L’amante di mia madre
Titolo furbetto e ammiccante,come del resto si usava tantissimo negli anni settanta; in origine questo film di George Zervoulakos si intitolava Naked in the snow, ovvero Nudo nella neve e allude ad una scena cruciale del film.
Un film di taglio drammatico, incentrato sulla figura di una donna che attraverso il flashback rivive parte del suo recente passato; George Zervoulakos, regista assolutamente sconosciuto da noi dirige un film che non è un thriller, nonostante la tensione latente ma un viaggio nella memoria e nelle gesta di una donna che trova l’amore e lo perde,drammaticamente, tradita dall’uomo che ama e da sua figlia.
Un film dall’andamento narcolettico, con lunghe pause e scene di immobilità girato in una location particolare e selvaggia, in cui predomina il bianco assoluto e abbacinante della neve che è la protagonista degli esterni del film.
La trama:
Sofia è in carcere.

Attraverso l’uso del flashback vediamo il perchè, ovvero l’omicidio di un giovane che la donna ha colpito con un colpo di fucile mentre correva nudo sulla neve, scappando probabilmente da lei.Sempre attraverso l’onnipresente flashback scopriamo che la donna è una scrittrice rimasta vedova che si è ritirata in una baita assolutamente sperduta in compagnia di un cane.Qui, un giorno, richiamata dai guaiti del suo cane scopre il corpo di un giovane sepolto dalla neve.Sofia soccorre il giovane, lo cura e alla fine ne diventa l’amante; l’uomo è un evaso ed è ricercato dalla polizia ma nonostante questo la donna lo protegge e lo nasconde.
Le cose cambiano drammaticamente il giorno in cui arriva, a casa di Sofia, sua figlia.Giovane e bella, ben presto rimpiazza la madre nel cuore (e nel letto) del giovane fino a quando la stessa non scopre in una stalla i due giovani che fanno l’amore.Imbracciato il fucile la donna spara all’uomo mentre questi cerca una disperata fuga completamente nudo tra la neve e lo abbatte.

Arrestata, la donna ivive gli avvenimenti e alla fine, sconvolta, si taglia le vene.
Drammone con finale tragico quindi.
Film non di certo originale, giocato su un triangolo visto altre volte (la madre,la figlia e l’amante delle due) caratterizzato da una staticità delle immagini assolutamente unica.
Diverse sequenze vengono dilatate nel tempo, quasi che il regista voglia imprimere nella memoria dello spettatore gli sguardi, i sottintesi, gli scarni discorsi che intercorrono tra i protagonisti.Alcune scene presentano nudi ieratici, quasi subliminati, che di erotico non hanno assolutamente nulla così come le scene di sesso peraltro molto pudiche nulla hanno di pruriginoso.
Su tutto neve, tanta neve, che dona al film un senso di gelo accentuato, che avvolge il tutto rendendo la storia una tragedia dai tempi spaventosamente dilatati.
Non un brutto film, intendiamoci, ma un film abbastanza monotono.

Bene però i protagonisti, su tutto una intensa Emilia Ipsilanti, autentica rivelazione così come brava è anche Aliki Zanou che interpreta Elisa.L’oggetto del contendere tra madre e figlia è l’attore Christo Spyropoulos che l’anno successivo, dopo La mia carne brucia di desiderio (1975) chiuderà la sua brevissima carriera.
Film assolutamente invisibile in tv, che del resto è passato come una meteora nel 1974 alla sua uscita sugli schermi:tuttavia seguendo questo link http://wipfiles.net/wl9x5sszd61h.html troverete il film in un’ottima riduzione e sottotitolato in italiano ( o in doppio audio)
L’amante di mia madre
di George Zervoulakos con Emilia Ipsilanti,Christo Spyropoulos,Aliki Zanou Drammatico Grecia 1974
Emilia Ipsilanti …Sofia
Christo Spyropoulos …Il giovane
Aliki Zanou …Elisa
Regia: George Zervoulakos
Sceneggiatura:George Zervoulakos
Musiche:Linos Kokotos
Montaggio:Aris Stavrou
Sul far della notte
Charles Masson è un dirigente di un’azienda che si occupa di pubblicità;ha una bella famiglia, una bellissima moglie ma sopratutto ha un’amante, Laura Tellier che è sposata però con il miglior amico di Charles, Francois.
I due si incontrano in un appartamento, come clandestini e non rifuggono da rapporti sessuali estremi, masochistici.
Durante uno di questi rapporti, Charles arriva a strangolare la donna.
Da quel momento l’uomo è costretto a costruire attorno a se un muro di difesa, che però lo ingabbia a tal punto da soffocarlo.

Così decide di raccontare tutto alla moglie, che per difendere lo status sociale, fa finta di ignorare l’accaduto.
Dal romanzo Sul far della notte di Edward Atiyah, Claude Chabrol trae il film omonimo dirigendolo su un binario di fredda tecnica e creando un prodotto che viaggia glacialmente sull’indagine della vita di un uomo, il protagonista, che è costretto, per difendere la sua vita irreprensibile, a nascondersi, a mimetizzarsi, protetto in qualche modo dall’aria di rispettabilità che ha lui e il suo ruolo sociale.
La polizia non sospetta di lui, ma la cattiva coscienza fa vedere il pericolo anche dove non c’è: così la vita di Charles si complica maledettamente tanto da spingerlo, forse preda del rimorso, forse in cerca di un appoggio a confidare l’accaduto a sua moglie.
Che è preda anch’essa delle convenzioni borghesi e che vuol difendere la sua famiglia da uno scandalo.
Così tutto viene nascosto, taciuto.
E la vita può riprendere regolarmente.
O quasi.

Chabrol indaga con discrezione sulle convenzioni, sfiorando il senso del rimorso dell’uomo che evidentemente cova in se ma non può esprimere.
Un’altra scena importante in questo senso è quella in cui mima la sua confessione,di ritorno sulla strada che lo porta indietro dal funerale di Laura. Charles parla ma nessun suono esce dalla sua bocca. Ci sono emozioni e sentimenti che non osano e non possono essere espressi. Hélène è più fredda e calma nel controllare i suoi sentimenti. La sua reazione alla confessione del marito – il sesso, omicidio,il tradimento – è fredda e estremamente razionale. Lei sceglie con calma di perdonarlo e prosegue la recita di facciata di quella vita tranquilla che in fondo ha e che non intende mettere a repentaglio.
Un film che usa il bisturi per sezionare le personalità che man mano affollano la vicenda, tutte quasi rinchiuse in se stesse:come la giovane donna che lo riconosce da lontano come l’amante di Laura, lo guarda ma tiene per se la cosa, disinteressandosi di tutto presa com’è a farsi i fatti propri.
Su tutto la sequenza notturna della confessione di Charles: la scena cruciale si verifica di notte, è diretta con pochissima luce e si può a malapena a vedere i volti degli attori. Ma per chi guarda la pellicola la cosa non è importante, così come non è importante.l’espressione dei protagonisti.Le loro parole valgono per tutto, come quella confessione, agghiacciante di Charles che dice “Se tu sapessi quello che ho fatto, se solo tu sapessi..” mentre la moglie lo rassicura, quasi complice di un gesto così efferato.

Il cast scelto da Chabrol sposa alla perfezione le intenzioni del regista:bravissimi tutti, in particolare la sempre bellissima Stephane Audran che interpreta la moglie di Charles,Michel Bouquet che interpreta Charles, Anna Douking (Laura) che resta in scena pochissimo ma con gran mestiere e François Périer, che riveste il ruolo di Francois, l’amico di Charles.
Un film molto bello, freddo e elegante al tempo stesso e che purtroppo è pressochè introvabile nella versione italiana.
Chi volesse vederne la versione originale può farlo seguendo questo link su You tube: http://www.youtube.com/watch?v=F3ugdFqcfr4
Sul far della notte
Un film di Claude Chabrol, con Stéphane Audran,François Périer,Michel Bouquet,Jean Carmet,Dominique Zardi,Anna Douking Drammatico, Francia-Ucraina 1971 Titolo originale Just avant la nuit
Stéphane Audran Hélène Masson
François Périer François Tellier
Michel Bouquet Charles Masson
Jean Carmet Jeannot
Henri Attal Cavanna
Dominique Zardi Prince
Celia Jacqueline
Marina Ninchi Gina Mallardi
Anna Douking Laura Tellier
Regia Claude Chabrol
Soggetto-romanzo Edouard Atiyah
Sceneggiatura Claude Chabrol
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Musiche Pierre Jansen
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Laura Tellier (Anna Douking) ha una relazione con Charles Masson (Michel Bouquet) nonostante quest’ultimo sia felicemente coniugato. L’omicidio di Laura potrebbe intaccare la rispettabilità della famiglia e sarà dunque la moglie a punire il “reo confesso”, in virtù dell’apparenza (il decoro civile) che surclassa la sostanza (la relazione extraconiugale e il delitto). Notevole dramma dai risvolti tragici, orientato alla denuncia sociale. Chabrol rifugge dal sensazionalismo per concentrarsi invece sui pensieri di una mente borghese (la moglie) adagiata sulla rispettabilità e sull’appar(ten)enza.
Storia di Piera
Il percorso di vita della piccola Piera, che nasce, cresce e diventa donna in una famiglia lontanissima dai canoni tradizionali; suo padre è un attivista politico del Pci, innamoratissimo della moglie Eugenia, che però, pur amando il marito, sembra affetta da pulsioni inafferrabili.
La donna ha una morale pressochè inesistente, non concepisce la fedeltà coniugale, forse perchè profondamente immatura o forse solo incapace di rispettare i limiti imposti dalla morale;Eugenia infatti svolazza di quà e di la perennemente insoddisfatta, sempre pronta a cedere alle tentazioni della carne.
La vediamo entrare nei letti di una pletora di sconosciuti, seguita come un’ombra dalla piccola Piera che man mano che avviene il processo naturale della crescita,sceglie la propria strada diventando una cantante di successo.
Poi dopo molti anni, la parabola della strana famiglia arriva alla parte fatale, quella in cui i protagonisti diventano anziani:il padre di Piera perde quasi il lume della ragione, consumato sia dall’amore per la folle moglie sia per la dolorosa scoperta di non aver mai potuto sfiorare l’anima di una donna inquieta e posseduta da strani demoni esistenziali come Eugenia.

E’ in manicomio che quindi si consuma il dramma dell’uomo, che in un momento di lucida follia sussurra qualcosa a sua figlia Piera, chiedendole probabilmente di mostrare le sue parti intime, quasi volesse cercare nella figlia il ricordo della moglie tanto amata.
E Piera poi dovrà assistersi alla triste parabola discendente della madre, ormai anch’essa preda della follia: è in riva al mare che Piera, nuda come sua madre, capirà di essere diventata non la figlia ma una guida, quasi una madre della sua genitrice.
E abbraccerà in un tenero momento quella donna mai cresciuta e rimasta in un limbo impenetrabile e incomprensibile agli altri.
Storia di Piera è un film di Marco Ferrei, molto differente dai suoi precedenti perchè il regista questa volta sceglie di trasferire il suo sguardo indagatore sulla sfera privata dei sentimenti.
Ma da regista anticonvenzionale qual’è sceglie di raccontare non una storia qualsiasi, ma quella di una famiglia in cui i valori tradizionali sono ribaltati; non esiste una morale e se c’è va adeguata alle necessità quasi animali della protagonista assoluta, Eugenia, madre di Piera che dovrebbe essere se non l’io narrante quanto meno il fulcro della storia.
Invece tutto passa attraverso le gesta di una donna potentemente, quasi totalmente irrazionale, preda di pulsioni incontrollabili (quanto lo sono e quanto invece Eugenia le sfugge?) che vive una vita assolutamente e straordinariamente amorale, che attraverso il sesso e una follia imprendibile vaga di persona in persona, farfalla edonistica e libera che svolazza su un mondo che la circonda appena descritto.

Ferreri non usa la sferza per castigare o sbeffeggiare la società come in La grande abbuffata; in Storia di Piera costruisce un quadro quasi intimista, delicato nonostante l’argomento fortemente scabroso trattato.
Dall’omonimo libro di Piera Degli Esposti e Dacia Maraini e con sceneggiatura delle stesse scrittrici Ferreri trae un’opera sostanzialmente fedele al racconto limitandosi a trasferire l’azione da Bologna alle terre attorno a Latina e Sabaudia, svuotandole di persone e elevando le figure di Piera e Eugenia ad assolute protagoniste e lasciando la figura del padre di Piera volutamente fuori quadro, quasi fosse un personaggio di contorno vittima di una donna come Eugenia che con la sua personalità si potrebbe dire asociale schiaccia la figura maschile, in una prepotente affermazione dell’essere donna.
L’immobilità quasi ascetica delle scene finali delle due protagoniste,quel loro essere sole su una immensa spiaggia deserta, con Eugenia e Piera sole e nude che si abbracciano quasi a scambiarsi i ruoli, in cui Eugenia ormai preda della follia sembra ritornare allo stato infantile segna il momento cruciale della storia.
Piera è diventata adulta, ha fatto le sue scelte e la sua vita ed ora diventa madre, madre di sua madre:la parabola è conclusa, il cerchio si chiude.
Il sax di Stan Getz suona quasi malinconico come sotto fondo di una storia in cui predominano immagini quasi shock, come l’incesto più che sottinteso nella sequenza fondamentale in cui Piera si reca a trovare suo padre che le chiede di spogliarsi, per cercare in lei il ricordo di sua moglie o le sarabande erotiche che Eugenia rincorre quasi fosse preda del demone della lussuria o semplicemente usasse la stessa per affermare se stessa.O forse solo perchè la sua natura è quella, profondamente legata alle radici animali della vita.

Tornando alla scena fondamentale per l’economia del film, quella in cui Piera e suo padre si scambiano un bacio nient’affatto usuale, un bacio in cui il padre sembra quasi dimenticare che quella splendida donna seduta accanto a lui è sua figlia, bene quella sequenza svela il senso profondo dell’amore disperato del padre per sua madre.”Quelle di Eugenia sono più belle“, dice in tono malinconico l’uomo, guardando le gambe di Piera.
“Quella di mia madre è meglio?” chiede in tono volutamente provocatorio Piera, sollevandosi la gonna e mostrando le parti intime, nude, a suo padre.”Non sono riuscito mai a soddisfarla“, dice l’uomo e subito dopo, con tenerezza dalla quale è sparito l’elemento erotico, i due tornano ad essere padre e figlia, consapevoli entrambi che la loro vita è stata e sarà condizionata per sempre da quella donna inafferrabile e sfuggente che è Eugenia.
Forse la frase più importante e rivelatrice è quella che dice Eugenia mentre è a letto con uno dei suoi tanti amanti, Massimo, che la maltratta mentre lei vien fuori con una frase urlata, sotto gli occhi di Piera:”Nessuno mi ama come dico io”
Il film è dominato in lungo e in largo dalla straordinaria interpretazione della musa di Fassbinder, Hanna Schygulla, che restituisce allo spettatore tutto il senso della follia del personaggio di Eugenia; l’attrice convince tutti, critica e pubblico e merita così il premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes.

Bravissima anche Isabelle Huppert nel ruolo di Piera mentre piuttosto defilato, in una storia in cui predominano i due personaggi femminili è Marcello Mastroianni.
Bella la fotografia, belle e silenziose le location in un film che potrà non piacere per i dialoghi o per la figura quasi schizofrenica di Eugenia o per il ruolo di Piera ma che resta storia affascinante nel suo tratteggiare due figure potentemente anticonformiste.
Il film è disponibile in streaming, in un’ottima riduzione al link http://www.nowvideo.sx/video/2d273f502def1
Storia di Piera
Un film di Marco Ferreri. Con Isabelle Huppert, Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Fiammetta Baralla, Angelo Infanti, Tanya Lopert, Laura Trotter, Serena Bennato, Maurizio Donadoni, Cristina Forti, Loredana Berté, Piera Degli Esposti, Aiché Nana, Bettina Gruhn, Lidia Montanari Drammatico, durata 101′ min. – Italia 1983. –
Isabelle Huppert: Piera
Hanna Schygulla: Eugenia
Marcello Mastroianni: Lorenzo, padre di Piera
Angelo Infanti: Tito/Giasone
Tanya Lopert: Elide
Bettina Grühn: Piera da bambina
Lidia Montanari: Centomila lire
Laura Trotter: giovane levatrice
Aïché Nana: veggente
Loredana Bertè: sé stessa
Regia Marco Ferreri
Soggetto Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Sceneggiatura Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Produttore Erwin C. Dietrich, Luciano Luna, Achille Manzotti
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Philippe Sarde
L’opinione di Lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Da un libro-intervista in cui quel mostro d’attrice di Piera Degli Esposti si confidava con Dacia Maraini, Marco Ferreri ha cavato un film discutibile. Incentrato principalmente sulla figura della madre di Piera, figura incarnante la totalità disinteressata e candida, voluttuosa e travolgente dell’Amore, interpretata da una grande Hanna Schygulla, è soprattutto il racconto di un gruppo di famiglia atipico visto dagli occhi della giovane Piera, filtrato attraverso la sensibilità dura della ragazza immersa nel proprio percorso di formazione, influenzato irrimediabilmente dall’immagine di questa madre assoluta, invadente, ingombrante. È, quindi, un complesso ritratto femminile che si articola apparentemente su due voci, ma che è in realtà un romanzo per voce sola che in teoria avrebbe dovuto narrare una valanga di cose. Alla fine il film risulta lento e poco fluido, troppo ellittico e qua e là un po’ sciupato, e probabilmente Ferreri non era il regista più adatto alla versione cinematografica di una confessione così intima e smarrita, troppo impegnata all’autocompiacimento dei corpi nudi e del sesso (vera ossessione del regista) per dimostrare la stessa attenzione a tutto ciò che si muove nell’interno di Piera. Forse s’identifica con il padre, a cui Mastroianni conferisce certi toni vellutati molto malinconici. Certo è che non è il suo film migliore, e Loredana Bertè che intona la struggente Sei bellissima è una meteora. D’altro canto, bella la calda rappresentazione dei luoghi, infedele (la storia originale è bolognese, il film si svolge nell’arida Latina) ma adeguata.
L’opinione di will kane dal sito http://www.filmtv.it
Femmina e Maschio nel cinema di Ferreri si scontrano e si rendono conto che è impossibile arrivare a un punto in cui qualcuno non ci lasci le penne,metaforicamente e no:quasi sempre la Donna l’ha vinta sull’Uomo,e l’autore ne fa uno dei cardini della sua opera.”Storia di Piera”,tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Piera Degli Esposti,è uno degli ultimi lavori di Ferreri accolti bene dal pubblico, e un film che all’epoca della sua uscita fece discutere.Ci sono lungaggini non indifferenti,il quadro di Affetto che non basta però a spuntarla sull’istinto distruttore dell’umanità ferreriana ha a tratti una delicatezza senza pari,e gli interpreti aiutano,pur se lasciati,come al solito,a briglia sciolta,dando ai personaggi una naturalezza molto sentita,pur trovandosi spesso in situazioni al limite del morboso.Hannah Schygulla,figura materna dalla testa matta e dagli istinti insopprimibili è la protagonista vera e propria del racconto,Isabelle Huppert,che entra nel film dopo tre quarti d’ora,rimanendoci per un’ora,ha la misura e il carisma d’attrice necessari,e Mastroianni fa un dolente intellettuale che non sa gestire le cose.Chiusa su un abbraccio su una spiaggia tra madre e figlia ,quasi a simboleggiare un’utopia regressiva di azzeramento o una natività tardiva,il film ha momenti belli e altri più irritanti.Ma Marco Ferreri da Milano,barbuto senza baffi,era un poeta sincero.
L’opinione di amterme dal sito http://www.filmscoop.it
E’ senz’altro il film più coraggioso di Ferreri, quello che più facilmente può essere frainteso.
Fin dai primi film Ferreri ha sempre disegnato modelli di convivenza civile, in genere astraendo dalla realtà e proponendo modelli che riflettevano gli umori del presente o i disegni per un probabile futuro. Questo film in particolare si situa nella temperie culturale degli inizi degli anni ’80, nel momento di massima intensità del movimento di liberazione etica individuale, prima dell’arrivo dell’ondata moralizzatrice che stiamo vivendo tuttora. Il disegno/desiderio di poter vivere ed esprimere nella massima libertà tutto quello che è amore pacifico e consenziente, calore e contatto umano, senza prigionie di legami sociali o rigide norme morali arrivò allora al punto di poter immaginare una storia in cui pedofilia e incesto potessero essere visti come qualcosa di normale e non negativo.
Questo film disegna una piccola utopia di nuova “famiglia” o vita affettiva in cui non ci siano divieti di nessun genere all’amore, purché sia voluto e partecipato. Si vuole dimostrare che c’è amore, sentimento, coinvolgimento molto forte anche nella scoperta dell’eros da parte di un(a) adolescente nel suo rapporto con il mondo degli adulti, come pure il legame affettivo molto forte e sentito nei confronti dei genitori che non conosce alcun tipo di barriera.
L’accento è sulla parte sentimentale interiore, infatti in tutto il film non c’è nessuna scena scabrosa, morbosa e non è assolutamente un film volgare o disgustoso. Anzi è un film a volte molto delicato e intenso.
Il limite più evidente è l’astrazione quasi completa dalla realtà. La storia si svolge come fosse reale (è addirittura ambientata a Sabaudia) ma in verità taglia quasi tutto quello che è spiacevole o contrario. Il fatto è che una vicenda del genere non avrebbe mai potuto svolgersi in maniera così pacifica e tollerata. Assolutamente. E’ ovvio che tale esclusione del negativo è voluta, è come poter osservare un esperimento in vitro per dimostrare che può esistere e svolgersi se non gli si pone ostacoli.
La storia è tratta da un libro scritto da Dacia Maraini e da Piera degli Esposti (mica persone qualunque!) ed è tradotto su pellicola con stile francese (non va dimenticato che Ferreri è il più “francese” dei registi italiani della fine del XX secolo). Questo stile prevede di seguire gli avvenimenti dal punto di vista dei sentimentali interiori dei personaggi, astraendo da tempo, luogo e azione. Si assiste ad una serie di fatti banali, a volte insignificanti che si succedono senza apparenti legami logici fra di loro. La progressione è dettata esclusivamente dalla conoscenza e dall’espressione di sentimenti. Noi del 2010 abbiamo perso l’abitudine a questo metodo di rappresentazione basato sull’interiorità e quindi facilmente ci si smarrisce, ci si annoia e non si raccoglie niente da ciò che vediamo.
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Il più audace dei film di Ferreri (che in quanto a coraggio non ha mai scarseggiato) racconta la storia di una bizzarra famiglia e dei rapporti intercorrenti tra i suoi membri ed in particolare su quelli tra Piera (bambina già adulta) e la madre (donna dalla grande e folle vitalità) il cui amore l’una per l’altra è sincero e molto forte. Ne viene fuori una storia molto particolare e “scandalosa” che pur con qualche pausa di troppo, vive intensi momenti di lirismo e riesce così ad emozionare lo spettatore. Grande prova della Schygulla.
Incipit libro
PIERA. Ecco, questa è la fotografia di mia madre, hai visto? così giovane, così imbronciata. Mi fa l’effetto di una persona morta, anche se lei è molto presente in me. Quel suo modo di tirarmi per la mano, non per affetto, come quando mi tirava le trecce forte forte.
Una vita lunga un giorno
E’ passato molto tempo da quando Andrea è partito da Sanremo per imbarcarsi per lavoro.
Il giovane infatti è un marinaio e alloggia periodicamente presso la pensione della signora Andersson; questa volta trova un’amara sorpresa, perchè la donna è morta tre giorni prima del suo arrivo.
Una lettera arrivata la mattina al portiere della pensione informa che la nipote della signora Hilde Andersson arriverà alla pensione, cosi Andrea va a prendere la ragazza alla stazione.
Anna è una bella ragazza e ben presto tra i due nasce l’amore;nel frattempo inutilmente Andrea cerca un imbarco.
Una mattina Anna, mentre sta facendo la doccia, viene assalita da un uomo: la ragazza è salvata dallo stupro da Andrea giunto opportunamente nella sua camera.

Andrea porta Anna ospedale per accertamenti dove però ha un’amara sorpresa; la ragazza infatti, a detta del medico, soffre di un grave disturbo al cuore e necessita di una delicata ( e costosa) operazione a cuore aperto per essere salvata.
Avvicinato da un misterioso personaggio, Andrea scopre che ha la possibilità di guadagnare in un colpo solo la somma che necessita per l’operazione.
Un gruppo di annoiati professionisti, fra i quali spicca un depravato riccastro, Philippe, è disposto a dargli la somma necessaria a patto che riesca a coprir la distanza che c’è tra le alture della cittadina ligure e il porto sfuggendo a cinque tentativi di omicidio che avverranno secondo modalità assolutamente impreviste da Andrea.

Il giovane accetta e da quel momento la sua vita dipenderà solo dalla fortuna e dalla sua capacità di essere preda.
Dopo il primo tentativo andato a vuoto, durante il percorso con la funicolare che lo porta sulle colline, Andrea riesce a sfuggire casualmente al tiro di un cecchino armato di fucile di precisione,per poi finire nel letto della bellissima moglie di Philippe, sfuggire alle fiamme (dolose) che avvolgono una baracca per poi giungere, pesto e sanguinante al porto.
Qui scoprirà di essere stato parte di un gioco ancora più perverso, al quale non è estranea l’amata Anna, che ha funzionato dall’inizio come esca per l’ingenuo marinaio.
Finale drammatico e sconsolante.
Sotto lo pseudonimo di Sam Livingstone il regista Ferdinando Baldi dirige nel 1973 Una vita lunga un giorno subito dopo il discreto successo di Afyon oppio (1972) e quello dell’inusuale western Blindman del 1971 che molti ricorderanno per aver avuto come protagonista un pistolero cieco.

In questo strano film, a metà strada tra il sentimentale e il thriller venato di noir, Baldi cerca di armonizzare una sceneggiatura molto lacunosa destreggiandosi a fatica con un film che ricorda moltissimo, troppo in realtà, il più fortunato La decima vittima di Petri.
Ad una prima parte del film caratterizzata da una lentezza quasi esasperante, fa seguito una seconda in cui il ritmo accelera improvvisamente e in cui il protagonista è costretto a muoversi come una belva braccata da un invisibile mini esercito di killer che lo aspettano al varco per ucciderlo.
L’amalgama del film però risulta alla fine assolutamente ondulatorio e non giova certo all’economia dello stesso l’espressione monocorde del protagonista principale, quel Mino Reitano all’epoca idolo delle folle in un ambito ben differente, quello del panorama musicale.
Il cantante di Fiumara, prestato al cinema dopo l’esperienza sfortunata di Tara Poki, western di Amasi Damiani del 1971 e prima dell’unico film di discreto livello interpretato, ovvero Povero Cristo di Pier Carpi conferma di non essere adatto al grande schermo.

Colpa della sua rigidità espressiva, caratterizzata dall’espressione perennemente imbabolata e monocorde del viso.
In questo film poi, in cui era necessaria un’espressione mobile dello sguardo per passare dal contesto romantico a quello drammatico,Reitano conferma i suoi evidenti limiti condannando il film ad un giudizio negativo.
Che, per inciso, meriterebbe di già per lo scarso coordinamento fra le varie parti del film, che oscilla e sbanda indeciso su quale strada prendere.
Se la trama non è già di per se originale, il resto del film risente di calate di ritmo e brusche accelerazioni, con scene d’azione che avrebbero richiesto un dosaggio più equilibrato per essere credibili.
Non fosse per la squadra di caratteristi utilizzata, nella quale figurano ottimi mestieranti come Luciano Catenacci,Dante Maggio, Franco Ressel e la “star” Philippe Leroy la pellicola sarebbe naufragata ancor più miseramente di quanto fece.
Una vita lunga un giorno infatti non ebbe praticamente alcun successo al botteghino e sparì completamente dalla circolazione.

Nel film troviamo la svedesina Eva Aulin alla sua penultima interpretazione; l’attrice di Landskrona infatti tornerà sul set nel 1996, a ventitre anni di distanza con il film Mi fai un favore di Giancarlo Scarchilli e Eva Czemerys, nel ruolo minore della debosciata moglie dell’ancor più debosciato Philippe. Discreta la colonna sonora composta dai fratelli Reitano.
Un film quindi non particolarmente affascinante, più che altro anonimo che è stato recentemente ripescato dall’oblio e che può essere visionato in una versione passabile su You tube all’indirizzo: http://youtu.be/05XU4lfa92o
Una vita lunga un giorno
Un film di Ferdinando Baldi. Con Philippe Leroy, Luciano Catenacci, Franco Ressel, Ewa Aulin, Mino Reitano,Dante Maggio, Franco Fantasia, Eva Czemerys Drammatico, durata 94 min. – Italia 1973.
Mino Reitano: Andrea Rispoli
Ewa Aulin: Anna Andersson
Philippe Leroy: Philippe
Eva Czemerys:Moglie di Philippe
Luciano Catenacci: Spyros
Nello Pazzafini: Nello
Franco Ressel:Il dottore
Anna Maria Pescatori:Frieda
Dante Maggio:Zio GIuseppe
Regia Ferdinando Baldi
Soggetto Ferdinando Baldi
Montaggio:Eugenio Alabiso
Fotografia:Aiace Parolin
Musiche Franco Reitano e Mino Reitano
Scenografia Claudio Cinini
Produzione:Manolo Bolognini
L’opinione del sito http://www.bizzarrocinema.it/
Passato nei cinema di allora nella quasi totale indifferenza, riproposto ogni morte di papa nelle più infime tv locali, privo di quell’alone di culto che solitamente contraddistingue opere così rare, Una vita lunga un giorno non ha avuto certo un destino felice. I difetti non mancano e si mostrano senza remore: il ritmo – componente essenziale per un buon thriller – è a velocità bradipo zoppo, la sceneggiatura presenta buchi tipo voragini e, certuni interpreti – Leroy su tutti – hanno palesemente il pilota automatico azionato. A ciò aggiungiamo che il soggetto non è tra i più originali: trattasi di chiaro “ricalco” dello splendido La pericolosa partita di Ernest B. Schoedsack. Eppure, basta poco. Basta un primo piano del nostro Beniamino – di nome e di fatto – a farci dimenticare, come d’incanto, tutti i difetti di questo film e a darci quell’estasi che solo noi esteti del Bizzarro possiamo provare. Reitano, tenace e stoico come solo lui sa essere (e chi l’ha potuto ammirare nelle sue storiche ospitate televisive sa benissimo di cosa parlo), abbatte totalmente il senso del ridicolo, va avanti per la sua strada di “attore per caso e non si ferma davanti a nulla. Guidato dalla mano sapiente del regista Livingstone/Baldi, il nostro eroe attraversa un’odissea notturna degna del Bruce Willis dei tempi migliori, ma anche del Griffin Dunne di Fuori orario e – perché no? – del Joel McCrea protagonista de La pericolosa partita (di cui sopra). è troppo? Forse. Mi limiterò dunque a consigliarvi caldamente questa insolita visione. Armatevi di pazienza e di vhs (o dvd) vergine, piantonate la programmazione di tutte le tv locali e state pronti a spingere il tasto “rec”, Una vita lunga un giorno potrebbe capitarvi sotto mano. Per noi amanti del Bizzarro, fidatevi, non c’è modo migliore per commemorare l’artista Reitano come merita.
L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Un film interessante, almeno nella prima parte in cui Ferdinando Baldi introduce la vicenda con indubbio stile. Peccato poi che l’ultima mezzora diventi troppo meccanica e prevedibile, quando inizia la discesa verso il mare di Mino Reitano. Su quest’ultimo come attore non c’è molto da dire… Se non che mantiene la stessa espressione imbambolata per tutto il film, ma grazie al cielo venne almeno doppiato da un professionista. Meravigliosa Ewa Aulin, ma questa non è certo una notizia. Girato in esterni a Sanremo.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Incasinato dramma sentimentale, che trova in Love Story (la Aulin è cardiopatica) ed una miriade di altri ben più riusciti titoli (La decima vittima su tutti, causa caccia spietata alla preda umana) il nucleo portante e fulcro dell’intera sceneggiatura. Il regista può contare su un bravo attore (uno spietato Philippe Leroy) ed una bellissima attrice (la Aulin, qua su uno degli ultimi set cinematografici che la ospita), ma fallisce nel far indossare un “vestito sfilacciato” al protagonista (un monocorde e poco espressivo Mino Reitano).
L’opinione del sito www.robydickfilms.blogspot.it
Reitano attore sarà sicuramente un po’ monotono, ma non è così inespressivo come si potrebbe credere.
Baldi dalla sua parte dirige come al solito abbastanza bene, anche se l’ultima mezz’ora in cui dal sentimentale il film vira decisamente verso l’azione, cade nella prevedibilità e soprattutto nell’inconcludenza.
Luciano Catenacci, con quella sua faccia, se la cava come sempre, ovviamente nella parte del cattivo.
Per ogni adoratore del povero Mino, così prematuramente scomparso, il film è certamente opera a dir poco magnifica, ma bisogna dire che come versione italiana di film rientrabile nel filone delle “Manhunt”, della “caccia all’uomo”, non è secondo a molti altri titoli ben più celebrati, a partire proprio dal datato e decisamente invecchiato male, irrisolto, “La Decima vittima” (’66) di Elio Petri. Al quale Baldi nelle scene d’azione, anche quando un po’ assurde, spacca letteralmente il culo.
Ascoltare la introvabile colonna sonora rock strumentale del film, composta da Mino con il fido fratello Franco, per rendersi bene conto di quanto i Reitano fossero stati dei musicisti molto lontani da quello che avrebbero dovuto essere, una volta raggiunto il successo popolare.
La scena della rivelazione finale “ Face to face” con la Aulin, è inarrivabile e una vera e propria gemma, per chiunque pensa che comunque Reitano “non è mai stato un attore”, altro che far ridere.
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale
Una casa solitaria a poca distanza dal mare, una ragazza che accende delle candeline su una torta;l’atmosfera è sospesa, malinconica.
La ragazza non sembra in attesa di qualcuno, perchè si accende una sigaretta, nonostante la giovanissima età.
Lei è Rynn Jason, ha tredici anni.
E’ stata cresciuta da suo padre nel timore degli estranei e la ragazza ha sviluppato la tendenza all’isolamento.
Perchè Rynn è sola in quella casa un po lugubre e troppo grande per lei?
E’ accaduto che il padre di Rynn, Lester, poeta in crisi esistenziale, ha affittato quella casa nel Maine per isolarsi dalla gente; ha lasciato un conto intestato a sua figlia con un po di denaro e si è allontanato verso una crociera solitaria, probabilmente suicida.
Così Rynn ha scelto coscientemente di vivere da sola, gelosa di quella inaspettata indipendenza che difende costruendo attorno a se una cortina impenetrabile; lei racconta che il padre c’è, impegnato in composizioni letterarie e quindi obbligato in qualche modo all’isolamento.
Tuttavia attorno alla casa in cui vive Rynn c’è una piccola comunità, anche impicciona.
E’ il caso della signora Hallet, una donna ambigua che vive con suo figlio Frank, un viscido pedofilo che non mancherà di insidiare la giovanissima Rynn (lo vediamo all’azione da subito, durante la personalissima festa di compleanno di Rynn), oppure del poliziotto Miglioriti, che gravita attorno alla ragazza o di suo nipote Mario.
Che diventa l’unico amico di Rynn, l’unico anche ad essere ammesso alla vita segreta dell’adolescente, con il quale condividerà tutti gli accadimenti che avverranno nella casa.

Accade infatti che la vicina impicciona, la signora Hallet, indaghi un po troppo sulla ragazza, finendo per morire in una fatale caduta nella botola che porta nella cantina della casa,uccisa dal caso ma anche dalla sua insana curiosità.
Stessa sorte accadrà alla madre di Rynn:ormai Rynn deve difendere ad ogni costo il suo segreto e chiede aiuto all’unico amico che ha, Mario.
Che l’aiuta.
I due adesso sono anche amanti, ma Mario si ammala ed ecco che ricompare Frank, che questa volta vuole davvero andare fino in fondo, far sua quella strana ed enigmatica ragazza.
Ma Rynn, anche se ha solo tredici anni, riesce con un colpo di genio a …
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è la riduzione cinematografica di un romanzo pubblicato da Laird Koenig e portato sullo schermo da Nicolas Gessner; siamo nel 1976 e il romanzo è stato editato nel 1974 e lo stesso autore del romanzo scrive la sceneggiatura del film.
Il che permette a Gessner di rispettare in maniera puntuale lo spirito del romanzo, con un’ambientazione assolutamente claustrofobica e minacciosa, densa di atmosfera che sono in qualche modo le caratteristiche peculiari del film.
Un film in cui predomina un senso di oppressione, dovuto principalmente all’assoluta impermeabilità del personaggio di Rynn, una tredicenne anomala che se nel fisico mostra tutti i suoi anni in realtà ha sviluppato una personalità complessa.

La ragazza appare infatti asociale, gelosa in maniera ossessiva di quell’indipendenza che casualmente le si è costruita attorno.
La scomparsa del padre l’ha lasciata sola, ma lei sembra non curarsene e ne approfitta come un bimbo che, lasciato da solo in una stanza con anti giochi, finisce per dimenticarsi di quello che accade intorno, tutto preso dalla scoperta di un nuovo mondo.
Nicolas Gessner, regista americano qui al suo sesto film per il grande schermo, dirige con taglio sicuro e preciso una storia per immagini nella quale è predominante l’ambientazione mistery con tocchi sia di giallo che di horror puro.
In realtà nel film tutto appare suggerito, più che esplicitato:la morte casuale della signora Hallet, quella della madre o il finale a sorpresa sono lasciati volutamente nel vago, senza spargimento di sangue o concessioni allo splatter.
Tutto resta indistinto come la personalità ambigua di Rynn, che è poi in perfetta linea con quella degli altri protagonisti della storia.
Sono tutti personaggi bivalenti, dalla morale sfuggente e dal vissuto personale evanescente:la signora Hallett per esempio difende un figlio pervertito come se fosse un’innocente creatura, il figlio stesso,Frank, è una viscida figura che si muove ossessivamente attorno a Rynn, in attesa del momento giusto per sfogare i propri insani istinti.
Non appaiono migliori ne la mamma di Rynn ne il poliziotto Miglioriti, un uomo che nel privato non esita a frequentare prostitute e a fumare droghe, così come alla fine anche il personaggio più equilibrato del film, Mario, non esita a coprire le gesta di Rynn.
Lo fa per amore, certo, ma si rende complice in qualche modo sia del passato della ragazza sia del futuro della stessa, quando arriverà la resa dei conti con Frank mentre lui è immobilizzato in un letto d’ospedale.
In questo quadro moralmente discutibile si muove la figura di Rynn, una ragazza che è cresciuta in fretta, forse anche a causa dell’eccessiva libertà lasciatale dal padre; come un animale tenuto in un recinto e lasciato improvvisamente libero, Rynn si muove seguendo il proprio istinto ma priva anche però di un senso morale e sociale che le permettano di distinguere il bene dal male.

Così la ragazza si sbarazzerà degli ostacoli senza mostrare nessun segno di pentimento, ansiosa solo di affermare la propria indipendenza, riconoscendo al solo Mario il diritto di interferire parzialmente nella propria vita.
Rigoroso e asciutto, Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è un film dal fascino sottilmente perverso; non appartiene ad alcun genere predefinito eppure conserva elementi di vari generi alchemicamente dosati e resi visivamente con molta bravura.
Merito anche di una straordinaria Jodie Foster, che regge praticamente da sola la scena perchè è attorno a lei che la storia ruota.
E l’attrice statunitense offre ancora una volta prova di uno straordinario talento, nonostante la giovanissima età; va ricordato, per la cronaca, che la Foster rifiutò giustamente di apparire nuda nel film nella scena in cui va a letto con Mario.In quella sequenza Jodie è sostituita da una controfigura.

Bravo anche Martin Sheen che interpreta Frank Hallet, il viscido pedofilo, con asciutta teatralità così come nessun appunto è da muovere al resto del cast.
Il film è molto raro, nonostante sia stato uno dei più importanti della stagione 1976; sono riuscito a reperire solo una versione in lingua originale, peraltro molto bella che è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=VY0AxyTXb8Y
La visione in lingua madre è tuttavia molto ostica.
Quella strana ragazza che abita in fondo al viale
Un film di Nicolas Gessner. Con Jodie Foster, Martin Sheen, Alexis Smith, Scott Jacoby, Morth Shuman Titolo originale The Little Girl Who Lives Down the Lane. Drammatico, durata 94′ min. – Canada, Francia 1976
Jodie Foster: Rynn Jacobs
Martin Sheen: Frank Hallet
Alexis Smith: Cora Hallet
Mort Shuman: Ron Miglioriti
Scott Jacoby: Mario Podesta
Dorothy Davis: Impiegata del municipio
Clesson Goodhue: Direttore della banca
Hubert Noël: Impiegato della banca
Jacques Famery: Impiegato della banca

Regia Nicolas Gessner
Soggetto Laird Koenig (racconto)
Sceneggiatura Laird Koenig
Produttore Zev Braung
Fotografia René Verzier
Montaggio Yves Langlois
Musiche Christian Gaubert
Emanuela Rossi: Rynn Jacobs
Massimo Turci: Frank Hallet
Dhia Cristiani: Mrs. Cora Hallet
Gianni Marzocchi: Ron Miglioriti
Loris Loddi: Mario Podesta
L’opinione di Tom Joad dal sito http://www.mymovies.it
Bella e struggente storia autunnale, cielo grigio sù, foglie gialle giù ….. Al di là di quest’evocazione un po’ scherzosa, il film è denso di un’atmosfera particolarmente inquietante e nello stesso tempo suggestiva, con quell’ambientazione, spesso ricorrente nel cinema americano, in una tranquilla e anonima località di provincia, del Maine stavolta, con le sue linde villette bianche di legno monofamigliari immerse nel verde (in questo caso forse più che altro nel marrone e nel rosso che colorano l’autunno), che dietro il loro aspetto così grazioso e ameno non poche volte nascondono chissà quali orribili segreti. L’ho sempre trovato uno dei film più affascinanti che io conosca, soprattutto mi colpisce per la sua atipicità e direi quasi la sua unicità, sia relativamente alla storia che racconta, come pure in relazione alle situazioni che mostra, sia per la sua sapiente, magistrale sceneggiatura, senza infine dimenticare naturalmente la bravura di tutti gli attori impegnati a interpretare questa strana vicenda. Per me è anche una storia in parte commovente, quando penso al rapporto di affettuosa complicità e solidarietà fra i due protagonisti adolescenti e comunque appartiene al decennio ai miei occhi più bello e mitico della storia del cinema e della musica e per questo ho sempre considerato una mia fortuna personale aver potuto vivere la stagione più emozionante ed “eroica” della mia vita proprio durante i favolosi anni ’70 del secolo scorso!
L’opinione di Oskarsson88 dal sito http://www.filmscoop.it
Piccola perla quest’opera di Gessner, che racconta la storia di una giovanissima ma già alquanto matura e sveglia ragazzina, alle prese con situazioni non semplici da gestire. E’ un misto tra drammatico e thriller, con momenti malinconici e tristi, altri in cui la tensione è ad un buon livello. La Foster (Riff), nonostante sia piuttosto sveglia, non risulta un personaggio forzato, non si va troppo oltre, e infatti ogni tanto mostra qualche ingenuità più che plausibile per l’età. Il pedofilo è ben riuscito e risulta sgradevole, e anche gli altri personaggi sono credibili. Bel modo di rappresentare la solitudine e le difficoltà…
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Dal complesso di Elettra e dalle pericolose inquietudini di un’adolescente sola in un mondo di adulti oppressivi si sviluppa un thriller che applica con eleganza gli strumenti della tensione filmica: la claustrofobia dell’unità di luogo, dialoghi aggressivi, silenzi, attese, rimandi, lente panoramiche su stanze vuote, musiche vigili. Come in Taxi driver, l’appena quattordicenne Foster possiede la sicurezza di sé di una grande diva; Sheen ritrae un subdolo e schifosissimo pedofilo, per il quale ci si augurerebbe la medesima fine da lui riservata al povero criceto. Cianurico.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Questo dramma psicologico testimonia come Jodie Foster sia attrice alla quale la natura ha fatto dono prezioso, per quel che riguarda la recitazione. Alla tenera età di 14 anni (è nata nel 1962) riesce a rendere credibile l’esperienza drammatica di Rynn, una giovane fanciulla abbandonata dal padre. La sicurezza economica, garantitale dal genitore, è inversamente proporzionale alla ricchezza di spirito, motivo per cui la triste bambina si sbarazza (in maniera non teatrale) di coloro i quali tentano di prendersene cura.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Un concerto per piano di Chopin accompagna questo dolce, intimo film, adolescentemente drammatico, che non fa pesare la sua sostanziale staticità, inserendo spunti garbati, talora pure divertenti, ma senza mai rovinare il filo conduttore principale, fino al finale, col gioco delle tazzine, che chiude, con l’ennesimo inganno (e auto-inganno), la sequenza delle cose che paiono ma non sono (non è, però, un film alla Umberto Lenzi…). E la Foster, rimirata anche prima, va guardata specialmente in quelle ultime decine di secondi, ascoltando Chopin.
“Questo tè sa di mandorle”.
Rynn sentì lo spigolo ruvido del dente scheggiato mentre masticava uno dei biscotti.
“Credo che siano queste pastine alle mandorle”.
Hallet svuotò la tazza e la posò sul tavolino.
“Dovresti vedere come il fuoco ti illumina i capelli. Sono tutti fulvi e dorati”.
Al di sopra della tazza di tè, ella vide l’uomo protendersi verso di lei.
“Che bei capelli…”
La mano di Hallet si sporse, nella luce del fuoco, verso la ragazzetta e le accarezzò i capelli. Rynn rimase del tutto immobile.
Away from her-Lontano da lei
Ci sono film che fanno male al cuore.
Away from her, Lontano da lei, è uno di questi.
Una storia d’amore, ma una volta tanto di quell’amore vero, quello che i sacerdoti consacrano sull’altare con le parole “nella buona e nella cattiva sorte”
Grant e Fiona sono marito e moglie da quasi mezzo secolo; vivono in una bellissima casa, tra i boschi innevati dell’Ontario.
Si amano ancora, come tanti anni fa.
Ma un giorno Fiona si rende conto che qualcosa in lei sta cambiando; alle volte dimentica le cose, i suoi pensieri non sono più lucidi.
E’ il primo sinistro segnale di una malattia terribile, il morbo di Alzheimer.

Grant, che ama la moglie di un amore totale, rifiuta di arrendersi alla malattia, cerca di tenere la donna con se.
Ma un giorno è costretto a portarla in una lussuosa clinica per malati terminali.
Inizierà così il suo personale calvario, con una donna che pian piano si allontana da lui, persa in una malattia che cancella il bene più prezioso dell’esistenza, la memoria di quello che eravamo, di quello che siamo.
Grant continuerà a seguire la moglie, anche quando questa non lo riconoscerà più, e si legherà, come fanno le persone senza un passato, ad un altro ammalato della clinica.
E a Grant toccherà vedere la moglie usare gentilezze e premure verso un altro uomo.
Ma lui non lascerà mai quella donna, la seguirà nel suo personale calvario, verso lo stadio finale della malattia.
Un film che tocca temi difficili, come la capacità delle persone di restare vicini ad ammalati terminali assolutamente incapaci di comunicare con le persone che un tempo amavano.

E lo fa con grazia e dignità, senza un momento di sdolcinata emozione epidermica, ma badando a mostrare, alle volte freddamente, con distacco volutamente chirurgico, il percorso di Fiona nei meandri bui della perdita della memoria.
Un percorso, quello di Fiona, che mostra come le persone possano annientarsi nel nulla con una malattia, una malattia devastante, che annichilisce se stessi, ma non solo.
Si trasforma in un calvario per coloro che amano quei poveri esseri destinati a diventare dei vegetali, seguendo un progresso degenerativo senza cura e senza soluzione.
Ma questo film è anche una straordinaria prova di dedizione e d’amore.
Grant, pur allontanato da quella donna che è solo il fantasma di quella che amava, le resta vicino, con abnegazione.
Perché il vero amore travalica ostacoli, supera le montagne dell’indifferenza e dell’egoismo.

Sarah Polley, la trentenne regista, debuttante, sceglie la strada della sobrietà, senza inseguire le scorciatoie del fazzoletto.
Un esordio folgorante, proprio per la sua capacità di andare dritta al centro del problema, raccontando una storia qualunque, con pochi attori, lentamente, come un’antica tragedia che però ha un’immagine forte in se.
Un bianco abbacinante, quello della neve che fa la sua parte decorativa onnipresente, quasi a simboleggiare il candore delle due vite e dei due destini.
Un film basato sul dialogo, in un’epoca iper tecnologica, un film che parla di una malattia,in un momento in cui il cinema sembra aver finalmente riscoperto i temi forti, lasciando da parte il pietismo e raccontando i fatti, gli episodi.
Anche con parole semplici, comprensibilissime e umane come quelle che dice Fiona alla sua infermiera:

“Ora se non le dispiace vorrei salutare mio marito, non ci siamo mai separati per un mese in questi ultimi 44 anni”
Una menzione particolare per Julie Christie.
A vederla, sembrerebbe davvero alle prese con la malattia, tanto riesce a rendere, visivamente, i vari stadi della malattia.
Con un viso che esprime, meglio delle parole, il distacco dalla vita, dai ricordi,dagli affetti.
Away From Her – Lontano da lei
Un film di Sarah Polley. Con Julie Christie, Michael Murphy, Gordon Pinsent, Stacey LaBerge, Olympia Dukakis, Deanna Dezmari, Alberta Watson, Grace Lynn Kung, Wendy Crewson Titolo originale Away from Her. Drammatico, durata 110 min. – Canada 2006
Gordon Pinsent: Grant Anderson
Stacey LaBerge: Young Fiona
Julie Christie: Fiona Anderson
Olympia Dukakis: Marian
Deanna Dezmari: Veronica
Wendy Crewson: Madeleine Montpellier
Regia Sarah Polley
Soggetto Alice Munro
Sceneggiatura Sarah Polley
Casa di produzione The Film Farm, Foundry Films
Distribuzione (Italia) Videa-CDE
Fotografia Luc Montpellier
Montaggio David Wharnsby
Musiche Jonathan Goldsmith
Scenografia Kathleen Climie, Benno Tutter e Mary Kirkland
L’opinione di PompiereFI dal sito http://www.filmtv.it
A volte c’è qualcosa di affascinante nell’oblìo. In qualche altra circostanza non è così.
Fiona Anderson (una Julie Christie toccante ed esemplare) se ne va in giro con la mente, in cerca di qualcosa che sa essere molto importante ma non riesce a ricordare. E una volta che l’idea è persa… è persa per sempre.
Una cosa buona, però, l’ha conservata: non va spesso al cinema. Non sopporta quelle multisale che danno un sacco di robaccia americana. Fiona è lontana dal mondo che la circonda, è lontana pure da se’ stessa. L’Alzheimer che la sta usurpando è spietato e subdolo. Grant, suo marito, deve gestire la degenerazione di una moglie che ama moltissimo, sforzandosi di sorridere quando invece vorrebbe piangere e disperarsi. Quarantaquattro anni di matrimonio hanno consolidato una coppia magnifica, conosciutasi tra i banchi del College e cresciuta all’insegna dell’amore vero, sincero ed esclusivo. Un rapporto senza troppe pretese di essere sempre al massimo; non si può essere innamorati tutti i santi giorni. Ed è questo a esaltarlo.
Il primo lungometraggio dell’attrice canadese Sarah Polley (“Il dolce domani”) è di notevole interesse per la bravura con la quale riesce a gestire le fasi di regia, sospese tra pudichi carrelli in arretramento e lenti movimenti di macchina a indagare sui sentimenti e le emozioni. La sostiene, in questo viaggio attraverso paesaggi innevati, una sceneggiatura minuziosa e delicata.
Maria Pia Di Meo doppia Julie Christie, conferendo tonalità ora tristi, ora venate da sfumature ironiche, non perdendo mai la sua magistrale peculiarità vocale. Fiona è vaga, dolce e sarcastica anche grazie a lei.
Cento minuti con le lacrime agli occhi e con un cavatappi a lacerare l’anima, ci portano a fare considerazioni sull’ingiustizia e la spietatezza della vita. Osservare la persona amata, da lontano, in ossequioso silenzio e trasparenza, non è facile. La soluzione di ripiego che attende i protagonisti è un ordine formale, un ritmo di danza un po’ sterile ma necessario. Una danza infinita, che ci auguriamo possa inebriare ed esaltare gli ultimi sensi rimasti ancora vigili.
L’opinione di ironklad dal sito http://www.filmscoop.it
La forza dell’ amore supera qualsiasi altra cosa.
Atmosfera da favola senza dubbio, ma dietro di essa si nasconde il dolore di un uomo che ama una donna ormai in malattia mentale avanzata.
Seppur storie di questo genere se ne sono realizzate molte altre, affascinano tutte quante allo stesso modo per il messaggio che mandano. Grant sa che sua moglie Fiona è affetta dal morbo di Alzheimer.Nonostante questo l’ amore per lei continuerà a farlo restare vicino a lei.La storia è concentrata tutta sugli sguardi, le espressioni e i dialoghi dei personaggi. Se cercate azione guardate da un’ altra parte. Il bel finale è solo temporaneo e penso di non anticipare nulla perchè tanto sappiamo che l’ Alzheimer non si può curare e si aggrava sempre di più…
L’opinione di galbo dal sito http://www.davinotti.com
Una coppia sposata da 50 anni attraversa il momento drammatico di una grave malattia mentale di lei (il morbo di Alzheimer) ed è costretta a separarsi. La prima regia dell’attrice Sarah Polley è un film che affronta il tema della separazione e dello spirito di abnegazione in modo molto poetico, senza facili effetti ma attraverso un percorso di intuizioni (molte riferite al passato della coppia) in cui il paesaggio (molto ben fotografato) fa da efficace contrappunto dei sentimenti. Ottima la prova di Julie Christie in un ruolo difficile.
L’opinione di giuan dal sito http://www.davinotti.com
La soave/adrenalinica bionda Ana de L’alba dei morti viventi esordisce in regia con un ragguardevole saggio di misura cinematografica, tale da proporsi come esempio a tutto tondo di quello che dovrebbe/potrebbe essere un film sentimentale. Lontano da ogni formalismo retorico, pervaso da un soffuso quanto sincero affetto per quel che racconta, la Polley mostra con dolcezza e rigorosa compassione una malattia dolorosa per l’anima ancor più che per il corpo. Di Julie Christie s’è detto tutto giustamente, ma quant’è complessa l’abnegazione di Murphy.
Arcana
Arcana è un non film.
Arcana è, come lascia presagire il titolo stesso,che suggerisce qualcosa di misterioso, inafferrabile, un viaggio metropolitano e al tempo steso un viaggio ancestrale alla ricerca dell’autentico spirito popolare dominato dalla superstizione, che può nascondersi tranquillamente all’interno di una famiglia proletaria, per usare un termine tanto caro al periodo storico in cui venne girato (il 1972) o all’interno di una famiglia medio borghese.
Un viaggio nell’anima, nei tabù,alle radici della cultura stessa.
Un viaggio disomogeneo ai massimi livelli, caotico e carico di simbolismi, ma non per questo meno affascinante.
E coraggioso.
Chiunque si avvicini oggi a questo film non potrà non restare impressionato dalla sua carica sperimentale e sognatrice, didascalica e ferocemente anti borghese, espressa con un linguaggio cinematografico raramente così efficace e coraggioso.
Giulio Questi, il regista del film, è alla sua terza ed ultima regia per il cinema:dopo il coraggioso e anticonvenzionale Se sei vivo spara,un western anomalo dentro il quale si riconosce facilmente una visione apocalittica di quello che era stato il mito del dopo guerra, la resistenza al fascismo e dopo La morte ha fatto l’uovo, durissima critica al consumismo del post boom economico Questi approda ad Arcana.

Che viene girato con pochissimi mezzi e con due lire; unico lusso del film la partecipazione di due attrici di ottimo livello come Lucia Bosè e Tina Aumont.
Per colmo di sventura Arcana venne stampato in pochissime copie che fecero una fugace apparizione nelle sale cinematografiche in quanto il produttore del film fallì, impedendo tra l’altro la circolazione dello stesso all’estero.
Si deve al CSC,il Centro di sperimentazione cinematografico l’operazione meritoria di aver riesumato la pellicola dagli archivi della Cineteca Nazionale, che per inciso possiede 80.000 pellicole, 600.000 fotografie e 50.000 manifesti e averne pubblicato la versione integrale, che però non è mai passata in tv.
Veniamo al film, la cui descrizione sinottica è semplicemente riduttiva e di difficile esplicazione.
La signora Tarantino e suo figlio provengono dalla Sicilia.

Lei è vedova e ben presto deve fare i conti con la borsa della spesa, per cui decide di mettere a frutto il suo talento che consiste nella conoscenza arcaica di riti magici che si mescolano a rituali superstiziosi, che ben presto attirano un gruppo eterogeneo di persone, fra le quali non è predominante la componente popolare, ma consta anche di un nutrito gruppo di borghesi.
La donna ha un rapporto ambiguo con suo figlio, ai limiti dell’incestuoso e d’altro canto anche il giovane nutre gli stessi sentimenti edipici per sua madre;il giovane capisce che l’arte magica della madre può servirgli e decide di impadronirsi dei segreti che a suo modo di vedere la madre custodisce gelosamente.
A sua insaputa il ragazzo possiede già delle conoscenze arcane e misteriose sulle forze “magiche” che vorrebbe strappare alla madre.
Ma sono conoscenze latenti e non dominate.
Dopo aver tentato di strappare alla madre gli oscuri segreti che la donna sembra manipolare con facilità, il giovane utilizza i suoi poteri estesi per creare un autentico caos nel quartiere:un asino vola sulla cima di un campanile, un villino che sembra magico strega una famiglia, dalla bocca della madre escono rospi vivi.E buon ultimo, uno stupro.Il giovane infatti conosce una cliente della madre, Marisaa, e la violenta mettendola di conseguenza incinta.
Il che provocherà un drammatico finale…

Arcana è un film sperimentale e come tale necessita di una buona dose di pazienza per essere visto compiutamente e sopratutto per assistere alla successione di immagini che ondeggiano e poi vagano tra l’onirico e il reale, immagini spesso criptiche nel loro simbolismo esasperato.
La celebre sequenza delle rane o rospi che siano ha palesi riferimenti ai miti della fertilità egizi o anche aztechi, vista la mitologia azteca sull’origine della vita mentre altre sequenze sono decisamente di più difficile interpretazione.
Di certo c’è da dire una cosa: oggi una pellicola coraggiosa e anticonformista come Arcana sarebbe assolutamente improponibile nel panorama cinematografico attuale, fatto di pellicole poco affascinanti, stereotipate nei loro paludamenti tra decine di cine panettoni natalizi o pasquali.
La cosa più triste è leggere alcuni commenti che circolano in rete, chiara dimostrazione di come il cinema venga interpretato da molti come evasione pura o come totale disimpegno, come se non ci fosse un’alternativa alle vacanze alle Bahamas o alle commediole nostalgiche che infarciscono e inflazionano gli schermi.
Il film di Questi è indubbiamente indigesto: tuttavia ha il coraggio e il pregio di rompere gli schemi, parlando apertamente delle ipocrisie che si nascondono nella classe medio borghese oppure nel rappresentare una realtà, oggi in larga parte svanita, di un meridione superstizioso ma ugualmente magico, legato a riti ancestrali che solo chi vive la realtà meridionale può oggi vagamente comprendere.

Basta farsi un viaggio in Lucania o in Calabria, in alcuni paesini e parlare con la gente più anziana per comprendere quello che Questi raccontava nel suo Arcana, un mondo ormai quasi completamente dissolto.
Arcana è bello, sofisticato e misterioso, a tratti incompleto e inconcludente,a tratti maestoso: vizi e difetti, pregi e perle si alternano senza soluzione di continuità nel film, lasciando però affascinato lo spettatore.
Non lascia assolutamente indifferenti.
Quanto meno fa discutere.
Il che è molto di più di quello che si poteva pretendere da un film costruito senza soldi, con pochi mezzi, ma con tante idee.A tratti confuse, ma vivaddio vitali.
Grandissima Lucia Bosè, nel film: l’attrice italiana diffonde una sensualità, un magnetismo che spiegano attraverso le belle immagini di Questi il suo rapporto problematico e al tempo stesso edipico con il figlio, interpretato da Maurizio Degli Esposti, un attore molto espressivo che è comparso in quattro film affascinanti come questo arcana, come Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, Una ragazza di nome Giulio e Simona, tutti film particolari e caratterizzati dall’anticonformismo più libertario e totale.

Un vero peccato che dopo Simona del 1974 sia assolutamente scomparso dagli schermi.
Molto brava anche Tina Aumont che nel film interpreta Marisa, la giovane donna a cui il figlio della Tarantino riserva uno stupro che avrà conseguenze drammatico.
Chiunque voglia vedere questo film troverà una versione purgata su You tube o in streaming, che è poi la stessa; tuttavia il mio consiglio è quello di vedere l’edizione completa, quella restaurata che in tv non è mai passata e che potrete trovare a questo indirizzo http://wipfiles.net/hpqmn2f3psxp.html
Per poter scaricare il file occorre una registrazione (fittizia) con un account libero;fatelo, perchè ne vale la pena.
Questa versione contiene circa 25 minuti addizionali presenti nella versione originale del film e inspiegabilmente tagliati in tv, oltre ad essere digitalmente perfetta.
Importante è per esempio la lunga sequenza notturna dell’incesto, suggerito e mai mostrato in maniera esplicita,tra la Tarantino e suo figlio oltre alla sequenza dello stupro, anche questa trattata con molta sobrietà e senza morbosita da Questi.
Arcana
Un film di Giulio Questi. Con Tina Aumont, Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti, Dario Viganò, Gianfranco Pozzi, Renato Paracchi Drammatico, durata 111′ min. – Italia 1972
Lucia Bosé: signora Tarantino
Maurizio Degli Esposti: il figlio
Tina Aumont: Marisa
Renato Paracchi: passante
Regia Giulio Questi
Sceneggiatura Franco Arcalli, Giulio Questi
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Romolo Grano, Berto Pisano
Scenografia Francesco De Stefano
Costumi Marilù Carteny
L’opinione del Morandini
Alla vigilia delle nozze, Marisa (T. Aumont) va a farsi predire l’avvenire da Maria delle Rose Tarantino (L. Bosé), cartomante lucana immigrata a Milano, il cui figlio, apprendista stregone, la violenta. Scritto dal regista con Kim Arcalli e prodotto a basso costo, è un film rituale ed eccentrico sul disordine metropolitano e i suoi misteri, difficile da catalogare e da decifrare perché conduce il suo discorso per linee interne con accostamenti e contrapposizioni di carattere poetico più che prosastico, in continua oscillazione tra antropologia e psicanalisi, normale e paranormale, realistico e fantastico, magia e rivolta sociale. Eastmancolor di Dario De Palma. Insolita colonna musicale di Romolo Grano e Berto Pisano con un ossessivo brano di violino che fa da Leitmotiv, trascrizione di un brano popolare macedone. Una memorabile Bosé.
L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it
Terzo e ultimo film di G. Questi per il cinema, Arcana indica già dal titolo la sua particolarità, il proprio carattere misterioso e bizzarro, fuori dagli schemi come d’altronde lo erano anche i film precedenti di Questi, tutte rivisitazioni originali, uniche e multiformi dei generi cui si riferivano. Se prima però si potevano “tranquillamente” riconoscere il western (Oro hondo – Se sei vivo spara) e il thriller (La morte ha fatto l’uovo), con Arcana è difficile, anzi impossibile, individuare una classificazione, sebbene si possa considerare con la solita espressione di B-Movie per la limitatezza dei mezzi, che però non impedisce l’espressione delle idee di Questi e del fido sceneggiatore e montatore Franco Arcalli.
Il soggetto prende in esame i riti di magia, le sedute spiritiche e la cartomanzia di una donna (L. Bosé, notevole) emigrata dal sud Italia nella periferia di Milano con il figlio (M. Degli Esposti), orfano di padre morto in miniera. La sua pensione però non basta per fare una vita agiata e quindi si cercano nuove e più consistenti entrate grazie alle potenzialità della magia e all’attrazione che essa ha sulla popolazione, di cui però sono ovviamente accettate più volentieri le persone dell’alta borghesia. Il figlio ha invece, a differenza della madre, veri poteri paranormali che a volte non vengono pienamente dominati e influiscono sia sul ragazzo stesso che sulle sue vittime, tra cui una ragazza, Marisa, in procinto di sposarsi (T. Aumont). Una figura, questa, che si intromette in un certo senso tra madre e figlio, così legati non solo professionalmente, ma anche da un rapporto edipico morboso, che però è trattato dal regista con grande tatto, suggerito in modo sinistro e inquieto, caratteristiche d’altra parte che dominano il film dall’inizio alla fine.
Il film ha quindi uno stile particolare, tra il surreale, l’onirico, il grottesco, sensazioni ambigue, di fascinazione malsana, una regia attenta alle inquadrature, ai punti di vista deformanti, agli ambienti angusti dei corridoi del palazzo, alle atmosfere cupe tanto nell’oscurità dell’appartamento durante le sedute collettive, quanto nei luminosi ma sinistri momenti all’aperto, nella periferia cittadina o in posti isolati della campagna, in cui si svolgono alcune delle scene più criptiche e simboliche, con l’accompagnamento di una musica popolare di violino dall’effetto quasi ipnotico. A queste, nella seconda parte, si alterna la sequenza in cui gli ospiti sono invasati e dalla bocca della Bosé saltano fuori alcune rane con effetti visivi davvero incisivi e affascinanti (complice il montaggio di Arcalli). Riferendosi infatti all’aborto di Marisa con pratiche magiche, la rana era la raffigurazione della dea egiziana Heket ma è anche il simbolo del dominio sulla stessa ragazza, secondo le sue potenzialità nella magia popolare, e ancora simbolo di eresia, secondo i Padri della Chiesa, per la loro vita condotta nel fango, oppure è un animale onirico espressamente femminile-materno (E. Aeppli; cfr. la Garzantina Simboli).
L’unico film, credo, a cui si potrebbe accostare è forse, per certe tematiche comuni, Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, ma al rovescio: là siamo in Lucania, qua a Milano, ma c’è sempre il rapporto tra magia e modernità, tra luce e ombra; là l’incontro tra estranei e popolazione locale di paese e contadina, qua invece la venuta di immigrati in una metropoli, nel bel mezzo di una borghesia che è però legata a superstizioni radicate e ad ambienti avvolti da strane incombenze e sensazioni; là siamo più sul versante thriller, horror e antropologico di un mondo che vive in se stesso, qua in una terra di nessuno in ogni senso, in cui volteggiano le efficaci musiche di Romolo Grano e Berto Pisano, a volte torbide e insinuanti, altre volte spensierate ma ambigue e contrastanti.
Difficile, imperfetto, ma affascinante e degno di rispetto. La casa produttrice fallì durante la stampa.
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Ex film rarissimo e maledetto del duo Questi-Arcalli che incappò nel fallimento della produzione mentre si stampavano le copie, sicché reperirlo nella verisione “director’s cut” è un impresa. La versione tagliata da tv locale invece ormai circola un po’ ovunque, però si sente male e si vede peggio, così che lo scaricatore possa trovarsi faccia a faccia con le brutture delle proprie azioni. E parlo per me. D’altra parte Arcana non è quel genere di film che si tesaurizza sullo scaffale, ma piuttosto è un esperimento di cinema libero che val la pena di guardare una volta per avere un quadro di quando si poteva pensare e realizzare produzioni senza pensare troppo alla leggi del mercato e del successo… correndo sull’orlo del fallimento. Leggo in giro, a proposito del lavoro di Questi, aggettivi del calibro di “imprescindibile”. Orbene, sarò meno weird di quanto alcuni possano pensare, ma tali aggettivi relativamente al cinema italiano li applicherei a pellicole quali Amarcord di Fellini, ad esempio. Le parole vanno usate con cautela perché portano con loro dei significati e i significati danno un senso all’esistenza:, dire che Arcana è un film “imprescindibile” significa fraintendere la storia del cinema. Imprescindibile sì, se però si sta parlando di Questi. E’ infatti interessante capire come il regista sia passato dalla rielaborazione pop dello spaghetti thriller di La Morte ha Fatto l’Uovo (1967) al surrealismo antiborghese di Arcana. In effetti Questi non ha fatto nessun particolare balzo estremo. Già nel film del 1967 si potevano leggere critiche verso la società borghese e rappresentazioni pesantemente influenzate dai lavori buñueliani, semplicemente in quel film si faceva uso di soluzioni visive tipiche della pop-art. In Arcana i temi, o meglio la forza critica, rimangono i medesimi, semplicemente cambia il modo di rappresentarli. La storia è quella di una famiglia di emigrati meridionali che viene in quel di Milano e tenta di sbarcare il lunario, cosa ancor più difficile visto che l’uomo di casa è morto. La soluzione è la magia, la truffa e la metafisica. Ne esce quindi un discorso relativo al fatto che alla base di una cultura moderna, razionalista e borghese vi siano fondamenta magiche, ignoranti e ritualistiche esattamente come secoli fa. Nulla è cambiato, tutto si basa su profonde contraddizioni. E ciò si manifesta soprattutto al limitare della metropoli, in quartieri desolati e degradati in cui futuro e passato mal si integrano. Il modo in cui Questi decide di indagare e rappresentare questo tema è assai peculiare: il suo quadro è dipinto per metà con toni crudi e realistici e per l’altra metà Questi non dimentica la lezione surrealista e visionaria, per cui la Bosé che fa uscire dalla bocca delle vere rane è solo la punta dell’iceberg. Il regista dimostra un disinteresse programmatico verso le normali regole della narrazione e piuttosto un interesse verso il simbolo e l’immagine come veri media del significato, cioé il cinema come viatico principale di significati e controsignificati, al di là dell’ortodossa coerenza narrativa (… e qui mi viene in mente Brega…”Ah Ruggé, ma come cazzo parli?”). Certo, Questi non ha la visionarietà di Jodorowsky e di sicuro non ha la capacità (i soldi?) di tramutare l’immagine mentale in un’immagine visiva a forte impatto; la visionarietà di Questi si perde troppo spesso in un accumulo di allogorie, metafore o immagini a sé stanti che straniano per straniare e rischiano di annoiare. La durata del film non giova. Tuttavia Arcana non è un’opera involontariamente weird o stranita, la sua è stranezza artistica programmatica, tanto più affascinate oggi che siamo inondati da cultura omogeneizzata e predigerita. La volotà di scuotere occhi e menti dello spettatore c’è, l’operazione è però compiuta su piccola scala e il fallimento produttivo in itinere sta lì a dimostrarlo. Arcana non è mai decollato e ancor oggi vola undergorund. Si vede che è il destino di queste cose. Per esoteristi del cinema di genere.
L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com
Insolito, visionario, possente questo Arcana. Questi è un Lynch ante-litteram che si diploma in surrealismo italiano. O un Elio Petri che si laurea in storia e critica del cinema horror. Ma le definizioni, per quanto ingegnose, non possono riprodurre lo straniamento provocato dal fascino tenebroso di una pellicola in cui si associano frustate di critica sociale (il padre morto in galleria) ed ombre sovrannaturali degne del mistery più conturbante. Non tutto verrà svelato, il puzzle non sarà ricomposto appieno, ma la visione è consigliatissima. Inquietantissimi fantasmi, Questi.
L’opinione di aal dal sito http://www.davinotti.com
Film introvabile e cult assoluto. La cartomante e vedova Lucia Bosè cerca di sbarcare il lunario predicendo il futuro. Il lunatico figlio (Maurizio Degli Esposti) però possiede davvero poteri soprannaturali e se ne serve impulsivamente per soggiogare le sue vittime, scatenare forze oscure, provocare fenomeni incontrollabili e isteria di massa. Un film surreale ed ammaliante, criptico e iquietante, bellissimo, da recuperare assolutamente.
L’opinione di Guy Picciotto dal sito http://www.filmscoop.it
Film culto, quasi introvabile, ma finalmente trovato , anche se tagliato di 20 minuti.
Ultimo film di Questi (che peccato!), Arcana mi conferma la libertà espressiva di un regista insofferente alle leggi del mercato e ai generi preconfezionati.
E un film profondamente anti-borghese, che sarebbe piaciuto a Giordano Bruno, magia nera e alchimia esistono e sono sempre esistiti in natura e nel cosmo, questo alle religioni monoteistiche non è mai piaciuto, poichè solo a pochi maestri e ai loro iniziati è dato possedere la vera conoscenza, questo è l’assunto bruniano, Questi deraglia sin dall’inizio, ed è orgasmo indolente:
momenti cult e scene di straniamento e scompaginamento dell’impianto tradizionale filmico ( e del miserevole tran tran quotidiano borghese).
Sedute spiritiche tetre e ombrose, personaggi irrequieti che oscillano quasi come in un quadro impressionista, cartomanzia e riti propiziatori singolari con fuoriuscite di numerose rane dalla bocca della maga terrona in trance.
E una visione apocalittica e di decadenza urbana , proprio a metà strada tra contesto cittadino cattolico e borghese e campagna satanica (la storia si snoda in un quartiere decentrato rispetto alla città Milano).
Un film che sotto sotto fa luce sul perché la cultura magico-esoterica sia sopravvissuta così tanto nella vita culturale meridionale e come questa si sia mossa accanto al razionalismo e relativismo etico da cui è nata la civiltà moderna borghese.
L’assassinio di Sister George
Sister George è un volto popolare della televisione: è un’infermiera bonaria e amorosa verso i suoi pazienti, a tal punto da essere uno dei personaggi più amati del serial tv in cui appare.
Ad interpretare il personaggio è June Buckridge, una donna ormai in la con gli anni, che al contrario del personaggio interpretato ha un carattere difficile.
E’ ormai un’alcolizzata, una donna nevrotica che ha anche una sessualità poco ortodossa; ha infatti come amante la bella Childie, una ragazza dal carattere docile e remissivo, che colleziona bambole e che vive con lei.
Le frustrazioni che la donna ha nella vita e in parte sullo schermo June le trasmette alla giovane amante, che subisce tutto forse per amore o forse perchè il legame simbiotico con June è ormai così forte da averne annullato la personalità.
June però inizia a rendersi conto che la produzione dello sceneggiato le riserva ruoli sempre più risicati, probabilmente perchè ha un carattere che ormai crea problemi e imbarazzi alla troupe, un po anche per quel suo essere scandalosamente, sessualmente lesbica.

I problemi di June si moltiplicano e quando la donna mette in palese imbarazzo due suore e di conseguenza lo staff della produzione, la vicenda personale di June degenera.
Mercy Croft,inviata dalla produzione, sembra essere interessata alla vicenda personale di June; è solo apparenza, perchè Mercy deve annunciare alla donna la decisione presa dalla produzione stessa, ovvero l’eliminazione del personaggio di Sister George dallo sceneggiato.
Non solo: Mercy tenta di sedurre, con successo, la debole Childie.
Il personaggio di george muore definitivamente e per June si prospetta un fturo desolante, prestare la propria voce al doppiaggio di Clarabella, la mucca personaggio della Disney.
Cattivo, pessimista e al tempo stesso spietato atto d’accusa dei meccanismi della tv,L’assassinio di Sister George (The killing of Sister George) è un film diretto nel 1968 da Robert Aldrich, l’anno dopo il bellico Quella sporca dozzina che lo aveva portato a sbancare i botteghini.

L’assassinio di Sister George gioca le sue carte su un doppio binario, legandosi alla figura di Sister George a doppio filo: il primo è uno sguardo impietoso alle regole della tv, al mondo ipocrita e spietato che si muove dietro le quinte della sorella minore del cinema senza per questo distaccarsi dalle meschinità e dalle invidie che si nascondono dietro la patina di rispettabilità del mondo della celluloide.
L’altro è legato indissolubilmente alla sessualità della protagonista, esplicitamente lesbica in un periodo storico, quello della fine degli anni sessanta nel quale l’omosessualità era ancora un tabù invincibile.
Aldrich caratterizza, volutamente, in maniera eccessiva il personaggio di June:iraconda, alcolizzata, instabile, la donna appare però viva e vitale, pur in tutte le sue debolezze, in aperto e netto distacco con gli altri personaggi, tutti mossi da sentimenti meschini.
L’establishment è quello, immutabile e immutato, tutti sono apparentemente posati e privi di emozioni pulsanti, tutti indistintamente agiscono in base al proprio tornaconto.

Mercy e Childie, le due protagoniste principali dietro l’irascibile George-June sono mosse da diverse pulsioni: Mercy deve apparentemente recuperare alla produzione il personaggio dell’infermiera tranquilla e rassicurante di George, ma in realtà persegue uno scopo preciso, ovvero la seduzione di Childie.
Che è a sua volta personaggio fragile e privo di identità precisa.
La ragazza alla fine infatti segue la sua nuova amante docilmente, abbandonando quella June che ormai non è più un personaggio di primo piano e che inoltre appare ormai alla deriva, preda dei suoi vizi e delle sue debolezze.
E’ un raffronto impossibile, quello che fa Aldrich: così ricorre a mezzi scorretti e sleali.delineando in bianco e nero le figure dei protagonisti.
Non ci sono buoni, ci sono i cattivi che però sono mimetizzati e celati dietro un manto di rispettabilità, di perbenismo che ce li rende ancor più odiosi.
E’ questo il vero volto dello spettacolo?
Probabilmente si.
Per chi non è addentro alle cose dello show business si tratta solo di prendere o lasciare, accettare la descrizione al vetriolo di Aldrich o al massimo gustarsi il film e accantonarlo pensando alle solite esagerazioni.
Ma il sasso nello stagno Aldrich lo lancia e si può dire che colga nel segno.
Per quanto riguarda il cast, i personaggi più importanti sono esclusivamente femminili e quelli maschili sono essenzialmente di contorno:spazio quindi a tre figure (June Buckridge,Mercy Croft e Childie) perfettamente delineati, in ombre e sfumature.

Beryl Reid è grandissima nel ruolo di June, donna tormentata, eccessiva ma al tempo stesso vera,reale.
Coral Browne è Mercy Croft viscida quanto serve, donna aggressiva sessualmente, che vuole Childie e la ottiene.
Susannah York è Childie fragile,infantile e sottomessa a June, ma al omento buono la tradisce anche lei.
Tre donne, tre profili completamente diversi: la più collerica però alla fine è anche quella che è più vicina ad un doloroso reale, un’esistenza problematica ma viva.
Bel film davvero, questo L’assassinio di Sister George.
Ed è un vero peccato che sia assolutamente introvabile in una versione decente in italiano.
L’assassinio di Sister George
Un film di Robert Aldrich. Con Susannah York, Beryl Reid, Coral Browne, Patricia Medina Titolo originale The Killing of Sister George. Drammatico, durata 138′ min. – USA 1968.
Beryl Reid: June ‘George’ Buckridge
Susannah York: Alice ‘Childie’ McNaught
Coral Browne: Mercy Croft
Ronald Fraser: Leo Lockhart
Patricia Medina: Betty Thaxter
Hugh Paddick: Freddie
Regia Robert Aldrich
Soggetto Frank Marcus
Sceneggiatura Lukas Heller
Produttore Robert Aldrich
Walter Blake (associato)
Casa di produzione Palomar Pictures / Associates & Aldrich Company
Fotografia Joseph F. Biroc
Montaggio Michael Luciano
Musiche Gerald Fried
Scenografia William Glasgow,John Brown
Costumi Renié Marie Osborne
L’opinione di Bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Pur essendo avvezzo allo stile disturbante di Aldrich devo ammettere che questo film mi ha impressionato per la sua cattiveria e sgradevolezza.A me piace definirlo un noir dei sentimenti in cui il vero assassinio non è quello di una figurina televisiva edulcorata per ragioni di audience.Il vero assassinio è quello della persona disturbata e insicura che c’è dietro la Sister George del titolo.In realtà Aldrich parla di omosessualità al femminile senza metafore e lo fa usando il marciume del mondo televisivo come sfondo di una generale ridefinizione di valori.Non importa chi sia omosessuale o chi non lo sia,ma la lente di Aldrich ci inquadra un mondo alla deriva e non è certo per colpa di una coppia di lesbiche.In questo film emerge prepotente la figura della protagonista,che si fa chiamare George anche in privato:una donna un po’in là con gli anni e col vizio di alzare il gomito,gelosa all’eccesso di Childie la sua compagna che più che altro sembra solo sua succube.Il suo mondo crolla quando il suo personaggio è fatto morire per esigenza di scena:la sua psiche ne è sconvolta fatalmente,la sua reazione è scomposta,l’unico lavoro che le viene proposto è quello di fare la voce di un animale in una serie televsiva per bambini e da qui,dopo l’assassinio di Sister George,c’è il collasso totale.Lei che si dimostra l’unica persona vera in un universo dominato da comparse ipocrite e da figurine di cartone finalmente si accorge di aver vissuto per vari anni in un’imitazione di mondo in cui tutto è illusorio,anche la bara utilizzata per il funerale di Sister George.Ma quel poco di concreto che c’è in quell’ambiente(la potente Mercy Croft),le sottrae l’intimità domestica,le sottrae Childie,probabilmente l’unica ragione di proseguire dopo la morte televisiva di Sister George.Morte che arriva per il comportamento non adamantino dell’attrice ma soprattutto per il suo essere lesbica senza alcun bisogno di nascondere la propria sessualità.E per questo viene punita.Aldrich ci regala un ritratto impietoso del glamourama televisivo,culla di immoralità e di sotterfugi.Ma l’unica che viene punita per quello che è e non per come appare è George,l’unica persona vera in un mausoleo di statue di cera.Eccellente la prova di Beryl Reid attrice a me praticamente sconosciuta ma che si produce in una performance entusiasmante.
L’opinione di Maria Silvia Avanzato dal sito http://www.orizzontidigloria.com
(…) Questo è un film di ribaltamento e asfissia. Da un lato c’è la protagonista con i suoi eccessi e l’incapacità di nascondersi, con la scomoda e dichiarata omosessualità, con il sadico ma commovente legame verso una ragazza tanto più giovane. Dall’altro c’è la scintillante indoratura della Tv, dove ognuno colloca in ombra le proprie perversioni, risultando lineare e rispettabile nella vita di tutti i giorni. Gli affetti di June sono sassolini colorati destinati a scivolarle fra le dita: ama una giovane bambola assai meno svampita di quanto sembri, non ha amici eccettuata la prostituta della porta accanto. Tutti, intorno a June, vogliono uccidere Sister George e June stessa, punendola per la sua sfrontata spontaneità, per i suoi vizi, per le sue scelte alla luce del sole. La BBC è il grande maestro di cerimonia, che insabbia colpe e ridimensiona carriere con una netta cesura di forbice, da un giorno all’altro.
C’è poi una sfavillante panoramica sul Gateways Club (locale gay dell’epoca ripreso nella sua realtà, scelta che diede luogo a sfrenate polemiche), sui bar sempre aperti dove è facile trovare quel rinfrancante whisky della sera, sulla televisione come rifugio ultimo per le vecchie glorie del teatro. La sessualità emerge in questo film con un crudo contorno di dettagli, senza mezze misure.
June è rancorosa e maldestra, ribelle, lesbica e incapace di edulcorare la sua natura: per questo viene ingiustamente punita e diventa la trottola senza riposo che vaga sul set della falsità e della finzione altrui.
Dove vanno a morire le stelle?
Per Robert Aldrich, muoiono là dove gli altri decidono di dimenticarle.(…)
L’opinione di Lospaccone dal sito http://www.filmscoop.it
Aldrich già in altri film (“Baby Jane” e “Dolce Carlotta”) aveva dimostrato il suo interesse per storie che esplorassero le zone più oscure dell’universo femminile. In questo caso si spinge ancora oltre portando sul grande schermo un dramma che intreccia il tema dell’omosessualità femminile ad una satira degli ambienti televisivi. E lo fa in un modo terribilmente reale e crudo, brutale per certi versi, non risparmiando momenti di morbosità sorprendenti se si considera l’anno in cui il film uscì. La protagonista è una signora ormai avanti con gli anni che, a dispetto del personaggio gentile e misurato (una suora) che interpreta in una serie tv di successo, nella vita reale è una persona sgradevole, sguaiata, che non evita di spiattellare in faccia a tutti la sua condizione di lesbica alcolizzata. Questo non gli viene perdonato dal mondo in cui lavora (quello televisivo) il quale pur nutrendosi della finzione della recitazione e dello spettacolo, esige, per motivi etici o professionali, il conformismo dei comportamenti e delle idee. L’assassinio di Sister George va interpretato metaforicamente come l’emarginazione di chi osa non nascondere una condizione personale non accettata collettivamente. Gli ultimi minuti del film sono secondo me i migliori.
L’opinione del Morandini
Sister George è un personaggio d’infermiera che un’attrice di mezza età, abbrutita dall’alcol e lesbica, interpreta da anni in un serial TV della BBC, ma i dirigenti pensano di “eliminarlo”: l’assassinio è metaforico. Forse il film più sgradevole di Aldrich, un’altra impietosa variazione sul mondo dello spettacolo, rappresentato come una realtà corrotta e squallida, con risvolti espliciti nella patetica e grottesca descrizione dei rapporti tra B. Reid e S. York, sua succuba. “Mai rivolta contro l’establishment era stata più angosciosa e impotente, sterile nella sua inerzia” (C. Salizzato). Un finale tremendo nella sua regressione allo stato animale. Girato in Inghilterra.
Prostituzione
Un quartiere periferico immerso nell’oscurità.
Una sera come tante, nei vialetti che circondano una strada di periferia, sotto i cui lampioni come ogni sera si consuma il triste rito dell’amore a pagamento.
Una ragazza, Giselle, adesca un giovane e consuma un frettoloso rapporto sotto un albero, mentre un maturo guardone assiste soddisfatto tra i cespugli.
Ritroviamo Giselle stesa nuda su un tavolo operatorio:la ragazza è morta, uccisa da un misterioso assassino.
E’ il commissario Macaluso ad essere incaricato delle indagini.

L’uomo deve muoversi nello squallido sottobosco in cui si muovono le esistenze delle prostitute, che si chiamano Benedetta,Primavera,Immacolata:nomi in netto contrasto con le loro esistenze di professioniste dell’amore.
Giselle era una di loro, ma marginalmente:la ragazza infatti era fuori dal giro delle prostitute da strada,lei era una studentessa universitaria, che si prostituiva con uomini facoltosi.
Mentre Macaluso inizia a muoversi in quel mondo sordido, brancolando alla cieca anche per il muro di omertà che sembra circondare la vicenda, si intrecciano le storie delle varie protagoniste, come quella di Benedetta, che una sera viene brutalizzata da un gruppo di giovani e che viene selvaggiamente vendicata dall’organizzazione a cui lei appartiene, o come quella di Primavera, una prostituta avanti negli anni che ha una relazione con il giovane pappone Antonio.
Proprio quest’ultimo la tradisce incapricciandosi della di lei figlia Daniela, con la quale scappa.

Nel frattempo Macaluso porta avanti le sue indagini e sarà il guardone che spiava Giselle a mettere il funzionario di polizia sulla strada giusta…
Prostituzione è un thriller-poliziesco girato nel 1974 da Rino Di Silvestro, regista romano scomparso cinque anni addietro all’età di 77 anni;Di Silvestro, che nel corso della sua carriera ha diretto solo 8 pellicole,fra le quali La lupa mannara e Hanna D.la ragazza del Vondel park aveva diretto l’anno precedente un discreto Wip, quel Diario segreto da un carcere femminile accolto da un lusinghiero successo di pubblico.
dalla vita delle recluse di un carcere, fra soprusi e violenze morali, Di Silvestro passa all’ esterno, raccontando a modo suo una storia squallida di prostituzione, mostrando le vite di un gruppetto di belle di notte alle prese con il loro degradante lavoro.

Il film è essenzialmente un poliziesco con venature thriller, alle quali il regista romano aggiunge un’ambientazione sordida ben ricostruita e qualche piccola denuncia del mondo degradato moralmente in cui le vittime del mestiere più antico del mondo vivono.
Lo fa senza forzare eccessivamente l’aspetto morale della cosa, limitandosi a intrecciare storie che potrebbero essere quelle di qualsiasi donna che viva l’esperienza della prostituzione con un cannovaccio strettamente giallistico, con tanto di omicidio e sorpresa finale sull’identità del misterioso assassino.
Il film è caratterizzato da una buona scorrevolezza e da un andamento dark, visto anche il mondo in cui si muove; qualche scena erotica, parecchi nudi ma se vogliamo funzionali a quanto raccontato.
Grazie ad un cast di comprimari e a qualche attore di primo livello De Silvestro filma un’opera non dozzinale, che in qualche modo emerge dalla montagna di film erotici prodotti tra il 1971 e il 1976; questo Prostituzione, ripreso all’estero con i titoli di Red city lights,Love Angels,Street Angels e Sex slayer è opera dignitosa e di discreta fattura.
Grazie anche a Aldo Giuffrè, che interpreta il misurato commissario Macaluso, alla bravissima Maria Fiore, che riveste i panni della matura Primavera e a Orchidea De Santis, splendida come sempre nelle vesti della prostituta Benedetta, la ragazza violentata e vendicata dall’organizzazione a cui appartiene.

Accanto a loro ci sono anche altri ottimi comprimari, che segnalo sopratutto per l’alto grado di professionalità mostrata:Lucretia Love,Umberto Raho, Magda Konopka,Krista Nell,Andrea Scotti e Gabriella Lepori, Luciano Rossi e Liana Trouche oltre a Elio Zamuto, conferiscono un’aria di professionalità ad un film che rischiava di passare come l’ennesimo prodotto di serie B del sotto cinema italiano.
Così non è per fortuna.
Il film purtroppo è molto raro e non esiste almeno a quanto ne so in edizione digitale italiana, anche se qualche anno addietro è stato trasmesso dalla scomparsa Odeon tv; su You tube c’è un mediocre riversaggio da VHS in lingua inglese, chiunque voglia cimentarsi con l’ardua comprensione dei dialoghi potrà farlo seguendo questo link: http://www.youtube.com/watch?v=otNojdFxkg8
Prostituzione
Un film di Rino De Silvestro, con Orchidea De Santis,Aldo Giuffrè,Maria Fiore,Lucretia Love,Umberto Raho, Magda Konopka,Krista Nell,Andrea Scotti,Gabriella Lepori, Luciano Rossi Liana Trouche,Elio Zamuto Italia 1974 Drammatico Durata 105 minuti
Aldo Giuffrè: Ispettore Macaluso
Maria Fiore: Primavera
Elio Zamuto: Michele Esposito
Krista Nell: Immacolata Mussomecci
Orchidea de Santis: Benedetta
Magda Konopka: Signora North
Andrea Scotti: Il poliziotto Variale
Paolo Giusti: Antonio
Gabriella Lepori: Giselle Rossi
Luciano Rossi: Faustino
Genere drammatico, commedia
Regia Rino Di Silvestro
Sceneggiatura Rino Di Silvestro
Produttore Giuliano Anellucci
Casa di produzione Angry Film
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Angelo Curi
L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Si parla ovviamente dell’argomento del titolo, tra un’ovvia citazione di Mamma Roma e qualche scena comica davvero evitabile. Finché il film resta sul registro giallo/drammatico non dispiace, comunque: ci sono delle belle musiche, la buona prova di Maria Fiore ed un ottimo finale, quello davvero riuscito. Insomma una pellicola che va un po’ troppo a corrente alternata, ma curiosa ed in definitiva che vale la pena di vedere.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Che lo si voglia o meno è un bel film in quanto, omicidio a parte, per una volta ci si cala nel mondo della prostituzione senza sfregi, vetriolo, lupara bianca o dentature spaccate a pugni. In particolare la figura di Primavera, magnificamente interpretata da Maria Fiore, dà una connotazione più umana ad una figura spesso ingiustamente vilipesa. D’altronde se c’è una persona che da quando esiste il mondo è sempre stata in prima linea e ha sempre pagato sulla propria pelle e senza sconti tutto il peggio, quella è la meretrice… Bravo pure Giuffrè.









































































































































































































































































































































