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Identificazione di una donna

Identificazione di una donna locandina

Un regista cinematografico, due donne, l’impossibilità pratica di penetrare la psicologia delle due donne perchè sia lui, Niccolò, sia le due donne, Mavi e Ida sono mondi distanti o universi paralleli e contigui con i quali sono possibili solo teorici scambi ma non contatti profondi.
E’ il senso di Identificazione di una donna, il film di Michelangelo Antonioni forse più solare e schematico, quello meno impenetrabile e dal messaggio più chiaro.

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Thomas Milian e Lara Wendel

Una ricerca affannosa della donna, mostrata in una veste psicologica forse discutibile, piena com’è di contraddizioni e debolezze ma potente e affascinante.
La vicenda si snoda attorno alla ricerca di Niccolò di un personaggio femminile per un suo film, che lo porta ad incontrare la misteriosa e sensuale Mavi; una donna sfuggente e piena di segreti, ambigua anche sessualmente come avrà modo di scoprire Niccolò, che dal momento in cui fa la sua conoscenza si ritrova a fare i conti anche con strane telefonate e strani messaggi che sembrano partire da quel mondo totalmente alieno che è l’ambiente alto borghese che la donna frequenta.

Identificazione di una donna 2

 Daniela Silverio è Mavi

E dal quale Niccolò non solo non si sente attratto, ma addirittura respinto: quella gente parla e comunica con la stessa lingua, con lo stesso linguaggio verbale ma in modo così dissimile dal suo da sembrare estraneo come una lingua marziana.
Un mondo con valori che Niccolò non apprezza e non ama, che è costretto a frequentare al margine solo perchè Mavi vi appartiene.
La donna è figlia, è prodotto di un ambiente ostile e a se stante: lui non riesce a comunicare, se lo fa intraprende un impossibile contatto solo con Mavi, che però mostra i segni di una personalità mutevole e incomprensibile.
Anche nell’amore la donna è un misto di passione e riservatezza, di ambiguità e spregiudicatezza. Non a caso quando Mavi all’improvviso scompare, Niccolò che si è messo sulle sue tracce scopre aspetti illuminanti della donna, come la sua propensione alle avventure saffiche.

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Nel mezzo della ricerca Niccolò si imbatte in Ida che sembra essere il rovescio esatto della personalità di Mavi: tanto quest’ultima è lunare e misteriosa, tanto Ida è concreta e quasi solare nella sua maniera di vivere.
La relazione con Ida sembra partire bene, tant’è vero che Niccolò la porta con se a Venezia.
Ma quando scopre che la donna aspetta un figlio da un altro ricade preda dei dubbi, delle convenzioni e dei timori latenti della sua mente e l’abbandona.
A questo punto,si chiede Niccolò, che senso ha fare un film con protagonista una donna? Molto meglio un film di fantascienza, in cui si è tesi verso altri misteri insondabili come l’universo e la scoperta della propria esistenza, delle proprie radici che però restano appunto un mistero non rivelabile.

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In Identificazione di una donna il personaggio di Niccolò è un personaggio preda di dubbi e di paure, che vediamo concretizzarsi nell’impossibilità di accettare la vita misteriosa di Mavi e le certezze di Ida, donna che è consapevole del suo ruolo e di ciò che vuole veramente.
Lui, in mezzo a un microcosmo femminile impenetrabile nelle motivazioni di fondo annaspa e finisce per smarrirsi, tanto da rinunciare malinconicamente a quello che era il suo progetto iniziale.
Ha bisogno di amore (il suo rapporto con la moglie è deteriorato) ma non sa come cercarlo e si affida all’istinto che però lo tradisce, proponendogli donne che sono troppo lontane da quello che lui è, da quello a cui aspira.
Ma è al tempo stesso uno che si aggira smarrito in un mondo che sembra essere sfuggente sia a livello sociale sia nelle persone stesse che lo frequentano.

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L’incomunicabilità con gli altri assume contorni ancor più grotteschi quando tenta un impossibile dialogo con una ragazza che conosce Mavi e che lui incontra in piscina.
Nel tentativo goffo di stabilire un colloquio con lei, ad un certo punto Niccolò le chiede cosa le piaccia nella vita, dopo aver ricevuto risposte lapidarie alle domande precedenti ( un pò stupide, ammettiamolo).
La risposta della ragazza è lapidaria e allo stesso tempo raggelante: “mi piace masturbarmi, e se lo fa un altro è meglio e più di tutto se è una donna”
Niccolò sperimenta così l’impossibilità di un dialogo amichevole o umano, ritrova quel senso di estraneità che sembra allontanarlo dalle persone, dalla società.
In questo quadro la sequenza della piscina è illuminante e determinante per la struttura del racconto, perchè sintetizza l’assioma iniziale e finale del film; sempre nello stesso dialogo la ragazza spiega il perchè della sua affermazione dicendo che ” una donna lo fa per farmi piacere, un uomo per se stesso, per far vedere che è virile.”
Il senso del film, come del resto il senso della filosofia di Antonioni è espresso tra le righe di questo dialogo e può essere rappresentato da una parola sola, incomunicabilità.
Un tema caro al regista, affrontato da sempre, sin dai suoi esordi dietro la macchina da presa.

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Nei due fotogrammi: Christine Boisson è Ida

L’altro tema presente nel film è il senso di estraneante presenza di Niccolò nella società; l’uomo non riesce a capirla, non accetta i suoi limiti e le sue debolezze, come dice ad un certo punto del film all’amico che gli chiede che senso abbia un’altra storia d’amore nello sfacelo e nella corruzione che li circonda,usando ancora una volta con una risposta illuminante: “Ma è proprio la corruzione il cemento che tiene unito il nostro paese e sono i corrotti i primi che vogliono vedere delle storie d’amore”.

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Identificazione di una donna è un film insolitamente ricco di parti parlate e di dialoghi, materiale inusuale nella cinematografia del Maestro; dialoghi a tratti criptici, ma anche affascinanti nella loro abilità metaforica.
Un film anche splendidamente fotografato, opera di Carlo Di Palma che restituisce colore e luminosità ad un film che altrimenti sarebbe risultato tetro e probabilmente indigeribile;il compianto maestro romano aveva già lavorato con Antonioni in Deserto rosso, in Blow up ecc. e questa volta dona al film di Antonioni una serenità che spezza in anticipo le catene di un possibile racconto avviluppato attorno al tema centrale.
L’ottimo risultato finale del film è anche merito di una complessa alchimia che coinvolge non solo la bella, fascinosa ed esistenzialista sceneggiatura del film e la fotografia lussuosa, ma anche la recitazione del protagonista principale della storia, quel Niccolò che abbiamo visto essere uomo a tratti sfiduciato a tratti impaurito, a tratti ancora fiducioso o smarrito.
Sto parlando di Thomas Milian, attore di grandissime qualità che era reduce da anni di film di cassetta basati sul personaggio di Er monnezza e di Nico Giraldi, che gli avevano dato grande popolarità ma che lo avevano tenuto lontano da parti importanti nel cinema d’autore.

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Milian, nonostante il caratteristico accento che non lo mai abbandonato, riesce a dare forma ad un personaggio complesso e sfaccettato come quello di Niccolò caratterizzato come già detto da una personalità proteiforme. L’abilità dell’attore di origine cubana si mette al servizio del Maestro con esiti ragguardevoli e lo stesso dicasi per il cast femminile, con le brave (e belle) Daniela Silverio nella parte dell’enigmatica Mavi e
Christine Boisson in quella di Ida. Spazio anche ad una misurata ed intrigante Lara Wendel nel ruolo della ragazza della piscina.
Identificazione di una donna è un film poco amato da buona parte della critica e degli spettatori, nonostante i pregi che ho evidenziato prima.
Colpa probabilmente di un complesso di fattori ai quali non è estranea la prevenzione verso l’attore principale da parte di molti critici e sopratutto per il soggetto considerato non all’altezza dei precedenti.

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Il grande regista di Ferrara era reduce dal parziale successo di Il mistero di Oberwald (da un soggetto di Jean Cocteau) diretto nel 1980 e poco dopo l’uscita di questo film verrà colpito da un ictus che lo priverà dell’uso della parola e lo lascerà parzialmente paralizzato. Sarà solo nel 1995 che lo troveremo di nuovo dietro la macchina da presa per la direzione di Al di là delle nuvole, in co-regia con Wim Wenders altro gioiello della cinematografia di uno dei più sensibili registi italiani di sempre.

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Identificazione di una donna
Un film di Michelangelo Antonioni. Con Tomas Milian, Christine Boisson, Daniela Silverio, Marcel Bozzuffi, Veronica Lazar,Lara Wendel, Luisa Della Noce, Itaco Nardulli, Sandra Monteleoni, Giampaolo Saccarola, Carlos Valles, Sergio Tardioli, Paola Dominguin, Arianna de Rosa, Pierfrancesco Aiello, Giada Gerini, Alessandro Ruspoli, Gianpaolo Saccarola, Enrica Fico, Maria Stefania d’Amario, Enrica Antonioni
Drammatico, durata 128 min. – Italia 1982.

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Identificazione di una donna banner personaggi

Tomas Milian     …     Niccolò
Daniela Silverio          …     Mavi
Christine Boisson          …     Ida
Lara Wendel         … La ragazza della piscina
Veronica Lazar          …     Carla
Enrica Antonioni          …     Nadia
Sandra Monteleoni         …     Sorella di Mavi
Marcel Bozzuffi         …     Mario
Gianpaolo Saccarola          … Il gorilla
Arianna De Rosa          … Amica di Mavi
Dado Ruspoli         …     Padre di Mavi
Sergio Tardioli          … Macellaio
Itaco Nardulli         …     Lucio
Paola Dominguín         … La ragazza alla finestra

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Regia     Michelangelo Antonioni
Soggetto     Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura     Michelangelo Antonioni, Gérard Brach, Tonino Guerra
Produttore     Antonio Macrì
Fotografia     Carlo Di Palma
Montaggio     Michelangelo Antonioni
Musiche     John Foxx, Japan, Tangerine Dream
Scenografia     Andrea Crisanti
Costumi     Paola Comencini

 

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

O anche: Identificazione di Antonioni, trattando il film nel ruolo del protagonista Niccolò Farra (Tomas Milian) in maniera quasi biografica vicende personalissime dell’autore, da tempo lontano dalla macchina cinematografica. Pur essendo opera densa di significati e valorizzata da un convincente (e combattuto, nella ricerca di una protagonista che non riesce a definire) Tomas Milian regna un clima di noia perenne, surclassato giusto da due scene di sesso parecchio audaci tra il protagonista e Daniela Silverio, soprattutto quella della masturbazione “feroce” sulla donna. Presentato a Cannes.

Forte degli scenari lunari e nebbiosi stile new wave e delle musiche elettronico-spaziali dell’immenso John Foxx, Antonioni sintetizza i suoi ben noti discorsi su incomunicabilità, alienazione e frivolezze borghesi aggiornandoli agli anni Ottanta. Milian, compitissimo, veste i panni del regista in crisi di mezza età e si confronta con l’erotismo audace ma elegante emanato dalla sensuale bellezza della Silverio e della Boisson. Echi da L’avventura, La notte e Deserto rosso; finale da fantascienza colta.

Eccetto le “prestazioni ginniche” dei protagonisti, il film è davvero lento e noioso: colpa di una sceneggiatura troppo verbosa, piena di facilonerie verbali e di stupide metafore che non possono non irrittare e soprattutto non annoiare lo spettatore comune. Quel che ne viene fuori è una “polpetta” indigesta che scontenta tutti e che difficilmente piacera a qualcuno. L’ultimo Antonioni prima dell’ictus.

Discreta la prima parte, soprattutto per la presenza della Silverio (una meteora, peccato). Poi lei passa la mano e il film si appiattisce, complici alcuni dialoghi squallidi come quello girato nella piscina. Il tormento esistenziale di Niccolò e alcune letture ideologiche (vedi la coppia di terroristi) sono altrettanto imbarazzanti in un film che comunque nel complesso può andare anche perché non pretenzioso come altri del regista. Doppiaggio tirato via.

Terrificante e confusionario film di Antonioni sulla ricerca della donna giusta da parte di un regista, con frasi cretine spacciate per memorabili, confusione narrativa a livelli altissimi, noia e supponenza, difetti di Antonioni che qui si sommano all’inizio della sua decadenza. Forse Milian sperava di girare un capolavoro ma si è ritrovato in un tedioso guazzabuglio e a nulla può la sua indubbia bravura.

Ultimo film di Antonioni prima dell’ictus che lo colpì (quindi per alcuni il suo vero ultimo film), è una sorta di compendio (anche autobiografico essendo il prot un regista) di ciò che è già stato fatto: trama da finto giallo(come quasi tutti i suoi film), una persona che scompare (L’Avventura) e un finale allegorico (Zabriskie point). Molto parlato, con abbondanti scene di sesso molto spinte (messe forse per impedire crisi narcolettiche?), metterà a dura prova i fan di Milian, che ci regala un’ottima performance. I fan di Antonioni sanno già cosa li attende…

Identificazione e ricerca della donna giusta, quella con la quale le parole sono superflue e basta il silenzio, come quando ci si trova immersi nella natura. Un regista in crisi e il suo rapporto con sè e le giovani donne che incontra. Dialoghi naturali e spontanei, grande lavoro psico-intellettuale. Solo per un pubblico “colto”…

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novembre 23, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 2 commenti

Fantasmi (Haunted)

Fantasmi locandina

David e Juliet Ash sono due gemelli molto uniti; durante uno dei loro giochi nella campagna inglese (siamo all’inizio del novecento) accidentalmente David provoca la caduta della sorella che finisce nelle acque di un laghetto e muore annegata nonostante il disperato tentativo di aiuto da parte di David.
Anni dopo ritroviamo David in America, dove si è trasferito con la madre; è diventato adulto e si è laureato in psicologia.
Ottenuta una cattedra in un’università inglese, ritorna nella madrepatria.

