L Word
The L word è stata una delle serie più amate dagli spettatori televisivi americani, la cui onda lunga è arrivata anche in Italia, raggiungendo punte record per un serial televisivo basato su una tematica forte come l’omosessualità femminile.
Il serial non parla solo di questo, affrontando tematiche disparate, comunque legate intimamente fra loro; dai rapporti spesso difficoltosi tra donne dello stesso sesso, divise da cultura, religione colore della pelle e abitudini, classe sociale, alle prese con le difficoltà di relazionarsi con un mondo in cui l’omosessualità è spesso vista con sospetto fino alle difficoltà di ordine quotidiano, come la vita in comune, la difficoltà estrema di adottare un bambino, l’inseminazione artificiale e altro.

La relazione centrale del serial, quella tra Tina e Bette

La drammatica operazione subita da Dana Fairbanks
Un serial che per la prima volta ha affrontato, senza mediazioni, il tema del lesbismo con un linguaggio crudo, con immagini spesso forti, anche se va detto mai aldilà del lecito.
In L word si intrecciano le storie di un gruppo di donne, man mano sempre più ampio grazie anche al travolgente successo della prima serie televisiva, trasmessa negli Usa nel 2004; il serial, basato sulla sceneggiatura di Ilene Chaiken, Guinevere Turner e Rose Troche ha avuto 6 stagioni consecutive di episodi strettamente legati l’uno all’altro, in cui il comune denominatore nasce attorno ai tavoli del Planet, il bar in cui un gruppo di amiche si ritrova per parlare di tutto, dalla propria sessualità alle esperienze sentimentali spesso fallimentari di ognuna di loro.
Donne alle prese con la carriera ma anche con l’amore, come quello storico che unisce due delle protagoniste più importanti ovvero Bette Porter (Jennifer Beals) e Tina Kennard (Laurel Holloman); la relazione tra la bionda Tina e la colored Bette fa da sfondo a tutte le altre vicende ed è quella sicuramente più importante anche per le implicazioni che comporta nella tempestosa unione tra le due.
Bette è omosessuale da sempre, mentre Tina ha avuto in passato relazioni con uomini, prima di approdare al rapporto con Bette. Ed è fra loro due che sorgono i problemi più importanti, legati alla carriera di Bette, insegnante e artista e quella troncata all’inizio di Tina, che si dedica anima e corpo alla gestione della casa dapprima e in seguito alla figlia Angelica
nata grazie all’inseminazione artificiale, che in seguito lascerà la sua storica partner per tornare ad un più tradizionale legame eterosessuale, coronato anche dalla sua realizzazione professionale nel campo del cinema.
Accanto a loro si muovono una pletora di figure, le più impotanti delle quali sono Jenny Schecter,(Mia Kirshner) ex eterosessuale che proprio al Planet viene iniziata agli amori omosessuali dalla conturbante Marina Ferrer (Karina Lombard), personaggio estremamente antipatico che ha creato negli spettatori autentici partiti pro e contro la sua figura, giudicata da alcuni opportunista e cinica da altri debole e bisognosa di affetto.
In questo universo si muovono anche figure come quella di Shane McCutcheon (Katherine Moennig), la divoratrice di donne, resa ambiguamente indecifrabile dalla bravissima Katherine Moennig, che veste nello sceneggiato con abiti mascolini, beve e fuma e seduce tutto quello che le capita attorno e he sarà l’unica ad arrivare sulle soglie dell’altare, prima di fuggire a gambe levate da quella che le sembrerà una prigione.
Proprio la gran varietà di personaggi presentati dal serial costituisce il valore aggiunto dello stesso, perchè lo spettatore segue con interesse le vicende del gruppo di conne che costituiscono una comunità a parte, con i loro problemi e i loro desideri, le loro voglie irrealizzate e i loro piccoli trionfi.
Così assistiamo alle vicende di Alice Pieszecki (Leisha Hailey), simpatica e disinvolta speaker radiofonica, che tiene una sua rubrica a tematica lesbica su una radio della città alle prese con svariati amori, il più importante dei quali sarà quello che nascerà tra lei e Dana Fairbanks (Erin Daniels), campionessa di tennis che morirà tra le sue braccia in seguito ad un cancro al seno.
Vediamo scorrere sul video le immagini della storia d’amore tra Kit Porter (Pam Grier) sorella di Bette, assolutamente eterossessuale e un giovane con il quale avrà una relazione tempestosa, con l’aggiunta i personaggi stravaganti, come l’androgino Moira in bilico tra la sua sessualità maschile imprigionata in un corpo femminile.
Accanto a loro storie di persone mature, come quella di Phyllis Kroll (Cybill Shepherd), direttrice di una scuola che dopo un lungo matrimonio si scoprirà attratta dalle donne, in particolare dalla volubile Alice.
Sicuramente gran parte del successo del serial è legato al cast scritturato per esso, che include anche diverse guest star arruolate in alcune puntate con lo specifico scopo di aumentare l’audience.
Tra di esse ci sono Rosanne Arquette,Simone Bailly, Kristianna Loken, Elodei Bouchez, Patricia Velásquez, che integrano il cast delle note Beals, Pam Grier e Cybill Shepherd; un cast che sembra girare all’unisono, dando spessore e coralità alla produzione, che non appare mai ripetitiva nonostante le sei stagioni in cui lo sceneggiato è andato in onda
Altri punti forti del serial sono, come detto, le storie dei vari personaggi; anche se la differenza culturale tra Usa e Italia si avverte in maniera pesante in alcuni dettagli, tutto sommato per lo spettatore non americano è facile identificarsi nei vari personaggi, pur essendo essi contraddistinti da una sessualità “diversa”;
l’amore è amore, anche tra persone dello stesso sesso, per cui alla fine si riesce a dimenticare l’omosessualità vivendo le storie dei protagonisti come storie di persone ordinarie.
Storie di gelosia e amore, di fedeltà e tradimenti, fatte di gesti eorici e di meschinità.
Uno specchio deformabile e applicabile a qualsiasi realtà quindi, non solo a quella omosessuale.
