Il vestito (The dress)
Se dovessi attribuire un ipotetico premio al film più bizzarro, enigmatico e surreale che abbia visto nella mia vita, Il vestito, opera del 1996 del regista olandese Alex van Warmerdam si disputerebbe sicuramente la volata finale.
De Jurk,titolo originale della pellicola, tradotta fedelmente in inglese come The dress e altrettanto fedelmente nella versione italiana in Il vestito è una di quelle opere che non solo sconcerta, ma ti porta a fare elucubrazioni più o meno serie sul senso di quello che si è visto; e quello che capita nel film ha allo stesso tempo fascino e mistero, che permeano la pellicola intrisa di uno humor nerissimo e spesso intraducibile con la parola.
Un humor che ha del fantastico e al tempo stesso dello estraneante, una visione che solo il termine surreale può rendere appieno.

Guardare Il vestito significa immergersi in un mondo spiazzante, quasi fiabesco eppure a tratti terribilmente reale, come una favola dall’andamento macabro che finisce lasciando irrisolti tutti i temi di partenza, ammesso poi che un tema vero esista e non sia semplicemente un pretesto per una visione quasi in slide di una serie di immagini caotiche, unite però da un disegno che nel corso della pellicola appare quasi chiaro.
Quasi.
Perchè il sospetto, dopo la visione del film, è che tutto sia più un gioco che un discorso logico o meno sulla casualità delle cose; il che comunque è del tutto riduttivo, alla fine, perchè il film sembra sfuggire a qualsiasi analisi logica, tendendo conto sopratutto del suo andamento schizofrenico.

Come si evince dal titolo, il protagonista è un vestito; un capo d’abbigliamento brutto e kitsch, se vogliamo con quella sua colorazione assurda, con quelle foglie stampate casualmente su tutta la sua lunghezza, un abito che insomma una donna italiana non metterebbe mai addosso nemmeno in casa e nemmeno in caso d’emergenza.
Viceversa nel film l’orribile vestito sembra dotato quasi di una sua volontà o quantomeno sembra scatenare, in chiunque ne abbia contatto, una qualche forma di follia.

L’inizio del film ci mostra l’origine del vestito stesso; Cremer, disegnatore per un produttore di tessuti, ritenuto dal suo direttore troppo avveniristico nelle sue opere, crea una fantasia particolare, ovvero un tessuto stampato in un orribile color azzurro con delle foglie marroni disegnate alla rinfusa.
Sembrerebbe una provocazione ed invece ecco quello che non ti aspetti.
Al direttore la fantasia piace e se ne decide l’utilizzo in larga scala.
Fin qua sembra tutto regolare ma ecco iniziare le stranezze; il designer dell’azienda caccia di casa la compagna che lo ha sorpreso con una gigantesca scrofa in casa e deve allontanarsi nuda dalla casa stessa mentre è insultata dall’uomo sotto lo sguardo di un terrorizzato postino che assiste di nascosto alla scena.
Intanto il vestito viene consegnato alle varie boutique e su una di queste, che espone il vestito in vetrina,capita lo sguardo di una casalinga che lo compra e lo porta a casa.Il tempo di indossarlo ed ecco che dei rapinatori entrano in casa della donna.

Inizia così una sequenza folle di avvenimenti, perchè il vestito, steso dal marito della casalinga ad asciugare, finisce per volare via ed atterrare vicino al capanno di un giardiniere, che lo porta dalla domestica della casa in cui lavora.
La domestica lo indossa e poichè il suo compagno è un’artista, ecco che viene immortalata in un quadro dallo stesso;da qui in poi la storia diventa frenetica, mostrando i passaggi del vestito e le vicissitudini, tutte negative, che vivranno le persone che entreranno in contatto con l’abito.
In una sarabanda di situazioni paradossali, vedremo la compagna dell’artista trovarsi un uomo nel letto, che la convincerà ad avere una relazione con lui; dalla donna, che subirà in seguito attenzioni non desiderate da parte del conducente di un autobus finirà, dopo essere passato per una lavanderia addosso ad una ragazza e poi…
Dotato quasi di una volontà propria, il malefico capo d’abbigliamento sconvolgerà le vite di coloro che lo indossano, segnandone in qualche modo la vita almeno nel momento del contatto.

Come dicevo all’inizio, è pressochè impossibile ( ed anche inutile) cercare di capire le vere motivazioni che spingono Alex van Warmerdam a mettere in piedi un film in cui anche i dialoghi appaiono slegati dalle situazioni; il paradosso, l’estremo sono sempre dietro l’angolo e il vestito, che sembra influenzare così negativamente le vite di coloro che ne subiscono l’influsso nefasto finisce per assomigliare ad un destino implacabile che decide di attraversare le vite dei protagonisti.
Il simbolo diventa quindi intelleggibile,di impossibile decifrazione anche se non privo di un lugubre fascino.
Il punto di collegamento è semplicemente la sequela di sventure che colpisce chiunque indossi o semplicemente brami l’orrido capo.

Ironia e tenerezza, sarcasmo e malinconia, il regista olandese non fa mancare nulla, anche se alla fine il quadro d’assieme appare un po incoerente e spezzettato.Tuttavia la pellicola ha un fascino sottile, ed il vero peccato è che non esista in rete una sua versione in italiano.
E’ possibile invece visionare la pellicola in lingua originale e con sottotitoli in inglese; può valerne la pena a patto di seguire i dialoghi e le scene come tanti quadri d’assieme a tratti incoerenti, sicuramente spesso incomprensibili ma dal fascino davvero sottile.
http://viooz.co/movies/21214-the-dress-de-jurk-1996.html
Il vestito
Un film di Alex Van Warmerdam. Con Henri Garcin, Khaldoun Elmecky, Frans Vorstman, Ingeborg Elzevier, Margo Dames,Peter Blok, Jacob Derwig, Rudolf Lucieer, Maike Meijer Titolo originale De Jurk. Commedia, durata 98′ min. – Paesi Bassi 1996.
Henri Garcin: Van Tilt
Ariane Schluter: Johanna
Alex van Warmerdam: De Smet
Ricky Koole: Chantalle
Regia Alex van Warmerdam
Sceneggiatura Alex van Warmerdam
Fotografia Marc Felperlaan
Montaggio René Wiegmans
Musiche Vincent van Warmerdam
Scenografia Jorrit Korstenhof
L’opinione di viagem dal sito http://www.filmscoop.it
Non un film, un gioco!
Una sceneggiatura assurda e una comicità perversa tra abusi, coincidenze e sfortune. Esemplare la scena dell’enorme scrofa che esce dalla casa per un tentativo andato a male di “sesso alternativo”. Raccapricciante la colonna sonora: i tocchi di contrabbasso segnalano l’arrivo di un’imminente violenza o abuso.
In tutto questo un vestito che non finisce di portar rogna a chi ne viene in contatto, non da ultimo a chi lo ritrae, passando di mano in mano in un’amena cittadina di provincia olandese.
Memorabile!
L’opinione di supadany dal sito http://www.filmtv.it
Un film completamente rimosso (non mi capita quasi mai di non trovare nemmeno un opinione per un film di circa quindici anni fa, soprattutto se di origine “festivaliera”) che, con un fare prevalentemente scanzonato (almeno inizialmente), fotografa un mondo senza apparenti speranze.
L’oggetto del contendere è un colorato vestito (peraltro tutt’altro che bello da vedere), complicato fin dalla sua gestazione, scaturita da una semplice copia e da successivi litigi vari tra l’”ideatore” e l’impresario che lo deve produrre.
Va da sé che porterà rogne senza fine per tutti i suoi sfortunati possessori.
Le caratteristiche più interessanti del film sono il tono sarcastico, che il regista adopera per raccontare questa storia di (macabra) fantasia (o semplicemente triste realtà?), e gli incroci che i vari passaggi di proprietà causeranno.
Infatti tutte le persone che ne entreranno in possesso saranno destinate ad incontrare i medesimi personaggi sul loro tragitto e a dover affrontare guai di diversa natura.
Storia anomala (anche poco omogenea che vira in corso d’opera), una scheggia impazzita, il vestito non manca mai, ma poi i veri protagonisti sono altri.
Personaggi alla deriva esistenziale, senza un reale sbocco alla loro esistenza.
Se vi capita (non saprei come, l’ho rivisto in un vhs da far incrociare gli occhi, non esiste in dvd, ed in tv non so se sia mai passato e tanto meno se passerà, ma un modo prima o poi capita, se non è già capitato), guardatelo e fate i vostri conti.
Per me è talmente coraggioso e visionario nella sua essenza, da farsi perdonare più di un passaggio farraginoso.
L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com
Il disegno di un tessuto per abiti (foglie su fondo blu), usato per fabbricare un vestito estivo, ha uno strano potere: affascina gli uomini e li spinge a possedere le donne che indossano di volta in volta l’abito, riadattato in varie foggie, che si tratti delle mogli o di perfette sconosciute, indipendentemente all’età e dall’avvenenza di ciascuna. Un carosello di personaggi ora caustico ora lieve, attraversato da un vento di follia, per un film olandese bizzarro, difficilmente catalogabile, interessante anche se non del tutto riuscito.
The witch who come from the sea
The witch who come from the sea è un film praticamente sconosciuto in Italia, non avendo mai avuto una distribuzione regolare e sopratutto non essendo stato mai doppiato nella nostra lingua.
Il che è un vero peccato, trattandosi di una pellicola originale e dalle tematiche interessanti, oltre ad essere un film ben girato e ottimamente recitato.
Diretto dal regista Matt Cimber, questo film ha avuto una vita cinematografica travagliata sopratutto in Europa, finendo per essere inserito in Inghilterra dall’United Kingdom Department of Public Prosecutions nella lista dei suoi 74 video nasties, cosa che per anni ha limitato la visibilità alla sola proiezione domestica.
The witch who come from the sea è indiscutibilmente un film forte, ma non di certo in modo tale da finire all’indice;probabilmente a influire sulla decisione dell’organo deputato al controllo della morale in Inghilterra fu più la tematica dell’incesto legata a qualche scena splatter che la sua violenza conclamata e che in realtà appare davvero blanda.
Una storia complessa legata principalmente alla figura di una donna, Molly, che nel corso del film impariamo a conoscere come persona fortemente, emotivamente disturbata, da qualcosa che diverrà chiaro solo alla luce degli episodi di violenza che ne caratterizzeranno le azioni.
Il film si apre con una donna, Molly, che passeggia sua una spiaggia con i suoi due nipotini Tripoli e Todd;seduta sulla riva, la donna ammira due vigorosi uomini intenti a svolgere attività ginniche ma all’improvviso l’idilliaco quadretto è sconvolto da due apparizioni violente, quella del ginnasta bianco morto e appeso alle parallele alle quali l’uomo si sta esercitando e quella dell’uomo di colore al quale esce del sangue dagli occhi.

