Figli di un dio minore
James Leeds è un insegnante specializzato nella comunicazione con persone affette dall’handicap della sordità;trasferitosi nel New England, arriva in un istituto riabilitativo dove ci sono alcuni giovani portatori di handicap.
Accolto con una certa diffidenza dal direttore dell’istituto stesso, James riesce, grazie al suo entusiasmo e al suo modo anti convenzionale di approccio all’handicap ad ottenere risultati sorprendenti.
All’interno dell’isituto c’è anche la giovane Sara, che si occupa delle pulizie.
La donna è l’unica che potrebbe parlare ma evita di farlo, in seguito ad un episodio sfortunato occorsole nell’adolescenza, quando la sua voce turbò gli amici che frequentava.
Da quel momento Sara, donna molto intelligente e sensibile si è rinchiusa in un ostinato mutismo.
James resta colpito dalla dolcezza ma anche dalla determinazione di sara e inizia a corteggiarla;tra i due nasce un’intensa storia d’amore, ostacolata però dal carattere forte della ragazza, che rifiuta la pietà e che vuole essere considerata per quello che è.
James si sforza in tutti i modi di capirla, ma, nonostante i due vadano a vivere assieme,l’uomo trova difficoltà a penetrare quel mondo di silenzio assoluto in cui Sara vive.

Sara comunica solo a gesti, rifiutandosi risolutamente di parlare e James dopo un periodo di separazione voluto dalla donna,capirà che la stessa ha bisogno di tempo e rispetto per uscire dal suo guscio, che l’ha protetta per tutta la vita.
Figli di un dio minore, opera d’esordio di Randa Raines rappresenta anche l’esordio sullo schermo di Marlee Matlin, al primo degli oltre 50 film interpretati in soli trent’anni di carriera e che le valse l’Oscar per la miglior attrice protagonista proprio per la sua interpretazione struggente del personaggio di Sara del film.
Un film molto delicato che appare più come una love story che come un tentativo di analisi della difficoltà di integrazione e di comunicazione dei portatori di handicap della sordità.
Ma che è anche un film intenso sul difficile rapporto tra un normo dotato e un diversamente abile.
La storia d’amore tra James, l’ entusiasta insegnante e la giovane Sara, a suo modo immersa in un silenzio che è anche uno scudo con il quale la donna si difende dalle cattiverie e dalle incomprensioni del mondo esterno è resa dalla regista di Los Angeles con molta sobrietà e senza eccessive concessioni alla lacrima facile.

Un equilibrio, quello del film difficile da realizzare proprio per il tema trattato; il sentimentalismo è sempre dietro l’angolo, ma la Raines evita facili concessioni al fazzoletto, portando sullo schermo molte delle difficoltà di comunicazione tra due esseri umani divisi da una componente fondamentale della vita di coppia e sociale, la mancanza dell’udito.
Una mancanza che Sara, la protagonista,sembra aver accettato dopo aver avuto amare esperienze con i normo dotati; come racconta a James, ad un certo punto ha trovato nel sesso l’unico modo per farsi accettare dagli altri.
James, dal canto suo è attirato da quella donna dalla personalità così forte e tenta in tutti i modi di portarla fuori dal guscio in cui si è rinchiusa, costringendola a parlare, cosa che sara, orgogliosa e volitiva, non accetta di fare.
I due rischieranno di perdersi,ma alla fine si ritroveranno, quando James capirà che quella donna orgogliosa ha bisogno di tempo e tanto amore per aprirsi completamente al mondo esterno.

Bravissimi i due attori, sia William Hurt che la Matlen;Hurt avrebbe meritato l’Oscar come miglior attore ma l’anno precedente aveva trionfato con Il bacio della donna ragno ed evidentemente l’Accademia ritenne opportuno premiare,in sua vece, uno dei grandi di Hollywood,quel Paul Newman che vinse l’Oscar con Il colore dei soldi, non certo la sua migliore interpretazione.L’anno successivo William Hurt ebbe nuovamente la nomination come miglior attore per Dentro la notizia,mancando nuovamente l’affermazione.
Marlee Matlin, che è realmente portatrice di handicap di sordità quasi totale (sente da un solo orecchio per il 20%) con la sua strepitosa interpretazione diventa a soli ventuno anni la più giovane vincitrice dell’Oscar come miglior attrice protagonista;un premio meritatissimo, per la sua intensa capacità d’espressione e la mobilità del suo volto.
In rete ho letto qualche critica,molto ma molto risibile, all’espediente usato dalla regista per tradurre il linguaggio dei segni, ovvero l’utilizzo da parte di Hurt della traduzione con la parola di quello che la Matlin dice con i segni.

Per fortuna invece allo spettatore viene tradotto il tutto, dandogli modo di capire i pensieri della donna, destinati altrimenti ad essere qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Figli di un dio minore è diventato con il passare del tempo un piccolo cult, direi con merito.
Un film che passa spesso in tv, un’occasione per gustarsi un prodotto di alto livello e due splendide interpretazioni attoriali.
Un film di Randa Haines. Con Piper Laurie, William Hurt, Marlee Matlin, Philip Bosco, Max Brown, Allison Gompf, John F. Cleary, Philip Holmes, Georgia Ann Cline, William D. Byrd, Frank Carter jr., John Limnidis, Bob Hiltermann, E. Katherine Kerr, John Basinger, Barry Magnani, Linda Bove, Ann Hanson, James H. Carrington, Maria Cellario, Jon-Paul Dougherty, Linda Swim, Lois Clowater, Allan R. Francis, Richard Kendal, Christopher Shay, Laraine Isa, Nanci Kendall, Marie Brazil, Charlene Legere, Pat Vaugham, Margaret Amy Moar Titolo originale Children of a Lesser God. Drammatico,, durata 118 min. – USA 1986.
William Hurt: James Leeds
Marlee Matlin: Sarah Norman
Piper Laurie: Mrs. Norman
Philip Bosco: Dr. Curtis Franklin
Allison Gompf: Lydia
John F. Cleary: Johnny
Philip Holmes: Glen
Georgia Ann Cline: Cheryl
William D. Byrd: Danny
Frank Carter Jr.: Tony
John Limnidis: William
Regia Randa Haines
Soggetto Mark Medoff
Sceneggiatura Mark Medoff
Hesper Anderson
James Carrington (non accreditato)
Fotografia John Seale
Montaggio Lisa Fruchtman
Musiche Michael Convertino
Scenografia Gene Callahan, Barbra Matis e Rose Marie McSherry
Costumi Renée April
Trucco Ann Brodie, Paul LeBlanc
“Credi che riusciremo mai a trovare un luogo dove io e te potremo vivere uniti al di là dei suoni e del silenzio?”

L’opinione di Gianluca Stanziani dal sito http://www.mymovies.it
In un istituto per audiolesi, l’arrivo di un nuovo insegnante (William Hurt) dai metodi poco ortodossi, scatenerà i rapiti consensi dei giovani studenti e del riottoso direttore. In istituto c’é anche Sarah, una ragazza di venticinque anni sordomuta dalla nascita, la cui unica esistenza si è trascinata tra i muri della scuola, la stessa scuola che non vorrebbe mai abbandonare nemmeno dopo il diploma conseguito brillantemente. Facile sarà per il professor James Leeds, rimanere innamorato di una creatura (chiamiamola proprio così) tanto intelligente e bella, quanto difficile e determinata nel perseguire il proprio isolamento dalle corruzioni del mondo esterno. Il film è a mio avviso erroneamente incardinato nel genere drammatico, quando invece del dramma ha soltanto le diatribe e le incomprensioni frutto di una struggente passione, fortunatamente a lieto fine. Per quanto riguarda invece il tema dell’handicap, presso il quale la pellicola viene ricondotta, nulla vi è di più falso e fuorviante per il potenziale spettatore. La sceneggiatura (tratta da una pièce teatrale di Mark Medoff) lo utilizza come mero spunto iniziale, che con il passare dei minuti diviene quinta di scena e sfondo impalpabile. Ad uno sguardo superficiale tutto lascerebbe pensare a una goffa scivolata dell’esordiente regia (Randa Haines), alle prese con il suo primo lungometraggio e una tematica a dir poco difficile, in grado di far tremare le vene ai polsi anche ai più smagati registi. Ma se la regista in questione vanta una carriera televisiva di successo, tutto ciò non può lasciarci indifferenti. Infatti risulta essere un prodotto artatamente confezionato, con il piglio giusto e leggero, in grado di ingolosire il pubblico di “massa”. Pubblico altamente commerciale, in grado di far infuocare le file ai botteghini e non solo (home video). Il film viene così trascinato agli altari, dall’interpretazione straordinaria di due attori favolosi: un William Hurt sulla cresta dell’onda per i suoi ruoli impegnati e una Marlee Matlin effettivamente sordomuta, accattivante forse più per l’innocente bellezza che per la furia dei suoi gesti. Simbiosi pressoché perfetta, che condusse i due a una breve quanto intensa love story anche nella vita vera. Dopo lo straordinario successo di “Figli di un Dio Minore”, la regista Randa Haines ha proseguito la propria carriera cinematografica con film di mediocre fattura come: “Un medico, un uomo” del 1992, sempre interpretato da William Hurt nella parte di un medico affetto da tumore, “Ricordando Hemingway” del 1993 e “Dance with me” del 1998. Oscar 1986 a Marlee Matlin come migliore attrice, Orso d’Argento al Festival di Berlino 1987 per la migliore regia, Golden Globe 1987 a Marlee Matlin come migliore attrice.
L’opinione di Steno79 dal sito http://www.filmtv.it
Opera prima della regista Randa Haines, tratta da una pièce teatrale di Mark Medoff vincitrice di un “Tony Award”, “Figli di un dio minore” racconta la love-story fra un volenteroso insegnante per sordomuti e una ragazza sorda che lavora come inserviente nell’istituto e all’inizio ha paura di abbandonarsi al sentimento, in quanto in precedenza era stata usata come puro “strumento di piacere” da altri ragazzi che non l’amavano. Il film riscosse un buon successo all’epoca e beneficiò della vera storia d’amore fra William Hurt e l’esordiente Marlee Matlin, premiata con l’Oscar per questo ruolo. Il film è girato con una sensibilità femminile che non manca di produrre esiti interessanti, però rimane un pò troppo vincolato alla storia d’amore, senza approfondire del tutto il discorso relativo alla condizione dei ragazzi sordomuti, che resta un pò sullo sfondo come una cornice. La Matlin recita praticamente per tutto il film utilizzando soltanto il linguaggio dei segni ed è davvero molto espressiva, ma trovo piuttosto arbitraria la scelta di far “tradurre” il suo linguaggio dal personaggio di Hurt, che ripete le frasi praticamente a se stesso: la scelta dei sottotitoli, in questo caso, poteva essere più efficace. Comunque, gli attori nel complesso meritano un plauso sincero per l’impegno nel caratterizzare i rispettivi personaggi, dal “sensibile” Hurt alla sofferta Matlin a Piper Laurie, molto incisiva nel ruolo della madre pur comparendo in poche scene. Nel complesso, un film sentimentale girato con garbo, con spunti di riflessione non banali e un finale davvero toccante, ma la regia è un pò troppo di “ordinaria amministrazione” per farlo passare negli annali di Hollywood.
L’opinione del sito http://www.postpopuli.it
(…) Un giorno, a mensa, una ragazza minuta dalla gestualità potentissima, colpisce l’attenzione di James che non può far altro che raccogliere informazioni su di lei e finire per conoscerla. Le si avvicina, inizialmente, offrendosi come suo tutor per il linguaggio, cosa che la tenace Sarah rifiuta subito e con forza, fino a quando poi le aspettative sul loro rapporto cambiano. In un susseguirsi di coinvolgenti passaggi fatti di esperienze quotidiane, i due si innamorano e cominciano a vivere la loro storia come tutte le altre coppie del mondo. Nonostante la totale accettazione da parte di James della compagna Sarah e nonostante l’enorme capacità di lei di adattarsi alla vita, così come si propone ogni giorno di fronte ad ognuno di noi, i due amanti arrivano a un punto di svolta dove entrambi chiedono di poter esprimere la propria personalità a pieno titolo e su un livello paritetico rispetto all’altro. Sicuramente questo è uno dei punti più toccanti del film e cinematograficamente uno dei più belli. Niente di diverso rispetto al processo di consolidamento che caratterizza la maggior parte delle coppie. Come si evolverà la storia in seguito, non resta altro che scoprirlo guardando il film.
Quello che emerge con forza da tutta le pellicola è che ci sono degli aspetti costitutivi dell’essere umano che sono veramente universali, che esistono per quello che sono al di là delle differenze di sesso, etnia, religione o ceto sociale. Le differenze si possono integrare e nella diversità possiamo vivere serenamente dal momento che la qualità della vita di ognuno di noi è determinata soprattutto dalla qualità delle relazioni che abbiamo, a prescindere dal modo con cui comunichiamo, ci muoviamo o parliamo.
L’opinione del sito http://www.mobilita.com
Un film che ci conduce per mano nel mondo dei sordi, ma poi ci abbandona nel bel mezzo del percorso, quando quel mondo comincia ad incuriosirci ed intrigarci, e lascia emergere solo una tormentata storia d’amore ad uso e consumo dei cuori teneri e dei fruitori superficiali. Ma questo non è un film di cui si può parlare male. È infatti solo per merito di opere come queste (“Figli di un dio minore” prima di divenire film è stato un lavoro teatrale di grande successo di Mark Medoff) che le problematiche dei sordi hanno raggiunto (negli anni Settanta e Ottanta) il vasto pubblico. Certo, dopo una visione approfondita, infastidisce vedere il protagonista rivolgersi ai sordi quando questi gli voltano le spalle (ma cosa potranno capire mai?) o ripetere pedissequamente ad alta voce le frasi in Segni dei protagonisti sordi.
Terribile è la versione doppiata in italiano. A parte le traduzioni ridicole, se non offensive, per la lingua dei Segni (il verbo “to sign”, segnare, è tradotto con gesticolare), è particolarmente irritante il doppiaggio di Hurt, in cui le parole, tradotte in italiano, vengono ripetute lentamente, ovviamente in asincrono con le labbra dell’attore, che scandisce in inglese.
Se si ha la fortuna di possedere la versione in DVD (e si conosce un po’ di inglese) è oltremodo consigliato selezionare la lingua originale del film.
1987 – Premio Oscar
Miglior attrice protagonista a Marlee Matlin
Nomination Miglior film a Burt Sugarman e Patrick J. Palmer
Nomination Miglior attore protagonista a William Hurt
Nomination Miglior attrice non protagonista a Piper Laurie
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Hesper Anderson e Mark Medoff
1987 – Golden Globe
Miglior attrice in un film drammatico a Marlee Matlin
Nomination Miglior film drammatico
Nomination Miglior attore in un film drammatico a William Hurt
1987 – Premio BAFTA
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Hesper Anderson e Mark Medoff
1987 – Festival di Berlino
Orso d’argento a Randa Haines (Per il Tema proposto nel film)
Nomination Orso d’Oro a Randa Haines
1986 – Los Angeles Film Critics Association Award
Nomination Miglior attrice protagonista a Marlee Matlin
Andrée l’esasperazione del desiderio nell’amore femminile
Del film Andrée – l’esasperazione del desiderio nell’amore femminile non sono importanti ne la pellicola stessa ne la sua trama, in verità abbastanza semplice e dalle non eccelse virtù sceniche, quanto le vicissitudini censorie che portarono alla condanna al rogo della pellicola stessa e alla condanna a quattro mesi di reclusione di Pilippo Miozzi,amministratore della CID,la compagnia cinematografica distributrice della pellicola,pena poi sospesa con la condizionale.
Era il settembre del 1968, un’epoca storica caratterizzata dalla massiccia presenza della censura e dei censori in particolare pronti a sequestrare le pellicole che,a loro giudizio, presentassero caratteristiche di oscenità.
Cosa che puntualmente avvenne per questo film, giudicato osceno sia per la presenza cospicua di nudi femminili (roba da educande,comunque) sia per la trama, che trattava un argomento ostico, quello di una donna affetta da ninfomania.

Fa una certa sensazione leggere il nome del magistrato deputato all’accusa, quello di Vittorio Occorsio,ucciso poi nel 1976 da terroristi dell’estrema destra;la cosa dimostra quanto fosse importante il concetto di morale per la società nel suo assieme e quanto i tutori della legge tenessero alla moralità stessa.
Ignoro cosa sia accaduto in seguito, ovvero se la pellicola fosse o no stata davvero bruciata;l’ho vista da poco, in una versione da restauro digitale con sottotitoli in italiano, il che ha reso se possibile ancor più noiosa la visione della pellicola stessa,caratterizzata principalmente dalla verbosità e dalla staticità impressa dal regista.
In origine il film venne distribuito come Andrea – Wie ein Blatt auf nackter Haut,che più o meno può essere tradotto come Andrea – come una foglia sulla pelle nuda, con chiaro riferimento alla scena in cui la bellissima Andrea viene coperta da alcune foglie cadute da un albero mentre è completamente nuda e sdraiata.