Jennifer Beals – Bette Porter
Laurel Holloman – Tina Kennard
Mia Kirshner – Jenny Schecter
Pam Grier – Kit Porter
Katherine Moennig – Shane McCutcheon
Leisha Hailey – Alice Pieszecki
Erin Daniels (Seasons 1—3) – Dana Fairbanks
Eric Mabius (Season 1) – Tim Hapsel
Karina Lombard (Season 1) – Marina Ferrer
Rachel Shelley (Season 2—6) – Helena Peabody
Sarah Shahi (Seasons 2—3) – Carmen de la Pica Morales
Daniela Sea (Season 3—6) – Moira/Max Sweeney
Dallas Roberts (Season 3—4) – Angus Partridge
Cybill Shepherd (Season 4—6) – Phyllis Kroll
Marlee Matlin (Season 4—6) – Jodi Lerner
Janina Gavankar (Season 4) – Eva “Papi” Torres
Rose Rollins (Season 4—6) – Tasha Williams
Malaya Rivera Drew (Season 5—6) – Adele Channing
Kate French (Season 5-6) – Niki Stevens
Elizabeth Keener (Season 5—6) – Dawn Denbo
Clementine Ford (Season 5—6) – Molly Kroll
1. Episodio pilota
2. Let’s do it
3. Longing
4. Lies lies lies
5. Lawfully
6. Losing it
7. L’ennui
8. Listen up
9. Luck, next time
10. Liberally
11. Looking back
12. Locked up
13. Limb from limb
Seconda stagione
1. Life, loss, leaving
2. Lap dance
3. Loneliest number
4. Lynch pin
5. Labyrinth
6. Lagrimas de oro
7. Luminous
8. Loyal
9. Late, later, latent
10. Land ahoy
11. Loud and proud
12. L’chaim
13. Lacuna
Terza stagione
1. Labia majora
2. Lost weekend
3. Lobsters
4. Light my fire
5. Lifeline
6. Lifesize
7. Lone star
8. Latecomer
9. Lead, follow, or get out of the way
10. Losing the light
11. Last dance (era “Lest we forget”)
12. Left hand of the Goddess
Quarta stagione
1. Legend in the making
2. Livin la vida loca
3. Lassoed
4. Layup
5. Lezgirls
6. Luck be a lady
7. Lesson number one
8. Lexington & concord
9. Lacy lilting lyrics
10. Little boy blue
11. Literary license to kill
12. Long time coming
Quinta stagione
1. LGB Tease
2. Look Out, Here They Come!
3. Lady of the Lake
4. Let’s Get This Party Started
5. Lookin’ At You Kid
6. Lights! Camera! Action!
7. Lesbians Gone Wild
8. Lay Down The Law
9. Liquid Heat
10. Lifecycle
11. Lunar Cycle
12. Loyal and True
Sesta stagione
1. Long night’s journey into day
2. Least likely
3. LMFAO
4. Leaving Los Angeles
5. Litmus test
6. Lactose intolerant
7. Last couple standing
8. Last word
La word chart
Jennifer Beals & Laurel Holloman
Jennifer Beals & Marlee Matlin
Katherine Moenning & Linda Boyd
Katherine Moenning & Rosanna Arquette
Cristina Boraschi: Bette Porter (stagione1)
Emanuela Rossi: Bette Porter (stagioni 2-6)
Rossella Acerbo: Jenny Schecter
Eleonora De Angelis: Tina Kennard
Laura Lenghi: Shane McCutcheon
Tiziana Avarista: Dana Fairbanks
Claudia Pittelli: Alice Pieszecki
Isabella Pasanisi: Kit Porter
Fabrizio Manfredi: Tim Haspel

Katherine Moennig è Shane McCutcheon
Leisha Hailey è Alice Pieszecki
Cybill Shepherd è Phyllis Kroll
Rachel Shelley è Helena Peabody
Jennifer Beals è Bette Porter
Laurel Holloman è Tina Kennard
Pam Grier è Kit Porter
Erin Daniel è Alice
Eric Lively è Mark Wayland
Murder obsession-Follia omicida
Mike con la sua donna, Debora, si reca a casa della madre, che abita in una villa.
L’uomo è un attore e dopo qualche giorno viene raggiunto da alcuni suoi colleghi, l’aiuto regista, un suo amico e l’attrice Beverly.
Ben resto la casa della madre di Mike diventa teatro di un’orgia di sangue; ad uno ad uno tutti i presenti nella villa muoiono assassinati.
L’autore dei crimini sembra essere Mike, che da piccolo, secondo la versione di sua madre, ha ucciso il padre per difenderla.
Ma è così?
Ultimo film di Riccardo Freda, girato nel 1980, Murder obsession-Follia omicida è un thriller fuori tempo massimo.
Il genere era ormai completamente abbandonato da tutti, anche per la concomitante crisi del cinema.
E Murder obsession, per stessa ammissione di Freda “Era una merda, girato senza soldi e con attori scarsi“; aldilà della pittoresca valutazione del regista, autore in passato di altri thriller, come Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea, L’iguana dalla lingua di fuoco e di A doppia faccia, e con alle spalle una più che dignitosa carriera iniziata nel lontano 1942 con Don Cesare di Bazan, il film non presenta meriti particolari per svariati motivi.
Il primo dei quali, fondamentale, è legato alla sceneggiatura di basso livello imbastita da Antonio Cesare Corti, riportata sullo schermo con fiacchezza dal regista, che pure aveva un notevole cast a disposizione.
Ma proprio la trama scadente, la mancanza di effetti speciali di livello perlomeno decenti portano il film a franare clamorosamente sin dall’inizio.
In bilico tra thriller gotico, film psicanalitico e horror con connotazioni soprannaturali, Murder obsession scivola più volte anche per la scarsa volontà degli attori, quasi increduli di dover recitare in una pellicola così mal composta.
Pure i presupposti per una buona riuscita c’erano tutti; il cast infatti presentava attrici dall’ottimo passato, come Silvia Dionisio, Laura Gemser, Anita Strindberg e Martine Brochard.
Il problema alla fine si rivela proprio questo; poco supportate dalla trama, le pur volenterose attrici mostrano tutti i limiti derivanti dalle situazioni particolari di ognuna di loro.
La Strindberg, palesemente invecchiata, con i tratti del volto scavati e marcati, non riesce a trasmettere nulla dell’ambiguo personaggio di Glenda, la madre del protagonista Mike; Martine Brochard, che aveva all’attivo solo il thriller di mediocre fattura Gatti rossi in un labirinto di vetro sembra spaesata, così come sembra spaesata, in misura maggiore, la bellissima Silvia Dionisio, protagonista di una scena rimasta famosa, la corsa disperata di notte fra rovi e cespugli, a seno nudo, in una sequenza che sembra sospesa tra incubo e realtà.
La Dionisio, che interpreta la donna di Mike, Deborah, è anch’essa alla sua ultima apparizione cinematografica.
Appare apatica, svogliata, quasi avesse accettato la parte per obbligo; Laura Gemser, che nel film è Beverly (Beryl) fa quello che sa fare, ovvero pochino, risultando però alla fine forse la più credibile del mazzo.
Assolutamente fuori ruolo Stefano Patrizi nel ruolo di Mike Stanford, che avrebbe richiesto ben altro spessore e pathos recitativo.
Il risultato è quindi un ‘opera incolore, una partitura completamente scordata e stonata, in cui tutti sembrano dover assolvere in fretta al loro compito.
Così si comprende la delusione di Freda, che ebbe davvero il suo daffare per assemblare un prodotto che potesse uscire sugli schermi, senza rischiare una solenne stroncatura.
Cosa che purtroppo avvenne e a giusta ragione.
Tutto quello che rimane del progetto di contaminazione tra gotico e thriller psicanalitico è un nulla desolante; a parte la Gemser, che in pratica è nuda in tutte le sequenze che la vedono coinvolta, il resto del film si segnala solo proprio per le scene scabrose, invero limitate solo a parziali nudità delle citate Dionisio, Brochard e Strindberg, quest’ultima ripresa con luci molto soffuse, vista l’impietosa decadenza del suo corpo.
Film relegato in un angolino, prova finale di un regista molto amato ma che chiuse la sua carriera in maniera davvero poco gloriosa.
