L’adolescente-Une vraie jeune fille
Alice è una ragazza quattordicenne, che torna a casa dai genitori per le vacanze, dopo aver passato un anno in un collegio francese per studiare. E’ una ragazzina, che sta vedendo il proprio corpo cambiare, così come incomincia a cambiare la sua psicologia, i suoi interessi. Il viaggio in casa dei suoi, con il padre che gestisce una segheria e la mamma che si occupa delle faccende domestiche si rivela uno scomodo passaggio
Nei primi giorni della sua vacanza, la ragazza è costretta ad ascoltare le litanie della madre, mentre attorno alla fattoria non sembra esserci nulla di interessante; al contrario, il paesaggio è sporco, degradato, per cui ben presto la ragazza, che nel frattempo assiste turbata alle modifiche del proprio corpo, a visioni notturne che le parlano con il linguaggio dei sensi e della sessualità, appare confusa, disorientata.Inizia a tenere un diario e a vagabondare per i campi, con l’unica compagnia di una bicicletta.
Poco alla volta le pulsioni sessuali, quel corpo di adolescente in rapida mutazione, hanno la meglio, e la ragazzina inizia un percorso di conoscenza del proprio corpo; un percorso conflittuale, diviso tra sorpresa e vergogna, curiosità e bisogno di approfondire quei cambiamenti che non sono solo fisici, ma anche psicologici. In ciò non trova un aiuto dai propri genitori, che al contrario sono preoccupati dapprima per le telefonate che la ragazza effettua, e poi dalla conflittualità che sfocia improvvisa all’interno della coppia, con la madre della ragazza che rinfaccia al padre le numerose infedeltà.
Alice, sola, è costretta ad affrontare quel suo corpo che si trasforma, sperimentando su di esso quelle che sono fantasie confuse. Con l’aiuto di Jim, un lavorante della segheria, andrà oltre, dopo un gioco quasi fanciullesco di sguardi e seduzione.

La bravissima Charlotte Alexandra è Alice
Catherine Breillat, regista del film e scrittrice del libro da cui il film stesso è tratto, dirige un’opera stilisticamente impeccabile, freddo, asettico. Mescolando sapientemente sogno e realtà, descrive la situazione ambigua di Alice senza mediazioni, mostrando il difficile percorso della ragazza sulla strada della comprensione di una sessualità che la ragazza stessa non capisce, preda com’è di un’educazione chiusa, che non ha insegnato alla stessa come affrontare i dubbi e le incertezze dell’adolescente.
I pregiudizi e l’attaccamento alle regole a cui Alice deve sottostare sono esposti lucidamente, analiticamente.Attraverso le sequenze del film la regista illustra il passaggio adolescenziale come una delle cause fondamentali per lo sviluppo di tabu che molto difficilmente potranno essere rimossi con la crescita. Un film sobrio, in cui l’erotismo in realtà è solo marginale; le esperienze di Alice, fatte o sognate sul proprio corpo, non hanno nulla di erotico per l’eventuale spettatore voyeur, ma sono chirurgiche, studiate come un complesso rituale di conoscenza che non è visivamente coinvolgente, ma, al contrario estraneante.
Merito anche di Charlotte Alexandra, che presta il suo volto e il suo corpo dando loro un’astrazione assoluta, che si potrebbe paragonare, in senso lato, all’interesse di un entomologo per un insetto o una farfalla. Un film che non ha nulla di coinvolgente, giocato com’è sulla fredda documentazione della vita di Alice, un’adolescente nella quale possono riconoscersi tante coetanee.
L’adolescente, un film di Catherine Breillat. Con Charlotte Alexandra, Hiram Keller, Rita Meiden, Bruno Balp, Georges Gueret
Titolo originale Une vraie jeune fille. Drammatico, durata 91 min. – Francia 1976-2000.
Charlotte Alexandra … Alice Bonnard
Hiram Keller … Pierre-Evariste Renard / ‘Jim’ / ‘Earthworm Jim’
Rita Maiden … La signora Bonnard
Bruno Balp … Il signor Bonnard
Georges Guéret … Martial
Shirley Stoler … Droghiere di Aupom

Regia: Catherine Breillat
Sceneggiatura:Catherine Breillat
Produzione: Guy Azzi,Pierre-Richard Muller,André Génovès
Musiche: Mort Shuman
Fotografia:Patrick Daert,Pierre Fattori
Montaggio:Annie Charrier,Michele Queyroy
Il profumo della signora in nero
Un regista pittore, una trama complessa, dark ma alo stesso tempo affascinante e misteriosa, un’attrice tra le più brave nel genere thriller, una colonna sonora sinuosa, lenta, affascinante e avvolgente, una fotografia che sembra presa di petto da tele espressioniste; mescoliamo tutto e avremo un risultato cinematografico di eccellenza, un’opera tra le più affascinanti e complesse del cinema degli anni settata.
La storia di Silvia, una giovane dottoressa in chimica, sospesa tra normalità e follia, in un complesso gioco di luci e ombre, dove è difficile capire cosa sia la realtà, se poi di realtà si può parlare, è un pretesto; il pretesto per affrontare, visivamente, un gioco di luci, di ombre, di penombre.
Barilli ha una concezione del cinema raffinata come una tela metafisica; ogni singolo fotogramma del film va analizzato e metabolizzato, inserito in un contesto globale che alla fine va rismontato, perchè porta a infinite vie, non a una soluzione univoca. Così, la trama portante, ovvero il trauma subito da Silvia, che ha assistito da piccola ad una torbida scena di sesso tra la mamma e il compagno, finisce per mescolarsi al complotto che sembra stringere come un laccio la ragazza, con quei volti che si sovrappongono; gli africani, la medium cieca, il vicino di casa che da ai suoi gatti da mangiare cibo con dentro un sito umano.

