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Una spirale di nebbia

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Un colpo di fucile risuona nel bosco.
C’è una battuta di caccia e a sparare è Fabrizio Sangermano,sposato con Valeria e padre di due figli;il bersaglio però non è un animale ma la moglie di Fabrizio.
La donna cade,colpita mortalmente; ma è stato un terribile incidente o Fabrizio ha deliberatamente colpito sua moglie?
A indagare su quello che si presenta da subito un caso di difficilissima interpretazione è Renato Marinoni, giudice inquirente che ha il compito di raccogliere prove e testimonianze proprio all’interno della famiglia Sangermano.
Qui si troverà ben presto a cospetto di un mondo assolutamente impenetrabile, coinvolto in prima persona nell’inestricabile groviglio di segreti e inconfessabili peccati che tutti i componenti della famiglia in qualche modo tentano di occultare.
In primis c’è Fabrizio,che ha sposato la francese Valeria contro il parere della sua famiglia, oltremodo ricca la dove la ragazza è invece di umili origini;qualche tempo dopo il matrimonio l’uomo si è quasi rintanato nella tenuta della sua famiglia, dedicandosi esclusivamente alla fattoria e al commercio ad essa legato.

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Marc Porel

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Eleonora Giorgi e Stefano Satta Flores

Marinoni poco alla volta ricostruisce il puzzle dei legami sentimentali dei vari componenti della famiglia;scopre così che il matrimonio di Fabrizio con Valeria non era affatto felice, scopre che Maria Teresa, cugina di Fabrizio, sposata a Marcello ha anch’essa un matrimonio in bilico, avendo la donna scoperto che il marito era assolutamente impotente proprio la prima notte di nozze.
Via via che scorrono le indagini Marinoni ha modo di conoscere Vittorio, amico di Fabrizio che è sposato ma ha una relazione extra coniugale con l’infermiera Armida, scopre che la cameriera di Maria Teresa, Armida, ha avuto una relazione con un domestico del quale è ora incinta, ma che la stessa donna ha intenzione di dichiarare di essere incinta di Marcello allo scopo di coprire l’impotenza del suo padrone.
L’unico punto fermo di Renato sembra essere la sua relazione con Lidia, unica oasi di serenità nel corso delle indagini, che mettono a contatto il disincantato giudice con un mondo in cui i valori tradizionali sembrano essere una chimera, in cui anche i rapporti personali, amorosi o sessuali diventano cose dai contorni indistinti.

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Martine Brochard

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Marina Berti

Alla fine il giudice deve arrendersi; le indagini non hanno portato a nulla e Fabrizio potrebbe aver ucciso volontariamente la moglie oppure no; questa è la conclusione che trasmetterà ai suoi superiori.
Una spirale di nebbia, tratto da un racconto di Michele Prisco da Eriprando Visconti è un film in perenne bilico tra il thriller e il film di indagine psicologica e comportamentale.Immerso in’atmosfera volutamente fredda, quasi inanimata, vive sull’indagine introspettiva di pirandelliani personaggi in cerca d’autore.Tutti i comportamenti personali o sociali dei vari protagonisti appartengono ad una logica di base che vede i rapporti di tutti i generi che gli stessi protagonisti allacciano o hanno allacciati mediati e alla fine minati da sentimenti inesplorabili, legati come sono allo status sociale, agli obblighi verso la società stessa e in fondo ad una immatura genesi degli stessi.
Il sesso, patinato ed elegante del e nel film è volutamente rarefatto, freddo, quasi glaciale;tutte le pulsioni sessuali dei protagonisti appaiono slegate,meccaniche,tanto da rendere il film stesso gelido e al tempo stesso didascalico.

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Visconti aveva già affrontato tematiche molto simili, analizzando comportamenti umani come farebbe invece un entomologo alle prese con il mondo degli insetti; si pensi a film come La orca o ad Oedipus orca, nei quali i personaggi sembrano essere inanimati, privi di senso d’orientamento, fatalmente avviati verso destini volutamente disperati.
Una spirale di nebbia è quindi un buon film,con momenti felici (la battuta di caccia) e qualche cedimento strutturale che però alla fine rendono in maniera dignitosa sia a livello di risultato sia come “insegnamento” impartito, ovvero la dove c’è la borghesia, la ricchezza,la dove la classe sociale si eleva ecco affiorare il retroterra della stessa, fatto di valori decadenti quando non del tutto assenti.
Bene sicuramente tutto il cast, con fior di protagonisti come Porel e Satta Flores, oltre ad un cast femminile da urlo, fra le quli segnalerei la Giorgi,Martine Brochard e Claude Jade, splendida la fotografia.
Il film è finalmente disponibile in una versione da digitale;lo potrete trovare qui https://uploadto.us/file/details/cElQ1NEGL8o/Sprl77mst.rar. Vi ricordo per l’ennesima volta che dopo averlo visionato avete l’obbligo legale di eliminare il file…