Veniamo alla trama:
la bella è giovane Andrè soffre di un terribile bisogno d’amore.
Non tanto di amore inteso come sentimento,quanto di sesso;del resto sua madre aveva lo stesso problema, era sempre alla ricerca di uomini con cui appagare i suoi sensi e Andrè sembra aver ereditato la stessa inquietudine dei sensi.
Così la ragazza colleziona deludenti avventure con un mucchio di gente, incluso un amico di famiglia, riportandone però sempre la sensazione di insoddisfazione.
Uno stalliere e molti mariti infedeli delle sue amiche,il marito di sua sorella e alla fine un piccolo delinquente sono le prede dell’insaziabile ragazza.
Riuscirà Andrè a venir fuori dalla trappola mortale dell’insoddisfazione e a trovare un equilibrio che le impedisca di scendere sempre più giù nella scala della degradazione fisica?

A parte una giovane e bella Dagmar Lassander,venticinquenne all’epoca dell’interpretazione del film, spesso nuda (ma mai in modo volgare) e alla sua prima,vera esperienza da protagonista il film ha ben poco da segnalare.
Si tratta di un film con alcune velleità ma alla fine smaccatamente erotico e nulla più.
Non c’è alcuna voglia di scavare nella psiche della ragazza:Hanns-Schott Schöbinger,regista della pellicola,rimane ampiamente in superficie, svolgendo il compitino della pellicola pruriginosa senza alcuno scatto di fantasia rendendola alla fine piatta e banale.
Ora, se all’epoca della prima presentazione del film sia l’argomento del film sia alcuni nudi potevano turbare gli spettatori, oggi un film così lo si potrebbe tranquillamente visionare in parrocchia.
Tutto noioso e tutto senza attrattiva, quindi.

Solo la Lassander merita una citazione,mentre il resto del cast si guadagna la pagnotta senza alcun merito.
In quanto a Hanns-Schott Schöbinger,dirigerà ancora la Lassander nel 1969 in Pelle su pelle e avrà una certa notorietà nel nostro paese con I peccati di Madame Bovary non tanto per la qualità del film quanto per la presenza della splendida Edwige Fenech.
Posso a cuor leggero quindi sconsigliarvi la visione del film;ci fosse una versione italiana ne varrebbe la pena quanto meno vederlo nell’ottica del documentario d’epoca, ma con i sottotitoli, credetemi, è impresa titanica.
Andrée – L’esasperazione del desiderio nell’amore femminile
Un film di Hans Schott-Schobinger. Con Dagmar Lassander, Gita Rena, Ann Famoss, Ingrid Simon, Ralph Clemente Drammatico, durata 87 min. – Germania 1967
Dagmar Lassander: Andrea
Joachim Hansen: Peter
Hans von Borsody: Frederick Jansen
Herbert Fux: Felix Klarsen
Ralph Clemente: Thomas
Art Brauss: Joschi lo stalliere
Anne Famos: Mila
Gita Rena: Clarisse
Fred Bernhoff: Dr. Wagner
Helmut Alimonta: Schorsch
Ingrid Simon: Luisa
Karl-Heinz Peters: L’antiquario
Regia Hanns Schott-Schöbinger
Soggetto Hanns Schott-Schöbinger
Produzione Harald A. Hoeller für Metrostar / Hifi Stereo 70
Musiche Hans Hammerschmid
Fotografia Hanns Matula
Fantasma d’amore
Gli amici più affezionati del mio blog sanno che sul sito stesso non sono recensiti film d’amore o che almeno essi rappresentano una sparuta minoranza.
Il motivo di tale assenza è in fondo banale.
Non ho mai amato i film strappalacrime o quelli di ambientazione sentimentale, li ho sempre trovati poco affascinanti o dalle trame puerili.
Una doverosa eccezione è questo splendido film di Dino Risi, uscito nel 1981 e che all’epoca vidi in prima visione in dolce compagnia, altrimenti mi sarebbe stato praticamente impossibile vederlo.
Un film che è una storia d’amore, che valica i confini temporali ma che è anche una ghost story immersa in’atmosfera malinconica esaltata dalla nebbia sottile che sorge dalle brughiere, dal fiume o che avvolge come una coperta leggera,impalpabile tutta la storia.
Una storia dall’impianto molto semplice, in fondo, ma di grande effetto.
Ed un inizio che nulla lascia trapelare sulla storia struggente che di li a poco inizierà a dipanarsi sinuosa sullo schermo, avvolgendo lo spettatore con la sua malinconia di fondo ma anche con il suo messaggio dal forte valore simbolico.
Una donna insegue un autobus disperatamente.

Probabilmente non è anziana, ma è stanca e sofferente,sul suo volto sfiorito l’incedere degli anni appare devastante.
Riesce a salire sull’autobus ma si accorge di non avere spiccioli e un uomo che guarda la scena, in piedi davanti alla vetrata posteriore dell’autobus si muove verso di lei e le da i soldi per il biglietto, cento lire.
Lui è Nino Monti,un commercialista di Pavia, una vita tranquilla e senza scossoni, un matrimonio con una donna di classe agiata ma che lui probabilmente non ama.
Anzi, togliamo il probabilmente.
Vediamo Nino a cena con sua moglie, che si lagna per una telefonata di lavoro e lo sguardo di Nino, rassegnato:questo non è amore è routine, tranquilla e mortale come la noia.
Lo seguiamo mentre è nel suo studio e sfoglia distrattamente un libro.
Improvvisamente dalle pagine del libro stesso cade una foto.
La foto ritrae una bellissima donna,con una bicicletta, mentre guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica con uno sguardo da donna innamorata.

E a Nino torna alla mente Anna Brigatti,diventata in seguito la signora Zighi.
Una donna che ha amato, tanto tempo fa,vent’anni per la precisione.
La foto riporta alla mente di Nino il ricordo struggente e mai sepolto del tutto della bellissima Anna,il loro amore felice.
Ripercorrendo le strade di una Pavia brumosa e spettrale, malinconica come violini d’autunno, Nino vede riaffiorare un periodo della sua vita indimenticabile e rimasto, negli anni successivi allo stato latente;i colori, le immagini persino gli odori (il piscio di gatto, come ricorda Nino) sembrano mescolarsi e riemergere colpendo dolorosamente i sensi dell’uomo.
Ed ecco che all’improvviso dalla nebbia si materializza la donna dell’autobus; è Anna, una Anna invecchiata dallo sguardo sofferente, nella cui voce tristissima echeggia il rimpianto
“Hai trovato la strada,quasi tu l’avessi percorsa tutti i giorni.Ricordi?Quello era il nido d’amore che sognavamo, ne volevamo la chiave…”
Poi Anna fugge, e Nino resta li, con un ombrello per terra e domande che si affollano nella mente.
E’ lei, Anna, o è stato solo un sogno?

Al rientro a casa trova un giovane che abita nello stabile di casa sua, terrorizzato dal ritrovamento di una donna morta sgozzata proprio in via Porta, quella che Nino ha appena percorso e nella quale ha incontrato la sua Anna.
La storia si tinge con i colori del giallo,forse sarebbe meglio dire del nero.
Un nero denso e vischioso, come il racconto che un poliziotto fa degli avvenimenti accaduti.
La donna morta altro non era che una “mammana”,una donna che procurava aborti clandestini.
Nino decide di ritrovare Anna; chiama casa della donna, ora signora Zighi e scopre che la donna è ansiosa di incontrarlo.
L’uomo si precipita a casa di Anna e la vede.
Anna scende le scale, con passo elegante.
E’ bellissima, come il sole, come il ricordo che Nino ha di lei;lo accoglie con calore e a lei Nino racconta la sua vita dal momento in cui Anna è andata via, l’incontro con la donna che poi ha sposato, il loro rapporto logoro, la mancanza di figli.
“Incontrato così, dopo vent’anni…perchè l’amore che ci univa è finito?”chiede un Nino sempre più malinconico.
“Finito?L’amore che ho per te non è mai morto.Io sono una donna,Nino, e le donne non distruggono niente, ma coltivano, conservano.”

Questo dialogo riporta i due indietro nel tempo, ad un legame che solo la fatalità e il caso hanno potuto dissolvere.
Po Nino va via, con la promessa di rivederla il giorno dopo, sul fiume per una passeggiata in barca.
Ma com’è possibile che Anna sia rimasta così bella come vent’anni prima, come se il tempo non fosse mai passato?
Il film si inoltra verso il chiarimento di questo mistero che in pratica mistero non è.
Lo spettatore sa che quell’Anna non è reale.
E’ solo un sogno che ha tutti i connotati del vero, ed è anche la parte bella della relazione che un tempo unì i due.
Ma c’è anche un’altra Anna, quella vendicativa che adesso semina morte e i perchè saranno chiari proprio durante la passeggiata sul fiume.
E c’è anche una terza Anna, quella anziana e invecchiata,ammalata, che Nino ha già incontrato due volte e che ha dissepolto il suo ricordo dall’archivio della memoria.
Tutto diverrà chiaro ben presto…
Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani Fantasma d’amore ha nella sua semplicità, nella tematica di fondo, un amore capace di riportare in vita anche una persona morta che vaga in limbo perchè ancora non in pace, nel suo tentativo di raccontare con umiltà un amore capace di abbattere le barriere del tempo e della vita le sue armi migliori.
Una storia senza inutili orpelli, con l’unica parte opinabile racchiusa nel finale, quei tre-quattro minuti in cui Nino racconta ad un silente e distratto compagno di panchina, mentre ancora la nebbia avvolge sottilmente tutto, la sua storia culminata con la scomparsa di Anna nel fiume.
Bello, senza se e senza ma.
Dino Risi crea una storia d’amore, di fantasmi e di vendetta senza mai cadere nel banale o nello stucchevole.
Una storia d’amore vera, quell’amore che vince tutto, anche la morte.
Forse il lettore, che non a visto il film, penserà di accostare Fantasma d’amore a Ghost il film del 1990 diretto da Jerry Zucker che racconta in modo completamente diverso (e questo si ben stucchevole) un amore tra una coppia divisa dalla fatalità, il che sarebbe un errore.
Il film di Risi è pervaso da una malinconia assoluta, che si manifesta ampiamente nella location, una Pavia spettrale, nelle scene in cui raramente si vede il sole, quasi che la mente del protagonista si perda nella nebbia, protagonista indiscussa e onnipresente.
E se il film acquista ancor più spessore lo si deve alla presenza di due straordinari attori, il primo è un Marcello Mastroianni intenso e delicato, malinconico e triste capace di muovere qualcosa nell’animo dello spettatore, la seconda una bellissima,intensissima Romy Schneider, che in alcune scene appare invecchiata, stanca e malata e che pur trasmette la sua bellezza interiore attraverso quel suo sguardo di donna impenetrabile, in cui però ogni tanto affiora quell’incertezza,quel mal di vivere che la porterà l’anno dopo a morire suicida a soli 44 anni.

