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Zenabel

Nel 1627 vive nel borgo di San Omobono di Sotto la bella Zenabel, intrepida spadaccina, bravissima lottatrice e femminista anti litteram.
La ragazza, che è sempre vissuta libera e selvaggia, apprende un giorno dall’uomo che l’ha allevata come fosse sua figlia di essere in realtà la figlia di un duca, a cui il barone spagnolo Alonso Imolne ha tolto il regno e la vita.
La ragazza è stata affidata all’uomo che l’ha cresciuta, lontana dai pericoli rappresentati dal barone Alonso , convinto di non avere nessun rivale legittimo che possa richiedere i possedimenti del defunto duca.

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Zenabel riunisce attorno a se altre ragazze che, come lei, vogliono maggiore libertà e che sono disposte a seguirla nella sua lotta per rivendicare i possedimenti del padre.
Con l’aiuto delle compagne, libera alla sagra delle vergini un gruppo di ragazze destinate a fare da compagnia agli amici del barone; ritornata sulle montagne, Zenabel conosce il bandito Gennaro, soprannominato il ribelle, che si innamora di lei e decide di seguirla nella sua battaglia contro il barone Alonso.
Dopo varie peripezie, Zenabel verrà catturata dai soldati del barone, ma grazie a Gennaro riuscirà all’ultimo momento a scampare alla morte; sconfitto il barone e riottenuti i suoi possedimenti la bella Zenabel rinuncerà al titolo e alle terre per vivere libera tra le sue montagne con Gennaro.

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Zenabel, diretto da Ruggero Deodato nel 1969 è un film cappa e spada con venature leggermente erotiche che rieccheggia in qualche modo le avventure di Isabella duchessa dei diavoli, film tratto dall’omonimo fumetto e portato sullo schermo da Sergio Corbucci nello stesso anno in cui esce Zenabel.
A differenza del film di Corbucci,ambientato in Francia mentre Zenabel è ambientato in Italia, il film di Deodato si segnala per qualche scena umoristica in più e per una certa cura nei dettagli e nella fotografia, pur risultando alla fine sostanzialmente di buon livello come il film di Corbucci.
La protagonista principale è Lucretia Love, attrice che si era fatta le ossa con alcune comparsate in mezza dozzina di film; qui è alla sua prima parte da attrice principale e se la cava molto bene, nei limiti di un film avventuroso che non richiede particolari doti espressive. In possesso di un fisico asciutto e scattante, aiutata da una bellezza notevole e da una certa dose di humour, la Love fa il suo inserendosi in un racconto che Deodato gira con indubbia mano felice.

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Il gran merito di Deodato è quello di inserire, in questo film, una certa dose di ironia che nel film di Corbucci era praticamente assente.
Certo, alcuni discorsi proto femministi (siamo nel 1969), appaiono più una concessione alla platea che una reale necessità della pellicola, virata tutta all’avventura e condita da un erotismo mal celato ma tenuto sotto controllo in maniera ossessiva.
Siamo in un periodo in cui le maglie della censura sono strettissime e Deodato concede quanta epidermide può senza eccedere, ben sapendo che il film avrebbe corso il rischio di essere falcidiato dalla commissione atta a giudicare la morale pubblica, istituzione altamente ipocrita che si arrogava il diritto di decidere quali cose potevano essere viste dai poveri spettatori e quali no.

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Ma tant’è, il film passa la commissione e arriva nelle sale, dove riscuote un discreto successo anche se ovviamente limitato al solo pubblico, visto che i critici arricciarono il naso e snobbarono qualsiasi recensione verso il film
Anche se ormai pesantemente datato, Zenabel è un film gradevole con un cast di buon livello, in cui figurano John Ireland, Lionel Stander, Fiorenzo Fiorentini e Fiammetta Baralla; buona come già detto la fotografia e buona la regia di Deodato, che l’ anno prima si era distinto con Gungala la pantera nuda, uno dei tanti film ambientati nella giungla.
Purtroppo di questo film girano solo riduzioni da VHS assolutamente inguardabili; gli stessi fotogrammi illustrativi che ho racimolato per illustrare il film provengono da logore versioni riversate da analogico.

2 gennaio 2015

Oggi il film è disponibile su You Tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=-yd1Sdd9klw in una discreta versione

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Zenabel
Un film di Ruggero Deodato. Con Lionel Stander, Lucretia Love, Mauro Nicola Parenti, Fiorenzo Fiorentini, Beatrice Bensi, Carlo Pisacane, Nello Pazzafini, Ignazio Leone, Andrea Scotti, Elisa Mainardi, Dada Gallotti, Mario Cecchi, Margherita Simoni, John Ireland, Geneviève Audrey, Adriana Alben, Anna Recchimuzzi, Christine Davray, Luigi Leoni Avventura-durata 93 min. – Italia 1969.

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Lucretia Love … Zenabel
John Ireland … Don Alonso Imolne
Lionel Stander … Pancrazio
Mauro Parenti … Gennaro
Fiorenzo Fiorentini … Cecco
Elisa Mainardi … Amica di Zenabel
Luigi Leoni … Baldassarre
Ignazio Leone … Guardia
Fiammetta Baralla … L’altra amica di Zenabel
Carlo Pisacane … Mendicante
Andrea Scotti … Don Carlos

 

Regia:Ruggero Deodato
Sceneggiatori:Gino Capone (sceneggiatura,storia),Ruggero Deodato,Antonio Racioppi
Produzione: Andrea Fantasia,Mauro Parenti
Musiche: Bruno Nicolai, Ennio Morricone
Fotografia: Roberto Reale
Montaggio:Antonietta Zita
Costumi: Angela Passalacqua

settembre 10, 2012 Posted by | Avventura | , , | 5 commenti

Samoa regina della giungla

Samoa locandina

Il Professor Dawson organizza una spedizione nelle isole malesiane per trovare un ricchissimo giacimento di diamanti; il gruppo che affianca il Professore è composto dalla sua assistente personale Nancy White,dall’avventuriero Clint Lomas e dagli accompagnatori Muller, Alain e Moreau.
Sbarcati sull’isola, i componenti della spedizione devono subito fare i conti con una natura ostile e con l’insidia rappresentata dai cacciatori di teste che la popolano.
Il pericolo è in agguato e Stark, che si è allontanato dalla spedizione viene sbranato da una tigre, mentre il gruppo raggiunge un fiume che precipita in una cascata. Qui il gruppo stesso viene attaccato dai feroci cacciatori di teste e nonostante la bravura di Clint con le armi Dawson e compagni farebbero una brutta fine se non comparisse all’improvviso la stupenda Samoa, che li salva conducendoli attraverso un passaggio segreto all’accampamento in cui vive con la sua tibu.
Qui scoprono che la tribù custodisce una quantità enorme di diamanti, offerti alle divinità protettrici della stessa; le varie anime della spedizione si mostrano così in tutta la loro interezza.

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Edwige Fenech

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Femi Benussi

C’è Moreau che non resiste alla cupidigia e saccheggia il tesoro, c’è Alain che si lega alla bellissima Jasmine mentre lo stesso Clint sembra essere tentato dai diamanti. Il furto sacrilego di Moreau scatena la rabbia della tribù che insegue la spedizione costretta a scappare.

Durante la fuga Moreau finisce tra le sabbie mobili e muore sotto gli occhi inorriditi di Samoa e Clint, che riescono a fuggire mentre nel frattempo Alain ha deciso di restare con Jasmine della quale si è innamorato.
Solo Clint e Samoa riusciranno, a bordo di una canoa, a sfuggire dopo varie peripezie alla tribù lanciata al loro inseguimento e a tornare a casa con un ricco bottino in diamanti.
Samoa regina della giungla è un film del 1968 diretto da Guido Malatesta, lo stesso regista che l’anno successivo avrebbe diretto Tarzana sesso selvaggio;è un film che si colloca nella scia del successo di Gungala la vergine della giungla e di Liana la figlia della foresta, anch’essi girati nella giungla e con temi più o meno simili.

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Ivy Holzer

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Un film avventuroso non molto differente, per fare un esempio, da quelli aventi come protagonista Allan Quatermann, con alcuni topos classici, come il tesoro, gli avventurieri, le bellissime che si innamorano dei migliori di loro, la cupidigia e infine la vendetta con la morte di quasi tutti i protagonisti.
Se la storia non presenta grossi motivi di interesse, visto che di film simili ne sono stati fatti in serie un numero impressionanti, va riconosciuto allo stesso la capacità di portare nelle sale un pubblico che altrimenti non avrebbe riempite le stesse.

