Il solco di pesca
Cosa sia il solco di pesca è lasciato alla fervida immaginazione dello spettatore; qualora lo stesso non fosse abbastanza smaliziato, diremo che si tratta del sedere femminile, elevato al rango di feticcio in puro stile Tinto Brass in questo film del 1975, diretto da Maurizio Liverani, alla sua seconda e ultima prova da regista, e verrebbe da dire, fortunatamente.
La storia inzia con il giovane ex seminarista Davide, che dopo aver scelto la strada della laicità, si improvvisa fotografo. In questo modo fa conoscenza con la giovane, bella e disinibita Vivien, donna sposata ad un attore cinematografico. Innamorato dei glutei femminili, il giovane Davide coinvolge la vogliosa Vivien nel suo gioco preferito.
Tra i due scoppia una torrida passione fatta di estasi e sensi, che con il protrarsi del tempo finisce per giungere a noia a.d entrambi; a quel punto Davide punta la giovane servetta di casa, attratto anche in questo caso dal solco di pesca (in verità davvero bello) della ragazza. Tuttavia Tonina, che è vergine, non vuole sacrificare la sua verginità, così con sommo gaudio di Davide, i due trovano una soluzione che possiamo definire, di compromesso.
Il marito di Vivien all’improvviso si scopre geloso, e caccia di casa la donna, che si rifugia dall’amante. Il quale, alla fine, decide di tornare in convento, dove porterà la sua strana passione verso altre mete, in questo caso un ambiguo frate. Tonina si concede al massaggiatore di Vivien, mentre quest’ultima si consola assumendo una nuova colf.
Filmetto dalla chiara matrice erotica, Il solco di pesca si segnala per la la noia quasi insopportabile che assale dopo pochi minuti, quando diventa chiaro che il film è il classico espediente per mostrare le nudità della Brochard e sopratutto di Gloria Guida; basato su una sceneggiatura approssimativa, il film mostra, fotogramma dopo fotogramma, una povertà quasi imbarazzante di idee, affidandosi ad una trama tanto pruriginosa quanto banale.
I personaggi hanno uno spessore estremamente limitato, così alle povere attrici altro non resta da fare che seguire diligentemente il copione, mettere in mostra il solco di pesca e arrivare alla ingloriosa fine, quando, in maniera quasi boccaccesca, i assiste all’improbabile ritorno di Davide tra le mura conventuali, in un ancor più improbabile amorazzo questa volta di stile omosex.
Martine Brochard
Le due attrici, la bella Martine Brochard, alle prese con le profferte pseudo artistiche del seminarista/fotografo, mostrano tutto il loro splendore, che effettivamente resta un gran bel vedere; se c’è una scena da ricordare, è quella in cui la Brochard presta le sue natiche per una serie di tatuaggi/timbri, mentre Gloria Guida, che sfodera un doppiaggio in bolognese quasi surreale, è l’altra cosa per la quale il film potrebbe valere una visione.
Il solco di pesca, un film di Maurizio Liverani. Con Gloria Guida, Martine Brochard, Emilio Cigoli, Alberto Terracina, Diego Ghiglia, Andrea Camilleri
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976

Martine Brochard … Viviana
Gloria Guida … Tonina
Alberto Terracina …Davide
Diego Ghiglia … Marito di Viviana
Roy Bosier … Masseur
Rita Corradini … Amica di Viviana
Emilio Cigoli …Zio di Davide
Regia Maurizio Liverani
Sceneggiatura Maurizio Liverani
Produttore Tino Biasia (produttore associato)
Casa di produzione Top International Films
Distribuzione (Italia) Indief
Fotografia Angelo Bevilacqua
Montaggio Giuseppe Giacobino
Musiche Teo Usuelli
Scenografia Antonio Visone
Costumi Rita Corradini
Trucco Stefano Trani
Oh, mia bella matrigna!
Luigi, un professore universitario, resta vedovo dopo un incidente stradale, nel quale muore la giovane moglie. L’uomo ha un figlio, Claudio, che si gode la vita, tra donne e bisbocce varie. Un giorno Luigi, colto da improvvisa passione per la bella e seducente Laila, la corteggia e la sposa. La coppia si installa ovviamente nell’appartamento di lui, nel quale abita il giovane Claudio.