Lo spettatore più attento può leggere proprio nel volto della Schneider due cose;la sua incredibile,camaleontica capacità di calarsi nel personaggio e l’aderenza con Anna, una donna dal destino crudele che poi diverrà nella realtà il suo,strappando una delle attrici più capaci alla vita e di conseguenza al cinema.
Un film che trovo struggente e bellissimo, l’unico film a tematica d’amore che abbia visto più volte.
Merito della bravura dell’intero cast, di un grande regista, delle musiche di Riz Ortolani.
Oggi nessuno di loro c’è più;sono andati via Mastroianni e Risi, la Schneider e Ortolani stesso.
Lasciano però opere come questo Fantasma d’amore capace di muovere veramente qualcosa nell’animo dello spettatore.
Il film è presente in una discreta qualità audio/video, frutto di una registrazione digitale dalla rai all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=A_meDuWlLhU
Fantasma d’amore
Un film di Dino Risi. Con Marcello Mastroianni, Romy Schneider, Julian Beck, Wolfgang Preiss, Raf Baldassarre, Ester Carloni, Victoria Zinny, Paolo Baroni Drammatico, durata 99 min
Marcello Mastroianni: Giovanni Monti, detto Nino
Romy Schneider: Anna Brigatti, Contessa Zighi
Eva Maria Meineke: Teresa Monti, moglie di Nino
Wolfgang Preiss: il Conte Zighi, marito di Anna
Michael Kroecher: Don Gaspare, il prete spretato
Paolo Baroni: Ressi, un collaboratore di Nino
Victoria Zinny: Loredana, l’amica di Teresa
Giampiero Becherelli: il Prof. Arnaldi, il medico amico di Nino
Ester Carloni: la cameriera del Conte Zighi
Riccardo Parisio Perrotti
Raf Baldassarre: Luciano, l’amico di Nino
Maria Simona Peruzzi
Liliana Pacinotti
Adriana Giuffrè: un’infermiera dell’ospedale
Regia Dino Risi, aiuto regista Claudio Risi
Soggetto tratto dal romanzo di Mino Milani
Sceneggiatura Bernardino Zapponi, Dino Risi
Produttore Pio Angeletti,
Adriano De Micheli,
Luggi Waldleitner (non accreditato)
Produttore esecutivo Mario D’Alessio
Casa di produzione International Dean Film, A.M.L.F., Roxy Film
Distribuzione (Italia) International Dean Film e Cam Production
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Tema musicale eseguito al clarinetto da Benny Goodman
Scenografia Giuseppe Mangano, assistente scenografo Gianni Giovagnoni
Costumi Orietta Nasalli Rocca
Trucco Michel Deruelle, Giulio Natalucci, parrucchiere Corrado Cristofori
L’opinione di Luigi Chierico dal sito http://www.mymovies.it
Comunemente la roba bella non si usa perchè si sciupa o si rompe. A me pare che altrettanta sorte è destinata a tanti bei film, d’altronde la conferma viene dal fatto che si vedono propinare di continuo tante baggianate con giovani figure di attrici ed attori sconosciuti ora e per sempre.
Ho avuto l’occasione di rivedere questo film che già mi piacque alla sua uscita, ma ora che gli interpreti non ci sono più, mi ha particolarmente lasciato ancor più tanta tristezza, ma anche tanta speranza in una vita che non finisce. Chi lascia un buon ricordo può vivere in eterno senza neanche bisogno di andare a rispolverare i Vangeli.
Il film è una meravigliosa storia d’amore che conserva il suo fascino ed il suo mistero al di là della vita, oltre la morte. Ne sono interpreti due figure romantiche per eccellenza: Romy Schneider e Marcello Mastroianni. La grande sensibilità dei due protagonisti e la struggente immagine della Schneider, in continua metamorfosi, consentono di dar vita ad un film fantastico con tale credibilità, però, da farne una storia verosimile.
Assistiamo così ad una struggente e meravigliosa storia d’amore o ad un sogno irragiungibile di ritrovare, fuori dalla realtà, il grande amore perduto per sempre. Il continuo alternarsi della realtà con la fantasia, del ricordo del passato con il vivere quotidiano, del vero con il falso, ci obbliga a vedere immagini di una bellezza femminile estrema, con una macilenta, che strappa il cuore.
In questo film trionfano i sentimenti, la fedeltà e la purezza anche contro la violenza e la tragedia, tanto è sufficiente a qualificarlo più che buono.
I due che si sono rincorsi una vita nel racconto cinematografico,oggi si saranno ritrovati.
L’opinione di Mary dal sito http://www.mymovies.it
Di una bellezza rara e inquietante, così definirei questo film visto per la prima volta all’età di 15-16 anni e rivisto 11 anni dopo in una sera d’estate. Inquietante non è solo la trama, ma soprattutto il parallelismo con la vita dell’attrice protagonista: presagio della morte che di lì a poco rapì il fascino e la bellezza dell’attrice più affascinante della Germania di tutti i tempi, placando quel dolore che l’aveva spinta all’alcol ed alla droga. Inquietante è inoltre l’esaltazione di quei pensieri che faticosamente si cerca di dimenticare e che invece il film, grazie alla maestria di Risi e dei protagonisti, riscopre violentemente. Un amore sommerso, quello di Anna e Nino, che improvvisamente ritorna avvolto da una passione misteriosa perchè sospesa tra presente e passato, come alcuni nostri pensieri che cerchiamo di accantonare nel passato, ma che improvvisamente si riscoprono appartenenti al nostro presente, come quel dolore della Schneider affermatosi qualche tempo dopo con tutta la sua forza devastante, ma in realtà già presente ed inutilmente tenuto nascosto. Giocato alla grande tutto il mistero, la passionalità ed il fascino dell’attrice protagonista.
L’opinione di Giannisv66 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Dino Risi è abilissimo a sfruttare i paesaggi padani immersi nella coltre grigia della nebbia per accompagnare le immagini di quello che per molti versi può essere considerato uno dei migliori esempi di thriller a tinte soprannaturali tra quelli realizzati da un regista di casa nostra, non senza un tocco di giallo (due misteriosi omicidi).
E ai palazzi della agiata borghesia pavese dove si consumano i riti sociali della buona società di provincia, si affiancano scorci rurali con alberi ridotti ad ombre tra i tentacoli della nebbia, le acque placide del Ticino e cascinali da cui traspare un senso di abbandono e fatiscenza, lo stesso che il regista aveva sottolineato nei vetusti palazzi veneziani del già citato Anima Persa.
E se non manca qualche passaggio meno riuscito, ad esempio la figura del prete spretato appassionato di occultismo, un po’ troppo sopra la righe da rasentare il grottesco, l’immagine del viso martoriato di Anna illuminato dalle luci artificiali di una grigia serata invernale è di una tale inquietudine da poter essere annoverata tra le migliori del gotico nostrano.
Il primo riferimento letterario resta ovviamente il romanzo da cui è tratto, tuttavia per le atmosfere plumbee, il ritmo lento, i toni sommessi, come se la nebbia da elemento naturale diventasse concetto mentale, spiccano abbastanza netti i riferimenti alla tradizione britannica della ghost story, e l’ombra di Henry James sembra allungarsi sulla brughiera padana.
Così come certi passaggi non possono non portare alla mente la lezione del maestro del brivido per eccellenza, Alfred Hitchcock.
Nota finale per la bella colonna sonora opera del maestro Riz Ortolani, che si avvalse della collaborazione di Benny Goodman.
Pellicola intensa e poetica, da riscoprire assolutamente!
L’opinione di Felliniano dal sito http://www.filmscoop.it
Film di una dolcezza commovente che scava all’interno dell’uomo, alla ricerca di ciò che la quotidianità tende a farci seppellire nell’inconscio.
Tanti i temi toccati in questa pellicola a mio avviso poco apprezzata al momento della sua uscita.
Il film non è assolutamente un giallo o un thriller ma racconta la prigione che diventa la vita quando si è di fronte a problemi di natura psichica.
Il forte desiderio di rivedere l’amore della sua vita e quindi di ritrovare la felicità che ormai latita nella vita del commercialista Monti lo porta a staccarsi dalla realtà per ripercorrere i luoghi e rivivere le sensazioni di pienezza di vita dei tempi che furono.
Non a caso l’unico momento in cui il protagonista esprime felicità in tutto l’arco del film si ha dopo il primo incontro con Anna.
Le prove dei due protagonisti sono a dir poco superlative.
Un gran film che scorre velocemente e che andrebbe rivalutato.
Risi non dimentica poi di ricordarci in una scena del film, dove si vedono tifosi sventolare bandiere, come noi italiani siamo un popolo di drogati di calcio.
Stupenda la vecchietta che macina il caffè nella casa dopo la morte di Anna.
Il cinema Italiano di una volta.
dal sito http://www.davinotti.com
Markus
Una tenebrosa e silente Pavia invernale d’antan fa da cornice all’allora scommessa cinematografica di un Risi in pieno smalto che, avvalendosi dell’omonimo romanzo di Mino Milani, abbraccia noir, sentimentale e storia di fantasmi… d’amore! Per farlo attinge al “gigione” Mastroianni (magistrale come sempre) e al volto tormentato della Schneider (a un passo dalla morte). Un capolavoro allora – e forse anche oggi – non capito, che merita di essere rivalutato o scoperto.
Lucius
Un’ossessione per il passato che non c’è più e per un presente che non è più accettabile e un Amore che è stato e che non ci ha mai lasciato in una pellicola che si dipana tra nebbie e location suggestive, specie quella della villa. Mastroianni è un po’ accademico e la Schneider risulta molto calata nel suo personaggio, tutto basato su una sceneggiatura incisiva che, specie chi conosce il vero Amore, può apprezzare fino in fondo.
Skinner
Ghost story autenticamente gotica nella fotografia, nelle musiche, nelle atmosfere (indovinata l’ambientazione pavese). Eccellente Mastroianni, a cui si deve gran parte della riuscita del film, con un’interpretazione sommessa e sotto le righe, sospesa tra malinconia e ricordi. Un difetto? Il titolo, che toglie mistero alla trama e conduce lo spettatore verso una soluzione che probabilmente sarebbe stata comunque prevedibile, ma non così manifesta. Il prete spretato mi ricorda molto il Robert Blake di Strade perdute.
Lamax61
Film autunnale. Il Ticino, il fiume azzurro con le sue lanche ed insenature (ultimo Paradiso) per una storia struggente. L’amore che è in noi, sopito, sddormentato dalla vita quotidiana che improvvisamente si risveglia. La voglia di ricercare il passato e rendersi conto che il tempo passa e modifica tutto. Forse poteva essere tutto diverso, ma ormai è andata così. Mastroianni e Schneider bravi e credibili. Il clarinetto di Benny Goodman a sottolineare un’atmosfera impalpabile e rarefatta.
Chappaqua
Ho rivisto il film, avendo comperato il dvd, e devo ammettere che la prima impressione che avevo avuto era quella giusta. Mi piace assai. Per un ateo come me e Dino Risi, a cui la realtà non piace molto (anche se sono ben conscio del reale), situazioni e atmosfere di questo film sono come una boccata d’ossigeno. Per un po’ si dimenticano le brutture e ci si immerge in un mondo fatato, dove tutto è sospeso e affascinante. Molto bravo, come sempre, il regista e superbi i due interpreti, che non erano neppure avvezzi a questi ruoli. Grazie Dino.
Recensione del romanzo
dal sito http://www.lastanzadivirginia.com/
“Fantasma d’amore” si lascia divorare, scritto com’è in uno stile scorrevole e accattivante che permette all’autore anche di tralasciare le virgole per far fluire meglio il discorso e la narrazione: “piccola distorta goffa ombra bianchiccia” si legge, per esempio, a pag.31; “vertigine paura vergogna senso d’abiezione disprezzo voglia di violenza” a pag.36; “incertezza incredulità sorpresa diffidenza” a pag. 63; “notte (si legge così a pag.83 ma immagino stia per “rotte”) vertebre sterno arterie vita”; e poi il drammatico “che cosa faccio se è morta che cosa faccio se è morta che cosa faccio se è morta” a pag.199, e ancora “una vecchia un uomo con gli occhiali un uomo con la barba una donna dalla faccia appassita un ragazzo” a pag.263, e via discorrendo.
L’autore, com’è noto, è pavese e la storia è ambientata a Pavia: la narrazione si snoda tra il 25 ottobre e il 29 novembre del 1975, in una Pavia dove, il biglietto del bus costava cento lire e dove, allora come oggi, nei caffè si chiacchierava “di politica, di crisi, di tasse”.
Il protagonista, “Nino Monti… commercialista”, il 25 ottobre 1975, all’età di quarantasei anni, si trova a fare qualcosa di inusuale e insolito: invece di prendere l’automobile, aspetta l’autobus. Da quel momento viene irretito, come una mosca rimasta prigioniera in una ragnatela (l’immagine è dell’autore e la si trova, efficacemente dipinta, nel corso della narrazione) in una vicenda che lo porta dapprima a fare “un po’ di ricerca del tempo perduto” per le vie della città e, poi, sempre di più, a dubitare della propria salute mentale.
Il tempo perduto è quello di venticinque o ventisei anni prima, un amore giovanile, dei tempi in cui oltre alle osterie, in città, c’erano anche le latterie e si poteva bere l’acqua del Ticino.
Un amore che si scopre essere l’amore della gioventù di Nino, il primo amore, ma forse anche l’amore redivivo dei quarantasei anni: l’amore per Anna Brigatti.
Anna ricompare nella vita di Nino, sconvolgendola, perché “certi debiti vanno pagati”.
Ma è Anna a ricomparire oppure il fantasma di Anna? Oppure ancora si tratta solo di un’ossessione partorita dalla mente di Nino? Sono coincidenze casuali quelle che si verificano nella vita peraltro ordinaria di Nino oppure tessere di un puzzle sul cui senso il protagonista si interroga sin dalle prime pagine e che cerca di scoprire fino alla fine del romanzo? Il lettore, trascinato dal racconto, si fa le stesse domande di Nino: troverà una risposta “davanti all’inconoscibile”?
La storia viene narrata in prima persona: è Nino che parla, Nino che racconta, Nino che rievoca, Nino che si interroga, Nino che dubita… fino alle ultime pagine, quando l’io cede il posto, per qualche paragrafo, all’egli, fino a quando Nino, grazie a “una cellula solitaria, dall’alto della sua fredda normalità”, torna “ad essere io”.
Si tratta di un romanzo solo apparentemente leggero e scanzonato, e, anche se Nino rassicura se stesso dicendosi che “nulla è senza spiegazione, e se il mondo è equilibrio, l’equilibrio non può essere misterioso”, il mistero volutamente resta tale, oscuro, inaccessibile
E’, si può azzardare, una cavalcata esistenziale sempre più intensa e vorticosa.
“Pensi davvero che il tempo esista?” chiede Anna al Nino quarantaseienne, “esiste il tempo” si chiede poi Nino, “aveva un senso, tutto questo?”, “che senso ha?” si chiede ancora il protagonista: si tratta di interrogativi su cui capita a tutti di soffermarsi, più o meno intensamente. Che poi si trovino risposte è un’altra questione…
Efficaci i ritratti della moglie presidentessa, della segretaria e dell’impiegato di Nino nonché degli altri personaggi, che l’autore delinea sapientemente anche con poche, apparentemente casuali, pennellate.
Non mancano le citazioni dal mondo della poesia, dal famosissimo “Come d’autunno sugli alberi le foglie” fino a Spoon River.
Sono quindi senz’altro auspicabili un successo e una rinnovata fortuna di questa ultima edizione di “Fantasma d’amore”, pari o superiori a quelli del 1977: buona lettura!
Non guardatemi (Club privè)
Chi è la bella Joanne Kern,la giovane insegnante di storia del liceo diretto dal preside Bruno Ketti e che sembra attrarre a se,come una falena, tutti coloro che le vivono accanto?
Al fascino ambiguo di Joanne sembra non sfuggire nessuno: dal suo collega Laurent,allo stesso preside Ketti, alla bella allieva Zanon tutti sembrano colpiti dalla sensualità, dal fascino misterioso che l’androgina Joanne sprigiona come un fluido invisibile e magico.
Anche gli allievi della scuola non sembrano immuni al suo perverso fascino, tanto che quando al direttore Ketti iniziano ad arrivare delle lettere anonime in cui si dice che la professoressa Joanne intrattiene relazioni sessuali con gli studenti e che addirittura partecipa ad orge la cosa inizia ad essere presa sul serio.

A difendere la collega c’è Laurent, che è in rapporti di amicizia con Jeanne.
L’uomo, felicemente sposato, sembrerebbe immune dal fascino seduttivo della donna ed è anche quello che cerca in ogni modo di stemperare la tensione che ormai si respira nella scuola.
Nel frattempo impalcabili continuano ad arrivare lettere anonime, anche corredate da foto in cui Joanne sembrerebbe alle prese con un’orgia a cui partecipano alcuni studenti.
Sembrerebbe,appunto, perchè in realtà quello che dovrebbe essere il suo volto è stato tagliato, rendendo impossibile il riconoscimento.
Ben presto il giro delle lettere si allarga e ad essere raggiunti dalle stesse sono gli altri professori del liceo e alcuni genitori di studenti dello stesso.
Nel frattempo Joanne sembra coinvolgere in un gioco seduttivo tutto mentale anche il preside della scuola oltre alla studentessa Zanon; i due, in modi differenti, le dichiarano i loro sentimenti ma Joanne li respinge.
Nel frattempo lo scandalo si è allargato e molti genitori ritirano i loro figli dalla scuola; l’ambiguo preside Ketti però sembra non preoccuparsene molto e continua a corteggiare Joanne.
Che però sembra non provare alcun interesse verso di lui.

Joanne in realtà sembra godere delle attenzioni degli altri nei suoi confronti; è una moderna Circe, svolge con intima soddisfazione il suo ruolo di ape regina ma sembra contemporaneamente non volersi concedere a nessuno.
Esasperata dalla sua passione non corrisposta da Jeanne, la bella Zanon tenta il suicidio dopo aver confessato il suo amore all’insegnante e averne ricevuto in cambio un sonoro ceffone.
Verrà salvata in extremis, cosa che non accadrà invece a Ketti, che respinto a sua volta da Jeanne si ucciderà.
Si scopre così che apparentemente l’autore delle lettere anonime era il preside.
In realtà le cose stanno ben diversamente; Jeanne ha una personalità complessa, al limite del paranoico.
E’ una donna in cui coesistono il desiderio di attrarre a se fatalmente chi la circonda ma al tempo stesso è incapace di amare, sia spiritualmente che fisicamente.
Il suo gioco di seduzione continua, quando riesce a far cedere anche il fedele e innamorato Laurent con il quale però non consumerà il frutto dell’adulterio, tirandosi ancora una volta indietro al momento buono, quasi schifata dall’idea di avere un rapporto sessuale con l’uomo.
Jeanne sembra ormai paga di quello che ha ottenuto.

E’ riuscita a dimostrare a se stessa di essere capace di attrarre fatalmente a se le persone che la circondano e quindi ha bisogno di un nuovo palco, di altri protagonisti e in definitiva di nuove vittime.
Grazie ad una lettera di presentazione del defunto Ketti e alle ottime referenze che l’uomo le ha scritto, sceglie di andar via dal liceo e di andare ad insegnare in un altro, dove presumibilmente continuerà la sua opera di ammaliatrice e seduttirce.
Come scrive una volta tanto in maniera inappuntabile il Morandini, “Bisogna rivalutare Granier-Deferre e il suo alto artigianato nel cinema psicologico. Anche questo film, vergognosamente lanciato come un porno soft, conferma la sua finezza d’introspezione, l’ottima direzione degli attori.”
Non guardatemi (Cours privè titolo originale, ben più consono al film) non ha nulla di erotico se non l’atmosfera in cui è immersa la vicenda.
Ma non si tratta di erotismo esplicito, bensì della descrizione accurata della ragnatela sensuale con la quale Joanne, la protagonista, avvolge chiunque la conosca, sia che si tratti di un omo o di una donna.
Joanne è una mantide che però non consuma il frutto del suo desiderio, lasciando così frustrati i desideri più reconditi di coloro che le si avvicinano.

Che si tratti della bella Zanon, che forse la ama non solo fisicamente o che si tratti dell’ambiguo Ketti, forse quello più disperatamente avvolto falla stregoneria di Joanne, creatura inafferrabile, sensuale, con quel suo volto da ragazzina e con quel suo corpo da peccatrice.O che si tratti di Laurent, il collega attratto apparentemente dalla fragilità che a tratti sembra emanare da Joanne, paladino che difende la donna dagli attacchi (che risulteranno più che giustificati) che arrivano alla donna dall’esterno.
Giustificati perchè è proprio Joanne a condurre un perverso gioco, quello che la spinge ad autodenunciarsi come “ninfomane” spregiudicata salvo poi ritirarsi indietro ogni volta che dovrebbe consumare il frutto del suo desiderio.
Si, perchè lei in realtà è frigida: vuole ammaliare, sottomettere ma non è disposta a cedere nulla.Un gioco masochistico che avrà tragiche conseguenze, con due tentativi di suicidio, uno dei quali tragicamente compiuto.
Il quadro dipinto da Pierre Granier-Deferre è inappuntabile dal punto di vista psicologico.
La narrazione del film scorre perfettamente equilibrata, senza mai indulgere al sensazionalismo.
Jeanne è quello che è, una civetta o una maliarda, non sapremo mai perchè: lei è così, prendere o lasciare, non c’è spazio per il passato della ragazza, per le motivazioni che la spingono a comportarsi così.
Pierre Granier-Deferre è stato un valido regista oltre che uno sceneggiatore molto apprezzato;tra i trenta film da lui diretti vanno citati Il clan degli uomini violenti del 1970, protagonista un grande Jean Gabin, dell’ottimo L’evaso (del quale ho già parlato nel sito) con il trio d’eccezione Delon,Piccol,Signoret e di altri ottimi prodotti come Un battito d’ali dopo la strage,Noi due senza domani, Una donna alla finestra (questi ultimi con la presenza dell’indimenticabile Romy Schneider)
La sua direzione del film è impeccabile, armonica.

Ma gran merito della riuscita del film va alla protagonista assoluta dello stesso, Élisabeth Bourgine, splendida ed enigmatica interprete del personaggio di Joanne Kern, volto d’angelo in corpo da peccatrice, taglio di capelli da adolescente androgina e sensualità da vendere.
Una recitazione, la sua, da prima della classe, confermata nel seguito della carriera dalla partecipazione a numerosi tv movie fra i quali segnalo Il commissario Navarro e Delitti in paradiso.
Molto bene il resto del cast, con un impeccabile Michel Aumont nel ruolo del preside ed una giovane ( e già sensualissima) Emmanuelle Seigner appena ventenne ed al suo terzo film della sua lunga e prestigiosa carriera.
Un film davvero interessante, che si lascia guardare con piacere e che avvolge lo spettatore in un’atmosfera davvero singolare, a metà strada tra il dramma e il giallo, con un finale se vogliamo irriverente ma in pefetta linea con il racconto.