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E’ proprio il cinema di serie B a portare nelle sale la maggioranza degli spettatori e a dare loro quello che in fondo chiedono, ovvero due ore spensierate da passare in compagnia di prodotti che possibilmente non annoino e non costringano lo spettatore stesso a farsi mille domande sul film, sul suo significato ecc.
Samoa regina della giungla è un prodotto discreto, con il giusto mix di avventura e azione, anche se non mancano nel film stesso alcune ingenuità che lo rendono inequivocabilmente un prodotto per bocche buone.
La Fenech, che interpreta Samoa gira con un’acconciatura e con una mise da occidentale sofisticata, parla inaspettatamente la lingua degli avventurieri in cui si imbatte ed appare truccata come dopo una seduta dall’estetista.
A parte questo, il film ha un buon ritmo e qualche momento felice.

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Il cast fa il suo con sufficiente professionalità e a tal pro vanno segnalate le prove della Fenech stessa, della splendida Femi Benussi che l’anno successivo sarà protagonista del Tarzana di Malatesta e di Ivano Staccioli, che quando deve fare il duro non è secondo a nessuno.
Discreta la fotografia e la location, con splendide immagini naturali.

Il film è disponibile in una versione di ottima qualità su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=Um2WVBeT5jE

Samoa, regina della giungla
Un film di Guido Malatesta. Con Ivano Staccioli, Edwige Fenech, Roger Browne, Ivy Holzer,Andrea Aureli, Giustino Durano, Claudio Ruffini, Femi Benussi, Umberto Ceriani Avventura, durata 88′ min. – Italia 1968.

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Roger Browne: Clint Lomas
Edwige Fenech: Samoa
Ivy Holzer: Nancy White
Ivano Staccioli: Moreau
Andrea Aureli: Stark
Umberto Ceriani: Alain
Tullio Altamura: Professor Dawson
Wilbert Bradley: Campu, la guida
Femi Benussi: Yasmin

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Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Romana Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca

 

Maggio 17, 2012 Posted by | Avventura | , , , , | 6 commenti

Le labbra proibite di Sumuru

La bellissima Sumuru ha creato clandestinamente un formidabile esercito composto esclusivamente da donne, con le quali ha ordito un piano ambizioso: sostituire tutti gli uomini al potere usando per neutralizzarli le armi della seduzione.
Per sventare i piani della affascinante virago vengono inviati due agenti, Nick West e Tommy Carter, incaricati delle indagini sull’uccisione di un influente uomo politico. Dopo una serie di traversie e grazie all’aiuto della bella Helga Martin riusciranno a fermare il piano criminoso.


Le labbra proibite di Sumuru, traduzione furbissima e molto libera del titolo originale inglese The Million Eyes of Sumuru è una curiosa mescolanza di generi che spaziano tra i film di James Bond alle storie tradizionali del genere spy condita furbescamente con un pizzico di sesso e una puntina di erotismo. Il personaggio della diabolica Sumuru venne creato da Sax Rohmer, che ne fece l’eroina di una serie di romanzi editi tra gli inizi e la metà degli anni 50.


Il film è girato e proiettato nel 1967, quindi è quanto di più osè possibile in quel momento storico, cioè presso che zero almeno alla luce di ciò che si vedrà in seguito, tuttavia ha un suo fascino che risiede in primis nella storia abbastanza innovativa in cui si intravede un proto femminismo ovviamente estremamente limitato e al servizio di un film di pura evasione.
Il regista canadese Lindsay Shonteff, praticamente conosciuto solo da alcuni eletti ed amanti del cinema di genere assembla un cast di un certo rilievo per mettere in scena un film che ha dalla sua un discreto ritmo e sopratutto uno stuolo di belle figliole impegnate a sedurre uomini di potere per arrivare a governare il mondo, il tutto con tanto di gonnelle e corpetti stretti oltre il limite fisico.
La bellissima e seducente Sumuru è interpretata da Shirley Eaton, attrice inglese abbastanza famosa negli anni 60 per aver interpretato una serie di film avventurosi e principalmente per aver interpretato la stupenda Jill Masterson in Agente 007 Missione Goldfinger.


Il ruolo di Sumuru verrà reinterpretato dalla Eaton due anni dopo, nel remake omonimo diretto da Jesus Franco che utilizzerà anche Maria Rohm (sua beniamina) che aveva fatto parte del film originale nel ruolo di Helga Martin.
Le labbra proibite di Sumuru è quindi una variante degli action movie e delle spy story, così come il personaggio principale è una specie di prologo a quello di Fu Manchu (personaggio creato sempre da Sax Rohmer) che difatti sarà il film successivo realizzato dalla Eaton diretta da Franco al fianco di Christopher Lee.


Un film decisamente curioso, in cui tutti i ruoli classici delle spy story vengono ribaltati; in una delle scene iniziali che sembra trascinata di peso da un film di James Bond si vede la bellissima Sumuru assistere indifferente ad una presa mortale di una sua adepta nei confronti di un orientale, quasi strangolato da una mossa di judo e inquadrato per due lunghissimi minuti, mentre le splendide “guerriere” di Sumuru assistono tutte impeccabili e senza un capello fuori posto nella loro uniforme gialla che arriva a lasciar scoperte le natiche.


Che il film rifaccia il verso agli 007 appare chiaro dopo qualche decina di minuti; dall’assassinio di una giovane ragazza, affogata da Sumuru e due adepte al finale convulso, tutto sembra essere un tributo alle gesta dell’agente segreto creato da Fleming.
Con una differenza non da poco, costituita purtroppo dall’inconsistenza interpretativa di Frankie Avalon e di George Nader che interpretano malissimo rispettivamente gli agenti Carter e West; molto meglio il cast femminile nel quale spiccano le citate Eaton e Rohm, con un piccolo ruolo affidato all’affascinante Krista Nell.
Nel film compare anche un insolitamente allegro Klaus Kinskj nel ruolo del Presidente Boong; un film tutto sommato passabile quanto meno per il parterre, davvero lussuoso di bellezze in vetrina e giocato su un ritmo tutto sommato decente.


Dopo quasi 45 anni è uscita una versione digitale del film, che consiglio principalmente perchè estremamente colorata: il film è un trionfo di abiti e mezzi, di elettrodomestici e oggetto d’uso comune negli anni sessanta oltre che essere una sfilata di acconciature oggi assolutamente improponibile.
Se la trama non vi interessa più di tanto, potete sempre guardare il film con gli occhi di un documentarista.
Le labbra proibite di Sumurù
Un film di Lindsay Shonteff. Con Klaus Kinski, George Nader, Shirley Eaton, Frankie Avalon, Maria Holm, Wilfrid Hyde-White, Patti Chandler, Salli Sachse, Ursula Rank, Krista Nell, Maria Rohm, Paul Chang, Essie Huang, Jon Fong, Denise Davreux, Mary Cheng, Jill Hamilton, Louise Lee, Lisa Gray, Christine Luk, Margaret Cheung Titolo originale Sumurù. Avventura, durata 85 min. – USA, Gran Bretagna 1967.

Shirley Eaton … Su-muru
Frankie Avalon … Agente Tommy Carter
George Nader … Agenet Nick West
Wilfrid Hyde-White .Colonello Anthony Baisbrook
Klaus Kinski … Presidente Boong
Patti Chandler … Louise
Salli Sachse … Mikki
Ursula Rank … Erno
Krista Nell … Zoe
Maria Rohm … Helga Martin
Paul Chang … Ispettore Koo
Essie Huang … Kitty
Jon Fong … Colonello Medika
Denise Davreux … Guardia personale di Sumuru
Mary Cheng … Guardia personale di Sumuru

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dicembre 22, 2011 Posted by | Avventura | , , , , | Lascia un commento

L’ultimo dei Mohicani

L'ultimo dei Mohicani locandina

Come recita la didascalia iniziale, la vicenda è ambientata nel Nord America nel 1757, durante l’epoca della guerra tra Francia e Inghilterra per il controllo delle colonie.
Un ufficiale inglese si reca in un villaggio di nativi americani per tentare una difficile opera di reclutamento, utilizzando come sistema di persuasione il dovere morale dei nativi stessi di difendere il territorio sotto la giurisdizione inglese.
Il fiero capo dei Mohicani, Chingachgook, che è momentaneamente ospite del villaggio assieme a suo figlio Uncas e ad un bianco da lui adottato perchè orfano di genitori (inglesi) di nome Nathan ma soprannominato Occhio di falco per il suo straordinario talento di cacciatore con il fucile, rifiuta di farsi coinvolgere in quella che ritiene una guerra assurda e continua con i suoi compagni il lungo viaggio che ha intrapreso.
Tuttavia, durante il viaggio, accade qualcosa che fatalmente costringerà i tre compagni a doversi schierare con gli inglesi: si imbattono infatti in una piccola colonna inglese che è stata attaccata dai nativi Uroni, alleati dei francesi.
Grazie all’aiuto provvidenziale di Chingachgook, di Uncas e di Occhiodifalco, sopravvivono all’attacco il maggiore Heyward e due ragazze, le figlie del comandante di Fort Henry colonnello Munro.

