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Amori letti e tradimenti

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In un articolo risalente al 2010 ho parlato dell’editore,scrittore e recensore cinematografico Gordiano Lupi. Quell’articolo,che era in hosting su Flickr,sito con il quale ho avuto tristemente note disavventure,è in gran parte perduto.Ho recuperato una copia cache,che ripropongo in calce a questa recensione dello scrittore toscano;l’articolo che segue è tratto dal sito www,lacinetecadicaino.blogspot.com,che vi consiglio vivamente di visitare.E’ l’inizio di una collaborazione che spero proficua,con un autore che stimo moltissimo.

Buona lettura

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Una notte insonne mi porta a rivedere Amori, letti e tradimenti (1976), film non certo epocale, farsa erotico – campagnola, molto burina, girata da Alfonso Brescia, uno che nel cinema di genere ha fatto di tutto e con poche lire.Benemerita (per noi appassionati del vecchio trash) Ab Channel, che in qualche modo ha preso il posto di Happy Channel. Vediamo la trama.
Un industriale lombardo di nome Mordacchia (Bologna) vuol comprare un terreno agricolo, ma il contadino Baldo (Don Backy) non vuole assolutamente venderlo. Mordacchia prova con ogni mezzo, persino spedendo al casolare alcune prostitute, che sconvolgono sia Baldo che l’amico Bastiano (Caporale), ma non lo convincono a cedere la terra. Prende in mano la situazione Greta (Mell), la procace moglie di Mordacchia,
che invita in villa il contadino per sedurlo. Non ci riescono, né lei (Baldo si addormenta durante un suo strip), né la figliastra Paola (Viviani), nonostante una sexy danza del ventre. Baldo s’innamora della cameriera Carla (Longo), che soltanto nel finale mostra un seno rigoglioso. Non solo, vince un sacco di soldi e diverse proprietà al commendatore, grazie a una lunga partita a scopa. Il risultato è che Baldo diventa socio d’affari di Mordacchia, dividendo con lui tutto, persino le grazie della disponibile segretaria (Maiolini).

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Alfonso Brescia gira un soggetto del produttore Mauro Righi (pure sceneggiatore) in due luoghi storici del cinema italiano: il casolare di via delle Pietrische, a Manziana, e la villa di Casale Lumbroso, a Roma, numero 167. Due location molto gettonate che hanno visto produzioni di pellicole più o meno importanti e che si prestano come set di una tarda commediaccia in salsa burina. Qualcuno ha visto nel film una parodia de La stangata (1973) di George Roy Hill – con Robert Redford e Paul Newman – in salsa erotica. Forse la partita a scopa avrebbe tale ambizione, ma tutto il film è soprattutto una farsa scollacciata con mattatore un Don Backy pastore ciociaro e un Ugo Bologna insolito coprotagonista.
Commedia sexy che gode di un esaltante cast femminile: Marisa Mell improvvisa uno spogliarello e si lascia frugare tra i seni da Don Backy che cerca di uno stecchino da denti; Sonia Viviani mette in scena una perversa danza del ventre; Malisa Longo in una rapida sequenza mostra un seno prosperoso; Paola Maiolini è una segretaria molto sporcacciona.
In definitiva il film è più casto di quel che si potrebbe pensare, fa intuire molto ma mostra davvero poco, anche se la tensione erotica è palpabile. La trama è basata sul detto “contadino, scarpe grosse e cervello fino”, con la borghesia imprenditoriale rappresentata da Ugo Bologna, uno specialista nei panni del cummenda milanese.
Brescia e Righi non si fanno mancare una blanda critica verso i figli dei ricchi che recitano un ruolo comodo da comunisti contestatori, ma viaggiano in Ferrari e con le tasche piene. Paola (Viviani) e lo sciocco fidanzato recitano due patetici dialoghi pensati per dare una giustificazione politica – di cui non si sentiva il bisogno – alla pellicola. Il film vale ancora la visione per le numerose gag comiche,
per un Don Backy travolgente e per la bellezza del cast femminile.

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Mereghetti e Morandini nemmeno citano l’esistenza della pellicola; Farinotti – di solito il più largo di maniche – assegna una sola stella; Giusti lo definisce un film di scarso culto interessante solo per un Don Backy versione pastore ciociaro alla Celentano e interpretato da un cast femminile ultratrash.
Approfittiamo per ripassare la figura di Alfonso Brescia (Roma 1930 – 2001), con l’aiuto dell’indispensabile manuale di Roberto Poppi. Figlio d’arte, il padre è il produttore Edoardo, lavora con Amendola e Caiano, debutta con Il magnifico gladiatore (1964) e si specializza nel puro cinema commerciale. Se c’è una cosa che Brescia non possiede è la vocazione autoriale, gira prodotti di ogni genere, a basso costo: western, peplum, bellico,
avventuroso, giallo, erotico. Alcuni lavori portano la firma di Al Bradley, pseudonimo anglofono usato per seguire una moda del tempo. Il suo tratto distintivo va ricercato nella fantascienza (cinque film in contemporanea) e nelle
sceneggiate di successo interpretate da Mario Merola. La sua carriera declina dopo il 1985, si stempera blandamente assecondando la fine del cinema di genere. Ultimo film: Club vacanze (1996), ancora inedito. Roberto Poppi dice di Brescia:
“Regista tra i più prolifici del nostro cinema, la sua produzione si contraddistingue per un certo decoro formale e un grande mestiere, spesso sviliti da soggetti mediocri e budget inadeguati”.