Non guardatemi
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Michel Aumont, Pierre Vernier, Elizabeth Bourgine, Emmanuelle Seigner Titolo originale Cours privé. Drammatico, durata 95 min. – Francia 1986.
Élisabeth Bourgine … Jeanne Kern
Michel Aumont Bruno Ketti
Xavier Deluc … Laurent
Sylvia Zerbib … Patricia
Emmanuelle Seigner … Zanon
Lucienne Hamon … Madame Ketti
Pierre Vernier … Philippe
Rosine Rochette … Brigitte
Jacques Boudet Bonnier
André Chaumeau … Redon
Regia: Pierre Granier-Deferre
Sceneggiatura:Pierre Granier-Deferre,Jean-Marc Roberts, Christopher Frank
Da un romanzo di Jean-Marc Roberts
Produzione: Alain Sarde
Musiche:Philippe Sarde
Fotografia:Robert Fraisse
Montaggio:Jean Ravel
Costumi:Olga Berluti
L’opinione del Morandini
Lettere anonime (con foto) accusano la giovane e sensuale professoressa di una scuola privata di darsi da fare con gli allievi in orge casalinghe. Il preside si mostra comprensivo, ma poi chiede qualcosa in cambio. Bisogna rivalutare Granier-Deferre e il suo alto artigianato nel cinema psicologico. Anche questo film, vergognosamente lanciato come un porno soft, conferma la sua finezza d’introspezione, l’ottima direzione degli attori.
L’opinione di Segnalazioni cinematografiche
Questo film ha ambizioni di studio psicologico: vuol presentare infatti una ragazza dal fascino ambiguo, affetta da una perversa forma di narcisismo e di frigidità, e che respinge in sé delle tendenze omosessuali. Ma il quadro, realizzato con una certa abilità calligrafica, resta piuttosto superficiale. (Segnalazioni Cinematografiche)
Dal sito http://www.allocine.fr
De belles prestations d’acteurs, une histoire qui se tient, mais trop de passages “bavards” au café où l’action progresse peu. E. Bourgine est troublante, totalement investie dans son rôle.
Film au charme vénéneux, qui fait penser à l’univers glauque et entêtant de David Lynch. Magnifique (et trop rare) Elisabeth Bourgine
Beau film aussi beau que la plastique d’E.Bourgine.Un film sur la complexité et l’ambiguité des relations entre les êtres et où le plus pervers n’est pas forcément celui que l’on croit…
Un film psychologiquement puissant, qui laisse des souvenirs très longtemps après. Et puis, il y a la ballade de Nancy Jordan…
E’ gradito un vostro mi piace sulla pagina Fecebook: trovate il link in Home page
Grazie!
L’australiano
Dal romanzo The Shout (L’urlo) di Robert Graves trasposto in italiano come L’australiano, Jerzy Skolimowski, il più inglese dei registi polacchi trae nel 1978 un film fedele eppur al tempo stesso distante dal romanzo originale.
Un film straordinario, in cui si fondono mirabilmente tutte le suggestioni di Graves attraverso un linguaggio meta cinematografico fatto di sogno e realtà, di incubo e straordinari paesaggi assolutamente solitari; questo e naturalmente molto altro è L’australiano, un’opera indimenticabile premiata giustamente con il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 1978.
Una storia dal fascino ambiguo a lungo in bilico tra il presente e il passato, con brevi incursioni proprio del presente, che assume contorni indefiniti sottolineato dalle avvolgenti musiche di Anthony Banks e Michael Rutherford come temi del film e dalla splendida musica elettronica di Rupert Hine, un dualismo anche musicale tra sogno e reale, rappresentato proprio dall’uso dell’elettronica, che è poi l’hobby ma anche la professione di uno dei protagonisti del film Anthony.

Film che inizia con una sequenza di cui si capirà il senso solo dopo la conclusione del film stesso; una donna corre per un corridoio (quello dell’obitorio) e raggiunge una stanza nella quale ci sono tre cadaveri allineati.La donna scopre il volto dell’uomo del terzo letto mentre il titolo del film dissolve la scena introducendo il film.
Nella campagna inglese sorge una clinica psichiatrica;al suo interno è in svolgimento una gara di cricket tra i ricoverati nell’istituto e il personale dello stesso.
Qui uno dei ricoverati, considerato dal direttore uomo di grande intelligenza e capacità, racconta a Robert, segnapunti della partita una storia che ha come protagonista un altro paziente dell’istituto, Anthony, musicista di professione finito nella clinica dopo la fine del suo legame d’amore con la moglie.
Cambio di scena:
una coppia è contemporaneamente vittima di uno strano sogno, nel quale vedono un uomo correre fra le dune mentre loro sono stesi tranquilli in riva ad un lago.
Un giorno, mentre è appena uscito dalla chiesa, Anthony viene avvicinato da uno strano tipo, che dice di chiamarsi Crossley;l ‘uomo in qualche modo riesce a farsi invitare a pranzo da Anthony, che soggiogato dalla strana personalità di Crossley lo porta a casa facendogli conoscere la moglie Rachel.
La donna all’inizio sembra molto contrariata dalla presenza dell’ospite, ma ben presto anch’essa subisce la forte personalità di Crossley che durante il pranzo racconta frammenti della sua vita prima dell’arrivo nella cittadina.

Ha vissuto per ben 18 anni tra gli aborigeni australiani, imparando da loro arti magiche ancestrali e sopratutto la capacità di emettere un urlo in grado di arrivare ad uccidere un essere umano.Racconta ai suoi sconcertati anfitrioni di essersi allontanato dalla comunità aborigena dopo aver ucciso i suoi figli, come previsto dalle leggi ancestrali aborigene.La misteriosa aura che avvolge l’uomo,il suo fascino esotico non mancano di sortire un effetto inaspettato su Rachel, che dapprima diffidente alla fine subisce il potente magnetismo che l’uomo emana.
Con atteggiamenti espliciti,la donna tenta di sedurre “l’australiano”, riuscendoci, ma mantenendo contemporaneamente un atteggiamento affettuoso verso il marito.Nel frattempo Crossley,che sembra aver preso il controllo della donna, mostra a Anthony le sue capacità straordinarie, portandolo in una zona desertica e mostrandogli tutta la potenza terrificante del suo urlo. Anthony resterebbe ucciso se prima prudentemente Crossley non gli avesse fatto mettere dei tappi a protezione delle orecchie.
La relazione tra Anthony e Rachel entra i crisi quando Crossley annuncia all’uomo che intende andare a letto con Rachel;esterrefatto chiede spiegazioni alla moglie che però si limita a confermare la cosa.
Sotto la minaccia di Crossley di ucciderlo con un urlo, Anthony fugge dalla casa.
Guidato dal sogno fatto con la moglie sulla spiaggia si reca nel deserto e disseppellisce una pietra con strani simboli ;in quel preciso istante Crossley, che era a letto con Rachel e che si era alzato sentendosi in pericolo, scopre di essere circondato dalla polizia, venuta ad arrestarlo per l’omicidio di un prete.
E’ in trappola e sta per emettere il suo urlo assassino ma proprio in quel momento Anthony spezza in due la pietra e Crossley si accascia al suolo.

La scena ritorna al presente; l’uomo che sta narrando la storia a Robert, il giovane segnapunti altri non è che Crossley,ricoverato nella struttura.
Si scatena un temporale sul campo da cricket e…
Lascio volutamente in sospeso il finale per non rovinare la scoperta dello spettatore di cosa accade nei minuti finali.
Enigmatico e magico, l’Australiano è un film che richiede almeno due visioni per poter apprezzare certi passaggi della storia, alcuni dettagli che ad una prima visione frettolosa si trascurano per ovvi motivi.
Eppure anche un’altra visione lascia irrisolti alcuni aspetti del film, che vaga come una fiaba oscura tra magia, riti ancestrali e realtà, quella realtà che Crossley stravolge insinuandosi nella tranquilla vita borghese di Anthony e Rachel.
Questa è già una prima chiave di lettura del film, una delle tante; l’irruzione di Crossley, uomo misterioso e a contatto con gli intimi segreti della natura e in definitiva della vita simboleggia la dissoluzione dell’ordine borghese, quello su cui si fonda il matrimonio di Rachel ed Anthony, travolto dalla presenza fuori dagli schemi di un essere umano vissuto viceversa a intimo contatto con la natura, dalla quale ha carpito segreti e armonia, restandone però evidentemente sconvolto.
Un’altra chiave di lettura è intimamente legata alla professione di Anthony e alla caratteristica peculiare di Crossley, l’urlo capace di uccidere.

Mentre Anthony passa il suo tempo a comporre musica elettronica, cercando di carpire i suoni all’ambiente che lo circonda, arrivando per esempio a mettere un’ape in un bicchiere per registrarne il ronzio, Crossley appare quasi padrone del suono, intimamente connesso alla sua natura.
Lo dimostra quando a tavola riesce a rompere un bicchiere solo facendolo vibrare.
Un suono “prodotto” quindi e un suono istintivo, naturale.
Ancora una contrapposizione frontale fra due modi di essere antitetici.
L’analisi dei significati del film potrebbe continuare per ore, perchè Jerzy Skolimowski si diverte a legare intimamente molti argomenti senza però estrinsecarli in maniera visibile e sopratutto comprensibile.
Ragion per cui buona parte del film risulta di difficile lettura, magicamente sospeso nel tempo, quasi una favola crudele sospesa all’interno di una favola nera in cui i personaggi appaiono guidati dall’istinto e dalla magia che sembra governare le loro vite.

Il finale è in linea con il racconto, una chiusura circolare che riprende l’inizio esatto del film, quasi volesse eternare il momento, ripetendo sempre la stessa storia e non aggiungendo il benchè minimo indizio sulla sorte dei due coniugi, a cui crossley sconvolge la vita, determinando un loro distacco che assomiglia sinistramente al dissolversi di uno dei valori pregnanti della vita sociale, il matrimonio.
Grazie a location assolutamente selvagge e estraneanti,ai riferimenti oscuri all’arte e al suo potere distruttivo (cos’è il suono se non musica?), all’andare a ritroso e in avanti nel tempo del racconto con incursioni nell’onirico (i deserti, le selvagge bellezze naturali dell’Australia) il film resta sospeso in un limbo dal quale è tratto solo per la rappresentazione della commedia umana che i protagonisti vivono interamente, senza mediazioni.
Davvero in stato di grazia gli attori,con particolare menzione per Alan Bates e Susannah York, che sprizza una sensualità talmente fisica da rasentare l’oltraggio al pudore, pur non mostrando (il film) alcuna inclinazione all’erotismo.

Uno splendido esempio di cinema, quindi.
Chiunque voglia visionarlo può seguire il link http://www.nazioneindiana.com/2014/11/23/cinedimanche-06-jerzy-skolimowski-l-australiano/, qui troverà una splendida riduzione in divx con colori naturali, che restituisce appieno la magia del film stesso.
Ricordo che con l’apposita estensione di Chrome è possibile fare il download del film stesso, che suggerisco caldamente per poter risentire alcuni dialoghi del film stesso.
L’australiano
Un film di Jerzy Skolimowski. Con Susannah York, John Hurt, Tim Curry, Alan Bates, Robert Stephens, John Rees, Carol Drinkwater, Julian Hough, Nick Stringer Titolo originale The Shout. Drammatico, durata 87 min. – Gran Bretagna 1978.
Regia Jerzy Skolimowski
Soggetto Robert Graves (racconto)
Sceneggiatura Michael Austin, Jerzy Skolimowski
Produttore Jeremy Thomas, Michael Austin (produttore associato)
Fotografia Mike Molloy
Montaggio Barrie Vince
Musiche Anthony Banks e Michael Rutherford, Rupert Hine
Scenografia Simon Holland
Trucco Wally Schneiderman
Alan Bates: Charles Crossley
Susannah York: Rachel Fielding
John Hurt: Anthony Fielding
Robert Stephens: Direttore della clinica
Tim Curry: Robert Graves
“La tua musica è nulla” Crossley a Anthony
“Riesce ad ascoltare e a tenere il conteggio allo stesso tempo?” Crossley a Robert
“Ho sempre trovato diffiicle immaginare che l’anima sia legata al corpo finchè non giunge la morte a liberarla.Lei non crede che in tempi di carestia spirutale l’anima possa trovare rifugio in un albero o in un sasso?” Crossley a Anthony
“L’uccisione dei propri figli nella società aborigena è l’unica morte naturale.Per loro ogni altra morte è il risultato di una violenza” Crossley
L’opinione di Emanuele Sacchi dal sito http://www.mymovies.it
(…) Scrigno di significati quasi inespugnabile nel suo ermetismo, The Shout di Jerzy Skolimowski, noto in Italia come L’australiano, è uno dei capitoli più potenti della filmografia del regista polacco. Basato sul testo di Robert Graves, L’australiano è un’indagine nella natura primordiale dell’istinto, nel potere misterioso della carnalità più ancestrale; un regno dimenticato in cui la magia, oscura e terribile, esiste e in cui le posticce convenzioni sociali non hanno alcun significato. Come nel successivo L’ultima onda di Weir l’entroterra australiano è l’habitat ideale perché l’insondabile e l’inesprimibile abbiano luogo; per concretizzarsi nella potenza dell’Urlo, capace di trarre alimento da abissi di disperazione per vomitare la propria furia sulla natura circostante, annientando qualunque forma di vita. Dalla contrapposizione tra l’urlo dello sciamano Crossley e la ricerca sul suono, figlia di esperimenti e studi, effettuata da Anthony prende spunto la lettura più comune di un film chiuso a (facili) interpretazioni: la purezza dell’arte, libera dalle tagliole della società, che sovrasta con la sua potenza la ricerca della creatività attraverso test scientifici. L’artista-mostro, nella sua forma più incontaminata, è terrificante e onnipotente, tale da soggiogare le creature – Susannah York che diviene oggetto sessuale del dominus Crossley – piegandone le volontà. Ciò di cui è capace è qualcosa che non si cela in alcun libro, ma solo nei misteri del creato.
Nemmeno l’amore ha più significato, se non come unica forma di risposta possibile dell’uomo comune a una comunicazione che proviene da un altro livello di percezione rispetto a quello consueto. I colpi di scena e la vendetta di Anthony sono giocati attraverso meccanismi narrativi che possono apparire confusi, ma che rispecchiano la libertà di un linguaggio, assai vicino al free cinema inglese, legato alla sua epoca ma di indubbio fascino. Una visione impressionante e suggestiva, quella de L’australiano, a prescindere dagli anni trascorsi.
L’opinione di pzuzu dal sito http://www.filmtv.it
(…) Tutto ruota attorno a due individui palesemente antitetici, entrambi attratti dalle illimitate potenzialità del Suono, dalla sua origine e dai suoi effetti, ma spinti da interessi e scopi quantomai distanti tra loro: Charles ha messo a punto il suo urlo tonante ed assassino apprendendo una tecnica che gli permette di trasformare la rabbia e le pulsioni più recondite e violente in un estremo atto di furia animalesca, mentre Anthony genera musica campionando i rumori più disparati (il battito d’ali di un’ape chiusa in un barattolo di vetro, un contenitore di latta rotto strofinato dall’archetto di un violino) ed utilizzando un metronomo per dargli un ritmo, disciplinarli, normalizzarli.
Fantasia contro razionalità, istinto contro ragione, sono le architravi su cui monta la guerra psicologica che Charles Crossley muove al suo negativo, e trovano sublimazione nella scelta dell’autore di accogliere per sé la medesima sfida (e la medesima follia), producendo un crescendo di situazioni assurde ed affidando al piglio evocativo e delirante delle immagini fotografate da Mike Molloy, al gran lavoro sul sonoro di Alan Bell (unito al commento musicale atmosferico e spettrale di Anthony Banks e Michael Rutherford, rispettivamente organista e chitarrista dei Genesis), e ai sapienti incastri del montaggio di Barrie Vince, il compito di mescolare indizi e depistaggi oltre che di imporre un costante senso di minaccia incombente, creando un’opera sinceramente anarchica e orgogliosamente imperfetta, un’opera urgente ed eccessiva, che suggerisce metafore e pulsa cinema, un’opera irruenta passionale ed ambigua che sfida la logica, che al calcolo preferisce l’azzardo, e alle certezze l’immaginazione.
Opinioni dal sito http://www.davinotti.com
Caesars
Bel film, sorretto da una sceneggiatura intelligente e da una buona prova di tutti gli interpreti. Jerzy Skolimowski è regista non molto conosciuto ma sicuramente di un certo valore. Girato con un ritmo molto lento il film ci porta, creando la giusta atmosfera di attesa, verso un finale creato con grande intelligenza. Una pellicola di difficile reperibilità che merita almeno una visione in quanto sicuramente mai banale.
Rebis
Oggetto ibrido e misterioso, il film di Skolimowski potrebbe trovare adozione nelle schiere del cinema surrealista così come tra le sperimentazioni più ardite del free cinema inglese, senza poi disdegnare la menzione nei più speciosi annali horror. Al suo centro, lo spalancarsi delle forze occulte – dette irrazionali – in un monotono menage di coppia, inseguendo un’idea del suono che trova nel mito omerico delle sirene la sua più ampia ed esatta esplicazione. L’innovazione stilistica è perlopiù affidata alla rappresentazione dei presagi. Non tanto coinvolgente quanto evocativo. Straniante.
Daniela
Uno straniero si introduce nella casa di un musicista, lo plagia, me seduce la moglie. Dice di essere vissuto per molti anni fra gli aborigeni australiani e di averne appreso le arti magiche, compresa la capacità di emettere un urlo dagli effetti letali… Racconto in flashback di un folle, lascia perplessi per certi ellissi narrative poco comprensibili, che ne fanno più un film-abbozzo che un’opera compiuta, ma riesce comunque ad affascinare per la suggestione panica dei paesaggi sabbiosi ed il magnetismo di Alan Bates, seducente come un cobra
Pigro
L’irruzione del sacro nella razionale routine quotidiana ha la forma di uno straniero che può uccidere con un urlo e che si insinua in un modesto ménage famigliare, travolgendolo. Viene da un luogo “mitico” e approda a un luogo-soglia: un villaggio sperduto affacciato su un deserto, in cui un uomo cataloga suoni. Strano film, visionario non nelle immagini (pure ricercate) ma nello spirito che lo anima e che inietta inquietudini paniche per un’altra realtà. Polanskiano senza ritmo: magico e folle, come la cornice manicomiale suggerisce.
Cotola
Interessante film che colpisce soprattutto per lo stile libero e imprevedibile, tipico del cinema degli anni Settanta. Skolimowski mostra, ancora una volta, di avere un talento visivo (si pensi alla splendida messa in scena della partita di cricket) e narrativo non comune, riuscendo a costruire una storia dai ritmi un po’ dilatati che, sebbene non perfettamente sorretta dalla sceneggiatura, avvince e affascina non poco lo spettatore.
L’opinione di Numenoreano dal sito http://www.filmscoop.it
Sullo sfondo di una partita di cricket giocata all’interno di un manicomio, un misterioso paziente racconta ad un ragazzo, ospite dell’istituto, una storia apparentemente inverosimile. Narra di Anthony, un topo da laboratorio che passa intere giornate a studiare-registrare-copiare qualsiasi tipo di suono, e di come si imbatta per caso in un misterioso viandante il quale ha appreso una singolare conoscenza dagli aborigeni dell’Australia. La conoscenza di un suono, più precisamente un urlo, che l’uomo comune non può sopportare. Pena la morte.
Il concetto di base è chiaro: la natura delle cose è inespugnabile per l’uomo comune. Le sue limitate capacità gli consentono solo di provare a studiare “scientificamente” gli echi di verità che gli arrivano un pò per intuito un pò per casualità, ma egli non può sopportare la reale grandezza degli elementi naturali. Può solo morire o diventare pazzo nel tentativo di sfidarli.
In questo modo “l’urlo terrifico”, magico potere di morte del viandante Crowsley, dà corpo all’inespugnabile, alla verità. Al concetto romantico del sublime. Secondo cui la natura, nei suoi aspetti più terrificanti, produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire, ma anche la consapevolezza della distanza insuperabile che separa il soggetto dall’oggetto. La curiosità unitamente all’arroganza possono portare un uomo come Anthony a pensare, per esperienza presunta, di conoscere la natura delle cose (in questo caso il suono). Ma, a quanto pare, solo chi ha un rapporto più diretto con la natura (gli aborigeni, e Crowsley) può aspirare ad afferrarne i suoi segreti.
Il racconto prende vita come un vortice di suoni atti a scandire e spesso enfatizzare degli episodi raccontati con un vago piglio ermetico, magico, nero. Jerzy Skolimowski non segue uno schema fisso nella narrazione, non offre nessun appiglio sicuro allo spettatore. E lo fa per trasmettergli quello stesso senso di impotenza che è proprio del malcapitato Anthony, solo ed inerme davanti all’ignoto.
Un film potente e coraggioso in tutte le sue parti: storia, colonna sonora, fotografia.
Colpo di spugna
Possedimenti coloniali francesi in Africa, sul finire degli anni 30.
Lucien Cordier è il poliziotto locale di una cittadina sotto amministrazione francese e dovrebbe rappresentare l’ordine costituito per la popolazione bianca e quella nativa, in precario equilibrio socio-legale per l’arroganza dei bianchi che trattano i neri come cose di nessun valore.
Purtroppo Lucien è la persona meno adatta al compito: è un uomo all’apparenza bonario e imbelle, quasi sempre sudato e con un’espressione di insopportabile bonomia mista a indecisione stampata sul volto.
Ad approfittare della sua debolezza sono un po tutti, ma in particolare Lucien è la vittima preferita di due magnaccia bianchi, che gestiscono il bordello del posto,
Anche a casa la situazione non è diversa: sua moglie Huguette lo umilia trattandolo come un inetto e non esitando a tradirlo spudoratamente con Nono, che dovrebbe essere il fratello della donna ma che in realtà altri non è che il suo amante.

