Trio infernale
Marsiglia (Francia),1939
L’avvocato George Sarret, molto conosciuto, stimato e rispettato è stato insignito di riconoscimenti per il ruolo prestato nella grande guerra appena conclusa.
L’uomo si trova un’amante; è la giovane Philomena Schmidt, che è stata appena licenziata e ha anche perso la casa.
Per consentirle di restare in Francia, George architetta un piano: trova un marito alla ragazza, che dopo appena un mese muore.

L’avvocato naturalmente non è estraneo alla cosa e visto l’esito positivo della vicenda, decide di replicare l’azione coinvolgendo Catherine Schmidt, sorella di Philomena in una ben organizzata truffa.
Fa sposare la ragazza ad un anziano signore, non prima di aver stipulato una conveniente assicurazione sulla vita dell’uomo.
Naturalmente anche costui muore; i tre quindi prendono a convivere dissipando il ricavato dei loro omicidi fino a quando qualcosa non interviene a cambiare i destini dei tre…
Trio infernale, traduzione letterale del titolo francese Le trio infernale, è un noir macabro e a tratti raccapricciante diretto dal regista francese Francis Girod nel 1974, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa.
Un film davvero particolare, intriso di un macabro senso dello humour ma sopratutto pervaso da un’atmosfera malata e perversa che si respira per tutta la durata della pellicola, peraltro raffinata e diretta con grande maestria.
Alcune parti sono davvero da cinema del Grand Guignol, come la sequenza in cui il diabolico trio si sbarazza del complice Marcel Chambon e della sua amante Noemi; particolarmente efferato l’omicidio di quest’ultima che viene fatta a pezzi nella vasca da bagno e sciolta con l’acido solforico da un George Sarret luciferino.
Molto curata l’ambientazione, con una fotografia luminosissima che contrasta splendidamente con la storia truce a cui assistiamo.
Gran merito della riuscita del film va attibuita alla performance del cast; davvero gigantesco Michel Piccoli, un Satana in carne ed ossa nei panni del bieco e cinico avvocato George, benissimo le due protagoniste femminili del film, Romy Schneider e Mascha Gonska.
L’ex principessa Sissi, alla ricerca di un personaggio estremo che la spogli finalmente dallo scomodo ricordo della virginea imperatrice d’Austria che ormai le si era impresso addosso impedendole di mostrare il suo talento al di fuori dello stesso personaggio che le aveva dato fama e celebrità, sceglie un personaggio da girone infernale dantesco.
Priva di ogni morale o scrupolo, Philomena è l’immagine capovolta della Sissi inappuntabile che la Schneider aveva interpretato fino a 18 anni prima.

L’attrice non ha più i sedici anni del periodo in cui interpretava lo scomodo ruolo dell’imperatrice austriaca; è una donna matura che da alcuni anni ha pressochè ripudiato quel personaggio, interpretando ruoli scomodi ma decisamente più impegnativi come quelli della Marina di Il cadavere dagli artigli d’acciaio, quello bellissimo di Irene Corsini detta ‘La Califfa’ nell’omonimo film di Alberto Bevilacqua o ancora quello di Marianne nell’ambiguo La piscina di Jaques Deray.
Il film scorre via con naturalezza, mentre sullo schermo scorrono immagini a tratti anche comiche, una comicità però nerissima incupita proprio dalle efferatezze commesse dal diabolico trio.

C’è anche da dire che Girod in pratica non si inventa quasi nulla, visto che non fa altro che raccontare in versione cinematografica le drammatiche gesta di Georges-Alexandre Sarrejani (nel film George Sarret), personaggio realmente esistito e famoso avvocato di Marsiglia, che ideò una incredibile serie di truffe legate ad assicurazioni sulla vita di persone che poi morivano in maniera sospetta.
Aiutato dalle sorelle Catherine e Philomena Schmidt, Georges-Alexandre Sarrejani con l’aiuto dello spretato Chambon-Duverger e della sua amante Noémie Ballandraux si arricchì smodatamente ma venne tradito proprio dalla sua avidità e dall’uccisione della coppia di complici che aveva tentato di ricattarlo.
L’uomo venne arrestato con le sue due complici, che se la cavarono con 10 anni di galera a testa mentre Sarrejani venne condannato a morte.
Romy Schneider
Mascha Gonska
Salì sulla ghigliottina nel 1934 e fu l’ultimo ad essere giustiziato nella città, Aix en Provence.
Tornando al film, credo di potervelo consigliare ad occhi chiusi; i francesi sono maestri da sempre nel genere noir e questo film si fa apprezzare per il contorno nerissimo in cui si muove, tra personaggi da incubo eppure allo stesso tempo quasi patetici nella loro avidità.
Segnalo anche la presenza nel film di Andrea Ferreol, reduce dallo straordinario successo ottenuto l’anno precedente con La grande abbuffata di Ferreri; nel film è Noemi, l’amante del complice di Sarret, Chambon, personaggio destinato ad una tragica fine e ad un ancor più tragico destino.Post mortem verrà smembrata e sciolta nell’acido dal diabolico Sarret.
Un film difficile da trovare, anche se in rete esistono alcune versioni digitali; pressochè impossibile invece una visione televisiva, visto che il film non risulta esser mai passato in video.
Andrea Ferreol
Il trio infernale
Un film di Francis Girod. Con Michel Piccoli, Andréa Ferréol, Mascha Gomska, Monica Fiorentini,Romy Schneider, Renata Zamengo Titolo originale Le trio infernal. Noir, durata 106′ min. – Francia 1974.


Michel Piccoli … Georges Sarret
Romy Schneider … Philomena Schmidt
Mascha Gonska … Catherine Schmidt
Philippe Brizard … Chambon
Jean Rigaux … Villette
Monica Fiorentini … Magali
Hubert Deschamps … Detreuil
Monique Tarbès … Assistente
Andréa Ferréol … Noemi
Francis Claude … Dottore
Pierre Dac …Dottore assicurazioni

Regia: Francis Girod
Sceneggiatura: Francis Girod, Solange Fasquelle
Produzione: Raymond Danon,Jacques Dorfmann,Wolfdieter von Stein .
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Andréas Winding
Montaggio: Claude Barrois
Appassionata
Emilio Rutelli, un dentista e sua moglie Elisa sono sposati da anni, ma il loro matrimonio regge su un equilibrio precario; la donna infatti è preda di terribili crisi nervose, originate dal fatto di aver dovuto lasciare la sua carriera di pianista per diventare moglie.
E anche mamma, visto che la coppia ha una figlia poco più che adolescente, Eugenia.
Che è anche uno dei problemi della coppia, visto che la ragazza è legata da un affetto non solo filiale a suo padre, oltre che essere morbosamente gelosa di sua madre.
Valentina Cortese
Un giorno l’amica del cuore di Eugenia, Nicole, una rampolla di ottima famiglia (è figlia di un diplomatico) durante una seduta nello studio di Emilio fingendosi stordita dall’anestesia si concede al dentista.
Ovviamente lo scafato e maturo Emilio capisce che si tratta di una finzione, ma non resiste al fascino della giovane studentessa, iniziando con lei una tresca clandestina.
Ma Eugenia intuisce il rapporto tra la sua amica e il padre e decide di inserirsi nella storia.

Approfittando della momentanea assenza di sua madre, ricoverata in una clinica in seguito all’ennesima crisi nervosa, una sera si intrufola nel letto del padre fingendosi Nicole.
Emilio intuisce, ma non ha il coraggio di rifiutare le avance della figlia, così il giorno dopo non può far altro che osservare la figlia e la giovane amante andare a scuola come se nulla fosse.
Film pieno di buone intenzione, questo Appassionata, diretto da Gianluigi Calderone nel 1974, quasi tutte naufragate sugli scogli che incontra durante il suo svolgimento; che è lento, abulico e mortalmente noioso sopratutto nei dialoghi quasi sempre banali e adeguati al clima soporifero che avvolge la pellicola.

