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Bello come un arcangelo

Bello come un arcangelo locandina 2

Un Buzzanca straripante interpreta come al solito un personaggio molto dotato sessualmente a caccia di facili prede
in una commedia (commediaccia?) diretta da Alfredo Giannetti nel 1974,reduce dal grandissimo successo ottenuto qualche anno prima
con lo sceneggiato tv La famiglia Benvenuti.
Siamo nel solito ambito della commedia a metà strada tra il sexy e il farsesco,con qualche ambizione di commedia brillante che naufraga
miseramente su una sceneggiatura rozza e insulsa,sacrificata sull’altare dello sfruttamento del personaggio Buzzanca,topos del meridionale
allupato e sempre alla ricerca della conquista facile.
In questo film è Tano,un rappresentante spiantato che prende una sbandata per la bella adolescente Mariangela,figlia di Antonio Floris,avvocato
di fresca vedovanza afflitto da un rapporto quantomeno complesso con la vecchia mamma invadente e impicciona.
Proprio l’avvocato invita Tano,che vuol stare vicino quanto più possibile alla preda bramata,a restare in casa sua nel tentativo maldestro di
portare alla tomba l’anziana madre ed ereditarne le sostanze.

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Ma nella casa,oltre alla bella Mariangela,ci sono due donne dai robusti appetiti sessuali,ovvero la governante di casa Immacolata e Sisina,procace
cameriera.
Il “povero” Tano è così costretto a dividersi tra le tre donne mentre dall’altro lato è costretto a studiare sempre nuovi mezzi per liberare il suo anfitrione Antonio dalla madre.
Tutti i sistemi studiati falliscono miseramente ma quando sembra che la vecchia donna debba scampare impunemente ai tentativi di omicidio della sgangherata coppia,ecco che il caso libera i due da ogni problema.
Reduce da uno dei convegni amorosi notturni,Tano,completamente nudo,compare all’improvviso davanti alla vecchia che scambiandolo per
l’arcangelo Gabriele viene colta da un infarto.
Lungi dall’essere liberato dalla tanto agognata morte della madre l’avvocato Antonio esce di senno,finendo così in un manicomio.
Tano sembrerebbe avere finalmente via libera con Mariangela,ma scopre con amarezza di essere stato gabbato dalla furba ragazzotta che
ha invece una relazione con un militare.

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Deluso,Tano abbandona la casa dell’avvocato ma viene raggiunto da Immacolata,con la quale si avvia verso il suo incerto futuro.
Stereotipi a go go per un film superficiale e privo del benchè minimo spunto degno di rilievo;una sequela di gag stanche per l’ennesima trasposizione di una storia con tanto di clichè del meridionale focoso,del papà geloso della figlia,degli immancabili pettegolezzi da bar e via discorrendo.
Occasione persa?
No perchè è scritto sin dalla sceneggiatura l’esito del film.
A salvare tutto ci sono per fortuna gli attori impegnati in ruoli anche abbastanza deprimenti;svetta la bravissima Borboni nei panni della madre dell’avvocato che alla fine è stroncata da un infarto in seguito alla visione di Buzzanca nudo,un Orazio Orlando molto bravo nel ruolo del nevrastenico avvocato e infine da glorificare i seni della Carnacina e della Blanc,ovviamente mostrati con qualche riserva.
Rimasto in un cassetto il film è oggi disponibile in digitale e su Youtube in una buona versione all’indirizzo:https://www.youtube.com/watch?v=uBpl8-HULVk

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Bello come un arcangelo

Un film di Alfredo Giannetti. Con Stella Carnacina, Orazio Orlando, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Erika Blanc, Willy Colombini,
Ernesto Colli, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Livio Barbo, Sergio Fiorentini Commedia, durata 95 min. – Italia 1974.

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Lando Buzzanca: Tano Avallone
Orazio Orlando: avv. Antonio Fortis Pantaleo
Stella Carnacina: Mariangela
Erika Blanc: Immacolata
Paola Borboni: donna Mercedes
Clarisse Monaco: Sisina
Sergio Fiorentini: don Ferdinando
Ernesto Colli: sacrestano
Bruno Vilar: pazzo alla processione
Livio Barbo: fidanzato di Mariangela
Franca Scagnetti: suora del collegio

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Regia Alfredo Giannetti
Soggetto Alfredo Giannetti
Sceneggiatura Alfredo Giannetti
Produttore Angelo Jacono
Distribuzione (Italia) Pac
Fotografia Enrico Menczer, Luciano Cavalieri
Montaggio Renato Cinquini
Musiche Renato Serio
Tema musicale Le canzoni Canzuncella cafona e La vita che d’è sono cantate da Lando Buzzanca
Scenografia Emilio Baldelli
Costumi Maria Baronj
Trucco Gianfranco Mecacci

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

L’ennesimo lavoruccio scritto addosso a Lando Buzzanca, che in quegli anni spopolava con il personaggio del meridionale superdotato e ultravirile, capace di infinite conquiste in campo femminile e di prestazioni largamente oltre la soglia dell’incredibile.
Qui il suo personaggio si destreggia fra tre donne senza quasi battere ciglio, nel segno della solita farsuccia dai mezzi modesti e dalle idee ben inferiori; tutta roba vecchia e sorpassata già all’epoca, sulla falsariga di sciocchi e maschilisti stereotipi popolari.
D’altronde questo voleva il pubblico dei tempi e viene da chiedersi se sia poi tanto peggio dei futuri cinepanettoni. Buzzanca leader incontrastato della situazione, con al fianco due-tre nomi discreti (Paola Borboni, ahilei, invero meritevole di molto meglio; Erika Blanc e il caratterista Orazio Orlando)
e un contorno di volti (e cosce) anonimi. Non male le debitamente grottesche musiche di Renato Serio; alla fotografia c’è niente meno che Erico Menczer, in quegli anni in caduta libera come il cinema nostrano.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

Uno dei Buzzanca peggiori: superdotato il personaggio principale (lo si capiva pure dai flani dell’epoca, assai poco eleganti), ipodotato il film, che arranca spaventosamente. La cosa migliore è il volto di Stella Carnacina (toracicamente non vistosa), figlia del figlio del noto gastronomo Luigi Carnacina.

Homesick

Commediaccia triviale e vuota, suscita un’indignazione ancor più grande in quanto diretta da Alfredo Giannetti, soggettista e sceneggiatore il cui curriculum può vantare titoli come Il ferroviere e Divorzio all’italiana. Dilagano luoghi comuni societari e linguistici dell’Italia del Sud, con un Lando Buzzanca nel suo ennesimo ruolo di maschio italico superdotato, e il pessimo gusto che sprigiona il personaggio della povera Paola Borboni.

Enricottta

Film molto scadente ma non esente da alcuni momenti riusciti. Il solito Buzzanca non può fare altro che adeguarsi al nulla del resto del cast. Come tante, troppe commediacce dell’epoca. Il cast è alquanto male assortito: si ricordano un bella Stella Carnacina e Orazio Orlando, sempre stralunato.

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agosto 16, 2016 Posted by | Commedia | , , , , , | 2 commenti

Il vichingo venuto dal sud

Il vichingo venuto dal sud locandina

Lando Buzzanca ha spesso dato vita sullo schermo alla figura del classico stereotipo del maschio latino; questa è stata la sua fortuna ma anche, se vogliamo, il suo limite. Sicuramente le sue qualità di attore erano superiori ai ruoli che ha quasi sempre interpretato ma a “Il mio vizio” la figura del Landone nazionale piace da matti e continuerò sempre a tesserne le lodi. Ora, pensare al maschio del profondo Sud nei primissimi anni ’70 (ma anche all’ italiano in genere, direi) associato alla “modernità” di paesi dell’ Europa settentrionale come Svezia e Danimarca è compito assai arduo; figuriamoci se poi parliamo del masculo siculo per eccellenza! Da una geniale idea di Giulio Scarnicci, Steno e Raimondo Vianello, Buzzanca veste i panni del meridionale all’ avanguardia con idee “nordiche”: non esistono le corna, la gelosia e quant’ altro, il sesso non è tabù, lo scambismo è all’ ordine del giorno e cose così (ovviamente tutto sulla carta)…Siamo nel 1971 e nel film vengono mostrate cose che in Italia erano ancora lontanissime, a cominciare dai sexy shop e dai filmini porno. Oggi il film risulta un po’ datato poichè siamo nell ‘era del web e il porno è a portata di click comodamente e in ogni momento, per non parlare dei sexy shop che pullulano in ogni dove. Ma 45 anni fa la cosa era ben diversa… Ottima la regia di Steno che, di fronte a simili tematiche scottanti, non sbraca e non scivola mai nella volgarità. Buzzanca è, come sempre, strepitoso a tratteggiare il suo personaggio ipocrita e bellissima è Pamela Tiffin, sua giovane mogliettina danese che egli scopre interprete in un filmino porno. Gigi Ballista è il solito “cumenda” lumbard e altri piccoli ruoli se li ritagliano Dominique Boschero (che si vede solo nel prologo), Victoria Zinny e Rita Forzano.