L’unica distrazione del nostro anti eroe è Rose, la bella moglie di Marcaillou,un tipaccio che la maltratta nello stesso modo in cui maltratta i neri del paese.
Lucien è pigro, in una maniera quasi patologica, è un indolente e la sua indolenza si tramuta in un eccesso di prevaricazione dei bianchi verso i neri che di riflesso colpisce anche lui.
I due ruffiani lo trattano come lo zimbello della corte con conseguente perdita totale di dignità di Lucien.
Che un giorno decide di recarsi da Chavasson, il suo diretto superiore per chiedere consiglio sull’atteggiamento da tenere;l’ufficiale come risposta gli appioppa dapprima un calcio nel sedere, suscitando l’ilarità anche dei neri che assistono alla scena e subito dopo due, spiegando a Lucien che in alcuni casi occorre reagire con forza, ovvero “Quando qualcuno ti fa del male, tu gliene rifai il doppio”
Durante il viaggio di ritorno incontra sul treno che lo riporta a casa la giovane maestra Anne,con la quale fa subito amicizia e alla quale dimostra in un breve dialogo, che dietro l’apparente docilità e vacuità che lo distingue sembra esserci qualcosa che cova in attesa di esplodere.
Ed è così,in effetti.
Quasi che il colloquio con il superiore gli abbia aperto nuovi orizzonti, appena tornato a casa Lucien porta i due papponi di sera in riva al fiume e sotto la minaccia di una pistola prima li costringe a cantare e poi spara loro in rapida successione.

E’ un uomo completamente diverso ora, Lucien.
A Chavasson venuto a vedere cosa sia accaduto, mente spudoratamente dichiarando di non sapere cosa sia accaduto, non suscitando in lui alcun sospetto che lo conosce come un tipo assolutamente inoffensivo; anzi, con un abile gioco Lucien riesce a far credere in giro che Marcel Chavasson che si è vantato di aver dato ai due papponi una lezione abbia qualcosa a che vedere con la loro sparizione.
Lucien si è trasformato all’improvviso, non è più l’imbelle e indolente uomo di poco tempo prima ma nessuno se ne accorge.
Uccide a fucilate il sordido Marcaillou, che aveva picchiato un povero nero che vendeva noccioline e subito dopo va a letto con sua moglie Rose, poi insegna a quest’ultima a sparare.
La scia di sangue ormai non si interrompe più: Lucien regola i conti con un altro prepotente bianco, lo uccide e contemporaneamente uccide il povero Venerdi, un nero che sapeva troppo e a cui verrà attribuita la morte del bianco, poi assiste impassibile alla morte di Huguette e di Nono uccisi da Rose a cui ha armato la mano e che abbandona senza rimpianti al suo destino.

E’ l’epilogo.Durante una serata danzante che si svolge in uno strano clima visto che nel mondo è scoppiata la guerra, Anne la maestrina gli confessa di amarlo ma Lucien, che non ha più l’espressione indolente e ebete stampata sul volto le risponde che non può amarla perchè impegnato a difendere con la forza gli onesti dai farabutti.
“E non hai paura di ciò che può accaderti?” domanda ansiosa Anne
“Paura di che?In ogni caso sono già morto da tanto tempo” risponde amaramente Lucien
La dissolvenza finale inquadra l’uomo con la pistola in mano, con un’espressione assorta sul viso mentre guarda un gruppo di bambini intenti a giocare.
Punta la pistola, prende la mira ma…
Imprevedibile, allucinante, perverso, iperbolico.
Colpo di spugna (Coup de torchon nell’edizione originale) è un pugno nello stomaco, è un film spiazzante e irriverente, cattivo e auto distruttivo, lesionista e irreale.
Un film in cui si muovono personaggi sporchi e sudati, appiccicosi e moralmente abietti sotto il sole abbacinante dell’Africa contornati dalla popolazione indigena ridotta al ruolo di comparsa o di vittima, se vogliamo.
Vittima della prepotenza e dell’arroganza dei bianchi, della loro violenza e del loro razzismo:
“Cosa vi fa credere che i negri non abbiano un anima?” chiede Lucien a Chavasson, il suo superiore, che gli risponde
“Perchè praticamente i negri non sono persone”
“Ma allora secondo te cosa sono?”
“Ma sono dei negri, soltanto dei negri e la prova è che parlando di loro non si dice che sono persone ma solo dei negri”

Il ributtante cinismo, il razzismo totale e ignorante espresso da questo breve dialogo nasconde la chiave di lettura del film, diretto da Bertrand Tavernier nel 1981, tratto da Pop. 1280, romanzo di Jim Thompson uscito in origine nel 1964.
Un film cattivissimo, a tratti incostante, a tratti volutamente oltre le righe, popolato da personaggi odiosi e amorali, antipatici, caratteristiche peculiari a cui non si sottrae nemmeno l’improvvisato giustiziere Lucien, che per quasi tutta la durata del film ha un comportamento sdoppiato.
Da un lato imbelle e vile spettatore delle nefandezze dei bianchi, dall’altro, nella parte più dura del film giustiziere e carnefice di quegli stessi personaggi che popolano la storia.
Non piacciono per ovvi motivi i due ributtanti e razzisti fratelli Le Peron, due papponi che vivono sulle spalle di giovani prostitute locali troppo povere per procurarsi il sostentamento e che saranno i primi a cadere sotto il piombo di Lucien così come abietti sono Huguette e Nono, i due amanti spudorati che vivono la loro tresca sotto gli occhi di tutti e dello stesso Lucien, all’apparenza all’oscuro della cosa che invece è conosciuta da tutti i compaesani;non può ovviamente piacere Mercaillou, il vile e manesco marito di Rose così come alla fine piace poco anche quest’ultima, che vive la sua relazione con Lucien dapprima e con Hugette in seguito e che avrà un unico sussulto d’orgoglio quando capirà che il suo amante l’ha usata per i suoi fini, uccidere la moglie e l’amante.
E alla fine non piace nemmeno il personaggio all’apparenza più pulito della storia, la maestrina Anne, che assiste senza muovere ciglio alla furia omicida di Lucien, finendo anzi per innamorarsi della parte oscura di quest’ultimo, come ampiamente mostrato nelle sequenze finali, con l’ultimo memorabile dialogo tra lei e Lucien stesso.
Un piccolo micro cosmo abietto e amorale, quindi, che vive ( e muore) tra l’indifferenza dei nativi, troppo presi dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza e schiavizzati oltremodo dai colonialisti bianchi che hanno rubato loro la terra e in fondo anche le anime.

Tavernier frusta selvaggiamente qua e la, senza creare nessuna alternativa morale al degrado assoluto, alla disintegrazione dei valori che avvolge come un miasma putrido tutta la pellicola.
Il film procede nevroticamente ma con una logica spietata, avvolgendo di cupo cinismo ogni cosa.
L’arroganza del potere è assoluta,totale e ad esprimerla ci sono solo personaggi che a tratti appaiono caricaturati in modo forse eccessivo.
Marcel Chavasson, il diretto superiore di Lucien, il colonnello Tramichel, appaiono come macchiette tragicomiche, non fosse per lo scenario da incubo nel quale si muovono, un colonialismo selvaggio, crudele e amorale che mostra la sua faccia in pieno sole, senza pudore e senza apparente confine.
Tavernier sceglie l’arma dell’umorismo nero, più cinico e cupo possibile.
Un film forse eccessivo, votato all’esasperazione ma un film che di certo non lascia indifferenti.
Il cinema francese degli anni 70 e 80 ha regalato spesso gioielli come questo film di Tavernier;penso a Calmos di Blier o ai film di Lelouch, Malle ecc.

Film che spesso hanno nella provocazione, nella dissacrazione il fulcro delle loro narrazioni; Colpo di spugna assomiglia nella narrazione (come pietra di paragone,of course) al nostro Brutti sporchi e cattivi, il film disperato, metropolitano di Scola.La stessa umanità alla deriva si agita senza soluzione di continuità, senza riferimenti morali e senza modelli sociali di ispirazione. Certo, i due film sono distanti come tematiche, in uno è il proletariato urbano della metropoli che vive in condizioni miserabili, qui è la popolazione nera a farlo.
Ma i punti di contatto ci sono.
Come dimenticare i bambini neri alle prese con la sabbia del deserto, nella quale scavano per tirare fuori i vermi che mangiano avidamente e come non paragonarli ai “neri” dalla pelle bianca che vivono nelle baracche al centro della opulenta metropoli occidentale?
Come non ridere sinistramente del colonialista che entra in una latrina e se la vede esplodere sotto gli occhi uscendo poi coperto di escrementi e come non paragonarlo al sotto proletario che vive in promiscuità assoluta in una baracca accoppiandosi furiosamente mentre gli altri dormono?
L’umanità malata di Tavernier fa contemporaneamente ribrezzo e pietà.
Colpo di spugna vive anche sulle magistrali interpretazioni del cast che Tavernier assembla.
Si va dal grandissimo Noiret, sudato, sporco e ironico, indolente e pigro eppur spaventosamente lucido nel finale apocalittico nel ruolo di Lucien alla bellssima e seducente Isabelle Huppert che ricopre con tutta la sua bravura il ruolo di Rose, passando per la bravissima Stephane Audran fino al solito immenso Marielle e in ultimo alla bella e spaesata (nel film) Irène Skobline, nel ruolo di Anne la maestrina muta testimone della lucida follia di Lucien.
Splendida la fotografia, angosciante la location, per un film che non si dimentica.
Un film di Bertrand Tavernier. Con Isabelle Huppert, Philippe Noiret, Stéphane Audran, Jean-Pierre Marielle, Eddy Mitchell, Guy Marchand, Irène Skobline, Michel Beaune, Jean Champion, Victor Garrivier, Gérard Hernandez, Abdoulaye Diop, Daniel Langlet, François Perrot, Raymond Hermantier, Mamadou Dioum, Samba Mone, Irénée Martin, Max Ernst, Paul Grimault Titolo originale Coup de torchon. Drammatico, durata 128 min. – Francia 1981.
Philippe Noiret …Lucien Cordier
Isabelle Huppert … Rose Mercaillou
Jean-Pierre Marielle … Doppio ruolo di Le Peron e di suo fratello Georges
Stéphane Audran … Huguette Cordier
Eddy Mitchell … Nono l’amante di ‘Huguette
Guy Marchand … Marcel Chavasson
Irène Skobline … Anne la maestrina
Michel Beaune … Vanderbrouck
Jean Champion …Il prete del villaggio
Victor Garrivier … Mercaillou
Gérard Hernandez … Leonelli
Abdoulaye Diop … Fête Nat il servitore nero di Lucien
Daniel Langlet … Paulo
François Perrot …Il colonnello Tramichel
Regia Bertrand Tavernier
Soggetto Jim Thompson
Sceneggiatura Bertrand Tavernier e Jean Aurenche
Fotografia Pierre-William Glenn
Montaggio Armand Psenny
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Alexandre Trauner
“Tiriamo sui cadaveri che passano, a loro non da fastidio e noi ci divertiamo” (Le Peron)
” Oh,ma che bel mestiere;ci sono migliaia di africani che sono morti nella Francia senza saper parlare il francese;grazie al suo lavoro impareranno a leggere il nome dei loro papa sui monumenti ai caduti” (Lucien ad Anne)
“Meglio un cieco che piscia dalla finestra che il burlone che gli fa credere che sia un cesso” (Lucien a Venerdi)
” Il Signore mi ha ordinato di colpire Le Péron, Leonelli, Mercaillou e Venerdi. Io non ero completamente d’accordo. Gesù Cristo“. (scritto da Lucien sulla lavagna di Anne)
“Uccidere è un dovere civico, un atto di carità“.(Lucien)