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Una spirale di nebbia

Un film di Eriprando Visconti. Con Duilio Del Prete, Stefano Satta Flores, Marc Porel, Martine Brochard,Claude Jade, Enzo Fiermonte, Marina Berti, Corrado Gaipa, Valeria Sabel, Victoria Zinny, Wendy D’Olive, Flavio Bucci, Dario Ghirardi, Eleonora Giorgi, Giorgio Trestini, Carlo Puri, Roberto Posse, Anna Bonaiuto, Flavio Andreini Drammatico, durata 104′ min. – Italia, Francia 1977.

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Claude Jade: Maria Teresa
Marc Porel: Fabrizio
Duilio Del Prete: Marcello
Carole Chauvet: Valeria
Stefano Satta Flores: Renato Marinoni
Roberto Posse: Molteni
Martine Brochard: Lavinia, l’infermiera
Flavio Bucci: Vittorio, il medico
Marina Berti: Costanza San Germano
Corrado Gaipa: Pietro San Germano
Eleonora Giorgi: Lidia
Anna Bonaiuto: Armida
Elvira Cortese: Cesira
Valeria Sabel: Cecilia
Carlo Puri: Piero
Giorgio Trestini: Boris
Victoria Zinny: la governante
Tom Felleghy: Bellini

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Regia Eriprando Visconti
Soggetto Michele Prisco (romanzo)
Sceneggiatura Luciano Lucignani, Fabio Mauri, Lisa Morpurgo, Roselyne Seboue, Eriprando Visconti
Fotografia Blasco Giurato
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali
Musiche Ivan Vandor, Carl Maria von Weber

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E così continuava a fissare assorta la fotografia di sua madre e a rincorrere l’immagine di Valeria, ormai persa abbandonata dietro questo giuoco di sovrimpressioni: e forse perché adesso doveva pensarla morta, eliminata per sempre, avvertiva a un tratto un vago turbamento, un rimorso, no, non proprio un rimorso, semmai un’insofferenza confusa e delusa, una specie di, come poteva definirla, di necessità di riparazione, ma neppure è l’espressione giusta, di maggiore tolleranza e umanità, di ordine, ecco, di pulizia. Per quel bisogno che abbiamo, di fronte alla morte, di sistemare per bene i nostri rapporti con coloro che ci hanno preceduti evitando di lasciare zone d’ombra, sentimenti di cruccio o d’acredine, quasi per sentirsi in pace con noi stessi più che per non sentirsi in debito con loro. Quasi per farci perdonare d’essere ancora vivi…

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Un Chabrol all’italiana, questo Una spirale di nebbia, penultimo film della non lunghissima carriera di Eriprando (nipote di Luchino) Visconti; è in pratica il ritratto di un ‘gruppo di famiglia in un interno’ sociale, nelle convenzioni cioè che la relazionano a sè stessa e con il prossimo (amici, servitù e via dicendo). Piano piano ognuno di questi legami si viene a scoprire in realtà debole, debolissimo, se non addirittura già sciolto nei fatti, ma mantenuto vivo solamente per confermare le apparenze; l’infedeltà sentimentale è solamente una delle mille varianti possibili in tale contesto, nel quale ogni personaggio nasconde qualcosa a tutti gli altri. Ma rispetto all’entomologo – chirurgico nell’approccio, insomma – Chabrol, Visconti si prodiga nel mostrare la vivace italianità della storia: corna e menzogne spudorate la fanno da padrone. Dignitosissimo il cast, che vanta una coppia di nomi, qui centrali, che hanno sempre sfiorato il cinema di serie A da protagonisti, senza mai riuscire però a conquistarlo: con vero peccato, perchè fra Stefano Satta Flores e Flavio Bucci è difficile scegliere il migliore, ma se la cavano bene anche Martine Brochard, Marc Porel, Duilio Del Prete, Claude Jade e ci sono infine due particine per Anna Bonaiuto ed Eleonora Giorgi. Sceneggiatura che Visconti scrive insieme a Luciano Lucignani, Fabio Mauri, Lisa Morpurgo e Roselyne Seboue, tratta da un romanzo di Michele Prisco; sontuose e patinate le musiche di Ivan Sandor e la fotografia di Blasco Giurato; montaggio di Franco Arcalli
L’opinione di Undijng dal sito http://www.davinotti.com
Durante una battuta di caccia un ricco possidente uccide (involontariamente?) la moglie. Ad un tormentato magistrato tocca il difficile compito di stabilire la verità. Ispirato dall’omonimo romanzo di Michele Prisco, Eriprando Visconti dirige un significativo erotico dalle forti componenti thriller e dai risvolti inquietanti, sempre in bilico tra menzogna e realtà. L’ottimo cast offre al regista un mezzo potente per dare corso ad una storia ambigua e compatta, spesso limitrofa al territorio dell’hard (la scena della fellatio).