Murder obsession Follia omicida, un film di Riccardo Freda, con Stefano Patrizi, Martine Brochard, Silvia Dionisio, Henri Garcin, Laura Gemser, John Richardson, Anita Strindberg, Fabrizio Moroni Thriller Italia 1980
Stefano Patrizi … Michael Stanford
Martine Brochard … Shirley
Henri Garcin … Hans Schwartz
Laura Gemser … Beryl
John Richardson … Oliver
Anita Strindberg … Glenda
Silvia Dionisio … Deborah
Regia Riccardo Freda
Soggetto Antonio Cesare Corti, Fabio Piccioni
Sceneggiatura Antonio Cesare Corti, Riccardo Freda, Fabio Piccioni
Produttore Enzo Boetani, Giuseppe Collura, Simon Mizrahi
Casa di produzione Dionysio Cinematografica, Société Nouvelle Cinévog
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Riccardo Freda
Effetti speciali Angelo Mattei
Musiche Franco Mannino
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Giorgio Desideri
Trucco Sergio Angeloni, Lamberto Marini
Maschio latino cercasi
Maschio latino cercasi, diretto da Giovanni Narzisi su un suo soggetto, è un film del 1977 (distribuito anche con il titolo di L’affare s’ingrossa) composto da 5 episodi con tematica a sfondo sessuale.
Il primo episodio, ambientato a Napoli, vede un turista danaroso alla ricerca di piaceri proibiti (Gianfranco D’Angelo) raggirato da uno scaltro imbroglione Carmine (Vttorio Caprioli);

Gianfranco D’Angelo e Vittorio Caprioli
l’uomo si reca in una camera d’albergo con una ragazza che crede minorenne (Brigitte Petronio), che durante l’intimità mostra un contegno pudico, rifiutando per esempio di spogliarsi con la luce accesa.
Chiaramente è un espediente, e il gonzo turista finirà male.
Il secondo episodio racconta la storia di un altro ricco babbeo, il Bislecchi (Gino Bramieri) , che ha una relazione con la giovane e affascinante Gigia (Gloria Guida), la quale è ormai stanca della relazione con l’uomo, che la molesta e la controlla con un binocolo, impedendole di fatto una vita autonoma. Così, con la scusa dell’età, lo molla.
Il ricco bauscia decide, per riconquistare la giovane amante, di sottoporsi ad una cura ringiovanente presso uno strambo professore tedesco.
La cura sarà solo un palliativo, e il bauscia ne pagherà le conseguenze.
Il terzo episodio vede protagonista Amilcare,(Aldo Maccione) tipico furbacchione che riesce a godere delle grazie di una affascinante avvocato (Dayle Haddon) sotto gli occhi del marito, un pezzo grosso dell’esercito (Luciano Salce), fidando in una prossima e annunciata amnistia.
Nel quarto episodio protagonista è Gennarino, (Orazio Orlando) che vive con la moglie Anna (Stefania Casini) in Germania, dove sopravvive interpretando squallidi film porno.
Luciano Salce,Dayle Haddon e Aldo Maccione
Ma la sua virilità sembra cedere, e riacquisterà vigore solo quando anche la moglie diverrà sua compagna di lavoro.
Nell’ultimo episodio una coppia di baroni, Nicola e Sisina (Aldo Giuffrè e Adriana Asti) ravviva il proprio rapporto di coppia con lo scambio dei partner in un club tedesco per scambisti. Mentre lui sembra a suo agio, Sisina appare titubante e inibita. Ma durerà poco e la donna diverrà ben presto una instancabile sostenitrice dello scambismo.
Film sciatto e di grana grossa, Maschio latino cercasi, lanciato anche con il titolo pesantemente allusivo di L’affare s’ingrossa (sic) ha un solo grosso merito, quello cioè di annoverare un cast di assoluto livello, che comprende attori della comicità come Caprioli, Salce, Maccione, Giuffrè, Bramieri e D’Angelo e attrici quanto meno dignitose a livello fisico, come la Guida, la Petronio e la Haddon, a cui si aggiungono due attrici di ben altro livello come la Asti e la Casini.
Eppure il film, inserito nel floridissimo filone della commedia erotica, non si solleva mai dalla mediocrità, anche per colpa di una sceneggiatura scialba, incapace di valorizzare le capacità dei tanti attori in campo.
Vien fuori un pateracchio in cui le risate latitano, mentre abbondano natiche e seni; diventa anche spiacevole vedere attori come Bramieri sprecati in ruoli assolutamente inadatti, oppure attrici come la Asti e la Casini utilizzate in parti ignobili.
E’ il caso proprio di Stefania Casini, che sembra spaesata proprio dalla difficoltà di interpretare un personaggio così grossolanamente tratteggiato come quello di Anna, la moglie che accorre in aiuto del marito alle prese con la defaillance in campo erotico sul set del filmaccio porno che l’uomo interpreta.
Tipica commedia di quart’ordine, Maschio latino cercasi arriva in un periodo, il 1977, in cui la crisi di identità, di incassi e di idee del cinema italiano si fa più evidente; mostrare tette e natiche ormai non basta più.
Siamo quasi al tramonto di un’epoca, la triste stagione dei film sempre più spinti sta per arrivare.
Maschio latino cercasi, un film di Giovanni Narzisi. Con Adriana Asti, Vittorio Caprioli, Gino Bramieri, Gloria Guida, Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo, Orazio Orlando, Stefania Casini, Carlo Giuffrè, Aldo Maccione, Dayle Haddon, Luciano Salce Commedia erotica, Italia 1977
Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo
Adriana Asti … Sisina
Gino Bramieri … Bislecchi
Vittorio Caprioli … Carmine
Stefania Casini … Anna
Gianfranco D’Angelo Il turista
Salvatore Funari … Nanninella
Carlo Giuffrè … Il barone Nicolino di Castropizzo
Gloria Guida … Gigia
Dayle Haddon L’avvocato
Aldo Maccione … Amilcare
Orazio Orlando … Gennarino
Brigitte Petronio La minorenne pudica
Luciano Salce Il colonnello
Regia Giovanni Narzisi
Soggetto Giovanni Narzisi
Sceneggiatura Giovanni Narzisi
Produttore Giulio Scanni
Casa di produzione Staff Professionisti Associati, Pelican Film, Capitol
Distribuzione (Italia) Capitol
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Raimondo Crociani
Marcello Malvestito
Musiche Lelio Luttazzi
Costumi Orietta Nasalli Rocca
La gabbia
Michael ha una relazione con una donna divorziata, Helene; la donna, che deve accompagnare suo figlio a casa della nonna, lascia quindi temporaneamente l’amante, e con il figlio si avvia a casa della madre.
Michael incontra casualmente la proprietaria dell’appartamento in cui vive la sua compagna; la donna, Marie, è stata una sua vecchia fiamma, con la quale ebbe una fugace relazione sessuale nel capanno di una spiaggia.
La donna, che ha una figlia molto bella di nome Jaqueline, lo invita nel suo appartamento e tra i due rinasce l’antica passione.
Agli incontri sessuali tra i vecchi amanti assiste anche Jaqueline; in questa atmosfera torbida Michael si lascia andare, ma il giorno dopo, in seguito ad una nottata brava, l’uomo si ritrova legato al letto nel quale ha tenuto compagnia a Marie.