L’opinione di Peppe Comune dal sito http://www.filmtv.it
(…)“Colpo di spugna” (dal romanzo “Pop 1280” di Jim Thompson) di Bertrand Tavernier è un amabile pamphlet filosofico tutto costruito sull’ailare rappresentazione del labile confine tra il bene e il male, quando l’assoluta indifferenza su quelle che sono le sorti del genere umano rende, non solo largamente impunita la sistematica propagazione della morte, ma anche tollerabile la sua sardonica progettazione. Tutto è rappresentato con soave leggerezza, facendo perno sulla superba caratterizzazione di un sedicente ingenuo per portarci a guardare coi suoi stessi occhi la deriva esistenziale di un intero mondo, un mondo dove imperano la sempiterna legge del più forte la razzistica convinzione che i neri non siano delle “vere persone”, un mondo retto sulla sopraffazione impunita di pochi “notabili” bianchi, quei bianchi che hanno eletto Lucien Cordier a scemo del villaggio e che ben volentieri lo fanno assurgere a capo espiatorio di tutte le falle di sistema. Emblematiche sono le parole che Lucien rivolge ad uomo che è venuto fino a Bourkassa per sapere che fine abbia fatto il fratello : “i crimini sono tutti collettivi. Si partecipa a quelli degli altri e gli altri partecipano ai tuoi. Tuo fratello è stato ucciso da tutti. Anche da me, e forse da me più che dagli altri”. Parole che suonano come una condanna senza appello, proferite da un uomo che sembra essere seduto sull’orlo di un apocalisse imminente, intento a registrare e farsi partecipe allo stesso tempo dell’effettiva propagazione del male, a constatare l’ormai acclarata inaffettività di ogni rapporto umano. Gli indigeni sono solo delle comparse silenti, Tavernier le pone sullo sfondo, come una speranza inascoltata. (…)
L’opinione di Mauro Lanari dal sito http://www.filmscoop.it
(…) “Orribile campione della specie umana”, come lo definisce Thompson, Cordier ha una coscienza, sorniona ma lucida e radicale, della realtà.
È un cavaliere senza macchia privato della principessa da salvare e relegato a testimone impotente di un male che si diffonde già la mattina attraverso il fetore delle latrine, per poi corrodere dentro nel buio. Di fronte a tale gravità, che richiederebbe un intervento all’altezza di un Salvatore, l’unico escamotage che la natura consegna è “il dormire e il mangiare”. In particolare il gastronomico, con la parodistica urgenza del cibo, è un tema del film debordante, che asfissia la giornata dei personaggi anche negli intermezzi di maggior tensione, i quali “sono costretti” a tavola, per colazioni o pranzi o tè o aperitivi o comunque sedute che paiono indilazionabili, in qualsiasi circostanza, anche la più delicata: dopo un delitto, o un funerale, o tra un litigio e l’altro, o durante una stessa sparatoria, avvicinandoli al parossismo culinario esistenziale di Ferreri. Non c’è nulla da stimare, non c’è niente per cui valga la pena vivere, ma solo da aspettare che questo mondo avvolto dalla morte vada nella completa rovina e nel minor tempo possibile. Però, come un miraggio, la principessa arriva e, come un giglio immacolato sbocciato all’improvviso tra i rovi e le serpi, si materializza nei panni di una giovane maestra francese: Anne. È il momento di muoversi, ribellarsi e riabilitare sé stessi e il mondo fino a innalzarlo al livello di tale purezza. Ma come agire? Lucien, dando ascolto alla propria invigorita voce interiore, si sente investito da una missione assoluta, iniziando così un cammino dove tutto è messo sottosopra, tutto oscilla tra logica e follia e, in una sorta di delirio spirituale, si proclama il nuovo Ges\ù Cristo. Ma si tratta pur sempre di un Cristo impietoso e depresso, monco nelle sue qualità, più vicino all’indole di un’umanità agonizzante che a quella divina. Non esistono soluzioni nuove a cui aggrapparsi, l’unica chance è di far collassare le leggi selvagge della natura umana. Così, dopo l’ennesima umiliazione, Lucien applica in modo rigoroso, diligente, scrupoloso il suggerimento dell’autorità laica di restituire duplicato il male subito, sorta di “lex talionis” al quadrato, mentre dall’autorità religiosa apprende la lezione dell’amore verso il prossimo. Dopo aver saggiato il valore morale delle sue vittime (“Non è perché io metto la tentazione a portata di mano che bisogna forzatamente lasciarsi tentare”, “Io mi arrangio soltanto perché la gente si mostra tale quale è”…), puntualmente le elimina in nome dell’amore e di Dio.
La morte sembra essere l’unica reale alleata dell’umanità e l’unica soluzione efficace nel teatrino tragico: “Uccidere è un dovere civico, un atto di carità”. Ma il compito che egli si è prefisso si rivela alla fine utopico, titanico quanto impossibile: “Non ne posso più di essere il solo a espiare unicamente per aver fatto quello che la gente voleva che facessi e che non ha il coraggio di fare”. Perciò, dopo un improbabile ballo con Anne, nell’atmosfera paradisiaca di una piazza addobbata a festa per l’entrata in guerra, di fronte al moltiplicarsi dei bambini nella sequenza finale, cioè alla reduplicazione incontrollabile e inarrestabile della vita malefica così com’è, un Lucien ormai fiaccato getta la spugna e non sa più cosa fare, se dirigere la pistola verso i bambini oppure verso se stesso, in un'”impasse” apparentemente definitiva.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com
(…) Immerso in situazioni grottesche che rasentano la commedia più ludica (il bagno nella merda del signorotto locale), con schegge improvvise di devastante violenza (le esecuzioni a freddo dei due macrò, la fucilata improvvisa al marito manesco e ubriacone, il tiro a segno ai cadaveri dei neri che galleggiano sul fiume, il finale con la Huppert che spara e fà un massacro nella sua stanza da letto), un erotismo sudaticcio e carnale (la Huppert quasi sempre nuda e vogliosa, la Audran milfona, con bigodini, calze nere e ciabattine col tacco)
Momenti assoluti di gran cinema: L’eclisse iniziale, il cinema all’aperto che viene devastato da una violenta folata di vento(altro che Nuovo Cinema Paradiso!), la steadycam che segue di spalle la Huppert dalla strada, alle scale, fino alla cucina dove fà colazione Noiret, e l’agghiacciante finale dove Noiret punta la pistola sui bimbi neri che giocano nel deserto.
Tavernier sà fare gran cinema, mischia erotismo ruspante, commedia nera, esecuzioni lampo e feroci, dialoghi (moltissimi) taglienti e cinici oltre ogni dire, la semplicità del male nascosta nel volto e nelle movenze paciose di un Noiret in stato di grazia.
Splendida la fotografia di Pierre-William Glenn, e lo score di Philippe Sarde sottolinea beffarda la straniante e grottesca serie di eventi.
Forse qualcosa andava sfrangiato (il film dura 123 minuti)e quà e là si gira a vuoto (troppo lunga la scena del biliardo e alcune macchiette da commediaccia- tipo i calci nel sedere a Noiret-potevano essere evitate), ma rimane un film che non assomiglia a nessun altro. Vitale, carnale dove la morte sorride a denti stretti.
Recensione del romanzo di Thompson dal sito http://www.carmillaonline.com
(…) Ambientato nei primi anni del novecento, “Colpo di spugna” racconta la storia di Nick Corey, lo sceriffo di Potts County, una piccolissima comunità del Texas occidentale. Fin dalle prime pagine, Corey viene presentato alla stregua di un imbecille: tiranneggiato dalla moglie megera, dileggiato dai concittadini, è sbeffeggiato anche dallo sceriffo Ken Lacey. Affiorano alcuni dubbi, sospetti concreti che il fratello ritardato della moglie non sia un consanguineo ma bensì un amante segreto dalle impressionanti doti virili. Sulle prime, Nick Corey appare un tonto fenomenale, o almeno fino al momento in cui non ammazza a sangue freddo due ruffiani: si tratta di un atto di violenza feroce e insensato, che al tempo stesso spiazza e sconcerta il lettore. E ancora: sorpreso Tom Hauck, un uomo con cui ha un conto in sospeso, Nick lo sventra con due colpi di fucile. Ma allora chi è veramente lo sceriffo Corey? Una scaltra mente criminale che si nasconde ostentando stupidità? Ammazza ancora Nick e spinge anche gli altri a farlo per lui. Mente, mette i propri nemici l’uno contro l’altro, li caccia nei pasticci, li costringe a commettere errori. Progressivamente Nick si svela per quello che è: un assassino spietato e amorale. «Cosa ti è successo? Quando sei diventato così?» chiederà nelle battute finali Rose, una delle sue amanti. Il racconto è scritto in prima persona, secondo il modulo narrativo privilegiato da Thompson, ed è quindi la stessa voce interiore di Nick che tenta di spiegare, di dare alle proprie azioni quel senso che non sembrano avere. La citazione più famosa del romanzo è quella in cui Nick dice: «Così ci pensai e ci ripensai, e poi ci pensai ancora un po’. E finalmente presi la decisione. Decisi che non sapevo che cavolo fare». Ma a proposito dell’omicidio dei due ruffiani e lo stesso Nick a dire: «C’erano un sacco di cose, quasi tutte insomma, per le quali non potevo fare niente. Però, invece, potevo fare qualcosa con loro, e alla fine … alla fine ho fatto qualcosa». Non è qualcosa, ma è la concezione stessa che Thompson ha dell’omicidio: in un mondo privo di qualsiasi opzione etica, uccidere resta l’unica possibilità di agire. Alla fine il discorso di Nick assumerà, più che un tono messianico, la forma di un vero e proprio delirio schizoide: «Devo andare avanti a fare il lavoro del Signore, e Lui non ha fatto altro che indicare, scegliere la gente sulla quale io devo sfogare la sua rabbia». In realtà, c’è qualcosa di ineluttabile e inevitabile, una sorta di legame di necessità che unisce vittima e assassino. Per Nick, la debolezza è di per sé una colpa e la vittima è colpevole quanto il suo uccisore: «voglio dire, be’ cos’è peggio, il tipo che sporca di merda la maniglia della porta o quello che suona il campanello?». Perché nessuno è innocente o moralmente sano nella contea di Potts: gli abitanti sono talmente razzisti che, quando qualcuno appicca il fuoco alle baracche del quartiere nero, i cittadini importanti si preoccupano soltanto che i “loro” neri non vengano spaventati troppo. Nel caso fuggissero non rimarrebbe più nessuno per raccogliere il cotone. Del resto, anche le relazioni sociali appaiono improntante al mero formalismo e alla più meschina ipocrisia. «Be’, sai. Adesso sei ufficialmente una vedova e non mi sembra decente andare a letto con una donna vedova da neppure un’ora» dice Nick a Rose, dopo averle ucciso il marito. Si tratta del cuore rurale degli Stati Uniti, di quella grande provincia del Mid West che Thompson ha più volte rappresentato come meschina, marcia e bigotta. Anche ciò che dovrebbe avere la parvenza di un sistema giudiziario non è che un ulteriore conferma della cronica stupidità che affligge gli abitanti di Pottsville: «invece di lavorare la gente perde tanto di quel tempo a linciare altra gente e spende tanti soldi in corde e petrolio che non gli rimane più tanto di quel denaro o di ore lavorative per scopi pratici».(…)
Brivido caldo
Ned Racine è un giovane avvocato che vive in Florida, a Miranda beach.
E’ un uomo indolente, poco attratto dalla sua professione e più propenso a correre dietro alle donne.
Una sera mentre assiste ad un concerto jazz vede una giovane e attraente donna alzarsi ed allontanarsi dalla platea; la segue e le chiede se può fargli compagnia.
Inizia così con la stessa una relazione improvvisa, torrida e sensuale.
La donna, Matty Walker, è sposata con Edmund Walker, un uomo rozzo ma ricchissimo la cui fortuna deriva da affari immobiliari poco leciti.
Matty non ama affatto suo marito ma sa benissimo che deve restargli affianco per poter continuare la bella vita alla quale è ormai abituata.

I due quindi vivono esperienze frustranti: mentre Ned si rende conto di svolgere una professione che non gli da alcuna soddisfazione e che è costretto a navigare tra processi e difese di piccolo conto,Matty inizia a pensare di liberarsi dello scomodo marito.
Mentre la relazione fra i due si fa sempre più torbida, Matty inizia a insinuare in Ned il tarlo della gelosia, paventandogli un modo per liberarsi dello scomodo marito e di conseguenza ottenere la libertà e i soldi.
Così Ned, ormai irresistibilmente legato alla sensuale Matty organizza l’omicidio del marito.
Ma Matty ha in mente un piano ben più complesso…
Opera prima di Lawrence Kasdan diretta nel 1981 Brivido caldo (Body heat, letteralmente corpo caldo) è un vero e proprio noir apertamente ispirato a La morte paga doppio ( Double Indemnity), romanzo di James Cain, lo scrittore americano autore fra l’altro di un altro romanzo che ebbe una riduzione cinematografica, Il postino suona sempre due volte.

Prima di Kasdan lo stesso romanzo era stato utilizzato dal grande Billy Wilder nel 1944 ed era uscito nelle sale cinematografiche con il titolo di La fiamma del peccato con Fred MacMurray e Barbara Stanwick nei due ruoli principali.
Kasdan crea un’atmofera torbida e sudata, legando i due amanti a filo doppio e immergendoli in una relazione sensuale e calda, come evidenziato dal titolo originale del film.
La storia dei due amanti e del terzo incomodo si snoda così attraverso il racconto della torrida sensualità con la quale Matty attira a se Ned, vittima inconsapevole della tela del ragno in cui Matty fatalmente lo attrae e i preparativi dell’omicidio che Ned si prepara a compiere convinto di poter legare a se quella donna fatale con cui ha una relazione sessualmente appagante, una vera e propria droga fisica dalla dipendenza assoluta.

Con uno sguardo che trasmette calore e il senso di umido non solo atmosferico della location in Florida,Kasdan porta lo spettatore dentro la relazione tra Ned e Marty, fatta di incontri al calor bianco, di una sensualità estremamente fisica a cui lo stesso spettatore non può sottrarsi, complice la splendida fisicità dell’esordiente Kathleen Turner, che avrebbe avuto in seguito una bella carriera ma che non apparirà mai più così sensuale e provocante come in questo film.
Un film in cui si respira, come già detto, un’atmosfera di sensualità assoluta che man mano che il film avanza trasporta il racconto verso il thriller per poi approdare ad un finale beffardo e in parte non prevedibile, con le scene finali che mostrano i due personaggi alle prese con le loro nuove realtà, con un Ned che alla fine soltanto capisce di essere stato non il predatore ma la preda e che la torrida sensualità dell’amante è stata solo utilizzata per i fini che la donna aveva inseguito fin dall’inizio.
Un film davvero molto ben congegnato.
Del resto è al prova generale che Kasdan effettua prima di dirigere quell’autentico capolavoro che sarà Il grande freddo girato nel 1983 e che lo vedrà nei panni dello sceneggiatore, regista e produttore esecutivo.

Lo scrittore James M. Cain,intervistato disse”: Io non vado al cinema. Ci sono cibi che a certe persone non vanno giù. A me non piacciono i film. La gente mi dice: “Non ti interessa sapere che cosa hanno fatto al tuo libro?”. Ma io dico: “Non hanno fatto niente al mio libro. E’ proprio là sullo scaffale“.
In questo caso avrebbe fatto bene a guardarsi la riduzione del suo romanzo…
Sicuramente ottimale la scelta dei due attori principali; William Hurt è nel periodo migliore della sua carriera è ben si presta al ruolo dello stallone bravo a letto ma altrettanto deludente nel suo lavoro, un gigolò che ottiene le sue uniche vittorie tra le lenzuola piuttosto che in un’aula di tribunale.
Vera e propria sorpresa del film è Kathleen Turner, sguardo magnetico e seducente su un corpo da peccato, sudata e peccaminoso sogno di Ned estrinsecato dal dialogo tra i due che mostra l’assoluta dipendenza dell’uomo dalla sua futura compagna di letto :
“Forse non dovresti vestirti così”:
“Ho una camicetta, non vedo che altro dovrei portare”.
“Non dovresti portare quel corpo”

La Turner è bella, sensuale e seducente:la sua interpretazione è talmente corporea da rendere il personaggio una fonte continua di tentazione ed è così ben facile capire come un uomo, in questo caso il debole Ned possa finire per farsi coinvolgere in una relazione che si trasformerà in un abbraccio mortale.
Nel film compare anche per pochi minuti Mickey Rourke, che pure svolge un ruolo importante nell’economia del film.
Nonostante il soggetto e la patente di film erotico, in realtà in Brivido caldo sono più le situazioni ad essere ad alto contenuto erotico che non quanto mostrato dal regista;l’erotismo è latente anche se ha una valenza fortissima e i corpi sono lasciati in penombra più che mostrati.
In definitiva, un gran bel film da vedere assolutamente; a questo proposito segnalo la presenza in streaming dello stesso a questo indirizzo:
http://www.cb01.tv/brivido-caldo-1981/
La versione proposta è discreta sia qualitativamente che come audio.

