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Spiando Marina

Spiando Marina locandina

Nel passato di Mark Derrik, ex poliziotto della squadra narcotici di Miami c’è una tragedia immensa; ha perso la moglie e il figlio, trucidati da una banda di mafiosi legati al traffico internazionale di droga.
Mark, che tempo addietro si è fatto corrompere proprio dalla principale banda che operava nel campo degli stupefacenti, è stato scoperto e mandato sotto processo.
Per evitare una condanna pesantissima, aveva svelato nomi e identità della banda, ottenendo così in cambio l’impunità.

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Deborah Caprioglio

Ingaggiato per diventare il killer del capo della banda mafiosa che gli ha sterminato la famiglia, Mark arriva a Buenos Aires per compiere la sua missione.
Si installa quindi in un elegante appartamento che diventa la sua base operativa.
Dall’appartamento adiacente però arrivano spesso gemiti e lamenti di una donna; Mark scopre che la protagonista di perversi giochi erotici è una splendida ragazza, Marina Valdez, coinvolta in giochi estremi sadomaso con quelli che all’inizio sembrano essere degli sconosciuti.
Attratto irresistibilmente dalla appariscente ragazza, Mark inizia così a spiarla, scoprendone i giochi viziosi.
La vede anche amoreggiare con un serpente; sarà proprio il serpente la causa del loro incontro, che si trasformerà ben presto per Mark in una torrida relazione.
Anche perchè il caso vuole che l’amante di Marina sia i realtà il suo bersaglio….

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Sergio Martino, autore di alcuni interessanti thriller targati anni settanta come Lo strano vizio della Signora Wardh , La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio,Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave e I corpi presentano tracce di violenza carnale gira nel 1992 usando lo pseudonimo di George Raminto questo thriller soft core lontanissimo da quei film citati prima che si erano distinti ia per la buona tenuta della trama sia per la cura con cui erano stati girati.
Con Spiando Marina il regista cerca di cavalcare l’onda del pruriginoso tout court, usando come interprete principale la prosperosa Deborah caprioglio, che due anni prima aveva conosciuto una larga ntorietà grazie al film di Tinto Brass Paprika.
Il prodotto finale è decisamente scialbo, debolissimo sia nella trama che nello svolgimento, con un colpo di scena finale che è ampiamente previsto, vista l’assoluta e pretestuosa inconsistenza della trama stessa, avviluppata attorno alle morbide e abbondanti forme della Caprioglio.

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Che naturalmente è inquadrata sopratutto nel suo punto forte, quel seno abnorme che ne fece la fortuna nel brassiano Paprika.
A parte qualche metro quadro di capezzoli e di pube, il film non presenta alcun elemento per cui valga la pena esser visto.
Inutilmente il mestierante Martino punta la cinepresa sul torbido, usando anche un serpente per turbare lo spettatore:nulla di nuovo comunque, visto che l’ineffabile Jonas Reiner ci aveva provato ben 12 anni prima usando un pitone in una scena al calor bianco nel film Libidine, con protagonista l’ex bambina prodigio Cinzia De Carolis,

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accompagnata nell’occasione dalla porno star Marina Frajese e dall’ex trans Ajita Wilson.
Il film si sviluppa quindi monotonamente attorno al rapporto che viene a stabilirsi tra Marina e Mark, insistendo ovviamente proprio sulla parte più voyeuristica.

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Alla fine la noia assale come un narcotico lo spettatore; siamo ormai nel periodo di massima crisi del cinema italiano, con prodotti come questo destinato solamente a solleticare gli istinti meno confessabili dello spettatore.
Da dimenticare quasi tutto.
Anzi, toglierei il quasi e direi che a predominare in assoluto è lo squallore.
Non c’è nulla da salvare, in realtà: la recitazione non raggiunge nemmeno l’insufficienza, location e fotografia sono da minimo sindacale.

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Se a qualcuno alla fine Spiando Marina è anche piaciuto, beh, buon per lui.
Il cinema non è assolutamente questo.

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Spiando Marina, un film di George Raminto (Sergio Martino). Con Debora Caprioglio, Leonardo Treviglio, Steve Bond,Raffaella Offidani– Erotico, durata 97 min. – Italia 1992.

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Debora Caprioglio – Marina Valdez
Steve Bond  – Mark Derrick
Sharon Twomey – Irene
Leonardo Treviglio – Hank
Pedro Loeb – Steinberg
Raffaella Offidani -Prostituta
Martín Coria – Indio
Roberto Ricci- Killer

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Regia: Sergio Martino
Sceneggiatura: Sergio Martino e Piero Regnoli
Musiche: Luigi Ceccarelli
Editing: Alberto Moriani
Costumi: Silvio Laurenzi

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Disastroso tentativo di commistione fra noir ed erotico, con dialoghi tremendi (presumibilmente regnoliani) e recitazione davvero mediocre di tutti, con la vistosa eccezione della Caprioglio, che è addirittura agghiacciante. Il tutto in una desolante povertà di luoghi e di idee, qualora si escluda il primo dei colpi di scena, peraltro rovinato da quelli (telefonatissimi) successivi, fino al grottesco finale strisciante. Il cinema e la logica sono i grandi assenti. Nel grande vuoto, per di più, la musica apppare invadente.

Ammettiamolo una buona volta: l’erotismo non sempre (o non solo) è dato da due tette al vento ed un (pur bel) paio di chiappe in bella vista. La Caprioglio veniva dal brassiano Paprika e, a suo modo, era famosa. Ma non è (meglio era) quella bellezza in grado di affascinare, apparendo troppo “terrena” e spesso volgare. Per il resto Martino è un regista in grado di dare ritmo al film, inserendo un intermezzo noir (il poliziotto ed il mafioso) ed utilizzando un discreto reparto musicale a cura di Luigi Ceccarelli.

Questo disastroso thriller erotico firmato da Martino (con cognome anagrammato…) si basa tutto sulla bellezza della brassiana Caprioglio, che concede un amplesso dopo l’altro, inframmeazandoli con una recitazione imbarazzante. Colpi di scena finale; blandi richiami a 9 settimane e a Orchidea selvaggia e qualche flashback, con svogliate scene di sparatorie. I tempi dei gialli martiniani Hilton-Fenech sono solo un ricordo…

Noioso e stucchevole thriller blandamente erotico firmato con uno pseudonimo da un Martino che forse si vergognava del lavoro svolto e che qui raggiunge uno dei punti più bassi della sua carriera. Inutile, infatti, cercare il più piccolo briciolo di tensione o di sensualità. L’unica cosa che abbonda è la noia.

“Se mi dai un colpo con quelle tette mi ammazzi”. Eddie Murphy (in Una poltrona per due) aveva già scritto la recensione di questo film. Considerato il differenziale di reddito, lo pregherei di lasciarmela usare senza esigere copyright. La storia in sé non è nemmeno male, con l’ex cop corrotto costretto a fare l’assassino a contratto in Sudamerica. Però la comanda è chiara: dateci dentro con la Debbborahhh (con l’acca). Il ½ in più lo metto solo perché non sono insensibile al tipo fisico in questione. Il resto è tragicommedia.

Orrido. D’accordo che la Caprioglio è un belvedere indiscutibile (anche se a me qui risulta leggermente acerba), ma da Sergio Martino ci si aspetterebbe qualcosa di più. Come tutti i film da lui diretti dagli Anni Ottanta, un altro film orrendo. Dedicato ai vouyeristi convinti.

Da un maestro del thriller all’ italiana una schifezza senza arte né parte. Riflette in pieno lo squallore del cinema italiano Anni Novanta; la bella Caprioglio allora in auge non basta a salvare questa squallida pellicola. Trama poco originale, che mi ricorda il bruttissimo Sensi.

Banalissimo sul versante thriller e risibile su quello erotico. Scialbo, finto, patetico pseudo film girato da un Martino che nulla può più chiedere alla propria carriera. Egli, infatti, ha dato il meglio di sè in anni passati, sopratutto con Banfi. Imbarazzante a dir poco il cast. La Caprioglio è bellissima ma in quanto a recitare è meglio stendere un velo pietoso. E cosi gli altri. Da evitare.

 

dicembre 27, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , | Lascia un commento

Lo sguardo dell’altro

Lo sguardo dell'altro locandina

“Era più di un anno che non ti prendevo in mano, caro diario; era stato il mio analista a chiedermi di confidarmi con te….”
Begonia (Begona con la cedilla in spagnolo) annota su un diario le sue esperienze, affidando alla carta e poi ad un traduttore che proietta anche immagini su una parete quello che è il suo pensiero interiore.
In effetti come la stessa donna annota, essa non ha alcuna voglia di conoscersi, come suggerito dall’analista quanto di farsi conoscere.
Begonia vorrebbe vivere libera da condizionamenti seguendo l’istinto, vivendo quindi una vita viscerale e senza limiti.
Ma come racconta, la testa le impedisce di attuare tutto ciò che sente:  “vorrei essere una vacca, piuttosto che una donna“, dice in un impeto di ribellione verso le convenzioni, verso i tabù e l’educazione che ne mortificano la libertà e le riducono fortemente il raggio d’azione.

Lo sguardo dell'altro 1

Lo sguardo dell'altro 2
Laura Morante

Apprendiamo tutto ciò nei primi minuti del film, che anticipano in qualche modo le azioni della donna, giustificandone i successivi comportamenti.
Nella vita di Begonia sfilano così uomini disparati e apparentemente poco interessati al suo io, quello che l’analista le consiglia di cercare con insistenza; la donna percorre così quasi in maniera incorporea una strada fatta di incontri casuali, come quello con Elio che da vero lupo solitario la immerge in atmosfere torbide e malsane, portandola in giro per accoppiamenti sessuali che in qualche modo appagano la donna fisicamente ma che le lasciano comunque un vuoto incolmabile a livello affettivo.
Una galleria di volti anonimi, di persone vuote che sembrano simulacri di esseri umani agitati da istinti bassi e abietti; come Ignazio, pittore di strani ritratti a sfondo psicanalitico che la coinvolge in pose al limite dello scabroso, come l’ex compagno di studi Santiago, che la coinvolge in festini hard.

Lo sguardo dell'altro 3

E poi Daniel, un giovane ben diverso dagli uomini che frequenta, un po poeta e un po idealista, che la corteggia sfoggiando sentimenti veri e autentici e che alla fine riesce a convincerla a compiere un passo che Begonia non vorrebbe fare ovvero sposarsi.
Begonia è incerta, titubante: lei è una ribelle per certi versi.
E’ la donna che durante il pranzo con la sua famiglia , mentre sua madre esalta il ruolo del marito appena scomparso dipingendolo come un uomo dalla sana moralità fedele e dedito alla famiglia, contesta tutto ricordando che suo padre è morto tra le braccia dell’amante durante un amplesso.
Può una donna così cambiare radicalmente la sua vita, violentare i propri principi e trasformarsi in una moglie, vivere quindi una realtà “normale”?

Lo sguardo dell'altro 4

Begonia ci prova, ma prima del matrimonio viene stuprata e durante l’atto resta incinta.
Sposa lo stesso il buon Daniel, ma inspiegabilmente torna dai suoi stupratori, sconvolgendo Daniel che la abbandona.
Begonia resta sola così con sua figlia: è una donna di nuovo libera, ma fino a che punto?
Lo sguardo dell’altro, film diretto da Vicente Aranda nel 1996 è un film ambiguo.
Forse più inconsistente che ambiguo.
Non è una differenza da poco.

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Perchè Aranda mostra un ritratto di donna in chiaroscuro in cui prevale nettamente la parte oscura, una donna che in nome di una libertà confusa sceglie di riscattarsi dai dubbi esistenziali, dalle angosce quotidiane, dal famoso “chi sono, da dove vengo, dove vado” infilandosi nei letti di chiunque, in una schizofrenica quanto inconcludente ricerca che la porterà alla fine ad essere sola come in partenza, anzi, più sola.
Perchè quella figlia che lei culla sul finale del film è l’unica nota positiva che ha ricavato fino a quel punto.
Ma è figlia di uno stupro, che lei ha subìto e sùbito dopo rivendicato quasi fosse un’esperienza positiva, e che invece l’ha privata dell’unico uomo che avrebbe potuto frenare quel suo inconscio essere autodistruttiva.
Il maggior limite del film sta proprio in questa contraddizione.

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Begonia è un essere incomprensibile, schizofrenico, agitato da mari tempestosi senza che venga spiegato il perchè di queste sue pulsioni.
E’ anticonformista, è vero, ma è anche borghese e convenzionale.
Il suo tentativo di liberarsi, di esprimere se stessa non attraverso un diario che in realtà dovrebbe avere lo scopo di aiutarla a conoscersi, ma attraverso esperienze estreme, in cui la donna appare vittima e carnefice in un ruolo però non subìto ma cercato, finisce per perdersi dietro un’inestricabile sequela di avventure sessuali che non possono in alcun modo aiutare a crescere.

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Begonia usa il suo corpo come uno strumento, poi come uno specchietto per le allodole, ricavando sempre e solo un risultato, ovvero una solitudine infinita.
Allora che senso ha l’agitarsi e il dimenarsi nei letti, lo sperimentare il sesso estremo se fin dal primo incontro appare chiaro che lei dona un qualcosa che gli uomini accettano volentieri ma che ricambiano in fin dei conti con una mancanza di rispetto assoluta per la sua persona, per il suo pensiero, per il suo essere?
Begonia è una donna intelligente ma appare come un essere uterino, guidato quindi solo da pulsioni sessuali che utilizza per sedurre, attrarre, senza però alla fine ricavarne nulla di tangibile.
Il grande equivoco e il grande limite del film in sostanza è questo.

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I borghesi sono tali perchè non sono afflitti dai problemi della gente comune, impegnata nella sopravvivenza quotidiana e alle prese con problemi più tangibili e immediati.
I borghesi hanno il superfluo, quindi si crogiolano come lucertole al sole in dinamiche incomprensibili, i pistolotti mentali che alla fine irritano chi non condivide quei problemi, diciamolo pure, assurdi e inutili.
Begonia quindi diventa una donna insoddisfatta della propria condizione che si ribella alla stessa grazie ai privilegi di cui gode, il lavoro, la famiglia borghese, la libertà individuale.
Che non ha dovuto conquistare, ma che le appartiene in virtù del ceto sociale di appartenenza.
E’ la donna a cui la vita non ha negato nulla: difatti non cerca se stessa, come l’intellettuale disperato che non riesce a trovare il filo d’Arianna della logica dell’esistenza.

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No, è soltanto una donna che gode delle proprie pulsioni, edonistica e ninfomane.
Un personaggio negativo in toto, che lo spettatore del film finisce per detestare man mano che la pellicola si contorce su se stessa, sfociando in momenti assolutamente da dimenticare, quali le risate durante il matrimonio o la resa visiva della sessualità della donna, che in fondo sembra essere davvero l’obiettivo di Aranda.
Ovvero, usando parole povere, una cartina di tornasole per giustificare il bel corpo nudo di Laura Morante esposto in tutti i modi.
Lei, Laura, da corpo ad un personaggio indimenticabile in senso negativo.
Antipatica, spocchiosa, finisce per caratterizzare tutte le lacune del personaggio amplificandole oltre modo e dando vita ad una interpretazione schizoide, che finisce per guastare ancor di più il poco di buono che si recepisce qua e là.
Peccato, perchè la Morante è non sola bella, ma anche decisamente al di sopra di quanto mostrato nel film.
Sconsiglio caldamente la visione di questo film che è opera masturbatoria sia a livello psicologico che visivo.

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Un’operazione fintamente intellettuale che innervosisce proprio per la sua pretestuosità e per il messaggio falsamente libertario che vuole trasmettere.
Lo sguardo dell’altro, un film di Vicente Aranda. Con Laura Morante, Miguel Bosè, José Coronado Titolo originale La mirada del otro. Commedia, durata 104 min. – Spagna 1997.

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Laura Morante    …     Begonia
Blanca Apilánez    …     Isabel
Alicia Bogo    …     Clara
Miguel Bosé    …     Santiago
Alonso Caparrós    …     Luciano
Berta Casals    …     Ragazza
Miguel Cazorla    …     Ragazzo
José Coronado    …     Elio
Miguel Ángel García    …     Daniel
Paz Gómez
Sancho Gracia    …     Ignacio
Pedro Miguel Martínez    …     Luis
Ana Obregón    …     Marian
Juanjo Puigcorbé    …     Ramon
Tema Sandoval    …     Yuyi
Nuria Solé    …     Moglie di Luis
María Jesús Valdés    …     Madre

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Regista:Vicente Aranda
Sceneggiatori: Álvaro del Amo, Vicente Aranda
Prodotto da Andrés Vicente Gómez e Carmen Martínez
Musiche originali : José Nieto
Fotografia : Flavio Martínez Labiano
Montaggio :Teresa Font
Costumi :Alberto Luna

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Avvincente film che lega un erotismo elegante ad una fantasia spolverata di fantascientifico. Splendida Laura Morante in ottima forma (in tutti i sensi). Devo dire di non aver mai amato il cinema spagnolo, ma in questa pellicola si viene piacevolmente sorpresi dalla scorrevolezza d’impianto che cancella la velata noia di una sceneggiatura un po’ sciocchina sul “doppio cosmico”; l’erotismo è calibrato, pensato alla francese, ma anche molto crudo ed esplicito. Tutto sommato un buon film.

Un film erotico d’autore caratterizzato da un’ottima regia e da ottime interpretazioni, tra le quali spicca quella di Laura Morante che con il suo lavoro ha dato vita ad una donna conturbante dall’animo peccaminoso: Begonia, scabrosa e desiderosa di uomini e ossessionata da questi. Crudo quanto basta per eccitarti.

dicembre 17, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , | 3 commenti

La padrona è servita

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Domenico Cardona, ex contadino diventato ricco come imprenditore, cafone e cialtrone, prende in affitto il piano terra di una villa di campagna, di proprieta’ di una contessa.
La villa è abitata da altre donne; ci sono le due figlie della contessa, una molto giovane l’altra attempata, entrambe non sposate, con la compagnia di Angela, vedova dell’unico figlio della contessa, Olga, sorella della contessa.
A loro va aggiunta la procace e disponibilissima donna di servizio, Sultana.

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Senta Berger

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Erika Blanc

La convivenza tra il rustico Domenico e il gruppo di donne, dopo un inizio difficile, per ovvia colpa delle differenti estrazioni sociali, sembra andare incontro ad una pacifica anche se forzata tolleranza.
A Domenico si aggiunge il giovane e timido nonchè inibito Daniele.
E’ Olga a dare il via ai tentativi di seduzione dei due maschi di casa; ci proverà senza fortuna con Domenico per ripiegare sul giovane Daniele, con il quale non consumerà però il fattaccio.

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La più giovane delle figlie della contessa prova anche lei, in tutti i modi, a iniziare il giovane alle delizie dell’eros, ma anch’essa senza successo.
Dopo esser passato attraverso la cameriera, per un breve e fugace amplesso, Daniele si invaghisce di Angela, donna all’apparenza sensuale e disponibile.
Il giovane riuscirà in qualche modo a iniziare la sua vita da adulto proprio con Angela, che lo sedurrà.

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Ma le cose vanno anche in maniera opposta a quanto desiderato dal giovane; la donna alla fine accetta, per calcolo, la corte di Domenico, lasciando nella disperazione il ragazzo, che decide così di allontanrsi e andare in America.
Un giorno però Domenico, dopo aver avuto un rapporto contemporaneo con Olga e con la zitella figlia della contessa, muore d’infarto dopo l’amplesso.

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Daniele torna a casa per regolare l’eredità paterna, e mentre si reca ai funerali, parla con la vedova del padre, che adombra la possibilità di un loro futuro rapporto.
La padrona è servita, film del 1976 diretto da Mario Lanfranchi, è una stanca commediola a sfondo simil erotico; in effetti, a guardare bene, è solo la trama ad essere licenziosa, perchè il film è decisamente casto e con qualche nudo fugace, fra i quali spicca un nudo posteriore della bella Senta Berger ripresa in lontananza.
Un film decisamente noioso, anche, svilito da una trama ormai logora, quella dell’iniziazione giovanile del solito imbranato ad opera di vogliose e mature donne, a cui si unisce l’altrettanto trito e ritrito provinciale arricchito che ambisce a ripulirsi dalla sua patina di rozza cultura sposando la solita nobile a corto di denaro.