La donna, temendo che l’uomo possa scappare come fece molti anni addietro, decide quindi di tenerlo prigioniero.
Inizia così l’incubo per Michael, diviso tra la folle e insana passione di Marie e le provocazioni di Jaqueline.
Nel frattempo Helene, che non riesce a mettersi in contatto con il suo uomo, cerca inutilmente tracce di Michael, che sembra scomparso nel nulla.
Michael è così costretto a subire la passione morbosa di Marie, che lo tratta ormai come un animale da riproduzione, assecondata dalla figlia.
L’uomo, nel disperato tentativo di liberarsi, cerca di convincere Jaqueline che è lei la donna che ama; ma Marie scopre tutto, e dopo aver accoltellato l’uomo, viene sorpresa e legata da Jaqueline allo stesso letto in cui giace gravemente ferito l’uomo.
Helene, disperata, dopo aver trovato la patente di Michael nelle mani di suo figlio, che l’ha presa nell’appartamento di Marie, si convince che l’uomo è prigioniero della donna.
Suona quindi disperatamente alla porta di Marie, senza ricevere risposta.
La gabbia, diretto dal regista Giuseppe Patroni Griffi, è un film immerso in un’atmosfera malsana, malata.
Si respira aria di follia, nel film, una follia che pervade le menti delle due donne che catturano il protagonista utilizzandolo come un giocattolo, arrivando alla fine a spingere l’uomo sui più bassi gradini dell’abiezione umana.
Così come durante la proiezione, complice anche una fotografia e una tecnica di ripresa che privilegia i colori cupi, sembra quasi di respirare l’aria torbida della stanza da letto nella quale Marie e sua figlia si lasciano andare alle loro insane passioni.
Ma non inganni la descrizione dell’atmosfera.
Il film è molto debole, a tratti molto noioso, perchè Patroni Griffi non riesce a coinvolgere lo spettatore nel triangolo amoroso, costringendolo invece in un ruolo da guardone; il malcapitato così è costretto a sorbirsi violenza, sesso sado maso e autoerotismo, dialoghi imbarazzanti a profusione.
Non aiuta certo la scarsissima vena di una Laura Antonelli in evidente declino, ripresa quasi sempre in penombra, probabilmente per non farle esporre un fisico appesantito; male anche la Marsillach, che interpreta Jaqueline, spaesata, che da un ‘aria di perversa innocenza al suo personaggio senza però riuscire minimamente a renderlo credibile.
Se la cava Tony Musante, con mestiere, ma non va oltre la sufficienza, mentre braca è la Bolkan che riesce a dar copro, anche se la sua presenza è davvero limitata, al personaggio di Helene.
L’atmosfera claustrofobica del film, all’inizio giustificata, alla fine diventa un’autentica palla al piede, perchè i dialoghi finiscono per diventare quasi surreali mentre sfuggono le vere motivazioni che portano Marie e Jaqueline a fare le loro azioni.
La follia da sola non basta a giustificare il tutto, così come, va detto, Patroni Griffi, nel tentativo di non “eroticizzare” troppo il film alla fine rimane nel guado dell’inespresso, sprecando il buon materiale umano che aveva ha disposizione.
Punto di merito la musica di Ennio Morricone, molto accattivante.
Nota finale; i lettori più attenti del mio blog ricorderanno che ho parlato, tempo addietro del film di Fulci Il miele del diavolo.Bene, a loro non sarà sfuggito che la trama ricorda moltissimo quella di La gabbia, e che la protagonista femminile è proprio la Marsillach.
La gabbia, un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Florinda Bolkan, Laura Antonelli, Tony Musante, Stefano Oppedisano, John Steiner, Laura Troschel, Roberto Bisacco, Lorenzo Piani, Giancarlo Prete, Enrico Papa, Miguel Bosè, Antonello Campodifiori, Paolo Malco, Flavio Andreini, Bryan Rostrom, Eugenio Masciari, Cristina Marsillach, Blanca Marsillach
Drammatico, durata 101 min. – Italia 1985.
Laura Antonelli … Marie Colbert
Tony Musante … Michael
Florinda Bolkan … Hélène
Blanca Marsillach … Jacqueline
Cristina Marsillach … La giovane Marie
Laura Troschel … Marianne
Regia : Giuseppe Patroni Griffi
Sceneggiatura: Francesco Barilli Lucio Fulci
Prodotto da : Jerald Intrator, Juan L. Isasi ,Ettore Spagnuolo
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Sergio Montanari
Schiave bianche: violenza in Amazzonia
Katherine Miles è una bella e bionda ragazzona americana; una studentessa, che finiti gli studi raggiunge i genitori in Brasile.
La ragazza, che ha appena compiuto 18 anni, accetta l’invito dei genitori per fare una breve vacanza sul fiume Orinoco.
Durante il viaggio su una house boat però la famiglia viene attaccata da ferocissimi tagliatori di teste; la madre di Katherine viene uccisa con una freccia che le trapassa un’orbita, mentre il padre cade trafitto da molti dardi e successivamente i due vengono decapitati.
La ragazza si salva solo per la sua bellezza e per i capelli biondi; viene quindi trasportata nel villaggio degli indios Guanirà, dove, dopo esser stata curata dalle ferite riportate durante l’assalto all’imbarcazione sulla quale navigava, viene venduta all’asta durante una rituale radunata degli indios.
La ragazza sperimenta così un modo di vivere molto differente da quello a cui era abituata; valori come la verginità, la parità uomo/donna, presso i Guanirà non esistono, così la ragazza verra stuprata artificialmente, come avviene a tutte le componenti femminili della tribù a partire dai quattro anni di età.
Aiutata da Umukai, un giovane Guanirà un tantino tonto ma valente guerriero, la donna riesce in qualche modo ad abituarsi alle dure condizioni di vita della tribù.
Che un giorno viene completamente sterminata da un gruppo di cacciatori di taglie che vive uccidendo i nativi e intascando i soldi messi sulle loro teste.
Sopravissuta miracolosamente all’eccidio con il fido Umukai, del quale un pò è innamorata, Katherine apprende che ad uccidere i suoi genitori in realtà non erano stati gli indios, ma i cacciatori bianchi, assoldati da una coppia di zii ansiosi di mettere le mani sulle terre dei genitori di Katherine.
La ragazza decide di vendicarsi, e con l’aiuto di Umukai raggiunge gli zii, che uccide facendoli letteralmente a pezzi.
La ragazza si costituisce e racconta la sua odissea durante il processo.
Liberata dopo anni, torna ad una vita quasi normale, senza voler più raccontare la sua storia.
Diretto da Mario Gaiazzo Schiave Bianche: Violenza In Amazzonia venne girato nel 1984, quando ormai il genere cannibalistico/ avventuroso/ orrorifico era da tempo scomparso senza lasciare particolari rimpianti presso il pubblico.
Il film più che brutto è assolutamente incolore, per una serie di motivi;
la sceneggiatura è lacunosa e per larga parte non fa altro che ricalcare gli stereotipi del genere, mostrando as usual gli indios come crudeli e spietati assassini, prima di virare verso il solito atteggiamento politicamente corretto della rivalutazione del loro stile di vita, feroce ma rispettoso della natura.
