Incontro d’amore-Bali
Strano destino quello di questo film: girato da Ugo Liberatore nel 1970 con il titolo emblematico di Bali, nel 1972 uscì nei cinema con il titolo di Incontro d’amore e ancora successivamente come Incontro d’amore a Bali.
Della stesura originale del 1971 restava l’impianto generale, ma al film vennero aggiunte sequenze iniziali dirette da Paolo Heusch, che in teoria dovevano servire per completare la trama, ma in realtà aggiunsero ben poco al film, se non l’elemento torbido rappresentato dalla presenza di alcune scene di nudo girate da Ilona Staller, con lo pseudonimo di Elena Mercury.

Scena presente solo nella seconda versione; Ilona Staller
La Staller in pratica prese il posto della Antonelli, che nella prima versione era la protagonista principale del film.
Il montaggio definitivo pur non snaturando il film, non aggiunse gran che al senso generale del film, limitandosi a proporre delle sequenze in cui viene in qualche modo esplicato il rapporto tra i due coniugi protagonisti del film.
La vicenda parte, nella versione definitiva, con l’omicidio da parte di Carlo di sua moglie Daria e il successivo arrivo della polizia; al commissario che chiede il perchè dell’assassinio, Carlo racconta la sua storia.
Lui e Glenn, scrittori, partono per l’isola di Bali dove Carlo si diletta in fotografia e con l’amico partecipa alla stesura di un libro.
Glenn, in profonda crisi spirituale, trova in un bramino conforto per la sua anima, nonostante le benevole prese in giro dell’amico.
Sull’isola arriva Daria, la splendida moglie di Carlo, che ben presto inizia a provare simpatia e qualcos’altro per il giovane tormentato. arrivando alla fine ad offrirsi fisicamente pur di distoglierlo dagli strani pensieri che il giovane ha.
Tutto inutile, perchè alla fine, con la morte del bramino, anche Glenn subirà la stessa sorte.
Ritornato a casa,Carlo ucciderà la moglie, sopraffatto dalla gelosia e si ucciderà davanti agli occhi esterrefatti del commissario tagliandosi la gola con un frammento di vetro.
John Steiner è Glenn
Incontro d’amore è un film che ha nell’ambientazione la sua parte migliore; lo splendido scenario dell’isola di Bali supplisce in qualche modo alla storia, francamente scontata e alla banalità dei dialoghi; il film è monotono, a tratti davvero noioso, non fosse per gli scenari intriganti che accompagnano la vicenda.
Così tra templi indù, lunghe pause e scenari esotici, si dipana la vicenda, fino al finale che ovviamente conosciamo tranne che per la parte che riguarda il suicidio di Carlo;
chi ha avuto modo di vedere la prima stesura del film, non resta ovviamente disorientato dal passaggio del personaggio di Daria dall’interpretazione della Staller a quella della Antonelli. Viceversa immagino cosa abbia provato lo spettatore non al corrente dello stratagemma.
Gli attori svolgono diligentemente il loro ruolo; assolutamente ingiudicabile la Staller, che resta in scena pochi minuti, ripresa in volto per pochi fotogrammi, bene la Antonelli, assolutamente splendida, mentre Steiner che interpreta Glenn cerca di dare una profondità spirituale al suo personaggio con alterne fortune. Viceversa Umberto Orsini se la cava dignitosamente.Il commissario è interpretato da un sobrio Ettore Manni, mentre le musiche sono ben costruite da Giorgio Gaslini.
Un film non memorabile di Ugo Liberatore, che veniva dal grande successo dell’altrettanto esotico Bora Bora; in questo caso, il fiasco al botteghino, si trasformò in una battuta d’arresto che vedrà la sua carriera in declino, con la parziale eccezione di Nero veneziano.
La pellicola è disponibile in un’ottima versione digitale di circa 700 mega,in italiano, ai seguenti link:
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Incontro d’amore – Bali un film di Ugo Liberatore, Paolo Heusch. Con Ettore Manni, Umberto Orsini, John Steiner, Laura Antonelli, Ilona Staller, Carla Mancini, Petra Pauly
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1970.
John Steiner … Glenn
Laura Antonelli … Daria
Umberto Orsini … Carlo
Petra Pauly … Brigitte
Johannes Schaaf … Bradford
Ettore Manni … Commissario di polizia
Lydiawati … Tillem
Regia:Paolo Heusch, Ugo Liberatore
Sceneggiatura:Fulvio Gicca Palli,Pier Giuseppe Murgia,Ottavio Alessi,Ugo Liberatore
Produzione:Eliseo Boschi,Luggi Waldleitner
Musiche:Giorgio Gaslini
Montaggio:Giancarlo Cappelli,Lisbeth Neumann
Fotografia:Roberto D’Ettorre Piazzoli,Angelo Lotti
Production Design :Marilù Carteny,Andrea Crisanti,Gianni Scolari
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Dopo aver girato lavori come Bora Bora (ambientato nell’oceano Pacifico) o Il sesso degli angeli (trama: tre belle ragazze su una barca nel mare – fine), non esattamente grandi successi di pubblico nè di critica, Ugo Liberatore insiste con i suoi scenari prediletti in questo Bali, noto anche come Incontro d’amore: bastava il primo titolo. Il secondo è melenso e fuorviante, perchè la parte romantica della trama è blanda e neppure troppo importante ai fini della storia, che di partenza vorrebbe essere un dramma, ma ben presto finisce per divenire una cartolina esotica abbastanza patinata con accenni di erotismo a base di personaggi dalle vaghissime velleità intellettuali. Il fatto che in pratica si stia parlando di due film, comunque, cambia poco la materia del discorso; due film, sì: uno è quello effettivamente diretto da Liberatore, l’altro è costituito dagli inserti posizionati qua e là da Paolo Heusch e girati in Italia, su richiesta della produzione pesantemente insoddisfatta dalla pellicola licenziata dal primo. Heusch conferisce così alla trama un tocco di poliziesco che a ben guardare non guasta; il problema è però che la sceneggiatura di Ottavio Alessi (unico accreditato sui titoli di testa) fa in ogni caso acqua da tutte le parti. Anche gli interpreti, pur non disprezzabili in sè, non convincono granchè, forse non convinti della bontà del prodotto loro per primi; si parla di John Steiner, Umberto Orsini, Laura Antonelli (strasplendida, poco da aggiungere) ed Ettore Manni; la cosa senza dubbio migliore nel complesso è l’ariosa colonna sonora firmata da Giorgio Gaslini. Liberatore girerà un altro paio di pellicole prima di desistere e tornare a ciò che sapeva meglio fare, cioè le sceneggiature
L’opinione del sito http://www.cinetecadicaino.blogspot.com
Incontro d’amore (Bali) si ricorda per un’ambientazione perfetta e una suggestiva fotografia, non certo per una sceneggiatura sfilacciata e zeppa di buchi, per una storia che presenta molte incongruenze, giustificate con grande fatica da Ottavio Alessi. La stupenda scenografia balinese supplisce alla pochezza del soggetto, monotono, montato con compassata lentezza, tra lunghi silenzi, scenari esotici, templi indù, riti magici, inutili passeggiate tra giungla e oceano. Tecnica di regia indonesiana molto suggestiva, a metà strada tra il reportage naturalistico e la fiction, grande uso dello zoom con particolari degli occhi in primissimo piano, come se fossimo in un western di Sergio Leone. Parte romana più anonima, a parte una bella panoramica della città eterna che scorre sui titoli di testa e le sequenze truci dopo le brevi parti erotiche. Il genere passa dal mondo movie all’esotico – erotico, senza soluzione di continuità, ma grazie alla parte romana contamina persino il thriller con elementi di horror metropolitano e suggestioni magiche.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Undying
Titolo ripescato dal dimenticatoio verso il 2000, sottoforma di VHS, dalla infaticabile Shendene & Moizzi (della quale i cultori del cinema italiano sentono la mancanza). In effetti, pur essendo fascinosa l’ambientazione esotica e piacevole la presenza di attori scafati (nonché aggraziati), si fa fatica a sopportare – per intero – lo sviluppo di un plot drammatico che sfiora, in più contesti, la noia generata dalla banalità di situazioni (e dialoghi) e da una trama confusa e poco chiara. Solo per appassionati del cinema “segreto” italiano.
Il Gobbo
Liberatore, dopo Bora Bora tenta il bis esotico-erotico, ma poco erotico e più mistico-intellettuale: fiasco. Allora il produttore Bini fa girare a Paolo Heusch un prologo e un epilogo, con Cicciolina a “controfigurare” (le virgolette hanno un perché non svelabile) la Antonelli, e rimonta il film di Liberatore. Insomma, caos totale, fra locations notevoli, pretenziosità, ma poco pelo: questa è la versione che circola, il director’s cut appare verosimilmente palloso, ma forse più intrigante… Citato in Io sono un autarchico!
Homesick
Esotico, mistico e piuttosto fiacco. Spiccano comunque la bellezza ancora pudica della Antonelli e quella più selvaggia della Pauly, oltre ad una bellissima Elena Mercury-Ilona Staller nelle scene aggiunte da Paolo Heusch. Orsini è sempre molto professionale e Steiner incarna con convinzione la figura dell’occidentale in crisi mistico-esistenziale. Sensualmente avvolgenti le musiche di Gaslini; suggestiva la cornice balinese.
Daidae
Stupenda ambientazione esotica e ottime scene erotiche (anche se è palese l’uso della controfigura nelle scene più spinte). Film non eccezionale ma che si può digerire benissimo (non aspettatevi però chissà cosa). Ripescato dopo anni di oblio e passato anche in tv regionale.
La notte dell’alta marea
Richard Butler è un maturo e affascinante direttore di un’agenzia pubblicitaria; don Giovanni impenitente, vive separato da sua moglie.
Un giorno casualmente incontra l’androgina Diana, enigmatica ragazza alla ricerca di un lavoro.
Richard, colpito dalla personalità magnetica della ragazza, le offre un lavoro, e contemporaneamente cerca di sedurla.
Ha inizio così un gioco delle parti, in cui il cacciatore, Richard, vede la sua preda sfuggirgli con ogni sotterfugio.
La ragazza inizia a fare il classico gioco del gatto con il topo, così Richard ormai preso nella trappola, si scopre attratto in maniera fatale dalla donna.
A sistemare il tutto arriverà una salutare trasferta in un’isola, dove i due separeranno le loro vite per sempre; Richard avrà alla fine una notte d’amore con la bella Diana, mentre la stessa convolerà a giuste nozze con un giovane.
Luigi Scattini elabora un romanzo di Todisco, Il corpo, e lo trasforma in un film, La Notte dell’Alta Marea, che purtroppo ha pochi pregi e tanti difetti.
Il principale è la scelta dei protagonisti, Anthony Steel e Annie Belle; come racconta il regista nel suo blog, luigiscattini.wordpress.com, i protagonisti principali dovevano essere Marcello Mastroianni e Dalila Di Lazzaro.
Venuti a mancare loro, per una serie di problemi, Scattini dovette accontentarsi di Steel e Annie Belle, con conseguenze irreparabili.
Se Steel appiattisce il personaggio di Richard attraverso una recitazione monocorde e a tratti irritante, la Belle fa di peggio, rendendo il personaggio di Diana gelido come un ghiacciolo consumato al Polo Nord.
Così, venuti a mancare i presupposti principali, ovvero la capacità degli attori di trasmettere un minimo di emozione, il film scorre senza alcun sussulto fino alla fine, appiattendosi in maniera totale.
Annie Belle
E a nulla valgono i tentativi del bravo Scattini di recuperare le cose attraverso la sua indubbia abilità nel presentare i paesaggi, che dovrebbero fare da contorno ad una storia di per se già vita e francamente poco attraente.
Così i paesaggi magici della Martinica, quelli splendidi del Canada, finiscono per essere l’unica attrattiva del film; a parte la colonna sonora di Timmy Thomas, autore della hit Why can’t we live together, scritturato per armonizzare il film e dargli un sottofondo esotico, non si riesce a trovare altro pregio nel film.
Pam Grier
Che, ripeto, naufraga per colpe non imputabili al regista, che fa del suo meglio; ma Steel è davvero impresentabile e la Belle, che non ha mai avuto nella recitazione il suo punto di forza, riesce ad essere attraente solo quando si spoglia.
Bene invece Pam Grier, all’epoca poco conosciuta e bene anche Giacomo Rossi Stuart, sempre professionale e inappuntabile.
Per questa storia ci sarebbe stato bisogno di un’attrice con una personalità magnetica, capace di sedurre e attrarre lo spettatore; viceversa la platinata attrice francese appare talmente monocorde da indurre la sonnolenza piuttosto che un risveglio dei sensi.
Scattini, che veniva dal controverso Blue nude e dal grande successo dei due film con la splendida Zeudi Araya, Il corpo e La ragazza dalla pelle di luna, chiude così in maniera anonima una carriera sicuramente dignitosa, in cui aveva messo in mostra qualità di rilievo.
La stessa Annie Belle si riciclerà in seguito nel cinema regionale, anche se non mancherà di apparire in alcune buone produzioni; Anthony Steel viceversa troverà un filone fertile nella tv, per la quale girerà delle fiction, fino alla sua morte avvenuta nel 2001 a Londra.
In definitiva un’occasione sprecata, visto che il tema trattato, affidato ad un cast di ben altro tipo, avrebbe ottenuto il risultato di attirare lo spettatore su una storia deja vu, certo, ma non priva di fascino.
La notte dell’alta marea, un film di Luigi Scattini. Con Anthony Steel, Annie Belle, Pam Grier, Hugo Pratt, Giacomo Rossi Stuart, Gerardo Amato
Drammatico, durata 90 min. – Italia, Canada 1977.
Anthony Steel … Richard Butler
Annie Belle … Diana
Hugo Pratt … Pierre
Pam Grier … Sandra
Giacomo Rossi-Stuart … Guida
Alain Montpetit … Fotografo
Gerardo Amato … Philip
La morte ha sorriso al suo assassino
Una donna, Greta von Holstein, mentre è su una carrozza, ha un incidente; la ragazza, sbalzata dall’interno, picchia il capo e subisce un trauma con relativa perdita di memoria.
Greta assomiglia in maniera incredibile ad una donna, sua omonima, che si è vista per un attimo ad inizio film; il suo volto appare su una lapide, davanti alla quale c’è un uomo che piange.
Soccorsa dai padroni di una villa, i coniugi Walter ed Eva von Ravensbrück,la ragazza viene ospitata nella villa, dove risiede il dottor Sturges, che la cura e ne resta turbato; l’uomo, che conduce misteriosi esperimenti sulla resurrezione, resta particolarmente colpito da un medaglione-amuleto che Greta porta al collo.

