Messe nere per le vergini svedesi
Le sorelle Christine e Betty rispondono ad un’inserzione di un’agenzia che cerca due fotomodelle per servizi fotografici.
Ma l’annuncio è una trappola e le due ragazze inglesi scopriranno ben presto che l’autore dello stesso altro non è che un adoratore di Satana che ha intenzione di sacrificarle al Maligno con l’aiuto di una signora lesbica e la compiacenza di un gruppo di seguaci del male.
Lieto fine.
Credo che questa sia la recensione più breve in assoluto che ci sia su questo blog, ma in effetti di Messe nere per le vergini svedesi, pellicola diretta da Ray Austin nel 1972 c’è da dire ben poco a livello di trama.
Il titolo ovviamente è fuorviante, in quanto allude a misteriose vergini svedesi che nella realtà non esistono in quanto le due ragazze sono inglesi; ma i distributori italiani dell’epoca ben sapevano che tutto ciò che ammiccava o alludeva alla Scandinavia portava nelle sale più spettatori, sopratutto quando nei titoli si ammiccava a presunte vergini o voglie o vizi.

Ray Austin, regista inglese approdato poi felicemente al piccolo schermo dove ha diretto un nugolo di serie tv famosissime come Visitors, Highlander, Magnum PI, Zorro e la recente JAG – Avvocati in divisa gira un filmetto che strizza l’occhio all’horror satanico abbondantemente condito da sesso.
Sesso non di certo esplicito, ma illustrato attraverso intere sequenze in cui le due protagoniste ovvero le sorelle Christine e Betty interpretate rispettivamente da Ann Michelle e Vicki Michelle (sorelle anche nella realtà) girano senza veli in qualsiasi occasione.
E’ questa l’unica vera arma di un film piatto e senza guizzi, girato con l’evidente scopo di accalappiare un certo numero di spettatori con tendenze voyeuristiche.
Il “niente sesso siamo inglesi” è ancora una volta smentito clamorosamente da questa produzione che si rifà immancabilmente ai prodotti ben più degni della Hammer; l’Inghilterra confezionò per un certo periodo una mole enorme di filmetti a basso costo
( e bassa qualità) infarciti di nudi a tutto spiano, roba insomma da far impallidire i nostrani decamerotici.
In Virgin witch, titolo originale del film, non c’è alcun elemento di interesse particolare: l’azione è molto limitata così come pure l’ambientazione horror.
Il film cerca di darsi una patente di opera sul paranormale, nel momento in cui attribuisce a Christine capacita’ psichiche attivate proprio durante il sabba, nel corso del quale perde la verginità ma acquisisce facoltà paranormali.
La storia regge davvero poco, anche perchè la sceneggiatura è molto approssimativa e sembra assemblata in pochi minuti; le due attrici mostrano uno splendido corpo non affiancato da pari doti recitative.

Ann Michelle del resto finirà in produzioni di b movie dagli eloquenti titoli come Amori vizi e depravazioni di Justine, Spogliati… che poi ti sposo! ,Lady Chatterley junior mentre la sorella maggiore Vicky all’inizio seguirà la stessa strada (girerà il terrificante Lo stallone erotico ) per poi specializzarsi in serie Tv con lusinghiero successo, visto che è attiva ancora oggi.
Insomma, film di modestissime pretese che è passato completamente nel dimenticatoio per essere rispolverato qualche anno fa in edizione digitale che ha l’unico pregio di mostrare gli splendidi corpi delle protagoniste in tutto lo splendore del colore restaurato.
Messe nere per le vergini svedesi
Un film di Ray Austin. Con Patricia Haines, Keith Buckley, Ann Michelle,Vicky Michelle Titolo originale Virgin Witch. Horror, durata 89 min. – Gran Bretagna 1971.
Ann Michelle … Christine
Vicki Michelle … Betty
Keith Buckley … Johnny
Patricia Haines … Sybil Waite
James Chase … Peter
Paula Wright … La signora Wendell
Christopher Strain …Il lattaio
Esme Smythe … La cavallerizza
Garth Watkins … Il Colonello
Neil Hallett … Gerald Amberly
Helen Downing … Abby Darke
Peter Halliday … Il direttore del club
Regia: Ray Austin
Sceneggiatura: Beryl Vertue
Produzione: Hazel Adair, Edward Brady,
Dennis Durack …. executive producer
Ralph Solomons …. producer
Kent Walton …. co-producer
Cognome e nome: Lacombe Lucien
Nel giugno del 1944 la Francia è ancora occupata dall’esercito nazista.
Nel sud del paese, ai confini con la Spagna,vive il giovane Lucien che è figlio di un fattore fatto prigioniero dai tedeschi.
La madre del giovane è impegnata nella difficile gestione di una fattoria mentre Lucien lavora come inserviente in una casa di riposo e vive praticamente lontano da casa.
Un giorno recatosi alla fattoria scopre che sua madre ha allacciato una relazione con il padrone della stessa e che la fattoria è piena di sfollati in fuga dalle zone di guerra.
Lucien è un ragazzo ignorante e primitivo che passa il tempo libero sognando di diventare un eroe e che si trastulla con fucile e fionda con i quali uccide poveri animaletti indifesi; non ha alcun ideale, vive in pratica in una sorta di rozza ignoranza che però non è priva di intelligenza.
Sempre alla ricerca di coronare il suo sogno segreto di diventare qualcuno, un eroe, decide di arruolarsi nelle formazioni partigiane ma viene respinto da Peyssac un membro locale delle formazioni combattenti per la libertà.
Pierre Blaise e Aurore Clement
I desideri di Lucien sono destinati ad essere esauditi ma in maniera diametralmente opposta; una sera, rientrato durante il coprifuoco viene fermato e arrestato dalla Gestapo che lo porta in un albergo dove assiste a scene di vita quotidiana degli occupanti, fatta di sfarzo e lusso e di orge.
Tra i partecipanti al festino c’è un gruppo variegato di collaborazionisti, gente che ha trovato il sistema per sfruttare a proprio vantaggio l’occupazione nazista; ci sono l’ex campione di ciclismo Aubert diventato uno straccio umano per colpa dell’alcool, il nobile Jean-Bernard de Voisins che è un altro opportunista che tenta di continuare a fare la bella vita con la sua amante, un simpatizzante nazista, un ex poliziotto e un uomo di colore.
Il gruppo fa bere il giovane Lucien che si ubriaca e fa il nome di Peyssac, il cui destino a quel punto è segnato.
L’uomo accusato di essere un partigiano viene arrestato e sottoposto a tortura mentre Lucien si fa coinvolgere in atti terribili; il giovane partecipa a rastrellamenti durante i quali arriva ad uccidere, sempre sobillato dai compagni che lo spingono sempre più verso l’alcolismo.
Casualmente Lucien conosce Albert Horn, un sarto di origini ebree che è sfuggito ai rastrellamenti grazie ai soldi che paga al poliziotto che fa parte del gruppo collaborazionista.
L’uomo ha una figlia, France e per Lucien arriva l’amore contrastato però da Horn che non ha alcuna simpatia per il giovane.
France dal canto suo prova sentimenti contrastanti per Lucien.
Da un lato è infatuata, dall’altro lo teme sia per i suoi rapporti con i collaborazionisti e di conseguenza con i nazisti sia per il comportamento violento del giovane.
La situazione evolve in peggio e Horn alla fine viene arrestato, non prima però di aver rivendicato con orgoglio la sua nazionalità francese e la sua fede.
Lucien non interviene durante l’arresto, mentre nei giorni successivi i partigiani iniziano una forte controffensiva nel corso della quale vengono uccisi uno alla volta gli sciagurati compagni di avventura di Lucien.
Un gruppo di combattenti entra nell’albergo nel quale sono detenuti alcuni partigiani e Lucien si rende conto che il suo destino è ormai segnato: in un ultimo scatto di orgoglio uccide un tedesco che sta per arrestare sia France che sua nonna e fugge verso la Spagna con loro.
La didascalia finale ci informa sul suo destino….
Diretto da Louis Malle nel 1974, Cognome e nome: Lacombe Lucien è uno splendido spaccato su una delle vicende più tristi della seconda guerra mondiale, un fenomeno che non fu certo solo francese ma esteso a tutti i paesi in guerra occupati dai nazisti, ovvero il collaborazionismo con le forze di occupazione.
Malle, che tre anni prima aveva girato un altro film scandalo, Soffio al cuore (Le Souffle Au Coeur) su un tema scottante come l’incesto, questa volta scava nella memoria storica francese andando a riprendere una delle pagine più oscure dell’occupazione nazista e mostrando al pubblico una storia in cui i protagonisti sono gente comune, anzi, quanto di più comune possa esistere.
A cominciare dal rozzo, ignorante e violento Lucien, che dalla sua ha l’unica scusante di essere un giovane non ancora diciottenne, ma furbo e scaltro. Uno che impara da subito qual’è la via migliore per ottenere quello che vuole e che non esita a uccidere, a tradire non solo per denaro ma per un’oscura voglia di emergere, di non essere una nullità.
Non a caso il suo sogno è impersonificato dall’eroe senza macchia e senza paura.
Eppure finirà per fare scelte completamente diverse, anche se in qualche modo trascinato dagli avvenimenti.
Malle lo rappresenta senza mostrare alcuna simpatia o antipatia per il personaggio.
E’ una vittima delle circostanze oppure è un assassino latente? E’ un violento per natura oppure lo diventa perchè attorno a lui tutto parla il linguaggio della violenza?
Non lo sapremo, perchè anche il finale del film mantiene aperte più soluzioni; di certo Malle con la sua rappresentazione scarna e sintetica del personaggio di Lucien si attirò addosso un nugolo di critiche, la più benevola delle quali parlava di voluta ambiguità.
Il grande regista di Thumeries, lungi dal prendere posizione, si comporta come un entomologo che ha appena trovato un insetto e lo studia da vicino senza giudicare nè la sua bellezza nè le sue capacità: un insetto è un insetto, conta quello che fa, come vive e come vola, non conta certo se esteticamente è repellente oppure no.
Può sembrare un paragone fuori posto eppure credo sia il più adatto alle circostanze.
Malle sa benissimo che ci sono dei nervi scoperti che pure a distanza di 50 anni mantengono aperte ferite mai rimarginate per cui si limita a mostrare una storia particolarmente odiosa, vera e reale senza però fare il giudice.
Lucien e i suoi amici sono farabutti della peggior specie che tradiscono e uccidono non per un ideale ma per bramosia di potere, per il superfluo e anche, cosa più importante, per trovare una rivincita nella vita.
Non a caso sono persone che hanno perso il lavoro, sono insoddisfatti, ubriaconi e violenti.
Dall’altro lato della barricata ci sono i partigiani e l’ebreo Horn, la debole e passiva France, gente che sa bene dov’è il male e da cosa è rappresentato.
Pure, Horn trova un compromesso tra la voglia di vivere e la sua religione, la sua “razza” e la necessità di nascondersi dietro un paravento per evitare di essere deportato. Non a caso accetta di pagare un collaborazionista pur di non essere scoperto. France è succube di Lucien, forse lo ama davvero nonostante il ragazzo sia tutto tranne che un esempio da seguire.
E alla fine si salverà grazie all’unico atto d’orgoglio e di onestà del giovane.
Quindi nel film non ci sono personaggi particolarmente positivi e questo forse ha inficiato il giudizio della critica.
Invece il film è davvero bello, teso e duro, abbellito da una fotografia preziosa opera di Tonino Delli Colli che mostra un contrasto stridente fra il bel paesaggio assolato del sud della Francia opposto alla narrazione di fatti abietti come quelli descritti nel film.
Il cast lavora molto bene, in particolare la bella Aurore Clement che interpreta France Horn; l’attrice di Soissons esordisce così sullo schermo in maniera eccellente, eppure nella sua carriera non otterrà i riconoscimenti che avrebbe meritato. Per avere un’idea dei film nei quali è stata presente, cito L’Agnese va a morire, regia di Giuliano Montaldo oppure Caro Michele, regia di Mario Monicelli (1976),Caro papà, regia di Dino Risi (1979) o Paris, Texas, regia di Wim Wenders (1984) oltre alla partecipazione al capolavoro di Coppola Apocalipse now, dove la sua parte venne completamente tagliata in fase di montaggio.
Bene anche lo sfortunato Pierre Blaise, che purtroppo morirà a soli 23 anni nel 1975, subito dopo aver interpretato Per le antiche scale di Bolognini.
Da segnalare nel cast la presenza della veterana Ave Ninchi nel ruolo della proprietaria dell’hotel in cui si riunisce la Gestapo.
Cognome e nome: Lacombe Lucien è un gran film, che avrebbe meritato ben più della sola nomination all’Oscar del 1974; purtroppo ( o per fortuna) quell’anno in concorso c’era lo splendido Effetto notte di Truffaut che vinse se vogliamo con merito nella categoria Miglior film straniero.
Un film da riscoprire, per meditare e passare 2 ore davanti all’opera di un grande maestro della cinematografia mondiale.
Cognome e nome: Lacombe Lucien
Un film di Louis Malle. Con Ave Ninchi, Aurore Clément, Pierre Blaise, Holger Lawenadler, Thérèse Giehse,Donato Castellaneta Titolo originale Lacombe Lucien. Drammatico, durata 135 min. – Francia 1974.
Pierre Blaise: Lucien Lacombe
Aurore Clément: France Horn
Holger Löwenadler: Albert Horn
Therese Giehse: Bella Horn, nonna di France
Stéphane Bouy: Jean-Bernard de Voisin
Loumi Iacobesco: Betty Beaulieu
René Bouloc: Stéphane Faure
Gilberte Rivet: madre di Lucien
Pierre Saintons: Hippolyte, il collaborazionista di colore
Ave Ninchi: Madame Georges, proprietaria dell’albergo
Regia Louis Malle
Soggetto Louis Malle e Patrick Modiano
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Suzanne Baron
Musiche Django Reinhardt
Scenografia Ghislain Uhry
Foto di scena del film
La pelle di Satana
Siamo in Inghilterra, nel XVII secolo.
Ralph Gower sta lavorando nei campi e mentre ara si imbatte in uno strana parte di corpo, che non sembra essere umana e nemmeno animale.
L’uomo porta il macabro reperto a casa e da quel momento nella contea si verificano fatti raccapriccianti.
Una giovane donna inizia a dare segni di squilibrio mentale, mentre al suo fidanzato capita di peggio; mentre è su un giaciglio, vede spuntare al posto della sua mano una zampa con artigli pelosa e mostruosa.
L’uomo, sconvolto si amputa l’arto, mentre alcune persone vedono comparire sul loro corpo strane zone di pelle coperte di peli.
Accanto a questi avvenimenti si sviluppa parallelamente la vicenda di una splendida ragazza, Angela Blake, che trova nei boschi un artiglio mostruoso e da quel momento viene posseduta da uno spirito satanico.
La ragazza inizia un’opera di reclutamento tra la popolazione locale, costringendo i neo adepti ad effettuare riti diabolici, in uno dei quali vengono sacrificati a Satana due ragazzi.
Dilaga la paura e a farne le spese è una giovane innocente, Margareth che viene gettata in un fiume dal quale viene salvata in extremis proprio dal contadino Gower.
Intanto in paese arriva un magistrato dai metodi spicci e dalla mente aperta, che grazie alla collaborazione di Margareth che non era poi così innocente come si pensava, identifica il luogo dove avvengono le cerimonie e con l’aiuto dei paesani spezza il sortilegio….
La pelle di Satana (Satan skin o anche Blood on Satan ’s Claw) è uno dei tanti horror britannici nati sulla falsariga dei prodotti Hammer, la gloriosa casa di produzione britannica che proprio in quegli anni presentava la famosa “trilogia dei Karnstein”, composta dai tre film Vampiri amanti (The Vampire Lovers) (1970), Mircalla, l’amante immortale (Lust for a Vampire) (1971) e Le figlie di Dracula (Twins of Evil) (1972).
La celebre sequenza in cui Angel si spoglia davanti al sacerdote
Un horror con una sceneggiatura abbastanza esile ma con uno scorrimento agile e interessante, strutturato come un gotico medioevale (bella la ricostruzione del paese in cui si succedono gli eventi) e con un pizzico di erotismo.
Memorabile la scena che lanciò la splendida protagonista Linda Hayden che compare completamente nuda davanti al prete del villaggio; Linda, che in seguito farà una discreta carriera specializzandosi in serie tv appare in tutta la sua sfolgorante bellezza e convince anche per la sua aria angelica, opposta al personaggio diabolico interpretato.
Qualche scena è ben congegnata, come quella iniziale del ritrovamento del pezzo anatomico che darà il via al diabolico sortilegio o la scena dello stupro della ragazza nei boschi o ancora la sequenza finale che vede protagonista il magistrato che riesce a spezzare l’incantesimo.
A convincere di più è proprio l’ambientazione, con un paese che sembra preso di peso dalle leggende nere inglesi, preda di superstizioni e paure irrazionali, ma che in questo caso si rivelano abbastanza fondate.
Un film onesto, senza grosse ambizioni ma anche senza grosse sbavature.
La pelle di Satana
Un film di Piers Haggard. Con Linda Hayden, Patrick Wymark, Barry Andrews Titolo originale Blood on Satan ’s Claw. Horror, durata 96 min. – Gran Bretagna 1970.
![]()
Patrick Wymark … Il giudice
Linda Hayden … Angel Blake
Barry Andrews … Ralph Gower
Michele Dotrice … Margaret
Wendy Padbury … Cathy Vespers
Anthony Ainley … Reverendo Fallowfield
Charlotte Mitchell … Ellen Vespers
Tamara Ustinov … Rosalind Barton
Simon Williams … Peter Edmonton
James Hayter … Middleton
Howard Goorney … Il dottore
Avice Landone … Isobel Banham
Robin Davies … Mark Vespers
Regia: Piers Haggard
Sceneggiatura: Robert Wynne-Simmons, Piers Haggard
Produzione: Peter L. Andrews, Malcolm Heyworth, Tony Tenser
Musiche: Marc Wilkinson
Editing:Richard Best
Casting: Weston Drury Jr.
Direzione artistica: Arnold Chapkis

Pellicola di stampo “satanico” realizzata nel perfetto english style. Il clima perturbante è garantito dalla bellezza (un tantino inquietante) della sublime Linda Hayden, divenuta vestale del Demonio a seguito del rinvenimento d’un insolito artiglio. La maledizione è cagionata da oggetti infernali, sparsi qua e là (l’incipit con il pezzo anatomico parte umano, parte bestiale). Un contandino, con l’aiuto d’un magistrato, porrà fine alla mefistofelica concatenazione d’atti sanguinari. La scarsità degli effetti speciali limita il risultato finale.
Non male questo horror satanico con alcuni personaggi ben costruiti (il giudice scettico, il dottore, che fa solo salassi, legato ai miti e alle leggende popolari con annesso libro illustrato, Angela, di nome ma non di fatto e il povero prete, che vede diminuire sempre più le sue giovani pecorelle). Certo, il ritmo è quel che è, la datazione si sente, facendo fare qua e là qualche sorriso (Angela posseduta con sopracciglia alla Bergomi), ma tra un “gioco”, una sparizione e il diavolo che, più che lo zampino, ci mette gli artigli, ci si può accontentare, grazie anche a una recitazione decente.
Gotico rurale britannico immerso in un clima claustrofobico di bigottismo e peccato ove a provocare orrore non sono tanto gli artigli della pelosa Bestia disseppellita, quanto il gruppo di ragazzini – di qui l’aggancio con film passati e futuri è immediato – da essa reso diabolico e sanguinario; e, per di più, la loro sacerdotessa è una bionda fanciulla dal nome ingannevole (Angela) e dall’impressionante sguardo lubrico… La missione di sconfiggere il Maligno brandendo la spada della Fede è compiuta da un implacabile Wymark, figura ibrida fra un Grande Inquisitore, un esorcista e Van Helsing.
Discreto horror britannico che a tratti ricorda il successivo e ben più riuscito The wicker man, in cui il regista riesce a descrivere con efficacia un clima che diventa sempre più allucinato ed inquietante col procedere della storia. Finale un po’ troppo affrettato. Per l’epoca abbastanza forte. Godibile.
Ottimo horror inglese targato TIGON, che conta su un Wymark in perfetta forma e una raggiante Linda Hayden, con una non indifferente carica erotica (come nella scena in cui cerca di sedurre il prete) e tensione costante. Ottime fotografia e musica. Soltanto il make-up della creatura lascia un pochino delusi, ma si può anche sorvolare.
Opera che intriga con l’atmosfera rurale, i personaggi ben amalgamati e quelle forti pennellate di sex and demons date qua e là. Allo stesso tempo è un po’ lentina e legnosa nella regia. Altro punto double-face sono le musiche, che all’inizio mi sembravano invadenti e senza uno stile preciso. Alla fine invece il leitmotiv composto da Marc Wilkinson mi è veramente entrato dentro e vale mezzo punto in più.
Horror gotico/satanico non certo memorabile, ma non privo di qualche pregio (l’atmosfera, la prestazione di alcuni attori) e girato con una certa professionalità. Il mood generale riporta ai classici dell’horror british, per cui il film potrà piacere ai cultori del (sotto) genere; personalmente ho però trovato lo svolgimento decisamente catatonico e poco coinvolgente, oltre ad una sceneggiatura non propriamente solida e ad effetti speciali a dir poco caserecci. In definitiva, un B-movie solo per appassionati; invecchiato abbastanza male.
Il film inizia in sordina, quasi una fiaba scura, ma poi l’indirizzo cambia. Dopo il nudo integrale di Angela di fronte all’incorruttibile sacerdote, la pellicola assume un morboso connotato allo zolfo. La setta di Belzebù persevera la sua opera con lo stupro di una dannata, perpetrato in un palcoscenico inquietante e sotto lo sguardo perverso di vecchi e ragazzi, sani e malati. La furia purificatrice si esalta nella sfida alle pratiche magiche delle streghe e del loro padrone. I segni sono parte della bestia ed alla fine la verità verrà mostrata!
Echi polanskiani in particolare da Rosemary’s baby, un’ambientazione particolarmente azzeccata, quella delle campagne inglesi e l’adorazione del diavolo, alla base di questa pellicola, omaggio al maligno. Molti altri gli spunti interessanti, tra questi la ricostruzione scenica e una prima attrice perfetta nel suo ruolo. Un film da annoverare di diritto tra le opere sataniste. Le streghe ti daranno il benvenuto.
In un villaggio inglese per caso viene scoperto il cadavere di un essere che si ritiene di Satana. Da allora vengono commessi rituali di magia nera con tanto di sacrifici umani, mentre il “contagio” diabolico si espande sugli abitanti, marchiati da strane chiazze pelose sul corpo. Film inusuale, dal sottofondo pauroso e con una buona ricostruzione dell’epoca passata, ma che sbanda qua e là, sforzandosi di trovare uno stile univoco, invano. Annacquato..
![]()
Peccatori di provincia
Alla morte di Emanuele Lo Curcio l’intera famiglia del defunto esulta: i presunti eredi hanno grossi problemi di denaro e tutti indistintamente contano sul lascito per risollevarsi.
Ma con grande stupore e con sommo rammarico scoprono che il defunto Lo Curcio ha lasciato tutta la cospicua eredità alla figlia naturale Domitilla della quale ignoravano l’esistenza.
Per colmo di sventura, quando la ragazza arriva nella casa del padre, con costernazione gli eredi Lo Curcio si rendono conto che la ragazza sta per diventare suora.
Il Sindaco del paese Renzo Montagnani), marito di una delle figlie di Emanuele, Vincenzina, la sorella del Lo Curcio Concetta e la nipote Gigia sono così costretti a studiare un sistema per spogliare la ragazza di quanto destinatole dal padre.
Dopo varie vicissitudini, sarà Gigia ad avere un’idea: fotografare la suorina nuda nel bel mezzo di un’orgia per farla dichiarare indegna.
Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi….
Renzo Montagnani
Peccatori di provincia (1976) rappresenta uno dei punti più bassi toccati dall’ormai moribonda commedia sexy.
Commediaccia di grana grossissima infarcita di gratuite volgarità, priva di una trama almeno credibile riesce a reggersi fino in fondo solo per la professionalità del cast assemblato dal regista Tiziano Longo, autore di otto pellicole una più sciagurata dell’altra con l’unica eccezione del discreto Mala amore e morte.
Il regista di Sedicianni, La prova d’amore e Lo stallone punta solo ed esclusivamente al botteghino, riunendo i peggiori stilemi della commedia sexy; turpiloquio, oscenità, battute di grana grossolana e scene sexy.
Se questo amalgama in passato ha funzionato vuoi per qualche felice trovata vuoi per la simpatia di alcuni caratteristi utilizzati nel film in questione ha un peso specifico molto modesto perchè il film è davvero poca cosa.
Daniela Halbritter
Poche battute che possono strappare un sorrisetto, scene sexy affidate alla splendida Femi Benussi sempre più spogliata e alla legnosissima Daniela Halbritter (qualcuno al ricorderà in Labbra di lurido blu) e sopratutto una trama assolutamente inconsistente e ridicola.
E’ di scena la solita eredità contesa, la solita famiglia di avvoltoi e l’espediente della suorina fotografata in pose compromettenti per renderla indegna dell’eredità paterna; insomma un già visto desolante e privo di fantasia che umilia il cast utilizzato.
Renzo Montagnani e Macha Meril, Lauretta Masiero e Riccardo Garrone , Femi Benussi non possono da soli, anche con la loro simpatia e professionalità risollevare un prodotto privo del benchè minimo motivo di interesse.
Gli unici sussulti vengono dalle scene di nudo della Benussi, ed è tutto dire mentre l’aver spogliato la Daniela Halbritter dei veli monacali e averla messa in reggicalze (una novizia?) va a tutta dannazione dell’ingegno di chi ha partorito l’idea malsana.
Passi per un filmetto del filone conventuale, ma una scena del genere in una commedia sia pure a sfondo sexy appare blasfema e ridicola.
Insomma, un prodotto da cinema di serie z a cui apparterrebbe di diritto non fosse per la presenza dei diversi caratteristi citati che un mezzo punto in più lo meritano più come riconoscimento alla carriera che per la loro presenza in questo film.
Prodotto apparso diverse volte in tv però privo di alcune scene sexy che rendono ancora più ridicolo il tutto.
A scrivere la sceneggiatura ci si sono messi in tre, ovvero Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati; non dubito che l’abbiano partorita in una decina di minuti, visto il risultato ottenuto.
Un’ultima cosa.
Passi l’idea di produrre una pellicola erotica (blandamente tra l’altro) e passi anche la scarsa fantasia nello stendere la sceneggiatura e nel girare il film stesso.
Quello che non può passare è il consueto stereotipo della provincia vista come bacchettona e allo stesso tempo maliziosa e sporcacciona.

E sopratutto non può passare l’immagine di famiglie bramose di denaro e pronte a tutto pur di intascare denaro, composte da persone lascive e dedite ai peggiori vizi privati e affette da ingordigia spropositata oltre che subdolamente descritte come ipocrite e farisee.
Un’immagine deleteria già più volte descritta sopratutto nelle ambientazioni logistiche del Sud Italia; a cambiare questa volta è la location, quella descritta è la provincia opulenta del centro nord, quasi un’universalizzazione dei difetti italici.
Il messaggio veicolato è quello che dalle Alpi alla Sicilia tutti gli italiani sono gli stessi, con poche virtù e tantissimi vizi.
Peccatori di provincia
Un film di Tiziano Longo. Con Femi Benussi, Macha Méril, Renzo Montagnani, Lauretta Masiero, Riccardo Garrone, Fernando Cerulli, Luciana Turina, Stefano Amato, Otello Belardi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Renzo Montagnani … Sindaco
Macha Méril … Vincenzina Lo Curcio
Femi Benussi … Gigia
Lauretta Masiero … Concetta Lo Curcio
Daniela Halbritter … Domitilla Bertacchi
Riccardo Garrone … Avvocato
Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati
Produzione: Alberto Longo
Musiche: Elio Maestosi,Filippo Trecca
Fotografia: Alfio Contini
L’innocente
L’innocente, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, è l’ultima opera cinematografica di Luchino Visconti.
Diretto nel 1976, il film è una trasposizione abbastanza fedele del romanzo, fatte salve alcune significative differenze tra i personaggi letterari e quelli cinematografici oltre ad una diversa interpretazione del grande maestro milanese che morì prima di vedere il suo film nella stesura definitiva.
Infatti Visconti, colpito da un ictus poco prima del montaggio definitivo non ebbe modo di vedere la sua opera come venne poi presentata al pubblico e per quanto se ne sa non rimase affatto contento di ciò che aveva realizzato.
Sarà la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico ad approvare la versione che venne poi proiettata al Festival di Cannes del 1976, proprio nell’anno del trionfo di Brutti sporchi e cattivi di Scola.
Un film che quindi Visconti non amò particolarmente.
E che non ebbe nemmeno tanti estimatori tra i critici, che rimproverarono al Maestro l’aver scelto di ignorare parzialmente l’aria di decadentismo che permea il romanzo di D’Annunzio, quella messa in scena della fine della nobiltà e del mondo altero e distaccato di quelli che erano gli ultimi rampolli dell’italica nobiltà, destinati di li a poco a essere spazzati via dalle tragedie che si abbatterono sull’Italia subito dopo la fine della prima guerra mondiale.
L’Innocente è ambientato sul finire del 1800, esattamente nel 1891, sotto il regno di Umberto I° che 9 anni più tardi sarà stato ucciso da Bresci; narra le vicende del nobile Tullio Hermil, un aristocratico arrogante con tutti i difetti della sua casta che ha una relazione con la contessa Teresa Raffo pur essendo sposato con le remissiva e dolce Giuliana.
L’uomo approfitta a mani larghe del carattere docile della moglie sbandierando pubblicamente la sua relazione con l’affascinante Contessa; ma al ritorno da un viaggio Tullio scopre che Giuliana ha una relazione con Filippo D’Arborio, un giovane ed affascinante studioso che ha fatto breccia nel cuore della donna.
Laura Antonelli
Tullio, più per vanità ferita che per amore, tenta di riconquistare la moglie ma scopre che la stessa aspetta un figlio da Filippo; il letterato scompare improvvisamente per una breve e fulminante malattia lasciando Giuliana di fronte ad una scelta difficilissima, tenere o no il frutto della relazione proibita con il giovane.
La donna decide di non abortire e allevare quel figlio frutto di una breve passione, suscitando in Tullio una gelosia morbosa che si rivolge contro il frutto del peccato, il piccolo nascituro.

La sera della vigilia di Natale Tullio da sfogo all’odio represso lasciando il piccolo esposto al vento freddo della notte, causando così la sua morte.
Per Giuliana è un dramma, aggravato dalla consapevolezza della responsabilità del marito nell’accaduto.
Tullio, abbandonato dalla moglie, si consola tra le braccia di Teresa alla quale racconta gli avvenimenti; la donna ascolta impietrita e ……
L’innocente è un film raffinato e patinato, tecnicamente riuscito ma poco coinvolgente.
I personaggi che si muovono nel dramma famigliare e che si stagliano solo marginalmente nell’atmosfera corrotta moralmente dell’aristocrazia lombarda non suscitano emozioni, tanto sono lontani dalla vita dell’uomo comune.
Jennifer O’Neill
E’ un dramma aristocratico che si svolge fra case lussuose e vestiti elegantissimi, tra famiglie abituate a tutti gli agi e alle comodità più totali, quindi non appartengono alla nostra vita.
E non sono nemmeno un modello di riferimento per le ambizioni di nessuno, proprio perchè i personaggi e gli ambienti mancano di qualsiasi scrupolo morale o di qualsiasi valore di riferimento.
Tullio o Giuliana, Teresa o gli aristocratici protagonisti non suscitano alcuna simpatia, fatta eccezione ovviamente per il piccolo innocente protagonista del dramma finale.
Parlavo di dramma finale non a caso; per lunga parte del film, assistiamo alle vicende umane della gente che si muove sullo schermo senza provare alcuna emozione nei loro confronti che non sia quella del disprezzo per gente senza valori pregnanti, impegnata in dialoghi futili o in operazioni del vivere quotidiano improntate al massimo dell’inutilità. Un tema che Visconti (che non dimentichiamo era un nobile) aveva già affrontato in opere come La caduta degli dei o Gruppo di famiglia in un interno, film nei quali il mondo snob e fuori dalla realtà dei nobili viene rappresentato come un’elite avulsa dalla realtà, preda di passioni deleterie come la soddisfazione del proprio ego, l’accumulo spasmodico di ricchezze finalizzate all’aumento del proprio prestigio e potere oppure come un gruppo di persone in cui la morale è poco più di una fastidiosa appendice.
Ma se nei due film citati il discorso di Visconti è più omogeneo e duro, in L’innocente siamo di fronte ad un’operazione più di facciata che di sostanza.
Così come gli unici punti di contatto tra il decadentismo raffinato e indolente di D’Annunzio e quello sociale, morale e di calsse tante volte messo all’indice da Visconti si tramuta solo in una raffigurazione visiva molto elegante ma anche molto fredda.
Per quanto riguarda il cast, le prestazioni dei vari interpreti risentono moltissimo del freddo glaciale che si respira nel film e sopratutto della mancanza di simpatia assoluta che ispirano.
Per quanto tutti facciano il loro dovere con professionalità, è indubbia una certa difficoltà da parte di alcuni di loro nell’esprimere la personalità poco più che abbozzata dei protagonisti del film.
