Improvvisamente un uomo nella notte
Il giro di vite (The Turn of the Screw) è un racconto scritto da Henry James, pubblicato nel 1898; da esso sono stati tratti alcuni film, il primo dei quali è stato l’eccellente Suspense (The Innocents) diretto da Jack Clayton nel 1961 e interpretato da Deborah Kerr.
Poi, nel 2001, il regista Alejandro Amenábar, ispirandosi al romanzo ne ha tratto la sua opera The others, protagonista Nicole Kidman; in mezzo ci sono state riduzioni come Un altro giro di vite (Otra vuelta de tuerca, 1985),Presenze (The Turn of the Screw, 1994),Presence of Mind (1999) e il recente In a Dark Place (2006).
Nel 1971 Michael Winner, su sceneggiatura di Michael Hastings dirige un vero e proprio prequel del romanzo, The nightcomers che verrà proiettato in Italia con il titolo Improvvisamente un uomo nella notte.
Il film, che sfrutta la storia dei due piccoli protagonisti del romanzo, termina esattamente la dove inizia il romanzo di James,con l’arrivo di miss Giddens a Bly; per chi ha letto lo splendido romanzo di James le analogie con il romanzo stesso terminano qua.

Il film inizia con la vicenda dei due piccoli Miles e Flora, che hanno perso i genitori in un incidente e che vengono presi sotto tutela dal patrigno; l’uomo,dovendo assentarsi per lavoro, affida i due ragazzini alla governante Grose.
La donna è un’anziana signora, che dirige la grande casa nelle campagne inglesi in cui la vicenda si volge;siamo in un’epoca non specificata, sotto il regno della regina Vittoria.
Nella grande dimora Miles e Flora hanno come unica compagnia, oltre a quella della signora Grose, quella di Peter Quint che svolge le mansioni di giardiniere.
I due ragazzini ben presto si legano all’uomo, un individuo dal comportamento bizzarro, a tratti semplicemente amorale, a tratti infantile come i suoi due piccoli protetti.

Assistono ad esempio a crudeli maltrattamenti verso piccoli animali, un rospo e una tartaruga ma al tempo stesso imparano anche ad apprezzare lo splendido paesaggio e la straordinaria bellezza della natura che li circonda, ascoltano con interesse i racconti di Peter, imparano ad andare a cavallo o a far volteggiare aquiloni.
Ma Quint è anche un uomo perverso; ha una relazione sado masochistica con la bella Miss Jessel, che è stata assunta dal patrigno dei due ragazzi come istitutrice; Miles spia l’uomo mentre ha rapporti con Miss jessel, che dapprima ha rifiutato e in seguito accettato le perverse attenzioni dell’uomo nei suoi confronti.
Lo stesso ragazzino, sotto l’influenza del rozzo giardiniere, finisce per coinvolgere la sorellina in un tragico simulacro di quello che ha visto fare a Peter nei confronti di Miss Jessel, con tanto di imitazione di violenza sessuale.
Miles e Flora, privi di una figura di riferimento, finiscono ben presto per assimilare come spugne il comportamento amorale del giardiniere;
la signora Grose, che ha scoperto la natura ambigua del legame tra il giardiniere e l’istitutrice e che guarda con impotenza al vero e proprio plagio della personalità che lo stesso Peter esercita sui ragazzini vieta all’uomo di entrare in casa.
E medita sull’allontanamento dei due dalla casa.
Ma i due ragazzi, che hanno già perso i genitori, non vogliono staccarsi da quelle due persone che fanno parte del loro quotidiano, del loro piccolo mondo; così praticano un foro nella barca che sanno dovrà essere usata da Miss Jessel, che muore annegata.
Peter verrà ucciso, ironia della sorte, da Miles che ha messo a frutto gli insegnamenti dell’uomo nell’uso dell’arco.
Ora i due, non potranno più allontanarsi dalla villa e già nella grande casa si pregusta l’arrivo di una nuova istitutrice…
Improvvisamente un uomo nella notte termina così con l’arrivo di una nuova istitutrice, che presumibilmente diverrà il nuovo “gioco” della terribile coppia di ragazzini; un finale in linea perfetta con il romanzo di James, che prò prenderà tutt’altra strada.Miss Giddens infatti si troverà immersa in’atmosfera gotica, alle prese con inquietanti presenza che altro non sono che i fantasmi del giardiniere e della precedente istitutrice.

Così Winner tenta di dare una spiegazione abbastanza lineare, tutto sommato, a quello che accade in Suspence; il risultato finale è un film non privo di un certo fascino ma anche terribilmente rozzo e poco incisivo (per nulla) sul piano delle introspezioni psicologiche dei personaggi.
A parte lo stupendo scenario della location e la splendida fotografia, il film non mostra pregi sufficienti a tributargli onori particolari;la regia di Winner è inadatta, mentre la storia sembra essere discontinua, legata principalmente al racconto delle personali perversioni di Peter e di Miss Jessel
I due bimbi appaiono invece come i ragazzini del Villaggio dei dannati; belli fuori e cattivi dentro.
Ci sarebbe stato lo spazio per motivare lo sviluppo psicologico delle due personalità alla luce dei traumi subiti dai ragazzi; Winner viceversa,con una regia monocorde e poco ispirata, vaga quà e là senza incidere nelle psicologie dei personaggi.

Mortificando quindi Marlon Brando che alla fine rende il suo personaggio meno oscuro e degno di interesse di quello che avrebbe dovuto;i dialoghi che interpreta spesso appaiono forzati lasciando poco spazio alla sua innegabile capacità artistica.
Il resto del cast tutto sommato fa il suo, con Stephanie Beacham che merita ampiamente la sufficienza, così come i due piccoli protagonisti e con l’inappuntabile performance di Thora Hird che interpreta Miss Grose.
Un film in chiaro-scuro, con predominanza di quest’ultimo aspetto;di ben altro livello sono infatti i due film citati all’inizio, ovvero Suspense di Clayton che racconta in maniera sobria e sopratutto claustrofobica la vicenda della governante Miss Giddens e The others, gran bel film interpretato magistralmente da Nicole Kidman che introduce la variante dei due bambini affetti da fotofobia e una storia sopratutto molto più ariosa e ben diretta.
Improvvisamente un uomo nella notte è generalmente considerato il peggior film di Brando del ventennio 60-70; un giudizio un tantino ingeneroso, perchè la professionalità dell’attore americano, anche se un pò in ombra, è comunque sempre un valore aggiunto ai film da lui interpretati.

Per quanto riguarda le possibilità di vedere questo film in tv, sono davvero scarse; a mia memoria non ricordo un solo passaggio televisivo dello stesso mentre la sua diffusione sulla rete è davvero ai minimi termini.
Purtroppo non sono riuscito a trovare nemmeno la versione originale, mentre sono presenti su You tube alcuni spezzoni della pellicola, peraltro poco indicativi.
Improvvisamente un uomo nella notte
Un film di Michael Winner. Con Marlon Brando, Stephanie Beacham, Thora Hird Titolo originale The Nightcomers. Drammatico, durata 96′ min. – Gran Bretagna 1972
Marlon Brando: Peter Quint
Stephanie Beacham: Miss Jessel
Thora Hird: Mrs. Grose
Harry Andrews: Padrone di casa
Verna Harvey: Flora
Christopher Ellis: Miles
Anna Palk: Nuova governante

Giuseppe Rinaldi: Peter Quint
Fiorella Betti: Miss Jessel
Franca Dominici: Mrs. Grose
Sergio Graziani: Padrone di casa
Micaela Esdra: Flora
Germana Dominici: Nuova governante
Regia Michael Winner
Soggetto Henry James
Sceneggiatura Michael Hastings
Produttore Elliott Kastner, Michael Winner
Casa di produzione Elliott Kastner-Jay Kanter-Alan Ladd Jnr Productions, Scimitar Productions
Fotografia Robert Paynter
Montaggio Michael Winner (con il nome Arnold Crust Jr.)
Musiche Jerry Fielding
L’opinione dell’utente gattopongo presa dal sito http://www.filmtv.it
Praticamente un prequel de IL GIRO DI VITE di James,già portato al cinema 11 anni prima dal magnifico Suspense di Clayton . Winner, oltre a non saper dirigere il gigione Marlon Brando, dà sfogo a giochi bdsm da fumetto e non sa mantenere l’ambiguità, nè tanto meno far intuire la paura attraverso la reticenza, espedienti che erano alla base del film precedente. Il racconto di James verrà portato ancora sullo schermo col film Presenze.
L’opinione dell’utente Homesick, tratta dal sito http://www.davinotti.com
Questo antefatto del bellissimo racconto di Henry James (“Giro di vite”) non riesce nemmeno lontanamente a ricreare l’ambiguità, l’inquietudine e la tensione scaturita dalla penna dello scrittore. Brando, nonostante le sue eccellenti doti interpretative, finisce con l’essere poco incisivo per la mancanza di una sceneggiatura solida e per una regia poco rigorosa. Si salva comunque la bella ambientazione nell’inconfondibile, pittoresca campagna inglese.
L’opinione dell’utente leleemo tratta dal sito http://www.davinotti.com
Scenari davvero fiabeschi, arborei ed affascinanti, che contrastano con la tenebrosità della “manor house” di Sawston nel Cambridgeshire e soprattutto con la storia, che è pervasa da inizio a fine da un fascino perverso e sadico. Un Marlon Brando magistrale che s’impone per carisma e forza impattante, con la pur ottima interpretazione del resto del cast ma soprattutto dei due ragazzini. Un Brando più “libero” che sul “tango” che si lascia andare anche a qualche frammento divertente. In complesso un’ottima opera gotica, molto spesso sottovalutata.
L’opinione dell’utente Stefania tratta dal sito http://www.davinotti.com
Brando giardiniere, amante (dell’istitutrice) di Lady Chatterley, campione di tiro alla fune (in camera da letto), vermiciattolo infetto nella salubre insalata della quieta routine, corruttore dell’innocenza e vittima di una crudeltà innocente, ma fatale. La contrapposizione tra Natura e (buona) Società è raccontata nella maniera più esplicita e schematica, quindi alla fine banale, con qualche morbosità uggiosa. La fascinazione dei bambini per il soprannaturale appare inserita a forza nella trama. Brando si auto-cita, gli altri stanno semplicemente a galla.
Citazioni dal film:
“Quando i morti muoiono,dove vanno?” Miles
“I morti non vanno da nessuna parte, perchè non ha nessun posto dove andare” Peter
Da libro di James Il giro di vite
“Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso, ma a parte l’ovvia osservazione ch’esso era raccapricciante, come doveva essere una strana storia narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitasse alcun commento finché qualcuno disse ch’era quello il primo caso in cui s’imbatteva d’una simile esperienza toccata a un fanciullo. Si trattava, se ben ricordo, di un’apparizione in una casa altrettanto vecchia di quella in cui eravamo riuniti per l’occasione – una visione spaventosa apparsa ad un bambino che dormiva nella camera di sua madre e che l’aveva svegliata terrorizzato; svegliata non per vincere il suo spavento e per farsi teneramente riaddormentare, ma perché lei stessa, prima di riuscirvi, si trovasse davanti la medesima visione che l’aveva sconvolto.”
“Si, sentii nettamente che mentre compiva quei pochi passi non mi tolse mai gli occhi di dosso, e ancora oggi vedo la sua mano, durante il percorso, spostarsi da un merlo all’altro. Si fermò all’altra estremità, ma meno a lungo, e anche mentre si girava, continuò a fissarmi ostentatamente.
Si girò; e fu tutto.”
Kramer contro Kramer
Ted Kramer è un importante dirigente di una azienda che si occupa di pubblicità; è sposato con Joanna e ha un figlio, Billy.
Dedito completamente al lavoro, Ted probabilmente trascura la famiglia.
Infatti, subito dopo aver ricevuto un importante incarico, lo vediamo tornare a casa dove ad accoglierlo c’è la moglie Joanna che gli comunica, senza molti giri di parole, che ha intenzione di andar via di casa per prendersi una pausa di riflessione.
Joanna quindi va via, affidando il figlio alle cure di Ted.
Che da quel momento è costretto gioco forza ad occuparsi del figlio, con il quale, dopo un inizio difficile, stabilisce un buon rapporto.

Ma la cosa si riflette negativamente sul lavoro; costretto ad occuparsi di Billy, Ted perde il lavoro.
Nel frattempo stringe qualcosa più di un’amicizia con una donna separata come lui, Margaret, anch’essa con un figlio.
Un giorno, mentre i due sono al parco, Billy cade da una giostrina riportando serie ferite al volto.
Qualche mese più tardi, in modo del tutto imprevisto, ritorna Joanna che chiede a suo marito di potersi riprendere il figlio.
Di fronte al diniego di Ted, Joanna trascina l’uomo in tribunale, dove, dopo una lunga battaglia, Joanna riceve l’affidamento del bimbo.
Ted decide di andare in appello, ma quando apprende che dovrà portare suo figlio in tribunale, decide per il bene di Billy di rinunciare.
Finale da vedere….

Sono i temi del divorzio, quello dell’affidamento dei figli, le lunghe ed estenuanti battaglie legali fra i coniugi, i traumi riportati dagli stessi gli argomenti dei quali parla Kramer contro Kramer, film diretto da Robert Benton nel 1979.
Un film, detto subito, molto ben fatto ma anche terribilmente ruffiano; il regista texano infatti coniuga l’impegno civile della denuncia dei postumi del divorzio sui figli solleticando in più circostanze i sentimenti dello spettatore e cercando quanto più possibile di suscitare simpatia e commozione verso il genitore, in questo caso di sesso maschile.
Lo fa, però, con molta grazia e delicatezza, tanto da riuscire a bilanciare alla fine la lacrima facile con l’impegno sociale del film stesso.
Tratto dal romanzo Kramer vs. Kramer di Avery Corman, il film racconta in maniera sobria la difficile storia tra i coniugi Ted e Joanna, alle prese con una separazione che Ted sembra più subire proprio mentre la sua professione sta per fare un balzo in avanti.

E’ proprio su Ted che il regista punta l’attenzione, descrivendo da subito le difficoltà di un uomo alle prese con l’impegno nel suo lavoro e subito dopo l’improvvisa necessità di doversi dedicare al figlio, impegno per il quale non è certo preparato. Un rapporto difficile, che Ted deve recuperare in un ruolo, quello del padre, che è distante per ovvi motivi anni luce da quello della madre.
Con l’impegno, con il sacrificio, con la rinuncia Ted riesce a costruire un rapporto con Billy; riesce anche a ricostruirsi un brandello di vita prima del momento fatale del ritorno di Joanna.
Che costringerà Ted a delle scelte dolorose, fino all’ultimo gesto che sa tanto di rinuncia per amore, un amore superiore che ora Ted finalmente conosce in tutta la sua bellezza ma anche in tutto il dolore della rinuncia…
Benton realizza un film sobrio, che cede alla commozione facile solo nel finale; ma è una concessione obbligata, in quanto è costretto dal romanzo ad una specie di happy end che però in fondo è quello che la gente vuole.
Un happy end ben differente da quello di tantissime storie di papa divorziati costretti a vedere i propri figli in orari e giorni prestabiliti, a sacrificare se stessi in toto per i propri figli.

Un film quindi armonico, che scorre senza grossi problemi grazie alla sobria regia di Benton ma grazie anche ai due straordinari attori protagonisti,Dustin Hoffman e Meryl Streep oltre alla presenza del bravissimo Justin Henry che interpreta Billy.
Hoffman tiene quasi sempre su di se il peso del film, perchè la storia è incentrata sul suo personaggio; molto più defilata la Streep, sacrificata dal copione ma sempre pronta e misurata nei momenti in cui la si vede in scena.
Non a caso Kramer contro Kramer, uno dei successi più rilevanti del 1979, venne premiato con 5 oscar e 4 nomination; il film vinse infatti il premio Oscar come miglior film (grida ancora vendetta la vittoria su Apocalypse now), per la miglior regia e sopratutto vide premiati sia Hoffman (miglior attore) sia la Streep (migliore attrice non protagonista) oltre al premio per la miglior sceneggiatura non originale.

Riconoscimenti meritati, almeno per quanto riguarda il cast, ma resta assolutamente il marchio di infamia la vittoria a spese di Apocalypse now o di All that jazz, due film nettamente migliori e di ben altro calibro rispetto a Kramer contro Kramer, più blockbuster che film dai profondi contenuti.
Un film ben fatto, ben diretto, molto furbo, attentissimo ad arruffianarsi il pubblico senza però eccedere nei sentimentalismi, quindi.
Il film di Benton è facilmente rintracciabile in rete ed è passato più volte sui canali televisivi.
Un film di Robert Benton. Con Dustin Hoffman, Meryl Streep, Jane Alexander , Justin Henry, Howard Duff, George Coe, Jo Beth Williams, Joe Seneca, Ellen Parker, Nicholas Hormann, Howland Chamberlain, Shelby Brammer, Bill Moor, Jack Ramage, Jess Osuna, Carol Nadell, Donald Gantry, Judith Calder, Peter Lownds, Kathleen Keller, Ingeborg Sorensen, Iris Alhanti, Richard Barris, Evelyn Hope Bunn, Joann Friedman, Quentin J. Hruska, Dan Tyra, David Golden, Petra King, Melissa Morell, Frederic W. Hand, Scott Kuney Titolo originale Kramer vs. Kramer. Drammatico, durata 104′ min. – USA 1979.
Dustin Hoffman: Ted Kramer
Meryl Streep: Joanna Kramer
Justin Henry: Billy Kramer
Jane Alexander: Margaret Phelps
Howard Duff: John Shaunessy
George Coe: Jim O’Connor
JoBeth Williams: Phyllis Bernard
Howland Chamberlain: Giudice Atkins
Bill Moor: Gressen, avvocato di Joanna
Joe Seneca: ospite
Ferruccio Amendola: Ted Kramer
Maria Pia Di Meo: Joanna Kramer
Davide Lepore: Billy Kramer
Anna Rita Pasanisi: Margaret Phelps
Sergio Rossi: John Shaunessy
Gianni Marzocchi: Jim O’Connor
Sergio Fiorentini: Giudice Atkins
Regia Robert Benton
Soggetto Avery Corman
Sceneggiatura Robert Benton
Produttore Stanley R. Jaffe
Casa di produzione Columbia Pictures, Stanley Jaffe Production
Distribuzione (Italia) Ceiad Balmas
Fotografia Néstor Almendros
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche John Kander, Herb Harris
Scenografia Paul Sylbert
La ragazza del bagno pubblico
Un film tenero e malinconico, drammatico e per certi versi sfuggente.
Una storia d’amore, una storia d’inquietudine adolescenziale, il tutto sullo sfondo di una Londra tetra e grigia.
Tutto questo è La ragazza del bagno pubblico, Deep end nella versione originale; Deep end, con riferimento alla piscina del bagno pubblico in cui è ambientata la storia che coinvolge due giovani, il quindicenne Michael e la ventenne Susan, caratterizzato anche e sopratutto condito da un finale di rara bellezza e intensità.
Diretto da Jerzy Skolimowski, regista attore e sceneggiatore polacco, esule da una Polonia ancora sotto la ferrea morsa del comunismo imposto dall’Urss, La ragazza del bagno pubblico è opera fondamentale nella filmografia del regista, forse la sua opera meglio riuscita.Un film che racconta quasi in maniera dimessa l’impossibile storia d’amore unilaterale di un adolescente strano, come tutti quelli della sua età se vogliamo.
Jane Asher

E di una ragazza più grande, disinibita, che lavora nel bagno pubblico in attesa di un futuro migliore.
Un incontro tra giovani, quindi ma tra giovani che hanno alle spalle due storie diverse;Michael si sta affacciando alla vita, Susan sa già cosa vuole.
Lei ha progettato il suo futuro costruito attorno al fidanzato, un giovane benestante che le potrà dare l’agiatezza che desidera.Intanto, però, si concede con estrema disinvoltura ogni genere di avventura.
Questo è il quadro iniziale attorno al quale ruota la vicenda dei due giovani,forse banale, ma in fondo sono banali le due esistenze analizzate, perchè banale è lo sfondo sul quale si stagliano le loro esperienze, squallido addirittura il teatro principale della vicenda, un bagno pubblico frequentato non dalla middle class, ma da un proletariato urbano uniforme e grigio.
Vediamo la trama del film e il suo svolgimento.