Greta si risveglia dopo l’incidente
Nel frattempo la venuta di Greta sembra alterare in qualche modo gli equilibri della casa e delle vite dei suoi abitanti; parallelamente iniziano ad accadere strane cose.
Una cameriera della villa decide di licenziarsi, e si allontana in fretta dalla stessa, ma viene raggiunta e barbaramente trucidata con una fucilata in pieno volto.
Tra i coniugi von Ravensbrück iniziano i primi problemi; sia Walter,sia Eva, si invaghiscono della bellissima e impenetrabile Greta.Il rapporto a tre prosegue per qualche tempo, fino a quando Eva, accortasi della relazione di Greta con Walter, spinta dalla gelosia, con un tranello porta la ragazza nei sotterranei della villa, dove la mura viva.
La scomparsa della ragazza allarma Walter, che tuttavia deve prendere atto della situazione, e nonostante l’arrivo della polizia, ben presto il tutto arriva ad una fase di stallo.

Gli esperimenti del dottor Sturges
Ma le sorprese stanno per iniziare:una sera nella villa Walter e Eva organizzano un ballo in maschera, durante il quale ecco apparire una donna che ha le stesse fattezze di Greta.
La quale insegue Eva e le mostra il suo volto che all’improvviso si trasforma in un orribile teschio; sconvolta, Eva si getta dal terrazzo della villa.
La morte arriva a colpire Walter, che viene ucciso e appeso come un animale squartato ai ganci della stalla, mentre il padre di Walter, che in realtà è il marito di Greta, viene lasciato morire rinchiuso in una tomba.