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Amori, letti e tradimenti

Un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Sonia Viviani, Marisa Mell, Ugo Bologna, Malisa Longo,Paola Maiolini, Enzo Spitaleri Commedia, durata 90 min

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Don Backy: Baldo
Marisa Mell: Greta
Ugo Bologna: Commendator Mordacchia
Malisa Longo: Carla
Riccardo Parisio Perrotti: l’impiegato del commendatore
Enzo Spitaleri: Giulietto
Sonia Viviani: Paola
Paola Maiolini: la segretaria del commendatore
Aristide Caporale: Bastiano
Paola D’Egidio: una prostituta

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Regia Alfonso Brescia
Soggetto Mauro Righi
Sceneggiatura Mauro Righi
Produttore Mauro Righi
Casa di produzione Alexandra Cinematografica Internazionale
Fotografia Giuseppe Aquari
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Sante Maria Romitelli
Scenografia Elena De Cupis

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Gordiano Lupi

Per una volta tralascio le recensioni cinematografiche e le biografie dei personaggi del cinema per parlare di un autore che, come me, è appassionato di cinema, in particolare di cinema di genere.
Gordiano Lupi, toscano di cinquant’anni, è uno dei personaggi più importanti e più competenti nell’ambito della ricerca, della biografia e della storia del cinema di genere italiano.
Personaggio poliedrico, attratto da molteplici interessi, Lupi è contemporaneamente Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, (http://www.ilfoglioletterario.it), scrittore di cinema, di letteratura, appassionato di quella terra bellissima e misteriosa che è Cuba, della quale ha scoperto talenti letterari praticamente sconosciuti al pubblico italiano.
Non è solo questo, Gordiano Lupi; è anche uno scrittore, con uno stile molto personale.
L’ultima sua fatica editoriale è Una terribile eredità, libro edito nel 2009 per la editrice Perdisa, nel quale racconta una vicenda terribile ambientata in Angola.
Una molteplicità di interessi che ne fa persona assolutamente affascinante, sia per la passione che esprime nei suoi scritti, sia per la competenza e l’eleganza che contraddistinguono il personaggio.
Personalmente ho conosciuto Gordiano Lupi grazie ad uno dei suoi libri dedicati al cinema di genere, nello specifico Le Dive Nude, una vera e propria Bibbia per conoscere i segreti del cinema di due dive degli anni settanta, Edwige Fenech e Gloria Guida, viste attraverso le loro partecipazioni ai film della commedia sexy all’italiana.
Un’autentica miniera di informazioni, annotazioni, mini recensioni assolutamente indispensabili per chi si occupa di cinema di genere; così come altrettanto importanti sono Fernando Di Leo e il suo cinema nero e perverso,
un atto d’amore verso il regista pugliese morto nel 2003 e autore di affascinanti film come Milano calibro 9, Avere 20 anni e La mala ordina.
Ma il mondo del cinema, visto da Lupi, abbraccia anche altri generi; importanti sono Dracula e i Vampiri,scritto in collaborazione con Maurizio Maggioni ed edito da Profondo rosso nel 2008, Cannibal. Il cinema selvaggio di Ruggero Deodato, esaustiva descrizione dei cannibal movie del controverso regista autore di Cannibal holocaust, o ancora Orrore erotismo e pornografia secondo Joe D’Amato, dedicato ad Aristide Massaccesi, il regista romano morto nel 1999, prolifico autore di film che spaziano dall’horror al sexy e che virò la sua produzione, a fine anni settanta, verso il porno d’autore, Filmare la morte. Il cinema di Lucio Fulci, un altro tributo ad uno dei maestri del thriller all’italiana, Il cittadino si ribella. Il cinema di Enzo G. Castellari, dedicato al settantaduenne regista romano autore di La polizia incrimina, la legge assolve, Il cittadino si ribella ecc.
La passione di Lupi per il cinema è evidente nei suoi scritti; a ciò unisce l’abitudine di aggiungere piccoli aneddoti che diventano importanti sopratutto nel caso di biografie di personaggi poco conosciuti, o comunque passati nel dimenticatoio, come Simonetta Stefanelli, Ely Galleani ecc.
In particolare si nota, leggendo i suoi scritti, l’amore per un cinema del quale siamo tutti innamorati, quello che traghettò l’Italia bacchettona e moralista di metà anni sessanta attraverso la rivoluzione culturale degli anni settanta, indiscutibilmente i più fertili dal punto di vista creativo della storia del cinema italiano. Un amore che oggi sembra condiviso anche da molti giovani, che viaggiano alla riscoperta di un cinema fatto spesso con pochi soldi, con pochi mezzi ma con tanta creatività, quella che Lupi esalta praticamente ad ogni passo dei suoi libri.
Impressionante, e sopratutto invidiabile, la capacità di Lupi di spaziare attraverso vari generi letterari; passa con disinvoltura dal giallo al thriller, al racconto letterario, nel quale usa uno stile immediato e diretto, che facilita la lettura anche al lettore meno avvezzo alla parola stampata.
Molti autori per esempio utilizzano l’estro letterario con parole forbite e concetti aulici, quasi che la forma possa alla fine mascherare in qualche modo l’assenza di profondità del testo; Lupi è uno scrittore anche emozionale, come dimostrano i suoi libri sul cinema, che ho citato, nei quali i vari soggetti finiscono per assumere una veste umana spesso dimenticata da altri autori
Chiunque voglia cimentarsi con la letteratura di Lupi non ha altro da fare che consultare la sua voluminosa e affascinante produzione.
Tra i gialli segnalo “Nero Tropicale”, “Orrori Tropicali”, “Avana Killing”, mentre per tutto il resto della sua opera vi rimando al blog dello scrittore, raggiungibile all’indirizzo http://www.infol.it/lupi; vi troverete praticamente tutto,
con l’elenco delle sue opere, con la sezione ebook dalla quale è possibile scaricare gratuitamente opere come Cuba, Paolo Montanez, Sangue tropicale e Il vero volto di Cuba.

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Lettere da lontano – Tracce Edizioni, Piombino 1998

Il gabbiano solitario – Olfa Ferrara, 2000

Sangue tropicale – Ghost Edizioni, Collegno 2000 – 1a ed.

Poesie per un amore – Ed.Il Foglio, Piombino 2000

Sangue tropicale – Ed. Il Foglio, Piombino 2000 – 2a ed.