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L’arrivo nel forte davanti al colonnello Munro

Le due giovani donne, Cora e Alice Munro, arrivano così sane e salve al forte, non prima però di essere passate per un’altra esperienza orribile.
Sul cammino che porta a Fort Henry il gruppo assiste ad uno spettacolo raccapricciante: tutti gli appartenenti alla fattoria di John Cameron sono stati massacrati dai nativi Ottawa, anch’essi alleati con i francesi.
Mentre Heyward è convinto che ad operare il massacro siano stati dei semplici banditi, i tre amici hanno capito che ormai la rivolta ha assunto livelli estremamente pericolosi.
Raggiunto il forte e consegnate le due ragazze al padre, per tutta ricompensa Occhiodifalco, Chingachgook e Uncas vengono di fatto resi prigionieri e a loro viene impedito di allontanarsi dal forte.

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Alice e Cora

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I tre amici scoprono il massacro dei coloni

La difesa del forte stesso è impossibile, così dopo una breve resistenza, gli inglesi capitolano e accettano l’offerta del comandante francese Gen Montcalm che propone loro la vita salva e l’onore delle armi in cambio della resa.
Durante il mesto ritiro delle truppe inglesi, le stesse vengono attaccate vigliaccamente dagli Uroni guidati da Magua, che si aspettava un bottino di guerra ben più cospicuo.
Il colonnello Munro viene ucciso da Magua, sotto gli occhi impotenti del gruppetto superstite, che conta ormai soltanto le due ragazze, i due nativi Mohicani e Occhiodifalco, perchè anche Heyward verrà selvaggiamente ucciso.
Nel frattempo accanto a tanto orrore si sviluppano e si intrecciano le storie d’amore tra Alice e Uncas e Nathan Occhiodifalco e Cora: il destino, dopo tutta una serie di avventure, serberà a questa coppia un fato favorevole.
Infatti sia Uncas che Alice morranno, il primo ucciso da Magua, la seconda suicidandosi pur di seguire l’amato.
Nel finale, Chingachgook vendicherà suo figlio e Alice uccidendo il malvagio Magua e ai funerali con tristezza chiederà ai suoi dei di pazientare per lui, Chingachgook ormai l’ultimo della fiera stirpe dei Mohicani seguirà presto suo figlio.
Epico, spettacolare, magnifico esempio di film d’avventura è questa riduzione del romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani, realizzata da Michael Mann usando fedelmente il testo scritto e sceneggiando quella che è una delle opere più belle nella storia del cinema sia per quanto riguarda la compattezza e lo svolgimento degli avvenimenti sia per tutta un’altra serie di motivi che illustrerò in seguito.

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Momenti di tenerezza fra Nathan e Cora

Michael Mann, regista di Manhunter – Frammenti di un omicidio crea un film praticamente perfetto in cui tutti i meccanismi che servono per creare un’opera epica e di gran respiro appaiono perfettamente studiati e realizzati.
Scenografie maestose e location affascinanti, ritmo e azione, recitazione di un cast assolutamente adeguato con la ciliegina sulla torta costituita da una colonna sonora tra le più belle dell’intera cinematografia di tutti i tempi concorrono a creare un capolavoro pressochè unico e inimitabile non solo nei limiti del film d’azione e d’avventura.
Quello che Mann fa è dare risalto e potenza visiva ad un romanzo che dilata i tempi rendendo più lento lo scorrimento delle varie vicende dei protagonisti: così mentre nel romanzo di Cooper le storie d’amore dei quattro giovani protagonisti ovvero Nathan, Cora, Alice e Uncas appaiono più dettagliate, nel film per forza di cose tutto si accelera, anche se sempre con un’acuratezza visiva e di sintesi che lascia sbalorditi.

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Il feroce capo degli Uroni, Magua

Grandissima la prova di recitazione di Daniel D.Lewis, protagonista tra l’altro di apparizioni in film importanti come Domenica, maledetta domenica, Gandhi,Il mio piede sinistro e che dopo questa grande prova apparirà in film importanti come Gangs of New York e Il petroliere.
Bravissima Madeleine Stowe, la Cora Munro che sceglie di amare quell’uomo fiero, dai grandi valori che ha appreso dal suo padre putativo e maestro spirituale Chingachgook che si chiama secondo l’usanza indiana Occhiodifalco; bravissimo Wes Studi, che essendo nativo d’origine rappresenta al meglio l’integrazione tra il personaggio del film e la fisicità tipica dei nativi americani.
Il suo sguardo truce, la sua “cattiveria” sono espresse con una capacità interpretativa che lascia stupefatti. L’attore americano infatti verrà utilizzato per un altro capolavoro ambientato tra i nativi, Balla coi lupi.
Dopo tutta questa serie di doverosi riconoscimenti, appare chiaro che andare a parlare di difetti della pellicola appare un esercizio di stile assolutamente fine a se stesso: il film coinvolge, attrae e alla fine commuove.

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La cattura delle due sorelle Munro

Cosa chiedere di più ad una pellicola d’evasione?
Nulla.
Per cui si può tranquillamente assurgere L’ultimo dei Mohicani all’Olimpo dei film più belli di sempre, almeno nel campo del cinema d’evasione.
Accanto ad altre riduzioni di romanzi, come Blade runner, per esempio.
Due annotazioni ancora.
Lo scenario delle Blue Ridge Mountains della Carolina del Nord sono il suggestivo sfondo del film; una natura lussureggiante e selvaggia che lascia senza fiato e che diventa un biglietto di presentazione turistico senza pari.
Infine la colonna sonora, scritta e composta dal duo Randy Edelman, Trevor Jones e che ebbe una fortunata versione da parte del musicista greco Vangelis, che a tratti è incantevole tanto da sembrare tutt’uno con quello che ci scorre sotto gli occhi.

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Nhatan prigioniero degli Uroni…

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…e prigioniero degli inglesi

Sottoscrivo, quindi, il giudizio del Morandini, verso il quale come sanno i lettori del mio blog, sono spesso ferocemente critico :” Con diversi aggiustamenti narrativi e ideologici, M. Mann, robusto specialista di cinema d’azione, e il suo cosceneggiatore Christopher Crowe si rifanno alla sceneggiatura scritta da Philip Dunne per l’edizione del 1936. Come e più che nelle versioni precedenti, il vero eroe è il bianco Occhio di Falco (Day-Lewis in gran forma), mentre i due Mohicani amici, Chingachook e suo figlio Uncas, gli fanno da spalla. Più che in passato, il culmine della vicenda è l’assedio di Fort William Henry in cui, durante la guerra franco-britannica dei sette anni (1756-63), gli inglesi furono sconfitti da forze francesi preponderanti. Difetti e debolezze non mancano, ma molto gli dev’essere perdonato perché ricrea un senso antico dell’avventura e dei grandi spazi, restituisce (anche per merito del colore di Dante Spinotti) il sapore di un’epoca col gusto di una vecchia stampa, ha la forza ingenua dei grandi sentimenti. Il film dà concretezza visiva alla parola “imboscata” e tiene fede alla bella immagine che gli fece da manifesto: l’agile Day-Lewis in corsa col tomahawk in pugno e la lunga carabina a tracolla.”
In ultimo, un appunto personale che riguarda le recensioni di quella che ormai è la bibbia personale dalla quale ricavo le recensioni di spettatori appassionati di cinema come me.

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Il massacro degli inglesi

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Il trionfo di Magua

Nel Davinotti ho letto critiche un tantino maliziose al film, accusato di essere troppo perfetto e studiato a tavolino. Il che è un controsenso, parlando di film in cui la vera protagonista è l’avventura; probabilmente qualche critico del noto sito dimentica che tutto è tratto dal romanzo omonimo e che ad esso va rapportato. Se non si è letto il romanzo, risulta davvero difficile capire la portata del lavoro fatto da Mann.
Insomma, in ultima analisi,un film che deve esser presente in ogni cineteca che si rispetti e che va visto almeno un paio di volte per apprezzarne appieno la bellezza.