Brivido caldo
Un film di Lawrence Kasdan. Con Richard Crenna, Mickey Rourke, William Hurt, Kathleen Turner, Ted Danson,J. A. Preston, Jane Hallaren, Michael Ryan, Kim Zimmer, Lanna Saunders, Carola McGuinness, Larry Marko, Deborah Lucchessi, Lynn Hallowell, Thom J. Sharp, Ruth Thom, Diane Lewis Titolo originale Body Heat. Drammatico, durata 113 min. – USA 1981
William Hurt: Ned Racine
Kathleen Turner: Matty Walker
Richard Crenna: Edmund Walker
Ted Danson: Peter Lowenstein
J. A. Preston: Oscar Grace
Mickey Rourke: Teddy Lewis
Kim Zimmer: Mary Ann Simpson
Carola McGuinness: Heather Kraft
Renato Cortesi: Ned Racine
Rossella Izzo: Matty Walker
Luciano Melani: Edmund Walker
Mario Cordova: Peter Lowenstein
Sergio Di Giulio: Teddy Lewis
Melina Martello: Mary Ann Simpson
Angiolina Quinterno: Heather Kraft
Regia Lawrence Kasdan
Produttore Fred T. Gallo, The Ladd Company
Fotografia Richard H. Kline
Montaggio Carol Littleton
Musiche John Barry
L’opinione di Marcello Papaleo dal sito 1filmalgiorno.wordpress.com
“A certi uomini basta una annusatina, e ti seguono come segugi.”
Basterebbe cominciare da questo assunto, quasi un manifesto programmatico, per raccontare di Brivido Caldo (esordio alla regia del noto sceneggiatore Lawrence Kasdan). Un film che, se fosse possibile racchiudere in due aggettivi, definirei: Torbido e Torrido. Torbido come la storia che racconta, fatta di una vedova nera (intesa come ragno) in grado di ammaliare e avvolgere fra le proprie spire un avvocato avvezzo al sesso occasionale. Lo prende, lo vince, facendogli credere di essere lui a reggere i fili di questo gioco, pericoloso. Torrido, come l’estate che attanaglia Miranda Beach e la carne dei due protagonisti. Un marito, di troppo, soldi (tanti) che fanno gola all’una ed all’altro. L’omicidio è dietro l’angolo, è l’ineluttabile: “E’ ciò che desideriamo entrambi” dice lui. Specchi che riflettono e proiettano proiezioni di verità, luce che non riesce mai a rivelare esattamente le cose. Una volta che credi aver compreso ecco che ti accorgi di aver dimenticato qualcosa. Siamo nel 1981 ed ecco che Lawrence Kasdan si presenta al cinema (da regista) con questo film che, chiaramente, rimanda a pellicole come La fiamma del peccato di Billy Wilder e Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett. Due protagonisti, William Hurt e Kathleen Turner (al suo folgorante esordio cinematografico), scelti con occhio lungo. Tratteggiano perfettamente l’animo di due esseri umani in grado di fare solo, ed esclusivamente, scelte estreme. Il film trasuda (d’obbligo visto la scelta degli aggettivi di prima) sensualità e sessualità. Il noir sembra rinascere a nuova vita, 1981, i rampanti ’80 sono appena nati. Miami è ad un passo da Miranda Beach. La sensazione, latente, di corpi umidi, di stanze pregne di sesso e menzogne. Due anime pronte a tutto per giocare la propria partita. Un film da scoprire o riscoprire.
L’opinione di Ricky dal sito http://www.mymovies.it
Bastano poche sequenze per intendere quello che accadrà di li a poco tra l’avvocato canaglia William Hurt e la moglie di un ricco affarista, Kathleen Turner; lui s’ivaghisce al primo sguardo e lei prova a respingerlo come si respinge un succulento piatto. In poche parole la passione li travolgerà in poco più di venti minuti. La macchina da presa di Kasdan tra lunghi piani sequenze e primi piani in cui esalta le languide occhiate tra i due, le bollenti scene di sesso, si avvia a mostrarci il patto d’amore e denaro che gli amanti stanno per architettare. Eliminare fisicamente il marito (Richard Crenna, indimenticabile colonnello Trautman di Rambo) per ereditarne tutto il malloppo. Ma il capolinea del film premierà la sensualissima Turner che darà il meglio di sè proprio nella decade a cui appartiene Brivido caldo. Il debutto alla regia di Kasdan (ottimo autore poi di Grand Canyon e Il grande freddo) non ha nelle mire costruire un thriller dalle atmosfere classiche: quindi dimenticavi scene da saltar sulle poltrone abbinate a sottofondi musicali da pelle d’oca. L’autore disegna intorno a questo titolo, preso a prestito da quella figura retorica che è l’ossimoro, una ragnatela che dopo un’inizio soft intrappola lo spettatore; e lo fa con tocchi di pregiati di esemplari noir degli anni ’40. Merito anche di una buona sceneggiatura che, come raramente accade in questi casi, non cede il passo ai meccanismi tipici di un giallo prevedibile made in Usa. La coppia Hurt-Turner è molto affiatata e la futura protagonista de L’onore dei Prizzi ci regala un’interpretazione in cui coesistono la sensualità e la sottomissione all’amore. Con la perfidia dietro l’angolo. Alla faccia delle numerose sciaquette che popolano il cinema attuale. Il caldo infernale della “sua” Florida e la nebbia del topico atto del delitto rappresentano due dispositivi drammaturgici che segnalano il talento notevole di questo cineasta che ci regalerà ancora emozioni negli anni a venire.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.com
(…) La regia di Kasdan è brillante e spudorata, riesce a trasudare i bollenti spiriti dei protagonisti e trasmetterli al pubblico con atmosfere molto calde.
William Hurt è Ned Racine, l’avvocato complice della bellissima Matty, il suo ruolo è quello del pollo che viene catturato dalle grazie seducenti della protagonista, devo dire che il suddetto attore è capace di interpretarlo in maniera vera e non artificiosa, alla fine fa trasparire che anche lui è una pedina di Matty e che deve far luce alla situazione per non finire il resto dei suoi giorni in gabbia.
Da sottolineare in un ruolo marginale c’è anche Mickey Rourke, qui giovanissimo che interpreta un ragazzo che Ned ha aiutato ad uscire di galera, e che lo aiuterà nella sua ricerca per comporre il complicato puzzle di Matty.(…)
L’opinione di Julian dal sito http://www.filmscoop.it
Chiaro omaggio alla Fiamma del peccato con cui, a lungo andare, si rintracciano sempre più motivi in comune (la femme fatale, il tradimento, l’omicidio architettato in modo che sembri un incidente, la posta in denaro, l’inganno finale) fino a poter sovrapporre perfettamente le due trame.
Brivido caldo è un perfetto calco del capolavoro di Wilder, portato un pò avanti nel tempo, modernizzato qua e là, ma ugualmente teso, scritto bene, con dialoghi al cardiopalma che da soli valgono il film, in generale architettato magistralmente.
Solo che, essendo un’imitazione perfetta di un film perfetto, è caratterizzato da una perfezione di secondo grado che lo rende anni luce lontano dalla Fiamma del peccato, classico che in ogni caso non si proponeva di eguagliare (poche pellicole possono avanzare tale pretesa).
Come suggerisce anche la buona traduzione italiana del titolo, è sempre immerso in quella patina vibrante delle giornate afose, con una fotografia che tende ai colori caldi e con tutta una serie di elementi che lasciano pensare al torrido, alla passione insomma. Buoni anche gli attori.
Interessante piccolo cult da ripescare in qualche baracca dell’usato.
L’opinione di daniela dal sito http://www.davinotti.com
Esordio col botto sia per il regista che per Kathleen Turner, qui sensualissima predatrice che adesca con argomenti inconfutabili William Hurt, avvocato bravo a letto ma non altrettanto in aula (che alchimia fra loro!). Prima parte torrida, sia per la calura che per il termometro erotico, seconda parte più fredda e ragionata, con Mickey Rourke incisivo in una piccola parte. Forse non tutti i fili si annodano nel modo giusto nel beffardo finale, però il film provoca comunque un lungo brivido di piacere nello spettatore.
Recensione del romanzo La morte paga doppio
dal sito http://www.bloglibero.it/angolo di jane
Se nel caso dei “re del noir” Raymond Chandler e Dashiell Hammet, l’artista che ne rappresenta l’icona cinematografica è senz’altro Humphrey Bogart, nel caso dei romanzi del terzo re del genere di scuola classica, James M. Cain, l’immagine che vedreste sarebbe certamente quella di Lana Turner, quella cioè di una dark-lady: una donna intelligente, affascinante e spietata, dalle cui labbra stillano facilmente dolcezza e menzogne. Le donne protagoniste di Cain hanno il sangue così freddo da far gelare il vostro nelle vene e non sonno affatto ingenue.
Non per niente fu infatti proprio Lana Turner ad avere il ruolo principale nella prima versione americana, del 1946, di “Il postino suona sempre due volte”, tratto dall’omonimo celebre romanzo di Cain. In precedenza però anche Luchino Visconti era rimasto affascinato dal romanzo di Cain e ne aveva tratto il film “Ossessione”, nel 1943.
“La morte paga doppio” vede sulla scena un’altra donna donna fatale, questa volta così inquietante da far scivolare il nero quasi al confine con l’horror, sebbene in realtà questo limite non sia superato: le immagini create da Cain sono così vivide, però, da dare sul serio i brividi.
Ovviamente c’è un delitto, il più classico forse del genere: la frode assicurativa su una polizza sulla vita, attraverso l’omicidio (perfino nel primo giallo inglese mai scritto, “Il mistero di Notting Hill”, tutto nasceva proprio da una truffa alle assicurazioni).
Nel tentativo di far rinnovare una polizza auto, l’assicuratore Walte Huff si reca a casa di un cliente, dove ne incontra in realtà la moglie, la bella Phyllis Nirdlinger, con la quale scatta subito una strana inquietante scintilla di attrazione. Walter capisce immediatamente, dalle domande fatte dalla donna, che ella medita di assicurare il marito per degli incidenti per poi ucciderlo e riscuotere il premio. I due sono fatti per incontrarsi, perché da anni Walter medita di giocare un brutto tiro alla ditta in cui lavora e diventare ricco. Walter e Phyllis diventano quindi complici e pianificano in ogni dettaglio il delitto, forti dell’esperienza di Walter nel prevedere quali tipo di indagini verranno svolte e come impressionare eventuali testimoni in modo che credano di vedere ciò che in realtà non hanno mai visto: il loro sarà un piano audace, quasi folle, ma pensato in ogni dettaglio e avrà successo.
Convinto di avere a che fare con una donna determinata, ma in fondo ingenua, Walter dovrà ricredersi: Phyllis ha molta esperienza nel campo degli omicidi.
Un’altra cosa che Walter non aveva previsto era di innamorarsi della figlia dell’uomo che ha ucciso, Lola, figliastra di Phyllis. Amore e rimorso (ma solo verso Lola, non verso la vittima) tormenteranno Walter, spingendo i suoi passi verso un epilogo imprevisto.
“La morte paga doppio” non ha una sola parola sprecata o fuori posto, anche perché è più un lungo racconto che un vero romanzo: trascina dalla prima all’ultima pagina, attraverso la spirale di attrazione, odio, avidità percorsa da Walter, voce narrante della storia. Un romanzo noir come pochi, pieno di colpi di scena e di situazioni ambigue, in cui si è portati a dubitare di tutto e di tutti, vero esempio di stile nel genere.
Sembra che la storia, pubblicata nel 1943, sia stata ipirata a Cain da un caso giudiziario che aveva seguito nel 1927, quando lavorava come giornalista: l’assassinio del marito da parte di Ruth Snyder, una donna di New York, con complice il giovane amante, allo scopo di riscuotere il premio di una grossa polizza assicurativa sulla vita.
Dal romanzo fu tratto un film nel 1944 la cui sceneggiatura fu elaborata da un altro maestro del genere, abituato a lavorare con Hollywood: Raymond Chandler che la scrisse insieme a Billy Wilder. La versione inglese del film ha titolo “Double Indemnity” come il libro, mentre quella italiana venne intitolata “La fiamma del peccato”.
L’amour nu
Claire è una donna solare e ottimista;lavora come interprete per l’UNESCO ed è qui che un giorno, durante una pausa pranzo conosce Simon, un uomo sensibile ed innamorato del proprio lavoro, l’oceanografia.
Tra i due l’iniziale simpatia si trasforma ben presto in amore: i punti di contatto non sono molti ma Simon apprezza in Claire la solarità mentre lei è attratta dalla sua gentilezza d’animo.
Il lavoro però ha delle esigenze e i due devono momentaneamente separarsi.
Un giorno mentre fa la doccia Claire scopre un minuscolo nodo tra il braccio e il seno; immediatamente corre a visitarsi e purtroppo l’esito è infausto.

La donna ha infatti un cancro del seno.
Claire non si perde d’animo e affronta alcune sedute di cobalto terapia che però purtroppo non sortiscono gli effetti sperati.
A questo punto è necessaria un’operazione di mastectomia e la cosa mette decisamente in crisi la donna.
L’intervento,demolitore, rischia di stravolgere parte della sua estetica e ben presto Claire decide di dire addio a Simon, incapace di confessargli la sua malattia.
Ma Simon scopre la verità…
Film sui sentimenti, sulla malattia.
L’amour nu, diretto da Yannick Bellon racconta una storia semplicissima e giocata tutta sulla dicotomia tra l’amore tra i due protagonisti e una malattia subdola e devastante che rischia di pregiudicare il futuro della coppia stessa.

Siamo nel 1981 e il cancro è ancora un samurai invincibile.
Ed è anche un male di cui un po ci si vergogna, quasi fosse un qualcosa che uno va a cercarsi invece di essere un nemico subdolo e spietato in agguato nella vita di tutti.
Le cure sono ancora parzialmente inefficaci,la diagnosi precoce è agli albori, non c’è la Tac;il cancro al seno viene affrontato con operazioni che demoliscono e che come conseguenza lasciano ferite nel corpo e nella mente delle donne.
L’amour nu affronta questo tema con delicatezza, mostrandoci contemporaneamente una storia d’amore di quelle più compiutamente ordinarie;due belle persone, pulite, che vivono una storia come tante che però all’improvviso si troverà di fronte ad un bivio assolutamente imprevisto.
E’ Claire quella che decide di troncare la relazione non appena saputo del suo male, della necessità di fare una mastectomia.

La donna sa che fisicamente non sarà più la stessa e il timore che la mutilazione possa sconvolgere e allontanare da se il compagno la portano a precedere gli eventi scegliendo unilateralmente di lasciare il compagno.
Il finale è in linea con la storia, che la regista Bellon, oggi novantenne,affronta con mano felice e con una sensibilità tutta femminile, mai mielosa o zuccherosa però.
Un film che riprende in qualche modo la tematica di Love story senza però usarne il linguaggio forzatamente lacrimevole (visto anche il finale del film) o quella del recente Always from her-Lontano da lei di Sarah Polley che affronta con grandissima tenerezza e drammaticità il tema dei sentimenti nei malati di Alzheimer.
L’amour nu è un bel film, descrittivo e mai noioso, che riesce a delineare benissimo la psicologia di una donna alle prese con un male terribile che però saprà affrontare con coraggio e che, contrariamente a quanto da lei previsto finirà bene anche dal punto di vista dei sentimenti.