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Il film ha goduto anche di una riedizione un anno dopo (con il titolo “Il magnifico mandrillo”), sulla scia del successo de “Il merlo maschio” e, soprattutto, di “Homo eroticus”, dal quale riprende clamorosamente la locandina originale (con Buzzanca a torso nudo e con cravatta, contornato da donne adoranti) con qualche leggera modifica. Da vedere.
Rosario Trapanese (Lando Buzzanca) è un rampante manager siciliano che lavora per l’ importante calzaturificio milanese Borelon, che ha svariate sedi in Italia e in Europa. Rosario, che si vanta di avere lontane origini normanne, si sente sprecato a lavorare in Italia e sogna di poter vivere nella terra dei suoi avi. Maschio caliente e scapolo impenitente, afferma continuamente di avere idee libere, moderne e anticonformiste e non vede l’ ora di fuggire da un posto retrogrado come l’ Italia dove un suo amico geloso (Gastone Pescucci) può addirittura tentare di sparargli se scopre che va a letto con sua moglie (Dominique Boschero). L’ occasione gliela offre il Dottor Borelon (Gigi Ballista) su un piatto d’ argento, allorquando gli affida il comando della sua filiale di Copenhagen. Rosario è entusiasta ma non conosce il danese e il problema della lingua lo frena tantissimo nelle relazioni interpersonali. Il suo braccio destro del posto, Larsen (Renzo Marignano), lo invita ad una festa di coppie scambiste per risollevargli il morale ma Rosario va in bianco… L’ incontro fortuito con Karen (Pamela Tiffin), una ventitreenne studentessa di psicologia che vissuto 2 anni a Firenze e conosce l’ italiano, è il raggio di sole che trasforma la vita di Rosario: i due si innamorano perdutamente e, nel giro di poco tempo, si sposano. Tornato dopo qualche tempo a Milano per un vertice aziendale, Rosario viene invitato da Borelon ad una festa in casa sua e lo stesso lo invita a tirare fuori una sorpresa per i suoi ospiti: un filmino pornografico danese in Super 8, una autentica chicca da proporre ai curiosissimi invitati che non avevano mai visto nulla di simile.

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Si spengono le luci, la proiezione ha inizio e i commenti sono fenomenali… Rosario se ne sta in disparte e sogghigna con distacco, ostentando la sua mentalità fredda e nordica, mentre osserva le sbigottite reazioni degli astanti, fino a quando non allunga uno sguardo verso lo schermo e scopre che la biondina protagonista del film hard è proprio sua moglie Karen! Risultato: Rosario sviene all’ istante… Una volta ripresosi, pazzo di gelosia, pensa a come lavare l’ onta, in barba al freddo distacco nordico, e medita un delitto d’ onore: si precipita a Copenaghen e affronta malamente sua moglie che gli confessa di aver girato il filmino prima che loro due si conoscessero, giustificandolo come un mero errore commesso da una giovane ragazza desiderosa di fare esperienze. Ma Rosario non sente ragioni, la lascia e ritorna in Italia. Dopo un po’ di tempo, però, ci ripensa e torna a Copenhagen da Karen chiedendole di far pace; sarebbe tutto perfetto se Karen però, per fargli dispetto, non avesse accettato di girare un secondo film porno… Rosario decide di parlare con il produttore (Steffen Zacharias) per far sciogliere il contratto firmato da sua moglie ma c’ è da pagare una penale di 40 milioni di lire…

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Purtroppo del film non esiste ancora alcuna edizione italiana in dvd e quindi per vederlo bisogna accontentarsi di una paleolitica vhs risalente agli anni ’80. Nel 2009 è stato trasmesso in tv su RaiUno a notte fonda in un ottimo master con i titoli in inglese ma con il prologo spostato dopo i titoli di testa: arcane bizzarrie… Al momento resta, in ogni caso, la migliore versione reperibile in italiano. Sul versante della colonna sonora dobbiamo soffermarci un attimo sul solito ottimo lavoro del Maestro Armando Trovajoli che compone uno score interessante con la main theme “Jingles on my mind” interpretata dal gruppo dei Godfather da poco formatosi (al suo interno ci sono un paio di ex esponenti dei Motowns) e che di lì a poco diventerà il famoso gruppo dei Primitives con Mal. Che tempi…

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Il vichingo venuto dal sud

Un film di Steno. Con Lando Buzzanca, Pamela Tiffin, Gigi Ballista, Renzo Marignano, Gastone Pescucci, Dominique Boschero, Steffen Zacharias, Rita Forzano, Nino Terzo, Victoria Zinny, Ferdy Mayne Comico, durata 106 min. – Italia 1971.

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Lando Buzzanca: Rosario Trapanese
Pamela Tiffin: Karen
Rita Forzano: Ilse, la moglie di Carl
Steffen Zacharias: Bosen, il produttore
Dominique Boschero: Priscilla, amante di Rosario a Milano
Victoria Zinny: Luisa, moglie di Borelon
Ada Pometti: donna al party di Borelon
Ferdy Mayne: prof. Grutekoor
Kjeld Nørgaard Larsen: Carl, l’attore svedese
Edda Ferronao: donna al sexy-party
Else-Marie: madre di Karen
Renzo Marignano: Gustav Larsen
Donatella Della Nora: Annelise Jørgensen, segretaria di Rosario
Nino Terzo: l’italiano al sexy-shop
Gigi Ballista: Silvio Borelon
Gastone Pescucci: Valerio, marito di Priscilla
Elizabeth Turner: Eva Grete, l’amica di Karen

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Maria Pia Di Meo: Karen
Gianrico Tedeschi: Silvio Borelon
Bruno Persa: Bosen, il produttore
Rolf Tasna: prof. Grutekoor
Michele Gammino: l’italiano al sexy-shop
Gianfranco Bellini: Valerio, marito di Priscilla
Richard Mc Namara: Gustav Larsen

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Regia Steno
Soggetto Giulio Scarnicci, Steno, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Giulio Scarnicci, Steno, Raimondo Vianello
Casa di produzione International Film Company
Distribuzione (Italia) Twenty Century Fox
Fotografia Angelo Filippini
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Stanca riproposizione degli stereotipi sessuali sul maschio italiano: focoso ma inconcludente, indipendente ma geloso, moderno ma primitivo e via dicendo. Nonostante le premesse fossero buone (il regista è pur sempre Steno, il protagonista è il bravo Buzzanca, la sceneggiatura è un parto di Scarnicci, Vianello e Steno), la qualità scarseggia e si rimane inchiodati a qualche scenetta facile e superficiale che non solo non dice nulla di nuovo, ma pure perpetua le solite, vecchie barzellette maschiliste – nonostante il maschio ne esca sempre in apparenza scornato. Buzzanca è ormai tristemente relegato in parti di questo tipo: non se ne staccherà più per vari anni, rovinando una carriera fino a quel momento dignitosa (aveva infatti recitato diretto da Germi, Risi, Zampa, Pietrangeli, Lattuada e molti altri); la Tiffin è bella e se la cava; c’è Gigi Ballista in un ruolo secondario.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

«Tu vuo’ fa’ lo vichingo, ma sei nato in Sisilì…»: Steno così sogghigna dirigendo un commedia di costume che prende di mira il maschilismo inveterato e la gelosia possessiva degli italiani, vizi duri a morire anche quando si persegue il proverbiale spirito libertario dei paesi nordici. Dopo la partenza grintosa, il meccanismo inizia tuttavia ad arrugginirsi per il ripetersi di una sceneggiatura povera e dal fiato corto. Buzzanca replica il suo ruolo avito di maschio italico, ma stavolta, o per il colpo della strega o per semplice sfortuna, finisce spesso in bianco.

Daidae

Appena passabile. Inizia bene, ma troppi momenti lenti e inutili lo rendono leggermente pesante; si riprende nel finale. Il cast non si discute: bene Ballista, ottimo come sempre Buzzanca e splendida la Tiffin. Da un regista come Steno mi aspettavo di più… Comunque sufficiente.
Albstef90

Non mi è dispiaciuto. Film gradevole con un Buzzanca sempre raffinatissimo e davvero molto bravo. Steno come regista sa davvero il fatto suo. Girato in parte in Italia e molto in Danimarca il film abbandona un po’ i classici cliché del solito Buzzanca e ne esalta la sua ottima recitazione. Musiche gradevolissime molto seventies, personaggi di contorno buoni (segnalo la presenza dei bravi Renzo Marignano, Gigi Ballista e l’americano Steffen Zacharias) e location indovinate. Promosso.

Shannon

Il film risale all’epoca in cui l’italiano medio sognava avventure bollenti con le emancipate donne scandinave. Allora la pellicola ebbe un discreto successo; quarant’anni dopo, in un’Europa senza più frontiere e con Copenaghen ad un tiro di schioppo, appare decisamente datata. Agli appassionati ed ai nostalgici strapperà qualche sorriso.

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maggio 17, 2016 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Il debito coniugale

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In un piccolo borgo Romolo lavora nel distributore di benzina di sua moglie;pigro e indolente,Romolo non ha alcuna
voglia di lavorare e sopporta sempre meno la giunonica compagna,Ines,con la quale è sposato da 10 anni.
L’occasione propizia di evadere dalla prigione nella quale ormai è rinchiuso capita a Romolo il giorno in cui si
imbatte casualmente in Orazio,una vecchia conoscenza,che girovaga in lungo e in largo senza meta e senza punti di riferimento.
Affascinato dai racconti del compagno,Romolo abbandona la stazione e sua moglie e segue Orazio nel suo vagabondaggio;
lungo il percorso fatto assieme Romolo traveste una pecora da montone per rimediare due soldi;scoperto dalla donna che doveva
acquistare l’animale,non prima di averne goduto le grazie Romolo fugge con Orazio finendo per imbattersi,su una spiaggia,in Candida.
La bellissima ragazza,ad onta del suo nome,ha una sessualità libera e sfrenata e mal sopporta le limitazioni imposte dal marito e così finisce per aggregarsi ai due.
Adesso i girovaghi sono tre,alle prese però con i bisogni più elementari.

