi una madre della sua genitrice.
E abbraccerà in un tenero momento quella donna mai cresciuta e rimasta in un limbo impenetrabile e incomprensibile agli altri.
Storia di Piera è un film di Marco Ferrei, molto differente dai suoi precedenti perchè il regista questa volta sceglie di trasferire il suo sguardo indagatore sulla sfera privata dei sentimenti.
Ma da regista anticonvenzionale qual’è sceglie di raccontare non una storia qualsiasi, ma quella di una famiglia in cui i valori tradizionali sono ribaltati; non esiste una morale e se c’è va adeguata alle necessità quasi animali della protagonista assoluta, Eugenia, madre di Piera che dovrebbe essere se non l’io narrante quanto meno il fulcro della storia.
Invece tutto passa attraverso le gesta di una donna potentemente, quasi totalmente irrazionale, preda di pulsioni incontrollabili (quanto lo sono e quanto invece Eugenia le sfugge?) che vive una vita assolutamente e straordinariamente amorale, che attraverso il sesso e una follia imprendibile vaga di persona in persona, farfalla edonistica e libera che svolazza su un mondo che la circonda appena descritto.

Ferreri non usa la sferza per castigare o sbeffeggiare la società come in La grande abbuffata; in Storia di Piera costruisce un quadro quasi intimista, delicato nonostante l’argomento fortemente scabroso trattato.
Dall’omonimo libro di Piera Degli Esposti e Dacia Maraini e con sceneggiatura delle stesse scrittrici Ferreri trae un’opera sostanzialmente fedele al racconto limitandosi a trasferire l’azione da Bologna alle terre attorno a Latina e Sabaudia, svuotandole di persone e elevando le figure di Piera e Eugenia ad assolute protagoniste e lasciando la figura del padre di Piera volutamente fuori quadro, quasi fosse un personaggio di contorno vittima di una donna come Eugenia che con la sua personalità si potrebbe dire asociale schiaccia la figura maschile, in una prepotente affermazione dell’essere donna.
L’immobilità quasi ascetica delle scene finali delle due protagoniste,quel loro essere sole su una immensa spiaggia deserta, con Eugenia e Piera sole e nude che si abbracciano quasi a scambiarsi i ruoli, in cui Eugenia ormai preda della follia sembra ritornare allo stato infantile segna il momento cruciale della storia.
Piera è diventata adulta, ha fatto le sue scelte e la sua vita ed ora diventa madre, madre di sua madre:la parabola è conclusa, il cerchio si chiude.
Il sax di Stan Getz suona quasi malinconico come sotto fondo di una storia in cui predominano immagini quasi shock, come l’incesto più che sottinteso nella sequenza fondamentale in cui Piera si reca a trovare suo padre che le chiede di spogliarsi, per cercare in lei il ricordo di sua moglie o le sarabande erotiche che Eugenia rincorre quasi fosse preda del demone della lussuria o semplicemente usasse la stessa per affermare se stessa.O forse solo perchè la sua natura è quella, profondamente legata alle radici animali della vita.

Tornando alla scena fondamentale per l’economia del film, quella in cui Piera e suo padre si scambiano un bacio nient’affatto usuale, un bacio in cui il padre sembra quasi dimenticare che quella splendida donna seduta accanto a lui è sua figlia, bene quella sequenza svela il senso profondo dell’amore disperato del padre per sua madre.”Quelle di Eugenia sono più belle“, dice in tono malinconico l’uomo, guardando le gambe di Piera.
“Quella di mia madre è meglio?” chiede in tono volutamente provocatorio Piera, sollevandosi la gonna e mostrando le parti intime, nude, a suo padre.”Non sono riuscito mai a soddisfarla“, dice l’uomo e subito dopo, con tenerezza dalla quale è sparito l’elemento erotico, i due tornano ad essere padre e figlia, consapevoli entrambi che la loro vita è stata e sarà condizionata per sempre da quella donna inafferrabile e sfuggente che è Eugenia.
Forse la frase più importante e rivelatrice è quella che dice Eugenia mentre è a letto con uno dei suoi tanti amanti, Massimo, che la maltratta mentre lei vien fuori con una frase urlata, sotto gli occhi di Piera:”Nessuno mi ama come dico io”
Il film è dominato in lungo e in largo dalla straordinaria interpretazione della musa di Fassbinder, Hanna Schygulla, che restituisce allo spettatore tutto il senso della follia del personaggio di Eugenia; l’attrice convince tutti, critica e pubblico e merita così il premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes.

Bravissima anche Isabelle Huppert nel ruolo di Piera mentre piuttosto defilato, in una storia in cui predominano i due personaggi femminili è Marcello Mastroianni.
Bella la fotografia, belle e silenziose le location in un film che potrà non piacere per i dialoghi o per la figura quasi schizofrenica di Eugenia o per il ruolo di Piera ma che resta storia affascinante nel suo tratteggiare due figure potentemente anticonformiste.
Il film è disponibile in streaming, in un’ottima riduzione al link http://www.nowvideo.sx/video/2d273f502def1
Storia di Piera
Un film di Marco Ferreri. Con Isabelle Huppert, Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Fiammetta Baralla, Angelo Infanti, Tanya Lopert, Laura Trotter, Serena Bennato, Maurizio Donadoni, Cristina Forti, Loredana Berté, Piera Degli Esposti, Aiché Nana, Bettina Gruhn, Lidia Montanari Drammatico, durata 101′ min. – Italia 1983. –
Isabelle Huppert: Piera
Hanna Schygulla: Eugenia
Marcello Mastroianni: Lorenzo, padre di Piera
Angelo Infanti: Tito/Giasone
Tanya Lopert: Elide
Bettina Grühn: Piera da bambina
Lidia Montanari: Centomila lire
Laura Trotter: giovane levatrice
Aïché Nana: veggente
Loredana Bertè: sé stessa
Regia Marco Ferreri
Soggetto Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Sceneggiatura Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Produttore Erwin C. Dietrich, Luciano Luna, Achille Manzotti
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Philippe Sarde
L’opinione di Lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Da un libro-intervista in cui quel mostro d’attrice di Piera Degli Esposti si confidava con Dacia Maraini, Marco Ferreri ha cavato un film discutibile. Incentrato principalmente sulla figura della madre di Piera, figura incarnante la totalità disinteressata e candida, voluttuosa e travolgente dell’Amore, interpretata da una grande Hanna Schygulla, è soprattutto il racconto di un gruppo di famiglia atipico visto dagli occhi della giovane Piera, filtrato attraverso la sensibilità dura della ragazza immersa nel proprio percorso di formazione, influenzato irrimediabilmente dall’immagine di questa madre assoluta, invadente, ingombrante. È, quindi, un complesso ritratto femminile che si articola apparentemente su due voci, ma che è in realtà un romanzo per voce sola che in teoria avrebbe dovuto narrare una valanga di cose. Alla fine il film risulta lento e poco fluido, troppo ellittico e qua e là un po’ sciupato, e probabilmente Ferreri non era il regista più adatto alla versione cinematografica di una confessione così intima e smarrita, troppo impegnata all’autocompiacimento dei corpi nudi e del sesso (vera ossessione del regista) per dimostrare la stessa attenzione a tutto ciò che si muove nell’interno di Piera. Forse s’identifica con il padre, a cui Mastroianni conferisce certi toni vellutati molto malinconici. Certo è che non è il suo film migliore, e Loredana Bertè che intona la struggente Sei bellissima è una meteora. D’altro canto, bella la calda rappresentazione dei luoghi, infedele (la storia originale è bolognese, il film si svolge nell’arida Latina) ma adeguata.
L’opinione di will kane dal sito http://www.filmtv.it
Femmina e Maschio nel cinema di Ferreri si scontrano e si rendono conto che è impossibile arrivare a un punto in cui qualcuno non ci lasci le penne,metaforicamente e no:quasi sempre la Donna l’ha vinta sull’Uomo,e l’autore ne fa uno dei cardini della sua opera.”Storia di Piera”,tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Piera Degli Esposti,è uno degli ultimi lavori di Ferreri accolti bene dal pubblico, e un film che all’epoca della sua uscita fece discutere.Ci sono lungaggini non indifferenti,il quadro di Affetto che non basta però a spuntarla sull’istinto distruttore dell’umanità ferreriana ha a tratti una delicatezza senza pari,e gli interpreti aiutano,pur se lasciati,come al solito,a briglia sciolta,dando ai personaggi una naturalezza molto sentita,pur trovandosi spesso in situazioni al limite del morboso.Hannah Schygulla,figura materna dalla testa matta e dagli istinti insopprimibili è la protagonista vera e propria del racconto,Isabelle Huppert,che entra nel film dopo tre quarti d’ora,rimanendoci per un’ora,ha la misura e il carisma d’attrice necessari,e Mastroianni fa un dolente intellettuale che non sa gestire le cose.Chiusa su un abbraccio su una spiaggia tra madre e figlia ,quasi a simboleggiare un’utopia regressiva di azzeramento o una natività tardiva,il film ha momenti belli e altri più irritanti.Ma Marco Ferreri da Milano,barbuto senza baffi,era un poeta sincero.
L’opinione di amterme dal sito http://www.filmscoop.it
E’ senz’altro il film più coraggioso di Ferreri, quello che più facilmente può essere frainteso.
Fin dai primi film Ferreri ha sempre disegnato modelli di convivenza civile, in genere astraendo dalla realtà e proponendo modelli che riflettevano gli umori del presente o i disegni per un probabile futuro. Questo film in particolare si situa nella temperie culturale degli inizi degli anni ’80, nel momento di massima intensità del movimento di liberazione etica individuale, prima dell’arrivo dell’ondata moralizzatrice che stiamo vivendo tuttora. Il disegno/desiderio di poter vivere ed esprimere nella massima libertà tutto quello che è amore pacifico e consenziente, calore e contatto umano, senza prigionie di legami sociali o rigide norme morali arrivò allora al punto di poter immaginare una storia in cui pedofilia e incesto potessero essere visti come qualcosa di normale e non negativo.
Questo film disegna una piccola utopia di nuova “famiglia” o vita affettiva in cui non ci siano divieti di nessun genere all’amore, purché sia voluto e partecipato. Si vuole dimostrare che c’è amore, sentimento, coinvolgimento molto forte anche nella scoperta dell’eros da parte di un(a) adolescente nel suo rapporto con il mondo degli adulti, come pure il legame affettivo molto forte e sentito nei confronti dei genitori che non conosce alcun tipo di barriera.
L’accento è sulla parte sentimentale interiore, infatti in tutto il film non c’è nessuna scena scabrosa, morbosa e non è assolutamente un film volgare o disgustoso. Anzi è un film a volte molto delicato e intenso.
Il limite più evidente è l’astrazione quasi completa dalla realtà. La storia si svolge come fosse reale (è addirittura ambientata a Sabaudia) ma in verità taglia quasi tutto quello che è spiacevole o contrario. Il fatto è che una vicenda del genere non avrebbe mai potuto svolgersi in maniera così pacifica e tollerata. Assolutamente. E’ ovvio che tale esclusione del negativo è voluta, è come poter osservare un esperimento in vitro per dimostrare che può esistere e svolgersi se non gli si pone ostacoli.
La storia è tratta da un libro scritto da Dacia Maraini e da Piera degli Esposti (mica persone qualunque!) ed è tradotto su pellicola con stile francese (non va dimenticato che Ferreri è il più “francese” dei registi italiani della fine del XX secolo). Questo stile prevede di seguire gli avvenimenti dal punto di vista dei sentimentali interiori dei personaggi, astraendo da tempo, luogo e azione. Si assiste ad una serie di fatti banali, a volte insignificanti che si succedono senza apparenti legami logici fra di loro. La progressione è dettata esclusivamente dalla conoscenza e dall’espressione di sentimenti. Noi del 2010 abbiamo perso l’abitudine a questo metodo di rappresentazione basato sull’interiorità e quindi facilmente ci si smarrisce, ci si annoia e non si raccoglie niente da ciò che vediamo.
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Il più audace dei film di Ferreri (che in quanto a coraggio non ha mai scarseggiato) racconta la storia di una bizzarra famiglia e dei rapporti intercorrenti tra i suoi membri ed in particolare su quelli tra Piera (bambina già adulta) e la madre (donna dalla grande e folle vitalità) il cui amore l’una per l’altra è sincero e molto forte. Ne viene fuori una storia molto particolare e “scandalosa” che pur con qualche pausa di troppo, vive intensi momenti di lirismo e riesce così ad emozionare lo spettatore. Grande prova della Schygulla.
Incipit libro
PIERA. Ecco, questa è la fotografia di mia madre, hai visto? così giovane, così imbronciata. Mi fa l’effetto di una persona morta, anche se lei è molto presente in me. Quel suo modo di tirarmi per la mano, non per affetto, come quando mi tirava le trecce forte forte.
Una vita lunga un giorno
E’ passato molto tempo da quando Andrea è partito da Sanremo per imbarcarsi per lavoro.
Il giovane infatti è un marinaio e alloggia periodicamente presso la pensione della signora Andersson; questa volta trova un’amara sorpresa, perchè la donna è morta tre giorni prima del suo arrivo.
Una lettera arrivata la mattina al portiere della pensione informa che la nipote della signora Hilde Andersson arriverà alla pensione, cosi Andrea va a prendere la ragazza alla stazione.
Anna è una bella ragazza e ben presto tra i due nasce l’amore;nel frattempo inutilmente Andrea cerca un imbarco.
Una mattina Anna, mentre sta facendo la doccia, viene assalita da un uomo: la ragazza è salvata dallo stupro da Andrea giunto opportunamente nella sua camera.

