Porca vacca
Primo Baffo detto Barbasini è un cantante da balera, pavido e un po vigliacco; siamo nel periodo della prima guerra mondiale, è l’uomo tenta disperatamente di sottrarsi al servizio di leva; nonostante si finga omosessuale, viene inviato al fronte. Qui viene derubato da due furbi contadini, che vivono alla giornata rubando quello che possono. I due, Tomo secondo e Marianna, lo lasciano completamente al verde; ma la guerra è lunga, e Primo Baffo finisce per reincontrare i due. Sarà proprio Tomo a tirarlo fuori dai guai, il giorno che Primo Baffo, inviato in trincea per tagliare dei reticolati, finirà impigliato in uno di essi.
Per ringraziamento l’uomo fa arrestare Tomo, che viene cosi coscritto con la forza. Ma tra i due, nonostante tutto, nasce un sentimento di amicizia; il pavido Primo baffo e il simpatico mariuolo Tomo si completano a vicenda, e da quel momento divideranno i pericoli che la guerra quotidianamente offre, entrambi alla ricerca di Marianna, della quale ormai sono entrambi innamorati.
La ritroveranno dopo una serie di avventure, quando dopo aver tentato di disertare, verranno ripresi e mandati incontro alla morte, per una missione suicida, far saltare una diga.
La furbissima Marianna, che si è rifugiata in montagna, pagherà però per tutti; violentata da una pattuglia tedesca, si vendicherà facendo saltare la diga, salvando così la pelle ai due amici che avevano deciso di farlo entrambi.
I due assistono impotenti al suicidio di Marianna, convinti, in cuor loro, che la ragazza abbia comunque trovato il modo di sopravvivere.
Gustosa commedia venata di umorismo e di malinconia, Porca vacca, di Pasquale Festa Campanile, è un riuscito tentativo di ridicolizzare luoghi comuni e miti sulla guerra; i due amici, che incarnano l’italiano medio, hanno tutti i difetti tipici della gente italica. Sono furbi, opportunisti, pavidi e vigliacchi, ma anche generosi e di cuore, sentimentali e romantici.
Lo dimostrano le varie situazioni in cui vengono coinvolti, mentre tentano di scappare da quella cosa illogica, terribile che è la guerra; non hanno sentimento patrio, perchè sanno che non c’è nessun onore o nessun vantaggio a morire in guerra, una guerra che si combatte in trincea, con i capi nascosti al sicuro che mandano al macello i poveri fanti.
Ma al momento buono tirano fuori il coraggio, mostrando di essere capaci di morire per vendetta ma sopratutto per amore.
Porca vacca è una storia di amicizia, è una storia d’amore, ed è anche un film sottilmente satirico; non perfettamente riuscito, ma godibile per molti motivi.
Il principale è la simpatia che ispirano i due improbabili alleati, che scopriranno proprio nell’amicizia una delle poche cose buone da salvare, per cui vivere; in questo Pozzetto, che è Primo Baffo, mostra particolare talento, grazie anche alla sua abilità di cabarettista e cantante.
Il suo personaggio, quello del cantante comico di balera, alla fine è convincente proprio perchè l’attore riesce a dare spessore e credibilità al suo personaggio.
Molto bravo è Aldo Maccione, alias Tomo Secondo, un simpatico furfante che della vita ha capito tutto, ma che finirà, suo malgrado, per provare sulla sua pelle gli orrori della guerra.
Bravissima e Laura Antonelli, in uno dei ruoli meglio interpretati nella sua carriera, quello della opportunista, cinica e disincantata Marianna, che finirà per provare uno scatto d’orgoglio quando anche lei proverà sulla sua pelle gli orrori della guerra, illustrati alla perfezione nella sequenza drammatica dello stupro di gruppo, forse la parte più coraggiosa e dolente del film.
In ultima analisi, si tratta di un buon film, che ha motivi d’interesse, ben aldilà delle solite critiche negative dei critici ottusi: Morandini, uno dei più discutibili tra essi, ne da questa visione: “Guerra 1915-18. Balordo cantante di balera fa di tutto per farsi riformare, ma viene inviato al fronte. Più che gli austriaci sono suoi nemici due contadini che, sfruttando la situazione, arraffano. È il tentativo, soltanto in parte riuscito, di buttare in farsa la tematica dell’antimilitarismo. Festa Campanile era un intelligente che si buttava via. Qua e là pecoreccio. L. Antonelli in forma, R. Pozzetto un po’ meno.”
Una visione davvero singolare di un film che non è un capolavoro, ma che ha momenti di grande cinema, grazie anche alla attenta regia di Festa Campanile, uno dei registi più intelligenti e sensibili del cinema italiano.
Quello che non appare chiaro ai detrattori del film è che non siamo di fronte a La grande guerra, che Pozzetto e Maccione non vogliono rifare il verso a Gasmann e Sordi; la trivialità del film ha una sua giustificazione, perchè in guerra ci vanno i poveracci, non di certo i nobili o i ricconi.
Per cui qualsiasi lettura in termini saccenti del film è falsa e fuorviante; questo è un divertissement, ben fatto e a tratti davvero simpatico.
Porca vacca, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto, Laura Antonelli, Aldo Maccione, Adriana Russo, Toni Ucci, Gino Pernice, Raymond Bussières, Raymond Pellegrin, Massimo Sarchielli, Antonio Marsina, Enzo Robutti, Edoardo Sala, Antonio Orlando, Consuelo Ferrara, Lucio Salis
Commedia, durata 113 min. – Italia 1980


Renato Pozzetto: Primo Baffo detto Barbasini
Laura Antonelli: Marianna
Aldo Maccione: Tomo Secondo

Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Pasquale Festa Campanile
Marcello Coscia
Sceneggiatura Massimo De Rita
Produttore Achille Manzotti
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Ennio Morricone
Riz Ortolani
Scenografia Gualtiero Caprara
Guido Josia
Costumi Ugo Pericoli
Luca Sabatelli
Divina creatura
La giovane e bellissima Manuela Roderighi, fidanzata con l’ingenuo Martino, conosce casualmente il nobile Daniele di Bagnasco, un duca abituato ad agi e mollezze, che divide il suo tempo tra passatempi futili e le relazioni sentimentali con donne della ricca borghesia o dell’aristocrazia. Siamo agli inizi del secolo, negli anni venti, in una Roma pigra e imborghesita, scenario delle mollezze di una classe sociale, quella aristocratica, della quale Daniele di Bagnasco incarna tutti i vizi e le scarsissime virtù.