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Orazio Orlando e Anita Ekberg

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Lando Buzzanca

E’ Romolo ad avere l’idea giusta;in un paesino organizza uno spogliarello di Candida con i maschi del paese;per ogni capo tolto
la donna viene ricompensata con laute mance.Ma mentre la lotteria strip tease è arrivata alla parte cruciale,interviene la polizia
e i tre riescono a scappare per puro caso.
Finalmente hanno un po di denaro per rifocillarsi.
Intanto Ines non riesce a darsi pace per la fuga del marito e sfoga la sua rabbia con il prete che dieci anni prima le aveva proposto
come buon marito l’indolente Romolo.
Durante un pranzo,Romolo mangia troppe salsicce e finisce per stramazzare al suolo;convinto che l’uomo sia morto,Orazio va via e decide
di informare Ines del decesso.
Giunto nella stazione di servizio di Ines,Orazio si lascia irretire dalla donna e alla fine decide di restare con lei.
Nel frattempo Romolo,che non è affatto morto ma ha fatto solo indigestione di salsicce si riprende;vista la partenza dell’amico
non si perde d’animo.
Con Candida e un giovane hippy riprende la vita errabonda alla quale non sa più rinunciare e si avvia verso nuove avventure
con i suoi amici.

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Barbara Bouchet

Girato nell’incantevole cornice del promontorio del Gargano,tra le sabbie di Peschici e le numerose conche della località turistica pugliese,
Il debito coniugale è una commedia del 1970, girata in stile on the road da Franco Prosperi,regista romano autore di una ventina di pellicole
fra le quali vanno segnalate La settima donna e Io non spezzo,rompo.
Un film che si snoda fra alti e bassi,con momenti di buona comicità (la vendita della pecora) e momenti di stanca,ma con risultati alla fine apprezzabili.
Merito del duo Lando Buzzanca e Barbara Bouchet,due dei più importanti attori leggeri degli anni sessanta,qui riuniti per la prima volta.
I due mostrano un affiatamento che darà ulteriori frutti in seguito mentre decisamente in imbarazzo appare Orazio Orlando che non aveva particolari doti comiche;relegata in un ruolo secondario Anita Ekberg.
La pellicola ammicca in qualche modo ai road movie,raccontando anche se molto marginalmente la voglia di libertà dei giovani che avevano vissuto
la gloriosa epopea hippy;marginalmente perchè Prosperi non affronta discorsi impegnativi o non fornisce motivazioni profonde alla fuga dei tre
compagni di vicissitudini,lasciando spazio alle avventure abbastanza casuali che i tre vivono.

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La dimostrazione arriva durante il famoso pranzo in cui Orazio fa indigestione di salsicce,espediente narrativo abbastanza goliardico
che segna il finaledel film,in fondo abbastanza malinconico in cui i ruoli dei due protagonisti si capovolgono.
Romolo diventa uno spirito libero mentre il vagabondo Orazio rientra tra i ranghi;il tutto affrontato con il sorriso sulle labbra e con un tono di leggerezza tale da suggellare quanto si è visto solo come commedia.
La riprova è la canzone cantata da Pippo Franco durante il pranzo “fatale” e che recita in un passo “dormi dormi bimbo bello
che tuo padre è un cornutello e tua madre è una bigotta dormi fio de ‘na mignotta se non dormi stai sicuro
che te pio e te sbatto ar muro e così passa la bua dormi li mortacci tua
Ecco a ben vedere questa canzone è l’epitaffio di un film che avrebbe potuto avere un altro svolgimento,una commedia satirica e che invece rimane negli angusti spazi della commedia leggera;praticamente assente la componente sexy,visto che la Bouchet mostra le sue grazie davvero di sfuggita.
In ultima analisi comunque siamo di fronte ad un prodotto perlomeno gradevole,impalpabile nella sua inconsistenza ma che in fondo non aveva nessuna ambizione artistico/culturale.
Praticamente invisibile,questo film è passato in sordina sulle tv commerciali mentre in rete circola solo in una versione davvero mediocre ottenuta da una vecchia VHS.

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Il debito coniugale

Un film di Franco Prosperi. Con Barbara Bouchet, Orazio Orlando, Lando Buzzanca, Pippo Franco, Mario Carotenuto, Angela Luce, Anita Ekberg, Nerina Montagnani
Commedia, durata 85 min. – Italia 1971.

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Lando Buzzanca: Orazio
Pippo Franco: il cantastorie hippie
Barbara Bouchet: Candida
Anita Ekberg: Ines
Orazio Orlando: Romolo
Mario Carotenuto:Il prete

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Regia Franco Prosperi
Soggetto Massimo Franciosa
Sceneggiatura Massimo Franciosa, Giancarlo Del Re, Marina Chierici, Massimo Andrioli; dial. Massimo Franciosa
Casa di produzione Cinegai
Distribuzione (Italia) Panta Cinematografica
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Pes, Peppino De Luca
Scenografia Arrigo Equini

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L’opinione di SaintlySinner dal sito http://www.filmtv.it

L’idea non è neanche male. Tre persone che si incontrano, fuggono dalla noia della vita quotidiana attraverso un pellegrinaggio senza meta,
cominciano a volersi bene. Il film però è costruito abbastanza male, punta tutto sulla comicità che difficilmente strappa un sorriso.
Uno dei primi esempi di road movie all’italiana.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Undying

Tolta la Bouchet (al top della forma fisica) e la scena della “pesa” pettorale, si sviluppa malamente, perdendo per strada quanto di buono
(Carotenuto, Orlando, Buzzanca e Anita Ekberg) poteva invece sostenere. Lento e avvicendato lungo sentieri e prati, non brilla per scenografie (per lo più naturali) né tantomeno per dialoghi circonvicini al surreale. Pippo Franco in una particina malinconica (il viandante) era ancora di là dal raggiungere la notorietà… Inadempiente.
Homesick

Road movie di campagna la cui immane fiacchezza vanifica il vento libertario che vorrebbe far spirare. La coppia Buzzanca-Orlando non va (il primo è ben al di sotto dei suoi standard e il secondo non ha proprio la stoffa del comico), così a guadagnarsi l’attenzione sono la solarità della ninfomane Bouchet e le poche battute del fratacchione Carotenuto; la Ekberg è solo un nome di pregio, mentre Pippo Franco intona una delirante nenia come ne L’odio è il mio dio.
Ciavazzaro

Insipido. Visto numerose volte su odeon tv, il film è caratterizzato dalla sua pochezza, con la Bouchet usata solo come sirena per attirare il pubblico, la Ekberg e Carotenuto sprecatissimi.
Mediocre Buzzanca, incommentabile Orlando. C’e anche la Montagnani.

Matalo!

Prosperi cerca di alzare il tiro e certi momenti non sono male, però il film non ha il coraggio di svilupparsi fino in fondo e resta una cosina che avrebbe potuto esser migliore.
Pensare a un road movie nell’Italia sempre bruciata dal sole delle estati anni 70, con inni alla libertà più promiscua (e con la “condanna” inflitta al più in apparenza guascone dei due)
poteva portare a risultati più frizzanti: una mini epopea di caratteri e atmosfere; peccato. Bellissima la Bouchet e generosa la Ekberg bruna.
Saintgifts

Più che un on the road movie è un off road, visti i tanti sentieri percorsi dal trio di interpreti, un Buzzanca spirito libero e truffaldino, Orlando fuggitivo (quello del debito coniugale non assolto) e la Bouchet allegra ninfomane. La storia non è male per una commedia di quell’epoca, la sceneggiatura invece è povera e non offre molti spunti per qualche genuina risata, con un Buzzanca in affanno.
Scarsa anche la componente erotica che, con la presenza di una disinibita Bouchet, poteva essere più maliziosamente eccitante.

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marzo 16, 2016 Posted by | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento

Il trionfo della casta Susanna

Il trionfo della casta Susanna locandina 3

Un gruppo di teatranti è in viaggio verso Parigi, dove intende tenere una rappresentazione.
La tarda ora consiglia al gruppo il pernottamento presso il castello di Adrian d’Ambras; qua però arrivano i soldati inviati da Napoleone per arrestare lo stesso d’Ambras.
Un malaugurato equivoco fa si però che ad essere portato via non sia D’Ambras ma l’attore principale del gruppo, Ferdinand,legato alla bellissima prima attrice Susanna.
Un altro equivoco fa si che il gruppo di attori decida di portare con se, verso Parigi, un bambino trovato nel castello a cui viene posto il nome di Adamo; tutti ignorano che il bimbo è il figlio di D’Ambras e così si incamminano verso la capitale, con lo scopo di intercedere presso l’imperatore e ottenere la liberazione dello sfortunato Ferdinand.
Arrivati a corte Susanna e gli attori si ritrovano coinvolti in una serie di intrighi tessuti ai danni dell’imperatore; Napoleone infatti vorrebbe prendere in moglie Maria Luisa, figlia dell’imperatore d’Austria il quale però non intende concedere la mano di sua figlia ad un uomo che crede incapace di procreare.

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A questo punto interviene Susanna, che riesce a spacciare il piccolo Adamo come figlio di Napoleone,creando di fatto ostacoli all’ambasciatore russo, che non vuole le nozze e allo stesso tempo alla sorella di napoleone, la bellissima Paolina.
Dopo alterne vicende, Susanna potrà ricongiungersi con l’amato Ferdinand e…
Il trionfo della casta Susanna è il terzo ed ultimo episodio della fortunata serie ambientata nel periodo napoleonico costruita dal regista Franz Antel (che si firma François Legrand), serie costituita dai due episodi precedenti, I dolci vizi… della casta Susanna (1967, Susanne, die Wirtin von der Lahn nell’edizione originale) e Susanna… ed i suoi dolci vizi alla corte del re (1968,Frau Wirtin hat auch einen Grafen).
Antel, ispirandosi almeno come ambientazione alla storica serie di Angelica, gira nel 1969 un film in costume in bilico tra gli intenti comici e le situazioni surreali, creando di fatto un prodotto dalla sceneggiatura molto confusa e con spiccata tendenza al grottesco.

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Il trionfo della casta Susanna 12
Il prodotto finale, al netto delle ambizioni di partenza, è poco più che mediocre; la comicità ha delle regole ben precise e non basta creare situazioni paradossali in una serie di gag mal assortite per assicurare il divertimento dello spettatore
Un film che ha dalla sua però un cast di eccellente livello, che quantomeno tiene a galla il film grazie alla simpatia dello stesso; basti pensare alla simpatia del nostro Lando Buzzanca, nella parte dell’ambasciatore Conte Lombardini, un po tonto e un po malizioso, o alla presenza nel gineceo femminile di prammatica in questo genere di film delle splendide Margaret Lee e Edwige Fenech, oltre alla storia presenza della Susanna della serie, la bella attrice ungherese Teri Tordai, specializzata in ruoli di supporto e che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dall’esordio sul set continua a lavorare in ambito cinematografico.
Di contorno la presenza di Rosemarie Lidt mentre nel cast maschile vanno segnalati Claudio Brook (D’Ambras), Karl Michael Vogler (Il principe Borghese) e Heinrich Schweiger (Napoleone Bonaparte)
Un film che non risulta particolarmente affascinante sopratutto per il caotico muoversi della storia, per gli improbabili colpi di scena e per la caratterizzazione, tutta volta al grotesco, dei personaggi utilizzati per dipanare una storia che alla fine lascia lo spettatore abbastanza deluso.
Antel prova a mettere un pizzico di sale mostrando senza veli (ma molto pudicamente) la bellissima Fenech e Margaret Lee, che è sempre uno splendido vedere;ma la presenza della censura dell’epoca e la necessità di fare un film possibilmente non volgare o a sfondo erotico consigliarono Antel dall’esagerare con la componente erotica.
Così, quasi a voler ossequiare il titolo che parla della casta Susanna, si vede la Fenech nuda ma non troppo e la Lee di sbircio; di erotismo ovviamente zero e sicuramente è una fortuna, vista la qualità tendente al basso del film.
Che è ancor oggi quasi introvabile nella versione italiana, nonostante la digitalizzazione del film stesso sia avvenuta da tempo.

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Ragion per cui è praticamente inutile cercare in rete una versione del film stesso.
Nota finale che riguarda l’enorme battage pubblicitario del film, che però non si tradusse in maggiori introiti al botteghino, ragion per cui questo fu l’ultimo film della serie.Nel 1970 Antel girò Le piacevoli notti di Justine, utilizzando ancora una volta l’attrice Terry (Teri) Torday in un ruolo che ricordava quello ricoperto nella triade dedicata alla casta Susanna e dandole come compagno un personaggio che guarda caso si chiamava, ancora una volta, Ferdinand.

Il trionfo della casta Susanna
Un film di François Legrand (Franz Antel). Con Margaret Lee, Lando Buzzanca, Edwige Fenech, Terry Torday, Rosemarie Lindt Titolo originale Frau Wirtin hat auch eine Nichte. Commedia, durata 90′ min. – Germania 1969.

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Terry Torday: Susanne Delberg
Claudio Brock: Barone Ambras
Margaret Lee: Paolina Bonaparte Borghese
Karl Michael Vogler: Principe Borghese
Harald Leipnitz: Ferdinando
Jacques Herlin: Ambasciatore Dulaikeff
Heinrich Schwriger: Napoleone Bonaparte
Lando Buzzanca: Conte Lombardini
Edwige Fenech: Rosalie

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Regia Franz Antel
Soggetto Kurt Nachmann
Sceneggiatura Vittoria Vigorelli, Kurt Nachmann
Casa di produzione Aico
Distribuzione (Italia) Delta
Fotografia Hanns Matula
Montaggio Luciano Anconetani
Musiche Gianni Ferrio

Il trionfo della casta Susanna banner recensioni

L’opinione del Morandini
Giovane attrice armeggia in tutti i modi per liberare Ferdinando, condannato da Napoleone. Commedia austriaca in tono farsesco su una vicenda napoleonica un po’ assurda e intricata. F. Legrand è lo pseudonimo con cui l’austriaco Franz Antel firmò 5 dei suoi film. 3 episodio della serie iniziata con Dolci vizi… della casta Susanna (1967) e proseguita con Susanna e i suoi dolci vizi alla corte del re (1968).

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.it
Non è malvagio. Complessa vicenda comico-diplomatica, con un gruppo di attori che finisce col gabbare sistematicamente l’ambasciatore dello Zar di Russia. Buzzanca è perfetto nella sua parte di conte italiano un po’ tonto, che va (per l’onore della famiglia) a fare la ambascerie più pericolose, come andare a dire a Napoleone che si dubita della sua virilità…

L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.it
Terzo capitolo dedicato alla Susanna del titolo, che segue, in ordine: I Dolci vizi… della Casta Susanna (1967) e Susanna… ed i suoi Dolci Vizi alla Corte del Re (1968). È ancora l’austriaco Franz Antel a firmare una regia piatta e confusa, frutto di una coproduzione internazionale tra Germania, Italia, Austria ed Ungheria. Il cast è pressoché immutato ed il reparto italiano è garantito dalla presenza di Lando Buzzanca e dalle curiose musiche di Gianni Ferrio. Da vedere, anche se parco per contenuti (comici o erotici che siano).

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Il dvd del film è disponibile su Amazon.
Le caratteristiche tecniche del prodotto sono:
Dettagli prodotto

Formato: Import
Audio: Tedesco (Stereo)
Lingua: Tedesco
Regione: Tutte le regioni
Formato immagine: 1.33:1
Studio: MCP Sound & Media AG
Durata: 90 minuti

gennaio 12, 2014 Posted by | Avventura | , , , , , | Lascia un commento

Professione bigamo

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Una donna italiana, Teresa e una tedesca, Ingrid: in mezzo lui, Vittorio Coppa che di professione fa il controllore di wagon lit sulla tratta ferroviaria che porta da Roma a Monaco.
Due donne che ritengono, l’una all’insaputa dell’altra, di essere le legittime consorti di Vittorio, che invece divide il suo tempo da marito inappuntabile tre giorni a Roma e tre giorni a Monaco.
E’ un uomo inappuntabile,Vittorio, tanto da risultare quasi un marito perfetto;nessuna delle due donne ha da muovere appunti al comportamento coniugale di Vittorio.
Arriva il giorno in cui anche l’equilibrio coniugale di Vittorio inizia a mostrare le prime crepe.
Parlando con un medico, Vittorio è costretto a rivelare la sua situazione di bigamo a tutti gli effetti;il consiglio del medico è ovviamente quello di sanare la situazione e da quel momento Vittorio inizia a fare degli errori, che solo fortunosamente non si rivelano fatali.

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Ma alla lunga l’intricata situazione si rivela ingestibile per Vittorio e Teresa scopre l’esistenza della rivale in amore;così la donna si precipita a Monaco dove conosce Ingrid e con essa stabilisce un piano d’azione comune.
Le due donne decidono di trascinare Vittorio in tribunale,dove però hanno entrambe un’amara sorpresa;Vittorio non solo è bigamo, ma è sposato legalmente con Assunta,una giovane che ha portato all’altare anni addietro.
Così,dopo aver scontato la pena inflittagli dal tribunale per bigamia, Vittorio è costretto a tornare dalla prima moglie…
Professione bigamo è un film del 1969 da Franz Antel e sceneggiato da ben quattro autori, ovvero Mario Guerra, Gunther Ebert, Kurt Nachmann, Vittoriano Vighi;davvero tanta roba per un film non particolarmente riuscito, una commedia sospesa tra il comico e il surreale, supportata in tutto e per tutto da Lando Buzzanca, che stava imponendosi come rappresentante del gallismo italico.

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Un ruolo che l’attore siciliano avrebbe replicato molte volte nel corso degli anni successivi e che qui si rivela vincente dal punto di vista della caratterizzazione del personaggio.
Altra cosa è la riuscita del film, giocata dal regista di Il trionfo della casta Susanna sulla situazione coniugale del solito gallo italiano che vuol fare il re nel pollaio;mal gliene incoglie visto il finale mentre la prima parte del film si gioca in terra tedesca, con lunghe scene in cui domina il linguaggio quasi maccheronico dei personaggi, che vorrebbe essere comico e che invece finisce per rendersi fastidioso.
A parte questa caratteristica, il film è davvero poca cosa e mostra una serie di stereotipi impressionanti; in un momento storico in cui il movimento femminista si avvia ad avere un ruolo fondamentale nell’evoluzione del costume sociale ecco una storiella imbarazzante che parla di tradimenti famigliari e che mostra situazioni imbarazzanti anche per il modo in cui vengono proposte visivamente.

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A parte la regia, davvero anonima al limite dell’insulso c’è ben poco da salvare, essendo la storia scontata e il divertimento latitante; forse l’unico vero motivo d’interesse è costituito dalla presenza di Raffaella Carrà nelle vesti della vera moglie del protagonista, davvero magra consolazione.
Il film è praticamente introvabile e in rete circolano solo versioni rabberciate e al limite della decenza come visione.

Professione bigamo
Un film di Franz Antel. Con Lando Buzzanca, Raffaella Carrà, Terry Torday, Leopoldo Valentini, Anita Durante, Franco Giacobini, Ann Smyrner, Jacques Herlin, Lina Alberti, Rainer Basedow, Peter Weck, Judith Dornys, Andrea Rau Commedia, durata 99′ min. – Italia 1969

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Lando Buzzanca … Vittorio Coppa
Teri Tordai … Ingrid
Raffaella Carrà … Teresa
Peter Weck … Klaus von Weiland
Ann Smyrner … Püppi
Jacques Herlin … Dr. Pellegrini
Edith Hancke … Hausmädchen
Andrea Rau … Marisa
Fritz Muliar … Johann
Rainer Basedow … Alex
Judith Dornys … Luisa
Franco Giacobini … Roberto
Barbara Zimmermann … Tina
Heinz Erhardt … Weichbrodt

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Regia:Franz Antel
Sceneggiatura:Günter Ebert,Mario Guerra,Kurt Nachmann ,Vittorio Vighi
Musiche:Gianni Ferrio
Fotografia:Hanns Matula
Montaggio:Arnfried Heyne,Vincenzo Tomassi

L’opinione del sito http://www.filmtv.it
C’è chi ha “una donna in ogni porto” e chi si accontenta di avere una moglie in ogni stazione: peggio per lui, ma peggio ancora per chi si sorbisce un’ora e mezzo di tresche piccole piccole che fanno ridere pochissimo.