… e dell’assistente di Sturges
Muore anche un servitore della villa, ucciso a coltellate; il commissario che intanto indaga sulle misteriose sparizioni e sulle morti, rinviene l’amuleto e decide di farlo esaminare da uno studioso.
Quest’ultimo rivela che l’antico amuleto serviva agli inca come parte di un rituale atto a far resuscitare i morti.
Il commissario decide di far visita al fratello di Greta, che si stava occupando del caso; ma lo rinviene morto.L’uomo infatti è stato ucciso proprio da Greta che gli ha lanciato contro il volto un gatto.
La soluzione del rebus è singolare; Greta era morta di parto anni prima, ma suo fratello la aveva richiamata in vita proprio grazie all’amuleto; ma quando il commissario si reca a trovare Greta nella sua tomba, scopre che è vuota………..

…mette in atto le sue arti di seduzione nei confronti di Eva
La morte ha sorriso all’assassino, girato da Aristide Massaccesi con il suo vero nome, è un horror/thriller girato nel 1972; pasticciato, a tratti quasi indecifrabile, mostra cose egregie (la solita mano di Massaccesi, abile e scaltra) a soluzioni tirate per i capelli, quasi un espediente per allungare il brodo e renderlo digeribile.
Il che accade solo a tratti; se la trama horror ha una sua logica, la ha meno la sceneggiatura, spesso lacunosa e incomprensibile; tuttavia il regista, abilmente, ci mette il suo mestiere riuscendo a tirar fuori un prodotto finito se non degno di rilevanza quanto meno non infame.
Il cast raggiunge a mala pena la sufficienza, essendo male assortito; a disagio Luciano Rossi, Klaus Kinskj appare come un corpo estraneo. Un tantino meglio Eva Aulin, che sopperisce con la sua bellezza, strappando però a mala pena la sufficienza.
Un film decisamente in tono minore, arruffato, con pochi momenti brillanti, legati alle improvvise trasformazioni di Greta; il tutto condito da qualche blanda scena erotica con protagoniste la bella Aulin, che interpreta Greta e Angela Bo, che interpreta Eva.
Klaus Kinski
La morte ha sorriso all’assassino,un film di Aristide Massaccesi. Con Klaus Kinski, Ewa Aulin, Giacomo Rossi Stuart, Attilio Dottesio,Marco Mariani, Fernando Cerulli, Giorgio Dolfin, Carla Mancini, Angela Bo, Luciano Rossi
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

L’orrenda trasformazione di Greta
Ewa Aulin: Greta von Holstein
Klaus Kinski: dottor Sturges
Angela Bo: Eva von Ravensbrück
Sergio Doria: Walter von Ravensbrück
Attilio Dottesio: ispettore Dannick
Marco Mariani: Simeon
Luciano Rossi: Franz
Giacomo Rossi Stuart: dottor von Ravensbrück
Fernando Cerulli: professor Kempte
Pietro Torrisi: assistente muto del Dr. Sturges
D’Amato cava sangue dalle rape, ma sempre rape rimangono. Lento, per arrivare a metraggio decente, impreziosito da fotografia splendida (molte le inquadrature dal basso) e da carezzevoli musiche di Berto Pisano (forse si sente pure il flicorno). Molta eco da Poe. Un po’ buffa l’ambientazione teutonica in un’orgia di… pini marittimi. I migliori sono Kinski e Dottesio (doppiato da Cigoli). La Aulin è, come spesso avviene, talmente candida da sfociare nel perverso
Esordio (ufficiale) in regia per Massaccesi, dopo una lunghissima gavetta come tuttofare nell’ambiente del cinema, ed unico film siglato con il suo vero nome (a fronte di un incalcolabile numero di pseudonimi). Si tratta di un horror gotico, con momenti di violenza grafica molto forti per l’epoca, come un volto sfigurato da un coltello, un cadavere sbudellato e una fucilata in faccia. La trama piuttosto contorta e confusa non preclude al regista la possibilità di portare sullo schermo buone sequenze di tensione e di erotismo.
Mentre tecnicamente qua e là qualcosina funziona (ma giusto qualcosa), dal punto di vista narrativo le cose non funzionano assolutamente: la storia, infatti, è confusionaria e farraginosa ma soprattutto sconta un ritmo molto lento che nemmeno un finale a sorpresa, anche se non troppo, riesce a risollevare. Solo per i fan del regista e, forse, nemmeno loro apprezzeranno.
Interessante gotico pieno di enormi pregi, ma con qualche difetto non indifferente. Tra i pregi ricordiamo l’ottima regia, la bellissima fotografia, la notevolissima colonna sonora e il buon cast. Tra i difetti invece abbiamo una storia lenta e sconclusionata, che fatica moltissimo ad ingranare e che non riesce assolutamente ad appassionare. Non mancano le scene splatter, a tratti fin troppo esagerate. Il finale verrà ripreso da un horror americano di poco successivo.
Storia horroromantica, dove la bellissima Ewa Aulin seduce tutti, spettatore compreso, con la sua dolcezza carica di sensualità all’inverosimile. Atmosfera morbida e torbida allo stesso tempo, condita da uno splendido tema musicale, perfetto per questo prodotto. Certo, la sceneggiatura alcune volte barcolla, ma l’insieme gustoso degli splendidi costumi e della suggestiva ambientazione, compensa adeguatamente le mancanze. Lo ricordo davvero volentieri questo film, bella creatura dell’indimenticabile Aristide Massaccesi.
Nunsploitation, il cinema conventuale
Con il termine nunsploitation viene genericamente indicato il florido filone del cinema conventuale, spesso chiamato anche tonaca movie o filone conventuale, un genere cinematografico ambientato dietro le mura di conventi quasi esclusivamente popolati da badesse, novizie e suore, e molto più raramente tra le mura di monasteri maschili.
Difficile tracciare un punto di inizio di questo particolare genere cinematografico; viceversa è piuttosto facile indicarne il percorso che ne è seguito, e che ebbe la massima diffusione nel decennio settanta, a cavallo tra il 1972 e il 1979, con successive e rare ulteriori incursioni.Un cinema in cui le storie si assomigliavano un pò tutte, nella maggior parte presa di sana pianta dal medioevo o dal rinascimento, quando storicamente si ebbe la massima espansione dei conventi.
Accadeva, all’epoca, che le famiglie nobili, per non dotare le figlie femmine, scegliessero per le stesse le rassicuranti mura dei conventi, dove la stragrande maggioranza di esse finivano per consumare le proprie vite in un isolamento non voluto.

Il flano cinematografico di Le monache di Sant’Arcangelo
Le famiglie ricche trovavano così un rassicurante mezzo per evitare dispute sulle eredità; la stessa sorte accadeva spesso anche ai secondogeniti maschi, costretti ad entrare in ordini o religiosi oppure a scegliere la carriera militare per evitare di ritrovarsi senza alcun mezzo di sussistenza alla morte dei genitori.
Ma tutto questo ai registi interessava relativamente; il filone conventuale, infatti, si interessava principalmente delle storie delle ragazze rinchiuse nei conventi.

Evelyn Stewart (Ida Galli) in La badessa di Castro
Ovviamente, le ragazze chiuse contro la loro volontà in convento, nel fiore degli anni, proprio quando le prime pulsioni ormonali, i primi sentimenti d’amore iniziavano a sbocciare, divennero un mero pretesto per mostrare la vita all’interno degli stessi conventi in un’ottica più pruriginosa che storica.
Così nella stragrande maggioranza dei film si vedono badesse rese crudeli dalla frustrazione sfogare istinti repressi sulle novizie o sulle suore; che, dal canto loro, spesso hanno lasciato un amore fuori dalle mura, o più semplicemente avvertono gli irresistibili richiami della carne.

Scena tratta dal pluri censurato Interno di un convento, di Borowczyck
A questo va aggiunto un altro elemento storico modificato a discrezione dei registi su ovvia imposizione dei produttori, ovvero l’introduzione di espedienti come la tortura, in realtà usata meno frequentemente di quanto riportato da alcuni testi, per fermare l’eresia, la stregoneria ecc.
La stessa inquisizione, nata con i compiti specifici su citati, viene largamente usata come espediente per giustificare l’esposizione di corpi nudi, nella totalità femminili, che vengono martirizzati attraverso l’uso di strumenti come la corda, le tenaglie, il fuoco e altro.

Una splendida Fenech in La bella Antonia, prima monica e poi dimonia
Così il Malleus maleficarum entra nelle mura dei conventi, preti confessori e esorcisti, inquisitori e quant’altro diventano strumenti per piegare il corpo e l’anima delle suore e delle novizie, che, essendo donne, storicamente sono più facilmente aggredibili dai demoni della tentazione.
Discorso maschilista, come del resto era inevitabilmente maschilista la chiesa e le sue propaggini; ma questo è un discorso che con il cinema centra poco.

Magda Konopka in Cristiana monaca indemoniata
Parlavo, all’inizio, della suora contro convinzione, ovvero la novizia costretta a subire le scelte dei genitori.
Uno dei primi film a parlare di vite conventuali, condito anche da un pizzico di erotismo è La monaca di Monza, che si basa sulla vera storia di Virginia De Leyva, diretto nel 1969 da Eriprando Visconti, nipote del grande Luchino.
Nel film, la giovane badessa, reclusa contro la sua volontà, finisce per invaghirsi di Osio, un giovane che la stupra ma del quale lei si innamora.
La nascita di un figlio farà accorrere le autorità religiose.
Le parziali nudità della Heywood, la trama scabrosa, finiscono per dare rilevanza ad un film di modesta caratura e ad aprire timidamente la porta dei conventi alla macchina da presa, che da allora diventano sempre più curiose di mostrare una realtà, molto artefatta, basata su vite conventuali spesso al di là di ogni considerazione morale.

Nunsploitation nipponico: Il convento della bestia sacra
A dare un impulso decisivo è paradossalmente un film che di conventuale ha solo una parziale ambientazione; si tratta di I diavoli (The devils), un film politicamente scorretto girato da Ken Russell nel 1971; la storia di Grandier e Jeanne Des Anges, il primo accusato dalla seconda di aver portato il diavolo, con conseguente lascivia all’interno del convento di Loudun, apre o meglio spalanca le porte ad una degenerazione del filone.
Russell infatti, iconoclasta come nessun altro, mostra la cruda realtà del convento di suor Jeanne attraverso i vizi peccaminosi della badessa e delle altre sorelle.

Condannato per blasfemia: I diavoli di Ken Russell
Il risultato finale è un suggerimento che diviene ben presto un’occasione per modificare le storie stesse e renderle sempre più pruriginose.
Nel 1973 il regista spagnolo Jesus Franco gira Confessioni proibite di una monaca adolescente; una ragazza, Maria, sorpresa in compagnia di un ragazzo, viene portata da padre Vicente in un convento. Qui la ragazza scopre che dalla superiora all’ultima delle suore la parola d’ordine è amoralità e sesso.

Una rara inquadratura tratta da La monaca di Monza, eccessi, misfatti, delitti
La ragazza tenta la fuga, ma viene catturata e condannata al rogo; non fosse per l’intervento di un inquisitore non scamperebbe al suo tragico destino.
Il film è ovviamente molto esplicito, ma di buon livello; da esso prende ispirazione Le Monache di Sant’Arcangelo di Domenico Paolella, girato nello stesso anno.

La vera storia della Monaca di Monza
La storia vede protagonista Don Carlos, che ha una relazione peccaminosa con Giulia di Mondragone, che a sua volta ha una relazione lesbica con una suora. Il nobile ribaldo si incapriccia di una novizia, che sarà costretta a cedere alle sue voglie, ma che otterrà la libertà dai voti una volta che scoppierà lo scandalo all’interno del convento. Lo stesso Paolella, visto il discreto riscontro di pubblico, gira nello stesso anno Storia di una monaca di clausura , usando Eleonora Giorgi in loco della Muti, protagonista del film precedente. Questa volta è la giovane attrice a subire le angherie del solito convento, uscendone però pulita e con l’aureola della santa.

Boccaccio in convento nel film Leva lo diavolo tuo da lo mio convento
Altro film conventuale, questa volta con ambientazione medioevale è Flavia la monaca musulmana, storia di una donna ancora una volta costretta a farsi monaca contro la sua volontà che avrà rapporti con i saraceni che invasero Otranto, finendo in maniera orribile i suoi giorni, ovvero spellata viva.
Il film di Mingozzi, non scevro da una certa eleganza, è decisamente osè sia per le numerose scene di sesso, sia per l’ambientazione giudicata blasfema; furono molte le traversie del film stesso una volta uscito sugli schermi.
L’uscita di Decameron di Pasolini ebbe ovviamente un’importanza capitale sullo sviluppo e la diffusione del filone;
anche se l’opera del grande scrittore e regista era ambientata parzialmente in convento, con intenti chiaramente socio-politici, venne sfruttato per le sue peculiarità, sopratutto nella parte che mostra le poco ortodosse sorelle del convento alle prese con un giovane che si finge sordo muto e che finirà per dover soddisfare sessualmente l’intera comunità di suore, badessa inclusa.
Molti film del filone decamerotico, infatti, verranno ambientati in convento, tra frati gaudenti, intenti a lasciar assoluzioni dietro penitenza del bacio del cordone, fra diavoli levati e messi “ne lo convento” et similia.

Spazio alla tortura nel film Confessioni proibite di una monaca adolescente
Tra questi sottoprodotti, girati in economia, con trame pecorecce e alle volte ridicole, spiccano titoli come Leva lo diavolo tuo da lo mio convento o Metti lo diavolo tuo ne lo mio convento, La bella Antonia, prima monica e poi dimonia, uno dei più riusciti, grazie anche alla splendida e conturbante bellezza di Edwige Fenech,Le calde notti del Decameron di Gian Paolo Callegari, Confessioni segrete d’un convento di clausura dell’ineffabile Batzella, Cristiana la monaca indemoniata di Sergio Bergonzelli,
che coniuga tutti gli stilemi del genere, ovvero sesso in convento, nudità, demonio ecc, Fratello homo, Sorella bona (Nel Boccaccio superproibito) di Mario Sequi, I racconti romani di una ex novizia di Pino Tosini, Riti, magie nere e segrete orge nel Trecento di Polselli, assolutamente trash e imperdibile per gli amanti dei film indecorosi, Donne e magia con satanasso in compagnia di Roberto Bianchi Montero, E continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno di Bitto Albertini.

La coppia Giorgi-Spaak in Storia di una monaca di clausura
Questi sono solo alcuni dei titoli che affollarono i cartelloni pubblicitari della fertile stagione a cavallo tra il 1971 e 1975, epoca di massimo fulgore sia dei decamerotici sia del filone conventuale.
Che spesso si intrecciavano, con una caratteristica peculiare che distingueva il decamerotico dal nunsploitation tout corut; nel primo caso, infatti, i film anche se hanno una vocazione libertina e godereccia, non hanno alcuna ambizione artistica, ma solamente comica e di divertissement. Nel secondo caso c’è una certa quantità di pretestuosità e passatemi il bisticcio di parole.

Anne Heywood in La monaca di Monza
Infatti ci sono film che si elevano anche sulla generale mediocrità del filone; è il caso di Interno di un convento, di Borowczyck, opera raffinata e fondamentalmente anticlericale i tutte le sue sequenze.
In questo film, uno dei più crudi e sessualmente espliciti, l’erotismo è una trave portante, visto anche come espressione dei sensi delle novizie rinchiuse in un convento, costrette a fare i conti con una sessualità inespressa e tuttavia insopprimibile.

L’ottimo Flavia, la monaca musulmana
Un film italiano di discreto livello è La badessa di Castro di Armando Crispino, storia di una badessa fatta tale al solito con la forza che sfoga la sua repressione anche sessuale sia sulle monache sia intrecciando una relazione proibita con un vescovo.
Il filone andò progressivamente perdendo forza, e le cause sono note, ovvero la crisi del cinema, la sempre maggior diffusione di pellicole hard, che tolsero l’arma di punta della morbosità a molti generi di nicchia.