L’opinione di fauno dal sito http://www.davinotti.com
…Alla fine mi sono alzato ad applaudire! Sincero, controcorrente, mette KO tutte le ipocrisie e le schifezze borghesi. Non solo il denaro non rende felici, ma non fa neppure da lenitivo quando in certe unioni matrimoniali si devono accettare ingiustizie o prevaricazioni del genere… di più: il medesimo può portare perfino all’autodistruzione. Un film talmente bello che nudità e petting si interpretano finalmente per quel che sono: le cose più belle e naturali del mondo e non quello sboccatissimo ciarpame che viene pubblicizzato adesso…

L’opinione di The gaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Un inno all’irrisolto: una morte che rimane avvolta nel mistero, una galleria di personaggi o per meglio dire di coppie di personaggi, afflitte da una gabbia esistenziale alla quale devono soggiacere per rispetto delle convenzioni. Si è parlato della grande presenza di nudi integrali in questo film di Eriprando Visconti, ma è un erotismo volutamente sfumato e meccanico, noioso persino. In questo contesto dove tutti faticano a trovare una propria dimensione e si accetta qualsiasi compromesso, suonano amare le parole del giudice quando afferma “cosa devo mettere come movente del delitto nel fascicolo? La Vita?” Parole amare per un film amaro. apprezzabile per il soggetto di base, con un buon cast di attori, ma eccessivamente freddo, a mio parere, nella rappresentazione.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

settembre 28, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | 5 commenti

L’infermiera

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Un fresco vedovo, Leonida, viene colto da infarto mentre si sta consolando con la moglie del custode del cimitero nel quale ha sepolto sua moglie. La notizia invece di turbare, rallegra gli avidi parenti prossimi dell’uomo, ansiosi di mettere le mani sull’azienda vinicola che Leonida possiede, in modo da poterla vendere ad un ricco imprenditore. Per far ciò però hanno bisogno che all’uomo sia fatale un secondo infarto; così il genero di Leonida chiama al capezzale dell’infermo una splendida e avvenente infermiera, con il palese intento di provocare nell’uomo un mortale infarto.

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Ursula Andress 

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Ma la donna, all’inizio d’accordo con il piano, impara a conoscere e stimare Leonida; gli si affeziona, e decide di sposarlo. Così caccia dalla villa del futuro marito tutti i parenti e parte in viaggio di nozze con l’uomo. Ma a Leonida sarà fatale proprio la bellezza della moglie: non resiste, infatti, al suo charme e dopo un amplesso cade fulminato dal secondo infarto.Anna, divenuta sua erede, commossa tributa all’uomo dei solenni e fastosi funerali.

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Commedia sexy diretta da Nello Rossati nel 1975, L’infermiera si segnala per l’ottimo cast allestito dal regista e per la trama non disprezzabile, anche se il canovaccio resta abbastanza orientato sulle generose nudità della bellissima ex Bond Girl svizzera Ursula Andress; l’attrice, nel pieno della maturità fisica, è uno spettacolo per gli occhi.Il resto del film fila via sui binari della comicità non triviale, anche se abbastanza telefonata, e sulle gag dei numerosi co-protagonisti, a cominciare da Mario Pisu che interpreta Leonida, proseguendo per un’altra splendida Bond girl,

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Luciana Paluzzi, e ancora con Duilio Del Prete (il genero di Leonida), Daniele Vargas, la bella Carla Romanelli, Lino Toffolo e come guest star Jack Palance, nei panni dell’industriale americano. In ultimo, il bravo Lino Toffolo, nei panni del servitore, costretto, per l’ennesima volta in carriera, a fare l’ubriacone.
Film tutto sommato non disprezzabile; a parte la musicalità del dialetto veneto, irresistibile, usato a piè spinto, la bella Andress da valore aggiunto alla pellicola. Memorabile il bagno in piscina, con l’attrice completamente nuda e generosamente esposta. Il regista adriese, reduce dal buon successo di La nipote, dirige quasi con taglio drammatico il film, rendendolo superiore alla media delle pellicole della commedia sexy.