 

L’ultimo dei mohicani, un film di Michael Mann. Con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Eric Schweig, Jodhi May,Steven Waddington, Maurice Roëves, Wes Studi, Dylan Baker, Patrice Chereau, Edward Blatchford, Terry Kinney, Tracey Ellis, Justin M. Rice, Dennis Banks, Pete Postlethwaite, Colm Meaney
Titolo originale The Last of the Mohicans. Western, durata 122 min. – USA 1992.

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Daniel Day-Lewis: Nathaniel “Occhio di falco”
Madeleine Stowe: Cora Munro
Russell Means: Chingachgook
Eric Schweig: Uncas
Jodhi May: Alice Munro
Steven Waddington: Maggiore Duncan Heyward
Wes Studi: Magua
Maurice Roëves: Colonnello Edmund Munro
Patrice Chéreau: Gen Montcalm
Edward Blatchford: Jack Winthrop
Terry Kinney: John Cameron
Tracey Ellis: Alexandra Cameron
Justin M. Rice: James Cameron
Dennis Banks: Ongewasgone
Pete Postlethwaite: Capitano Beams

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Regia Michael Mann
Soggetto James Fenimore Cooper
Sceneggiatura Christopher Crowe, Michael Mann
Produttore Michael Mann, Hunt Lowry
Casa di produzione Morgan Creek Productions
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Dov Hoenig, Arthur Schmidt
Effetti speciali Trix Unlimited
Musiche Randy Edelman, Trevor Jones
Scenografia Wolf Kroeger
Costumi Elsa Zamparelli
Trucco Peter Robb-King
Sfondi Robert Guerra, Richard Holland

Maestoso ed imponente (in primis per scenari, battaglie e colonna sonora) film storico di stampo classico-avventuroso; con ottimi interpreti e scene ben fatte (alcune anche abbastanza crude), talvolta però è un po’ prolisso e manca di un vero senso di coinvolgimento.

Tutto pensato in grande: paesaggi (esaltati dalla splendida fotografia), scene, musica. In questo affresco spettacolare, di indubbio fascino visivo, i personaggi rischiano di sembrare figure bidimensionali, e ciò nonostante le belle interpretazioni sia di Daniel Day-Lewis che di Wes Studi. Non mancano l’avventura, il dramma, l’amore, ma il risultato finale è uno di quei film che, pur risultando ammirevoli sotto tanti aspetti, non riescono a convincere fino in fondo. Potenziale capolavoro cui manca quel “quid” di difficile definizione.

Ottimamente confezionato, è un film d’avventura molto ben girato in cui la vena di Mann, pur non essendo all’altezza di altri suoi lavori passati e futuri, permette di raggiungere alla pellicola risultati ben superiori alla media. Piacevole ed abbastanza avvincente, si segnala per una certa sobrietà sia nella durata non oceanica come spesso accade in operazioni del genere, sia negli sviluppi narrativi che evitano inutili scene madre.

Dal celebre romanzo di Cooper, il regista americano per definizione più votato all’action moderno (Mann) dirige un’avventura di ampio respiro e di stampo straclassico. Nessuna sovrastruttura ideologica o complicazioni di sorta: avventura allo stato puro, personaggi semplici e lineari, grandi spazi (bella la fotografia di Dante Spinotti) ed un interprete inaspettato (DD Lewis) ma in forma, straordinariamente fedele ed aderente al personaggio. Forse un po’ prolisso, ma godibile.

Veri punti di forza di questo film sono l’ambientazione e la colonna sonora. Seguono poi gli attori, più che passabili (un plauso allo spietato indiano, di rara cattiveria). Il protagonista, un bianco (Occhio di Falco, detto anche Long Carabine), nonostante all’inizio sembri un po’ troppo hollywoodiano, diventa via via più convincente e l’azione, quasi costante, consente alla pellicola di far mantenere vivo l’interesse dello spettatore, grazie anche a un inseguimento finale con sorprese (la decisione della sorella della protagonista). Buono e consigliabile.

Guerra franco-inglese nelle colonie americane del 700: due donne attraversano foreste e battaglie, aiutate da alcuni indiani e braccate da altri. Maestoso film d’avventura che non lesina sul grandioso: paesaggi mozzafiato, fotografia impeccabile, musica d’effetto (spalmata su tutto fino alla nausea), spiegamento di mezzi e comparse. Ma tutto ciò non basta: questa versione del noto romanzo è tutta esteriore, attenta all’azione, senza anima né calore, senza un senso profondo che muova le cose. Tutto è talmente perfetto da risultare arido.

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L’incantevole paesaggio delle Blue Ridge Mountain nella Carolina del Sud

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Le Bald Falls Blue Ridge Mountains, teatro dello scontro finale

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Un’altra inquadratura delle Bald Falls Blue Ridge Mountains

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Due suggestive vedute delle Blue Ridge Mountain, location del film

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Daniel D. Lewis è Nathan

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Madeleine Stowe interpreta Cora Munro

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Jodhi May interpreta Alice Munro

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Wess Studi è Magua

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Eric Schweig è Uncas

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Lobby card del film

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Soundtrack del film

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dicembre 6, 2011 Posted by | Avventura | , , | 2 commenti

Quando i dinosauri si mordevano la coda

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La giovane e bella Sanna appartiene ad una tribù preistorica che vive tra le montagne.
E’ un’epoca pericolosa perchè giganteschi rettili come dinosauri, pterodattili e triceratopi cacciano tutto ciò che si muove.
Il capo della tribù, Konsor, ha l’abitudine di sacrificare al dio sole tre ragazze bionde, onde ingraziarsi le divinità; Sanna è una delle prescelte ma  rifiuta di farsi immolare e fugge per mare.

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Salvata in extremis da un ben piantato pescatore di nome Tara, viene accolta nella tribù dell’uomo dove però si fa subito delle nemiche, a causa dell’attrazione che suscita nell’uomo, legato alla bella Ajark.
Sanna così è costretta a scappare nuovamente e si avventura in zone desertiche, dove non possa essere raggiunta dalla tribù, che si è messa sulle sue tracce; rifugiatasi in un uovo di dinosauro, viene in pratica adottata da uno dei rettili e la ragazza finisce per dividere il suo tempo con un cucciolo di dinosauro che ammaestra quasi fosse un cagnolino.
Ma è destino che la tranquillità della ragazza debba essere nuovamente turbata.
Tara, che non ha mai smesso di cercarla, la ritrova e per un pò di tempo i due dividono le giornate spensieratamente, vivendo la loro storia d’amore, cacciando e divertendosi come bambini.
L’idea di tornare alla tribù di Tara si rivela fatale: i due vengono fatti prigionieri e solo l’intervento del dinosauro che aveva salvato Sanna in precedenza permette alla donna di fuggire.

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Nuovamente catturata, Sanna e Tara fuggiranno grazie ad una tempesta che si abbatte sul villaggio.
I due, questa volta, si allontanano per sempre da quelle terre inospitali.
Prodotto Hammer targato 1969, diretto da Val Guest con un budget molto alto e con l’ausilio dei migliori mezzi tecnologici dell’epoca, Quando i dinosauri si mordevano la coda (When the dinosaurs ruled the earth) è uno dei più importanti film ambientati in epoca preistoria, limitatamente com’è ovvio al periodo in cui venne girato.

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Victoria Vetri

Aldilà delle numerose incongruenze, come quella della convivenza tra i giganteschi rettili e l’uomo, separati in realtà da milioni di anni nella scala dell’evoluzione, il film è una gradevole avventura strutturata anche come love story tra la bella Sanna e il robusto Tara, i due personaggi principali del film, con l’aggiunta dell’interazione con i dinosauri.
Memorabile la sequenza che vede Sanna tentare di istruire un cucciolo di dinosauro con una specie di flauto insegnandogli a stare seduto secondo comandi, un po come facciamo noi con i nostri animali domestici.

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Magda Konopka

L’ingenuità della trama e di molte situazioni è evidente, anche se non si tratta certo di un prodotto per minori.
La bella Victoria Vetri che interpreta Sanna si produce infatti in alcune sequenze di nudo che a fine anni sessanta erano assolutamente un’eccezione per i prodotti poi destinati al nostro paese.
Un film ovviamente pesantemente datato, anche se girato con mano esperta e con l’ausilio di mezzi tecnici di prim’ordine.