La causa scatenante del trauma di Silvia
Un complotto che però immaginiamo, ma del quale non abbiamo certezza; perchè la mente di Silvia vacilla, ondeggia, come quel volto di donna che ogni tanto appare, come un profumo che lo spettatore non può immaginare, perchè il cinema non ha una memoria olfattiva, ma che sembra aleggiare nei fotogrammi, quasi a rendersi tangibile.
Mimsy Farmer è Silvia, Lara Wendel è la bambina misteriosa
Cosa è reale e cosa no, in questo film? Forse è reale l’africano, che con tono serio dapprima e scherzoso alla fine, dice “Laggiù nel nostro paese esistono ancora alcune sette che ogni anno scelgono delle vittime a loro insaputa. Con fatture terribili e pratiche demoniache li portano alla follia…e alla morte. E’ una sfida alla morte, all’occulto, alle tenebre e la vittima morirà con un antico sacrificio. Occorre tempo… e pazienza… per entrare in un cervello. E’ una prova di forza mentale dell’uomo contro la sua debolezza. Ah ah ah ah! Le ho fatto paura? Stavo solo scherzando, signorina Silvia….”
Così come reale (forse) è il vecchio amante della mamma, che la segue fino alla vecchia casa dove abitava da bambina, che cerca di stuprarla, e che Silvia uccide con un colpo di sasso alla testa. Di reale ad un certo punto sembra esserci solo la follia che possiede come un demone, minuto dopo minuto, la fragile mente di Silvia, catapultandola attraverso esperienze, visioni, incontri, che sembrano frutto del sogno, o, specularmente della dimensione dell’incubo. Questa è solo una delle chiavi di lettura del film; ognuno può in effetti leggerci quello che crede, guardare ad esso come il semplice racconto della deriva della personalità della protagonista, oppure vederci un thriller un tantino elaborato e forse incomprensibile.
Ma nessuno può dire di restare deluso dall’accavallarsi delle immagini, costruite con arte e perizia, e rese scenograficamente con grande abilità e mestiere. semplicemente perfetta è Mimsy Farmer, grande attrice alle prese con un ruolo complicatissimo e di difficile resa. Compito svolto alla perfezione, perchè è proprio il personaggio di Silvia a creare inquietudine, sorpresa, sgomento. Un personaggio inafferrabile, perso in un mondo inaccessibile, siderale.
Un film bello, straordinariamente bello; i pochi ad averlo stroncato sono i soliti scribacchini che al cinema andavano a sorbirsi film cecoslovacchi con sottotitoli in coreano. Quelli, cioè, che dal cinema ricavano l’unica cosa che per loro conta davvero: uno stipendio. Un cenno agli attori, tutti in stato di grazia; l’enigmatico Mario Scaccia, il perfido e laido Orazio Orlando, la bella Carla Mancini, sempre ad alto livello nelle sue interpretazioni. E poi lei, la citata Farmer; non bella, ma magnetica e felina come poche altre.
Il profumo della signora in nero, un film di Francesco Barilli. Con Mario Scaccia, Mimsy Farmer, Maurizio Bonuglia, Orazio Orlando,Carla Mancini, Renata Zamengo, Nike Arrighi
Drammatico, durata 101 min. – Italia 1974.
Mimsy Farmer: Silvia
Renata Zamengo: sua madre
Maurizio Bonuglia: Roberto
Mario Scaccia: Rossetti
Orazio Orlando: Nicola
Carla Mancini: Elisabetta
Luigi Antonio Guerra: suo collega
Donna Jordan: Francesca
Lara Wendel (accreditata come Daniela Barnes: bimba
Margherita Horowitz (non accreditata): Signora Lovati
Regia Francesco Barilli
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Produttore Euro International Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Mario Masini
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Franco Velchi
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Notevole opera prima, pittoricamente impeccabile e capace di momenti finissimi (la Farmer che scrive con grafìa infantile fa venire i brividi): imperdibile. Bellissima la colonna sonora di Piovani. Il favoloso palazzo in cui abita la Farmer è a Roma, in Piazza Mincio. Questo di Barilli è uno dei film in cui il ruolo di Carla Mancini è visibilissimo.
Leggenda vuole che il soggetto di questo “gioiello” del brivido italiano nasca da una reale esperienza (sei mesi vissuti in Congo) del regista: esperienza maturata perché inizialmente Barilli fu scritturato per la sceneggiatura de Il paese del sesso selvaggio (poi diretto da Umberto Lenzi). Su commissione l’autore modificò l’idea iniziale basata su un soggetto “impegnato” a favore di un “dramma” ispirato a Rosemary’s Baby. Da segnalare la presenza del bravo caratterista Mario Scaccia. Ottimo.
Non solo è ossessionata da cupi ricordi dell’infanzia che si materializzano attorno a lei, ma c’è un qualche strano complotto che la circonda. Film inquietante, calato in un’atmosfera di mistero che la rivelazione finale genialmente accresce anziché sciogliere. Un mistero che avvolge ogni persona, ogni luogo e ogni oggetto, grazie a una notevole sensibilità registica che sa ben miscelare visioni, suoni, presenze (con un’efficace Mimsy Farmer ben spalleggiata dal resto del cast) in un malsano ritmo avvolgente. Un’ottima opera prima.
Elegante, raffinato thriller psicologico-cannibalico, debitore di Polanski (l’edifico e i condomini à la Rosemary’s Baby), ma anche creditore (il pre-finale, che precorre L’inquilino del terzo piano). La Farmer è protagonista nel ruolo che le riesce meglio, grazie al suo volto angelico-demoniaco e l’ottimo Scaccia è inquietante nella sua affabilità. La Farmer da piccola è interpretata da una biancovestita e “baviana” Lara Wendel.
Splendido thriller, di chiara matrice polanskiana, con venature horror e finale gustosamente grandguignolesco. Il film ha un ritmo che, sebbene non sia teso e frenetico, avvolge lentamente lo spettatore tessendo attorno a lui una ragnatela vischiosa da cui è impossibile liberarsi. Barilli è anche molto bravo nel creare un clima di crescente mistero attorno alla protagonista che, gradualmente accerchiata, sprofonderà sempre più in un baratro di orrore fino allo sconvolgente ed inaspettato finale. Una piccola perla da non mancare assolutamente.
Buon esordio cinematografico di Francesco Barilli, indubbiamente debitore verso Roman Polanski, che a suo tempo fu massacrato dalla critica ufficiale. Il ritmo lento non impedisce alla pellicola di creare un buon clima di tensione e l’interpretazione di Mimsy Farmer è degna di nota. Da segnalare la bellissima fotografia ad opera di Mario Masini. Purtroppo Barilli dopo questo film firmò solo Pensione paura per poi sparire praticamente dalla circolazione. Merita sicuramente almeno una visione.
Macabro e poetico. Barilli confeziona con cura un bell’horror-thriller molto psicologico, dove realtà e finzione si mescolano, senza rinunciare a momenti splatter (il finale da inserire negli annali tra i finali più inquietanti). Brava la Farmer, notevole anche Scaccia, parti molto più visibili del solito per i due CSC, la Mancini e Guerra. Da citare la scena nella casa abbandonata. Molto bello, buone musiche. Consigliato.