I bianchi sono cattivi, anzi cattivissimi, sono spietati e assassini, la ragazza impara che gli indios viceversa non sono poi così crudeli, così assistiamo alla solita forzata convivenza tra culture distanti anni luce, con il finale violento e gore in cui la ragazza fa a pezzi, letteralmente, i veri responsabili della morte dei suoi genitori.
Il film non è nemmeno aiutato da una fotografia all’altezza; la location non è affatto affascinante, e la storia si trascina molto stancamente, fatta eccezione per l’unica novità rappresentata dalla ragazza che racconta alla corte che la sta giudicando le sue vicissitudini.
Molto forzata la storia d’amore, aldilà delle differenze culturali tra i due protagonisti; passi per l’attrazione fisica da parte di Katherine per il bello e muscoloso Umukai, ma la sceneggiatura dipinge il giovane come un tonto degno di un trono in un reality della De Filippi, e questo degrada ancor di più la storia.
Qualche scena abbastanza forte, come l’uccisione e la decapitazione dei genitori della ragazza, ma realizzata in maniera molto artigianale.
Pensare che il film doveva girarlo Deodato, che per fortuna si dedicò a L’inferno in diretta, di ben altro interesse per lo spettatore.
Un film di poche pretese, in definitiva, dipinto come un cannibal movie per motivi pubblicitari e che del filone cannibalistico non ha assolutamente nulla, se non l’ambientazione.
La recitazione è da cinema amatoriale, con la Audray che esprime il meglio di se stessa quando è senza vestiti, ovvero quasi sempre; il che è tutto dire.
Schiave Bianche: Violenza In Amazzonia, un film di Mario Gaiazzo, con Elvire Audray, Andrea Coppola, Neal Berger, James Boyle, Jessica Bridges, Dick Campbell, Mark Cannon, Sara Fleszer, Will Gonzales
Italia 1985
Elvire Audray … Katherine Miles
Will Gonzales … Umukai
Dick Campbell
Andrea Coppola … La zia di Katherine
Dick Marshall
Alma Vernon
Grace Williams
Sara Fleszer
Mark Cannon
James Boyle
Peter Robyns
Jessica Bridges
Stephanie Walters
Neal Berger
Deborah Savage
Regia Mario Gariazzo
Soggetto Francesco Prosperi
Sceneggiatura Francesco Prosperi
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Gianfranco Amicucci
Musiche Franco Campanino
Conviene far bene l’amore
Il primo decennio degli anni ottanta vede il nostro paese ( e tutti quelli del pianeta) alle prese con una crisi energetica senza soluzione. Sull’intero pianeta, infatti, le risorse sono definitivamente esaurite.Il mondo quindi è ripiombato indietro di secoli.Ferme le attività produttive, le auto, non si vola più, non ci sono più i treni e tutti gli orpelli della civiltà; le auto sono utilizzate come carrozze, trainate dai cavalli, e la gente deve inventarsi e industriarsi su come illuminare le case, sul come riscaldarsi ecc.

L’esperimento sulla cavia volontaria, l’infermiera Piera, Eleonora Giorgi

Gigi Proietti è il Professor Enrico Nobili
Ma c’è un giovane testardo, il professor Enrico Nobili, che è convinto che si possa ancora fare qualcosa. Studiando le teorie del professor Reich, Enrico decide di sfruttarle per ottenere energia elettrica.
Il professor Reich era convinto che l’attività sessuale producesse energia, così il furbo Enrico decide di dimostrare la tesi del predecessore; convince alcuni suoi collaboratori a partecipare all’esperimento, in primis una sin troppo disponibile infermiera, alla quale applica degli elettrodi.
La ragazza quindi ha un amplesso con un assistente, ma l’energia prodotta è davvero minima.Enrico decide di trovare due che abbiano più resistenza, e li trova in una coppia molto eterogenea; lui, Daniele Venturoli, direttore d’albergo, è un’insaziabile erotomane, sempre pronto a soddisfare le voglie di clienti e amiche, mentre lei, Francesca De Renzi, è un’insaziabile moglie con una caterva di figli.Con uno stratagemma Enrico li fa ricoverare in clinica e tra i due scoppia la passione.L’esperimento funziona alla perfezione,e Enrico riesce a far funzionare luci e anche ascensori della clinica.Enrico riesce a ottenere l’interessamento dei potenti, e dopo aver vinto anche la resistenza della chiesa, finisce per imporre la nuova fonte energetica.
Ma da quel momento in poi l’atto sessuale diverrà consono solo alla produzione di energia e verrà bandito dai rapporti ogni genere di affettuosità e di complicità amorosa, svuotando così di fatto il rapporto sessuale.
Conviene far bene l’amore, film del 1975 diretto da Pasquale Festa Campanile, che adattò per lo schermo un suo romanzo, uscì nel periodo più critico per il pianeta, alle prese con una crisi energetica senza precedenti, che vide in poco tempo aumentare a dismisura il costo del petrolio, con conseguenza catastrofiche per le economie mondiali.
Festa Campanile la gettò sul ridere, ottenendo un film quanto meno non usuale, pieno di nudi femminili ma mai volgare e assolutamente lontano dalla commedia erotica.

Agostina Belli è Francesca, Christian De Sica interpreta Daniele
Grazie alle superbe bellezze di Eleonora Giorgi e di Agostina Belli, la moglie ninfomane, grazie anche al buon esordio di un irriconoscibile Christian De Sica, non ancora caratterizzato dal pesante accento romanesco, Festa Campanile ottiene un buon prodotto, che si regge bene grazie anche alla superba prova di Gigi Proietti, uno stralunato, stravagante professor Enrico Nobili, e al cast di buoni attori che compaiono in parti esilaranti, come Adriana Asti, moglie del professor Enrico, Mario Scaccia nella parte di un cardinale, Mario Pisu in quella di un onorevole ecc.
Un film privo di volgarità, come del resto nelle corde del regista, che usa il suo linguaggio visivo fatto di sottile ironia accompagnandosi con una sceneggiatura di buon livello.
Il film resta in bilico tra la commedia leggera e quella impegnata, propendendo però decisamente per la prima; se le battute non sono esilaranti, si ride amaro davanti alla descrizione di una città ridotta a vivere di ricordi.
Bella la scena del rigattiere che vende un lampadario e delle lampadine, alcune fulminate e altre no all’incredibile prof. Nobili, assolutamente certo delle teorie di Reich, tanto da giocarsi il residuo prestigio di cui gode.
Da segnalare la bellissima Agostina Belli, a suo agio anche senza vestiti, nel ruolo più “nudo” che abbia interpretato sullo schermo; la sua innocente malizia è tra le cose migliori del film.
Un film da riscoprire, alla luce della crisi energetica attuale, per riflettere su come 35 anni addietro avessero dovuto fare i conti con gli stessi problemi attuali, risolti da Campanile con una risata ironica e leggera.
Il film è disponibile su Youtube,in una buona versione all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=0MpAIC9jZEw
Conviene far bene l’amore,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Mario Scaccia, Christian De Sica, Adriana Asti, Mario Pisu, Agostina Belli, Eleonora Giorgi, Luigi Proietti, Franco Agostini, Quinto Parmeggiani, Pietro Tordi, Oreste Lionello, Gino Pernice, John Karlsen, Armando Bandini, Monica Strebel, Mario Maranzana, Roberto Antonelli, Enzo Robutti, Loredana Martinez, Franco Angrisano, Aldo Reggiani, Franco Mazzieri, Salvatore Puntillo, Pupo De Luca, Leo Frasso, Ettore Carloni, Vincenzo Maggio, Tom Felleghy
Commedia, durata 106 min. – Italia 1975.
Gigi Proietti … Prof. Enrico Nobili
Agostina Belli … Francesca De Renzi
Eleonora Giorgi … Piera
Christian De Sica … Daniele Venturoli
Mario Scaccia … Mons. Alberoni
Adriana Asti … Irene Nobili
Franco Agostini … Dr. Spina
Quinto Parmeggiani … De Renzi
Gino Pernice … Assistente
Mario Pisu … Ministro
Monica Strebel … Angela
Franco Angrisano … Landlord
Regia: Pasquale Festa Campanile
Soggetto: Pasquale Festa Campanile (dal romanzo omonimo)
Sceneggiatura: Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma
Fotografia: Franco Di Giacomo
Montaggio: Sergio Montanari
Musiche: Fred Bongusto
Si ride e s’irride, nel film di Festa Campanile (autore anche dell’omonimo romanzo), con giovanile inventiva e ironico moralismo. La fantascienza erotica ha sempre una piega goliardica, e infatti anche qui molti spassi hanno radice in recite studentesche e numeri da avanspettacolo, benché l’idea risalga alle zampette della rana di Galvani; ma le argute e accorate riflessioni che Festa Campanile ne trae partecipano più della polemica con gli scienziati, i tecnologi e i sociologi del progresso che non dell’elogio dei sessuomaniaci. Il nostro autore furbetto, avvertendo con prensile fiuto che cresce la domanda di sentimento e il cipiglio ecologico, si allinea con prontezza, tuttavia senza perdere il suo gusto del piccante.
Il film, così, marcia allegramente in una ghirlanda di gag che coinvolgono satira della scienza e dei potenti, pochade e paradosso, cinema avveniristico e amabili spogliarelli. Vi sono squilibri e ovvietà, e la materia poteva offrire scavi più crudeli, ma l’ambizione non era poi altissima. Giustamente convinto che far ridere non costituisca una colpa, Festa Campanile è un autore per grandi platee. Se talvolta, diciamo anche spesso, è andato troppo sul facile, qui taglia per primo il traguardo, con armi scherzose ma oneste, d’un cinema per liete brigate, infastidite dalle porcheriole e dalle melensaggini. Il film, nonostante l’abbondanza di copule, è una novella pulita, che senza dirvi sul sesso più di quanto sappiate, vi persuade a non sciuparlo col farne un obbligo sociale.
Gli attori s’amano e si divertono. Christian De Sica è ben avviato sul cammino brillante apertogli da papà (colpisce ritrovarvi gesti e inflessioni, emersi dal cinema degli anni Quaranta). Agostina Belli ormai va tranquilla, dolce e graziosa, Eleonora Giorgi si spoglia con vezzi spiritosi, Adriana Asti fa macchia con gran classe, e Mario Scaccia è un esilarante monsignore, scandalizzato ma non troppo. Il peso maggiore è sulle spalle di Gigi Proietti, bravo e svelto nel dare colori assurdi e giocondi al premio Nobel dell’orgasmo. Musiche di Fred, di buon gusto.
Giovanni Grazzini,da Il Corriere della Sera, 13 aprile 1975
La terrificante notte del demonio
Un gruppo eterogeneo di turisti a bordo di un vecchio torpedone è costretto a cercare riparo in seguito ad un incidente che li blocca per strada.
Arrivano così nel castello del barone von Rhoneberg, sul quale grava un’antica maledizione; le primogenite della famiglia, infatti, da secoli subiscono l’influsso del demonio, in seguito ad un antico patto stabilito dagli avi del barone con il principe del male.
Così il gruppo di turisti, fra i quali c’è anche un seminarista inesperto, si trova a fare i conti con la diabolica Lisa Muller, figlia illegittima del barone, che stuzzica tutti i lati nascosti dei vari protagonisti, inducendoli a comportamenti amorali.
Vengono fuori così ambizioni, debolezze e altro che porteranno i vari personaggi a morire per colpa delle stesse debolezze.
Alvin, il seminarista, capisce la vera natura di Lisa, e tenta di combatterla, mentre la donna usa tutto il suo potere di seduzione per dannare l’anima del giovane.
Alla fine Alvin fa un patto con il diavolo; darà la sua anima in cambio della salvezza dei turisti.
Il diavolo accetta e così i turisti ripartono.
Ma del diavolo è sempre meglio non fidarsi…..
La terrificante notte del demonio (La plus longue nuit du diable, titolo francese), conosciuto anche come The Devil’s Nightmare, è uno dei primissimi gotici horror con forti connotazioni erotiche, come mostra la scena saffica tra due delle protagoniste, grazie anche alla fortissima presenza scenica della conturbante Erika Blanc, assolutamente perfetta nel doppio ruolo della ambigua Lisa.
Girato nel 1971, quindi in un periodo di forte censura, il film si barcamena tra l’horror e il sexy, sotto la mano del regista Patrice Romme, che non abbonda però in situazioni erotiche, limitandosi a proporre quello che la censura non avrebbe tagliato.
La storia è originale, tenendo conto del periodo in cui venne girata, ma risente principalmente della scarsa malleabilità dei protagonisti, tutti attori di secondo piano.
L’atmosfera c’è, ma il film ha un andamento lento, che non aiuta ad appassionarsi alla vicenda, che va avanti con qualche guizzo, come la morte di una protagonista nella vergine di Norimberga, oppure quella di un’altra che viene inghiottita da polvere d’oro.
La storia prevede la morte di ognuno dei turisti per colpa di un vizio capitale che incarnano; c’è l’uomo che muore soffocato per la sua ingordigia, le due donne che muoiono preda della loro lussuria e via dicendo.
Il meccanismo è quanto meno inusuale, ma nel film manca un ritmo serrato e sopratutto l’atmosfera.
Tuttavia si tratta di un prodotto discreto, anche se a vederlo oggi appare pesantemente datato.
Discreta la colonna sonora di Alessandroni che accompagna le varie fasi del film; il finale politicamente scorretto è una delle cose migliori del film, così come l’interpretazione della affascinante Erika Blanc.
La terrificante notte del demonio, un film di Patrice Romme . Con Erika Blanc, Ivana Novak, Jean Servais, Jacques Monseu, Shirley Corrigan Horror, durata 92 min. – Italia 1973.
Erika Blanc … Lisa Müller
Jean Servais … Barone von Rhoneberg
Jacques Monseau … Fratello Alvin Sorel
Ivana Novak … Corinne
Lorenzo Terzon … Howard
Shirley Corrigan … Regine
Colette Emmanuelle … Nancy
Christian Maillet … Ducha
Lucien Raimbourg … Mason
Daniel Emilfork … Satan

Si ringrazia, per l’immagine in movimento:http://altarofthedead.blogspot.ca

La vedova del trullo
La vicenda si svolge in Puglia, in un paese della provincia di Bari; Nicola, sposato alla bella Maddalena, prepara i fuochi artificiali per i festeggiamenti del santo patrono.