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Il film, tratto da un romanzo di Ballard scomparso due anni addietro e autore di grandi classici della fantascienza come Vento dal nulla, Deserto d’acqua e Terra bruciata, venne definito dallo scrittore “un film orribile”
Il perchè è facilmente identificabile nelle scelte della produzione; in primis va segnalata la scrittura di attori belli come il sole, biondi e atleticamente scolpiti, in forte contrasto con quelle che dovevano essere le caratteristiche fisiche delle genti preistoriche.

Inevitabilmente le scelte cinematografiche devono però andare in direzioni ben precise; un bel volto di donna, un uomo atletico e muscoloso attraggono sicuramente più di un volto comune o di un corpo adiposo e pertanto le scelte della Hammer erano da considerarsi obbligate.
Gli effetti scenici sono di prim’ordine, e se la storia fa acqua come un colabrodo, la cosa non ha molta importanza; siamo di fronte ad un tipico prodotto di fantasy con un buon ritmo e con scene curate.
Fa nulla che la Vetri sia espressiva come un armadio e che Robin Hawdon abbia sempre la stessa espressione imbarazzante, sia che debba soccorrere la bella Sanna sia che ci debba fare l’amore.

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Aggiungiamoci anche una Magda Konopka che sembra appena uscita da un parrucchiere, una Imogen Hassall abbronzatissima e con ì denti bianchi a tal punto da essere una promozione diretta per la corretta igiene dentale.
Infine mescoliamo anche i dinosauri buoni che familiarizzano con gli umani, il cattivo pterodattilo che attenta alla vita del povero cucciolo di dinosauro, dialoghi abbastanza surreali e avremo una sintesi di quello che è il peggio del film.
Ma come già detto, non si possono fare troppe pulci ad un prodotto di semplice evasione.
E allora ci si può gustare una storiellina abbastanza lineare, si possono godere le grazie di Victoria Vetri che se non è passata agli annali come grande attrice era peraltro un gran bel vedere, si possono ammirare le belle sequenze tecniche e gustarsi qualche bella scena di combattimento, abbassando possibilmente il volume quando c’è una mortale colonna sonora a fare da sotto fondo nelle scene senza azione.

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Quando i dinosauri si mordevano la coda, un film di Val Guest. Con Magda Konopka, Victoria Vetri, Robin Hawdon, Sean Caffrey, Patrick Allen, Drewe Henley,Imogen Hassall, Patrick Holt, Jan Rossini, Carol Hawkins, Maria O’Brien, Connie Tilton, Maggie Lynton, Jimmy Lodge, Billy Cornelius, Ray Ford
Titolo originale When Dinosaurs Ruled the Earth. Fantastico, durata 96 min. – Gran Bretagna 1969

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Quando i dinosauri si mordevano la coda banner personaggi

Victoria Vetri    …     Sanna
Robin Hawdon    …     Tara
Patrick Allen    …     Kingsor
Drewe Henley    …     Khaku
Sean Caffrey    …     Kane
Magda Konopka    …     Ulido
Imogen Hassall    …     Ayak
Patrick Holt    …     Ammon
Carol Hawkins    …     Yani
Maria O’Brien    …     Omah
Connie Tilton    …     La madre delle sabbie
Maggie Lynton    …     La madre delle rocce
Jimmy Lodge    …     Pescatore
Billy Cornelius    …     Cacciatore

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Regia di Val Guest
Da un romanzo di James Ballard
Sceneggiatura di Val Guest
Prodotto da Aida Young
Musiche di Mario Nascimbene
Fotografia di Dick Bush
Montaggio di Peter Curran

Effetti speciali:

Alan Bryce    ….     effetti speciali (con il nome Allan Bryce)
Roger Dicken    ….     effetti speciali
Brian Johnson    ….     effetti speciali (con il nome Brian Johncock)
Martin Gutteridge    ….     effetti speciali (non accreditato)
Brian Humphrey    ….     effetti speciali (non accreditato)
Garth Inns    ….     effetti speciali (non accreditato)

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Lobby card italiana

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Foto promozionale di Victoria Vetri

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Foto promozionale della Hammer

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Da sinistra a destra:
Magda Konopka, Victoria Vetri, Imogen Hassall

Quando i dinosauri si mordevano la coda lc 5Victoria Vetri in un fotogramma tratto da un cineracconto

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Foto pubblicitaria del film

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marzo 26, 2011 Posted by | Avventura | , , | 1 commento

Sheena, regina della giungla

Sheena locandina

I coniugi Betty e Philip Arnes, con la loro figlioletta Janet, si recano in Africa per alcuni studi; oggetto del loro interesse è la terra degli Zambuli, che ha delle particolari proprietà mediche.
Infatti nel villaggio degli stessi Zambuli la sciamana utilizza la terra come un potente farmaco, tanto che nei dintorni tutti chiamano il posto “la terra che guarisce”.
I due scienziati si apprestano quindi a indagare sulle strane proprietà della terra quando, inoltratisi in una caverna, vengono seguiti da Janet, allontanatasi per seguirli.
Le grida della bimba volte a richiamarli, provocano una frana con conseguenze letali per i due scienziati che muoiono schiacciati dai massi staccatisi dalla caverna.
La piccola Janet, rimasta orfana, viene così allevata dalla tribù e dalla sciamana, ribattezzata Shena e immersa in una realtà completamente nuova; i suoi compagni di giochi diventano leoni, scimmie, elefanti e serpenti.

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Tanya Roberts è Sheena

La sciamana del villaggio intanto si allontana verso la città; in un sogno ha visto il re Jabalani in pericolo di vita.
La scelta si rivelerà fatale perchè il principe Otwani con l’aiuto della principessa Zanda, riuscirà ad uccidere il re e a far ricadere la colpa sulla sciamana, facendo ritrovare l’arco di fabbricazione Zambuli dal quale è stata scoccata la freccia che ha ucciso il re.

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Sono due giornalisti, Fletcher e Vic, che erano arrivati in Africa con l’intento di seguire proprio Otwani abilissimo giocatore di football, a scoprire che in realtà il re è stato ucciso da una balestra e non da un arco.
Nel frattempo Sheena con la’iuto dei suoi animali libera la sciamana, che però poco dopo muore.
Inseguita dagli uomini di Otwani e aiutata solo da Vic, Sheena ingaggia una battaglia mortale con Otwani….

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Sheena regina della giungla, di John Guillermin, film diretto nel 1984, è un epigono di Tarzan, il leggendario uomo scimmia creato da Edgar Rice Burroughs.
Guillemin, autore fra l’altro di buoni prodotti come Il ponte di Remagen (1969), Shaft e i mercanti di schiavi (1973),  L’inferno di cristallo (1974), King Kong (1976) e Assassinio sul Nilo (1978) torna sul set proprio dopo quest’ultimo film a distanza di sei anni per riproporre la bellissima Tanya Roberts nei panni dell’emula di Tarzan, Sheena.

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E lo fa con un film sciatto dalla sceneggiatura ridotta all’osso, oltre che già vista troppe volte.
Ad aggravare il tutto la recitazione assolutamente scolastica di tanya Roberts, bellissima top model e null’altro.
Pensare che il fumetto di Eiger e Asher, che risaliva agli anni trenta, si sarebbe prestato, con una sceneggiatura all’altezza, a ben altro risultato.
Nel film si salvano ovviamente la location e la fotografia; la prima perchè i paesaggi sono ben scelti, come del resto lecito attendersi nel continente africano, pieno zeppo di luoghi affascinanti e misteriosi, la seconda ben curata, opera di Pasqualino De Santis direttore della fotografia in film di ben altro livello come La caduta degli dei, Morte a Venezia e Romeo e Giulietta.
Quindi, se vogliamo, gli ingredienti giusti c’erano tutti; ma il film, opaco e senza nerbo, si trasforma ben presto in un didascalico elenco di foto in cui si possono apprezzare le già citate bellezze dell’Africa o le grazie della Roberts, generosamente esposte.

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A parte il bel vedere, la Roberts mette in mostra un campionario recitativo fatto del nulla più assoluto.
Non va certo meglio con i monocordi attori che la circondano, che non è il caso nemmeno di citare.
Un film decisamente brutto quindi, in cui è davvero difficile appigliarsi a qualcosa di salvabile.

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Sheena, regina della giungla, un film di John Guillermin. Con Ted Wass, Tanya Roberts, Trevor Thomas Titolo originale Sheena. Avventura,  durata 117 min. – Gran Bretagna, USA 1984.