Ottimo film. La regia è straordinaria e riesce a creare un clima onirico e sottilmente angosciante, aiutata della bellissima fotografia. Peccato soltanto per la totale mancanza di ritmo, che spesso porta alla noia. Nell’ultimo quarto d’ora comunque siamo dalle parti del capolavoro. Bravissima Mimsy Farmer e ottima la colonna sonora. Da vedere sicuramente.
Un filo di tensione caratterizza la pellicola ma alla lunga è troppo labile per far veramente presa. Complice una direzione degli attori poco brillante (la stessa Farmer percorre l’intero film con poca convinzione). Barilli ha il merito di non sconfinare nell’effettaccio e tentare piuttosto una strada psicologica, ma lo fa senza graffiare e perdendosi su elementi poco credibili tipo la magia nera. Meritano invece le musiche di Piovani e la scelta degli ambienti. Polanski rimane lontano.
Interessante anche se con un leggerissimo velo di “fuffa” questo horror che di Argento non ha quasi nulla. Siamo, come tutti dicono, dalle parti di Polanski ma nessuno ricorda Repulsion, che c’entra molto con la paranoia della Farmer. Graficamente ad altissimi livelli, malinconico come pochi thriller italiani, grazie alle belle musiche di Piovani, in cui Morricone si fonde al suo stile placido e melanconico che troveremo in Moretti. Sì, la sceneggiatura è improbabile, ma il fascino c’è tutto e i tempi morti sono una marcia in più. Interessante, suggestivo.
Thriller psicologico molto lento quasi cadenzato e soprattutto angosciante, anche se non va mai a culminare nella paura vera e propria. La protagonista è azzeccata nel ruolo della donna fragile e repressa, tutto il cast di contorno invece non ha molta importanza, se non quando i nodi verranno al pettine. Sceneggiatura contorta, probabilmente va interpretata; finale spiazzante assolutamente non prevedibile.
Notevole horror, pesante e malsano, psicologico… anzi di più. La mente è vittima e cerca di difendersi fino alla fine dagli attacchi del male, sempre più ardito e diabolico nella sua azione. Le implicazioni sociali sono irrilevanti, mentre il contrasto tra il moderno vissuto e l’antico tenuto in sordina, ma pronto a manifestarsi a preparazione ultimata, è davvero ben esplicitato. Il finale è molto originale, lascia stupefatti e nega tutte le supposizioni elaborate durante la visione. Menzione speciale per Mimsy Farmer, specialissima per Jho Jhenkins.
Una Roma estiva, semideserta, uno splendido palazzo liberty al Coppedé, la bellezza diafana e ambigua di Mimsy Farmer, una storia di traumi sepolti, paranoia e vampirismo. Un po’ lento all’inizio, poi si rimane piacevolmente avvolti nell’annebbiamento dei confini tra passato e presente, tra realtà e incubo, tra persecutori e vittime… Echi polanskiani evidenti, ma declinati in maniera originale in un ottimo psico-thriller-horror.
Come esordio è senz’altro formidabile. La fotografia e i colori sono bellissimi. Il soggetto è sicuramente originale e distante dalle mode del periodo. Buone anche le interpretazioni. Eppure nell’insieme qualcosa non mi convince: la storia non appassiona, troppo cerebrale e poco credibile. Complessivamente risulta un po’ forzato, anche nella soluzione finale.
Sinistro e visionario (emblematica la citazione di Alice nel paese delle meraviglie), trova in inattese scene d’orrore il corrispettivo della sua morbosità psicologica. Penalizzato dal famoso confronto con Polanski, ma Barilli sembra averne pienamente personalizzato la poetica: tant’è che se i rimandi a Rosemary’s baby sono riconoscibilissimi, qui addirittura si anticipano alcune suggestioni de L’inquilino del terzo piano. Cast azzeccato, musiche stupende, set naturali: un film straordinario.
Protagonista è la meravigliosa Mimsy Farmer nei panni di Silvia Hacherman, una giovane donna fragile ed un poco paranoica ossessionata dal ricordo della madre, morta in circostanze che per buona parte del film appaiono misteriose. La narrazione sembra procedere con una certa lentezza, quasi alla Polanski, ma il finale dà un senso a questa scelta. L’elegantissima regia del poco prolifico Barilli, interpreti di contorno azzeccatissimi e una confezione di buon taglio fanno il resto.
Ottimo esordio alla regia per l’attore Francesco Barilli, che punta troppo in alto sbirciando su Rosemary’s Baby ma dimostrandosi comunque indubbiamente all’altezza. Buona la direzione del cast, con un ottimo e sornione Scaccia e una bravissima Farmer sanguinaria ma infantile al tempo stesso che compie un percorso psicologico interessante. Tanta la suspence, soddisfacenti le scene di sangue e letteralmente sbalorditiva la fotografia; peccato per la scarsa sceneggiatura. Uno dei migliori horror italiani. Voto: ****.
La prima volta che lo vidi ne rimasi scioccato, infino impietrito. Poi, rivedendolo, mi accorsi di come questo capolavoro acquistasse i toni di una terrificante fiaba nera (la Farmer e lei stessa bambina – Lara Vendel – che non a caso leggono Alice nel paese delle meraviglie). La Roma agostiana e disabitata, poi, aumenta l’angoscia. Credo che Barilli avesse in testa l’Images altmaniano arrivando, quasi, ad eguagliarlo. Il finale, poi, è qualcosa di veramente terrificante e scioccante. Uno dei migliori horror degli anni ’70, italiani e non.
Non può non rimandare per molti versi a Polanski questa pellicola eppure, nonostante il suo evidente debito verso tale regista, riesce ad acquistare una dimensione tutta sua grazie a una protagonista in parte (una discreta Mimsy Farmer), uno score musicale appropriato e atmosfere estremamente ambigue e sottilmente angosciose. La storia regge bene nonostante qualche pesantezza qua e là e il finale, per quanto enigmatico, sferra un colpo di frusta allo spettatore.
Opera prima di Barilli e del Maestro Nicola Piovani. Formidabile. Uno degli horror italiani più affascinanti di sempre, ben diretto e con una fotografia che per certi aspetti sembra anticipare le cromìe di Tovoli in Suspiria; in molti frangenti sembra di essere dentro un quadro… Angosciante, claustrofobico, malsano, inquietante. Il ritmo è lento e sinuoso come un serpente e aumenta d’intensità negli ultimi meravigliosi 20 minuti che conducono lo spettatore all’incubo di un finale raggelante e indimenticabile. Un film affascinante.
Affascinante nero gotico che vira presto nell’horror, in cui un racconto non nuovissimo, di complotti e vicini, diventa l’occasione per Barilli di un raffinato esercizio di stile, in cui più che l’orrore e la violenza conta la paura strisciante, l’angoscioso isolamento della protagonista coi suoi fantasmi, l’impossibilità – anche per lo spettatore – di conoscere il reale. E che culmina in 20′ finali d’antologia. Adeguata Mimsy Farmer.
Splendido e angosciante, claustrofobico, opprimente e pure esoterico. Un film che mi ha fatto venire spesso i brividi e che lascia l’amaro in bocca per un finale che, candidamente, ammetto di non capire. L’incubo e la malattia mentale dell’ottima Farmer escono fuori piano piano ma sono niente di fronte ai vicini e conoscenti che si dimostreranno ben più efferati di lei.
Maria Baxa