Michael è un quindicenne come tanti, che ha lasciato la scuola e trova lavoro in un bagno pubblico.
Qui è impegnata anche Susan, ragazza sessualmente disponibile, bella e totalmente disinibita.
E’ proprio Susan a dare dei consigli a Michael su come svolgere al meglio il proprio lavoro nell’intento di permettergli di raggranellare qualche mancia in più.
Ben presto Michael si rende conto di essere attratto dalla ragazza e si scopre geloso dei suoi numerosi amanti; ma Susan gioca a fare la ritrosa, forse perchè lui è davvero troppo giovane o forse più semplicemente perchè è nella sua natura giocare con i sentimenti.
Michael consuma lentamente un’ossessione tutta personale verso la ragazza; arriva a spiarla e a rubare una sua gigantografia con la quale fa il bagno nella piscina del posto in cui lavora.
Il quotidiano squallore del suo lavoro è anche testimoniato dalle avance di una donna ormai avanti negli anni, che cerca inutilmente di sedurre il giovane, che ormai non sogna altro che Susan.

Un giorno la ragazza smarrisce un anello nella neve e Michael, ingegnosamente, lo recupera sciogliendo la neve stessa in un bollitore.
Nel frattempo continua a seguire le spericolate e spregiudicate evoluzioni sentimentali/sessuali di Susan, che si concede anche ad un suo vecchio insegnante.
Ma il recupero dell’anello vale per Michael la ricompensa agognata; Susan gli si concede, salvo poi correre dal fidanzato quando questi la chiama.
Il giocattolo si è rotto e per Michael l’ossessione si è trasformata in gioia dapprima e in incubo in seguito.
Il finale, assolutamente drammatico, è dietro l’angolo….
Non c’è l’happy end, non c’è il “e vissero felici e contenti”, ma solo la realtà di un amore non corrisposto, quella di un’adolescenza interrotta bruscamente, quella di una vita spezzata da un destino cinico e baro.
Tutto il percorso del film, a partire dai primi turbamenti di Michael per finire con la stupenda sequenza in cui il ragazzo abbraccia il corpo di Susan, finisce per arrestarsi davanti a quella che sembra l’ineluttabilità del fato.
Non ci sarà un futuro “normale” per Michael, non ci sarà alcun futuro per Susan.

Una fotografia delicatissima, la voce di Cat Stevens, alcune sequenze da applausi; e un cast sopraffino.
Questi i punti forti del film, pur costruito su una vicenda all’apparenza banale; ma non è banale il malessere adolescenziale, così come non è banale, ma tristemente irresolubile, la dicotomia tra le aspirazioni e la routine quotidiana.
Skolimowski crea un’opera di rara bellezza, dosando con abilità le componenti fondamentali del film;affida il ruolo del giovane Michael all’attore inglese John Moulder-Brown, futuro interprete di tante fiction tv e ragazzino prodigio fin dal suo esordio a 5 anni nel film Death Over My Shoulder ).
Moulder Brown nel 1970 ha diciassette anni, ma è in quell’età in cui un adolescente è indecifrabile all’anagrafe;ad affiancarlo c’è l’affascinante Jane Asher, che interpreta Susan e che quando gira il film ha 24 anni, quindi è più che credibile nel suo personaggio, anche anagraficamente.

L’attrice inglese, vera icona della tv inglese, condivide con Moulder Brown la giovane età d’esordio sul set; lei ha sei anni quando viene scritturata per Mandy la piccola sordomuta (1952) e dopo questo film, che la rese ancor più famosa tornò ad occuparsi di serial tv, la sua vera passione.
Una coppia ben assortita quindi, che del resto monopolizza tutta la storia.
A margine invece è relegata la celebre Diana Dors, che nel film ricopre il ruolo della donna matura che tenta di sedurre il giovane Michael.
In sostanza,un film molto ma molto bello, uscito in un anno che definire strepitoso cinematograficamente dal punto di vista qualitativo è davvero riduttivo: basti pensare alla contemporanea uscita sugli schermi di prodotti come Zabriskie Point,Soldato blu, M.A.S.H.,Piccolo grande uomo,Cinque pezzi facili,Il conformista, I senza nome,Un uomo chiamato cavallo,Comma 22,Una squillo per l’ispettore Klute,I diavoli,Tristana… e potrei ancora continuare a lungo.
Un film anche molto raro da veder passare in tv e altrettanto raro da trovare in rete.Curiosamente su You Tube ci sono molti spezzoni del film, ma nessuna versione intera.

La ragazza del bagno pubblico
Un film di Jerzy Skolimowski. Con Jane Asher, Diana Dors, Karl Michael Vogler, John Moulder Brown Titolo originale Deep End. Drammatico, durata 88 min. – USA, Germania 1970
Jane Asher: Susan
John Moulder-Brown: Mike
Karl Michael Vogler: Istruttore
Christopher Sandford: Chris
Diana Dors: cliente
Louise Martini: prostituta
Erica Beer: cassiera
Anita Lochner: Kathy
Anne-Marie Kuster: receptionist del night club
Regia Jerzy Skolimowski
Sceneggiatura Jerzy Skolimowski, Jerzy Gruza, Boleslaw Sulik
Produttore Helmut Jedele
Produttore esecutivo Judd Bernard
Casa di produzione Maran Film, Kettledrum Films
Distribuzione (Italia) PEA
Fotografia Charly Steinberger
Montaggio Barrie Vince
Musiche Cat Stevens e The Can
Scenografia Anthony Pratt, Max Ott Jr.
Costumi Ursula Sensburg
Trucco Elke Müller
Di seguito, una recensione molto ben costruita da Alessandro Guatti presa dal sito http://www.mymovies.it
“Skolimowski sceglie di seguire l’evoluzione di un amore per affrontare il tema del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dall’immaturità alla maturità. Ma in Mike, delicato quindicenne che lascia la scuola e accetta un lavoro di custode di bagni pubblici, questo amore non compie un percorso lineare, e il suo innamoramento per l’impossibile oggetto del desiderio rappresentato dalla collega molto più grande Susan, anziché pacificarsi e cristallizzarsi in una fantasia o in un sogno ad occhi aperti o ancora in una presa di coscienza della realtà, si trasforma in un’ossessione malata e indecifrabile anche per lo stesso protagonista, che si ritrova a compiere stranezze, violenze, atti incomprensibili. Non che l’oggetto della sua attenzione sia completamente equilibrato: Susan è una donna stanca di obbedire agli ordini degli uomini, che non vuole rientrare in alcuno schema sociale e che desidera scegliere la propria vita sessuale e sentimentale. Ella rappresenta dunque l’emblema della rivoluzione sessuale e della lotta femminista che pochi anni prima della realizzazione della pellicola ha investito l’Europa. Del resto, il fatto che Susan sia un’“icona” della sessualità è oggettivato nel film da quella sagoma che pubblicizza il locale di spogliarelli e che Mike si porta appresso, sia per toglierla agli occhi dei passanti (la “sua” Susan, così pura!), sia per confrontare la vera Susan con la sua immagine commercializzata, sia, ancora, per far sì che la stessa Susan (e con lei la donna in generale) si confronti con la propria rappresentazione mediatica. Deep end diventa così anche una riflessione sul ruolo sociale della donna – oltre alla madre, sono prostitute, spogliarelliste, donne insoddisfatte sessualmente e segretarie annoiate le figure femminili con cui Mike si trova ad interagire – e su come sta cambiando la sua immagine con l’avvento degli anni Settanta. La sagoma di Susan rappresenta per Mike anche l’unica possibilità realistica di consumare l’amore-ossessione (e quindi ha una rilevante valenza feticistica), almeno fino a quando Susan si lascia trasportare da un senso di riconoscenza e rende reale ciò che era destinato a rimanere irrealizzato. Il cortocircuito che ne segue è magnificamente reso dai vividi colori di una fotografia a metà tra lo psichedelico e il sanguigno (che rosso meraviglioso!), che rispecchia sia la confusione mentale della psicologia adolescenziale sia il senso di un malessere post-traumatico.”
Ancora una recensione, presa dal sito http://www.filmtv.it,scritta ottimamente dall’utente Angelina
Lasciata la scuola,il quindicenne Michael (John Moulder-Brown) trova impiego come inserviente in un fatiscente bagno pubblico londinese,frequentato da una clientela squallida e bizzarra.Sua collega di lavoro è la bella e conturbante Susan (Jane Asher),una ventenne dai modi spicci e disinibiti.
“Non ti troverai male qui…- gli dice spiegandogli le varie incombenze – Sicuramente prenderai molte più mance di me !” “Che vuoi dire?”
“Sai…le signore preferiscono i ragazzi carini ed educati come te.E anche certi signori…”
“Allora dovrò occuparmi delle signore?”
“Penso di si.Alcune ti daranno dieci scellini per niente,solo per aver acceso le loro fantasie.Assecondale un pò,non vogliono altro…Questo è un lavoro strano.”
La bellezza di Susan e le sue provocazioni accendono in Mike una passione,non ricambiata,intrisa di tenerezza,violenza e gelosia.Susan ha un fidanzato ,Chris, insignificante,ma ricco,che dovrebbe garantirle quella sicurezza economica che va cercando,ma non esita a concedersi,sotto gli occhi di Mike,al suo amante,ex professore di scuola,sposato e di mezza età.
Ben presto la passione di Michael,giovane e inesperto,e dolorosamente vulnerabile,si trasforma in ossessione e condurrà,inevitabilmente,ad un epilogo struggente e disperato.
Splendido dramma di iniziazione al sesso e all’amore di un fragile e problematico adolescente,secondo lungometraggio girato in Inghilterra dal trendaduenne regista,sceneggiatore e attore polacco Jerzy Skolimowski,dopo”Le avventure di Gerard” (1970) e prima di “L’Australiano” (1978),che aveva collaborato come sceneggiatore con Andrzej Wajda ( “Ingenui perversi” ,1960 ) e con Roman Polanski ( “Il coltello nell’acqua” ,1962 ), da cui riprende alcune atmosfere intrise di ossessione e desiderio,mutuate però dalla lezione del Free Cinema Inglese.
Percorso da un erotismo torbido e insieme malinconico,”Deep End” evoca ,attraverso la bellissima fotografia di Charly Steinberger,che predilige i colori primari,in particolare il rosso,”come ricorrrente presagio funesto”,il lato oscuro della “Swinging London”,quegli squallidi interni dove si consuma la passione di Michael,in fragile equilibrio tra esaltazione e tormento.
Sequenze indimenticabili.La fuga di Michael,dopo aver rubato la silhouette cartonata di Susan,che ha scoperto davanti ad un locale notturno e il bagno in piscina,stretto a quell’immagine,il tentativo di sciogliere in un bollitore la neve dove si è perso il piccolo diamante che Chris ha regalato a Susan,come anello di fidanzamento,il cammeo di Diana Dors , sex symbol degli anni ’50,sfatta e vogliosa cliente alle prese con un timido e riluttante adolescente.
Infine lo splendido finale,di crudele e struggente bellezza,accompagnato dalla magnifica canzone di Cat Stevens “But I Might Die Tonight “.
Scritto in collaborazione con Jerzy Gruza e Boleslaw Sulik,Skolimowski conduce con mano sicura e autoriale questa delicata e toccante storia d’amore,in sottile equilibrio tra ironia e commozione,tra istinto e tenerezza,tra desiderio e ossessione.
La notte brava del soldato Jonathan
Quando nel 1971 usci sugli schermi americani The beguiled (nel circuito cinematografico italiano La notte brava del soldato Jonathan), diretto da Don Siegel l’accoglienza fu fredda, per non dire sprezzante.
Il film del regista di Chicago si rivelò inoltre un fiasco clamoroso ai botteghini,fatta salva una rivalutazione a posteriori quanto meno sospetta.
Colpa principalmente di una parte della critica che smontò il film con commenti durissimi, fra i quali il meno forte era l’accusa, trita e ritrita,di misoginia di Siegel.
Che Siegel fosse un misogino era lapalissiano e mai come in questo film l’accusa sembra essere confermata dall’evidenza; ma l’avversione di Siegel per le donne,unito a quel suo essere politicamente scorretto, avviene in un contesto sociale tutto da analizzare, così come questa sua peculiarità diverrà in qualche modo il marchio di fabbrica dei suoi prodotti.

Un difetto, se vogliamo,che comunque gli costò caro, visto l’ostracismo che buona parte del pubblico femminile decretò verso i suoi film , accusati (con qualche ragione) di essere violentemente maschilisti.
Ma questo non può e non deve essere un atto discriminatorio: il cinema di Siegel è un cinema duro, ipercritico, a tratti violento e altre volte ancora spietato verso la società americana, accusata di volta in volta di essere lassista e permissivista.
Certo, quando in un film si sente dire, come in Charlie Varrick “Non vado a letto con le puttane, io. E se qualche volta mi è successo, me ne sono accorto dopo”, non si può non sobbalzare sulla sedia, ma tutto fa parte del particolare modo che ha Siegel di impostare i suoi film.

Questo La notte brava del soldato Jonathan in fondo è davvero un film violentemente misogino; la storia del soldato che spezza l’equilibrio ipocrita e perbenista di un collegio femminile, alterando le vite sfrontatamente borghesi e puritane (solo all’apparenza) del gineceo che ci vive, appare come un ceffone in pieno viso rivolto allo spettatore medio americano, quasi una metafora dei vizi privati degli stessi.
Un perbenismo di facciata di un mondo femminile che il regista giudica ipocrita,a tal punto da diventare inviso anche a buona parte del pubblico maschile.
Ma le personali convinzioni di Siegel, giuste o sbagliate che siano vanno viste sul campo; e il film in questione, pur con il limite descritto dell’eccessivo anti femminismo del regista stesso appare come opera omogenea e vigorosa, cattiva al punto giusto e costellata di colpi di genio registici, con carrellate, zoomate,flash back che di certo sono strumenti ben usati e a tratti affascinanti in modo estremo.

Siegel riduce per lo schermo un romanzo di Thomas Cullinan, The Beguiled uscito nel 1966 ed intitolato in origine A Painted Devil e ne fa una versione cinematografica di grandissimo impatto visivo.
La storia,ambientata durante la guerra civile americana, parte con il ritrovamento del caporale nordista Jonathan McBarney ferito gravemente durante una battaglia, da parte di una ragazzina che vive in un vicino collegio femminile.
Amy, questo il nome della piccola, sta raccogliendo funghi nel bosco quando si imbatte in Jonathan; riesce a trascinarlo fino al cancello d’ingresso del collegio, dove l’uomo viene raccolto e soccorso.
La rettrice Martha decide di far restare l’uomo, nonostante nel collegio vivano esclusivamente donne;la motivazione ufficiale è quella dell’obbligo del soccorso verso i feriti, esempio di carità cristiana per le ragazza del collegio.
In realtà Martha, come del resto la sua socia Edwina, è attratta più dalla sensualità, dal fascino maschile che Jonathan emana piuttosto che ispirata da nobili intenti.

Jonathan, con molta furbizia, si rende immediatamente disponibile e grazie alla sua simpatia ben presto entra nelle grazie di buona parte delle ragazze del collegio.
Gallo nel pollaio, Jonathan dispensa a piene mani quello che le represse donne del collegio in fondo cercano;intreccia una relazione con Martha e con Edwina e infine con Carol, una splendida ragazza del collegio.
Ormai Jonathan è diventato un punto fermo del posto.
Ma l’essere l’unico uomo in un gineceo ha il suo prezzo.
Jonathan, che con poco giudizio alterna e dispensa amore a mezzo istituto, veine sorpreso durante un convegno d’amore proprio con Carol da Martha ed Edwina.
A questo punto è la gelosia a prendere il posto, soppiantando tutti i sentimenti; Edwina lo fa cadere per le scale, rompendogli una gamba e Martha….
Il finale è da brivido e in qualche modo riflette non solo l’ambientazione del romanzo ma anche la personale visione del regista.

La notte brava del soldato Jonathan è in effetti una perfetta contrapposizione di mondi e mentalità:il mondo femminile in qualche modo ipocrita e perbenista del collegio, pieno di verità non espresse, violentemente represso nella sensualità e quello scopertamente maschilista di Jonathan, personaggio al limite del banditesco.
Jonathan è un bugiardo, un approfittatore ma è anche il paradigma di una società in guerra, allo sbando.
Lo sfondo della guerra civile è importante, perchè Jonathan combatte dal lato “giusto” ( è un nordista) ma è anche lo specchio dell’uomo americano dell’epoca.
In una società fortemente maschilista, la donna ha un ruolo ovviamente subalterno e lui si ritrova a gestire un’impresa assolutamente impossibile.
Vivere cioè in simbiosi in un mondo totalmente femminile, diviso però da feroci rivalità e gelosie, che fino all’arrivo di Jonathan sono in equilibrio instabile ma comunque là, ferme.

L’esplosione ci sarà proprio quando Jonathan, con molta incoscienza, assumerà il controllo dell’harem come un sultano.
Qui però a comandare sono le donne: le varie Martha, Edwina, Carol e persino la bella governante di colore rivendicano il loro ruolo di api regine e Jonathan farà le spese di questa atmosfera da arnia.
Lui è solo uno strumento di piacere e pertanto deve accettare questo ruolo, senza mediazioni.
Nel momento in cui l’ex caporale si renderà conto della situazione in cui si è ficcato, non potrà più tornare in dietro.
E il cerchio si chiude con il drammatico finale, che riporta tutto a prima dell’arrivo di Jonathan.
Un film con diverse chiavi di lettura quindi, impreziosito da un’atmosfera di tensione latente, che esploderà nel convulso finale; nel frattempo Siegel ha dato dimostrazione di abilità e virtuosismi impressionanti con la macchina da presa.
Il regista sceglie Clint Eastwood come protagonista assoluto del film;è la terza delle cinque collaborazioni totali fra Siegel e Eastwood, quella che mostra definitivamente al pubblico americano che Clint è attore di razza, nonostante l’ironica dichiarazione di Leone, che lo aveva definito “attore con due sole espressioni”

Eastwood è furfante quanto basta, è macho ed ha sensualità da vendere e quindi è perfetto per il ruolo scelto; da questo film in poi saranno in molti coloro che vedranno enormi potenzialità nell’attore californiano.La sua caratterizzazione rende il personaggio di Jonathan a tratti quasi lontano dal modello che Siegel cerca di imporre.E’ un furfante, è vero, mente ed è in qualche modo ossessionato dal sesso. Ma è l’ambiente in cui si trova catapultato a tirarne fuori il peggio.Capisce di essere stato scelto e si adegua furbescamente.Ma nel finale, quando cercherà di prendere le redini, proprio nel momento in cui non è più un uomo integro, ma deve riprendere a farsi guidare dalle donne del collegio, ecco che la sua reazione violenta lo porta verso un destino crudele, che lo punirà ben oltre i suoi demeriti.
Ottimo tutto il cast femminile, che asseconda il regista e Eastwood; semplicemente strepitosa la fotografia di Bruce Surtees, che verrà utilizzato da Siegel in altri film.
Un film da riscoprire,senza dubbio.
Per quanto riguarda i passaggi televisivi, è abbastanza raro imbattersi in uno di essi;in rete il film c’è ma è nella versione originale.

La notte brava del soldato Jonathan
Un film di Don Siegel. Con Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer Titolo originale The Beguiled. Drammatico, durata 109′ min. – USA 1971.
Clint Eastwood: John McBurney
Geraldine Page: Martha
Elizabeth Hartman: Edwina
Jo Ann Harris: Carol
Darleen Carr: Doris
Mae Mercer: Hallie
Pamelyn Ferdin: Amy
Melody Thomas: Abigail
Peggy Drier: Lizzie
Patricia Mattick: Janie (con il nome Pattye Mattick)
George Dunn: Sam Jefferson
Regia Don Siegel
Soggetto Thomas Cullinan
Sceneggiatura John B. Sherry, Grimes Grice
Produttore Donald Siegel
Produttore esecutivo Jennings Lang
Casa di produzione The Malpaso Company
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Ted Haworth
Costumi Helen Colvig
Trucco Bud Westmore
Pino Locchi: Clint Eastwood
Lydia Simoneschi: Geraldine Page
Fiorella Betti: Elizabeth Hartman
Micaela Esdra: Jo Ann Harris
Serena Verdirosi: Darleen Carr
Rita Savagnone: Mae Mercer
Liliana Sorrentino: Pamelyn Ferdin
Emanuela Rossi: Patricia Mattick
Alessandro Sperlì: George Dunn
Il mostro
Valerio Barigozzi è un giornalista che è relegato ai margini della sua professione.
Per arrotondare il suo stipendio è costretto a rispondere ad una posta del cuore di un settimanale e a scrivere romanzi gialli da “nero”,ovvero per conto di altri.
La sua situazione privata non è certo migliore; separato dalla moglie, vive un rapporto difficile con suo figlio Luca, che vorrebbe venire a vivere con lui ma che Valerio non può permettersi di mantenere.
La sua triste e stanca routine viene interrotta un giorno da una missiva anonima, nella quale viene annunciato l’omicidio di Nonno Gustavo, un famoso conduttore televisivo di una trasmissione per ragazzi.

Anche se poco convinto, Valerio si reca a casa di “Nonno Gustavo” giusto in tempo per scoprire che il misterioso informatore ha agito davvero; il presentatore televisivo è infatti morto.
Nello stesso modo Valerio viene informato in anticipo dei futuri “colpi” della mano omicida; a cadere in successione sono il portiere di una squadra di calcio e in seguito il proprietario del giornale per il quale Valerio lavora.
La concomitanza delle sue presenze immediate sui posti degli omicidi, l’intuizione che il misterioso assassino sta scrivendo la parola “vendetta”,i posti in cui avvengono gli omicidi che collegati sembrano formare la v della stessa parola, vendetta, portano Valerio a diventare famoso, tanto da salire immediatamente nelle grazie del nuovo direttore Giorgio, che ha sostituito suo padre ucciso da quello che ormai viene chiamato il mostro.

Se all’inizio Valerio non sembra porsi il problema del perchè il misterioso killer si adoperi per informarlo in anticipo delle sue mosse, dovrà ben presto fare i conti con la spietata logica-illogica dell’assassino, che uccide anche Dina, una cantante con la quale Valerio ha intrecciato un’appassionata relazione.
Poichè Dina viene uccisa proprio mentre e a letto con Valerio, l’uomo viene arrestato dalla polizia;durante la detenzione Valerio pensa e ripensa agli avvenimenti, rendendosi conto che il killer lo conosce molto, troppo bene. La scoperta che le lettere informative sono state scritte con una macchina per scrivere con un difetto particolare in un carattere che lui ha usato per molto tempo e che ora ha riposto in un armadio lo porta sulla strada giusta.
Valerio è convinto che l’omicida altri non sia che sua moglie; convince così il commissario che lo ha in custodia ad andare a casa dell’ex moglie, proprio mentre questa sta cercando di fare del male a suo figlio.
La polizia la uccide e così la storia sembra finita.Ma è davvero così?

Cupo e cinico, amaro e drammaticamente profetico Il mostro è un film girato da Luigi Zampa, ottimo sceneggiatore e regista qui alla sua penultima regia cinematografica prima di Letti selvaggi, l’ultima sua fatica datata 1979, quando ormai il regista romano aveva 74 anni.
Cupo e cinico, dicevo.
Si, perchè il Il mostro è un film in cui non c’è un personaggio positivo e in cui viene anticipato, con tantissimo anticipo, l’epoca torbida dei reality e l’epoca disgraziata attuale, con la cronaca nera diventata oggetto di un’attenzione morbosa senza precedenti, sbandierata e utilizzata in tutte le ore da sua maestà la tv.
La vicenda umana di Valerio, che da cronista fallito diventa all’improvviso una star della carta stampata, trasformandosi da uomo mediocre a vincente spietato e senza scrupoli, esaltato com’è dal successo professionale venuto però a scapito e sulla pelle di povere e innocenti vittime si trasforma in un atto d’accusa verso un mondo cinico e rivoltante, quello della carta stampata.

Sbatti il mostro in prima pagina, a qualsiasi costo e senza nessuno scrupolo morale per le conseguenze.
Il film è costruito su una sceneggiatura accettabile anche se con qualche pecca che però non influenza il giudizio finale, largamente positivo; merito del complesso del film, che è armonicamente costruito attorno ad una trama classica da giallo anche se, alla fine, è difficile catalogare Il mostro in una categoria ben definita.
Il ruolo principale, quello di Valerio, è affidato a Johnny Dorelli, qui ottimo in un ruolo drammatico che replica quello dell’anno precedente ricoperto nel film di Festa Campanile Cara Sposa. Dorelli mostra di possedere talento, aldilà dei ruoli leggeri tradizionalmente interpretati. Brava anche Sydne Rome, che interpreta la sfortunata Dina.
Il cast è completato da attori di primo piano come il compianto Renzo Palmer e Orazio Orlando ;bravo Santaniello nel ruolo del giovane Luca.

Il mostro di Zampa è un film sicuramente da recuperare; mentre moltissimi film del periodo pre ottanta sono ormai datati, questo film ha ancora molte frecce al suo arco, inclusa la descrizione di un mondo che forse all’epoca appariva un tantino fantascientifico e che invece, nel corso dei decenni, si è trasformato in triste realtà.
Il film è passato qualche volta in tv, ma non è facilmente reperibile in rete.
Il mostro
Un film di Luigi Zampa. Con Johnny Dorelli, Sydne Rome, Renzo Palmer, Renato Scarpa,Yves Beneyton, Enzo Santaniello, Gianrico Tedeschi, Orazio Orlando, Clara Colosimo, Angelica Ippolito, Mauro Vestri, Renzo Rinaldi, Salvatore Baccaro, Guerrino Crivello Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1977
Johnny Dorelli: Valerio Barigozzi
Sidney Rome: Dina, la cantante
Orazio Orlando: il commissario Pisani
Renzo Palmer: Baruffi
Enzo Santaniello: Luca Barigozzi
Renato Scarpa: Livraghi
Yves Beneyton: Giorgio Mesca
Gianrico Tedeschi: Vittorio Santi, “nonno Gustavo”
Clara Colosimo: Donatella Domenica Donati
Angelica Ippolito: Anna, ex moglie di Barigozzi
Regia Luigi Zampa
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone e Rita Monico
La guerra del fuoco
80.000 anni addietro, i neandertaliani Ulman sono attaccati da un gruppo di Homo erectus; durante l’attacco, si verifica un’autentica tragedia per gli Ulman, ovvero la perdita del fuoco l’elemento più importante per la neonata civiltà del fuoco.
Saranno tre cacciatori Ulman a tentare di rubare il fuoco e lo faranno in un accampamento di Neanderthal cannibali, dove al loro gruppo si aggiungerà Ika, una giovane di una tribù molto più evoluta.
Mentre tra il capo dei tre cacciatori e Ika nasce una storia d’amore, il gruppo finirà per imbattersi nella tribù della ragazza, dove i tre Ulman impareranno a produrre il fuoco, fare frecce e altre cose che trasmetteranno alla loro tribù di ritorno dal loro viaggio.

Diretto da Jean-Jacques Annaud, che riprende un romanzo di J. H. Rosny aîné (aîné scritto in minuscolo), La guerra del fuoco è un film del 1981, assolutamente innovatore sopratutto per la mancanza di un linguaggio comprensibile.
Per rendere più veritiero il racconto, Annaud sceglie di far parlare ai protagonisti del film un linguaggio che risponda in qualche modo a quello delle tribù primitive che sono l’ossatura del film, ovvero i Neanderthaliani e gli Homo erectus. La parte gestuale è affidata invece all’etologo Desmond Morris; tutto nel film quindi risponde a esigenze di somiglianza quanto più aderenti alla realtà storica, ovviamente nei ristretti limiti di una proto civiltà così lontana da noi.

Annaud sceglie anche delle location particolari, fatte di paesaggi brulli e selvaggi; il film infatti è girato nelle Higlands scozzesi, uno dei posti più belli e selvaggi del pianeta, nella regione dell’Alberta in Canada, in alcune zone interne del Kenia.
Un film che costituisce da subito un autentico azzardo; reggere una pellicola senza dialoghi, con scenari privi di qualsiasi barlume di civiltà e dei suoi orpelli che ne costituiscono il valore pregnante basandosi unicamente sulla capacità degli attori di riuscire a trasmettere sensazioni è davvero un rischio.
Infatti la reazione di alcuni critici, i soliti che riescono a demolire quei pochi film che tentano strade diverse è racchiusa in questa raggelante recensione presa dal Morandini:
“il 3° lungometraggio del disinvolto Annaud sfiora continuamente il ridicolo involontario nel quale scivola spesso e talvolta sprofonda“, che rappresenta al meglio la miopia intellettuale di gente che di cinema capisce purtroppo ben poco.