Laura Antonelli è Manuela Roderighi

Terence Stamp è Daniele di Bagnasco
L’uomo, attratto dalla ragazza, la corteggia fino a farla diventare la sua amante, convinto poi di potersene liberare a piacimento. Ma per una volta il viziato playboy finisce vittima del suo gioco, e si rende conto di provare una irresistibile attrazione per la donna. Che ha una vita segreta ed equivoca; frequenta infatti la casa d’ appuntamenti della signora Fones. Daniele decide di uccidere la donna, ma alla fine la passione perversa che prova per lei ha il sopravvento; scopre cosi che la ragazza è stata iniziata ai piaceri del sesso e indotta alla prostituzione proprio da un suo parente, il cugino marchese Michele Barra .
Cambia obiettivo e decide di vendicarsi dell’uomo; lo fa avvicinare da Manuela, quasi a voler dimostrare a Michele, ma sopratutto a se stesso, che Manuela è ormai una cosa sua.. Le cose non vanno come previsto: Manuela,frequentando Michele, prova passione davanti anche all’appassionata difesa di Michele, che le confessa di essersi pentito del suo gesto di tanti anni prima. Inizia cosi un ambiguo triangolo, nel quale Manuela finisce per dividersi ta i due uomini.
Daniele non sa che la donna frequenta Michele ben oltre gli appuntamenti prefissati, ma lo scopre e affronta l’amante, che reagisce piantando tutto e scappando a Parigi. Il suo gesto segnerà in maniera differente le vite dei suoi ormai ex amanti: mentre Michele se ne fa una ragione e si converte al fascismo, trovando così immediatamente un’altra passione, Daniele , che è privo ormai di stimoli, tenta dapprima di offuscare i ricordi e i sentimenti con la cocaina, per poi finire suicida. Tratto dal romanzo di Zuccoli La divina fanciulla , questo film del 1975, diretto da Giuseppe Patroni Griffi è una rivisitazione elegante, ma anche fredda dello stesso.
Appare decisamente vano ma sopratutto presuntuoso il tentativo del regista di dorare con una patina di superficiale edonismo il mondo vizioso e ipocrita dell’aristocrazia, fermandosi troppo sui personaggi e meno sull’ambiente. Il risultato finale è una pellicola molto noiosa, elegante, ma priva di forza. Il personaggio di Manuela, interpretato maldestramente da Laura Antonelli, assolutamente inadatta al ruolo, finisce per assomigliare a quello di una sirena ammaliatrice, privo però di spessore psicologico, e non solo per gli scarsi mezzi mostrati dall’attrice. Mastroianni, che interpreta il marchese Michele Barra, si limita ad una mostra abbastanza abulica del suo talento, mentre Terence Stamp è davvero lontanissimo dal patrizio romano che dovrebbe incarnare.
Un film con molti, troppi difetti, in cui spiccano però le musiche di Bixio interpretate da Morricone. Il resto è solo un’elegante e patinata rivisitazione di un’epoca, ma senza anima e passione.
Divina creatura, un film di Giuseppe Patroni Griffi, con Terence Stamp, Laura Antonelli, Marcello Mastroianni,Michele Placido, Duilio Del Prete, Tina Aumont, Marina Berti, 1975 Italia
Laura Antonelli Manuela Roderighi
Terence Stamp Daniele di Bagnasco
Michele Placido Martino Ghiondelli
Duilio Del Prete Armellini
Ettore Manni Marco Pisani
Carlo Tamberlani Il MaggiordomoPasqualino
Cecilia Polizzi L’amante di Daniele
Piero Di Iorio Cameriere di Stefano
Marina Berti La maitresse di Manuela
Doris Duranti Signora Fones
Marcello Mastroianni Michele Barra
Tina Aumont Una prostituta
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Luciano Zuccoli (romanzo)
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi e Alfio Valdarnini
Produttore Luigi Scattini e Mario Ferrari
Casa di produzione Filmarpa
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche canzoni di Cesare Andrea Bixio, interpretate da Ennio Morricone
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Gabriella Pescucci
Laura Antonelli
Se il cinema ha dato a Laura Antonaz, in arte Antonelli, istriana di Pola, dove è nata nel 1941, fama, notorietà e denaro, si è anche trasformato nell’incubo personale della bellissima attrice, che ha pagato un prezzo altissimo al successo, che le ha trasformato la vita in una discesa all’inferno che ha veramente pochi eguali nella storia stessa del cinema. Una vicenda triste, la sua; perchè è triste vedere una donna bella, ammirata, sicuramente anche in possesso di ottime doti recitative, finire in prigione per il possesso, nel periodo sbagliato, di una modica quantità di droga usata fra l’altro per uso personale e in seguito comparire sui giornali solo ed esclusivamente per un’altra vicissitudine giudiziaria, seguita all’ultimo film interpretato da Laura nel 1991, quel Malizia 2000 che doveva rinverdirne i fasti come all’epoca dell’uscita di uno dei suoi film più famosi, Malizia, che ne esaltò il fascino irresistibile trasformandola in una diva tra le più ammirate.

Laura Antonelli e Alessandro Momo in Peccato Veniale
Storia triste, la sua, passata dall’ammirazione, dal successo e dall’amore dei grandi divi alle cronache giudiziarie, in una discesa senza mediazioni, peraltro inspiegabile in termini cinematografici, visto che la Antonelli era riuscita, in qualche modo, ad uscire dal clichè della bellezza pronta a spogliarsi. Una storia, la sua, che ha delle date ben definite nel destino, a partire da quel lontano 1965 in cui esordì nel film Le sedicenni di Petrini, per finire al fatidico 27 aprile 1991, data nella quale l’attrice venne arrestata in seguito al ritrovamento, nella sua villa laziale, di una quarantina di grammi di cocaina, che la bella Laura ormai usava con preoccupante frequenza.

Laura nel film Divina creatura
Una storia che in pratica le stroncò la carriera, visto che si concluse solo nel 2000 con l’assoluzione in quanto consumatrice abituale di coca, e che si era aggiunta alla triste vicenda del clamoroso fallimento del film Malizia 2000, in seguito al quale l’attrice, che si era sottoposta a interventi di lifting per apparire più giovane, riportò una reazione allergica al collagene, che in pratica la sfigurò precludendole qualsiasi futuro cinematografico.
Chissà, forse il suo destino era proprio scritto, quello di diventare una stella, forse la più ammirata dal mondo maschile negli anni settanta, invece di fare l’insegnante di educazione fisica, che poi era la carriera che aveva scelto, in quella Napoli che la accolse quando era ancora in tenera età. Galeotti furono sia la sua bellezza eccezionale, sia la sua incredibile carica erotica, quella di una donna non appariscente almeno come misure, ma dallo sguardo irresistibile, dal fisico perfetto e la decisione di girare alcuni caroselli, che le spianarono la via per le prime scritture cinematografiche. Gira 5 film uno dietro l’altro, anche se con ruoli di secondo piano, in film che si chiamano Le spie vengono dal semifreddo, regia di Mario Bava del 1966

Nel film di Fulci All’onorevole piacciono le donne
Scusi, lei è favorevole o contrario?, regia di Alberto Sordi del 1967, La rivoluzione sessuale, regia di Riccardo Ghione (1968) e L’arcangelo, regia di Giorgio Capitani (1969)
Sarà un film mal distribuito in Italia, tagliuzzato dalla censura fino a renderlo un pastrocchio inestricabile a farla diventare famosa, quanto meno all’estero: Le malizie di Venere, di Massimo Dallamano, Il film, uscito all’estero nel 1969, era ben altra cosa rispetto alla versione italiana; tratto da un romanzo di Leopold Von Masoch, autore già di per se dannato per la scabrosità trattata nelle sue opere, fatte di descrizioni crude di rapporti intrisi di schiavitù psicologiche e fisiche,
Le malizie di Venere era già condannato, per il tema trattato, all’oblio, almeno in Italia. Lei, Laura, trasformata in bionda, è Wanda, la protagonista della storia. Film a tinte forti, che ne traccia il percorso cinematografico: d’ora in poi sarà il sogno proibito, la donna che seduce, un’autentica icona sexy. Dopo lo scolorito Gradiva, regia di Albertazzi, partecipa ad un altro film che rimarrà nella storia per essersi rivelato un fiasco clamoroso ai botteghini: è Incontro d’amore a Bali, di Ugo Liberatore, un film che alterna paesaggi bellissimi ad una storia caotica e strana. Lei, Laura, è Daria, moglie di un fotografo amico di Glenn, uno strano tipo che è diventato seguace della religione locale.

Laura Antonelli nel celebre Malizia
Un film che la vede bellissima, giovane e vogliosa di imporsi, cosa che farà nel 1971 girando il suo primo, vero grande successo italiano, Il merlo maschio, per la regia di Pasquale Festa Campanile: il ruolo di Costanza, moglie del frustrato Niccolò, la proietta tra le attrici più desiderate dal pubblico maschile. Nello stesso anno gira Gli sposi dell’anno secondo , nel quale lavora con Jean Paul Belmondo, con il quale inizierà una tormentata storia d’amore; Laura ha 30 anni, al cinema è arrivata tardi, anche se è nel pieno della sua bellezza e della maturità.

Splendida nel ruolo di Costanza in Il merlo maschio
Lavora ancora in Francia, con Labrò nel discreto Senza movente, nel quale è una giovane donna traumatizzata da una violenza sessuale di gruppo e in Trappola per un lupo, di Chabrol, ancora al fianco del suo uomo, Belmondo. Il tempo di girare l’ottimo film di Fulci All’onorevole piacciono le donne, in cui è la suorina incapricciatasi dell’onorevole Puppis, ed eccola arrivare al grandissimo successo di Malizia. Il film di Samperi è un successo incredibile, anche se spiegabile solo con la sua presenza trattandosi di un film davvero sopravalutato, come quasi tutta l’opera del regista di Malizia.