Sono in pochi a ricordare Maria Baxa, attrice nata nella ex Jugoslavia nel 1946, a Belgrado. Un’attrice che ha avuto un momento di notorietà negli anni a cavallo tra il 1971 e il 1979, con due brevi incursioni neli anni 80, quando ha girato gli ultimi due film della sua breve carriera.Sono 20 i film interpretati dalla bella e bionda attrice jugoslava, di cui 15 in Italia, nessuno di essi davvero memorabile. Il suo esordio avviene nel 1971 con una particina nel fil a episodi di Grimaldi Le belve, interpretato da un cast di rilievo, nel quale spiccano Lando Buzzanca, la Benussi e vecchie glorie come la Borboni, Claudio Gora e Tino Carrano.

Due fotogrammi tratti dal film Candido erotico
Nel film Maria Baxa è la moglie di Buzzanca nell’episodio Una bella famiglia, episodio brevissimo, uno sketch.Il fiilm successivo lo interpreta diretta da Vanzina, Steno; è Il terrore dagli occhi storti, debole commedia con protagonista principale Alighiero Noschese, in compagnia di un giovanissimo Enrico Montesano. Di un qualche rilievo, viceversa, è il film di Lizzani Torino nera,del 1972; in questo film la Baxa interpreta Nascarella, una prostituta che farà, assolutamente incolpevole, una brutta fine. Ancora nel 1972 lavora in Joe Valachi, i segreti di cosa nostra, film di Terence Young,con protagonisti Charles Bronson e Lino Ventura.