Le scomunicate di San Valentino
Ogni tanto arriva qualche pellicola conventuale, di ben altro spessore rispetto alle origini; è il caso di Magdalene film del 2002 scritto e diretto da Peter Mullan, che affronta la difficile tematica degli abusi subiti da orfane, da donne considerate perse ricoverate nelle case Magdalene. Un atto d’accusa durissimo, per un film tra i più validi dell’ultimo decennio, ma che appartiene a questo genere solo perchè tratta di religiose, di frustrazione, di sadismo.

Eva Grimaldi in La monaca del peccato
Il genere nunsploitation non ha prodotto capolavori, com’era scritto già in partenza; troppo preponderante l’elemento erotico per poter pensare di ricavarne pellicole di valore.
Tuttavia resta come fenomeno di costume, e quà e la in alcuni film emerge una carica trasgressiva che avrebbe potuto essere sfruttata meglio.
Monica Zanchi
Monica Zanchi è nata in Svizzera, nel cantone di Berna, presumibilmente dopo il 1955; di lei mancano completamente dati biografici, per cui la sua vita pre cinematografica e il suo approccio al cinema stesso restano un mistero. In rete manca il minimo dettaglio biografico, per cui della bionda Monica si può parlare esclusivamente attraverso le 12 pellicole interpretate, nessuna tra l’altro memorabile, se si esclude il misconosciuto L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, il film di Alberto Cavallone più importante che abbia girato.

Monica Zanchi in L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio
Il suo esordio cinematografico avvenne con L’occhio dietro la parete di Giuliano Petrelli nel 1977, in un ruolo minore in un film decisamente brutto e inconsistente nonostante il cast di buon livello presente nel film; la storia dell’anziano paralitico che spia la figlia durante i suoi incontri erotici è decadente e fuori contesto, visto che ormai siamo nella parte declinante del decennio settanta.
La Zanchi appare in un ruolo subalterno rispetto alla protagonista, Olga Bisera, la scialba protagonista con Fernando Rey e John Philipp Law di questo film che di memorabile non ha davvero nulla.
Un esordio che comunque convinse Cavallone a scritturare la Zanchi nel suo citato L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, diretto nel 1977 in cui la bionda attrice svizzera ha un ruolo importante, quello di una prostituta che si muove in un ambiente surreale, la provincia italiana, ricettacolo di debolezze, di pubbliche virtù ma sopratutto di vizi privati.

Monica Zanchi in due scene tratte da Emanuelle e gli ultimi cannibali
La buona prova fornita, la spregiudicatezza con cui Monica interpreta il ruolo della prostituta convincono Giuseppe Vari, nello stesso anno, ad affidarle il ruolo di Monica, giovane e spregiudicata ragazza figlia di un commendatore lombardo nel suo Suor Emanuelle, al fianco di una svogliata Laura Gemser, molto a disagio senza il suo mentore Joe D’Amato.
Il film è sicuramente di bassa qualità, ma la Zanchi si fa notare, anche se principalmente per la sua disponibilità a interpretare ruoli scabrosi; se Suor Emanuelle non può certo essere ricordato per il suo contenuto artistico, praticamente inesistente, rimane nella memoria dello spettatore proprio per la capacità della Zanchi di esprimere con un certa abilità il personaggio di Monica, ragazza un tantino ninfomane, con indubbio talento.

Monica Zanchi con Maria Baxa in Incontri ravvicinati del quarto tipo
Emanuelle e gli ultimi cannibali di Joe D’Amato è il passo successivo; Massaccesi scrittura il tandem Zanchi-Gemser, oltre all’immancabile marito di quest’ultima, Tinti, per un film molto forte sulle avventure della fotoreporter di colore, questa volta impegnata tra i cannibali dell’Amazzonia. La Zanchi interpreta il ruolo di Isabelle, aggregata ad una coppia di cercatori di diamanti, che farà una brutta fine. Nel film Isabella/Monica si salverà da una fine atroce grazie proprio ad Emanuelle, che con uno stratagemma la salverà dai cannibali, dopo che la ragazza è stata violentata da tutta la tribù.

L’uomo, la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio
Ancora una volta il suo è un ruolo molto scabroso, che la vede protagonista in una parte che prevede numerose scene di nudo; l’attrice se la cava dignitosamente, anche se va ricordato ancora una volta il livello qualitativo della pellicola.
Il quinto film del 1977, l’anno più importante della sua carriera la vede come co-protagonista di Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile, un thriller assolutamente atipico nella produzione del regista; la Zanchi vi appare in una parte brevissima, in un film che ha come vera star Corinne Clery.
Nel 1978 ecco arrivare un film memorabile, ma nell’eccezione negativa del termine; si tratta dello sguaiato, incredibilmente trash Incontri molto ravvicinati del quarto tipo di Mario Gariazzo, in cui Monica è la domestica di un’astronoma fissata con gli alieni, che finirà per avere un incontro ravvicinato, naturalmente di tipo erotico, con tre buontemponi che faranno la festa alle due ingenue (ingenue?) donne.
Naturalmente si tratta di un mero espediente per mostrare nude le due protagoniste del film, la Zanchi e Maria Baxa; il film, un prodotto a bassissimo budget oggi è ricordato dalla nutrita schiera dei fans del cinema di serie z, ovvero i cultori del trash più spinto.

Un altro fotogramma tratto da Suor Emanuelle
Nel 1978 eccola sul set di Porco mondo di Sergio Bergonzelli, un thriller anomalo connotato di erotismo, che ha una sua dignità nella denuncia dello squallido sottobosco che gravita intorno alla politica; nel film la Zanchi recita accanto a Karin Well, ad Alida Valli,Arthur Kennedy,Barbara Rey e William Berger. E’ una produzione con un buon budget, ma che finirà per diventare l’ennesimo titolo circolante in due versioni, una edulcorata per il mercato nazionale ed una con inserti scabrosi per quella internazionale.
Sempre nel 1978 partecipa a quello che può definirsi l’ultimo film di rilievo che interpreta; si tratta di I peccati di una monaca – La novizia, diretto da Jaime Jesus Balcazar, che in origine si intitolava Ines de Villalonga 1870. Il film, un nunsploitation del filone conventuale, la vede protagonista nei panni di Ines, una nobile finita in convento che si illuderà di trovare l’amore in un giovane che è fratello di una sua consorella, ma che ritornerà mestamente in convento.
Il film passa inosservato così la Zanchi, dopo una piccola parte nello splendido Caro papà di Dino Risi, accanto al grande Gassman, ruolo in cui non viene nemmeno accreditata, dopo Action, il delirante affresco di Tinto Brass in cui ancora una volta ha una piccola parte, scompare quasi del tutto dallo schermo.
Ricomparirà in due piccoli ruoli in Sogni erotici di Cleopatra di Rino Di Silvestro e in Giorni felici a Clichy (Jours tranquilles à Clichy) di Claude Chabrol, uno dei film meno riusciti del grande regista francese per poi eclissarsi del tutto e scomparire dalla scena.
Da allora della Zanchi nessuno ha avuto più notizie, in modo tale che oggi solo i nostalgici di certo cinema degli anni ruggenti del cinema erotico hanno memoria di lei.
Attrice comprimaria, la Zanchi non ha trovato molto spazio nel cinema anche perchè ha esordito nel momento peggiore in assoluto per le ambizioni che probabilmente nutriva; il cinema di fine anni settanta era inesorabilmente in declino, e lo mostrano le partecipazioni della stessa attrice a film che è anche riduttivo definire di nicchia.
Sorte toccata a molte altre starlette, incapaci per propria colpa o per colpa altrui.
Incontri ravvicinati del quarto tipo
Due fotogrammi tratti da Ines De Villalonga
L’occhio dietro la parete
Sogni erotici di Cleopatra
L’occhio dietro la parete di Giuliano Petrelli (1977)
Spell (dolce mattatoio) di Alberto Cavallone (1977)
Suor Emanuelle di Giuseppe Vari (1977)
Emanuelle e gli ultimi cannibali di Joe D’Amato (1977)
Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile (1977)
Incontri molto ravvicinati del quarto tipo di Mario Gariazzo (1978)
Porco mondo di Sergio Bergonzelli (1978)
II peccati di una monaca – La novizia (Aka Inés de Villalonga 1870) di Jaime Jesús Balcázar (1979)
Caro papà di Dino Risi (1979)
Action di Tinto Brass (1980)
Sogni erotici di Cleopatra di Rino Di Silvestro (1985)
Giorni felici a Clichy (Jours tranquilles à Clichy) di Claude Chabrol (1990)
Il cinema a mollo- le dive nude sotto la doccia

Uno degli espedienti più usati in campo cinematografico per attrarre spettatori è l’utilizzo del nudo; come abbiamo già visto in un precedente articolo, molti registi hanno scelto in passato e ancora oggi, in misura minore, di mostrare le attrici protagoniste dei loro film senza veli.
C’è un posto deputato, in particolare, al nudo integrale; un posto dove ovviamente si è nudi , in cui è possibile mostrare il corpo dell’attrice in tutto il suo splendore.
Questo posto è il bagno, luogo deputato per eccellenza all’igiene intima.
Un posto che stimola adeguatamente i sensi dello spettatore, che viola un’intimità artefatta, perchè ricreata per finzione, ma che ottiene in fondo il risultato di tirar fuori il voyeur che alberga in ognuno di noi.