Il mistero di Incrucijada – Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2000

Sangue tropicale – Ed Il Foglio, Piombino 2001 – 3a ed (contiene il racconto inedito La vecchia ceiba)

Ultima notte di sangue – Effedue Edizioni, Piacenza 2001

L’età d’oro racconti per ragazzi – Ed. Il Foglio, Piombino 2001

Fame (la trilogia cannibale) – con Luigi Boccia e Nicola Lombardi) Ed Il Foglio, Piombino 2001

Il giustiziere del Malecón – Prospettiva Editrice, Civitavecchia 2002

Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi – Ed. Il Foglio, Piombino 2002

Per conoscere Aldo Zelli – Ed. Il Foglio, Piombino 2002

Il palazzo – Ed. Il Foglio, Piombino 2002

Machi di carta – Stampa Alternativa, Viterbo 2003
(traduzione del romanzo di Alejandro Torreguitart Ruiz)

Nero tropicale – Terzo Millennio, Caltanissetta 2003
(Sangue tropicale, La vecchia ceiba, Parto di sangue, Il sapore della carne e l ‘inedito Nella coda del caimano)

Cuba Magica – conversazioni con un santéro – Mursia, Milano 2003

Dottor Banner e Mister Hulk
(traduzione del saggio di Daniel Ciberio con appendice sull’Uomo Ragno – Il Foglio, Piombino 2003)

La marina del mio passato – Nonsoloparole , Napoli 2003
(traduzione del racconto lungo di Alejandro Torreguitart Ruiz)

Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura – Stampa Alternativa, Viterbo 2004

Sangue tropicale – versione a fumetti (sceneggiatura) – Il Foglio, Piombino 2004

Un’isola a passo di son – viaggio nella musica cubana – Bastogi, 2004

Piombino tra storia e leggenda – Il Foglio 2004 (opera collettiva con F. Micheletti e E. Migliorini)

Serial killer italiani – cento anni di casi agghiaccianti da Vincenzo Verzeni a Donato Bilancia – Editoriale Olimpia, Firenze 2005

Nemici miei – Stampa Alternativa, Viterbo 2005

Vita da jinetera – Edizioni Il Foglio – Piombino, 2005
(traduzione del romanzo di Alejandro Torreguitrat Ruiz)

Almeno il pane, Fidel – Stampa Alternativa, Viterbo 2006

Orrori tropicali – storie di vudú, santeria e palo mayombe – Il Foglio, Piombino 2006

Cuba particular – Sesso all’Avana – Stampa Alternativa, Viterbo 2007
traduzione dal romanzo di Alejandro Torreguitrat Ruiz

Coppie diaboliche (con Sabina Marchesi) – Olimpia – Firenze, 2008

Adios Fidel – A.Car, Milano, 2008 – traduzione da Alejandro Torreguitart

Avana killing – Sered – Roma, 2008

Mi Cuba – Mediane – Milano, 2008

Il mo nome è Che Guevara – A.Car, Milano, 2008 – traduzione da Alejandro Torreguitart

Delitti in cerca d’autore (I.D.I., 2008 – in edicola)

Cattive storie di provincia – A.Car, Milano 2009

Cuba Libre -Scrivere e vivere all’Avana, di Yoani Sanchez. Traduzione a cura di Gordiano Lupi – Rizzoli, 2009

Sangue habanero – Eumeswil, 2009

Una terribile eredità – Perdisa – Bologna, 2009

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Cannibal – il cinema selvaggio di Ruggero Deodato – Profondo Rosso, Roma 2003
Tomas Milian, il trucido e lo sbirro – Profondo Rosso, Roma 2004
Erotismo, orrore e pornografia secondo Joe D’Amato – Profondo Rosso, Roma 2004
Le dive nude Il cinema di Gloria Guida e Edwige Fenech – Profondo Rosso, Roma 2006
Il cittadino si ribella: il cinema di Enzo G. Castellari – (in collaborazione con Fabio Zanello) – Profondo Rosso, Roma 2006
Filmare la morte – Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci – (in collaborazione con As Chianese) – Edizioni Il Foglio – Piombino, 2006
Dracula e i vampiri – (in collaborazione con Maurizio Maggioni) – Profondo Rosso, Roma 2007
Commedia Sexy all’italiana – Mediane – Milano, 2007
Sexy made in Italy – Profondo Rosso – Roma, 2007
Il cinema nero e perverso di Fernando di Leo – Profondo Rosso, Roma 2009
Federico Fellini – A cinema greatmaster – Mediane, 2009

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aprile 14, 2016 Posted by | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento

Quando le donne si chiamavano Madonne

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A Prato, nella pubblica piazza, si svolge un insolito processo; ad essere accusata di adulterio è la bellissima Madonna Giulia, sposata a Romildo che non è capace di consumare l’atto coniugale.
La donna così è stata sorpresa dal marito fra le braccia del suo amante Marcuzio dei Lucani.
Davanti al potestà ser Cecco, la donna rivendica il suo diritto ad essere felice con l’uomo che ama,accusando il marito di essere impotente e al tempo stesso la legge di essere stata scritta da uomini che non hanno alcun interesse alla felicità delle donne.
Spogliatasi in pubblico per mostrare le sue grazie, che madonna Giulia giudica sprecate per suo marito, ottiene da Ser Cecco di essere messa alla prova;dovrà dimostrare come suo marito sia impotente e come invece Marcuzio la sappia soddisfare.
Così la sera, a casa di Romildo, avviene una singolare competizione amorosa tra il coniuge tradito e l’amante della donna.

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Nel frattempo a Prato sono arrivati tre giovani gaudenti, Gisippo, Ruberto e Tazio che prendono alloggio a casa dello zio di Ruberto,Quinto Fulvio.
Qui i tre giovani hanno la ventura di incontrare tre belle fanciulle;la prima,Peronella, è la figlia di Quinto, la seconda Francesca è la nipote di un frate, Mariaccio mentre la terza,Lucia, è addirittura figlia di un frate.
Naturalmente i tre tentano da subito di insidiare la virtu delle ragazze.
Sarà Tazio il primo a godere delle grazie di Peronella,aiutato in questo da una governante ruffiana,mentre Roberto, per vincere le resistenze di Francesca invero non troppo forti e per eludere la sorveglianza strettissima di frate Mariaccio dovrà travestirsi da donna incinta.
Il compito più difficile lo avrà Gisippo, perchè Lucia ha un congenito timore degli uomini e il giovane dovrà ricorrere ad un astuto trucco per vincerne le resistenze.
Nel frattempo avviene la contesa tra Romildo e Marcuzio: al primo assalto Romildo si arrende,mentre Marcuzio va ben oltre ogni aspettativa.