Con Monica Zanchi in Incontri molto ravvicinati del quarto tipo
Anche in questo caso il ruolo di Donna è solo una piccola parte. Boccaccio, la commedia del 1972 diretta da Bruno Corbucci, film più comico che erotico, è la prova successiva dell’attrice, che interpreta il ruolo di Tebalda. Lo stesso Corbucci la chiama per Il prode Anselmo e il suo scudiero, nuova prova del duo Montesano-Noschese, in cui è Fiammetta, preda ambita del truffaldino Anselmo.

Maria Baxa in Per amore di Poppea
Siamo nel pieno del boom delle commedie erotiche, ma curiosamente la Baxa viene chiamata in produzioni particolari, come quella diretta da Loris Pittoni, Un amore così fragile,così violento, film ispirato ad un romanzo scritto dallo stesso Pittoni. Poi, per tre anni, la Baxa non compare più sugli schermi; tornerà nel 1977 come protagonista del film di Laurenti Per amore di Poppea , nel ruolo della moglie di Nerone, un improbabile Oreste Lionello. La commedia, sgangherata, si segnala solo per le nudità della Baxa.
Torino nera
Nel 1977 arriva lo scabroso ruolo di Veronica, moglie viziosa di un altrettanto vizioso voyeur in Candido erotico, al fianco di Lilli Carati. Il film, diretto da Claudio Giorgi la spinge verso un cinema di nicchia, quello delle commedie erotiche; non fa eccezione il successivo Incontri molto ravvicinati del 4° tipo, autentico trash movie diretto da Gaiazzo, in cui la Baxa è Emmanuelle, una astronoma convinta che esistano forme umane su altri pianeti.
Maria Baxa in Boccaccio
In compagnia della sua domestica si concederà a tre umanoidi, che in realtà sono tre studenti che sfruttano la credulità della donna. E’ uno dei film più bislacchi dell’intera storia del cinema italiano, tanto da diventare autentico fenomeno di culto tra gli amanti del genere. Di altro livello è il successivo Il commissario Verrazzano, regia di Franco Prosperi, film del 1978. In questo film è Cora, cognata di una gallerista che sospetta una morte violenta del marito di Cora. Nel 1979 partecipa alla commedia a episodi Belli e brutti ridono tutti, diretta da Domenico Paolella, al fianco di Walter Chiari e Olga Karlatos.

Maria Baxa in Joe Valachi i segreti di cosa nostra

La Baxa in Il commissario Verrazzano
L’ultimo film degli anni settanta lo interpreta di nuovo sotto la direzione di Paolella; si tratta di Gardenia, il giustiziere della mala, decoroso gangster movie in cui è la donna di Gardenia, un gangster d’onore refrattario ai traffici di droga. Da quel momento la Baxa sparisce dagli schermi; tornerà per una breve parte nel film Russicum i giorni del diavolo di Squitieri, per poi lasciare il mondo del cinema.
Adatta a interpretare parti di contorno, la Baxa non ha mai avuto la grande occasione di recitare da prima donna, fatta eccezione per il modesto Per amore di Poppea. E’ rimasta, quindi, in ruoli secondari, pur essendo in possesso di una notevole bellezza e di non disprezzabili doti artistiche. Con la Loncar, comunque, rimane l’attrice più importante arrivata dai paesi balcanici nel priodo settanta- ottanta, anche se come già detto all’inizio, sono ben pochi a ricordarsi di lei.
Boccaccio
Le belve

Il prode Anselmo e il suo scudiero
Per amore di Poppea
Spogliamoci così senza pudor
Il terrore con gli occhi storti
Un amore cosi fragile,cosi violento
Russicum – I giorni del diavolo (1988)
Gardenia, il giustiziere della mala (1979)
Belli e brutti ridono tutti (1979)
Il commissario Verrazzano (1978
Incontri molto ravvicinati del quarto tipo (1978)
Candido erotico (1977)
Per amore di Poppea (1977)
Un amore così fragile, così violento (1973)
Il prode Anselmo e il suo scudiero (1972)
Boccaccio (1972)
Joe Valachi – I segreti di Cosa Nostra (Italy)
Torino nera (1972)
Il terrore con gli occhi storti (1972)
Le belve (1971)
Non violentate Jennifer
Jennifer, una bella giornalista e scrittrice, sceglie per poter scrivere in santa pace, di recarsi in un posto remoto dell’entroterra americano. Qui ha preso in fitto un magnifico villino che si affaccia su uno specchio d’acqua.Al suo arrivo conosce un meccanico che è contemporaneamente il gestore di una pompa di benzina, ma sembra essere una conoscenza temporanea, e la ragazza si insedia nel posto bucolico.
Ma la pace durerà poco; il gruppo locale di giovani,fra i quali c’è un giovane ritardato, dopo averla seguita, la violenta ripetutamente, dapprima nel bosco, e poi, non contenti, nella sua dimora. Sfuggita miracolosamente alle sevizie, piagata nel corpo e nell’animo, la ragazza si vendicherà atrocemente. Trama scarna, essenziale, per un film violentissimo e assolutamente anacronistico per l’epoca in cui venne girato, il 1978, sopratutto per il tema trattato, lo stupro di gruppo, e maggiormente per la sua scarna essenzialità.
Nel film manca un qualsiasi commento musicale, il cast è ridotto all’osso, e il contrasto tra il paesaggio ridente e tranquillo della campagna e la violenza cieca e brutale che si abbatterà dapprima sulla ragazza e in seguito sul branco appaiono come un uragano su un mare calmo come l’olio. La storia, anche se semplice, all’apparenza, diventa un lungo incamminarsi incontro all’orrore, in un crescendo di violenza raramente riportato con tanta crudezza sullo schermo.
Il tema dello stupro è amplificato da immagini forti, come la sodomizzazione a cui viene sottoposta la ragazza nel bosco, abbarbicata ad una roccia, mentre il branco segue divertito la scena. Non è l’unica immagine forte e disturbante del film; quando Jennifer viene violentata dal più ottuso del gruppo, il giovane fattorino ritardato, si capisce che il regista ha voluto colpire con forza mediante un impatto visivo senza mediazioni. Ed è esattamente quello che vediamo dopo la prima parte di studio, portata avanti con un ritmo volutamente lento, scarno. Lo spettatore non prova eccessiva simpatia per Jennifer perchè il personaggio non è approfondito, di lei non sappiamo nulla, sembra un’anonima figura portata di peso nella storia
Ma nel momento topico del film, la violenza, gli assurdi discorsi fatti dai giovani all’interno di un bar, in cui si mescolano terrificanti stereotipi sulle donne di città, provocatrici e adescatrici, diventano la chiave di lettura dei fatti successivi. C’è un’America bigotta e paesana, provinciale e oscurantista, che probabilmente esisteva in realtà, ad affiorare in tutta la sua insensatezza.
L’evirazione
Con il passare del tempo, assistendo alle sevizie portate ai danni della ragazza, si finisce per parteggiare con essa, si desidera davvero una sua vendetta, che puntualmente arriva. Le scene dell’evirazione del giovane meccanico, le successive uccisioni, feroci e truculente, del branco di lupi assassini, senza pietà e assolutamente privi di una morale sensata, appaiono quasi giustificati agli occhi dello spettatore, che tira un sospiro di sollevo assaporando con Jennifer l’amaro gusto della vendetta.
Non violentate Jennifer ha numerose incongruenze, cadute di ritmo, imperfezioni visive e narrative, oltre che problemi nell’interpretazione dei personaggi, che non appaiono particolarmente ferrati nella recitazione. Tuttavia è un calcio nello stomaco, bene assestato, forse ben aldilà dell’effettiva volontà di Meir Zarchi, il regista. Come già detto, il personaggio di Jennifer non è psicologicamente approfondito, appare privo di una sua identità; tuttavia va riconosciuta a Zarchi la necessità di mantenersi freddo e didascalico nel racconto, quasi il suo non fosse un film, ma un documentario sulla violenza sessuale, brutale e inconcepibile, pur essendo così diffusa, sopratutto oggi. Un film in chiaro oscuro, pur nella sua dignitosa capacità di sollevare il problema stupro; che indulge fatalmente, nella parte finale, su immagini choc, così come erano choc le immagini della violenza sessuale.
Non un qualsiasi film rape and revenge, quindi, ma una storia sulla quale meditare, anche a distanza di 30 anni dalla sua uscita sugli schermi. Un film che ebbe una vita travagliata, con sequestri e bandi in varie parti del mondo, ma che oggi è possibile rivedere; una cosa da fare, non tanto per rivalutare la pellicola, ma per guardare con occhio vigile a quella che sembra purtroppo essere una costante della società, l’incapacità di prendere esempio dagli errori per evitarne il ripetersi degli stessi.
Non violentate Jennifer,un film di Meir Zarchi. Con Camille Keaton, Eron Tabor, Richard Pace Drammatico, durata 93 min. – USA 1978
Camille Keaton: Jennifer Hills
Eron Tabor: Johnny
Richard Pace: Matthew Lucas
Anthony Nichols: Stanley
Gunter Kleemann: Andy
Alexis Magnotti: moglie di Johnny
Tammy Zarchi: figlia di Johnny
Terry Zarchi: figlio di Johnny
Traci Ferrante: cameriera
William Tasgal: facchino
Isaac Agami: macellaio
Ronit Haviv: ragazza del supermercato
Regia Meir Zarchi
Sceneggiatura Meir Zarchi
Produttore Meir Zarchi, Joseph Zbeda
Casa di produzione Cinemagic Pictures
Fotografia Nouri Haviv
Montaggio Spiro Carras (versione internazionale rieditata), Meir Zarchi
Effetti speciali Beriau Picard, William Tasgal
L’eredità Ferramonti