Durante l’operazione, qualcosa va storto e l’uomo muore, lasciando la povera Maddalena senza sostentamento.
Le persone più importanti del paese decidono di aiutare la bella e piacente vedovella, offrendole come abitazione un trullo presente in paese, unico esemplare rimasto di un lontano passato; ma la soluzione è ovviamente temporanea, così il parroco del paese decide di assumere Maddalena come perpetua.
La bella donna però si trasforma in un’insidia troppo grande per il parroco, che la manda a servizio da un ricco proprietario del paese, Don Calogero.
Il quale ha un figlio; Marco, in preda a tempeste ormonali e che ben presto si invaghisce della donna, dimenticando sia le lezioni private sia la fidanzatina; Maddalena, costretta dalle vicissitudini a dover accettare l’ospitalità di Don Calogero, del quale è diventata infermiera, è costretta così a dimenarsi nella scomoda situazione.
A cambiare radicalmente le cose,arriva un evento fortuito; fuori dal paese vengono scoperte delle grotte, e sul posto si reca l’equipe del professor Granini; quando Maddalena lo conosce, ha un sussulto, perchè l’uomo in pratica è la fotocopia del defunto marito.
Mentre sono in corso i festeggiamenti per il santo patrono, essendo passato un anno dalla morte di Nicola, Maddalena decide di seguire il professore accettandone la corte, non prima però di aver ceduto al giovane Marco, che così, calmati i suoi bollori, può tornare finalmente dalla fidanzatina.
Film senza particolari pregi, ma nemmeno indecoroso, La vedova del trullo, di Franco Bottari, è uno degli ultimissimi rappresentanti del filone della commedia sexy; uscito nel 1979, quindi in pieno declino del genere, pur contando su un robusto cast di comprimari, come Carotenuto, Montagnani, Giuffrè, è un filmettino che specula principalmente sulle doti fisiche della vera protagonista del film, la diva del Crazy horse Rosa Fumetto.
La spogliarellista, poco dotata dal punto di vista recitativo, abbonda invece in scene di nudo, mentre il film ha pochi momenti divertenti, non staccandosi mai dallo stantio copione del figlio del padrone di casa che cerca la propria iniziazione erotica a spese della solita procace colf.
Poco riuscita anche la parte riguardante la location; la provincia di Bari assomiglia troppo, dal punto di vista sociale, agli stereotipi tipici degli anni settanta, troppe volte riportati quasi fossero verità.
Gli attori, ovvero il trittico di comici/caratteristi fanno la loro parte con diligenza; divertente, as usual, Renzo Montagnani che riveste il doppio ruolo di Nicola e di Granini, mentre Giuffrè e Carotenuto mantengono il loro standard naturale
La vedova del trullo, un film di Franco Bottari. Con Mario Carotenuto, Renzo Montagnani, Carlo Giuffrè, Rosa Fumetto, Nino Terzo
Erotico, durata 93 min. – Italia 1979.
Rosa Fumetto: Maddalena
Renzo Montagnani: Nicola / Il Professore Luigi Granini
Mario Carotenuto: Sindaco
Carlo Giuffrè: Parroco Don Bonifacio
Nino Terzo: Maresciallo dei Carabinieri
Regia Franco Bottari
Sceneggiatura Franco Bottari
Produttore Francesco Paolo Prestano
Casa di produzione Sirus International Films
Fotografia Maurizio Salvatori
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Stelvio Cipriani
America 1929 sterminateli senza pietà-Boxcar Bertha
Siamo in America, nel 1929, all’epoca della grande depressione.
Bertha è una ragazza diciottenne, che ha perso il padre e perciò si è data ad una vita errabonda, senza meta.
Durante il suo vagabondare, conosce Bic Bill Shelly, un sindacalista, con il quale ha una breve incontro sessuale, al termine del quale l’uomo la abbandona.
In seguito, la ragazza conosce un uomo di colore, un baro, del quale la ragazza diviene la spalla.

Barbara Hershey è ‘Boxcar’ Bertha Thompson
Ritrovato Bill, che è prigioniero in un bagno penale, la donna riesce a liberarlo, assieme ad un suo amico. Con l’aggiunta di un uomo di colore, la ragazza compone con loro un quartetto che, influenzato dalle idee di libertà di Bill, decide di attaccare il padrone di una compagnia ferroviaria, reo agli occhi del quartetto di essere uno schiavista.
Una serie di fortunate rapine permette per qualche tempo al gruppo di sognare la vittoria, ma l’Fbi è sulle loro tracce……
America 1929, sterminateli senza pietà, intitolato negli States Boxcar Bertha, è il secondo film di Martin Scorsese, diretto nel 1972 , film che precede Mean Streets, la sua prima opera di grande successo.
Si tratta di un film nel quale il regista mette già in mostra il suo straordinario talento, attraverso una visione lucida e resa visivamente senza mediazioni del periodo della grande depressione, seguita al crollo della borsa di Wall Street e che determinò anche il crollo della media borghesia americana, che vide di colpo annientate piccole e medie fortune, con conseguenze catastrofiche sopratutto fra la classe lavoratrice.
Scorsese adattò per lo schermo il romanzo autobiografico di Bertha Thompson, Autobiografia di una vagabonda americana, raccontando non solo la crisi economica, ma anche la vita degli hobos, dei senza tetto e senza reddito, attraverso una visione ad ampio spettro di altri problemi sociali come il razzismo e l’emarginazione.
La storia di Bertha, che diviene ben presto un’odissea, attraverso la quale la ragazza passa dallo stato adolescenziale alla vita da adulta, diviene un paradigma di tante storie americane, vite vissute nell’illusione pre crollo di Wall Street attraverso il periodo della grande depressione fino al New deal, che trasformerà nuovamente l’America in una terra promessa.
Bertha diviene immediatamente adulta, perchè alla morte del padre è costretta a fare i conti con i problemi sociali, che le impediscono di avere una vita normale; si prostituisce, quindi immediatamente entra nel mondo dei grandi, in cui alle favole si sostituiscono i problemi esistenziali, come il dover sopravvivere.
Il tutto dopo aver conosciuto Bill, che la rende adulta, uno strano tipo di sognatore che decide con lei di attaccare il potere, rappresentato dal cinico e spietato Sartoris, copia carbone dei tanti profittatori che uscirono dalla grande crisi ancora più ricchi di prima.
Scorsese racconta le loro vite, quella di Bertha, di Bill, di Rake, il baro che nasconde la sua provenienza per paura di mostrare le sue origini, di Von Morton, il nero che rappresenta la parte più discriminata d’America, ovvero la gente di colore diprezzata solo per l’appartenenza al ceppo etnico che pure tanto collaborò alla nascita della grande nazione.
Storie che si intrecciano, con destini quasi simili, comuni a quelli di tanti, troppi americani costretti a fare i conti con il grande sogno americano infrantosi davanti alle logiche del potere e del profitto.