Al contrario, il film di Annaud ha fascino da vendere, per i motivi che ho elencato su.
Il mondo durissimo e cattivo, a tratti spietato e disumano per forza di cose nel quale si muovevano gli homo erectus prende forma e sostanza sotto gli occhi dello spettatore, tanto che i grugniti, i monosillabi e tutti gli espedienti che il regista francese utilizza per vivacizzare il film stesso alla fine non solo rendono scorrevole quello che vediamo, ma si trasformano in un vero e proprio valore aggiunto, un elemento di novità che nel cinema mancava da tantissimo tempo.
I film “preistorici”, infatti, erano spesso dei kolossal o film a basso budget in cui l’uomo primitivo viveva esperienze ai limiti spesso del comico, con neanderthaliani alle prese con dinosauri, con attori alle volte truccati come per una prima a teatro ecc.
Annaud invece sceglie la sperimentazione e i risultati sono lusinghieri; il film infatti vince l’Oscar per il miglior trucco ( e avrebbe meritato di più,non fosse per la presenza nel 1983 del kolossal Gandhi),vince 2 Premi César 1982 come miglior film e miglior regista e 5 Genie Awards 1983 nelle sezioni costumi, suono, realizzazioni, attrice principale.

Un successo lusinghiero che permetterà al regista stesso di affrontare la sua sfida successiva, la riduzione cinematografica del best seller di Umberto Eco Il nome della rosa, un’altra sfida vinta alla grande.
Per quanto riguarda gli attori, menzione speciale per Rae Dawn Chong che interpreta Ika con tale vigoria e convinzione da risultare la più credibile “donna preistorica” di sempre, ben lontana dalla Raquel Welch patinata di Un milione di anni fa (One Million Years B.C.) (1966) così come bravissimo è Ron Perlman, l’attore statunitense qui alla sua prima prova d’attore e che entrerà nel cast di Il nome della rosa, nel ruolo indimenticabile di Salvatore.
Bene anche Everett McGill, nella parte di Naoh.
Il film è di difficile reperibilità, nonostante abbia un’unica versione adatta per gli schermi di tutto il mondo, non avendo come già detto un linguaggio parlato; tuttavia una copia del film è disponibile su You tube (discreta qualità) a questo indirizzo http://youtu.be/5bsjJzG-vEE
La guerra del fuoco
Un film di Jean-Jacques Annaud. Con Rae Dawn Chong, Everett McGill, Ron Perlman, Nameer El Kadi, Gary Schwartz, Kurt Schiegl, Naseer El Kadi, Franck-Olivier Bonnet, Brian Gill, Terry Fitt, Peter Eliott, Michel Franconer, Joshua Melnick, Benoit Levesque, Luke McMasters, Butch Lynch, Danny Lynch, Adrian Street, Mohammed Siad Coockey, Walter Masai, Hassan Ali Damji, Tarlok Sing Sera Titolo originale La guerre du feu. Drammatico, durata 96′ min. – Francia, Canada 1981.
Everett McGill … Naoh
Ron Perlman … Amoukar
Nicholas Kadi … Gaw
Rae Dawn Chong … Ika
Gary Schwartz … Rouka -Tribu Ulam
Naseer El-Kadi … Nam – Tribu Ulam
Franck-Olivier Bonnet … Aghoo – Tribu Ulam
Jean-Michel Kindt … Lakar – Tribu Ulam
Kurt Schiegl … Faum – Tribu Ulam
Brian Gill … Modoc – Tribu Ulam
Terry Fitt … Hourk – Tribu Ulam
Bibi Caspari … Gammla – Tribu Ulam
Peter Elliott … Mikr – Tribu Ulam
Michelle Leduc … Matr – Tribu Ulam
Robert Lavoie … Tsor -Tribu Ulam
Regia Jean-Jacques Annaud
Soggetto J. H. Rosny aîné (romanzo)
Sceneggiatura Gérard Brach
Produttore John Kemeny, Denis Héroux, Jacques Dorfmann, Véra Belmont
Produttore esecutivo Michael Gruskoff
Casa di produzione International Cinema Corporation, Ciné Trail, Stéphan Films, Belstar Productions
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Claude Agostini
Montaggio Yves Langlois
Effetti speciali Mark Molin
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Brian Morris (Scozia, Kenya) e Guy Comtois (Canada)
Costumi John Hay, Penny Rose
Trucco Christopher Tucker, Sarah Monzani, Michèle Burke
Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo è il primo film con protagonista l’ispettore Harry Callaghan, detto Harry la carogna per i modi spicci e brutali con i quali affronta il mondo del crimine.
Su un soggetto di Harry e Rose Fink il regista Don Siegel costruisce un personaggio destinato ad avere grande popolarità ( e successo) tra le platee di tutto il mondo e contemporaneamente a mettersi contro la stragrande maggioranza dei critici, che accusarono il regista di Chicago di essere un reazionario, un violento ed un fascista.
Un’accusa, quella di essere un reazionario, che Don Siegel fu costretto a ingoiare nonostante il film in questione fosse un apologo delle paure e delle fobie della società americana, a cui Harry la carogna da una risposta sicuramente durissima ma se vogliamo in linea con quello che la maggioranza degli americani sentiva e voleva.

Il regista di Chicago sceglie come protagonista Clint Eastwood, attore con il quale aveva già lavorato con buoni riscontri in L’uomo dalla cravatta di cuoio (1968),Gli avvoltoi hanno fame (1970) e in quel gioiello misconosciuto che è La notte brava del soldato Jonathan, girato qualche mese prima di questo film.
Paradossalmente, questa resterà l’unica opera a vedere in scena il binomio Siegel-Eastwood; i successivi film della serie,ovvero Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan (1973) avrà la regia di Ted Post,Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976), quella di James Fargo,Coraggio… fatti ammazzare (1983), quella dello stesso Clint Eastwood ed infine il capitolo conclusivo,Scommessa con la morte (1988), avrà la regia di Buddy Van Horn.
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo si ispira molto liberamente alle gesta del serial killer Zodiac,il killer dello zodiaco, che operò tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969 nella zona di san Francisco, che fece cinque vittime e che rimase sconosciuto.
La storia vede il grintoso Ispettore Callaghan alle prese con un killer psicopatico che si fa chiamare Scorpio, che ricatta la città e che finirà ucciso, in un finale violentissimo, proprio da Harry la carogna.
Un film violento, duro e crudo, in cui l’azione predomina e vede crescere la statura dell’Ispettore Callaghan, un uomo disilluso e cinico; che ha dei valori forti, ma che è altresì consapevole che alla guerra non ci si va con un ramoscello d’ulivo in mano.
Forse Harry la carogna esagera, ma il pubblico lo ama proprio per quello.
In un’America spesso ostaggio della violenza e di una legge che tutela i cittadini fino alle estreme conseguenze, Callaghan rappresenta il desiderio di vendetta e di giustizia di una popolazione che troppe volte si sente ostaggio della delinquenza.
E parteggia quindi apertamente per quel poliziotto anticonformista e violento, dai modi brutali ma sicuramente efficaci.
Siegel costruisce un’aura di figura maledetta attorno a Harry Callaghan: l’ispettore è probabilmente anche un asociale, non ha alcuna stima per i suoi capi e tanto meno per il potere politico.
Lo dimostra chiaramente una sequenza resa celebre proprio dal volto scolpito nella pietra di Harry, con un dialogo assolutamente irresistibile:
“Sindaco: Allora, sentiamo…
Callaghan: Sentiamo cosa?
Sindaco: Cosa ha fatto finora…
Callaghan: Beh, negli ultimi tre quarti d’ora mi sono scaldato il sedere nella sua anticamera aspettando lei
Sindaco: [rivolgendosi a Callaghan] Non combini altri pasticci come quelli dell’anno scorso nel settimo distretto. Ha capito? Sono stato chiaro?
Callaghan: Sì, però… Quando un maschio adulto aggredisce una donna con l’intenzione di violentarla, io lo uccido. Sono stato chiaro?
Tenente Neil Briggs: Intenzione? E come ha fatto a stabilirlo?
Callaghan: Quando un uomo nudo rincorre una donna in un vicolo con un coltello in mano e con l’affare di fuori… non credo voglia raccogliere fondi per la croce rossa.
Questo tipo di dialoghi, che nel film abbondano e che costituiranno in seguito il marchio di fabbrica di Callaghan, insieme all’uso della inseparabile 44 Magnum, faranno la fortuna del personaggio.
Ancora un dialogo dal film:
“Capitano: Ha seguito quell’uomo?
Callaghan: Sì, l’ho pedinato ma quando ero fuori servizio, ed è evidente che non sono stato io a picchiarlo.
Capitano: Perché?
Callaghan: Perché gli è rimasta qualche parte di faccia sana.”
Come già detto, il personaggio di Callaghan creò un’ondata emotiva che imbarazzò non poco anche le autorità;il desiderio di ordine e legalità del cittadino medio americano si conciliava benissimo con i metodi spicci di Callaghan, ma era decisamente inaccettabile come messaggio per le forze di polizia.