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Il giorno dopo, davanti al popolo,Ser Cecco assolve madonna Giulia dal reato di adulterio “perchè il fatto non costituisce reato”, scornando pubblicamente il marito.
Madonna Giulia ringrazierà Ser Cecco ( e i giudici) dispensando i suoi favori…
Quando le donne si chiamavano madonne è un film boccaccesco inserito nel florido filone del decamerotico italiano;uscito nel 1972, quindi nel pieno della fortunata stagione dei cloni del Decameron pasoliniano.Diretto da Aldo Grimaldi, può essere considerato uno dei prodotti più dignitosi del genere, essendo praticamente privo delle consuete volgarità inserite nei decamerotici; piuttosto curati quindi sia i dialoghi,sia i costumi e per una volta anche le scene di sesso sono abbastanza pulite e non pecorecce.

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Tra travestimenti, assalti amorosi ed equivoci,la commedia scivola via abbastanza tranquillamente grazie anche ad un cast decisamente sopra la media, che include nomi come Vittorio Caprioli (Ser Cecco, il disponibile podestà), la splendida Edwige Fenech (madonna Giulia),Mario Carotenuto (Quinto) e Don Backy,l’amante di Giulia.
Un film senza grosse pretese, com’è ovvio che fosse, ma con dalla sua qualche battuta allegra e qualche situazione comica.
Non c’è da gridare la miracolo ma quanto meno non ci si annoia.
Film trasmesso più volte in tv,Quando le donne si chiamavano madonne è presente in una sontuosa versione ridotta in divx su Youtube, dai luminosi colori che permettono per una volta di apprezzare il film nella sua interezza.L’indirizzo è : http://www.youtube.com/watch?v=RfQsn3yYxOk

Quando le donne si chiamavano madonne

Un film di Aldo Grimaldi. Con Don Backy, Paolo Turco, Vittorio Caprioli, Edwige Fenech,Mario Carotenuto, Carlo De Mejo, Stefania Careddu, Francesca Benedetti, Rosita Pisano, Valentino Macchi, Peter Berling, Eva Garden, Renato Malavasi Commedia, durata 94′ min. – Italia 1973.

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Edwige Fenech: Giulia Varrone
Vittorio Caprioli: Ser Cecco, il podestà
Stefania Careddu: Francesca
Don Backy: Marcuzio dei Lucani
Jürgen Drews: Ruberto
Paolo Turco: Tazio
Antonia Brancati: Lucia
Carlo De Mejio: Gisippo
Mario Carotenuto: Quinto Fulvo
Francesca Benedetti: Gisa
Peter Berling: Romildo Varrone
Carletto Sposito: frate Mariaccio
Eva Garden: Peronella
Renato Malavasi: il cerusico

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Regia Aldo Grimaldi
Soggetto Aldo Grimaldi, da Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Gianni Grimaldi
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Giuseppe Bassan
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Schioppa, Gloria Granati

 Quando le donne si chiamavano madonne banner recensioni

L’opinione di Bellahenry dal sito http://www.filmtv.it
Siamo al decamerotico piu classico, con location e costumi tipici del genere e una trama con buone idee non sviluppate.
la trama si divide principalmente tra la bellissima Edwige ,sempre favolosa, vittima di un marito che non la soddisfa deve difendersi in un processo per “corna” con don backy, e i tre giovani ospiti di un super Carotenuto che devono escogitare sotterfugi per poter accesso ai letti delle ragazze.
come detto le idee ci sono peccato che poi svilupparle sia un altra cosa e spesso ci si perde. l’episodio del processo viene inutilmente tirato lungo solo per un fatto di compensi, oltre alla super star edwige c’è anche un Caprioli che da solo tiene le fila di tutto …sempre bravissimo. mentre quello dei tre giovani potrebbe regalare qualche gag in piu che non c’è, ripeto un super carotenuto da solo porta avanti questo episodio.
per il genere decamerotico non è male ma la qualità generale è abbastanza bassa. nudità come sempre molto poche rispetto al credere popolare sul genere.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel 1395, è fra i meno disprezzabili del genere decamerotico (pur se resta sotto la sufficienza: *½) si avvale di un cast niente male nelle prime linee, ma pure con qualche sorpresa nelle seconde (da notare la sorprendente espressività della Careddu nella sua “scena madre”) e di ottimi nomi nel cast tecnico. Soffre di una certa ripetitività nella seconda parte, che causa lentezza ed una certa noia. Spettacolosa la Fenech. Curiosa la presenza della figlia di Vitaliano Brancati. Si toscaneggia benino, ma si usano a vanvera “codesto” e “affatto”.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Decamerotico sopra la sufficienza, gioca le carte vincenti del ripudio della volgarità – di solito invece parte integrante di numerose pellicole congeneri – e dell’allegria che anima familiari scenette di concupiscenze, travestimenti, libertinaggio e adultèri. La Fenech, pure in vena di comizi femministi, si prodiga con classe in nudi e amplessi multipli consumati insieme al mandrillo Don Backy sotto lo sguardo attento del giudice Caprioli, mentre Carotenuto, con inedito accento toscano, disegna un arpagone ingenuo e geloso. Un po’ di stanchezza verso il finale. ** abbondante.

L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com
Solare e stuzzicante decamerotico, curato nelle musiche e nelle ambientazioni (molto belli anche gli esterni bucolici), recitato degnamente, con dialoghi niente affatto sciatti o volgari. C’è una particolare attenzione alle figure femminili, o meglio, chiaramente, alla sessualità femminile, colta in varie sfumature (il desiderio, il pudore, la civetteria, l’audacia, la furbizia). Tutto abbastanza superficiale, ma divertente e non grossolano. Ottimo il personaggio di Carotenuto, che allegramente “toscaneggia”.