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Tanya Roberts    …     Sheena
Ted Wass    …     Vic Casey
Donovan Scott    …     Fletcher (“Fletch”)
Elizabeth of Toro    …     La sciamana
France Zobda    …     Principessa Zanda
Trevor Thomas    …     Principe Otwani
Clifton Jones    …     Re Jabalani
John Forgeham    …     Colonello Jorgensen
Errol John    …     Boto
Sylvester Williams    …     Juka
Bob Sherman    …     Grizzard
Michael Shannon    …     Phillip Ames
Nancy Paul    …     Betsy Ames
Kathryn Gant    …     Janet Ames (la piccola Sheena)
Kirsty Lindsay    …     La giovane Sheena
Nick Brimble    …     Wadman
Paul Gee    …     Blau
Dave Cooper    …     Anders
Tim Ward-Booth    …      Pilota dell’elicottero
Wilbur Nyabungo    …     Pilota
Oliver Litondo    …     Harcomba
Tom Mwangi    …     Nativo Africano
Margarita Ndisi    …     Receptionist
Joseph Olita    …     Primo poliziotto
Lenny Juma    …     Secondo poliziotto
William Allot    …      Sergente della prigione
Lucy Wangiu Gishomo    …     Vecchia signora
Mick Ndisho    …     Meccanico

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Regia di John Guillermin
Sceneggiatura di David Newman, Lorenzo Semple Jr.
Musiche di Richard Hartley
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ray Lovejoy
Scenografie Peter Murton
Trucco Christine Allsopp    , Stefano Fava

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Tratto da una storia a fumetti che ha per protagonista una sorta di Tarzan al femminile, il film di John Guillermin è una sorta di depliant illustrato del continente africano (oltre che delle indubbie grazie della protagonista) sul quale si innesta una storia più convenzionale che mai; il limite del film oltre che la prevedibilità della storia, è la fiacca sceneggiatura che produce un film noioso e privo di spunti davvero interessanti.

Se Dio vuole Mediaset da un po’ di tempo ha desistito dal propinarci questo obbrobrio quelle 2-3 volte l’anno. Lo spunto per mettere in scena questo filmaccio parte addirittura da un lontano fumetto datato 1938, che narrava le gesta di questa specie di Tarzan al femminile con poteri di comunicare con gli animali manco fosse San Francesco. Qui la resa cinematografica è stanca, piatta, eccessivamente lunga e banale, con l’eroina Sheena che la fa sempre franca contro i cattivoni dell’esercito che la braccano. Pessimo il cast zeppo di carneadi/desaparecidos.

Gli ingredienti per un buon film d’avventura c’erano tutti: suggestivi paesaggi africani, tribù indigene che si rivelano più civilizzate delle nostre, cattivi da combattere, uomini coraggioso da proteggere ed amare, animali feroci ma anche fedeli e, sopratutto, una bellissima ed angelica protagonista (era, infatti, l’ex-detective Julie Rogers dell’agenzia di Charlie), Tanya Roberts. Invece, Guillermin la butta sulla noia, in una trama che doveva essere d’azione e che d’azione non è mai! 1 e 1/2.

febbraio 11, 2011 Posted by | Avventura | , | Lascia un commento

La rivolta delle gladiatrici (The Arena)

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Durante l’occupazione romana della Gallia, un gruppo di legionari irrompe in un villaggio gallico mentre è in corso una cerimonia sacra e massacra senza pietà tutti gli uomini del villaggio.
Ad essere risparmiate sono soltanto le donne che vengono incatenate e trasportate in città. La stessa scena si ripete in Africa con le stesse modalità, solo che ovviamente le donne sono di colore.

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Pam Grier è Mamawi,Margaret Markov è  Bodicia

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Bodicia, sacerdotessa dei galli, bionda e bellissima, catturata nel raid in terra francese e Manawi, ballerina colored vengono quindi ad incontrarsi in catene nella città romana di Brindisi.
Qui le donne, assieme alle sventurate compagne di prigionia, vengono utilizzate come compagne occasionali dei gladiatori impegnati nei loro cruenti combattimenti o anche come divertimento notturno dei loro carcerieri.
Una rissa avvenuta nelle stanze in cui sono rinchiuse le donne provoca l’intervento di Timarcus, il tirannico organizzatore dei giochi gladiatori.
L’uomo decide così di far addestrare le donne per farle combattere fra di loro nelle arene.
Così avviene, sotto la guida dell’istruttore Septimus, che però finisce per innamorarsi della bella Lucinia.
Nell’arena, le donne si combattono, ma senza la necessaria ferocia, evitando di farsi del male, cosa che provoca lo scontento del pubblico, assetato di sangue.
Costrette sotto la minaccia delle armi a combattere sul serio, le gladiatrici improvvisate finiscono per trucidarsi fra loro.
Saranno Mamawi e Bodicia,sopravvissute ai combattimenti, consapevoli di essere destinate alla morte comunque, a organizzare una rivolta delle schiave, che si concluderà con la fuga di poche superstiti attraverso i sotterranei della città.

La rivolta delle gladiatrici 1

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Tardo peplum datato 1974, La rivolta delle gladiatrici, più noto in America con il titolo The Arena è inaspettatamente un gradevole film d’avventura che dal peplum riprende i ritmi e l’ambientazione, utilizzando le caratteristiche che avevano reso famoso il genere negli anni 60, ovvero i combattimenti con gladi e forche, gladiatori impegnati in lotte estreme ecc.
A cambiare per una volta sono i soggetti; non più rudi traci o sassoni catturati dai romani ma bellissime ragazze poco inclini a fungere da oggetto di divertimento per il volgare pubblico.
Sostanzialmente è questa la novità apportata dal film di Steve Carver, autore del discreto F.B.I. e la banda degli angeli (Big bad mama); accanto a lui, non accreditato, figura Aristide Massaccesi che in realtà girò le scene d’azione.
E c’è da credergli perchè la mano del regista romano (che contemporaneamente stava girando il decamerotico Novelle licenziose di vergini vogliose) è visibile sopratutto nella perizia con cui le stesse vengono rappresentate.

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La rivolta delle gladiatrici ha ritmo, una sceneggiatura accettabile, scene d’azione ben girate; il che è un autentico lusso, tenendo conto che il film stesso era un prodotto low budget.
Il cast fa il suo dovere, e tra gli attori protagonisti troviamo una giovane Pam Grier (Mamawi), la bella Lucretia Love (Deirdre),Rosalba Neri (Cornelia), l’ottimo Daniele Vargas, luciferino nell’interpretazione di Timarcus e Margaret Markov, la biondissima Bodicia decisamente più bella che brava.

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Da segnalare alcune scene su tutte; in primis la sequenza girata all’interno dell’arena, con i combattimenti tra le improvvisate gladiatrici e la rissa nelle cucine organizzata da Mamawi.
Naturalmente nudi a volontà ma eros decisamente limitato il che è sicuramente una novità all’interno di un film girato, se pur in “coabitazione” dal Massaccesi/D’Amato.

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Un pizzico di femminismo ante litteram, con qualche discorso velleitario (vedi quello di Mamawi alle sue colleghe gladiatrici), seni, cosce e natiche a profusione ma anche un sostanziale equilibrio della pellicola che alla fine risulta gradevole e leggera.

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Relegato tra i B movie e spesso sconsigliato dai critici come esempio di film dozzinale e mal diretto, The Arena vale invece sicuramente una visione.
Molto più di alcuni celebrati film di provenienza cecoslovacca, polacca e via discorrendo che imperversarono sugli schermi (purtroppo) in tutto il decennio settanta.
Da rimarcare, in ultimo, l’utilizzo da parte di numerosi attori di pseudonimi americani, espediente per accreditare la provenienza americana del film stesso; così Maria Pia Conte diventò Mary Count, Rosalba Neri diventò Sara Bay, Mimmo Palmara si trasformò in Dick Palmer e via dicendo.