Eleonora Giorgi in Suggestionata
L’espediente della doccia, del bagno nella vasca hanno origini antiche nel cinema; ma se fino alla metà degli anni sessanta le attrici venivano riprese al massimo attraverso i vetri opachi di pudiche cabine o mentre facevano casti bagni in specchi d’acqua, al mare o in qualsiasi posto che prevedesse l’uso dell’acqua, dopo la seconda metà dello stesso decennio l’utilizzo di questo espediente andò man mano intensificandosi, raggiungendo l’apice con l’avvento della commedia sexy, in concomitanza anche con l’allentamento dei rigori censori.

Laura Gemser e Ely Galleani in Emanuelle nera orient reportage
Così ben presto le attrici mostrarono dapprima timidamente il seno, per poi arrivare al nudo integrale, di prammatica sotto la doccia o in una vasca; del resto, chi si sognerebbe mai di lavarsi integralmente con addosso indumenti intimi o altro?
Agli inizi le scene di nudo sotto la doccia furono funzionali al film, nel senso che le scene venivano inserite in un contesto che giustificava la loro presenza, come nel caso di Nude si muore, film del 1968 diretto da Margheriti; all’interno del film compare una sequenza in cui una delle studentesse viene aggredita e uccisa proprio mentre è intenta a farsi una doccia.La scena è molto castigata, in quanto il regista riprende l’attrice solo di schiena e parzialmente di lato.
Ma è un inizio importante, perchè viene sfatato il tabu del nudo ripreso in un momento di intimità.
Poichè la commedia sexy è ancora lontana nel tempo, i film di fine anni sessanta mostrano qualche timido segnale di apertura sopratutto in pellicole drammatiche, thriller, horror e comiche.
E’ curioso pensare che in effetti è proprio il cinema drammatico ad inserire per primo l’espediente del nudo “acquatico”; a far scuola era stato naturalmente Hitchcok, che nel film Psyco aveva girato la scena di nudo sotto la doccia più famosa di sempre, protagonista Marion alias Janet Leight uccisa da Norman Bates proprio mentre è indifesa, occupata a lavarsi.Il cinema di stampo thriller o giallo utilizza spesso questo tipo di situazioni; spesso le vittime, quasi sempre donne, vengono uccise nella vasca da bagno, o mentre sono sotto la doccia perchè sono più vulnerabili.
Funziona la sorpresa, così come funziona l’elemento dell’impossibilità a difendersi.
Alle volte ci sono anche scene abbastanza paradossali, con la vittima minacciata dall’assassino di turno che tenta, in uno strano quanto improbabile tentativo di difesa del proprio pudore, di coprirsi le parti nude, quasi che il pudore avesse il sopravvento anche sull’istinto di conservazione.

La doccia di Ilona Staller in Bali, incontro d’amore
Se negli anni sessanta questo tipo di situazioni restano sporadiche o comunque limitate a poche pellicole, con l’avvento degli anni settanta si assiste ad una crescita vertiginosa dei nudi “acquatici”, a sequenze ambientate nel luogo tabù per eccellenza, la toilette.
Lenzi, in Paranoia, fa spogliare la diva Baker; è ancora una volta un giallo, ma ben presto l’uso della macchina da presa verrà esteso a tutti gli altri generi.
In La calata dei barbari, peplum di buon livello diretto da Robert Siodmak a mostrarsi parzialmente nude in una vasca da bagno sono Sylva Koscina e Honor Blacman, l’attrice che aveva lavorato in 007 Goldfinger; è un altro tabù che cade, ben presto il nudo in vasca o sotto la doccia arriverà anche in altri generi cinematografici, come il western.
La nascita della commedia sexy e contemporaneamente del filone dei decamerotici portano ovviamente ad una sovra esposizione di docce, bagni e quant’altro.
In particolare il filone decamerotico mostra insospettabili qualità igieniche dei nostri antenati del 300; le donne sono impegnatissime a bagnarsi in stagni e specchi d’acqua, oppure in tinozze di legno o in vasche marmoree.
Anche i film mutuati dai peplum, quindi con ambientazioni in epoca romana, fanno largo uso del nudo “acquatico”; in per amore di Poppea il bagno è in una piscina colma di latte, mentre in Quel gran pezzo dell’Ubalda la Schubert si lava in una tinozza dalle doghe di legno.
Le dive e le starlette si adeguano ben presto alle richieste dei registi, e fra loro spicca Edwige Fenech, quella che un critico sarcastico definì l’attrice più pulita dello schermo, visto l’utilizzo metodico della ripresa sotto la doccia della bellissima attrice.
La Fenech si lava nel filone parentale, come nel Vizio di famiglia o in Grazie nonna, in Mia nipote la vergine oppure nel filone dei thriller all’italiana, come Lo strano vizio della signora Wardh e in Nude per l’assassino.
Bagno in tinozza per Karin Schubert in Quel gran pezzo della Ubalda
Quando in seguito la commedia sexy virerà verso il filone soldatesse, poliziotte dottoresse, la Fenech sarà ancora presente, con il suo splendido corpo inquadrato maliziosamente dal regista di turno, come in La vergine il toro e il capricorno; ma ovviamente non mancano altre attrici riprese in scene acquatico/igieniche.
Gloria Guida sarà utilizzata nello stesso modo, sia che partecipi alla serie dei film scolatici, sia a quelli della commedia sexy; si parli di La liceale, o di L’affittacamere, la doccia per la Guida è quasi un trademark; la presenza della bella e bionda attrice significa con quasi assoluta certezza la presenza di una scena acquatica.
Susan Scott in Orgasmo nero
Altre bellissime attrici scelgono di apparire in costume adamitico in film che presentano questo genere di situazioni; tra loro vanno citate la Baker, che fece il bis in Paranoia e in altri film, la Cassini,Susan Scott, che accettò di comparire nuda sotto la doccia anche in età abbastanza avanzata, come mostra in Orgasmo nero.
Poi ancora la Strindberg, Laura Antonelli, più nelle vasche da bagno o in tinozza, come nel film Mio dio come sono caduta in basso, Femi Benussi, altra attrice prodiga di nudi acquatici, sia che partecipasse a decamerotici, oppure a thriller quand’anche a film ambientati nell’epoca romana.In Cuore di mamma troviamo Carla Gravina, poi ci saranno Monica Guerritore, Lori Del Santo, Carmen Russo, la Rizzoli ecc.
In pratica in moltissimi film in bagno ci si va per lavarsi e di conseguenza per mostrare la diva di turno senza veli; in bagno ci si muore, come già ricordato, che si tratti di Cosa avete fatto a Solange o in Nude per l’assassino, ci si va anche a piangere, come la Giorgi in Nudo di donna, oppure ci si fa l’amore, situazione scabrosa in cui il regista è costretto a fare i salti mortali per non inquadrare i genitali maschili.
Oppure ci si fa dei discorsi impegnativi, come nel caso della sequenza che vede protagoniste Charlotte Rampling, vestitissima e con la sigaretta in mano e Agostina Belli, immersa nell’acqua nel film Un taxi color malva.
Ci si mangia, in vasca, mentre sotto la doccia ci si lava e basta; in vasca si muore anche per colpa di un’omicida scaltro, come in Roma bene, oppure per disgrazia, come accade a Sabina Ciuffini in Oh mia bella matrigna.

Martine Brochard in Gatti rossi in un labirinto di vetri

Olga Karlatos in Zombie 3
Insomma, la toilette allarga le sue porte alla macchina da presa, che indugia, spesso morbosamente, su corpi cosparsi di bagno schiuma, oppure lavati metodicamente con il sapone; le attrici hanno la cuffia alle volte, per non bagnare i capelli non solo per motivazioni personali.
Spesso, dopo la doccia l’attrice deve uscire, e non si può certo aspettare che faccia la sua toilette per intero, così come lavarsi i capelli provoca il rallentamento del film; molte pellicole avevano budget limitatissimi, e perdere tempo significava far levitare i costi della pellicola stessa.

Monica Guerritore in Strana la vita
L’orgia visiva delle docce durò fino a quando durò l’exploit della commedia sexy; inevitabilmente, sul finire degli anni settanta, con la crisi del cinema il fenomeno andò attenuandosi, pur rimanendo presente in molte pellicole.
Venne fatto un utilizzo più razionale dello stesso; non più docce e bagni a gogo, ma inserite in contesti più consoni, ovvero in situazioni in cui le scene fossero attigue al film, che avessero un minimo di significato per l’economia della pellicola.
Mariangela Melato in Oggetti smarriti
Il tutto in un’ottica anche di profondo cambiamento del cinema stesso; la presenza sul mercato di migliaia di pellicole hard svuotò di qualsiasi significato la doccia come espediente.
In alcune pellicole comparvero nudi maschili, in seguito amplessi anche descritti con dovizia di particolari, mentre alcuni film varcavano il confine divenuto nel frattempo labilissimo tra cinema erotico e pornografico.
In questo modo divennero obsolete le docce, con il loro carico erotico pervaso però di un certo candore.
In Vestito per uccidere Angie Dickinson appare in una celebre sequenza di autoerotismo; non era una novità, ma la mano di De Palma crea un’atmosfera morbosa, che farà scuola.
Nadia Cassini in L’assistente sociale tutto pepe
Finito il periodo d’oro della doccia, del bagno e della nudità ad essa ispirata, si ritorna all’antico, quasi che nel cinema ci sia bisogno di qualche altra frontiera per catturare l’interesse dello spettatore aldilà del fascino che questa o quella pellicola può provocare e indurre.
Ma questo, al solito, è un altro discorso.