Forse le intenzioni del regista ligure, in seguito trasformatosi in un regista televisivo di valide qualità erano legate ad un discorso di denuncia del livello di degrado morale della borghesia, forse intendeva rappresentare un dramma borghese incentrato sul drammatico tema dell’incesto e del rapporto uomo maturo/ adolescente.
Fatto sta che alla fine non solo tutto appare sospeso in una nebbia fittissima di problemi irrisolti e cose non dette ma ci si accorge che il film ha narcotizzato i sensi dello spettatore, che fa qualche sobbalzo sulla poltrona solo quando la Gorgi si spoglia generosamente o quando si vedono le generose forme della Muti in penombra.
Eleonora Giorgi
Ornella Muti
Le due attrici, quasi coetanee, sono acerbe almeno fisicamente ma in grado di reggere la scena, così come Ferzetti, grande attore, che riesce a conferire spessore e dignità al personaggio tutto sommato abbastanza squallido del dottor Rutelli.
Ma il resto è da dimenticare, inclusa la solita, nevrotica interpretazione di Valentina Cortese che per l’ennesima volta va oltre le righe conferendo al suo personaggio più che le stigmate della donna esaurita quelle della pazza totale.
Appassionata è un film di difficile reperibilità; oltre qualche riduzione da vecchie VHS non si trovano in rete versioni digitali decenti.
Il che rende davvero indigesta la visione di un film poco interessante, noioso e decisamente datato.
Appassionata, un film di Gianluigi Calderone. Con Gabriele Ferzetti, Valentina Cortese, Eleonora Giorgi, Ornella Muti, Ninetto Davoli, Carla Mancini, Renata Zamengo Drammatico, durata 95′ min. – Italia 1974.
Gabriele Ferzetti … Dr. Emilio Rutelli
Ornella Muti … Eugenia Rutelli
Eleonora Giorgi … Nicole
Ninetto Davoli … Il ragazzo del macellaio
Valentina Cortese … Elisa Rutelli
Renata Zamengo … Assistente di Rutelli
Carla Mancini … Cliente dal dentista
Regia Gianluigi Calderone
Soggetto Sandro Parenzo, Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Sandro Parenzo, Mimmo Rafele, Gianluigi Calderone
Produttore Galliano Juso
Casa di produzione Cinemastar
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Armando Nannuzzi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Wayne A. Finkelman
Un uomo da marciapiede

Tre Oscar, un tema portante sonoro divenuto un evergreen, l’inserimento nella lista speciale della National Film Registry del Congresso americano come opera d’arte fondamentale; sono tre dei motivi che hanno reso celebre Un uomo da marciapiede (Midnight cowboy) e sono tre validissimi motivi per vedere uno dei film fondamentali del cinema anni sessanta.
Diretto da John Schlesinger, che ridusse per lo schermo il romanzo omonimo di James Leo Herlihy nel 1969, Un uomo da marciapiede è un film fondamentale sotto molti punti di vista, a partire dalla splendida sceneggiatura di Waldo Salt, passando per le grandissime interpretazioni dei due attori protagonisti ovvero Jon Voight e Dustin Hoffman e infine per la colonna sonora di Harry Nilsson, quella Everybody’s Talkin’ divenuta poi una canzone senza tempo, che ancora oggi è usata come jingle pubblicitario.


Schlesinger, con molto coraggio, portò sullo schermo una storia malinconica di amicizia e prostituzione, mostrando una Manhattan moto differente da quella politicamente corretta che appariva in tutti i lavori cinematografici precedenti; a ciò aggiunse il racconto delle storie omosessuali del protagonista principale e qualche scena di nudo, incluso uno stupro che furono un autentico pugno nello stomaco per gli spettatori.
E non solo per loro, perchè il film venne bollato con il famigerato X rated, che in pratica si attribuiva ai film pornografici.
Fu solo l’anno successivo che la UA, la casa di produzione, riuscì a far declassare l’X rated attribuito al film permettendo così un’allargamento delle sale che potevano proiettare la pellicola.
Un uomo da marciapiede è in primis una storia di amicizia, tra due persone che vivono ai margini della società; il primo, Joe Buck è un texano che è stufo della sua vita anonima di lavapiatti in un locale di provincia e che parte per New York con il dichiarato scopo di divenire un mantenuto a ore da signore o donne in cerca di compagnia a letto.
Ma se la provincia gli ha dato gratificazioni con le donne, molto diversa è la situazione che incontra nella Grande mela; resta ai margini di quella città operosa e brulicante, la città che non dorme mai.


Così dopo aver tentato inutilmente di vendere le sue prestazioni, incontra finalmente Cass, una donna che accetta di andare a letto con lui senza sapere le intenzioni di Joe.
Finrà in maniera tragicomica, con Joe che sarà costretto a consolare la donna e a darle i pochi soldi che gli restano.
L’altro protagonista della storia, che intreccerà il suo destino in modo indissolubile da quello di Joe si chiama Rico; Enrico Rizzo per l’esattezza detto Sozzo,un italoamericano zoppo che vive di truffe e imbrogli.
L’incontro tra i due, casuale, avviene in un bar; tra i due si stabilisce subito un’intesa, favorita dal fatto che Rico si propone come intermediario per il nuovo “lavoro” di Joe.
Ma Rico non è altro che un piccolo imbroglione e per Joe inizia un periodo drammatico; dopo aver tentato inutilmente la strada della prostituzione è costretto a lasciare la camera che abita e ad andar via senza bagagli, perchè i proprietari della camera stessa trattengono il suo bagaglio.
Ormai ridotto alla disperazione, Joe tenta la carta disperata della prostituzione maschile ma non ha miglior fortuna.
L’unica strada rimasta sembra quella di un malinconico ritorno a casa, allo squallido lavoro di lavapiatti.



Ritrova Rico che dopo aver rischiato di essere picchiato da Joe, si offre di aiutarlo ospitandolo nella sua miserevole casa.
Inutilmente la improbabile coppia tenta di raccattare il necessario per il proprio sostentamento; mentre Joe non riesce a trovare lavoro come gigolo, Rico inizia ad ammalarsi anche per la mancanza di un’alimentazione regolare e per le condizioni di vita al limite della sopravvivenza che affrontano nel tugurio di Rico stesso.L’unica cosa positiva che resta ai due è il rapporto di amicizia che pian piano si instaura tra Rico e Joe e che diventa più profondo anche per le vicissitudini che i due affrontano.
Rico sogna di poter un giorno trasferirsi in Florida,lontano dal freddo e dal clima malsano della grande mela mentre Joe è sempre più preso dal miraggio di diventare qualcuno con la professione di gigolo.
Sarà il caso a dare una chance proprio a Joe; incontrata la giovane Shirley ad un party,Joe dopo alcune difficoltà passa una notte di sesso selvaggio con la stessa e la ragazza, il giorno dopo, propone a Joe un incontro sessuale con una sua amica.
Sembra l’inizio dell’avverarsi dei sogni di Joe, ma Rico è ormai alle prese con gravissimi problemi di salute. Joe riuscirà dopo alcune vicissitudini a procurarsi il denaro per portare Rico a Miami, ma la storia è destinata a prendere una piega amara…
Lo sfondo di una New York gelida e disumana, la storia di due esistenze ai margini, le miserie e i peccati segreti della moltitudine brulicante di esseri umani che portano avanti esistenze totalmente dissimili l’una dall’altra sono le costanti del film, l’ideale scenografia di un dramma amaro e cinico sulle vite perdute di due uomini che simboleggiano a loro modo la difficoltà d’integrazione e il sogno perduto di una buona parte di americani messi ai margini dal grande sogno a stelle e strisce.

Rico e Joe sono due dei tanti emarginati della città, lucente e affascinate dietro i suoi grattacieli immensi e le sue limousine, dietro l’ostentamento della ricchezza delle Avenue e dei grandi alberghi; due vite perdute alla ricerca di un’impossibile riscatto sociale che è tale già nelle premesse.
Il piccolo imbroglione dalla salute malferma e il gigolò che vorrebbe costruire il suo futuro fidando nelle proprie doti di stallone sono degli sconfitti in partenza.
Sono due persone qualunque, non hanno particolari doti di intelligenza nè altre doti che li possano far emergere dalla massa amorfa che li circonda.
Così i loro destini, legati indissolubilmente dai fattori che li hanno uniti e dall’amicizia che li legherà si sconteranno con l’impossibilità di emergere dal buco nero che sembra contenere a viva forza un moltitudine di invisibili, quegli stessi invisibili che popolano i quartieri più degradati della città.

John Schlesinger fotografa tutto implacabilmente, usando cinismo e realismo a piene mani.
Dal sogno impossibile di Joe, quello della provincia che sogna le luci della metropoli all’amara esistenza di Rico che sogna invece una vita in un posto differente, climaticamente e umanamente più sopportabili della grande mela,lo spettatore è trascinato in un vortice di sensazioni spesso sgradevoli, mentre in sottofondo, quasi invisibilmente scorrono frammenti della vita americana come la guerra nel Vietnam.
Un film bello e struggente, amaro e disilluso. Diretto da quel finissimo regista che è John Schlesinger reduce da Via dalla pazza folla del 1967 e interpretato da due attori in stato di grazia, Jon Voight, e Dustin Hoffman
con l’ aiuto di attori bravissimi come Brenda Vaccaro e Sylvia Miles.
Hoffman che nel 1967 aveva interpretato il ruolo di Ben Braddock nel Laureato di Nichols realizza una delle sue performance migliori mentre Voight, che fino ad allora era stato un interprete principalmente di serie e film tv da vita ad un personaggio indimenticabile.
La citata colonna sonora di Nilsson completa un film che chiude il decennio sessanta del cinema americano in modo degno, introducendo la grande stagione degli anni settanta, in cui il cinema americano diverrà punto di riferimento per tutta la cinematografia mondiale.

Ancora oggi Un uomo da marciapiede è un film che passa raramente in tv; consiglio quindi una visione domestica del film, che è agevolmente rintracciabile online o in versione digitale.
Un uomo da marciapiede
Un film di John Schlesinger. Con Jon Voight, Brenda Vaccaro, Dustin Hoffman, Sylvia Miles, Bob Balaban, John McGiver, Barnard Hughes, Ruth White, Jennifer Salt, Gilman Rankin, Gary Owens, T. Tom Marlow, George Eppersen, Al Scott, Linda Davis, Ann Thomas, Viva, Gastone Rossilli Titolo originale Midnight Cowboy. Drammatico, durata 113′ min. – USA 1969.








Dustin Hoffman: Enrico Salvatore (Rico) “Sozzo” Rizzo
Jon Voight: Joe Buck
Brenda Vaccaro: Shirley
Sylvia Miles: Cass
John McGiver: Mr. O’Daniel
Barnard Hughes: Towny
Ruth White: Sally Buck
Jennifer Salt: Annie
Bob Balaban: Giovane studente

Regia John Schlesinger
Soggetto James Leo Herlihy
Sceneggiatura Waldo Salt
Produttore Jerome Hellman
Casa di produzione United Artists
Fotografia Adam Holender
Montaggio Hugh A. Robertson
Musiche John Barry
Costumi Ann Roth
Trucco Irving Buchman
Ferruccio Amendola: Enrico Salvatore (Rico) “Sozzo” Rizzo
Massimo Turci: Joe Buck
Rita Savagnone: Shirley
Vittorio Stagni: studente
Guido Celano: fruttivendolo
Ci stanno quelli che pensano di tornare a vivere nel corpo di un altro.Speriamo che non mi tocchi il corpo tuo.
E chi ti chiede di beccarti il mio? Ti dico solo che potresti rinascere con un corpo diverso, hai capito? Magari ti capita quello d’un cane, o d’un presidente.
Era perfino più fesso ‘e te: non sapeva nemmeno scrivere il suo nome. Lo sai che cosa ci dovrebbero mettere su ‘sta pietra?, lo sai? Una maledettissima X, come sulle finestre del nostro porcaio: da demolire, per ordine del Municipio.
Mia nonna Sally Buck morì senza farsene accorgere.
L’unica cosa che mi riesce è fare l’amore.











La profanazione

L’affascinante dottor Massimo lavora in una casa di cura, la stessa nella quale opera volontariamente la novizia suor Angela.
Lavorando a stretto contatto Massimo e Angela ben presto familiarizzano oltre il rapporto professionale, creando grossi problemi morali nella incerta suor Angela.
Che alla fine cede al richiamo dei sensi, dimenticando i voti e il suo ufficio religioso.
I due così convolano a nozze ma le cose ben presto, nonostante l’amore che lega i due, si mettono male.
Le reminescenze religiose della ragazza diventano un ostacolo insormontabile e la vita di coppia ne risente profondamente.
Massimo dapprima cerca con pazienza di recuperare il rapporto (sopratutto sessuale) con la sua inibita moglie, poi cerca una maniera per risolvere il problema.


Inizia a tradire la moglie sfacciatamente e ….
La profanazione, film del 1974 diretto da Tiziano Longo è un prodotto a metà strada tra la commedia drammatica e quella di costume.Con netta preferenza per la prima ma con alcuni inserti erotici che portano a guardare il film con occhi sospetti.
Se il drammone psicologico che vivono i due protagonisti ha una sua logica, pur deviata dal fascino e dal sex appeal di Simonetta Stefanelli che è un’improbabile suorina destinata a lasciare l’abito religioso per trasformarsi in una moglie dai mille problemi irrisolti, la presenza di alcune sequenze erotiche e di nudo lascia propendere per una concessione troppo larga al voyeurismo dello spettatore.


Sollecitato da alcuni nudi integrali della bellissima Stefanelli,(divenuta famosa internazionalmente per aver interpretato Apollonia, moglie di Michael Corleone nel Padrino di Coppola) lo spettatore finisce per apprezzare più le evidenti doti fisiche dell’attrice romana.
Il film di Longo, regista che nel corso della sua carriera ha diretto 8 film, fra i quali i discreti Peccatori di provincia e Mala amore e morte,ha delle frecce al suo arco e tutto sommato si barcamena alla meglio senza risultare indigesto allo spettatore.
La profanazione è un film che in pratica non è mai passato in tv, in virtù sia del tema trattato che è indubbiamente molto scomodo sia per le citate sequenze di nudo integrale della Stefanelli.
Il che impedisce ovviamente di poter valutare, con gli occhi di oggi, una pellicola che affronta un tema certamente non usuale o quantomeno non affrontato mai in maniera profonda in ambito cinematografico.


Simonetta Stefanelli

Jean Sorel
A mente mi sovviene il mediocre La novizia, che peraltro uscì nelle sale l’anno successivo al film di Longo, con esiti commerciali superiori visti gli incassi ma fallimentari da quello artistico.
Per quanto riguarda il cast, da segnalare i due interpreti, Jean Sorel nel ruolo del dottor Massimo e Simonetta Stefanelli in quello di Suor Angela.
I due, molto amati dal pubblico, recitano in maniera dignitosa rendendo il film quanto meno credibile a onta della improponibilità della storia; c’è spazio anche per Anita Strindberg nel ruolo di una infermiera che diverrà un’occasionale amante del bel dottor Massimo.
La parte di Anita Strindberg è molto ridotta ed è un peccato ed a questo proposito esco un attimo dal seminato.
L’attrice svedese aveva grandi qualità recitative e lo ha dimostrato nei film interpretati.
Lei stessa si rammaricava di essere sottovalutata dai registi che la dirigevano.

Anita Strindberg
Ecco un sunto di una lunga intervista-confessione del 1974 nella quale si lamenta proprio di questo:
“Luigi Cozzi. – “E’ soddisfatta dei film che le hanno fatto fare finora?”
L’attrice non risponde subito. Esita.
Anita Strindberg: – “Veramente…” inizia, non molto convinta, ma subito si arresta.
“L.C. – Avanti,” la sollecitiamo gentilmente. “Non abbia paura.”
Anita Strindberg sorride.
A.S. – “E va bene, allora diciamolo pure,” risponde finalmente. “Non è che io sia molto soddisfatta di quello che mi hanno fatto fare finora… oh, intendiamoci, ho lavorato in diversi film interessanti, ben curati, ben diretti, eppure c’è qualcosa, non saprei, ma ecco, io come attrice mi sento ancora insoddisfatta. Non mi pare di avere espresso realmente le mie possibilità. Anzi, ho un po’ la sensazione che quello che abbiamo voluto usare sia più il mio corpo che il mio talento.”
L.C. – “E’ contraria ai ruoli spinti?”
A.S. – “No, assolutamente. Ma sono contraria a certi ruoli facili, a certi film falsi, dove quello che conta è solo il modo per attirare il maggior numero di spettatori nelle sale cinematografiche. E purtroppo, devo ammetterlo, ho la sensazione di averne fatti diversi, di film di questo tipo.”
L.C. – “Però sono serviti a conferirle una non indifferente popolarità,” le facciamo notare noi.
A.S. – “Lo so benissimo. Infatti non ne parlo male, tutt’altro. Ma esprimo solo un’opinione: cioè, ho la sensazione che mi abbiano usato solo… per il corpo, gliel’ho detto. Senza curarsi troppo di quelle che sono… o potrebbero essere… le mie qualità di attrice. Forse non hanno fiducia in me oppure… non so, non tocca a me dirlo.”

In ultimo ricordo che questo film non è mai uscito in digitale e che in rete gira una versione (francamente indecente) ridotta da una vecchissima VHS, ragion per la quale i fotogrammi presi per questa recensione sono di qualità così scadente.
La profanazione
Un film di Tiziano Longo. Con Jean Sorel, Simonetta Stefanelli, Teodoro Corrè, Anna Orso,Lorenzo Piani, Anita Strindberg Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.








Jean Sorel- Dottor Massimo
Simonetta Stefanelli- Suor Angela
Anita Strindberg- L’infermiera amante di Massimo

Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Tiziano Longo, Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Carlo Savina
Fotografia: Roberto Girometti
Montaggio:Mario Gargiulo

Cose molto cattive

Kyle Fisher e Laura Garrety stanno per coronare il loro sogno.
I due infatti preparano le nozze con Laura impegnatissima a disegnare ogni minimo dettaglio della cerimonia, che per lei si presenta indimenticabile.
Ma Kyle com’è abitudine deve anche celebrare l’ultima notte da scapolo, il famoso addio al celibato e con gli amici Robert Boyd, i fratelli Adam e Michael Berkov e Charles Moore parte per Las Vegas.
Qui festeggiano in modo trasgressivo l’ultima notte da scapolo di Kyle con droga e alcool e in compagnia di una spogliarellista che non disdegna prestazioni extra.
Ma Michael, che ha un rapporto sessuale con la ragazza in un bagno incappa in un drammatico incidente; la ragazza urta la testa contro una sporgenza vicino ad uno specchio e muore sul colpo.


Sopraggiungono gli amici e preso atto della situazione, iniziano a discutere animatamente, decidendo così di non chiamare la polizia.
Ma un sorvegliante dell’albergo arriva per chiedere spiegazioni e il gruppo è costretto ad uccidere anche lui.
Il bagno è un lago di sangue, così Kyle e gli altri decidono dapprima di disfarsi dei due corpi e in seguito di armarsi di secchi e mazze per lavare per terra e ripulire il tutto.
Dopo di che, fatti a pezzi i corpi, partono per il deserto del Nevada dove seppelliscono i resti dei due sventurati.
Tornati a casa, ognuno riprende come se nulla fosse la propria vita, incluso Kyle che naturalmente nasconde l’accaduto a Laura.

L’unico ad essere in disaccordo è Adam, il fratello di Michael che litiga con quest’ultimo in maniera violenta; Adam muore incidentalmente così il gruppo rimanente ha ora due problemi.
Il primo, liberarsi del corpo di Adam, il secondo quello di sapere se lo stesso Adam ha o no rivelato qualcosa a Lois Barlow, moglie dello stesso Adam.
Boyd decide di tagliare la testa al toro e uccidere la donna, rimediando nella collutazione con Lois un terribile colpo ai genitali.
Così i corpi seppelliti diventano 4, mentre c’è anche il problema dei due figli della coppia Adam-Lois, uno dei quali ha problemi fisici.
A questo punto Kyle non può più tacere la verità e informa piangendo Laura della situazione.
La donna, inaspettatamente, prende in mano la situazione e uccide Kyle colpendolo con un pesante posacenere.
Ora sono rimasti in tre, e finalmente Kyle e Laura convolano a nozze.

L’unico testimone dell’accaduto è Charles, che così è condannato a morte da Laura.
Ma quando ormai tutto sembra deciso per la sorte di Charles, Kyle ha un soprassalto di coscienza e decide di lasciare in vita l’amico.
Sulla strada del ritorno dal deserto, Kyle e Charles hanno un terribile incidente, durante il quale rimangono feriti gravemente; a Kyle vengono amputate le gambe mentre Charles resta paralizzato e in stato quasi neuro vegetativo.
Laura, che si ritrova a dover badare ai due uomini ormai ridotti a larve umane e ai due figli di Adam e Lois affidati a loro dopo la morte dei genitori, esce per strada e urla….

Cose molto cattive (Very bad things nell’originale americano, tradotto letteralmente nell’edizione italiana) è un noir diretto da Peter Berg nel 1998; un film nero, duro e cattivo oltre che impregnato di un sottile humour cattivo assolutamente atipico nella cinematografia proveniente dagli States.
Il regista americano crea un’opera solida sia dal punto di vista della sceneggiatura sia nel suo svolgimento; i personaggi, dopo l’ubriacatura iniziale a base di sesso, alcool e droga si trovano di fronte a situazioni che per essere gestite richiedono solo onestà e lucidità, ma reagiscono nel peggiore dei modi.

Reagiscono con il crimine, laddove sarebbe bastata semplicemente una autodenuncia alle autorità, visto che la vittima iniziale è tale solo per un malaugurato incidente.
La paura dello scandalo, una considerazione della vita umana molto ma molto bassa e sopratutto una dose massiccia di opportunismo portano dei potenziali onesti cittadini a trasformarsi in belve assetate di sangue.
Così il percorso del gruppo di amici, che poi tale non è alla luce degli accadimenti seguenti si trasforma in un bagno di sangue, con i tre colpevoli superstiti che in qualche modo vengono puniti duramente.
Laura è costretta a fare da balia ad un gruppo di persone ormai menomate, Kyle finisce senza gambe su una sedia a rotelle mentre Charlse paga il fratricidio con una paralisi che lo relega su una sedia a rotelle per giunta privo di movimenti alle articolazioni superiori.


Il fio delle colpe dei tre è quindi pagato; non c’è un tribunale civile e una condanna scontata alla galera, ma una condanna peggiore, quella ad una vita da infermo o da badante degli infermi come nel caso di Laura.
Ecco perchè parlavo di humour nero, all’inizio.
Berg castiga tutti i protagonisti in varie maniere; tutti infatti sono responsabili della morte del sorvegliante, barbaramente ucciso solo per evitare lo scandalo.
Tutti pagano, a partire da Adam, ucciso proprio da suo fratello Michael anche se involontariamente, colpito da una Nemesi che si abbatterà sull’intero gruppo.


E si abbatte anche sulla sventurata Lois, privata prima del marito e poi della vita in maniera crudele.
Berg quindi mette in scena un dramma cattivo e sporco, dove tutti sono colpevoli e dove tutti sono in fondo figli della società dell’apparire, che mostra fino in fondo le sue carenze morali e la deriva di valori fondanti di riferimento; a riprova dello humour nero di Berg anche il cane di Charles finisce per restare senza una zampa e quindi campare nel gruppo di portatori di handicap che si raduna in casa di Laura.
Se questa tematica appare suggerita, è solo perchè Berg privilegia l’atmosfera e il dettaglio del patto di sangue che poco alla volta lega i vari amici del gruppo.


Che, come abbiamo visto, finiranno per pagare un prezzo altissimo alla loro viltà.
Il regista è anche aiutato da un ottimo cast, nel quale spiccano Christian Slater (Robert Boyd), Cameron Diaz (Laura) e Jeanne Tripplehorn (Lois), sempre bella e affascinante, anche quando è sacrificata in un ruolo secondario. Bene anche gli altri, a partire da Orser finendo con Favreau, forse l’unico un tantino al di sotto dell’ottimo standard imposto al gruppo.
C’è tensione nel film, così come c’è ritmo e pathos.
Un film bello e affascinante, che si segue davvero con piacere e che non delude affatto.
Cose molto cattive
Un film di Peter Berg. Con Daniel Stern, Cameron Diaz, Christian Slater, Jeanne Tripplehorn, Jon Favreau,Jeremy Piven.
Titolo originale Very Bad Things. Drammatico, durata 100 min. – USA 1998.







Jon Favreau … Kyle Fisher
Leland Orser … Charles Moore
Cameron Diaz … Laura Garrety
Christian Slater … Robert Boyd
Jeremy Piven … Michael Berkow
Daniel Stern … Adam Berkow
Jeanne Tripplehorn … Lois Berkow
Joey Zimmerman … Adam Berkow Jr.

Regia Peter Berg
Soggetto Peter Berg
Sceneggiatura Peter Berg
Fotografia David Hennings
Montaggio Dan Lebental
Effetti speciali Jason Collins, Larry Fioritto
Musiche Peter Berg, Stewart Copeland, Christina Schlieske, Willie Bobo, Donald Byrd, Steve Jeffries, Peter Lea-Cox, Daniel May, George Michael, Daniel J. Moore, Robin Parry, Jesus Perez
Scenografia Katherine Lucas



Breezy
Storia d’amore tra un maturo immobiliarista e una ragazzina hippy; lui più che cinquantenne, lei diciottenne, si incontrano, si amano, si lasciano per gl apparenti inconciliabili problemi derivanti dalla grande differenza di età e poi decidono comunque di affrontare assieme un pezzo di vita, lasciando al destino la durata del loro amore.
In sintesi è questa la trama di Breezy, diretto nel 1973 da Clint Eastwood, seconda prova del grande attore e regista americano venuta subito dopo l’ottimo esordio sugli schermi di Lo straniero senza nome, girato nello stesso anno.
Una storia vista altre volte sullo schermo, ma che Eastwood porta in scena con un’abilità da consumato regista e con una sensibilità incredibile, in netto contrasto con la sua apparente rudezza e con i ruoli da macho interpretati precedentemente.
William Holden
Kay Lenz
La storia di Frank Harmon, maturo e disilluso over cinquanta, divorziato e solitario incrocia casualmente l’esistenza di Edith Alice “Breezy” Breezerman, una ragazzina dall’aspetto hippy, che ha perso entrambi i genitori in un incidente e che vive la sua vita con la spensieratezza della sua età.
La incrocia nell’attimo esatto in cui concede un passaggio alla ragazza, la porta a casa sua per ospitarla una notte e si fa convincere dalla stessa ad accompagnarla a vedere l’oceano.
La dolcezza, il romanticismo e la ingenua fiducia che Breezy ha nella vita e nella gente fa breccia nel cuore del cinico Frank, che è appena uscito da una storia con una donna che ha scelto di sposare un altro in virtù dell’indecisione di Frank nell’abbandonare lo stile di vita da lupo solitario che lo caratterizza.
Breezy irrompe nella vita di Frank come un vento selvaggio, portando la freschezza dei suoi anni e dei suoi ideali, avvolgendo il maturo Frank in un sogno fatto di nuove pulsioni e di nuovi palpiti di un cuore che sembrava aver smesso di battere, inaridito da tanti anni di vita solitaria.

Breezy si innamora davvero di quell’uomo così differente da lei, lui la ricambia dapprima con titubanza, poi senza remore.
I due scoprono così le varie fasi dell’innamoramento: la scoperta delle cose in comune, del desiderarsi, dell’amore tout court, ma hanno ovviamente il problema legato alla grande differenza d’età che indubbiamente esiste.
“Hai più del doppio della mia età“, dice amaramente Frank alla sua giovane amante e la cosa diverrà evidente quando in un negozio d’abbigliamento una commessa scambierà Breezy per la figlia di Frank.
Ma alla ragazza questo non importa; per lui lascia gli amici e si accontenta di vivere al suo fianco nei ritagli di tempo che Frank riuscirà a trovare.
Poi, un giorno, proprio mentre la relazione sembra essersi stabilizzata, ecco che Frank è costretto a fare i conti con l’anagrafe e la realtà, o almeno con la parte più sgradevole di essa: un suo amico, a cui si è rivolto per confidargli la novità della sua storia d’amore con Breeze, gli racconta la sua vita privata, tutta l’invidia provata per Frank che ha il coraggio di avere una relazione con una ragazzina, il suo fallimento nel matrimonio e tutte le delusioni derivanti dall’età, dagli acciacchi ecc.
Per Frank è un colpo, che lo costringe a rivedere le sue scelte, inclusa ovviamente quella di frequentare una ragazza tanto più piccola; entrano in ballo le convenzioni sociali, l’impossibilità di immaginare un futuro nel quale lui, ormai avviato sul viale del tramonto possa decidere di dividere la sua vita con una ragazzina.
Così, tornato a casa, lascia Breezy.
Ma qualche tempo dopo, al capezzale della donna con cui aveva avuto una relazione e che ha avuto un incidente durante il viaggio di nozze, nel quale è morto il neo marito, Frank riceve un prezioso consiglio che lo fa riflettere: “Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo, non lasciare che la vita ti scivoli addosso”
Così Frank va a trovare Breezy; i due si avviano assieme, consapevoli che probabilmente la loro storia non potrà durare ma che comunque andrà vissuta giorno per giorno.
Breeze è un film tenero e malinconico, un apologo sull’amore e sulla differenza d’età, sui mille problemi che questa condizione può portare, sia a livello psicologico che negli aspetti del quotidiano.
Ed è anche una lezione di speranza e di vita. L’amore può abbattere i pregiudizi e le barriere a condizione che lo si accetti per quello che è senza porre date di scadenza ma vivendolo come un’avventura in cui il finale e tutt’altro che scritto.
Se all’apparenza la cosa può sembrare banale e la storia già vista altre volte, il merito di Eastwood è quello di aver proposto una storia che se non contiene elementi di novità, si lascia guardare con piacere per la freschezza e la tenerezza delle situazioni, dei dialoghi che caratterizzano il film.
Basta una passeggiata in riva al mare, bastano le attenzioni di Breezy, quel suo affidarsi totalmente al suo uomo, quella sua incrollabile fiducia nella vita per gettare un ponte sull’ampio fossato che li divide.
In fondo l’età anagrafica esiste solo come numeri, Breezy ne è consapevole e in questo si mostra addirittura più matura di Frank, accettando dalla vita quello spiraglio di luce che la stessa le ha offerto.
E quando Frank capirà questa semplice verità sarà pronto a camminare con lei, verso un futuro incerto ma che li vedrà percorrere la strada assieme, consapevoli che vivere giorno per giorno è già un gran vivere, sapendo di avere una persona accanto.
La malinconia presente nel film, legata alla personalità di Frank, uomo disilluso e cinico si mescola quindi alla freschezza di Breezy, ragazza maturata attraverso il dolore della perdita dei genitori, che ha imparato da quella tragedia a vivere senza programmi, girovagando qua e la e prendendo dalla vita quello che offre, senza guardare agli aspetti più negativi che la stessa offre.
Tra i due alla fine quella che ha da insegnare è proprio lei, Breezy; la ragazzina hippy e allegra finisce per impartire al maturo Frank una lezione di vita, che l’uomo apprenderà e farà sua, lasciando finalmente da parte le remore e le convenzioni e vivendo quella storia d’amore come uno straordinario dono della vita stessa.
Se il film è bello e misurato, malinconico e tenero lo si deve anche alla sapiente alchimia che Eastwood riesce a creare attraverso un uso eccellente della fotografia, degli scenari e sopratutto grazie anche all’abilità dei due protagonisti.

Frank è interpretato da un grande William Holden, misurato e dolente anche se palesemente invecchiato rispetto al personaggio di Frank che ha cinquant’anni; l’attore americano durante la lavorazione del film aveva 53 anni, ma appare palesemente invecchiato sopratutto a causa dell’abuso di alcool dal quale l’attore stesso era dipendente.
La vera sorpresa è Kay Lenz, fresca, bella e simpatica; la sua caratterizzazione del personaggio di Breezy è impeccabile e gran merito della riuscita del film va ascritto a lei e alla sua interpretazione.
Un gran bel film, Breezy.
Editato in digitale, è facilmente rintracciabile in qualsiasi versione.
Breezy
Un film di Clint Eastwood. Con William Holden, Kay Lenz, Roger C. Carmel Commedia drammatica, durata 105′ min. – USA 1973.
William Holden: Frank Harmon
Kay Lenz: Edith Alice Breezerman (‘Breezy’)
Roger C. Carmel: Bob Henderson
Marj Dusay: Betty Tobin
Joan Hotchkis: Paula Harmon
Jamie Smith-Jackson: Marcy
Norman Bartold: L’uomo nell’auto
Shelley Morrison: Nancy Henderson
Dennis Olivieri: Bruno
Eugene Peterson: Charlie
Lew Brown: Ufficiale di polizia
Richard Bull: Dottore
Johnnie Collins III: Norman
Don Diamond: Maitre
Scott Holden: Veterinario
Sandy Kenyon: Agente
Jack Kosslyn: Tassista
Mary Munday: Cameriera
Frances Stevenson: Commessa
Regia Clint Eastwood
Soggetto Jo Heims
Sceneggiatura Jo Heims
Produttore Robert Daley
Fotografia Frank Stanley
Montaggio Ferris Webster
Musiche Michel Legrand
Scenografia Alexander Golitzen
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Permette? Rocco Papaleo

Rocco Papaleo è un ex pugile, dall’indole bonacciona e fiduciosa; emigrato dalla Sicilia per tentare la fortuna in America, dopo aver lasciato la boxe perchè troppo tenero per uno sport così grintoso, Rocco è finito a lavorare come ascensorista in Alaska.
Un giorno decide di seguire dei suoi amici a Chicago per vedere dal vivo un importante incontro di boxe; qui Rocco per un pelo evita di essere investito dall’auto guidata dalla bella modella Jenny, che per scusarsi in qualche modo, invita l’uomo a vedere l’incontro nel suo appartamento.

Marcello Mastroianni
L’invito nasconde ben altro, ma l’ingenuo Rocco non raccoglie la malizia insita nella donna: incapace com’è di capire le sottigliezze maliziose della donna, finisce per gettare alle ortiche quella che può essere un’avventura galante.
Equivocando l’atteggiamento della donna, il candido Rocco finisce per seguire sempre più spesso la donna,tentando inutilmente di restare solo con lei. L’uomo finisce così come un agnello tra i lupi, in una città dove la regola d’oro sembra essere la sopravvivenza ad ogni costo.

L’ingenuo e spaesato Rocco diventa così preda del peggio della città.
Finirà per incontrare un sordido campione di umanità, nel quale spiccano le figure di una prostituta che non esita a mettergli nel letto la figlia minorenne e altre figure meschine, fino a quando non verrà pestato a sangue e derubato.
Scosso dall’episodio, ma nonostante tutto ancora fiducioso nell’umanità, con una voglia di comunicare anche commovente, Rocco tenta un’impossibile approccio con la bella Jenny, che per tutta risposta lo assale gridandogli il suo disprezzo per la sua natura gentile e fiduciosa.


E’ questo il punto di svolta, quello che mette in crisi il bravuomo e che lo costringe ad un atto estremo; sicuro di non poter sopravvivere in un mondo di lupi, in una giungla dove conta solo la legge della sopravvivenza, Rocco Papaleo si arma con una potente bomba e da quel momento diventa una mina vagante, pronto a farsi giustizia alla prima occasione utile.
Permette? Rocco Papaleo è un gran bel film firmato da uno dei migliori registi italiani, Ettore Scola.
Diretto nel 1971, segue due tra le migliori opere del regista, Il commissario Pepe del 1969 e Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) del 1970 ed è un film malinconico, pessimista e amaramente descrittivo della condizione degli emigrati italiani in America, pur non essendo questa la tematica fondamentale del film.

Il tema portante è infatti la solitudine emotiva del protagonista, un uomo profondamente buono e ingenuo, fiducioso e dal gran bisogno di comunicare, che vede infranti tutti i suoi tentativi per colpa di una società disumana e alienante come quella americana, competitiva all’eccesso e dominata da rapporti interpersonali aridi ed egoistici.
Rocco Papaleo è un uomo con dei valori di riferimento molto forti, che svaniranno del tutto quando finalmente, dopo tante delusioni e dopo il colpo di grazia dato dalla cinica Jenny, che gli rimprovera i fallimenti della sua vita e dipinge i suoi pregi come dei difetti imperdonabili, finirà dicevo per prendere coscienza del fatto che chi è agnello è destinato fatalmente ad essere preda dei lupi e che dopo questa amara constatazione, deciderà di difendersi con una bomba, che l’uomo, emulo del bombarolo de andreiano, porterà con se per utilizzarla nella prima occasione utile.

E’ un’America ostile e disumana, quella descritta da Scola, che tuttavia privilegia più l’introspezione psicologica del personaggio Papaleo, messo in chiaro contrasto con la società a stelle e strisce, ormai destinata ad un futuro fatto di egoismi personali portati all’esasperazione.
L’incarnazione fisica di Rocco Papaleo è uno straordinario Marcello Mastroianni che crea un personaggio dolorosamente umano, simpatico e perdente, un perdente nella vita, è vero, ma che moralmente giganteggia in un mondo di nani.
L’attore laziale occupa la scena da consumato ed espressivo talento naturale, capace di rendere le sfumature del suo personaggio con enorme naturalezza; accanto a lui una bella Laureen Hutton e cosa abbastanza insolita, un cast di comprimari praticamente sconosciuti, evidente tributo all'”americanicità” del film.


Permette? Rocco Papaleo è un bel film, molto sottovalutato all’epoca della sua uscita nelle sale per motivi inspiegabili; forse l’abbondanza di prodotti di alto livello spinse i critici a storcere il naso, forse giocarono altri fattori.
Sta di fatto che questo è un film da vedere assolutamente.
Permette? Rocco Papaleo
Un film di Ettore Scola. Con Marcello Mastroianni, Lauren Hutton, Tom Reed, Margot Novak,Umberto Tagliavini, Brizio Montinaro Commedia, durata 123′ min. – Italia 1971.









Marcello Mastroianni … Rocco
Lauren Hutton … Jenny
Tom Reed … Gengis Khan
Margot Novak … Linda
Umberto Travaglini … Alcantara

Regia Ettore Scola
Soggetto Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli


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Un sussurro nel buio

Martino è un bambino tranquillo, che vive in una splendida villa veneta con i genitori Alex e Camilla e con le due sorelline Matilde e Milena, sotto lo sguardo severo e protettivo della governante Francoise.
Un quadro idilliaco, tuttavia turbato da quella che sembra essere una innoqua mania del ragazzino, ovvero il sostenere che accanto a lui, invisibile presenza, ci sia un altro bambino, Luca.
Nonostante tutto Alex e Camilla evitano di dar peso a quelle che considerano fantasie del bambino; tuttavia ben presto dovranno ricredersi, alla luce di strani fenomeni che avvengono nella villa.

John Philipp Law

Alessandro Poggi con Nathalie Delon
Decisi a risolvere il problema, i due coniugi si recano a Venezia per consultare un famoso psichiatra, ma durante il viaggio è proprio Alex a rischiare di morire allorchè, in un diverbio con Martino, nega decisamente l’esistenza dell’amico considerato immaginario del figlio. Spinto da una forza sconosciuta, Alex cade in acqua e miracolosamente evita di finire tra le pale del vaporetto che li doveva trasportare.
Scosso dall’episodio, Alex non rinuncia a contattare il luminare, che accetta l’incarico e si trasferisce nella villa di Alex e Camilla.
Scettico, il professore mostra però pericolose tendenze pedofile verso il piccolo Martino e il risultato è la sua morte nella vasca da bagno della dimora.
Grazie alla complicità di Francoise e nonostante l’opposizione della nonna, che accusa Martino di essere un omicida, l’accaduto viene presentato come una semplice disgrazia agli inquirenti accorsi nella villa, che mostrano di credere alla versione dell’incidente.

Alessandro Poggi

Olga Bisera
Intanto Camilla si convince sempre più che accanto a suo figlio ci sia davvero un’entità invisibile; lei, in passato, aveva perso a sei mesi un bambino, che avrebbe dovuto chiamarsi Luca. Ma c’è davvero una presenza invisibile accanto a Martino, esiste davvero il misterioso Luca? O tutto è semplicemente un’allucinazione collettiva?
Film metafisico definito oltraggiosamente horror da critici della domenica, Un sussurro nel buio (A whisper in the dark) diretto da Marcello Aliprandi nel 1976 è un ottimo prodotto snobbato vergognosamente dalla critica e purtroppo anche da parte del pubblico, evidentemente abituato a film in cui l’elemento slasher è quello predominante.
Invece in questo film di Aliprandi non accade praticamente nulla; il film è psicologico e d’atmosfera, privilegiando la tensione e i dialoghi inespressi, le mezze frasi, la paura dei protagonisti per tutto quello che accade intorno a loro.
Stretti fra la fredda razionalità e l’indiscutibile presenza di fenomeni paranormali legati all’invisibile figura di Luca, che sembra agire come un angelo protettivo nei confronti di Martino, tutti i componenti della famiglia iniziano lentamente a prendere coscienza di quello che in realtà la loro mente non può spiegare.



Lucretia Love
Ci vorrebbe un atto di fede per credere davvero che Martino giochi con l’invisibile Luca, ma Alex e Camilla sono genitori razionali; tuttavia arriverà anche per loro il momento di ricredersi, perchè quello che accade nella villa non può essere solo effetto di pure combinazioni.
Aliprandi crea un film molto equilibrato, un film di rara tensione, involuto psicologicamente e dalla trama lineare. Non ci sono colpi di scena, l’unica morte è quella del professore che avviene lontano dalla macchina da presa, tant’è che ci viene mostrata solo la sua figura esanime nella vasca da bagno.
L’uscita di questo film di Aliprandi, reduce dal buon risultato di Corruzione al palazzo di giustizia girato nel 1975, venne accolta con indifferenza sia dalla critica che dal pubblico. Il che lascia davvero esterrefatti, alla luce della presenza, nelle sale, di centinaia di prodotti di bassa lega, spesso mal recitati e girati in un’economia francescana.
Il regista romano crea un prodotto equilibrato e armonico, riuscendo a realizzare un’ atmosfera cupa e claustrofobica senza mai ricorrere a scene violente e senza usare sangue; tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore, mentre scorrono le immagini idilliache della splendida villa sospesa in un paesaggio sognante che fa da netto contrasto con il cupo senso di oppressione che l’invisibile presenza di Luca crea.

Questo equilibrio è la cosa fondamentale del film, tanto che Aliprandi rinuncia ad approfondire i legami interni alla famiglia stessa, come quello fra Alex e Francoise o quello saffico suggerito fra Camilla e la cameriera di casa. Tutto resta indefinito, quasi i personaggi debbano muoversi e vivere le loro esistenze in funzione di quella di Martino e di Luca, alla quale esistenza nessuno crede.
Tutti dovranno alla fine fare i conti proprio con l’amico immaginario, sopratutto dopo la morte del professore; tutti diverranno complici a quel punto della mano misteriosa che ha dato la morte al pervertito professore.
Aliprandi mette su un cast che fa dignitosamente il suo lavoro; Law e Nathalie Delon sono impeccabili, mentre la vera sorpresa del film è il piccolo Alessandro Poggi, che rivedremo sugli schermi nel 1982 in Morte in Vaticano che sarà il suo quarto ed ultimo film.
Un vero peccato, perchè Poggi interpreta alla perfezione il piccolo Martino.

Bene anche i personaggi che ruotano attorno alla famiglia, ovvero la governante Francoise, interpretata da una severa e sempre affascinante Olga Bisera e dalla solita sicurezza rappresentata da Lucretia Love.
Un film ingiustamente dimenticato e osteggiato; se andate a leggere la recensione del solito Morandini, troverete ancora una volta la conferma della malafede dei critici che stendevano le critiche per quella che è considerata la Bibbia dei cinefili e che, alla luce dei fatti, ha la stessa attendibilità di un rotocalco di pettegolezzi.
Se riuscite a reperire il film e non è cosa difficile, passerete due ore piacevoli in compagnia di un prodotto che quanto meno ha una grande eleganza formale; chi ha visto The others di Alejandro Amenábar troverà le stesse atmosfere del film di Aliprandi.
Un sussurro nel buio
Un film di Marcello Aliprandi. Con Nathalie Delon,John Philipp Law, Joseph Cotten, Olga Bisera, Lucretia Love, Alessandro Poggi,Adriana Russo, Margherita Sala, Susanna Melandri Fantastico, durata 100 min. – Italia 1976.








John Phillip Law … Alex
Nathalie Delon … Camilla
Olga Bisera … Françoise
Alessandro Poggi … Martino
Joseph Cotten … Il professore
Lucretia Love … Susan
Adriana Russo … Clara

Regia: Marcello Aliprandi
Sceneggiatura: Maria Teresa Rienzi, Nicolò Rienzi
Produzione: Enzo Gallo
Musiche: Pino Donaggio
Montaggio: Gianmaria Messeri
Fotografia: Claudio Cirillo
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La tua presenza nuda

Denise ha sposato in seconde nozze Paul, vedovo con un figlio, Marcus; la prima moglie di Paul è morta per un incidente provocato ad arte mentre faceva il bagno in una vasca.
Gli ottimi rapporti di Denise con il coniuge iniziano a deteriorarsi per colpa di Marcus; il ragazzo è intelligente ma anche perfido e sadico e nasconde dietro il volto angelico una personalità contorta.
Chiamata dal preside della scuola che frequenta il ragazzino, Denise apprende che il figliastro è stato espulso dal college per alcune avance erotiche nei confronti di ragazzine. Da Sophie, amica di vecchia data della prima moglie di Paul, Sara, apprende alcuni particolari preoccupanti sulla morte della stessa (la donna che si vede morire in apertura del film).


Ben presto Denise ha la certezza che la morte di Sara è opera del diabolico ragazzino; in cambio di uno strip integrale (di qui il titolo del film) Denise otterrà la confessione del ragazzo e prenderà provvedimenti, non prima però…..
Un film che non ti aspetti, La tua presenza nuda (Night child), che deve il suo titolo italiano ad una frase che pronuncia il diabolico e malato Marcus alla matrigna, quando costei chiede al ragazzino cosa vuole in cambio della confessione su quello che è veramente accaduto a Sara.
Dicevo, un film inaspettatamente bello e affascinante, in primis perchè è l’opera d’esordio di Andrea Bianchi, un regista che da allora in poi non mostrerà più la freschezza e l’inventiva mostrata in questo film, poi perchè si tratta di un film che si avvale di una buona sceneggiatura, di una storia che tiene e intriga immersa com’è in un’atmosfera malsana e ambigua.
Il film è per lunghissimi tratti un duello a due fra i due protagonisti principali, la dolce e innamorata Denise e il diabolico e sadico figliastro Marcus;


sono proprio le scene in cui il terribile dodicenne porta avanti con ostinata pervicacia il suo complotto personale per attirare l’incolpevole matrigna nella sua ragnatela quelle più intriganti e che danno un’aria di suspence che per tutto il film non mancherà mai.
Il film è principalmente una partita a scacchi tra personalità differenti, fra le quali spicca quella disturbata di Marcus, il ragazzo che ha ucciso sua madre e che ama infierire su animali e amiche di college.
Sarà proprio Denise a scoprire con orrore la verità sulla morte di Sara, incontrando nel corso di un drammatico colloquio con il marito l’ostilità e l’incredulità di quest’ultimo, nonostante Denise mostri a Paul il punto da cui il ragazzino spia le effusioni amorose della coppia e nonostante la stessa Denise riveli l’accaduto nel college dal quale è stato espulso Marcus.

Per tutto il film la cosa più intrigante è l’atmosfera del film; anche se non accade praticamente nulla, il regista riesce a tener desta l’attenzione immergendo la storia in una palude nella quale Denise finisce per sprofondare, stretta da un lato dal figliastro sadico e dall’altro dall’incredulità del marito.
Va detto, per onor di cronaca, che James Kelley (co regista del film) probabilmente mise ben più di una mano nel film stesso, e che la produzione ebbe la fulminante idea di chiamare per la parte di Denise l’attrice britannica Britt Ekland, grande professionista che in questo film recita in maniera impeccabile, grazie alla sua aria ingenua e candida; la ex signora Sellers si conferma attrice di razza cosi come molto bravo è Mark Lester che tre anni dopo avrebbe girato La prima volta sull’erba; l’attore inglese all’epoca in cui venne girato il film aveva 14 anni e interpretò in modo impeccabile il ruolo del dodicenne perfido e malsano.



Per quanto riguarda la versione italiana del film, è mutila della scena in cui Denise si spoglia davanti a Markus, presente invece nella versione internazionale, un episodio che ricorda l’odissea del film Non si sevizia un paperino, sequestrato proprio per la presenza di quello che si credeva un minore davanti allo splendido corpo nudo di Barbara Bouchet. Un film davvero interessante, ma molto difficile da reperire che vale sicuramente una visione.
La tua presenza nuda
Un film di James Kelly, Andrea Bianchi. Con Britt Ekland, Lilli Palmer, Hardy Krüger, Mark Lester, Harry Andrews Drammatico, durata 95 min. – Italia 1972.









Mark Lester … Marcus
Britt Ekland … Denise
Hardy Krüger …Paul
Lilli Palmer …Dottoressa Viorne
Harry Andrews …Il preside
Conchita Montes …Sophie
Colette Giacobine … Sara

Regia: James Kelley, Andrea Bianchi
Sceneggiatura: Andrea Bianchi,Erich Kröhnke,Bautista Lacasa,Trevor Preston
Produzione: Andrés Vicente Gómez,Graham Harris
Musiche: Stelvio Cipriani
Fotografia: Luis Cuadrado,Harry Waxman
Montaggio: Nicholas Wentworth




La preda

Drammone a quattro ambientato in Sud America, per l’esattezza in Colombia.
Daniel vive alla giornata, senza il becco di un quattrino e con un matrimonio che fa acqua; sua moglie Betsy infatti è ormai irrimediabilmente un’alcolista persa.
Casualmente Daniel incontra una splendida ragazza di colore, Nagaina; deciso a piantare sua moglie e a dare alla bella ragazza una vita migliore, l’uomo organizza una rapina ai danni di un usuraio.
Il colpo riesce, ma Daniel non riesce a nascondere la refurtiva perchè viene arrestato e imprigionato.
In prigione Daniel conosce un detenuto, Francis, che lo aiuta ad evadere; i due fuggono assieme e ben presto Daniel decide di ritrovare la sua giovane compagna.


Zeudi Araya e Franco Gasparri
E’ proprio Francis a mettersi sulle tracce di Nagaina e a rintracciarla in una piantagione di cotone.
Ma galeotto fu l’amore; i due si innamorano perdutamente e…
Estremamente sintetica la trama di La preda, film girato nel 1974 da Domenico Paolella.
Non è che ci sia molto da raccontare, perchè il film non ha una linea di sceneggiatura univoca; anzi, ondeggia indecisa tra il giallo, il sentimentale e a sprazzi sfora nell’erotico molto blando.
Girato a tempo di record per sfruttare lo straordinario successo ottenuto dalla futura signora Cristaldi, Zeudi Araya, con il film di Scattini La ragazza dalla pelle di luna, La preda è un dramma abbastanza prevedibile in cui quello che conta è un epidermico interesse per le vicende sentimentali dei due protagonisti maschili, che ruotano attorno alla figura della bellissima e volubile Nagaina, che indecisa tra i due uomini alla fine sceglie la via più semplice ( e naturalmente prevedibile)


Zeudy Araya, bellissima e sensuale,subito dopo il grande successo del film di Scattini aveva lavorato in La ragazza fuoristrada, ancora una volta con il compianto regista di origini piemontesi; in quel film, datato 1973, aveva avuto modo di mostrare una certa predisposizione alla recitazione drammatica così Paolella unisce l’utile al dilettevole e le affianca la star dei fotoromanzi Franco Gasparri, popolarissimo sopratutto fra il pubblico femminile per le sue partecipazioni alle edizioni Lancio e Renzo Montagnani, non ancora coinvolto nei numerosi e ripetitivi ruoli della commedia sexy che avrebbe interpretato in seguito.
A ben guardare la cosa migliore sono proprio loro tre, i protagonisti di un dramma con molti coni d’ombra e poco incisivo sopratutto perchè estremamente superficiale nel descrivere le emozioni e i sentimenti dei protagonisti in gioco.
Così se si escludono alcune sequenze e se si esclude la bellissima Araya, del film non resta traccia nè ricordo anche perchè nello stesso anno l’attrice eritrea girerà un film in carta carbone, quel Il corpo (ancora una volta con il suo mentore Scattini) ben più interessante e incisivo.


Il tandem Gasparri-Araya si ricostituirà poi nel 1975 in La peccatrice, diretto da Pier Ludovico Pavoni, un film drammatico di un certo spessore e valore.
La preda invece resta abbastanza anonimo, anche se va detto che Renzo Montagnani, gran talento sacrificato poi in dozzine di film di dubbio livello, mostra una decisa attitudine e physique du role nel ruolo a lui assegnato.
Non resta davvero molto altro da dire, se non elogiare la discreta fotografia di Armando Nannuzzi e le musiche passabili di Franco Bixio e Fabio Frizzi ; il doppiaggio di Zeudi Araya è opera della bravissima Micaela Esdra. Film trasmesso più volte in tv, in orari però assolutamente da dimenticare per colpa delle sequenze di nudo della Araya che in verità sono una delle rare cose apprezzabili di un film molto, molto modesto.

La preda
Un film di Domenico Paolella. Con Micheline Presle, Renzo Montagnani, Zeudi Araya, Franco Gasparri,Carla Mancini Giallo-drammatico, durata 95′ min. – Italia 1974.











Zeudi Araya: Nagaina
Franco Gasparri: Francis
Renzo Montagnani: Daniel
Micheline Presle: Betsy
Regia: Domenico Paolella
Sceneggiatura: Mario Bregni,Remigio Del Grosso,Domenico Paolella
Musiche: Franco Bixio e Fabio Frizzi
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio:Amedeo Giomini
Art direction: Oscar Capponi

Doppiatori:
Micaela Esdra: Nagaina
Roberto Chevalier: Daniel



















































