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Rosalba Neri

La rivolta delle gladiatrici (The Arena), un film di Steve Carver e Aristide Massaccesi (non accreditato), con Margaret Markov, Pam Grier, Lucretia Love, Paul Muller, Daniele Vargas, Marie Louise Sinclair, Maria Pia Conte, Rosalba Neri, Vassili Karis, Silvio Laurenzi, Mimmo Palmara, Antonio Casale, Franco Garofalo, Pietro Ceccarelli, Jho Jhenkins, Ivan Gasper, Pietro Torrisi, Salvatore Baccaro, Anna Melita.
Genere Peplum,sexy Italia-USA 1974

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Margaret Markov    Bodicia
Pam Grier    …     Mamawi
Lucretia Love    …     Deidre
Paul Muller    …     Lucilius
Daniele Vargas    …     Timarchus
Marie Louise Sinclair    …     Livia
Maria Pia Conte    …     Lucinia
Rosalba Neri    …     Cornelia
Vassili Karis    …     Marcus
Silvio Laurenzi    …     Priscium
Mimmo Palmara    …     Rufinius
Antonio Casale    …     Lucan
Franco Garofalo    …     Aemilius
Pietro Ceccarelli    …     Septimus

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Regia     Steve Carver, Joe D’Amato (non accreditato)
Soggetto     John William Corrington, Joyce Hooper Corrington
Sceneggiatura     John William Corrington, Joyce Hooper Corrington
Produttore     Mark Damon
Produttore esecutivo     Roger Corman
Casa di produzione     New World Pictures, Rover Film
Fotografia     Aristide Massaccesi
Montaggio     Jahn Carver, Joe Dante
Musiche     Francesco De Masi
Scenografia     Bartolomeo Scabia
Costumi     Luciana Marinucci

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gennaio 25, 2011 Posted by | Avventura | , , , , , , , | Lascia un commento

Le guerriere dal seno nudo (Le Amazzoni di Terence Young)

Tra la combattiva gente delle Amazzoni è tempo di scegliere la nuova regina; tutte le aspiranti al trono scendono in campo.
Le migliori atlete Amazzoni si sfidano in gare molto dure, e alla fine la vincitrice è la bella e biondissima Antiope, che sconfigge in gara anche sua sorella Oreteia.
Antiope ripristina l’antica regola che vigeva tra le Amazzoni, ovvero un misto di disciplina militare con una castità assoluta.

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Alena Johnston è la regina Antiope

Instaura infatti il divieto di avere rapporti con uomini, salvo una volta all’anno per motivi di procreazione.
Così, per il rituale accoppiamento, vengono scelti dei greci, ai quali viene promesso in cambio del rame, materiale molto prezioso per i greci stessi.
Ma Teseo, re dei greci, decide di tendere una trappola alle Amazzoni, facendole attaccare dagli Sciti, salvo poi attaccare gli stessi Sciti per presentarsi alla guerriere come il loro salvatore.

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Luciana Paluzzi

Antiope, che ha scoperto il trucco, dopo aver sventato anche una congiura di palazzo ai suoi danni ordita dalla sorella Oreteia, decide di uccidere i greci durante l’ultima delle notti d’amore tra greci e Amazzoni.
Dopo una serie di alterne vicende, Antiope accetterà di far convivere pacificamente greci e Amazzoni, rinunciando cosi ai retaggi del passato.

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Sabina Sun è Oreteia

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Rosanna Yanni

Le guerriere dal seno nudo, film del 1974 diretto dal regista Terence Young è un sorprendente prodotto che mescola vari generi, usando come spunto il peplum per diventare, durante lo svolgimento, dapprima una parodia in chiave moderatamente sexy e infine un film quasi drammatico.
La storia è ben congegnata, e mescola elementi tipici di più generi; se la base è essenzialmente peplum,visto che il film narra la vicenda del conflitto tra due antichi popoli, le semi leggendarie amazzoni e i greci guidati da Teseo, si nota nella pellicola una affiorante vis comica che rende alcuni passaggi abbastanza buffi.

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Ma il film resta comunque drammatico, almeno nel suo svolgimento e nel suo finale, con più di un accenno ad un femminismo ante litteram, testimoniato da una società, quella delle Amazzoni, retta e governata esclusivamente al femminile, in cui il ruolo del maschio è decisamente marginale se non addirittura riduttivo, visto che i greci, nel film, sono ridotti al ruolo di stalloni.

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Young strizza anche l’occhio al cinema sexy, spogliando le sue belle interpreti senza però usare una malizia eccessiva; se è vero che nel film ci sono molti nudi, è anche vero che l’erotismo è molto limitato se non addirittura inesistente.
Il regista, infatti, punta molto sull’avvenenza delle protagoniste non inserendole però nel solito contesto godereccio; le scene in cui le Amazzoni sono in tenero colloquio con i greci infatti costituiscono più un supporto alla storia (intrighi, vendette, tentativi di avvelenamento ecc)

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che un mero tentativo di strizzare l’occhio al solito spettatore guardone.
Il cast è ben assortito, includendo attrici davvero avvenenti come Helga Linè, Malisa Longo e Rosanna Yanni oltre alla vera protagonista Alena Johnston che interpreta la regina Antiope e alla splendida Luciana Paluzzi, qui in un ruolo da comprimaria.
Un buon prodotto, insomma, di un regista capace, autore fra l’altro del primo leggendario 007 e di Sole rosso, un western atipico girato negli anni 70 con un gran bel cast.

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Da notare che l’anno dopo venne immesso sul mercato cinematografico Le Amazzoni-Donne d’amore e di guerra di Alfonso Brescia, discreto prodotto ma nulla più.

Le guerriere dal seno nudo – Le amazzoni di Terence Young,un film di Terence Young. Con Luciana Paluzzi, Fausto Tozzi, Angelo Infanti, Alena Johnston, Sabine Sun, Helga Liné, Malisa Longo
Avventura, durata 92 min. – Italia 1974.

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Le guerriere dal seno nudo protagonisti

Alena Johnston     …     Antiope
Sabine Sun    …     Oretheia
Rosanna Yanni    …     Penthesilea
Helga Liné    …     Grande sacerdotessa
Rebecca Potok    …     Melanippe
Malisa Longo    …     Leuthera
Lucy Tiller    …     Alana
Almut Berg    …     Cynara
Luciana Paluzzi    …     Phaedra
Angelo Infanti    …     Theseus
Fausto Tozzi    …     Generale
Ángel del Pozo    …     Capitano
Franco Borelli    …     Perithous
Benito Stefanelli    …     Comandante

Le guerriere dal seno nudo cast

Regia: Terence Young
Sceneggiatura: Richard Aubrey, Massimo De Rita
Prodotto da: Nino Crisma, José García Moreno,Gregorio Sacristán
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Roger Dwyre
Production Design: Mario Garbuglia

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settembre 17, 2010 Posted by | Avventura | , , , , , , , | Lascia un commento

La meravigliosa Angelica

La meravigliosa Angelica locandina 2

Terzo episodio delle avventure di Angelica de Plessis-Bellière ( e non il secondo, come erroneamente riportato da alcuni siti di cinema) , la bella e desiderata moglie di Geoffrey De Peyrac, condannato a morte da Luigi XIV. Nel film precedente, Angelica alla corte del Re Sole, la marchesa ha sposato Philippe de Plessis-Bellières, riconquistando così il suo titolo nobiliare. La donna ama suo marito, ma la felicità dura poco: Philippe viene mortalmente ferito, e spira davanti al Re. Ritornata vedova, Angelica riceve un delicato incarico dal Re Sole;

La meravigliosa Angelica 2

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conquistare in tutti i modi l’ambasciatore persiano, in modo da poter stipulare con il sovrano della Persia un trattato economico e d’amicizia. Bachtiary Bey , l’ambasciatore, perde completamente la testa per l’affascinante Angelica, e tenta di sedurla con la forza. Per la nobildonna le cose finirebbero male non fosse per il fido Desgrez che manda a liberarla il principe Stanislav Ràkóczi, che cattura anche l’ambasciatore. Il quale, adirato, ritornerebbe in patria mandando in fumo il trattato, non fosse per l’intervento decisivo della Marchesa

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Il re Sole è costretto a dihiararla sua favorita, per impedire che lo stesso ambasciatore la chieda come dono alla Francia. In realtà il Re Sole si è invaghito di Angelica, relegando in disparte Mademoiselle Atenaide De Montespan, sua favorita fino a poco prima; la donna, con la complicità di un nobile, tenterà di ucciderla con un vestito intriso di veleno, fallendo. Angelica scopre che la Montespan è dedita a riti segreti satanici, che prevedono il sacrificio di bambini, e da quel momento la sua vita è in pericolo costante.

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Una sera nel suo palazzo penetra un sicario, che la ucciderebbe, non fosse per l’intervento di Geoffrey, che in realtà nonè morto, ma, sfuggito alle guardie, si è rifugiato in un monastero, incaricando il fido Savary, uno strano tipo di chimico stregone, di vegliare su di lei con la promessa del silenzio assoluto sulla sua sorte. Ma Angelica, che l ha visto vivo, si mette alla sua ricerca……

La meravigliosa Angelica riprende in pratica dal punto in cui era finito il film precedente, ampliando la galleria dei personaggi e arricchendo di nuove avventure la storia della affascinante marchesa. Il ritmo, al solito c’è, la mercier è as usual bellissima e seducente, per cui alla fine il the end lascia lo spettatore ansioso di seguire il quarto episodio della serie, L’indomabile Angelica.