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Con queste premesse il film non poteva offrire altro che la solita serie di gag legate al giovanotto che allunga le mani, alla solita pruriginosa ragazzina che tenta di mostrarsi più matura del reale, la solita procace cameriera pronta a cedere alle voglie dei padroni e quindi tutto il campionario classico della commedia minore sexy all’italiana.
Tra gli attori l’unica a mostrare talento, unito alla simpatia, è Erika Blanc, che interpreta da par suo la licenziosa, ai limiti della ninfomania sorella della contessa; male invece Senta Berger, spaesata e legnosa come non mai.
Maurizio Arena, che interpreta Domenico, riesce in qualche modo a definire il personaggio rozzo e incolto del contadino arricchito; ma è evidente il declino fisico dell’attore, lontanissimo dal personaggio del bello ma povero che l’aveva lanciato nel mondo del cinema.

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Sovrappeso, svagato, Arena contribuisce anche lui a dare un senso di grigiore generale al film, che si smarrisce tra una trama inesistente, battute e battutine da dimenticare, dialoghi abbastanza poveri, di una tristezza e di una pochezza disarmanti.
Opera quindi che va inserita di diritto nei B movies italiani della commedia sexy, nobilitata solo dalla simpatia di Erika Blanc, in questo caso penalizzata da una bizzarra acconciatura.

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La padrona è servita, un film di Mario Lanfranchi. Con Maurizio Arena, Senta Berger, Erika Blanc, Bruno Zanin Erotico, durata 91 min. – Italia 1976.

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Senta Berger    …     Angela
Maurizio Arena    …     Domenico Cardona
Bruno Zanin    …     Daniele Cardona, il figlio
Erika Blanc    …     Olga

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Regia Mario Lanfranchi
Soggetto Mario Lanfranchi
Sceneggiatura Mario Lanfranchi, Pupi Avati
Produttore InterVision
Distribuzione (Italia) Agora
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Guido Josia
Costumi Maria Baroni

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dicembre 15, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , | Lascia un commento

Emanuelle in America

Emanuelle in America locandina

Sempre alla ricerca di scoop fotografici, Emanuelle questa volta si imbarca in una serie di avventure molto pericolose tra trafficanti di armi e orge veneziane, tra snuff movie e anche un principe africano che la vorrebbe in sposa e che non fa i conti con la bella reporter, troppo indipendente per accettare un legame fisso.
Emanuelle in America, terza opera dedicata alla reporter interpretata da Laura Gemser è il secondo diretto da Aristide Massaccesi con il suo abituale pseudonimo Joe D’amato.

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Laura Gemser

Segue il lusinghiero successo di Emanuelle nera Orient reportage girato nel 1975, mentre questo film è dell’anno successivo.
Joe D’Amato sceglie di mescolare più generi, creando un vero trademark che sarà la caratteristica peculiare di tutti i prodotti successivi; il cinema horror si mescola al thriller, al sexy fino al porno quasi estremo, rappresentato dalla famosa scena censurata in Italia della masturbazione di un cavallo, che verrà replicata in Caligola la storia mai raccontata, anche questo interpretato dalla Gemser.

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Discontinuo e disomogeneo, Emanuelle in America è un film molto forte a livello visivo, caratterizzato principalmente dall’inserzione, nella pellicola, di quello che sembra essere un vero e proprio snuff-movie, rappresentante scene di violenza eseguite da militari ai danni di alcune ragazze.
Scene ferocissime con sangue che scorre a fiumi, mutilazioni impressionanti, falli artificiali in metallo e ganci che straziano i corpi delle prigioniere.

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Scene rese quasi reali dall’abilità di D’Amato, che utilizzò una handy cam e che ebbe poi l’accortezza di rovinare la pellicola, dando alla stessa un senso di impressionante realtà.
La versione italiana uscì mutilata volontariamente dallo stesso regista, che sapeva perfettamente che non avrebbe mai superato la barriera censorea, mentre per il mercato estero vennero girate appositamente scene hard per un tempo di circa 10-12 minuti.
Scene che nulla aggiungono ovviamente all’economia del film, che appare caotico e sopratutto poco credibile.
Ma l’intento di D’Amato viene raggiunto a livello visivo, con un helzapoppin di immagini truculente mescolate ad una storia che se ha dalla sua l’assoluta incredibilità finisce per ammaliare lo spettatore, tutto preso anche dalla generosa esposizione delle forme delle belle protagoniste, ovvero Laura Gemser, Lorraine De Selle e Paola Senatore, entrambe alle prese con ardite sequenze saffiche recitate a turno con la affascinante Gemser.

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Quanto mai fascinose le location, tra le quali spiccano l’ambientazione veneziana, teatro dell’orgia in cui Emanuelle si trova ad accoppiarsi assieme a quasi tutti gli intervenuti fino al villaggio caraibico Chez Fabion nel quale molte mature signore si concedono svaghi (ovviamente sessuali) che danno loro l’illusione di restare giovani e desiderate.
Emanuelle in America non è un brutto film, ma sicuramente va inquadrato nell’ottica di Massaccesi tesa da un lato a glorificare il sesso e la trasgressione e dall’altro furbescamente a strizzare l’occhio verso lo spettatore ansioso di vedere valicato il confine tra l’erotico e il porno, che mai come in questa occasione diventa labile.

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Inutile parlare di recitazione dei vari protagonisti; tutto è corporeo, fisico.
La Gemser replica ancora una volta il personaggio che l’ha resa celebre, a cui è chiesto solo di essere se stessa, ovvero una seducente e affascinante creatura che pur non essendo una vamp emana un fluido erotico che ha poche rispondenze in altre attrici.

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Emanuelle in America, un film di Joe D’Amato. Con Gabriele Tinti, Paola Senatore, Roger Browne, Laura Gemser, Riccardo Salvino,Lorraine De Selle,Marina Frajese Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.

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Paola Senatore

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Lorraine de Selle

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Laura Gemser: Emanuelle
Paola Senatore: Laura Elvize
Gabriele Tinti: Alfredo Elvize, duca di Mont’Elba
Roger Brown: senatore
Riccardo Salvino: Bill
Lars Bloch: Eric Van Darren
Maria Pia Regoli: Diana Smith
Giulio Bianchi: Tony
Efrem Appel: Joe
Stefania Nocini: Janet
Lorraine De Selle: Gemini
Marina Frajese: donna sulla spiaggia
Rick Martino: gigolò
Vittorio Ripamonti: un Onorevole al Party di Venezia

Regia     Joe D’Amato
Soggetto     Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Sceneggiatura     Piero Vivarelli, Maria Pia Fusco, Ottavio Alessi
Produttore     Fabrizio De Angelis
Casa di produzione     New Film Production, Krystal Film
Distribuzione (Italia)     Fida Cinematografica
Fotografia     Aristide Massaccesi
Montaggio     Vincenzo Tomassi
Effetti speciali     Giannetto De Rossi
Musiche     Nico Fidenco
Scenografia     Marco Dentici, Enrico Luzzi
Costumi     Luciana Marinucci
Trucco     Maurizio Trani

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Noto per aver portato l’azione nel mondo degli “snuff-movie”, il film è forse fra i peggiori della serie. In questo caso, curiosamente, Emanuelle assume con pedante regolarità un atteggiamento antipatico nei confronti dei suoi interlocutori, il che la rende sgradevole allo stesso spettatore.

Molto superficiale nella sua ipocrita denuncia su certo traffico (femminile) umano, che si favoleggia qui raggiungere punte estreme quali il leggendario snuff. Massaccesi inanella tutta una serie di avventure intersecantesi tra loro, atte a mostrare (e demolire) i tabù dell’epoca, tipo l’incredibile scena di zoofilia tagliata nella versione soft. La Gemser, nei panni della cinica giornalista che dà il nome alla serie di pellicole, si muove con fare distaccato. Per fortuna il regista è qui al suo massimo ed infonde un ritmo notevole al girato.

Nuova avventura cosmopolita per la Gemser che, in missione giornalistica tra una seduzione e un amplesso, giunge ad aprire per un attimo la porta proibita dello snuff: D’Amato si arresta al versante erotico, ma – a differenza del precedente capitolo – avverte già l’esigenza di contaminarlo con altri generi. Tra le starlets non accreditate, nella villa con piscina di Bloch sfilano la Verlier, la Lay e la De Salle; in quella della coppia Tinti-Senatore è ospite la Gobert.

Uno dei migliori della serie apocrifa, se non il migliore. Le vicende della bella fotoreporter Emanuelle in giro per il mondo sono il pretesto per vedere scene erotiche dirette e montate con gusto dallo specialista del genere Joe D’Amato. Lo stesso non si può dire delle scene presenti nella versione hard, girate alla bell’e meglio ed incollate al resto del materiale con bruschi stacchi… Comunque nella versione soft il film ha anche più ritmo e rimane una visione consigliabile. Ottime le musiche di Nico Fidenco.

La Gemser buca lo schermo, il film trafora le sacrosante. Non bastano i fiacchi inserti hard per impedire alle mandibole di slogarsi in ripetuti sbadigli. Ammetto di essermelo sciroppato solo per l’elemento snuff e mi tolgo il cappello davanti a De Rossi e Trani. Buttare alla discarica il resto.

Tra i migliori della serie apocrifa. La storia e i dialoghi naturalmente sono quello che sono (anche se l’elemento snuff è curioso) ma la regia di Massaccesi rende il film godibilissimo. Sul versante erotico le scene soft sono ottime (tra le migliori mai viste in un erotico italiano) mentre quelle hard spesso sono parecchio squallide (specie per alcuni attori in evidente imbarazzo). Ottimi gli effetti speciali all’interno dello snuff e bellissima la colonna sonora di Fidenco.

Emanuelle (una M per copyright) è mischione del personaggio di Jaeckin, 007 e Blow Up; cose che andavano di moda all’epoca. La Gemser, bellissima di Giava (no comment), si districa tra letti e location diverse e risolve varie situazioni, tra cui un traffico di gigolò. L’ipocrisia del tutto è così conclamata che il film è suo malgrado divertente per la faccia tosta di ciò che si dichiara e ciò che invece si vede. Grandioso il tavolino a forma di Marlboro, capolavoro di pubblicità occulta. Spazzatura professionale.

Il tentativo, coraggioso, di Aristide Massaccesi di dare istituto al crossover tra sesso e violenza è ben estremizzato, mentre la storia forse è un pretesto o forse è lo spunto migliore per mostrare il resto. La versione estesa è hardcore, seppure con poche scene girate anche male, ma non è questo il punto. Di erotismo d’autore non se ne parla, ma quello proposto è senza dubbio meno noioso e più intrigante. La parte forte è quella del filmato snuff: super rivoltante e disturbante, quindi fatto benissimo. La sintesi di tutto: è un film di Joe D’Amato!

Essendo un film erotico si può affermare che sia indubbiamente piuttosto piacevole e accompagnato da belle musiche, poi l’inserimento della storia degli snuff movie aggiunge ancora qualcosa in più a questa pellicola ben diretta dal grande Joe D’amato. Indubbiamente uno dei migliori della serie.

Primo film a innestare nella serie, accanto agli ingredienti già consolidati, anche quegli elementi thrilling e violenti che caratterizzano più peculiarmente lo stile del regista (celebri le sequenze dei finti snuff-movie all’interno del film). Ma è anche(e forse è soprattutto per questo che passa alla storia) il primo a contenere scene hard (a dire il vero un po’ acerbe e non troppo disinvolte) destinate alle versioni estere (e oggi abbondantemente recuperate in home video). Mezzo pallino in più per il valore storico e documentario.

Terzo episodio della saga di Emanuelle Nera, uno dei migliori. Joe D’Amato imprime la svolta decisiva alla serie e introduce elementi orrorici (il celeberrimo finto snuff) che si alternano alla commedia, all’erotico e alla pornografia. Scene hard esplicite vedono protagoniste Marina Lotar, Cristina Minutelli e Maria Renata Franco (che si lancia addirittura in una scena di zooerastia). Il tripudio di starlettes a contorno (tra cui giova ricordare Paola Senatore e Lorraine De Selle) e le ottime musiche di Fidenco completano il quadro. Da vedere.

Probabilmente il più famoso dei capitoli della saga, grazie allo “snuff” che in effetti per realismo e crudezza rappresenta un momento fra i più significativi del nostro cinema di genere. Per il resto è il film in cui il personaggio di Emanuelle prende definitivamente forma, con il Massaccesi-style che giunge a compimento in situazioni che poi saranno più o meno replicate nei capitoli successivi e non risultano particolarmente noiose pur nella inconsistenza complessiva della trama.

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dicembre 13, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , , | Lascia un commento

L’insegnante viene a casa

L'insegnante viene a casa locandina

La bella Luisa De Dominici, insegnate di musica e di piano ha una relazione con Ferdinando Bonci-Marinotti, assessore al comune di Lucca; ottiene così il trasferimento dalla sua città natale, Milano a Lucca, città nella quale risiede il suo amante.
Quello che Luisa non sa è che Ferdinando non è affatto scapolo, ma sposato.
Così, quando Luisa, credendo di fargli una gradita sorpresa si presenta a Lucca, l’uomo reagisce in maniera tutt’altro che entusiasta.
Ferdinando infatti stà per presentarsi candidato sindaco, e di tutto ha bisogno tanne che di uno scandalo.
Luisa prende possesso di un appartamento in uno stabile cittadino, dove suscita, con la sua avvenenza, appetiti poco raccomandabili nei vari inquilini dello stabile.

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Edwige Fenech e Renzo Montagnani

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Il tradizionale buco nella parete

Molti di loro, convinti che la donna altro non sia che una prostituta, si ingegnano in ogni modo per ottenere le grazie della donna, che è anche molto indaffarata nei tentativi, tutti maldestri, di trovare finalmente l’occasione di poter stare con il suo uomo, del quale ignora ovviamente lo stato civile.
Così tra un equivoco e l’altro, tra un appuntamento mancato e varie vicissitudini, Luisa alla fine stanca delle bugie di ferdinando, allaccia una relazione con Marcello, figlio del suo affittuario che è l’unico ad essere davvero innamorato di lei.
Michele Massimo Tarantini torna a dirigere Edwige Fenech, protagonista di questo L’insegnante viene a casa nel 1978, dopo averla diretta in passato nei film La poliziotta fa carriera(1975) e Taxi Girl (1977).

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Alvaro Vitali e Lino Banfi

E’ una delle tante commedie sexy all’italiana, incentrata sulle ormai abituali gag del comico Renzo Montagnani (il Ferdinando del film) e del solito cast di aficionados che popolavano questi film, ovvero Alvaro Vitali,Ria De Simone,Adriana Facchetti e un Lino Banfi  insolitamente relegato in un ruolo secondario.
L’insegnante viene a casa non si discosta dal solito clichè tutto ruotante attorno alle generose grazie esposte dalla Fenech, ormai la massimo dello splendore fisico; docce, nudi spiati attraverso il buco della serratura, il slito gruppo di guardoni…insomma il solito parterre di caratteristi uniti ad una comicità elementare ma se vogliamo priva di cattivo gusto.
Non sono ancora arrivati i tempi della terrificante serie dei Pierino, in cui la trama viene sostituita da barzellette recitate e da peti, flatulenze e linguaggio da caserma che saranno il marchio di fabbrica di  quel particolare e becero genere cinematografico.

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Montagnani e Ria De Simone

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Bella l’ambientazione toscana, con gli attori che fanno diligentemente il loro compito; la protagonista assoluta è ovviamente la Fenech, che si espone parecchio il che è sempre un bellissimo vedere.
Ovviamente manca del tutto la componente erotica, che va a tutto vantaggio del film, che alla fine raggiunge l’obiettivo cercato, ovvero far passare due ore disimpegnate allo spettatore.
Tarantini, uno specialista della commedia sexy, non calca mai la mano sull’elemento erotismo; bene gli interpreti.

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L’insegnante viene a casa, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Gisella Sofio, Lino Banfi, Edwige Fenech, Renzo Montagnani,Alvaro Vitali, Adriana Facchetti, Clara Colosimo, Jacques Stany, Alfredo Adami, Gianfranco Barra, Marco Gelardini, Lucio Montanaro, Milly Corinaldi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1978

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Edwige Fenech: Luisa De Dominicis
Renzo Montagnani: Ferdinando Bonci Marinotti
Lino Banfi: Amedeo
Alvaro Vitali: Ottavio, figlio di Amedeo
Carlo Sposito: Col. Marullo
Ria De Simone: sig.ra Bonci Marinotti
Clara Colosimo: moglie del Col. Marullo
Gisella Sofio: Teresa Busatti
Marco Gelardini: Marcello
Gianfranco Barra: dottor Busatti
Jimmy il Fenomeno: commendatore

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Regia     Michele Massimo Tarantini
Soggetto     Luciano Martino, Francesco Milizia, Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura     Jean Louis, Francesco Milizia, Michele Massimo Tarantini, Marino Onorati
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Alberto Moriani
Musiche     Franco Campanino

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Nell’orgia di poppute insegnanti, liceali, supplenti, questa docente di pianoforte, che si trasferisce in quel di Lucca, dà vita ad un film guardabilissimo che, grazie ad interpreti bravi e ben diretti, porta a casa un interessante risultato. Cast gustoso, non solo nei ranghi di prima fila, ma ovunque: Gisella Sofio, Clara Colosimo, Gianfranco Barra, Elsa Vazzoler… Regge bene anche alla seconda visione. Su tutti, quasi ovviamente, trionfa un ottimo Renzo Montagnani, assessore bricconcello.

Sequel di una serie avviata alcuni anni prima e legato, per produzione, sceneggiatura ed interpreti a L’Insegnante va in Collegio (1978). La comicità ruota attorno alle forme (abbondanti) della professoressa musicale Luisa De Dominicis (la Fenech, of course) presa di mira dal malandrino toscano (è girato/ambientato a Lucca) Ferdinando Bonci Marinotti (Montagnani). Nella sua pochezza narrativa e nel caotico sviluppo (la regia è di Tarantini) riesce a strappare qualche sorriso e figura meglio del suo predecessore.

Canonica commediaccia pochadistica degna di nota per l’ambientazione lucchese. Nessuna sorpresa, ma prove come sempre all’altezza della trimurti Montagnani-Banfi-Vitali e dei caratteristi di contorno (qui giganteggia Carlo Sposito come colonnello Marullo). Quanto a Edwige, nullum par elogium. Clamorosi per sfrontatezza nella scena ambientata al Ciocco gli spottoni di Fernet Branca e Principe di Piemonte. La scena con la Fenech che suona nuda il piano ne richiama – dubitiamo volontariamente – una del Fantasma buñueliano…

Facente parte del lotto delle Insegnanti Anni Settanta, questo “L’insegnante viene a casa” (un titolo piuttosto equivoco…) è piuttosto divertente. L’aspetto sexy è garantito dalla bella Fenech, che ci concede qualche tetta qua e là. La comicità viene garantita dai “soliti” Banfi/Vitali/Montagnani, con l’aggiunta di un cast idoneo. Trionfo di pubblicità di Fernet Branca, acqua Pejo, J&B… Gli esterni sono girati a Lucca.

Il collante che unisce le pellicole del genere, fatte salve alcune eccezioni, è la noia. Gli attori fan le stesse cose: gli oddiiio di Montagnani, la risata cavallina di Vitali, i dialettismi di Banfi. Le attrici fanno la doccia. Meritiamo la palma della nazione con il cast femminile più pulito del mondo. Però la Fenech… che argomenti!!! In questo film è anche abbastanza spudorata. Carlo Sposito è la faccia peggiore tra i ragazzi in cerca di nave scuola del genere. Son tutti odiosi, ma lui li supera…

Discreta commedia sexy ben diretta dallo specialista del genere Tarantini e affidata ad un solido cast. La Fenech è nel pieno del suo splendore, Montagnani strepitoso come suo solito, Banfi e Vitali esilaranti. Non male anche Gianfranco Barra. Buon ritmo. Non un capolavoro, certo, ma l’ideale per passare in allegria una serata.

La Fenech affitta un appartamento dove i coinqulini del palazzo entrano ed escono nascondendosi sotto al letto o nell’armadio. Tutto questo puzza di già visto, e pure troppo, soprattutto tra le produzioni di Tarantini. Come se non bastasse le cose che fanno ridere sono poche, tra tutte una storica e comicissima partecipazione di Jimmy il Fenomeno, e Lino Banfi che, se pur bravissimo, ha un ruolo molto marginale. Marco Gelardini ha l’identico ruolo di L’insegnante al mare con tutta la classe. Montagnani ripetitivo e Vitali pessimo.

Scadente compare de L’insegnante va in collegio, che sa di già visto e risulta poco divertente persino per gli standard del genere. Montagnani è troppo ripetitivo, Vitali non ha la solita verve e Sposito fornisce una delle sue peggiori interpretazioni. E tuttavia, la Fenech… eh! Da notare la spudorata pubblicità fatta ad amari, digestivi & co. *1/2

Classico film pecoreccio all’italiana in cui degni di nota sono i nudi della Fenech e qualche gag di Banfi con la sua famiglia (tra cui spicca il solito alvaro Vitali). Per il resto la storia è abbastanza scontata e il finale pure. Ma d’altra parte a questo genere di film non si può chiedere molto di più. Comunque non tra i peggiori del genere.

Commedia assolutamente povera di mordente comico o d’intrattenimento a causa di un malsfruttamento del cast pauroso e di gag-quiproquo davvero noiose e risapute (basta con gli amanti nell’armadio!) che non denotano impegno da parte del regista nel congegnarle. E dire che gli attori c’erano: Banfi (le uniche scene comiche sono merito suo), Vitali, Montanaro. La Fenech è bravissima e ci concede notevoli momenti erotici (supportati splendidamente dalla soundtrack di Campanino), da Oscar alle sue tette, ma con quei capelli pare piuttosto Uschi Glas… Voto: *!

 

dicembre 2, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , , , , | 2 commenti

Così fan tutte

Cosi fan tutte locandina

La bella Diana, sposata con il distratto Paolo, si sente trascurata dallo stesso.
nonostante usi le armi della seduzione, non riesce a riaccendere nel marito la fiamma della passione; l’occasione le si presenta quando viene avvicinata da un uomo ad una festa che le propone un rapporto particolare.
Diana, recatasi a Venezia per risolvere un problema ereditario (una sua zia le ha lasciato una bella casa e denaro), incontra una sua vecchia fiamma e allaccia con essa una breve relazione. Avrà anche altri rapporti con un artista che la inizierà ai piaceri della sodomia, scoprirà l’amore di gruppo e infine, felice, tornerà dal marito che nel frattempo ha preso coscienza del fatto di aver trascurato troppo la focosa mogliettina.

Cosi fan tutte 8
Claudia Koll

Così fan tutte, diretto da Tinto Brass nel 1992, alla sua uscita venne letteralmente massacrato dalla critica e osteggiato ferocemente dalle femministe.
In realtà il film ha qualche sprazzo in cui si riconosce ancora il talento del regista veneziano, convertitosi al soft core con La chiave, opera che segnò in qualche modo il cinema erotico italiano, introducendo la novità della trama con un minimo di credibilità unita alla presenza di un’attrice di buona caratura.

Cosi fan tutte 7

Se nella Chiave avevamo trovato una Stefania Sandrelli assolutamente sexy e sensuale, in Così fan tutte Brass lancia Claudia Koll, attrice sconosciuta con una certa predisposizione naturale alla recitazione, cosa che non avverrà più nel novo secolo.
La Koll è bella, fisicamente affascinante e ha un’aria sbarazzina e seducente, oltre ad essere molto sensuale; questo rende la pellicola (di per se costruita attorno ad una trama molto striminzita) degna di essere vista.

Cosi fan tutte 6

Come è ovvio, c’è tutta la filosofia brassiana, nel film; amore e tradimento, sesso ed esplorazione del suo mondo fino ai limiti del lecito.
Per Brass il lecito è ovviamente un concetto obsoleto; in amore conta la sessualità, con la logica conseguenza che tutto diventa lecito purchè venga appagato il proprio piacere.

Cosi fan tutte 5

Se il discorso è moralmente discutibile, non può essere esteso ad un’opera che viene visionata da uno spettatore che sa esattamente cosa accadrà sullo schermo.
Così i numerosi nudi, gli amplessi, i falli di gomma, le posizioni quasi ginecologiche diventano parte del gioco.
Brass in fondo fa proprio questo.
Gioca con il sesso, esternando i propri feticci, ovvero il posteriore femminile, tutto quello che sollecita la sua fantasia ( e ovviamente quella dello spettatore)
Il film non è brutto, anche se il ricorso massiccio alla sovraesposizione di nudi della Koll è davvero eccessivo.
Ma nel cinema erotico si strizza l’occhio proprio allo spettatore curioso e un tantinello voyeur, per cui la giustificazione c’è.

Cosi fan tutte 4

La trama è davvero poca cosa; assistiamo alle peregrinazioni sessuali della bella Diana, che non si fa alcuno scrupolo nel tradire il marito, che viceversa rifiuterà le avances di un’amica della moglie per non far torto alla stessa.
Due punti di vista che sollevano parecchie critiche; la visione di Brass della donna è pericolosamente vicina a quella di un essere tutto istinto e sessualità.
La donna brassiana sembra vivere in funzione del sesso, è disinibita e disponibile, mentre l’uomo o è cacciatore o è talmente imbranato da non riuscire ad approfittare delle occasioni che gli si presentano.
Aldilà del discutibile pensiero di Brass, Così fan tutte resta un film di medio livello, in cui funziona quanto meno il tentativo di mostrare la visione di Diana come quella di una donna insoddisfatta anche per colpa del marito, quindi giustificata nelle sue azioni. Al limite, quello che può urtare è quel “Così fan tutte” che allarga il discorso all’intero universo femminile

Cosi fan tutte 3

il che è non solo arrogante, ma anche abbastanza stupido.
Generalizzare non è mai intelligente, e Brass sembra farlo anche se più per gusto della provocazione che per convinzione personale.
Comunque sia, il prodotto non è disprezzabile in toto; bella la parte veneziana, quanto meno dal punto di vista della location.
Nulla da dire sul resto del cast che fa da contorno alla figura principale, quella di una Koll che vide nel film il trampolino di lancio per una carriera decisamente importante.

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Cosi fan tutte, un film di Tinto Brass, con Claudia Koll, Franco Branciaroli,  Paolo Lanza, Renzo Rinaldi, Ornella Marcucci, Antonio Conte
Commedia/erotico, durata 99 min. – Italia 1992.

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Claudia Koll – Diana
Paolo Lanza – Paolo
Ornella Marcucci – Nadia
Isabella Deiana – Antonietta
Renzo Rinaldi -Sig. Silvio

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Regia: Tinto Brass
Sceneggiatura: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
Produzione: Giovanni Bertolucci, Achille Manzotti
Musiche: Pino Donaggio
Editing: Tinto Brass
Costumi: Jost Jakob

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La bella Claudia Koll, prima d’esser assalita da “vocazione mistico/religiosa” presta “il fianco” a Tinto Brass, che la vuole nel ruolo della disinibita, maliziosa e malandrina scultrice Diana, habituè dello pseudo-tradimento che si diverte a sollecitare la tensione (erotica) dell’amante Paolo raccontandogli esperienze “anali” di cui favoleggia sino a quando, chiamata in quel di Venezia per questioni ereditarie, non metterà in pratica. Opera al limite dell’hard con un’ambientazione che rifugge quelle post-belliche e con musiche accattivanti

Prima di diventare una specie di suor Claudia, la Koll fortunatamente ci ha regalato anche perle come questa. Il film in sè non è di quelli da studiare nelle scuole di cinema, ma poco importa: tolta la Koll hai tolto il film in pratica. Dovrebbe essere visto obbligatoriamente da ogni ragazzino sopra i 13 anni, a mio avviso.

Mescolando realtà e fantasie della protagonista, Brass costruisce il solito film in cui intesse le lodi del tradimento visto come “botta di vita” e cioè elemento vivificatore del rapporto di coppia. Sai che novità! Questa è la “filosofia” (si fa per dire) del regista e questo è il suo cinema. Prendere o lasciare. Tuttavia almeno qui c’è Claudia Koll che è molto bella e sensuale, a differenza di molte altre attricette dei film di questo regista.

Storia di corna, raccontate e consumate, tra due coniugi un po’ in crisi. Brass comincia la caduta agli inferi, girando un film che di fatto è un porno per qualità e storia. Attori tragicomici, con il solito signor “EchisonoioBabboNatale”. Claudia Koll è bellissima, ma qui recita (vabbè) con una voce garrula che non sembra nemmeno la sua (e comunque ha dimostrato di saper fare meglio in altre occasioni). Vorrebbe essere liberatorio e anticonformista, è mestissimo e piccoloborghese (la scena del rave come se lo immagina il geometra di Gallarate).

Abbastanza insulso film brassiano. Una dei pochi punti di forza è la Koll, notevole sì ma non dal punto di vista recitativo; per il resto interpretazioni mediocre (roba che manco gli attori di un film porno…), trama fatta solo per inserire nudi e sesso a buon mercato. Di satira ne vedo poca…

Tra i migliori film del regista. Tra commedia e erotico e con sprazzi qua e là anche di inserti hard, una vicenda che scorre via lineare, sottolineata dalla bella colonna sonora e dall’ambientazione veneziana. La parte del leone comunque la fa la splendida Claudia Koll, qui davvero strepitosa.

Indubbiamente uno dei migliori (anzi, no, diciamolo pure: “il” migliore) film erotico-soft diretto da Tinto Brass, vera e propria quintessenza della sua (e nostra) ossessione per il culo femminile (concordo assolutamente sull’affermazione, spesso citata da Tinto “le tette sono solo un culo portato sul davanti”). Splendida Claudia Koll pre-conversione, davvero intrigante e sensuale (e, lasciatemelo dire, molto, ma molto meglio sia dell’appesantita Sandrelli che dell’ “esagerata” Grandi!).

Probabile vetta del cinema di Tinto Brass e della sua ossessione per il fondoschiena. Gran merito è di Claudia Koll, qui davvero bella e attizzante, che regala freschezza al consueto tema del tradimento e delle botte d’allegria che ravvivano il rapporto. Memorabile la sua prima esperienza a Venezia nel suggestivo atelier dell’artista. Nel genere specifico veramente difficile trovare di meglio.

Uno dei migliori film di Tinto Brass che abbia visto. Anche se Claudia Koll non è né la Grandi né la Sandrelli, lascia la sua impronta nelle scene a sfondo erotico, risultando molto eccitante. Il film diverte anche e la scenografia è tipica dei film del regista veneto. Buono.

novembre 30, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , | 5 commenti

L’infermiera di notte

Nicola Pischella è un noto dentista con uno studio in una cittadina del sud della Puglia; esuberante, l’uomo ha un’amante fissa e spesso cerca l’avventura facile con qualche sua cliente particolarmente disponibile.
L’uomo ha anche moglie e figlio; mentre la prima, Lucia, è sempre sul chi vive conoscendo la vivacità del marito, il figlio Carlo sembra non aver ereditato la passione del padre per le gonnelle.
Carlo infatti dedica quasi tutto il suo tempo allo studio.

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Gloria Guida è Angela

La routine famigliare viene devastata dall’improvviso arrivo di Saverio Baghetti, zio della moglie di Nicola, che apparentemente sembra essere in fin di vita.
Nicola e Lucia lo accolgono con calore essendo l’uomo ricchissimo e sperando ovviamente in un lascito a loro favore; per vegliare sull’uomo viene anche assunta una giovane e affascinante infermiera, Angela Della Torre, che viene ben presto insidiata dagli uomini di casa.

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Sia Nicola, sempre irresistibilmente attratto dalle donne, sia l’anziano e finto moribondo Saverio infatti attentano alle virtù della spigliata ragazza, ma l’unico a goderne i favori alla fine sarà proprio Carlo che farà breccia nel cuore di Angela grazie anche alla sua riservatezza.
Intanto in casa Pischella lo zio Saverio sembra alla ricerca di qualcosa; quel qualcosa è un diamante dal valore immenso che il vero Saverio ha nascosto in un lampadario che ora è in casa dei Pischella.

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L’uomo che ha assunto l’identità dello zio Saverio è in effetti un volgare ladro, di nome Alfredo che ha appreso dal vero Saverio dell’esistenza del favoloso diamante.
Dopo varie peripezie, sarà proprio Carlo a beffare tutti e a impadronirsi del diamante, che andrà a godersi con la bella Angela.
L’infermiera di notte, film del 1979 diretto da Mariano Laurenti, autore di diversi “classici” della commedia sexy come Il vizio di famiglia, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, La bella Antonia, prima Monica e poi Dimonia, L’insegnante va in collegio ecc. è un film che non si discosta molto dagli altri prodotti seriali girati nel periodo di massimo fulgore del genere, che ebbe un notevole successo negli anni a cavallo tra il 1975 e il 1980.
E’ anche uno dei pochi prodotti di discreto livello della commedia sexy, ormai in fase di stanca e sopratutto in fase di ripetitività infinita.

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Se la trama non è particolarmente originale, il film si segnala quanto meno per una certa eleganza formale e per la mancanza dei soliti elementi pecorecci; ci sono i canonici nudi femminili, affidati alle bellissime interpreti del film, ovvero Gloria Guida, Paola Senatore, Annamaria Clementi, ma non sono mai volgari.
Il cast è costituito da molti dei caratteristi che fecero la fortuna del genere; si va da Lino Banfi, il solito impenitente donnaiolo anche un tantino sfigato alla professionale Francesca Romana Coluzzi, passando per Mario Carotenuto, il furfante che si introduce in casa Pischella per rubare il diamante all’immancabile Alvaro Vitali che interpreta l’allupato Peppino,braccio destro di Nicola.

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Nel cast c’è anche l’immancabile Jimmy il Fenomeno; la location è sicuramente da apprezzare, una Puglia da cartolina incluso il ristorante Grotta Palazzese di Polignano, celebre per la sua magnifica veduta sulle scogliere della ridente cittadina in provincia di Bari.

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L’infermiera di notte, un film di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida, Leo Colonna, Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Paola Senatore,Lino Banfi, Francesca Romana Coluzzi, Lucio Montanaro
Commedia sexy, durata 95 min. – Italia 1979.

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L'infermiera di notte banner protagonisti

Lino Banfi    …     Nicola Pischella
Gloria Guida    …     Angela Della Torre
Alvaro Vitali    …     Peppino
Leo Colonna    …     Carlo Pischella
Mario Carotenuto    …     Zio Saverio / Alfredo
Annamaria Clementi    …     Moglie del pugile
Lucio Montanaro    …     D.J.
Ermelinda De Felice    …     Regina, la Cameriera
Vittoria Di Silverio    …     Zia di Angela
Jimmy il Fenomeno    …     Postino
Francesca Romana Coluzzi    …     Lucia moglie di Nicola
Paola Senatore    …     Zaira amante di Nicola

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Regia: Mariano Laurenti
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Franco Milizia
Musiche: Gianni Ferrio
Costumi: Silvio Laurenzi
Editing: Alberto Moriani

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La Guida è splendida, il film molto meno. Per arrivare a 90’ Gloria canta e balla. La storia (di Milizia e di Laurenti) è poca cosa. La “vis” del film sta tutta in un grande Lino Banfi, visto che Carotenuto ha meno spazio e meno battute. La Senatore e la Clementi si spogliano e basta. Trionfo di Pejo, J&B, Fernet Branca, Punt e Mes. Come se non bastasse, sugli scudi una discoteca di Ceglie ed un ristorante di Polignano…

Commedia sexy all’italiana di media qualità (a firmarne la regia non è Sergio Martino, ma nemmeno Michele M. Tarantini). Come sempre a tenere dèsta l’attenzione e smuovere qualche spontanea risata è l’inimitabile Banfi prima maniera (qui nei panni di “dentista” sui generìs), mentre l’occhio trae giovamento dalle perfette curve dell’acerba Gloria Guida (memorabile la scena con il termosifone e Banfi nascosto alla finestra). Resta titolo dignitoso, in grado di divertire per 90 minuti, al quale la Guida ha posto (come sugli altri) il vèto assoluto.

Bella prova di commedia erotica italiana: vivacissima, senza inutili volgarità, ideale per una serata divertente e serena. La Guida, la Senatore e la Clementi sono al top della bellezza, affiancate da un impareggiabile terzetto di caratteristi (Banfi, Carotenuto, Vitali), cui si aggiunge la simpatia della Coluzzi.

Riuscita commedia di Laurenti con la Guida a spogliarsi e la coppia Banfi-Vitali che provvede alla parte comica (ma non dimentichiamo il grande Mario Carotenuto). Il meccanismo funziona bene, sono poche le digressioni inutili (giusto le canzoni della bionda protagonista in discoteca), mentre il dentista perennemente “ingriféto” interpretato da Banfi resterà uno dei suoi ruoli memorabili… Lo strano intreccio da giallo che accompagna la storia principale poteva anche essere evitato, a mio avviso.

Non basta piazzare un pur volenteroso e scoppiettante Banfi come baricentro e sperare/aspettare che attorno alle sue prestazioni il film si faccia da sé. Un film è fatto anche di cura registica, di una sceneggiatura, di idee e di un ritmo capace di scandirle e sostenerle; tutte cose che a Laurenti paiono volare parecchi metri sopra la testa quando prova a dirigerne uno. Per chi è di facilissimi contentini.

Commedia sexy esemplare, per tempi comici e tecnica. Mai volgare e tenuta benissimo nonostante la semplicità dello spunto, ha un parco attori in stato di grazia, soprattutto Banfi e Carotenuto, capaci di veri pezzi di bravura, così come il regista Laurenti, che inanella disinvolto sequenze perfette, arrivando addirittura a far fare un campo-controcampo tra Banfi e Leo Colonna che parlano tra loro agli attori stessi, cambiando la loro posizione durante il dialogo. Gloria Guida non si discute, una dea, e in più canta la cultissima “La musica è”.

Commedia scollacciata infermieristica che appartiene all’ultimo periodo in cui la stessa ebbe popolarità. Banfi divertente, ma tutto sommato riprende il suo solito repertorio alla “Totò della Puglia”; in ogni caso tiene in piedi il film. Carotenuto simpatico, ma il suo personaggio appare stucchevole e fine a se stesso. Bellissima ed in doppia versione infermiera-diva della disco Anni Settanta la Guida, qui nelle ultime apparizioni nella commediaccia di serie B prima dell’imminente incontro con Dorelli e relativo avanzamento alla commedia di serie A.

Sicuramente non uno dei nostri migliori film scollacciati. Tutto il film si sorregge sulle spalle di Banfi che, pur in forma, propina i suoi soliti tic e giochi di parole, pur tuttavia senza annoiare. La Guida è meno genuina e simpatica del solito e questo stona. Carotenuto non brilla come altrove così come Vitali. La Senatore in gran forma! I siparietti musicarelli della Guida, ripeto qui spocchiosa oltre modo, suonano molto come un tentativo di allungare la minestra! Vedibile ma nulla più!

Divertente commedia sexy, forse la migliore del periodo. Diretta dall’esperto Laurenti con mano felice, si avvale di un copione leggero ma abile nell’evitare i cliche del genere, con battute e situazioni azzeccate e un cast particolarmente affiatato. Banfi e Vitali sono in grande spolvero, Carotenuto è immenso come sempre, la Coluzzi esilarante, la Guida splendida come non mai. Grande apparizione del mitico Jimmy Il Fenomeno.

Gente che scappa dagli armadi e da sotto ai letti, quindi ancora una inutile storiella d’amore tra la bellissima Guida all’apice del successo (anche se sensualmente vale di piu la sempre nuda Clementi) e il giovane sfigato di turno come contorno a gag spesso efficaci e comunque con meno volgarità del solito; non molti caratteristi minori (si segnalano graziosi Jimmy Fenomeno e Lucio Montanaro) ma ancora è Lino Banfi il motore umoristico, ciò per cui il film vale la pena d’esser visto; Vitali incassa schiaffi da far concorrenza a Bombolo…

Tre lampi: Carotenuto a letto che tenta di sedurre la bellissima Guida, Banfi che anela alla medesima cosa, Origene Soffrano alias Jimmy il fenomeno che fa il postino alquanto ottusetto. Ecco in estrema sintesi la pellicola, condita di erotismo raffinato, beandosi della grazia ed eleganza di una sensuale Gloria Guida e della vis comica di un “zio” Lino sempre in forma (non fisica!) perfetta. Da vedere assolutamente.

Paninazzo iperfarcito:c’è un intrigo truffaldino, un flirt tra ragazzi, una gara di ballo, un’esibizione canora della Guida, un’amante trascurata che cornifica Banfi con Vitali, la moglie del pugile che vuole cornificare il marito col figlio di Banfi… Ma soprattutto c’è Banfi, e le scene cult sono poi solo tre: Banfi e il portalettere, Banfi e il trucchetto della stufa, Banfi che tenta di sedurre Vitali che si è travestito da Guida. Carotenuto è un po’ sacrificato. Molto divertente, nell’insieme.

Esagererò evidentemente, ma lo trovo uno dei più alti esempi di commedia sexy e sicuramente la miglior commedia di Laurenti (o quasi). Pochi i motivi ma importanti: si ride a crepapelle (al contrario delle altre commedie dove più che altro si SORRIDE), Banfi (che tira in ballo Santi e Madonne in ogni occasione) ci dà una delle sue performances più memorabili, l’uso dell’erotismo è sublime e la Guida ci regala una delle sue prove d’attrice migliori. Il resto del cast segue senza brillare (ma Carotenuto è sempre bravo). Donne bellissime. Da vedere!

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novembre 29, 2010 Pubblicato da: | Commedia, Erotico | , , , , , , , | 1 commento

Gli altri racconti di Canterbury

Gli altri racconti di Canterbury locandina

Decamerotico ad episodi ispirato, molto alla lontana, dalle novelle di Chaucer e dal successo del pasoliniano I racconti di Canterbury. Nel primo episodio, il Signore di Brindisi, arrogante e donnaiolo, costringe la bella Elena moglie del contadino Galante a rapporti di sodomia.
Durante uno di questi incontri, Galante, nascosto sotto il letto, apprende la cosa e decide di vendicarsi.
Porta a corte la moglie costringendola ad indossare un  vestito che lascia le natiche scoperte, attorno alle quali c’è scritto “Benemerito”;

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La beffa di Galante

il Signore di Brindisi, per non rivelare i suoi gusti particolari alla corte, nomina Galante ambasciatore presso Venezia, così lo scaltro contadino, presa la moglie e qualche oggetto si avvia verso un futuro meno tribolato.
Il secondo episodio vede protagonista Mastro Nino, uno scultore di statue di santi, che ha il sospetto di essere cornificato dalla bella moglie.Così una sera, dicendo di voler andare a cena da un amico, torna di soppiatto per cogliere sul fatto la fedifraga moglie, che però nasconde l’amante tra le statue dei santi.

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La moglie di Mastro Nino attende l’amante….

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La moglie di Farinello pretende i “doveri coniugali”

Ma Mastro Nino l’indomani mattina riesce a trovare l’amante e lo insegue mentre quest’ultimo, nudo, scappa per le stradine del paese.
La moglie, dandogli del visionario, lo riempie di botte.
Nel terzo episodio un pescatore, convinto che la orribile moglie stia per morire, seduce una servetta proprio accanto al corpo della donna, che però è viva e vegeta e gli fa il gesto dell’ombrello.

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Il pescatore tenta di sedurre la servetta sul talamo nuziale con la presunta morta al fianco

Il quarto episodio vede protagonisti una coppia di sposi e il seguito di invitati al banchetto che si ferma per festeggiare e dormire in una locanda.
L’oste, incapricciatosi  della bella sposa, approfitta della improvvisa visita di briganti per rinchiudere tutti i presenti (esclusa la sposina), in una botola collegata al pozzo nero della taverna.

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Olimpia e il frate

Così approfitta delle grazie della stessa donna, mentre i briganti portano via carrozza e cavalli degli sventurati avventori, costretti a restare per ore tra gli scarichi della fogna.
Nel quinto episodio un converso cercatore si imbatte in una donna che gli chiede aiuto, confessandogli di voler uccidere il marito perchè stanca delle sue violenze.
Il fraticello impietosito, la porta nel suo convento e ovviamente tra i due scatta la passione, mentre suo marito, convinto che la donna si sia gettata nel pozzo, dopo essere stato quasi linciato dai vicini e amici della donna, gira con un ritratto della moglie appeso al collo e con in testa una corona di spine.

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Nel frattempo Olimpia, la donna, se la spassa sia con il fraticello sia con tutti gli altri occupanti il monastero; la conseguenza è che la donna resta incinta così gli scaltri frati decidono di farla resuscitare gridando al miracolo sia per la “resurrezione” sia per il concepimento.
Olimpia finisce per diventare agli occhi di tutt una santa mentre i frati rimandano il converso alla ricerca di un’altra donna. Il sesto episodio racconta le gesta di Farinello, mugnaio donnaiolo incapricciato della bella vedova Monna Collagia; nonostante le reiterate proposte di uno “scambio commerciale” ovvero le grazie della donna in cambio di sacchi di farina, Farinello resta all’asciutto.

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La moglie del mugnaio, trascurata dal marito, decide di mettersi d’accordo con Monna Collagia.
Si sostituisce alla donna e beffa Farinello, concedendo le sue grazie anche all’aiutante del marito.
Da quel momento Farinello è costretto ad un tour de force per accontentare la moglie.

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La bella Monna Collagia

Gli altri racconti di Canterbury, diretto da Mino Guerrini nel 1972 dopo il lusinghiero successo di Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio è un decamerotico a struttura classica, quindi diviso in episodi tutti differenti come ambientazione.
Si va dalla Puglia (il primo episodio) all’Abruzzo, passando per la Campania, la Sicilia ecc.
Il film non ha alcuna attrattiva particolare, visto che è recitato in maniera amatoriale e viste anche le trame dei vari episodi, assolutamente monotoni e noiosissimi.
Non si ride nemmeno per errore e a dannazione dello stesso film arriva anche la mancanza della solita attricetta famosa per le grazie esposte.

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Difatti nel cast non figura alcun attore di grido, il che contribuisce in maniera determinante al fallimento del film stesso, che si impantana nelle solite becere volgarità e scurrilità a base di parolacce, peti e compagnia annessa.
Un film da schivare in tutti i modi, visto che riuscire ad arrivare al fatidico The end richiede una fatica sovrumana.

Gli altri racconti di Canterbury, un film di Mino Guerrini. Con Enza Sbordone, Toni De Leo, Alida Rosano, Giuseppe Volpe. Decamerotico/Commedia, durata 96 min. – Italia 1972.

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Francesco Angelucci – Mastro Nino
Roberto Borelli – Chiodo
Mariana Camara – Rebecca
Fortunato Cecilia – Farinello
Teodoro Corrà – L’oste
Assunta Costanzo -Monna Collagia
Francesco D’Adda – Galante
Antonio De Leo – Il Signore di Brindisi
Enzo Maggio – Beppe
Samuel Montealegre – Isacco
Jocelyne Munchenbach – Moglie di Farinella
Gianni Ottaviani – L’amante della moglie
Alida Rosano -Olimpia
Mirella Rossi – La servetta
Enza Sbordone – Elena

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Le recensioni appartengono al sito www.davinotti.com

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Estrapolato da diversi racconti vergati dalla mano di vari autori (tra i quali Boccaccio, l’Aretino e Ariosto) si focalizza su sei episodi anche se memorabili restano quattro. Nel primo Elena (Enza Sbordone) ha una relazione “contro natura” con il despota di Brindisi ai danni del marito; nel secondo Olimpia (Alida Rosano) sfugge alla violenza del coniuge cercando l’abbraccio di un frate e poi dell’intero convento; nel terzo la moglie coglie il marito in adulterio; nel quarto uno scultore di figure religiose viene cornificato e mazziato. Volgare nei dialoghi, e poco ironico.

I dotti riferimenti letterari (Chaucer, Aretino, Boccaccio, Ariosto, Degli Arienti, Margherita di Navarra, Sacchetti) prima dei titoli di testa suonano come una giustificazione per introdurre un decamerotico all’insegna del pecoreccio più lercio – la cornice ovino-pastorale non poteva essere più appropriata – che azzera il potenziale comico delle varie gag e affossa nel cattivo gusto financo le nudità femminili elargite da ciascun episodio. Scatologico: e nei contenuti, e nel risultato.

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novembre 26, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | Lascia un commento

La mansion de los muertos vivientes

La mansion de los muertos vivientes locandina

Candy, Mabel, Lea e Cathy, quattro ragazze in vacanza si recano in un hotel delle Canarie per passare un breve periodo di villeggiatura.
L’hotel è all’apparenza completamente vuoto, gestito da Carlos, un misterioso e sfuggente receptionist e da un giardiniere voyeur.
Le quattro ragazze naturalmente hanno rapporti saffici tra loro e approfittando della totale assenza di gente si espongono generosamente nude ai raggi solari, beandosi dell’apparente calma del luogo.
Accanto all’hotel sorge un misterioso monastero, anch’esso apparentemente disabitato; una delle ragazze, attirata da strane voci che provengono da esso, vi si reca improvvidamente, tant’è vero che viene violentata e uccisa da un gruppo di Templari che abita la costruzione.

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Lina Romay è Candy

Si tratta di monaci colpiti da un’antica maledizione, tra di loro c’è anche Carlos, che vive un’esistenza a metà strada tra il vivente e il non-vivente, una specie di vampiro che al contrario di questi ultimi vive di giorno per trasformarsi in un essere mostruoso di notte.
Ad una ad una le ragazze finiranno uccise, salvo Candy, che dopo aver scoperto che Carlos tiene prigioniera, incatenata per il collo ad un letto la moglie Olivia, finisce per eliminare l’uomo, che ha creduto di vedere in lei la donna che secoli addietro maledisse i templari.

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La mansion de los muertos vivientes,opera diretta da Jesus Franco nel 1982, è un horror/erotico ispirato nettamente alle saghe templari ( i famosi resuscitati ciechi) di Amando de Ossorio, un esperimento difficilmente giudicabile del controverso regista spagnolo.
Un film che ha un suo fascino sinistro, sia chiaro; peccato che Franco, come suo solito, privilegi la parte voyuristica del film, puntando sulle ormai tradizionali scene erotiche e che utilizzi per gli effetti speciali ( i volti dei templari) il minimo sindacale, limitandosi a dipingere con il cerone bianco i volti dei monaci.

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Il film tuttavia si mantiene su binari standard di decoro, pur non emozionando ne annoiando: un’opera abbastanza piatta, in cui l’unica certezza arriva dalla mano del regista, capace come pochi di “fermare la scena” e impressionarla.
Ma questo ovviamente non può bastare e infatti non basta.
Girare un film con 6/7 attori richiede quantomeno una trama convincente, oltre alla capacità da parte del regista di puntare quanto meno sul dialogo se non su effetti visivi.
Franco non fà nulla del genere, affidando invece alle grazie di una Lina Romay in abbondante sovrappeso il compito di stimolare almeno a livello visivo lo spettatore.

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A nulla servono nemmeno le usuali sequenze saffiche, che per una volta prendono il posto di quelle eterosessuali.
La recitazione di conseguenza è affidata ad attrici a cui non è richiesta particolare abilità anche in presenza di dialoghi non impegnativi; difatti ho visto il film in lingua originale con sottotitoli in francese, senza avere particolari problemi di traduzione.
Per quanto riguarda la storia, nulla di nuovo e parecchio di deja vu, con i soliti templari afflitti da una maledizione, il solito sacrificio rituale della ignara donzella capitata li per caso e via discorrendo.

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La location non è particolarmente esaltante, visto che alle Canarie ci sono posti di ben altro fascino, ma anche in questo caso il regista ha dovuto arrangiarsi con quello che gli hanno fornito, ovvero un albergo molto simile ad un palazzone di periferia di una nostra metropoli e un mare molto simile a quello di natura vulcanica della Campania.
In ultima analisi, un film che non lascia nessuna sensazione particolare e che scorre senza sussulti verso un prevedibile finale, con l’ultima scena dedicata alla croce del monastero, che campeggia al tramonto in maniera sinistra.

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La mansion de los muertos vivientes, un film di Jesus Franco, con Lina Romay, Antonio Mayans, Mabel Escaño, Albino Graziani,Mamie Kaplan, Jasmina Bell, Eva León- Horror, Spagna 1982

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Lina Romay – Candy
Antonio Mayans – Carlos Savonarola
Mabel Escaño: Mabel
Albino Graziani: il giardiniere dell’hotel / un templare
Mamie Kaplan: Lía
Jasmina Bell: Caty
Eva León: Olivia

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Regia     Jesús Franco
Soggetto     Jesús Franco
Sceneggiatura     Jesús Franco
Produttore     Emilio Larraga
Casa di produzione     Golden Films, Barcellona
Fotografia     Juan Soler (come Joan Almirall)
Montaggio     Jesús Franco
Musiche     Pablo Villa (= Daniel J. White, Jesús Franco)

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novembre 23, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , | Lascia un commento

Bora Bora

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Roberto è sposato alla bella Marita, che lo ha piantato in asso ed è andata a vivere in Polinesia, a Bora Bora.
L’uomo decide di andare a riprendersi la moglie, sospinto più che dall’amore, da un senso profondo di possesso e dal suo ego ferito.
Giunto a Bora Bora, l’uomo conosce una affascinante e disinibita guida locale, Susanne, che vive la sua sessualità secondo i costumi del posto, ovvero con molta libertà e mancanza di falsi pudori.

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Roberto, dopo lunghe ricerche, trova Marita, che vive felicemente con Manì; la donna, appagata da quello stile di vita che trova rispondente al suo desiderio di libertà rifiuta di ritornare a casa con il marito.

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Che dal canto suo si ingegna per tentare di riconquistarla; decide così di costruirsi una capanna in riva al mare e dopo alcuni tentativi riesce a far capitolare la donna, che però non se la sente di troncare il suo legame con il polinesiano
Ma la storia a tre non può funzionare e quando Manì si accorge che Roberto spia e incoraggia la moglie ad avere rapporti sessuali con lui mentre Roberto li guarda, pianta in asso tutto e va via.
I coniugi così possono rientrare assieme a casa, ma Marita avvisa Roberto che è una situazione transitoria….
Bora Bora, diretto da Ugo Liberatore nel 1968 è un film divenuto con il passare degli anni quasi un cult.
Merito principalmente della location assolutamente straordinaria, quell’isola di Bora Bora nell’arcipelago delle Isole della società che negli anni successivi sarebbe diventata sinonimo di paradiso naturale e di bellezza selvaggia.
Il film di Liberatore ha una trama ridotta all’osso, che pasticcia troppo tra l’indagine psicologica sul rapporto perverso che esiste tra i due coniugi, rimasto praticamente inespresso per tutto il film e le azioni degli stessi coniugi, quasi schizofreniche nella loro illogicità.

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Vero è che i due appartengono ad una galassia opposta rispetto alla cultura semplice e naturale dei polinesiani ma i contrasti tra le due culture, i due stili di vita sono visti essenzialmente più come uno scontro tra morali sessuali che come un impossibile paragone tra civiltà diametralmente all’opposto.
La prima, quella europea, fatta di tabu e retaggi creati da una società oppressiva, che lega in maniera strisciante l’individuo ai suoi simboli principe, come il denaro, il successo gli agi e le comodità mentre la seconda nello specifico la cultura quasi primitiva e gioiosa polinesiana tesa ad esaltare proprio l’individuo nella sua massima manifestazione di libertà sia morale che eminentemente “fisica” vista la possibilità degli abitanti del posto di vivere a stretto contatto con la natura, seguendo le leggi della natura stessa.

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Corrado Pani e Haydee Politoff

Questo contrasto è visto da Liberatore a netto vantaggio dei polinesiani, visti come persone solari e privi dei difetti tipici degli europei; il film difatti esordisce con la caratterizzazione in negativo del personaggio principale del film, quel Roberto che appare immediatamente come arrogante ed antipatico.

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La cosa si trascinerà per tutto il film, che dal canto suo scivola lentamente e in maniera abbastanza monotona verso un finale davvero bizzarro, in cui le scelte di Marita appaiono davvero prive di logica.
Bora Bora, come già detto, deve moltissimo della sua fama allo splendido scenario esotico e a quel pizzico di erotismo che il regista riesce a inserire nella pellicola. Non dimentichiamo che siamo nel 1968, che nei film il massimo della trasgressione era composta dalla visione di qualche fugace seno nudo; Bora Bora non fa eccezione alla regola, ma ha quantomeno una trama abbastanza scabrosa e qualche sequenza che per l’epoca può essere davvero definita ardita.

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In sostanza un film che visto oggi appare pesantemente datato, con una trama poco lineare almeno nelle motivazioni dei personaggi e con lunghi dialoghi spesso davvero noiosi, mitigati però dallo splendido scenario della perla polinesiana che ci appare in tutto il suo lussureggiante splendore. Seguendo i link a questi indirizzi troverete una versione eccellente digitale del film, in lingua inglese:

https://ultramegabit.com/file/details/GUnExUNqLR8/Bora.part1.rar 
https://ultramegabit.com/file/details/9E-2jzzn4VA/Bora.part2.rar 
https://ultramegabit.com/file/details/zUE--f5XYZQ/Bora.part3.rar

Bora Bora, un film di Ugo Liberatore. Con Corrado Pani, Haydée Politoff, Doris Kunstmann Erotico, durata 97 min. – Italia 1968.

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Corrado Pani – Roberto
Haydée Politoff – Marita
Doris Kunstmann – Susanne
Rosine Copie – Tehina
Antoine Coco Puputauki – Mani

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Regia: Ugo Liberatore
Sceneggiatura: Ugo Liberatore
Prodotto da: Alfredo Bini    ,Eliseo Boschi
Muscihe: Piero Piccioni
Cinematography: Leonida Barboni
Editing : Giancarlo Cappelli
Art Direction -Piero Cicoletti
Costumi :Piero Cicoletti

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 A seguito del divorzio una giovane (ex)sposa raggiunge la Polinesia dove affronta, con naturale slancio, ogni tipo d’avventura erotica. Però i legami sentimentali riaffiorano, ed hanno l’aspetto di un coetaneo indigeno. Il marito, in seguito, la raggiunge sull’isola… Modico per contenuti e piuttosto latteo (non per possenza di mammelle ma per l’effetto indotto alle ginocchia) insolitamente il film di Liberatore raccoglie enorme consenso di pubblico e spiana la strada al filone erotico-esotico. Da ricordare, comunque, i due bravi attori (all’epoca sconosciuti): Corrado Pani e Haydée Politoff.

Si salvano gli splendidi panorami polinesiani e la Politoff che riesce in un certo qual modo ad ispirare simpatia. Per il resto il film è una bufala, sottolinea per l’ennesima volta la presunzione degli europei a voler cambiar vita. Si possono apprezzare le culture altrui ma non si può così semplicemente sputare sulla propria… Abominevole la dissezione della tartaruga, tanto da fare invidia alla versione integrale di Cannibal Holocaust. Solo alla fine vengono svelate le motivazioni dell’abbandono e il film recupera qualcosina.

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novembre 20, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , | Lascia un commento