Eva nera
Due storie parallele.
Sono quella di Judas Carmichael e quella di Eva; sono altresì padre figlia, ma ignorano l’esistenza l’uno dell’altra.
Lui, Judas, è un ricchissimo commerciante di diamanti di Hong Kong, che vive solo da anni, da quando cioè la sua affascinante moglie asiatica lo ha abbandonato dopo averlo reso padre di una bambina.
Eva è appunto la figlia di Judas, che ignora l’esistenza del padre.
E’ una stupenda ragazza che vive facendo la ballerina, portando in scena un inseparabile serpente che è parte integrante dello spettacolo.
Judas decide di rintracciare sua figlia e spedisce suo fratello Jules sulle tracce della ragazza;Jules rintraccia Eva e la riporta da suo padre, senza però dire alla ragazza la realtà delle cose.
Così Eva viene ospitata da Judas, ignorando che l’uomo che la ricopre di magnifici regali e che la fa vivere nel lusso è suo padre.

Eva è una donna sessualmente disponibile, abituata anche ad avventure saffiche; la ragazza allaccia amicizie particolari con due donne,Kandy e con la dottoressa Jerry.
Le due ambigue relazioni suscitano però un forte sentimento di gelosia in Judas, che decide di far uccidere da Jules le due donne.
Cosa che Jules fa, utilizzando per gli omici i mortali serpenti che Judas alleva in casa.
Eva non ci mette molto a capire cosa realmente è successo e decide di vendicarsi; attirato Jules su un’isoletta lo uccide con l’aiuto di due nativi, inserendogli nel retto un serpente.
Poi torna a casa, sapendo adesso che Judas è suo padre…

Discreto soft core esotico, questo Eva nera diretto da Aristide Massaccesi con il tradizionale pseudonimo di Joe D’Amato.
Ancora una volta il regista romano sceglie come sua musa la stupenda Laura Gemser, che per una volta si trova ad interpretare un personaggio in linea con le sue origini; la Eva del film, infatti, è figlia di un europeo e di un’asiatica.
L’attrice indonesiana gira quindi il terzo film del 1976, dopo Emanuelle nera: Orient reportage e prima di Voto di castità con Massaccesi, cosa che si ripeterà in futuro molte altre volte, dando il via ad una collaborazione artistica fra i due molto proficua.
Il film presenta la solita, accurata regia di Massaccesi anche se la trama barcolla a tratti;colpa principalmente delle bizze fatte da Jack Palance, che volle ad ogni costo interpretare il ruolo di Judas Carmichael, che in origine era stato scritto e pensato per Gabriele Tinti.

Alla fine Massaccesi cedette e riscrisse la sceneggiatura, che risente appunto di questa nuova disposizione di ruoli.
Un film che comunque è di pregevole fattura,quanto meno nella parte fotografica e delle location, con il solito marchio di garanzia rappresentato da Laura Gemser; l’attrice indonesiana, come sempre bellissima e disinibita, se la cava egregiamente in un ruolo decisamente osè, malizioso. Memorabili le sequenze con il serpente…
Bene anche Jack Palance e Gabriele Tinti.
Per quanto riguarda la reperibilità, al momento non posso indicare link in italiano mentre è estremamente improbabile un passaggio del film su qualche rete tv.
Eva nera
Un film di Joe D’Amato. Con Gabriele Tinti, Jack Palance, Laura Gemser, Guido Mariotti,Ziggy Zanger, Michele Strarck Erotico, durata 84′ min. – Italia 1976
Laura Gemser: Eva
Jack Palance: Judas Carmichael
Gabriele Tinti: Jules Carmihael
Michele Starck: Jerry
Ely Galleani: Candie
Regia Joe D’Amato
Soggetto Joe D’Amato
Sceneggiatura Joe D’Amato
Produttore Alexander Hacohen
Casa di produzione Matra Cinematografica, Andromeda Films, Othello Film
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Bruno Mattei
Musiche Piero Umiliani
Scenografia Franco Gaudenzi
L’opinione di baskettaro dal sito http://www.filmscoop.it
Appena sufficiente film diretto da D’Amato ed interpretato dalla Gemser.
Dal punto di vista della trama l’ho trovato meglio rispetto ad altre pellicole del regista.
Molto permissivo dal punto di vista delle nudità, che come in ogni “Massaccesata”che si rispetti è un elemento abbondantemente presente.
L’opinione di will kane dal sito http://www.filmtv.it
Di serpente si vive,si seduce,ci si nutre e si schiatta in questo simil-thriller dell’infaticabile Joe D’Amato:l’ammaliante Laura Gemser è ,ovviamente al centro della vicenda,ma non ci si aspetti un adattamento in chiave pruriginosa della Genesi(va beh che con questi ci si immergeva nel torbido,ma non esageriamo,via!),piuttosto viene messa in risalto l’importanza degli ofidi(sì,quelli verdi o marroni che strisciano,stritolano o mordono)all’interno di una trama che vorrebbe anche rivelarsi con i colpi di scena che,puntualmente,vengono disattesi dalla loro prevedibilità.Un bel pò di nudi femminili,anche se curiosamente le sequenze più spinte vengono lasciate fuori scena,un racconto che va avanti esclusivamente facendo leva sulle aspettative dello spettatore sul quando la splendida Laura si sfilerà le vesti,e un interrogativo che effettivamente non si dilegua:va bene che ha fatto di tutto,ma come faceva un attore come Jack Palance a trovarsi a proprio agio in un film così inutile?
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Il trio formato da Laura Gemser-Jack Palance-Gabriele Tinti rappresenta il punto di forza di questo squinternato filmetto erotico scritto e diretto da un Joe D’amato (che cura come al solito anche la fotografia) a un passo dall’ingresso nel mondo della pornografia. Qui le scene sexy non si contano, ma non vanno d’altronde neppure oltre ai consueti standard di decenza; la Gemser era appena salita alla notorietà mondiale come protagonista della serie di Emanuelle e questo spiega il motivo per cui Eva nera viene distribuito negli Usa come Emanuelle goes japanese. Che può essere un brutto titolo, ma pure quello originale italiano non scherza. L’elemento esotico dell’ambientazione (Hong Kong) è rafforzato dalla presenza dei serpenti; eppure lo stile della regia è tanto insulso, l’erotismo sempre contenuto e la narrazione procede in maniera così singhiozzante che Eva nera difficilmente potrebbe essere visto con interesse sia da un amante del trash/cinema di serie Z che da un pubblico dagli intenti dichiaratamente onanisti. L’unica vera sorpresa positiva è costituita dalla colonna sonora, davvero bella, firmata dal grande Piero Umiliani
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Insolito erotico massaccesiano che tradisce le buone premesse di partenza, avanzate da un cast che vanta, tra i nomi, quello del celebre Jack Palance. Gli elementi “esotici” ci sono tutti, ma il risultato finale è offuscato da contenuti malsani (il drammatico e sconsolante finale) e da eccentricità poco erotiche (il rapporto tra Eva-Gemser ed i serpenti). Co-produce Franco Gaudenzi, mentre all’editing troviamo Bruno Mattei. Da segnalare, inoltre, le notevoli musiche del bravo Piero Umiliani. Una visione la merita…
L’opinione di Herrkinski dal sito http://www.davinotti.com
Questo softcore di D’Amato cerca di proporre una versione “alternativa” del personaggio di Emanuelle della Gemser, che in realtà a conti fatti si differenzia di non molto dal prototipo; la storia, tutto sommato interessante sulla carta, alla resa dei conti non regge e viene sviluppata senza brio, con molti tempi morti e un ritmo alquanto blando. Le scene erotiche sono moderate e non offrono guizzi di alcun genere; Palance e Tinti fan quel che possono ma non bastano a tenere in piedi il film. In definitiva un’occasione mancata; per completisti.
Quando le donne si chiamavano Madonne
A Prato, nella pubblica piazza, si svolge un insolito processo; ad essere accusata di adulterio è la bellissima Madonna Giulia, sposata a Romildo che non è capace di consumare l’atto coniugale.
La donna così è stata sorpresa dal marito fra le braccia del suo amante Marcuzio dei Lucani.
Davanti al potestà ser Cecco, la donna rivendica il suo diritto ad essere felice con l’uomo che ama,accusando il marito di essere impotente e al tempo stesso la legge di essere stata scritta da uomini che non hanno alcun interesse alla felicità delle donne.
Spogliatasi in pubblico per mostrare le sue grazie, che madonna Giulia giudica sprecate per suo marito, ottiene da Ser Cecco di essere messa alla prova;dovrà dimostrare come suo marito sia impotente e come invece Marcuzio la sappia soddisfare.
Così la sera, a casa di Romildo, avviene una singolare competizione amorosa tra il coniuge tradito e l’amante della donna.