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Solito cast di ottimi attori, già collaudati nei film precedenti e anche una citazione storia (realmente accaduta) riguardante la Montespan, che fu effettivamente la favorita del Re Sole, e che venne coinvolta nel clamoroso caso dell’Affaire dei veleni, assieme a Catherine Voisin (personaggio storico realmente esistito), che venne condannata a morte dalla famosa Camera ardente, costituita dal Re Sole per giudicare i nobili implicati nello scandalo.
Un articolo sull’affare dei veleni è presente nel mio blog paultemplar.wordpress.com

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Il film si rivela ancora una volta vincente, grazie ovviamente alla Mercier, che sembra avere appiccicata addosso la figura della bella Marchesa; belle anche le location, che includono una splendida Versailles e paesaggi della campagna francese.

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La meravigliosa Angelica, un film di Bernard Borderie, con Michèle Mercier, Robert Hossein,Jacques Toja,Sami Frey,Estella Blain. Avventura Francia 1966

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Michèle Mercier: Angélique de Plessis-Bellière
Robert Hossein: Jeoffrey de Peyrac
Jean Rochefort: Desgrez
Jacques Toja: Louis XIV
Sami Frey: Bachtiary Bey
Estella Blain:Athenais De Montespan
Fred Williams: Ràkóczi
Pasquale Martino: Savary
Jean Parédès: Saint-Amon
René Lefebvre: Colbert
Michel Galabru: Bontemps
Philippe Lemaire: Marchese De Vardes
Ann Smyrner: Thérèse
Carol Le Besque: Marquis Desoeillet
Michel Thomass: M. de Bonchef
Robert Favart: medico
Le Nain Roberto: Barcarolle
Claude Giraud: Philippe de Plessis-Bellières
Jacques Hilling: Molinès

Regia:     Bernard Borderie
Soggetto:     Anne Golon & Serge Golon
Sceneggiatura:     Alain Decaux, Bernard Borderie, Francis Cosne e Pascal Jardin
Produttore:     Francis Cosne e Raymond Borderie
Casa di produzione:     Films Borderie
Fotografia:     Henri Persin
Montaggio:     Christian Gaudin
Musiche:     Michel Magne
Scenografia:     Robert Giordani
Costumi:     Rosine Delamare

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Il signor di Breteuil, inviato del re di Francia, che a Ceuta aveva arrestato Angelica, giunto a Marsiglia, la fece rinchiudere nel forte dell’Ammiragliato.
Sino a che fossero rimasti in quella città, dove la marchesa di Plessis-Bellière aveva ingannato così abilmente l polizia del Regno, il gentiluomo non si sentiva tranquillo.
Fu dunque in una oscura e sinistra cella che colei che era stata prigioniera dei barbareschi ed era evasa dall’harem di Mulay Ismail a prezzo di tante sofferenze, ebbe la certezza di aspettare un figlio.

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La meravigliosa Angelica locandina 1

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dicembre 19, 2009 Posted by | Avventura | , , | Lascia un commento

L’indomabile Angelica

L’indomabile Angelica locandina

Abbiamo lasciato Angelica De Plessis Belliere, ora Angelica De Peyrac, in fuga dalla corte di Francia, dopo il tentativo di omicidio nei suoi confronti ma sopratutto dopo la scoperta che il suo amato marito, Geoffrey, non è morto, ma è riuscito a scappare. Con l’aiuto del fido Savarys, Angelica carica una carrozza e parte a spron battuto verso la costa, diretta ad una costruzione a strapiombo sul mare che dovrebbe essere il rifugio del marito.

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Qui trova invece il fratello della sua mortale nemica, il duca De Vivonne, che è soprintendente alle galere del Re; con il ricatto, Angelica ottiene di farsi trasportare, con savarys, abordo della nave, per battere i porti del Mediterraneo e ritrovare finalmente De Peyrac. Il duca è alla ricerca di un pirata tristemente famoso, della cui identità nessuno sa nulla, chiamato semplicemente Il Rescator.

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Il destino ancora una volta gioca un brutto scherzo ad Angelica; la nave sulla quale viaggia viene attaccata proprio dal Rescator, che in realtà altro non è che Geoffrey De Peyrac. La nave ammiraglia viene affondata, e mentre Savarys viene raccolto morente dagli uomini di Peyrac, Angelica sopravvissuta miracolosamente aggrappata a dei relitti, viene recuperata da una nave pirata, comandata da un nobile rinnegato, Mathieu Marchese d’Escrainville. Ma il salvataggio ad opera dell’uomo si rivela ben presto una caduta dlla padella nella brace; l’uomo, che odia le donne, ben presto tratta Angelica come una sua schiava, arrivando a darla in pasto ai galeotti della nave, dai quali la donna si salva solo per l’intervento di un marinaio che ne comprende il valore economico una volta venduta come schiava.

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La nave del rinnegato incrocia quella di De Peyrac, che sale a bordo; ma il marchese pirata non racconta a De Peyrac di aver raccolto Angelica in mare, così ancora una volta Angelica arriva ad un passo da suo marito, ma deve separarsene. Condotta a Atangeri per essere venduta come schiava, Angelica viene esposta nel mercato in cui tutti i ricchi vanno ad acquistare gli schiavi: durante un’asta in cui si arriva all’esorbitante somma di 200.000 zecchini, la donna viene aggiudicata ad un misterioso compratore.

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L’uomo non è altri che Geoffrey De Peyrac, che paga 500.000 zecchini per riavere sua moglie. I due sono finalmente ricongiunti
Ma ancora una volta la bellezza di Angelica è fonte di guai: la donna viene rapita sotto gli occhi del marito……..
Siamo nel 1967, e il nuovo capitolo della saga di Angelica viene accolto bene, ma ormai la serie inizia a mostrare evidenti segni di stanchezza.

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La bella Mercier ci mette tutto il suo impegno, ma appare chiaro che l’attrice, che pur lavora in altre produzioni, inizia ad essere stufa di essere identificata con la Marchesa degli Angeli; è lo stesso destino che subi la bella Romy Schneider, che il pubblico identificò per molti anni con il personaggio di Sissi.

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Il film, quasi interamente girato in mare, a bordo di una nave, ha comunque un suo ritmo, si lascia guardare, anche se icuramente è il meno interessante di tutta la serie; come già detto, le continue vicissitudini di Angelica alla fine creano un effetto abitudine e la conseguente dissaffezione del pubblico, che comunque gremì le sale per vederlo, anche se in quantità minore rispetto al previsto. Da segnalare la buona prova di Roger Pigaut, il mefistofelico pirata poco gentiluomo, mentre dalla saga scompare Savary, interpretato da Pasquale Martino.

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L’indomabile Angelica, un film di Bernard Borderie. Con Ettore Manni, Robert Hossein, Roger Pigaut, Michèlle Mercier,Mino Doro, Paul Müller, Mimmo Poli, Arturo Dominici, Sieghardt Rupp, Paolo Giusti, Gianni Solaro
Titolo originale L’indomptable Angélique. Avventura, durata 95 min. – Francia 1967.

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Michèle Mercier …     Angélica de Peyrac
Robert Hossein …     Jeoffrey de Peyrac
Roger Pigaut …     Il Marchese d’Escrainville, Mathieu il pirata
Christian Rode …     Il Duca de Vivonne
Ettore Manni …     Jason
Bruno Dietrich …     Coriano
Pasquale Martino Savary
Sieghardt Rupp …     Millerand

Regia:     Bernard Borderie
Soggetto:     Anne Golon & Serge Golon
Sceneggiatura:     Bernard Borderie, Francis Cosne, Pascal Jardin e Louis Agotay
Produttore:     François Chavane e Francis Cosne
Casa di produzione:     Films Borderie
Fotografia:     Henri Persin
Montaggio:     Christian Gaudin
Musiche:     Michel Magne
Scenografia:     Robert Giordani
Costumi:     Rosine Delamare e Maria Nasalli Rocca

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La carrozza del signor Desgrez, commissario aggiunto di polizia, oltrepassò il portone della sua abitazione e svoltò lentamente, sussultando sui grossi ciottoli di via della Commanderie, nel quartiere di Saint-Germain. Era un veicolo non lussuoso ma solido, in legno scuro lavorato, con guarnizioni d’oro alle tendine degli sportelli, spesso abbassate, due cavalli pomellati, un cocchiere, un valletto: la tipica vettura di un magistrato che si è fatto un nome, insomma, più ricco di quanto voglia apparire, e al quale il vicinato rimprovera solo di non essersi sposato.

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