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L’idilliaco scenario del castello dei Mariell

Siamo nel 1928, David studia principalmente tutte le manifestazioni sul paranormale; è uno scettico, che si occupa di smascherare medium e falsi fantasmi.
Un giorno decide di accettare l’invito di un’anziana signora, Tess Webb che lo pressa con disperate richieste di aiuto; così David si trasferisce nel Sussex a Edbrook Hall.
Ad accogliere David alla stazione di Edbrook è la bellissima Christine Mariell, che gli mostra immediatamente simpatia.
L’arrivo nel quieto posto di campagna, in uno splendido castello vittoriano immerso in una natura tranquilla e silenziosa e sopratutto il primo approccio con la signora Tess che parla di presenze oscure nel castello convincono David di una situazione patologica della donna, rafforzata anche dai suoi convincimenti sulla materia.

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I tre fratelli Mariell

Al castello, David conosce anche i due fratelli di Christine ovvero Robert e Simon che da subito mostrano di non nutrire grande simpatia per lui e contemporaneamente inizia a notare la strana atmosfera che si respira nella casa.
La notte infatti qualcuno lo rinchiude nella stanza e all’indomani fa presente la cosa ai tre fratelli che però mostrano di non credergli.
E’ l’inizio di una serie di accadimenti misteriosi che vedono David man mano che il tempo scorre, iniziare a vacillare nelle sue convinzioni.

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Christine dipinta da suo fratello Robert

Piccoli fenomeni inspiegabili dapprima e oscure presenze in seguito portano David a credere che in quel castello avvenga davvero qualcosa di insolito, come la disperata Tess tenta di dirgli, ostacolata però da Robert e Simon. A parlare di una malattia mentale è anche il dottor Doyle, medico di famiglia che ha in cura Tess, la quale è nel castello in virtù della lunghissima collaborazione dei genitori dei ragazzi ai quali ha fatto da balia sopratutto dopo la morte avvenuta in India degli stessi.
Christine mostra sempre più apertamente la sua attrazione per David, che però si rende conto dell’aperta avversione del fratello Robert verso un loro legame più profondo.
Il giovane infatti compare sempre nei momenti meno opportuni, quando sembra che l’attrazione tra David e Christine debba finalmente concretizzarsi.
Nel frattempo però i piccoli avvenimenti inspiegabili a cui ha assistito David acquistano contorni sempre più inquietanti;

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Kate Beckinsale è Christine

una lampada che esplode all’improvviso provocando un incendio che si spegne misteriosamente, la figura di una bambina che David vede passeggiare nel parco e altri segnali lo portano a modificare profondamente le sue convinzioni.
A nulla vale un colloquio con il dottor Doyle che lo convince di essere preda dei sensi di colpa per la morte di Juliet; dopo un brevissimo periodo di tranquillità, gli avvenimenti oscuri si susseguono e prendono una piega drammatica.
David finisce per rischiare la vita cadendo nel laghetto del castello e subito dopo crede di morire bruciato vivo nella cantina dello stesso; nel primo caso è proprio Christine a salvarlo, nel secondo lo convince di aver immaginato tutto.
La ragione di David vacilla, sopratutto nel momento in cui vede Christine posare nuda per Robert e subito dopo baciarlo appassionatamente.
Ancora una volta crede di aver immaginato tutto e si lascia irretire dal fascino di Christine, con la quale vive una appassionata notte d’amore.

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David, Aidan Quinn

Ma al risveglio, non trovando la ragazza, David esce di casa in tempo per vedere la misteriosa bambina che si incammina per il bosco.
L’uomo la segue e giunge in un cimitero fa un’agghiacciante scoperta: su una lapide trova i tre nomi di Robert, Simon e Christine con le date di nascita e la data della loro morte, avvenuta in contemporanea nel 1923.
Sconvolto, David corre a casa del dottor Doyle, ma la trova vuota e all’interno scopre l’identità della misteriosa bambina….
Ancora una volta mi fermo qui con la trama, per evitare di rivelare il finale a sorpresa del film, anche se per lo spettatore più smaliziato non è certo un finale inaspettato.
Fantasmi (Haunted nella versione originale) è un thriller ambientato nel mondo del paranormale diretto da Lewis Gilbert nel 1995; un film che anticipa un prodotto molto simile come argomento e come trattazione ovvero lo splendido The others, uscito sei anni dopo e diretto benissimo da Alejandro Amenábar.
A differenza di The others, il film di Gilbert è meno claustrofobico e più bucolico, se mi si passa l’espressione.
C’è uno stridente contrasto di fondo, infatti, fra il castello soleggiato e immerso in una splendida cornice naturale di Fantasmi e quello più lugubre e dalle finestre perennemente chiuse di The others, come ricorderanno coloro che hanno visto il film di Amenábar.

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“Non aver paura David, vieni con me…”

Un film che vive diversi momenti di pausa e descrittivi con una tensione che solo a momenti si respira palpabile e concentrati peraltro nella seconda parte del racconto; qualche sequenza è davvero ben realizzata, come quella dell’incendio nella cantina, oppure quella in cui David rischia di annegare soffocato dalle alghe o ancora il balletto finale tra i tre fratelli e la vecchia Tess.
Smontato da parte della critica e da qualche deluso spettatore, Fantasmi è un buon prodotto di genere che vive su una buona sceneggiatura e sopratutto su una fotografia con i contro fiocchi.
Grazie ad una location da favola, con paesaggi in stile cartolina e ambientato in un castello che farebbe la felicità di ogni amante della natura, il film di Gilbert si snoda attraverso il percorso di cognizione di David, che da fiero negazionista del paranormale si troverà a dover fare i conti con una realtà che lo riporterà indietro fino all’infanzia, al momento cioè della morte della sua amata sorella Juliet.
E’ proprio con il ricordo di Juliet che dovrà fare i conti David, costretto dagli avvenimenti a barcamenarsi in una situazione limite, stretto da un lato dalla sua infatuazione per Christine, dall’altro a fare i conti con i fenomeni paranormali che gli si scateneranno attorno prima della drammatica conclusione.

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L’incendio nella cantina

Una conclusione in linea con il racconto, ben congegnata e che permette allo spettatore di non rimpiangere il tempo perso fino ad allora.
I personaggi chiave sono ben interpretati, a cominciare da quello principale di David a cui presta il volto Aidan Quinn, per passare alla fascinosa e sensuale Kate Beckinsale che interpreta l’ambigua Christine.

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David inizia ad intuire la verità

Molto bene anche Anna Massey (la governante Tess), Anthony Andrews (Robert Mariell) e Alex Lowe (suo fratello Simon), così come una garanzia è John Gielgud nel ruolo del dottor Doyle.
Gilbert dirige con mano ferma un film che poteva essere insidioso e quindi scivolare nel solito prodotto a sensazione; viceversa riesce a creare un minimo di atmosfera senza strafare, senza ricorrere cioè a candelabri e teschi, musica notturna e stridore di porte.
Il regista londinese, oggi novantunenne e conosciuto per i tre film diretti sulle avventure dell’agente 007 (Agente 007, si vive solo due volte,Agente 007, la spia che mi amava e Agente 007, Moonraker: operazione spazio ) ha una mano ben diversa da quella di Amenábar, che in The others propone un lavoro più finemente angoscioso e psicologico; tuttavia ottiene risultati discreti e il giudizio su quest’opera, per quanto mi concerne, è largamente positivo.

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Fantasmi
Un film di Lewis Gilbert. Con Anna Massey, Aidan Quinn, John Gielgud, Kate Beckinsale,Anthony Andrews
Titolo originale Haunted. Thriller, durata 108 min. – Gran Bretagna 1995

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Christine accoglie David alla stazione

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David e il dottor Doyle

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Frammenti di verità affiorano dal passasto…

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Christine e David

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Tess, la governante

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Juliet e David

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L’incidente di Christine

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La misteriosa presenza…

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La sorellina di David, Juliet

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La terrificante scoperta finale

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Fantasmi banner personaggi

Aidan Quinn             … Prof. David Ash
Kate Beckinsale        … Christina Mariell
Anthony Andrews      …     Robert Mariell
John Gielgud          … Il Dottor Doyle
Anna Massey         …  Tess Webb
Alex Lowe          … Simon Mariell
Geraldine Somerville          … Kate
Victoria Shalet         … Juliet Ash
Linda Bassett          … Madame Brontski
Liz Smith         …La vecchia zingara
Peter England          … David da giovane
Alice Douglas         … Clare
Edmund Moriarty     …Liam
Emily Hamilton          … Mary

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Regia: Lewis Gilbert
Romanzo: James Herbert
Sceneggiatura: Timothy Prager, Bob Kellet, Lewis Gilbert
Produzione: Anthony Andrews, Francis Coppola e altri
Musiche: Debbie Wiseman
Editing: John Jympson

novembre 21, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 4 commenti

Caligola, la storia mai raccontata

Caligola la storia mai raccontata locandina

Ennesima variante della storia di Gaio Giulio Cesare Germanico , l’imperatore romano passato alla storia con il nome di Caligola (piccola caliga, la calzatura dei legionari romani).
Una versione in puro stile Massaccesi, che per l’occasione si firma David Hills e che ebbe disavventure a non finire con la censura, un po come il predecessore Caligola diretto da Tinto Brass.
Il film parte mostrando l’attentato alla vita dell’imperatore da parte del poeta Domizio, attentato fallito e che costerà al poeta stesso una terribile punizione; all’uomo vengono tagliate la lingua e tutti i tendini, di modo che finisce per diventare un osceno burattino che Caligola fa vivere dietro una tenda.
A Roma sono in molti ad essere stanchi degli eccessi e della follia di Caligola; alcuni senatori congiurano per assassinarlo mentre Caligola se ne va tranquillamente in spiaggia, dove incontra la bella vergine Livia, fidanzata ad Ezio che è il figlio del console Marco Tullio Gallo.

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Il crudele imperatore violenta la ragazza che in preda alla vergogna si suicida.
Dopo di che, rientrato a Roma, sparge la voce che la ragazza è stata assassinata da un gruppo di cristiani; ma a non credere alla versione di Caligola sono un po tutti, a partire dalla più cara amica di Lidia, Miriam, una ragazza egiziana che da quel momento giura vendetta.

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In un impeto di follia, l’imperatore decide di costruire un grande tempio e per finanziarlo organizza un’ orgia alla quale viene invitata la nobiltà romana costretta a pagare un pesante dazio e costretta anche ad assistere ad uno spettacolo in cui l’imperatore passa da una crudeltà all’altra facendo combattere in una grande sala uomini fino alla morte, facendo accoppiare una donna con un cavallo e facendola così morire oppure sacrificando un gran numero di ragazze vergini ingaggiate proprio per la festa.
Durante il baccanale, Miriam decide di sedurre l’imperatore e ucciderlo, spinta in questo dal senatore Cornelio. Così, dopo essersi deflorata e aver dedicato la sua perduta verginità al dio Anubis, Miriam si apparta con Caligola. Ma al momento di ucciderlo, la donna ha un ripensamento e colpisce il senatore Cornelio.
La vendetta di Caligola per il mancato attentato è ferocissima; alcuni senatori vengono sodomizzati con ferri roventi e muoiono dissanguati, altri si vedono uccidere i familiari e ad uno di essi viene ordinato di uccidere sia la moglie che i figli.

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Nel frattempo Miriam sembra essere diventata succube dell’imperatore.
Probabilmente ne è innamorata e accetta la proposta di Caligola di sposarla, ma prima delle nozze vede al collo dell’imperatore una medaglietta che portava Lidia.
Miriam decide di drogare con dei filtri magici Caligola in modo da farsi rivelare la verità, ma l’uomo viceversa precipita in una serie di incubi durante i quali rivede tutte le vittime della sua follia. Al risveglio, ancora ottenebrato dalle droghe, colpisce Miriam con la sua spada.

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Nel frattempo i senatori romani sono riusciti a convincere Ulmar, il fido pretoriano di Caligola, a partecipare ad un attentato che questa volta riesce.
Mentre è sulla spiaggia, l’imperatore che nel frattempo ha preso coscienza delle sue malefatte e vorrebbe convincere i senatori di voler cambiare vita, viene ucciso dalle frecce scagliate da Ulmar.
Caligola, la storia mai raccontata è un film del 1982, diretto con larghezza di mezzi da Aristide Massaccesi/Joe D’Amato ed è tutto tranne che un film con un minimo di obiettività storica.
La leggendaria crudeltà dell’imperatore romano, molto probabilmente esagerata dai suoi numerosi detrattori appare qui esasperata ancor più che nel Caligola di Brass; l’imperatore da sfoggio di una crudeltà da psicopatico, a partire dalla crudele punizione inflitta a Domizio passando per lo stupro della bella Livia per finire con la scena del massacro dei senatori durante l’orgia.
Il Caligola di Massaccesi è un film eccessivo, violento e sanguinolento, come nello stile del regista romano; un film assolutamente inaffidabile dal punto di vista storico, basti pensare al finale in cui Caligola finisce trafitto dal suo pretoriano mentre nella realtà venne ucciso dai tribuni Cassio Cherea e Cornelio Sabino e da alcuni pretoriani assieme a sua moglie Milonia Cesonia e la loro figlia bambina, Giulia Drusilla quando aveva appena ventinove anni.

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La pellicola ha più pregi come slasher ( e per gli amanti dell’hard come pellicola erotica) che come film con una sceneggiatura accettabile; la mano del regista di talento c’è, ma è anche al servizio degli stinti più bassi dello spettatore.
Tuttavia c’è una certa cura, nella pellicola e per una volta il cast sembra davvero all’altezza della situazione.
C’è una splendida Laura Gemser, all’epoca del film trentaduenne e al massimo del fulgore fisico, che da vita al personaggio di Miriam, la schiava che vorrebbe vendicare l’amica Lidia e che finisce viceversa per innamorarsi dell’imperatore, salvo ricredersi quando scoprirà la verità sulla morte di Lidia.

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E c’è anche David Brandon a interpretare Caligola con sufficienza, anche se va detto che nella realtà storica l’imperatore era un pezzo d’uomo che superava un metro e novanta di statura.