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novembre 30, 2013 Posted by | Erotico | , , , , , | Lascia un commento

Cani arrabbiati

Cani arrabbiati locandina

Un uomo guida nervosamente, guardando il sedile posteriore (non inquadrato) e controlla l’orologio; nel frattempo, quattro uomini mascherati assaltano un portavalori.
Uno dei malviventi, che scopriremo chiamarsi Bisturi, senza motivo apparente accoltella il portavalori uccidendolo e subito dopo raggiunge con i complici un auto che li attende guidata da un complice.
Una guardia giurata però esplode due colpi di fucile e il rapinatore alla guida si accascia colpito a morte.
Inizia la fuga dei tre delinquenti superstiti, che si chiamano fa loro il Dottore, Trentadue e Bisturi.
Inseguiti dalla polizia i tre si rifugiano in un garage sotterraneo, dove prendono in ostaggio due donne; tenuti sotto tiro della polizia, i tre sembrano non avere scampo, ma Bisturi a quel punto uccide una delle due donne accoltellandola alla gola a morte.
La polizia lascia liberi di uscire i tre che, in auto, iniziano la fuga.

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Don Backy

Durante la folle corsa che ne segue, si imbattono nell’auto guidata dall’uomo che abbiamo visto all’inizio guidare nervosamente,il cui nome è Riccardo; il motivo dello stato d’animo dell’uomo è costituito dalla presenza in auto di un bambino febbricitante.
I tre, che hanno con loro Maria, l’ostaggio sopravvissuto, si imbarcano nella vettura di Riccardo e proseguono la loro fuga.
Da quel momento la storia del gruppo si svolgerà prevalentemente nello spazio angusto dell’auto, scandita da torture psicologiche dei tre psicopatici malviventi nei confronti di Maria e Riccardo.
Maria tenterà la fuga dopo una sosta, ma verrà ripresa da Trentadue e Bisturi, umiliata e costretta a orinare davanti ai due;la fuga continuerà fino al drammatico e imprevedibile finale.
Cani arrabbiati è un film diretto da Mario Bava nel 1973 che verrà però non verrà mai distribuito per il fallimento della casa produttrice, la Loyola Films ; sarà soltanto nel 1995 che rivedrà la luce grazie al meritevole impegno dell’attrice Lea Krueger( Lea Lander) che con il contributo della Spera Cinematografica lo editerà in Dvd, restituendo al pubblico un film controverso ma dall’altissimo valore artistico.

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Riccardo Cucciolla

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Lea Lander

Cani arrabbiati o Rabid dogs nella versione internazionale è un film claustrofobico, durissimo; è un film “malato”, sudato, appiccicoso, così come i personaggi che si muovono nella storia.
Che sono i tre psicopatici malviventi, sporchi e sudati, senza regole morali e senza futuro.
Sono anche senza un passato, perchè quello che vediamo è solo quello che loro materialmente commettono, ed è già abbastanza;durante la lunga e drammatica fuga quello che emerge dalle loro figure è un desolante ritratto di tre uomini crudeli, che compiono le loro gesta senza alcuna remora morale e senza alcun codice etico.
A farne le spese sono il portavalori, ucciso da Bisturi senza pietà e Maria, freddata nel terribile finale,così come la sventurata autostoppista uccisa ancora una volta da Bisturi perchè scopre la ferita di Trentadue, a sua volta ucciso da Bisturi, che per la prima volta mostrerà un barlume d’umanità.
Ad emergere prepotente è, nel finale, la figura di Riccardo, l’uomo che accompagna i malviventi nella fuga; un padre all’apparenza preoccupato dallo stato del figlio, che nel corso del film è sempre immerso in un sonno agitato, provocato dalla febbre che lo divora e che entrerà di forza e si ergerà come figura ambigua nel corso delle ultime battute del film, lasciato da Bava volutamente ambiguo.

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George Eastman

Tratto da un romanzo di Ellery Queen (pseudonimo adottato dai cugini statunitensi Frederic Dannay e Manfred Bennington Lee) sceneggiato dallo stesso Mario Bava con l’ausilio di Alessandro Parenzo e Cesare Frugoni, Cani arrabbiati è in sostanza un on the road movie con fortissime venature thriller, un genere non molto frequentato da Bava.
Che però gira questo film libero da vincoli e lacci della produzione e che quindi può sbizzarrirsi in modo autonomo nella gestione del film stesso; il ritmo serrato e il fortissimo senso di claustrofobia sono gli elementi portanti di una pellicola che non molla mai la presa, trasportando lo spettatore, anzi sballottandolo attraverso una fuga all’apparenza impossibile, con il terzetto dei malviventi sempre tallonato dalla polizia che però in pratica è invisibile.
La vediamo solo nel garage dal quale è originata la fuga, sentiamo le sirene delle pantere in lontananza quando i tre si impadroniscono con la forza dell’auto di Riccardo, la ritroviamo all’uscita del casello autostradale mentre i poliziotti (presumibilmente) chiedono lumi al casellante.
Poi nulla più.
Un film che è un collage fatto da humour nerissimo e sequenze da brivido, in cui Bava non accenna minimamente discorsi socio politici o latro; a parlare sono solo le gesta dei protagonisti.

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A partire dallo psicopatico Bisturi, che uccide a sangue freddo con quella che è la sua arma preferita, lo stiletto per proseguire con un altro psicopatico, quel Trentadue che è forse il personaggio più rozzo e brutale, animalesco.
Il Dottore è cinico e crudele ma appare più equilibrato, ammesso che si possa usare questo termine; a lui quei due compagni di fuga piacciono poco, ma in fondo anche lui non è una mammola e ben presto finirà per condividere le efferatezze dei suoi scellerati compagni di fuga.
L’interno dell’auto, il suo abitacolo, diventano così un microcosmo dominato dalla paura e dalla sporcizia; la paura di Riccardo e Maria, che ben comprendono di avere la loro vita sospesa su un filo sottilissimo, quella dell’autostoppista, che comprenderà ben presto di aver fatto una scelta fatale quando ha chiesto loro un passaggio.Un interno d’auto in cui lo spettatore può sentirsi prigioniero, inspirare quasi il fetore delle camicie dei malviventi madide di sudore, la loro sporcizia mentale.
Su questo Bava costruisce un film forse rozzo, ma terribilmente efficace.

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Un film che è una commistione di generi, ma che avvince grazie alla sua atmosfera quasi da noir; alcune scene sono davvero da brivido, come la sequenza all’interno del garage, la già descritta scena in cui Maria iene costretta ad orinare davanti ai due delinquenti eccitati e sudati, con la macchina da presa che cattura anche gli insetti sul volto di Trentadue, l’uccisione dell’autostoppista, la bellissima sequenza finale, nella quale scopriamo un Riccardo che non è affatto migliore dei tre assassini che ha scarrozzato per tanto tempo.
Bava sceglie un cast che potremmo definire minore; il basso budget a disposizione evidentemente non permetteva di largheggiare per cui alla fine l’unica era presenza di rilievo è quella di Riccardo Cucciolla e in parte quella di Maurice Poli, assolutamente impeccabili nella recitazione.Gli altri protagonisti, Luigi Montefiori,Don Backy e Lea Lander completano l’organico; le recitazioni sono volutamente oltre le righe, in particolare quelle di Don Backy e Montefiori alle prese con due personaggi difficili.

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Ma alla fine visto il risultato tutti possono essere soddisfatti, in particolare gli spettatori.
Peccato che il film non sia mai uscito nelle sale, privando noi spettatori dell’epoca e sopratutto i numerosi fans del regista ligure della visione di un’opera da grande schermo; la tensione che si prova al cinema è indiscutibilmente superiore a quella della visione home e resterà per sempre il rammarico per una grande occasione perduta.
Il film è disponibile in digitale ed è presente su You tube all’indirizzo http://youtu.be/XXP-zjvP3bs, ed è stato distribuito anche con il titolo Semaforo rosso.
Cani arrabbiati
Un film di Mario Bava. Con Riccardo Cucciolla, Lea Lander, Maurice Poli, Don Backy, George Eastman, Erika Dario, Emilio Bonucci Rabid dogs, durata 96 min. – Italia 1974

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Riccardo Cucciolla: Riccardo
Maurice Poli: “Dottore”
George Eastman: “Trentadue”
Don Backy: “Bisturi”
Lea Krueger: Maria
Maria Fabbri: Maria Sbravati
Erika Dario: Marisa
Luigi Antonio Guerra: impiegato della banca
Francesco Ferrini: uomo alla stazione di servizio
Emilio Bonucci: tassista
Ettore Manni: direttore della banca
Pino Manzari: casellante

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Soggetto Ellery Queen (racconto), Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni
Sceneggiatura Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni
Produttore Roberto Loyola, Lea Krueger (postproduzione)
Casa di produzione Loyola Films (1974)/Spera Cinematografica (1995)
Fotografia Emilio Varriano, Mario Bava
Montaggio Carlo Reali
Effetti speciali Sergio Chiusi
Musiche Stelvio Cipriani
Costumi Wayne Filnkelman
Trucco Vittorio Biseo, Angelo Roncaioli

Parte della recensione tratta dal sito www.http://ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
“La prima cosa che mi viene in mente ogni volta che penso a questo film di Bava è: peccato. Peccato che un film così magnifico non abbia potuto godere di un più che meritato successo a causa delle disavventure finanziarie che coinvolsero il produttore Roberto Loyola che non potè quindi distribuirlo nelle sale italiane; in pratica qui in Italia nessuno ha mai visto “Cani arrabbiati” al cinema ed è una cosa davvero incredibile, sconcertante…”

Parte della recensione tratta dal sito http://www.alexvisani.com/
“Pellicola dal ritmo serratissimo, quasi interamente girata alla luce del sole, in automobile, con impressionanti momenti di violenza ( tra tutte, probabilmente, quella nella quale due malviventi costringono la donna in loro ostaggio a orinare, stando in piedi ) che sfocia in un finale sorprendente e beffardo. Qualche incertezza nel montaggio ( soprattutto nella parte iniziale ) e qualche ripetitività nella sceneggiatura non rovinano affatto questa pellicola di Mario Bava, qui alla sua terz’ultima regia. Molto bravi gli attori tra i quali figurano Riccardo Cucciola e Luigi Montefiori conosciuto anche come George Eastman”

Parte della recensione tratta dal sito http://bmoviezone.wordpress.com/
“Cani arrabbiati parte come uno dei tanti poliziotteschi dell’epoca (e infatti presenta non pochi parallelismi con Milano odia: la polizia non può sparare, film dello stesso anno di Umberto Lenzi), con la classica rapina ad un portavalori da parte di un manipolo di banditi mascherati e con conseguente sparatoria ed inseguimento in macchina. Incipit a cento all’ora, dunque, ma ancora legato ai cliché del genere che maggiormente andava (insieme al giallo) in quegli anni. Dopo pochi minuti, Bava comincia a fare sul serio: uno dei banditi, in preda alla nevrosi, sgozza senza apparente motivo un ostaggio di fronte ad alcuni agenti di polizia impietriti. Sarà l’inizio di un aberrante vortice di violenza, sporcizia e morte in mezzo al quale Bava trascinerà lo spettatore per tutti i novanta minuti.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aprile 17, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

Satyricon

Per parlare del Satyricon di Gian Luigi Polidoro, uscito nelle sale italiane nell’aprile del 1969 occorre scomodare Federico Fellini, il grande regista riminese che in qualche modo e in maniera assolutamente involontaria fu il padre putativo di questa riduzione cinematografica dell’opera di Petronio Arbitro.
Fellini stava lavorando alla sua versione cinematografica del Satyricon quando il produttore Alfredo Bini ( che pare fosse irritato con Fellini stesso che aveva deciso di accettare di lavorare con il produttore Alberto Grimaldi) improvvisamente affidò a Gian Luigi Polidoro il compito di realizzare una trasposizione dell’opera di Petronio Arbitro sceneggiata da Rodolfo Sonego.

Don Backy

Francesco Pau

Battendo sul tempo Fellini, Polidoro realizzò il suo Satyricon e approfittando del clima di grande attesa che si era creato attorno al prodotto felliniano in poco tempo varò la sua versione.
Che venne quasi maciullata dalla critica mentre nei primi giorni di proiezione ottenne un successo straordinario che però si ritorse contro il regista; a pochi giorni dalle prime proiezioni infatti il film venne sequestrato e mandato sotto processo con l’accusa abbastanza ridicola di oscenità.