Poco più che sufficiente Giannini, sufficiente la bellissima Antonelli che appare però spaesata, quasi che il personaggio-vittima di Giuliana fosse agli antipodi alle sue corde recitative.
Meglio se la cava Jennifer O’Neill, la sofisticata Contessa che l’attrice di origini irlandesi/ispaniche interpreta con classe; la sua eleganza aristocratica, la sua bellezza altera si prestano perfettamente al personaggio di Tersa Raffo, amante di Tullio che alla fine resterà inorridita dal crimine mostruoso commesso dall’amante stesso.
Discreto Marc Porel nel ruolo di Filippo, bene due grandi artisti come Girotti e la Morelli.
Lodi alla fotografia di Pasqualino De Santis e alle scenografie di Mario Garbuglia, mentre le musiche sono prese da opera di Chopin, Lisz e Mozart e a mio parere sono una delle cose migliori del film.
L’innocente
Un film di Luchino Visconti. Con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Jennifer O’Neill, Rina Morelli, Massimo Girotti. Didier Haudepin, Marie Dubois, Roberta Paladini, Claude Mann, Marc Porel, Marina Pierro, Christine Pascal, Didier Haudepin, Philippe Hersent, Elvira Cortese, Siria Betti, Enzo Musumeci Greco, Margherita Horowitz, Riccardo Satta, Vittorio Zarfati, Alessandra Vazzoler, Alessandro Consorti, Filippo Perego Drammatico durata 129 min. – Italia 1976
Giancarlo Giannini: Tullio Hermil
Laura Antonelli: Giuliana Hermil
Jennifer O’Neill: Teresa Raffo
Rina Morelli: Madre di Tullio
Massimo Girotti: Conte Stefano Egano
Didier Haudepin: Federico Hermil
Marie Dubois: La Principessa
Roberta Paladini: Miss Elviretta
Claude Mann: Il Principe
Marc Porel: Filippo d’Arborio
Regia Luchino Visconti
Soggetto Gabriele D’Annunzio (romanzo)
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rizzoli Film, Les Films Jacques Leitienne, Paris
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Chopin, Gluck, Liszt, Mannino, Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Andare davanti al giudice e dirgli: «Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io, Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa».
Giancarlo Giannini interpreta il personaggio di Tullio
Giannini, Visconti e la Antonelli in una pausa della lavorazione del film
Jennifer O’Neill interpreta Teresa
Laura Antonelli è Giuliana
Luchino Visconti e la O’Neill
Lobby card del film
L’ultimo dei Mohicani
Come recita la didascalia iniziale, la vicenda è ambientata nel Nord America nel 1757, durante l’epoca della guerra tra Francia e Inghilterra per il controllo delle colonie.
Un ufficiale inglese si reca in un villaggio di nativi americani per tentare una difficile opera di reclutamento, utilizzando come sistema di persuasione il dovere morale dei nativi stessi di difendere il territorio sotto la giurisdizione inglese.
Il fiero capo dei Mohicani, Chingachgook, che è momentaneamente ospite del villaggio assieme a suo figlio Uncas e ad un bianco da lui adottato perchè orfano di genitori (inglesi) di nome Nathan ma soprannominato Occhio di falco per il suo straordinario talento di cacciatore con il fucile, rifiuta di farsi coinvolgere in quella che ritiene una guerra assurda e continua con i suoi compagni il lungo viaggio che ha intrapreso.
Tuttavia, durante il viaggio, accade qualcosa che fatalmente costringerà i tre compagni a doversi schierare con gli inglesi: si imbattono infatti in una piccola colonna inglese che è stata attaccata dai nativi Uroni, alleati dei francesi.
Grazie all’aiuto provvidenziale di Chingachgook, di Uncas e di Occhiodifalco, sopravvivono all’attacco il maggiore Heyward e due ragazze, le figlie del comandante di Fort Henry colonnello Munro.
L’arrivo nel forte davanti al colonnello Munro
Le due giovani donne, Cora e Alice Munro, arrivano così sane e salve al forte, non prima però di essere passate per un’altra esperienza orribile.
Sul cammino che porta a Fort Henry il gruppo assiste ad uno spettacolo raccapricciante: tutti gli appartenenti alla fattoria di John Cameron sono stati massacrati dai nativi Ottawa, anch’essi alleati con i francesi.
Mentre Heyward è convinto che ad operare il massacro siano stati dei semplici banditi, i tre amici hanno capito che ormai la rivolta ha assunto livelli estremamente pericolosi.
Raggiunto il forte e consegnate le due ragazze al padre, per tutta ricompensa Occhiodifalco, Chingachgook e Uncas vengono di fatto resi prigionieri e a loro viene impedito di allontanarsi dal forte.
Alice e Cora
I tre amici scoprono il massacro dei coloni
La difesa del forte stesso è impossibile, così dopo una breve resistenza, gli inglesi capitolano e accettano l’offerta del comandante francese Gen Montcalm che propone loro la vita salva e l’onore delle armi in cambio della resa.
Durante il mesto ritiro delle truppe inglesi, le stesse vengono attaccate vigliaccamente dagli Uroni guidati da Magua, che si aspettava un bottino di guerra ben più cospicuo.
Il colonnello Munro viene ucciso da Magua, sotto gli occhi impotenti del gruppetto superstite, che conta ormai soltanto le due ragazze, i due nativi Mohicani e Occhiodifalco, perchè anche Heyward verrà selvaggiamente ucciso.
Nel frattempo accanto a tanto orrore si sviluppano e si intrecciano le storie d’amore tra Alice e Uncas e Nathan Occhiodifalco e Cora: il destino, dopo tutta una serie di avventure, serberà a questa coppia un fato favorevole.
Infatti sia Uncas che Alice morranno, il primo ucciso da Magua, la seconda suicidandosi pur di seguire l’amato.
Nel finale, Chingachgook vendicherà suo figlio e Alice uccidendo il malvagio Magua e ai funerali con tristezza chiederà ai suoi dei di pazientare per lui, Chingachgook ormai l’ultimo della fiera stirpe dei Mohicani seguirà presto suo figlio.
Epico, spettacolare, magnifico esempio di film d’avventura è questa riduzione del romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani, realizzata da Michael Mann usando fedelmente il testo scritto e sceneggiando quella che è una delle opere più belle nella storia del cinema sia per quanto riguarda la compattezza e lo svolgimento degli avvenimenti sia per tutta un’altra serie di motivi che illustrerò in seguito.
Momenti di tenerezza fra Nathan e Cora
Michael Mann, regista di Manhunter – Frammenti di un omicidio crea un film praticamente perfetto in cui tutti i meccanismi che servono per creare un’opera epica e di gran respiro appaiono perfettamente studiati e realizzati.
Scenografie maestose e location affascinanti, ritmo e azione, recitazione di un cast assolutamente adeguato con la ciliegina sulla torta costituita da una colonna sonora tra le più belle dell’intera cinematografia di tutti i tempi concorrono a creare un capolavoro pressochè unico e inimitabile non solo nei limiti del film d’azione e d’avventura.
Quello che Mann fa è dare risalto e potenza visiva ad un romanzo che dilata i tempi rendendo più lento lo scorrimento delle varie vicende dei protagonisti: così mentre nel romanzo di Cooper le storie d’amore dei quattro giovani protagonisti ovvero Nathan, Cora, Alice e Uncas appaiono più dettagliate, nel film per forza di cose tutto si accelera, anche se sempre con un’acuratezza visiva e di sintesi che lascia sbalorditi.
Il feroce capo degli Uroni, Magua
Grandissima la prova di recitazione di Daniel D.Lewis, protagonista tra l’altro di apparizioni in film importanti come Domenica, maledetta domenica, Gandhi,Il mio piede sinistro e che dopo questa grande prova apparirà in film importanti come Gangs of New York e Il petroliere.
Bravissima Madeleine Stowe, la Cora Munro che sceglie di amare quell’uomo fiero, dai grandi valori che ha appreso dal suo padre putativo e maestro spirituale Chingachgook che si chiama secondo l’usanza indiana Occhiodifalco; bravissimo Wes Studi, che essendo nativo d’origine rappresenta al meglio l’integrazione tra il personaggio del film e la fisicità tipica dei nativi americani.
Il suo sguardo truce, la sua “cattiveria” sono espresse con una capacità interpretativa che lascia stupefatti. L’attore americano infatti verrà utilizzato per un altro capolavoro ambientato tra i nativi, Balla coi lupi.
Dopo tutta questa serie di doverosi riconoscimenti, appare chiaro che andare a parlare di difetti della pellicola appare un esercizio di stile assolutamente fine a se stesso: il film coinvolge, attrae e alla fine commuove.
La cattura delle due sorelle Munro
Cosa chiedere di più ad una pellicola d’evasione?
Nulla.
Per cui si può tranquillamente assurgere L’ultimo dei Mohicani all’Olimpo dei film più belli di sempre, almeno nel campo del cinema d’evasione.
Accanto ad altre riduzioni di romanzi, come Blade runner, per esempio.
Due annotazioni ancora.
Lo scenario delle Blue Ridge Mountains della Carolina del Nord sono il suggestivo sfondo del film; una natura lussureggiante e selvaggia che lascia senza fiato e che diventa un biglietto di presentazione turistico senza pari.
Infine la colonna sonora, scritta e composta dal duo Randy Edelman, Trevor Jones e che ebbe una fortunata versione da parte del musicista greco Vangelis, che a tratti è incantevole tanto da sembrare tutt’uno con quello che ci scorre sotto gli occhi.
Nhatan prigioniero degli Uroni…
…e prigioniero degli inglesi
Sottoscrivo, quindi, il giudizio del Morandini, verso il quale come sanno i lettori del mio blog, sono spesso ferocemente critico :” Con diversi aggiustamenti narrativi e ideologici, M. Mann, robusto specialista di cinema d’azione, e il suo cosceneggiatore Christopher Crowe si rifanno alla sceneggiatura scritta da Philip Dunne per l’edizione del 1936. Come e più che nelle versioni precedenti, il vero eroe è il bianco Occhio di Falco (Day-Lewis in gran forma), mentre i due Mohicani amici, Chingachook e suo figlio Uncas, gli fanno da spalla. Più che in passato, il culmine della vicenda è l’assedio di Fort William Henry in cui, durante la guerra franco-britannica dei sette anni (1756-63), gli inglesi furono sconfitti da forze francesi preponderanti. Difetti e debolezze non mancano, ma molto gli dev’essere perdonato perché ricrea un senso antico dell’avventura e dei grandi spazi, restituisce (anche per merito del colore di Dante Spinotti) il sapore di un’epoca col gusto di una vecchia stampa, ha la forza ingenua dei grandi sentimenti. Il film dà concretezza visiva alla parola “imboscata” e tiene fede alla bella immagine che gli fece da manifesto: l’agile Day-Lewis in corsa col tomahawk in pugno e la lunga carabina a tracolla.”
In ultimo, un appunto personale che riguarda le recensioni di quella che ormai è la bibbia personale dalla quale ricavo le recensioni di spettatori appassionati di cinema come me.
Il massacro degli inglesi
Il trionfo di Magua
Nel Davinotti ho letto critiche un tantino maliziose al film, accusato di essere troppo perfetto e studiato a tavolino. Il che è un controsenso, parlando di film in cui la vera protagonista è l’avventura; probabilmente qualche critico del noto sito dimentica che tutto è tratto dal romanzo omonimo e che ad esso va rapportato. Se non si è letto il romanzo, risulta davvero difficile capire la portata del lavoro fatto da Mann.
Insomma, in ultima analisi,un film che deve esser presente in ogni cineteca che si rispetti e che va visto almeno un paio di volte per apprezzarne appieno la bellezza.
L’ultimo dei mohicani, un film di Michael Mann. Con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Eric Schweig, Jodhi May,Steven Waddington, Maurice Roëves, Wes Studi, Dylan Baker, Patrice Chereau, Edward Blatchford, Terry Kinney, Tracey Ellis, Justin M. Rice, Dennis Banks, Pete Postlethwaite, Colm Meaney
Titolo originale The Last of the Mohicans. Western, durata 122 min. – USA 1992.
Daniel Day-Lewis: Nathaniel “Occhio di falco”
Madeleine Stowe: Cora Munro
Russell Means: Chingachgook
Eric Schweig: Uncas
Jodhi May: Alice Munro
Steven Waddington: Maggiore Duncan Heyward
Wes Studi: Magua
Maurice Roëves: Colonnello Edmund Munro
Patrice Chéreau: Gen Montcalm
Edward Blatchford: Jack Winthrop
Terry Kinney: John Cameron
Tracey Ellis: Alexandra Cameron
Justin M. Rice: James Cameron
Dennis Banks: Ongewasgone
Pete Postlethwaite: Capitano Beams
Regia Michael Mann
Soggetto James Fenimore Cooper
Sceneggiatura Christopher Crowe, Michael Mann
Produttore Michael Mann, Hunt Lowry
Casa di produzione Morgan Creek Productions
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Dov Hoenig, Arthur Schmidt
Effetti speciali Trix Unlimited
Musiche Randy Edelman, Trevor Jones
Scenografia Wolf Kroeger
Costumi Elsa Zamparelli
Trucco Peter Robb-King
Sfondi Robert Guerra, Richard Holland
Maestoso ed imponente (in primis per scenari, battaglie e colonna sonora) film storico di stampo classico-avventuroso; con ottimi interpreti e scene ben fatte (alcune anche abbastanza crude), talvolta però è un po’ prolisso e manca di un vero senso di coinvolgimento.
Tutto pensato in grande: paesaggi (esaltati dalla splendida fotografia), scene, musica. In questo affresco spettacolare, di indubbio fascino visivo, i personaggi rischiano di sembrare figure bidimensionali, e ciò nonostante le belle interpretazioni sia di Daniel Day-Lewis che di Wes Studi. Non mancano l’avventura, il dramma, l’amore, ma il risultato finale è uno di quei film che, pur risultando ammirevoli sotto tanti aspetti, non riescono a convincere fino in fondo. Potenziale capolavoro cui manca quel “quid” di difficile definizione.
Ottimamente confezionato, è un film d’avventura molto ben girato in cui la vena di Mann, pur non essendo all’altezza di altri suoi lavori passati e futuri, permette di raggiungere alla pellicola risultati ben superiori alla media. Piacevole ed abbastanza avvincente, si segnala per una certa sobrietà sia nella durata non oceanica come spesso accade in operazioni del genere, sia negli sviluppi narrativi che evitano inutili scene madre.
Dal celebre romanzo di Cooper, il regista americano per definizione più votato all’action moderno (Mann) dirige un’avventura di ampio respiro e di stampo straclassico. Nessuna sovrastruttura ideologica o complicazioni di sorta: avventura allo stato puro, personaggi semplici e lineari, grandi spazi (bella la fotografia di Dante Spinotti) ed un interprete inaspettato (DD Lewis) ma in forma, straordinariamente fedele ed aderente al personaggio. Forse un po’ prolisso, ma godibile.
Veri punti di forza di questo film sono l’ambientazione e la colonna sonora. Seguono poi gli attori, più che passabili (un plauso allo spietato indiano, di rara cattiveria). Il protagonista, un bianco (Occhio di Falco, detto anche Long Carabine), nonostante all’inizio sembri un po’ troppo hollywoodiano, diventa via via più convincente e l’azione, quasi costante, consente alla pellicola di far mantenere vivo l’interesse dello spettatore, grazie anche a un inseguimento finale con sorprese (la decisione della sorella della protagonista). Buono e consigliabile.
Guerra franco-inglese nelle colonie americane del 700: due donne attraversano foreste e battaglie, aiutate da alcuni indiani e braccate da altri. Maestoso film d’avventura che non lesina sul grandioso: paesaggi mozzafiato, fotografia impeccabile, musica d’effetto (spalmata su tutto fino alla nausea), spiegamento di mezzi e comparse. Ma tutto ciò non basta: questa versione del noto romanzo è tutta esteriore, attenta all’azione, senza anima né calore, senza un senso profondo che muova le cose. Tutto è talmente perfetto da risultare arido.
L’incantevole paesaggio delle Blue Ridge Mountain nella Carolina del Sud
Le Bald Falls Blue Ridge Mountains, teatro dello scontro finale
Un’altra inquadratura delle Bald Falls Blue Ridge Mountains
Due suggestive vedute delle Blue Ridge Mountain, location del film
Daniel D. Lewis è Nathan
Madeleine Stowe interpreta Cora Munro
Jodhi May interpreta Alice Munro
Wess Studi è Magua
Eric Schweig è Uncas
Lobby card del film
Soundtrack del film
L’ultima casa a sinistra
In un tranquillo paese americano Mary Collingwood si appresta a festeggiare il suo diciassettesimo compleanno.
E’ l’occasione per la famiglia Collingwood di preparare una festa per la ragazza mentre Mary ha già stabilito di passare la giornata con l’amica Phyllis Stone.
Le due ragazze si fermano in un negozio, dove conoscono Junior che ben presto propone loro di andare a casa sua per festeggiare il compleanno di Mary con una fumata di spinelli.
Le giovani malauguratamente accettano e da quel momento per loro inizierà un incubo senza fine.
A casa di Junior infatti oltre al padre Krug che è un maniaco criminale psicopatico c’è anche la sua banda, evasa con lui.
Phyllis viene violentata e brutalizzata per tutta la notte, sotto lo sguardo terrorizzato di Mary che a sua volta il giorno dopo verrà fatta oggetto di crudeli violenze in un bosco nel quale il gruppo di sadici criminali si rifugia per sfuggire alla caccia della polizia.
Nel bosco, Mary tenta di convincere Junior a lasciarla andare, convinta che il ragazzo non sia come il resto della banda mentre Phyllis approfittando della distrazione momentanea dei delinquenti tenta di fuggire.
La ragazza non ha fortuna e viene raggiunta e uccisa a colpi di machete, dopo di che la successiva vittima della violenza brutale del gruppo è Mary, violentata e marchiata da Krug.
Mary tenta la fuga, ma viene raggiunta da un colpo di pistola proprio mentre sta per gettarsi nel lago; la ragazza non muore, e il gruppo si allontana alla ricerca di un riparo per la notte.
Purtroppo la casa che i delinquenti raggiungono è proprio quella di Mary Collingwood, l’ultima casa a sinistra; da questo momento gli eventi precipitano perchè il gruppo riesce a farsi aprire dagli abitanti della casa, che però scopriranno con chi hanno a che fare e metteranno conseguentemente in pratica una sanguinosa vendetta.
L’ultima casa a sinistra (The last house on the left), diretto nel 1972 da Wes Craven è uno dei più famosi film rape & revenge diventato nei decenni successivi il punto di partenza di molti film clone o comunque ispirati a questa storia diventando contemporaneamente un cult per molti spettatori.
Lo straordinario successo del film è da ascriversi a diversi fattori, il primo dei quali è l’inusitata violenza delle immagini e della storia, che presenta gli archetipi dei R&R, ovvero la violenza sui giovani e la successiva vendetta quasi sempre cruenta.
L’incubo ha inizio
Poi, non va dimenticato l’obbligatorio inquadramento temporale della pellicola; siamo nel 1972 e i film “forti” dal punto di vista visivo e della storia non sono poi tantissimi.
Uno degli esempi più calzanti è rappresentato da Arancia meccanica di Kubrick,che ovviamente appartiene ad un altro genere (anche dal punto di vista qualitativo, infinitamente superiore) ma che porta sullo schermo una storia in cui la violenza diviene non solo il mezzo espressivo di Alex e della banda dei drughi ma anche il paradigma di una società in tumultuoso divenire, ipotizzata da Anthony Burgess in A Clockwork Orange che è il romanzo da cui Kubrick trasse il suo capolavoro.
Tornando a L’ultima casa a sinistra, Craven crea un film in cui la storia in fondo è solo un contorno alle immagini di inaudita violenza che la pellicola propone.
Per la prima volta sullo schermo ad essere protagonista è lo stupro, mostrato con una crudezza e un realismo senza precedenti.
Chiaramente nel futuro il tema verrà ampliato e se vogliamo ancor più incrudito, come nel famoso I spit on your grave, Non violentate Jennifer di Meir Zarchi, in cui lo stupro assume dimensioni ancor più amplificate.
Ma tra il film di Craven e quello di Meir Zarchi ci sono anche 6 anni di differenza, un abisso temporale per il cinema, sopratutto per quello degli anni settanta.
Craven è costretto a misurarsi con la morale americana dell’epoca, con una commissione censorea che ostacola in tutti i modi la proiezione del film nella versione integrale; le cose andarono anche peggio in Europa, come nel caso del Regno Unito che bandì il film e che ancora oggi lo tiene all’indice dei film vietati sia come distribuzione sia come proiezione.
Perchè tanto accanimento verso questo film e sopratutto cosa giustifica la messa al bando della pellicola stessa?
A ben vedere quasi nulla.
Il film non ha una grossa tensione, non è recitato in maniera particolarmente brillante, contiene scene crude, è vero, ma oggi largamente superate da diverse pellicole anche di altro genere.
Quindi tutto rimanda decisamente all’epoca della prima proiezione.
Forse il motivo dell’accanimento non è da cercare tanto nelle scene di violenza quanto piuttosto nella morale insita nel film.
La celebre sequenza nel bosco
La giustizia dei parenti di Mary appare come una vendetta amplificata e lancia quindi un messaggio sociale molto pericoloso.
Che una famiglia borghese come la stragrande maggioranza di quelle che compongono la società americana possa passare dal suo status naturale tranquillo e educato ad un comportamento violentissimo e bestiale non è un messaggio accettabile.
E’ lo stato che deve tutelare il cittadino e il farsi giustizia da soli in modo così amplificato non è accettabile.
Craven quindi si scontra con la morale corrente aggiungendo alla violenza un’immagine della polizia assolutamente critica; i tutori dell’ordine non riescono a impedire che Krug e la sua banda di pazzi criminali riesca a compiere le sue gesta giustificando quindi l’autodifesa dei genitori di Mary, anche se eccessiva sopratutto nei metodi.
Detto questo e restituito a Craven il giusto tributo per aver osato proporre una storia politicamente scorretta e tanto disturbante non possiamo dimenticare le molte lacune del film, che in alcuni casi superano gli indubbi meriti dello stesso.
La sceneggiatura non ha molto di originale, la tensione latita, la recitazione fatta salva l’interpretazione di David Hess (Krug Stillo), di Sandra Cassel (Mari Collingwood) e di Lucy Grantham (Phyllis Stone) non appare molto significativa.
Sono solo alcuni dei difetti del film, a cui si potrebbero aggiungere altre lacune tecniche come l’imprecisione della MDP ecc.
Ma fare le pulci a questo film, 40 anni dopo la sua dirompente uscita significa usare un metro inutilizzabile, che costringerebbe a rivedere tante celebrate pellicole con gli occhi di oggi, cosa che farebbe a pezzi tantissimi miti. Un esercizio di stile che non si addice minimamente ad un recensore obiettivo e oggettivo.
Wes Craven non scrive un soggetto originale, tutt’altro.
La sceneggiatura è ripresa pari pari dal celebre La fontana della vergine di Bergman uscito nel 1960, ( a sua volta tratto da una leggenda svedese); nel film del grande regista svedese la giovanissima Karin accompagnata dalla serva Ingeri
deve consegnare dei ceri per la Vergine ma durante il viaggio viene violentata e uccisa da tre assassini che si rifugiano successivamente nella casa di Karin e grazie ad Ingeri scoperti e uccisi dalla famiglia della giovane scomparsa.
Il film di Bergman è, ovviamente, di ben altra levatura; punta il dito contro Dio (che permette simili atrocità), contro la società e contro il fato.
Craven non è Bergman e sopratutto non ha le ambizioni del regista svedese, è un esordiente e come tale riesce a creare un ottimo prodotto nei limiti già citati.
In seguito, il regista americano amplierà la sua esperienza nel genere ottenendo ottimi risultati con pellicole come Le colline hanno gli occhi,Nightmare – Dal profondo della notte,Il mostro della palude e Il serpente e l’arcobaleno.
L’ultima casa a sinistra resta quindi un prodotto imprescindibile per capire l’evoluzione del genere R&R, oltre che per apprezzare parte del clima che si respirava agli inizi degli anni settanta, quando la morale borghese e sopratutto le opere ad essa ispirate proponevano un’immagine della stessa fatta di stereotipi molto precisi quanto ipocriti.
L’ultima casa a sinistra
Un film di Wes Craven. Con Sandra Cassel, Lucy Grantham, David A. Hess, Fred J. Lincoln, Jeramie Rain,Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr, Ada Washington, Marshall Anker, Martin Kove, Ray Edwards
Titolo originale Last House on the Left. Drammatico, durata 91 min. – USA 1972.
Sandra Cassel: Mari Collingwood
Lucy Grantham: Phyllis Stone
David Hess: Krug Stillo
Fred J. Lincoln: Fred ‘Weasel’ Podowski
Jeramie Rain: Sadie
Marc Sheffler: Junior Stillo
Gaylord St. James: Dr. John Collingwood
Cynthia Carr: Estelle Collingwood
Ada Washington: Ada
Marshall Anker: Sceriffo
Martin Kove: Vice sceriffo
Ray Edwards: Postino
Regia Wes Craven
Soggetto Wes Craven
Sceneggiatura Wes Craven
Produttore Sean S. Cunningham
Fotografia Victor Hurwitz
Montaggio Wes Craven
Effetti speciali Troy Roberts
Musiche Roy Webb
Costumi Susan E. Cunningham
Trucco Anne Paul
Vittoria Febbi: Phyllis Stone
Glauco Onorato: Krug Stillo
Vittorio Stagni: Junior Stillo
Luciano De Ambrosis: Dr. John Collingwood
Ferruccio Amendola: Sceriffo
Manlio De Angelis: Vice sceriffo
Pino Ammendola: Narratore (ed. italiana)
Curiosità
Al film di Craven, che si ispira come già detto alla Fontana della vergine di Ingmar Bergman (1960) si ispirerà a sua volta Aldo Lado per L’ultimo treno della notte; per il film furono spesi meno di 100.000 $ mentre il film stesso venne girato in poco più di un mese.
Craven ha raccontato, in un’intervista, come nacque il titolo del film e le prime reazione della gente alla visione dello stesso:
“E ‘una storia interessante su come una campagna pubblicitaria e un titolo possano influenzare un film. In origine, il titolo di Ultima Casa A Sinistra doveva essere La notte della vendetta. Quando il film è uscito, questo titolo non ci piaceva,quindi abbiamo fatto un grande concorso tra tutti gli amici e parenti, e siamo arrivati ad una selezione finale che ha imposto il titolo definitivo.
Lo hanno proiettato in tre città contemporaneamente, tutti con (più o meno) la stessa popolazione, ma con campagne pubblicitarie diverse. In una città non venne nessuno ,mentre nelle altre due che avevano proiettato il film con il titolo “L’ultima casa a sinistra” spinto dalla campgana pubblicitaria che recitava “Continuare a ripetere, è solo un film!”, venne tanta gente. E la notte seguente, ci fu il doppio della folla, permettendo al film di decollare. Questo è un esempio di come un semplice cambiamento di titolo e una campagna pubblicitaria adeguata possano decidere le sorti di una pellicola.Ancora oggi ci sono persone che ricordano la campagna pubblicitaria. Alle proiezioni del film è possibile ascoltare il pubblico ripetere: “E ‘solo un film!”
Il corpo dell’anima
Un anziano signore sessantacinquenne vedovo e ricco vive in una grande casa in cui si è praticamente isolato dopo la morte della moglie.
Ad accudire le faccende domestiche è una donna filippina, che un giorno però si licenzia avendo avuto un’offerta di lavoro migliore.
Ernesto, questo il nome dell’uomo, per qualche giorno temporeggia.
Tutto sommato, Ernesto vive la sua condizione di lupo solitario senza grosse attese e senza grossi sussulti, lavorando ad una sceneggiatura cinematografica (il suo vecchio lavoro) sulla vita di Santa Teresa d’Avila.
E’ un’esistenza che sembrerebbe grigia, la sua; i gesti sono abitudinari, le sue riflessioni, che ascoltiamo ad alta voce mentre scorrono le immagini del quotidiano dell’uomo appartengono alla mente di una persona che sembra aver perso tutti gli stimoli vitali.
“Da quando sono rimasto vedovo una decina di anni fa, il sesso non ha più alcu rilievo nella mia vita“, racconta Ernesto, quasi a simboleggiare un’esistenza preordinata e avviata al tramonto senza più illusioni.
Ma le cose possono non essere immutabili.
Ernesto lo scopre il giorno in cui assume una nuova cameriera, che lavora nello stesso condominio di villette in cui abita lui.
Luana, la ragazza che accetta il lavoro, è una donna solare e dal sorriso perennemente stampato sul bel volto.
E’ anche una ragazza di estrazione popolare, con una sessualità libera e prorompente.
Ernesto lo scopre il giorno in cui la vede passeggiare con il grembiule da lavoro e seminuda per la casa; “Non c’è dubbio che è la disinvoltura che colpisce in lei“, dice sinteticamente Ernesto.
L’atteggiamento della ragazza muta nei giorni successivi.
All’improvviso si presenta nuda davanti ad Ernesto, dando inizio così ad un sottile gioco erotico che coinvolgerà entrambi in maniera esponenziale.
“Mi si offrì così con una specie di innocente impudicizia“, racconta Ernesto, che da quel momento inizia a fissare in un diario quasi giornaliero le sue impressioni e i suoi pensieri, quasi alla ricerca di una forma concreta che mantenga vivo il ricordo di quello che accade e che accadrà.
Il gioco delle parti si prolunga per un pò, con Ernesto che diventa quasi succube della bella Luana, che dal canto suo mostra una spregiudicatezza allo stesso tempo innocente e maliziosa.

Se dapprima la donna mantiene un rapporto con il maturo uomo su un aspetto puramente contemplativo e voyeuristico, alla fine cede il suo corpo all’amante, che da quel momento sembra riacquistare interesse anche per la vita.
Ma Luana è giovane ed esuberante e non ha certo intenzione di legarsi in maniera esclusiva; così racconta al sempre più turbato Ernesto le sue avventure sessuali con altri uomini o con una sua amante, che arriva a portare in casa di Ernesto.
L’uomo prende a considerare Luana come una cosa sua, dimenticando sia l’atteggiamento indipendente della ragazza, sia l’enorme differenza di età.
Nel frattempo il gioco erotico tra i due diventa sempre più passionale e coinvolgente, sopratutto per Ernesto.
Una sensuale ( e bravissima) Raffaella Ponzo è Luana
Al punto che l’uomo decide di concedersi una vacanza con lei ad Ischia, durante la quale spera di poter coinvolgere la ragazza in un’esperienza di coabitazione, pensando così di poterla avere solo per se.
Ma Luana riprende a comportarsi come sempre, un pò si nega un pò si concede, lasciando in pratica Ernesto in preda ai dubbi.
“Io vado a letto con Giorgio perchè è carino con papà, ma con te non lo faccio per interesse. Allora perchè ti lamenti?”
E’ la frase rivelatrice della personalità di Luana, donna libera e senza tabù, per cui il sesso è solamente un gioco senza pregiudizi morali.
Ernesto vorrebbe di più, vagheggia un’impossibile convivenza.
Al ritorno da Ischia tra la coppia non c’è più armonia; Luana appare fredda e distante mentre Ernesto è deluso da come sono andate le cose e sopratutto dalla scoperta, amara, di non poter assolutamente piegare la ragazza e di non poterne frenare la sensualità spontanea e prorompente.
Così Luana esce dalla vita di Ernesto che riprende la vita di un tempo.

Scandita da giornate monotone e dall’interruzione del diario, quasi che la sua esistenzae le annotazioni giornaliere dipendessero unicamente dalla presenza della ragazza.
Due anni e mezzo dopo, Ernesto incontra casualmente per strada Luana.
Affettuosa come sempre, la ragazza che ha con se la bimba nata dal matrimonio avvenuto un anno prima con un coetaneo, racconta ad Ernesto la semplicità della sua vita e le difficoltà di andare avanti.
A quel punto l’uomo chiede a Luana di incontrarla qualche giorno più tardi; Ernesto ha nel frattempo avuto due infarti e sa che il terzo potrebbe essergli fatale, così prende una decisione probabilmente meditata da tempo.
Davanti ad un notaio, cede la nuda proprietà della sua villa e consegna alla donna un assegno da duecento milioni, raccomandandole di non vendere alla sua morte per meno di 5 miliardi la villa.
Commossa e in lacrime, Luana accetta quel segno di affetto e stima e si allontana.

Lo stesso fa Ernesto, con il cuore più leggero.
Il corpo dell’anima, diretto da Salvatore Piscicelli, che firma anche la sceneggiatura con Carla Apuzzo, è un rigoroso e lineare film sulla condizione umana, sulla solitudine, sull’amore, sulla sessualità e su molto altro ancora. Un film poco capito, sia dal pubblico che dalla critica e ingiustamente dimenticato.
Chiunque provi a leggere le recensioni del film, scoprirà che nei titoli di testa che presentano il cast artistico e tecnico oltre ad un sunto della trama compare la dizione del genere come erotico.
Nulla di più lontano dal vero.
L’elemento erotico del film è finalizzato unicamente alla descrizione del rapporto sensuale che si stabilisce fra il maturo Ernesto e la prorompente e giovane Luana; cosa può avvicinare due culture così diverse, due generazioni separate da un abisso temporale di oltre quarant’anni se non un elemento comune a tutte le età, ossia il sesso?
Una sessualità che i due protagonisti vivono in maniera totalmente difforme.