Storie che si chiudono con personali sconfitte, come del resto diventa una sconfitta il sogno di vedere una società più giusta, in cui le pari opportunità diventino davvero realtà e non solo parole scritte sulla costituzione della più grande democrazia del mondo.
Ecco, Scorsese fa proprio questo; puntare il dito sulla differenza sostanziale tra la teoria dell’uguaglianza e la pratica della stessa, assolutamente divergente quando deve essere applicata.
Lo fa usando un linguaggio scenografico molto forte, non privo di pecche, ma duro e diretto.
Un sistema che andrà sempre più perfezionando, riuscendo a diventare in seguito uno dei registi più attenti a cogliere le contraddizioni della società americana; America 1929 è proprio l’anticamera di questo modo di vedere la storia americana, attraverso vite di emarginati, di disillusi, di coloro che vivono vite spesso disperate ai margini della società dell’opulenza.
Se questo film ha dei punti deboli, e non poteva essere altrimenti, vanno ricercati nel sacro furore che Scorsese mette nella descrizione della società e delle vite dei protagonisti, usando sia un linguaggio molto aggressivo, sia una virulenza di immagini che spiazzano lo spettatore, costretto a confrontarsi con una storia cruda e drammatica in cui i perdenti lo sono davvero, in cui l’attacco frontale del regista si manifesta in una serie finale di sequenze molto crude con qualche limite di comprensibilità sopratutto nelle varie sequenze temporali.
Il film, prodotto da Roger Corman, ha come protagonisti Barbara Herhsey e David Carradine, rispettivamente Bertha e Bill; i due attori si integrano alla perfezione, dando vita ad una coppia di personaggi di notevole spessore interpretativo.
La Hershey, che all’epoca del film aveva 24 anni, si cala perfettamente nel ruolo scomodo di Bertha, riuscendo a dare al suo personaggio un candore misto a disillusione di qualità elevatissima, come del resto fa David Carradine, alle prese con un personaggio romantico, sognatore ma allo stesso tempo cinico come quello di Bill.
L’uscita del film suscitò scalpore, per il realismo e la crudezza delle immagini; in Italia Tullio Kezich, all’epoca critico di punta del Corriere, definì Scorsese come uno dei “quattro giovani registi più promettenti del cinema americano d’oggi “. Una lungimiranza condivisa da quanti restarono affascinati dal nuovo modo imposto da Scorsese di raccontare la quotidianità, le vite comuni, il sociale di quel pianeta dalle molteplici facce che sono gli Usa.
America 1929 – Sterminateli senza pietà,un film di Martin Scorsese. Con Barbara Hershey, John Carradine, David Carradine, Barry Primus,Bernie Casey
Titolo originale Boxcar Bertha. Drammatico, durata 97 min. – USA 1972.
Barbara Hershey … ‘Boxcar’ Bertha Thompson
David Carradine … ‘Big’ Bill Shelly
Barry Primus … Rake Brown
Bernie Casey … Von Morton
John Carradine … H. Buckram Sartoris
Victor Argo … McIver 1
David Osterhout … McIver 2
Grahame Pratt … Emeric Pressburger
‘Chicken’ Holleman … M. Powell
Harry Northup … Sceriffo Harvey Hall
Ann Morell … Tillie Parr
Marianne Dole … Signora Mailler
Joe Reynolds … Joe Cox
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Joyce Hooper Corrington e John William Corrington
Sceneggiatura: Martin Scorsese
Fotografia: John M. Stephens
Montaggio: Buzz Feitshans
Musiche: Gib Guilbeau e Thad Maxwell
Scenografia: Walter Starkey

Un Robin Hood americano: Bill, un sindacalista perspicace che ruba ai ricchi per aiutare i poveri, futuro martire di una società prevenuta ed ancora conservatrice per alcune sue maniere. Altri tre ragazzi l’accompagnano (come se fossero i dodici apostoli con Gesù), e sono: la sua ragazza “puttana” interpretata dalla brava Barbara Hershey, un “negro” e da un “vigliacco” giocatore di poker. Martin Scorsese già dimostra di essere un grande come regista e Corman (produttore) c’azzecca sempre, non c’é niente da fare…
Sullo sfondo polemico di un periodo di crisi dell’America, questa storia trasmette ironia, ribellioni, riflessioni e tragedie. Opera intelligente del giovane Scorsese che sfrutta bene l’occasione di “raccomandazione” offertagli da Roger Corman. Filone politico di un ambientalismo ostile alla razza nera e a quella “rossa”. Ottimi risvolti che denotano un film sopra le righe anche grazie ad un cast all’altezza. Nel finale si intravedono le capacità di uno dei registi che sarà destinato a rimanere parte della storia del cinema.
Mi ha sorpreso. Credevo di assistere ad un film di genere gang scontato e noioso. Invece ho assistito ad una bellissima storia, che tocca tematiche importanti e ci fa notare coma gli Usa di quei tempi fossero il contrario della democrazia. Ci finiscono tutti, sotto i colpi della polizia intollerante: comunisti, neri ed ebrei. Bravi gli attori, soprattutto la Hershey. Scorsese si dimostra un cineasta superbo.
Secondo lungometraggio di Scorsese, che con i soldi di Roger Corman e della AIP gira in economia seguendo la più consolidata formula del maestro della serie B. Un gangster movie secco e molto violento con protagonista la bravissima e bellissima Barbara Hershey nella parte di Boxcar Bertha, che rimasta orfana dopo la morte del padre si dà alla vita da fuorilegge insieme ad un sindacalista (David Carradine che recita insieme al padre John) e ad un giocatore d’azzardo (Primus). Tante le sparatorie e molto sangue fino allo straziante finale del treno.
La seconda opera di Scorsese mostra già le grandi capacità di questo regista che esplora le tematiche tipiche dei suoi film, una su tutte la violenza insita nella società americana (ma non solo) e tratteggia una galleria di perdenti che resta nella memoria. Bello, avvincente e soprattutto intenso. Sconosciuto ai più, va decisamente recuperato.
Dal romanzo autobiografico di Bertha Thompson, un truce affresco degli USA negli anni della Grande Depressione e il suo portato di povertà, sospetto, odio xenofobo, sindacalismo sovversivo e violente reazioni padronali. Spinti dalla saldissima regia di Scorsese, Hershey e Carradine jr. entrano a buon diritto nella lunga galleria di antieroi romantici del cinema americano; Carradine sr. concede un aristocratico cameo. Si scorgono analogie con Il clan dei Barker di Corman che, non a caso, lavora qui in veste di produttore.











































































































































































































































































