Sono frammenti di una visione, due morti che troveranno compimento nella realtà poco più avanti.
Tornata a casa Molly racconta ai due ragazzini la storia di suo padre, un capitano disperso in mare; questo provoca la reazione di sua sorella che smentisce la visione idilliaca di Molly, secondo la quale il padre era un uomo coraggioso e gentile.A suo vedere e secondo la realtà il padre era un uomo violento e alcolizzato.
E’ il secondo segnale diretto che arriva su Molly; le visioni della donna sulla spiaggia, il quadretto romantico costruito attorno alla figura di suo padre sembrano essere una proiezione di una personalità dissociata, avulsa dalla realtà, quella insomma di una donna che si è rifugiata in un mondo immaginario per sfuggire ad una squallida realtà.
Il giorno dopo Molly porta i due sportivi in una camera d’albergo, mostrando disponibilità ad un rapporto a tre; i due uomini, convinti di partecipare ad un gioco erotico si lasciano legare al letto.
La scena muta radicalmente e ritroviamo Molly a letto con il suo datore di lavoro, Long John, proprietario del bar in cui la donna lavora.

I telegiornale informa della morte violenta dei due atleti che abbiamo visto prima sulla spiaggia e poi nella camera d’albergo, in compagnia della donna; i corpi dei due sono stati rinvenuti privi dei genitali.
In un alternarsi di flashback che sembrano frutto della fantasia ma che in realtà altro non sono che proiezioni reali della distorta mente di Molly vediamo la donna uccidere con un pezzo di vetro Billy Batt ,una star del cinema durante una festa che l’uomo ha dato a casa sua.
Ancora una volta Molly si risveglia nel letto di Long John; la donna è coperta di sangue, ma non ricorda nulla di quanto accaduto.
Cosa provoca nella donna questo discostamento dalla realtà? Perchè Molly rifiuta la realtà e si rifugia in un mondo dorato dal quale però è implacabilmente strappata per essere riportata alla vita reale, nella quale è indubbiamente un’assassina?

Scopriamo così che tutto è nascosto nel passato terribile di Molly; da ragazzina aveva rapporti sessuali con suo padre e durante uno di questi l’uomo era rimasto folgorato da un infarto.
La mente di Molly aveva rimosso coscientemente tutto, ma nei meandri della mente qualcosa riportava sistematicamente a galla quei ricordi rimossi, portandola contemporaneamente a “vedere” le punizioni che implacabilmente impartiva ai suoi occasionali amanti.
L’ultimo flashback ci mostra i sogni della ragazza, che naviga con una zattera in un mare tranquillo verso una libertà che purtroppo esiste solo in una parte della sua mente.
The witch who come from the sea è decisamente un bel film, anche se necessita di una certa dose di pazienza per seguire le evoluzioni della mente dissociata di Molly, che trasporta lo spettatore qua e la fra la realtà e la fantasia, attraverso continui flashback che distorcono la realtà stessa, perfino colori e suoni, quasi siano proiezioni ideali ma al tempo stesso da incubo di quello che si agita nella sua mente.

Momenti topici e rivelatori del film si susseguono a momenti in cui il presente della donna sembra quasi indicare come Molly possa essere una donna qualsiasi, con relazioni pubbliche forse un po scandalose comunque nei limiti di una presunta normalità.
I flashback però ci trasportano all’interno di quella che è una realtà all’apparenza confusa, ma che assume un carattere chiaro e definito nel momento in cui si apprende cosa nasconda realmente il passato di Molly.
Curiosa è la scena in cui Molly decide di farsi tatuare da un suo vicino, un tipo dalla faccia patibolare che le inciderà sul corpo una sirena enorme, che parte dai seni per arrivare al pube, un chiaro simbolo di seduzione.
L’attrattiva principale del film è proprio questa, quell’andirivieni continuo fra realtà e fantasia che sembrano diventare inestricabili, interrotto solo da qualche frammento in cui Molly rivede se stessa ragazzina e che sono rivelatori del suo terribile passato.
Il titolo del film è spiegato in un fase del film, quella in cui Billy Batt, incuriosito da Molly ha un dialogo con lei:
“”Chi è lei?”chiede Billy
“Sono una strega che è venuta dal mare.” risponde Molly
“Lei non è una strega, lei è bellissima.” ribatte Billy
“Sono Venere “Venus”.
«Perché è venuta fuori dal mare ?” chiede sorpreso Billy”
“Venere nacque nel mare.” ribatte Polly
“Perché?”
“Suo padre era un dio, gli hanno tagliato le palle, il suo sperma è caduto in mare e Venere era li’ “

Gran merito della riuscita e della credibilità del personaggio di Molly va attribuita alla performance di Millie Perkins, l’attrice che interpreta la protagonista del film; con una recitazione nervosa, quasi paranoica, la Perkins crea le premesse di un personaggio indecifrabile, che porta lo spettatore a interrogarsi di continuo sul suo stato di salute mentale.
Un film come dicevo agli inizi assolutamente unico, che purtroppo non ha nessuna traduzione in italiano; chiunque abbia dimestichezza con la lingua inglese può cimentarsi nella visione dello stesso al link http://3film.net/6619-the-witch-who-came-from-the-sea.html dove c’è una versione decorosa dello stesso, avvisando i lettori che purtroppo il sito ha al suo interno delle immagini porno, ma che il film non ha per fortuna alcun inserto extra che lo renda indegno di essere guardato.
The witch who came from the sea
di Matt Cimber, con Millie Perkins,Lonny Chapman,Vanessa Brown,Peggy Feury,Jean Pierre Camps,Mark Livingston,Rick Jason Drammatico Usa 1976 durata 83 minuti
Millie Perkins: Molly
Lonny Chapman: Long John
Vanessa Brown: Cathy
Peggy Feury: Dora
Jean Pierre Camps: Todd
Mark Livingston: Tripoli
Rick Jason: Billy
Stafford Morgan: Alexander McPeak
Richard Kennedy: Homicide detective
George ‘Buck’ Flower: Detective Stone
Roberta Collins: Clarissa
Stan Ross: Jack Dracula
Lynne Guthrie: Carol
Barry Cooper: Newcomer
Gene Rutherford: Sam ‘The Electric Man’ Waters
Jim Sims: Austin Slade
Sam Chu Lin: Lettore notiziario
Anita Franklin: TV Commercial Girl
John Goff: Padre di Molly
Verkina: Molly giovane
Regia Matt Cimber
Sceneggiatura Robert Thom
Produttore Jefferson Richard
Fotografia Dean Cundey
Musiche Herschel Burke Gilbert
Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale
Mentre è su una spiaggia all’apparenza deserta, occupato a ritrarre la bellissima modella Olga, il fotografo carlo assiste, non visto, ad un omicidio eccellente mascherato da incidente.
La vittima è il procuratore Anchisio e le indagini sulla morte dello stesso sono affidate la valido ispettore Vezzi.
Carlo, sviluppate le foto, decide di trarre un profitto dalla situazione e propone un ricatto a Mario Ceccarelli, detto Zio Fifì, un sordido regista di filmini porno che nasconde la sua attività facendosi credere maestro di danza.
A nulla valgono i tentativi di vendere gli scatti proibiti alla mafia mentre interessato alla cosa sembra essere un settimanale che si offre di acquistare i negativi.
Accordatisi per una cospicua somma, Fifi, Olga e Carlo danno i negativi ad un inviato del settimanale, che nel frattempo viene ucciso.
Il misterioso assassino è quindi in possesso dei negativi ma per una fatalità Olga, amante e modella di Carlo, ha scambiato i negativi e così iniziano i guai.

L’uomo uccide zio Fifi e poi con un incidente stradale ferisce gravemente la sventurata Olga.
Carlo, ormai resosi conto di essere in balia di un uomo senza scrupoli, decide di collaborare con la polizia che tende una trappola all’omicida…
Giuseppe Vari, onesto artigiano del cinema, firmandosi Joseph Warren mette su nel 1972 questo strano intreccio fra thriller e poliziesco nel 1972, uno degli anni in cui a cinema ci andavano praticamente tutti e vedendo qualsiasi cosa.Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale esce proprio in questo periodo, finendo però, proprio per l’altissimo quantitativo di prodotto offerto, per confondersi con altri prodotti dalle tematiche simili.
E poichè si tratta di un film scarno ed essenziale, senza una sceneggiatura molto coerente ecco che il film finisce presto nel dimenticatoio
In verità un po ingenerosamente, visto che il prodotto finale non è malvagio; tuttavia la trama un po ruvida, l’andamento traballante del film stesso ne decretano un sostanziale insuccesso ai botteghini.
Peccato, perchè Vari, che aveva all’attivo almeno una ventina di film appartenenti a svariati generi non era certo un pivellino; purtroppo in Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale si fa prendere la mano dalla tentazione di velocizzare la pellicola, renderla ricca di colpi di scena con il risultato di creare un film dall’andamento schizofrenico.

Nonostante le evidenti pecche nella sceneggiatura, il film regge a fatica sorretto principalmente dall’ottimo cast assoldato per la pellicola;si va dall’onnipresente Lou Castel ( il fotografo Carlo) alla bellissima Beba Loncar (Olga, la modella e amante di Carlo), da Adolfo Celi (l’ispettore Vezzi) a Massimo Serato (lo zio Fifi).
Gli attori interpretano in maniera misurata le loro parti in un film che ha una discreta miscelazione degli elementi thriller e polizieschi, spruzzati da una piccola dose di erotismo, come del resto prevedibile visto il ruolo del protagonista, un fotografo e quello sopratutto di “zio Fifi”, una specie di ruffiano che vive dirigendo squallidi filmetti pornografici.
A proposito di erotismo, non va dimenticato lo squallido espediente, a cui probabilmente è del tutto estraneo il regista, di inserire per il mercato estero sequenze pornografiche del tutto fuori contesto, cosa che dequalifica la pellicola che al tirar delle somme non è da gettare via.

Su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=cJ9cCfhiMvo è possibile vedere il film completo; purtroppo si tratta di un riversamento da VHS con una qualità dell’immagine e del sonoro davvero modesta, cosa sorprendente visto che del film stesso esiste da tempo una versione digitale.
In attesa di una riduzione decente occorre accontentarsi.
Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale
Un film di Giuseppe Vari. Con Massimo Serato, Adolfo Celi, Beba Loncar, Lou Castel, Renato Baldini Poliziesco/Thriller, durata 92 min. – Italia 1972.
Lou Castel: Carlo
Beba Loncar: Olga
Adolfo Celi: Inspector Vezzi
Massimo Serato: Uncle Fifi
Umberto D’Orsi: Romano, avvocato di Don Salvatore
Renato Baldini: Marshal Notarantonio
Consalvo Dell’Arti: Soprintendente Portella
Antonio La Raina: Mauri
Carlo Landa: Roversi
Carla Mancini: dipendente del Nightclub
Renato Malavasi: Vicenzino Rocca
Fortunato Arena: Don Salvatore Aniello
Domenico Maggio: Garrù
Alfredo Adami: Il cassiere (non accreditato)
Sisto Brunetti: Poliziotto (non accreditato)
Riccardo Petrazzi: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)
Goffredo Unger: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)
Regia Giuseppe Vari
Sceneggiatura Thomas Lang
Casa di produzione Castor Film, Ital-Victoria Films
Fotografia Franco Villa
Montaggio Giuseppe Vari
Musiche Mario Bertolazzi
Costumi Osanna Guardini
Trucco Corrado Blengini
L’opinione del sito http://www.ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
(…) Il 1972 è stato davvero un anno ricco di spunti e inventiva per il cinema italiano e non mi stupisco affatto (anzi) che questo interessante thriller (tra i meno noti e celebrati anche tra gli appassionati del genere) sia uscito proprio in quel periodo. Il regista Giuseppe Vari mescola un po’ di poliziesco e giallo complottistico (con un po’ di rimandi a “Blow up”), non eccede in finezze e virtuosismi registici e quindi, invece di strafare, punta onestamente all’essenziale cavando sangue dalle rape; la sceneggiatura è scarna, il cast non è proprio da urlo e quindi la recitazione non è ai massimi livelli (Celi a parte nei panni del commissario) eppure, nonostante queste premesse poco esaltanti, il film è gradevolissimo, fila via che è un piacere e si rivela una piccola sorpresa. Insomma, una visione direi che se la merita.(…)
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Giallaccio dell’esperto di spaghetti western e di montaggio Giuseppe Vari (Il 13º è sempre Giuda, 1971), che essendo agli inizi del successo pubblico del giallo argentiano, e quindi su binari ancora non solcatissimi, impapocchia il tutto fra thriller, mystery e poliziottesco. Ma forse Vari voleva fare le cose proprio così. La supsense più classica esce dalla porta sul retro già sulle prime e per questo e quello l’appassionato del canonico giallo rimarrà deluso. Tuttavia la storia, complessa e ricca di personaggi particolari, si costrusisce discretamente e la conclusione della faccenda è coerente. Di Argento c’è il concetto del testimone oculare di un omicidio, la soggettiva del killer e di quest’ultimo anche una parte dell’iconografia. Del poliziottesco c’è tutta la faccenda criminosa, personaggi malavitosi e qualche battuta con riferimenti colti socio-politici (vedi Solgenitsin). Un po’ viene da ridere a sentire i regionalismi e le sbandate recitative dei soliti caratteristi (Arena mafioso è cult), però buona parte degli attori dà quello che può e non dà poco: Adolfo Celi e Beba Locar al meglio, Lou Castel ha la faccia incazzata per buona parte del film (il che non è una novità), ma ce l’avrei anche io se avessi fatto le foto sbagliate. Bellissime, a mio parere, le musiche di Mario Bertolazzi, very Seventy! Poco sangue, a parte un’uccisione, ma decisamente originale il trappolone finale per beccare il cattivo di turno. Terza Ipotesi su un Caso di Perfetta Strategia Criminale non è il giallo che consiglierei, fra i tanti che si possono vedere, ma a livello tecnico e narrativo è un prodotto innegabilmente sufficiente, quindi si becca il pollice in su. Mezzo pollice in su. Però poco visto e quindi meritevole di recupero; chissà, forse in futuro sarà cult! No, non lo sarà.
L’opinione di nicola81 dal sito http://www.filmtv.it
Difficile immaginare un giallo dallo stile e dalla tematica più lontani rispetto a quelli che sono i canoni tradizionali del genere: in effetti la scelta compiuta da Vari di privilegiare il versante poliziesco comporta un inevitabile sacrificio in termini di suspense. Tuttavia l’intreccio è costruito discretamente e in modo abbastanza verosimile, la sceneggiatura di Thomas Lang si mantiene agile e il finale, una volta tanto, fornisce le dovute spiegazioni. Tra un imbronciato Lou Castel e una ornamentale Beba Loncar, spicca l’ottima interpretazione di Adolfo Celi.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Dignitoso ed emblematico. Dignitoso perché il film, più poliziesco che argentiano, si lascia guardare senza accusare cadute eccessive. Emblematico perché rappresenta quei prodotti medi di cui il cinema italiano era negli Anni Settanta così felicemente dotato. Celi è splendido, anche quando lo si fa proferire cose inverosimili. Molti, impegnati in ruolo cospicui rispetto al solito, danno il massimo. La Loncar mi colpisce sempre, perché riesce contemporaneamente ad essere sia sensuosa sia rassicurante, il che da tutte non è.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Proprio vero che più uno ha e più vuole avere… anche se non eccelle, nell’insieme è un film piacevole. Celi non fallisce mai, ma mi è molto piaciuta la scena più tragica nel rifugio estemporaneo, oltre all’immancabile classe del padrino mafioso quando pretende di assurgere ad onesto cittadino. Bravo anche Serato (ormai lo reputo un attore scalognato, perché ricalca quasi le sventure di Macchie solari). Vale comunque la pena di vederlo, non solo per onor di firma.
Il coltello di ghiaccio
Jenny Ascott è una cantante molto famosa, che è in viaggio per recarsi a casa di sua cugina Martha Caldwell.
Costei è muta, dopo lo choc provato nel corso di un incidente ferroviario che ha visto tra le vittime entrambi i genitori.
Le due donne sono felici di incontrarsi e salgono in auto per recarsi nella villa dove abita Martha, ma durante il viaggio sono costrette a fermarsi;complice la nebbia che copre la zona,le due donne sembrano essere seguite da uno sguardo interessato, che si materializza nello specchio retrovisore dell’auto.
Entrambe scosse, le due donne arrivano finalmente a casa Caldwell.