Basti pensare che solo nel primo film della serie,Il caso Scorpio, Callaghan fa fuori con le cattive 14 malviventi.
Per il pubblico italiano, a parte la carica di violenza e il messaggio distorto lanciato da Siegel, il film fu un grande successo di cassetta; colpirono sopratutto le peculiarità specifiche del film, ovvero le magnifiche inquadrature,il sarcasmo feroce di Callaghan, quel suo essere personaggio in stile Cavaliere della valle solitaria.
Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo è un film di facile reperibilità e sopratutto è trasmesso con regolarità dalle tv private;oggi è considerato oggetto di culto e chiunque non l’abbia visto troverà in rete con facilità ottime versioni del film stesso.
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
Un film di Don Siegel. Con Harry Guardino, Clint Eastwood, Reni Santoni, John Mitchum Titolo originale Dirty Harry. Poliziesco, durata 103′ min. – USA 1971.
Clint Eastwood: Harry Callaghan
Harry Guardino: tenente Al Bressler
Andrew Robinson: Scorpio
Reni Santoni: ispettore Chico Gonzalez
John Larch: il Capo
John Mitchum: ispettore Frank DiGeorgio
John Vernon: il sindaco
Lyn Edgington: Norma
Woodrow Parfrey: sig. Jaffe
Josef Sommer: procuratore distrettuale William T. Rothko
William Paterson: giudice Bannerman
Regia Don Siegel
Soggetto Harry Julian Fink, Rita M. Fink
Sceneggiatura Harry Julian Fink, Rita M. Fink, John Milius (non accreditato), Terrence Malick (non accreditato), Dean Riesner
Produttore Don Siegel
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Dale Hennessey
Nando Gazzolo: Harry Callaghan
Daniele Tedeschi: tenente Al Bressler
Cesare Barbetti: Scorpio
Michele Gammino: ispettore Chico Gonzalez
Bruno Persa: il Capo
Carlo Alighiero: ispettore Frank DiGeorgio
Arturo Dominici: il sindaco
Flaminia Jandolo: Norma
Vinicio Sofia: sig. Jaffe
Gianfranco Bellini: procuratore distrettuale William T. Rothko
Alessandro Sperlì: giudice Bannerman
Gianni Marzocchi: l’uomo che tenta di suicidarsi
“ Io so quello che pensi, ti stai chiedendo se ho sparato sei colpi o solo cinque, ti diro’ che in mezzo a tutta questa baraonda ho perso il conto io stesso, ma dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola piu’ precisa del mondo che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso… di’, ne vale la pena? ”
Girolimoni,il mostro di Roma
Roma, 31 marzo 1924.
Emma Giacomini,una bambina di 4 anni, viene rapita e sottoposta a sevizie da un bruto; verrà ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con addosso i segni della brutale violenza subita ma ancora viva.
E’ da questo fatto di cronaca nera, realmente accaduto, che Damiano Damiani parte, nel 1972,per girare un film ispirato ad una serie di fatti di cronaca che sconvolsero l’Italia nel periodo tra il 1924 e il 1928, anno in cui cessarono gli abominevoli delitti che vennero collegati alla mano di Gino Girolimoni, un fotografo romano che venne accusato dei delitti e che invece era assolutamente,totalmente innocente.
Il film ripercorre quindi l’odissea del trentacinquenne romano (all’epoca del primo caso di pedofilia) attraverso una descrizione ambientale accurata anche se non storicamente aderente ai fatti.
Nino Manfredi
La vita del fotografo ( un tantino gaudente e donnaiolo) viene così mostrata in parallelo ai fatti storici, quindi agli avvenimenti che videro coinvolte altre cinque bambine che vennero stuprate e uccise.
Delitti che avvennero in un momento storico particolare, che cominciarono in quel 1924 denso di avvenimenti che portarono il nostro paese ad un ventennio di storia assolutamente drammatico, con gli inizi della dittatura fascista e, sempre nel 1924, la morte del deputato socialista Giacomo Matteotti, che di fatto segnò l’inizio della parte più violenta della storia del regime fascista.
Il 5 giugno 1924 scompare Bianca Carlieri di anni ( il triste delitto della Biocchetta), con conseguente sollevazione popolare sull’onda dell’emozione che tale fatto suscitò nell’opinione pubblica stessa.
Solo 5 giorni più tardi verrà ucciso Matteotti e in questo clima il regime fascista si trovò ad affrontare due emergenze di diversa portata storica ma dall’impatto enorme sull’opinione pubblica.
Il rinvenimento dei corpi provocò l’ira del Duce, attentissimo all’immagine di efficienza e di garantismo dell’ordine pubblico che Mussolini stesso amava dare alla sua politica.
Così la polizia fascista venne sguinzagliata alla ricerca del fantomatico pedofilo assassino, senza che le stesse forze di polizia cavassero un ragno dal buco.
Pressati così da vicino dal primo ministro, i capi della polizia si affannarono a cercare qualcuno che potesse avvicinarsi all’identikit dell’assassino; e lo individuarono nello sfortunato Gino Girolimoni, un agiato fotografo che aveva l’unica colpa di essere single, di amare la bella vita e di aver tentato di avvicinare una ragazzina dodicenne.

Costei lavorava presso una ricca signora, vero oggetto del desiderio dello scapolo romano; tanto bastò alla polizia per catturare l’inesistente mostro.
Il 2 maggio 1927 Girolimoni venne arrestato e la notizia venne letteralmente data in pasto ai giornali.
L’uomo non poteva essere responsabile del primo fatto di cronaca in quanto nel momento che avvenne era addirittura fuori Roma, ma alle solerti forze dell’ordine fasciste ciò non interessava.
Il colpevole era stato catturato e tanto bastava.
Inizia così per lo sfortunato Girolimoni un’odissea che si protrarrà per quasi un anno, quando l’uomo venne scarcerato per mancanza di indizi.
In realtà fu lo stesso giudice istruttore a chiedere l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ma per Girolimoni questo fu l’inizio della fine.

Mentre i giornali dell’epoca avevano strombazzato il suo arresto, con titoloni in prima pagina, gli stessi non dedicarono che quattro righe sul fondo dei giornali alla sua liberazione.
L’uomo finì ai margini della società, con ancora addosso l’ombra infamante del sospetto, nonostante fosse totalmente innocente; sopravvisse facendo il ciabattino o riparando biciclette, ma divenne poverissimo e si spense nel più assoluto anonimato nel 1961.
Ritornando al film, Damiani ricostruisce da maestro le atmosfere della Roma del ventennio, inclusa quella da caccia all’untore che sconvolse la città nei quattro anni citati. Grande la scelta dell’attore principale, quel Nino Manfredi che a ben vedere può essere considerato l’attore italiano più completo di sempre.

Memorabile la sua interpretazione, sofferta, dell’uomo che si vede rinfacciare ingiustamente una colpa infamante e che passa come in un incubo da belle donne (e bella vita) all’inferno del carcere e al sospetto che comunque accompagnerà la sua vita.Tutti bravi gli altri attori, con menzione particolare alla bellissima Angela Covello che interpreta una modella.
Una vicenda, quella di Girolimoni, da prendere come esempio per illustrare una delle tante nefandezze del ventennio fascista, un periodo storico che i revisionisti tentano inutilmente di abbellire quasi fosse un’epoca di prosperità e non viceversa un’epoca segnata dal sopruso e dalla violenza.
Il film è disponibile in versione completa (anche se di qualità non eccelsa) a questo indirizzo:http://youtu.be/FcW6znsyt3A
Girolimoni, il mostro di Roma
Un film di Damiano Damiani. Con Nino Manfredi, Guido Leontini, Orso Maria Guerrini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto, Silvio Bagolini, Vittorio Duse, Arturo Dominici, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Eleonora Morana, Fortunato Arena, Luigi Casellato, Luciano Catenacci, Elio Zamuto, Gabriele Lavia, Claudio Nicastro, Renata Zamengo, Angela Covello Drammatico, durata 125′ min. – Italia 1972.
Nino Manfredi: Gino Girolimoni
Gabriele Lavia: Tarquinio Tirabosco
Eleonora Morana: la moglie di Tarquinio
Orso Maria Guerrini: Gianni Di Meo, il giornalista
Guido Leontini: il brigadiere Apicella
Mario Carotenuto: il vetturino Sterbini
Laura De Marchi: la domestica degli osti Marcocci
Luciano Catenacci: Benito Mussolini
Arturo Dominici: l’ingegnere Jaccarino
Ennio Antonelli: l’amante della madre di ‘Biocchetta’
Luigi Antonio Guerra: il popolano reticente alla firma della denuncia
Nello Pazzafini: Fiaccarini, il preparatore dell’obitorio
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Sceneggiatura Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Produttore Bruno Todini
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Costumi Mario Ambrosino
Due foto di Gino Girolimoni,la vera vittima dell’affaire Girolimoni
Due prime pagine, vergognose, in cui si parla di mostro catturato
La controfigura
Una Citroen con a bordo Giovanni, architetto fallito, attraversa la città e si dirige verso un garage sotterraneo.
Qui, seminascosto nell’oscurità, c’è un uomo visibilmente nervoso, che all’arrivo dell’auto estrae da una borsa una pistola automatica e inizia a sparare addosso a Giovanni. Il primo colpo infrange il parabrezza ma il secondo colpisce in pieno l’architetto che stramazza al suolo.
Si dice che in punto di morte si riveda ad altissima velocità tutta la vita e a Giovanni capita invece di rivedere gli avvenimenti, le facce e le persone che ha frequentato negli ultimi tempi, in un mix che si accavalla senza sosta.

E’ l’inizio di La controfigura, film del 1971 diretto da Romolo Guerrieri, che capovolge le regole del thriller mettendo in scena l’atto finale della storia, per poi riprendere attraverso l’alternarsi del flashback la vita di Giovanni.
Un architetto di bassa tacca, che vivacchia con i soldi che gli passa il padre; ha sposato la bellissima quanto superficiale Lucia e nutre anche sentimenti equivoci per la altrettanto affascinante suocera Nora.
E’ questa bruciante passione che porta Giovanni a equivocare sulla simpatia che Nora gli porta;l’uomo, durante un viaggio in Africa la prende con la forza.

Nello stesso viaggio sia la moglie che la suocera conoscono un giovane e affascinante hippy, Eddie, verso il quale le due donne mostrano apertamente simpatia.
A quel punto Giovanni costringe sua moglie a tornare a Roma, ma quando apprende che sua suocera ha fatto anch’essa ritorno con Eddie, decide di andarla a trovare.
Al rifiuto netto della donna, Giovanni decide di penetrare nell’appartamento di Nora dove fa un’inaspettata scoperta, quella del cadavere di Eddie.
Convinto che ad uccidere l’hippy sia stata sua suocera, Giovanni fa scomparire il cadavere del giovane, ignorando che l’assassino è un maniaco….

Pesante il debito o se preferite il tributo ai film lenziani; analogo tributo o se vogliamo ispirazione per il film di Lado La corta notte delle bambole di vetro, che sostanzialmente ripercorre in flashback la vita di Gregory Moore,il giornalista americano in stato catalettico che rivede in flashback le sue vicissitudini.
Ma La controfigura presenta comunque diversi elementi a suo favore, a cominciare da una trama abbastanza lineare e ben svolta fino alla fine così come ben giocata è la carta dei continui flashback che ci illustrano la vita di Giovanni, il vero protagonista della storia.
Elegante confezione quindi, per un film molto più vicino ad un noir che ad un thriller.