Irene, bellissima e avida figlia di un commerciante romano, ritiratosi in pensione, sposa Pippo Ferramonti, uno dei tre figli di Gregorio Ferramonti, ricco e avaro fornaio romano.La donna, tanto bella d’aspetto, quanto segretamente avida di denaro, ambiziosa e desiderosa di un ruolo sociale più rilevante, da subito si adopera per riportare la pace in famiglia tra il vecchio e testardo Gregorio e i suoi tre figli, il debole Pippo, suo marito, la sorella di Pippo, Teta, sposata ad uno scaltro funzionario statale ed infine l’ultimo figlio, il playboy di famiglia,Mario.

Gigi Proietti interpreta Pippo Ferramonti

Fabio Testi è Mario Ferramonti
Siamo sul finire dell’800, Roma è tutta un cantiere, perchè è la capitale del nuovo regno d’Italia, e Irene non si accontenta della posizione sociale che sta per raggiungere, grazie anche a Paolo, il marito di Teta, che con le sue conoscenze favorisce il cognato Pippo. Così cerca in tutti i modi di avvicinarsi al suocero, che tiene a distanza i figli, non avendo alcuna intenzione di lasciare il suo patrimonio ai tre.

Anthony Quinn è il vecchio Ferramonti
Poco alla volta, la donna, come un ragno, tesse la sua tela; dapprima irretisce il cognato Mario, poi mette in disparte il marito, che inizia a bere, e infine, installatasi a casa del maturo suocero, ne diviene l’amante. Alla morte del suocero, è proprio Irene ad essere nominata erede del vecchio; ma la donna non riuscirà a godersi il frutto della sua trama diabolica e della sua avidità. Mario, che si era davvero innamorato di lei, si uccide sparandosi un colpo di pistola e suo cognato Paolo, che la trascinerà in tribunale, riuscirà a spogliarla legalmente dell’eredità.
Dramma storico in costume diretto da Mauro Bolognini nel 1976, L’eredità Ferramonti è un film a tinte cupe, basato su una storia ricca di avidità, egoismo e tradimenti. I personaggi del film sono quasi tutti visti in luce negativa, a cominciare dal debole e pusillanime Pippo (Gigi Proietti),passando per il vecchio Ferramonti, il solito grande Anthony Quinn, e proseguendo con l’amorale e vizioso Mario, Fabio Testi, per finire con le due protagoniste femminili del film, l’arrivista Teta,
Adriana Asti è Teta Ferramonti
una brava Adriana asti e infine l’anima della storia, la cinica, amorale Irene, interpretata dalla bellissima Dominique Sanda. Sullo sfondo, si agita l’Italia dell’unificazione, con tutti i suoi traffici economici, con il bussiness della ricostruzione o meglio, della costruzione dell’identità nazionale, fatta di strade e scuole, uffici e palazzi, con il carico di corruzione che inevitabilmente portò con se.
Un film che riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori, pur nei limiti di una denuncia di un mondo, quello della piccola borghesia, che appare alle volte troppo forzato o caratterizzato da una visione eccessivamente di color cupo. Bolognini ricava comunque dal romanzo di Chelli un soggetto interessante, svolgendo il suo compito con la solita eleganza, coadiuvato dal cast citato che appare ben assortito e sopratutto in gardo di non caratterizzare troppo i personaggi.
Impeccabile la fotografia di Ennio Guarnieri, così come delicata e adatta appare la colonna sonora del solito Ennio Morricone.Un plauso in particolare per Dominique Sanda, dal volto angelico, che trasmette questa sua caratteristica al personaggio ambiguo e amorale di Irene , rendendo particolarmente credibile lo stesso.
L’eredità Ferramonti, un film di Mauro Bolognini. Con Fabio Testi, Adriana Asti, Anthony Quinn, Dominique Sanda, Paolo Bonacelli, Luigi Proietti, Harold Bradley, Rossana Di Lorenzo, Rossella Rusconi, Harald Bromley, Silvia Cerio, Maria Russo, Simone Santo
Drammatico, durata 118 min. – Italia 1976.

Gigi Proietti: Pippo Ferramonti
Anthony Quinn: Gregorio Ferramonti
Fabio Testi: Mario Ferramonti
Dominique Sanda: Irene Carelli Ferramonti
Adriana Asti: Teta Ferramonti Furlin
Paolo Bonacelli: Paolo Furlin

Regia Mauro Bolognini
Soggetto Gaetano Carlo Chelli (romanzo)
Sceneggiatura Sergio Bazzini, Roberto Bigazzi e Ugo Pirro
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Luigi Scaccianoce, Bruno Cesari
Costumi Gabriella Pescucci
Trucco Giuseppe Capogrosso, Massimo De Rossi
L’etrusco uccide ancora
Jason, archeologo americano, fa una scoperta importante mentre è in Umbria, nelle vicinanze di Spoleto: una tomba etrusca con un dipinto murario raffigurante Thuculcha, dio etrusco dell’oltretomba, mentre è in procinto di uccidere una giovane coppia. Contemporaneamente, nella vicina Spoleto, sta per iniziare il festival dei due mondi, in cui sono presenti dei conoscenti di Jason.
C’è Nikos Samarakis, direttore d’orchestra, la bella moglie Myra, (vecchia compagna di Jason ed ex amante), il figlio Igor e il coreografo Stephen. Poche ore dopo la scoperta della tomba, due giovani che erano intenti ad amoreggiare vengono uccisi ferocemente all’interno della stessa.
La presenza di un paio di scarpe di colore rosso, usate generalmente dalle ballerine, spinge l’incaricato delle indagini, il commissario Giuranna a sospettare dapprima del coreografo Stephen, e in seguito proprio di Jason. Ma un nuovo omicidio ingarbuglia ancora di più le indagini; a cadere questa volta sotto i colpi del misterioso assassino è Igor che si era appartato in una stalla con la fidanzata Giselle.
Il giovane, benchè ferito, riesce a sopravvivere, mentre la ragazza muore. Il commissario interroga il giovane, nella speranza di ricavare degli indizi utili alle indagini, ma Igor non è in grado di fornirli. A questo punto il maggior sospettato è proprio Jason, che in passato, durante una lite, aveva cercato di uccidere la sua ex amante Myra, attuale compagna dell’anziano direttore d’orchestra.
Ipotesi che si rivela infondata, nel momento esatto in cui il custode della necropoli e la sua giovane compagna vengono brutalmente assassinati. A risolvere il caso, apparentemente, arriva la morte di Nikos, che presenta però dei lati oscuri. Jason, infatti, non crede alla confessione lasciata dal direttore d’orchestra, e arriverà alla soluzione del caso,e ad identificare l’insospettabile colpevole.
L’etrusco uccide ancora, film del 1972 diretto da Armando Crispino, è un solido giallo, con elementi thriller, ben recitato e con poche lacune nella sceneggiatura; girato a poco più di un anno dal thriller di Argento L’uccello dalle piume di cristallo, appare come un giallo canonico senza glielementi splatter di molta produzione successiva. Ambientato in un’Umbria magnifica, in una Spoleto che appare arcana e misteriosa, il film si regge benissimo grazie anche alla sequenza logica degli avvenimenti, alla sottile opera psicologica che Crispino segue senza sbavature, assecondato anche da un cast di sicuro livello, con Alex Cord a interpretare Jason, l’archeologo ex alcolizzato, che appare tormentato dai fantasmi del passato e dalla relazione con Myra, una bella e brava Samantha Eggar, poco sfruttata, misteriosamente, dal cinema italiano.
Nel film appaiono anche, in ruoli minori, la caratterista Carla Mancini, Wendi D’Olive e il bravo e sfortunato Enzo Cerusico, in una parte minore, quella dell’assistente di Jason. Buona la scelta di utilizzare il requiem di Verdi nel momento topico del film, mentre se qualche appunto va mosso, riguarda il tentativo non riuscito di crispino di voler ad ogni costo creare suspence, mentre sarebbe stato meglio non calcare troppo la mano, lasciando alle immagini il compito di illustrare le varie fasi della storia.
In definitiva, comunque, siamo di fronte ad un buon prodotto, che ebbe un lusinghiero successo di pubblico, anche se limitato ad esso. I critici, infatti, mossero molti appunti ad una sceneggiatura vista come lacunosa, e alla recitazione che molti trovarono approssimativa.
L’etrusco uccide ancora, un film di Armando Crispino. Con John Marley, Enzo Cerusico, Alex Cord, Samantha Eggar,Enzo Tarascio, Nadia Tiller, Horst Frank, Daniela Surina, Mario Maranzana, Cinzia Bruno, Wendy D’Olive, Carla Mancini, Rodolfo Bigotti
Giallo, durata 105 min. – Italia 1972.
Alex Cord: Jason Porter
Samantha Eggar: Myra Shelton
John Marley: Nikos Samarakis
Nadja Tiller: Leni Samarakis
Enzo Tarascio: IL’ispettore Giuranna
Horst Frank: Stephen
Enzo Cerusico: Alberto
Carlo De Mejo: Igor Samarakis
Daniela Surina: Irene
Vladan Milasinovic: Otello
Christina von Blanc: Velia
Mario Maranzana: Sergente.Vitanza
Wendy D’Olive: Giselle
Pier Luigi D’Orazio: Minelli
Ivan Pavicevac: Poliziotto
Cinzia Bruno: Motociclista
Rodolfo Bigotti: Motociclista
Carla Mancini
Rosita Torosh
Alessandro Angeloni
Pietro Fumelli
Carla Brait: Danzatrice
Regia Armando Crispino
Soggetto Bryan Edgar Wallace
Sceneggiatura Lucio Battistrada, Armando Crispino e Lutz Eisholz
Produttore Artur Brauner
Casa di produzione Central Cinema Company Film
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Giantito Burchiellaro
Costumi Luca Sabatelli








































































































































