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Ancora una volta Massaccesi quindi si rivolge alla sua musa cinematografica, Laura Gemser e ancora una volta ritaglia un ruolo per suo marito Gabriele Tinti; alla fine il prodotto ha una sua dignità anche se come tutti i film di Massaccesi occorre districarsi tra le varie versioni.
Quella originale infatti durava 125 minuti ma venne sforbiciata dalla censura in modo tale che alla fine il film durava 86 minuti; distribuito come Caligola, la storia mai raccontata ebbe anche una versione parallela  intitolata Caligola… l’altra storia.
Oggi sono disponibili dvd in versione integrale che però non aggiungono praticamente nulla alla storia se non alcune sequenze particolarmente forti come quella in cui una donna masturba un cavallo e molte scene tipiche del cinema hard core, che vennero utilizzate in seguito dal regista romano per il film Caligola, follie del potere che apparteneva al filone hard.

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Caligola… La storia mai raccontata
Un film di Joe D”Amato. Con Laura Gemser,David Brandon,Oliver Finch, Charles Borromel,Larry Dolgin, Fabiola Toledo, Alex Freyberger
Drammatico/Erotico, durata 90 min. – Italia 1982.

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David Brandon: Caligola
Laura Gemser: Miriam
Oliver Finch: Messala
Cristiano Borromeo: Petreio
Fabiola Toledo: Livia
Sasha D’Arc: Ulmar
Alex Freyberger: Ezio
Larry Dolgin: Cornelio Varrone
Gabriele Tinti: Marcello Agrippa
John Alin: Marco Tullio Gallo
Ulla Luna: Cinzia
Michele Soavi: Domizio
Mark Shanon: Mario

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Regia     David Hills
Soggetto     David Hills, Richard Franks
Sceneggiatura     David Hills, Richard Franks, Victoria J. Newton
Produttore     Alexander Sussman
Casa di produzione     Metaxa Corporation, Cinema 80
Fotografia     Federico Slonisco
Montaggio     George Morley
Musiche     Carlo Maria Cordio
Scenografia     Lucius Pearl, Michael Loss
Costumi     Helen Zinnerman

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Film molto spinto, al limite del visibile, dove l’erotismo cede il posto al disgusto nella scena dell’impalamento realizzato durante un’incontenibile orgia o in quella del forzato accoppiamento con cavallo. David Brandon nei panni del “deviatissimo” Caligola è bravissimo, la regia di Joe D’Amato è garanzia di riuscita ed il cast è composto da nomi di certo interesse come ad esempio l’allora sconosciuto Michele Soavi, cui tocca la parte di vittima sacrificale. Il registro erotico risente della spinta violenta, che ben si coniuga con il tema trattato.

Le fonti filosenatoriali su Caligola ci hanno tramandato la figura di un imperatore pazzo, depravato, empio, sacrilego, megalomane e crudele: D’Amato resta fedele a questa tradizione e la rimpolpa negli aspetti sessuali e horror, con abbondante ricorso ad uno splatter talvolta insostenibile. Perfetti l’ambiguo Brandon e il vecchio mentore inascoltato Borromel (efficacemente doppiato da Michelotti); la Toledo riluce di bellezza in una tunica candida e sottile. Suggestiva e visionaria la fotografia.

Le nefandezze dell’imperatore, pervertito e psicopatico, epilettico e malato mentale, disinteressato al bene di Roma e completamente alienato da ogni tipo di valore, si fermano di fronte al corpo della Gemser; e scoppia l’amore! Il miglior Joe D’Amato dopo Buio Omega, si scatena nell’estremo: violenza, sesso, orge (purtroppo con inserti hardcore, anche se discretamente integrati), duelli all’ultimo sangue con il sangue che schizza sugli spettatori mentre mangiano e tanto altro. Ancora una bella storia d’amore che trasuda sangue: 4 pallini al sangue!

Ovvio tentativo di bissare il successo di Io Caligola con un film che ha a come pro una buona ricostruzione d’epoca e un discreto cast e, come contro (nonostante riconosca l’abile messa in scena dell’orgia), alcune scene disgustose che fanno storcere il naso inficiando un po’ il risultato (come la scena della cacca in Salò e le 120 giornate di Sodoma, per intenderci). Bravo Brandon e perfetto per il ruolo in un film perverso e pornografico.

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novembre 17, 2011 Pubblicato da: | Erotico | , | Lascia un commento

A due passi dall’inferno

A due passi dall'inferno locandina

John è reduce dall’esperienza terribile del manicomio, dove è stato ricoverato negli ultimi due anni su richiesta di sua zia Marta, la cui sorella (madre di John) si è suicidata.
Il giovane dopo la morte della madre era scappato e aveva girovagato per l’Europa, vivendo di espedienti e furti. Arrestato, era stato condotto davanti ad un giudice che ascoltata la zia aveva disposto il suo internamento in un istituto psichiatrico.
Qui il giovane aveva vissuto macerato dall’odio e dominato dal desiderio di vendetta fino al giorno in cui un giudice aveva deciso la sua temporanea scarcerazione e l’affidamento a sua zia Marta, unica parente che vive in una splendida casa con le tre figlie.
La donna che vive su una sedia a rotelle conseguenza di una paralisi in realtà odiava profondamente la sorella, alla quale rimproverava una condotta  a suo modo di vedere profondamente immorale.

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Così John arriva nella splendida casa di Marta, dove ad accoglierlo ci sono anche le cugine Therese (che disprezza John), Esther (che prova attrazione e affetto per lui) e infine Maria che fa da contraltare alle due sorelle; la ragazza infatti prova sentimenti contrastanti per suo cugino, con il quale ha avuto rapporti sessuali durante l’adolescenza.
In questa atmosfera John, che è profondamente provato dalle sue esperienze precedenti, prepara quella che dev’essere la sua vendetta nei confronti di quella famiglia che ritiene responsabile delle disavventure sue e di sua madre.
Non a caso, all’uscita dall’ospedale psichiatrico, John ha portato con se due vecchie foto, simbolo del suo legame con il passato e anche memoria futura per non dimenticare l’accaduto.

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Trova un lavoro, all’interno di un mattatoio, dove assiste alla macellazione di animali e alla fine del lavoro presa la sua paga comunica al proprietario che non tornerà più, in quanto non ha più nulla da imparare.
E’ una rivelazione di quella che è la sua strategia per la vendetta.
Iniziano così i meticolosi preparativi per la vendetta, ma il giovane cosa farà davvero?
Questa la trama (per tre quarti) di un film molto particolare, un horror metafisico che si distingue da molti altri prodotti del genere per un’accurata preparazione, per un’atmosfera plumbea e di attesa che fa da preludio ad un finale davvero sorprendente e che non svelo proprio per lasciare allo spettatore il gusto di seguire le vicende di un giovane che al primo apparire da la sensazione di essere un folle, ma che è viceversa personaggio ricco di sfumature.
Claudio Guerin Hill, regista del film A due passi dell’inferno, molto popolare in Spagna con il titolo La campana del infierno e nel resto del mondo come A bell from hell dirige un ottimo film denso di atmosfera e a tratti angosciante, usando spesso i topos tipici della cinematografia horror ma con una padronanza del mezzo tecnico davvero impressionante.
La storia si sviluppa in maniera angosciante man mano che prosegue nel suo lento e sepolcrale svolgimento, tra boschi immersi nella nebbia e atmosfere piovose lugubri come quelle dei film vampireschi, ma con un occhio di riguardo alla lucida follia di John, in un gioco delle parti dove è praticamente impossibile stabilire chi siano le vittime e chi i carnefici.
L’inizio stesso del film sembra fatto apposta per immergere lo spettatore in un’atmosfera inquietante, con la MDP che mostra il lavoro di John intento a costruire un calco del suo volto, prima di inquadrare la faccia stessa deformata in un ghigno diabolico; a seguire, vediamo John alle prese con le dimissioni dall’ospedale mentre ritira i suoi effetti personali e strappa la foto della cugina davanti allo sguardo perplesso dell’anziano addetto.
In un’atmosfera sempre più angosciante, seguiamo il giovane alle prese con l’album di foto che ricordano un passato anche felice, in netto contrasto con l’ambiente lugubre, scarsamente illuminato e silenzioso in cui si trova. Poi, via via, il lavoro al mattatoio, la campana in bronzo issata sulla chiesa del villaggio, l’ingresso delle tre giovani sorelle in una atmosfera resa livida dalla nebbiolina e dalla pioggia mentre John è a tavola con lo psicologo e con sua zia Marta, il registratore a bobine sul quale John ha registrato la voce di Maria, la chiesa del villaggio con i due campanili, ripresa per un minuto nel silenzio più assoluto e sempre immersa nell’atmosfera liquida e ansiosa che pervade la pellicola,il beffardo e finto tentativo di stupro di Maria da parte di tre cacciatori, il folle scherzo cinematografico di John che finge di strapparsi gli occhi e via via tutte le sequenze che si alternano sullo schermo.
Come sfondo, una musica lugubre appena accennata.
Il sole è una rarità, così come non ci sono scene naturali che mostrino una natura quieta e tranquilla; anche quando il giovane è vicino al mare, lo stesso è agitato e si infrange sugli scogli con formidabile violenza.
E’ in questo momento che Guerin sceglie di simboleggiare con l’immagine della natura in tempesta quello che evidentemente si agita nel cuore di John, che vediamo scavare una fossa mentre una nenia infantile assolutamente incongrua si sostituisce all’organo.
Lentamente, ma inesorabilmente, il film si inerpica verso la parte centrale del racconto, sempre spiazzando lo spettatore con quelli che sembrano gesti folli di un John che è ripreso anche mentre all’interno del mattatoio sistema i ganci scorrevoli usati per appenderci il bestiame in attesa di essere squartato.
Il regista è lento metodico e ossessivo anche quando riprende il giovane a tavola con la zia e con le cugine immerso in dialoghi freddi e senza sorrisi; introduce anche un elemento che sembrerebbe normalizzare gli eventi quando mostra John spingere la carrozzella di sua zia Marta in giardino e offrirle un fiore, simbolo di una riappacificazione assolutamente falsa.

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Il finale devo ometterlo, come già detto, ma conferma l’ottima struttura mantenuta fin dall’inizio; il giovane attore Renaud Verley che interpreta John da al suo personaggio nel corso del film sfumature che permettono di cogliere solo in parte i travagli dell’animo che agitano John, contribuendo in maniera determinante alla riuscita dell’impianto narrativo, così come la recitazione di Viveca Lindfors rende particolarmente affascinante il personaggio dell’ambigua zia Marta.
Molto bene Maribel Martín, Nuria Gimeno e Christina von Blanc rispettivamente nei ruoli di Esther, Therese e Maria; il resto del cast fa professionalmente da contorno.
A due passi dall’inferno ha avuto da subito la fama di film maledetto.
A contribuire in maniera determinante ci fu la morte sul set del regista Claudio Guerin, che nell’ultimo giorno di riprese cadde dal campanile dove stava girando le ultimissime riprese.

Una morte davvero singolare, almeno come raccontato da chi era presente sul set.
Pare che Guerin stesse iniziando le riprese quando il suo assistente gli chiese 5 minuti per cambiare le impostazioni delle macchine da presa. Guerin acconsentì e salì sul campanile. Sembra che la campana abbia suonato all’improvviso facendo perdere l’equilibrio al regista, che precipitò al suolo.Alcuni dei presenti, convinti si trattasse di un espediente di scena applaudirono, ma ben presto si resero conto che non si trattava di un trucco scenico. Quando accorsero sul posto dove Guerin era caduto, poterono solo constatarne la morte.

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Aveva solo 34 anni e sicuramente prospettive eccellenti, come del resto già si era notato dal film precedente del regista stesso, quel Un solo grande amore con protagonista la nostra Ornella Muti uscito nel 1972.
Per chi volesse seguire la ricostruzione degli ultimi drammatici momenti di vita del regista, consiglio questo video disponibile su You tube all’indirizzo http://youtu.be/2q3gThdMLMc in cui il programma spagnolo Cuarto milenio suggerisce quella che è l’ipotesi più probabile sulla sua morte.

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Le ultimissime scene del film vennero riprese da Juan Antonio Bardem, che per rispetto a Guerin non figura nemmeno tra i crediti; qualcuno probabilmente ricorderà Bardem per L’altra casa ai margini del bosco.
Un film che consiglio, aldilà delle speculazioni sulla sua fama maledetta e su tante ipotesi soprannaturali seguite alla tragica morte di Guerin; un film claustrofobico e funereo nel suo svolgimento come raramente mi è accaduto di vedere.

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A due passi dall’inferno
Un film di Claudio Guerin Hill. Con Renaud Verley, Viveca Lindfors, Alfredo Mayo, Christine Betzner Titolo originale La campana del infierno. Horror, durata 106 min. – Spagna, Francia 1973.

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A due passi dall'inferno banner personaggi

Renaud Verley    …     John nella versione inglese, Juan in quella spagnola
Viveca Lindfors    …     Marta
Alfredo Mayo    …     Don Pedro
Maribel Martín    …     Esther
Nuria Gimeno    …     Teresa
Christina von Blanc    …     María (as Christine Betzner)
Erasmo Pascual    …Il prete
Susana Latour    …     La madre di John

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Regia: Claudio Guerin Hill
Soggetto:Santiago Moncada
Produzione: Robert Ausnit, Claudio Guerín, Luis Laso
Musiche: Adolfo Waitzman
Editing: Magdalena Pulido
Costumi: Maiki Marín

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novembre 14, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , , | 2 commenti

Pam Grier

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Una carriera lunga e feconda, che le ha permesso di diventare molto conosciuta avendo interpretato quasi 100 tra film e serie tv, alcune delle quali sono degli autentici cult negli Usa.
Pamela Suzette Grier, conosciuta come Pam Grier è una delle attrici di colore più note, con alle spalle oltre quarant’anni di cinema e Tv.
Nata a Winston-Salem nel North Carolina il 26 maggio del 1949, primogenita dei quattro figli di un meccanico dell’aeronautica e di un’infermiera, Pam ha esordito a 21 anni con uno dei registi di culto dell’eros anni 60 e 70, quel Russ Meyer che ha creato un modo assolutamente personale di fare cinema mescolando l’erotismo all’ironia e diventando un autentico fenomeno di un cinema di cassetta amato anche da parte della critica.
Il film è Lungo la valle delle bambole (Beyond the Valley of the Dolls), nel quale usa il nome di Pamela Grier, cosa che farà altre tre volte nel corso della sua carriera; il ruolo è molto piccolo, ma nel cinema si sa è importante esserci.
Difatti nel 1971 Jack Hill la vuole nel film Sesso in gabbia (The Big Doll House), uno dei primissimi WIP (Women in prison, donne in prigione) a essere girato e che le permetterà in seguito di avere altri ruoli in questo genere dalle fortune altalenanti.

Pam Grier Bucktown
Pam Grier in Bucktown

L’attrice interpreta Grear, una detenuta violenta, in un film di discreto valore tra i migliori del genere. Il nome della Grier è nei primissimi titoli di testa, subito dietro quello della protagonista principale Judith Brown, il che è ovviamente un buon segno per la sua carriera futura.
La buona prova fornita le vale l’assunzione nel cast di Rivelazioni di un’evasa da un carcere femminile (Women in cage) dello stesso anno, film diretto da Gerardo de Leon;ritrova l’attrice Judith Brown e passa dall’altro lato della barricata interpretando l’aguzzina Alabama.
La sua presenza è adesso un buon richiamo, anche se limitatamente ad un genere che anche se diffuso non è particolarmente amato dal grande pubblico; nel 1972 arriva la terza prova in un WIP, nel film The Big Bird Cage, con l’interpretazione di Blossom nuovamente diretta da Jack Hill e con al fianco la bella Anitra Ford.

Pam Grier Hit man
Hit man

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The big bird cage

Poichè ha ormai una certa popolarità e si sente in grado di uscire dal ristretto ambito dei WIP, accetta un nuovo contratto per I diamanti sono pericolosi (Cool Breeze,1972) e in Hit Man di George Armitage, film con la quasi totalità di interpreti di colore.
Sono film di mediocre livello, il cinema continua a volerla per ruoli in film WIP così nel 1973 ritorna al genere che l’ha vista esordire con Donne in catene (Black Mama, White Mama), in cui interpreta Lee Daniels, una prigioniera che stabilisce un’alleanza con una bionda idealista solo per seguire la sua voglia di denaro.
Ma è con Coffy che ottiene la fama.
Il film, nuovamente diretto da Jack Hill, è un prodotto tipico blaxploitation, genere tipicamente riservato agli afro americani che erano la stragrande maggioranza del pubblico di queste pellicole.
La storia della splendida infermiera Coffy, che non esita davanti a nulla pur di vendicare la sorella morta per un’overdose di eroina, conquista non solo il pubblico tipico del blaxploitation, ma la rivela attrice completa e le consegna fama internazionale.

Pam Grier The arena
Nel film The arena, in italiano La rivolta delle gladiatrici

Il fisico prorompente, la bellezza selvaggia e le buone doti di recitazione ne fanno un’attrice di ottimo livello e nel 1974 il quasi esordiente Steve Carver la chiama per The arena, un peplum americano che racconta le vicissitudini di Bodicia, sacerdossa dei galli, bionda e bellissima, catturata nel raid in terra francese e di Manawi, ballerina colored che vengono quindi ad incontrarsi in catene nella città romana di Brindisi.
Qui le donne, assieme alle sventurate compagne di prigionia, vengono utilizzate come compagne occasionali dei gladiatori impegnati nei loro cruenti combattimenti o anche come divertimento notturno dei loro carcerieri
Il ruolo di Manawi le calza a pennello e la Grier ingaggia anche un duello di bellezza con la bionda e staturia Margaret Markov che interpreta Bodicia.
Ancora nel 1974 ritorna a lavorare con Hill in Foxy Brown, storia di una donna che vuol vendicare la morte del suo uomo; ormai Pam è una star del blaxploitation e i ruoli in questo particolare genere le risultano congeniali oltre che molto amati dal pubblico afro-americano.
La troviamo infatti sul set di Assassinio all’aeroporto (Friday Foster) di Arthur Marks, film nel quale lavora anche la celebre cantante di colore Eartha Kitt, in Bucktown accanto a Fred Williamson sempre per la regia di Marks e infine in Drum, l’ultimo mandingo (1976), film nato sulla scia del grande successo di Mandingo di Richard Fleischer, uscito l’anno prima e che aveva riscosso un gran successo in tutto il mondo. La trama di Drum ricalca in qualche modo quella del film di Richard Fleischer…

Pam Grier friday foster
Friday Foster

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The big doll house

Nel 1977 il compianto Luigi Scattini recluta Pam Grier per il suo La notte dell’alta marea; è un film debole, non all’altezza delle precedenti opere del maestro e Pam, che interpreta Sandra in pratica ha un ruolo molto piccolo.
Subito dopo aver lavorato in Il circuito della paura (Greased Lightning) di Michael Schultz accanto alla star Richard Pryor, un film che narra la storia vera di Wendell Scott primo campione di colore di corse racing per auto Pam esordisce in tv con la celebre serie Radici, diretta da Sydney A. Glass e tratta dal best sellers di Alex Haley. Si tratta di una scelta importante, perchè la ora trentenne attrice di colore sente la brutta aria che si respira attorno al cinema e sopratutto avverte il calo di interesse per i due generi per i quali è diventata famosa ovvero il WIP e la blaxploitation.
Gli anni 80 per lei iniziano infatti all’insegna delle sit com e all’insegna dello straordinario successo di Love boat, che era già in programmazione dal 1977 e che chiuderà i battenti dopo un decennio fortunatissimo nel 1986.

Pam Grier Fantasmi da Marte
Fantasmi da Marte

Nel 1981 torna al cinema con un film decisamente bello diretto da Daniel Petrie, Bronx 41 distretto di polizia (Fort Apache the Bronx) accanto alla star Paul Newman poi due anni di tregua; ritorna sugli schermi nel 1983 con Il duro più duro di Fleischer accanto a Dennis Quaid per un film ambientato nel mondo della boxe.

Pam Grier Cool breeze
Pam Grier in Cool breeze

La situazione artistica della Grier è in un punto quasi fermo; la fama e la notorietà le sono arrivate principalmente perchè ha saputo coniugare alla perfezione le doti fisiche e di bellezza con dei ruoli di donna dura e determinata tipici dei generi in cui è diventata una star, ma il tempo ovviamente sta passando e la concomitante crisi del cinema riduce al lumicino le parti da interpretare.
Infatti nei successivi tre anni la Grier lavora per il cinema in sole due pellicole, The Vindicator (1986) di Jean-Claude Lord e in Sogni di gloria, sempre dell’86 di Nilsson.
Ma il suo è un volto noto, gli spettatori americani le sono affezionati, anche perchè Pam non è una donna che dia scandali, è simpatica e disponibile così la troviamo in tv in due serie fortunatissime, Giudice di notte che inizata nel 1984 andrà in onda fino al 1992 e nella fortunatissima sit com I Robinson.

Pam Grier Coffy
Coffy

Nonostante nel 1988 le venga diagnosticato un cancro con la concreta possibilità di non vivere più di due anni, la Grier reagisce con grinta, simile ad uno dei personaggi che ha intepretato nella carriera. E’ una battaglia che vince, ma la vita la prova ancora quando nel 1990 muore sua sorella anche lei ammalata di cancro e perde il figlio della stessa suicida, incapace di accettare la morte della madre.

Pam Grier Miami Vice
L’attrice in un episodio della serie Tv Miami Vice

Nonostante queste terribili storie personali, l’attrice lavora con determinazione: in un’intervista del 2006 ha detto:

“Non posso parlare di me. Non ci riesco proprio. So che ho influenzato la gente, e sono orgogliosa di questo. Ma come la vedo io,  davvero non ho fatto niente di speciale.Non ho salvato nessuno da un edificio in fiamme. La vera Foxy Brown  mi ha avvicinato all’inizio della sua carriera per chiedermi se poteva usare il nome. Le ho detto, ‘Non hai bisogno di chiedere.’ Se sei una donna indipendente, ogni donna è Foxy Brown. – L’Atlanta Journal-Constitution, 7 Gennaio 2006”
Parole di una donna intelligente e volitiva.
Nel 1988 è accanto al quasi sconosciuto Seagal in Nico, poi è sul set di Uccidete la colomba bianca accanto a Gene Hackman; è l’inizio di una nuova era per l’attrice di colore, contrassegnata da una serie impressionante di partecipazioni a serie tv come Crime Story (nella quale lavorerà per due anni), Midnight Caller, la celebre Miami vice, e poi ancora California, Monsters,Pacific Station,The Sinbad Show,Willy, il principe di Bel Air ….
Non trascura naturalmente il cinema.
E paradossalmente lavora in film di notevole qualità, ben distanti da quelli discreti ma legati al genere blaxploitation degli inizi carriera; in pochi anni la troviamo in film come Classe 1999 (1990) di Mark L. Lester, in Un mitico viaggio (1991) di Peter Hewitt, in Posse – la leggenda di Jessie Lee (1993) di Mario Van Peebles e in Fuga da Los Angeles (1996), sequel del fortunatissimo ( e bellissimo) 1997: fuga da New York sempre diretto da John Carpenter e interpretato ancora una volta da Kurt Russell, il mitico Iena Plissken.
Con Carpenter lavorerà ancora nel 2001, quando il regista la chiamerà per interpretare il ruolo di Helena Braddock in Fantasmi da Marte; ma nel frattempo ha lavorato con Quentin Tarantino in Jackie Brown (1997), un film scritto su misura per lei dal talentuoso regista di Pulp fiction e in Mars attacks! di Tim Burton.

Pam Grier Black mama white mama
Black mama,white mama

Un salto di qualità notevole, che testimonia la sua bravura nonostante non abbia più il fisico della pin up.
Ma quando sai recitare e sopratutto quando sei la beniamina del pubblico i ruoli arrivano.
Così negli ultimi 15 anni la Grier non ha mai smesso di lavorare, comparendo in qualche film di buon successo come Bones (2001) di Ernest R. Dickerson,nel discutibile Pluto Nash (2002) accanto a Eddie Murphy e in altri lavori.
Ma la sua vera passione è rimasta la recitazione televisiva che l’ha resa ancor più popolare: emblematiche le partecipazioni a importanti serial come Justice League,Law & Order: Special Victims Unit,Caccia al killer prima dello straordinario successo di una delle serie più innovative della Tv, L-world in cui ha interpretato Kit Porter sorella della protagonista Jennifer Beals.
Questo serial, andato in onda per sei stagioni, ha raccontato storie politicamente scorrette di donne lesbiche, affrontandone i problemi e le difficoltà quotidiane; lei ha partecipato con la sua carica enorme di simpatia diventando un punto fisso del serial stesso.

Pam Grier Pluto nash…
Con Eddie Murphy in Pluto nash

Quest’anno l’attrice è ancora sulla breccia, nel film L’amore all’improvviso – Larry Crowne di Tom Hanks accanto all’attore che è anche regista del film e accanto alla star Julia Roberts. E poichè la vita inizia a sessant’anni, eccola contemporaneamente sul piccolo schermo nel serial Smallville e reduce dall’impegno in Mafia, un altro serial sul quale tutti giurano.

Pam Grier The L- world
Pam Grier in The L- world

Ne ha fatta di strada la ragazza di colore che incantava con la sua bellezza e le sue forme, tanto da essere inserita fra le 100 donne più affascinanti del XX secolo….
Oggi è ancora una donna iperattiva, che divide il suo tempo fra cinema e tv; dopo 40 anni di carriera non sente la necessità di fermarsi. E se lo fa è per dedicarsi alla sua fattoria, come racconta:

Molti dicono: ‘deve essere pazza, lei è un eremita, vive lontana dalla città,  guida un camioncino su una strada sterrata, qualcosa deve essere sbagliato in lei. Non può essere afro-americana,”

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Pam Grier Sheeba baby
Pam Grier nel film Sheeba baby

Pam Grier Greazed lighting
Greazed lighting

Pam Grier Jawbreaker
Jawbreaker

Pam Grier Mars Attaks!
Mars Attaks!

Pam Grier Jackie Brown

Jackie Brown

Pam Grier Lady of the house
Lady of the house

Pam Grier Women in cage
Women in cage

Pam Grier The big doll house
The big doll house

Pam Grier La notte dell’alta marea
La notte dell’alta marea

Pam Grier Drum l’ultimo mandingo
Drum l’ultimo mandingo

Pam Grier Bones
Bones

Pam Grier The big bird cage
The big bird cage

Pam Grier One st to die
One st to die

Pam Grier Fort apache the Bronx

Fort Apache the Bronx

Pam Grier Women in cage 0

Women in cage

Pam grier Smallville

Nel serial Tv Smallville

Pam grier Scream Blacula Scream

Scream Blacula Scream

Pam grier Rimbalzi d'amore

Rimbalzi d’amore

Pam grier Law & Order Special Victims Unit

Pam Grier nella celebre serie Tv Law and Order

Pam grier L'amore all'improvviso

L’amore all’improvviso

Pam grier La fortezza

La fortezza

Pam grier Fuga da Los Angeles

Fuga da Los Angeles

Pam grier Foxy brown

Foxy Brown

Pam grier Above the law

Above the law

Pam grier Woman Thou Art Loosed On the 7th Day

Tre signore e una grande impresa

Pam Grier banner filmografia

2011 L’amore all’improvviso – Larry Crowne
2010 Rimbalzi d’amore
2010 Smallville (TV series)
2010 The Invited
2004-2009 The L Word (TV series)
2008 Tre signore e una grande impresa (TV movie)
2005 Bad Girls Behind Bars
2005 Back in the Day
2003 Caccia al killer (TV movie)
2002-2003 Law & Order: Special Victims Unit (TV series)
2002 Justice League (TV series)
2002 Night Visions (TV series)
2002 Pluto Nash
2002 Baby of the Family
2001 Feast of All Saints (TV movie)
2001 Bones
2001 Strange Frequency (TV serie
2001 Fantasmi da Marte
2001 Love the Hard Way
2001 3 A.M.
2000 Wilder
2000 Hayley Wagner, Star (TV movie)
2000 La fortezza: segregati nello spazio
2000 Snow Day
1999 Linc’s (TV series)
1999 Tris di cuori (TV series)
1999 Happily Ever After: Fairy Tales for Every Child (TV serie)
1999 Holy Smoke – Fuoco sacro
1999 La famiglia della giungla (TV serie)
1999 No Tomorrow
1999 Ricominciare ad amare (TV movie)
1999 Amiche cattive
1998 MADtv (TV series)
1998 Pinky and the Brain (TV serie)
1997 Jackie Brown
1997 Strip Search
1996 Mars Attacks!
1996 The Wayans Bros. (TV serie)
1996 Sparks (TV serie)
1996 Fuga da Los Angeles
1996 Sfida finale
1995 Serial Killer (video)
1995 Marshal (TV serie)
1994 Willy, il principe di Bel Air (TV serie)
1994 The Sinbad Show (TV serie)
1993 Posse – la leggenda di Jessie Lee
1992 A Mother’s Right: The Elizabeth Morgan Story (TV movie)
1992 Pacific Station (TV serie)
1991 Un mitico viaggio
1991 Monsters (TV serie)
1990 California (TV serie)
1990 Classe 1999
1985-1990 Miami Vice (TV serie)
1989 Uccidete la colomba bianca
1989 Midnight Caller (TV serie)
1986-1988 Crime Story (TV serie)
1988 Nico
1988 Frank’s Place (TV serie)
1987 Una notte da ricordare
1987 I Robinson (TV serie)
1986 Giudice di notte (TV serie)
1986 Sogni di gloria
1986 The Vindicator
1985 Badge of the Assassin (TV movie)
1985 Stand Alone
1983 Qualcosa di sinistro sta per accadere
1983 Il duro più duro
1981 Bronx 41 distretto di polizia
1980 Love Boat (TV serie)
1979 Radici (TV mini-serie)
1977 Il circuito della paura
1977 La notte dell’alta marea
1976 Drum, l’ultimo mandingo
1975 Assassinio all’aeroporto
1975 Bucktown
1975 ‘Sheba, Baby’
1974 Foxy Brown
1974 La rivolta delle gladiatrici
1973 Scream Blacula Scream
1973 Coffy
1973 Donne in catene
1973 Il crepuscolo della scienza
1972/I Hit Man
1972 The Big Bird Cage
1972 I diamanti sono pericolosi
1971 Rivelazioni di un’evasa da un carcere femminile
1971 Sesso in gabbia
1970 Lungo la valle delle bambole

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novembre 11, 2011 Pubblicato da: | Biografie | | 6 commenti

Candy e il suo pazzo mondo

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Una timida e ingenua ragazza americana, Candy, durante una pallosa lezione scolastica si addormenta di botto.
La ragazza, che ha una fantasia spigliatissima e un candore disarmante a metà strada esatta tra la Alice nel paese delle meraviglie di Carroll e la versione femminile del Candido di Voltaire, sogna così di avventurarsi nel mondo degli adulti.
E’ per lei l’inizio di una serie di travolgenti esperienze senza respiro, durante le quali finisce per conoscere persone stravaganti, come lo scrittore MacPhisto che tenta di approfittare di lei nella sua limousine nera per passare nelle braccia di un giardiniere dai parenti del quale viene denunciata. Arrestata dalla polizia, riesce a fuggire in maniera rocambolesca quando l’auto con i due poliziotti che l’hanno fermata finisce dentro la vetrina di un club nel quale un illusionista sta ultimando un numero di magia. Fuggita su un aereo, viene nuovamente fatta oggetto delle voglie del comandante, dal quale fugge per ritrovarsi tra le mani di un chirurgo, il quale a sua volta vuol farle la festa.
L’infermiera del dottore, gelosa come una pantera, la costringe nuovamente alla fuga e a riparare in un bar dove però, ancora una volta, deve guardarsi dalle losche attenzioni di un regista.
Di avventura in avventura, sempre in fuga da uomini che da lei vogliono una sola cosa facilmente immaginabile, Candy continua le sue peregrinazioni difendendosi di volta in volta da un autotrasportatore che le ha dato un passaggio, da uno strano fachiro e buon ultimo da un santone che la porta in un tempio.
Qui Candy….

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Eva Aulin è Candy

Candy e il suo pazzo mondo, diretto da Christian Marquand è tratto da un libro di un certo successo uscito negli Usa sul finire degli anni 50, scritto da Terry Southern e Mason Hoffenberg e intitolato semplicemente Candy.
Il film è una produzione francese con partecipazione italiana e americana e venne girato tra Fort Wadsworth e New York dal regista francese Marquand, più noto come attore che come regista.
In questa veste infatti girò solo due film, dei quali Candy è l’opera finale.
E visti i risultati vien da dirsi anche per fortuna.
Candy infatti è un incredibile guazzabuglio di situazioni e di scene girate a velocità folle, con improvvise perdite di ritmo e sopratutto senza una linearità di percorso.

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Eva Aulin e Richard Burton

La giovane studentessa dall’immaginazione fervida viene trasportata in un mondo quasi reale, almeno come personaggi, a differenza dal modo fantastico di Alice nel paese delle meraviglie popolato da strane e incredibili creature.
Candy è bella e sexy, e suscita evidentemente incontrollabili e lussuriosi desideri in tutti gli uomini che incontra, nessuno escluso.
Lei è un’anima candida, pulita, che difende senza troppa convinzione la sua “purezza”; ma in un modo o nell’altro ogni volta che qualcuno tenta di farle la festa ecco un provvidenziale accadimento che le permette la fuga, fino al finale assolutamente logico e altrettanto deludente.
Un film psichedelico che ricorda alla lontana le gag di Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo del quale condivide il cast stellare.
Raramente si è visto in un’opera cinematografica un cast così imponente dal punto di vista dei nomi utilizzati, se non in alcuni film a sfondo bellico o in qualche kolossal.

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Marlon Brando

Si va da Marlon Brando a Richard Burton, da James Coburn a John Houston, da Walter Matthau a Ringo Starr e Charles Aznavour, affiancati da un cast femminile che include Marilu Tolo e Anita Pallenberg, Elsa Martinelli e Florinda Bolkan, Lea Padovani e Nicoletta Machiavelli.
Poi naturalmente c’è lei, la biondissima e minuta Eva Aulin, la diciottenne (all’epoca) attrice svedese di Landskrona che un anno prima si era fatta una certa fama con La morte ha fatto l’uovo e l’anno prima ancora con Col cuore in gola di Tinto Brass, recitato accanto a Trintignant.
La Aulin ha tutto per riuscire in questo film; ha un’aria candida e sperduta che la caratterizzano particolarmente, ha buone doti recitative e sopratutto non ha il fisico della vamp.
Quindi è perfetta per un personaggio lindo e pulito contrapposto ai lascivi personaggi che incontra.
Il cast è stellare, l’attrice principale è perfettamente calata nel ruolo, la storia c’è anche.

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Allora cosa non funziona nel film?
Praticamente quasi tutto.
Se in Alice nel paese delle meraviglie la presenza di personaggi illogici è giustificata dalla fantasia della protagonista che incontra personaggi non umani e quindi appartenenti al mondo della fantasia come il Bianconiglio o lo Stregatto, Candy incontra personaggi umani che di strano hanno tutto.
A cominciare dai nomi, che possono essere quello di Hunchback juggler oppure del Dottor. A.B. Krankheit, di Zero o Grindl per finire alle loro professioni che non sono strane ma che sono svolte quasi fossero appartenenti ad un mondo alieno.
I personaggi sembrano tutti avere dei profondi problemi psicologici, delle specie di sdoppiamenti tra il reale e il fantastico quasi vivessero su un pianeta che non è la terra.

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Se Marquand tenta di avvalorare questa tesi, lo fa nel peggiore dei modi; l’umano/fantastico/alieno ha però comportamenti troppo vicini a quelli quotidiani e tutti sembrano attirati da una cosa sola facilmente comprensibile.
Candy infatti suscità desiderio di possesso e l’umanità che incontra sembra farsi pregio del tentativo di infangare la sua purezza.
Vero è che tutto nasce nella fantasia della ragazza, ma allora perchè trasportarla in mille avventure caotiche e riportala al presente senza aver incontrato un solo esempio di umanità in positivo?
Questa e altre domande sorgono spontanee dopo pochi minuti di film, una volta compreso che il film purtroppo andrà a parare in una direzione precisa, cosa che avviene con puntualità mortale.

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Nicoletta Machiavelli

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Florinda Bolkan

La povera Candy attraversa mille posti e scampa a mille pericoli per poi rendersi conto che è stato tutto un sogno.
Noi lo sappiamo già, visto che il regista improvvidamente non usa nessun espediente per nascondercelo.
Dopo pochi minuti un senso di malcelata sopportazione invade lo spettatore che dopo metà film prende coscienza di una tragica realtà: il cast faraonico, il battage pubblicitario che ha preceduto il film altro non sono che una gigantesca nuvola di fumo negli occhi.
Non fosse per Child of the Universe cantata dai Byrds o per Magic Carpet Ride e Rock Me degli Steppenwolf  l’abbiocco sarebbe in agguato pronto a far capolino nelle numerose pause del film.
Quelle in cui Candy guarda disarmata i palazzi di New York, in cui passeggia su uno dei ponti della grande mela, o quando segue il fachiro nel deserto….

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Elsa Martinelli

Deprimente è vedere artisti del calibro di Brando e di Burton alle prese con personaggi distanti anni luce dalle loro corde così come è mortificante vedere poco più che comparsate fatte da Enrico Maria Salerno e Umberto Orsini.
Insomma, un film lanciato come un capolavoro che alla fine lascia stupefatti solo per il presappochismo dilettantistico con cui il film è girato.
Costato un pozzo di dollari, ricavò pochissimo al box office.

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Charles Aznavour

Candy e il suo pazzo mondo
Un film di Christian Marquand, Giancarlo Zagni. Con Enrico Maria Salerno, James Coburn, Marilù Tolo, Ringo Starr,Richard Burton, Charles Aznavour, Marlon Brando, Ewa Aulin, Sugar Ray Robinson, Walter Matthau, Lea Padovani, Enzo Fiermonte, Christian Marquand, Elsa Martinelli, Umberto Orsini, Micaela Pignatelli, Peter Dane, John Huston, Florinda Bolkan, John Astin, Anita Pallenberg, Nicoletta Machiavelli, Joey Forman, Julian Beck
Fantastico, durata 115 min. – USA, Italia, Francia 1968.

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Ewa Aulin: Candy Christian
Charles Aznavour: Hunchback juggler
Marlon Brando: Grindl
Richard Burton: MacPhisto
James Coburn: Dr. A.B. Krankheit
John Huston: Dr. Arnold Dunlap
Walter Matthau: Gen. R.A. Smight
Ringo Starr: Emmanuel
John Astin: T.M. Christian / Jack Christian
Elsa Martinelli: Livia
Sugar Ray Robinson: Zero
Anita Pallenberg: Nurse Bullock
Lea Padovani: Silvia Fontegliulo
Florinda Bolkan: Lolita
Marilù Tolo: Conchita
Nicoletta Machiavelli: Marquita
Umberto Orsini: The Big Guy
Enrico Maria Salerno: Jonathan J. John
Neel Noorlag (con il nome Neal Noorlac): Harold
Enzo Fiermonte: Al Pappone
Peter Dane: Luther
Peggy Nathan: Miss Quinby
Anthony Foutz (con il nome Tony Foutz):
Tom Keyes:
Mark Salvage: Dottor Harris
Micaela Pignatelli: Ragazza
Joey Forman: Charlie, il poliziotto
Fabian Dean: sergente di polizia
Ragni Malcolmsson: ragazza

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Eva Aulin legge il libro da cui è tratto il film

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Regia     Christian Marquand
Soggetto     Mason Hoffenberg, Terry Southern
Sceneggiatura     Buck Henry
Produttore     Robert Haggiag
Produttore esecutivo     Selig J. Seligman, Peter Zoref
Casa di produzione     American Broadcasting Company, Corona Cinematografica, Dear Film Produzione, Selmur Productions
Distribuzione (Italia)     20th Century Fox Home Entertainment
Fotografia     Giuseppe Rotunno
Montaggio     Giancarlo Cappelli, Frank Santillo
Effetti speciali     Augie Lohman, Harold E. Wellman
Musiche     Dave Grusin
Scenografia     Dean Tavoularis
Costumi     Mia Fonssagrives, Enrico Sabbatini, Vicki Tiel

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Copertina del libro

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Soundtrack originale del film

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Locandine originali del film

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Eva Aulin con Marlon Brando durante le prove

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La Aulin con Elsa Martinelli in una foto pubblicitaria

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Eva con Marlon Brando

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Con Walter Matthau

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Varie lobby card del film

novembre 9, 2011 Pubblicato da: | Fantastico | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Luna di fiele

Luna di fiele locandina

Su una nave da crociera diretta in Turchia è imbarcata una coppia di sposi che sta festeggiando il settimo anno di matrimonio.
E’ un anniversario che è temuto da tutte le coppie, un giro di boa dei matrimoni che spesso si sfaldano prima del fatidico settimo anno e Nigel e Fiona sembrano essere i coniugi adatti alla raffigurazione visiva di questa crisi.
Sono paludati, ingessati; si vogliono bene ma il loro sembra un matrimonio senza sbocchi, soporifero e da vestaglia e ciabatte davanti alla tv.
Sulla stessa nave è imbarcata un’altra coppia, specularmente e totalmente opposta a quella formata da Fiona e Nigel; si tratta di quella composta da Oscar e Mimi.