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Lino Toffolo e Carla Romanelli

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Luciana Paluzzi

L’infermiera, un film di Nello Rossati. Con Duilio Del Prete, Daniele Vargas, Mario Pisu, Ursula Andress, Luciana Paluzzi, Jack Palance, Carla Romanelli, Lino Toffolo, Marina Confalone, Stefano Sabelli
Erotico, durata 105 min. – Italia 1975.

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Ursula Andress: Anna
Duilio Del Prete: Benito Varotto
Mario Pisu: Leonida Bottacin
Daniele Vargas: Gustavo Scarpa
Carla Romanelli: Tosca Floria Zanin
Marina Confalone: Italia Varotto
Stefano Sabelli: Adone
Luciana Paluzzi: Jole Scarpa
Lino Toffolo: Giovanni Garbin
Jack Palance: Mr. Kitch
Attilio Duse: Dottor Pavan

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Regia Nello Rossati
Soggetto Claudia Florio, Roberto Gianviti, Nello Rossati, Paolo Vidali
Sceneggiatura Claudia Florio, Roberto Gianviti, Nello Rossati, Paolo Vidali
Produttore Carlo Ponti
Produttore esecutivo Romano Dandi
Casa di produzione Compagnia Cinematografica Champion
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Gianfranco Plenizio
Scenografia Toni Rossati
Costumi Toni Rossati
Trucco Francesco Corridoni, Maria Teresa Corridoni, Giulio Mastrantonio

settembre 18, 2009 Posted by | Erotico | , , , , , | 1 commento

Amici miei

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Nel 1975 il cinema erotico,sviluppatosi attorno al precursore involontario del genere,il Decameron di Pasolini, mostrava la corda,dopo aver inondato gli schermi con novelle licenziose, monache vogliose e conventi gaudenti, Monicelli proponeva al pubblico quello che diverrà uno dei film più importanti della cinematografia italiana, Amici miei.

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Fenomeno di costume, ma non solo; esempio rarissimo di un cinema che sposa alla perfezione il divertimento, anche se in questo caso molto amaro e vestito di malinconia, l’impegno, sottolineato dalla storia di un gruppo di amici che rifiutano il conformismo e che non vogliono invecchiare,e una serie di sentimenti che si avvertono palpabili,fin dalle prime scene.Malinconia, rimpianto,voglia di non cedere alla vecchiaia,ma anche tristezza appaiono elementi di un film che non è e non sarà una sfilata di gag,ma il ritratto,a volte impietoso,a volte sardonico,di personaggi che in fondo ci appaiono patetici,con la loro necessità di esorcizzare il fantasma della vecchiaia.

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Il film,che si snoda attraverso le vicende del gruppo di goliardici amici,contrariamente a quanto stabilito dalla legge della commedia all’italiana,non ha l’happy end,anzi,ha un finale assolutamente amaro;e la grandezza di Monicelli,di questo impietoso ritratto di quelli che sono,in fondo,dei naufraghi,acquista ancora più valore,slegato com’è dalla logica del botteghino e dell’incasso.

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Quattro amici cinquantenni,goliardici,ironici e dissacratori si muovono in un arco temporale definito tra il decennio 60 e e il 70;c’ è il Perozzi,io narrante del film,che è un giornalista con poca voglia di lavorare,combattuto tra il desiderio di mandare a quel paese la sua famiglia,composta da una moglie e da un figlio di un conformismo addirittura patetico.

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C’è il Melandri, architetto, che insegue un sogno femminile irrealizzato,e che per una donna riuscirebbe anche ad abbandonare gli amici; c’è il Necchi,un barista,che appare come l’unico ad avere un centro di gravità,visto che è felicemente sposato,e che gestisce la sala bar con annesso biliardo dove gli amici si riuniscono per sperimentare beffe e burle,o solo per svagarsi dalle loro giornate tristemente uguali;c’è il conte Mascetti,uno strano tipo di nobile che ha gettato al vento la sua eredità e quella della moglie,che vive di prestiti e che comunque mantiene un’aura di nobiltà decaduta,con la sua relazione adulterina con una giovane,

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mentre la sua famiglia vive alle soglie del decoro;e infine il professor Sassaroli,che non fa parte del gruppo originario,ma che incuriosito dalla vitalità dei quattro amici ed annoiato dal suo lavoro,ben presto si trasformerà nell’anima del gruppo.I cinque si spingono oltre i limiti della stessa burla,arrivando,nel finale,quando ci sarò la morte del Perozzi,a sbeffeggiare la stessa fine della vita dell’amico,in un impeto che dissacra i fondamenti stessi della vita;inutile ricordare le burle terribili che il gruppo di amici assesta ad una società tetra,buia.

Basti ricordare la scena della stazione,un classico del cinema,in cui il gruppo prende a ceffoni i passeggeri di un treno in partenza,o ancora quella terribile fatta ad un avventore opportunista del bar,a cui vien fatto credere che il gruppo altro non è che una banda di trafficanti,con conseguenze esilaranti nello svolgimento del film.

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Monicelli gira un film tecnicamente perfetto,che mescola ironia,tristezza,amarezza,malinconia e la profonde a piene mani in ogni singola inquadratura,con un finale grottesco che esorcizza anche la vecchia con la falce. Amici miei è probabilmente uno dei film più belli della storia del cinema proprio per la mescolanza di tutte queste caratteristiche,ma non solo.Anche per la straordinaria prova del cast,con Philippe Noiret che interpreta splendidamente il Perozzi,con un grandissimo Ugo Tognazzi nel ruolo del conte Mascetti,nobile decaduto ma orgoglioso;con Gastone Moschin,forse il personaggio meno riuscito,più anonimo del gruppo,leggermente infido,quello che in un gruppo non manca mai,nel ruolo del Melandri;un incredibile Adolfo celi,quasi satanico nel ruolo del professor Sassaroli,che ritrova una nuova giovinezza al fianco di quel gruppo di pazzi,ed infine il Necchi,forse un grillo parlante,forse no,l’unico che abbia una parvenza di vita normale,e che difatti rimane ai margini del gruppo.

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Un film memorabile,che diventerà la pietra miliare del cinema anni 70,e che rinvigorirà con nuova linfa la stanca commedia all’italiana.

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Un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Olga Karlatos, Bernard Blier, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Milena Vukotic, Franca Tamantini, Marisa Traversi, Silvia Dionisio, Angela Goodwin, Mauro Vestri, Mario Scarpetta. Genere Commedia, colore 109 minuti. – Produzione Italia 1975.

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Ugo Tognazzi: Raffaello “Lello” Mascetti
Gastone Moschin: Rambaldo Melandri
Philippe Noiret: Giorgio Perozzi
Duilio Del Prete: Guido Necchi
Adolfo Celi: professor Alfeo Sassaroli
Bernard Blier: Nicolò Righi
Marisa Traversi: l’amante di Perozzi
Milena Vukotic: Alice Mascetti
Franca Tamantini: Carmen Necchi
Olga Karlatos: Donatella Sassaroli
Silvia Dionisio: Titti
Angela Goodwin: Laura Perozzi
Maurizio Scattorin: il figlio di Perozzi
Mauro Vestri: neurologo

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Regia Mario Monicelli
Soggetto Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Produttore Carlo Nebiolo
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Di Girolamo

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– Anch’io ho sofferto. Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d’ora…
– Cos’è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.
– Sii astuto come un cervo. “Che bischerate tu dici? Il cervo non è astuto. Semmai, astuto come una volpe.”Sì, ma la volpe ‘un c’ha mica le corna.
– Ho incontrato un angelo..”Un angelo maschio o femmina?” Gli angeli non hanno sesso!! “Insomma c’ha le poppe o non c’ha le poppe!??!”
– Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, divento subito vegetariano
– Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due.
– Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?

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L’opinione di Simone tratta dal sito http://www.mymovies.com
Signori che dire… Di capolavori nella storia del cinema ce ne sono stati tanti in passato e più che andiamo avanti con le generazioni se ne vedono sempre meno non occorre essere dei geni per capirlo.. Quello che il Maestro Monicelli ci ha regalato è una cultura cinematografica e un insieme di emozioni difficili da dimenticare. Film che richiama una comicità/tragica per il susseguirsi degli eventi, come la morte del Perozzi o il malore del Mascetti e la vita che va avanti come è sempre andata con allegria senza mai prendere tutto sul serio tra risate scherzi battute prese in giro, il tutto legato da una profonda amicizia che ci fa capire quanto è bella la vita. Per finire ringrazio antani come se fosse fochi fatui con saluti bitumati alla redazione.

L’opinione del sito http://www.filmscoop.it
(…) Una nobile macchietta, un perdente dal grande cuore (“Un eroe dei nostri tempi”, “Il Marchese del Grillo”). Questi sono i tratti che caratterizzano la commedia di Monicelli: un’ironia mai fine a sé stessa, che non scade mai nel demenziale, ma che è sempre percorsa da una leggera venatura drammatica. O forse al contrario: una drammaticità che non scade mai nel patetico, ma che viene sempre stemperata nelle tragicomiche vicende dei piccoli grandi eroi nostrani. Personaggi che diventano icone del cinema, resi indimenticabili dalle interpretazioni dei più grandi attori del “gotha” cinematografico italiano: tra gli altri, Totò, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.
Monicelli è da annoverare tra i padri della migliore commedia italiana, un genere a cui il Maestro ha saputo dare un rinnovato lustro, tanto da rendere le commedie italiane note in tutto il mondo. Il suo indiscusso talento e la sua creativa genialità, premiati con numerosi riconoscimenti a livello internazionale, hanno fruttato al regista ben sei nomination agli Oscar. Un livello impensabile per le commedie nostrane d’oggigiorno.
Se il lascito artistico di Monicelli consiste in un’enorme produzione cinematografica (regista di oltre sessanta film, sceneggiatore di un centinaio), il suo lascito morale risiede nello spirito sagace, intelligente ed ottimista con cui abilmente sdrammatizzava ogni situazione. Sul suo sito ufficiale campeggia tutt’oggi una significativa citazione di Sant’Agostino: “Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra”.(…)

L’opinione di Fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Antani come se fosse Mario Monicelli ma anche un po’ Pietro Germi, visto che, se la cirrosi epatica non l’avesse stroncato prima, l’avrebbe girato lui. E allora il primo amico, altro che zingaro, è proprio Monicelli, che non può che ringraziare Germi e gli dedica il film, un Monicelli sul livello della sua grande guerra prematurata e dei soliti tarapii tapiochi anche un po’ ignoti e pure compagni al grido di “Branca, Branca, Branca, leon, leon, leon”. Non mancano un Totò, o un Gassman, o un Sordi, perchè posterdati per due, anzi per cinque, c’è pur sempre un Tognazzi che è molto di più di una supercazzola, anche prematurata, ma sempre come fosse baciato da una grazia nelle sfumature che non è tanto un clacsonare, perchè allora potremmo dire, per il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, oltre che i supercazzolanti Moschin, Noiret, Del Prete, Celi e lo sventurato Blier, che non hanno di certo perso i contatti col tarapia tapioco. E no, perchè antani come trazione per due anche con cofandina, il disincanto e i toni crepuscolari di un film che insieme a tutti quelli che si erano tanto amati dell’anno precedente sta (e continua a stare) alla commedia italiana degli anni Settanta come i mostri sorpassanti di Risi scappellavano quella dei Sessanta fifty fifty come fosse mea culpa. La cifra stilistica supercazzolata, infatti, sia in Scola che in Monicelli, è la memoria, lo sguardo tarapiocante al passato, l’inadeguatezza al presente, in definitiva la presa di coscienza di una generazione schiava dello sbiriguda veniale, cinico, amaro, soprattutto con ribaltone ma sempre col sorriso sulle labbra, di certo non riconducibile esclusivamente alla goliardia o ad una beffarda trivialità da osteria. Manca ancora la scoliana giornata particolare e poi sulle glorie della commedia nostrana potrà calare finalmente il sipario con la barella anche per due. Aspetti, mi porga l’indice: ecco, lo alzi così, guardi, guardi, guardi, lo vede il dito? Lo vede che stuzzica?

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Commedia divertentissima ma anche amara e spietata, dove è evidente la mano del Germi più graffiante. Cinque vitelloni che ricorrono a frizzi e lazzi per alleviare incertezze, sofferenze ed insoddisfazioni. Eccellenti tutti gli attori. Ad un certo punto Celi cita il suo Emilio Largo di Thunderball mettendosi una benda sull’occhio. Capolavoro della commedia italiana.

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maggio 17, 2008 Posted by | Commedia | , , , , , , , , | 5 commenti