Femi Benussi nel rarissimo La collegiale

Rosa fumetto in La vedova del trullo

Janet Agren in L’onorevole con l’amante sotto il letto
Nadia Cassini in Tutta da scoprire
Annamaria Rizzoli in Scusi,lei è normale?
Doccia di gruppo in Prigione di donne
Edwige Fenech in Lo strano vizio della signora Wardh
Ancora la Fenech in L’insegnante va in collegio…
… e in La vergine,il toro e il capricorno
Annamaria Rizzoli in La ripetente fa l’occhietto al preside
Beba Loncar in La ragazza dalla pelle di luna
Io e Caterina
Felicity
Enigma rosso
Mariangela Melato in Dimenticare Venezia
Dagmar Lassander in Classe mista
Jenny Agutter in Amore piombo e furore
Lucrezia Love in Un sussurro nel buio
L’impero dei sensi (Ecco l’impero dei sensi)
Amore e morte, Eros e Thanatos in salsa nipponica, con Eros gran protagonista e Thanatos in attesa paziente.
Il succo, l’essenza di questa opera di Nagisa Oshima è in sintesi questa; un racconto tratto da una storia vera, portato sullo schermo attraverso una visione teatrale della vicenda, con i tempi e i ritmi tipici del cinema orientale.
Nulla è risparmiato nel film, l’Eros è rappresentato in maniera visiva senza alcuna barriera, attraverso il rapporto che si instaura tra i due protagonisti, visti nei loro ossessivi, compulsivi accoppiamenti in ogni luogo e davanti a tutto, quasi che Abe e Kichi san, lei e lui, siano un universo parallelo a se stante, immersi nella quotidianità reale solo perchè non è possibile un’astrazione da essa.
Un rito ripetuto all’infinito, quello dell’accoppiamento, il sesso visto come comunicazione, come spazio intimo a se stante, che estranea i due amanti e li trasporta nel vortice, nell’impero dei sensi, prima del drammatico finale.
La storia di Abe, una ragazza con un oscuro passato di prostituzione, si mescola a quella di Kichi san, un ricco albergatore sposato con una donna sensuale; dal momento in cui Abe arriva a servizio della coppia, cambia tutto nelle vite dei protagonisti, anche se la percezione che lo spettatore ha della vicenda in realtà riguarda solo la fortissima attrazione sessuale che si stabilisce sin dall’inizio come un trait d’union tra la coppia.
Abe e Kichi scelgono di isolarsi dal mondo, per esplorare fino in fondo i loro sensi attraverso l’uso più completo dei corpi, involucri utilizzati e spinti fino al punto più estremo; Abe porta il suo amante in un alberghetto dove ripete all’infinito il gesto dell’accoppiamento, ritornando a prostituirsi con un vecchio magistrato quando i mezzi di sussistenza iniziano a mancare. L’Impero dei sensi, come recita il titolo giapponese, richiede anche questo, un estraneamento dal rapporto di coppia inteso come unione anche di anime. Per il sesso si può tradire il partner con il corpo, perchè tutto deve essere finalizzato al possesso completo dell’amante. Anche Kichi tradisce Abe per sesso, quando prende con la forza una vecchia geisha.
Ma anche questo gesto estremo fa parte del rituale che unisce i due; in un vortice continuo, inteso però solo come rappresentazione figurata della cosa, visto che i tempi sono dilatati in maniera abnorme, Abe e Kichi consumano ritualmente i loro accoppiamenti fino a quando i sensi non sono più appagati dal sesso consueto.
Così Abe, che vuole essere padrona in tutto del corpo e dell’essenza stessa dell’amante, durante un rapporto sessuale finisce per strangolare il suo amante; poi, in maniera rituale, lo evira e mette il membro virile di Kichi in una borsetta e con la massima indifferenza va a sdraiarsi nuda in un parco.
L’impero dei sensi è opera oggettivamente di grande qualità visiva ma non solo; Oshima non indugia sul sesso estremo per ragioni voyeuristiche , bensi per dare l’esatta dimensione del paradossale rapporto che si instaura nella coppia, un rapporto in cui la morbosità è solo apparente. I due si impadroniscono dei corpi unendo le anime, anche se la carnalità sembrerebbe escludere un senso di affetto profondo tra Abe e Kichi.
Ma l’unione dei corpi ad un certo punto sembra trascendere tutto, trasformandosi in una idealizzazione del rapporto stesso.
Ma se i sensi sono predominanti, quanto resta dell’amore, del complesso meccanismo che regola l’affinità e i sentimenti di coppia?
Oshima non lo dice.
Il taglio teatrale, documentaristico quasi della vicenda porta lo spettatore a scegliere una morale, ammesso che una morale ci sia, che appaghi il senso di compiutezza che ricava dal film stesso.
I dialoghi sono scarni, essenziali, la musica orientale soffusa, gli scenari tipici delle case giapponesi, le geishe, le donne che assistono con risatine di sufficienza all’exploit erotico dei due, il mendicante a cui Abe pratica una masturbazione sommaria, la vecchia geisha con le gambe piene di vene varicose, sono elementi che in teoria potrebbero disturbare lo spettatore poco avvezzo ad una rappresentazione talmente esplicita del sesso e in definitiva di una cultura cosi differente dalla nostra.
Ma in Oshima non c’è alcun compiacimento, non c’è alcun tentativo di modificare la realtà: la storia è quella, visivamente deve riportare tutto, quasi fosse la descrizione della vita sessuale di una coppia qualsiasi di capre, o per restare in ambito animale, di conigli.
Attenzione, però: gli accoppiamenti, il sesso, sono funzionali alle storie dei due protagonisti.
Il sesso è il tramite, è il mezzo, è il fine, ma è anche un’esasperazione della solitudine dell’uomo.
Attraverso di esso possiamo illuderci di controllare la persona amata, o anche la persona bramata.
L’impero dei sensi, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel 1976 ebbe immediatamente vita tormentata; il film venne pesantemente censurato e circolò pertanto in una versione sforbiciata di almeno una ventina di minuti. Venne eliminata la scena della fellatio, che tra l’altro era costata tanto a Oshima in termini di ricerca di un’attrice che fosse brava artisticamente e che accettasse un ruolo cosi scabroso, in cui i rapporti sessuali non erano simulati ma reali.
La trovò in Eiko Matsuda, che rivelò un sorprendente talento drammatico;la scena più difficile del film, la fellatio con eiaculazione praticata a Tatsuya Fuji, impassibile mentre fuma una sigaretta, è una sequenza che risulta talmente fredda da non lasciare nessun spazio alla morbosità.
In definitiva, un film simbolo di un cinema elegante, quasi algido nella sua rarefazione linguistica, in cui ci si trova immersi in una vicenda che riesce a essere appassionante e non didascalica: il finale, con Abe che non riesce più a essere appagata dal suo ormai stanco amante, sembra inviarci verso una soluzione amara della vicenda.
Anche l’erotismo deve arrendersi, trovando come unica alternativa di proseguimento la fine fisica.
Ecco l’impero dei sensi, un film di Nagisa Oshima. Con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Taiji Tonoyama, Aoi Nakajima, Meika Seri Titolo originale Ai no Corrida – L’Empire des sens. Drammatico, durata 120 (104) min. – Giappone, Francia 1976.
Eiko Matsuda: Sada Abe
Tatsuya Fuji: Kichizo Ishida
Taiji Tonoyama: vecchio mendicante
Akiko Koyama: geisha
Kanae Kobayashi: vecchia geisha
Kyoji Kokonoe: vecchio professore
Melka Seri: serva
Kazue Tomiyama: governante
Regia: Nagisa Oshima
Sceneggiatura: Nagisa Oshima
Produttore: Anatole Dauman
Produttore esecutivo: Kôji Wakamatsu
Casa di produzione: Argos Films
Fotografia: Hideo Itoh
Montaggio: Patrick Sauvion e Keiichi Uraoka
Musiche: Minoru Miki
Scenografia: Jusho Toda
Costumi: Masahiro Katô e Jusho Toda
Con tre anni di ritardo e dopo molti andirivieni in censura arriva sugli schermi italiani il film di Oshima che inaugurando la Quinzaine des réalisateurs fu lo scandalo di Cannes nel maggio 1976. La non attrice Eiko Matsuda e l’attore Tatsuyo Fuji, lei nella parte di una cameriera, lui nella parte del padrone dell’albergo, fanno all’amore per quasi due ore con visibile trasporto reciproco e secondo varianti nevroticamente fantasiose. Al Festival impressionò moltissimo il finale della giostra amorosa, in cui la giapponesina strangola il partner e gli taglia gli attributi, così da tenerli sempre con sé; ma forse fece ancora più effetto la scena vagamente surreale in cui l’uomo introduce un’ uovo sodo nella vagina della donna che poi provvede a espellerlo accucciandosi come una gallina. In realtà la vicenda dei due amanti folli è notissima in Giappone, tant’è vero che un altro regista, Noboru Tanaka, ha preceduto Oshima nel film Abesada – L’abisso dei sensi (1974), non così scadente da non reggere il confronto. Se Tanaka, ricorrendo a cinegiornali d’epoca, sottolineava in maniera più insistita la cornice storica del fattaccio cercando di spremerne un significato, Oshima esaspera il più privato dei rapporti privati in un cerimoniale delirante, attraversato dal sentimento della distruzione fisica, della vecchiaia e della morte. Benché in tutto il mondo L’impero dei sensi sia finito nei cinema dalle luci rosse, confuso tra i prodotti della bassa pornografia, il film è tutt’altro che compiacente verso la platea, anzi piuttosto spietato. Oshima è un immoralista confesso che nasconde dietro le sue provocazioni e i suoi furori una risentita carica di moralità.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori
Il film insegna poco o niente ai disinformati, qualche sbadiglio ci scarpa (il troppo stroppiando), e le femministe hanno ragione d. arrabbiarsi per la misoginia di Oshima, che non avrebbe potuto esprimere meglio la sua paura della donna castratrice. E tuttavia il film è, fra i “porno d’autore”, uno dei memorabili. La sua compostezza formale è la spia d’uno stile che sublimando il melodrammatico e il romantico del tema nell’estasi della carne trae molto partito dall’eleganza delle immagini fotografate da HideIto e dall’essenzialità della messinscena. Se non sapessimo che il film è anche il frutto di una speculazione commerciale favorita dalla legge francese che liberalizzò la pornografia, si potrebbe dire che Oshima rapisce l’osceno nel cielo del mistico. Nonostante i frequenti primi piani degli strumenti sessuali in perenne funzione (miracoli della tecnologia nipponica) e dei volti grondanti esotica lascivia, gli elementi figurativi sono comunque di grande castità. E nell’aria che circola si respira la tradizione dell’erotismo orientale, compreso qualche tocco di ironia che lo sdrammatizza, combinata con la moda culturale del sadomasochismo. Ennesimo ma strenuo ricamo sul motivo “amore e morte”, subito imparentato al solito Bataille (e Pieyre De Mandiargues paragona la spulzellatissima Sada addirittura a Giovanna d’Arco), Ecco L’impero dei sensi è insomma meno indecente di quanto l’hanno reso i suoi censori. Mentre conferma che anche un regista di grande talento è costretto ad arrendersi alle smanie del mercato sperando di salvarsi l’anima con la purezza del linguaggio e col fare della sua eroina un simbolo dell’opposizione al militarismo dominante ieri e oggi in Giappone, serve allo spettatore adulto un’immagine cruda ma stilisticamente molto coerente della passione distruttiva, vissuta da una donna la cui vocazione è il cannibalismo e da un uomo per il quale l’adulterio è l’amore della tomba.
Non c’era bisogno di Oshima per sapere che nella sessualità c’è una componente funeraria. Il suo film rappresenta però col massimo di rigore, impastando Artaud alla carta di riso, l’assolutezza macabra di un rapporto che, a porte chiuse, debellate la ragione, la morale e la storia (ma non la polemica sociale, se Sada è una serva che mangia il padrone), si compie nella sacralità del rito corporale. La cultura spiritualista occidentale si inalbera, e si sente incoraggiata a diffidare della sessualità – sicché per certi aspetti Oshima è il più cattolico degli erotomani – ma al “cinéphjle” bene educato la tragedia offre più d’un orgasmo visivo. Dando a Sade quanto è di Sada.
Giovanni Grazzini, Da Il Corriere della Sera, 6 aprile 1979

Film ad alto tasso di erotismo (che a tratti sfocia nell’hard puro senza però mai avere la volgarità che solitamente appartiene al genere) in cui il maestro giapponese Oshima si occupa, con classe e stile, dell’intreccio tra Eros e Tanatos. Da un punto di vista formale inappuntabile mentre è meno solido da un punto di vista narrativo sotto il quale non aggiunge nulla di nuovo sul tema. In ogni caso decisamente apprezzabile e meritevole di essere visto.
Tra i migliori film erotici mai realizzati. Abbastanza lento e lineare, ma ossessivo, affascinante e molto coerente nello sviluppo dei rapporti tra i personaggi. Regia, fotografia e recitazione sono di livelli altissimi, e le musiche, anche se non sono particolarmente memorabili, risultano in perfetta sintonia con il clima del film. Non mancano alcune scene molto forti, ma sono tutte realizzate con grande intelligenza. Da non perdere.
Un “porno d’autore” che la critica ha elevato al rango di opera di livello. In realtà la protagonista è l’unica attrice degna mentre per cosa fa ed esprime lui bastava un simil-Siffredi. La scenografia è bella ma claustrofobica, le musiche (punto di forza di diversi film orientali) piatte. Situazioni e dialoghi interessanti ma ripetitivi mentre abbondano posizioni e amplessi (mai volgari, ma un paio di partner l’erotomane se le poteva risparmiare) che poco aggiungono all’attrazione morbosa dei due protagonisti.





























































































































































































