Nel frattempo a Prato sono arrivati tre giovani gaudenti, Gisippo, Ruberto e Tazio che prendono alloggio a casa dello zio di Ruberto,Quinto Fulvio.
Qui i tre giovani hanno la ventura di incontrare tre belle fanciulle;la prima,Peronella, è la figlia di Quinto, la seconda Francesca è la nipote di un frate, Mariaccio mentre la terza,Lucia, è addirittura figlia di un frate.
Naturalmente i tre tentano da subito di insidiare la virtu delle ragazze.
Sarà Tazio il primo a godere delle grazie di Peronella,aiutato in questo da una governante ruffiana,mentre Roberto, per vincere le resistenze di Francesca invero non troppo forti e per eludere la sorveglianza strettissima di frate Mariaccio dovrà travestirsi da donna incinta.
Il compito più difficile lo avrà Gisippo, perchè Lucia ha un congenito timore degli uomini e il giovane dovrà ricorrere ad un astuto trucco per vincerne le resistenze.
Nel frattempo avviene la contesa tra Romildo e Marcuzio: al primo assalto Romildo si arrende,mentre Marcuzio va ben oltre ogni aspettativa.

Il giorno dopo, davanti al popolo,Ser Cecco assolve madonna Giulia dal reato di adulterio “perchè il fatto non costituisce reato”, scornando pubblicamente il marito.
Madonna Giulia ringrazierà Ser Cecco ( e i giudici) dispensando i suoi favori…
Quando le donne si chiamavano madonne è un film boccaccesco inserito nel florido filone del decamerotico italiano;uscito nel 1972, quindi nel pieno della fortunata stagione dei cloni del Decameron pasoliniano.Diretto da Aldo Grimaldi, può essere considerato uno dei prodotti più dignitosi del genere, essendo praticamente privo delle consuete volgarità inserite nei decamerotici; piuttosto curati quindi sia i dialoghi,sia i costumi e per una volta anche le scene di sesso sono abbastanza pulite e non pecorecce.

Tra travestimenti, assalti amorosi ed equivoci,la commedia scivola via abbastanza tranquillamente grazie anche ad un cast decisamente sopra la media, che include nomi come Vittorio Caprioli (Ser Cecco, il disponibile podestà), la splendida Edwige Fenech (madonna Giulia),Mario Carotenuto (Quinto) e Don Backy,l’amante di Giulia.
Un film senza grosse pretese, com’è ovvio che fosse, ma con dalla sua qualche battuta allegra e qualche situazione comica.
Non c’è da gridare la miracolo ma quanto meno non ci si annoia.
Film trasmesso più volte in tv,Quando le donne si chiamavano madonne è presente in una sontuosa versione ridotta in divx su Youtube, dai luminosi colori che permettono per una volta di apprezzare il film nella sua interezza.L’indirizzo è : http://www.youtube.com/watch?v=RfQsn3yYxOk
Quando le donne si chiamavano madonne
Un film di Aldo Grimaldi. Con Don Backy, Paolo Turco, Vittorio Caprioli, Edwige Fenech,Mario Carotenuto, Carlo De Mejo, Stefania Careddu, Francesca Benedetti, Rosita Pisano, Valentino Macchi, Peter Berling, Eva Garden, Renato Malavasi Commedia, durata 94′ min. – Italia 1973.
Edwige Fenech: Giulia Varrone
Vittorio Caprioli: Ser Cecco, il podestà
Stefania Careddu: Francesca
Don Backy: Marcuzio dei Lucani
Jürgen Drews: Ruberto
Paolo Turco: Tazio
Antonia Brancati: Lucia
Carlo De Mejio: Gisippo
Mario Carotenuto: Quinto Fulvo
Francesca Benedetti: Gisa
Peter Berling: Romildo Varrone
Carletto Sposito: frate Mariaccio
Eva Garden: Peronella
Renato Malavasi: il cerusico
Regia Aldo Grimaldi
Soggetto Aldo Grimaldi, da Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Gianni Grimaldi
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Giuseppe Bassan
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Schioppa, Gloria Granati
L’opinione di Bellahenry dal sito http://www.filmtv.it
Siamo al decamerotico piu classico, con location e costumi tipici del genere e una trama con buone idee non sviluppate.
la trama si divide principalmente tra la bellissima Edwige ,sempre favolosa, vittima di un marito che non la soddisfa deve difendersi in un processo per “corna” con don backy, e i tre giovani ospiti di un super Carotenuto che devono escogitare sotterfugi per poter accesso ai letti delle ragazze.
come detto le idee ci sono peccato che poi svilupparle sia un altra cosa e spesso ci si perde. l’episodio del processo viene inutilmente tirato lungo solo per un fatto di compensi, oltre alla super star edwige c’è anche un Caprioli che da solo tiene le fila di tutto …sempre bravissimo. mentre quello dei tre giovani potrebbe regalare qualche gag in piu che non c’è, ripeto un super carotenuto da solo porta avanti questo episodio.
per il genere decamerotico non è male ma la qualità generale è abbastanza bassa. nudità come sempre molto poche rispetto al credere popolare sul genere.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel 1395, è fra i meno disprezzabili del genere decamerotico (pur se resta sotto la sufficienza: *½) si avvale di un cast niente male nelle prime linee, ma pure con qualche sorpresa nelle seconde (da notare la sorprendente espressività della Careddu nella sua “scena madre”) e di ottimi nomi nel cast tecnico. Soffre di una certa ripetitività nella seconda parte, che causa lentezza ed una certa noia. Spettacolosa la Fenech. Curiosa la presenza della figlia di Vitaliano Brancati. Si toscaneggia benino, ma si usano a vanvera “codesto” e “affatto”.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Decamerotico sopra la sufficienza, gioca le carte vincenti del ripudio della volgarità – di solito invece parte integrante di numerose pellicole congeneri – e dell’allegria che anima familiari scenette di concupiscenze, travestimenti, libertinaggio e adultèri. La Fenech, pure in vena di comizi femministi, si prodiga con classe in nudi e amplessi multipli consumati insieme al mandrillo Don Backy sotto lo sguardo attento del giudice Caprioli, mentre Carotenuto, con inedito accento toscano, disegna un arpagone ingenuo e geloso. Un po’ di stanchezza verso il finale. ** abbondante.
L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com
Solare e stuzzicante decamerotico, curato nelle musiche e nelle ambientazioni (molto belli anche gli esterni bucolici), recitato degnamente, con dialoghi niente affatto sciatti o volgari. C’è una particolare attenzione alle figure femminili, o meglio, chiaramente, alla sessualità femminile, colta in varie sfumature (il desiderio, il pudore, la civetteria, l’audacia, la furbizia). Tutto abbastanza superficiale, ma divertente e non grossolano. Ottimo il personaggio di Carotenuto, che allegramente “toscaneggia”.
Vi prego di dedicare pochi secondi per rispondere al sondaggio che segue:le vostre opinioni sono importantissime!
Lettomania
Lettomania è un filmetto erotico del 1976, tutto incentrato sulle grazie della cantante e attrice Carmen Villani, protagonista di 17 pellicole quasi tutte a sfondo erotico interpretate tra il 1974 e il 1984.
In questo caso la trama e la sceneggiatura stessa del film possono essere tranquillamente definite la cosa più brutta alla quale abbia partecipato la biondissima attrice modenese, che pur nel corso della sua non esaltante carriera ha partecipato a film di una pochezza imbarazzante.
Qui siamo di fronte alla storia di una donna sposata ad uno scrittore avanti con gli anni;Dora,questo il nome della donna,conosce a Londra durante un servizio fotografico Max, un giovane con poca voglia di lavorare ma attratto dalla professione di fotografo.

L’uomo vive con Giulio, un altro scioperato che non ha alcuna intenzione di prendere il posto in banca del padre; al lavoro di routine preferisce infatti quello del concertista da piano bar.
Altro elemento in comune tra i due, oltre la scarsa attitudine al lavoro e alla cronica mancanza di denaro è la facilità che mostrano nell’accalappiare ragazze facili; nella rete di Max cade anche la bella Dora che alla fine si concederà anche a Giulio.
Ma passata la sbornia di gioventù la donna preferirà ritornare al rapporto con il marito e ai due giovani non resterà altro da fare che cercare di mettere la testa a partito; Giulio entrerà, molto malvolentieri,in banca mentre Max riprenderà il suo lavoro al genio civile,mantenendo quanto meno la sua attitudine agli scherzi.
Diretto da Vincenzo Rigo, qui alla sua terza e ultima regia cinematografica dopo il thriller Gli assassini sono nostri ospiti e Zelmaide- Passi furtivi in una notte boia nel quale aveva diretto la Villani accanto a Walter Chiari,Lettomania è un prodotto scialbo, noioso e recitato ancor peggio, tirato su più che altro per attirare spettatori grazie alla esibizione del bellissimo corpo della Villani, in verità esposto con parsimonia.

La mancanza di una trama rende il film praticamente costretto a vivacchiare fotogramma per fotogramma; la qual cosa alla fine contribuisce a dare la sensazione di un polpettone assolutamente indigesto e praticamente inguardabile, oltre che insalvabile.
A parte la Villani, che fa quello che le è chiesto senza entusiasmare troppo, troviamo il buio più assolto:la parte di Max, il fotografo per hobby è interpretata da Harry Reems, porno attore americano divenuto famoso grazie a Gola profonda; paradossalmente Reems qualche dote recitativa la mostra anche mentre il suo collega Alberto Squillante, che interpreta Giulio è davvero poca cosa.
Il resto del cast è quasi trasparente, a parte la citazione d’obbligo per il bravo Pietro Tordi impegnato a dare un minimo di credibilità al personaggio del marito della Villani.

Film da dimenticare, quindi.
Per chi proprio volesse cimentarsi nella sua visione, consiglio lo streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/lettomania-1976/ nel quale si può assistere ad una riduzione in divx tutto sommato accettabile dal punto di vista della qualità visiva della pellicola.Del suo valore intrinseco ho già detto tutto…
Lettomania
Un film di Vincenzo Rigo. Con Carmen Villani, Harry Reems, Alberto Squillante, Armando Celso,Pietro Tordi, Enzo Fisichella, Daniela Morelli, Rosanna Callegari, Flavio Bonacci Erotico, durata 91 min. – Italia 1976.
Carmen Villani … Dora
Harry Reems … Max
Alberto Squillante… Giulio
Armando Celso … Leone
Pietro Tordi … Hermann Tiller
Regia:Vincenzo Rigo
Sceneggiatura:Vincenzo Rigo
Musiche:Franco Campanino
Fotografia:Gino Santini
Montaggio:Giancarlo Venarucci
L’opinione di Undijng tratta dal sito http://www.davinotti.com
Terza ed ultima regia (nonché sceneggiatura) per Vincenzo Rigo, cineasta ch’è stato in grado di confezionare film “proiettati” in calare: inizia con Gli Assassini sono Nostri Ospiti (1974), prosegue con Zelmaide (1976) e chiude – che peggio non si può – con questa commediaccia poco ironica, meno erotica (la Villani, nel ruolo di fedifraga pentita, si spoglia con parsimonia pur se “lettomaniaca”) e rovinosamente action (la gara automobilistica in chiusa). Forse resta uno dei peggiori titoli interpretati dalla bionda cantante…
L’opinione di daidae tratta dal sito http://www.davinotti.com
Davvero un pessimo film: noioso, senza senso, malrecitato. Un filmaccio che sembra un impasto buttato lì a casaccio tanto per fare. Da vedere solo se si soffre di insonnia o si è cinemasochisti. Ho visto di peggio, ma penso che l’oscar al non senso questo film lo meriti tutto.
L’opinione di saitgifts dal sito http://www.davinotti.com
Carmen Villani un suo fascino ce l’ha, non scopro niente; voglio dire che più che il suo corpo (niente male) è il suo visetto: le sue espressioni, i suoi occhi che sprizzano una sana malizia priva di qualsiasi equivocità. Disinvolta anche nel recitare. Ed è il motivo per cui film come questo esistono, sono stati fatti, persone ci hanno lavorato. Si può notare anche un certo impegno nel farlo. Purtroppo creare sceneggiature non è come raccontare una storiella al bar con gli amici; anche se gli ingredienti ci sono, il minestrone non ha sapore.
Camille 2000
Versione erotico/soft dal famoso romanzo di Alexandre Dumas La signora delle camelie, edito nel 1848 e ridotto per il grande schermo dal regista Radley Metzger.
La storia è abbastanza fedele al romanzo di Dumas;la variante introdotta dal regista americano, la morte della protagonista per droga e non per la tubercolosi porta la storia ai giorni nostri.
Un’altra variante è costituita dall’introduzione di immagini psichedeliche, giustificate anche dal momento storico in cui venne girato il film.
Siamo nel 1969 e Metzger utilizza ad ampie mani l’atmosfera pop tipica della seconda metà degli anni sessanta; l’abbigliamento dei protagonisti, gli ambienti e la fotografia stessa del film ripercorrono un periodo in cui erano di moda i colori sgargianti, le figure geometriche utilizzate dappertutto, dalle tende ai vestiti fino ai quadri e ai mobili.

La storia, dicevo, è praticamente quella raccontata da Dumas; Armand Duval, giovane e affascinante rampollo della buona società parigina si trasferisce a Roma.
Il padre un ricco industriale, lo ha inviato nella capitale per curare alcuni affari e Armand, ben presto, si lascia sedurre dall’ambiente e sopratutto dalla bellissima Margherita Gauthier, una donna ricca di fascino che vive una vita amorale concedendosi a ricchi amanti.
Il primo incontro tra i due avviene nella villa dell’ultimo amante della donna, il conte De Mauriac;i due diventano inseparabili ma l’amore di Armand, pur ricambiato da Margherita non è seguito dalla fedeltà.
La donna infatti continua a vivere la sua esistenza dissoluta, con grande scorno di Armand.
I due si concedono una intensa vacanza sul mare, abordo dello yacht dell’amante di Margherita, ma la cosa arriva all’orecchio di Duval padre.
Che, naturalmente, è ben poco felice della relazione tra i due; l’uomo, ottenuto un incontro con Margherita, convince la donna stessa ad abbandonare Armand, facendo leva sui sentimenti della donna.
Margherita, pur amando Armand, decide di lasciarlo per non rovinargli il futuro e riprende la sua vita mondana, pur sapendo che l’abuso di droghe e di vizi la sta portando alla tomba.
Ad una festa Armand incontra finalmente l’ex amante: ignorando completamente il gesto d’amore di Margherita, la offende pubblicamente.

Ma Margherita è ormai allo stremo delle forze fisiche e sta per morire.
Sarà proprio sul letto di morte della donna che Armand confesserà il suo amore per lei.
Ma ormai è troppo tardi…
Camille 2000 esce nelle sale nel 1969 e pur non essendo un film esplicitamente erotico incontra gravi problemi con la censura; per quanto Metzeger usi tutti gli accorgimenti per evitare situazioni esplicite, l’erotismo che pervade il film diventa un alibi per la censura che blocca la proiezione.
Ma in realtà l’erotismo del film è solo sussurrato; le scene erotiche sono ridotte al lumicino e gli amplessi sono filmati in maniera statica, tanto da suggerire più un accostamento con un quadro che con un immagine in movimento.
Il film, per buona parte, ha un andamento spaventosamente lento per poi animarsi nell’ultima parte, quando cioè Duval padre parla con Margherita chiedendole di lasciare suo figlio.

Ma è ormai troppo tardi e lo spettatore, con ogni probabilità è sprofondato nella noia se non nel sonno.
A conti fatti, quello che resta di tutto il film è l’ambientazione pop/psichedelica della quale accennavo all’inizio, davvero troppo poco per un film che assomiglia molto più ad un fotoromanzo anni 60 o ad un fumetto blandamente erotico in stile Valentina.
Ci si consola con le splendide protagoniste femminili del film, la sfortunatissima Danièle Gaubert, morta nel 1987 a soli 44 anni per un inesorabile cancro, la bellissima e seducente Silvana Venturelli, un’attrice di livello che però non ha raccolto in seguito quello che aveva promesso,interpretando nel corso della sua carriera solo 9 film, tra i quali va segnalato un altro lavoro di Metzeger,Esotika Erotika Psicotika.

Il ruolo di Armand è affidato a Nino Castelnuovo, che appare decisamente fuori parte mentre decisamente meglio è Massimo Serato nel ruolo di Duval padre.
Punti di forza del film sono la bellissima e sofisticata fotografia di Ennio Guarnieri e la bella musica di corredo opera di Piero Piccioni;il film è stato recentemente restaurato ed edito in Dvd ed è facilmente reperibile in rete.
Camille 2000
Un film di Radley Metzger. Con Nino Castelnuovo, Eleonora Rossi Drago, Danièle Gaubert, Massimo Serato,Philippe Forquet, Silvana Venturelli, Roberto Bisacco, Graziella Galvani, Peter Chatel Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969.
Danièle Gaubert … Marguerite Gautier
Nino Castelnuovo … Armand Duval
Eleonora Rossi Drago … Prudence
Roberto Bisacco … Gastion
Massimo Serato … Padre di Armando
Silvana Venturelli… Olympe
Zachery Adams … Gody
Peter Chatel … Amico di Marguerite
Virginia Rodin …Amica di Marguerite
Enzo Fiermonte … Giocatore
Graziella Galvani… Una ragazza del villaggio
Philippe Forquet … De Varville
Regia: Radley Metzger
Sceneggiatura:Michael DeForrest
Romanzo:La signora delle camelie,di A.Dumas
Produzione:Radley Metzger
Musiche:Piero Piccioni
Fotografia:Ennio Guarnieri
Montaggio:Amedeo Salfa
Costumi:Enrico Sabbatini
Incipit del romanzo La signora delle Camelie
“Penso che non si possano creare dei personaggi senza aver studiato a fondo gli uomini, come non si può parlare una lingua che a patto di averla imparata seriamente.
Non avendo ancora raggiunto l’età nella quale s’inventa, mi accontento di riferire.
Invito pertanto il lettore a convincersi della realtà di questa storia, di cui tutti i personaggi, tranne la protagonista, sono ancora vivi.
Del resto, a Parigi molti potrebbero testimoniare la maggior parte dei fatti che qui descriverò, e potrebbero confermarli, se la mia sola testimonianza non fosse sufficiente, ma, per una particolare circostanza, soltanto io posso narrarli, perché solo a me furono confidati gli ultimi particolari, senza i quali sarebbe stato impossibile fornire un racconto interessante e compiuto.
Ecco in che modo mi furono resi noti quei fatti. Il 12 marzo 1847, in rue Laffitte, potei leggere un grande manifesto giallo che annunciava una vendita all’asta di mobili e di rare curiosità. La vendita avveniva in seguito alla morte del proprietario, sull’avviso non era scritto il nome del defunto, ma si diceva che la vendita si sarebbe tenuta il giorno 16, da mezzogiorno alle cinque, al numero 9 di rue d’Antin.
Il manifesto annunciava inoltre che il 13 e il 14 si sarebbe potuto visitare l’appartamento con i mobili.
Sono sempre stato un amatore di oggetti rari, e mi riproposi perciò di non perdere l’occasione di vedere questi, e forse anche di acquistarli.
L’indomani, mi recai al numero 9 di rue d’Antin. Nonostante fosse ancora mattina presto, l’appartamento era già invaso dai visitatori e anche da visitatrici che per quanto vestite di velluto, avvolte in cachemire e attese alla porta dalle loro eleganti carrozze, contemplavano con stupore, e anche con ammirazione, quel lusso che si offriva ai loro occhi. Quell’ammirazione e quello stupore mi furono chiari più tardi, quando, guardandomi intorno, potei accorgermi di essere nell’abitazione di una mantenuta.
Ora, se c’è una cosa che le signore della buona società desiderano conoscere – e infatti quelle visitatrici appartenevano appunto alla buona società – è proprio la casa di quelle donne il cui guardaroba quotidiano supera per fasto il loro, e che hanno, come loro e accanto a loro, palchi riservati all’Opéra e al Théâtre des Italiens, e che sfoggiano, per le strade di Parigi, l’insolente abbondanza della loro bellezza, dei loro gioielli, dei loro scandali.
Colei che viveva nell’appartamento mi trovavo era morta: e dunque le signore più virtuose potevano finalmente entrare fino nella sua stanza da letto.”

L’opinione di Kotrab tratta dal sito http://www.filmtv.it
Scialbissima trasposizione della Signora delle camelie in età di “liberazione sessuale”: qualche finezza registica (peraltro un pò di maniera) non aiuta il film a sollevarsi da una generale piattezza di sceneggiatura, imbevuta di ridicoli e noiosi festini psichedelici e voyeurismo annacquato.
Come si afferma sul dizionario Mereghetti: “il divertimento (non si dice lo spessore) è dubbio”.
Unica curiosità (personale) è una parte dell’ambientazione a Porto Ercole (mentre il resto è a Roma).
L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Rilettura in chiave contemporanea del celebre romanzo di Dumas: la tisi diventa una specie di Aids, con i protagonisti letteralmente travolti da un turbinio di festini psichedelici a base di sesso, droghe e musiche ossessive. Un film velleitario, figlio di un epoca vaga e lontana che oggi lo fa sembrare un reperto archeologico, ma è un curioso oggetto di raffinata follia che merita rispetto per il suo coraggio in un periodo piuttosto piatto per il nostro cinema. Metzger è un regista che gode di una certa fama tra i cultori del trash ed in effetti anche in questo caso fa sfoggio di uno stile allucinato difficilmente descrivibile. Anche il tipo di erotismo ricreato lascia il segno, a metà strada tra sadomasochismo soft (nonostante l’immagine forte di Camille tenuta al guinzaglio) e romanticismo alto-borghese (con gli aplessi inquadrati tramite ogni sorta di artifizio visivo, attraverso specchi, tramite giochi di luci e ombre…). Convincenti anche i due interpreti principali, la bella e sfortunata modella francese Daniele Gaubert e l’aitante Castelnuovo che con questo film ruppe la sua immagine di ragazzo pulitino e perbene, sconvolgendo le ammiratrici con una serie di nudi, diciamo ehm…artistici.
L’opinione di Fauano dal sito http://www.davinotti.com
Per quasi un’ora ci voleva una telecamera che riprendesse i miei smadonnamenti mentre lo guardavo; poi, quando protagonista e padre di Armand si incontrano, inizia un’altra storia tutt’altro che sgradevole. Allora sì che si comincia ad apprezzare il design quasi futurista e i colpi di scena che non mancano, stile la partita a punto-banco, il denaro sbattuto in faccia e la magistrale scena dell’ospedale verso la fine… Solo che se più di metà film è percolato putrido di spazzatura biologica, non si può non tenerne conto e il voto non può essere alto.
L’opinione del sito http://www.rogerebert.com
(…) Well, Daniele Gaubert is presented in the nude all right, but with about as much erotic effect as an Arid ad. She has a lot of love scenes with Nino Castelnuovo. The way they make love is interesting. Their key technique is to assume the conventional configuration and then . . . not move! Mostly, they’re looking at themselves in the mirrors. There are mirrors all over her bedroom. No matter where they look, they see themselves in the mirror. Danielle and Nino aren’t too bright, I guess. They’re just about to start making love when their eyes wander, and they get interested in that beautiful couple up on the ceiling, I kept wanting to shout: “That’s YOU, dummy!”
Anyway, after 20 minutes of this, Metzger speeds up his pace. There’s a fascinating close-up of a flower, and as it goes in and out of focus we hear a lot of heavy breathing and see Daniele’s face on the left side of the screen. Apparently something is happening to her. Maybe a manicure.
I’m not sure, but I think the heavy breathing was dubbed in from Metzger’s “Therese and Isabel.” That one starred Essy Persson, the all-time heavy breathing champ. It was a movie about a woman who looked at the ceiling and breathed heavily. If she ever co-starred with Clint Eastwood, the breathing would get so heavy we’d attack the screen with Vicks Inhalers.(…)
Danielle Gaubert
Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti
Tre storie boccaccesche introdotte da un corteo di frati che si recano in un convento femminile dove vengono accolti da un gruppo di novizie smaniose di incontri “particolari”

La prima delle tre storie,intitolata Le cognate, racconta della relazione tra lo scultore Raffaello e Madonna Lucrezia, il cui marito parte per un viaggio di lavoro;la donna ovviamente fa entrare in casa sua l’amante e si congiunge con lui, non sapendo che il marito sta rientrando improvvisamente.
Nascosto l’uomo sotto il letto,la donna distrae il marito, ma nel frattempo ecco arrivare sua cognata che improvvidamente va in camera da letto ed inizia a spogliarsi.Scoperto l’amante di Madonna Lucrezia sotto il letto, si congiunge bramosa con lui; intanto il marito della donna riparte e le due donne decidono di dividersi Raffaello.Il quale, però, dopo un pò non regge al super lavoro con il risultato che le due donne dopo averlo fatto rivestire, lo scaraventano fuori dalla porta di casa.

Il secondo episodio, intitolato Fra Giovanni, narra la vicenda di un frate, Giovanni, che ascolta in confessione i turbamenti di Madonna Tonia;Fra Giovanni si incapriccia della donna e tenta di sedurla.La donna accetta in cambio di una somma di denaro, che il frate recupera derubando la propria chiesa delle offerte dei fedeli.Così ottiene i favori della donna che però gli ha teso una trappola:subito dopo l’amplesso, infatti, compare sulla porta di casa il marito, seguito da un brutto ceffo.L’uomo applica al frate un curioso meccanismo sui genitali, lasciandolo prigioniero legato ad un tavolo sul quale c’è un coltello.L’unica alternativa per liberarsi per il frate, nudo come un verme, è auto castrarsi, cosa che fra Giovanni farà.

Nel terzo episodio,Lavinia e Lucia, il protagonista è un giovane che si incapriccia di Madonna Lucia, sposata ad un uomo talmente avaro da trascurare la moglie Lucia nel talamo nuziale per non sciuparle la pelle.
Il giovane così si traveste da donna ed entra al servizio della famiglia.
Quando l’avaro parte per un viaggio, il giovane si mostra a Lucia per quello che è, un uomo,con la conseguenza che lui e Lucia diventano amanti.
Al ritorno, l’avaro scopre che la moglie non vuol più fare sesso con lui; così tenta di concedersi una scappatella insidiando la cameriera.

Scopre quindi la verità ma il giovane si salva dicendogli che il sesso maschile è comparso all’improvviso in seguito allo spavento riportato.
Benchè dubbioso, l’uomo consulta un medico che gli racconta una verità stravagante:Lavinia è un ermafrodito e qualsiasi donna che abbia rapporti con lui metterà al mondo un figlio maschio…
Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti (distribuito anche con il sotto titolo Decameron nº 69) è un tradizionale decamerotico che segna l’esordio alla regia di Aristide Massaccesi, che però sceglie di far firmare al suo collaboratore Romano Gastaldi la regia del film,ritenendo il film immeritevole di un impegno in prima persona come regista.
Pur non essendo certo un prodotto di cui andare fieri,Sollazzevoli storie non è da gettare in toto; realizzato con pochissimi spiccioli, sia come ambientazioni sia per la scelta del cast fatto di onesti comprimari, il film ha dalla sua qualche buona trovata ed un’eccellente fotografia.

Tre storie prevedibili corredate da una sfilza di nudi femminili esposti però con un certo decoro costituiscono l’ossatura di un film che è senza infamia e senza lode.
Poco più che un esercizio di stile per il regista romano, che firma la sceneggiatura e che si cimenta anche come direttore della fotografia.
Null’altro da segnalare, visto che al cast non è richiesto praticamente nessun impegno;si segnala comunque la presenza di Marzia Damon, non fosse altro che per l’avvenenza fisica.
Curiosamente il film è stato uno dei primi del genere decamerotico ad essere digitalizzato; una sua versione di ottima fattura è presente su you tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ySQGcX_t4OI

Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e di mariti penitenti
Un film di Romano Gastaldi – (Aristide Massaccesi non accreditato). Con Marzia Damon, Attilio Dottesio, Monica Audras, Stefano Oppedisano.Commedia erotica durata 92 min. – Italia 1972.
Monica Audras: Madonna Lucrezia
Marzia Damon: Madonna Lavinia
Francesca R. Davila: Tonia
Attilio Dottesio: Raffaello
Ari Hanow: Fra’ Giovanni
Regia Romano Gastaldi, Joe D’Amato (non accreditato)
Soggetto Aristide Massaccesi
Sceneggiatura Aristide Massaccesi
Casa di produzione Transglobe Italia
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Gianfranco Simoncelli, Piera Bruni
Musiche Franco Salina
Costumi Osanna Guardini
Canterbury n. 2 nuove storie d’amore del ‘300
La vicenda è ambientata in Inghilterra, dopo la prima metà del 1300.
Geoffrey Chaucer, lo scrittore dei Racconti di Canterbury è in viaggio verso Canterbury, nell’Inghilterra meridionale.
Ad accompagnarlo c’è il cavaliere Quick, che è con lui per fargli da scorta visti i tempi molto pericolosi per i viandanti.
I due giungono in una locanda dove incontrano altre persone li convenute per svariati motivi e complice il maltempo che inizia a imperversare nella zona, non potendo ripartire,i presenti decidono di raccontarsi delle novelle.
Così, a turno, ecco presentate le storie di Dorigen,una bellissima donna che è rimasta sola dopo la partenza di Avergardus per la guerra, che per sfuggire alla corte di Aurelius decide di chiedergli una cosa decisamente inusuale, quella di Federico, che pur di compiacere una bellissima e ricca vedova non esita a procurare a quest’ultima un gruppo di cani che dovrebbero sollazzarla e compiacere la sua tendenza alla zoofilia, con risultati disastrosi perchè la donna verrà alla fine sbranata dai cani stessi.

Ancora, la storia di un tesoro che significherà la morte per Giovanni, Oddo e Carlotta che,preda della cupidigia,invece di accordarsi per la spartizione dello stesso si ammazzeranno fra loro e la storia di un re greco che è attratto carnalmente dalla figliastra; quando questa viene rapita il re tenta di riaverla pagando il riscatto richiesto ma…
Canterbury n. 2 nuove storie d’amore del ‘300 è l’ennesimo decamerotico uscito nel 1973 nel pieno del fenomeno del genere e che sfrutta l’altro filone inaugurato con ben altre motivazioni e sopratutto risultati da Pier Paolo Pasolini,che nel 1972 aveva ripreso i The Canterbury Tales di Chaucer contenenti storie (120) aventi come tema l’amore cortese, l’avarizia e il tradimento.

Anche in questo caso Pasolini aveva involontariamente inaugurato un sotto genere che ben si prestava a storie a sfondo erotico/moralistico; è davvero esercizio inutile cercare in questa nuova pletora di film un qualsiasi riferimento all’atmosfera caucheriana, visto che l’unico elemento in comune risulta alla fine essere l’ambientazione storica.
E poichè lo scopo principale di questo decamerotico è la sfilata ormai tradizionale di bellezze discinte e in second’ordine la presentazione di una sceneggiatura dignitosa, eccoci di fronte ad un prodotto finale che non si discosta da tantissimi altri prodotti del genere.
Erroneamente attribuito a Joe D’Amato (che però dovrebbe averne curato la sceneggiatura), il film è ascrivibile al regista inglese John Shadow (autore di Microscopic Liquid Subway to Oblivion), che all’epoca era marito dell’attrice Eva Aulin e presenta come unici elementi positivi una fotografia curata, alcune belle co protagoniste e l’ormai immancabile location del castello di Balsorano.

Le storie non sono particolarmente originali così come la recitazione del cast non brilla di certo per espressività;tuttavia nel cast compare a sorpresa una giovanissima Dalila Di Lazzaro in una delle sue prime apparizioni cinematografiche.
Nei crediti finali del film la bellissima attrice friulana non compare e il motivo è facilmente comprensibile;la Di Lazzaro è presente solo nella scena del nudo colettivo in riva al fiume ed è distinguibile solo perchè la mdp indugia per qualche secondo sul suo corpo.
Le due attrici più conosciute del film sono Patrizia Adiutori e Shirlery Corrigan e a ben guardare ecco un altro motivo di interesse per il film:due bellezze che ammaliano per la loro esuberanza fisica.

Per il resto, un prodotto che rasenta la sufficienza nel suo complesso,ovviamente nel ristretto ambito del genere che rappresenta.
A lungo introvabile, il film è stato trasmesso negli ultimi due anni due o tre volte dalle private, ragion per cui è oggi più facilmente rintracciabile.
Canterbury N. 2: nuove storie d’amore del ‘300
Un film di John Shadow . Con Rick Battaglia, Patrizia Adiutori, Shirley Corrigan, Claudio Ruffini, Dada Gallotti, Franco Mazzieri, Alex Rebar Erotico, durata 95 min. – Italia 1973.
Patrizia Adiutori … Carlotta
Rik Battaglia … Averagus
Shirley Corrigan … Dorigen
Federico Boido … Aldo
Dada Gallotti … Widow
Franco Mazzieri … Geoffrey Chaucer
Alex Rebar … Riccardo II
Claudio Ruffini … Hercules
Greta Vayan … Lady Charlotte
Dalila di Lazzaro (non accreditata)La ragazza al fiume
Regia John Shadow
Sceneggiatura Aristide Massaccesi
Produttore Roberto Loyola
Fotografia Roberto Girometti
Montaggio Enzo Meniconi
Musiche Maurizio De Angelis, Guido De Angelis
Scenografia Cloudia
Costumi Cloudia
Porco mondo
“Non fu trovato un giusto su tutta la terra…tutti avevano corrotto la loro strada.E calò la distruzione sulle città.”
Con questo incipit, che Bergonzelli, regista del film trae dalle Sacre scritture inizia Porco mondo, sua opera del 1978 che ebbe diverse traversie con la censura e che venne distribuito anche in versione hard, con il sottotitolo Porco mondo (porno).
Un film confuso e contraddittorio, dalla sceneggiatura tagliata con la sega ma non privo di un suo fascino rozzo ma efficace.
Bergonzelli, regista specializzato in B movie dai titoli eloquenti come La cognatina ,Taxi love, servizio per signora ,La trombata – quattro ladroni a caccia di milioni e Il compromesso erotico, torna ad affrontare un tema a sfondo socio politico a sette anni di distanza da quel Io Cristiana, studentessa degli scandali che in qualche modo aveva anticipato il tema della morale ipocrita della società; in questo film il discorso è ripreso in maniera più ampia, andando a coinvolgere cioè la morale di un politico, moralizzatore in pubblico e vizioso in privato.

La storia raccontata in Porco mondo è quella appunto di un importante uomo politico che nel privato è affetto dai peggiori vizi; dopo aver coinvolto alcuni giovani di facili costumi in un’orgia, tenta un approccio con uno di essi e viene da questi ucciso in maniera brutale.Gli altri due protagonisti della storia dovranno fare i conti con il figlio del senatore che decide di ricavare qualcosa dalla storia…
Un guazzabuglio inestricabile di situazioni scabrose miste a un confuso messaggio di denuncia sociale, attraverso la storia del senatore che incarna al peggio i vizi privati e le pubbliche virtù in evidente raffronto con la storia di tre balordi drogati e violenti che tentano un ricatto ai danni dell’uomo politico, che però finisce male.
In sintesi Porco mondo è questo, un film in cui Bergonzelli alterna una storia raccontata in maniera psichedelica, attraverso quindi immagini che si susseguono quasi con ritmo schizofrenico e una vicenda drammatica in cui l’atmosfera malsana della pellicola è mitigata purtroppo da un cast che fa di tutto per rendere improbabili le sequenze del film stesso.

Le scene di lotta, infatti, sono quanto di peggio si possa vedere, con pugni che volano e mancano il bersaglio tanto da rendere quasi comiche le scene stesse, dialoghi quasi surreali nella loro piattezza e sequenze che sembrano inserite nel film giusto per arrivare al metraggio giusto e ai tempi concordati con la produzione.
Assolutamente da film trash alcune situazioni del film come quella in cui il fidanzato di Manuela (Karin Well) trova il corpo esanime della ragazza e ricorda in versione stoboscopica alcuni frammenti della loro relazione, uscendosene in chiusura con un terribile “Manuela, sei sempre stata una pazza” in aperta dissonanza con quello che accade sugli schermi.
Come dicevo in apertura,il cast del film è estremamente eterogeneo e mescola attori di rilevanza,come William Berger,Arthur Kennedy e Alida Valli ad attori tipici del b movie come Carlo De Meio e Karin Well.

Quest’ultima da vita ad un personaggio che meritava ben altra caratterizzazione;la Well invece bada solo a spogliarsi e a stamparsi sul volto un sorriso che vorrebbe essere strafottente e invece finisce per essere ebete.
Non va meglio De Meio, inespressivo e legnoso mentre nel film compaiono inopinatamente Alida Valli, che appare giusto per rimpinguare la pensione e che mostra solo per un attimo il suo talento, ovvero nell’unica occasione che il film le consente, la sequenza in cui, minacciata da Manuela con un trapano elettrico viene colta da infarto, Arthur Kennedy, anch’esso impegnato a rimpinguare il conto in banca e lo sfortunato William Berger.
Val la pena citare per un attimo le sfortunate vicende che portarono l’attore, bravo ed espressivo, ad accettare parti in film decisamente scadenti; ecco un estratto da un resoconto dei fatti che lo videro coinvolto ( tratto dal sito http://www.gentedirispetto.com)
“”La carriera di Berger è ormai lanciata verso il firmamento dei divi, ma la notte del 4 agosto 1970, nel corso di una operazione antidroga condotta nel napoletano, zona dove l’attore vive con la moglie Carolyn Lobravico, anch’essa attrice, la polizia fa irruzione nella sua villa, dove sono ospiti dell’attore sette persone e scopre in casa mezzo grammo di hashish, del quale l’attore giurerà di non averne mai saputo la provenienza. Attori, capelli lunghi, modi ribelli, persone stravaganti, considerazioni che i giudici napoletani devono necessariamente aver fatto per incriminare i nove come persone socialmente riprovevoli, tanto che William e Carolyn vengono ricoverati coattivamente nel manicomio criminale di Pozzuoli, nonostante non ci siano prove certe della loro colpevolezza, meno che meno delle loro presunte “malattie mentali” e, soprattutto, nonostante l’epatite virale di cui soffre Carolyn. Nel manicomio criminale di Pozzuoli William perde Carolyn, lasciata soffrire tra terribili dolori addominali prima di tentare un disperato intervento chirurgico per quella che probabilmente è solo una peritonite acuta, il 14 ottobre 1970; quando i medici si rendono conto che non c’è più niente da fare, Carolyn viene addirittura fatta ricoverare nel reparto degli incurabili, tanto (sicuramente è stato il loro pensiero) è solo una drogata, per giunta pazza. Berger riesce a vederla ormai in agonia solo il 9 ottobre, accompagnato da uno schieramento di agenti ed ammanettato non può persino abbracciarla, in uno straziante addio. L’autopsia, richiesta a gran voce dai quotidiani meno impegnati politicamente, potrebbe chiarire le cause della morte della giovane Carolyn, ma non viene disposta dall’autorità giudiziaria. William Berger viene trasferito nel carcere di Salerno, da dove sarà scarcerato solo nel marzo del 1971, perché non ha voluto seguire il “consiglio” di accusare la moglie morta del reato ascrittogli. In questo periodo buio, distributori senza scrupoli né sentimenti ritirano fuori dai magazzini “La lama nel corpo”, film dove Berger interpreta un dottore sospettato di omicidio, con un nuovo, crudele lancio pubblicitario: “Berger, colpevole o innocente?”. L’indagine invocata, anche a seguito dello sdegno provocato nel mondo dalla terribile vicenda giudiziaria, da esponenti del governo, non porterà a nulla di concreto, anzi complicherà notevolmente la vita all’attore, tanto che sui vari set frequentati la presenza delle forze dell’ordine, ogni volta per nuovi controlli e con incartamenti vari, diventa una costante.”

Storia terribile, quella di Berger; in questo film resta in scena pochi minuti e in una sequenza lo vediamo purtroppo inquadrato con i genitali penduli in un’improbabile lotta con il suo assassino, truccato pesantemente e con in testa una corona d’alloro (sic).
Chiunque voglia visionare Porco mondo dovrà accontentarsi della pessima versione che circola in rete ricavata dall’ormai introvabile VHS del film oppure procurarsi il Dvd del film, che prò non mi risulta abbia i dialoghi in italiano.
Porco mondo
Un film di Sergio Bergonzelli. Con William Berger, Carlo De Mejo, Alida Valli, Karin Well, Arthur Kennedy, Monica Zanchi, Maurizio Mattioli, Barbara Rey, Stefano Davanzati Erotico, durata 101 min. – Italia, Spagna 1978.
Lager SSadis Kastrat Kommandantur ( SS Experiment Love Camp )
SS Experiment Love Camp intitolato anche Lager SSadis Kastrat Kommandantur con quella doppia s che sottintende alla presenza nel film alle famigerate SS è un nazisploitation del 1976, il genere cinematografico nato dopo il clamoroso successo di Ilsa la belva delle SS.
Uno dei peggiori, detto per inciso.
Trama ridotta all’osso e praticamente indistinguibile da altri film di questo sottogenere, con un gruppo di prigioniere ebree trasportate in un piccolo lager retto da un comandante feroce e impotente.
All’interno del campo vengono praticate le solite atrocità ai danni delle prigioniere, che vanno da un folle trapianto di ovaie ad altre cose orribili che erano la prassi comune nei campi di concentramento nazisti.

Spazio per la solita love story tra l’ufficiale dalla croce uncinata e dal cuore tenero e la bella prigioniera con in aggiunta un trapianto di testicoli (ben ripreso,per inciso) effettuato sul comandante del lager per restituirgli la virilità.
Il resto è noia o se preferite aria fritta, con la conseguenza che il film può tranquillamente essere dimenticato e relegato tra i prodotti di serie Z girati dopo la metà degli anni settanta, spesso utilizzando scenografie di film precedenti e senza un’ombra di sceneggiatura che valesse la pena seguire.
Diretto da Sergio Garrone, buon writer e autore in passato del più che discreto La mano che nutre la morte,SS Experiment Love Camp non ha al suo attivo alcun motivo di interesse, visto che è privo di una sceneggiatura accettabile, di una fotografia apprezzabile o quanto meno di uno straccio qualsiasi di componente accettabile.
Recitazione da oratorio, una quantità massiccia di nudi, peraltro scarsamente appetibili visti i nomi delle attrici utilizzate e null’altro.

A futura damnatio memoriae, vanno ricordate un paio di scempiaggini del film:la prima riguarda i rapporti sessuali tra le prigioniere ebree e gli aguzzini nazisti, cosa assolutamente proibita nei campi che avrebbe portato difilato i responsabili davanti al plotone d’esecuzione.
La seconda, davvero spassosa, è l’idea di ripristinare la virilità di una persona tramite il trapianto di testicoli, cosa che avrà fatto sganasciare dalle risate qualsiasi persona che abbia almeno una nozione di medicina.

Il film è stato recentemente pubblicato in digitale, probabilmente visto il discreto successo di alcuni di questi filmacci ai giorni nostri;viceversa non credo sia passato spesso sulle tv private, se non a tarda notte e in versioni ampiamente purgate.
Film da non vedere per nessun motivo al mondo salvo una forte tendenza al masochismo.
Lager SSadis Kastrat Kommandantur, di Sergio Garrone,com Mircha Carven,Paola Corazzi,Attilio Dottesio,Serafino Profumo,Sexy/Dramma, Italia 1976
Mircha Carven … Helmut
Paola Corazzi … Mirelle
Giorgio Cerioni … Col. von Kleiben
Serafino Profumo …Sergente del campo
Attilio Dottesio … Dr. Steiner
Patrizia Melega … Dottoressa Renke
Agnes Kalpagos … Margot
Regia: Sergio Garrone
Sceneggiatura: Sergio Chiusi,Sergio Garrone,Vinicio Marinucci
Musiche: Vasili Kojucharov,Roberto Pregadio
Fotografia: Maurizio Centini
Montaggio:Cesare Bianchini
Casa di produzione:Società Europea Films Internazionali Cinematografica
L’opinione dell’utente Renato tratta dal sito http://www.davinotti.com
Difficile darne una valutazione oggettiva, comunque si tratta di un filmetto con molte torture, realizzate in modo artigianale, ed un po’ di sesso per condire il tutto. Peccato che spesso lo splatter faccia ridere quanto i dialoghi se non di più, ma del resto cosa si può pretendere da un’opera con questo titolo? Spiace solo vedere il volto dignitoso di Attilio Dottesio in mezzo a tanto squallore.
L’opinione dll’utente Herrkinski tratta dal sito http://www.davinotti.com
A partire dall’incredibile titolo italiano, il film di Garrone (già autore dell’altrettanto delirante SS Lager 5) rimane sicuramente tra gli esemplari più truci e morbosi del filone. Ogni velleità storico/artistica è qui annientata a favore di una sceneggiatura dal dubbio senso logico, votata all’accumulo di violenze e soprusi vari. La continua ricerca dello shock visivo e concettuale a volte raggiunge l’obiettivo; su cast, fotografia e messinscena è meglio stendere un velo pietoso. Il tasso di cattiveria e cinismo è comunque piuttosto alto.
L’opinione dell’utente Jacopetto & Prospero tratta dal sito http://www.gentedirispetto.com
90 minuti di schifo assoluto che confermano la bellezza stramonezzara del filone nazi. Inguardabile, sciatto e per nulla scioccante. abbaia ma non morde. E a nulla se servono gli accostamenti con le immagini reali degli orrori dell’Olocausto, perchè proprio nel confronto con la Storia questi film perdono la loro presunta natura scioccante. Poi sull’argomento sinceramente preferisco La dottoressa ci sta col colonnello con Banfi e la Cassini
Poppea una prostituta al servizio dell’impero
Durante il loro vagabondare per le terre sotto la dominazione romana, due amici etruschi, Otone e Savio, finiscono in una taverna dove dopo aver mangiato a sbafo vengono allontanati con la forza. Il furbo Otone non contento seduce la moglie dell’oste, con il risultato di essere fermato da un drappello di soldati romani e inviato con Savio nelle cave per l’estrazione di pietre destinate alla costruzione di un acquedotto.
Qui Otone, con uno scaltro espediente, riesce a farsi allontanare dalle cave stesse:fingendo di avere la peste, terrorizza i soldati con il risultato di essere cacciato.
Dopo aver tentato di rubare una barca ed essere stati sorpresi dai legittimi proprietari, i due in qualche modo giungono nella periferia di Roma dove Otone conosce casualmente la bellissima Poppea, che dispensa le sue grazie ad uno stuolo di persone.

Ovviamente anche Ottone finisce tra le vogliose braccia della donna;ma per colpa del maldestro Savio, finisce in compagnia di quest’ultimo direttamente nell’arena come gladiatore.
Qui i due vengono messi a combattere fra loro, ma un provvidenziale colpo di fortuna evita ai due amici di soccombere;Otone lancia in aria il suo scudo che intercetta una lancia scagliata contro Nerone da un gladiatore ribelle.
L’imperatore riconoscente nomina Otone capo della guarnigione romana in Cappadocia; dopo aver scoperto che Poppea altri non è che la moglie dell’imperatore, Otone parte per la guerra contro i barbari in compagnia del fido Savio, al quale Nerone ha fatta salva la vita grazie all’intercessione di Otone stesso.

In Cappadocia per il solito colpo di fortuna, Otone riesce a vincere la battaglia decisiva e subito dopo aver sedotto la sacerdotessa dei barbari, torna a Roma accolto dal trionfo tributatogli da Nerone.
Ma sarà proprio Poppea la causa delle sue disgrazie perchè l’imperatrice viene scoperta in adulterio proprio con Otone; l’imperatore lo bandisce, non tanto per il “cornetto” come lo definisce Poppea quanto perchè l’imperatrice ha osato definire noiose le odi di Nerone.
Costretto ancora una volta alla fuga, Otone assiste all’incendio di Roma, che un provvidenziale temporale spegne…
Vi risparmio il finale non perchè particolarmente avvincente ma solo per il fatto che forse è la cosa migliore di un filmetto bruttino e volgare, infarcito di parolacce in un trionfo di “li mortacci tua” e “sto fijo de na’ mignotta”
Un peplum tardo a sfondo non tanto erotico quanto sexy, con la bellissima e sexy Femi Benussi ad interpretare la parte della ninfomane Poppea con le grazie generosamente esposte.

Alfonso Brescia dirige nel 1972 questa commedia sexy senza molto badare all’estetica, con dialoghi rozzi e personaggi ritagliati con un’accetta; ma lo scopo principale del regista e della produzione è quello di cavalcare l’onda lunga dei film erotici che tanto in voga sono nel 1972 e in quest’ottica il film qualcosa rende, anche se va detto che per fortuna si tratta quasi sempre di scenette sexy non particolarmente volgari.
Il resto del film è purtroppo abbastanza desolante, fatti salvi i posti in cui è girato e le scenografie usate, che quantomeno rendono il film sufficientemente dignitoso.
La storia di per se poteva avere un andamento migliore, mentre invece il regista romano punta tutto su gag poco divertenti, con dialoghi che non sono nemmeno surreali ma abbastanza scadenti.

Nel cast finiscono inopinatamente attori come Vittorio Caprioli, francamente imbarazzato (sopratutto imbarazzante) nel ruolo di un Nerone matto come un cavallo ed effeminato in modo esageratamente esasperato;anche la Benussi appare a disagio, però si spoglia e quindi permette al film di attirare l’attenzione di quel pubblico che tanto l’adorava.Nel cast, in ruoli marginali, figurano anche Howard Ross nel ruolo di Tigellino, la bellissima Eva Czemerys nel ruolo della sacerdotessa Cappadocia che sta in scena pochi minuti e infine Don Backy e Peter Landers nel ruolo di Otone e Savio.
Il primo fa quello che gli viene chiesto, replicando in qualche modo il ruolo del vagabondo interpretato in Elena si…ma di troia mentre il secondo è davvero poca cosa in tutti i sensi.
Poppea … una prostituta al servizio dell’impero è un film di facile reperibilità, anche in streaming in una versione ripresa dalla proiezione tv di qualche tempo fa ad opera della defunta Odeon Tv.
Poppea, una prostituta al servizio dell’impero
Un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Femi Benussi, Linda Sini, Peter Landers,Vittorio Caprioli, Andrea Scotti, Giancarlo Badessi, Esmeralda Barros, Carla Mancini, Eva Czemerys Commedia, durata 93 min. – Italia 1972.
Don Backy: Otone
Femi Benussi: Poppea
Piero Scheggi: Savio
Linda Sini: Agrippina
Eva Czemerys: Vergine di Cappadocia
Esmeralda Barros: Tortilla
Renato Rossini: Tigellino
Vittorio Caprioli: Nerone
Regia Alfonso Brescia
Soggetto Mario Amendola
Sceneggiatura Vittorio Vighi, Alfonso Brescia, Mario Amendola
Casa di produzione Luis Film
Fotografia Franco Villa
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Carlo Savina
Scenografia Francesco Calabrese
Costumi Mimmo Scavia
L’opinione di Undjing tratta dal sito http://www.davinotti.com
E chi poteva essere la “prostituta” al servizio dell’Impero se non la prolifica (quanto bella e brava, per inciso) Femi Benussi? La briccona imperatrice ha un trascorso non proprio nobile, affiancato a quello della “vergine di Cappadocia” (Eva Czemerys). Due soldati al servizio di Nerone ricordano i precedenti di Poppea, molto più estroversa in (s)veste di donna che nei (pochi) panni di moglie. Al di là delle buone premesse, il divertimento risiede in altri lidi, al pari dell’erotismo; né funziona l’ibridazione “boccaccesca” con il peplum.
L’opinione di sasso 67 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Brutto film, del filone Satyricon, molto in voga tra fine anni sessanta e primi anni settanta, in seguito al famoso film di Fellini. Uno degli eroi di questo filone fu Don Backy, già cantante di un certo successo negli anni sessanta. Grazie al suo fisico segaligno, riusciva a bene interpretare questa specie di picari che si muovevano nel mondo romano o medievale (ricordiamo Don Backy nel film “Una cavalla tutta nuda”, del filone decamerotico). Questo film è veramente insignificante, con un coprotagonista, brutta copia di Bud Spencer, che parla con un assurdo accento umbro-marchigiano, mentre i soldati romani parlano come i burinacci dei nostri giorni. C’è qualche ragazza formosa che si spoglia (Benussi, Czemerys, Barros ed altre) e si lascia andare a scene più spinte della media del genere, ma l’unico vero motivo d’interesse è Vittorio Caprioli che interpreta Nerone, ispirandosi senza troppi complessi a Petrolini.
Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
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Le calde notti di Poppea
La biondissima e procace Poppea si trasferisce dalla campagna a Roma in cerca di giustizia, subito dopo esser stata stuprata in un campo di grano; è una donna che sa quello che vuole, tuttavia finisce per andare ad esercitare il mestiere più vecchio del mondo del bordello di Calpurnia.
Qui conosce l’affascinante console Claudio Valerio, del quale si innamora perdutamente, ma l’uomo che è di costumi probi, la rifiuta.
Poppea poserà per una statua ordinata dall’imperatore Nerone per poi sposare il figlio del senatore Tarquinio; alla fine dopo alcune avventure riuscirà a sposare l’imperatore.

Le calde notti di Poppea, opera di Guido Malatesta diretta nel 1969 è un tardo peplum che fa parte della nuova frontiera del peplum stesso, la stessa che vivacchiò per breve tempo nel connubio (scellerato) tra eros e storia.
Film senza alcuna aderenza storica (Poppea non entrò mai in un postribolo e sposò Rufrio Crispino un appartenente all’ordine equestre capo della guardia pretoriana), quello di Malatesta; girato in una Roma assolutamente improbabile, grazie ai residuati del glorioso periodo dei peplum con gli avanzi dei set precedenti,Le calde notti di Poppea è un filmucolo senza nessunissima pretesa.

L’unico motivo di interesse,all’epoca dell’uscita del film, era la presenza nel cast della biondissima e avvenente Olinka Schoberova alias Berova,attrice di origini ceche lanciata con molta fantasia come l’alternativa ad altre due biondissime (e di ben altro calibro) star come Brigitte Bardot e Ursula Andress.
Costruito su una sceneggiatura sfilacciata da Gianfranco Clerici e dallo stesso Guido Malatesta,Le calde notti di Poppea ha dalla sua solo una discreta elaborazione scenica (Malatesta aveva partecipato ad altri film mitologici) ad onta di un cast di comprimari nemmeno mal assortito che comprende Brad Harris (il console Valerio),Howard Ross (Marco),Femi Benussi (Livia),Daniele Vargas.

Questo film è passato in tv molto tempo fa, ed è di difficilissima reperibilità anche in versione di riversaggio da VHS.
Le calde notti di Poppea, un film di Guido Malatesta, con Olga Schoberová, Brad Harris, Gia Sandri, Renato Rossini, Femi Benussi, Daniele Vargas, Carla Calò, Ignazio Balsamo, Demeter Bitenc, Tullio Altamura, Fortunato Arena, Silvio Bagolini, Albert Balsamo, Peggy Cunningham, Tony Corty, Sandro Dori, Francesco De Leone, Antonietta Fiorito, Nello Pazzafini, Alberto Sorrentino Storico/erotico,Italia 1969
Olga Schoberová: Poppea
Brad Harris: Claudio Valerio
Gia Sandri: Lucrezia
Howard Ross: Marco
Femi Benussi: Livia
Sandro Dori: Nerone
Carla Calò: Calpurnia
Ignazio Balsamo: Tarquinio
Nello Pazzafini: Padre Colonnius
Daniele Vargas: Sacerdote di Venere
Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Trans Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca
Trucco Anacleto Giustini
























































































































































































































































