Mancano infatti del tutto l’elemento slasher e quello strettamente ad alta tensione tipico dei film strettamente appartenenti al genere thriller, a tutto vantaggio di una storia che sembra privilegiare le gesta in primis di Giovanni e in secondo luogo di quelle di sua moglie Lucia, frivola e viziata e della sua affascinante madre.
Il film di Guerrieri è tratto, o forse sarebbe meglio dire ispirato all’ omonimo romanzo di Libero Bigiaretti; da quello che ho letto nelle varie recensione, pare che il romanzo abbia un andamento molto più introspettivo e psicologico, ma la cosa ha un’importanza relativa.
Girolami consegna al pubblico un film molto ben confezionato che ha qualche punto debole nei dialoghi, valga per tutti nel flashback iniziale la solita domanda del padre di Lucia a Giovanni, quella ormai di prammatica negli anni settanta: “Ma lei è comunista?”.

Ma questo è voler davvero trovare il pelo nell’uovo.
Il film ha momenti felici e un cast di buon livello, con la splendida Bosè su tutti.
L’attrice italiana ha fascino da vendere e surclassa la pur bella e a tratti nuda Eva Aulin.
Discreta la prestazione dell’immancabile Jean Sorel,autentica presenza fissa di numerosi film a metà strada tra il thriller, il giallo e il noir; presenze assolutamente di contorno quelle di Marilu Tolo, scarificatissima nel ruolo di un’amica di Giovanni non tanto segretamente attratta da lui e di Silvano Tranquilli, qui nel ruolo di Roger, marito di Nora e padre di Lucia.
Quasi invisibile Giacomo Rossi-Stuart, mentre il ruolo del commissario è affidato a Pupo De Luca, un altro grande caratterista del cinema anni settanta.
La controfigura è un film che passa raramente in tv, ed è quindi difficilmente rintracciabile in rete. A tutti consiglio la versione ricavata dalla proiezione televisiva che ne ha fatto Rete 4, che è di gran lunga la migliore oggi esistente.
La controfigura
Un film di Romolo Guerrieri. Con Silvano Tranquilli, Lucia Bosè, Jean Sorel, Antonio Pierfederici, Ewa Aulin, Marilù Tolo, Bruno Boschetti, Pupo De Luca Drammatico, durata 90 min. – Italia 1971.
Jean Sorel … Giovanni
Lucia Bosé … Nora Tosatti – Madre di Lucia
Ewa Aulin … Lucia
Silvano Tranquilli … Roger
Sergio Doria … Eddie Kennan
Antonio Pierfederici … Professor Bergamo
Bruno Boschetti … Il poliziotto Balestra
Giacomo Rossi-Stuart …Fratello di Giovanni
Pupo De Luca … Commissario
Marilù Tolo … Marie, amica di Roger
Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Valentino Bompiani
Sceneggiatura Sandro Continenza, Sauro Scavolini
Produttore Gino Mordini
Fotografia Carlo Carlini
Musiche Armando Trovajoli

L’evaso
Francia,anni 30
In un piccolo paese rurale della provincia francese arriva Jean Lavigne, un evaso dal carcere della Cayenna, dove è stato rinchiuso per aver assassinato due uomini politici.
L’uomo decide di stabilirsi in paese abitato da poche anime e trova lavoro presso la vedova Tati Couderc, una donna precocemente invecchiata dal duro lavoro, dalla vedovanza e sopratutto sfibrata dalla lotta con i parenti del defunto marito, decisi a sottrarle la proprietà ereditata.
Incurante dell’ostilità dei parenti e degli abitanti del paese, Tati Couderc assume Jean, dandogli un tetto e del vitto.
Dopo un periodo di diffidenza, Tati sembra legarsi a quell’uomo silenzioso e misterioso e Jean, forse per riconoscenza, forse per affetto sembra ricambiare il sentimento.
Alain Delon
Simone Signoret
Così tra i due nasce una relazione, ma Jean nel frattempo allaccia un’amicizia con coinvolgimento amoroso anche con Felicie, una giovane ragazza madre parente di Tati.
La vedova Couderc ben presto capisce che Jean nasconde qualcosa ma decide comunque di difenderlo dalla preoccupata e interessata attenzione dei parenti.
Jean commette l’errore di parlare troppo con Felicie che imprudentemente si sbottona con i genitori; è l’inizio della fine, perchè all’improvviso in paese arriva un esercito di gendarmi che circondano la fattoria di Tati.
Jean muore crivellato dai colpi dei gendarmi e ……
Ottavia Piccolo
Il regista francese Pierre Granier-Deferre dirige nel 1971 L’evaso, scrivendo la sceneggiatura con Pascal Jardin e adattando un romanzo di Simenon per il grande schermo. Non è un adattamento fedele alla lettera ma è una trasposizione in cui le atmosfere e una nostalgia palpabile pervadono un film che fa dell’ambientazione e della descrizione dei personaggi il suo punto di forza.
L’atmosfera gretta e meschina del piccolo borgo rurale nel quale si svolge la storia, le due vite lontanissime che finiscono per diventare complementari, quelle di Jean e Tati,la malinconica provincia francese fotografata come meglio non si potrebbe da Walter Wottitz contribuiscono a rendere L’evaso un film sicuramente da ricordare.
Se la storia in fondo è semplicissima, va apprezzato il tentativo di Granier-Deferre, autore di alcuni film di ottima fattura come Un battito d’ali dopo la strage, Le chat – l’implacabile uomo di Saint Germain e Il clan degli uomini violenti, di rendere il film visivamente potente, senza curarsi molto della velocità del film.

Che infatti scorre lentissimo, come il fiume del villaggio o come le vite dei suoi abitanti, meschinamente attaccati al possesso dei beni materiali proprio perchè isolati in una comunità assolutamente chiusa all’esterno, agli altri.
E’ un mondo piccolo e dalle vedute ristrette, quello in cui si trovano a vivere il loro personale dramma i due personaggi del film; il primo, Jean, è un evaso del quale praticamente non sappiamo nulla, se non che ha ucciso due politici e che vorrebbe tornare a casa sua, ma che vedrà il suo destino legarsi a quello di Tati Couderc.
Una donna sola, energica, invecchiata anzi tempo sia dalla solitudine che dal duro lavoro dei campi.
Ma anche dalla tensione, da quel doversi difendere quotidianamente dall’ostilità dei parenti del marito, che le contestano l’eredità ricevuta.

Tati è ancora una donna in grado di dare e ricevere amore; lo dimostrerà decidendo di non denunciare Jean, anzi, di stringerlo a se nonostante i pettegolezzi feroci dei paesani.
Il terzo personaggio del film è la giovane e selvaggia Felicie, una ragazza madre con un’indole libera ma anche con un cervello da uccellino: sarà proprio lei la causa del finale drammatico delle vite di Jean e Tati.
In tutto questo Deferre ci mette la mano con delicatezza, preferendo allungare smodatamente i tempi narrativi, lasciando quindi allo spettatore la libertà di gustarsi la placida indolenza di una parte di provincia francese assolata e sonnacchiosa in perfetta comunione con i suoi abitanti.
Che però hanno tutti i pregi e maggiormente tutti i difetti di coloro che vivono in una comunità chiusa ed ermeticamente riluttante a qualsiasi novità.

L’arrivo di Jean turberà quell’equilibrio stagnante fino al finale in cui l’arrivo di moltissimi gendarmi e il sibilo di centinaia di pallottole non squarcerà drammaticamente il silenzio di un piccolo microsmo in precario equilibrio, in nettissimo contrasto con la placida natura che circonda la scena del dramma.
Jean cade senza aver potuto nemmeno sparare un colpo, cade in un’aiuola brulla e desolantemente bruciata dal sole.
Un finale amaro ma se vogliamo ampiamente preventivabile; Jean paga il suo doppio omicidio, paga quel passato oscuro che si porta dietro, ma paga principalmente l’invidia e l’avidità di un pugno di paesani gretti e meschini, così come Tati paga la sua indipendenza, quell’essere ferocemente gelosa della sua indipendenza.
Il grande valore aggiunto del film è rappresentato dalla presenza di due tra i migliori attori francesi della seconda parte del novecento: Simone Signoret e Alain Delon, due volti perfetti per due personaggi dolenti e perdenti.

La Signoret è uno spettacolo da vedere, Delon è la classica canaglia dal volto umano, un ruolo che l’attore francese replicherà molte volte, sempre fedele al personaggio che si è costruito nel corso degli anni; a loro va aggiunta la bellissima e seducente Ottavia Piccolo che completa il cast di un film decisamente bello e affascinante.
Una nota finale; in Italia il film venne distribuito con il titolo L’evaso in luogo del titolo originale La veuve Couderc, spostando quindi l’attenzione dal personaggio principale di Tati Couderc a quello indubbiamente importante di Jean, un chiaro espediente per avvicinare alla visione del film i numerosi fan dell’attore francese.
L’evaso è un film di facile reperibilità, che nella versione originale ha un fascino ancora migliore, grazie alla musicalità del francese parlato in origine; trasmesso più volte dalle tv private, è disponibile anche in digitale.

L’evaso
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Alain Delon, Jean Tissier, Simone Signoret, Ottavia Piccolo Titolo originale La veuve Couderc. Drammatico, durata 88′ min. – Francia 1971.
Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon – romanzo
Produttore Raymond Danon
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Jacques Cottin
Trucco Maud Begon
Simone Signoret: Tati Couderc
Alain Delon: Jean Lavigne
Ottavia Piccolo: Félicie
Jean Tissier: Henri Couderc
Pierre Collet: commissario Mallet
François Valorbe: colonnello Luc de Mortemont
Jean-Pierre Castaldi: ispettore












































































































































































































































