L’opinione del Morandini-dizionario del cinema
Controllore di vagoni-letto della linea Roma-Monaco ha una moglie in ognuna delle due città. Commedia dozzinale, poco efficace sotto il profilo comico-umoristico, impastata di volgarità e di dialoghi sedicenti “coloriti”.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film lento e macchinoso nella prima parte, che si fa discreto solo quando la situazione del bigamo comincia a precipitare. Il film su questo ferroviere, insomma, parte con un’ora di ritardo. Prima dominano un greve umorismo germanico, una fastidiosa parlata con accento tedesco ed un micidiale festival di dialetti, che spuntano anche nel finale. Tolto Buzzanca, mediocri gli altri. Nei ruoli minori c’è pure Rendine (il Panunzio di Indagine su un cittadino…). Di Antel è meglio il coevo Il trionfo della casta Susanna, anch’esso com la Torday, Herlin e Buzzanca

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ottobre 22, 2013 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Quando le donne avevano la coda

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Un gruppo di cavernicoli che vive in una zona selvaggia incappa un giorno in uno strano animale, con tanto di coda, caduto in una trappola; Filli, la preda, non è un animale ma una donna molto astuta, che però finirebbe arrosto non fosse per la “cotta” che il selvaggio Ulli prende per lei.
I cavernicoli, non abituati alla presenza di una donna, da quel momento scoprono rivalità e sopratutto iniziano a litigare fra loro, mentre Filli rivendica, con il passare del tempo, il diritto a gestire il proprio corpo.
Su una sceneggiatura esilissima, tesa a privilegiare l’aspetto grottesco e ridanciano della storia raccontata, Pasquale Festa Campanile crea nel 1970 un film che farà da capostipite ad un genere, quello sexy/cavernicolo che avrà altri epigoni, come il mediocre sequel Quando le donne persero la coda e il brutto Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don.

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Se il Brancaleone di Monicelli aveva creato un genere cinematografico nuovo, con un linguaggio irresistibile a metà strada tra l’italiano moderno e quello medioevale, Quando le donne avevano la coda fa un’operazione apparentemente simile, anche se i due film ( e i loro sequel) sono completamente diversi fra loro e non solo come ambientazione.
Il film del regista lucano infatti si snoda sui binari di una comicità forse un tantino grezza e triviale, ma di sicuro effetto, tanto da risultare uno dei film più visti della stagione 70, proprio alle spalle di Brancaleone alle crociate di Monicelli.
Un film che mescola un colorito linguaggio preistorico con gag forse volgarotte ma dall’effetto comico garantito;

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nei limiti ovvi di un film che non ha alcuna velleità di impegno, Quando le donne avevano la coda è godibile e divertente, grazie anche alla presenza di un cast di attori comici di alto livello, con l’aggiunta di Giuliano Gemma al suo primo vero ruolo comico.
Anche Pasquale Festa Campanile si mostra a suo agio con il genere comico; dopo Adulterio all’italiana e Dove vai tutta nuda, arriva il terzo successo consecutivo nel genere commedia prima del grandissimo successo di Il merlo maschio.
Nel film alcune gag sono esilaranti, a cominciare dalla sequenza in cui Ulli incontra Filli e viene da quest’ultima catechizzato sul ruolo che una donna può rivestire per l’uomo in luogo di fungere da cibo; divertenti anche le sequenze con protagonista Renzo Montagnani, unico gay tra la combriccola di cavernicoli che ovviamente vedrà come fumo negli occhi l’arrivo di Filli.

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Oltre a Mulè, Giuffrè e Frank Wolff, nel cast figura il bravissimo Lino Toffolo, che in precedenza era stato anche nel cast del Brancaleone, oltre al solito Lando Buzzanca.
Accolto molto bene dal pubblico il film di Campanile ebbe invece un’accoglienza freddissima dai critici che evidentemente non perdonarono al regista lucano il successo ottenuto; destino che si ripeterà più volte nel corso della sua lunga carriera come con i film Jus primae noctis, La calandria, Conviene far bene l’amore,Come perdere una moglie e trovare un’amante, tutti snobbati dalla maggioranza dei critici mentre in realtà erano tutti film di pregevole fattura.
Qualche parola va spesa necessariamente per la bellissima protagonista femminile del film, l’attrice austriaca Senta Berger, che divenne un’autentica star proprio grazie a questo film.

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La Berger è di una bellezza esagerata ed è sexy pur non comparendo mai nuda nel film, ma solo con un ridottissimo slip che accentua le sue splendide forme. Anche lei è una rivelazione in un ruolo comico e da quel momento infatti girerà diversi film della commedia sexy, con buoni risultati.
Cameo anche per Paola Borboni e segnalazione sia per la allegra colonna sonora di Ennio Morricone sia per il soggetto steso nientemeno che da Umberto Eco; sceneggiatura a più mani tra Festa Campanile e la coppia Ottavio Jemma-Lina Wertmüller.
Se è vero che siamo di fronte ad un film pesantemente datato, non dobbiamo dimenticare che questo film segnò davvero un’epoca; per un anno intero rimase sugli schermi sia in prima che in seconda visione, in un periodo in cui di certo non mancava l’offerta. E va ricordato ai saputelli che stroncarono il film che almeno metà delle commedie italiane dell’intero decennio settanta erano di livello ben più grossolano di questo film.

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In ultimo ricordo come il film sia di difficile reperibilità in digitale e che quindi le immagini che compaiono a corredo di questo film provengono da riversaggi in VHS.

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Quando le donne avevano la coda
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Francesco Mulè, Giuliano Gemma, Aldo Giuffré, Frank Wolff, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Senta Berger, Renzo Montagnani, Lino Toffolo, Gabriella Giorgelli Commedia, durata 110′ min. – Italia 1970.

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Senta Berger … Filli
Giuliano Gemma … Ulli
Frank Wolff … Grr
Renzo Montagnani … Maluc
Lino Toffolo … Put
Francesco Mulé … Uto
Aldo Giuffrè … Zog
Paola Borboni … Capo della tribu delle donne preistoriche
Lando Buzzanca … Kao

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Umberto Eco
Sceneggiatura Marcello Coscia,
Pasquale Festa Campanile,Ottavio Jemma,Lina Wertmüller
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone

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agosto 6, 2012 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , | 1 commento

La schiava io ce l’ho e tu no

La schiava io ce l'ho e tu no locandina

Playboy e scapolo impenitente, Demetrio Cultrera ha tutto ciò che desidera; è ricco, ha fascino e le donne certamente non gli mancano.
Tuttavia anche per lui arriva il momento di accasarsi e la scelta ricade su Rosalba, anche lei ovviamente ricchissima in quanto figlia di un industriale che ha fatto fortuna con la pesca del tonno.
Siamo in Sicilia ovviamente, e Demetrio detto Dedè ha una concezione arcaica sia del matrimonio sia della moglie, per cui subito dopo le nozze si trova a fare i conti con Rosalba che è donna moderna, assolutamente non incline ad accettare un ruolo subalterno al marito.
Come se non bastasse, la donna vuole che sia proprio Dedè ad adeguarsi alla sua vita mondana, coinvolgendolo in feste e costringendolo in pratica a frequentare l’alta società e il consueto corredo di feste e festicciole.
Se all’inizio Dedè sembra accettare la situazione suo malgrado, ben presto diventa insofferente al mondo che frequenta e così ripiega su Elena, una matura donna che lo appaga sessualmente la dove la moglie Rosalba rivendica anche nella vita sessuale la sua indipendenza.

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Lungi dal migliorare, la vita di Dedè si trasforma in un incubo stretto com’è tra la spocchiosa personalità della moglie, i suoi insopportabili amici e l’ossessiva passionalità dell’amante Elena.
Drasticamente, Dedè decide di tagliare i ponti e si separa da sua moglie; per poter vivere una vita tranquilla senza l’ossessione di una moglie, ha la bella pensata di procurarsene una priva di una volontà propria.
E quale miglior soluzione esiste per avere una donna che sia obbediente, che non abbia un carattere proprio e che si lasci dominare dal maschio padrone se non quella di procurarsi come nell’antichità una schiava?
Così Dedè parte per l’Amazzonia con una borsa piena di denaro, deciso ad ogni costo a comprarsi una vera e propria schiava e con l’aiuto di Von Thirac, un vero e proprio ufficiale nazista la individua in Manua.
La donna è una splendida brasiliana che non parla una sola parola di italiano, ma che in compenso è conscia del suo ruolo subalterno a quello dell’uomo come del resto accadeva nella sua tribù.

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Gli inizi della convivenza sono idilliaci, perchè Manua asseconda tutti i desideri dell’uomo, arrivando anche a fargli da “cavallo” e trascinando Dedè su un risciò per le strade.
Contemporaneamente Dedè si vede ammirato sconfinatamente dagli amici e detestato cordialmente dalla ex moglie e dal suo entourage, mentre si ritrova a dover combattere anche con la furia della ex amante Elena.
Così iniziano i suoi guai, anche perchè qualcuno inizia a fargli notare che lo schiavismo è moralmente inaccettabile e vietato dalla legge e da quel momento iniziano davvero i guai perchè la sua ex moglie…
La schiava io ce l’ho e tu no è una commedia divisa nettamente in due parti; nella prima c’è spazio per una garbata satira che in qualche punto è anche divertente pur partendo da spunti ormai triti e ritriti come il machismo siculo, il rapporto dominante del maschio in famiglia e via dicendo mentre nella seconda  scivola inesorabilmente nel grottesco prima e nella farsaccia di terz’ordine poi.

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Lando Buzzanca è Dedè

Giorgio Capitani, regista del film, basandosi su una sceneggiatura di Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello tenta inutilmente l’impossibile mix tra la commedia satirica intelligente e la più scontata commedia sexy partendo sin dal principio con le polveri bagnate.
Ormai troppe pellicole avevano ( e avranno) un peccato originale consistente nell’abuso di luoghi comuni; i siciliani sono tristemente sempre i soliti, arcaicamente legati alle tradizioni, maschilisti e se vogliamo anche un tantino donnaioli per appagare un non meglio identificato gallismo che se è (secondo alcuni registi) un denominatore comune del maschio italico, assume ancor più concretezza quando si scende nel sud Italia.
Una visione quindi abbastanza grossolana della realtà familiare del sud, che aveva si qualche effettiva inclinazione ai rapporti subalterni in famiglia tra uomo e donna ma non in misura così rilevante come descritto purtroppo in tante pellicole.
Questo film non si discosta dalla media, pur partendo da un’idea base che avrebbe potuto essere svolta meglio.
Ma Capitani sceglie la via più facile, con un occhio al botteghino e l’altro al produttore.

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Veronica Merin è Manua

Così ingaggia il re della commedia farsesca Lando Buzzanca che replica per l’ennesima volta il ruolo del galletto allupato che, questa volta, non va ad insidiare le donne degli altri ma cerca di procurarsi una compagna fedele e ubbidiente in tutto e per tutto reclutandola in pratica come schiava.
Idea già di per se aberrante, anche se mimetizzata dietro la facciata della commedia farsesca.
Ad un primo tempo in cui assistiamo alle difficoltà di ambientazione del buon Dedè nella società spocchiosa ed arrogante dei ricchi fancazzisti siciliani e osserviamo il suo impossibile rapporto con una moglie che stravolge i ruoli ordinari per tentare di plasmare il marito secondo i suoi gusti intellettuali segue purtroppo un secondo tempo in cui a tratti ci si vergogna anche di assistere ad una commedia che in fondo è cosa talmente leggera da non potersi prendere sul serio.

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Quello che da veramente fastidio è veicolare l’idea della schiava, mortificata dal suo padrone in ogni situazione; Dedè, per esempio, a tavola con gli amici costringe la povera Manua a mangiare un cosciotto quasi fosse un cane, la costringe a declamare un’assurdo decalogo in cui tutto si conclude con l’aberrante “la donna non deve rompere i co*****i”, che di per se è già un motivo per abbandonare la visione del film.

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Catherine Spaak è Rosalba

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Adriana Asti è Elena

Una commedia farsesca, certo, ma che bisogno c’è, se non si vuole fare denuncia, di veicolare messaggi cosi tristi e squallidi come quello che vuole la donna utilizzabile solo come oggetto eminentemente riproduttivo e casalingo?
Capitani, che in seguito si specializzerà in commedie all’italiana (Pane, burro e marmellata, Bruciati da cocente passione, Aragosta a colazione, Bollenti spiriti ecc.) confeziona un film quindi moralmente molto discutibile e cinematograficamente poco interessante.
Il film funziona solo a sprazzi per merito del solito Lando Buzzanca che ispira simpatia solo con la sua presenza (una quarantina i film interpretati nel florido filone della commedia sexy nei soli anni 70) e che fa la sua parte, così come una bella Catherine Spaak e una sacrificata Adriana Asti (Elena l’amante di Dedè) fanno la loro.
La schiava Manua è interpretata dalla sconosciuta Veronica Merin, alla sua prima e ultima comparizione cinematografica; l’attrice si segnala solo per il suo petto ben fatto e null’altro, mostrando per tutto il film un’aria svagata come quella di una ragazzetta a cui hanno concesso una vacanza premio in una località esotica.
Nel cast c’è anche Gordon Mitchell (il folle nazista) e la solita schiera di comprimari.
Null’altro da segnalare se non la rarità con cui questo film è stato trasmesso fino ad oggi, che a ben vedere è più cosa buona che cattiva.

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La schiava io ce l’ho e tu no
Un film di Giorgio Capitani. Con Adriana Asti, Catherine Spaak, Lando Buzzanca, Veronica Merin, Paolo Carlini,Nanda Primavera, Gianni Bonagura, Renzo Marignano, Corrado Olmi, Gordon Mitchell, Sergio Ferrero, Mauro Vestri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1972.

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La schiava io ce l'ho e tu no banner personaggi

    Lando Buzzanca: Dedé
    Catherine Spaak: Rosalba
    Adriana Asti: Elena
    Veronica Merin: Manua
    Gianni Bonagura: Commissario Balzarini
    Paolo Carlini: Manlio
    Renzo Marignano: Corrado
    Gordon Mitchel: Von Thirac

La schiava io ce l'ho e tu no banner cast

Regia     Giorgio Capitani
Soggetto     Nino Longobardi
Sceneggiatura     Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione     Medusa
Distribuzione (Italia)     Medusa
Fotografia     Sandro D’Eva
Montaggio     Renato Cinquini
Musiche     Piero Umiliani

settembre 28, 2011 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento

Il domestico

Il domestico locandina

Durante la seconda guerra mondiale Rosario Cavadoni, conosciuto da tutti come Sasa, lavora in mensa come cameriere fino al giorno in cui viene chiamato al servizio del maresciallo Badoglio.
La proclamazione dell’armistizio vede la fuga del maresciallo stesso da Roma mentre il povero Sasa si salva grazie alle sue doti di adattamento ai lavori di casa finendo al servizio di un ufficiale tedesco e in seguito all’occupazione militare americana in Germania ai servizi di un comandante statunitense.
La fine della guerra vede Sasa alla ricerca di un’occupazione in pianta stabile; finisce così per entrare al servizio di Salvatore Sperato, un produttore cinematografico che decide di farlo lavorare nel cinema accanto a sua moglie Lola Mandragali, una popolana sguaiata e becera.

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Martine Brochard è Rita

Fallito miseramente il tentativo di diventare attore, Sasa entra a servizio di una famiglia nobile romana, impelagata con il fascismo. Qui Sasa ha modo di rendersi utile al vecchio patriarca portandolo in giro per i bordelli, dove l’uomo alla fine viene colto da malore, proprio mentre Sasa è a colloquio intimo con la simpatica prostituta Rita.
La famiglia del nobile mette a tacere lo scandalo, anche perchè ormai l’epoca dei bordelli si avvia malinconicamente alla conclusione per l’avvento della legge Merlin che stabilì la chiusura della case chiuse.
L’odissea di Sasa continua: l’uomo finisce alle dipendenze di una coppia dalla morale sessuale molto aperta e discutibile e alla fine approda in casa di Ambrogio Perigatti, un ricco petroliere dalle molte ombre.

Il domestico 2
Lando Buzzanca è Sasa

Qui Sasa ritrova una vecchia conoscenza, la prostituta Rita diventata nel frattempo moglie dell’uomo d’affari.
Sasa avrà modo di rendersi utile guarendo la figlia della coppia da una forma di strabismo: durante lo sbarco dell’uomo sulla luna, infatti, avrà un rapporto intimo con Linda (figlia di Amrogio e Rita) provocando la scomparsa del fastidioso disturbo che Sasa furbescamente attribuirà all’emozione provata dalla ragazza davanti alla tv durante l’allunaggio.
Ma è destino che il domestico non debba trovare tregua: Ambrogio Perigatti coinvolgerà come prestanome il povero domestico in una speculazione,che avrà come risultato la condanna di Sasa alla detenzione.
In carcere finalmente l’uomo potrà dedicarsi al suo lavoro di domestico….

Il domestico 1

Il domestico, diretto da Luigi Filippo D’Amico su una sceneggiatura di  Sandro Continenza e Raimondo Vianello è una gradevole commedia del 1974 appartenente al florido filone della commedia all’italiana e non alla commedia sexy come erroneamente scritto da alcuni recensori della domenica.
L’impianto narrativo infatti è di stampo classico e della commedia sexy non riprende alcuna tematica: le scene sexy infatti sono limitate a qualche topless fugace delle belle protagoniste ed il film vive tutto sulla verve di Lando Buzzanca, chiamato per una volta a interpretare un ruolo brillante defilato dai ruoli sexy a cui l’attore siciliano aveva abituato il pubblico.
Il film percorre 30 anni della storia italiana, con Sasa che si imbatte via via in personaggi arricchiti e volgari, parvenue della borghesia emergente o vecchie glorie della nobiltà, nostalgiche di un passato ormai irrimediabilmente scomparso.
Se nel film manca la profondità, per ovvi motivi trattandosi di una commedia brillante, ci si consola con alcune gag gustose tra le quali spiccano la visita di Sasa con il vecchio nobile in un bordello pochi giorni prima della loro soppressione e la scena dell’allunaggio con la seduzione da parte della giovane Linda del maturo domestico Sasa, che la ragazza provoca in tutti i modi.

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Erika Blanc è Silvana

Finale agro dolce, o meglio, amaro con Sasa che finisce per fare il suo lavoro dietro le sbarre, condannato da un destino avverso che lo ha visto entrare e uscire da diverse famiglie ognuna delle quali con vizi nascosti, tipici della borghesia rampante dell’Italia post bellica.
Luigi Filippo D’Amico dirige con mano sicura un cast di caratteristi tutti all’altezza, con alcune tra le più belle star del cinema italiano anni settanta: si passa da Femi Benussi    (l’attrice Lola Mandragali che odia il caviale e lo rifila al suo cane! ) a Martine Brochard, perfettamente a suo agio nel ruolo della prostituta Rita che sogna di fuggire dal bordello in cui lavora e che vedrà coronato il suo sogno visto che sposerà nientemeno che un petroliere fino a Eleonora Fani, bravissima come suo solito nel ruolo dell’adolescente pruriginosa che guarirà dallo strabismo da cui è affetta grazie alla performance erotica di Sasa.

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Leonora Fani è Linda

Ancora, in ruoli di contorno troviamo Erika Blanc, la Silvana commessa in un negozio che si rifiuta di fare la scomoda testimone delle infedeltà della coppia presso la quale lavora Sasa ricordando che guadagna 120.000 lire al mese per lavorare 12 ore al giorno mentre i viziosi padroni di casa se la spassano avendo denaro e tempo libero; troviamo una splendida Malisa Longo in una parte lampo (quella della prostituta del bordello), Ivana Monti nel ruolo della moglie infedele che Sasa cercherà disperatamente di coprire

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Femi Benussi è Lola

e accanto a loro attori come Arnoldo Foà (Ambrogio Perigatti), Enzo Cannavale (il produttore Salvatore Sperato),Antonino Faa Di Bruno (il nobile puttaniere) e infine Gordon Mitchell (il Generale Von Werner), tutti a loro agio nei ruoli attribuiti.
Il domestico è un film senza grandi pretese ma riuscito:  va detto che alcune scene sono prolisse e che alcune situazioni sono davvero tirate per i capelli, ma nel complesso il film regge e si guarda con piacere.
Come al solito rivolgo l’invito a non fidarsi di alcune recensioni dei critici di alcuni siti, troppo snob per riconoscere un valore minimo ad una pellicola che non sarà un capolavoro ma che è sicuramente meglio di tanti prodotti osannati dai critici stessi.

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Questa recensione in particolare, “soldato semplice nella seconda guerra mondiale, “Zazà” viene mandato addirittura a fare l’attendente di Badoglio. Finisce poi al servizio di un ufficiale nazista e, infine, di uno americano. Tipico veicolo per Buzzanca. Comicità facile e scollacciata con velleità satiriche.” mostra un’acredine davvero spiazzante; il film non è affatto scollacciato, ma come ormai sappiamo bene il vero problema è la puzza sotto al naso di parte dei soloni cinematografici.

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Ivana Monti

Il domestico,un film di Luigi Filippo D’Amico. Con Femi Benussi, Luciano Salce, Silvia Monti, Lando Buzzanca, Paolo Carlini, Martine Brochard, Arnoldo Foà, Nanda Primavera, Camillo Milli, Renzo Marignano, Enzo Cannavale, Erika Blanc, Gordon Mitchell, Silvia Monelli, Malisa Longo, Carla Mancini, Mico Cundari, Empedocle Buzzanca
Commedia,  durata 105 min. – Italia 1974.

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Lando Buzzanca    …     Rosario Cabaduni, soprannominato ‘Sasa’
Martine Brochard    …     Rita
Arnoldo Foà    …      Ambrogio Perigatti
Femi Benussi    …     Lola Mandragali
Leonora Fani        Linda Perigatti
Paolo Carlini    …     Andrea Donati
Enzo Cannavale    …     Salvatore Sperato
Antonino Faa Di Bruno…. il nobile
Erika Blanc    …     Silvana
Luciano Salce    …     Il regista
Gordon Mitchell    …     General Von Werner
Erika Blanc…. Silvana
Malisa Longo…Una prostituta

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Regia: Luigi Filippo D’Amico
Sceneggiatura: Sandro Continenza e Raimondo Vianello
Musiche : Piero Umiliani
Editing: Renato Cinquini
Produttore:     Medusa
Fotografia :    Sandro D’Eva
Montaggio :    Renato Cinquini
Distribuzione: Medusa
Scenografia :    Ennio Michettoni, Franco Velchi
Costumi :    Luciana Fortini

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Divertente, ma sbilanciato. Molto buona la prima ora, però cala con la parte popolata da Foà e la Fani, nonostante la bravura degli interpreti, perché è troppo prolissa. Esilarante la parte con la Monti, Marignano, la Blanc (presunta monarchica…). Buzzanca, in ogni caso, è semplicemente eccezionale. E poi ci sono Salce, il grande Faà di Bruno, Cannavale, una sfolgorante Benussi.

Interessante parabola sull’esistenza di un “servo” che viene analizzata (in vérve comica) a partire dall’inizio della carriera (a ridosso della fine della 2a guerra mondiale) sino ad un finale (corrispondende al 1969 e relativo sbarco sulla Luna) che avanza teorie “politiche” esterne al genere: Luigi Filippo D’Amico riesce a mettere insieme momenti esilaranti (basterà ricordare Luciano Salce nella parodia di se stesso), senza scordarsi una sana polemica sulla corruzione politica e sociale, già all’epoca, ai vertici dei ministeri…

Valida commedia sulla lealtà dei servi e i vizi dei padroni, costruita su Buzzanca – al solito siculo e mandrillo – e su una variopinta galleria di attori e starlets: la Fani strabica e lolitesca, la statuaria Monti, la delicata Tanzilli, la Blanc che ghigna come la Facchetti, Foà distributore di bustarelle, Mitchell nazista…Trova spazio pure una parodia di Riso amaro (e del mondo del cinema in generale), con Salce regista e Buzzanca e la Benussi nei ruoli che furono di Gassman e della Mangano.

L’italico servilismo, ma anche il camaleontismo e l’ipocrisia: in questo anomalo Buzzanca-movie, dove il nostro è leccapiedi per vocazione (ma pur sempre mandrillo siculo), i vizi atavici dell’italiano vengono passati in rassegna in una svelta successione di episodi piuttosto ben sceneggiati, dove il migliore è quello con Salce neorealista a dirigere Lando domestico del produttore. Buona scelta dei comprimari, buon assortimento di fanciulle: la dolce e maliziosa Fani (semiesordiente) si fa notare nel ruolo della lolita strabica.

Notevole commedia, probabilmete il miglior film di Buzzanca. I toni sono più seri e impegnati del solito, ma il film è comunque veloce e divertente. Bravissimo Buzzanca, ottimo il resto del cast, pieno di nomi noti. Forse il finale non è troppo convincente, ma il film riesce a volare inaspettatamente in alto. Bellissima la colonna sonora.

Azzardo a definirlo il miglior Buzzanca-movie di tutti i tempi. La qualità della pellicola si manifesta in molti aspetti: innanzitutto il ruolo affibbiato a Buzzanca gli è congeniale e lo si vede convinto (dunque convincente). Bella l’idea di raccontare ad episodi la storia di questo domestico dall’Italia della Seconda Guerra Mondiale fino al 1974, con aspetti anche storiografici. Molto bella la colonna sonora di Piero Umiliani.

Solita commediola con protagonista Lando Buzzanca. Non dissimile da mille altre che l’attore ha interpretato nel corso del suo periodo d’oro. Ha un buon ritmo e due o tre gag apprezzabili, ma in fondo la si dimentica in fretta. Cast non particolarmente in palla, a partire dal protagonista.

Il domestico è un ruolo che si addice alla maestria comica del grande Buzzanca, libero di impersonare le varie caratteristiche di questo lavoratore in tutte le sue accezioni. Si ride anche se non ci si spancia, v’è da dirsi, ma neanche si affonda nel mare magnum triviale cui spesso la commedia italiana di quel periodo ci aveva abituato. La Fani che seduce il bravo Lando posizionando il suo dolce piedino proprio lì (riacquistando al contempo la perfetta simmetria oculistica) vale tutto il film, grazie anche all’espressione di lui…

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giugno 28, 2011 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo

La prima notte del dottor Danieli locandina

Storia di un matrimonio tra innamorati che non riesce ad essere consumato per un motivo banale: lui è abituato a folleggiare con altre disinibite donne e di fronte alla verginità della moglie vede sfiorire d’incanto la sua virilità.
Il riassunto della trama potrebbe essere costituito da queste due righe.
Nel film infatti accade molto poco, se non il racconto delle peripezie di Carlo Danieli, ricco industriale ovviamente di origini siciliane che dopo aver “navigato” in lungo e in largo nei porti accoglienti di disponibili donzelle, decide di impalmare la bella Elena.

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Katia Christine è Elena, la sposina

Ma ecco che la prima notte di nozze accade il fattaccio.
Carlo non riesce a consumare e ben presto la faccenda diviene di dominio pubblico.
Sarà la mamma di Elena, la signora Virginia che di matrimoni se ne intende, a salvare quello di sua figlia con un espediente.

La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo 1
Lando Buzzanca e Katia Christine, i due coniugi

La prima notte del dottor Danieli industriale con il complesso del giocattolo esce sugli schermi italiani nel 1970 per la regia di Giovanni Grimaldi, che aveva diretto il protagonista della commedia, Lando Buzzanca, un anno prima in Puro siccome un angelo papà mi fece monaco… di Monza.
Il regista, intuite le particolari doti comiche dell’attore siciliano, gli affida un ruolo decisamente mortificante in una commediaccia piena di luoghi comuni che pure sorprendentemente ebbe un gran riscontro di pubblico, diventando uno dei film più visti dell’annata.
Un mistero questo di difficile soluzione.

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Il film è piatto come una tavola da biliardo, con trovate comiche di grana grossa e sopratutto povero anche di situazioni sexy che erano poi uno dei motivi del successo di questo genere di pellicole.
Quello che infastidisce di più nel film è lo stereotipo del maschio siculo orgoglioso della sua potenza sessuale messo in crisi dal fiasco della prima notte di nozze con conseguenti pettegolezzi sulla vicenda scatenati proprio dal dottore chiamato a visitare l’uomo. Inoltre il film si infila ben presto negli abusati doppi sensi di natura sessuale, non dimenticando ovviamente di porgere come contraltare la vicenda di Laura, moglie di Federico (un uomo di una certa età) affetta dal problema opposto, ovvero l’iper attività sessuale di suo marito che la costringe ad un esaurimento nervoso.
Come vediamo, ci sono tutti gli ingredienti pruriginosi e vetusti delle commedie sexy; ad aggravare il bilancio fallimentare del film da ogni punto di vista, si aggiunga l’inespressività totale di Katia Christine, chiamata a interpretare il ruolo della mogliettina insoddisfatta del dottor Danieli.

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L’attrice si segnala solo per un paio di topless e null’alto, mentre appena sulla sufficienza troviamo Francoise Prevost, ormai quarantenne e con alle spalle il successo dello scabroso Brucia ragazzo brucia; l’attrice si barcamena decentemene nel ruolo della suocera un tantino “esuberante” e con alle spalle una grossa esperienza nel ramo matrimoniale.
Malissimo Saro Urzi nel ruolo del dottore lingua lunga che alla fine corteggerà la vedova Virginia.
Da segnalare nel film la presenza della principessa Ira Furstenberg nel ruolo della sventurata Laura affetta da surmenage sessuale e di Enzo Garinei.

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Ira Furstenberg è Laura, alle prese con l’insaziabile marito

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Film che davvero non merita altri commenti e che risulta oggi assolutamente inguardabile.
La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo,un film di Gianni Grimaldi. Con Lando Buzzanca,Katia Kristine, Françoise Prévost, Alfredo Rizzo, Saro Urzì, Linda Sini, Enzo Garinei, Carletto Sposito, Ira Fürstenberg, Ileana Rigano,Renato Malavasi, Francesco Sineri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1970.

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La prima notte del dottor Danieli banner protagonisti

Lando Buzzanca: Carlo Danieli
Françoise Prévost: Virginia
Katia Christine: Elena
Alfredo Rizzo: Federico
Carletto Sposito: Totò
Linda Sini: Concettina, moglie di Totò
Enzo Garinei: Chevron
Renato Malavasi: Direttore dell’hotel
Ileana Riganò: Teresa Durini
Ira Fürstenberg: Laura
Saro Urzì: Il medico dell’hotel

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Regia     Giovanni Grimaldi
Soggetto     Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Sceneggiatura     Giovanni Grimaldi
Casa di produzione     Princeps Cinematografica
Distribuzione      Medusa
Fotografia     Aldo Greci
Montaggio     Dolores Tamburini
Musiche     Riz Ortolani
Scenografia     Francesco Cuppini
Costumi     Giulia Mafai

aprile 28, 2011 Posted by | Commedia | , , , , | Lascia un commento

Il gatto mammone

Il gatto mammone locandina

Rosalia e Lollo formano una bella coppia a cui tutto sembra sorridere; hanno un tenore di vita alto, hanno una bella casa, Lollo è un piccolo industriale e quindi tutto sembrerebbe filare per il meglio.
Ma Lollo ha un cruccio; nonostante i suoi “sforzi”, non riesce a diventare padre.
Il che per lui, siciliano di nascita e di cultura, è un autentico dramma aggravato dalle visioni del padre che lo rimprovera per non essere capace di mettere al mondo il tanto sospirato erede.

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Rossana Podestà interpreta Rosalia

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Gloria Guida è Marietta

In accordo con sua moglie, stufa dei continui lamenti del marito, Lollo si decide a frequentare altre donne, senza però riuscire nell’intento.
Poi trova la soluzione: porta in casa una giovane ragazza madre, Marietta, alla quale propone soldi e una sistemazione sicura in cambio di un figlio.
La ragazza accetta e per Lollo inizia un surmenage che sembra culminare nel raggiungimento dei suoi sogni; vede apparire infatti la figura di suo padre dal mare che gli conferma che diverrà padre.

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Lollo spia…

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… la bella e procace Marietta

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E in realtà diverrà papa di un bel bambino, ma non per merito suo: Rosalia, sua moglie, stanca dell’ossessione del marito, si procura un amante e resta incinta, mostrando a suo marito che la sterilità non era da addebitare a lei ma a lui.
Finale adeguato…

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Il gatto mammone, diretto da Nando Cicero nel 1975, è una commediola sexy (erotica è davvero troppo) imbastita attorno al personaggio del gallo meridionale tante volte interpretato da Lando Buzzanca, star assoluta delle commedie sexy di inizi anni 70.
L’attore palermitano diventa protagonista assoluto (come tante altre volte) della pellicola, infarcita as usual di tanti luoghi comuni da poter essere definito un compendio degli stessi.
C’è il solito galletto arricchito convinto che tutto gli sia dovuto, l’ansia tipica del siciliano (così come descritta purtroppo tante volte in altri film) di dare un erede alla sua famiglia, la moglie che tacitamente acconsente e infine il colpo di scena (abusato troppe volte) della sterilità non imputabile alla moglie ma a lui.

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In mezzo, un film che non decolla mai, abbellito solo dalle presenze della splendida Rossana Podestà e da quella di una Gloria Guida che passa parecchio del suo tempo in una doccia, dimostrando di poter rivaleggiare con la Fenech, l’attrice più pulita dello schermo (secondo una definizione di un critico dell’epoca)
La regia di Nando Cicero, reduce dall’ottima prova di Ultimo tango a Zagarolo e da quella meno riuscita di Bella, ricca, lieve difetto fisico cerca anima gemella non si segnala per nulla di particolarmente interessante.

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Il film, che vede nelle firme della sceneggiatura la presenza di Raimondo Vianello, è un contenitore (vuoto) di cose viste e riviste, inclusi tutti i luoghi comuni citati e qualche volgarità di troppo.
Le scene comiche latitano, per cui non si può nemmeno parlare di un film costruito per scatenare risate; il massimo della comicità (di bassa lega) è espressa da una scena in cui Lollo, dopo aver consumato l’atto d’amore con una annoiata Marietta, esce sul balcone e vede la figura del padre sorgere dal mare e sorridere. Lui grida “sarò padre” e un vicino, uscito anch’egli sul balcone, lo manderà volgarmente a …….
Questo è il massimo di comicità espresso dal film, a cui il regista nato in Eritrea tenta inutilmente di dare un’anima.
Non è un film inguardabile, quanto piuttosto un maldestro tentativo di ironizzare sui soliti luoghi comuni attribuiti ai siciliani.
Non a caso  il papa di Lollo porta la coppola….

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Il gatto mammone, un film di Nando Cicero. Con Rossana Podestà, Gloria Guida, Lando Buzzanca, Umberto Spadaro, Adriana Facchetti, Franco Giacobini, Tiberio Murgia, Franco Lantieri, Renzo Marignano
Commedia, durata 95 min. – Italia 1975.

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Il gatto mammone banner personaggi

Lando Buzzanca … Lollo
Rossana Podestà     … Rosalia
Gloria Guida         … Marietta
Ermelinda De Felice         …Suora
Grazia Di Marzà     … Madre di Rosalia
Franco Giacobini         … Prete
Franco Lantieri         … Amico di Lollo
Sofia Lusy          … La vedova
Renzo Marignano          … L’urologo
Tiberio Murgia         …     Zingaro
Umberto Spadaro          … Dottore

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Regia: Nando Cicero
Soggetto: Francesco Longo
Sceneggiatura: Raimondo Vianello e Sandro Continenza
Musiche: Carlo Rustichelli
Casa di produzione: Medusa Cinematografica
Distribuzione :    Medusa Distribuzione
Fotografia :    Alfio Contini
Montaggio :    Renato Cinquini

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Semideludente. Buzzanca in forma, ma il film, monocorde, non mantiene le promesse. La Guida è al primo film non VM18. Come in L’arbitro c’è l’imitazione mussoliniana: “L’uomo… non è uomo… se non è PADRE!!!”. La musica delle apparizioni del padre è quella dell’inizio delle trasmissioni RAI. La trovata del training autogeno viene dal fatto che la prima squadra a realizzarlo, all’epoca, era stato il Cesena,
Tipicamente ciceriano, cioè a dire svincolato dal genere per via di un impianto surreale (le apparizioni) e per la presenza di brutti (e sovente sfigati) figuri. Buzzanca è ben immerso nella parte e la Guida è alla sua massima forma (fisica, purtroppo non artistica) che viene affiancata a quella della bella e brava Rossana Podestà. C’è anche Tiberio Murgia che aggiunge un tocco di stravaganza al tutto (come sempre). Riuscito solo a metà…

Brillante prova di Buzzanca con Cicero, ben serviti da una sceneggiatura di Vianello e Continenza che, pur con le inevitabili concessioni ai cliché, valorizza l’estro dello scatenato Lando (in una delle sue riuscite migliori) e crea i presupposti per gli eccessi di Cicero, la parte migliore del suo cinema, che si sfrena ad esempio nella strepitosa sequenza ambientata nell’abitazione della subumana fattrice, o nelle apparizioni del babbo. La Guida è un pezzo di legno, ma che bel pezzo (terribile, ma appropriato, il doppiaggio veneto).

Sguaiata commedia alla siciliana che, dopo un rapido, divertente inizio (l’incubo di Buzzanca) scende sempre di più, fino a precipitare del tutto. Colpa di una trama sterile e ripetitiva e di un cattivo gusto generalizzato, insopportabile nelle sequenze in cui compare la vedova e le cacofonie “pierinesche” di casa sua. Anche le apparizioni del padre del protagonista stancano presto. Buzzanca e la Guida ripropongono i consueti ruoli, per cui la sola ragion d’essere è la bellissima Podestà con il suo physique du rôle da donna sicula.

Commedia erotica poco entusiasmante. La buona idea di partenza viene sviluppata nel modo più banale possibile, e i momenti divertenti scarseggiano. Discrete le ambientazioni, anche se la regia appare piuttosto rozza e banale. Buoni gli attori: Buzzanca, in una parte simile a molte altre, funziona bene; bravissima la Podestà, forse la migliore del cast; Gloria Guida, anche se ha dato di meglio (forse anche per il ruolo secondario che ricopre) è sempre uno spettacolo. Discreta la colonna sonora.

marzo 25, 2011 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento