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L’amour violè

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E’ una vita tranquilla, quella di Nicole Seret.
Ha un lavoro che ama, un fidanzato premuroso, una famiglia, degli amici.
Una vita fatta di piccole cose, una esistenza mescolata a quella di tantissime altre persone in un paese della Francia.
Tutto però cambia, drammaticamente, una sera che Nicole rientra a casa dal lavoro sul suo inseparabile motorino; viene affiancata da un furgone con a bordo quattro balordi, che la seguono e la affiancano, costringendola quindi a fermarsi.
Le intenzioni dei quattro sono evidenti,da subito.
Difatti Nicole viene stuprata brutalmente dal branco e lasciata come una povera cosa, ferita nel corpo e sopratutto umiliata moralmente.
Ci vuole tempo per guarire e Nicole, poco alla volta, si ristabilisce almeno fisicamente.
Ma la terribile, devastante esperienza le ha condizionato ormai la vita e il ricordo di quella sera non la abbandona mai.

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E torna, implacabile, quando un giorno Nicole si ritrova faccia a faccia con il suo principale violentatore, l’uomo che l’ha stuprata brutalmente per primo:è un meccanico di nome Berthot, sposato e padre di due figli, un teppista dalla vita comune e proprio per questo ancor più ributtante.
Nicole decide che quell’uomo e i suoi complici vadano puniti, non solo per ciò che ha subito lei, ma anche per evitare che possano riprendere impunemente la loro attività squallida e criminale.
Consigliata da Catherine, una sua amica, Nicole lo denuncia.
E’ un atto coraggioso, ma carico di problematiche legate alla concezione arcaica del sesso, del ruolo della donna e perchè no, dello stupro stesso nella piccola comunità in cui Nicole vive.
Contro di lei, apertamente, si schiera sua madre, che non vuole pubblicità negativa sulla sua famiglia e sopratutto l’amato Jacques, il fidanzato, che vorrebbe evitare pubblicità sul fatto temendo l’impatto negativo dello stupro su se stesso.

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Ha paura di apparire un cornuto, detto brutalmente.
La sua è una concezione della donna legata agli stereotipi arcaici che regolano la vita della comunità;la donna è palesemente in un ruolo subalterno, deve essere madre e sposa.
Poco conta che lo stupro abbia messo in ginocchio l’animo di quella donna che evidentemente non ama abbastanza da seguire in una crociata contro l’omertà che sembra calare sul drammatico stupro.
Così Nicole si ritrova a combattere una battaglia che sembra persa in partenza, sopratutto quando, dopo la denuncia i famigliari degli stupratori tentano in tutti i modi di persuaderla a ritirare la denuncia, usando mezzi meschini come il denaro in cambio del silenzio o usando l’arma sottile e vigliacca della compassione e della pietà.
Non vogliono turbare gli equilibri delle proprie famiglie, le persone coinvolte nel fatto, genitori e mogli che siano.
Ma Nicole prosegue la sua battaglia, in suo nome ma anche in nome delle vittime della violenza sessuale.
La sua battaglia contro i pregiudizi, contro la falsa morale va avanti e si concluderà con un processo verso i violentatori…

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Non c’è compiacimento verso l’effettistica o lo scandalismo fine a se stesso, in L’amour violè, di Yannick Bellon, c’è solo la drammatica e desolante rappresentazione di un atto di violenza, lo stupro, esecrabile e potenzialmente devastante per le sue vittime.
Siamo nel 1978, nel film, anno in cui fu girato ma potremmo essere a stamattina. O purtroppo anche a domani.
Se alcune cose sono cambiate e lo stupro oggi è perseguito con ben altra severità e sopratutto non ha più lo stesso diffuso sistema omertoso ad avvolgerlo occorre dar atto a mutate sensibilità verso il tema.
Non si è certo debellato il fenomeno, ma quanto meno oggi una donna può ragionevolmente pensare di essere maggiormente tutelata dalle leggi.
Tornando alla pellicola, Bellon racconta con piglio asciutto e senza compiacimenti eccessivi, senza morbosità inutili il dramma di Nicole, una ragazza qualsiasi immersa in un’atmosfera paesana qualsiasi.
E’ la Francia, siamo nei dintorni di Grenoble ma potremmo essere nelle campagne italiane, in quelle inglesi o quelle tedesche.

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La sequenza dello stupro è di forte impatto:girata in notturna, al buio,quasi a voler sottolineare il buio della ragione che avvolge le menti dei sequestratori, L’amour violè racconta il calvario di una donna che da quel momento in poi, da quello stupro selvaggio e animalesco, cercherà di allontanare da se i fantasmi della spaventosa tragedia subita.
Inutilmente, perchè la mente la riporterà sempre a quei momenti.
Si guarisce nel fisico, e Nicole guarisce: ma probabilmente non si guarisce mai nell’animo.
Yannick Bellon dirige con grande equilibrio un film che pone al centro della storia la triste vicenda di Nicole, senza però andare troppo in la con la commiserazione così come riesce ad evitare la trappola del sensazionalismo o semplicemente quella della sovra esposizione della storia di Nicole.
La vicenda è raccontata con sobrietà e si avvale della intensa interpretazione di Nathalie Nell, l’attrice parigina che all’epoca delle riprese aveva alle spalle qualche buona interpretazione in film come La meravigliosa amante di Adolphe, L’amore di Nathalie e sopratutto Morire d’amore di André Cayatte.
Nel cast c’è anche un giovanissimo Daniel Auteuil.
Un film bello e a tratti crudele, una drammatica raffigurazione di una tematica sempre attuale, oggi come nel 1978.
Il film è di difficilissima reperibilità mentre c’ è una discreta riduzione in divx su You tube, ma in lingua francese http://www.youtube.com/watch?v=PnIABNEkw5E

L’Amour violé
Un film di Yannick Bellon. Con Pierre Arditi, Nathalie Nell, Alain Fourès, Michéle Simonnet, Daniel Auteuil Drammatico, durata 113′ min. – Francia 1977

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Nathalie Nell … Nicole
Alain Fourès … Jacques
Michèle Simonnet … Catherine
Pierre Arditi … Julien
Daniel Auteuil … Daniel
Bernard Granger … Patrick
Alain Marcel … Jean-Louis
Gilles Tamiz … René
Tatiana Moukhine … La madre di Nicole
Lucienne Hamon … Il giudice
Guylène Péan … L’avvocato
Marianne Epin … La donna di Patrick
François Lalande … Un ammalato
Marco Perrin … Il padre di Jean-Louis
Andrée Damant … La madre di Jean-Louis

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Regia:Yannick Bellon
Soggetto:Yannick Bellon
Sceneggiatura:Yannick Bellon
Montaggio:Jeannine See
Fotografia:Georges Barsky
Musiche:Abraham Sedefian
Produzione:EQUINOXE DRAGON MK2
Distribuzione:CIDIF CAD (1979)

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L’opinione del Morandini
Una sera, nei dintorni di Grenoble, Nicole è aggredita e violentata da quattro giovanotti di buona famiglia. Con l’aiuto di un’amica passa dalla vergogna e dall’illusoria speranza dell’oblio alla denuncia degli stupratori. 4° film della bretone Y. Bellon, su un tema già affrontato con La femme de Jean, che allarga il discorso alla violenza di una società, fondata su valori maschilisti. Film didattico dove la finezza dell’analisi psicologica e una puntigliosa chiarezza informativa prevalgono sulla pedanteria della tesi. Ammirevole la sequenza dello stupro, senza perifrasi pietose, ma anche senza compiacimenti morbosi.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Crudo e violento nella prima fase, a tal punto da chiedersene il senso (non si rappresenta una violenza con la violenza), diventa riflessivo con il prosieguo della visione tra mille analisi e considerazioni. Femminista, metodico con una protagonista che non riesce mai a guarire fino in fondo (e questo è plausibile), quindi realistico, ma estremizzato anche nei dialoghi. Un film di denuncia per un amore violato, per una vita che non sarà mai più la stessa. Impegnato anche civilmente e in grado di scuotere dentro. Niente sarà più come prima?

L’opinione di Lucky78 dal sito http://www.davinotti.com
Film drammatico, interamente incentrato sulla riflessione di una donna violentata che tra mille difficoltà trova il coraggio di denunciare i suoi aggressori. Realistico e delicato, a tratti anche poetico, riesce invece ad essere incredibilmente cruento nella scena dello stupro, girata in modo talmente veritiero da destare notevole impressione. Molto brava ed affascinante l’attrice protagonista, Nathalie Nell, che riesce a dare al suo personaggio dei toni mai eccessivi ma al tempo stesso drammatici.

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gennaio 17, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Il compromesso

Il compromesso locandina 9

E’ un uomo che ha tutto, Eddie Anderson.
Un uomo che è ora su un letto d’ospedale, ferito in maniera gravissima.
Che ora deve fare i conti con l’immobilità forzata e con pensieri che lo riportano a molti anni addietro, quando aveva anche un altro cognome; figlio di un commerciante greco, sembrava destinato a proseguire il lavoro di suo padre, a raccogliere fatalmente l’eredità paterna.
Invece è diventato un ottimo agente pubblicitario, che ha una splendida casa, una bella moglie e anche un’amante.
Ma basta questo a rendere felice un uomo?
In realtà no, e Eddie posto davanti allo specchio del passato, sembra rivisitare una vita che è stata vissuta fino al momento dell’incidente all’insegna del compromesso quotidiano.
Così i pezzi del puzzle della vita di Eddie si incastrano l’uno con l’altro; vediamo la sua storia con Gwen la donna che ha amato e che lo ha lasciato e che gli rimprovera quel passato in cui Eddie non ha avuto ne la voglia ne la capacità di seguire i suoi desideri, accontentandosi di vivere sotto narcosi un’esistenza dorata.

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E’ bella e intelligente, Gwen, così come bella e intelligente, oltre che innamoratissima è Florence, sua moglie.
Eddie fino all’incidente si è barcamenato tra l’una e l’altra, tra la freschezza dell’amore con Gwen e l’abitudine della sua vita coniugale con Florence.
Ora però è tempo di scegliere, di cambiare, affrontare la propria vita in modo diverso.
Ma se le intenzioni ci sono, il difficile è affrontare la realtà.
Uscito dall’ospedale, Eddie si licenzia, marcando il primo tentativo di riappropriarsi di una vita che non sente sua; più facile in teoria, quasi impossibile nella pratica, perchè le abitudini, l’educazione e i sentimenti non rispondono a comando.
Così Eddie si ritrova con la moglie Florence che non intende perderlo e che accetta anche la sua relazione con Gwen, di cui Eddie le ha parlato..
Ma l’uomo non vorrebbe più vivere l’esistenza anonima che ha condotto fino ad allora e si ritrova a dover gestire un presente che non può prescindere dal nuovo punto fermo che è rappresentato da Gwen.

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La cerca, la trova; e nulla fa la scoperta che Gwen ha avuto un figlio con chi sa chi, che attualmente vive con un uomo che sopporta la vita sregolata della donna solo per amore.
Cosa che vorrebbe fare anche Eddie,ormai deciso a proseguire il cammino sulla strada che ha intrapreso.
Ma come riuscire a liberarsi della ingombrante presenza di suo padre?
Come fare a rinunciare ad una donna come Florence, che rappresenta la stabilità dei sentimenti, della vita coniugale?
Qual’è la strada giusta da seguire, l’irrazionale vita con Gwen o quella tutto sommato quieta che ha vissuto fino ad oggi?
Tratto dal romanzo omonimo di Elia Kazan, assolutamente autobiografico, Il compromesso è un film difficile, complesso e bello, in precario ma fantastico equilibrio fra l’indagine psicologica/psicoanalitica e il dramma, con momenti che virano rapidamente dalla pellicola tout court alla piece teatrale.
Un equilibrio che sembra quasi impossibile da reggere, visti i tempi diversi delle due cose.

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Eppure Elia Kazan riesce, in modo quasi miracoloso, a barcamenarsi su una sceneggiatura molto complessa; la storia del manager di mezza età, ormai in profonda crisi esistenziale e in preda ai dilemmi su quello che è stato il suo vivere e sul futuro, funziona perchè la rappresentazione visiva dell’autobiografia della propria vita è sofferta e vera.
Kazan imprime al film una profondità di sentimenti e un tratteggio delicato delle figure che non può non affascinare lo spettatore, che vive in simultanea lo scorrere della vita di Eddie quasi fosse lui stesso il protagonista.
Certo, questo aspetto può essere marginale, non essendo lo spettatore medio una persona in fondo fortunata come Eddie; cosa manca all’uomo di successo, al manager per essere felice?
Ha tutto quello che un uomo può desiderare, casa, moglie ed amante connessa, è un uomo di successo…
Eppure quelli che sono i totem della civiltà moderna non possono guarire a volte i mali dell’animo.
E Eddie non è una persona felice.
Vive un illusione, fino al momento dell’incidente, che scompone in frammenti la sua vita, costringendolo a riconsiderare tutto quello che ha fatto e costruito.
Così lo spettatore è costretto a fare lo stesso, identificandosi non tanto nello status sociale del protagonista quanto osservando la propria vita quotidiana, in continua oscillazione tra quello che vorrebbe e quello che invece è costretto a fare.
Una serie di compromessi.

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E il compromesso, il titolo del film esprime sinteticamente la vita di ognuno di noi.
Eddie quindi diventa una figura universalmente riconoscibile, quella di un’umanità dolente costretta ad accettare le cose spesso senza la voglia o maggiormente la possibilità, di dare una sterzata alla propria esistenza.
Il protagonista del film lo fa, ma pagando un duro prezzo.
Il compromesso a quel punto non è soltanto l’accettare il quotidiano, ma accettare anche che gli altri vivano la loro vita e doversi adeguare alle scelte proprio degli altri.
C’è fuga quindi dal compromesso?
No, decisamente.
Il merito di Kazan è quello di aver suggerito, piuttosto che imposta, la soluzione finale dell’enigma.
I compromessi fanno parte integrale della nostra vita, prendere o lasciare.
Se il film, che ha grandi meriti, ha un limite è l’eccessivo spazio dato alla parte sentimentale della questione; tuttavia i sentimenti stessi sono parte integrante e preponderante dell’esistenza e in due ore di rappresentazione drammatica era praticamente impossibile dire altro.
Così Kazan crea un film quasi crepuscolare e poichè è un grande regista sa scegliere gli attori; così scrittura due mostri sacri di Hollywood come Kirk Douglas e Deborah Kerr rispettivamente nei ruoli dei coniugi Eddie e Florence,una giovane talentuosa destinata ad una grande carriera come Faye Dunaway per il ruolo di Gwen e Richard Boone per quello di Sam Arness.

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In questo modo il film diventa praticamente perfetto, con recitazioni drammatiche da applausi.
Un film con alcune pecche, ovviamente, ma dal grande fascino, che purtroppo non viene replicato in tv da tempo così come è introvabile in rete in una buona versione.
Il compromesso
Un film di Elia Kazan. Con Deborah Kerr, Faye Dunaway, Kirk Douglas, Hume Cronyn, Richard Boone Titolo originale The Arrangement. Drammatico, durata 127′ min. – USA 1969

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Kirk Douglas: Eddie Anderson
Faye Dunaway: Gwen
Deborah Kerr: Florence Anderson
Richard Boone: Sam
Hume Cronyn: Arthur
Michael Higgins: Michael
Carol Eve Rossen: Gloria (accreditata come Carol Rossen)
William Hansen: dottor Weeks
Harold Gould: dottor Leibman
Michael Murphy: padre Draddy
John Randolph Jones: Charles
Anne Hegira: Thomna
Charles Drake: Finnegan
E.J. André: Zio Joe
Philip Bourneuf: giudice Morris
Dianne Hull: Ellen
Ann Doran: infermiera Costello

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Regia Elia Kazan
Soggetto Elia Kazan
Sceneggiatura Elia Kazan
Produttore Elia Kazan
Casa di produzione Athena Productions
Elia Kazan (romanzo “The Arrangement”)

Fotografia Robert Surtees
Montaggio Stefan Arnsten
Musiche David Amram
Scenografia Gene Callahan
Costumi Theadora Van Runkle

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L’opinione di Cotola, dal sito http://www.davinotti.com
Diseguale sì, ma sicuramente anche coraggioso ed a tratti davvero bello ed interessante. Conferma che Kazan è un gran regista che cercava strade nuove, lontane dalle mode hollywoodiane e che dirigeva divinamente gli attori, qui tutti di grande bravura, con una Faye Dunaway che sprizza bellezza e sensualità da ogni poro dell’epidermide, pur spogliandosi pochissimo. Particolare e di difficile analisi, tanto da essere il classico film che merita sempre una seconda occasione ed almeno una seconda visione.
L’opinione di saintgifts dal sito http://www.davinotti.com
Quanti uomini ci sono in un uomo? Per la donna è diverso, lei sa chi è e cosa vuole. Di chi è la colpa? Della famiglia, della società, degli istinti difficili da dominare? Che peso ha il denaro nella vita della gente? Il massimo peso. Un uomo si costruisce la sua stessa prigione e non riesce più ad uscirne, se non entrando in un’altra prigione. Un uomo diverso in mezzo a tanta “normalità”, che vuole essere solo se stesso. Diversi registri nello stesso film, cambi di tono, momenti migliori, profondi e altri più scontati. Cast di grande livello.

L’opinione di Zombi dal sito http://www.filmtv.it
un uomo rimette in discussione tutto della propria vita dopo un grave incidente automobilistico. tutto ciò che era prima era solo un subdolo compromesso che aveva fatto con se stesso, nascondendolo a se stesso, fino a portarlo ad odiare l’immagine di sè prima di ritrovarsi in fin di vita all’ospedale. alla soglia filmica dei 45 anni, eddie anderson(kirk) deve fare prepotentemente i conti con le sue origine e la sua giovinezza quando ancora si chiamava evangelon arness ed era figlio di un commerciante di origine greche autoritario, destinato a prendere il posto paterno. prepotentemente perchè tutto ciò che gli accade ancor prima dell’incidente, dopo aver conosciuto la bellissima gwen, lo mette in condizione di assumersene gravosamente le responsabilità. nulla di ciò che ha “conquistato” con lo status di invidiato agente pubblicitario, gli verrà risparmiato da gwen(faye). anzi qualsiasi cosa faccia, ogni passo affrontato verrà usato da colei che rifiuta la banale etichetta di amante, come una freccia che lo martirizza fino a farlo crollare coi nervi. i piedistalli sui quali si è messo, grazie anche alla moglie florence(deborah) che furente e accanitamente gli è stata accanto, si disgregano facendolo rovinare a terra e rotolare metaforicamene prima e materialmente poi negli scantinati della casa natìa, dove il padre-padrone conserva tutto della propria faticosa vita lavorativa. quella che doveva essere una storia di riabilitazione fisica da un brutto incidente, si trasforma invece in una labirintica sessione psicanalitica che coinvolge la moglie e la donna della sua vita. tratto da un romanzo dello stesso regista, quel che emerge è uno straziante quanto severo mea culpa per come si decide di indirizzare la vita. nulla di ciò che eddie ha fatto fino all’incidente soddisfa evangelon e nemmeno un tardivo riscatto con la figura paterna riesce, poichè troppi sono i non detti e i silenzi imposti da una compiacente madre, fino alla fuga da casa per diventare un pezzo grosso. film crepuscolare, scaldato da un’autunnale fotografia e sorretto dalle strepitose interpretazioni degli attori. mi rendo conto di quanto douglas sia stato un bravo attore ogni volta che lo vedo in un film. faye dunaway d’una bellezza più unica che rara è bravissima nel suo ruolo di specchio dell’anima e deborah kerr brilla in un ruolo non del tutto simpatico di compagna d’affari più che di vita. lo sa e dietro quegli occhi sgranati di lady d’altri tempi, sa far brillare mine di calcolata crudeltà.

L’opinione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Sofferta riflessione di Elia Kazan, greco di Cesarea in Anatolia, il cui vero nome era Elias Kazanioglou, come è Evangelos il vero nome del protagonista Eddie Anderson. È stato definito l’Otto e mezzo di Kazan, ma qui il tono è funereo e la durata appare eccessiva, riguardo ad un racconto dominato dalle figure ingombranti del padre (Richard Boone) e dell’amante (Faye Dunaway). Il compromesso – lo dice il titolo stesso – scaturisce dall’incapacità di accettare i vincoli familiari, sia consanguinei che giuridici (il padre, la madre e il fratello, ma anche la moglie e la cognata) e dall’impossibilità di ribellarsi ad essi. In questa riflessione di un regista che era comunque rimasto scosso dall’esperienza vissuta durante il maccartismo e che raramente avrebbe ritrovato il piglio deciso degli esordi, il tono è sofferto e vi si scontrano un confuso anticapitalismo, la psicoanalisi, un insopprimibile anelito alla libertà e le prosaiche necessità finanziarie dello stile di vita americano.

L’opinione di Atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Ritratto onirico di una crisi esistenziale che assume sempre più le caratteristiche di un violento esaurimento nervoso con implicazioni socio-familiari, diretto da un grande regista che seppe reinventarsi con uno stile estremamente moderno (vedere per credere, da questo punto di vista è davvero un film all’avanguardia) ed interpretato da tre attori eccezionali invischiati in un tour de force masochistico di rara forza drammatica. Kirk Douglas fa rivivere ansie e nevrosi del self made man americano che viene schiacciato dal peso del suo ruolo sociale e spersonalizzato dall’apparenza perbenista dell’epoca. Peccato che la parte centrale si appesantisca in modo eccessivo tra critica dello status symbol, irrigidimento dei sentimenti e crisi dell’istituzione familiare. In ogni caso un film in larghissimo anticipo sui tempi sia per contenuti che per linguaggio cinematografico, poco amato all’epoca e oggi crudelmente dimenticato.

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Il libro di Elia Kazan dal quale è tratto il film

gennaio 10, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il braccio violento della legge

Nella squadra narcotici di New York, alle prese con il quotidiano problema della droga, lavorano due agenti, Jimmy Doyle e Buddy Russo; sono due uomini solitari, violenti, dai caratteri difficili e poco inclini ad accettare compromessi.
I due sono anche in difficoltà sia con i colleghi sia con i superiori,che rimproverano loro i metodi usati e maggiormente gli scarsi risultati ottenuti con le ultime operazioni.
In questo clima di aperta ostilità, Jimmy Doyle e Buddy Russo si ritrovano a lavorare ad un caso importante, che può dare una svolta alle loro carriere,ripristinando in qualche modo la stima che i superiori hanno verso di loro.
Grazie ad alcuni flebili indizi e alla loro perseveranza, i due scoprono che sta arrivando dalla Francia, dal porto di Marsiglia, un grosso quantitativo di droga, spedita nella città americana da un trafficante di nome Alain Charnier.
Jimmy Doyle e Buddy Russo iniziano così un’indagine che da subito si rivela difficilissima, in cui i lenti progressi sono controllati da due agenti messi loro alle calcagna;

intanto Vharnier, grazie all’aiuto di Lou Boca e Joel Weinstock (due trafficanti americani),di Pierre Nicoli (un killer) e di un presentatore televisivo di una certa fama, Henry Deveraux, riesce nonostante la sorveglianza a far entrare illegalmente un auto con il prezioso carico di droga.
Nonostante i due detective vengano estromessi dal caso, doyle e Russo non si arrendono e proseguono le indagini senza la necessaria autorizzazione.
La loro costanza viene ripagata quando arrivano finalmente all’auto di Devereaux, che contiene il carico di droga, che i due detective ritrovano dopo una lunga e tribolata perquisizione.
Decidono comunque di non toccare il carico e di seguire l’auto per individuare il posto dello scambio e cogliere in flagranza tutti i malviventi coinvolti;l’operazione sarà un parziale fallimento, perchè dopo una furibonda battaglia, che vedrà caduti tra i delinquenti, Doyle e Russo vedranno sfuggire il loro vero bersaglio, il trafficante Charnier.
Finale drammatico e amaro…


Il braccio violento della legge è uno dei film più importanti del 1971, divenuto nel tempo non solo un cult ma un pilastro della cinematografia mondiale.
Diretto da William Friedkin, reduce dal discreto successo di Festa per il compleanno del caro amico Harold e girato due anni prima di quell’Esorcista che gli darà fama imperitura, Il braccio violento della legge (The French Connection) può essere definito l’inizio di una nuova era cinematografica nel genere poliziesco, anche se limitare la sua importanza a questo specifico genere è sicuramente riduttivo.
Friedkin introduce un elemento di novità basilare: la distinzione tra “buoni” e “cattivi” non è più netta e delimitata ma diviene molto più sfumata.
Nel film è praticamente impossibile definire una delle due categorie elettive; non sono buoni Doyle e Russo (per citare Scola, li potremmo definire brutti,sporchi (moralmente) e sopratutto cattivi e non sono tali propri questi ultimi, che appartengono si al mondo della delinquenza,ma senza quelle caratteristiche peculiari di quello stesso mondo.
Cè una zona di grigio, d’ombra, assolutamente impermeabile e indistinguibile nel film; a tutto questo va aggiunta l’aria assolutamente estraneante e disumana della metropoli nella quale si svolgono gli avvenimenti.
La città appare fredda,disumana, a tratti tetra a tratti glaciale, quasi che i suoi abitanti siano automi che si muovano in un paesaggio lunare.


In aggiunta, Friedkin usa una tecnica innovativa nel raccontare la storia; alla frenesia delle scene d’azione aggiunge lunghe pause piene di attesa, che risultano essere a tratti angosciose e a tratti snervanti, senza però concedere mai un calo di concentrazione nervosa sia al cast sia al pubblico che segue le alterne vicende dei due gruppi in competizione, quello composto dai tutori della legge e quello composto dai delinquenti.
Il tutto, ben amalgamato, porta il film verso un finale drammatico e nero come la notte;Jimmy ‘Papà’ (come è soprannominato uno dei due detective) Doyle ammazza uno dei detective che sorvegliavano lui e Russo, ma alla fine sembra quasi contento di averlo fatto.
Uno stravolgimento incredibile degli stilemi hollywoodiani, che diverrà uno dei marchi di fabbrica della nuova Hollywood, molto più attenta d’ora in poi alla realtà americana, a quella delle sue metropoli, al sociale, con film di vario genere ma importantissimi come Tutti gli uomini del presidente e La conversazione, il padrino o Qualcuno volò sul nido del cuculo, ai revisionisti della storia dell’epopea west Soldato blu e Piccolo grande uomo, ai film antimilitaristi come Apocalypse now ecc.


Temi che diverranno frequentissimi e che daranno il via alla stagione più straordinaria del cinema americano.
Sia il pubblico che la critica tributarono una entusiastica accoglienza al film; Il braccio violento della legge trionfò nell’edizione 1972 degli Academy Awards, gli oscar cinematografici attribuiti il 10 aprile 1972 a Los Angeles, nella tradizionale sede del Dorothy Chandler Pavilion, dove vinse i tre maggiori premi, quelli più ambiti ovvero il premio per il Miglior film, la Miglior regia e per il Miglior attore protagonista,oltre a due Oscar “minori” andati alla Migliore sceneggiatura non originale (Ernest Tidyman) e al Miglior montaggio per Gerald B. Greenberg, in aggiunta ad altre 3 nomination.
Alla pioggia di premi si aggiunsero anche 3 Golden Globe per il Miglior film drammatico, per la Migliore regia e il premio per il Miglior attore in un film drammatico andato ovviamente a Gene Hackman,due premi Bafta al Miglior attore protagonista e al Miglior montaggio,il David di Donatello e altre decine di premi importanti.
Nel cast, straordinaria la caratterizzazione fornita da Gene Hackman al personaggio discutibile del Detective Jimmy ‘Papà’ Doyle,uomo dai pochissimi pregi e dai mille difetti, uno sbirro cattivo, razzista e in definitiva assolutamente politicamente scorretto.


Un’interpretazione che significò il lancio definitivo della sua carriera.
Se volgiamo trovare un appunto al film, va trovato di traverso, nel senso che Hollywood volle premiare (con esagerato sciovinismo) un film fondamentale a scapito del film più importante dell’anno, quell’Arancia meccanica di kubrick che nella notte di Los Angeles fu il grande sconfitto, non riuscendo, su 4 nomination, a prendere nemmeno una statuetta.
Ma ovviamente questo non inficia quanto detto di buono sul film.
La pellicola è disponibile in una buona riduzione divx in streaming,all’indirizzo http://www.nowvideo.sx/video/e3342b638b959

Il braccio violento della legge

Un film di William Friedkin. Con Gene Hackman, Frederic De Pasquale, Eddie Egan, Fernando Rey, Roy Scheider,Marcel Bozzuffi Titolo originale The French Connection. Poliziesco, durata 104 min. – USA 1971

Gene Hackman: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Fernando Rey: Alain Charnier

Roy Scheider: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Tony Lo Bianco: Salvatore ‘Sal’ Boca
Marcel Bozzuffi: Pierre Nicoli
Frédéric de Pasquale: Henri Devereaux
Bill Hickman: Bill Mulderig
Ann Rebbot: Mrs. Marie Charnier
Harold Gary: Joel Weinstock
Arlene Farber: Angie Boca
Eddie Egan: Walt Simonson
André Ernotte: La Valle
Sonny Grosso: Bill Klein
Benny Marino: Lou Boca
Patrick McDermott: Howard, Chemist
Alan Weeks: Willie Craven, lo spacciatore
Al Fann: Informatore
Irving Abrahams: Irving, il meccanico
Randy Jurgensen: sergente

Regia William Friedkin
Soggetto Edward M. Keyes, Robin Moore

Sceneggiatura Ernest Tidyman
Produttore Philip D’Antoni
Fotografia Owen Roizman
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche Don Ellis, Jimmy Webb

Sergio Rossi: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Renato Mori: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Stefano Satta Flores: Salvatore ‘Sal’ Boca
Enzo Liberti: Joel Weinstock
Angiola Baggi: Angie Boca
Antonio Guidi: Walt Simonson
Mario Bardella: Bill Mulderig

L’opinione di Gianpaolo dal sito http://www.mymovies.it
Straordinario poliziesco,….decisamente apparentato, con “Vivere e morire a L.A.” Magistralmente diretto dal regista più sottovalutato del secolo,…strepitosa, e originale la caratterizzazione del personaggio interpretato da “Fernando Rey”, alonata da una raffinata diabolicità,..i cui connotati assumono, nella scena finale un aspetto per certi versi metafisico,…rendendolo quasi una sorta di entità ultraterrena. Non da meno la prova di “Hackman”,..nei panni di un antieroico poliziotto,..autentico antesignano del “Bad-Cop”.

L’opinione del sito http://www.1400calci.com
(…) L’adattamento di Ernest Tydman è solido: dinamico come ci si aspetta da lui ma rispettoso dei fatti, perfetto per il nuovo poliziesco americano. La riscrittura aggiunge il tocco hard-boiled necessario ai personaggi, per movimentare le acque e per levare l’alone da Dragnet che può avere il libro in alcuni passaggi, ma serve un regista che sappia girare d’istinto. Il produttore Philip D’Antoni è lo stesso di Bullitt, altra pietra miliare del poliziesco d’azione e vertice dell’inseguimento automobilistico, e non ha dubbi: vuole “Hurricane Billy”, come era chiamato per la sua irruenza il giovane Friedkin all’epoca, e questi accetta con una eccitazione febbrile. (…)

L’opinione di fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Jimmy Popeye Doyle (Gene Hackman) e Buddy Cloudy Russo (Roy Scheider) sono due detective della Squadra Narcotici di New York: indagando su una coppia di spacciatori di Brooklyn, l’italoamericano Sal Boca (Tony Lo Bianco) e la sua giovane moglie Angie (Arlene Farber) e seguendo i loro movimenti, sono riusciti ad arrivare a uno dei più temibili boss della città, Joel Weinstock (Harold Gary). Hanno anche scoperto che la droga su piazza sta scarseggiando (“È come un deserto pieno di drogati rimasti secco e tutti aspettano la manna”), ma la soffiata di un informatore li avvisa che è in arrivo un grosso carico dall’estero: la spedizione, 60 chili di eroina pura al 90%, proviene dalla Francia, organizzata dal boss marsigliese Alain Charnier (Fernando Rey), che ha accompagnato direttamente il suo corriere, Henri Devereaux (Frédéric De Pasquale), un insospettabile attore televisivo, per seguire di persona le trattative. Si tratta, infatti, di un affare da 500000 dollari e i boss newyorkesi vogliono andarci coi piedi di piombo, anche perchè si sono accorti di essere sorvegliati da polizia e agenti federali. Charnier, però, ha fretta di concludere la vendita e ripartire per la Francia e perciò decide di togliere di mezzo Jimmy Doyle, l’avversario più pericoloso. Pierre Nicoli (Marcel Bozzuffi), il killer di Charnier, fallisce, però, l’incarico e Doyle scatena una caccia spietata e implacabile alla banda di narcotrafficanti. I titoli di coda sveleranno l’esito dell’inchiesta: “Joel Weinstock venne prosciolto dal Grand Jury per insufficienza di prove. Angie Boca condannata per reati minori: pena sospesa. Lou Boca, associazione a delinquere e possesso di droga: pena ridotta. Henri Devereaux, associazione a delinquere: quattro anni di detenzione in un penitenziario federale. Alain Charnier non fu mai catturato: si ritiene che viva in Francia. I detective della Narcotici Doyle e Russo vennero trasferiti a un’altra sezione”.
Premiato con l’Oscar come miglior film (più altri quattro: a Friedkin, a Gene Hackman e a sceneggiatura e montaggio), Il braccio violento della legge si colloca, nella filmografia del suo autore, come opera spartiacque: dopo due titoli sorprendenti come Quella notte inventarono lo spogliarello e Festa per il compleanno del caro amico Harold, Friedkin si cimenta per la prima volta in carriera con un genere classico come quello poliziesco per proporne una personale, travolgente e seminale rilettura: il risultato è un thriller teso e incalzante, magistralmente orchestrato su un’intricata rete di pedinamenti, inseguimenti, intercettazioni, che la vitalissima macchina da presa di Friedkin, con sguardo (e piedi) da detective, segue indifferentemente a distanza, fissa, mentre attende pazientemente di catturare il movimento, o accompagnandoli freneticamente lungo i marciapiedi e le strade, i negozi, le scalinate e le stazioni della città, tra suggestivi piani sequenza, soggettive indiavolate, riprese a spalla e il ritmo vorticoso infuso dai tagli del montaggio

L’opinione del sito http://www.offscreen.it
(…)Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo il concetto hollywoodiano di “messa in scena” crolla, ed in un certo senso viene ad essere sostituito da un nuovo modo di intendere il cinema che potremmo chiamare “messa in visione”: quello che infatti viene quasi totalmente sradicato dall’idea-film è proprio la scena, intesa come costruzione artificiosa di un set in cui girare “buone immagini”. Attraverso un processo che, simile, è avvenuto in Italia nel secondo Dopoguerra ed in Francia con la Nouvelle Vague – ma i presupposti da cui queste correnti nacquero sono radicalmente differenti, non va dimenticato – la strada diventa il termine estetico di confronto primario per un nuovo modo di fare cinema, che vede nell’espressione dell’immediatezza e della “realtà” (termine da prendere sempre con le molle…) il nuovo credo. Se pubblico e critica percepiscono immediatamente il vento del cambiamento e lo abbracciano con pochissime riserve, è solo con The French Connection che Hollywood offre cittadinanza ai nuovi autori che propongono questa visione alternativa: i 5 Oscar guadagnati dal film, tra cui quelli per la miglior pellicola dell’anno, per Friedkin e per Hackman, stanno a significare non che l’industria si è arresa alla rivoluzione dei “movie brats”, ma che è già riuscita ad accettarli e quindi ad inglobarne le idee portanti dentro i suoi meccanismi produttivi, magari leggermente modificati per adattarli a questa nuova impostazione.(…)


” Partito…180, …200: marchio di garanzia dell’ associazione esercenti, 210: marchio del ministero della sanità, …220: è entrata in orbita, riconoscimento ufficiale di droga del mese, … 230 : veleno di prima scelta, pura dinamite, eroina pura al 90 %, la migliore che abbia mai visto “
“Ma in questo distretto dove si riforniscono di caffè ? A Las Mierdas ?”.
“Sai cosa diventi se ti infilo questo panino nel culo ? Un vecchio stronzo con un panino infilato nel culo”

 

gennaio 4, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 2 commenti

La casa sulla collina di paglia

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Lo scrittore Paul Martin in cerca di ispirazione per scrivere il suo secondo romanzo si rifugia in una villetta di campagna.
Il giovane è reduce dal grande successo del romanzo d’esordio,che Paul ha dedicato all’amico Simon morto suicida;per aiutarlo nella stesura del romanzo il suo editore gli invia una giovane e attraente stenografa,Linda.
La donna nasconde un segreto: è la vedova di Simon, che in realtà era il vero scrittore del romanzo che ha dato popolarità a Paul.
Inizia così un morboso e perverso gioco da parte della donna, che intende vendicarsi dello scrittore; per far ciò non esita a usare le armi della seduzione, arrivando a spiare anche Paul mentre si intrattiene con la fidanzata Susanne.
Il piano di Linda è semplice;eliminare chiunque ostacoli la sua vendetta e così la ragazza uccide senza rimorsi Susanne, non prima di averla sedotta.

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Anche lei però dovrà guardarsi prima da un tentativo di stupro da parte di alcuni cacciatori e infine proprio da Paul nel drammatico duello finale…
La casa sulla collina di paglia (House on strow hill) esce nelle sale nel 1975 con un ottimo riscontro in termini di pubblico; il film è un sexploitation caratterizzato da un’atmosfera malsana e morbosa le cui scene principali non mancano di affascinare quel pubblico che va alla ricerca di emozioni visive forti.
In effetti il film ha delle sequenze abbastanza forti, anche se rigorosamente nei limiti del “lecito”, ovvero senza scivolare nell’hard o nello slasher più crudo.
Il regista James Kenelm Clarke, al suo terzo lavoro cinematografico,non va tanto per il sottile costruendo un film sicuramente molto ruvido visivamente ma con qualche pregio.
E’ abbastanza evidente la fretta che caratterizza la lavorazione del film, visibile in diversi passaggi dello stesso, film che però ha una struttura abbastanza solida dal punto di vista narrativo.
La storia non è certo nuova;siamo di fronte a una specie di rape e revenge al contrario, in cui la vittima diventa protagonista di una vendetta per interposta persona:Linda decide di perseguire l’uomo che ha causato il suicidio del marito vendicandosi crudelmente ( e crudamente) senza curarsi troppo del fatto che due sue vittime in effetti siano completamente innocenti, come per esempio Susanne, la fidanzata di Paul.
La sua è una vendetta cieca, esasperata anche dallo stupro che la ragazza subisce nei campi e che probabilmente manda definitivamente in tilt il suo già precario stato mentale.
Difatti il suo personaggio appare da subito dissociato mentalmente; ha un atteggiamento sprezzante nei confronti dello scrittore salvo poi spiarlo nei momenti di intimità con Suzanne per poi praticare un insoddisfacente e frustrante autoerotismo che il regista con furbizia e mestiere non manca di sottolineare ampiamente.
sarà proprio uno di questi momenti di piaceri solitari a causare lo stupro di cui sarà vittima la donna.

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L’elemento sesso è assolutamente preponderante nel film, unito alla cieca violenza di cui sono preda i personaggi della storia.
Che sono tutti negativi, dal primo all’ultimo.
E’ negativo il personaggio di Paul, un uomo che non esita a impossessarsi del romanzo del suo migliore amico pur di diventare famoso, così come è negativo il personaggio di Linda, ossessionata dalla vendetta a tutti i costi tanto da sacrificare in nome di essa anche la vita della sua occasionale amante Susanne.
Lo è Susanne, sfuggente e perversa così come lo sono i violentatori di Linda.
Un microcosmo quindi amorale e perverso, popolato da uomini amorali che vivono in una atmosfera malata.
La violenza è l’altro elemento determinante del film, che esploderà nel brutale finale.
La casa sulla collina di paglia non può certo essere definito un grande film, sopratutto per la mancata caratterizzazione dei personaggi in modo psicologico; le varie gesta dei protagonisti appaiono determinate solo dai peggiori impulsi e mancano di razionalità.
Tuttavia il film ha un suo fascino perverso e un’atmosfera decisamente inquietante, grazie anche alla sua location claustrofobica;peccato per i tagli subiti dalla pellicola stessa che hanno impedito, almeno finora di apprezzare alcuni dettagli probabilmente determinanti nell’economia della pellicola.

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Per quanto riguarda il cast, va segnalata la buona performance dell’enigmatico Udo Krier, uno dei volti che più si prestavano nel descrivere personaggi inquietanti, che assolve alla perfezione al suo compito.
Splendida Linda Hayden, che qualcuno ricorderà quindicenne e all’esordio, nel bel film la pelle giovane e nel successivo La pelle di Satana così come brava è Fiona Richmond che lavorerà ancora con Clarke nel successivo Hardcore del 1977.
Distribuito anche con i titoli di Exposè e Trauma, La casa sulla collina di paglia è purtroppo un film quasi invisibile in rete; tuttavia, vista la recente uscita della sua versione digitale, è probabile che a breve risulti disponibile o in streaming o su You tube.

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La casa sulla collina di paglia

Un film di James Kenelm Clarke. Con Linda Hayden, Udo Kier, Fiona Richmond Titolo originale The House on Straw Hill. Drammatico, durata 80 min. – USA 1976.

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Udo Kier … Paul Martin
Linda Hayden … Linda
Fiona Richmond … Suzanne
Patsy Smart … Mrs. Aston
Karl Howman … Un violentatore
Vic Armstrong … Un violentatore

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Regia: James Kenelm Clarke
Sceneggiatura:James Kenelm Clarke
Produzione:Brian Smedley-Aston e Paul Raymond
Musiche: Steve Gray
Fotografia:Dennis C. Lewiston
Montaggio:Jim Connock

La casa sulla collina di paglia banner recensioni
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Buon thriller. Il cast è ottimo: l’ispirato Kier, la bravissima Linda Hayden (il punto forte del film) e la seducente Richmond. Non mancano scene di sangue; il regista riesce a creare una buona tensione e a dare un senso di claustrofobia in molte sequenze, nella piccola casa. Anche il colpo di scena finale, che forse poteva essere evitato, alla fin fine funziona. Da vedere!
L’opinione di Herrkinski dal sito http://www.davinotti.com
Questo thriller inglese si è ritagliato una certa fama “cult” principalmente a causa dell’inclusione nella famigerata lista dei “video nasties”; tuttavia i motivi sono anche da ricercarsi in una trama abbastanza originale e nel clima di morbosità che permea la pellicola. Oltre a scene di sesso abbastanza audaci per l’epoca, il film si segnala per uno stupro alquanto esplicito e per esplosioni di violenza improvvise e brutali. Grande Kier (come sempre) e brava la Hayden; buone alcune intuizioni registiche. Peccato per l’inizio un po’ lento.
L’opinione di John Trent dal sito http://www.davinotti.com
Notevole thriller anglosassone con venature horror. Udo Kier è uno scrittore dal passato oscuro tormentato da incubi e visioni orrende, la Richmond è la sua disinibita amante e la Hayden è una ambigua dattilografa con tendenze lesbiche. Il triangolo potrebbe essere perfetto ma qualcuno comincia a usare il coltello… Alcune scene sono davvero molto spinte (lo stupro agreste, gli amplessi tra Kier e una Richmond che non si risparmia) e per questo è stato pluricensurato. Un po’ irrisolto ma affascinante.

L’opinione del sito http://www.filmhorror.com
(…) Non siamo di fronte a un film dalla storia avvincente, perché se guardiamo alla sceneggiatura e soprattutto al finale (che definire bruttarello sarebbe probabilmente un eufemismo) c’è da rimanere delusi, ma non è questa la chiave di lettura: LA CASA SULLA COLLINA DI PAGLIA ricorda i fumettoni porno sadici di una volta, dove le tavole pepate e al sangue solleticavano la fantasia di chi leggeva, senza troppe pretese di verosimiglianza. Non è importante cosa lo spettatore vede nell’epilogo, ma il modo in cui ci arriva: la violenza e il sesso (etero e lesbo) sono gli ingredienti principali di una vicenda in cui i personaggi sono volutamente squallidi e dove a creare una situazione ostile ci pensano tensione e nervosismo.
Un applauso a Udo Kier, piuttosto convincente nella parte dello scrittore un po’ sciroccato, alla “polposa” Fiona Richmond e alla perversa Linda Hayden; LA CASA SULLA COLLINA DI PAGLIA è ben lontano dall’essere un capolavoro, ma una visione se la merita tutta. Dategli un’occhiata, ma fate attenzione alle varie versioni che girano.

L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Uno scrittore assume una dattilografa per concludere il suo nuovo libro e sara’ solo sangue e morte con sorpresa finale niente male,il tutto condito con numerose scene erotiche,compresa una di genere lesbo,ma il tutto rigorosamente soft.Per cultori…non e’ male.
L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
(…) A parte il fascino puramente 70’s dell’opera, “La casa della collina di paglia”, se epurato da singoli e rari momenti ben costruiti, è in generale un prodotto piuttosto mediocre che presenta una storia molto esile completamente costruita sulla rivelazione finale. La sceneggiatura appare in più punti improbabile, a cominciare dall’incredibile deus ex machina nel finale che dona all’epilogo un tocco quasi ridicolo, oltre che estremamente diluita in situazioni inutili all’economia La casa sulla collina di paglianarrativa (vedi la citata scena dello stupro). Il ritmo, poi, è lento e se non fosse per i picchi erotici inseriti di frequente, si potrebbe tranquillamente parlare di film noioso.
L’unico merito davvero rilevante è la buona costruzione dei due personaggi principali, supportata dalla convincete interpretazione dei due attori, Udo Kier e Linda Hayden. Kier impersona uno scrittore inetto, infido, dalle abitudini maniacali che sfociano quasi nel patologico (indossa guanti di lattice quando fa l’amore), un ideale precursore del Jack Torrance di Nicholson; la Hyden invece è una ragazza attraente che alterna momenti di estrema pudicizia e timidezza ad altri in cui appare quasi una ninfomane, un comportamento schizofrenico che funge da sentore per la sua reale personalità dedita ad un intento di folle e alo stesso tempo lucida vendetta.
“La casa sulla collina di paglia” è un film che va visto solo per completezza riguardo al filone dedicato al sesso e alla violenza tipico degli anni ’70, una pellicola per soli appassionati, per gli altri si può tranquillamente soprassedere.

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gennaio 3, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Violette Noziere

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Violette Noziere è una giovane parigina diciottenne, che vive la sua esistenza in una famiglia borghese e tranquilla.
Lei però tranquilla non lo è affatto.
Ad onta dell’affetto che sua madre Germaine nutre per lei e nonostante la figura rassicurante di suo padre Baptiste,Violette sente di voler ben altro dalla vita.
In realtà Baptiste non è suo padre, perchè sua madre Germaine l’ha concepita in una relazione extra coniugale con un banchiere e questo Violette lo sa.
Difatti ricatta suo padre e con il denaro che raccoglie si da alla bella vita nel quartiere latino.
Ha anche diversi amanti ai quali si concede per soldi salvo poi mantenere un gigolo, Jean Davin, che a lei piace e che è perennemente senza denaro.

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Ma i soldi non bastano mai e poichè Violette è anche una ragazza quasi amorale, che detesta la figura del padre surrogato Baptiste,che invece le vuole bene e appare forse troppo debole nei suoi confronti,decide di passare all’azione per eliminare i suoi genitori e ereditare i loro beni.
Violette utilizza un sonnifero per uccidere i genitori, ma a morire è il solo Baptiste;Germaine sopravvive e Violette, incolpata dell’omicidio del padre finisce in galera e processata.
Il processo diventa un avvenimento nazionale e poichè la ragazza risulta anche particolarmente antipatica sia per il carattere sia per la condotta di vita scandalosa finisce per essere condannata a morte.
Siamo nei primi anni trenta e la ghigliottina, strumento di giustizia risalene alla rivoluzione francese non viene usata per giustiziare le donne.
Il presidente francese Lebrun commuta la pena in un ergastolo, poi il maresciallo Petain la riduce a 12 anni mentre dopo la liberazione De Gaulle la fa scarcerare rimuovendo anche il divieto di soggiornare in carcere.
Dopo la detenzione, durata 12 anni, quindi avendo scontato la pena, Violette sposa una guardia carceraria e dal matrimonio avrà 5 figli.

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Basandosi sulla vera storia di Violette Noziere e sul romanzo a lei dedicato da Jean-Marie Fritère,Claude Chabrol ricava, nel 1978, un film sobrio ed elegante che ripercorre la vita di Violette Noziere, che tanto scalpore sollevò nell Francia degli anni trenta sopratutto per quello che emerse durante il processo che subì per aver tentato di avvelenare i genitori, riuscendo solo in parte nel suo scopo.
Il regista francese evita di prendere posizione sulla controversa figura della giovane omicida,limitandosi ad esporre i fatti e senza emettere giudizi morali.
Ne vien fuori così un film quasi documentaristico,che rispecchia la figura di Violette così come emerse in tutta la sua drammaticità nel corso del processo a cui fu sottoposta la ragazza nel 1933, quando aveva appena 18 anni.
Nella realtà storica il processo si concluse nel 1934 e appassionò la Francia per i torbidi retroscena che mersero durante la fase dibattimentale;Violette infatti accusò il suo defunto padre Baptiste di averla violentata sistematicamente da quando aveva 12 anni e accusò di conseguenza sua madre di aver sempre saputo cosa accadeva tra le mura domestiche ma di aver sempre taciuto per viltà e quieto vivere.

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La relazione con Davin, la sua condotta scandalosa, la sua antipatia e la reputazione dubbia che la accompagnarono durante il processo non le giovarono.
La ragazza infatti fu accusata di aver tentato il duplice omicidio solo per impossessarsi dei beni dei genitori e di conseguenza condannata a morte, condanna che non venne applicata per i motivi che ho raccontato prima.
Chabrol quindi ripercorre l’ultimo periodo della vita di Violette prima dei tragici fatti che la videro coinvolta, raccontando la sua relazione con Davin, gli squallidi incontri a pagamento e mostrando Baptiste come un uomo debole e sottomesso che per lei aveva un debole ma non certo di natura sessuale.
Quale che fosse la verità nella torbida storia,il film sembra non volerla o quanto meno non poterla appurare.
Le versioni antitetiche emerse nel processo non permettono un giudizio definitivo e quindi Chabrol resta sul vago, limitandosi ad esporre i fatti con un film elegante ma forse alla fine privo di una sua vera anima.
Ma a mantenere alto l’interesse c’è in primis la storia di Violette e sopratutto la splendida interpretazione della sua figura fornita da Isabelle Hupert, un’attrice capace di dare enorme spessore a tutti i personaggi che ha interpretato nel corso della sua lunga carriera.Candida e allo stesso tempo torbida,finta ingenua e al tempo stesso diabolicamente perversa,la Hupper fornisce una versione della figura della Noziere in perfetta linea con quanto richiestole da Chabrol.
Alla fine Violette resta un personaggio indecifrabile, così come quello reale, storico emerso dal processo.
Il finale del film rispecchia perfettamente la realtà dei fatti e,colpevole o no, Violette Noziere espiata la sua pena finirà per diventare una moglie ed una madre esemplare.
Fino al termine della sua vita, cessata all’età di 51 anni.
Film elegante, con una splendida fotografia e scorrevole, nonotante le oltre due ore di durata; Chabrol bada all’essenziale e il suo film si trasforma di riflesso in una descrizione ambientale molto accurata della Parigi degli anni trenta, della vita affascinante e sordida allo stesso tempo del quartiere latino, della morale imperante all’epoca; ottimi anche i protagonisti di contorno, come la bravissima Stephane Audran che interpreta Germaine e Jean Carmet che interpreta il padre della ragazza.

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Per la cronaca, la figura di Violette Noziere divise nettamente in due l’opinione pubblica francese;la parte intellettuale della società la vide come un esempio di ribellione alle regole borghesi e ne fece un emblema della liberazione sessuale e della liberazione dalla morale considerata ipocrita della famiglia tradizionale.
Poeti come Eluard o Breton le dedicarono scritti e poesie e numerose furono le biografie che tentarono di portare alla luce la vera figura della giovane parigina.
Non mi risultano esistere versioni in italiano disponibile del film mentre su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=P0aCx_qp8zk c’è la versione in lingua francese dello stesso.

Violette Nozière

Un film di Claude Chabrol. Con Isabelle Huppert, Stéphane Audran, Jean Carmet, Isabelle Huppert Drammatico, durata 130′ min. – Francia, Canada 1978

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Isabelle Huppert: Violette Nozière
Stéphane Audran: Germaine Nozière
Jean Carmet: Baptiste Nozière
Jean-François Garreaud: Jean Dabin

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Regia Claude Chabrol
Sceneggiatura Frédéric Grendel, Jean-Marie Fritere, Odile Barski e Hervé Bromberger e Claude Chabrol
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Yves Langlois
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Jacques Brizzio

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Opinione tratta dal sito http://www.forum.tntvillage.scambioetico.org
La storia di Violette Nozière è emblematica della condizione della donna nella pur civilissima (per gli standard contemporanei, si intende) Francia di inizio ‘900. Ma anche di quella delle giovani generazioni, ancora fortemente soggiogate dalla famiglia e costrette a vivere schizofrenicamente, fra timidi impulsi individualisti e una doverosa, cieca obbedienza alle convenzioni e ai dettami parentali. Chabrol, con una sceneggiatura di Odile Barski (per la prima volta: i due collaboreranno molto spesso, in seguito), Hervè Bromberger e Frederic Grendel, dalla biografia scritta da Jean-Marie Fritère, mette in scena questa triste vicenda di una vittima esasperata e divenuta carnefice dei suoi stessi persecutori, senza calcare la mano sulle emozioni o sulla spettacolarità dei fatti. C’è pur sempre un omicidio di mezzo: ma viene raccontato con cura cronachistica soltanto tramite un flashback nel finale, al momento della confessione; parimenti il regista non si sofferma più di tanto sulle accuse di violenza portate da Violette nei confronti del padre, quando ella era poco più che bambina: ciò che interessa alla pellicola non è lo scandalo suscitato dalla storia raccontata, ma l’esemplarità della stessa. Anche perchè la stampa le diede fortissimo risalto, generando da subito un partito di ‘sostenitori’ e uno di ‘detrattori’ della ragazza; forse un limite del copione può essere indicato nello scarso interesse verso il riflesso mediatico delle vicende, determinante — lo dice, sbrigativamente, la didascalia finale — anche per creare un precedente giudiziario molto importante. Isabelle Huppert è un’ottima protagonista: sarà premiata a Cannes; analogamente ai Cesar verrà riconosciuta la bella prestazione di Stephane Audran. Nello stesso 1978, curiosamente, gli Area pubblicarono un brano intitolato Hommage a Violette Nozières

L’opinione del Morandini
Nel 1933 una piccoloborghese di dubbia moralità avvelenò i genitori, procurando la morte del patrigno; rea confessa, fu condannata alla ghigliottina, pena commutata nell’ergastolo. Uscita dal carcere nel ’45, si sposò, ebbe cinque figli, morì nel 1963. Ispirandosi a una storia vera, Chabrol e i suoi 3 sceneggiatori evitano di prendere partito pro o contro l’avvelenatrice, sbattuta come un mostro in prima pagina, ma anche difesa dagli intellettuali di sinistra, specialmente surrealisti, come vessillo della polemica contro la famiglia borghese. Puntano sul resoconto dei fatti, la descrizione dei comportamenti, la cura dei particolari, ma non riescono a illuminare l’enigma: la storia rimane impenetrabile come un fatto di cronaca. In bilico tra l’eleganza puntigliosa e la squisita inutilità, il film ha nella Huppert, premiata a Cannes, la sua vera ragion d’essere.

L’opinione del sito http://www.iridenonevadibile.wordpress.com
Claude Chabrol, noto regista della Nouvelle Vague francese, accostato grazie a film come questo al genere thriller, evita di innalzare un personaggio già fin troppo idolatrato.
Rendere avvincente e privo di psicologismi stereotipati un fatto di cronaca non è poi una impresa così semplice. Nella storia del cinema e della letteratura la tendenza a romanzare, marcando una opinione diretta dell’autore sulle vicende, è un rischio piuttosto comune.
Chabrol evita tutto questo. Dà al personaggio Violette quella profondità psicologica e enigmatica che traspare dal conosciuto senza aggiungere altro e lasciando quindi i punti interrogativi aperti ad interpretazione. L’accusa di stupro da parte di Violette nei confronti del padre è l’unico elemento a essere in parte giustificato da una rivalità da manuale freudiano nei confronti della madre. Stupro che non viene mai esplicitamente negato e che rimane quindi, come già detto, un enigma aperto.
Le inquadrature risultano in alcuni casi caratterizzanti. Il continuo uso degli specchi, oltre a produrre in alcuni momenti un leggero senso di disorientamento da parte dello spettatore, sottolinea l’idea di Violette come di un personaggio doppio e innamorato del suo riflesso e quindi della sua ipocrisia. Concetto che traspare nel gesto del bacio dello specchio.

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Le foto che seguono sono quelle della vera Violette Noziere

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Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:

https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar

Vi ricordo di votare per il sondaggio sulle novità da introdurre nel sito!

dicembre 22, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

La casa delle bambole crudeli

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Una villa lussuosa sorge in un posto assolutamente deserto; un posto ideale per tenere rinchiuse,contro la loro volontà, un gruppo di ragazze destinate alla prostituzione.
Sono ragazze raccolte in vario modo per strada e indotte a vendere il loro corpo con le buone o con le cattive, con netta predominanza di queste ultime.
Una di esse,Yvette, riesce a fuggire dal postribolo grazie all’aiuto di Gaston,un cliente che si è invaghito di lei; fuggiti nel bosco che circonda la villa, i due,dopo aver passato due avventurosi giorni all’addiaccio nel deserto del Marocco riescono ad arrivare alla stazione di polizia.
Qui Yvette racconta il suo personale inferno, da quando tempo prima è stata raccolta mentre faceva l’autostop.
Convinta dal conducente del veicolo a passare una serata con lui, la ragazza era stata dapprima drogata e infine violentata.
Poi, sbattuta a forza in un container, era stata imbarcata in una nave e alla fine di un lungo viaggio era approdata nella villa, che a buon titolo si chiama La casa delle bambole crudeli (in origine delle ragazze perdute, molto più consono allo svolgimento del film).

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La villa, secondo il racconto di Yvette, era un luogo peggiore dell’inferno, perchè le ragazze non solo venivano trattenute contro la loro volontà e indotte a prostituirsi, ma seviziate e violentate…

Un racconto sul sordido mondo della prostituzione girato come un poliziesco o se vogliamo mescolando gli elementi del sexploitation con quelli del giallo semi erotico.
Un guazzabuglio, quindi, visto che il film ondeggia fra vari stili senza sceglierne uno e sopratutto pretendo di dare una visione quasi distaccata del fenomeno della prostituzione forzata senza però affrontare mai il problema alla radice, ma limitandosi a mostrare qualche scena di violenza e sopratutto mostrando una grande quantità di nudi femminili.
Pierre Chevalier, regista del film,poco conosciuto in Italia, si preoccupa principalmente di esporre nudità a getto continuo, lasciando in pratica la storia in secondo piano e imbastendo un racconto piatto e svogliato, aggravando le cose con un cast di figure di terzo piano nel quale l’unica vera star è Sandra Julien; poichè alla sceneggiatura collabora Jesus Franco è facile capire da subito dove si andrà a parare.

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La quale è al penultimo dei tredici film girati in carriera e oltre alla spettacolare bellezza non mostra nessuna delle doti necessarie ad essere un interprete cinematografica credibile.Ragion per la quale il film, già di per se mal girato e peggio recitato,naufraga ben presto senza riuscire più a riemergere da un mare di banalità viste troppe volte nelle sale cinematograficamente.
Non c’è nel film alcun tentativo di analizzare il fenomeno della prostituzione indotta violentemente mentre abbonda la parte effettistica del fenomeno, ovvero le consuete sevizie illustrate con grande pedanteria dal regista canadese che indugia molto volentieri sui corpi delle varie protagoniste, lasciando a fare da filo conduttore solo la figura di Yvette
Nessuna analisi sociale quindi, nessun tentativo di esplorare il fenomeno in tutta la sua drammatica complessità;non parliamo poi dei dialoghi, stereotipati e quasi non sense come le sequenze iniziali del film.
Un esempio dell’una e dell’altra cosa:
“Io conosco la storia e so che suona come un romanzo da tre soldi , signor Commissario , ma è vera purtroppo”, dice Yvette al funzionario di polizia, usando una delle più sfruttate locuzioni di tutti i tempi.
In quanto agli inizi del film, praticamente ridicolo il plot; un anziano cliente a letto con una prostituta si sente raccontare da questa che è tenuta prigioniera contro la sua volontà. Detto fatto, il vecchio gentiluomo si trasforma in cavaliere senza macchia e senza paura e decide di far fuggire la donna dalla villa.

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Come già detto, il cast è solo un riempitivo e tra loro spicca solo la bellezza della Julien purtroppo bella si, ma anche inespressiva;inspiegabile la traduzione italiana del titolo, che trasforma le ragazze perdute in bambole crudeli, visto che il film parla di vittime.
Non risultano disponibili in rete versioni italiane del film e non risultano nemmeno recenti passaggi televisivi dello stesso, il che non è certamente una perdita.

 La casa delle bambole crudeli
Un film di Pierre Chevalier. Con Jack Taylor, Silvia Solar, Sandra Julien, Oliver Mathot Titolo originale La maison des filles perdues. Drammatico, durata 95 min. – Francia 1974.

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Sandra Julien … Magda
Silvia Solar … Sylvia
Magda Mundari … Yvette
Olivier Mathot … Rasly
Gillian Gill … Madame Zozo
Raymond Schettino … Gaston
Mario Santini … Calvet
Antonia Lotito … Mimie

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Regia:Pierre Chevalier
Sceneggiatura:Pierre Chevalier, Jesús Franco
Produzione:Remo Angioli,Marius Lesoeur
Musiche:Daniel White
Montaggio:Luigi Batzella
Fotografia:Gérard Brisseau

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L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Filmaccio dal titolo italiano che non c’entra niente (in originale la casa era, giustamente, delle ragazze perdute) poiché parla di tratta delle bianche. Tema nobilissimo direte voi, non fosse però che viene trattato in maniera pressappochista ed assolutamente pedestre. Inutile perder tempo con pellicole del genere.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Un’associazione a delinquere rapisce e instrada giovani e belle donne verso un destino di schiavitù nella casa delle bambole crudeli dove i loro corpi non sono che oggetto di piaceri sessuali. Un morboso spy film di montaggio, che fa rimanere basiti per l’operazione di bassa lega con cui viene assemblato in una pellicola puzzle in stile Rose rosse per una squillo. Incredibile ma vero.

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dicembre 18, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Natale in casa d’appuntamento

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L’arrivo del natale sta per segnare in maniera decisiva la vita di Nira, un’affascinante donna d’affari che gestisce una galleria d’arte a Roma;in realtà,dietro la facciata di rispettabilità la donna nasconde un passato da ex prostituta di alto bordo.
La galleria d’arte altro non è che una facciata, perchè Nira continua a lavorare nel campo della prostituzione, gestendo gli incontri di tre ragazze che lavorano per lei.
Ma Nira ha deciso di dare una svolta alla sua vita.
Innamorata dell’l’ingegner Alberto Giusti, ha ricevuto da quest’ultimo la promessa di sposarsi non appena l’uomo avrà ottenuto il divorzio dalla moglie.
Natale è il termine ultimo che Nira si è prefissata per l’esercizio della sua professione ma deve ancora gestire gli ultimi appuntamenti così prepara gli incontri per le due ragazze che lavorano per lei:la bionda Rossana dovrà andare tre giorni in Svizzera a tener compagnia ad un maturo uomo d’affari americano e Norma, una splendida donna di colore che si prostituisce avendo un marito impotente dovrà avere un incontro con un ricco concessionario d’auto.
Per Rossana l’avventura con Max, il ricco americano si trasforma in un’occasione per cambiare definitivamente vita così Nira la sostituisce con Senine,la sua vicina di casa, sposata e con un bambino.

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Nira, che vede avvicinarsi il traguardo che si è prefissata, diventa più dura e intollerante verso le ragazze, ma per lei la vita ha in serbo la più crudele delle sorprese…
Natale in casa d’appuntamento, uscito nelle sale nel 1976 è la prima delle due direzioni cinematografiche di Armando Nannuzzi, molto più famoso come direttore della fotografia (sue le direzioni di La caduta degli Dei, Per grazia ricevuta ecc).
E verrebbe da dire, per fortuna;perchè questo film è di una noia insopportabile, caratterizzato da dialoghi sfibranti e da una staticità che ne fanno un prodotto da narcolessia acuta.
Film anche pretenzioso,tra l’altro;attraverso il racconto delle vicende di Nira, una ex prostituta che conoscendo la vita fatta dovrebbe quanto meno essere più comprensiva verso le ragazze che lavorano per lei e che invece finisce per comportarsi dea cinica opportunista, cedendo la debuttante Seline ad un’altra tenutaria di un bordello, saffica e crudele, Nannuzzi

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cerca di ovviare ad una sceneggiatura piatta irreversibilmente attraverso un velleitario tentativo di socio/psicologia dell’analisi del comportamento di Nira, che è personaggio da subito scostante e antipatico.
Il finale del film punisce la donna e la morale del film potrebbe essere ricondotta al classico “chi nasce puttana muore tale”,una ripugnante consuetudine di molti film presuntuosi che si ponevano l’obiettivo di indagare sul mondo della prostituzione.
Qui siamo di fronte però al nulla più assoluto; dietro la patina raffinata (di questo va dato atto al regista) delle ambientazioni e della bella fotografia si nasconde purtroppo il nulla; i personaggi del film si muovono palesemente a disagio, senza profondità.
A partire da Nira (interpretata da una bellissima e incarognita Francoise Fabian), una donna che sta per rompere con il passato e che finisce per coinvolgere nel suo mestiere senza dignità e speranza la sua vicina di casa, una donna frustrata e con ambizioni di elevarsi economicamente e che invece finirà per essere ceduta ad un’altra tenutaria, degradandosi verso un futuro senza speranza.

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Per passare poi a due personaggi tagliati con l’accetta:il primo, quello di Rossana (interpretata da una meravigliosa Silvia Dionisio), che ha deciso di cambiare vita e lo farà e quello di Norma (Cathy Rosier,la splendida attrice di Guadalupe, che molti ricorderanno in Frank Costello faccia d’angelo), prostituta per diletto, con tanto di marito impotente che si prostituisce con uno stesso uomo solo una volta, perchè così non tradisce il marito (sic.)
I personaggi maschili poi hanno del patetico: a partire da Max (un Borgnine che ha l’aria di aver scambiato il film per una cosa serissima, tanto è l’impegno che ci mette), un maturo uomo d’affari che finisce per innamorarsi di Rossana, continuando con Mimmo Palmara, che interpreta il concessionario d’auto che si invaghisce della bella Norma.
A conti fatti, un film che delude sotto tutti i punti di vista e che ha la sua parte migliore nel finale, amaro, che in qualche modo riscatta la sciatteria generale del film stesso.
Un film peraltro praticamente introvabile in versione italiana:su You tube è presente una bella riduzione in divx dall’edizione digitale, ma in lingua inglese.Vederlo in questa versione è impresa davvero ostica.

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Natale in casa d’appuntamento
Un film di Armando Nannuzzi. Con Ernest Borgnine, Françoise Fabian, Silvia Dionisio, Corinne Cléry, Jole Fierro, Mimmo Palmara, Carmen Scarpitta, Fabrizio Jovine, Maurizio Bonuglia, Norma Jordan Drammatico, durata 115′ min. – Italia 1976.

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Ernest Borgnine: Max
Françoise Fabian: Nira
Corinne Cléry: Senine
Silvia Dionisio: Rossana
Cathy Rosier:Norma

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Regia Armando Nannuzzi
Sceneggiatura Hadrian Bolseni, Ugo Moretti
Produttore Alfredo Leone
Casa di produzione Leone International
Musiche Riz Ortolani
Trucco Giancarlo De Leonardis

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dicembre 10, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Il giardino dell’Eden (Eden no sono )

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Prima di addentrarmi nella descrizione del plot del film Il giardino dell’Eden (Eden no sono nella versione originale), co produzione nippo-italiana del 1980 diretta dal regista giapponese Yasuzô Masumura,devo necessariamente specificare due cose:
– questo film è praticamente un “invisibile”,nel senso che non sembra uscito nelle sale italiane o se lo ha fatto è durato davvero poco in cartello;è stato editato,molti anni or sono,in versione VHS senza però il doppiaggio in italiano.In rete esiste solo un brutto riversaggio da videocassetta, con parlato in inglese e degli orribili sottotitoli in greco;
– avendo avuto la ventura di vederlo in lingua inglese,per i motivi sopra descritti, posso aver mal interpretato alcuni passaggi, per cui la trama potrà apparire lacunosa.
Il film è essenzialmente una storia d’amore;costruita attorno a due personaggi antitetici, Michele e Alexandra,porta lo spettatore attraverso un percorso lineare a vivere in prima persona le vicende sentimentali di due ragazzi divisi da tutto, partendo dalla cultura per finire con lo status sociale.

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Da subito impariamo a conoscere il protagonista maschile,Michele;è un giovane borsaiolo, che vive in una famiglia dedita al ladrocinio come forma di sopravvivenza.
Un giorno Michele, che si è appostato davanti ad un museo, vede scendere dalle scale dello stesso una ragazza e con destrezza la borseggia.
Tornato a casa, la sera il ragazzo apre il portafoglio della vittima e vi trova solo documenti e poco altro.Rimane colpito però dal volto della ragazza e così decide di tornare all’indomani sul luogo del misfatto.
Qui restituisce il portafoglio alla ragazza e così i due giovani si avviano assieme; lui ruba, non visto, una moto e porta la ragazza in spiaggia.
Fa in modo di sabotare la moto togliendo la calotta delle candele, così quando la ragazza chiede di essere riportata a casa, la moto non parte.
Alexandra, la ragazza,è furiosa e tenta di avviarsi a piedi ma il giovane la raggiunge e la invita in un capanno vicino.
Nel frattempo però la famiglia di Alexandra è in agitazione.
Poichè è gente ricca teme che alla ragazza sia successo qualcosa, sopratutto dopo che l’autista ha riferito che la ragazza è letteralmente sparita.Decidono così di avvertire la polizia e di affiggere in città manifesti con la foto della ragazza.
Nel frattempo,mentre i due ragazzi ignari fanno amicizia la madre di Michele e i suoi fratelli riconoscono la ragazza e uno dei fratelli decide di raggiungere Michele per organizzare un sequestro e ottenere un riscatto.

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Michele e Alexandra scoprono di essere attratti l’uno dall’altra e quando il fratello di Michele arriva tra lui e il giovane scoppia una lite violenta.
Mentre Michele resta con Alexandra, con la quale ha ormai raggiunto anche una perfetta intesa sessuale, il fratello in combutta con la madre chiama la famiglia della ragazza e ottiene un riscatto ingente.
Ma la polizia è ormai sulle loro tracce e raggiunge il nascondiglio di Michele e Alexandra.
Il giovane viene ferito e la ragazza riportata a casa.
Ma Alexandra è innamorata del ragazzo e…
Questa in sintesi la storia del film, che per buona parte mostra i due giovani intenti ad una esplorazione completa dei sensi; Michele e Alexandra scoprono i loro corpi, fanno giochi tipici degli adolescenti,si amano.
Quello che succede attorno è quindi solo un corollario per mostrare come l’amore possa vincere anche le barriere sociali.

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Una trama semplicissima, quindi, ingenua e fiabesca come il finale.
Storia vista mille volte, non fosse per l’abbondanza di nudi che il regista nipponico inserisce nel film senza però condirli con un eccessivo erotismo.
Leonora Fani, la vera protagonista, è nuda per almeno metà film;ed è su di lei che indugia la macchina da presa, mostrandola mentre fa il bagno su quello che dovrebbe essere il litorale romano (ma non lo è),assolutamente deserto e geograficamente inappropriato, visto il candore della sabbia tipico delle regioni del sud.
La Fani è ripresa mentre insegna a Michele i rudimenti dell’arte,con buoni risultati a quanto pare visto che il giovane le dipinge il corpo nudo con fiori e la aiuta in una specie di affresco trompe l’oeil che la ragazza dipinge su una parete o mentre si getta con foga giovanile tra le braccia del suo giovane amante.
Il giardino dell’eden è quindi poco più di una fiaba a cui viene aggiunta, come pretesto, la storia del sequestro che serve per staccare nettamente le due vicende, ovvero l’amore e la passione che travolge i due giovani facendo dimenticare loro l’esistenza del mondo reale (i due vivono come Adamo ed Eva in un magico Giardino dell’Eden) e dall’altro lato le ricerche dei genitori di lei e la meschinità e l’avidità dei parenti di lui.
A parte la solarità del film, girato quasi tutto con splendidi e assolati paesaggi,c’è ben poco altro; la storia è quella che è con il finale decisamente politicamente corretto.

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Bellissima e convincente la Fani, discreto Domiziano Arcangeli;nel cast del film troviamo anche due attori dal lusinghiero passato come Massimo Serato e Antonella Lualdi, rispettivamente padre e madre di Alexandra mentre la canagliesca madre di Michele è interpretata da Angela Goodwin.Belle le musiche di Stelvio Cipriani che ricordano quelle di aonimo veneziano visto l’uso insistito dell’oboe.
Come già detto all’inizio, il film non esiste ne in digitale ne in versione italiana;chiunque voglia vederlo nella versione ridotta da VHS dovrà scaricarsi il file che è disponibile a questo indirizzo:http://wipfiles.net/dlpkd39c5va1.html

Il giardino dell’Eden (Eden no sono)
di Yasuzô Masumura.Con Leonora Fani,Domiziano Arcangeli,Angela Goodwin,Antonella Lualdi, Massimo Serato.Drammatico,Italia/Giappone 1980

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Domiziano Arcangeli …Michele
Leonora Fani …Alexandra
Angela Goodwin …La madre di Michele
Antonella Lualdi …La madre di Alexandra
Massimo Serato …Il padre di Alexandra
Ronni Valente … Ron

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Regia:Yasuzô Masumura
Sceneggiatura:Yasuzô Masumura,Leros Pittoni
Produzione:Hiroaki Fujii,Asao Kumada,Turi Vasile
Musiche:Stelvio Cipriani
Fotografia:Armando Nannuzzi
Art direction:Enrico Fiorentini

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dicembre 6, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

La derobade-Vita e rabbia di una prostituta parigina

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Storia di un amore unilaterale, storia di una discesa all’inferno e contemporaneamente storia di un riscatto personale attraverso la visione della vita da incubo nella quale precipita una giovane diciannovenne, che si innamora dell’uomo sbagliato.
In sintesi, è questa la trama di La derobade ,letteralmente L’evasione,titolo quanto mai appropriato per indicare il tentativo di Marie, la protagonista del film, di uscire dal vicolo cieco nel quale è entrata per amore.
Marie è una giovane commessa,figlia di una famiglia modesta, che lavora in un negozio di scarpe.
Qui conosce Gerard, all’apparenza un giovane dai modi educati che la affascina con il suo modo di parlare e perchè no, con la sua auto e i suoi vestiti.
Marie si innamora del giovane,fatalmente; e lui, almeno all’inizio,sembra ricambiarla.
Ma Gerard ha per lei in serbo solo sorprese terribili.

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L’uomo si rivela un violento, un pappone, che ben presto la costringe a prostituirsi.
Marie non può fare altro che accettare la degradazione che ne segue, scendendo nel suo personale inferno sempre più, vendendo il suo corpo e degradandosi fisicamente e moralmente.
Fino a quando incontra Maloup, una giovane prostituta che la convince a staccarsi da Gerard e a mettersi in proprio;ma Gerard impone la sua legge e per Marie sembra spalancarsi nuovamente la via di un’umiliazione senza fine.
Ma la via del riscatto c’è…
La derobade,vita e rabbia di una prostituta parigina nella versione italiana è un film ridotto per lo schermo da un romanzo autobiografico di Jeanne Cordelier, una prostituta parigina che raccontò attraverso il suo libro il personale inferno vissuto durante la sua vita, con la discesa agli inferi causata dall’aver accettato la corte dell’uomo sbagliato e il riscatto, che la portò a prendere coscienza del suo stato e a liberarsi alla fine da quella che era diventata una vera e propria schiavitù.

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Daniel Duval, regista del film, riprende quindi la trama del romanzo per illustrare,in modo crudo e senza mediazioni, una storia, quella di Marie, che è universale,comune a tante giovani che hanno fatto lo stesso percorso di vita della protagonista del film.
Senza, in molti casi, condividerne il destino di riscatto e rivincita.
Il film venne girato nel 1976 ma uscì nelle sale solo tre anni più tardi; eppure sembra di assistere ad un film girato ieri, visto che le cose negli ultimi 35 anni non sono affatto cambiate.
C’è però,nell’esperienza della scrittrice e di conseguenza in quella di Marie, l’indicazione per trovare la luce alla fine del tunnel.
Dopo la degradazione, il mortificare l’anima e il corpo attraverso la vendita non solo di se stessi, ma della propria dignità c’è un percorso di riscatto che porta a prendere coscienza di se stesse.
Ed’è quello che avviene alla protagonista, non prima però di aver percorso una strada di redenzione irta di umiliazioni.
Duval mostra il tutto senza eccedere con le scene di sesso, ricostruendo in maniera puntuale e a tratti brutale la vita della protagonista, dal lavoro semplice ma dignitoso che la ragazza svolge all’inizio fino alla redenzione, passando attraverso le due persone più importanti che incontra, quel Gerard che appare come un disgustoso pappone e quella Malou che è il primo vero appiglio di Marie verso una realtà ormai disconnessa,fatta di incontri sempre più umilianti e degradanti con la pletora di clienti che è costretta a intrattenere.

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Grazie a due attrici di indiscusso valore, ovvero Miou Miou che interpreta Marie e la compianta Maria Schneider che interpreta Maloup, il film mantiene alta la tensione e la credibilità;il regista Duval,praticamente sconosciuto in Italia in tale veste, è alla sua terza opera dietro la macchina da presa e firma un lavoro essenziale, ben costruito e scevro dal sensazionalismo.
Con intelligenza, il regista, scomparso nell’ottobre di quest’anno a soli 60 anni evita le scene osè limitandole all’essenziale per illustrare la vita umiliante di Marie e in second’ordine della sua amica Malou.
Ragion per cui siamo di fronte ad un lavoro crudo ma appassionato e appassionante, teso e dalle connotazioni scurissime;purtroppo il film stesso è introvabile nella versione italiana e in rete esiste solo una versione francese.

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La derobade – vita e rabbia di una prostituta parigina
Un film di Daniel Duval. Con Miou-Miou, Maria Schneider, Daniel Duval, Brigitte Ariel, Niels Arestrup Titolo originale La dérobade. Drammatico, durata 105′ min. – Francia 1979.

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Miou-Miou: Marie
Maria Schneider: Maloup
Niels Arestrup: André
Jean Benguigui: Jean-Jean
Martine Ferrière: Madame Pedro
Daniel Duval: Gérard – “Gégé”

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Regia Daniel Duval
Soggetto Jeanne Cordelier (memorie)
Sceneggiatura Jeanne Cordelier, Daniel Duval, Christopher Frank
Produttore Benjamin Simon
Fotografia Michel Cénet
Montaggio Jean-Pierre Bonis
Musiche Vladimir Cosma
Scenografia François Chanut, Fred de Fooko
Costumi Corinne Jorry

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L’opinione di Undjing tratta dal sito http://www.davinotti.com
Un futuro di emarginazione, dettato dal destino e da pietose condizioni familiari (sorella maggiore prostituta e padre alcolizzato e incestuoso), spinge in uno squallido ambiente della periferia parigina la protagonista, costretta a vendere il suo corpo ormai svuotato dell’anima. Squallido e deprimente, con minuziosa descrizione di ambienti desolanti, sfortunatamente percorsi come una “Via Crucis” dall’ingenua e addolarata anti-eroina, immersa nella sporcizia materiale e morale di un mondo sommerso, ma tragicamente reale. Cruda e feroce la scena d’autolesionismo manifestato contro una vetrata.
L’opinione di Zombi tratta dal sito http://www.filmtv.it
(…) un film che nonostante i suoi 25 anni sembra fatto oggi. nudo e crudo, con scene di una violenza psicologica enorme come quella in cui il magnaccia con i suoi scagnozzi individua i tre stronzi che hanno picchiato malou e sophie derubandole e dopo averli picchiati e portati in uno scantinato, obbliga due del gruppo che sembrano fratelli a spogliarsi e uno dei due a succhiare il cazzo all’altro… “tu è meglio che te lo fai diventare duro altrimenti te lo taglio… e tu… chinati e succhiaglielo” e questi sono costretti a farlo perchè quelli non scherzano. mi ha eccitato e scioccato vedere uno dei due stronzi cominciare a piangere e non riuscire a smettere mentre l’altro in basso(il fratello, l’amico?…) si dava da fare per farlo venire il più in fretta possibile. e che dire di miou-miou?… la signora sylvette hery, in arte miou-miou(solo i francesi si possono permettere nomignoli così fantastici per le loro fantastiche attrici)è un vero peccato che sia un bel pò che non si veda. e dire che loro garantiscono attività e bei ruoli alle signore che hanno fatto la fortuna del loro cinema negli anni passati(penso a bulle ogier, nathalie baye, aurore clement, bernadette lafont). un ruolo indimenticabile, per un viso e un corpo che non si dimenticano, tanto per rimembrare alle giovani leve che non basta essere bellissime e spogliarsi con disinvoltura per essere delle dive. di nuovo è d’obbligo ricordare la maria schneider di merry-go-round e naturalmente ultimo tango e un cameo di un giovane e sconosciuto jean-claude dreyfuss, indimenticable macellaio di delicatessen e duca per rohmer. “non ho mai avuto un magnaccia!”

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dicembre 4, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

La pelle giovane (Baby love)

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Lucy vive in una piccola cittadina industriale del nord dell’Inghilterra, in un sobborgo povero e dimesso.
E’ una bella ragazza,che frequenta la scuola locale, ma ha anche seri problemi personali;sua madre infatti è una ex prostituta,ormai dedita all’alcool e ammalata gravemente.
Rientrando da scuola, un giorno Lucy scopre che sua madre ha deciso di farla finita con la sua miserevole vita, scegliendo di tagliarsi i polsi nella vasca da bagno, in una nuvola di vapore.
Ma la donna previdentemente ha chiesto ad un suo vecchio amico (ed amore), Robert, di prendersi cura di quella ragazza rimasta ormai sola.
Robert è un dottore affermato, che vive in un’elegante casa con una moglie,Amy, ricca ma anche repressa e insoddisfatta; la coppia ha un figlio, Nick, ma ad Amy manca una figura femminile di riferimento, una figlia a cui voler bene e a cui dedicare le sue attenzioni.

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Così quando Robert decide di andare a trovare Lucy e scopre le condizioni miserevoli nelle quali vive, dopo aver parlato con la moglie, prende la decisione di comune accordo con Amy di accogliere in casa la ragazza.
Lucy accetta l’invito con diversi stati d’animo:da un lato ha un risentimento irragionevole verso Robert, che accusa interiormente dell’infelicità della madre, dovuta alla fine della relazione di un tempo, dall’altro ha un fortissimo bisogno d’amore, di protezione, di una famiglia che in realtà non ha mai avuto.
Ed è in preda a questi sentimenti che entra,in punta di piedi,nella famiglia.
Che ben presto sconvolgerà.
Perchè Lucy è una ragazza che ha in se una sensualità fortissima, della quale uno dietro l’altro gli appartenenti alla famiglia subiscono il fascino.
Poichè Lucy è perfettamente consapevole della cosa, decide di utilizzare quel suo magnetismo da Lolita, perverso e ingenuo al tempo stesso, per legare a se i componenti della famiglia stessa.

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Il primo a cedere all’ambiguo fascino della ragazza è proprio il giovane Nick, che però si vede respinto dalla ragazza; che contemporaneamente lega a se la debole e confusa Amy, sempre in bilico fra il sentimento materno verso quella ragazza che rappresenta la figlia che non ha mai avuto e il fascino sensuale che da lei proviene.
Ed è proprio con Amy che Lucy stabilisce il legame più ambiguo, che culminerà con una relazione lesbica.
Robert è attratto anch’esso dalla ragazza, ma quando si renderà conto che l’influenza della ragazza è ormai diventata quasi nefasta per il suo nucleo famigliare deciderà…
Baby love, tradotto in italiano con il furbetto titolo di La pelle giovane è un film uscito nelle sale nel 1968 che segna l’esordio dietro la macchina da presa di Alistair Reid, regista televisivo alla prima delle sue tre direzioni cinematografiche.
Il film è tratto da un romanzo di Tina Chad Christian, i cui diritti vennero acquistati dal produttore Michael Klinger ancor prima che il romanzo venisse concluso e si ispira abbastanza chiaramente al Lolita di Nabokov del quale riprende il personaggio dell’adolescente scomoda, sensuale e ingenua allo stesso tempo.

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Lucy è infatti il prototipo della ragazza perennemente in bilico tra l’adolescente che vorrebbe vivere la sua vita come tale ma che deve fare i conti con la realtà che la circonda.
Che è costituita da un ambiente dimesso e squallido, da una madre che scompare di scena immediatamente lasciandola praticamente sola ad affrontare una vita che per lei si prospetta densa di incognite.
L’arrivo di Robert, medico di Hampton Court,cinico ed arrivista, che ha sposato la debole Amy per i soldi e per il prestigio sociale, rappresenta per Lucy un occasione di riscatto e un trampolino di lancio verso un futuro meno nero.
Consapevole del suo fascino torbido da adolescente bella e sensuale, Lucy porterà scompiglio nella famiglia, fino al drammatico finale che lascia aperta la porta all’interpretazione dello spettatore, un finale enigmatico del quale ovviamente non parlo per far gustare allo spettatore il fascino che emana.
la pelle giovane è un film drammatico ben condotto e guidato da Reed, che descrive molto bene la ragnatela di sentimenti e di passioni proibite in cui Lucy trascina la famiglia di Robert, descrivendone le contraddizioni e le debolezze senza mai scivolare nel patetico o all’opposto nel pruriginoso.
La scena madre della seduzione (davvero apparente) di Amy nei confronti di Lucy è emblamitca in questo senso; la donna abbraccia la ragazza e poi la bacia mentre la camera sfuma lentamente la sequenza senza indugiare sull’aspetto morboso della cosa.

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Unico neo la frammentarietà del personaggio di Lucy, che non è mai esplicitato in modo tale da far capire fino a che punto la ragazza voglia davvero una protezione da una figura paterna e da un surrogato di madre rappresentato da Amy e quanto invece decida coscientemente di sfruttare la propria carica seduttiva per intrappolare i componenti della famiglia e vivere così un’esistenza più agiata.
I tempi del film sono dilatati e in effetti mostrano i complicati rapporti fra Amy e Robert, l’inquieta personalità di Nick e l’enigmatica figura di Lucy ce sconvolgerà l’equilibrio ipocrita della famiglia, con Robert e Amy ormai arrivati al capolinea del loro matrimonio mantenuto in vita solo dal formalismo e dalla necessità di lasciare inalterato il proprio status sociale.
L’uscita del film non creò particolari problemi con la censura, nonostante la tematica scabrosa;intelligentemente Reed costruisce un film attento a non privilegiare l’aspetto morboso della storia,che pur si prestava a stimolare il voyeurismo dello spettatore.
Il personaggio di Lucy, a differenza di quello del celebre Lolita, usa la sensualità come un mezzo per ottenere la stabilità affettiva piuttosto che l’appagamento dei sensi.

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In questo senso appare assolutamente perfetta la scelta dell’attrice Linda Hayden, esordiente dalle ottime capacità recitative ma non particolarmente appariscente.
Stranamente la Hayden non avrà una carriera esaltante, nonostante la qualità del suo debutto e la fama ricavata sia da Baby love sia dai due film successivi, La pelle di Satana e Una messa per Dracula.
Bene il resto del cast e la fotografia; il film è assolutamente introvabile nella versione italiana e non è mai passato in tv.
Su You tube c’è la versione originale del film, di bassissima qualità;chi ha buona padronanza dell’inglese può avventurarsi nella visione di questo film che consiglio vivamente.

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Un film di Alastair Reid. Con Linda Hayden, Ann Lynn, Keith Barron Titolo originale Baby Love. Drammatico, durata 93 min. – Gran Bretagna 1968

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La pelle giovane banner interpreti

Diana Dors …La madre di Lucy
Linda Hayden …Lucy
Troy Dante …L’amante
Ann Lynn …Amy
Sheila Steafel … Tessa
Dick Emery … Harry
Keith Barron … Robert
Lewis Wilson … Prete
Derek Lamden … Nick
Patience Collier … La signora Carmichael
Terence Brady …L’uomo nel negozio
Marianne Stone … La proprietaria del negozio
Christine Pryor …Una ragazza che fa shopping
Yvonne Horner …Una ragazza che fa shopping
Vernon Dobtcheff …L’uomo nel cinema

La pelle giovane banner cast

Regia:Alastair Reid
Romanzo:Tina Chad Christian
Sceneggiatura:Alastair Reid,Guido Coen, Michael Klinger
Produzione:Guido Coen,Michael Klinger
Musiche:Max Harris
Fotografia:Desmond Dickinson
Montaggio:John Glen
Art Direction:Scott MacGregor

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novembre 29, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento