Brivido caldo
Ned Racine è un giovane avvocato che vive in Florida, a Miranda beach.
E’ un uomo indolente, poco attratto dalla sua professione e più propenso a correre dietro alle donne.
Una sera mentre assiste ad un concerto jazz vede una giovane e attraente donna alzarsi ed allontanarsi dalla platea; la segue e le chiede se può fargli compagnia.
Inizia così con la stessa una relazione improvvisa, torrida e sensuale.
La donna, Matty Walker, è sposata con Edmund Walker, un uomo rozzo ma ricchissimo la cui fortuna deriva da affari immobiliari poco leciti.
Matty non ama affatto suo marito ma sa benissimo che deve restargli affianco per poter continuare la bella vita alla quale è ormai abituata.

I due quindi vivono esperienze frustranti: mentre Ned si rende conto di svolgere una professione che non gli da alcuna soddisfazione e che è costretto a navigare tra processi e difese di piccolo conto,Matty inizia a pensare di liberarsi dello scomodo marito.
Mentre la relazione fra i due si fa sempre più torbida, Matty inizia a insinuare in Ned il tarlo della gelosia, paventandogli un modo per liberarsi dello scomodo marito e di conseguenza ottenere la libertà e i soldi.
Così Ned, ormai irresistibilmente legato alla sensuale Matty organizza l’omicidio del marito.
Ma Matty ha in mente un piano ben più complesso…
Opera prima di Lawrence Kasdan diretta nel 1981 Brivido caldo (Body heat, letteralmente corpo caldo) è un vero e proprio noir apertamente ispirato a La morte paga doppio ( Double Indemnity), romanzo di James Cain, lo scrittore americano autore fra l’altro di un altro romanzo che ebbe una riduzione cinematografica, Il postino suona sempre due volte.

Prima di Kasdan lo stesso romanzo era stato utilizzato dal grande Billy Wilder nel 1944 ed era uscito nelle sale cinematografiche con il titolo di La fiamma del peccato con Fred MacMurray e Barbara Stanwick nei due ruoli principali.
Kasdan crea un’atmofera torbida e sudata, legando i due amanti a filo doppio e immergendoli in una relazione sensuale e calda, come evidenziato dal titolo originale del film.
La storia dei due amanti e del terzo incomodo si snoda così attraverso il racconto della torrida sensualità con la quale Matty attira a se Ned, vittima inconsapevole della tela del ragno in cui Matty fatalmente lo attrae e i preparativi dell’omicidio che Ned si prepara a compiere convinto di poter legare a se quella donna fatale con cui ha una relazione sessualmente appagante, una vera e propria droga fisica dalla dipendenza assoluta.

Con uno sguardo che trasmette calore e il senso di umido non solo atmosferico della location in Florida,Kasdan porta lo spettatore dentro la relazione tra Ned e Marty, fatta di incontri al calor bianco, di una sensualità estremamente fisica a cui lo stesso spettatore non può sottrarsi, complice la splendida fisicità dell’esordiente Kathleen Turner, che avrebbe avuto in seguito una bella carriera ma che non apparirà mai più così sensuale e provocante come in questo film.
Un film in cui si respira, come già detto, un’atmosfera di sensualità assoluta che man mano che il film avanza trasporta il racconto verso il thriller per poi approdare ad un finale beffardo e in parte non prevedibile, con le scene finali che mostrano i due personaggi alle prese con le loro nuove realtà, con un Ned che alla fine soltanto capisce di essere stato non il predatore ma la preda e che la torrida sensualità dell’amante è stata solo utilizzata per i fini che la donna aveva inseguito fin dall’inizio.
Un film davvero molto ben congegnato.
Del resto è al prova generale che Kasdan effettua prima di dirigere quell’autentico capolavoro che sarà Il grande freddo girato nel 1983 e che lo vedrà nei panni dello sceneggiatore, regista e produttore esecutivo.

Lo scrittore James M. Cain,intervistato disse”: Io non vado al cinema. Ci sono cibi che a certe persone non vanno giù. A me non piacciono i film. La gente mi dice: “Non ti interessa sapere che cosa hanno fatto al tuo libro?”. Ma io dico: “Non hanno fatto niente al mio libro. E’ proprio là sullo scaffale“.
In questo caso avrebbe fatto bene a guardarsi la riduzione del suo romanzo…
Sicuramente ottimale la scelta dei due attori principali; William Hurt è nel periodo migliore della sua carriera è ben si presta al ruolo dello stallone bravo a letto ma altrettanto deludente nel suo lavoro, un gigolò che ottiene le sue uniche vittorie tra le lenzuola piuttosto che in un’aula di tribunale.
Vera e propria sorpresa del film è Kathleen Turner, sguardo magnetico e seducente su un corpo da peccato, sudata e peccaminoso sogno di Ned estrinsecato dal dialogo tra i due che mostra l’assoluta dipendenza dell’uomo dalla sua futura compagna di letto :
“Forse non dovresti vestirti così”:
“Ho una camicetta, non vedo che altro dovrei portare”.
“Non dovresti portare quel corpo”

La Turner è bella, sensuale e seducente:la sua interpretazione è talmente corporea da rendere il personaggio una fonte continua di tentazione ed è così ben facile capire come un uomo, in questo caso il debole Ned possa finire per farsi coinvolgere in una relazione che si trasformerà in un abbraccio mortale.
Nel film compare anche per pochi minuti Mickey Rourke, che pure svolge un ruolo importante nell’economia del film.
Nonostante il soggetto e la patente di film erotico, in realtà in Brivido caldo sono più le situazioni ad essere ad alto contenuto erotico che non quanto mostrato dal regista;l’erotismo è latente anche se ha una valenza fortissima e i corpi sono lasciati in penombra più che mostrati.
In definitiva, un gran bel film da vedere assolutamente; a questo proposito segnalo la presenza in streaming dello stesso a questo indirizzo:
http://www.cb01.tv/brivido-caldo-1981/
La versione proposta è discreta sia qualitativamente che come audio.

Brivido caldo
Un film di Lawrence Kasdan. Con Richard Crenna, Mickey Rourke, William Hurt, Kathleen Turner, Ted Danson,J. A. Preston, Jane Hallaren, Michael Ryan, Kim Zimmer, Lanna Saunders, Carola McGuinness, Larry Marko, Deborah Lucchessi, Lynn Hallowell, Thom J. Sharp, Ruth Thom, Diane Lewis Titolo originale Body Heat. Drammatico, durata 113 min. – USA 1981
William Hurt: Ned Racine
Kathleen Turner: Matty Walker
Richard Crenna: Edmund Walker
Ted Danson: Peter Lowenstein
J. A. Preston: Oscar Grace
Mickey Rourke: Teddy Lewis
Kim Zimmer: Mary Ann Simpson
Carola McGuinness: Heather Kraft
Renato Cortesi: Ned Racine
Rossella Izzo: Matty Walker
Luciano Melani: Edmund Walker
Mario Cordova: Peter Lowenstein
Sergio Di Giulio: Teddy Lewis
Melina Martello: Mary Ann Simpson
Angiolina Quinterno: Heather Kraft
Regia Lawrence Kasdan
Produttore Fred T. Gallo, The Ladd Company
Fotografia Richard H. Kline
Montaggio Carol Littleton
Musiche John Barry
L’opinione di Marcello Papaleo dal sito 1filmalgiorno.wordpress.com
“A certi uomini basta una annusatina, e ti seguono come segugi.”
Basterebbe cominciare da questo assunto, quasi un manifesto programmatico, per raccontare di Brivido Caldo (esordio alla regia del noto sceneggiatore Lawrence Kasdan). Un film che, se fosse possibile racchiudere in due aggettivi, definirei: Torbido e Torrido. Torbido come la storia che racconta, fatta di una vedova nera (intesa come ragno) in grado di ammaliare e avvolgere fra le proprie spire un avvocato avvezzo al sesso occasionale. Lo prende, lo vince, facendogli credere di essere lui a reggere i fili di questo gioco, pericoloso. Torrido, come l’estate che attanaglia Miranda Beach e la carne dei due protagonisti. Un marito, di troppo, soldi (tanti) che fanno gola all’una ed all’altro. L’omicidio è dietro l’angolo, è l’ineluttabile: “E’ ciò che desideriamo entrambi” dice lui. Specchi che riflettono e proiettano proiezioni di verità, luce che non riesce mai a rivelare esattamente le cose. Una volta che credi aver compreso ecco che ti accorgi di aver dimenticato qualcosa. Siamo nel 1981 ed ecco che Lawrence Kasdan si presenta al cinema (da regista) con questo film che, chiaramente, rimanda a pellicole come La fiamma del peccato di Billy Wilder e Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett. Due protagonisti, William Hurt e Kathleen Turner (al suo folgorante esordio cinematografico), scelti con occhio lungo. Tratteggiano perfettamente l’animo di due esseri umani in grado di fare solo, ed esclusivamente, scelte estreme. Il film trasuda (d’obbligo visto la scelta degli aggettivi di prima) sensualità e sessualità. Il noir sembra rinascere a nuova vita, 1981, i rampanti ’80 sono appena nati. Miami è ad un passo da Miranda Beach. La sensazione, latente, di corpi umidi, di stanze pregne di sesso e menzogne. Due anime pronte a tutto per giocare la propria partita. Un film da scoprire o riscoprire.
L’opinione di Ricky dal sito http://www.mymovies.it
Bastano poche sequenze per intendere quello che accadrà di li a poco tra l’avvocato canaglia William Hurt e la moglie di un ricco affarista, Kathleen Turner; lui s’ivaghisce al primo sguardo e lei prova a respingerlo come si respinge un succulento piatto. In poche parole la passione li travolgerà in poco più di venti minuti. La macchina da presa di Kasdan tra lunghi piani sequenze e primi piani in cui esalta le languide occhiate tra i due, le bollenti scene di sesso, si avvia a mostrarci il patto d’amore e denaro che gli amanti stanno per architettare. Eliminare fisicamente il marito (Richard Crenna, indimenticabile colonnello Trautman di Rambo) per ereditarne tutto il malloppo. Ma il capolinea del film premierà la sensualissima Turner che darà il meglio di sè proprio nella decade a cui appartiene Brivido caldo. Il debutto alla regia di Kasdan (ottimo autore poi di Grand Canyon e Il grande freddo) non ha nelle mire costruire un thriller dalle atmosfere classiche: quindi dimenticavi scene da saltar sulle poltrone abbinate a sottofondi musicali da pelle d’oca. L’autore disegna intorno a questo titolo, preso a prestito da quella figura retorica che è l’ossimoro, una ragnatela che dopo un’inizio soft intrappola lo spettatore; e lo fa con tocchi di pregiati di esemplari noir degli anni ’40. Merito anche di una buona sceneggiatura che, come raramente accade in questi casi, non cede il passo ai meccanismi tipici di un giallo prevedibile made in Usa. La coppia Hurt-Turner è molto affiatata e la futura protagonista de L’onore dei Prizzi ci regala un’interpretazione in cui coesistono la sensualità e la sottomissione all’amore. Con la perfidia dietro l’angolo. Alla faccia delle numerose sciaquette che popolano il cinema attuale. Il caldo infernale della “sua” Florida e la nebbia del topico atto del delitto rappresentano due dispositivi drammaturgici che segnalano il talento notevole di questo cineasta che ci regalerà ancora emozioni negli anni a venire.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.com
(…) La regia di Kasdan è brillante e spudorata, riesce a trasudare i bollenti spiriti dei protagonisti e trasmetterli al pubblico con atmosfere molto calde.
William Hurt è Ned Racine, l’avvocato complice della bellissima Matty, il suo ruolo è quello del pollo che viene catturato dalle grazie seducenti della protagonista, devo dire che il suddetto attore è capace di interpretarlo in maniera vera e non artificiosa, alla fine fa trasparire che anche lui è una pedina di Matty e che deve far luce alla situazione per non finire il resto dei suoi giorni in gabbia.
Da sottolineare in un ruolo marginale c’è anche Mickey Rourke, qui giovanissimo che interpreta un ragazzo che Ned ha aiutato ad uscire di galera, e che lo aiuterà nella sua ricerca per comporre il complicato puzzle di Matty.(…)
L’opinione di Julian dal sito http://www.filmscoop.it
Chiaro omaggio alla Fiamma del peccato con cui, a lungo andare, si rintracciano sempre più motivi in comune (la femme fatale, il tradimento, l’omicidio architettato in modo che sembri un incidente, la posta in denaro, l’inganno finale) fino a poter sovrapporre perfettamente le due trame.
Brivido caldo è un perfetto calco del capolavoro di Wilder, portato un pò avanti nel tempo, modernizzato qua e là, ma ugualmente teso, scritto bene, con dialoghi al cardiopalma che da soli valgono il film, in generale architettato magistralmente.
Solo che, essendo un’imitazione perfetta di un film perfetto, è caratterizzato da una perfezione di secondo grado che lo rende anni luce lontano dalla Fiamma del peccato, classico che in ogni caso non si proponeva di eguagliare (poche pellicole possono avanzare tale pretesa).
Come suggerisce anche la buona traduzione italiana del titolo, è sempre immerso in quella patina vibrante delle giornate afose, con una fotografia che tende ai colori caldi e con tutta una serie di elementi che lasciano pensare al torrido, alla passione insomma. Buoni anche gli attori.
Interessante piccolo cult da ripescare in qualche baracca dell’usato.
L’opinione di daniela dal sito http://www.davinotti.com
Esordio col botto sia per il regista che per Kathleen Turner, qui sensualissima predatrice che adesca con argomenti inconfutabili William Hurt, avvocato bravo a letto ma non altrettanto in aula (che alchimia fra loro!). Prima parte torrida, sia per la calura che per il termometro erotico, seconda parte più fredda e ragionata, con Mickey Rourke incisivo in una piccola parte. Forse non tutti i fili si annodano nel modo giusto nel beffardo finale, però il film provoca comunque un lungo brivido di piacere nello spettatore.
Recensione del romanzo La morte paga doppio
dal sito http://www.bloglibero.it/angolo di jane
Se nel caso dei “re del noir” Raymond Chandler e Dashiell Hammet, l’artista che ne rappresenta l’icona cinematografica è senz’altro Humphrey Bogart, nel caso dei romanzi del terzo re del genere di scuola classica, James M. Cain, l’immagine che vedreste sarebbe certamente quella di Lana Turner, quella cioè di una dark-lady: una donna intelligente, affascinante e spietata, dalle cui labbra stillano facilmente dolcezza e menzogne. Le donne protagoniste di Cain hanno il sangue così freddo da far gelare il vostro nelle vene e non sonno affatto ingenue.
Non per niente fu infatti proprio Lana Turner ad avere il ruolo principale nella prima versione americana, del 1946, di “Il postino suona sempre due volte”, tratto dall’omonimo celebre romanzo di Cain. In precedenza però anche Luchino Visconti era rimasto affascinato dal romanzo di Cain e ne aveva tratto il film “Ossessione”, nel 1943.
“La morte paga doppio” vede sulla scena un’altra donna donna fatale, questa volta così inquietante da far scivolare il nero quasi al confine con l’horror, sebbene in realtà questo limite non sia superato: le immagini create da Cain sono così vivide, però, da dare sul serio i brividi.
Ovviamente c’è un delitto, il più classico forse del genere: la frode assicurativa su una polizza sulla vita, attraverso l’omicidio (perfino nel primo giallo inglese mai scritto, “Il mistero di Notting Hill”, tutto nasceva proprio da una truffa alle assicurazioni).
Nel tentativo di far rinnovare una polizza auto, l’assicuratore Walte Huff si reca a casa di un cliente, dove ne incontra in realtà la moglie, la bella Phyllis Nirdlinger, con la quale scatta subito una strana inquietante scintilla di attrazione. Walter capisce immediatamente, dalle domande fatte dalla donna, che ella medita di assicurare il marito per degli incidenti per poi ucciderlo e riscuotere il premio. I due sono fatti per incontrarsi, perché da anni Walter medita di giocare un brutto tiro alla ditta in cui lavora e diventare ricco. Walter e Phyllis diventano quindi complici e pianificano in ogni dettaglio il delitto, forti dell’esperienza di Walter nel prevedere quali tipo di indagini verranno svolte e come impressionare eventuali testimoni in modo che credano di vedere ciò che in realtà non hanno mai visto: il loro sarà un piano audace, quasi folle, ma pensato in ogni dettaglio e avrà successo.
Convinto di avere a che fare con una donna determinata, ma in fondo ingenua, Walter dovrà ricredersi: Phyllis ha molta esperienza nel campo degli omicidi.
Un’altra cosa che Walter non aveva previsto era di innamorarsi della figlia dell’uomo che ha ucciso, Lola, figliastra di Phyllis. Amore e rimorso (ma solo verso Lola, non verso la vittima) tormenteranno Walter, spingendo i suoi passi verso un epilogo imprevisto.
“La morte paga doppio” non ha una sola parola sprecata o fuori posto, anche perché è più un lungo racconto che un vero romanzo: trascina dalla prima all’ultima pagina, attraverso la spirale di attrazione, odio, avidità percorsa da Walter, voce narrante della storia. Un romanzo noir come pochi, pieno di colpi di scena e di situazioni ambigue, in cui si è portati a dubitare di tutto e di tutti, vero esempio di stile nel genere.
Sembra che la storia, pubblicata nel 1943, sia stata ipirata a Cain da un caso giudiziario che aveva seguito nel 1927, quando lavorava come giornalista: l’assassinio del marito da parte di Ruth Snyder, una donna di New York, con complice il giovane amante, allo scopo di riscuotere il premio di una grossa polizza assicurativa sulla vita.
Dal romanzo fu tratto un film nel 1944 la cui sceneggiatura fu elaborata da un altro maestro del genere, abituato a lavorare con Hollywood: Raymond Chandler che la scrisse insieme a Billy Wilder. La versione inglese del film ha titolo “Double Indemnity” come il libro, mentre quella italiana venne intitolata “La fiamma del peccato”.
Gli Oscar del 1974
La sera del 2 aprile 1974 a Los Angeles presso il Dorothy Chandler Pavilion si svolge la tradizionale serata dedicata all’assegnazione degli Oscar cinematografici assegnati dalla Academy Award.
E’ l’edizione 46 della cerimonia e a condurre la serata sono gli attori John Huston, Diana Ross, Burt Reynolds e David Niven.
Sono 2 i film che vantano il maggior numero di nomination, La stangata di George Roy Hill e L’esorcista di William Friedkin che si presentano alla serata finale con 10 nomination ciascuno,seguiti da Come eravamo diretto da Sidney Pollack con 6 e da Sussurri e grida di Bergman con 5 ex aequo con Un tocco di classe di Melvin Frank.
Grandissima attesa per il premio al miglior attore vista la cinquina dei finalisti: Jack Lemmon con Salvate la tigre, Marlon Brando con Ultimo tango a Parigi,
Jack Nicholson con L’ultima corvée, Al Pacino con Serpico e Robert Redford con La stangata.
C’è attesa anche per la miglior attrice protagonista visto il duello che dovrebbe vedere fronteggiarsi barbra Streisand con Come eravamo e Ellen Burstyn con L’esorcista.
Viceversa abbastanza scontato è l’esito per il miglior film straniero, dove grande favorito è Effetto notte di Truffaut.

Il Dorothy Chandler Pavilion, sede degli Oscar 1974
Secondo pronostico a vincere come miglior film è La stangata che batte L’esorcista e purtroppo lo splendido Sussurri e grida ma la grande,grandissima sorpresa arriva dal premio per il miglior attore che viene attribuito a Jack Lemmon (molto immeritatamente) per Salvate la tigre.
Glenda Jackson vince il premio come migliore attrice protagonista mentre John Houseman con Esami per la vita e il Miglior attore non protagonista mentre la figlia d’arte Tatum O’Neal vince come miglior attrice non protagonista con Paper Moon – Luna di carta ed è la più giovane attrice a ricevere un Oscar.
La miglior canzone è la stupenda The Way We Were, musica di Marvin Hamlisch, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman dal fil Come eravamo che diverrà poi un cavallo di battaglia di Barbra Streisand interprete del film stesso.
I premi alla carriera vengono attribuiti a Henri Langlois e al grandissimo Groucho Marx
Curiosità:
La stangata vinse 7 Oscar su 10 (tra i quali miglior regia, miglior film)
L’esorcista vince solo 2 Oscar su 10 peraltro nemmeno di grande prestigio come Miglior sceneggiatura non originale e Miglior sonoro
Tatum O’ Neal a 10 anni per Paper Moon – Luna di carta, è la più giovane interprete in assoluto premiata con l’Oscar
jack Nicholson ottiene una delle sue dodici nomination (tre Oscar vinti) della carriera, che ne fanno l’attore più premiato di Hollywood
Sussurri e grida, splendido film di Bergman finisce per vincere un solo Oscar su 5 nomination per la miglior fotografia
Legenda: in neretto i vincitori degli Oscar

Miglior film
La stangata (The Sting), regia di George Roy Hill
Le altre nomination

American Graffiti, regia di George Lucas

Sussurri e grida regia di Ingmar Bergman

L’esorcista regia di William Friedkin

Un tocco di classe (A Touch of Class), regia di Melvin Frank

Miglior regia
George Roy Hill – La stangata (The Sting)
Le altre nomination
George Lucas – American Graffiti
Ingmar Bergman – Sussurri e grida
William Friedkin – L’esorcista
Bernardo Bertolucci – Ultimo tango a Parigi
Miglior attore protagonista
Jack Lemmon – Salvate la tigre (Save the Tiger)
Le altre nomination

Marlon Brando – Ultimo tango a Parigi

Jack Nicholson – L’ultima corvée

Robert Redford – La stangata (The Sting)
Migliore attrice protagonista
Glenda Jackson – Un tocco di classe (A Touch of Class)
Le altre nomination

Marsha Mason – Un grande amore da 50 dollari

Ellen Burstyn – L’esorcista (The Exorcist)

Barbra Streisand – Come eravamo (The Way We Were)

Joanne Woodward – Summer Wishes, Winter Dreams
Miglior attore non protagonista
John Houseman – Esami per la vita
Le altre nomination

Vincent Gardenia – Batte il tamburo lentamente

Jack Gilford – Salvate la tigre (Save the Tiger)

Jason Miller – L’esorcista (The Exorcist)
Migliore attrice non protagonista
Tatum O’Neal – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon)

Linda Blair – L’esorcista (The Exorcist)

Candy Clark – American Graffiti

Madeline Kahn – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon)

Sylvia Sidney – Summer Wishes, Winter Dreams
Miglior sceneggiatura originale
David S. Ward – La stangata (The Sting)
George Lucas, Gloria Katz e Willard Huyck – American Graffiti
Ingmar Bergman – Sussurri e grida
Steve Shagan – Salvate la tigre (Save the Tiger)
Melvin Frank e Jack Rose – Un tocco di classe
Miglior sceneggiatura non originale
William Peter Blatty – L’esorcista (The Exorcist)
Robert Towne- L’ultima corvée
James Bridges – Esami per la vita
Alvin Sargent – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon)
Waldo Salt e Norman Wexler – Serpico
Miglior film straniero
Effetto notte (La nuit américaine), regia di François Truffaut (Francia)
Le altre nomination
The House on Chelouche Street (Ha-Bayit Berechov Chelouche), regia di Moshé Mizrahi (Israele)
L’invito (L’invitation), regia di Claude Goretta (Svizzera)
Il pedone (Der fußgänger), regia di Maximilian Schell (Repubblica Federale Tedesca)
Fiore di carne (Turks fruit), regia di Paul Verhoeven (Olanda)
Miglior fotografia
Sven Nykvist – Sussurri e grida
Owen Roizman – L’esorcista (The Exorcist)
Jack Couffer – Il gabbiano Jonathan
Robert Surtees – La stangata
Harry Stradling Jr. – Come eravamo (The Way We Were)
Miglior montaggio
William Reynolds – La stangata
Ralph Kemplen – Il giorno dello Sciacallo
Verna Fields e Marcia Lucas – American Graffiti
Frank P. Keller e James Galloway – Il gabbiano Jonathan
Jordan Leondopoulos, Bud Smith, Evan Lottman e Norman Gay – L’esorcista
Miglior scenografia
Henry Bumstead e James Payne – La stangata
Bill Malley e Jerry Wunderlich – L’esorcista
Philip Jefferies e Robert de Vestel – Tom Sawyer
Lorenzo Mongiardino, Gianni Quaranta e Carmelo Patrono – Fratello sole, sorella luna
Stephen Grimes e William Kiernan – Come eravamo (The Way We Were)
Migliori costumi
Edith Head – La stangata
Marik Vos – Sussurri e grida
Piero Tosi – Ludwig
Donfeld – Tom Sawyer
Dorothy Jeakins e Moss Mabry – Come eravamo (The Way We Were)
Migliore colonna sonora
Originale drammatica
Marvin Hamlisch – Come eravamo
John Williams – Un grande amore da 50 dollari
Georges Delerue – Il giorno del delfino
Jerry Goldsmith – Papillon
John Cameron – Un tocco di classe
Adattamento con canzoni originali
Marvin Hamlisch – La stangata
Andre Previn, Herbert Spencer e Andrew Lloyd Webber – Jesus Christ Superstar
Richard M. Sherman, Robert B. Sherman e John Williams – Tom Sawyer
Miglior canzone
The Way We Were, musica di Marvin Hamlisch, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Come eravamo
All That Love Went to Waste, musica di George Barrie, testo di Sammy Cahn – Un tocco di classe
Live and Let Die, musica e testo di Paul McCartney e Linda McCartney – Agente 007 – Vivi e lascia morire
Love, musica di George Bruns, testo di Floyd Huddleston – Robin Hood
Nice to Be Around, musica di John Williams, testo di Paul Williams – Un grande amore da 50 dollari
Miglior sonoro
Robert Knudson e Chris Newman – L’esorcista
Richard Portman e Lawrence O. Jost – Il giorno del delfino
Donald O. Mitchell e Lawrence O. Jost – Esami per la vita
Richard Portman e Les Fresholtz – Paper Moon – Luna di carta
Ronald K. Pierce e Robert Bertrand – La stangata
Miglior documentario
The Great American Cowboy, regia di Kieth Merrill
Always a New Beginning, regia di John D. Goodell
Battle of Berlin (Schlacht um Berlin), regia di Franz Baake
Journey to the Outer Limits, regia di Alexander Grasshoff
Walls of Fire, regia di Herbert Kline e Edmund Penney
Miglior cortometraggio
The Bolero, regia di William Fertik
Clockmaker, regia di Richard Gayer
Life Times Nine, regia di Pen Densham e John Watson
Miglior cortometraggio documentario
Princeton: A Search for Answers, regia di Julian Krainin e DeWitt L. Sage Jr.
Background, regia di Carmen D’Avino
Children at Work (Paisti Ag Obair), regia di Louis Marcus
Christo’s Valley Curtain, regia di Ellen Giffard e Albert Maysles
Four Stones for Kanemitsu, regia di Terry Sanders
Miglior cortometraggio d’animazione
Frank Film, regia di Caroline Mouris e Frank Mouris
The Legend of John Henry, regia di Sam Weiss
Pulcinella, regia di Emanuele Luzzati
Premio alla carriera
Henri Langlois
Groucho Marx
Premio umanitario Jean Hersholt
Lew Wasserman
Premio alla memoria Irving G. Thalberg
Lawrence Weingarten
Katharine Hepburn
Jack Lemmon, Oscar come migliore attore protagonista
John Houseman, Oscar come migliore attore non protagonista
George Roy Hill, miglior regista
Tatum O’Neal migliore attrice non protagonista
Yul Brinner e Truffaut, Oscar per Effetto notte
Gregory Peck e Liza Minnelli annunciano il vincitore del miglior attore
Sylvia Kristel
La vicenda umana e professionale di Sylvia Kristel, l’affascinante attrice di origini olandesi ha molto in comune con quelle di altre star del cinema che, conosciuto il grande successo per un film alla fine hanno visto la loro carriera cinematografica e specularmente la propria storia personale irreversibilmente mutate proprio per colpa di quello stesso successo,che ha finito per stravolgerne la vita incanalando la loro carriera cinematografica lungo binari obbligati.
Il caso di Sylvia Kristel è uno di questi, un caso in fondo triste che porta ad accostare il suo nome a quello di altre sfortunate attrici come Tina Aumont,Marisa Mell o, per fare un parallelo con il nostro cinema con le vite di Lilli Carati e Karin Schubert.
Sono solo alcuni casi, ma il cinema purtroppo può portare come esempi numerosi altri casi di vite vissute e bruciate ad una velocità molto più elevata di quella della gente comune.
Nel caso di Sylvia Kristel sono diversi i fattori che l’hanno portata ad una morte prematura, due mesi dopo aver compiuto 60 anni;un cocktail terribile fatto di dipendenze da alcool,droga e fumo di sigarette come da lei stessa raccontato nel libro Nue (Nuda), nel quale ha ripercorso la sua vita pubblica ma sopratutto privata,nella quale c’è stato spazio per due dipendenze che le hanno fatto compagnia dalla prima adolescenza, ovvero l’alcool che lei ha ammesso di aver iniziato a consumare in grandi quantità fino da quando aveva 12 anni e le sigarette, delle quali ha abusato più o meno dallo stesso periodo.
“Mia madre mi addormentava mettendomi sulla bocca uno straccio imbevuto di cognac“, racconta la Kristel nella sua autobiografia e racconta della dipendenza da super alcolici di sua madre e di quella da birra di suo padre, un campione di tiro al piattello che durante una gara perde parte dell’udito per un’imprudenza e che da quel momento affogherà anche lui negli alcolici la propria delusione.
Sylvia Kristel nasce a Utrecht in Olanda il 28 settembre 1952;i suoi genitori gestiscono l’Hotel Commerce in piazza della stazione nella cittadina olandese e qui Sylvia cresce e diventa un’adolescente fino al giorno in cui suo padre non cambia la vita della ragazza e di tutta la famiglia portando a casa una donna e costringendo Sylvia e sua madre ad andare a vivere altrove.


Il suo primo grande successo: Emmanuelle
Per aiutare sua madre e la famiglia inizia a lavorare ben presto, facendo prima la segretaria,poi la cameriera e infine la modella; grazie ad un fotografo di Utrecht posa per alcune foto e la sua bellezza viene immediatamente notata.Partecipa ad alcuni concorsi di bellezza e diviene prima Miss TV Olanda, poi miss TV Europa.Ha 21 anni,è bellissima ed accetta la corte di Hugo Claus,di ventiquattro anni più grande di lei;con il suo uomo gira l’Europa, imparando a parlare in varie lingue.Diventa anche madre di Arthur e contemporaneamente accetta di fare del cinema;i primi tre film, girati tutti nel 1973, la vedono protagonista di piccole parti.
Si tratta di tre pellicole di discreto livello e di buona visibilità, ovvero L’amica di mio marito di Pim De La Parra, il suo vero esordio seguite da Perché i gatti e Nuda dietro la siepe.
Con Laura Gemser in Emmanuelle 2
Nel 1974 la sua vita cambia definitivamente il giorno in cui le viene proposto il ruolo di Emmanuelle nel film omonimo diretto da Just Jaeckin su un soggetto romanzato da Emmanuelle Arsan.Il film ha un successo planetario e da un giorno all’altro Sylvia Kristel diventa una star, richiestissima da tutti.
Ma l’eroina creata dalla Arsan sarà per lei una trappola che la imprigionerà definitivamente in un personaggio dal quale non potrà più liberarsi e con il quale dovrà fare i conti per tutta la vita.Diventa un vero modello erotico, il desiderio maschile incarnato donna e il pubblico maschile la vuole così, eccitante e desiderabile.
Emmanuelle 3
Nella sua autobiografia così la Kristel racconta la sua audizione per Emmanuelle:
“Io indosso un abito lingerie con spalline che termina mostrando le mie cose; mi siedo e sorrido ,ho 20 anni con tutto il coraggio di quella età, tutto il desiderio di conquistare. Approfitto di una domanda noiosa sulla mia educazione per far rotolare la spallina del vestito lentamente in avanti fino a che una cade, poi faccio lo stesso conl’altra.Loro continuano a parlare e nel frattempo l’aria un po fredda irrigidisce i miei seni. La mia apparente rilassatezza li impressiona alcuni di loro hanno anche le punte delle loro lingua fuori dalla bocca … ”
Le lunghe code sugli Champs Elysee,l’incredibile successo mondiale del film creano all’attrice più problemi che altro.Stordita dalla popolarità, la Kristel accetta il ruolo di Andrea nel film Es war nicht die Nachtigall uscito in Italia con il titolo L’usignolo e l’allodola , una pellicola smaccatamente erotica,mentre Mocky la chiama sul set del drammatico Un lenzuolo non ha tasche, film praticamente sconosciuto in Italia che racconta la storia di un giornalista che fonda un giornale anticonformista con il quale attacca gli scandali nascosti di alcuni partiti e che pagherà con la vita il suo impegno.
Una donna una preda
Un lenzuolo non ha tasche
Nel 1975 il clamore di Emmanuelle si è in parte attenuato ma i produttori vogliono ancora sfruttare l’onda lunga dei romanzi della Arsan;così alla Kristel viene proposto un sequel chiamato Emmanuelle 2 l’antivergine diretto questa volta da Francis Giacobetti; nel film è presente, in un ruolo di secondo piano Laura Gemser.L’attrice asiatica, che nello stesso anno gira Emanuelle nera non ruba la scena alla Kriste ma alla fine i risultati del film sono davvero deludenti,sia sul piano artistico che su quello meramente commerciale.
Nel frattempo il regista Alain Robbe-Grillet la scrittura in una parte di secondo piano nello scabroso Giochi di fuoco;Grillet non è certo un regista da film erotici ma le sue pellicole comunque abbondano di sequenze di nudo e così, ancora una volta, la Kristel deve spogliarsi.
Di questa scelta dei registi, che la vogliono più nuda che vestita la Kristel si lamenterà nella sua autobiografia,mostrando tutto il suo rimpianto per non essere stata scelta per ruoli più drammatici che legati alla bellezza del suo corpo.
Con Montesano in Un amore in prima classe
Sylvia Kristel lavora, nei tre film successivi in soggetti smaccatamente erotici;Una femmina infedele di Roger Vadim del 1976,Il margine (La marge) di Walerian Borowczick sempre nel 1976 e Alice ou la dernière fugue di Claude Chabrol del 1977, tre film che ne rilanciano la fama e l’immagine di donna simbolo di un erotismo delicato e sottilmente perverso.
Poi arriva un film in cui sia il regista sia la stessa Kristel tentano di modificare l’immagine stereotipata dell’artista:si tratta di Tre simpatiche carogne diretto da Francis Girod nel 1977, accanto a Depardieu e Michel Piccoli;un film ambientato durante la guerra, uno strano gangster movie dall’ambientazione del tutto particolare nel quale la Kristel è la donna di Depardieu,un ladro internato in un manicomio dal quale evaderà con un agente di polizia.
Ma l’attrice ha comunque dei rimpianti; come racconta nella sua autobiografia,”Io volevo recitare con i vestiti, i registi mi volevano invece senza vestiti” affiora la malinconia, il rimpianto per non aver mai potuto dimostrare le sue capacità recitative.
L’occasione l’avrebbe anche perchè nel 1978 il regista olandese Wim Verstappen la chiama per un film drammatico a sfondo bellico,Pastorale 1943 ambientato in un villaggio olandese dove un gruppo di partigiani organizza la resistenza armata contro l’invasore tedesco.Il film sfortunatamente non ha il successo sperato così come scarso successo raccoglie Mysteries,film drammatico girato nello stesso anno per la regia di Paul de Lussanet accanto a Ruther Hauer e Andrea Ferreol.
Tre simpatiche carogne
The nude bomb
Nel 1979 la Kristel lavora nel film di Zampa Letti selvaggi; si tratta di una commedia a episodi che però la mostra in tutta la sua seducente bellezza e ottiene un discreto successo.
E’ arrivato il momento di tentare il grande salto: a ventisette anni Sylvia vuole dimostrare di essere un’attrice vera e forte della sua bellezza e della fama che ormai le si è cucita addosso sbarca ad Hollywood.
Durante la lavorazione di The Fifth Musketeer (1979) conosce e si innamora dell’attore Ian McShane:inizia così un rapporto tempestoso con quest’uomo per il quale ha lasciato il padre di suo figlio,Hugo.
Sbarcata con tante ambizioni e tante speranze ad Hollywood, la Kristel scopre amaramente che il cinema americano non vuole la sua recitazione ma che esponga il suo corpo.Contemporaneamente inizia la sua dipendenza dalla cocaina che, mescolata allo smisurato consumo di alcool ben presto la porta ad avere problemi seri di salute.In un incidente perde anche il bambino che aspettava.
Come dichiara amaramente nella sua autobiografia, “Lasciare Hugo per Ian e andare ad Hollywood è stata la cosa più stupida che abbia fatto:pensavo che Hollywood mi stesse aspettando e invece mi volevano solo nuda ed ho dovuto lottare per tenere i vestiti addosso.”
Perchè i gatti
L’attrice entra nella produzione del kolossal Airport (1980) e subito dopo nel cast di The nude bomb dello stesso anno ma è solamente con il mediocre L’amante di Lady Chatterley che ottiene nuovamente un grande successo. Merito della sua bellezza e del ruolo scabroso che Just Jaeckin,il regista che l’ha lanciata, le riserva.
Ma anche se la parte di Lady Constance Chatterley è cucita addosso a lei, il film è davvero brutto e nonostante il successo riportato la ingabbia una volta in più nel personaggio dalle sottili armi erotiche,in pratica un bel viso in uno splendido corpo e nulla più.
La conferma arriva l’anno successivo nel quale si trova a far parte del cast di Lezioni maliziose ,quel Private Lessons (titolo originale) che farà gridare allo scandalo per le scene di nudo girate davanti ad un ragazzino di quindici anni.
Questo film le costa una denuncia e uno scandalo internazionale:Sylvia, deludendo i suoi fans sarà costretta ad ammettere di aver usato una controfigura nelle scene di nudo, contribuendo così ad una caduta di interessi verso la sua persona.
Pastorale 1943
Nuda dietro la siepe
Nel 1980 Sylvia era venuta in Italia per girare il film comico-sentimentale Un amore in prima classe al fianco di Montesano diretta da Salvatore Samperi,nonostante il discreto successo ottenuto l’attrice era tornata in America dove ormai viveva stabilmente e dove la sua dipendenza da coca e alcool si era fatta massiccia.Nel 1981 comunque Sylvia è una vedette ma relegata al ruolo di sex star, un simbolo della trasgressione e dell’erotismo dal quale non può e probabilmente non vuole separarsi;ancora una volta dopo aver girato nel 1983 l’insipido American college accetta di tornare a indossare i anni di Emmanuelle in Emmanuelle 4 di Francis Leroi e Iris Letans, con scarsi esiti al botteghino.
Le offerte si diradano e il 1985, nonostante sia sul set di ben tre film, testimonia la discesa dell’attrice in quel limbo dal quale non emergerà più;Un corpo da spiare, storia romanzata della celebre spia Mata Hari è un brutto film che ottiene un qualche successo grazie alla sua presenza a alla sensualità del suo corpo, mentre non ottengono maggior fortuna Red heat girato accanto a Linda Blair e Una donna una preda di Bert I. Gordon.
Intanto la sua storia d’amore con McShane è finita e la nuova relazione con Philippe Blot la spinge a commettere un errore fatale;l’uomo è convinto di essere un grande regista e Sylvia si fa convincere a finanziare un suo film.Un’operazione costosa e completamente fallimentare, tant’è vero che un critico definirà il film “l’opera più brutta mai diretta”
Nel ruolo di Mata Hari
Ancora nel ruolo della ballerina e spia Mata Hari in Un corpo da spiare
Il fiasco la getta sul lastrico e l’attrice resta senza soldi, con il fisico ormai debilitato da anni di dipendenza dalla coca e dall’alcool e con un mondo del cinema che le ha voltato le spalle.
Negli anni successivi infatti girerà poche opere, spesso delle serie tv di poco conto e sarà costretta ad accettare, per mantenersi economicamente,di interpretare ancora una volta Emmanuelle in una serie di tv movie di bassa qualità dai contenuti abbastanza espliciti come Éternelle Emmanuelle, Emmanuelle à Venise,L’amour d’Emmanuelle,Magique Emmanuelle,Le parfum d’Emmanuelle,Le secret d’Emmanuelle,Emmanuelle au 7ème ciel .
Un tramonto malinconico per una donna bellissima che diverrà un dramma quando agli albori del nuovo millennio la star scopre di avere un cancro alla gola, un crudele “regalo” dei tantissimi anni di eccessi con l’alcool e il fumo.
Una nuova battaglia combattuta con coraggio e lontana da quel mondo che le aveva dato fama e ricchezza, costretta nel frattempo a vivacchiare in un monolocale e a vendere, per mantenersi, vecchie foto o qualche suo quadro.
Nel 2010 interpreta l’ultimo ruolo della sua carriera,quello di Eva De Leeuw nella serie televisiva Le ragazze dello swing; il male la sta divorando, nonostante le sedute di chemioterapia.
Due anni dopo,completamente dimenticata da tutti,viene colpita da un ictus.
E’ il giugno del 2012 e l’attrice non si riprenderà più.
Quattro mesi dopo l’attrice muore ad Amsterdam, con accanto suo figlio: è la notte tra il 17 e il 18 ottobre e Sylvia da l’addio alla vita in punta di piedi.
Manon de Boer
Leggendo la sua autobiografia, distribuita in Italia con l’eloquente titolo di Svestendo Emmanuelle, affiora la verità sulla vita di una donna che ha pagato un prezzo pesantissimo alla celebrità, attraverso una serie di errori e di scelte sfortunate che alla fine le hanno condizionato pesantemente la vita.
Dalla violenza carnale subita a 10 anni da un collaboratore dell’hotel del padre che lei chiamava zio, al rapporto tormentato con quel suo padre e con la sua figura che poi ha cercato negli uomini della sua vita, da quell’Emmanuelle che la rese celebre agli eccessi con la droga e l’alcool, dalle relazioni con uomini famosi dello schermo come Warren Beatty e Gerard Depardieu ai suoi matrimoni per finire con gli anni dell’oblio e della povertà, gli anni della malattia e dell’unico vero grande amore per suo figlio.
L’usignolo e l’allodola
Sylvia Kristel ne ha parlato in questo libro verità che restituisce alla sua figura una dimensione più dolorosamente umana, lontana da quell’immagine patinata che le è stata cucita addosso dal personaggio che l’ha resa famosa ma che al tempo stesso le ha impedito di mostrare il suo talento.
Un personaggio, un’interpretazione possono darti tutto, fama e soldi, ma possono anche trasformarsi in una trappola dalla quale è impossibile uscire.
E’ quello che è successo a Sylvia kristel, attrice bellissima e dal talento inesplorato, prigioniera per sempre di un mito e di un’immagine divenuta un’icona della sessualità.
Two sunny days
The arrogant
Dal corto Sun,sex and seventhie
Sexy boys
Red heat
Private lessons
Magique Emmanuelle (Tv movie)
Liijmen het been
Letti selvaggi
Le secret d’Emmanuelle (Tv movie)
L’ultimo lavoro di Sylvia, Le ragazze dello swing
Due fotogrammi da L’amante di Lady Chatterley
La marge
Julia
In the shadow of sandcastle
I 5 moschettieri
Goodbye Emmanuelle
Giochi di fuoco
Frank en Eva
Emmanuelle in Venice (Tv movie)
Emmanuelle in love (Tv movie)
Emmanuelle forever (Tv movie)
Emmanuelle 4
Emmanuelle 3
Ancora da Emmanuelle 3
Dracula’s widow
Die Unbesiegbaren (Tv movie)
Un amore in prima classe
American college
Alice
Sempre dal film di Chabrol Alice
Airport 80
Casanova (Tv movie)
Due foto di Sylvia Kristel poco prima della morte
2010 Le ragazze dello swing (TV Movie)
2010 Two Sunny Days
2002 Bank (Video)
2001 Sexy Boys
2001 De vriendschap
2001 Vergeef me
2000 Die Unbesiegbaren (TV Movie)
2000 Lijmen/Het been
1999 Harry Rents a Room
1999 An Amsterdam Tale
1999 Film 1
1997 Gaston’s War
1997 Die Sexfalle (TV Movie)
1996 Onderweg naar morgen (TV Series)
1996 De eenzame oorlog van Koos Tak (TV Series)
1993 Emmanuelle au 7ème ciel
1993 Le secret d’Emmanuelle (TV Movie)
1993 Beauty School
1993 Le parfum d’Emmanuelle (TV Movie)
1993 Magique Emmanuelle (TV Movie)
1993 L’amour d’Emmanuelle (TV Movie)
1993 Emmanuelle à Venise (TV Movie)
1993 La revanche d’Emmanuelle (TV Movie)
1993 Éternelle Emmanuelle (TV Movie)
1992 Seong-ae-ui chimmuk
1990 In the Shadow of the Sandcastle
1990 Hot Blood
1988 Dracula’s Widow
1988 The Arrogant
1987 Casanova (TV Movie)
1985 Una donna, una preda
1985 Red Heat
1985 Un corpo da spiare
1984 Emmanuelle 4
1983 American College
1981 Lezioni maliziose
1981 L’amante di Lady Chatterley
1981 Un bacio da un milione di dollari (TV Movie)
1980 Un amore in prima classe
1980 The Nude Bomb
1979 Airport ’80
1979 The Fifth Musketeer
1979 Letti selvaggi
1978 Mysteries
1978 Pastorale 1943
1977 Goodbye Emmanuelle
1977 Tre simpatiche carogne
1977 Alice ou la dernière fugue
1976 Il margine
1976 Una femmina infedele
1975 Emmanuelle l’antivergine
1975 Giochi di fuoco
1974 Un lenzuolo non ha tasche
1974 L’usignolo e l’allodola
1974 Emmanuelle
1973 Nuda dietro la siepe
1973 Perché i gatti
1973 L’amica di mio marito
Steaming-Al bagno turco
Il bagno turco gestito dalla simpatica e matura Violet a Londra è il punto di incontro preferito per un gruppo di donne di diversa estrazione sociale e di diversa età;è il posto ideale per rilassarsi accantonando i problemi giornalieri, le ansie e gli affanni, l’occasione per sorseggiare una tazza di tè, chiacchierare di cose più o meno futili con altre donne,una pausa ristoratrice per lasciare in un angolo le preoccupazioni del lavoro o degli affari domestici, figli e amanti, mariti e datori di lavoro.
Nancy e Sarah, Josie e la signora Meadows con sua figlia Dawn,Celia e la signora Goldstein si incontrano tra i vapori del bagno turco, rilassandosi e trovando finalmente una pausa temporale da dedicare a se stesse.
Nancy è una donna di una certa età, abbandonata dal marito che a lei ha preferito un’amante più giovane e che continua a piangersi addosso, non riuscendo a trovare una spiegazione (pure abbastanza semplice) all’improvviso abbandono del marito, dopo una vita dedicata alla famiglia coronata dalla nascita di tre figli mentre Sarah, che è una donna istruita (lavora come avvocato) e di classe agiata ha una vita professionale gratificante ma che si sente incompleta per non aver mai avuto un figlio.

Josie invece è di estrazione popolare;è una donna forte e rozza,con una sua primitiva bellezza e che lavora in un night è ossessionata dal sesso e racconta alle sue occasionali compagne delle sue avventure amorose e della sua relazione con il compagno del momento, una relazione sessualmente gratificante ma con un rovescio della medaglia, ovvero l’abitudine dell’uomo di picchiarla frequentemente.
Celia è una donna di colore tranquilla e abbastanza riservata,che abitualmente ascolta più che parlare mentre la signora Meadows è una donna ormai fuori dal tempo, petulante e di idee conservatrici, afflitta anche da una figlia,Dawn, lontanissima sia dai canoni estetici (è grassa e poco attraente) sia da quelli culturali, visto che sembra una bambina viziata afflitta anche da un’ingordigia vistosa.
L’ambiente ovattato è quindi il posto giusto per confidenze, per analisi sui propri comportamenti e giudizi sulla propria vita, tra vapori benefici e lunghi bagni nella piscina del bagno.

Un giorno Violet comunica al gruppo delle frequentatrici che il futuro del bagno turco è a rischio:il consiglio comunale ha infatti intenzione di sfrattare gli occupanti e cedere la struttura ad una società che la raderà al suolo e che al suo posto farà sorgere un grande magazzino.
La notizia getta nella più profonda costernazione il gruppo di donne, che dopo l’iniziale smarrimento decide di reagire; dopo aver preparato manifesti di protesta le donne incaricano la battagliera Josie di farsi loro portavoce presso il consiglio comunale e di esporre le loro ragioni.
La vivace e battagliera Josie così,con un intervento deciso e risolutore,riesce ad ottenere la revoca della delibera:non solo il bagno turco non chiuderà ma la città restaurerà il posto restituendolo a nuova vita.
La notizia della vittoriosa battaglia portata avanti da Josie riempie di felicità le donne del gruppo.
Viene organizzata una grande festa che culmina con un bagno in piscina e la liberazione di tanti palloni bianchi,sotto lo sguardo indulgente della signora Meadows.
Diretto da Joseph Losey nel 1985, Steaming,al bagno turco è un’opera di chiara impostazione e derivazione teatrale come del resto testimoniato dall’ambientazione con otto donne rinchiuse in pratica in un bagno turco.

Adattato da una piece di Nell Dunn, il film di Losey è l’ultimo lavoro del grande regista nato in America ma in pratica di chiara estrazione britannica;Losey muore nel 1984 e il film uscirà postumo nell’anno successivo e sarà presentato al festival di Cannes, accolto con simpatia sia dal pubblico che dalla critica.
Si tratta di un film fresco e simpatico, al quale il regista dedica molta attenzione sopratutto alla caratterizzazione dei dialoghi, assolutamente fondamentali in un film che sembra proporre come ambientazione il tradizionale luogo chiuso portato in scena in teatro.
Dialoghi a tratti frizzanti, a tratti nostalgici in una commedia in cui prevalgono le narrazioni delle vite vissute dalle protagoniste, vite ordinarie di rappresentanti delle varie classi sociali inglesi.
Da un lato la vita professionalmente appagante di Sarah, per esempio, con un lavoro che la gratifica come donna opposta come risultati a quella ordinaria e tradizionale di Nancy, la donna della classe media che ha sacrificato la sua vita alla famiglia e che in cambio ha ricevuto il tradimento del marito e l’ingratitudine dei figli.
A fare da elemento centrale ecco la figura di Josie, la popolana anticonformista e sessualmente emancipata, che però vive una dicotomia estraneante con la figura di un compagno manesco e violento opposta alle figure della signora Meadows e di sua figlia, elementi disturbanti l’armonia dell’assieme ma necessarie per completare il micro cosmo tutto al femminile che racconta la sua vita al tepore del bagno turco, creando una complicità tra le donne stesse che troverà un valore compiuto in un finale una volta tanto allegro e speranzoso.

Il regista di Il servo e Don Giovanni, di Una romantica donna inglese e di Modesty Blaise. La bellissima che uccide si congeda dal cinema con un’opera gradevole e ben costruita a dispetto della mediocre stesura originale fatta per il teatro, che ottenne più giudizi negativi che positivi.
Losey rivitalizza il testo con buona mano affidandosi ad un cast di grande valore nel quale figurano la vecchia gloria di Hollywood Doris day, la bravissima Vanessa Redgrave e la sempre affascinante Sarah Miles mentre Patty Love, che interpreta la vulcanica e combattiva Josie crea un personaggio che all’inizio è accolto dallo spettatore con diffidenza e che alla fine risulta essere il più positivo.
Un film in definitiva con un suo sottile fascino, che ha dalla sua molte frecce all’arco e poche cose negative del tutto trascurabili.
Il film è presente su You tube nella versione originale inglese visivamente poco accattivante perchè ridotta da una VHS mentre la versione digitale non sono riuscito a trovarla, tuttavia il DVD multilingue ha un costo davvero irrisorio,un minimo investimento per due ore di grande cinema.
Steaming – Al bagno turco
Un film di Joseph Losey. Con Sarah Miles,Vanessa Redgrave, Diana Dors, Patti Love,Brenda Bruce, Felicity Dean,Sally Sagoe,Anna Tzelniker Titolo originale Steaming. Commedia, durata 95′ min. – Gran Bretagna 1985.
Vanessa Redgrave … Nancy
Sarah Miles … Sarah
Diana Dors … Violet
Patti Love … Josie
Brenda Bruce … La signora Meadows
Felicity Dean … Dawn Meadows
Sally Sagoe … Celia
Anna Tzelniker … La signora Goldstein
Regia: Joseph Losey
Sceneggiatura:Robin Bextor,Nell Dunn,Patricia Losey
Produzione: Richard F. Dalton,Paul Mills
Musiche:Richard Harvey
Fotografia:Christopher Challis
Montaggio:Reginald Beck
Production Design:Maurice Fowler
L’opinione di Alan Smithee dal sito http://www.filmtv.it
Non potevo che chiudere questa mia entusiasmante avventura torinese con il grande regista che, come da tradizione, ogni anno il festival mette al centro della sua completa retrospettiva. Una rassegna che per forza di cose sono stato costretto anche quest’anno a tenere da parte (ma ho acquistato subito il completo volume monografico a cura di Emanuela Martini che affrontero’ già dai prossimi giorni), ma che non potevo davvero disertare almeno per chiudere l’esperienza festivaliera.
Losey e’ un autore complesso e dalla filmografia molto nutrita, che conosco solo in parte nelle sue opere piu’ note. Ricominciare a scoprirlo dalla fine, con l’ultimo suo film, ha, a mio giudizio, un suo senso: Steaming e’ certamente un’opera che, non penso solo fortuitamente, comunica un senso di “arrivo”, di termine finale: a parte la mia personale conclusione del festival, l’opera è pure l’ultimo film di Diana Dors, che interpreta la tenutaria del bagno turco, a sua volta destinato a scomparire per far posto al solito parcheggio o supermercato; Steaming segna anche la fine di un’epoca in cui la donna tradizionalista e tutta casa e famiglia (impersonata in questo suo ruolo dalla statuaria Vanessa Redgrave) lascia il posto a quella progressista e aperta alle mode e alle tendenze piu’ trasgressive (Sarah Miles, coetanea piu’ aperta, serenamente nuda e disinvolta in tutto il film); una donna che pensa finalmente un po’ anche a se stessa e un po’ meno alla famiglia di mocciosi irriconoscenti che nemmeno si ricordano del suo compleanno (come lamenta la Redgrave ad un tratto della vicenda). Ma Steaming, pur impersonificando la fine di molte cose, non comunica mai il senso “mortifero” o macabro che a prima vista gli si potrebbe appiccicare addosso. Anzi un finale sin troppo ottimista per risultare realistico, con quei palloncini bianchi che raggiungono il soffitto e le donne entusiaste e nude che si tuffano in piscina forti dei loro nuovi progetti solidali, e’ comunque un inno alla vita: dunque tutto il contrario delle tristi vicende che sono susseguite poco dopo la fine delle riprese. Un film che, da appassionato giovane cinefilo che fui (e lo sono tutt’ora) della Redgrave (nell’85 quando il film uscì tentai invano, appena diciassettenne, di vederlo assieme a quell’altro film difficilmente reperibile che è “Il mistero di Wetherby” di David Hare) vedo solo ora, a quasi trent’anni di distanza, con un’emozione che a questo punto ritengo piu’ che giustificata e pertinente.
L’opinione di Gian Carlo Bertolina, ‘Attualità Cinematografiche’
Fino a che punto può reggere, a livello di efficacia filmica, una storia di otto donne interamente ambientata in un bagno turco (steaming) nel quartiere londinese di Trigate? A questa domanda rischiosa ha risposto Joseph Losey, facendone il suo trentaduesimo ed ultimo film, di cui ha completato le riprese poco prima di morire e che è uscito postumo al festival di Cannes 1985. Si prova un leggero imbarazzo nel recensire l’opera estrema di un autore già da lungo tempo entrato nella storia del cinema, sia pure non tra l’Olimpo dei grandi in assoluto. La prima ragione di tale imbarazzo risiede nel fatto che, con tutti i suoi pregi, rimane pur sempre un esempio di genere minore, il cosiddetto teatro filmato. Il testo è della narratrice Nell Dunn, già co-sceneggiatrice con Kenneth Loach di ‘Poor Cow’, dal proprio romanzo omonimo, e qui al suo primo lavoro drammatico. Si tratta di fatto di un testo debole, sovraccarico di stilemi supersfruttati e irrimediabilmente datato, tanto da sembrare già vecchio al suo debutto sulle scene del West End nel 1981. Ci si può chiedere come mai Losey non abbia piuttosto scelto di adattare, se non altro per ragioni di fedeltà amichevole, il pinteriano Betrayal, affidato invece a David Jones; ma queste non sono che ipotesi accessorie, non riguardanti la sostanza del discorso.
L’amour nu
Claire è una donna solare e ottimista;lavora come interprete per l’UNESCO ed è qui che un giorno, durante una pausa pranzo conosce Simon, un uomo sensibile ed innamorato del proprio lavoro, l’oceanografia.
Tra i due l’iniziale simpatia si trasforma ben presto in amore: i punti di contatto non sono molti ma Simon apprezza in Claire la solarità mentre lei è attratta dalla sua gentilezza d’animo.
Il lavoro però ha delle esigenze e i due devono momentaneamente separarsi.
Un giorno mentre fa la doccia Claire scopre un minuscolo nodo tra il braccio e il seno; immediatamente corre a visitarsi e purtroppo l’esito è infausto.

La donna ha infatti un cancro del seno.
Claire non si perde d’animo e affronta alcune sedute di cobalto terapia che però purtroppo non sortiscono gli effetti sperati.
A questo punto è necessaria un’operazione di mastectomia e la cosa mette decisamente in crisi la donna.
L’intervento,demolitore, rischia di stravolgere parte della sua estetica e ben presto Claire decide di dire addio a Simon, incapace di confessargli la sua malattia.
Ma Simon scopre la verità…
Film sui sentimenti, sulla malattia.
L’amour nu, diretto da Yannick Bellon racconta una storia semplicissima e giocata tutta sulla dicotomia tra l’amore tra i due protagonisti e una malattia subdola e devastante che rischia di pregiudicare il futuro della coppia stessa.

Siamo nel 1981 e il cancro è ancora un samurai invincibile.
Ed è anche un male di cui un po ci si vergogna, quasi fosse un qualcosa che uno va a cercarsi invece di essere un nemico subdolo e spietato in agguato nella vita di tutti.
Le cure sono ancora parzialmente inefficaci,la diagnosi precoce è agli albori, non c’è la Tac;il cancro al seno viene affrontato con operazioni che demoliscono e che come conseguenza lasciano ferite nel corpo e nella mente delle donne.
L’amour nu affronta questo tema con delicatezza, mostrandoci contemporaneamente una storia d’amore di quelle più compiutamente ordinarie;due belle persone, pulite, che vivono una storia come tante che però all’improvviso si troverà di fronte ad un bivio assolutamente imprevisto.
E’ Claire quella che decide di troncare la relazione non appena saputo del suo male, della necessità di fare una mastectomia.

La donna sa che fisicamente non sarà più la stessa e il timore che la mutilazione possa sconvolgere e allontanare da se il compagno la portano a precedere gli eventi scegliendo unilateralmente di lasciare il compagno.
Il finale è in linea con la storia, che la regista Bellon, oggi novantenne,affronta con mano felice e con una sensibilità tutta femminile, mai mielosa o zuccherosa però.
Un film che riprende in qualche modo la tematica di Love story senza però usarne il linguaggio forzatamente lacrimevole (visto anche il finale del film) o quella del recente Always from her-Lontano da lei di Sarah Polley che affronta con grandissima tenerezza e drammaticità il tema dei sentimenti nei malati di Alzheimer.
L’amour nu è un bel film, descrittivo e mai noioso, che riesce a delineare benissimo la psicologia di una donna alle prese con un male terribile che però saprà affrontare con coraggio e che, contrariamente a quanto da lei previsto finirà bene anche dal punto di vista dei sentimenti.

Bravissima e struggente Marlene Jobert, attrice dal volto intenso capace di una gamma di espressioni da attrice di razza,molto bravo anche Jean-Michel Folon,a suo agio nel ruolo del bel personaggio di Simon.
Alla sceneggiatura collabora anche Francoise Prevost.
Purtroppo di questo film non esiste una versione in italiano; i distributori di casa nostra hanno sempre avuto molta colpevole diffidenza verso il cinema dei nostri cugini d’oltralpe con il risultato di aver privato il pubblico italiano di molte pregevoli opere.
L’amour nu
un film di Yannick Bellon, con Marlène Jobert,Jean-Michel Folon,Zorica Lozic,Georges Rouquier,Michèle Simonnet,Jean-Claude Carrière Drammatico Francia 1981
Marlène Jobert … Claire
Jean-Michel Folon …Simon
Zorica Lozic … Olga
Georges Rouquier …Jean Lafaye
Michèle Simonnet … Judith
Jean-Claude Carrière …Il professore
Roland Monod … Lo spécialista
Tatiana Moukhine …La signora che lavora a maglia
Jean-Pierre Savinaud …Il tassista
Pierre Trente …L’istruttore di pattinaggio
Adolphe Viezzi … Gérard
Rachid Ferrache … Il figlio di Gérard
Vernon Dobtcheff …John
Caroline Aguilar … La mannequin
Regia: Yannick Bellon
Sceneggiatura:Yannick Bellon,Françoise Prévost
Musiche:Richard de Bordeaux
Art Department :Jean-Michel Folon
La prigioniera
La prigioniera (La prisonniere) è l’ultimo film diretto dal maestro George Henry Clouzot nel 1968, il congedo di un grande regista con un grande film.
Clouzot cala il sipario sulla sua carriera di cineasta a otto anni dal grandissimo successo di La verità e a quattro dall’incompiuto L’enfer; un decennio, quello degli anni sessanta, che vede Clouzot più alle prese con i problemi personali che con il cinema, con una serie di funesti avvenimenti come la morte dell’amatissima moglie, una lunga depressione e infine l’infarto che lo coglie durante la lavorazione di L’enfer.
La prigioniera quindi nasce in un periodo in cui pare che finalmente il regista francese abbia ritrovato entusiasmo e ispirazione; ed infatti il film sarà un vero e proprio sunto della sua arte cinematografica in cui appaiono evidenti i frutti del lunghissimo lavoro di sperimentazione compiuto proprio con L’enfer, il film rimasto allo stato embrionale e di cui per quarantanni si erano perse le tracce della lavorazione.Che sono riaffiorate qualche anno addietro grazie a 180 bobine recuperate da Serge Bromberg a casa della vedova di Clouzot Ines e che testimoniano lo straordinario lavoro di preparazione per quel film del quale parlerò in un prossimo post.

Sono proprio gli esperimenti fatti con L’enfer a trovare applicazione in La prigioniera; scatti arditi, intensi primi piani, luci psichedeliche ecc.mostrano come Clouzot fosse riuscito ad inventare un nuovo sistema visivo e comunicativo che il regista stesso applica a primi piani tormentati ed espressivi,ossessivamente ripetuti e che mostrano le varie espressioni degli artisti impiegati e che raccontano una storia fatta di perversione e passione, di raffinata morbosità di un menage a trois che solo per un caso non sfocerà in una tragedia.
La storia che Clouzot racconta in fondo non ha molta importanza se non nell’ottica dell’uso di questo nuovo linguaggio meta visivo:ancora una volta sono i tormenti a farla da padrone, la gelosia e il possesso, gli oscuri meandri della psiche umana eviscerati e mostrati attraverso il linguaggio proprio della psiche, che non può essere lineare per ovvi motivi ma che rappresenta un incubo per immagini.

Se nell’Enfer il soggetto era l’ossessione al limite della follia di un uomo per sua moglie, in La prigioniera il concetto è ampliato ed esteso ad un triangolo fatto da una donna e due uomini.
C’entra l’amore, c’entra il desiderio di possesso, c’entra anche la morbosità del desiderio inconscio proprio della donna di entrare nel masochistico inferno dell’amante, del quale condividerà e sperimenterà la sottile perversione e il desiderio di possesso globale, inglobante a cui la donna sfuggirà per puro caso.
Siamo a Parigi; Gilbert e Josè sono una coppia moderna, di quelle aperte a qualsiasi esperienza legata però da un sentimento d’amore molto forte che tiene unita la coppia stessa aldilà delle tentazioni fortissime provenienti dall’esterno del mondo che loro faticosamente sono riusciti a costruire.
Lei lavora nel campo dell’immagine e si occupa di un documentario entre lui è uno scultore d’avanguardia e questo loro essere presenti nel mondo dell’arte li porta una sera alla mostra del fotografo Stan Hassler.Grazie ad un invito di quest’ultimo Josè ha modo di visionare i suoi scatti ed uno in particolare la turba profondamente,una donna nuda e in catene.Nei giorni successivi Josè scopre di essere attratta e contemporaneamente disgustata dalla foto e quando casualmente incontra nuovamente Stan che le chiede un passaggio e poi la invita ad assistere ad una serie di scatti che sta per fare Josè accetta.

Nell’attesa della modella Stan usa Josè per le prove luci e da quel momento per Josè inizia un incubo al quale però non saprà sottrarsi,anzi.Tra Stan e Josè inizia una relazione in cui l’uomo utilizza la sua forza di volontà per legare a se in modo masochistico la donna,mostrando di volere un totale dominio su di lei. Josè,ormai succube si abbandona a lui salvo tentare in seguito, ormai innamorata senza speranza di quell’uomo dagli impulsi auto distruttivi, di liberarlo dalle sue manie.
Ma Gilbert,che è innamorato di sua moglie, non accetta di essere messo da parte e da quel momento la storia prende una direzione che sembrerebbe portare ad una tragedia annunciata ma che invece…
Non svelo assolutamente il finale perchè è una perla incastonata in un’altra:un film così affascinante correva il rischio di avere un finale scontato, sia in senso drammatico sia in senso happy end.Clouzot sceglie una strada a sorpresa che dona al film invece la patente di capolavoro.

Siamo di fronte quindi ad un film rigoroso nella ricerca continua,spasmodica da parte del regista dell’inquadratura,dello scatto e della sequenza che mostri la via attraverso il labirinto delle sensazioni di Josè, un’esplorazione in cui si rischia di perdersi in partenza ma in effetti è proprio il perdersi la cosa che affascina di più.
Il gioco a tre assume contorni sfumati in funzione proprio dell’analisi dei sentimenti, delle psicologie;se tutto alla fine rimane irrisolto è perchè l’animo umano e la sua psiche divergono perchè uniche e apartenenti ad ogni singolo individuo.E’ il concetto di umanità ad essere esaltato, nella sua parte più oscura, più unica.Se L’Enfer era stato un viaggio nella follia che purtroppo non abbiamo potuto fare, con La prigioniera facciamo un viaggio metafisico per immagini e alla fine ci ritroviamo si al punto di partenza ma abbiamo avuto comunque la possibilità di sondare e toccare qualcosa di indefinito e magico.

Per buona fortuna Clouzot ottiene il meglio dagli attori scelti per l’indagine:Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener, Bernard Fresson, Dany Carrel, Monique Lange, Darío Moreno, Marcel Moussy, Michel Etcheverry lavorano ottimamente anche se ovviamente Elisabeth Wienernel ruolo di Josè,Laurent Terzieff in quella di Stanislas Hassler e Bernard Fresson in quella di Gilbert Moreau hanno la possibilità di emergere maggiormente grazie ai ruoli principali a loro assegnati.
Grande lavoro di Andréas Winding alla fotografia, vivida e dagli effetti pop/psichedelici che impreziosiscono il tutto rendendo l’atmosfera ottico/visiva un’esperienza unica.
Un film quindi imperdibile, purtroppo trasmesso rarissimamente in tv mentre in rete è presente solo in versione originale.
La prigioniera
Un film di Henri-Georges Clouzot. Con Dany Carrel, Bernard Fresson, Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener Titolo originale La prisonnière. Drammatico, durata 105′ min. – Francia, Italia 1968
Laurent Terzieff : Stanislas Hassler
Bernard Fresson : Gilbert Moreau
Elisabeth Wiener : José
Dany Carrel : Maguy
Claude Piéplu : il padre di José
Noëlle Adam : la madre di José
Dario Moreno : Sala
Daniel Rivière : Maurice
Regia Henri-Georges Clouzot
Sceneggiatura Henri-Georges Clouzot, Monique Lange e Marcel Moussy
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Noëlle Balenci
Scenografia Jacques Saulnier
L’opinione di mck dal sito http://www.filmtv.it
(…) Una diapositiva fra le altre tra le altre si espone come infra-fotogramma / intra-frame subliminale che, ” pre ’68 “, scatena una reazione di difesa dall’imbarazzo [ stiamo parlando della Rivoluzione Sessuale, che quella Artistica è Sempre in atto e in scena, mentre come Tabù si è passati dal Sesso alla Morte, che la scienza ancora non ‘basta’, quando la Rivoluzione Industriale, dopo quella democratica-repubblicana che ha partorito anche nazismo…nazionalsocialismo…fascismo…comunismo, ha accelerato-catalizzato l’evoluzione esponenzialmente ] : una risata ( ” che stupida, è un fatto nervoso, scusami, non sono riuscita a trattenermi, mi dispiace / non lo hai fatto apposta ? posso rivederla ? ” – che l’ultimo tango a parigi sarebbe giunto a breve…) tra ” Rien ” ed ” Être ” ://: dal costruttivismo all’estetica della cinetica, passando per la fattografia…, da Duchamp, Vasarely, Rodchenko…, a DeSade e Majakovskij ://: l’ossimoro non tale del Film Industriale ( dall’uscita dalle officine Lumière, istant-mockumentary, a Vertov, da Méliès a Brakhage, da Chaplin ad Ejzenštejn, da Kubrick ad Olmi-Antonioni ), “ovvero” la riproduzione in più copie della Realtà più vera del vero, bigger than life, contrapposta alla Cinema-Fo-toGrafia come Industria : l’astratto concreto dell’edificio macchinario suppellettile soprammobile, arte in serie, l’anti/senza carne, sesso, amore, sentimento, comprensione, condivisione E linguaggio vs Nouvelle Vague ( il contratto sociale, la vita amorosa di Tuffaut/Rohmer, il Personale è Politico, la mente fisico-storica di Resnais/Godard, e viceversa…) : il Contatto che cerca Josée ( una raggelata, fiammeggiante É. Wiener che, come la C. Aubry di Manon in seguito interpreterà solo altri 2-3 film “importanti” ma non “memorabilissimi” ed in parte prescindibili : e ancora come lei ( i loro personaggi ) affronterà un calvario, qui con esito sospeso in freeze-frame sui titoli di coda, là s/terminata nella Promised Land Gitaiana ), la dolce sua preoccupazione per l’essere in ritardo all’appuntamento con Stan ( un Laurent Terzieff che ricorda un mix di DeAndrè-Malkovich-Tenco-Dafoe-Gainsbourg-Walken ), la vergogna ed il coraggio insieme durante il primo set-sho(o)t di pose da “giornalista” vs la moderna relazione col compagno ( Bernard Fresson artista “ma” in parte…-…alla fine geloso, ed in toto alla fine…”generoso”…innamorato ) basata sul poter fare tutto — doversi dire raccontarsi confessarsi EWS tutto.(…)
L’opinione di emmepi8 dal sito http://www.filmtv.it
Ultimo film di Clouzot, regista francese molto particolare, che qui ha sfiorato a basso volo la censura, almeno per quei tempi. Dopo qualche anno di silenzio riappare, ma finisce il film in extremis, coadiuvato da una altro regista, Robert Menegoz. Un film spinoso che affronta un argomento morboso che è quello della del masochismo. Clouzot ha dovuto fare i conti con gli anni, nel senso che il progetto non ha avuto la piena appartenenza, comunque c’è da riconoscere, un apertura mentale non indifferente, anche se i temi trattati da lui sono sempre stati “malati”. La morale grida vendetta, ma deve fare i conti con gli animi degli uomini che sono sempre alterabili ed irrazionali, De Sade sta di casa qua. Operazione non facile, ma che prende coraggiosamente le sue conseguenze, peccato che l’attrice protagonista non è l’ideale giusta per un ruolo complesso come questo. Ottime riprese ed ambientazione che ancora oggi mantiene intatto il suo valore.
l’opinione di notoriusnicky dal sito http://www.filmscoop.it
Ultimo film di Clouzot, i tempi delle atmosfere noir, gialli zeppi di suspance sono materia recisa da tempo, questo è un Clouzot che ci lascia approfondendo ancor di più la psicologia malata dei suoi soggetti, protagonisti che col decorso della carriera da carnefici son diventati autolesionisti, compulsivamente attratti dal desiderio di suicidio (‘La verità’ 1960), recuperando una tematica cara al tanto accostato Hitchcock, il ‘voyeurismo’ dell’artista indotto a plasmare il corpo umano, denudarlo di ogni dignità, sodomizzarlo (in quel periodo tematica assunta anche dal nostrano Bava), la vittima persuasa dall’alone di mistero più che dal compenso economico, ne rimane attratta sentimentalmente ma non corrisposta, il suo è un masochismo per far piacere all’altrui persona, coppie aperte (siamo in piena rivoluzione sessuale), e psicologia del colore (eccede con virtuosismi farraginosi, siamo nel ’68 ed è naturale accostarlo al trip di ‘2001’).
Scevro da ogni forma di didascalia analitica sulla psiche umana, è una parabola sulla fertilità dell’amore, e cosa ti porta a fare per ottenerlo, simile alla Bardot de ‘La verità’ almeno in quanto a bellezza, la Wiener, non in termini di dissolutezza recitativa (non pensavo di arrivare a rimpiangere una Bardot pur brava a gestire le sue armi di seduzione ma che il più delle volte sono poste come contraltare ad una espressività lacunosa)
L’opinione di Saintgifts dal sito http://www.davinotti.com
Clouzot dà l’addio all’attività di regista con questo film per me straordinario. Straordinario nella tecnica, con scene che emozionano, che siano in interni o in un porticciolo o su di uno scoglio. Con un uso del colore ben studiato ed effetti psichedelici notevoli. L’argomento poi è importante e trattato in modo da non farlo mai scadere nel banale o peggio nel più superficiale dei voyerismi, merito anche di un Terzieff e di una Wiener in stato di grazia. È comunque di amore che si parla e dell’universo femminile, mai abbastanza sondato e capito.
L’opinione di Giuan dal sito http://www.davinotti.com
Commiato “hors categorie” per il regista più controverso del cinema francese. Fin dal titolo “proustiano” è un film in cui riecheggia il clima claustrofobico e morboso tipico dello stile di Clouzot, contrappuntato però dalla ricerca di opzioni tecniche altre, con cui raccontare patologie allora poco dicibili, ma alfine riconducibili alle dinamiche tra i sessi. Variazione originale sul tema del triangolo nel quale l’occhio e la visione hanno parte preponderante. Resta apppiccicato addosso e rimane in mente. Wiener e Terzieff emanano un fascino malato.
L’opinione del sito http://www.nocturno.it
(…) La rappresentazione dei giochi mentali che formano l’ossatura del rapporto sadomasochista che prende corpo tra i due (ma anche del matrimonio falsamente “aperto” di Josée e Gilbert) è quanto di più acuto e inquietante il cinema avesse rappresentato fino a quel momento. Clouzot costruisce tutto il film sul non visto, sulla suggestione, sulla dimensione tutta cerebrale dell’erotismo: come nella scena in cui Stan insegna a Josée a dominare verbalmente un’inesistente terza persona, con la mdp che segue i movimenti dell’immaginaria schiava nella stanza vuota, o con l’ellissi che ci porta dal momento in cui Josée arriva al primo appuntamento fotografico al “dopo” in cui la donna contempla le immagini scattate dall’uomo con protagoniste lei e un’altra modella. Una scelta rigorosa, e non certo dettata da pudicizia. Dirà Clouzot: «Si j’avais fait du sadique un SS, tout le monde aurait admiré ça. Si j’avais fait le strip-tease mais que ce soit celui de Salomé devant le roi Hérode on aurait souri aimablement. Ce qui est très gênant c’est quand on met un miroir en face de la figure et qu’il faut s’y reconnaître». La prisonnière è gelido come un teorema nel condurre in porto l’assunto iniziale: è anche crudele e profondamente misantropico, come lo erano stati Il corvo, Vite vendute, I diabolici, al punto di trasformare impercettibilmente il carnefice in vittima, e viceversa, mostrando la labilità dei ruoli sessuali. L’ansia borghese di normalizzare i propri impulsi, trasformando un’ossessione erotica in un’accettabile infatuazione amorosa con annessa fuga romantica, trasforma Josée nel polo dominante della coppia, mentre Stan si scopre davvero innamorato, ma anche indifeso e umiliato nella propria impotenza.Resta da dire della forma: di rado si è visto un film così felicemente audace, così coerente e inesausto nella sperimentazione visiva e sonora. Al suo primo film a colori, Clouzot batte i figliocci della nouvelle vague sul loro stesso terreno, componendo ogni inquadratura come un piccolo trattato sui significati emotivi degli elementi cromatici, isolando chiazze di colori primari e utilizzando le illusioni ottiche create dalle opere degli artisti ottico-cinetici in mostra presso la galleria di Terzieff per ricostruire un universo affascinante e ipnotico, sonorizzato dalle muische di Berio, Webern, Xenakis. Se, come dice Terzieff, «l’arte moderna corrisponde esattamente al mondo di oggi, aiuta a capirlo pur essendone un riflesso», il mondo di La prigioniera è un riverbero ormai indecifrabile del nostro inferno mentale, un labirinto in cui ognuno è prigioniero dei propri demoni, visualizzato in un prodigioso tour de force onirico finale che richiama il trip psichedelico di Keir Dullea in 2001.
Calmos
Provate un po ad immaginare, ai nostri giorni, la figura di un produttore che si ritrova fra le mani il copione di Calmos e che dopo averlo letto decida di produrre il film di Blier.
Credo che il fantomatico produttore, dopo aver letto le prime dieci pagine del copione prenderebbe lo stesso e lo tirerebbe sulla testa dell’incauto agente che ha osato proporglielo.
Perchè Calmos, uscito nel 1976 fra la delusione e le critiche ferocissime di molti addetti ai lavori è un film assolutamente scomodo, politicamente scorrettissimo, misogino all’ennesima potenza, sbeffeggiatore, anti femminista, cattivo e irriverente.
Potrei continuare per parecchio con gli aggettivi: però per giudicare Calmos occorre calma, mente serena, sgombra da pregiudizi e sopratutto occorre resistere alle provocazioni che il regista francese spande qua e la con invidiabile corposità, senza mai mostrare di essere pentito della linea seguita.

Pochi secondi dall’inizio della pellicola e si parte con la prima, grossa provocazione; facciamo la conoscenza di Paul Dufour, ginecologo,che nel suo studio è intento a prepararsi un gustoso panino.
Quasi assente, non si rende nemmeno conto dell’ingresso di una paziente, che visto l’atteggiamento del ginecologo, scuote le spalle, si spoglia e allarga le gambe per la visita.
Paul non sembra ancora notare la donna, ma mentre addenta con famelica voracità il suo panino, finalmente vede la vulva spalancata della donna (sulla quale Blier fa un primo piano), la sua mano che si gratta nervosamente.L’uomo, quasi disgustato,esce dallo studio e arriva in strada dove incontra il suo amico Albert.
Ecco la prima provocazione ha colpito immediatamente:l’espressione di disgusto di Paul alla vista della vulva femminile non appare solo come conseguenza del lavoro che lui fa e che effettivamente, come scopriremo, ormai non gli piace più quanto piuttosto da un’overdose di genitali femminili, di quella parte dell’essenza femminile che,anche questo scopriremo in seguito, ormai non gli interessa più.

Ed ecco che il film vira verso la seconda provocazione:i due decidono di abbandonare la città e trasferirsi in campagna, in un posto dove le donne non ci siano e dove possano dedicarsi ai bagordi “salutari”, ovvero un’indigestione di cibi genuini,aria pulita e calma totale.
Quà i due compagni di viaggio conoscono un curato gaudente (solo dal punto di vista del cibo e del vino) e altre persone che sembrano vivere beati anche perchè non hanno donne tra i piedi.
Ma l’illusione dei due amici non dura molto: ecco che Susanne (moglie di Paul) e Genevieve (compagna di Albert) raggiungono i due mariti, reclamando la “soddisfazione del talamo”
I due scappano, Albert finisce in un vagone del tram nel quale è l’unico uomo, guardato con concupiscenza da tutte le donne presenti;una di esse apre l’impermeabile mostrando ad Albert di essere nuda.L’uomo riesce a fuggire e ricongiuntosi con Paul fugge nelle campagne dove però vengono fermati da un gruppo di Amazzoni con tanto di armi.
Le donne li portano in un campo dove, sotto le tende,i due vengono costretti ad avere rapporti sessuali ogni due minuti con le assatanate donne del campo stesso.
Ma cosa è successo intanto?

Molto semplicemente, seguendo l’esempio dei due amici altri uomini hanno scelto di lasciare mogli, compagne e fidanzate e rifugiarsi in campagna, sottraendosi a quello che ormai considerano un atto noioso e ripetitivo.
Paul e Albert sono in fuga, provati, stremati dal tour de force a cui sono stati sottoposti e dopo lungo vagare arrivano vicino ad una distesa d’acqua dove trovano una gigantesca donna di colore che giace nuda.I due uomini entrano nella vulva della donna e ….
E’ l’ultimo sberleffo, la fuga dalle donne e dal sesso culmina con un ritorno alle origini; sono stati partoriti da una vulva e li ritornano, non sapendo che poco dopo la donna avrà un rapporto sessuale con loro all’interno.
Il senso del grottesco e dell’eccesso trova così il suo culmine, Calmos irride tutte le istituzioni (matrimonio,rapporti di coppia,sessualità) con l’uso dell’iperbole, con immagini scioccanti e con un delirio fatto di estrema misoginia che trova il suo culmine nella fuga disperata dei due uomini e nell’inseguimento che le loro donne dapprima, poi tutte le altre dopo tentano allo scopo di riportare alla normalità i due fuggiaschi.

Ma è normalità la vita di un uomo quando è costretto a subire gli isitinti irrefrenabili delle donne, quella loro sessualità indecente,esposta come un’esigenza di riproduzione animale, selvaggia?
Blier capovolge tutto:dalla società maschilista, basata sul sesso e sullo sfruttamento dello stesso ecco che passa ad una società dominata dalle donne, nelle cui pieghe si muovono i poveri uomini, costretti ad accettare un ruolo eminentemente riproduttivo.
Questa teoria, esposta in lungo e in largo in tutto il film, indignò e scandalizzò in egual misura critici e donne, incapaci di vedere il grandioso disegno grottesco ed estremista di Blier.
Si può ovviamente non essere d’accordo e ci mancherebbe:nella società moderna la donna non ha minimamente il ruolo ascritto loro dal regista francese,anzi.
Ma l’insieme delle surreali immagini, aggiunte ad alcune irresistibili trovate e ad alcuni quadretti ben riusciti rende il film, aldilà del valore stesso della sua feroce anarchia, meritevole di essere visto con attenzione e perchè no, con indulgenza.
Grandissimo protagonista del film Jean Pierre Marielle, uno degli attori più bravi della storia del cinema francese;il suo volto disgustato davanti alla vulva di Claudine Beccarie meriterebbe di essere incorniciato in una gigantografia.
Bene sicuramente anche Jean Rochefort,irresistibile Bernard Blier bene anche il resto del cast;in pratica la stragrande maggiornza delle donne del film compaiono nude nel film stesso.
Ben coordinata la fotografia, belle le location.
Non esiste una versione italiana del film, mentre è facilmente rintracciabile in streaming in rete la versione originale francese in ottima qualità video.

Calmos
un film di Bertrand Blier, con Jean-Pierre Marielle,Jean Rochefort,Bernard Blier,Brigitte Fossey,Micheline Kahn,Claudine Beccarie Grottesco Francia 1976
Jean-Pierre Marielle … Paul Dufour
Jean Rochefort … Albert
Bernard Blier … Il curato
Brigitte Fossey … Suzanne Dufour
Claude Piéplu …L’anziano combattente
Pierre Bertin …Il canonico
Micheline Kahn … Geneviève
Jacques Rispal … L’assassino
Jacques Denis …Un combattente della resistenza
Sylvie Joly …Il capo dei dottori
Claudine Beccarie …La cliente del ginecologo
Gérard Jugnot … Un seguace
Regia:Bertrand Blier
Sceneggiatura:Bertrand Blier, Philippe Dumarçay
Produzione:Bernard Artigues,Claude Berri,Christian Fechner
Musiche:Georges Delerue
Fotografia:Claude Renoir
Montaggio:Claudine Merlin
Production Design:Jean André
Costume Design:Michèle Cerf

























































































































































































































































































































