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I coniugi Fiona e Nigel, Kristin Scott Thomas e Hugh Grant

Lui, come apprendiamo in seguito, è uno scrittore di bassa caratura però ricco quanto basta per non aver problemi economici di sorta; è seduto su una sedia a rotelle mentre sua moglie Mimi è una donna dal fascino sensuale ma sinistro.
Siamo a fine d’anno, per cui sulla nave c’è l’atmosfera tipica della festa che precede il capodanno.
Oscar inizia a puntare Nigel, che dapprima sta sulle sue, poi si lascia andare ad un rapporto di confidenza con lo scrittore; ad attrarlo non è tanto l’uomo quanto piuttosto Mimi che appare lunare e attraente come un mulinello nell’acqua.
Così Oscar inizia a raccontare la storia degli ultimi anni a Nigel, che dapprima ascolta distratto, poi con evidente voyeurismo acustico quelle che sono le vicissitudini dello scrittore che parla di come ha conosciuto la bellissima e inquietante moglie.
Ricco e sfaccendato, Oscar incontra Mimi su un autobus.

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Una relazione sensuale…

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… ma anche perversa

La donna è priva di biglietto, ma lui riesce a passargliene uno e da quel momento inizia tra loro una storia d’amore assolutamente particolare.
Travolti dai sensi, Oscar e Mimi fanno l’amore di continuo e ovunque, sperimentando anche pratiche sessuali estreme.
Pur di seguire quello che è il suo amore, totalizzante ed esclusivo, Mimi rinuncia al suo sogno di diventare una ballerina e lascia anche il suo lavoro.
Ma anche le storie d’amore più intense possono finire, così un giorno Oscar decide di chiudere con Mimi. La donna non ci sta, perchè è innamorata così arriva ad umiliarsi in tutti i modi per quello che considera il suo uomo.
Ma Oscar è stufo così un giorno pur di togliersela di torno la invita ad un viaggio in Martinica; prima di partire Oscar scende dall’aereo lasciando Mimi diretta verso la meta esotica.

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Emanuelle Seigner

Per un paio d’anni Oscar non fa altro che passare da un letto all’altro, concedendosi una serie incredibile di avventure sessuali e riprendendo la vita da bohemien che conduceva prima di incontrare Mimi.
Il destino però è dietro l’angolo e si materializza in un incidente durante il quale Oscar riporta la frattura di una gamba.
In ospedale arriva Mimi, che si vendica in maniera crudele: manovrando sull’apparecchio che mantiene in trazione la gamba di Oscar e rovesciandolo provoca la paralisi degli arti inferiori dell’uomo.

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Che da quel momento è costretto ad accettare le cure di Mimi, diventando (forse consapevolmente) la vittima di quella donna diventata astiosa e vendicativa.
In una specie di rapporto da Sindrome di Stoccolma, Oscar e Mimi si legano in maniera perversa.
La donna lo tradisce sotto i suoi occhi, lo maltratta e lo umilia in tutti i modi, lasciandolo per esempio nell’acqua gelata oppure negandogli un colloquio importante con un editore che vorrebbe pubblicare il libro di Oscar.
Oscar descrive questa situazione ambigua del rapporto esistente tra lui e Mimi ad un Nigel falsamente interessato alla vicenda; in realtà l’uomo è attratto da Mimi e Oscar, che ha evidentemente un piano nella testa, lo spinge ad avvicinarsi a sua moglie.
Mimi non ha alcun interesse per l’anonimo Nigel, così dirige le sue attenzioni sulla moglie di quest’ultimo, Fiona, che finora è rimasta abbastanza defilata; la donna infatti soffre di mal di mare è passa diverso tempo in cabina.

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Durante un ballo scatenato che introduce la fine dell’anno Mimi invita a ballare Fiona e dopo un languido tete a tete sulle note di Slave to love di Brian Ferry bacia appassionatamente la donna sulla bocca.
Così Mimi e Fiona vanno a consumare la loro improvvisa passione in cabina, mentre Oscar resta nella sala in festa.

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La sera scoppia la tragedia.
Nigel ritrova finalmente la moglie, che è addormentata nuda accanto a Mimi; sul posto c’è anche Oscar che improvvisamente estrae la pistola che la moglie gli aveva regalato, la impugna e spara alcuni colpi sul corpo nudo di Mimi, poi rivolge la pistola su se stesso e fa fuoco.
Le ultime immagini sono riservate a Nigel e Fiona, che forse d’ora in poi vivranno un matrimonio più “imprevedibile”.
O forse no….
Luna di fiele è un film assolutamente particolare diretto da uno dei geniacci del cinema, quel Roman Polanski che ci ha sempre abituato ad uno standard qualitativo altissimo.
Anche in questo film la mano del grande regista si vede e si sente in quasi tutti i fotogrammi della pellicola, eppure Luna di fiele è un film non completamente riuscito.
Dalla sua ha una ambientazione claustrofobica realizzata con la solita bravura, una caratterizzazione dei personaggi di Mimi e Oscar molto ben curata, una tensione palpabile mentre i limiti sono essenzialmente da ricercare nella scarsissima descrizione della coppia Nigel/Fiona, che avrebbe meritato più spazio e che avrebbe permesso al regista si scandagliare anche il matrimonio borghese e senza sussulti della coppia.
Va detto però, a parziale scusante di Polanski, che il film ha l’obbligo di muoversi entro i limiti del racconto tratto dal  romanzo Bitter moon di Pascal Bruckner (Luna di fiele nella versione italiana cinematografica, mentre in America il film è uscito con il titolo originale del romanzo)

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Polanski indaga sul rapporto di coppia, usando l’imparzialità e l’assoluta mancanza di critica o approvazione latente o palese per descrivere il tormentato, ambiguo rapporto tra Mimi e Oscar.
La loro storia nasce e si sviluppa come una storia qualsiasi per poi incamminarsi nei meandri oscuri di un rapporto costruito sull’annientamento della personalità, attraverso l’esplorazione degli abissi dell’eros e dell’anormalità sessuale, ammesso che si possa usare un’eccezione del termine che descriva cosa e lecito o cosa non lo è nella sfera intima della sessualità.
Ogni rapporto tra uomo e donna, anche se armonioso, ha in se il seme della farsa o della tragedia“, dice Oscar nel suo colloquio ( anche soliloquio, se vogliamo) rimarcando le caratteristiche che ben presto connoteranno in maniera così forte la simbiosi di coppia tra lui e Mimi, oppure dice anche (esplicando in qualche modo la vera natura del rapporto tra lui e Mimi, “Avevo sempre sospettato che fosse estremamente piacevole essere umiliati da una bella donna, ma non potevo immaginare fino a che punto un uomo ne potesse essere coinvolto…”
Un simbiosi cementata dalla sessualità sfrenata, ago della bilancia del rapporto tra i due, con Mimi che si lascia andare a un rapporto di coppia totale e disinibito, sottile metafora dell’esplicazione dell’individuo attraverso quello che più di recondito esiste nella mente.

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Illuminante è la lunga descrizione che Oscar fa di una delle esperienze vissute dalla coppia:
Le stagioni venivano e passavano.. il volto di Mimi per me nascondeva sempre mille misteri, il suo corpo mille dolci promesse.. ma nel mio inconscio si affacciava di tanto in tanto la paura inconfessata che la nostra relazione fosse ormai arrivata al culmine e che da quel momento in poi potesse cominciare il declino. Poi accadde qualcosa una cosa che avrebbe messo tutto su un piano completamente diverso. Eravamo a Kitzbuhe in vacanza a sciare, avevo affittato uno scialè, era una notte particolare in casa stavamo caldi e comodi, grandi e pesanti fiocchi di neve volteggiavano dolcemente nell’oscurità, dietro ai vetri appannati, nessuna luce.. solo quella del televisore. Mimi stesa sul pavimento con solo una t-shirt intenta a guardare un vecchio serial americano doppiato in tedesco e io sulla poltrona che la fissavo perso in una specie di intontito stupore. All’improvviso lei si alza si avvicina al televisore, allarga le gambe e piscia sullo schermo come se volesse cancellarlo.. è stato come se il tempo si fosse fermato. Sono rotolato giù dalla poltrona e ho strisciato verso di lei fino ad infilarmi tra le sue gambe e mi sono rigirato, sono stato subito investito da quella calda dolcissima dorata cascata che mi inondava le guance, che mi riempiva le narici e mi pungeva gli occhi, finché qualcosa mi è scoppiato nel cervello con l’intensità di una scarica di multi mega volt… un lampo accecante mi ha oscurato completamente la vista ma ho avuto il più sublime, incredibile orgasmo della mia vita! È stato come se una lama infuocata mi trapassasse più e più volte, era il mio Nilo, il mio Gange, il mio Giordano, la mia fonte di giovinezza, il mio secondo battesimo.

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Leggendo le varie recensioni al film mi sono imbattuto in alcune in cui si puntava l’indice su un presunto discorso nichilista sul matrimonio fatto dal regista; a mio parere è una lettura errata, in quanto Polanski parla di due coppie e non generalizza o estende quelle che sono due situazioni specifiche ad un discorso più ampio sulla crisi della coppia.
Mimi e Oscar sono una coppia assolutamente particolare, Nigel e Fiona sono una coppia assolutamente normale, una coppia borghese senza più stimoli, probabilmente, ma che dall’incontro con quella che possiamo definire perversione di coppia costituita da Mimi e Oscar uscirà probabilmente rafforzata e con nuova linfa.
Polanski chiama ad interpretare il difficilissimo e scabroso ruolo di Mimi la bella e misteriosa oltre che sensuale Emmanuelle Seigner, già diretta in Frantic; l’attrice francese con la sua carica enorme di sensualità ripaga tutti con un’interpretazione magistrale.
Forse non è una grande attrice, come sottolineano alcuni detrattori, ma ha una carica erotica, un modo di guardare che colpiscono senza pietà, una sorta di sessualità quasi animale che traspira da ogni parte del suo corpo.

Il resto del cast lavora con molta efficienza; bene Coyote, benissimo Kristin Scott Thomas, indecifrabile Hugh Grant che ha una scusante.
Il suo è il ruolo di un voyeur uditivo, penalizzato anche dalla mancanza di una personalità definita e di un ruolo attivo nel film.
Menzione particolare per le musiche di Vangelis, puntuali e claustrofobiche.
Un film da vedere assolutamente.

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Il regista Roman Polanski sul set del film

Luna di fiele
Un film di Roman Polanski. Con Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee Titolo originale Bitter Moon. Drammatico, durata 142 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

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Hugh Grant: Nigel
Kristin Scott Thomas: Fiona
Emmanuelle Seigner: Mimi
Peter Coyote: Oscar
Victor Banerjee: Mr. Singh
Sophie Patel: Amrita Singhr

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Regia     Roman Polanski
Soggetto     Pascal Bruckner (romanzo)
Sceneggiatura     Roman Polanski, Gérard Brach, John Brownjohn
Produttore     Roman Polanski, Alain Sarde (coproduttore)
Produttore esecutivo     Robert Benmussa
Casa di produzione     R.P. Productions, Timothy Burrill Productions, con la partecipazione di Les Films Alain Sarde e Canal+
Fotografia     Tonino Delli Colli
Montaggio     Hervé de Luze
Musiche     Vangelis
Scenografia     Willy Holt, Gérard Viard
Costumi     Jackie Budin

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Ogni rapporto tra uomo e donna, anche se armonioso, ha in se il seme della farsa o della tragedia. (Oscar)
Era inutile… Non riuscivo a scrivere, non riuscivo a dormire, non riuscivo a togliermela dalla testa! Lei era là da qualche parte.. la mia strega con le scarpe da ginnastica bianche.. Ma dove? (Oscar)
Parigi… la città dei miei sogni! Hemingway, Miller, Scott Fitzgerald… ero deciso a seguire le loro orme.. forse anche troppo deciso per le mie capacità, perché probabilmente tutto questo ha ucciso in me ogni traccia di originalità, se mai l’ho avuta. (Oscar)
Io non so nemmeno chi sei Nigel, ma non so perché ho la sensazione che tu sia l’ascoltatore che cerco da tanto tempo, spero che troverai interessante la mia storia. Capisco che è difficile essere partecipi a qualcosa che non ti riguarda… o forse ti riguarda già. (Oscar)
Sì… l’eternità per me è cominciata una giornata d’autunno a Parigi, sul vecchio autobus 96 che fa il percorso da Montparnasse a Port De La Gare. (Oscar)

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Locandina spagnola

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novembre 7, 2011 Pubblicato da: | Capolavori | , , , , | Lascia un commento

Conoscenza carnale

Conoscenza carnale locandina

Storia delle vite di due amici dalla loro gioventù fino alla mezza età, attraverso percorsi comuni e allo stesso tempo differenti come possono esserlo le vite degli uomini.
Storia di amori e fallimenti, di amicizia e di declino sia fisico che morale.
Il tutto visto attraverso la crescita di Sandy e Jonathan, che da studenti liceali si trasformano in uomini maturi più come età che come percorso umano inteso come insieme di esperienze e relativo equilibrio che dovrebbe essere la meta di chiunque abbia percorso una vita appagante.
I due amici li conosciamo sin dal primo approccio con il college, periodo in cui i due caratteri dei protagonisti molto dissimili tra loro si forgiano attraverso le esperienze che essi fanno.

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Art Garfunkel e Jack Nicholson

Sandy è il romantico e timido ragazzo americano, con qualche difficoltà di approccio all’universo femminile, mentre Jonathan è decisamente più estroverso nonchè più aperto a tutte le esperienze.
Eppure è proprio il timido Sandy ad avere la prima relazione importante, quella che ti permette di esplorare l’universo femminile, il mistero della sessualità e le prime difficoltà del legame di coppia.
Il giovane conosce la bellissima Susan ad una festa e se ne innamora profondamente; ma Jonathan mostrandosi assolutamente irrispettoso dei sacri vincoli dell’amicizia, concupisce la ragazza che tuttavia non spezza il suo legame con Sandy.