A causare l’ira del censore (il magistrato Vittorio Occorsio, ucciso da Ordine nuovo a Roma il 10 luglio 1976) fu la presenza nel ruolo di Gitone di Francesco Pau, che come narrano le cronache, nell’epoca in cui venne girato il film era minorenne.
Al film venne anche contestata l’accusa di oscenità, forse per la presenza di alcune scene di nudo ma molto più probabilmente per la famosa orgia durante il banchetto di Trimalcione.
Uso il termine probabilmente perchè le versioni successive del film, trasmesse in tv o ridotte in versione home, appaiono mutile di almeno una quindicina di minuti di pellicola; da alcune foto di scena dell’epoca che troverete come appendice a questo articolo appare evidente come le forbici censorie abbiano mutilato il film stesso.
La decisione del magistrato provocò una levata di scudi da parte di gente del cinema e della cultura in generale; intellettuali , grandi registi come Antonioni si schierarono contro la censura invocando la libertà d’espressione.
Tutto inutilmente, il film venne mutilato e in pratica sparì dalle sale mentre contemporaneamente usciva il Satyricon felliniano che per inciso sconcertò i critici e maggiormente il pubblico.


Il film di Polidoro riprende solo in parte l’opera di Petronio Arbitro, giunta ai tempi nostri in forma molto rimaneggiata; è presente, nel film, lo spirito irriverente e fustigatorio di Petronio, anche se in maniera un pò rozza e propendente alla satira scollacciata.
Tuttavia il film non è affatto quella bruttura descritta dai critici dell’epoca, ha una sua dignità e in fondo ha anche una linearità che nell’opera di Fellini manca.
Difatti la versione di Fellini, che uscirà con il titolo Fellini Satyricon, proprio per distinguerla dal film di Polidoro appare come opera disomogenea e disorganica,in cui l’unica parte coerente e completa è la famosa cena di Trimalcione; ma è un discorso che non interessa questa trattazione per cui torniamo al Satyricon di Polidoro.
I protagonisti del film sono Escolpio, uno studente svogliato e indolente, lo schiavo Gitone, che Escolpio non sa essere uomo e del quale in qualche modo si infatuerà e infine Eumolpio, poeta di scarso valore che per un pò seguirà Escolpio nel suo vagabondaggio in una terra romana che vive l’epoca storica dell’impero di Nerone.

Mario Carotenuto

Nel suo vagabondaggio, Escolpio si imbatte in personaggi che sono un pò la rappresentazione di tutti i vizi della Roma neroniana;dopo aver scoperto che è diventato erede dei beni di suo zio Anneo Mela, che ha rinvenuto morto accanto alla moglie nella sua villa, suicida per ordine di Nerone, Escolpio finisce per incontrare il celebre Trimalcione durante una delle sue opulente feste.
E’ la parte centrale del film, quella meglio riuscita in cui il nobile romano emerge prepotentemente come uomo volgare e dedito ai bagordi, capace di catechizzare i suoi commensali con dotte citazioni ma al tempo stesso volgare e scurrile, intento ad espletare le sue funzioni intestinali come supremo disprezzo verso i commensali.

Ugo Tognazzi

Più in là Escolpio incontrerà anche la maga Circe, non prima di esser stato tradito dal suo ex amico Eumolpio, incapperà in una furiosa tempesta alla quale scamperà per miracolo, svegliandosi sulla riva del mare sulla quale un anziano ha creato una pira con il corpo di un ragazzo che viene dato alle fiamme.
Il Satyricon di Polidoro è sensibilmente diverso dall’opera di Arbitro e presenta alcune caratteristiche particolari che ne fanno opera discutibile, rozza ma non priva di qualche felice intuizione.
La parte meno riuscita riguarda in primis l’eccesso di volgarità presente nella pellicola, che appaiono pretestuose e sopratutto slegate dall’originale di Petronio; l’altro neo del film è rappresentato da un cast poco omogeneo, in cui l’anello debole è rappresentato dal cantante attore Don Backy, svagato e corpo estraneo della pellicola.

Tina Aumont

Franco Fabrizi

Don Backy ha doti discrete di recitazione, come del resto dimostrerà nel bellissimo Cani arrabbiati, ma in questo film sembra svogliato e sopratutto alle prese con un personaggio che richiedeva maggior personalità ed espressività; meglio Franco Fabrizi nel ruolo dell’infido Ascilto e bene anche Mario Carotenuto in quello di Eumolpo. Il solito grande Tognazzi invece caratterizza da par suo il personaggio centrale del film, il ricco e volgare Trimalcione.

Si racconta che Tognazzi abbia accettato questo ruolo per vendicarsi in qualche modo di Fellini che non lo scritturò per la sua versione del Satyricon; se è andata così, ad averci perso è stato sicuramente il regista riminese, perchè Tognazzi era attore di razza, come del resto dimostrato in questo film e in tante altre produzioni in cui ha recitato.
A conti fatti il film di Polidoro non va considerato un fallimento, quanto piuttosto un’operazione non riuscita; a nuocere pesantemente è il paragone con l’opera di Fellini a cui il film viene ingiustamente accostato.
Ingiustamente perchè le due opere sono assolutamente differenti tra loro, con ambizioni diverse e sopratutto rivolte a pubblici differenti.
Il Satyricon di Polidoro è oggi un’opera pesantemente datata a cui va riconosciuta qualche attenuante, come quella della grossa operazione di censura apportata alla pellicola, che rende difficilmente giudicabile il film nella sua complessità.
Questo film è difficilmente reperibile, passa molto raramente in tv ma è disponibile in versione censurata su You tube.

Satyricon
Un film di Gian Maria Polidoro. Con Don Backy, Ugo Tognazzi, Franco Fabrizi, Graziella Granata,Tina Aumont, Mario Carotenuto, Francesco Pau, Leopoldo Valentini, Alfredo Rizzo, Corrado Olmi, Piero Gerlini, Ennio Antonelli, Clara Colosimo, Franco Leo Commedia, durata 110′ min. – Italia 1969.

Ugo Tognazzi: Trimalcione
Mario Carotenuto: Eumolpo
Don Backy: Encolpio
Franco Fabrizi: Ascilto
Tina Aumont: Circe
Francesco Pau: Gitone
Graziella Granata: Antonia
Tito LeDuc: Presentatore da Trimalcione

Regia Gian Luigi Polidoro
Soggetto Petronio Arbitro (dal omonimo romanzo)
Sceneggiatura Rodolfo Sonego
Produttore Alfredo Bini
Fotografia Benito Frattari
Montaggio Giancarlo Cappelli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Flavio Mogherini

Si ringrazia il sito: http://www.dbcult.com

maggio 11, 2012 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

Una cavalla tutta nuda

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Fate un giro su internet, digitate il titolo di questo film (ammiccante e francamente fuorviante) e vi imbatterete, una volta tanto, nel ribaltamento speculare dei ruoli critica/pubblico. Incredibilmente, per un film a sottile, sottilissima venatura erotica, identificabile in minima parte con il genere decamerotico, del quale ha soltanto l’ambientazione medioevale, c’è parte della critica che da giudizi di assoluzione, quando non anche positivi, e il pubblico che stronca senza appello il film.

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Renzo Montagnani è Guffardo

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Barbara Bouchet è Madonna Gemmata, Don Backy è Folcacchio

Un errore davvero grave, quello di alcuni recensori di questa seconda categoria, perchè Una cavalla tutta nuda, del regista Franco Rossetti, datato 1972, è forse uno dei pochi film di derivazione boccaccesca a presentare alcuni elementi di novità. Il primo dei quali è l’avere una trama organica, con due personaggi che si muovono lungo un percorso lineare, senza la consueta babele di racconti pecorecci di mogli fedifraghe e mariti cornuti, di frati gaudenti e servette vogliose.

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L’incantesimo spassoso su Madonna Gemmata

La seconda caratteristica è la quasi totale assenza di scene erotiche, fatta salva quella spassosa dell’incantesimo donna/cavalla, in cui è protagonista una splendida Barbara Bouchet. Il resto del film si muove su binari coerenti, seguendo le avventure di Folcacchio de Folcacchieri (il cantante Don Backy), un simpatico gaglioffo, di quelli candidi, ingenui ma alla bisogna scaltri  e di Guffardo De Bardi (Renzo Montagnani), paesano scultore angariato da una moglie corpulenta e traditrice, che lo fa becco sotto i suoi occhi, con tacita rassegnazione dello stesso Guffardo.

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I due passeranno attraverso la campagne toscane, destinazione Volterra imbattendosi in situazioni paradossali. Sono incaricati, dal curato del loro paese, di portare un’ambasciata al vescovo di quella città per chiedere un aiuto economico e combattere così la siccità che devasta la zona. I due, in viaggio si imbatteranno dapprima in un tonto villico, Niccolò, al quale l’abile Folcacchio farà credere di essere in grado di tramutare la bellissima moglie Gemmata (Barbara Bouchet), e che quindi lo farà becco mentre Niccolò regge il moccolo nella stalla.

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Poco avanti si imbatteranno in un furbo gaglioffo, Mattias, che si farà beffe della loro ingenuità rubando vestiti e cavalli. I due compagni d’avventura, per vestirsi e mangiare, si fingeranno modelli e durante le pose per la realizzazione di un quadro su Adamo ed Eva, faranno credere di essere appestati, e in questo modo riusciranno a procurarsi il necessario per proseguire il loro viaggio. Che apparentemente termina a Volterra; dove però, fanno una figura terribile, avendo dimenticato il messaggio del loro curato. Condannati al rogo per aver irriso il vescovo, assieme al gaglioffo Matias, catturato per le sue malefatte, Folcacchio e Guffardo riusciranno a scampare al rogo grazie ad un amico di quest’ultimo, e si rifugeranno in un convento.

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Qui, in fondo al pozzo che da acqua ai frati, troveranno un forziere pieno di monete e torneranno, dopo aver reso pan per focaccia allo scaltro Matias al loro borgo natio, dove faranno credere al curato di aver ricevuto dal vescovo l’ingente somma in loro possesso. Ma Matias, per vendicarsi, rivela ai frati la destinazione dei due, con il risultato finale che gli stessi frati si rimpossesseranno dei loro averi.

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Ai due compagni d’avventura non resta che tornare a casa; Guffardo riuscirà finalmente a tener testa alla moglie mentre Folcacchio, che stava partendo all’avventura, si imbatterà nel tonto Niccolò e questa volta compirà il prodigio. Farà credere al villico di aver trasformato sua moglie Gemmata in una magnifica cavalla bianca e con la donna finalmente libera, partirà verso il suo destino.

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Film tutto sommato piacevole, non volgare, in cui i due protagonsti, il cantante Don Backy e lo scanzonato Renzo Montagnani prestano i loro volti sorridenti, guasconi e scaltri ai due personaggi di Folcacchio e Guffardo, che attraversano la splendida campagna toscana fotografata alla perfezione, in un tripudio di colori. Un film certamente non memorabile, ma che ha  la dote di far passare 90 minuti strappando qualche risata e soprattutto non ammorbando lo schermo con le solite sconcezze erotiche o con le inevitabili trivialità

Una cavalla tutta nuda, un film di Franco Rossetti. Con Don Backy, Barbara Bouchet, Vittorio Congia, Renzo Montagnani,Carla Romanelli, Piero Vida, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Ghigo Masino, Pietro Torrisi
Commedia, durata 92 min. – Italia 1972.

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Don Backy: Folcacchio de’ Folcacchieri
Barbara Bouchet: Gemmata
Renzo Montagnani: Gulfardo de’ Bardi
Vittorio Congia: Matias
Leopoldo Trieste: Nicolò, marito di Gemmata
Edda Ferronao: moglie dell’oste
Carla Romanelli: Pampinea

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Regia Franco Rossetti
Soggetto Franco Rossetti, liberamente ispirato a novelle di Giovanni Boccaccio e Franco Sacchetti
Sceneggiatura Franco Rossetti, con la collaborazione di Francesco Milizia e Nelda Minucci
Produttore Jack Lauder, Franco Rossetti
Casa di produzione Hubris Films
Fotografia Roberto Girometti
Montaggio Mario Morra
Musiche Don Backy[1] e Detto Mariano
Scenografia Gaia Romanini
Costumi Gaia Romanini
Trucco Ada Morandi

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Una cavalla tutta nuda locandina 1

Una cavalla tutta nuda locandina 3

maggio 15, 2009 Posted by | Erotico | , , , , | Lascia un commento