Bravissima e struggente Marlene Jobert, attrice dal volto intenso capace di una gamma di espressioni da attrice di razza,molto bravo anche Jean-Michel Folon,a suo agio nel ruolo del bel personaggio di Simon.
Alla sceneggiatura collabora anche Francoise Prevost.
Purtroppo di questo film non esiste una versione in italiano; i distributori di casa nostra hanno sempre avuto molta colpevole diffidenza verso il cinema dei nostri cugini d’oltralpe con il risultato di aver privato il pubblico italiano di molte pregevoli opere.
L’amour nu
un film di Yannick Bellon, con Marlène Jobert,Jean-Michel Folon,Zorica Lozic,Georges Rouquier,Michèle Simonnet,Jean-Claude Carrière Drammatico Francia 1981
Marlène Jobert … Claire
Jean-Michel Folon …Simon
Zorica Lozic … Olga
Georges Rouquier …Jean Lafaye
Michèle Simonnet … Judith
Jean-Claude Carrière …Il professore
Roland Monod … Lo spécialista
Tatiana Moukhine …La signora che lavora a maglia
Jean-Pierre Savinaud …Il tassista
Pierre Trente …L’istruttore di pattinaggio
Adolphe Viezzi … Gérard
Rachid Ferrache … Il figlio di Gérard
Vernon Dobtcheff …John
Caroline Aguilar … La mannequin
Regia: Yannick Bellon
Sceneggiatura:Yannick Bellon,Françoise Prévost
Musiche:Richard de Bordeaux
Art Department :Jean-Michel Folon
La prigioniera
La prigioniera (La prisonniere) è l’ultimo film diretto dal maestro George Henry Clouzot nel 1968, il congedo di un grande regista con un grande film.
Clouzot cala il sipario sulla sua carriera di cineasta a otto anni dal grandissimo successo di La verità e a quattro dall’incompiuto L’enfer; un decennio, quello degli anni sessanta, che vede Clouzot più alle prese con i problemi personali che con il cinema, con una serie di funesti avvenimenti come la morte dell’amatissima moglie, una lunga depressione e infine l’infarto che lo coglie durante la lavorazione di L’enfer.
La prigioniera quindi nasce in un periodo in cui pare che finalmente il regista francese abbia ritrovato entusiasmo e ispirazione; ed infatti il film sarà un vero e proprio sunto della sua arte cinematografica in cui appaiono evidenti i frutti del lunghissimo lavoro di sperimentazione compiuto proprio con L’enfer, il film rimasto allo stato embrionale e di cui per quarantanni si erano perse le tracce della lavorazione.Che sono riaffiorate qualche anno addietro grazie a 180 bobine recuperate da Serge Bromberg a casa della vedova di Clouzot Ines e che testimoniano lo straordinario lavoro di preparazione per quel film del quale parlerò in un prossimo post.

Sono proprio gli esperimenti fatti con L’enfer a trovare applicazione in La prigioniera; scatti arditi, intensi primi piani, luci psichedeliche ecc.mostrano come Clouzot fosse riuscito ad inventare un nuovo sistema visivo e comunicativo che il regista stesso applica a primi piani tormentati ed espressivi,ossessivamente ripetuti e che mostrano le varie espressioni degli artisti impiegati e che raccontano una storia fatta di perversione e passione, di raffinata morbosità di un menage a trois che solo per un caso non sfocerà in una tragedia.
La storia che Clouzot racconta in fondo non ha molta importanza se non nell’ottica dell’uso di questo nuovo linguaggio meta visivo:ancora una volta sono i tormenti a farla da padrone, la gelosia e il possesso, gli oscuri meandri della psiche umana eviscerati e mostrati attraverso il linguaggio proprio della psiche, che non può essere lineare per ovvi motivi ma che rappresenta un incubo per immagini.

Se nell’Enfer il soggetto era l’ossessione al limite della follia di un uomo per sua moglie, in La prigioniera il concetto è ampliato ed esteso ad un triangolo fatto da una donna e due uomini.
C’entra l’amore, c’entra il desiderio di possesso, c’entra anche la morbosità del desiderio inconscio proprio della donna di entrare nel masochistico inferno dell’amante, del quale condividerà e sperimenterà la sottile perversione e il desiderio di possesso globale, inglobante a cui la donna sfuggirà per puro caso.
Siamo a Parigi; Gilbert e Josè sono una coppia moderna, di quelle aperte a qualsiasi esperienza legata però da un sentimento d’amore molto forte che tiene unita la coppia stessa aldilà delle tentazioni fortissime provenienti dall’esterno del mondo che loro faticosamente sono riusciti a costruire.
Lei lavora nel campo dell’immagine e si occupa di un documentario entre lui è uno scultore d’avanguardia e questo loro essere presenti nel mondo dell’arte li porta una sera alla mostra del fotografo Stan Hassler.Grazie ad un invito di quest’ultimo Josè ha modo di visionare i suoi scatti ed uno in particolare la turba profondamente,una donna nuda e in catene.Nei giorni successivi Josè scopre di essere attratta e contemporaneamente disgustata dalla foto e quando casualmente incontra nuovamente Stan che le chiede un passaggio e poi la invita ad assistere ad una serie di scatti che sta per fare Josè accetta.

Nell’attesa della modella Stan usa Josè per le prove luci e da quel momento per Josè inizia un incubo al quale però non saprà sottrarsi,anzi.Tra Stan e Josè inizia una relazione in cui l’uomo utilizza la sua forza di volontà per legare a se in modo masochistico la donna,mostrando di volere un totale dominio su di lei. Josè,ormai succube si abbandona a lui salvo tentare in seguito, ormai innamorata senza speranza di quell’uomo dagli impulsi auto distruttivi, di liberarlo dalle sue manie.
Ma Gilbert,che è innamorato di sua moglie, non accetta di essere messo da parte e da quel momento la storia prende una direzione che sembrerebbe portare ad una tragedia annunciata ma che invece…
Non svelo assolutamente il finale perchè è una perla incastonata in un’altra:un film così affascinante correva il rischio di avere un finale scontato, sia in senso drammatico sia in senso happy end.Clouzot sceglie una strada a sorpresa che dona al film invece la patente di capolavoro.

Siamo di fronte quindi ad un film rigoroso nella ricerca continua,spasmodica da parte del regista dell’inquadratura,dello scatto e della sequenza che mostri la via attraverso il labirinto delle sensazioni di Josè, un’esplorazione in cui si rischia di perdersi in partenza ma in effetti è proprio il perdersi la cosa che affascina di più.
Il gioco a tre assume contorni sfumati in funzione proprio dell’analisi dei sentimenti, delle psicologie;se tutto alla fine rimane irrisolto è perchè l’animo umano e la sua psiche divergono perchè uniche e apartenenti ad ogni singolo individuo.E’ il concetto di umanità ad essere esaltato, nella sua parte più oscura, più unica.Se L’Enfer era stato un viaggio nella follia che purtroppo non abbiamo potuto fare, con La prigioniera facciamo un viaggio metafisico per immagini e alla fine ci ritroviamo si al punto di partenza ma abbiamo avuto comunque la possibilità di sondare e toccare qualcosa di indefinito e magico.

Per buona fortuna Clouzot ottiene il meglio dagli attori scelti per l’indagine:Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener, Bernard Fresson, Dany Carrel, Monique Lange, Darío Moreno, Marcel Moussy, Michel Etcheverry lavorano ottimamente anche se ovviamente Elisabeth Wienernel ruolo di Josè,Laurent Terzieff in quella di Stanislas Hassler e Bernard Fresson in quella di Gilbert Moreau hanno la possibilità di emergere maggiormente grazie ai ruoli principali a loro assegnati.
Grande lavoro di Andréas Winding alla fotografia, vivida e dagli effetti pop/psichedelici che impreziosiscono il tutto rendendo l’atmosfera ottico/visiva un’esperienza unica.
Un film quindi imperdibile, purtroppo trasmesso rarissimamente in tv mentre in rete è presente solo in versione originale.
La prigioniera
Un film di Henri-Georges Clouzot. Con Dany Carrel, Bernard Fresson, Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener Titolo originale La prisonnière. Drammatico, durata 105′ min. – Francia, Italia 1968
Laurent Terzieff : Stanislas Hassler
Bernard Fresson : Gilbert Moreau
Elisabeth Wiener : José
Dany Carrel : Maguy
Claude Piéplu : il padre di José
Noëlle Adam : la madre di José
Dario Moreno : Sala
Daniel Rivière : Maurice
Regia Henri-Georges Clouzot
Sceneggiatura Henri-Georges Clouzot, Monique Lange e Marcel Moussy
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Noëlle Balenci
Scenografia Jacques Saulnier
L’opinione di mck dal sito http://www.filmtv.it
(…) Una diapositiva fra le altre tra le altre si espone come infra-fotogramma / intra-frame subliminale che, ” pre ’68 “, scatena una reazione di difesa dall’imbarazzo [ stiamo parlando della Rivoluzione Sessuale, che quella Artistica è Sempre in atto e in scena, mentre come Tabù si è passati dal Sesso alla Morte, che la scienza ancora non ‘basta’, quando la Rivoluzione Industriale, dopo quella democratica-repubblicana che ha partorito anche nazismo…nazionalsocialismo…fascismo…comunismo, ha accelerato-catalizzato l’evoluzione esponenzialmente ] : una risata ( ” che stupida, è un fatto nervoso, scusami, non sono riuscita a trattenermi, mi dispiace / non lo hai fatto apposta ? posso rivederla ? ” – che l’ultimo tango a parigi sarebbe giunto a breve…) tra ” Rien ” ed ” Être ” ://: dal costruttivismo all’estetica della cinetica, passando per la fattografia…, da Duchamp, Vasarely, Rodchenko…, a DeSade e Majakovskij ://: l’ossimoro non tale del Film Industriale ( dall’uscita dalle officine Lumière, istant-mockumentary, a Vertov, da Méliès a Brakhage, da Chaplin ad Ejzenštejn, da Kubrick ad Olmi-Antonioni ), “ovvero” la riproduzione in più copie della Realtà più vera del vero, bigger than life, contrapposta alla Cinema-Fo-toGrafia come Industria : l’astratto concreto dell’edificio macchinario suppellettile soprammobile, arte in serie, l’anti/senza carne, sesso, amore, sentimento, comprensione, condivisione E linguaggio vs Nouvelle Vague ( il contratto sociale, la vita amorosa di Tuffaut/Rohmer, il Personale è Politico, la mente fisico-storica di Resnais/Godard, e viceversa…) : il Contatto che cerca Josée ( una raggelata, fiammeggiante É. Wiener che, come la C. Aubry di Manon in seguito interpreterà solo altri 2-3 film “importanti” ma non “memorabilissimi” ed in parte prescindibili : e ancora come lei ( i loro personaggi ) affronterà un calvario, qui con esito sospeso in freeze-frame sui titoli di coda, là s/terminata nella Promised Land Gitaiana ), la dolce sua preoccupazione per l’essere in ritardo all’appuntamento con Stan ( un Laurent Terzieff che ricorda un mix di DeAndrè-Malkovich-Tenco-Dafoe-Gainsbourg-Walken ), la vergogna ed il coraggio insieme durante il primo set-sho(o)t di pose da “giornalista” vs la moderna relazione col compagno ( Bernard Fresson artista “ma” in parte…-…alla fine geloso, ed in toto alla fine…”generoso”…innamorato ) basata sul poter fare tutto — doversi dire raccontarsi confessarsi EWS tutto.(…)
L’opinione di emmepi8 dal sito http://www.filmtv.it
Ultimo film di Clouzot, regista francese molto particolare, che qui ha sfiorato a basso volo la censura, almeno per quei tempi. Dopo qualche anno di silenzio riappare, ma finisce il film in extremis, coadiuvato da una altro regista, Robert Menegoz. Un film spinoso che affronta un argomento morboso che è quello della del masochismo. Clouzot ha dovuto fare i conti con gli anni, nel senso che il progetto non ha avuto la piena appartenenza, comunque c’è da riconoscere, un apertura mentale non indifferente, anche se i temi trattati da lui sono sempre stati “malati”. La morale grida vendetta, ma deve fare i conti con gli animi degli uomini che sono sempre alterabili ed irrazionali, De Sade sta di casa qua. Operazione non facile, ma che prende coraggiosamente le sue conseguenze, peccato che l’attrice protagonista non è l’ideale giusta per un ruolo complesso come questo. Ottime riprese ed ambientazione che ancora oggi mantiene intatto il suo valore.
l’opinione di notoriusnicky dal sito http://www.filmscoop.it
Ultimo film di Clouzot, i tempi delle atmosfere noir, gialli zeppi di suspance sono materia recisa da tempo, questo è un Clouzot che ci lascia approfondendo ancor di più la psicologia malata dei suoi soggetti, protagonisti che col decorso della carriera da carnefici son diventati autolesionisti, compulsivamente attratti dal desiderio di suicidio (‘La verità’ 1960), recuperando una tematica cara al tanto accostato Hitchcock, il ‘voyeurismo’ dell’artista indotto a plasmare il corpo umano, denudarlo di ogni dignità, sodomizzarlo (in quel periodo tematica assunta anche dal nostrano Bava), la vittima persuasa dall’alone di mistero più che dal compenso economico, ne rimane attratta sentimentalmente ma non corrisposta, il suo è un masochismo per far piacere all’altrui persona, coppie aperte (siamo in piena rivoluzione sessuale), e psicologia del colore (eccede con virtuosismi farraginosi, siamo nel ’68 ed è naturale accostarlo al trip di ‘2001’).
Scevro da ogni forma di didascalia analitica sulla psiche umana, è una parabola sulla fertilità dell’amore, e cosa ti porta a fare per ottenerlo, simile alla Bardot de ‘La verità’ almeno in quanto a bellezza, la Wiener, non in termini di dissolutezza recitativa (non pensavo di arrivare a rimpiangere una Bardot pur brava a gestire le sue armi di seduzione ma che il più delle volte sono poste come contraltare ad una espressività lacunosa)
L’opinione di Saintgifts dal sito http://www.davinotti.com
Clouzot dà l’addio all’attività di regista con questo film per me straordinario. Straordinario nella tecnica, con scene che emozionano, che siano in interni o in un porticciolo o su di uno scoglio. Con un uso del colore ben studiato ed effetti psichedelici notevoli. L’argomento poi è importante e trattato in modo da non farlo mai scadere nel banale o peggio nel più superficiale dei voyerismi, merito anche di un Terzieff e di una Wiener in stato di grazia. È comunque di amore che si parla e dell’universo femminile, mai abbastanza sondato e capito.
L’opinione di Giuan dal sito http://www.davinotti.com
Commiato “hors categorie” per il regista più controverso del cinema francese. Fin dal titolo “proustiano” è un film in cui riecheggia il clima claustrofobico e morboso tipico dello stile di Clouzot, contrappuntato però dalla ricerca di opzioni tecniche altre, con cui raccontare patologie allora poco dicibili, ma alfine riconducibili alle dinamiche tra i sessi. Variazione originale sul tema del triangolo nel quale l’occhio e la visione hanno parte preponderante. Resta apppiccicato addosso e rimane in mente. Wiener e Terzieff emanano un fascino malato.
L’opinione del sito http://www.nocturno.it
(…) La rappresentazione dei giochi mentali che formano l’ossatura del rapporto sadomasochista che prende corpo tra i due (ma anche del matrimonio falsamente “aperto” di Josée e Gilbert) è quanto di più acuto e inquietante il cinema avesse rappresentato fino a quel momento. Clouzot costruisce tutto il film sul non visto, sulla suggestione, sulla dimensione tutta cerebrale dell’erotismo: come nella scena in cui Stan insegna a Josée a dominare verbalmente un’inesistente terza persona, con la mdp che segue i movimenti dell’immaginaria schiava nella stanza vuota, o con l’ellissi che ci porta dal momento in cui Josée arriva al primo appuntamento fotografico al “dopo” in cui la donna contempla le immagini scattate dall’uomo con protagoniste lei e un’altra modella. Una scelta rigorosa, e non certo dettata da pudicizia. Dirà Clouzot: «Si j’avais fait du sadique un SS, tout le monde aurait admiré ça. Si j’avais fait le strip-tease mais que ce soit celui de Salomé devant le roi Hérode on aurait souri aimablement. Ce qui est très gênant c’est quand on met un miroir en face de la figure et qu’il faut s’y reconnaître». La prisonnière è gelido come un teorema nel condurre in porto l’assunto iniziale: è anche crudele e profondamente misantropico, come lo erano stati Il corvo, Vite vendute, I diabolici, al punto di trasformare impercettibilmente il carnefice in vittima, e viceversa, mostrando la labilità dei ruoli sessuali. L’ansia borghese di normalizzare i propri impulsi, trasformando un’ossessione erotica in un’accettabile infatuazione amorosa con annessa fuga romantica, trasforma Josée nel polo dominante della coppia, mentre Stan si scopre davvero innamorato, ma anche indifeso e umiliato nella propria impotenza.Resta da dire della forma: di rado si è visto un film così felicemente audace, così coerente e inesausto nella sperimentazione visiva e sonora. Al suo primo film a colori, Clouzot batte i figliocci della nouvelle vague sul loro stesso terreno, componendo ogni inquadratura come un piccolo trattato sui significati emotivi degli elementi cromatici, isolando chiazze di colori primari e utilizzando le illusioni ottiche create dalle opere degli artisti ottico-cinetici in mostra presso la galleria di Terzieff per ricostruire un universo affascinante e ipnotico, sonorizzato dalle muische di Berio, Webern, Xenakis. Se, come dice Terzieff, «l’arte moderna corrisponde esattamente al mondo di oggi, aiuta a capirlo pur essendone un riflesso», il mondo di La prigioniera è un riverbero ormai indecifrabile del nostro inferno mentale, un labirinto in cui ognuno è prigioniero dei propri demoni, visualizzato in un prodigioso tour de force onirico finale che richiama il trip psichedelico di Keir Dullea in 2001.
















































































































































































































































































































