Una Laura Antonelli giovanissima in Gradiva
La parte di Angela La Barbera, moglie di Ignazio, un commerciante, occupata a tenere lontani i tre morbosi figli dell’uomo, la consacra a stella di prima grandezza, la trasforma in un vero mito, e purtroppo, in qualche modo, la rende prigioniera di un clichè dal quale non sfuggirà più. Dopo la partecipazione a Sesso matto, film ad episodi di Dino Risi, lavora nuovamente con Samperi, sempre al fianco dello sfortunato Momo in Peccato veniale, senza però lontanamente toccare il successo travolgente di Malizia.
Nonostante tutto Laura è l’attrice più amata dal pubblico maschile, e lei comunque gira film di ottimo livello, come Dio mio come sono caduta in basso, di Luigi Comencini, in cui è Eugenia Di Maqueda , la nobildonna convinta di aver sposato suo fratello. Nel 1975 gira Simona, regia di Patrick Longchamps e successivamente Divina creatura, diretto da Giuseppe Patroni Griffi ,nel ruolo di Manuela Roderighi , una donna bellissima dalla doppia vita.
Bali incontro d’amore
Laura gira film diretti da ottimi registi, come L’innocente, regia di Luchino Visconti accanto a Giannini, Mogliamante, regia di Marco Vicario , nel ruolo di Antonia, Gran bollito, per la regia di Mauro Bolognini in cui è Sandra, al fianco di un cast stellare che comprende Max Von Sidow, Shelley Winters, Rita Tushingam. E’ il momento di massimo successo; siamo nel 1977, la trentaseienne attrice, bella e ammirata, è contesa da tutti.Pure, paradossalmente, le offerte cinematografiche iniziano a diminuire, cosi nei successivi tre anni, quindi fino alla fine degli anni settanta, Laura lavora solo in Il malato immaginario, regia di Tonino Cervi del 1979 e Letti selvaggi, regia di Luigi Zampa .Nonostante la crisi cinematografica degli inizi anni ottanta, a lei tutto sommato non va male. Si ritaglia un ruolo nelle commedie all’italiana; anche se ormai il genere sta avviandosi ad un rapido declino,
Nel suo ultimo film, il pessimo Malizia 2000
Laura interpreta alcune pellicole di successo, come Mi faccio la barca, regia di Sergio Corbucci (1980) ,Casta e pura, regia di Salvatore Samperi (1981) al fianco di Massimo Ranieri, film che è però un fiasco ai botteghini, Passione d’amore, regia di Ettore Scola (1981) , Viuuulentemente mia, regia di Carlo Vanzina (1982) al fianco di Abatantuono, all’epoca ancora terrunciello,Porca vacca, regia di Pasquale Festa Campanile (1982) e infine Sesso e volentieri, regia di Dino Risi (1982)
La Antonelli in Simona…..
E’ il momento della svolta: la Antonelli ha 41 anni, e per quanto sia ancora bella, sexy e desiderabile, è in quell’età in cui un’attrice non po’ più contare solo sulla avvenenza fisica e dovrebbe trovare strade diverse; a Laura invece, dopo tre anni di assenza dagli schermi, arriva solo la proposta per La gabbia, regia di Giuseppe Patroni Griffi , torbida storia di sado masochismo in cui lei interpreta Marie, una donna che reincontra un vecchio amore e lo rende prigioniero. La parabola discendente è iniziata, e prosegue con La venexiana, regia di Mauro Bolognini , in cui viene affiancata a Monica Guerritore in un film mediocre, una storia banale di due donne che si contendono un affascinante straniero.
Grandi magazzini
La nuova frontiera del cinema italiano è costituita da grandi produzioni con grossi cast, come Grandi magazzini, regia di Castellano e Pipolo , oppure Roba da ricchi, regia di Sergio Corbucci (1987) e Rimini Rimini, regia di Sergio Corbucci (1987) . Sono film in cui la Antonelli ha parti importanti, ma che non escono dal clichè, ormai stanco, della commedia all’italiana.
Fotogramma tratto da Rimini Rimini
Nonostante il lusinghiero successo di Gli indifferenti, regia di Mauro Bolognini (1988) e di Disperatamente Giulia, regia di Enrico Maria Salerno (1989) , due serie tv che ne confermano ancora il fascino che riesce ad avere sul pubblico, il momento della caduta si avvicina a grandi passi, anche se conferma le sue doti in L’avaro, regia di Tonino Cervi (1990)
Siamo al fatidico 1991; l’episodio del possesso di droga ha offuscato l’immagine di Laura, che ha bisogno disperatamente di rilanciarsi. Accetta così di lavorare in Malizia 2000, di Samperi,a 18 anni esatti dal film che la lanciò, Malizia; il film è un tonfo clamoroso, stroncato dalla critica.

Uno dei film degli esordi: Le spie vengono dal semifreddo
Ma la cosa che più conta, per Laura, è il risultato delle operazioni di lifting alle quali si è sottoposta per accontentare il regista. Devastata nel fisico, la Antonelli non può più contare su quella che era la sua arma principale, il bellissimo ed espressivo volto. Inizia così, per lei, un calvario senza fine, accompagnato anche da una serie interminabile di cause giudiziarie contro il regista e la produzione. Distrutta nel fisico, la Antonelli perde anche l’equilibrio mentale, finendo per trovare ricovero presso il centro d’igiene mentale di Civitavecchia , una situazione dalla quale non uscirà più.
Ogni tanto, qualche reporter crudele, immortala il suo volto massacrato, sfatto e irriconoscibile in impietose foto che però suscitano solo sgomento per la loro crudeltà. Scomparsa dalle pagine dei giornali, dal cinema, da quella che era diventata la sua vita, la donna più sexy dello schermo finisce in un oblio senza fine.

Con Sordi in Il malato immaginario
Azzardando un paragone, la sua storia assomiglia, per certi versi, a quella di Marilyn Monroe, quantomeno per la crudeltà che il mondo dorato del cinema ha riservato loro; se la bionda attrice americana è morta lasciando in tutti il ricordo della sua bellezza, non intaccata dai segni dell’età, a Laura Antonelli è successo di peggio: ha dovuto confrontarsi con un nemico terribile, lo specchio, con i fantasmi di un passato sfolgorante, che le aveva dato fama e ricchezza, per poi vedersi strappare brutalmente tutto. Un destino crudele, per un’attrice tra le più belle, e in fondo anche brave, che ha prodotto il nostro cinema negli ultimi 40 anni.
Qui sotto, il malinconico ritratto scritto da Pino Corrias, inviato del Corriere della sera che ha tentato di intervistare, per l’ultima volta, Laura Antonelli. E’ un articolo molto bello, sentito.
“Eccola dunque, perfettamente sola e perduta, ora che per altri dieci anni la sua spugna ha cancellato il mondo circostante. E’ mattina presto, sta andando a messa. Cammina lentissima a piccoli passi. Cammina rasentando i muri. Indossa una tunica di cotone grigio. Scarpe di gomma. Ha un crocifisso al collo. I capelli raccolti. Della sua antica ricchezza le resta poco più di nulla, questo bilocale arredato con le tendine bianche (cucina, salotto, camera con lettino singolo) e una pensione Enpas da 500 euro al mese. Inutile seguirla. Inutile avvicinarsi. Inutile parlarle. Al telefono, un mese fa, è rimasta in silenzio aspettando che sgocciolassero tutte le parole disponibili a motivare un incontro. Poi ha detto: «Laura Antonelli non esiste più». Incontrarla è una vertigine di spavento e una fatica che ti indeboliscono come una cattiva radiazione. Dice: «Non voglio parlare. Non voglio vedere. Non voglio ricordare» (….) Laura Antonelli ha cancellato e si sta cancellando. Per questo ha distrutto tutte le sue foto. E vive in un perpetuo, indistinto, presente. Si sveglia ogni mattina alle 7. Va in chiesa. Torna. Alle 10 arriva una badante che si occupa della spesa e della casa. Ogni tanto arriva un volontario della Charitas. Lei sta seduta in salotto. Legge i salmi della Bibbia. Non compra i giornali. Non guarda la televisione. Va a letto alle 8 di sera. Prega. Al suo amico Albertelli dice di sentire le voci. Le voci le parlano della sofferenza, della solitudine, del tempo che se ne va. Qualche volta piange. Poi (finalmente), si addormenta.”
Ha detto:
«Mi sono legata a uomini sbagliati. Colpa mia. Colpa del mio dannato bisogno di affetto». E poi: «Ho un temperamento drammatico, un po’ russo». E poi: «Ho un male nell’ anima. Ho sempre la voglia istintiva di chiudere gli occhi e di raggomitolarmi in un angolo».
Intervista a L’ortica, Venerdì 09 Marzo 2012
“E’ vero che io ho sbagliato all’epoca, ho commesso molti errori perché non ero felice. Può sembrare paradossale ma un giorno ti guardi allo specchio, vedi che sei bella, ricca e famosa ma ti accorgi che hai un vuoto dentro. Così arrivano scelte sbagliate, cadi nel precipizio e solo grazie alla fede ho superato tante avversità. Per fortuna ci sono tante persone che mi vogliono bene, esiste anche un sito internet chiamato divina creatura dove tutti i miei fans mi lasciano attestati di stima ed affetto. Dio li benedica”
“Mi sono bastate le fregature prese in questi anni anche da persone che pensavo fossero dalla parte del bene. E poi il tribunale non mi permette di maneggiare il mio denaro liberamente dunque sono blindata. Quando ho ottenuto il risarcimento economico per il mio ingiusto arresto del 1991 ho devoluto tutto in beneficienza. Vorrei però ricordare che esistono anche sacerdoti meravigliosi, come don Giuseppe Colaci della parrocchia del Sacro cuore di Ladispoli che frequento assiduamente. Tutta la comunità religiosa mi fa sentire un grande calore attorno, così come i cittadini di Ladispoli che quando mi incontrano per strada sono sempre gentili. Qualche ragazzo mi urla dietro la frase sei ancora bella e io divento rossa”.
“Trovo frivolo e privo di valori il mondo dello spettacolo. E’ diseducativo per i giovani e mette in luce un aspetto solo negativo delle donne che mi sembrano lontane dal buon senso. Agli attori di oggi manca la gavetta, quella che feci io quando venni profuga dall’Istria e iniziai girando degli spot pubblicitari. Preferisco la radio ed un buon libro. Pensate che non vado al cinema da oltre venti anni. E per me il computer resta un oggetto misterioso”.
“Di spirito mi sento appena 40 anni. Voglio vivere tranquilla, amare Dio e pensare sempre positivo. Possibilmente un po’ più libera. Sono felice, ho lasciato tanti anni fa la strada sbagliata. Sto anche bene in salute e mi tengo lontana dai medici”
Mio Dio, come sono caduta in basso
Mogliamante
L’avaro
Gli sposi dell’anno secondo
Sledge
Gran bollito
Un detective
Sesso e volentieri
Passione d’amore
Mi faccio la barca
L’arcangelo
La rivoluzione sessuale
Il turno
Il magnifico cornuto
Grandi magazzini
Gli indifferenti (Tv movie)
Disperatamente Giulia (Tv movie)
Sledge
Scusi lei è favorevole o contrario?
Le sedicenni, regia di Luigi Petrini (1965)
Le spie vengono dal semifreddo, regia di Mario Bava (1966)
Scusi, lei è favorevole o contrario?, regia di Alberto Sordi (1967)
La rivoluzione sessuale, regia di Riccardo Ghione (1967)
Un detective, regia di Romolo Guerrieri (1969)
L’arcangelo, regia di Giorgio Capitani (1969)
Le malizie di Venere, regia di Massimo Dallamano (1969)
Gradiva, regia di Giorgio Albertazzi (1970)
A Man Called Sledge, regia di Vic Morrow (1970)
Incontro d’amore, regia di Paolo Heusch e Ugo Liberatore (1970)
Il merlo maschio, regia di Pasquale Festa Campanile(1971)
Gli sposi dell’anno secondo, regia di Jean-Paul Rappeneau (1971)
Senza movente, regia di Philippe Labro (1971)
All’onorevole piacciono le donne, regia di Lucio Fulci (1972)
Trappola per un lupo, regia di Claude Chabrol (1972)
Malizia, regia di Salvatore Samperi (1973)
Sessomatto, regia di Dino Risi (1973)
Peccato veniale, regia di Salvatore Samperi (1974)
Mio Dio come sono caduta in basso!, regia di Luigi Comencini (1974)
Simona, regia di Patrick Longchamps(1975)
Divina creatura, regia di Giuseppe Patroni Griffi (1975)
L’innocente, regia di Luchino Visconti (1976)
Tre scimmie d’oro, regia di Gianfranco Pagani (1977)
Mogliamante, regia di Marco Vicario (1977)
Gran bollito, regia di Mauro Bolognini (1977)
Il malato immaginario, regia di Tonino Cervi (1979)
Letti selvaggi, regia di Luigi Zampa (1979)
Inside Laura Antonelli (1979)
Mi faccio la barca, regia di Sergio Corbucci (1980)
Il turno, regia di Tonino Cervi (1980)
Casta e pura, regia di Salvatore Samperi (1981)
Passione d’amore, regia di Ettore Scola (1981)
Viuuulentemente mia, regia di Carlo Vanzina (1982)
Porca vacca, regia di Pasquale Festa Campanile (1982)
Sesso e volentieri, regia di Dino Risi (1982)
Tranches de vie, regia di François Leterrier (1985)
La gabbia, regia di Giuseppe Patroni Griffi (1985)
La venexiana, regia di Mauro Bolognini (1986)
Grandi magazzini, regia di Castellano e Pipolo (1986)
Roba da ricchi, regia di Sergio Corbucci (1987)
Rimini Rimini, regia di Sergio Corbucci (1987)
Gli indifferenti, regia di Mauro Bolognini (1988) Miniserie TV
Disperatamente Giulia, regia di Enrico Maria Salerno (1989) Miniserie TV
L’avaro, regia di Tonino Cervi (1990)
Malizia 2000, regia di Salvatore Samperi (1991)
Malizia
Malizia,diretto da Salvatore Samperi,rappresenta una pietra miliare per il cinema targato anni settanta. Non di certo per il suo valore artistico,quanto meno basso,ma per la fenomenologia a cui diede inizio. Un film costato poche centinaia di milioni di lire e che si trasformò in un trionfo al botteghino,un film che lanciò la figura sexy-casalinga di Laura Antonelli,un film che ridiede fiato al cinema erotico,in debito di ossigeno dopo la stagione dei decamerotici.

Alessandro Momo ( Nino) e Angela Luce (la vedova Ines)
Laura Antonelli
Malizia ebbe il merito (se naturalmente di merito si può parlare) di aprire la stagione del sexy casalingo,in cui zie,sorelle,fratelli cugine e parentame vario si trasformano in allupati personaggi in cerca di soddisfazione sessuale casereccia.
Malizia racconta la storia di un vedovo con tre figli,che prende in casa una cameriera giovane,bella e sexy: sia i tre ragazzi sia l’uomo le mettono subito gli occhi addosso. Il commerciante vorrebbe sposarla,ma la ragazza pone come condizione che i tre figli siano d’accordo. La ragazza,dopo essersi barcamentata tra le lascive attenzioni,cederà proprio a quelle del giovane Nino,in una sera di pioggia.

La bellissima Laura Antonelli è Angela
A parte la Antonelli e a parte il povero Alessandro Momo,che avrebbe avuto la sua affermazione nel successivo Profumo di donna,prima di morire in un incidente stradale, Malizia rappresenta solo una commedia all’italiana di nuovo stampo; sono le pruderie erotiche degli italiani a rappresentare il costume,non più i tic e le manie. La storia in effetti è anche abbastanza noiosa, a guardarla bene; le pruderie dei ragazzi della famiglia, di Ignazio La Brocca, il venditore di tessuti, di Antonio, il maggiore dei ragazzi, diciottenne, che almeno avrà il pudore di farsi da parte, sono stereotipi di situazioni che verranno ripetute all’infinito in molte altre storie che seguirono sugli schermi.
Il genere erotico/casalingo trova in Malizia il suo principale precursore, e da allora in poi sarà tutto un fiorire di zie vogliose, cuginette sexy per arrivare anche alle nonne (Fenech docet), passando per sorellastre e patrigni, in un viluppo di situazioni ai limiti o ben oltre l’incesto. Samperi, regista furbissimo, capì il momento giusto per lanciare un’opera sottilmente erotica, giocata sul vedo-non vedo, come testimoniato nella celebre sequenza finale, in cui la povera ( ma nemmeno così ingenua) Angela La Barbera, viene inseguita dai fasci di luce proiettati dal giovane Nino, momenti fissati dalla splendida fotografia di Storaro, unico motivo di eccellenza della pellicola in aggiunta alla splendida Laura Antonelli, forse la più bella delle attrici italiane degli anni settanta.

Angela spiata da Nino e Porcello
Tra gli attori vanno segnalati, oltre ovviamente alla Antonelli e allo sfortunato Momo, Turi Ferro nel ruolo di Ignazio, padre dei ragazzi, Tina Aumont, in una breve parte, quella di Luciana sorella di Porcello, amichetto lascivo di Nino. Inoltre completano il cast una bravissima Angela Luce, la vedova vogliosa e la grande Lilla Brignone, nonna dei tre ragazzi. In una stagione triste per la vita sociale,con l’inizio degli anni di piombo,Malizia rappresenta un tentativo di alleggerimento della morale;un tentativo puerile e pecoreccio,certo,ma che avrebbe avuto ben altro risalto senza un sociale così pericoloso e preoccupante.
Malizia, un film di Salvatore Samperi. Con Tina Aumont, Laura Antonelli, Lilla Brignone, Turi Ferro, Alessandro Momo, Angela Luce, Pino Caruso, Stefano Amato. Genere Commedia, colore 99 minuti. – Produzione Italia 1973.

La celebre sequenza dell’inseguimento notturno alla luce di una piccola torcia
Laura Antonelli: Angela La Barbera
Turi Ferro: Ignazio La Brocca
Alessandro Momo: Nino La Brocca
Tina Aumont: Luciana Puglisi
Lilla Brignone: nonna
Pino Caruso: Don Cirillo
Angela Luce: vedova Ines Corallo
Stefano Amato: Puglisi “Porcello”
Gianluigi Chirizzi: Antonio La Brocca
Grazia Di Marzà: Adelina
Massimiliano Filoni: Enzino La Brocca
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Ottavio Jemma, Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto (arrangiamenti di José Mascolo)
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Piero Tosi
Trucco Mauro Gavazzi (trucco), Gilberto Provenghi (parrucco)
Mio Dio, come sono caduta in basso

La giovane e bellissima marchesa Eugenia di Maqueda sta per sposare Raimondo Corrao, plebeo; lei probabilmente è anche innamorata di lui, Raimondo ha bisogno di un titolo nobiliare. La ragazza, allevata dalle suore, è completamente a digiuno delle cose del sesso, così attende con curiosità la prima notte di nozze. Ma, durante l’approccio del marito, i due vengono interrotti da un telegramma.

Chi scrive è il padre della ragazza, che racconta ai due stupefatti coniugi di essere il padre di entrambi. Come rivelato da un diario nascosto in un cassetto della specchiera della camera da letto, il padre, rimasto privo di parte della virilità durante la guerra d’Africa, tornato a casa si fa sostituire nel talamo dal suo fedele attendente, in modo da poter dare un erede maschio alla sua casata, sopratutto per non perdere un’ingente eredità.
Il trucco funziona parzialmente, perchè la moglie del barone resta incinta, ma scopre l’inganno e poco dopo aver dato alla luce Raimondo, muore. Mentre il barone, da quel momento, si da alla bella vita, per Eugenia inizia una vita lontana dalle tentazioni del mondo tra le suore di un collegio.
La scoperta del rapporto di parentela costringe i due ad una vita casta; ma Eugenia è giovane e vogliosa, così, dopo essersi offerta ad un barone francese, seduttore impenitente, viene da questi rifiutata perchè vergine. Disperata, Eugenia rivolge le sue attenzioni su Silvano, focoso autista della famiglia. Mentre Raimondo si immerge nei piaceri della lettura di D’Annunzio, Eugenia sperimenta i piaceri della carne con il giovane Silvano. La storia finisce perchè Silvano viene arrestato per furto.
Così, mentre Raimondo parte per la guerra d’Africa, Eugenia si dedica alle opere pie, sempre sospirando l’amore e le gioie della carne. Durante la guerra si imbatterà proprio in Silvano, rimasto gravemente ferito al fronte. Dopo una breve avventura saffica con una sua libertina conoscente, Eugenia, rimasta vedova, si rifugia a Parigi, meditando il suicidio. Ma qui verrà raggiunta da Silvano, che non l’ha dimenticata, e i due ritroveranno l’amore.
Diretto da Luigi Comencini, Mio Dio come sono caduta in basso è una commedia con intenti satirici; la diversa interpretazione dei ruoli maschili e femminili nell’Italia di inizio secolo, nel meridione, per l’esattezza, è una delle chiavi di lettura del film. Che resta sospeso tra la commedia, a tratti graffiante, e la pochade, quasi un romanzo d’appendice di Liala. Grazie a costumi raffinati e ad una splendida fotografia, Comencini ritrae una Sicilia peccaminosa dietro la parvenza di moralità, simboleggiata dal tradimento boccaccesco del barone,
che sacrifica la virtù della moglie per i soldi, dall’atteggiamento del gattopardesco Raimondo, dalle pulsioni erotiche di Eugenia, personaggio in bilico tra la morale imposta da un’educazione assolutamente repressiva e le pulsioni della carne e dei sentimenti. Il tutto si dipana attraverso una storia che si lascia guardare con piacere, a tratti beffarda, a tratti ironica e sarcastica.Sicuramente all’altezza i personaggi, con Alberto Lionello un po sulle righe nell’interpretazione di Raimondo Corrao,
di Laura Antonelli, deliziosamente sexy e ingenua in una delle sue migliori interpretazioni. Bene Pagliai, il barone di Maqueda, viveur dedito ad una vita di agi e mollezze, bello il cameo di Rochefort, il barone che rifiuterà le avance di eugenia, perchè attratto solo da donne vissute. E un bravo anche al giovane Michele Placido, che interpreta perfettamente il ruolo dell’autista, futuro amore proibito di Eugenia.
Cameo per la futura porno star Karin Schubert, nella parte di una disinibita amica di Eugenia. Memorabili le scene della prima notte di nozze, e sopratutto quella della seduzione di eugenia da parte di Silvano, in un casolare; l’uomo si troverà a fare i conti con mutandoni, corpetti, guepiere, una massa di vesti capaci di spegnere sul nascere qualsiasi desiderio sessuale.

La prima avventura saffica con l’amica, Karin Schubert
Mio Dio, come sono caduta in basso, un film di Luigi Comencini. Con Michele Placido, Laura Antonelli, Alberto Lionello, Rosemarie Dexter, Ugo Pagliai, Lorenzo Piani, Jean Rochefort, Karin Schubert, Carla Mancini
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.
Laura Antonelli: Eugenia Di Maqueda
Alberto Lionello: Raimondo Corrao, marchese Di Maqueda
Michele Placido: Silvano Pennacchini, autista
Jean Rochefort: Barone Henri De Sarcey
Ugo Pagliai: Ruggero Di Maqueda
Rosemarie Dexter: Florida, madre di Eugenia
Karin Schubert: Evelyn
Michele Abruzzo: Don Pacifico
Regia Luigi Comencini
Soggetto Ivo Perilli, Luigi Comencini
Sceneggiatura Ivo Perilli, Luigi Comencini
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Casa di produzione Dean Film
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli
Musiche Fiorenzo Carpi
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Dante Ferretti
La Venexiana
Ennesimo film con ambientazione veneziana, come del resto recita il titolo, preso alla lettera da un romanzo scritto in dialetto veneziano nel 1500, non ancora attribuito con certezza. Un romanzo allegro, ridanciano e divertito, scopertamente erotico sia come tematica sia come situazioni. Jules, gentiluomo straniero, approda nella città lagunare durante la locale festa del Ringraziamento; qui conosce Bernardo, gondoliere, che scarrozza l’affascinante ospite attraverso una Venezia che appare da dubito sotto una luce libertina. Il gondoliere, oltre ad illustrare le meraviglie di Venezia, decanta la bellezza delle donne locali, prospettando al giovane la possibilità di avere molte avventure galanti.
Il giovane viene immediatamente notato da due donne; la prima, Angela, è una vedova, ancora piacente e affascinante, mentre l’altra, Valeria, è una donna dai robusti appetiti sessuali, essendo giovane e maritata ad un uomo che è sempre assente per lavoro. La furba Valeria sguinzaglia la sua cameriera personale Oria sulle tracce del giovane, riuscendo a carpire al giovane la promessa di u incontro notturno con la sua padrona. Così, la sera, Jules accompagnato da Bernardo conosce Angela, e bruciato da cocente passione la ama per tutta la notte, mentre il buon Bernardo si consola tra le braccia di una corpulenta fantesca.
Monica Guerritore
Il tour de force di Jules continua, perchè Valeria, incapricciata del giovane, non demorde, riesce a convocarlo a casa sua, dopo essere andata personalmente di notte in giro per le calli veneziane vestita da cavaliere a cercarlo. Così il fortunato Jules si gode anche le grazie della bella Valeria; il tutto però arriva alla fine con il rientro in città del marito della donna, così Jules, appagato e soddisfatto, probabilmente anche un tantino sollevato, può ripartire dalla città lagunare.

Jason Connery e Laura Antonelli
Del romanzo libertino e ridanciano dell’anonimo veneziano resta poco; l’atmosfera di peccato, di erotismo diffuso rimane, nelle intenzioni del regista Bolognini, tutto nelle intenzioni, e si trasforma quasi in un dramma, quindi lontano anni luce dall’atmosfera pagana e divertita del romanzo stesso. Il regista, pur usando la sua patinata fotografia, la sua classica ambientazione curata, cerca di puntare qualcosa sulle psicologie dei personaggi, ma incappa prima di tutto in un errore clamoroso, scritturando per il film Jason Connery, figlio del grande Sean, assolutamente inespressivo e assolutamente inadatto alla recitazione.
Si salvano le due protagoniste femminili, Laura Antonelli, ormai avviata al tramonto, comunque in grado di tenere dignitosamente la scena e la giovane Monica Guerritore, forse più a suo agio nei panni (svestiti) della moglie insoddisfatta. Da ricordare anche la presenza di Claudio Amendola nei panni del gaudente Bernardo, il gondoliere. Un film francamente deludente, immerso in un erotismo patinato, con fosche tinte e colori, quasi più vicino al drammatico che al godereccio leif motiv del romanzo, che alla fine toglie al tutto quel sapore di festa pagana dell’Eros che Bolognini non ha voluto riprendere.
La Venexiana, un film di Mauro Bolognini. Con Jason Connery, Laura Antonelli, Monica Guerritore, Annie Belle, Stefano Davanzati, Claudio Amendola, Clelia Rondinella, Monica Guerritore
Erotico, durata 125 min. – Italia 1985.
Laura Antonelli: Angela
Monica Guerritore: Valeria
Jason Connery: Jules
Clelia Rondinella: Nena
Claudio Amendola: Bernardo
Cristina Noci: Oria
Regia Mauro Bolognini
Soggetto dalla commedia di anonimo La Venexiana
Sceneggiatura Massimo Franciosa
Produttore Ciro Ippolito
Casa di produzione Lux International
Musiche Ennio Morricone
All’onorevole piacciono le donne

L’uscita di questo film di Fulci, targato 1972, fu accompagnata da polemiche, sequestri tagli e ire censorie, provocate non tanto dalle scene di nudo, peraltro molto caste, ma dalla carica dissacrante, ironica, anche blasfema che esso conteneva. Un attacco diretto, violento e senza mediazioni al potere politico di allora, alle sue ipocrisie, al malcostume dilagante degli intrecci tra stato e poteri criminali, a quello tra il potere politico e quello ecclesiale. Un attacco forse confuso, perchè nel film c’è troppa carne al fuoco, ma sicuramente corrosivo, tanto da provocare reazioni sdegnate e furibonde proprio dal potere politico, messo impietosamente a nudo, ma non solo; vengono sbeffeggiati i poteri forti, la chiesa, l’esercito e le istituzioni. Non si salva nulla.
Anita Strindberg, la moglie dell’ambasciatore
Giacinto Puppis è cresciuto, per colpa di un’educazione repressiva, con la fobia per le donne. Ha fatto carriera politica, ed è in ballottaggio per diventare il nuovo presidente della repubblica, anche se il suo principale antagonista, Torsello, è politicamente appoggiato da un altro schieramento forte. Ma Puppis ha dalla sua l’influenza determinante del cardinale Marabini, ammanigliato con altri politici, e non solo con poteri propriamente istituzionali.
Eva Czemerys, visione onirica di Puppis
Puppis, morigerato al limite della bacchettoneria, all’improvviso si trasforma; un giorno, durante il ricevimento in onore dell’ambasciatore francese, viene colto da una visione onirica, quella dell’affascinante lady dell’ambasciatore in vesti succinte. da quel momento inizia la tortura per Giacinto; perseguitato da visioni erotiche, si confessa con l’amico prete, che decide di mandarlo, tramite uno psicanalista, in un convento; qua però la sessualità repressa di Puppis esplode letteralmente, e ben presto il timido e represso onorevole si trasforma in un gaudente playboy.
Preoccupato dalle ripercussioni che potrebbe avere la notizia del comportamento del probabile presidente della repubblica, il cardinale, con l’aiuto di alcuni mafiosi, fa sparire gli scomodi testimoni. Ma lo scandalo sembra sul punto di scoppiare comunque quando una suora si libera dei veli e decide di seguirlo; il cardinale la fa rapire dalla mafia, e convince con le minacce il titubante Puppis a riprendere la sua corsa al Quirinale, che verrà agevolata anche dall’eliminazione del pericoloso rivale, Torsello.
Laura Antonelli, la suora innamorata
Anche se tecnicamente confuso, sfilacciato, a tratti incomprensibile, anche per i pesanti tagli operati dalla censura,All’Onorevole piacciono le donne (nonostante le apparenze… e purché la Nazione non lo sappia) ,titolo completo del film, è un’opera intrigante, divertente, in cui non mancano però grossi difetti, come la mancanza di ritmo, la confusione che sembra regnare sopratutto nelle arti in cui Puppis si abbandona a sogni erotici, che allentano la trama facendola deragliare pericolosamente.
Fulci, assistito da un cast di ottimo livello, nel quale giganteggia Lando Buzzanca, assolutamente perfetto nei panni di Puppis e con un Lionel Stander che sembra nato cardinale, dirige una commedia al vetriolo, che vista oggi mostra ancora sinistri accostamenti con la realtà odierna. Il partito di maggioranza di allora, la Dc può essere facilmente identificata nei politici affaristi che manovrano dietro le quinte, mentre il potere della chiesa si è occultato con molta abilità.Nel cast figurano molte bellissime dello schermo, come la bellissima Laura Antonelli, la suorina in abiti succinti sedotta da Puppis; Anita Strindberg, splendida nel ruolo della moglie dell’ambasciatore francese e ancora Agostina Belli, la sfortunata Eva Czemerys oltre al grande Renzo Palmer. Un cast di rilievo, che contribuisce in maniera determinante alla riuscita di una pellicola troppo frettolosamente archiviata, forse per la sua potente e feroce carica trasgressiva. Non gioca a favore del film nemmeno il titolo, che sembra occhieggiare verso la commedia erotica, che nel 1972 iniziava a muovere i primi passi. Il film è disponibile su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=atd2LB0f4D0 in una versione accettabile dal punto di vista qualitativa
All’Onorevole piacciono le donne (nonostante le apparenze… e purché la Nazione non lo sappia)
un film di Lucio Fulci. Con Lionel Stander, Lando Buzzanca, Laura Antonelli, Corrado Gaipa, Renzo Palmer,Agostina Belli, José Quaglio, Arturo Dominici, Armando Bandini, Francis Blanche, Aldo Puglisi, Feodor Chaliapin, Quinto Parmeggiani, Christian Alegny, Eva Czemerys, Anita Strindberg, Claudio Nicastro
Grottesco, durata 108 min. – Italia 1972.
Lando Buzzanca: onorevole Giacinto Puppis
Lionel Stander: Cardinale Maravidi
Laura Antonelli: suor Delicata
Renzo Palmer: padre Lucion
Corrado Gaipa: Don Gesualdo
Agostina Belli: suor Brunhilde
Anita Strindberg: moglie dell’ambasciatore francese
Feodor Chaliapin Jr.: senatore Torsello
Francis Blanche: padre Schirer
José Quaglio: Pietro Fornari
Arturo Dominici: sua eccellenza
Eva Czemerys: donna del sogno
Armando Bandini: Bartolino, segretario di Maravidi
Aldo Puglisi: Carmelino l’autista
Claudio Nicastro: Baddoni, capitano di polizia
Guglielmo Spoletini: Antonio Gazza
Luigi Zerbinati: il generale
Quinto Parmeggiani: capitano Leonardi
Pupo De Luca: poliziotto all’intercettazioni
Corrado Gaipa: Cardinale Maravidi
Melina Martello: suor Delicata
Elio Zamuto: Don Gesualdo
Solvejg D’Assunta: suor Brunhilde
Alberto Lionello: senatore Torsello
Oreste Lionello: padre Schirer e Carmelino l’autista
Manlio Busoni: Pietro Fornari
Renato Turi: Baddoni, capitano di polizia
Luigi Casellato: il generale
Roberto Bertea: poliziotto all’intercettazioni
Regia Lucio Fulci
Soggetto Lucio Fulci, Sandro Continenza
Sceneggiatura Lucio Fulci, Sandro Continenza, Ottavio Jemma (non accreditato)
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione New Film Production, Productions Jacques Roitfeld
Distribuzione (Italia) Fida Distribuzione
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Vincenzo Tomassi
Effetti speciali Eugenio Ascani
Musiche Fred Bongusto
Tema musicale Dormi serena di Bruno Martino
Costumi Luciana Marinucci
Trucco Giannetto De Rossi
Dal sito http://www.dagospia.com
(…) Bloccare il film diventa un affare di Stato. E pure dei servizi. Anni dopo Fulci ha raccontato in un libro, Miei mostri adorati, che davanti casa sua cominciarono a manifestarsi strane presenze: «Il mio telefono cominciò a non funzionare. Strani ometti, col distintivo SIP, ma senza la I, venivano a “ripararlo”. Sotto casa, tutti i giorni, c’era sempre un signore in una 500 che leggeva tranquillamente il giornale. Persino una delle mie figlie, che allora erano piccolissime, notò che il giornale era sempre di uno stesso giorno».
Non solo. La copia inviata alla censura fu fatta sparire. Fu invece organizzata al Viminale una privatissima proiezione alla quale partecipò gran parte dello Stato maggiore democristiano, con le forze di polizia a custodire la sala. «Mi dissero poi che Andreotti e Fanfani si erano divertiti moltissimo», raccontò Fulci in una intervista. Ma altri democristiani, evidentemente, non si divertirono altrettanto.
A nulla servì la mediazione dello stesso Fanfani. Pare che Colombo si lamentò con lui del fatto che quella pellicola gli avrebbe rovinato la reputazione a livello internazionale. E Fanfani, ineffabile: «Ma chi vuoi che lo veda all’estero un film di Fulci?» (la previsione si rivelò errata: all’estero il film ebbe un notevole successo, fu distribuito persino negli Stati Uniti col titolo The senator likes wowen e ancora oggi per trovarne una versione integrale in Dvd è al mercato straniero che bisogna rivolgersi). (…)
L’opinione di Vincenzo Carboni dal sito http://www.filmtv.it
Qualcuno deve pur dirlo. E’ un capolavoro, con il solo torto di travestirsi da commedia erotica, e di essere firmato da Fulci, che solo a sentirlo nominare qualunque suo film si beccava la solita solitaria stelletta da parte della tanto avvisata critica ufficiale. Si tratta di capolavoro, ed è di tutta evidenza che lo sia, a patto di guardare meglio, osservare meglio in trasparenza tramite il velo di cui è coperto. ‘All’onorevole…’ possiede la comicità certo, ma quella di Kafka, grottesca, scivolosa, non consolatoria, bastarda, perversa, minore, non gridata, animalesca. E’ un film che fa del corpo il protagonista, ma un corpo che obbedisce a pulsioni che eccedono il soggetto, portandolo verso derive di senso in grado di contestare il potere, di ridicolizzarlo. Il sesso diviene una via di fuga da un IO di parata a cui Puppis sente di non dover più soggiacere. Cavalca quindi la propria felice pulsione (è preda di raptus violenti e immemori in cui è portato a strigere qualsivoglia culo si presenti davanti ai propri occhi, di uomo o di donna non fa differenza) per fuggire dalla sorveglianza di stato che lo vuole eletto a ruolo simbolico (Presidente della Repubblica), perdendo in questo il corpo, i cui diritti si fanno sentire tramite il sant’uomo che è il sintomo. Raccomando i curiosi di questo film di accertarsi di vedere la versione meno tagliata. Si sa che Fulci è stato il regista forse più censurato al mondo, facendo emergere da questo la stella di merito più importante attribuitagli, quello di essere un regista scomodo, comunque non gradito a certo establishment. La versione in dvd viaggia con 23 minuti di tagli (VENTITRE!!!!), mentre quella che passa in TV è priva solo -si fa per dire- di 5 scene, e non si tratta di scene di nudo, ma di scene in cui la nudità riguarda il ridicolo che sprizza da certi organismi di stato, che appaiono privi di veli, quindi ridicoli al più alto grado.
L’opinione del sito http://www.storiadeifilm.it
(…) Nonostante il titolo e l’apparenza tutto sommato innocui, l’opera più controversa, maledetta, sequestrata, tagliuzzata, censurata (ancora oggi è raro vederlo in tv prima delle 3 notte), avveniristica, presaga dei suoi e dei nostri tempi, che il regista romano abbia mai realizzato.
La pellicola che fece tremare la già traballante maggioranza di governo alla vigilia delle elezioni del febbraio 1972. Visionato al Viminale dai vertici della DC in persona, contravvenendo apertamente a quanto previsto della costituzione. E quindi bocciato dagli organi preposti con la falsa motivazione di “ostentata oscenità e licenziosità del linguaggio”. L’offesa al comune senso del pudore che è l’ultimo rifugio di un governo di corrotti e mascalzoni. Se c’è un film chiave per comprendere perché, fra le tante e non sempre lusinghiere etichette che gli sono state appiccicate in quasi quarant’anni di onorata carriera, quella di “terrorista dei generi” sia la più aderente alla realtà dei fatti, nonché la più apprezzata e condivisa da Fulci stesso, questo è sicuramente All’Onorevole Piacciono Le Donne. (…)
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Tagliente, impavida satira degli intrallazzi tra DC, clero, gerarchie militari e Cosa Nostra. La sceneggiatura è pervasa di humour nero ed efficaci sequenze onirico-sessuali simili a quelle proposte in Una lucertola. Un Buzzanca al top presiede un foltissimo cast di comprimari (Palmer frate epicureo e comunista, Stander cardinal criminale) e indispensabili ruoli di contorno (Gaipa, Parmeggiani, Nicastro, Chaliapin, Puglisi…). Belle la Antonelli e la Strindberg; palpitante e immaginaria la Czemerys.
Le malizie di Venere
Uscito per il mercato estero con il titolo Venere in pelliccia, questo film di Massimo Dallamano, o anche Max Dilmann, come talvolta si è firmato, è un’opera complessa, difficilmente valutabile da coloro che hanno visto la versione spaventosamente mutilata che circolava in Italia negli anni settanta. Il film, uscito all’estero nel 1969, era ben altra cosa rispetto alla versione italiana; tratto da un romanzo di Leopold Von Masoch, autore già di per se dannato per la scabrosità trattata nelle sue opere, fatte di descrizione crude di rapporti intrisi di schiavitù psicologiche e fisiche, Le malizie di Venere era già condannato, per il tema trattato, all’oblio, almeno in Italia.
Laura Antonelli
La storia narra le vicende di Xavier, un ricco e affascinante tedesco, che nel corso di una vacanza conosce una disinibita ragazza italiana, Wanda, dalla mente perversa, libera e amorale. L’uomo si innnamora perdutamente della bellissima wanda, una insolitamente bionda Laura Antonelli, che però non esita a tradirlo, mostrando una vocazione assolutamente tendente alla poligamia sessuale che l’uomo è costretto ad accettare. Decide di portarla con se in Italia, degradandosi sempre più pur di raccogliere le briciole che Wanda gli riserva;
la donna lo costringe a diventare il suo autista personale durante le scorribande erotiche che ha con occasionali partner. Durante un’orgia, Wanda uccide un vagabondo che aveva sedotto, ma la ragazza, con la complicità delle cameriere, scompare, e Xavier si autoaccusa del delitto. Sarà in tribunale, all’ultimo momento, che Xavier verrà scagionato dalle accuse, grazie alle testimonianze di una persona della servitù che racconterà la verità.
Libero, Xavier cerca la sua ossessione bionda, Wanda, la rincorre di paese in paese e alla fine si libera di colpo dei suoi problemi psicologici uccidendo la perversa donna, e ponendo fine al suo rapporto sadomasochistico.
Il film, visto in edizione integrale, ha un suo svolgimento anche abbastanza logico, ma la versione che circolò in Italia, sforbiciata e integrata con scene girate con altri attori e con un altro finale, rende la visione difficilmente sopportabile, viste le incongruenze che la trama va ad assumere.
Nel film si respira un’aria quasi tossica, parallelamente alla visione della vicenda torbida a cui assistiamo. Il rapporto di sudditanza tra Xavier e Wanda, la crudeltà di Wanda, le scene torride di sesso alimentano il tutto, grazie anche al commento sonoro, molto adeguato, di Reverberi. Maiuscola la prova di laura Antonelli, volto da ingenua che in questo film si trasforma in una dark queen assolutamente amorale, ben aldilà dei limiti della ninfomania.
I meriti del film finiscono qui, perchè manca, per esempio, uno spessore psicologico che nel libro è la parte fondamentale. Dallamano cerca più il colpo ad effetto, insistendo moltissimo sulle splendide nudità della Antonelli, sulla tendenza di Wanda, a passare oltre i confini della morale, entrando in un mondo fatto di soli istinti primordiali, in cui il dominio assoluto del partner diventa forma di affermazione del proprio malsano io.
Nella versione italiana, girata per raggiungere il tempo necessario a farne un film che potesse uscire nelle sale, Xavier racconta parti della sua storia, come se fossero dei flashback, mentre è in galera in attesa del processo. Un espediente necessario, ma che trasforma il tutto in un’opera indigesta, in cui l’unica cosa a salvarsi davvero è la presenza della splendida Antonelli.
Per gli amanti dei film originali, l’unica possibilità che esiste di vedere il film in versione integrale consiste nel procurarsi il dvd giapponese, con tanto di sottotitoli in inglese, edito dalla Happinet pictures e distribuito per una cifra non indifferente, 37 dollari, reperibile a questo indirizzo: http://www.cdjapan.co.jp/detailview.html?KEY=BBBF-5165
Le malizie di Venere (Venere in pelliccia), un film di Massimo Dallamano. Con Laura Antonelli, Renate Kasch, Rex Duval, Mady Rahl
Erotico, durata 90 min. – Italia 1969-75.


Laura Antonelli: Wanda de Dunaieff
Régis Vallée: Severin
Loren Ewing: Bruno
Renate Kasché: Gracia
Werner Pochath: Manfred
Mady Rahl: Helga
Josil Raquel: Carmen
Michael Kroll: Pittore
Fred Newman: Giardiniere

Regia Massimo Dallamano
Sceneggiatura Inge Hilger, Fabio Massimo
Produttore Luggi Waldleitner
Casa di produzione Roxy-Film, Vip Produktion
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Hans Zeiler
Musiche Gian Piero Reverberi
Scenografia Alida Cappellini
Il merlo maschio
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Nel 1971 Pasquale Festa Campanile,regista e scrittore,diresse questo film apparentemente senza pretese;prese due attori tutto sommato non molto conosciuti,Lando Buzzanca e la giovane e sensuale Laura Antonelli,prendendo come soggetto un tema molto scabroso per l’epoca,una storia di esibizionismo,una rivincita sulla frustrazione dovuta al quotidiano attraverso l’esibizione della moglie del protagonista.Una storia semplice,che risultò,alla fine,come uno dei film più visti dell’anno,e non solo per la sovraesposizione delle bellezze fisiche,peraltro notevolissime,della Antonelli. Si,perchè Il merlo maschio è una storia arguta,ironica,garbata e mai volgare,nonostante la Antonelli reciti praticamente nuda per quasi tutto il film.
La storia inizia a Verona,dove un violoncellista anonimo,Niccolò Vivaldi (omen nomen),vive una carriera in ombra,senza grosse soddisfazioni,anzi;è quasi invisibile ai colleghi,principalmente al suo direttore d’orchestra. Ma un giorno,mentre osserva la moglie che dorme,nuda,le scatta una foto e la manda ad un giornale osè. E’ l’inizio di una rivincita,non più legata alle proprie doti,ma a quelle della moglie,un senso di rivincita per interposta persona,che lo porta ben presto a capire quale livello di libidine scateni negli altri la visione del morbido corpo della consorte.
Che,per amore,e forse anche lusingata,accetta di buon grado. Dottori e casuali e occasionali guardoni si contendono ben presto le grazie (solo visive) della bellissima e ingenua donna,che si spinge sempre più in là,in rotta di collisione con la morale dell’epoca,anche se,formalmente,l’onore è salvo.
Perchè lei è sposata (in Italia il divorzio era lungi da venire),ed è una moglie fedele,almeno fino al giorno in cui Niccolò,che ha perso il senso delle proporzioni e che sogna un tributo ampissimo da una grande platea,non la mette in una custodia di violoncello,nuda come l’ha fatta mamma,e la espone al ludibrio della platea maschile dell’Arena di Verona,stracolma.
E’ il punto finale,il trionfo dell’uomo,ma anche la sua fine;finirà in manicomio,e la sua compagna finirà probabilmente nelle mani di qualche avido e interessato guardone. Un finale amaro per un film a metà strada tra il grottesco,sottolineato da alcune scene abbastanza incredibili e la denuncia di una società sicuramente bacchettona,in cui la sessualità è vissuta con vergogna,e in cui certe cose si fanno solo con le donnacce. Perbenismo e ipocrisia quindi alla frusta,pur nei limiti di un film che non esce mai dai canoni della commedia,pur di buon livello. Bravi sicuramente lando Buzzanca e la splendida Antonelli,che vide fare un balzo in vanti alla sua carriera,culminata con quel capolavoro di erotismo vedo-non vedo che è Malizia.
Il merlo maschio (1971) un film di Pasquale Festa Campanile con Lando Buzzanca, Laura Antonelli, Lino Toffolo, Ferruccio De Ceresa.
Laura Antonelli: Costanza Vivaldi
Lando Buzzanca: Niccolò Vivaldi
Ferruccio De Ceresa: lo psicanalista
Gianrico Tedeschi: il direttore d’orchestra
Elsa Vazzoler: madre di Costanza
Lino Toffolo: Cavalmoretti
Gino Cavalieri: padre di Costanza
Luciano Bianciardi: Mazzacurati
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Luciano Bianciardi (dal racconto Il complesso di Loth)
Sceneggiatura Pasquale Festa Campanile
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Sergio Montanari e Mario Morra
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri

















































































































































































































































