Mentre Ernesto è ormai in una fase della vita dove il sesso è fatto di ricordi, nemmeno molto interessanti (come dice il protagonista), per Luana è un elemento essenziale della vita. La sua è una sessualità libera e spontanea, istintiva ai confini dell’animalesco.
Non esistono tabù e la ragazza lo dimostra coinvolgendo il maturo amante in vari giochi erotici.
Che però non hanno nulla di morboso ma sono solo espressione di una vitalità generosa, istintiva.
Piscitelli indaga sul solitario Ernesto descrivendone la vita piatta prima del ciclone Luana, il suo tentativo (a tratti patetico) di dominare una forza della natura come Luana.

Un legame impossibile che tuttavia durerà nel tempo, nonostante i due si separino e prendano strade diverse nella vita.
Il finale riavvicina due mondi antitetici, stabilendo una comunione che è la cosa migliore del film, un messaggio di speranza e d’amore, un amore che valica i confini dell’età e della condizione sociale.
La MDP di Priscitelli indugia spesso sui dettagli; la casa di Ernesto, le sue piccole manie e infine la sua ossessione, finalemente scoperta per il voluttuoso corpo di Luana.
L’uomo torna alla vita grazie all’elemento che dona la vita, la sessualità; un gesto d’amore che permette l’esistenza e che si trasforma, per l’uomo, in una nuova linfa proprio quando tutto sembrava avviato ad un triste e solitario declino.
Il regista campano, autore di ottimi film come Immacolata e Concetta, l’altra gelosia e Le occasioni di Rosa film un’opera importante e affascinante.
Per il ruolo difficile di Ernesto chiama Roberto Herlitzka, attore preparato e serio, che nella sua carriera ha interpretato quasi sempre film d’autore, senza concessioni al commerciale; l’attore torinese lo ripaga con una splendida recitazione senza cedimenti e punti deboli.

La vera sorpresa è Raffaella Ponzo, solare e prosperosa, un corpo voluttuoso abbellito da un volto sensuale e sorridente.
L’attrice romana purtroppo mal sfruttata in seguito, riesce a rendere con estremo realismo il personaggio sensuale e spontaneo di Luana regalando al pubblico anche la visione di un fisico mozzafiato.
Brevi parti anche per Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio di Mauro, l’uomo che affida la sceneggiatura della biografia di Santa Teresa D’Avila e per Sabina Vannucchi che interpreta Gemma, nipote di Ernesto.
Belle le musiche e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di una selezione di musicisti del calibro di Brahms,Mozart, Chopin, Bizet, Debussy,Ravel.
Un film da vedere assolutamente.
Il corpo dell’anima
Un film di Salvatore Piscicelli. Con Ennio Fantastichini, Roberto Herlitzka, Sabina Vannucchi, Raffaella Ponzo,Gianluigi Pizzetti
Drammatico, durata 105 min. – Italia 1998.
Raffaella Ponzo … Luana
Roberto Herlitzka … Ernesto
Ennio Fantastichini … Mauro
Gianluigi Pizzetti … Sandro
Sabina Vannucchi … Gemma
Regia: Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura: Salvatore Piscicelli e Carla Apuzzo
Produzione: Enzo Gallo
Direzione fotografia: Saverio Guarna
Tutte le mattine del mondo
Ecco un film che è un’autentica perla tra le produzioni francesi degli anni 90, passato ingiustamente inosservato sui nostri schermi.
Tutte le mattine del mondo, opera del compianto regista d’oltralpe Alain Corneau, tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Quignard rappresenta un atto d’amore ed un tributo al mondo della musica.
Musica non per tutti.
Il film infatti è ambientato fra il XVII e il XVIII secolo, a cavallo quindi fra il Seicento e il Settecento, momento d’oro per la musica classica grazie alle attenzioni del Re Sole per la musica da camera.
Ed è proprio sulla musica da camera, sull’utilizzo e le composizioni della viola da gamba che Corneau costruisce quello che è un film rigidamente aristocratico in tutte le sue componenti, algido e distaccato anche nella passioni umane che attraversano la storia raccontata nel romanzo da Quignard, che ha poi collaborato con il regista di Meung-sur-Loire nella stesura della sceneggiatura.
Madeleine fa il bagno nel laghetto, ignara dell’arrivo di Marais
Un film fatto di immagini di rarefatta bellezza, con una fotografia strepitosa e location calme e silenti, quasi scelte per rimarcare il distacco della natura e della musica dalle pulsioni dell’uomo.
Un film lentissimo, quasi didascalico, che avanza adagio per lasciare quanto più spazio possibile alla vera protagonista della pellicola stessa, la musica, vissuta dai due protagonisti come passione, amore e unica tensione vitale all’affermazione della propria sensibilità d’artista.
Gli inizi del film mostrano il Maestro Marin Marais mentre è intento a rievocare la sua carriera e la sua vita, fino dalle umili origini e dalla passione smodata per la musica da viola passando per l’incontro decisivo con Monsieur de Sainte Colombe.
Marin vuole soddisfare la propria ambizione, diventare un Maestro anch’egli e possibilmente entrare a corte che è poi la massima aspirazione di ogni musicista.
Sainte Colombe insegna la viola a sua figlia
Così fa di tutto per diventare allievo di quello che è considerato il più grande virtuoso di quello strumento particolare che è la viola da gamba, ovvero Monsieur de Sainte Colombe, uomo dal carattere difficile; un vedovo che ha amato due cose nella vita, la musica stessa e la sua adorata moglie che lo ha lasciato vedovo con due figlie,Madeleine e Toinette.
L’incontro con Sainte Colombe si rivelerà decisivo, perchè l’uomo, dopo averlo ascoltato suonare rifiuterà di accoglierlo tra i suoi allievi, perchè come gli dice apertamente,”è un suonatore, non un interprete”.
Sarà grazie a Madeleine che convincerà il padre ad ascoltare una composizione originale di Marais che quest’ultimo finirà per diventare il miglior allievo del suo Maestro.
Inizierà contemporaneamente una relazione (più subita che voluta) con la dolce Madeleine, che terminerà in maniera tragica.
Marais ottiene un grande successo personale il giorno che suona davanti a Luigi XIV in persona, ma questo gli varrà l’inimicizia con il suo Maestro, che gli rimprovererà una vocazione arrivista e mondana lontana dal mondo puro e assoluto della vera musica, suonata per se stessi e per passione piuttosto che per gli applausi e la fama.
Ma con il tempo la frattura si sana, nonostante la morte per suicidio della sfortunata Madeleine, avvenuta in seguito alla perdita del bambino che aspettava e all’allontanamento di Marais da lei.
Il quale tornerà molti anni dopo al suo capezzale per suonarle l’aria che aveva composto espressamente per lei, “La sognatrice”
Marais, sconvolto dalla morte della sua amante di un tempo finisce per spiare il suo ormai anziano Maestro, nel tentativo di carpirne i segreti più reconditi.
Guillaume Depardieu è Marais da giovane
In un finale drammatico, Sainte Colombe da al suo ex allievo una lezione sulla vera musica, facendogli ascoltare la sua composizione più amata, “Le lacrime” che l’uomo aveva composto per la moglie.
Suonando in due, Marais apprende finalmente il segreto della musica, capace di evocare anche gli spiriti dalla morte: il suo percorso di vita è compiuto, adesso è finalmente un musicista.
Tutte le mattine del mondo è un film intriso di poesia, un autentico tributo alla musica e alla sua capacità di mettere l’uomo a contatto con i suoi sentimenti più reconditi; la musica è l’esaltazione dell’animo dell’uomo, la sua parte migliore e più poetica, la più ancestrale, attraverso la quale è possibile innalzarsi dal livello gramo dell’esistenza fino agli empirei del divino.
Marais, ormai anziano, ricorda il passato
Questa è la lezione che il Maestro Sainte Colombe tenta di dare al suo allievo più brillante ma anche più mondano e deviato dall’illusione che basti suonare da virtuoso per essere nominato musicista.
Marais cade proprio in questo equivoco, lasciandosi trascinare dal fascino della corte e dei suoi lustrini, dalla ricchezza e dall’apparenza.
Quando capirà cosa ha perso nella vita sarà troppo tardi; il suo vecchio Maestro gli darà una lezione di vita quasi insostenibile, che andrà a sommarsi al rimorso per aver causato in qualche modo la morte della sua appassionata amante di un tempo, quella Madeleine che non ha più potuto riprendersi dopo l’abbandono di Marais sempre più attratto dalle sirene della corte del re Sole.
Per descrivere il percorso parallelo di vita dei due personaggi principali, Marin Marais, musicista che ebbe una certa fama nella sua vita e il Maestro Sainte Colombe, Corneau mette a confronto le due personalità opposte esaltandone difetti e pregi.
La relazione tra Madeleine e Marais
Si nota la sua predilezione per il Maestro Sainte Colombe, uno dei personaggi più enigmatici della storia della musica, un uomo che non ha lasciato altro che tre manoscritti peraltro riscoperti solo in epoca recente.
Considerato ai suoi tempi l’interprete più straordinario di quel particolare strumento che è la viola da camera, Sainte Colombe è dipinto dal regista francese come un uomo serio e schivo a tratti anche scostante nel suo rifiuto assoluto di piegarsi alla mondanità in nome del successo.
Viceversa Marais non è trattato benissimo.
Tratteggiato come un arrivista, edonista e narcisista, il musicista finisce per assomigliare ad un nano nei confronti del gigante Sainte Colombe.
Una delle caratteristiche vincenti della pellicola, oltre alla narrazione asciutta e rigorosa degli avvenimenti, scandita dai tempi dilatati in cui l’azione si evolve è la spettacolosa fotografia che avvolge come bambagia il film.
Paesaggi idilliaci si stagliano sullo sfondo delle avventure dei protagonisti; si pensi alla splendida sequenza in cui Marais sta per arrivare a casa di Sainte Colombe per la prima audizione e il suo primo incontro con Madeleine, che sta facendo il bagno nuda nel laghetto accanto alla dimora del Maestro, o ancora la cura quasi maniacale di Corneau nel sottolineare tutti i passaggi del film con un’attenzione che dona sicuramente un’aria aristocratica e barocca al film che si coniuga proprio con quello che sappiamo di quel periodo storico.
Per quanto riguarda il cast, vincente l’idea di affidare a Jean-Pierre Marielle il ruolo del burbero Sainte Colombe: l’attore di Dijon, molto popolare in Francia e conosciuto dal pubblico italiano più anzianotto per alcuni ruoli in film come 4 mosche di velluto grigio (1971) o Senza movente (dello stesso anno) rende il suo personaggio quasi indimenticabile.
Di buono standard qualitativo la recitazione di Gerard Depardieu, che interpreta Marais in età adulta.
L’attore francese però non è adatto alla parte, che avrebbe richiesto un attore meno “fisico” e più sfuggente come personalità.
Madeleine, stanca e malata davanti al suo ex amante
Bene Anne Brochet, la Madeleine del film; l’attrice dona vigore al personaggio sfortunato della figlia di Sainte Colombe, vittima di un amore sbagliato. Impressionante anche la sequenza della morte di Madeleine, con l’attrice truccata talmente bene da sembrare un’altra persona.
Affascinanti le musiche per gli amanti del genere ma non solo; personalmente non conoscevo affatto la viola da gamba ed è stata una felice scoperta.
Un film molto bello, che credo possa essere definito uno dei più autentici tributi alla musa più nobile.
Tutte le mattine del mondo
Un film di Alain Corneau. Con Gérard Depardieu, Jean-Pierre Marielle, Anne Brochet, Guillaume Depardieu,Michel Bouquet Titolo originale Tous les matins du monde. Drammatico, durata 114 min. – Francia 1991.
Gerard Depardieu è Marais da adulto
Jean-Pierre Marielle è Monsieur de Sainte Colombe
Anne Brochet è Madeleine de Sainte Colombe
Jean-Pierre Marielle: Monsieur de Sainte Colombe
Gérard Depardieu: Marin Marais
Anne Brochet: Madeleine
Guillaume Depardieu: Marin Marais da giovane
Carole Richert: Toinette
Michel Bouquet: Baugin
Jean-Claude Dreyfus: Abbe Mathieu
Yves Gasc: Lequieu
Yves Lambrecht: Charbonnières
Jean-Marie Poirier: Monsieur de Bures
Myriam Boyer: Guignotte
Violaine Lacroix: Madeleine da giovane
Nadège Teron: Toinette da giovane
Caroline Sihol: Mme. de Sainte Colombe
Regia Alain Corneau
Soggetto Pascal Quignard (romanzo)
Sceneggiatura Alain Corneau e Pascal Quignard
Produttore Jean-Louis Livi
Produttore esecutivo Bernard Marescot
Casa di produzione Film Par Film, D.D. Productions, Divali Films, SEDIF, FR3 Films Production, Paravision International
Distribuzione (Italia) Academy Pictures
Fotografia Yves Angelo
Montaggio Marie-Josèphe Yoyotte
Musiche Jordi Savall
Scenografia Bernard Vézat
Costumi Corinne Jorry
Il romanzo di Quignard dal quale è tratto il film omonimo
Sainte Colombe:Les pleurs,Gavotte du tendre,Le retour
Marin Marais:Improvvisazione sulle Folies d’Espagne,L’arabesque
Le Badinage,La rêveuse
Jean-Baptiste Lully: Marche pour la cérémonie des Turcs
François Couperin: Troisième leçon de Ténèbres
Jordi Savall:Prélude pour Monsieur Vauquelin
Une jeune fillette da una melodia popolare
Fantaisie en mi mineur da un anonimo del XVII secolo
Il Dvd del film
Locandina spagnola
Space vampires
Curioso horror/fantascienza diretto da Tobe Hooper nel 1985, Space vampires è un adattamento cinematografico del romanzo I vampiri dello spazio (The Space Vampires, 1976) di Colin Wilson, autore di innumerevoli opere di divulgazione su presunti atterraggi di extraterrestri sul nostro pianeta che avrebbero lasciato testimonianze come le piramidi ecc.
Un film detestato dalla maggior parte degli ammiratori del cineasta di Austin, a cui si devono pregevoli opere come Non aprite quella porta (1974),Quel motel vicino alla palude (1977) e Poltergeist – Demoniache presenze (1982), autore in questo caso di un film che parte bene e finisce male, utilizzando a piene mani una sceneggiatura i cui si trovano espliciti riferimenti ad Alien di Scott o al Dracula cinematografico.
Detestato perchè considerato (con molte ragioni) un film debole nella sua struttura e furbo proprio per l’utilizzo ( a tratti spudorato) di copioni dei film citati; da Alien Hooper prende di peso l’astronave terrestre che si imbatte in quella aliena mentre dal Dracula prende i classici vampiri che non succhiano sangue ma energia vitale.
Unica concessione e novità di un film che aggiunge anche sequenze alla Romero ed è tributario in qualche modo anche del primo Bava.
La storia inizia con un’astronave terrestre che viene inviata a studiare un manufatto alieno scoperto da studiosi terrestri nella coda della cometa di Halley.
La Churchill con al comando il colonnello Tom Carlsen e altri astronauti scopre all’interno di quella che è una gigantesca astronave aliena le bare trasparenti di tre esseri in tutto simili agli umani. Mal gliene incorre, perchè dopo aver trasportato le bare all’interno della Churchill per il personale di bordo iniziano i guai.
Che sono rappresentati proprio dai tre alieni che altro non sono che veri e propri vampiri spaziali alla ricerca di energia vitale da sottrarre alle vittime per poter continuare a vivere.
Da questa breve descrizione della trama si intuisce subito che il film di Hooper non presenta particolari motivi di interesse di innovazione di un genere, quello horror fantascientifico che ha avuto qualche piccolo gioiello che ha saputo coniugare non solo una storia piena di effetti speciali con un racconto credibile, ma anche tensione latente e un qualche messaggio sui rischi di incontri con civiltà aliene.
Il riferimento chiaramente è all’Alien di Ridley Scott, capolavoro del cinema di fantascienza contaminato dall’horror diretto dal grande regista inglese nel 1979, dal quale Hooper riprende di sana pianta l’espediente dell’astronave che si imbatte in una sua replica non umana. Ma se nel film di Scott la Nostromo incontra una specie aliena non antropomorfa dalle caratteristiche specifiche orribili (nascono da uova, sono mostruosi nelle sembianze e sono letali nella loro aggressività), in Space vampires la Churchill ha un incontro ravvicinato con una specie perfettamente identica a quella umana, tant’è vero che una aliena senza nome avrà una relazione appassionata con Tom Carlsen, unico sopravvissuto della Churchill stessa.

Nel film di Scott, estremamente più cupo nella sua metafora sui pericoli dell’universo e sulla paura congenita della mente umana verso tutto ciò che non è corrispondente ai canoni conosciuti, tutto ruota avviluppato all’atmosfera lugubre e claustrofobica della lotta tra l’alieno e l’unica sopravvissuta all’attacco degli alieni, Ellen Ripley mentre nel film di Hooper non vi è alcuna traccia di approfondimenti metafisici, in quanto tutto viene ridotto ad un’esplosione pischedelica di atti di vampirismo mescolati ad una spruzzatina furbissima di sesso come del resto testimoniato dal personaggio dell’aliena che gira completamente nuda per quasi tutto il film, seducendo con il suo corpo gli sventurati che incontra.

L’espediente di Hooper finisce per diventare l’unico vero motivo di interesse: quando c’è la May in scena tutto sembra acquisire un minimo di interesse insieme alle scene di “vampirismo spaziale” che lasciano le vittime incartapecorite e prive di energia vitale, destinate a diventare degli orrendi zombie che a poco a poco metteranno a soqquadro Londra.
Il vampiro che succhia energia è comunque una novità almeno gustosa; niente più canini affilati che si conficcano nella giugulare delle vittime ma un travaso di energia vitale che mantiene le tre creature aliene in vita.

Nel film ci sono sequenze gustose, come quella in cui la vampira aliena succhia l’energia ad un malcapitato che è entrato nella sala in cui è adagiata apparentemente priva di vita; un collega dell’uomo corre in suo aiuto ma deve passare attraverso diverse porte a vetri e quando arriva intelligentemente si avvicina alla vampira con il risultato di essere vampirizzato anche lui.
Altra sequenza che non passa inosservata è quella riservata al finale, quando Carlsen apprende della vera natura e della forma delle creature aliene dalla voce metallica dell’aliena donna, che racconta di aver preso la sua forma in base alle preferenze della mente di Carlsen stesso!
Aldilà di queste ingenuità più o meno volute, non è che il film annoi più di tanto; tutto sommato gli effetti speciali reggono anche se non sono lontanamente paragonabili a quelli di Alien, così come una certa tensione è latente nel film ed esplode anche se limitatamente con la vampirizzazione delle malcapitate vittime degli alieni.
Un discorso a parte merita la magnifica Mathilda May, che interpreta il personaggio dell’aliena seduttrice; a parte il fisico spettacoloso, la May riesce a dare un’aria di inumanità al suo personaggio, rendendolo simile ad un robot in forma umana. Poichè per larga parte del film gira nuda, lo spettatore non può non ammirare le grazie così generosamente esposte, che alla fine risultano essere uno dei pochi punti di forza del film stesso. L’attrice francese possiede un discreto talento e una sensualità prorompente che non passano inosservate.
In ultimo, la regia di Tobe Hooper; il regista non appare particolarmente ispirato così come non convince molto la sceneggiatura del recentemente scomparso Dan O’Bannon, autore di opere molto più affascinanti come il citato Alien, di Dark Star o di Il ritorno dei morti viventi.
Buone le musiche opera di Henry Mancini, suffciente la fotografia di Alan Hume.
Un film non di certo indimenticabile che però ha dalla sua qualche freccia al suo arco; può valere una visione, sopratutto da parte di chi vuol disimpegnarsi al massimo e non intende lambiccarsi il cervello su sceneggiature complesse.
Space Vampires
Un film di Tobe Hooper. Con Steve Railsback, Peter Firth, Frank Finlay, Mathilda May, Patrick Stewart,Aubrey Morris, Michael Gothard, Nicholas Ball, John Hallam, Nancy Paul, John Keegan, Owen Holder, Peter Porteous, Jerome Willis, Katherine Schofield, Derek Benfield, James Forbes-Robertson, John Woodnutt, Christopher Jagger, Bill Malin, Jamie Roberts, Russell Sommers
Titolo originale Lifeforce. Horror-Fantascienza, durata 116 min. – Gran Bretagna, USA 1985.
Steve Railsback … Colonnello Tom Carlsen
Peter Firth … Colonnello Colin Caine
Frank Finlay … Dr. Hans Fallada
Mathilda May … L’aliena Vampira
Patrick Stewart … Dr. Armstrong
Michael Gothard … Dr. Bukovsky
Nicholas Ball … Roger Derebridge
Aubrey Morris … Sir Percy Heseltine
Nancy Paul … Ellen Donaldson
John Hallam … Lamson
John Keegan … Guardia
Chris Jagger … Il primo Vampiro
Bill Malin … Il secondo Vampiro
Jerome Willis … Anatomo patologo
Peter Porteous … Primo Ministro
Katherine Schofield …Segretaria del Primo Ministro
Jamie Roberts … Rawlings
Russell Sommers … Ufficiale di navigazione
Regia Tobe Hooper
Soggetto Colin Wilson (romanzo)
Sceneggiatura Don Jakoby, Dan O’Bannon
Fotografia Alan Hume
Montaggio John Grover
Effetti speciali Apogee Productions Inc.
Musiche James Guthrie, Henry Mancini, Michael Kamen.
Claudio Capone: colonnello Tom Carlsen
Cristiana Lionello: L’aliena Vampira
Renato Cortesi: colonnello Colin Caine
Marcello Tusco: Dr. Hans Fallada
Gianni Bonagura: dottor Armstrong
Pietro Biondi: dottor Bukovsky




























































































































































































































































