Andrea porta Anna ospedale per accertamenti dove però ha un’amara sorpresa; la ragazza infatti, a detta del medico, soffre di un grave disturbo al cuore e necessita di una delicata ( e costosa) operazione a cuore aperto per essere salvata.
Avvicinato da un misterioso personaggio, Andrea scopre che ha la possibilità di guadagnare in un colpo solo la somma che necessita per l’operazione.
Un gruppo di annoiati professionisti, fra i quali spicca un depravato riccastro, Philippe, è disposto a dargli la somma necessaria a patto che riesca a coprir la distanza che c’è tra le alture della cittadina ligure e il porto sfuggendo a cinque tentativi di omicidio che avverranno secondo modalità assolutamente impreviste da Andrea.

Il giovane accetta e da quel momento la sua vita dipenderà solo dalla fortuna e dalla sua capacità di essere preda.
Dopo il primo tentativo andato a vuoto, durante il percorso con la funicolare che lo porta sulle colline, Andrea riesce a sfuggire casualmente al tiro di un cecchino armato di fucile di precisione,per poi finire nel letto della bellissima moglie di Philippe, sfuggire alle fiamme (dolose) che avvolgono una baracca per poi giungere, pesto e sanguinante al porto.
Qui scoprirà di essere stato parte di un gioco ancora più perverso, al quale non è estranea l’amata Anna, che ha funzionato dall’inizio come esca per l’ingenuo marinaio.
Finale drammatico e sconsolante.
Sotto lo pseudonimo di Sam Livingstone il regista Ferdinando Baldi dirige nel 1973 Una vita lunga un giorno subito dopo il discreto successo di Afyon oppio (1972) e quello dell’inusuale western Blindman del 1971 che molti ricorderanno per aver avuto come protagonista un pistolero cieco.

In questo strano film, a metà strada tra il sentimentale e il thriller venato di noir, Baldi cerca di armonizzare una sceneggiatura molto lacunosa destreggiandosi a fatica con un film che ricorda moltissimo, troppo in realtà, il più fortunato La decima vittima di Petri.
Ad una prima parte del film caratterizzata da una lentezza quasi esasperante, fa seguito una seconda in cui il ritmo accelera improvvisamente e in cui il protagonista è costretto a muoversi come una belva braccata da un invisibile mini esercito di killer che lo aspettano al varco per ucciderlo.
L’amalgama del film però risulta alla fine assolutamente ondulatorio e non giova certo all’economia dello stesso l’espressione monocorde del protagonista principale, quel Mino Reitano all’epoca idolo delle folle in un ambito ben differente, quello del panorama musicale.
Il cantante di Fiumara, prestato al cinema dopo l’esperienza sfortunata di Tara Poki, western di Amasi Damiani del 1971 e prima dell’unico film di discreto livello interpretato, ovvero Povero Cristo di Pier Carpi conferma di non essere adatto al grande schermo.

Colpa della sua rigidità espressiva, caratterizzata dall’espressione perennemente imbabolata e monocorde del viso.
In questo film poi, in cui era necessaria un’espressione mobile dello sguardo per passare dal contesto romantico a quello drammatico,Reitano conferma i suoi evidenti limiti condannando il film ad un giudizio negativo.
Che, per inciso, meriterebbe di già per lo scarso coordinamento fra le varie parti del film, che oscilla e sbanda indeciso su quale strada prendere.
Se la trama non è già di per se originale, il resto del film risente di calate di ritmo e brusche accelerazioni, con scene d’azione che avrebbero richiesto un dosaggio più equilibrato per essere credibili.
Non fosse per la squadra di caratteristi utilizzata, nella quale figurano ottimi mestieranti come Luciano Catenacci,Dante Maggio, Franco Ressel e la “star” Philippe Leroy la pellicola sarebbe naufragata ancor più miseramente di quanto fece.
Una vita lunga un giorno infatti non ebbe praticamente alcun successo al botteghino e sparì completamente dalla circolazione.

Nel film troviamo la svedesina Eva Aulin alla sua penultima interpretazione; l’attrice di Landskrona infatti tornerà sul set nel 1996, a ventitre anni di distanza con il film Mi fai un favore di Giancarlo Scarchilli e Eva Czemerys, nel ruolo minore della debosciata moglie dell’ancor più debosciato Philippe. Discreta la colonna sonora composta dai fratelli Reitano.
Un film quindi non particolarmente affascinante, più che altro anonimo che è stato recentemente ripescato dall’oblio e che può essere visionato in una versione passabile su You tube all’indirizzo: http://youtu.be/05XU4lfa92o
Una vita lunga un giorno
Un film di Ferdinando Baldi. Con Philippe Leroy, Luciano Catenacci, Franco Ressel, Ewa Aulin, Mino Reitano,Dante Maggio, Franco Fantasia, Eva Czemerys Drammatico, durata 94 min. – Italia 1973.
Mino Reitano: Andrea Rispoli
Ewa Aulin: Anna Andersson
Philippe Leroy: Philippe
Eva Czemerys:Moglie di Philippe
Luciano Catenacci: Spyros
Nello Pazzafini: Nello
Franco Ressel:Il dottore
Anna Maria Pescatori:Frieda
Dante Maggio:Zio GIuseppe
Regia Ferdinando Baldi
Soggetto Ferdinando Baldi
Montaggio:Eugenio Alabiso
Fotografia:Aiace Parolin
Musiche Franco Reitano e Mino Reitano
Scenografia Claudio Cinini
Produzione:Manolo Bolognini
L’opinione del sito http://www.bizzarrocinema.it/
Passato nei cinema di allora nella quasi totale indifferenza, riproposto ogni morte di papa nelle più infime tv locali, privo di quell’alone di culto che solitamente contraddistingue opere così rare, Una vita lunga un giorno non ha avuto certo un destino felice. I difetti non mancano e si mostrano senza remore: il ritmo – componente essenziale per un buon thriller – è a velocità bradipo zoppo, la sceneggiatura presenta buchi tipo voragini e, certuni interpreti – Leroy su tutti – hanno palesemente il pilota automatico azionato. A ciò aggiungiamo che il soggetto non è tra i più originali: trattasi di chiaro “ricalco” dello splendido La pericolosa partita di Ernest B. Schoedsack. Eppure, basta poco. Basta un primo piano del nostro Beniamino – di nome e di fatto – a farci dimenticare, come d’incanto, tutti i difetti di questo film e a darci quell’estasi che solo noi esteti del Bizzarro possiamo provare. Reitano, tenace e stoico come solo lui sa essere (e chi l’ha potuto ammirare nelle sue storiche ospitate televisive sa benissimo di cosa parlo), abbatte totalmente il senso del ridicolo, va avanti per la sua strada di “attore per caso e non si ferma davanti a nulla. Guidato dalla mano sapiente del regista Livingstone/Baldi, il nostro eroe attraversa un’odissea notturna degna del Bruce Willis dei tempi migliori, ma anche del Griffin Dunne di Fuori orario e – perché no? – del Joel McCrea protagonista de La pericolosa partita (di cui sopra). è troppo? Forse. Mi limiterò dunque a consigliarvi caldamente questa insolita visione. Armatevi di pazienza e di vhs (o dvd) vergine, piantonate la programmazione di tutte le tv locali e state pronti a spingere il tasto “rec”, Una vita lunga un giorno potrebbe capitarvi sotto mano. Per noi amanti del Bizzarro, fidatevi, non c’è modo migliore per commemorare l’artista Reitano come merita.
L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Un film interessante, almeno nella prima parte in cui Ferdinando Baldi introduce la vicenda con indubbio stile. Peccato poi che l’ultima mezzora diventi troppo meccanica e prevedibile, quando inizia la discesa verso il mare di Mino Reitano. Su quest’ultimo come attore non c’è molto da dire… Se non che mantiene la stessa espressione imbambolata per tutto il film, ma grazie al cielo venne almeno doppiato da un professionista. Meravigliosa Ewa Aulin, ma questa non è certo una notizia. Girato in esterni a Sanremo.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Incasinato dramma sentimentale, che trova in Love Story (la Aulin è cardiopatica) ed una miriade di altri ben più riusciti titoli (La decima vittima su tutti, causa caccia spietata alla preda umana) il nucleo portante e fulcro dell’intera sceneggiatura. Il regista può contare su un bravo attore (uno spietato Philippe Leroy) ed una bellissima attrice (la Aulin, qua su uno degli ultimi set cinematografici che la ospita), ma fallisce nel far indossare un “vestito sfilacciato” al protagonista (un monocorde e poco espressivo Mino Reitano).
L’opinione del sito www.robydickfilms.blogspot.it
Reitano attore sarà sicuramente un po’ monotono, ma non è così inespressivo come si potrebbe credere.
Baldi dalla sua parte dirige come al solito abbastanza bene, anche se l’ultima mezz’ora in cui dal sentimentale il film vira decisamente verso l’azione, cade nella prevedibilità e soprattutto nell’inconcludenza.
Luciano Catenacci, con quella sua faccia, se la cava come sempre, ovviamente nella parte del cattivo.
Per ogni adoratore del povero Mino, così prematuramente scomparso, il film è certamente opera a dir poco magnifica, ma bisogna dire che come versione italiana di film rientrabile nel filone delle “Manhunt”, della “caccia all’uomo”, non è secondo a molti altri titoli ben più celebrati, a partire proprio dal datato e decisamente invecchiato male, irrisolto, “La Decima vittima” (’66) di Elio Petri. Al quale Baldi nelle scene d’azione, anche quando un po’ assurde, spacca letteralmente il culo.
Ascoltare la introvabile colonna sonora rock strumentale del film, composta da Mino con il fido fratello Franco, per rendersi bene conto di quanto i Reitano fossero stati dei musicisti molto lontani da quello che avrebbero dovuto essere, una volta raggiunto il successo popolare.
La scena della rivelazione finale “ Face to face” con la Aulin, è inarrivabile e una vera e propria gemma, per chiunque pensa che comunque Reitano “non è mai stato un attore”, altro che far ridere.
Gli Oscar del 1997
24 marzo 1997, allo Shrine Auditorium di Los Angeles l’attore americano Billy Cristal apre la serata dedicata alla consegna degli Academy awards per i film del 1996, gli Oscar del cinema.
E’ un’annata in tono minore, perchè non c’è il film dominatore dell’anno.
I film con più nomination sono, nell’ordine, Il paziente inglese (The English Patient), regia di Anthony Minghella, al suo terzo film e che si presenta con ben 12 nomination, Fargo per la regia di Joel Coen che ha sette nomination,Shine per la regia di Scott Hicks che ha ugualmente sette nomination e infine Jerry Maguire regia di Cameron Crowe con 5 nomination.
A disputarsi l’Oscar per lil miglior film è una cinquina composta da : Il paziente inglese (The English Patient), regia di Anthony Minghella,Fargo (Fargo), regia di Joel Coen,Jerry Maguire (Jerry Maguire), regia di Cameron Crowe,Segreti e bugie (Secrets and Lies), regia di Mike Leigh e Shine (Shine), regia di Scott Hicks.

Vince Il paziente inglese e il regista Minghella (scomparso poi prematuramente a 54 anni) vince il premio per la miglior regia; alla fine il film otterrà sette statuette globali.
Grande sorpresa per l’attribuzione dell’Oscar per il miglior attore che va all’attore e produttore cinematografico australiano Geoffrey Rush interprete del film Shine, che batte il grande favorito Ralph Fiennes, interprete di Il paziente inglese.
La statuetta come miglior attrice protagonista, ed anche questa è una sorpresa,va a Frances McDormand interprete di fargo che batte la super favorita Diane Keaton mentre l’unico Oscar per un interprete del film Il paziente inglese va a Juliette Binoche, miglior attrice non protagonista.Cuba Gooding Jr. con Jerry Maguire vince l’Oscar come miglior attore non protagonista.
I film Evita e Jerry Maguire portano a casa solo una statuetta su 5 nomination, mentre tra i film premiati ci sono Indipendence day di Roland Emmerich Oscar per gli effetti speciali e Spiriti nelle tenebre Oscar per il miglior sonoro.
Segreti e bugie di Mike Leigh non vince nulla nonostante le 5 nomination.
Miglior film
Il paziente inglese (The English Patient), regia di Anthony Minghella

Fargo (Fargo), regia di Joel Coen

Jerry Maguire (Jerry Maguire), regia di Cameron Crowe

Segreti e bugie (Secrets and Lies), regia di Mike Leigh

Shine (Shine), regia di Scott Hicks
Miglior regia
Anthony Minghella – Il paziente inglese (The English Patient)

Miloš Forman – Larry Flynt – Oltre lo scandalo (The People vs. Larry Flynt)

Mike Leigh – Segreti e bugie (Secrets and Lies)
Miglior attore protagonista
Geoffrey Rush – Shine (Shine)

Ralph Fiennes – Il paziente inglese (The English Patient)

Tom Cruise – Jerry Maguire (Jerry Maguire)

Woody Harrelson – Larry Flynt – Oltre lo scandalo (The People vs. Larry Flynt)

Billy Bob Thornton – Lama tagliente (Sling Blade)
Migliore attrice protagonista
Frances McDormand – Fargo (Fargo)

Emily Watson – Le onde del destino (Breaking the Waves)

Kristin Scott Thomas – Il paziente inglese (The English Patient)

Diane Keaton – La stanza di Marvin (Marvin’s Room)

Brenda Blethyn – Segreti e bugie (Secrets and Lies)
Miglior attore non protagonista
Cuba Gooding Jr. – Jerry Maguire (Jerry Maguire)

William H. Macy – Fargo (Fargo)

James Woods – L’agguato – Ghosts from the Past (Ghosts of Mississippi)

Edward Norton – Schegge di paura (Primal Fear)

Armin Mueller-Stahl – Shine (Shine)
Migliore attrice non protagonista
Juliette Binoche – Il paziente inglese (The English Patient)

Joan Allen – La seduzione del male (The Crucible)

Lauren Bacall – L’amore ha due facce (The Mirror Has Two Faces)

Barbara Hershey – Ritratto di signora (The Portrait of a Lady)

Marianne Jean-Baptiste – Segreti e bugie (Secrets and Lies)
Miglior sceneggiatura originale
Joel Coen e Ethan Coen – Fargo (Fargo)
Cameron Crowe – Jerry Maguire (Jerry Maguire)
John Sayles – Stella solitaria (Lone Star)
Mike Leigh – Segreti e bugie (Secrets and Lies)
Jan Sardi e Scott Hicks – Shine (Shine)
Miglior sceneggiatura non originale
Billy Bob Thornton – Lama tagliente (Sling Blade)
Arthur Miller – La seduzione del male (The Crucible)
Anthony Minghella – Il paziente inglese (The English Patient)
Kenneth Branagh – Hamlet (Hamlet)
John Hodge – Trainspotting (Trainspotting)
Miglior film straniero
Kolya (Kolya), regia di Jan Sverák (Repubblica Ceca)
Il prigioniero del Caucaso (Kavkazskiy plennik), regia di Sergej Vladimirovič Bodrov (Russia)
Ridicule (Ridicule), regia di Patrice Leconte (Francia)
A Chief in Love (Shekvarebuli kulinaris ataserti retsepti), regia di Nana Dzhordzhadze (Georgia)
Gli angeli della domenica (Søndagsengler), regia di Berit Nesheim (Norvegia)
Miglior fotografia
John Seale – Il paziente inglese (The English Patient)
Darius Khondji – Evita (Evita)
Roger Deakins – Fargo (Fargo)
Caleb Deschanel – L’incredibile volo (Fly Away Home)
Chris Menges – Michael Collins (Michael Collins)
Miglior montaggio
Walter Murch – Il paziente inglese (The English Patient)
Gerry Hambling – Evita (Evita)
Roderick Jaynes – Fargo (Fargo)
Joe Hutshing – Jerry Maguire (Jerry Maguire)
Pip Karmel – Shine (Shine)
Miglior scenografia
Stuart Craig e Stephenie McMillan – Il paziente inglese (The English Patient)
Bo Welch e Cheryl Carasik – Piume di struzzo (The Birdcage)
Brian Morris e Philippe Turlure – Evita (Evita)
Tim Harvey – Hamlet (Hamlet)
Catherine Martin e Brigitte Broch – Romeo + Giulietta di William Shakespeare
Migliori costumi
Ann Roth – Il paziente inglese (The English Patient)
Paul Brown – Angeli e insetti (Angels & Insects)
Ruth Myers – Emma (Emma)
Alexandra Byrne – Hamlet (Hamlet)
Janet Patterson – Ritratto di signora (The Portrait of a Lady)
Miglior trucco
Rick Baker e David LeRoy Anderson – Il professore matto (The Nutty Professor)
Matthew W. Mungle e Deborah La Mia Denaver – L’agguato – Ghosts from the Past (Ghosts of Mississippi)
Michael Westmore, Scott Wheeler e Jake Garber – Star Trek: Primo contatto (Star Trek: First Contact)
Migliori effetti speciali
Volker Engel, Douglas Smith, Clay Pinney e Joe Viskocil – Independence Day
Scott Squires, Phil Tippett, James Straus e Kit West – Dragonheart
Stefen Fangmeier, John Frazier, Habib Zargarpour e Henry LaBounta – Twister
Migliore colonna sonora
Drammatica
Gabriel Yared – Il paziente inglese (The English Patient)
Patrick Doyle – Hamlet (Hamlet)
Elliot Goldenthal – Michael Collins (Michael Collins)
David Hirschfelder – Shine (Shine)
John Williams – Sleepers (Sleepers)
Musical o Commedia
Rachel Portman – Emma (Emma)
Marc Shaiman – Il club delle prime mogli (The First Wives Club)
Alan Menken e Stephen Schwartz – Il gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame)
Randy Newman – James e la pesca gigante (James and the Giant Peach)
Hans Zimmer – Uno sguardo dal cielo (The Preacher’s Wife)
Miglior canzone
You Must Love Me, musica di Andrew Lloyd Webber e testo di Tim Rice – Evita
I’ve Finally Found Someone, musica e testo di Barbra Streisand, Marvin Hamlisch, Robert John Lange e Bryan Adams – L’amore ha due facce (The Mirror Has Two Faces)
For the First Time, musica e testo di James Newton Howard, Jud Friedman e Allan Dennis Rich – Un giorno per caso
That Thing You Do!, musica testo Adam Schlesinger – Music Graffiti (That Thing You Do!)
Because You Loved Me, musica testo Diane Warren – Qualcosa di personale (Up Close & Personal)
Miglior sonoro
Walter Murch, Mark Berger, David Parker e Chris Newman – Il paziente inglese
Andy Nelson, Anna Behlmer e Ken Weston – Evita (Evita)
Chris Carpenter, Bill W. Benton, Bob Beemer e Jeff Wexler – Independence Day (Independence Day)
Kevin O’Connell, Greg P. Russell e Keith A. Wester – The Rock (The Rock)
Steve Maslow, Gregg Landaker, Kevin O’Connell e Geoffrey Patterson – Twister (Twister)
Miglior montaggio sonoro
Bruce Stambler – Spiriti nelle tenebre (The Ghost and the Darkness)
Richard L. Anderson e David A. Whittaker – Daylight – Trappola nel tunnel (Daylight)
Alan Robert Murray e Bub Asman – L’eliminatore (Eraser)
Miglior documentario
Quando eravamo re (When We Were Kings), regia di Leon Gast
The Line King: The Al Hirschfeld Story (The Line King: The Al Hirschfeld Story), regia di Susan Warms Dryfoos
Mandela (Mandela), regia di Angus Gibson e Jo Menell
Suzanne Farrell: Elusive Muse (Suzanne Farrell: Elusive Muse), regia di Anne Belle e Deborah Dickson
Tell the Truth and Run: George Seldes and the American Press regia di Rick Goldsmith
Miglior cortometraggio
Dear Diary (Dear Diary), regia di David Frankel
De tripas, corazón (De tripas, corazón), regia di Antonio Urrutia
Ernst & lyset (Ernst & lyset), regia di Anders Thomas Jensen e Tomas Villum Jensen
Esposados (Esposados), regia di Juan Carlos Fresnadillo
Senza parole (Senza parole), regia di Antonello De Leo
Miglior cortometraggio d’animazione
Quest (Quest), regia di Tyron Montgomery
Canhead (Canhead), regia di Timothy Hittle
La Salla (La Salla), regia di Richard Condie
Wat’s Pig (Wat’s Pig), regia di Peter Lord
Premio alla carriera
Michael Kidd
Premio alla memoria Irving G. Thalberg
Saul Zaentz
Anthony Minghella, due Oscar come miglior film e miglior regia
Geoffrey Rush Oscar come miglior attore protagonista
Cuba Gooding Jr, Oscar come miglior attore non protagonista
Due foto di Frances Mac Dormand, Oscar come miglior attrice protagonista
Juliette Binoche, Oscar come miglior attrice non protagonista
Billy Cristal presenta la serata
Susan Sarandon, una presentatrice della serata
Nicolas Cage
Le nomination per l’Oscar al miglior attore
Le nomination per l’Oscar alla miglior attrice protagonista
Gli Oscar del 1994
E’ ancora una volta il Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles ad accogliere la serata d’onore per la premiazione con gli Academy Awards, gli Oscar cinematografici, il mondo del cinema.
E’ la sera del 21 marzo 1994, l’edizione è quella numero 66 e a condurre la serata è l’attrice americana Whoopi Goldberg.
Sono quattro i film che hanno raccolto il maggior numero di nomination: Schindler’s List regia di Steven Spielberg, Lezioni di piano regia di Jane Campion,Jurassic Park regia di Steven Spielberg e infine Philadelphia diretto da Jonathan Demme.
Mentre Lezioni di piano e Schindler list concorrono per il premio alla miglior regia, Jurassic Park e Philadelphia corrono per altri premi.
Alla fine proprio l’altro film di Spielberg, quel Jurassic Park in nomination per tre statuette, fa l’en plein vincendo i premi per il Miglior sonoro assegnato a Ron Judkins, Gary Summers, Gary Rydstrom e Shawn Murphy,per il Miglior montaggio sonoro a Gary Rydstrom e Richard Hymns e infine per i Migliori effetti speciali a Dennis Muren, Stan Winston, Phil Tippett e Michael Lantieri.
Schindler’s list è comunque il grande trionfatore della serata con 7 Oscar vinti su 12 nomination; a sorpresa però sfugge al film di Spielberg la statuetta per il miglior attore protagonista.
A Liam Neason, interprete del personaggio di Oskar Schindler la giuria preferisce un intenso Tom Hanks interprete di Phliadelphia, che vincerà un secondo Oscar con Streets of Philadelphia, musica e testo di Bruce Springsteen.
Schindler’s List va vicino al record assoluto di nomination;la mancanza di un’attrice protagonista e il ruolo minore che hanno le donne nel film impedisce uno storico record; è Holly Hunter a vincere la statuetta come migliore attrice, per la sua performance nell’intenso film della Champion Lezioni di piano.L’attrice statunitense ebbe anche una nomination come miglior attrice non protagonista per il film Il socio, ma la giuria a sorpresa scelse Anna Paquin, la undicenne attrice canadese naturalizzata neozelandese che diventò così la seconda attrice di sempre a vincere un Oscar in tenera età dietro Tatum O’Neal che aveva vinto l’Oscar a 10 anni per Paper Moon – Luna di carta.
Jane Campion, la regista di Lezioni di piano film con il quale aveva avuto 8 candidature porta a casa la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, completando il tris di premi tutti al femminile mentre ancora una volta è Schindler list a vincere nella categoria miglior sceneggiatura non originale. Tra gli uomini è Tommy Lee Jones con Il fuggitivo a vincere la statuetta per la miglior interpretazione da attore non protagonista.
A Deborah Kerr viene assegnata la statuetta alla carriera: dopo ben 6 nomination senza vittorie Hollywood rende così omaggio alla bella ed elegante attrice scozzese.
Tra le curiosità della serata, troviamo quella di Steve Spielberg che razzia 10 Oscar grazie ai sette vinti con Schindler list e ai tre con Jurassic park.
Il regista di Cincinnati è al primo dei suoi quattro Oscar, due come regista (Schindler’s list e Salvate il soldato Ryan), uno come miglior film a cui va aggiunto l’ Oscar alla memoria Irving G. Thalberg 1987 con un palmares personale di ben 15 nomination.
Se c’è uno sconfitto della serata va trovato in Quel che resta del giorno film del 1993 diretto da James Ivory, tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro che riceve ben 8 nomination ma nessuna statuetta mentre curioso il caso di Cliffhanger, film diretto da Renny Harlin e Alan Marshall che riceve dapprima una nomination ai Razzie awards come peggior film e una nomination agli Oscar.
Miglior film
Schindler’s List (Schindler’s List), regia di Steven Spielberg

Il fuggitivo (The Fugitive), regia di Andrew Davis

Nel nome del padre (In the Name of the Father), regia di Jim Sheridan

Lezioni di piano (The Piano), regia di Jane Campion

Quel che resta del giorno (The Remains of the Day), regia di James Ivory
Miglior regia
Steven Spielberg – Schindler’s List (Schindler’s List)

Robert Altman – America oggi (Short Cuts)

Jane Campion – Lezioni di piano (The Piano)
James Ivory – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)

Jim Sheridan – Nel nome del padre (In the Name of the Father)
Miglior attore protagonista
Tom Hanks – Philadelphia (Philadelphia)

Daniel Day-Lewis – Nel nome del padre (In the Name of the Father)

Laurence Fishburne – Tina – What’s Love Got to Do with It (What’s Love Got to Do with It)

Anthony Hopkins – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)

Liam Neeson – Schindler’s List (Schindler’s List)
Migliore attrice protagonista
Holly Hunter – Lezioni di piano (The Piano)

Angela Bassett – Tina – What’s Love Got to Do with It (What’s Love Got to Do with It)

Stockard Channing – 6 gradi di separazione (Six Degrees of Separation)

Emma Thompson – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)

Debra Winger – Viaggio in Inghilterra (Shadowlands)
Miglior attore non protagonista
Tommy Lee Jones – Il fuggitivo (The Fugitive)

Leonardo DiCaprio – Buon compleanno Mr. Grape (What’s Eating Gilbert Grape)

Ralph Fiennes – Schindler’s List (Schindler’s List)

John Malkovich – Nel centro del mirino (In the Line of Fire)

Pete Postlethwaite – Nel nome del padre (In the Name of the Father)
Migliore attrice non protagonista
Anna Paquin – Lezioni di piano (The Piano)

Holly Hunter – Il socio (The Firm)

Rosie Perez – Fearless – Senza paura (Fearless)

Winona Ryder – L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)

Emma Thompson – Nel nome del padre (In the Name of the Father)
Miglior sceneggiatura originale
Jane Campion – Lezioni di piano (The Piano)
Nora Ephron, David S. Ward e Jeff Arch – Insonnia d’amore (Sleepless in Seattle)
Jeff Maguire – Nel centro del mirino (In the Line of Fire)
Ron Nyswaner – Philadelphia (Philadelphia)
Gary Ross – Dave – Presidente per un giorno (Dave)
Miglior sceneggiatura non originale
Steven Zaillian – Schindler’s List (Schindler’s List)
Jay Cocks e Martin Scorsese – L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)
Terry George e Jim Sheridan – Nel nome del padre (In the Name of the Father)
Ruth Prawer Jhabvala – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)
William Nicholson – Viaggio in Inghilterra (Shadowlands)
Miglior film straniero
Belle époque (Belle époque), regia di Fernando Trueba (Spagna)
Addio mia concubina (Ba wang bie ji), regia di Kaige Chen (Hong Kong)
Hedd Wyn (Hedd Wyn), regia di Paul Turner (Gran Bretagna)
Il banchetto di nozze (Hsi yen), regia di Ang Lee (Taiwan)
Il profumo della papaya verde (Mui du du xanh), regia di Anh Hung Tran (Vietnam)
Miglior fotografia
Janusz Kaminski – Schindler’s List (Schindler’s List)
Gu Changwei – Addio mia concubina (Ba wang bie ji)
Michael Chapman – Il fuggitivo (The Fugitive)
Stuart Dryburgh – Lezioni di piano (The Piano)
Conrad L. Hall – Sotto scacco (Searching for Bobby Fischer)
Miglior montaggio
Michael Kahn – Schindler’s List (Schindler’s List)
Anne V. Coates – Nel centro del mirino (In the Line of Fire)
Gerry Hambling – Nel nome del padre (In the Name of the Father)
Veronika Jenet – Lezioni di piano (The Piano)
Dennis Virkler, David Finfer, Dean Goodhill, Don Brochu, Richard Nord e Dov Hoenig – Il fuggitivo (The Fugitive)
Miglior scenografia
Allan Starski e Ewa Braun – Schindler’s List (Schindler’s List)
Ken Adam e Marvin March – La famiglia Addams 2 (Addams Family Values)
Luciana Arrighi e lan Whittaker – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)
Dante Ferretti e Robert J. Franco – L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)
Ben Van Os e Jan Roelfs – Orlando (Orlando)
Migliori costumi
Gabriella Pescucci – L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)
Jenny Beavan e John Bright – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)
Anna Biedrzycka-Sheppard – Schindler’s List (Schindler’s List)
Janet Patterson – Lezioni di piano (The Piano)
Sandy Powell – Orlando (Orlando)
Miglior trucco
Greg Cannom, Ve Neill e Yolanda Toussieng – Mrs. Doubtfire (Mrs. Doubtfire)
Carl Fullerton e Alan D’Angerio – Philadelphia (Philadelphia)
Christina Smith, Matthew Mungle e Judy Alexander Cory – Schindler’s List (Schindler’s List)
Migliori effetti speciali
Dennis Muren, Stan Winston, Phil Tippett e Michael Lantieri – Jurassic Park (Jurassic Park)
Pete Kozachik, Eric Leighton, Ariel Velasco Shaw e Gordon Baker – Nightmare Before Christmas (The Nightmare Before Christmas)
Neil Krepela, John Richardson, John Bruno e Pamela Easley – Cliffhanger – L’ultima sfida (Cliffhanger)
Migliore colonna sonora
John Williams – Schindler’s List (Schindler’s List)
Elmer Bernstein – L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)
Dave Grusin – Il socio (The Firm)
James Newton Howard – Il fuggitivo (The Fugitive)
Richard Robbins – Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)
Miglior canzone
Streets of Philadelphia, musica e testo di Bruce Springsteen – Philadelphia (Philadelphia)
Again, musica e testo di Janet Jackson, James Harris III e Terry Lewis – Poetic Justice (Poetic Justice)
The Day I Fall in Love, musica e testo di Carole Bayer Sager, James Ingram, Dolly Parton e Clif Magness – Beethoven 2 (Beethoven’s 2nd)
Philadelphia, musica e testo di Neil Young – Philadelphia (Philadelphia)
A Wink and a Smile, musica di Marc Shaiman e testo di Ramsey McLean – Insonnia d’amore (Sleepless in Seattle)
Miglior sonoro
Gary Summers, Gary Rydstrom, Shawn Murphy e Ron Judkins – Jurassic Park (Jurassic Park)
Chris Carpenter, D. M. Hemphill, Bill W. Benton e Lee Orloff – Geronimo (Geronimo: An American Legend)
Michael Minkler, Bob Beemer e Tim Cooney – Cliffhanger – L’ultima sfida (Cliffhanger)
Donald O. Mitchell, Michael Herbick, Frank A. Montaño e Scott D. Smith – Il fuggitivo (The Fugitive)
Andy Nelson, Steve Pederson, Scott Millan e Ron Judkins – Schindler’s List (Schindler’s List)
Miglior montaggio sonoro
Gary Rydstrom e Richard Hymns – Jurassic Park (Jurassic Park)
John Leveque e Bruce Stambler – Il fuggitivo (The Fugitive)
Wylie Stateman e Gregg Baxter – Cliffhanger – L’ultima sfida (Cliffhanger)
Miglior documentario
I Am a Promise: The Children of Stanton Elementary School
The Broadcast Tapes of Dr. Peter (The Broadcast Tapes of Dr. Peter)
Children of Fate: Life and Death in a Sicilian Family (Children of Fate: Life and Death in a Sicilian Family), regia di Michael Roemer, Susan Todd, Andrew Young e Robert M. Young
For Better or for Worse
The War Room (The War Room), regia di Chris Hegedus e D. A. Pennebaker
Miglior cortometraggio
Schwarzfahrer (Schwarzfahrer), regia di Pepe Danquart
Down on the Waterfront (Down on the Waterfront), regia di Stacy Title
The Dutch Master (The Dutch Master), regia di Susan Seidelman
Partners (Partners), regia di Peter Weller
La Vis (La Vis), regia di Didier Flamand
Miglior cortometraggio documentario
Defending Our Lives , regia di Margaret Lazarus e Renner Wunderlich
Blood Ties: The Life and Work of Sally Mann (Blood Ties: The Life and Work of Sally Mann), regia di Steven Cantor e Peter Spirer
Chicks in White Satin (Chicks in White Satin), regia di Elaine Holliman
Miglior cortometraggio d’animazione
I pantaloni sbagliati (The Wrong Trousers), regia di Nick Park
Blindscape (Blindscape), regia di Stephen Palmer
Le fleuve aux grandes eaux (Le fleuve aux grandes eaux), regia di Frédéric Back
Small Talk (Small Talk)
Il villaggio (The Village), regia di Mark Baker
Premio alla carriera

A Deborah Kerr
Premio umanitario Jean Hersholt
A Paul Newman
I due Oscar di Steven Spielberg: Miglior film,Miglior regia
Ancora Steven Spielberg
Tom Hanks, Oscar come miglior attore protagonista
Tom Hanks con Holly Hunter
Holly Hunter Oscar come miglior attrice protagonista
La giovanissima Anna Paquin, Oscar come miglior attrice non protagonista
I tre Oscar di Lezioni di piano: Holly Hunter,Anna Paquin,Jane Champion
Le nomination per gli Oscar come miglior attore protagonista
Le nomination agli Oscar per il miglior attore non protagonista
Le nomination per gli Oscar come miglior attrice protagonista
Nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista
Le nomination per l’Oscar alla regia
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale
Una casa solitaria a poca distanza dal mare, una ragazza che accende delle candeline su una torta;l’atmosfera è sospesa, malinconica.
La ragazza non sembra in attesa di qualcuno, perchè si accende una sigaretta, nonostante la giovanissima età.
Lei è Rynn Jason, ha tredici anni.
E’ stata cresciuta da suo padre nel timore degli estranei e la ragazza ha sviluppato la tendenza all’isolamento.
Perchè Rynn è sola in quella casa un po lugubre e troppo grande per lei?
E’ accaduto che il padre di Rynn, Lester, poeta in crisi esistenziale, ha affittato quella casa nel Maine per isolarsi dalla gente; ha lasciato un conto intestato a sua figlia con un po di denaro e si è allontanato verso una crociera solitaria, probabilmente suicida.
Così Rynn ha scelto coscientemente di vivere da sola, gelosa di quella inaspettata indipendenza che difende costruendo attorno a se una cortina impenetrabile; lei racconta che il padre c’è, impegnato in composizioni letterarie e quindi obbligato in qualche modo all’isolamento.
Tuttavia attorno alla casa in cui vive Rynn c’è una piccola comunità, anche impicciona.
E’ il caso della signora Hallet, una donna ambigua che vive con suo figlio Frank, un viscido pedofilo che non mancherà di insidiare la giovanissima Rynn (lo vediamo all’azione da subito, durante la personalissima festa di compleanno di Rynn), oppure del poliziotto Miglioriti, che gravita attorno alla ragazza o di suo nipote Mario.
Che diventa l’unico amico di Rynn, l’unico anche ad essere ammesso alla vita segreta dell’adolescente, con il quale condividerà tutti gli accadimenti che avverranno nella casa.

Accade infatti che la vicina impicciona, la signora Hallet, indaghi un po troppo sulla ragazza, finendo per morire in una fatale caduta nella botola che porta nella cantina della casa,uccisa dal caso ma anche dalla sua insana curiosità.
Stessa sorte accadrà alla madre di Rynn:ormai Rynn deve difendere ad ogni costo il suo segreto e chiede aiuto all’unico amico che ha, Mario.
Che l’aiuta.
I due adesso sono anche amanti, ma Mario si ammala ed ecco che ricompare Frank, che questa volta vuole davvero andare fino in fondo, far sua quella strana ed enigmatica ragazza.
Ma Rynn, anche se ha solo tredici anni, riesce con un colpo di genio a …
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è la riduzione cinematografica di un romanzo pubblicato da Laird Koenig e portato sullo schermo da Nicolas Gessner; siamo nel 1976 e il romanzo è stato editato nel 1974 e lo stesso autore del romanzo scrive la sceneggiatura del film.
Il che permette a Gessner di rispettare in maniera puntuale lo spirito del romanzo, con un’ambientazione assolutamente claustrofobica e minacciosa, densa di atmosfera che sono in qualche modo le caratteristiche peculiari del film.
Un film in cui predomina un senso di oppressione, dovuto principalmente all’assoluta impermeabilità del personaggio di Rynn, una tredicenne anomala che se nel fisico mostra tutti i suoi anni in realtà ha sviluppato una personalità complessa.

La ragazza appare infatti asociale, gelosa in maniera ossessiva di quell’indipendenza che casualmente le si è costruita attorno.
La scomparsa del padre l’ha lasciata sola, ma lei sembra non curarsene e ne approfitta come un bimbo che, lasciato da solo in una stanza con anti giochi, finisce per dimenticarsi di quello che accade intorno, tutto preso dalla scoperta di un nuovo mondo.
Nicolas Gessner, regista americano qui al suo sesto film per il grande schermo, dirige con taglio sicuro e preciso una storia per immagini nella quale è predominante l’ambientazione mistery con tocchi sia di giallo che di horror puro.
In realtà nel film tutto appare suggerito, più che esplicitato:la morte casuale della signora Hallet, quella della madre o il finale a sorpresa sono lasciati volutamente nel vago, senza spargimento di sangue o concessioni allo splatter.
Tutto resta indistinto come la personalità ambigua di Rynn, che è poi in perfetta linea con quella degli altri protagonisti della storia.
Sono tutti personaggi bivalenti, dalla morale sfuggente e dal vissuto personale evanescente:la signora Hallett per esempio difende un figlio pervertito come se fosse un’innocente creatura, il figlio stesso,Frank, è una viscida figura che si muove ossessivamente attorno a Rynn, in attesa del momento giusto per sfogare i propri insani istinti.
Non appaiono migliori ne la mamma di Rynn ne il poliziotto Miglioriti, un uomo che nel privato non esita a frequentare prostitute e a fumare droghe, così come alla fine anche il personaggio più equilibrato del film, Mario, non esita a coprire le gesta di Rynn.
Lo fa per amore, certo, ma si rende complice in qualche modo sia del passato della ragazza sia del futuro della stessa, quando arriverà la resa dei conti con Frank mentre lui è immobilizzato in un letto d’ospedale.
In questo quadro moralmente discutibile si muove la figura di Rynn, una ragazza che è cresciuta in fretta, forse anche a causa dell’eccessiva libertà lasciatale dal padre; come un animale tenuto in un recinto e lasciato improvvisamente libero, Rynn si muove seguendo il proprio istinto ma priva anche però di un senso morale e sociale che le permettano di distinguere il bene dal male.

Così la ragazza si sbarazzerà degli ostacoli senza mostrare nessun segno di pentimento, ansiosa solo di affermare la propria indipendenza, riconoscendo al solo Mario il diritto di interferire parzialmente nella propria vita.
Rigoroso e asciutto, Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è un film dal fascino sottilmente perverso; non appartiene ad alcun genere predefinito eppure conserva elementi di vari generi alchemicamente dosati e resi visivamente con molta bravura.
Merito anche di una straordinaria Jodie Foster, che regge praticamente da sola la scena perchè è attorno a lei che la storia ruota.
E l’attrice statunitense offre ancora una volta prova di uno straordinario talento, nonostante la giovanissima età; va ricordato, per la cronaca, che la Foster rifiutò giustamente di apparire nuda nel film nella scena in cui va a letto con Mario.In quella sequenza Jodie è sostituita da una controfigura.

Bravo anche Martin Sheen che interpreta Frank Hallet, il viscido pedofilo, con asciutta teatralità così come nessun appunto è da muovere al resto del cast.
Il film è molto raro, nonostante sia stato uno dei più importanti della stagione 1976; sono riuscito a reperire solo una versione in lingua originale, peraltro molto bella che è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=VY0AxyTXb8Y
La visione in lingua madre è tuttavia molto ostica.
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale
Un film di Nicolas Gessner. Con Jodie Foster, Martin Sheen, Alexis Smith, Scott Jacoby, Morth Shuman Titolo originale The Little Girl Who Lives Down the Lane. Drammatico, durata 94′ min. – Canada, Francia 1976
Jodie Foster: Rynn Jacobs
Martin Sheen: Frank Hallet
Alexis Smith: Cora Hallet
Mort Shuman: Ron Miglioriti
Scott Jacoby: Mario Podesta
Dorothy Davis: Impiegata del municipio
Clesson Goodhue: Direttore della banca
Hubert Noël: Impiegato della banca
Jacques Famery: Impiegato della banca

Regia Nicolas Gessner
Soggetto Laird Koenig (racconto)
Sceneggiatura Laird Koenig
Produttore Zev Braung
Fotografia René Verzier
Montaggio Yves Langlois
Musiche Christian Gaubert
Emanuela Rossi: Rynn Jacobs
Massimo Turci: Frank Hallet
Dhia Cristiani: Mrs. Cora Hallet
Gianni Marzocchi: Ron Miglioriti
Loris Loddi: Mario Podesta
L’opinione di Tom Joad dal sito http://www.mymovies.it
Bella e struggente storia autunnale, cielo grigio sù, foglie gialle giù ….. Al di là di quest’evocazione un po’ scherzosa, il film è denso di un’atmosfera particolarmente inquietante e nello stesso tempo suggestiva, con quell’ambientazione, spesso ricorrente nel cinema americano, in una tranquilla e anonima località di provincia, del Maine stavolta, con le sue linde villette bianche di legno monofamigliari immerse nel verde (in questo caso forse più che altro nel marrone e nel rosso che colorano l’autunno), che dietro il loro aspetto così grazioso e ameno non poche volte nascondono chissà quali orribili segreti. L’ho sempre trovato uno dei film più affascinanti che io conosca, soprattutto mi colpisce per la sua atipicità e direi quasi la sua unicità, sia relativamente alla storia che racconta, come pure in relazione alle situazioni che mostra, sia per la sua sapiente, magistrale sceneggiatura, senza infine dimenticare naturalmente la bravura di tutti gli attori impegnati a interpretare questa strana vicenda. Per me è anche una storia in parte commovente, quando penso al rapporto di affettuosa complicità e solidarietà fra i due protagonisti adolescenti e comunque appartiene al decennio ai miei occhi più bello e mitico della storia del cinema e della musica e per questo ho sempre considerato una mia fortuna personale aver potuto vivere la stagione più emozionante ed “eroica” della mia vita proprio durante i favolosi anni ’70 del secolo scorso!
L’opinione di Oskarsson88 dal sito http://www.filmscoop.it
Piccola perla quest’opera di Gessner, che racconta la storia di una giovanissima ma già alquanto matura e sveglia ragazzina, alle prese con situazioni non semplici da gestire. E’ un misto tra drammatico e thriller, con momenti malinconici e tristi, altri in cui la tensione è ad un buon livello. La Foster (Riff), nonostante sia piuttosto sveglia, non risulta un personaggio forzato, non si va troppo oltre, e infatti ogni tanto mostra qualche ingenuità più che plausibile per l’età. Il pedofilo è ben riuscito e risulta sgradevole, e anche gli altri personaggi sono credibili. Bel modo di rappresentare la solitudine e le difficoltà…
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Dal complesso di Elettra e dalle pericolose inquietudini di un’adolescente sola in un mondo di adulti oppressivi si sviluppa un thriller che applica con eleganza gli strumenti della tensione filmica: la claustrofobia dell’unità di luogo, dialoghi aggressivi, silenzi, attese, rimandi, lente panoramiche su stanze vuote, musiche vigili. Come in Taxi driver, l’appena quattordicenne Foster possiede la sicurezza di sé di una grande diva; Sheen ritrae un subdolo e schifosissimo pedofilo, per il quale ci si augurerebbe la medesima fine da lui riservata al povero criceto. Cianurico.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Questo dramma psicologico testimonia come Jodie Foster sia attrice alla quale la natura ha fatto dono prezioso, per quel che riguarda la recitazione. Alla tenera età di 14 anni (è nata nel 1962) riesce a rendere credibile l’esperienza drammatica di Rynn, una giovane fanciulla abbandonata dal padre. La sicurezza economica, garantitale dal genitore, è inversamente proporzionale alla ricchezza di spirito, motivo per cui la triste bambina si sbarazza (in maniera non teatrale) di coloro i quali tentano di prendersene cura.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Un concerto per piano di Chopin accompagna questo dolce, intimo film, adolescentemente drammatico, che non fa pesare la sua sostanziale staticità, inserendo spunti garbati, talora pure divertenti, ma senza mai rovinare il filo conduttore principale, fino al finale, col gioco delle tazzine, che chiude, con l’ennesimo inganno (e auto-inganno), la sequenza delle cose che paiono ma non sono (non è, però, un film alla Umberto Lenzi…). E la Foster, rimirata anche prima, va guardata specialmente in quelle ultime decine di secondi, ascoltando Chopin.
“Questo tè sa di mandorle”.
Rynn sentì lo spigolo ruvido del dente scheggiato mentre masticava uno dei biscotti.
“Credo che siano queste pastine alle mandorle”.
Hallet svuotò la tazza e la posò sul tavolino.
“Dovresti vedere come il fuoco ti illumina i capelli. Sono tutti fulvi e dorati”.
Al di sopra della tazza di tè, ella vide l’uomo protendersi verso di lei.
“Che bei capelli…”
La mano di Hallet si sporse, nella luce del fuoco, verso la ragazzetta e le accarezzò i capelli. Rynn rimase del tutto immobile.
Shirley Valentine – La mia seconda vita
Liverpool, Inghilterra.
Shirley Valentine Bradshaw, quarantaduenne sposata con Joe e con due figli consuma le sue giornate in un monotono andirivieni tra le faccende domestiche e l’amica del cuore Jane.
Una vita piatta, quella di Shirley, in cui tutto quello che fa non è apprezzato da nessuno:la donna non è nemmeno ascoltata in famiglia e spesso si ritrova a fare dei desolanti monologhi con se stessa.
Quando Jane vince un viaggio per due in Grecia, nella stupenda isola di Mykonos, Shirley chiede all’amica di poterla accompagnare nel viaggio.
Le due donne arrivano così in Grecia, ma a sorpresa Shirley lascia da sola l’amica per conoscere ed esplorare l’isola.
E’ il primo momento in cui la donna, finalmente sola, si libera dalle responsabilità della famiglia e dagli obblighi monotoni della routine quotidiana;
Shirley apprezza sia la selvaggia bellezza dell’isola sia il comportamento riservato e rispettoso della gente che la abita e non esita a litigare con una coppia inglese che ne denigra invece la spontaneità.
Shirley conosce Costas, un affascinante proprietario di un ristorante con il quale, dopo un giro in barca galeotto, intreccia una fugace storia d’amore.
Arriva il momento della ripartenza, ma la donna decide di restare sull’isola; si reca quindi da Costas per chiedergli un lavoro, ma trova l’uomo già alle prese con la nuova vittima da adescare.
Per Shirley la cosa non ha alcuna importanza mentre Costas, spaventato da quella che all’inizio crede sia una richiesta di relazione, si defila con evidente imbarazzo.
Ora Shirley è finalmente libera, ha trovato una nuova dimensione di se stessa e decide di non rispondere ai numerosi tentativi della famiglia di riportarla indietro.
E’ proprio da Mykonos che ripartirà la sua nuova vita e …
Shirley Valentine- La mia seconda vita è una deliziosa commedia a metà strada tra il romantico e l’introspettivo diretta da Lewis Gilbert, che riprende un soggetto teatrale di Willy Russell, di largo successo in Inghilterra.

Il regista londinese, conosciuto dal grande pubblico per aver diretto tre film della serie Agente 007 (Agente 007 – Si vive solo due volte,La spia che mi amava e Moonraker – Operazione spazio) riduce per lo schermo la piece teatrale, utilizzando per il ruolo di interprete principale del personaggio di Shirley Valentine l’attrice Pauline Collins che aveva interpretato lo stesso ruolo a teatro e che quindi aveva grande dimestichezza con il personaggio.
Ne vien fuori una commedia garbata e gradevole, giocata tutta sulla voglia di riscatto e indipendenza di Shirley, donna vicina alla mezza età confusa anonimamente nella massa delle casalinghe inglesi, quelle per la cronaca tutte casa e famiglia, spesso utilizzate dai componenti delle stesse come donne di servizio a cui dedicare poco più di uno sguardo.
Shirley all’apparenza è una donna succube del suo ruolo e dei suoi affetti; ma la vacanza in Grecia diventa per lei occasione di riscatto e permette alla sua vera personalità di emergere prepotentemente.
La sua nuova vita inizierà proprio in un’isola greca, selvaggia e lussureggiante come i nuovi desideri di libertà della donna, che infrangerà tutti i tabu degli archetipi famigliari, attraverso l’esplorazione anche della propria sessualità vincolata al legame matrimoniale, attraverso la brevissima relazione con il playboy locale, quel Costa che si rivelerà essere un uomo in fondo non diverso da suo marito.

La voglia di riscatto e di affermazione di Shirley però è così determinata che non può essere certo fermata da un inciampo casuale come un breve flirt; la donna sceglierà autonomamente una vita finalmente diversa.
Grazie alla bravura di Pauline Collins,conosciuta sopratutto in Inghilterra per la sua partecipazione a Su e giù per le scale (Upstairs, Downstairs) serie TV del 1971, il film si aggiudica il British Academy of Film and Television Arts (BAFTA) che va proprio all’attrice di Exmouth per la miglior protagonista femminile.
Lo spessore, la simpatia e la verve data al personaggio di Shirley valgono alla Collins la nomination all’Oscar del 1991 dove solo una grandissima Jessica Tandy interprete di A spasso con Daisy le sbarra la strada verso un meritato Oscar.
Il film otterrà anche la nomination per la miglior canzone ,The Girl Who Used to Be Me composta da Marvin Hamlisch, Alan e Marilyn Bergman.
Il resto del cast, essenzialmente in ombra rispetto alla protagonista principale, si muove decorosamente.
Bene Tom Conti nel ruolo dello sciupa femmine locale Costas Caldes e Alison Steadman in quello di Jane.
Pur trattandosi di una commedia deliziosa, il parere dei critici appare controverso e incline alla bocciatura verso un film che invece è gradevole e scorrevole;il solito ineffabile Morandini parla di un film “che tenta di dare l’acqua della vita alla riduzione furbesca di L. Gilbert che spalma il testo di miele.”
Secondo il New York Times “ il film rivela la debolezza della sceneggiatura di Mr. Russell come se un assistente maldestro di un mago avesse puntato il dito contro una botola segreta. La Collins porta tanta energia e calore al ruolo come sempre, ma sullo schermo la forza della sua performance è frantumata per essere tagliata in piccoli pezzi, scollegati ”
Ancora più severo il Chicago Sun-Times che definisce il film “un dramma realistico di banalità spaventosa“.
Viceversa Variety ha definito il film “irregolare ma generalmente delizioso e Pauline Collins “irresistibile” mentre con molta più aderenza alla realtà il Washington Post ha definito il film “un piccolo film insolitamente caldo, rilassato … senza stucchevole retrogusto artificialmente zuccherato”

Personalmente è l’opinione che maggiormente condivido, per una commedia tranquilla e rilassante, da vedere in una serata in cui si è in preda di un piccolo attacco di romanticismo.
Il film è praticamente introvabile, vista la scarsa diffusione che ebbe in Italia e non risulta presente in rete se non nella versione in lingua inglese, che segnalo per dover di cronaca all’indirizzo: http://youtu.be/6_IOeOtW7Qs
Shirley Valentine La mia seconda vita
Un film di Lewis Gilbert. Con Tom Conti, Pauline Collins, Bernard Hill Titolo originale Shirley Valentine. Commedia, durata 108′ min. – Gran Bretagna 1989.
Pauline Collins: Shirley Valentine-Bradshaw
Tom Conti: Costas Caldes
Julia McKenzie: Gillian
Alison Steadman: Jane
Joanna Lumley: Marjorie Majors
Regia Lewis Gilbert
Soggetto Willy Russell
Sceneggiatura Willy Russell
Fotografia Alan Hume
Montaggio Lesley Walker
Musiche Willy Russell
Scenografia John Stoll
Gli Oscar del 1983
La sera del 11 aprile 1983 a Los Angeles presso il Dorothy Chandler Pavilion si tiene la tradizionale serata dedicata alla consegna degli Academy awards, gli Oscar del cinema attribuiti a film distribuiti nel 1982.
A condurre la serata di gala ci sono gli attori Liza Minnelli, Dudley Moore, Richard Pryor e Walter Matthau.
I pronostici della vigilia sono tutti per tre film, che dovrebbero dividersi la maggior parte delle statuette;Gandhi, diretto da Richard Attenborough, E.T. l’extraterrestre di Spielberg e Tootsie di Sidney Pollack con Ufficiale e gentiluomo di Taylor Hackford in qualità di outsider.
Gandhi si presenta alla partenza forte di 11 nomination, E.T. l’extraterrestre di 9 e Tootsie di 10.
Il film storico sul Mahatma trionfa aggiudicandosi 8 Oscar,ovvero quelli per il Miglior film,Migliore regia,Miglior attore protagonista,Migliore sceneggiatura originale,
Migliore fotografia,Migliore scenografia,Migliori costumi e Miglior montaggio mentre E.T. l’extraterrestre vince 4 Oscar in categorie definite minori come gli effetti speciali e il sonoro.
Tootsie, forte di ben 10 nomination riesce alla fine a portare a casa solo l’Oscar di Jessica Lange, premiata come miglior attrice non protagonista, così come ci sarà delusione per Victor Victoria di Blake Edwards che su 7 candidature vince l’Oscar solo per la Miglior colonna sonora a Henry Mancini e Leslie Bricusse.
Maryl Streep stravince nella categoria Miglior attrice protagonista con La scelta di Sophie, conquistando la sua seconda statuetta (la terza la vincerà nel 2012) mentre è Ben Kingsley il miglior attore per la sua performance nel pluri premiato Gandhi.
L’Italia si consola con l’Oscar a Carlo Rambaldi, per gli effetti speciali di ET l’extraterrestre,alla sua terza ed ultima statuetta.
Infine l’Oscar alla carriera va ad un mito di Hollywood, Mickey Rouney.
LEGENDA: I vincitori dei premi sono in neretto
Miglior film
Gandhi (Gandhi), regia di Richard Attenborough

E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), regia di Steven Spielberg

Scomparso – Missing (Missing), regia di Costa-Gavras

Tootsie (Tootsie), regia di Sydney Pollack

Il verdetto (The Verdict), regia di Sidney Lumet
Miglior regia
Richard Attenborough – Gandhi (Gandhi)

Wolfgang Petersen – U-Boot 96 (Das Boot)

Steven Spielberg – E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial)

Sydney Pollack – Tootsie (Tootsie)

Sidney Lumet – Il verdetto (The verdict)
Miglior attore protagonista
Ben Kingsley – Gandhi (Gandhi)

Dustin Hoffman – Tootsie (Tootsie)

Jack Lemmon – Scomparso – Missing (Missing)

Paul Newman – Il verdetto (The Verdict)

Peter O’Toole – Ospite d’onore (My Favorite Year)
Migliore attrice protagonista
Meryl Streep – La scelta di Sophie (Sophie’s Choice)

Julie Andrews – Victor Victoria (Victor Victoria)

Jessica Lange – Frances (Frances)

Sissy Spacek – Scomparso – Missing (Missing)

Debra Winger – Ufficiale e gentiluomo (An Officer and a Gentleman)
Miglior attore non protagonista
Louis Gossett Jr. – Ufficiale e gentiluomo (An Officer and a Gentleman)

Charles Durning – Il più bel Casino del Texas (The Best Little Whorehouse in Texas)

John Lithgow – Il mondo secondo Garp (The World According to Garp)

James Mason – Il verdetto (The Verdict)

Robert Preston – Victor Victoria (Victor Victoria)
Migliore attrice non protagonista
Jessica Lange – Tootsie (Tootsie)

Glenn Close – Il mondo secondo Garp (The World According to Garp)

Kim Stanley – Frances (Frances)

Lesley Ann Warren – Victor Victoria (Victor Victoria)
Miglior sceneggiatura originale
John Briley – Gandhi (Gandhi)
Barry Levinson – A cena con gli amici (Diner)
Melissa Mathison – E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial)
Douglas Day Stewart – Ufficiale e gentiluomo (An Officer and a Gentleman)
Murray Schisgal, Don McGuire e Larry Gelbart – Tootsie (Tootsie)
Miglior sceneggiatura non originale
Costa-Gavras e Donald Stewart – Missing – Scomparso (Missing)
Alan J. Pakula- La scelta di Sophie (Sophie’s Choice)
David Mamet – Il verdetto (The Verdict)
Blake Edwards – Victor Victoria (Victor Victoria)
Wolfgang Petersen – U-Boot 96 (Das Boot)
Miglior film straniero
Volver a empezar (Volver a empezar), regia di José Luis Garci (Spagna)
Alsino e il condor (Alsino y el cóndor), regia di Miguel Littín (Nicaragua)
Colpo di spugna (Coup de torchon), regia di Bertrand Tavernier (Francia)
Il volo dell’aquila (Ingenjör Andrées luftfärd), regia di Jan Troell (Svezia)
Vita privata (Častnaja žizn’), regia di Julij Rajzman (Unione Sovietica)
Miglior fotografia
Billy Williams e Ronnie Taylor – Gandhi (Gandhi)
Jost Vacano – U-Boot 96 (Das Boot)
Allen Daviau – E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial)
Néstor Almendros – La scelta di Sophie (Sophie’s Choice)
Owen Roizman – Tootsie (Tootsie)
Miglior montaggio
John Bloom – Gandhi (Gandhi)
Hannes Nikel – U-Boot 96 (Das Boot)
Carol Littleton – E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial)
Peter Zinner – Ufficiale e gentiluomo (An Officer and a Gentleman)
Frederic Steinkamp e William Steinkamp – Tootsie (Tootsie)
Miglior scenografia
Alessandro Ludovisi, Bob Laing e Michael Seirton – Gandhi (Gandhi)
Franco Zeffirelli e Gianni Quaranta – La traviata
Rodger Maus, Tim Hutchinson, William Craig Smith e Harry Cordwell – Victor Victoria (Victor Victoria)
Lawrence G. Paull, David L. Snyder e Linda DeScenna – Blade Runner (Blade Runner)
Dale Hennesy e Marvin March – Annie (Annie)
Migliori costumi
Bhanu Athaiya e John Mollo – Gandhi (Gandhi)
Piero Tosi – La traviata
Albert Wolsky – La scelta di Sophie (Sophie’s Choice)
Elois Jenssen e Rosanna Norton – Tron (Tron)
Patricia Norris – Victor Victoria (Victor Victoria)
Miglior trucco
Sarah Monzani e Michèle Burke – La guerra del fuoco (La guerre du feu)
Tom Smith – Gandhi (Gandhi)
Migliori effetti speciali
Carlo Rambaldi, Dennis Muren e Kenneth F. Smith – E.T. l’extraterrestre
Douglas Trumbull, Richard Yuricich e David Dryer – Blade Runner (Blade Runner)
Richard Edlund, Michael Wood, Bruce Nicholson – Poltergeist – Demoniache presenze (Poltergeist)
Migliore colonna sonora
Originale
John Williams – E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial)
Ravi Shankar e George Fenton – Gandhi (Gandhi)
Jack Nitzsche – Ufficiale e gentiluomo (An Officer and a Gentleman)
Marvin Hamlisch – La scelta di Sophie (Sophie’s Choice)
Jerry Goldsmith – Poltergeist – Demoniache presenze (Poltergeist)
Adattamento con canzoni originali
Henry Mancini e Leslie Bricusse – Victor Victoria (Victor Victoria)
Ralph Burns – Annie (Annie)
Tom Waits – Un sogno lungo un giorno (One from the Heart)
Miglior canzone
Up Where We Belong, musica di Jack Nitzsche e Buffy Sainte-Marie e testo di Will Jennings – Ufficiale e gentiluomo
Eye of the Tiger, musica e testo di Jim Peterik e Frankie Sullivan III – Rocky III (Rocky III)
If We Were in Love, musica di John Williams, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Yes, Giorgio (Yes, Giorgio)
How Do You Keep the Music Playing?, musica di Michel Legrand, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Amici come prima (Best Friends)
It Might Be You, musica di Dave Grusin, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Tootsie (Tootsie)
Miglior sonoro
Robert Knudson, Robert Glass, Don Digirolamo e Gene Cantamessa – E.T. l’extraterrestre
Milan Bor, Todd Boekelheide, Trevor Pyke e Mike Le-Mare – U-Boot 96 (Das Boot)
Gerry Humphreys, Robin O’Donoghue, Jonathan Bates e Simon Kaye – Gandhi (Gandhi)
Arthur Piantadosi, Les Fresholtz, Dick Alexander e Les Lazarowitz – Tootsie (Tootsie)
Michael Minkler, Bob Minkler, Lee Minkler e Jim La Rue – Tron (Tron)
Miglior montaggio sonoro
Charles L. Campbell e Ben Burtt – E.T. l’extraterrestre
Mike Le-Mare – U-Boot 96 (Das Boot)
Stephen Hunter Flick e Richard L. Anderson – Poltergeist – Demoniache presenze (Poltergeist)
Miglior documentario
Just Another Missing Kid (Just Another Missing Kid), regia di John Zaritsky
Ben’s Mill (Ben’s Mill), regia di Michel Chalufour e John Karol
In Our Water (In Our Water), regia di Meg Switzgable
After the Axe (After the Axe), regia di Sturla Gunnarsonn
A Portrait of Giselle (A Portrait of Giselle), regia di Joseph Wishy
Miglior cortometraggio
A Shocking Accident (A Shocking Accident), regia di James Scott
Ballet Robotique (Ballet Robotique), regia di Bob Rogers
The Silence (The Silence), regia di Michael Toshiyuki Uno
Split Cherry Tree (Split Cherry Tree), regia di Andrei Konchalovsky
Sredni Vashtar (Sredni Vashtar), regia di Andrew Birkin
Miglior cortometraggio documentario
If You Love This Planet (If You Love This Planet), regia di Terre Nash
Gods of Metal (Gods of Metal), regia di Robert Richter
The Klan: A Legacy of Hate in America (The Klan: A Legacy of Hate in America), regia di Charles Guggenheim e Werner Schumann
To Live or Let Die (To Live or Let Die), regia di Terry Sanders
Traveling Hopefully (Traveling Hopefully), regia di John G. Avildsen
Miglior cortometraggio d’animazione
Tango (Tango), regia di Zbigniew Rybczynski
The Snowman (The Snowman), regia di Dianne Jackson
The Great Cognito (The Great Cognito), regia di Will Vinton
Premio alla carriera

A Mickey Rooney

Richard Attenborough, Oscar come miglior regista e miglior film
Ben Kingsley, Oscar come miglior attore protagonista per Gandhi
Ben Kingsley con Meryl Streep
Jessica Lange, miglior attrice non protagonista con Meryl Streep
Jessica Lange, Oscar per Tootsie
Meryl Streep, Oscar come miglior attrice per La scelta di Sophie
Louis Gossett Jr. Oscar come miglior attore non protagonista
Bhanu Athaiya, Oscar per i migliori costumi
John Williams, Oscar per la miglior colonna sonora E.T. l’extraterrestre
José Luis Garci Oscar per il miglior film straniero
Classifica al botteghino 1986
1) Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud

con Sean Connery, Christian Slater, F. Murray Abraham, Michael Lonsdale, Fëdor Šaljapin, Valentina Vargas
2) Top Gun di Tony Scott

con Tom Cruise, Kelly McGillis, Val Kilmer, Tom Skerritt, Anthony Edwards, Tim Robbins, Meg Ryan, James Tolkan
3) Platoon di Oliver Stone

con Tom Berenger, Willem Dafoe, Charlie Sheen, Forest Whitaker, Francesco Quinn, Kevin Dillon, Johnny Depp
4) Mr. Crocodile Dundee di Peter Faiman

con Paul Hogan, Linda Kozlowski, Mark Blum
5) Mission di Roland Joffè

con Jeremy Irons, Robert De Niro, Cherie Lunghi, Ray McAnally, Aidan Quinn, Ronald Pickup, Liam Neeson
6) Figli di un dio minore (Children of a Lesser God) di Randa Haines

con William Hurt, Marlee Matlin, Piper Laurie, Philip Bosco, Alison Gompf
7) Il colore dei soldi (The Color of Money) di Martin Scorsese

con Paul Newman, Tom Cruise, Mary Elizabeth Mastrantonio, John Turturro, Forest Whitaker
8) Highlander – L’ultimo immortale di Russell Mulcahy

con Christopher Lambert, Roxanne Hart, Sean Connery, Clancy Brown, Alan North
9) Yuppies 2 di Enrico Oldoini

con Massimo Boldi, Jerry Calà, Christian De Sica, Ezio Greggio, Athina Cenci, Gioia Scola, Federica Moro
10) Sette chili in sette giorni di Luca Verdone

con Carlo Verdone, Renato Pozzetto, Tiziana Pini, Silvia Annichiarico
11) Cobra di George Pan Cosmatos

con Sylvester Stallone, Brigitte Nielsen, Reni Santoni, Andrew Robinson
12) Pirati (Pirates) di Roman Polanski

con Walter Matthau, Damien Thomas, Richard Pearson, Charlotte Lewis, Cris Champion, Olu Jacobs, Roy Kinnear
13) Camera con vista (A Room with a View) di James Ivory

con Helena Bonham Carter, Maggie Smith, Denholm Elliott, Julian Sands, Daniel Day-Lewis
14) La famiglia di Ettore Scola

con Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Jo Champa, Andrea Occhipinti, Carlo Dapporto, Massimo Dapporto, Athina Cenci, Ottavia Piccolo, Giuseppe Cederna, Philippe Noiret, Ricky Tognazzi, Sergio Castellitto, Dagmar Lassander
15) Over the Top di Menahem Golan

con Sylvester Stallone, Robert Loggia, Susan Blakely, Rick Zumway
16) Scuola di ladri di Neri Parenti

con Paolo Villaggio, Lino Banfi, Massimo Boldi, Enrico Maria Salerno, Barbara Scoppa, Antonio Barros
17) Pericolosamente insieme (Legal Eagles) di Ivan Reitman

con Robert Redford, Debra Winger, Daryl Hannah, Brian Dennehy, Terence Stamp, Steven Hill
18) Scuola di polizia 3: Tutto da rifare di Jerry Paris

con Steve Guttenberg, Bubba Smith, David Graf, George Gaynes, Michael Winslow, Art Metrano, Bobcat Goldthwait
19) Noi uomini duri di Maurizio Ponzi

con Enrico Montesano, Renato Pozzetto, Mariangela Giordano, Alessandra Mussolini
20) Labyrinth (Dove tutto è possibile) di Jim Henson

con David Bowie, Jennifer Connelly, Toby Froud, Frank Oz, Steve Whitmire.
Mizzzzica… ma che è proibitissimo
Al malcapitato spettatore di Mizzzzica… ma che è proibitissimo dopo cinque-sei minuti di proiezione sorge immediata e spontanea una domanda: ma cosa sto vedendo?
Immaginate poi di dover riassumere una trama inesistente, fatta di sketch idioti da alba del muto, con un tipo imbarazzante che si fa delle domande per strada e sbatte contro il palo di un semaforo, inquadrature del semaforo stesso e spezzoni di scene quanto meno bislacche che si susseguono alternate a scene di una sala di montaggio in cui un arrapatissimo inserviente cerca di guardare le gambe e le mutande di una assistente con tanto di tatuaggio sulla natica,che ovviamente gira per lo studio con un camice bianco, un’espressione ebete e le chiappe di fuori.
Messi assieme quindi minuti e minuti di un film scoordinato e inconcludente e una trama volatile come un gas mefitico ecco cosa resta di questo film del 1983 di Salvatore Bugnatelli, regista di poveri mezzi artistici a cui manca completamente il senso sia della misura che quello dell’originalità tanto d far sorgere spontanea la domanda sul perchè il film non abbia avuto il titolo alternativo di Mizzzzica… ma che è sta schifezza.
Difficile a questo punto cercare di riassumere,con parole logiche, un film che snocciola una sequenza di immagini senza senso girate per metà in uno studio di montaggio, dove il regista vorrebbe spiegarci cosa accade quando si vuol montare un film sexy con degli inserti porno.
Cosa che non si vede perchè il film non solo non mostra nulla, ma la getta in caciara, con inserti di una banalità assoluta che alla fine rendono il film degno di una serie sonora di pernacchie.

Unico motivo per dedicare due minuti alla pellicola è la presenza di Femi Benussi che con quest film, subito dopo il terribile Corpi nudi di Amasi Damiani, decide di chiudere una onorevole carriera iniziata con Pasolini e terminata con Bugnatelli, ovvero una discesa all’inferno degna di Dante.
L’attrice friulana appare nel film per pochi minuti nei panni di una manicure in alcune sequenze che sono esplicitamente copiate da Stangata in famiglia;del resto tra le innumerevoli pecche del film c’è anche l’aver indecorosamente copiato degli sketch, come quelli dello spogliarello ripreso con tecnica alla D’Amato et similia.
Praticamente non c’è altro da dire, visto che è assolutamente inutile parlare del cast fatto da attori peggio che dilettanti; regia dilettantesca e ignobile, tutto il resto è davvero robaccia.
Inutile cercare tracce di questo film in rete mentre è disponibile sul p2p più noto; visione assolutamente sconsigliata.
Mizzzzica… ma che è proibitissimo
di Salvatore Bugnatelli con Femi Benussi,Luciana Frazzetto,Francesco Meli,Tony Morgan,Pippo Pollaci,Zaira Zoccheddu Commedia Italia 1983
Regia Salvatore Bugnatelli
Sceneggiatura Salvatore Bugnatelli
Casa di produzione A.R. Cine International Film
Fotografia Felice De Maria
Montaggio Salvatore Bugnatelli
Musiche Roberto Anselmi
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
L’intento di mostrare quel che accade nella sala di montaggio di un film in cui si insertano scene hard si risolve in poche interazioni tra il regista Bugnatelli e il pubblico che assiste; il resto del tempo è speso in una serie scombinata di sketch da commedia sexy di indescrivibile puerilità. Del tutto inutile l’arrivo di Femi Benussi (doppiata in romagnolo), che non poteva chiudere la sua proficua carriera di starlet in modo peggiore. Proibitissimo? Semmai squallidissimo!
L’opinione di Daidae dal sito http://www.davinotti.com
Sicuramente tra i film più brutti, lenti, noiosi e inutili che mi sia capitato di vedere. Ritmo catatonico, erotismo blando, comicità nulla, mediocre il cast, pessima la regia. Da vedere solo se si è fanatici di cinema e una pellicola vale l’altra.
L’opinione di Geppo dal sito http://www.davinotti.com
Una sorta di commedia erotica molto strana, decisamente inguardabile e che nemmeno diverte, dal ritmo molto lento. È un film scritto e diretto dal catanese Salvatore Bugnatelli che racconta come si gira una pellicola hard rivelando tutti i retroscena che si nascondono durante la preparazione. Poi, nella seconda parte del film, arriva Femi Benussi, ma nemmeno lei riesce ad alzare il livello generale. Tra i protagonisti Luciana Frazzetto (la ricordiamo soprattutto in Cornetti alla crema, dove interpretava una delle fidanzate di Gianni Cavina).













































































































































































































































































