Nella notte una scossa Jenny sente un rumore provenire dal garage della villa; scende e viene uccisa da una mano misteriosa.
Partono le indagini della polizia, che prediligono da subito la traccia del maniaco; l’indiziato è quindi l’uomo misterioso i cui occhi sono apparsi a Jenny e Martha durante il viaggio dalla stazione alla villa.
Ma la mano misteriosa nel frattempo colpisce ancora; a cadere questa volta è la signora Pretòn, governante di casa Caldwell.
Le indagini della polizia proseguono ed ecco che a cadere nelle mani della stessa è un giovane sospettato di omicidio.
La sua fidanzata infatti era stata rinvenuta morta lungo il fiume e così il giovane viene tratto in arresto: sembra la fine di un incubo ma le cose sono destinate ad andare diversamente, in quanto pochi giorni dopo ecco un altro cadavere.
Questa volta a morire è la piccola Christine, una bambina che frequentava la casa di Martha Caldwell e così la polizia è costretta a riaprire le indagini.

L’autopsia fatta sul corpo della ragazza rinvenuta lungo il fiume rivela che la donna non è morta per un atto violento, bensì per un’overdose di eroina:ma allora chi ha ucciso Jenny, la signora Preton e la piccola Christine e sopratutto, perchè?
Il coltello di ghiaccio è un thriller canonico diretto da Umberto Lenzi nel 1972, che segna il ritorno del regista di Massa Marittima al genere thriller classico, dopo la parentesi poco fortunata di un posto ideale per uccidere.
Abbastanza lontano dalla trilogia “thriller dei quartieri alti“, composta da Orgasmo (1969),Così dolce… così perversa (1969) e Paranoia (1970), Il coltello di ghiaccio presenta comunque qualche analogia con il famoso trittico, non fosse altro per la presenza dell’attrice preferita dal regista, la bionda americana Carrol Baker, che in questo film lavora con Lenzi per l’ultima volta.
In realtà, a parte l’ambientazione da giallo e la presenza della Baker potremmo dire che le analogie finiscono qui, in quanto questo film si distanzia dai precedenti per l’assoluta mancanza della componente sensuale e quindi a sfondo erotico a tutto vantaggio della scelta di operare nel campo dell’atmosfera pura, portando lo spettatore attraverso una serie di indizi a cercare di individuare il misterioso assassino che sembra perseguitare la povera Martha Caldwell, già di per se provata dalla tragica morte dei genitori.

Il percorso è abbastanza lineare e con la scomparsa del principale indiziato, il giovane fidanzato della ragazza morta lungo il fiume, lo spettatore più smaliziato capisce che l’assassino è meno imprevedibile di quanto si possa pensare.
Il finale infatti ,se presenta sorprese per le motivazioni che hanno spinto l’assassino a compiere i misfatti di cui si è reso protagonista, non ne presenta per l’identità dello stesso.
Prodotto dignitoso, privo dell’atmosfera morbosa della trilogia dei quartieri alti, Il coltello di ghiaccio ebbe un’accoglienza controversa da parte dei fan del regista, oltre che dalla critica specializzata.
Alcuni considerarono questo film il miglior thriller lenziano prodotto fino ad allora, la maggior parte ne restò deluso, non trovando al suo interno le caratteristiche peculiari che avevano fatto la fortuna dei fil fino ad allora diretti dal regista toscano.
Il coltello di ghiaccio è sostanzialmente un thriller abbastanza classico, con tutti gli stereotipi del genere; l’assassino misterioso dall’altrettanto movente misterioso, l’ambientazione quasi padana o gotica della storia, con la nebbia, la villa misteriosa e la polizia che brancola nel buio.
Il tutto risolto alla fine, con il tradizionale colpo di scena.
Prodotto abbastanza elegante, recitato con discreta professionalità, Il coltello di ghiaccio vale una visione.
Nel cast figura come già detto Carroll Baker, qui costretta a recitare solo con la mimica facciale in quanto il suo personaggio è muto; l’attrice americana sopperisce con le sue doti espressive, spesso sottovalutate così come altrettanto degna di menzione è la presenza di Evelyn Stewart, algida ed elegante nel ruolo della sfortunata Jenny, (da segnalare che il duo Baker-Stewart si ricostituisce quattro anni dopo Il tuo dolce corpo da uccidere, film diretto da Romolo Guerrieri, un giallo di discreta fattura targato 1968)

Segnalazione anche per Silvia Monelli,che l’anno precedente aveva interpretato la signora Giannelli nel leggendario sceneggiato tv Il segno del comando.
Discrete le musiche di Marcello Giombini.
Purtroppo questo film è di difficile reperibilità in rete anche se è passato, con una certa frequenza, sulle reti commerciali televisive.
Il coltello di ghiaccio
Un film di Umberto Lenzi. Con Silvia Monelli, Evelyn Stewart, Carroll Baker, Alan Scott, Franco Fantasia, Dada Gallotti, Georges Rigaud, Eduardo Fajardo, Luca Sportelli, Carla Mancini, Consalvo Dell’arti Giallo, durata 92′ min. – Italia 1972.
Carroll Baker: Martha Caldwell
Alan Scott: Dr. Laurent
Ida Galli: Jenny Ascot (come Evelyn Stewart)
Eduardo Fajardo: Marcos
Franco Fantasia: ispettore Duran
Georges Rigaud: zio Ralph
Silvia Monelli: signora Pretòn
Rosa Marìa Rodriguez: Christine
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi, Antonio Troisio
Casa di produzione Tritone Film Industria (Roma); Mundial Film (Madrid)
Fotografia José F. Aguayo
Montaggio Enzo Alabiso
Musiche Marcello Giombini
Scenografia Piero Filippone
Costumi Silvio Laurenzi
L’opinione di Nicola81 dal sito http://www.filmtv.it
Ennesima coproduzione italo – spagnola per un giallo non eccelso, ma sicuramente migliore della fama che lo accompagna. Rinunciando, coraggiosamente, ai tradizionali stereotipi del genere (sesso e violenza), Lenzi riesce comunque a creare un’atmosfera interessante e un intreccio dignitoso. Purtroppo il ritmo è davvero molto blando, e allora bisogna accontentarsi dell’inevitabile colpo di scena conclusivo, sorprendente ma un po’ truffaldino. Abbandonati i panni dell’icona – sexy, Carroll Baker fornisce un’ottima prova in un ruolo decisamente ostico. Accanto a lei alcuni discreti caratteristi quali George Rigaud (lo zio), Franco Fantasia (l’ispettore) e Silvia Monelli (la governante).
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com
(…) Nonostante il ritmo sia lento e gli omicidi non particolarmente spettacolari (spesso non vengono mostrati allo spettatore al quale si fa vedere solo il cadavere al momento del ritrovamento) Il coltello di ghiaccio regge piuttosto bene la canonica ora e mezza di durata, seppur mostrando qua e là momenti un po’ di secca e mancanze; lo stesso movente che spinge l’assassino ad uccidere è tanto improbabile quanto esile. Interessante l’idea della filastrocca – tratta da Alice nel paese delle meraviglie di Carroll – recitata da Martha da bambina durante una recita scolastica e regalata alla stessa, ormai diventata adulta, dalla sorella Jenny (curiosamente la filastrocca tratta di un topo che viene processato da un gatto); in molte scene il mangianastri viene azionato e questa filastrocca riecheggia come un mantra, così pure viene usata anche nell’ultima riuscitissima scena. Originale anche l’intuizione con la quale il vero assassino viene incastrato. Fotografia forse un po’ troppo scura, ma funzionale agli scopi del regista. Colonna sonora di Marcello Giombini senza né infamia né lode.(…)
L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it
Dopo un anno dalla realizzazione dell’ottimo thriller “Sette orchidee macchiate di rosso” l’esperto e convincente Lenzi alla regia di un altro compatto e gradevole film di genere, anno di produzione 1972, ecco “Il coltello di ghiaccio”.
“Il coltello di ghiaccio” prevede una soddisfacente trama, forse in alcuni passaggi troppo statica e semplice, ma nonostante questa premessa il tutto gira a dovere, il ritmo è alto.
I personaggi sono ben scanditi, c’è anche un filo di tensione, da parte dello spettatore l’interesse e la curiosità saranno vive dal primo momento fino allo splendido ed inatteso finale.
Infatti a render grande questo film è proprio il finale altamente non pronosticabile; risulta dunque improbabile, da parte dello spettatore, captare l’identità del killer durante la proiezione, nel determinato frangente applausi alla regia.
“Il coltello di ghiaccio” vede inoltre delle buonissime interpretazioni dei vari attori, la fotografia è di buona qualità, insomma anche sul lato tecnico davvero poco da rimproverare.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Un Lenzi suggestivo, che invece di ricorrere alle (spesso facili) sequenze d’effetto, imposta la vicenda sul piano psicologico (come poi farà con Spasmo) utilizzando l’ottima performance di Carroll Baker, attrice feticcio del regista sin dalla fase dei sexy-thriller (Orgasmo, Paranoia, Così dolce… così perversa). Buona la sceneggiatura, avvalorata da raffinati dialoghi. Il giallo è un meccanismo contorto, come suggerisce un finale davvero inatteso e che sembra collegare questo film alla Lucertola con la pelle di donna. Intrigante.
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Simpatico. Non è certamente il miglior Lenzi, ma è sicuramente un buon giallo. La Baker icona lenziana è splendida e bravissima come al solito in un ruolo non proprio facile (una ragazza muta in seguito a un trauma). Cast di caratteristi, da Fajardo autista sospetto alla Galli radiosa più che mai e Riguad zio della Baker. Fantasia come al solito è ispettore. Omicidi non mostrati ma d’atmosfera (quello della Galli nel garage), discreto colpo di scena, buone musiche. I fan apprezzeranno senza dubbio.
L’opinione di Herrkinskj dal sito http://www.davinotti.com
Giallo lenziano di livello più che discreto, che pur non raggiungendo gli apici di altri suoi lavori (né come qualità, né come tasso di splatter e cattiveria) si lascia guardare abbastanza piacevolmente. Certo, la trama non è originalissima e la risoluzione del giallo è piuttosto prevedibile; ma la Baker è molto brava, il resto del cast fa il suo mestiere, la regia di Lenzi è corretta, le atmosfere sono abbastanza suggestive.. In definitiva, non imprescindibile, ma resta comunque un lavoro dignitoso che potrebbe piacere agli appassionati.
Tranquille donne di campagna
Pianura padana, un anno indeterminato durante il ventennio fascista.
Guido Maldini, uomo violento e fascista convinto è l’amministratore della villa e dei beni della cugina Floriana, una attrice di operette benestante economicamente.
Nella dimora di campagna, con l’uomo, vivono sua moglie Anna, i figli Alberto ed Elisa, la cameriera Aida.
Tutta la famiglia ruota attorno alla figura di Guido, che tratta in maniera sprezzante il nucleo famigliare, a cominciare dalla moglie Anna che umilia costringendola a degradanti rapporti sessuali per finire con Alberto, un giovane che vive all’ombra di suo padre, che disprezza e che è ricambiato nel sentimento da Guido che lo considera solo un debole ed un vigliacco.
Guido esercita un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia; oltre ad Anna e Alberto, anche la cameriera Aida, che ha un debole per Alberto è costretta a rapporti sessuali con l’uomo, che insidia anche sua cugina Floriana e che non disdegna puntate nel lupanare del paese, nel quale porta anche suo figlio Alberto che, non pronto e schifato dall’esperienza, vomita addosso ad una prostituta.

Alberto così sogna di fuggire dalla casa, ma è davvero un debole succube di suo padre.
Tenta anche di ucciderlo ma gli va male, costringendo suo padre ad una reazione violenta.
Ma la situazione precipita con l’arrivo nella villa di sua cugina Gloria, che ha da quando erano ragazzi un debole per lui; i due ragazzi si innamorano e Gloria è l’unica ad affrontare Guido e dirgli senza mezze misure cosa pensa di lui.
La reazione dell’uomo è violenta: davanti a suo figlio Alberto, gridando “ti faccio vedere io cosa si fa con le donne“, l’uomo stupra Gloria senza che il ragazzo, paralizzato dall’orrore ma anche sottomesso e soggiogato dalla volontà del padre possa reagire.
Gloria, che invano ha chiesto aiuto ad Alberto, lascia schifata la casa.
Ma quest’ultimo episodio ha colmato la misura e guidate da Floriana le donne della casa decidono di prendere l’iniziativa; durante la festa di compleanno di Floriana, fanno ubriacare Guido e lo portano nella stalla, dove lo attende la morte…

Tranquille donne di campagna è un mediocre film che vorrebbe illustrare un quadretto famigliare borghese e bucolico analizzando le vicende di un gruppo di congiunti assoggettati al carattere dispotico del classico padre padrone dai mezzi autoritari.
Non a caso la vicenda si svolge durante l’era fascista, ma nel film, aldilà dell’illustrazione del carattere violento di Guido e della remissibilità dei vari personaggi che gli ruotano attorno non si va.
Abbondano invece gli stereotipi e le frasi maschiliste, le situazioni erotiche e le scene scabrose, anche se quanto meno non esposte con sfacciata disinvoltura.
La storia potrebbe anche reggere non fosse per il tono di imperdonabile leggerezza e di mancanza assoluta di profondità nel delineare i caratteri dei protagonisti che il film, pervicacemente, porta avanti fino alla fine.
Claudio Giorgi (che si firma Claudio De Molinis), il regista del film dirige il suo penultimo film; la sua carriera dietro la macchina da presa si chiuderà l’anno successivo con il pessimo C’è un fantasma nel mio letto.
Incapace di costruire un’atmosfera credibile attorno ai personaggi, Giorgi si limita ad osservarne le mosse indulgendo spesso sull’aspetto più pruriginoso della storia, ovvero dando largo spazio alle voglie malsane del padre padrone Guido, che dipinge in maniera rozza ed eccessiva.

L’uomo appare infatti più come un animale da riproduzione, mosso dagli istinti che come un essere umano; i suoi modi sono da schiavista, attorno a lui non c’è un minimo di affetto ma solo paura e cieca obbedienza.
E la cosa ci può anche stare, non fosse per la caratterizzazione estremamente negativa degli altri personaggi, che appaiono deboli in maniera patologica.
La riprova è la sequenza finale, con lo stupro di Gloria, l’unica a mettere in discussione i suoi metodi.
La scena drammatica della violenza sulla ragazza vede come protagonista in negativo il giovane Alfredo, che guarda quasi impassibile la scena senza muovere un dito.
Colpa anche dell’assoluta rigidità recitativa di Christian Borromeo, l’attore che interpreta Alberto, che i più ricorderanno per le scialbe prestazioni in film pure di discreto livello come Ritratto di borghesia in nero,La casa sperduta nel parco o tenebre.
Il volto immobile di Borromeo è una delle caratteristiche negative del film, cosi come negativa è la mancanza totale di tensione; sembra che più che ad un dramma si stia assistendo ad una commedia bucolica a sfondo erotico, con qualche nudo assolutamente gratuito, con protagonista la bella e prosperosa Serena Grandi, qui al suo secondo film nell’annata 1980, dopo il controverso Antropophagus di Massaccesi.

Giorgi sfrutta nel peggiore dei modi un cast di ottimo livello, che comprende un Philippe Leroy poco convincente nel ruolo del bestiale Guido, una bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo di Floriana prima succube e poi ispiratrice del complotto che porterà alla morte di Guido, Rossana Podestà, lei si davvero brava nel disegnare il ruolo di Anna come quello di una donna completamente asservita al suo ruolo di moglie che non discute mai la volontà del marito, vera schiava senza catene dell’ortodossia maschilista della società fascista.
Molto bene Silvia Dionisio, interprete del ruolo di Gloria, unico personaggio con una personalità delineata e controcorrente; l’attrice, che all’epoca delle riprese aveva ventinove anni, risulta credibilissima in un ruolo che ne richiede diversi di meno.
Bene anche Serena Grandi, mentre Silvano Tranquilli fa poco più di una comparsata nel film.
Poche suggestioni quindi e poco ritmo.
Un filmf orse non bruttissimo, ma di certo con scarso appeal.
Il film è disponibile in un’ottima versione, completa e finalmente, una volta tanto, con una buona qualità visiva e audio su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HoTGql5W67Y
Tranquille donne di campagna
Un film di Claudio De Molinis. Con Philippe Leroy, Carmen Scarpitta, Silvia Dionisio, Serena Grandi,Rossana Podestà, Silvano Tranquilli, Elisa Mainardi, Mario Maranzana, Christian Borromeo, Antonio Serrano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1980.
Silvia Dionisio … Gloria
Philippe Leroy … Guido Maldini
Carmen Scarpitta … Floriana
Christian Borromeo … Alberto
Rossana Podestà … Anna Maldini
Germana Savo … Elisa
Serena Grandi … Aida
Silvano Tranquilli … Il prefetto
Mario Maranzana … Il medico
Daniel Gohl … Antonio
Elisa Mainardi … Nena
Regia: Claudio Giorgi (come Claudio De Molinis)
Sceneggiatura:Giancarlo Corsoni ,Nicola Fiore,Mario Sigmund
Fotografia:Emilio Loffredo
Montaggio:Alessandro Lucidi
Costumi:Chiara Ghigi
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Storia ambientata in una tenuta di campagna che si puo’ tranquillamente collocare nel trash.E’ un misto di dramma e timido erotismo con un Leroy che tiranneggia dall’inizio alla fine.Esordio di Serena Grandi che e’ anche l’unica che si mostra integralmente nuda nel film.Distribuito nella collana dvd della Cinekult.
L’opinione di D-fens dal sito http://www.gentedirispetto.com
Film piacevole anche se un po’ lento, del resto ricalca lo scorrere della bucolica vita di campagna. Assai maliziosa l’operazione packaging della Cinekult, che mette in copertina la Grandi nonostante abbia un ruolo del tutto secondario, per di più ricorrendo ad una foto che nulla ha a che vedere col film (nel quale la Grandi è al quasi debutto ed è quindi più giovane e acerba). Pure dentro la confezione del dvd, un’altra (celebre) foto della Grandi la ritrae sostanzialmente nuda mentre offre le terga, altra immagine completamente decontestualizzata. Insomma, un’operazione per fans della Grandi. La versione del film però pare essere integrale almeno.
Bellissima la Dionisio, contraltare poetico e delicato delle altre donne di campagna, ben più ruspanti. Leroy dà una prova da Oscar, in America avrebbe certamente vinto qualcosa. Interessanti i momenti onirici di Christian Borromeo (il figlio di Leroy nel film), che spesso svelano assai di più dei dialoghi tra i personaggi. Impagabile pure l’intervista a Leroy negli exra del dvd, nella quale l’attore si lancia in improbabili celebrazioni della sua giovane vita on the road, fino quasi a commuoversi quando parla dello Yanez di Sandokan, del quale si riteneva praticamente una sorta di reincarnazione.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film di livello piuttosto basso , ma non privo di una certo decoro nella sua povertà di mezzi. Siamo nell’estate del 1936: non avendo modo per rappresentare efficacemente l’epoca, si sceglie di ambientare il tutto in campagna, ove bastano vestiti e pettinature per dare una patina al tutto. Benché i personaggi siano un po’ tagliati con l’accetta, la corretta scelta degli interpreti aiuta ad arrivare in fondo senza problemi, nonostante una certa lentezza in alcune fasi della vicenda. Alcune situazioni erotiche paiono predisposte per l’uso di inserti hard con altri interpreti.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel critico periodo del fascismo, narra delle tragicomiche (dis)avventure di Guido Maldini, agiato possidente di una tenuta “bucolica” (come titolo suggerisce) nelle campagne padane. La personalità dispotica ed il carattere introverso lo mettono in cattiva luce, tanto da spingere i familiari a desiderarne la morte. Commedia che si tinge di dramma, piuttosto mal diretta anche se presenta un cast interessante. Il regista è lo stesso di C’è un fantasma nel mio letto. Serena Grandi è irriconoscibile.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Dietro il fuorviante titolo da commedia scollacciata c‘è un erotico-drammatico in perenne fase di stallo, che si rigira monotono su conflitti edipici dentro la leziosa cornice campagnola dell’Italia fascista. Sempre versatile e professionale, Leroy scolpisce il ritratto di un autentico rifiuto del genere maschile (un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere); effimere la Podestà e la Dionisio, più incisive l’istrionica Scarpitta e la supponente Savo.
Christian Borromeo
Silvano Tranquilli
Silvia Dionisio
Philippe Leroy
Serena Grandi
Rossana Podestà
Carmen Scarpitta
La fabbrica delle mogli (The Stepford wives)
Cosa può fare una coppia che trova ormai asfissiante l’aria della grande mela, che non ne può più dell’inquinamento e della vita alienante della metropoli?
Può e deve scegliere di allontanarsi da essa e ricostruire una vita a dimensione più umana.
Ed è quello che fanno l’avvocato Walter Eberard, la moglie Joanna ed i due figli Ami e Kim; Joanna, che in fondo è il personaggio principale del film, è una fotografa che vendicchia qualche sua foto ad un’agenzia, ed è anche perplessa su quel cambio radicale di vita.
L’arrivo nel quieto paese di Stenford conferma tutti i suoi dubbi; l’atmosfera è da paradiso terrestre, tutti sono educati e gentili, forse troppo.
Ben presto Joanna si rende conto che l’aria di Stenford è troppo bella e perfetta per essere il coronamento dei sogni della sua vita, mentre suo marito Walter sembra immediatamente integrarsi alla perfezione.
Joanna non riesce a legare con le donne del posto; l’unica vera disponibilità ad un rapporto profondo sembra arrivare da Bobby, una donna sposata con figli giunta poco tempo prima a Stenford.