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Ann Margret

Per i due, troppo diferenti l’uno dall’altra è poco più di un’avventura, ma per Sandy è amore vero; il giovane finge di non accorgersi di nulla e in seguito sposa la donna dei suoi sogni.
Jonathan invece continua la sua vita di sempre, tuffandosi in mille avventure senza stringere nessun legame importante fino al giorno in cui conosce la splendida divetta degli spot pubblicitari Bobbie.
I due in fondo si somigliano e danno inizio così ad una relazione quasi stabile; ma Jonathan è inaffidabile totalmente non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello umano.
Così i destini dei due vecchi amici percorrono binari paralleli: Sandy lascia la moglie e Jonathan lascia Bobbie nonostante questa abbia tentato il suicidio.
Quando i due vecchi amici si rincontrano vent’anni dopo, entrambi portano addosso il peso degli anni ben aldilà del tempo effettivamente trascorso.
Sandy si è risposato ma non ha trovato quello che cercava, Jonathan è passato attraverso molte altre avventure ma sta declinando velocemente dal punto di vista fisico, tanto da aver stretto una relazione sessualmente frustrante con una prostituta nell’illusione che ciò ravvivi il maschio dominante che crede essere ancora in lui.

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Candice Bergen

E’ davvero un’illusione la sua.
Le esperienze fatte in fondo non hanno lasciato nulla dentro perchè non avevano alcuna base solida; erano solo avventure a base di sesso, che appagavano l’io ma non l’anima.
Conoscenza carnale di Mike Nichols è un film molto amaro, che perlustra con circospezione il mondo maschile post sessantotto fatto di disillusione per i traguardi non raggiunti e fatto di una crescita morale che non si accompagna alla crescita veriginosa della società.
I valori di riferimento della società americana ovvero la patria, la famiglia e il benessere erano rimasti sempre gli stessi e i giovani si erano ritrovati a fare i conti con una società che aveva permesso la loro ribellione per poi avvolgerli nelle sue spire fatte dal vecchio sogno americano (la ricchezza come punto di arrivo, il lavoro come simbolo di affermazione sociale ecc.) mediato dal perbenismo imperante: tutto deve cambiare affinchè nulla cambi.
Un’equazione sempre valida a tutte le latitudini, estensibile ad ogni società.

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Sandy e Jonathan vivono le contraddizioni della società americana, attorno a loro c’è la corsa sfrenata a diventare qualcuno, c’è la corsa al divertimento e la scoperta del sesso.
Tuttavia affrontano in maniera molto differente le problematiche che il loro essere giovani in un’America ancora alle prese con la sporca guerra (Vietnam) provoca; mentre Sandy appare come il prodotto di una società un tantino bigotta e infarcita di ideali confusi, Jonthan assomiglia moltissimo all’americano cinico e arrivista.
Entrambi però devono confrontarsi con un mondo ancor più misterioso ed inafferrabile del vivere quotidiano.

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Jack Nicholson e Candice Bergen

Il mondo della donna e della sua femminilità, che non è solo sesso e appagamento fisico come i due sperano e credono.
Le donne che incontrano sono come loro, esseri umani alla ricerca di un’identità precisa, si scontrano con gli stessi problemi acuiti proprio dal fatto di essere donne in una società che stabilisce dei ruoli ben distinti al maschio e alla femmina.
Ma i due incappano anche in donne che sono l’aspetto speculare della società in cui vivono: Susan è una donna borghese e inquadrata, qella che si concede la scappatella trasgressiva per poi rientrare giudiziosamente ( e furbescamente) nei ranghi mentre Bobbie è la donna fragile, tutto fuoco esteriormente ma incapace di adattasi alla vita trasgressiva di Jonathan.
Forse Bobbie non sogna altro che l’amore e una famiglia, in pratica la realizzazione del sogno americano e finisce per incontrare la persona sbagliata: Jonathan non è mai cresciuto, è affetto da una perenne sindrome da Peter Pan e questo al condizionerà pesantemente.

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Alla fine gli sconfitti non sono soltanto i due amici, ma anche le donne della storia.
Forse Susan non lo è, perchè a ben guardare ottiene quello che vuole anche se poi non riesce a tenere in piedi il suo matrimonio.
L’oggi settantenne Nichols è sempre stato un regista attentissimo all’evoluzione del costume sociale americano, sin dai tempi di Il Laureato e di Comma 22, film amari e graffianti anche se in maniera molto differente da quella di altri grandi registi di Hollywood come per esempio Altman.
L’ironia e l’amarezza di Nichols restano sempre sussurrate, non sono mai estreme.
Eppure Conoscenza carnale è un film che colpisce duro.
In primis perchè analizza problematiche che se non sono di primo pelo tuttavia erano state affrontate sempre in maniera hollywoodiana, ovvero senza una grossa capacità critica e di denuncia.

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Poi perchè Nichols utilizza un linguaggio innovativo fatto di dialoghi a volte spregiudicati, poco in linea con il politicamente corretto dell’epoca in cui il film venne girato, il 1971.
Abbastanza inusuale è anche l’utilizzo di scene di sesso, anche se blandamente anticonvenzionali: in pratica il tutto si riduce a poche inquadrature che sembrano più suggerire che esplicitare.
Un altro merito del film è quello di confermare il valore di uno dei più grandi attori di Hollywood, reduce dal successo di due grandi film come Easy rider di Dennis Hopper e Cinque pezzi facili di Rafelson.
Si tratta di Jack Nicholson, alle prese con un personaggio, quello di Jonathan assolutamente nelle sue corde, tanto da diventare uno dei più riusciti della pur grande carriera che ha avuto e ha.
Nichols sceglie come co protagonista della storia Art Garfunkel, che abbandona la veste di compositore per interpretare il ruolo di Sandy, cosa che fa in maniera davvero egregia.

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Garfunkel aveva già lavorato con Nichols in Comma 22 e successivamente interpreterà una decina di film.
Il cast femminile vede due grandi protagoniste alle prese con due ruoli molto differenti; se Candice Bergen è brava ma un pochino sacrificata nel ruolo di Susan, Ann Margret si ritrova alle prese con un personaggio molto più difficile da interpretare, quello della incerta, confusa Bobbie.
Entrambe però fanno la loro parte in maniera eccellente, così alla fine tutto il film non mostra particolari punti deboli.
Anche se datato, Conoscenza carnale è un film per certi versi indimenticabile sia come specchio di una società evolutasi profondamente sia come cronistoria della metamorfosi dell’americano medio, sicuramente (ed è questo il paradosso) molto meno incerto di quello odierno, alle prese con problemi di gran lunga superiori di quelli dell’epoca del film.

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Conoscenza carnale
Un film di Mike Nichols. Con Jack Nicholson, Candice Bergen, Art Garfunkel, Ann-Margret, Rita Moreno,Cynthia O’Neal, Carol Kane
Titolo originale Carnal Knowledge. Drammatico, durata 96 min. – USA 1971.

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Jack Nicholson     …     Jonathan
Ann-Margret     …     Bobbie
Art Garfunkel         …     Sandy
Candice Bergen          …     Susan
Rita Moreno         …     Louise
Cynthia O’Neal         …     Cindy
Carol Kane          …     Jennifer

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Regia: Mike Nichols
Sceneggiatura: Jules Feiffer
Produzione: Joseph E. Levine,Mike Nichols,Clive Reed    
Editing: Sam O’Steen         
Fotografia: Giuseppe Rotunno

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Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Insolita e cervellotica pellicola pensata per dare prevalenza al testo, spesso -e più a lungo nella memoria- incisivo dell’immagine. L’educazione sentimentale dei due giovani universitari protagonisti, destinata ad inatteso fallimento, meglio è resa con bisbigli, riflessioni, sussurri: l’azione -e la visione- sospesa, in favore della parola. Nichols opta per un tipo di narrazione verbale più incisiva e più intensa di quella visuale. Ne risentono, in buona parte, il ritmo del film e la pur buona scenografia, poiché la cura dei dialoghi mette in rilievo l’apprezzabile lavoro di sceneggiatura.

Secondo una prospettiva maschile e diacronica, Nichols racconta lo svolgersi della vita sentimentale e sessuale di due amici, dalle prime esperienze fino alla mezza età: se l’inizio è euforico e spensierato come la giovinezza, man mano che sopraggiunge l’età matura emergono sempre più le difficoltà e le paure dell’individuo maschio e i toni si fanno comprensibilmente sempre più amari e rassegnati. Molto teatrale, punta tutto sulla recitazione e i dialoghi, nei quali l’energico Nicholson è padrone incontrastato.

Splendido ritratto al vetriolo di due amici che incarnano perfettamente la faccia della società americana e la sua “desertificazione” dei sentimenti palesata dalla continua ricerca di avventure sessuali dei due protagonisti. Ne esce fuori un quadro a tinte fosche pieno di desolazione, solitudine e squallore. Molto audace nonostante siano passati più di trentacinque anni. Bravissimi gli attori tra cui spicca una rivelazione: il cantante Art Garfunkel.

Bel film che narra le avventure erotiche e sentimentali di due amici dalla tarda adolescenza fino alla mezza età. Il ritmo è scorrevole e le storie riescono facilmente a conquistare lo spettatore. Buone regia e fotografia. Bravissimo come al solito Jack Nicholson e curiosa (e senza dubbio riuscita) l’interpretazione di Arthur Garfunkel. Decisamente da vedere.

Considerando che il film è del 1971 non si scherza quanto a dialoghi e situazioni osè. D’altro canto gli stessi dialoghi mi sono sembrati ridondanti e a tratti poco profondi, arrivando a banalizzare un film già poco movimentato per lo script di tipo teatrale. In definitiva a vederlo oggi perde parecchio smalto.

Quando uscì fece scalpore per il linguaggio osè e per le immagini di nudo; da qualche parte lessi che gli operatori seppur abituati ai corpi delle attrici, davanti a quello di Ann Margret quasi svenivano. Visto oggi, con i cambi generazionali e sociali, risulta un po’ datato. Rimane comunque un buon film, ben diretto e fotografato (prima volta a Hollywood di Giuseppe Rotunno) e ben interpretato. I dialoghi abbastanza teatrali (il soggetto era nato per il teatro), sono buoni e la descrizione di una certa America di quegli anni è ora un documento.

Nonostante il cast di grandi attori, seppur emergenti e con alla guida un regista valido, il film stranamente è un titolo che si è poco affermato. Eppure è diretto con la stessa brillantezza che Nichols ha saputo dare a Il laureato e le argomentazioni della trama sono accattivanti con punte piccanti. L’universo dei rapporti uomo-donna e dei loro contrasti è ben delineato, come pure la psicologia di due amici che si raccontano ogni dettaglio delle loro avventure intime.

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Art Garfunkel, Candice Bergen e Jack Nicholson in una pausa di lavorazione del film

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Lobby card del film

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Uno dei flani di Conoscenza carnale

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novembre 5, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Le salamandre

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Nel 1969 l’esordiente Alberto Cavallone gira Le salamandre, opera a bassissimo costo ma piena di idee innovative e sopratutto di tanta voglia di sperimentare nuove vie di comunicazione cinematografica.
I soldi sono pochissimi e Cavallone è costretto ad assumere per il film la fotomodella Erna Schurer perchè è la fidanzata di Carlo Maietto che produce il film e una fotomodella assolutamente sconosciuta, la giamaicana Beryl Cunningham. Il resto del cast è composto da Antonio Casale/Anthony Vernon, che era anche aiuto regista e da Renzo Maietto, il fotografo che interpreta un personaggio secondario.

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Per risparmiare ulteriormente, si scelse di ambientare la vicenda in Tunisia e di inserire nel film sequenze di guerra e assassini e brevi frammenti di documentari sulla lotta inter razziale fra bianchi e neri.
Si tratta quindi di un prodotto assolutamente sperimentale, a partire dal formato della pellicola ovvero l’economico 16 millimetri.
Come vediamo nelle sequenze finali del film, il ciak riporta quello che nelle intenzioni doveva essere il titolo originale della pellicola, “C’era una bionda” che però venne rifiutato dalla casa incaricata di distribuire il film stesso e si optò per Le salamandre, titolo che avrebbe reso famoso un film assolutamente particolare e per certi versi unico.
Siamo nel post sessantotto e  il cinema è in evoluzione turbinosa dopo gli anni di stasi precedenti, in cui si era badato principalmente al botteghino e in cui solo qualche grande regista aveva deviato dai binari del commerciale per tentare soluzioni diverse.

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Cavallone gira un film in cui è presente un elemento fino ad allora solo sfiorato dalla cinematografia, ovvero l’omosessualità femminile integrandolo con l’inter razzialità e le difficoltà di comunicazione fra bianchi e neri e molto più ambiziosamente spingendo l’acceleratore sul colonialismo e sui danni irreversibili che aveva prodotto.
Il film narra infatti la storia fra due fotomodelle, Ursula (bianca) e Uta (nera), che hanno una relazione lesbica iniziata proprio da Ursula che ha assunto la spaesata Uta per un servizio fotografico e subito dopo ne ha fatto la sua amante.
Uta accetta la storia d’amore e sesso con la sua datrice di lavoro un pò perchè intende sfruttare a suo vantaggio la fama che può derivare dal fatto che Ursula lavora per grosse riviste, un pò per denaro (è pagata 50 dollari al giorno). Poi, probabilmente, c’è posto anche per una piccolissima dose di vero amore.
La ragazza di colore è arrivata in Africa proveniente dalla dura realtà del quartiere ghetto di Harlem a New York, in cerca di una realizzazione personale e in fuga dallo squallore delle sue precedenti condizioni di vita.
Un giorno mentre lei e Ursula stanno scattando delle foto su una spiaggia, conoscono Henri Duval, un ricco medico che vive in una spledida villa poco lontano.

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Il fascino esotico di Uta e quello fatale di Ursula turbano l’uomo e allo stesso tempo finiscono per coinvolgerlo in un impossibile tiangolo che infatti non si concretizzerà.
Mentre Uta lentamente si rende conto dell’impossibilità di stabilire un legame profondo con Ursula per via della differenza di pelle e di cultura, Henry diventa il punto di approdo di Ursula alla ricerca di una diversa identità sessuale.
Dopo aver provato inutilmente una parentesi di normalità con un giovane che ha conosciuto e con il quale ha provato senza fortuna ad avere un rapporto sessuale (i tuoi problemi devi risolverli da sola, le dice il giovane), Uta ascolta il lungo dialogo tra Ursula ed Henry in cui i due mostrano che la liberalità, la tolleranza razziale e l’amore stesso che lega Ursula a Uta sono sono belle parole senza però basi solide.
Qualche giorno dopo si compie la tragedia.
Uta raggiunge Henry e Ursula su una spiaggia, accoltella Henry e subito dopo Ursula.
Il film termina con il cast del film sulla spiaggia che discute su alcune scene e con Uta che guarda con occhi imperscrutabili verso il mare, mentre stanno per scorrere i titoli di coda.

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Un film molto difficile, Le salamandre.
La scelta del regista milanese (scomparso nel 1997 a 59 anni) di ambientare il film quasi completamente sulle diverse personalità dei personaggi arricchendola di dialoghi lunghissimi e a tratti anche noiosi trasforma la pellicola in una indagine socio culturale mescolata a elementi appartenenti alla sfera affettiva.
Il lesbismo delle due protagoniste si amalgama così alla loro evidente differenza razziale, intesa non in senso spregiativo ma come appartenenza a due culture assolutamente diverse e che per secoli sono sembrate quasi inconciliabili.
La pelle scura di Uta e la pelle chiara di Ursula sono infatti differenze sostanziali; le due donne appartengono a due mondi diversissimi.

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La bionda fotografa è una donna cinica, spietata e moralmente marcia; lo prova la maniera drammaticamente squallida in cui liquida la sua ex modella Linn arrivando a scattare fotogrammi che testimoniano gli ultimi momenti di vita della modella stessa che sta morendo suicida.
Uta sente invece già su di se una sorta di complesso di inferiorità legato al colore della sua pelle e alle sue origini proletarie.
Tra le due donne non può esserci nessun punto di contatto, su queste basi.
Il rapporto morboso che le lega è infatti accettato passivamente da Uta che in questo modo tenta di affrancarsi dalla povertà e dalla sua condizione di donna di colore. Ma, come le fa notare il giovane con il quale ha una fugace e inconcludente relazione, in realtà Uta ha scelto di vendersi e di conseguenza di affrettare in modo però inconlcudente un processo di liberazione lungo e complesso.

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A far esplodere le contraddizioni dell’impossibile coppia arriva il medico Henri, con tanti bei fumosi discorsi sulla uguaglianza e sulla morale.
Discorsi inutili, che finiranno solo per fare da detonatore alla crisi tra le due donne.
Il linguaggio di Cavallone ha un certo fascino ma è anche eccessivamente verboso e prolisso; colpa di un post sessantotto fatto anche di tanti discorsi teorici spesso non seguiti da messe in pratica adeguate.
Il regista segue i protagonisti alle volte con la MDP a mano, altre volte scegliendo inquadrature dal basso, utilizzando poi un finale assolutamente spiazzante.
Mostra insomma voglia di sperimentare e solo per questo andrebbe menzionato con lode.
Certo, a distanza di 40 anni è davvero difficile sopportare un film in cui praticamente non accade quasi nulla.
Eppure, alla sua uscita il film ebbe un notevole successo.
Merito probabilmente dell’atmosfera erotica favoleggiata dai primi recensori del film, che nella realtà esiste molto marginalmente.

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Le scene di sesso sono inesistenti mentre qua e là ci sono fugacissimi nudi della Schurer e della Cunningham (assolutamente casti e mascherati).
Ma tanto bastò evidentemente ad attirare qualche spettatore in più; il resto lo fece la critica, che salutò Cavallone come una specie di enfant prodige del cinema italiano.
Sicuramente influì moltissimo la presentazione del film avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma, proiezione durante la quale arrivarono a sorpresa attori del calibro della Vitti e registi come Antonioni e Patroni Griffi, che ebbero parole d’elogio per il regista.
Nel 1970, parlando di questo film, il regista milanese disse:
Ho messo in scena il rapporto lesbico fra una bianca e una negra. Il rapporto sessuale è di per sé schiavizzante, nel caso dell’omosessualità è anche un rapporto sterile. Così come è sterile e schiavizzante il rapporto fra bianchi e negri al giorno d’oggi. Invece ne “Dal nostro inviato a Copenaghen” l’eros è mostrato come un elemento di aridità della società occidentale. In questo periodo, sai bene, che l’argomento di tesi di laurea per molti studenti universitari italiani, è la sessualità nei paesi scandinavi. In Danimarca, paese del libero amore, la società è ugualmente ipocrita non meno che nei paesi dell’amore non libero. Si utilizza questo argomento per ottenere qualcos’altro, così come una volta si sussurravano paroline adulatrici ( vedi il personaggio del soldato che vuole disertare e va a letto con la studentessa di sinistra pèrchè lei lo aiuti nel suo intento).”
In un altro frammento dell’intervista Cavallone chiarisce il suo modo di vedere il cinema, anticonformista e sicuramente politicamente scorretto:
Non mi interessa la poesia. La poesia può magari venir fuori, nei miei film, ma solo per caso. Ciò che conta è solo il discorso politico. Il cinema, per me, è un modo di esprimere delle idee politiche mediante lo spettacolo…..
Ancora, parlando dell’utilizzo del sesso nei suoi film:
Io credo di avere smitizzato il sesso come strumento della rivoluzione. Molti hanno vissuto nell’illusione che, sessualizzando al massimo i loro film, o romanzi, o che altro, fosse possibile scandalizzare la società borghese ed impiantare uno nuova società. Mostrando invece l’aridità profonda del rapporto solamente sessuale, io credo di avere dato una mano a capire che la libertà sessuale non è la libertà in senso generale, ma solo una modesta parte di esse.”
Cavallone nel 1977 dirigerà quella che è la sua opera più controversa e sicuramente meglio riuscita, ovvero L’uomo la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, un film che è un durissimo atto d’accusa ai modelli della civiltà.
Tornando a Le salamandre, è un film di difficilissima reperibilità; esistono solo delle versioni VHS ormai logore.
E’ stato riscoperto, dopo un oblio lunghissimo, durante una retrospettiva tenuta al cinema Trevi nel 2007, che ha permesso una rivisitazione delle oepre di un regista geniale e scomodo.

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Le salamandre, di Alberto Cavallone, con Beryl Cunningham, Erna Schurer, Tony Carrell- Drammatico Italia 1969

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Le salamandre banner personaggi

Erna Schurer         …     Ursula
Beryl Cunningham         … Uta
Tony Carrel … Il giovane confidente di Uta
Antonio Casale          …     Dottor. Henry Duval (come Anthony Vernon)
Michelle Stamp… Linn

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Regia: Alberto Cavallone
Sceneggiatura: Alberto Cavallone
Musiche: Franco Potenza
Editing: Alberto Cavallone
Aiuto regia: Antonio Casale

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Il flano del film che annunciava la proiezione dello stesso

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Erna Schurer e Beryl Cunningham

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novembre 3, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

L’isola delle salamandre

La giovane Sugar cade in un tranello organizzato da un uomo che collabora con una organizzazione che recluta forzatamente giovani per le piantagioni di zucchero.
Alla donna viene offerto uno spinello e mentre si appresta a fumarlo è arrestata dalla polizia locale.
Siamo in un imprecisato paese dell’America latina e la donna viene così tradotta davanti ad una specie di giudice, che dapprima le propone il condono della pena in cambio di favori sessuali, poi di fronte al diniego della ragazza la condanna ad un periodo di lavoro forzato di due anni da scontare nelle piantagioni di zucchero dell’Isola delle salamandre.
Tradotta nell’isola la ragazza scopre di essere capitata in un luogo che è peggio di un inferno; Burgos il capo delle guardie è un tipaccio crudele e sadico e collabora con il dottor John, un tipo strambo dedito ad ancora più strani esperimenti.
La ragazza deve fare i conti anche con l’ostilità di una detenuta di colore, Simone mentre diventa amica della bionda Dolores; il carattere ribelle di Sugar si scontra subito sia con la brutalità di Burgos sia con il temibile dottor John che non esita a praticare terribili esperimenti sulle detenute.

Il gruppo delle detenute quindi deve fare i conti con la brutalità delle guardie e ben presto alcune recluse scendono a compromessi pur di assicurarsi un trattamento migliore.
Intanto Simone, che ha conosciuto Moyo, un recluso che pratica il voodoo, ha con lui una storia d’amore;  l’uomo porta sia Simone sia Sugar ad una sepoltura collettiva in cui giacciono gli scheletri delle sventurate ex detenute del campo di prigionia che il folle dottor John ha immolato per i suoi esperimenti.

Dopo aver tentato inutilmente di ricattare Burgos e John con la minaccia di rivelare alle autorità quanto scoperto, Moyo assecondato da Sugar e Simone organizza la fuga.
Ma il gruppo viene ripreso e Moyo viene incatenato e bruciato vivo.
La fuga è solo rimandata. Dopo aver ucciso il brutale Burgos le due ragazze accompagnate da Dolores riescono a fuggire.
Nella fuga Simone è colpita a morte e John muore.
Sugar e Dolores riescono così a riguadagnare la libertà.
Raccontata così la trama di L’isola delle salamandre sembra abbastanza scorrevole anche se molto ingenua.
In realtà  la sceneggiatura di questo film mostra più buchi di uno scolapasta.

Già l’idea di partenza, ovvero l’espediente della ragazza deportata per uno spinello è di per se ridicola; man mano che ci si inoltra nel film le cose peggiorano sensibilmente ed assumono aspetti ancor più grotteschi.
I carcerieri dell’isola sembrano un gruppo di scout impegnati in una escursione e non perdono occasione per lasciarsi irretire dalle belle prigioniere, che approfittano biecamente di loro.
Uno di essi verrà ucciso da Burgos per aver rifiutato di frustare Sugar, un altro si invaghirà di Dolores facendosi sottrarre la pistola come un bambino del nido.

In quanto agli esperimenti del dottor John appaiono più comici che folli.
Il buon dottore infatti studia un siero che ridia agli animali la primitiva ferocia e per far ciò somministra il suo siero alle prigioniere con risultati grotteschi.
Il finale poi è all’insegna della più assoluta illogicità, con le ragazze che scappano dal campo massacrando le guardie a colpi di mitra, quasi fossero delle guerriere addestrate nella giungla.
Taccio, per amor di patria sulla recitazione degli attori, che è quanto di più amatoriale si possa immaginare, con la bella e prosperosa Phyllis Davis che fa un figurone in rapporto al resto del cast che è desolantemente sotto la soglia minima di credibilità.
Si possono anche salvare parzialmente Ella Edward e la sventurata Pamela Collins che morirà suicida l’anno dopo l’uscita del film a soli 24 anni.
Tutto il resto del film è dilettantismo allo stato puro, eppure questo film ebbe una minima importanza quando venne distribuito nelle nostre sale.
Si tratta infatti di un primo e pallido tentativo di imitazione del più famoso Sesso in gabbia di Roger Corman uscito l’anno precedente e che aveva avuto un lusinghiero successo.


Il genere di riferimento di L’isola delle salamandre è il WIP o Woman in prison, donne in prigione, un genere di nicchia che ebbe qualche fortuna nel nostro paese e poichè questo film esce nel 1972, in un periodo cinematografico in cui nel nostro paese la censura sta allentando molto lentamente le maglie, si può citare il film diretto da Michel Levesque come uno dei primissimi esempi di WIP.
Il regista americano non era totalmente uno sconosciuto nel nostro paese, l’anno precedente era arrivato in Italia il suo La notte dei demoni, che però era passato quasi inosservato.
Levesque gira L’isola delle salamandre con mano maldestra, puntando le sue pochissime chance sull’aspetto erotico della vicenda, che poi sarà una delle caratteristiche del WIP.

Poichè la base di partenza ovvero la sceneggiatura è decisamente balzana, Levesque aggiunge il leggendario “carico da 11” dirigendo un film in cui anche la mancanza di denaro gioca la sua parte.
Costretto a fare i conti con il low budget, il regista si ingegna in qualche modo appesantendo il tutto con dialoghi piatti e con lunghe sequenze soporifere in cui cerca di dare una giustificazione al tutto raccontando brandelli delle vite delle protagoniste.
L’unica sequenza degna di menzione resta quella in cui nella gabbia delle prigioniere vengono lanciati dei gatti a cui il dottor John ha inoculato il suo siero; vediamo i felini avventarsi sulle malcapitate graffiandole senza pietà. Cosa poi permetta alle ragazze di tornare in perfetta forma il giorno dopo resta un mistero assoluto.

Filmetto senza pretese, quindi, il cui titolo originale (Sweet sugar) ossia dolce zucchero, palese riferimento al nome della ragazza e al campo di lavoro al quale viene condannata venne trasformato in L’isola delle salamandre in modo da giocare con il titolo del film di Cavallone Le salamandre, che ebbe un inatteso successo nel 1969.
L’isola delle salamandre
Un film di Michel Levesque. Con Cliff Osmond, Timothy Brown, Phyllis Davis, Ella Edwards, Pamela Collins Titolo originale Sweet Sugar. Drammatico, durata 92 min. – USA 1972.

PROTAGONISTI

Phyllis Davis     …     Sugar
Ella Edwards          …     Simone

Timothy Brown          …     Mojo
Pamela Collins          …     Dolores
Cliff Osmond         …     Burgos
Angus Duncan          …     Dottor John
Jacqueline Giroux         …Fara
Darl Severns         …     Carlos
Albert Cole          …     Max
James Whitworth          … Mario

CAST TECNICO

Regia: Michel Levesque
Sceneggiatura: Don Spencer
Storia originale: R.Z. Samuel
Musiche: Don Gere
Fotografia: Gabriel Torres

ottobre 31, 2011 Pubblicato da: | Trashsettanta | , | Lascia un commento