Sabina Ciuffini, la bella matrigna
Ben presto tra la giovane matrigna e Claudio, complici le continue assenze del professore, scoppia la fatidica scintilla. I due prendono ad amarsi, ma la presenza di Luigi diventa ben presto troppo ingombrante. Così i due amanti decidono di eliminarlo fisicamente, simulando un incidente, ma durante le prove generali dell’omicidio, qualcosa non funziona, e Laila rimarrà folgorata nella vasca da bagno.
Filmetto senza pretese, diretto da Guido Leoni nel 1976, Oh mia bella matrigna nelle intenzioni dei produttori e del regista avrebbe dovuto lanciare la carriera cinematografica di Sabina Ciuffini, all’epoca valletta del popolare Mike Bongiorno e del suo seguitissimo Rischiatutto. Scommessa persa per due motivi: Sabina Ciuffini, pur carina e simpatica, non possedeva le necessarie doti d’attrice, e nel film, una commediola erotica con qualche pretesa di essere un thriler o quanto meno un dramma famigliare, aldilà dei seni esposti con generosità, altro non mostra.
Il secondo, sicuramente più valido motivo, consiste nell’estrema insulsaggine della trama, trita e ritrita, nell’ambientazione quasi sempre casalinga del film, con scene ripetute degli amori tra Claudio e Laila, peraltro non condite dal solito erotismo sfacciato, ma limitato a qualche inquadratura del bel corpo della Ciuffini. Probabilmente per evitare fatidiosi problemi con la Rai, della quale era dipendente, forse anche per non guastare quella ua fama di ragazza libera ma non troppo, di fidanzatina degli italiani, la Ciuffini non girò nemmeno una scena senza slip, con risultati anche paradossali e divertenti; in una scena in cui fa la doccia, mostrando scarso senso per l’igiene, non si toglie gli slip!!!
Aldilà della battuta, Oh mia bella matrigna non si segnala per nessun merito particolare; film abbastanza noioso, dalla trama scontata, giocato sul rapporto peraltro visivamente molto casto tra Claudio e Laila, non ha dalla sua nemmeno una recitazione di livello. A parte il povero Ronet, che sembra capitato sul set di un film con soggetto fantascientifico, nulla resta nella memoria dello spettatore. Forse un senso di liberazione alla comparsa della fatidica scritta Fine
Oh, mia bella matrigna!, un film di Guido Leoni. Con Maurice Ronet, Sabina Ciuffini, Gianfranco De Angelis, Gloria Piedimonte, Crippy Yocard
Drammatico, durata 94 min. – Italia 1976.

Maurice Ronet: Luigi
Sabina Ciuffini: Lalla
Gianfranco De Angelis: Claudio
Gloria Piedimonte: Elvira, la domestica
Crippy Yocard: Cochi

Regia Guido Leoni
Soggetto Luigi Angelo
Sceneggiatura Guido Leoni,Sandro Leoni
Fotografia Romolo Garroni,Claudio Carradori
Montaggio Angelo Curi,Maria Pia Appetito
Musiche Renato Serio,Guido Leoni,Carol Hill
Scenografia Giacomo Calò Carducci
Il comune senso del pudore
Il comune senso del pudore è un film del 1975, diretto da Alberto Sordi, strutturato in 4 episodi.
Nel 1° episodio, protagonista lo stesso Sordi, Giacinto, un operaio, decide di andare a cinema con sua moglie; attirato da un titolo ambiguo, finisce per capitare su una pellicola a luci rosse, con grosso imbarazzo della moglie. Nonostante vaghi con la stessa alla ricerca di un film decente, si imbatterà solo in pellicole sexy se non hard; tuttavia, in qualche modo, la moglie di Giacinto ne subirà il perverso fascino.
Philippe Noiret
Il 2° episodio un giovane intellettuale idealista viene assunto in qualità di direttore di una rivista pornografica; la cosa gli porterà indubbi vantaggi, ma anche un mandato di cattura per una serie di reati contro la morale. Tutto sommato la cosa non gli dispiacerà, essendo fortemente convinto di svolgere un ruolo di paladino della libertà di costume.

La sequenza divertente della fuga dal set di Dagmar Lassander
Nel 3° episodio la moglie di un feroce nemico della stampa porno, un pretore tutto d’un pezzo, ma fondamentalmente ipocrita, scoprirà proprio nelle letture porno qualcosa che le servirà per riattivare il rapporto con il marito.
Il 4° episodio vede protagonista un’attrice, pluri premiata, che sul set di un film rifiuta categoricamente una scena ardita, mettendo in crisi sia la produzione, sia il produttore stesso, che nel film ha puntato anche soldi che non aveva. L’intervento di una serie di persone, un sacerdote, uno psicologo e altri, riporterà il tutto a posto.
Alberto Sordi e Rossana Di Lorenzo
Florinda Bolkan e Cochi Ponzoni
I quattro episodi, tutti legati al tema sesso, al comune senso del pudore, come cita il titolo, vorrebbero essere nelle intenzioni dell’attore romano una messa alla berlina di situazioni e morale predominanti nella società; il tutto commentato e illustrato con ironia e a volte con sarcasmo. In realtà alla fine vien fuori un prodotto molto modesto, illuminato solo a tratti dalla presenza dei volenterosi attori presenti, Philippe Noiret, Claudia Cardinale, Silvia Dionisio, Dagmar Lassander. Troppo fragili gli episodi, troppo poco approfondita la parte di denuncia, a tutto scapito della profondità del film, che appare più un assieme di macchiette e di gag che una fustigazione del costume.
Gli episodi non sono nemmeno male; gradevole per esempio quello con protagonista Sordi e l’inseparabile moglie cinematografica, Rossana Di Lorenzo, alle prese con una serie di pellicole dal chiaro sapore osceno. Divertente, per esempio, la parte ambientata in un cinema durante la visione di una pellicola in cui la protagonista sta per esibirsi in uno spettacolo osceno con un cavallo. Gradevole anche l’episodio con protagonista la Lassander e Noiret, mentre gli altri due soffrono delle incertezze della sceneggiatura. Sordi è sicuramente stato un grandissimo attore, spesso a disagio però nelle vesti di regista, per una certa tendenza alla superficialità, per l’innato senso del satirico veloce, poco approfondito.
Claudia Cardinale
Il comune senso del pudore, un film di Alberto Sordi. Con Claudia Cardinale, Alberto Sordi, Florinda Bolkan, Philippe Noiret, Cochi Ponzoni,Michele Malaspina, Giacomo Furia, Renzo Marignano, Gisela Hahn, Ugo Gregoretti, Dagmar Lassander, Silvia Dionisio, David Warbeck
durata 130 (123) min. – Italia 1976.
Alberto Sordi: Giacinto Colonna
Cochi Ponzoni: Ottavio Caramessa
Florinda Bolkan: Loredana Davoli
Claudia Cardinale: Armida Ballarin
Philippe Noiret: Giuseppe Costanzo
Rossana Di Lorenzo: Erminia Colonna
Silvia Dionisio: Orchidea
Giò Stajano: fotografo di moda
Renzo Marignano: regista del film Lady Chatterley
Giacomo Furia: direttore di produzione del film Lady Chatterley
Dagmar Lassander: Ingrid Streissberg
Pino Colizzi: Tiziano Ballarin
Ugo Gregoretti: primo critico
Giulio Cesare Castello: secondo critico
Marina Cicogna: una consulente
Gisela Hahn: Ursula Kerr
Horst Weinert: direttore dell’hotel
Manfred Freyberger: marito di Ingrid
David Warbeck: Mellors (nel film Lady Chatterley)
Franca Scagnetti: cameriera trattoria
Jimmy il Fenomeno: sé stesso
Enrico Marciani: direttore cinema Jolly
Macha Magall: la contessa
Regia Alberto Sordi
Soggetto Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Sceneggiatura Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Produttore Fausto Saraceni
Fotografia Luigi Kuveiller, Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Francesco Bronzi, Piero Poletto, Luciano Puccini
Costumi Bruna Parmesan
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Filmetto senza picchi, un po’ tirato via, qua e là prolisso. La cosa più sorprendente sono le scene piuttosto spinte che Sordi e la moglie vedono nei vari cinema. La ragazza che (qualcosa si vede, qualcosa si intuisce) è protagonista dell’ippofilo film “La cavalcata” (che non esiste) è Macha Magall, che ha fatto il vero La Bestia in calore, con Salvatore Bàccaro. Resta il dubbio se lo stesso Sordi abbia diretto questa scena (e pure quella dell’altro ipotetico film, “Il romanzo di una novizia”).
L’opinione di Ryo dal sito http://www.filmtv.it
Purtroppo in questo film, come in molti altri di Sordi regista, c’è tutta la mediocrità di un attore che è stato un importante strumento d’indagine della società dei suoi tempi in mano a registi di grande calibro e che ha avuto la presunzione di proseguire questa grandiosa opera di satira e di analisi da solo. Ma quale abisso tra il prima e il dopo. L’ampiezza di respiro di certi suoi film come “Il Medico della Mutua”, dove attraverso Sordi venivano analizzate le viscere della società post-industriale e come i cambiamenti politici, economici e tecnologici interagissero con le pulsioni profonde del popolo italiano, è soppiantata da una banalizzazione di fenomeni che avevano una ragione d’essere (in questo caso, la liberazione sessuale, i mutamenti post ’68, etc) e che li rende grotteschi. In questo modo, come con Sordi regista accadrà in seguito, Il film, specie il primo episodio, è peggiore degli aspetti peggiori della società che critica, perchè non riesce a trovare una ragione d’essere, perchè tutto sembra avvolto in una nube di irrazionalità e inspiegabilità, perchè critica svolte ragionevoli e sembra accettare (forse nel tentativo di bilanciare) autentici errori epocali, perchè l’analisi si ferma talmente in superficie che i grandi quadri d’insieme, le visioni macroscopiche dei suoi film da attore, appaiono nostalgicamente lontani. Peccato.
L’opinione Il Dandy dal sito http://www.davinotti.com
Forse è l’ultimo film in cui il Sordi regista ha ancora veramente qualcosa da dire e il suo “qualunquismo” (deboluccio l’episodio del Cochi Ponzoni scrittore) non è ancora squalificato dallo scarto generazionale che lo relegherà nella nostalgia: qui è contemporaneo e ancora graffiante (spassosissimo l’episodio con Philippe Noiret produttore, mentre quello con la Cardinale moglie di un giudice censore vale soprattutto come documento d’epoca). Il meglio è ovviamente l’episodio con Sordi attore: “Allora noi ve salutamo, annamo ar cinema”…
Sorbole che romagnola
Orietta, una giovane romagnola, si trova immischiata in una storia di conti da pagare per colpa dell’agenzia turistica per la quale lavora. Così , in cerca di un lavoro con cui poter rimediare i soldi che le servono, decide di stazionare sul posto. Qui la gente del luogo è ,al solito, provinciale e bacchettona, i notabili e non hanno come unica occupazione e svago la frequentazione di una bella e formosa mondana, che si divide equamente fra personaggi in vista e carabinieri, commercianti e professionisti.
Ria De Simone è la mondana del paese
Orietta decide di cercarsi un lavoro, così trova un posticino in una sartoria, gestita da una vedova che ha un nipote, Giorgio; ma la ragazza deve misurarsi subito con un problema. Le donne del posto hanno la pretesa di vestire bene e di essere contemporaneamente magre ed attraenti. E poichè viceversa sono quasi tutte sovrappeso, alla furba Orietta viene in mente un’idea: trasformare la sartoria in un centro estetico, con l’aiuto del giovane Giorgio che sta studiando per diventare allenatore, e che quindi ha conoscenze di medicina e di corpo umano.
Maria Rosaria Riuzzi è Orietta
La cosa funziona, e ben presto le donne della cittadina affollano il centro in cerca della bellezza e della magrezza perdute. Il centro prospererà, le donne del paese, ridiventate magre, belle e sexy riconquisteranno le attenzioni dei mariti, e Orietta, che finalmente conquista il cuore di Giorgio, troverà l’amore, mentre la mondana del paese, restata disoccupata, partirà verso altre destinazioni.
Diretto nel 1976 da Alfredo Rizzo, Sorbole che romagnola è un film da definire balneare; di erotico ha poco, visto che le scene di nudo sono limitate alle generose e abbondanti forme della solita Ria De Simone, davvero bella, e di Maria Rosaria Riuzzi, diametralmente opposta nella sua scheletrica magrezza. Non è nemmeno un film comico, visto che le situazioni illustrati si prestano più alla commedia che alle risate, mentre il cast, che presenta anche il cameo di Raffaele Pisù nel ruolo del parroco, annovera un giovanissimo Massimo Ciavarro fresco fresco del successo ottenuto come attore di fotoromanzi e null’altro. Un prodotto comunque discreto, una volta tanto privo delle solite volgarità tipiche di certa commedia scollacciata del periodo.
Ria De Simone: la mondana e i suoi clienti
Sorbole che romagnola, un film di Alfredo Rizzo. Con Maria Rosaria Riuzzi, Massimo Ciavarro, Milly Corinaldi, Mario Pisu,Carlo Rizzo, Luciano Pigozzi, Galliano Sbarra, Luca Sportelli, Marina Pierro,Ria De Simone
Erotico/commedia, durata 90 min. – Italia 1976.
Maria Rosaria Riuzzi … Orietta
Ria De Simone … Isotta
Massimo Ciavarro … Paolo
Luciano Pigozzi … Direttore Hotel
Luciana Luppi … Moglie del direttore
Regia: Alfredo Rizzo
Sceneggiatura: Alfredo Rizzo,Piero Regnoli
Musiche;Ubaldo Continiello
Fotografia:Aldo Greci
Lo stallone
Cupo, fosco dramma famigliare diretto da Tiziano Longo nel 1975, su un soggetto sceneggiato da Paolo Barberio, Tiziano Longo e Piero Regnoli. Daniela, una bella ragazza unica figlia di una coppia borghese, è morbosamente attaccata al padre Guido.
Gianni Macchia
Lo lega a lui un affetto che sfocia in patologico, una sorta di complesso di Edipo al femminile; quando la ragazza incontra Valerio, un giovane artista senza un soldo, moralmente ambiguo e libertino, architetta un piano per sbatterlo nelle braccia della mamma Francesca, una donna ancora piacente, che ricorda con nostalgia i tempi in cui il marito la desiderava ancora. Francesca assiste anche ad un amplesso tra la figlia e il giovane pittore, restandone fortemente turbata. Si offre al marito, che però è distratto ed immerso nei suoi pensieri. Così quando accetterà la corte interessata del giovane, riscoprirà il piacere dei sensi.

Giorgio Ardisson (Guido) e Dagmar Lassander (Francesca)
Il marito accortosi della relazione, reagisce in maniera contraria ai desideri della figlia Daniela: guarda dapprima con distacco alla cosa, per poi prenderla come un diversivo erotico, che riaccende in qualche modo i suoi sensi sopiti, ridando slancio in questo modo alla relazione con la moglie.Ma le cose sono destinate a precipitare. La relazione tra Francesca e Valerio è ormai ad un punto di non ritorno, e quando Daniela se ne rende conto, prima che i due possano fuggire assieme, come hanno progettato, uccide i due amanti.
Lo stallone è un film giocato sul dramma borghese che coinvolge le vite dei protagonisti, l’attempato Guido, interpretato da Giorgio Ardisson, uomo freddo e distante dal suo ruolo istituzionale di amante e marito di Francesca, Dagmar Lassander, donna borghese ancora piacente, trascurata e quindi vulnerabile alle attenzioni maschili, da quella di Daniela, Annarita Grapputo, bella e morbosa ragazza legata da un affetto non propriamente filiale nei confronti del padre.
E in ultimo dalla figura di Valerio, artista a tempo perso, interpretato dal bel tenebroso Gianni Macchia, autentico perno della storia, inusuale menage a quattro con protagonisti che non suscitano in realtà grandi simpatie, persi come sono dietro meschine lotte per appagare le loro morbosità. Il film, non brutto, cerca in qualche modo di accennare alle psicologie dei personaggi, perdendosi spesso nella descrizione degli incontri erotici dei protagonisti, basandosi più che altro sulle numerose scene di nudo del film stesso, in cui predomina la figura di Francesca, a tratti ambigua, in bilico tra il legame con il marito, che all’inizio la trascura e la respinge per scoprire in seguito un morboso interesse quando la donna si sarà concessa all’amante, arrivando a spiare con un binocolo i loro incontri erotici.
Francesca è interpretata da una Dagmar Lassander magrissima, quasi anoressica, brava comunque a dare credibilità al suo personaggio, esprimendo il tormento di una donna che si vede sfiorire senza alcuna attenzione da parte dell’uomo che ha sposato tanti anni prima. Brava anche Annarita Grapputo, nel ruolo di un personaggio che definire morboso è riduttivo, quella Daniela che si spingerebbe volentieri sui sentieri proibiti dell’incesto.
Nota di merito anche per Ardisson e Macchia, i due amanti della donna, per un film che tutto sommato ha un suo interesse, anche se, come già detto, giocato troppo sull’aspetto sesso e meno su quello psicologico.
Lo stallone, un film di Tiziano Longo del 1975, con Stefano Amato, George Ardisson, Annarita Grapputo, Dagmar Lassander, Gianni Macchia, Domenico Palma. Prodotto in Italia. Durata: 85 minuti.
Annarita Grapputo: Daniela
Gianni Macchia: Valerio
Dagmar Lassander: Francesca
Giorgio Ardisson: Guido
Regia Tiziano Longo
Soggetto Piero Regnoli
Sceneggiatura Tiziano Longo, Piero Regnoli, Paolo Barbario
Produttore Lucio Giuliani
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Mario Gargiulo
Musiche Stefano Liberati, Elio Maestosi
Scenografia Franco Bottari
Costumi Liliana Calli
Quell’età maliziosa
Napoleone è un pittore, che un giorno decide di fuggire dalla sua vita, divenuta inutilmente complicata, sentimentalmente instabile anche per colpa di una fidanzata spaventosamente chiacchierona. Decide quindi di cambiare lavoro e ambiente, e si reca sull’isola d’Elba, e qui si presenta alla proprietaria di una villa, proponendosi come manutentore dei giardini.
Napoleone, Nino Castelnuovo e la conturbante Paola, Gloria Guida
La donna, una piacente signora con una figlia poco più che adolescente, lo assume, e da quel momento per il povero Napoleone iniziano i guai. La donna lo provoca in tutti i modi, facendosi vedere nuda, e lo stesso fa la maliziosa figlia, Paola, che approfitta del giovane pittore/giardiniere per esporgli le proprie grazie, in un gioco sottilmente erotico.
Anita Sanders
Le cose però sono destinate a precipitare e a volgere nel dramma; un giorno Paola invita Napoleone ad una passeggiata sulle colline dell’isola. Qui, al solito, si spoglia completamente; ma questa volta andrebbe incontro ad un brutto destino non fosse per la presenza proprio di Napoleone; un pescatore, che ha visto la ragazza nuda, stesa sotto il sole, la assale,e la ragazza per difendersi.lo colpisce con un sasso, rompendogli il cranio. Napoleone, accorso, va in cerca di qualcosa per curare l’uomo, che nel frattempo muore.
La mamma di Paola, accorsa, getta il cadavere dell’uomo in mare, e costruisce delle prove che incolpino ingiustamente il povero Napoleone qualora il delitto venga scoperto. Al pittore non resta altro da fare che fuggire ancora, meditando sul suo destino tanto simile a quello dell’illustre predecessore che portava il suo nome.
Commedia erotica in bilico tra il sexy e il drammatico, Quell’età maliziosa, film del 1975 diretto da Silvio Amadio si divide nettamente in due parti, coincidenti grosso modo con i due tempi canonici dello stesso;
ad un primo tempo scanzonato, malizioso e in qualche modo irriverente, segue una seconda parte drammatica, che culmina nell’omicidio del pescatore, passando attraverso i classici e pruriginosi fotogrammi della Sanders (la madre di Paola) e quelli con protagonista una bellissima e sexy Gloria Guida (Paola), attraverso sequenze in cui predomina un certo gusto ricercato per l’ambientazione (mare e colline dell’isola d’Elba), scene anche scanzonate (il palpeggiamento di Paola nell’autobus), la seduzione con rifiuto dell’amplesso (la madre di Paola).
Qualche caduta di tensione, tutto sommato non determinante; ben delineato il personaggio di Napoleone, un perdente su più fronti, interpretato con professionalità da Nino Castelnuovo, bene anche la maliziosa figura di Paola, interpretata dalla solita, finta ingenua Gloria Guida, che comunque ben tratteggia il personaggio della ragazza provocante e finta pudica. Un film di discreta fattura, lento quanto basta, erotico solo in alcune sequenze, il che lo discosta in qualche modo dall’abbondante produzione cinematografica a sfondo sexy.
Quell’età maliziosa,un film di Silvio Amadio. Con Nino Castelnuovo, Gloria Guida, Anita Sanders, Andrea Aureli, Mimmo Palmara
Drammatico, durata 93 min. – Italia 1975.
Gloria Guida: Paola
Nino Castelnuovo: Napoleone
Anita Sanders: madre di Paola
Mimmo Palmara: il pescatore spagnolo
Andrea Aureli: il patrigno di Paola
Regia Silvio Amadio
Soggetto Silvio Amadio
Sceneggiatura Piero Regnoli, Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia Cinematografia
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Musiche Roberto Pregadio
Scenografia Saverio D’Eugenio
L’ingenua
Questa volta, in questo particolare caso, ovvero la recensione del film L’ingenua, opera datata 1975 e diretta da Gianfranco Baldanello, occorre rendere giustizia al merito e riconoscere ai critici l’aver visto giusto sul giudizio da dare alla pelliccola: trama arruffata, a tratti raffazzonata, battutine e situazioni pecorecce, inconsistenza totale di un minimo di credibilità della pellicola stessa, tanto che parlare di trama riesce davvero difficile.

La bellissima Orchidea De Santis
Un film che sarebbe da bocciare in toto, non fosse per la presenza di due attrici diversissime tra loro, una delle quali nobilita in qualche modo la pellicola, l’altra che è occupata a mostrare quasi esclusivamente le sue doti fisiche, e che con la recitazione ha davvero poco a che fare. Sto parlando della solita inappuntabile e professionale Orchidea De Santis e della futura pornostar Ilona Staller,
alias Cicciolina, qui alle prese in un ruolo leggero, tanto leggero da risultare impalpabile. Una differenza che è l’unica cosa che si nota nel film, di una pochezza addirittura imbarazzante. Non fosse per la presenza dell’attrice pugliese, che ci mette la solita professionalità, unita questa volta a qualche scena di nudo un tantino ardita, che è comunque sempre un bel vedere, di questo film non si parlerebbe nemmeno.
Ma nella rivalutazione di alcune carriere cinematografiche, come quella di Orchidea De Santis e di alcune sue colleghe che hanno interpretato tanti film negli anni settanta, queste prove vanno rimarcate, proprio per sottolineare le capacità di recitazione spesso dimenticate. La trama, come già detto, non ha molta importanza, visto che alla fine non ci si ricorda nemmeno di cosa parlava il film, tuttavia la accenno brevemente.
I protagonisti della storia sono un giovane, un tantino tonto e ingenuo, oppresso da una fidanzata fin troppo vivace, una coppia di freschi coniugi che scoprono da subito i piaceri dell’adulterio e del tradimento, una giovane commessa all’apparenza ingenua, ma in realtà furba come una volpe, una soubrette del varietà e una villa, oggetto di desideri e anche di una truffa ben congegnata.
Tra palpate sotto il tavolo ( la Staller con le natiche palpeggiate in puro stile Rossati, scena ripresa pari pari e senza pudore dal bel film dello stesso regista, La nipote), battute in veneto che non strappano sorrisi, becere e triviali, la solita improponibile Ilona Staller che parla un misto di padovano/veneziano, per lo meno doppiata egregiamente, il film scivola nella noia più assoluta, rallegrato, e si far per dire, dalle splendide nudità della De Santis e da quelle della Staller, che se nel confronto perde nettamente,
hanno il pregio di stimolare quantomeno l’istinto da guardone dello spettatore. Il nulla più assoluto, quindi, e salvata la De Santis, salvato il solito Daniele Vargas, possiamo consegnare ai posteri una commediola appartenente al genere pecoreccio della commedia sexy.
L’ingenua,un film di Gianfranco Baldanello. Con Daniele Vargas, Giorgio Ardisson, Ilona Staller, Ezio Marano.
Enzo Spitaleri, Orchidea De Santis
Erotico, b/n durata 93 min. – Italia 1976.

Daniele Vargas e Ilona Staller
Ilona Staller: Angela
George Ardisson: Piero Spazin
Daniele Vargas: Luigi Beton
Ezio Marano: Cornelio
Orchidea De Santis: Susy
Regia Gianfranco Baldanello
Soggetto Giacomo Gramegna
Sceneggiatura Giacomo Gramegna
Casa di produzione Winston
Fotografia Romano Scavolini
Musiche Carlo Savina
Miranda
Una giovane, prosperosa e vogliosa locandiera della bassa Padania, Miranda, sposata ad un uomo che non ha più fatto ritorno a casa sulla fine delle seconda guerra mondiale, agli inizi degli anni cinquanta deve badare alla sua taverna e a difendersi dagli assalti degli uomini della zona, attirati dal fare decisamente libertino delle donna, dal suo status di donna al momento single e sopratutto dalle sue prosperose forme.
Miranda non si fa mancare nulla, in effetti: ha un amante pressoche fisso, Berto, con il quale però ha un rapporto soddisfacente solo dal punto di vista fisico. Ogni tanto si concede anche qualche fantasia erotica, molto concreta, con un antifascista in pianta stabile, un anziano e danaroso viveur che la riempie di regali e soldi; ha anche qualche avventura erotica con un americano, del quale ad un certo punto sembra quasi innamorata e infine, come se non bastasse ammicca anche al giovane Toni, cameriere nella sua locanda, che in realtà è l’unico che sembra nutrire verso la procace Miranda un sentimento legato non solo al sesso.
Così Miranda si concede con molta libertà al gineceo maschile, attraverso molteplici incontri sessuali, fino al giorno della partenza, in rapida successione, di tutti i suoi amanti. Solo allora rivaluterà al meglio la figura del cameriere Toni, l’unico che forse la ama davvero, si concederà a lui e deciderà di sposarlo, avendo appreso la notizia della morte del marito avvenuta al fronte.
Quando Tinto Brass, nel 1985, dirige Miranda, ha da tempo smesso di girare film provocatori in senso positivo, innovativi nella tematica e nella direzione tecnica. Dopo La chiave, scopre la presa che il film erotico sconfinante a tratti nell’hard ha su un certo pubblico, ne approfitta e ammanisce loro quello che vogliono.
Sceglie così un’attrice di qualche talento, nota sopratutto per le misure fisiche e per essere assolutamente disinibita davanti all’obiettivo, Serena Grandi, e la fa protagonista di una commedia pruriginosa, fintamente libertaria e moralmente discutibile. Ad una prima lettura ingenua, sembrerebbe che il personaggio di Miranda sia il prototipo della donna libera e emancipata, quella che sceglie il compagno o i compagni con cui vivere. In realtà, a parte la generosissima esposizione delle grazie della Grandi, le scene erotiche a volte molto spinte, nel film predomina quasi totalmente la parte voyeuristica,con lunghe parti della pellicola occupate nello svelare i frequenti accoppiamenti dell’ineffabile locandiera, che si concede avventure a tutto spiano, sempre pronta a spogliarsi e a mostrarsi nature, o in posizioni quanto meno sconce, come quando orina davanti all’americano. Film i giudicabile sulle tematiche proposte, proto femministe, proprio per la propensione a dare in pasto al pubblico l’aspetto erotico della vita della protagonista, Miranda gode comunque di una buona ambientazione, di un’impeccabile fotografia e di una cura quasi eccessiva dei particolari.
Peccato che questi particolari siano principalmente anatomici; la macchina da presa indugia tantissimo sulle rotondità della Grandi, sulle sue attività in camera da letto e fuori, sul pube generosamente esposto e su pruderie proposte con costanza dal regista. Non è più il Brass anni settanta, e fortunatamente non è ancora il Brass anni 90 e successivi; c’è ancora una cura formale, e un erotismo di facciata, ma curato.
Miranda, un film di Tinto Brass. 1985, con Serena Grandi, Andrea Occhipinti, Franco Interlenghi, Andy J. Forest, Franco Branciaroli, Malisa Longo, Laura Sassi, Isabelle Illiers, Luciana Cirenei. Prodotto in Italia. Durata: 93 minuti.
Serena Grandi: Miranda
Andrea Occhipinti: Berto
Franco Branciaroli: Toni
Franco Interlenghi: Carlo
Andy J. Forest: Norman
Regia Tinto Brass
Soggetto Carlo Goldoni
Fotografia Silvano Ippoliti, Erico Menczer
Montaggio Tinto Brass
Musiche Riz Ortolani











































































































































































































































