Inutilmente le due donne cercano di ambientarsi nella comunità; troppo riservate, perfette e sottomesse ai loro mariti appaiono le donne del posto, quasi delle appendici dei coniugi, sempre pronte ad accudirli in un modo che alle due donne appare davvero esagerato.
Ogni sforzo di Joanna e Bobby per tentare di risvegliare un minimo di indipendenza nelle donne di Stepford risulta vano: simili a robot domestici le “Stepford wives”, le mogli di Stepford vivono un vita all’ombra dei loro mariti, mute e perfette, servizievoli ma anche disumane.
Quando poi anche Bobby all’improvviso cambia, i sospetti di Joanna sulla ridente Stenford crescono a dismisura.
Bobby si trasforma e si integra nella comunità in modo sospetto, diventando anch’essa una bambola sottomessa al marito.

Cosa nasconde la serenità, la perfezione di Stepford?
L’attore, regista, sceneggiatore e produttore inglese Bryan Forbes adatta per il grande schermo The Stepford wives, un romanzo scritto nel 1972 da Ira Levin (lo stesso scrittore di Rosemary’s baby), trasponendolo in maniera molto fedele e restituendo tramite il film l’atmosfera minacciosa e da incubo del romanzo, sospesa tra l’incanto della comunità di Stepford e l’aleggiare di un pericolo imminente.
La fabbrica delle mogli,titolo che in qualche modo rivela un finale a sorpresa (ma non più di tanto) è un film complesso ben aldilà della storia narrata senza fronzoli sia da Ira Levin che da Forbes.
In esso si mescolano temi complessi, come un anti femminismo di fondo che in pratica era latente in molte società avanzate culturalmente, il mito della donna automa, servizievole e bella, l’angelo del focolare che molti uomini desideravano in luogo della complessità femminile, fatta di rivendicazioni per un posto in società non più subalterno all’uomo e temi come l’emancipazione sessuale ecc.

Il tutto visto attraverso gli occhi di una coppia all’apparenza perfetta, che a sua volta viene inserita in una società perfetta, in cui l’uomo ha la massima libertà d’azione e la donna è sempre bella e curata, bada alla famiglia e alla casa e quindi vive in perfetta simbiosi con la famiglia, della quale alla fine però è più donna di servizio, cameriera ecc. che elemento pensante e dotato di individualità.
Non a caso il film mostra da subito l’evidente disparità di forma mentis dei due coniugi; Walter sembra integrarsi immediatamente nella società perfetta e idilliaca di Stepford mentre Joanna prova da subito repulsione per l’ordinamento perfetto ma al tempo stesso maschilista della società in cui si è trovata a vivere.
Non a caso Joanna è una donna con una certa indipendenza, anche economica, che le deriva dal suo essere fotografa: è una donna emancipata, che non riesce in alcun modo ad integrarsi in un ambiente in cui le mogli appaiono prive di individualità, sottomesse a riti arcani e mai tramontati che vedono la stanca ripetizione di gesti sempre uguali, come il cucinare, tenere ordinata la casa, insomma tutti quei gesti che la storia ha consegnato come marchio di fabbrica all’essere donna.
Come può, quindi, una donna così indipendente integrarsi in una comunità fatta da persone di ambo i sessi che rappresentano degli stereotipi anche fisici di quello che sono i peggiori difetti umani, ovvero il maschilismo e dall’altra parte l’essere completamente subalterni alla cosa?

Non può ed infatti già da subito la sua presenza nella comunità sembra essere quella di un corpo estraneo.
Con lo scorrere del film assistiamo anche ad una virata ampia della pellicola stessa; la bucolica e ridente atmosfera di Stenford inizia a stemperarsi e a diventare via via più minacciosa, man mano che Joanna avanza nella comprensione dei riti e delle regole che guidano la comunità.
Fino alla terribile scoperta finale.
Film quindi più complesso delle apparenze, La fabbrica delle mogli: una storia che può appartenere al genere fantasy o anche a quello thriller e giallo se vogliamo fino al “the end” che sa tanto di horror sf.
Bryan Forbes dirige con mano ferma un buon cast nel quale spicca la protagonista principale, l’affascinante Katharine Ross, dalla recitazione asciutta e senza fronzoli.
Bene tutti gli altri, a cominciare dalla bella e simpatica Paula Prentiss.
La fabbrica delle mogli è un film di difficile reperibilità nella rete, le varie versioni che si trovano sono tutte ottime qualitativamente ma in lingua originale.
La fabbrica delle mogli
Un film di Bryan Forbes. Con Paula Prentiss, Katharine Ross, Nanette Newman, Peter Masterson, Tina Louise, Carol Eve Rossen, William Prince,Carole Mallory, Toni Reid, Judith Baldwin, Barbara Rucker, George Coe, Franklin Cover, Robert Fields, Kenneth McMillan, Patrick O’Neal, Marta Greenhouse, Simon Deckard Titolo originale The Stepford Wives. Drammatico, durata 115′ min. – USA 1975.
Katharine Ross: Joanna Eberhart
Peter Masterson: Walter Eberhart
Paula Prentiss: Bobbie Markowitz
Nanette Newman: Carol Van Sant
Tina Louise: Charmaine Wimpiris
Carol Eve Rossen: Dr. Fancher
Regia Bryan Forbes
Soggetto Ira Levin (dall’omonimo romanzo)
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Edgar J. Scherick
Produttore esecutivo Gustave M. Berne, Roger M. Rothstein
Fotografia Enrique Bravo Owen Roizman
Montaggio Timothy Gee
Musiche Michael Small
Scenografia Gene Callahan
Costumi Anna Hill Johnstone
Trucco Andy Ciannella
L’opinione di bradipo 68 dal sito http://www.filmtv.it
Ho visto La donna perfetta di F.Oz con la Kidman prima di questo e devo dire che questo mi ha colpito molto di piu’.Mentre nel film di Oz era tutto affidato al sarcasmo e all’estetica alla desperate housewives(anche cromaticamente)qui il tono è molto piu’serio tra il gotico e l’horror e mette una discreta angoscia addosso.Trovarsi in un paese popolato di mogli robot(la mia non sarebbe tanto d’accordo e neanche i nostri figli)è uno spunto decisamente interessante,quello che manca qui probabilmente è un pochino di sintesi in piu’perche’ il tutto risulta un po’ annacquato dall’eccessiva lunghezza…..
L’opinione di projectpat dal sito http://www.filmscoop.it
Un bel prodotto cinematografico (Ne è stato fatto nel 2004 un remake con Nicole Kidman, dal titolo “La Donna Perfetta”). Il messaggio che trasmette è originale e analizzabile sotto molti punti di vista a mio parere, crudo, inimmaginabile perchè non te l’aspetti di certo; per spiegarlo nel miglior modo possibile, bisognerebbe di sicuro guardare ai fatti storici di quel tempo (il movimento femminista è forse l’evento più importante). Non saprei di quali altre parole usufruire per descrivere la morale (anche perchè non è facile commentare proprio la pellicola in generale), vi dico solo che nel finale resterete a bocca aperta. Mi dispiace, ma non vi anticipo nulla.
Certo, c’è sempre di mezzo il fattore noia (qualche taglietto mi sarebbe piaciuto). Ma è un film che non lascia indifferenti, bello davvero.
L’opinione di homesick dal sito http://www.davinotti.com
Per i due terzi l’opera di Forbes si adagia su ambienti assolati e situazioni conviviali, addensando solo negli ultimi venti minuti il senso di inquietudine e claustrofobia che il visionario capolavoro di Polanski – di cui condivide medesima paternità letteraria ma se ne differenzia per un complotto dalle mire societarie più concrete – creava direttamente o allusivamente sin dall’inizio. Irresistibile per dolcezza e solarità rispecchiate anche dalla mise estiva, la Ross ha in serbo un nudo in trasparenza per un sottofinale da incubo che prelude ad un risveglio ancor più raggelante e distopico.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com
Straordinario apologo fantascientifico/femminista, che parte in sordina e lancia messaggi inquietanti e disturbanti, per poi manifestarsi, in tutto il suo orrore, nel terrificante e agghiacciante finale. La lentezza di alcuni passaggi fa crescere la tensione e Forbes andrebbe adorato solamente per questo fantahorror che colpisce come una pugnalata! Paranoie Polanskiane in un contesto Crichtoniano. Altro tassello fondamentale del cinema di fantascienza degli anni settanta.
La signora incaricata del Benvenuto a Te, sessant’anni almeno, ma efficiente nel darsi un aspetto giovane e vivace (capelli arancione, labbra scarlatte, abito giallo sole), rivolse a Joanna uno scintillio di occhi e denti: Vi piacerà stare qui, sicuro! Una cittadina simpatica con gente simpatica! Non avreste potuto fare scelta migliore! La sua borsa di pelle marrone, a tracolla, era enorme, vecchia e consunta; ne trasse, consegnando il tutto a Joanna, bustine di latte in polvere, minestre liofilizzate, una mini-scatoletta di detersivo biodegradabile, un libretto di buoni sconto validi in ventidue negozi del luogo, due saponette, dei fazzoletti deodoranti…
L’uomo venuto dalla pioggia
Una mattinata di pioggia battente in una tranquilla cittadina francese.
Siamo sulla costa e da un autobus scende un uomo; completamente bagnato dalla pioggia, l’uomo si muove indifferente stringendo a se una borsa.
Intanto Melancholie, una giovane e bella donna si agghinda per diventare più sexy e più bella.
La donna è in attesa del marito, al quale vuole riservare una giornata speciale.
A casa, Melancholie all’improvviso sente che c’è qualcosa che non va.
Un attimo dopo un uomo con il volto coperto da una calza la assale, la violenta dopo averle legato i polsi.
Melancholie vorrebbe avvisare la polizia ma qualcosa nel suo passato (che scopriremo in seguito) le impedisce di muoversi; resasi conto che l’uomo è ancora presente in casa sua, Melancholie afferra un fucile e dopo un drammatico faccia a faccia lo uccide sparandogli con una doppietta e poi finendolo a colpi di remo.

Faticosamente, dopo essersi liberata dal corpo dell’uomo, Melancholie cerca di riprendere la sua esistenza normale; ma è in arrivo un altro uomo misterioso che sembra sapere tutto di lei, oltre che sospettare che la donna nasconda qualcosa.
Poco alla volta il rapporto tra la donna e il misterioso individuo evolve, portando alla luce il segreto che la donna custodisce e che coinvolge il suo oscuro passato mentre l’uomo, che in realtà è un agente segreto, invece di denunciarla la proteggerà. Ma da cosa?
Trama aggrovigliata per un film che si muove su più binari, senza mai imboccarne decisamente uno; un po giallo, un po noir, un po dramma, L’uomo venuto dalla pioggia (Le passager de la pluie) di Renè Clement è un film di sicuro fascino anche se nettamente diviso in due.
Ad ua prima parte misteriosa e coinvolgente segue una seconda dall’andamento più descrittivo in cui i dialoghi tra Melie (il diminutivo adottato dalla donna) e Dobbs, l’agente segreto che per buona parte del film non sapremo cosa realmente voglia, prendono il posto e rubano la scena all’atmosfera cupa che aveva caratterizzato la pellicola nella prima mezzora.

Proprio nella seconda parte, infatti, lo strano gioco che l’agente Dobbs ingaggia con la donna si dilunga un po troppo, anche se man mano che la pellicola avanza vengono chiariti i dubbi e gli avvenimenti prendono una strada più comprensibile.
Vengono così al pettine nodi irrisolti come la presenza del misterioso stupratore nella cittadina, il passato di Melie, il ruolo dell’antipatico e scostante marito di quest’ultima, infine i veri motivi che hanno portato Dobbs a giocare come un gatto con il topo con Melie.
Finale a sorpresa e in linea con quanto raccontato.
Va detto che se Clement avesse tenuto il ritmo della prima parte e tagliato qualche minuto, il film sarebbe stato più scorrevole, ma alla fine il risultato è più che dignitoso.
Lo spaccato della cittadina e quindi della vita di Melie, che si è quasi nascosta all’ombra della quiete forse un tantino ipocrita ma decisamente rassicurante della vita provinciale assieme alle atmosfere di sospetto sono la cosa migliore del film.

Che può essere guardato anche attraverso angolature più ampie, indubbiamente, ma che alla fine riportano la storia a quello che è in realtà, un giallo in cui la morale potrebbe essere “non importa cosa hai fatto e come tenti disperatamente di nasconderti, perchè il tuo passato e le tue azioni alla fine ti presenteranno il conto”
Marlene Jobert, splendida e tormentata, delinea perfettamente il personaggio misterioso e complesso di Melancholie, donna all’apparenza solare ma internamente fragile e insicura, afflitta da un passato rimosso e che le presenterà il conto alla fine mentre un enigmatico, granitico Charles Bronson è Dobbs, l’agente segreto incaricato di scoprire cosa sia accaduto all’uomo che ha stuprato Melie e gli eventuali appoggi che l’uomo aveva sia nel passato (scopriremo perchè Dobbs inseguiva lo stupratore), sia nel presente (il vero ruolo del marito di Melie)

Un film che Clement gira in doppia versione, una per il mercato di lingua anglofona una per il mercato francese.
Avendo visto quest’ultima, non posso pronunciarmi su quella in lingua inglese davanti alla quale molti critici hanno storto il naso, probabilmente per i tagli effettuati in fase di montaggio.
Bella la fotografia e le musiche di Francis Lai, bella e suggestiva l’ambientazione; purtroppo il film non è di facile reperibilità in italiano, pur essendo lo stesso passato varie volte in tv.
L’uomo venuto dalla pioggia
Un film di René Clément. Con Gabriele Tinti, Charles Bronson, Marlène Jobert Titolo originale Le passager de la pluie. Giallo, Ratings: Kids+13, durata 119′ min. – Francia 1970
Charles Bronson: colonnello Harry Dobbs
Marlène Jobert: Mélancolie Mau
Gabriele Tinti: Tony Mau
Jill Ireland: Nicole
Jean Gaven: Ispettore Toussaint
Jean Piat: M. Armand
Corinne Marchand: Tania
Annie Cordy: Juliette
Ellen Bahl: Madeleine Legauff
Regia René Clément
Sceneggiatura Sébastien Japrisot, Lorenzo Ventavoli
Produttore Serge Silberman
Casa di produzione Greenwich Film Productions Medusa Produzione
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Françoise Javet
Musiche Francis Lai
Scenografia Pierre Guffroy
Costumi Rosine Delamare
Trucco Jacqueline Pipard
L’opinione del Morandini
Un uomo aggredisce una donna e la violenta. Lei lo uccide, butta il cadavere in mare e pensa di averla fatta franca. M. Jobert è brava, C. Bronson ha grinta, la regia di Clément è brillante, ma come giallo è macchinoso, come dramma psicologico non convince. L’atmosfera c’è, la suspense anche.
L’opinione del sito http://www.cangaceirocinema.blogspot.it
(…) René Clemént è raffinitissimo tessitore di trame noir dall’aspetto surreale e provocatorio come riconfermerà in Delitto in Pieno Sole,Crisantemi per un Delitto e Unico indizio: una sciarpa gialla. Già dai primi minuti di film,introdotti da una citazione da Alice Nel Paese delle Meraviglie,Clemént mette il veto sulle sue intenzioni di divagare su terreni astratti e sconosciuti. (…)
L’opinione di sasso 67 dal sito http://www.filmtv.it
Un po’ giallo e un po’ nero, il film scorre via discretamente diretto, ma alquanto confuso nella sceneggiatura. Sebbene riservi qualche colpo di scena (niente di che saltare sulla sedia, comunque) e una trama parecchio complicata, raramente il film di Clément coinvolge o sconvolge. Anche i risvolti psicoanalitici risultano piuttosto fini a sé stessi. L’unico punto di forza e Marlène Jobert, innocente e bugiarda, vittima e carnefice (e viceversa), mentre a me sembra che si amalgami poco con il cinema francese la faccia di pietra di Charles Bronson.
L’opinione di crimson dal sito http://www.filmscoop.it
I primi minuti, almeno fino all’omicidio, sono eccellenti. Poi il film cala alla distanza, tra pochi sussulti e un rapporto tra i due protagonisti che diventa stancante. Se non altro c’è il grosso merito di saper costruire una tensione non indifferente attorno alla figura del marito della protagonista.
Accettabile la prova di Bronson, ottima la Jobert.
L’opinione di cotola dal sito http://www.davinotti.com
Discreto thriller (tratto da Simenon) che a dispetto dei ritmi piuttosto dilatati risulta essere notevolmente avvincente grazie ad una buona sceneggiatura che crea un bel clima di crescente tensione e curiosità, sciogliendo gradualmente la matassa dell’intrigo e riservando più di un colpo di scena (riuscito). Non un capolavoro, ma una visione la merita.
Spanking the monkey
Raymond Aibelli è un giovane e promettente studente universitario.
Per il suo futuro ha in programma uno stage, fondamentale per i suoi studi, presso un college in cui potrà specializzarsi nella sua passione, la medicina.
Ma suo padre tom ha in mente altri programmi a breve per suo figlio; la moglie Susan infatti è stata vittima di un incidente durante il quale si è rotta i legamenti della gamba.
Poichè l’uomo vive facendo il venditore, decide di lasciare a suo figlio Ray l’incombenza di assistere la madre; Susan è una donna fragile ed emotivamente insicura, un po come suo figlio che maschera dietro la brillante carriera universitaria, una fragilità emotiva accentuata.

Costretto ad accettare l’ingrato compito di mamma sitter, Ray contemporaneamente allaccia una tenera amicizia con Toni Peck, una ragazza sua vicina di casa.
Ben presto Ray scopre che sua madre si sta attaccando morbosamente a lui e mentre il padre è in viaggio di lavoro, durante il quale l’uomo non si fa scrupoli di tradire spudoratamente sua moglie più volte, è costretto ad accudire una madre che sembra volerlo coinvolgere in qualcosa di morbosamente diverso dall’amore filiale.
Allla fine, dopo aver resistito alle avance della donna, che si manifestano in attenzioni innaturali (il giovane le deve lavare la schiena mentre fa la doccia o massaggiarla nelle zone sopra il ginocchio),Alla fine Ray dicevo cede alla madre e consuma con lei un rapporto proibito.
Emotivamente devastato il giovane tenta di stabilizzare il suo quadro psicologico attraverso il rapporto con Toni.
I due giovani decidono di fare l’amore a casa di Ray, dove però vengono sorpresi da Susan, che caccia brutalmente la ragazza.

Esasperato dall’accaduto il giovane sta quasi per violentare sua madre, ma riesce a resistere alla tentazione;ma l’accaduto ha rovinato definitivamente il suo rapporto con Toni e i complessi di colpa divorano il ragazzo.
Che tenta il suicidio impiccandosi con la cinghia dei pantaloni alla porta del bagno.
Si salva per caso mentre sta entrando la madre; sconvolto Ray tenta di strangolare sua madre ma alla fine desiste e va via in auto con i suoi amici.
Il gruppo dei giovani si reca in un bosco e qui Ray, allontanatosi dal gruppo, si reca presso un dirupo profondo al fondo del quale scorre un fiume e si lancia nel vuoto, mentre la sua mente rivede in un flashback le ultime vicende.
Gli amici, accorsi sull’orlo del dirupo capiscono che il giovane si è lanciato giù e che per lui non ci sono più speranze.Mestamente vanno via, per informare della cosa i genitori di Ray.
Che non è affatto morto nel terribile salto.
Il ragazzo, lasciate le sue scarpe a galleggiare per far credere di essere morto, torna verso la statale, dove viene raccolto da un camionista.

La sua nuova vita, lontano dalla crudeltà della sua famiglia può finalmente ricominciare.
Il tema dell’incesto e della terribile portata psicologica che ha sul giovane Ray è il tema conduttore di Spanking the monkey, film indipendente diretto nel 1994 dal regista David O. Russell, che ne cura la sceneggiatura.
Un film asciutto, senza sbavature e senza nessuna concessione alle pruderie che spesso accompagnano il delicato tema dell’incesto: questa è la sintesi di un prodotto di ottima fattura, che David O. Russell, conosciuto in Italia per le sue opere successive, ovvero Amori e disastri,Il lato positivo – Silver Linings Playbook e American Hustle – L’apparenza inganna (dello scorso anno) mette in scena con indubbia abilità e con occhio attento ad evitare facili critiche verso un argomento di quelli scabrosi, un autentico tabù del cinema e della morale.
Spanking the monkey mette in scena l’assoluta inadeguatezza della famiglia di origine di Ray, stretto in una morsa affettiva che vede da un lato la deriva psicologica di suo padre, assente e distante e dall’altra lo svilupparsi di un amore disturbato ed edipico di sua madre, donna fragile ed emotivamente a pezzi che cerca nel giovane Ray un surrogato alla mancanza del marito, amplificato dalla sua temporanea disabilità.
Il rapporto incestuoso che nascerà tra la fragile Susan e il giovane Ray non ancora maturo diventa così il fulcro di una storia il cui finale sembra già scritto a metà film, quando cioè l’insicuro Ray non ha il coraggio di rifiutare il primo unico rapporto con sua madre, che lo devasterà profondamente.

Sarà nel drammatico finale che Ray risolverà i suoi dubbi: dopo il fallito suicidio e la fine della sua breve relazione con toni, che era il suo appiglio alla normalità vengono sciolti durante la passeggiata con i suoi amici, che lo rimproverano aspramente.
Lui inizia a vedere le cose in modo diverso e capisce che può uscire dalla situazione solo recidendo il cordone ombellicale che lo trattiene in quel posto che sente di odiare, perchè ha frenato i suoi entusiasmi mettendolo di fronte ad una scelta durissima.
Il giovane avrà il coraggio per ricominciare, simboleggiato da quella mano tesa con il pollice all’insù che significano solo una fuga senza meta, ma via dall’opprimente aria di casa sua.
Bello e interessante, Spanking the monkey.
Cosa che ha condiviso anche la giuria del Sundance Film Festival, che gli ha attribuito il primo premio oltre all’Independent Spirit Award per la miglior sceneggiatura d’esordio.
E va detto, con pieno merito, perchè il film si lascia guardare senza mai assumere le caratteristiche del prodotto facile per bocche buone.

Bravissimi i protagonisti,primo fra tutti Jeremy Davies che è al suo esordio come attore protagonista di un film (aveva già esordito in un film tv).
Davies, 24 anni al momento del ciak, mostra meno della sua età ed è quindi perfettamente credibile nel ruolo di Ray, che interpreta con disinvoltura mentre altrettanto brava è l’attrice canadese Alberta Watson, bravissima nel mostrare le fobie e i disturbi di Susan, lamadre di ray.
Bene anche il resto del cast.
Film purtroppo assolutamente irreperibile in italiano, in quanto mai doppiato nella nostra lingua.
E’ tuttavia possibile vedere il film in lingua originale con i sottotitoli mentre vi sconsiglio caldamente la versione presente su You tube in quanto, pur buona dal punto di vista visivo, ha un terrificante doppiaggio in russo che impedisce di seguirne i dialoghi.
Spanking the monkey
di David O. Russell con Jeremy Davies, Alberta Watson, Elizabeth Newett, Benjamin Hendrickson durata 149 minuti Drammatico Usa 1994
Jeremy Davies … Ray Aibelli
Benjamin Hendrickson … Tom Aibelli
Alberta Watson … Susan Aibelli
Carla Gallo … Toni Peck
Liberty Jean …Prima donna dell’hotel con Tom
Archer Martin …Seconda donna dell’hotel con Tom
Matthew Puckett … Nicky
Zak Orth … Curtis
Josh Philip Weinstein … Joel
Judah Domke … Don
Nancy Fields … Dr. Wilson
Judette Jones … Zia Helen
Carmine Paolini … Postino
Neil Connie Wallace … Walter Hooten
Regia:David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell
Produzione:Stanley F. Buchthal … executive producer
Janet Grillo … executive producer
Cheryl Miller Houser … associate producer
Jon Resnik … line producer
David O. Russell … executive producer
Dean Silvers … producer
Musiche:David Carbonara
Montaggio: Pamela Martin
Fotografia:Michael Mayers
Casting: Carolyn Greco
Classifica al botteghino 1987
1) L’ultimo imperatore (The Last Emperor) di Bernardo Bertolucci

con John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Victor Wong, Dennis Dun, Ryuichi Sakamoto
2) Attrazione fatale (Fatal Attraction) di Adrian Lyne

con Michael Douglas, Glenn Close, Anne Archer
3) Full Metal Jacket di Stanley Kubrick
con Matthew Modine, Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, Kevin Major Howard, John Terry, R. Lee Ermey
4) Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills II di Tony Scott

con Eddie Murphy, Judge Reinhold, John Ashton, Ronnie Cox, Brigitte Nielsen, Dean Stockwell
5) Le vie del signore sono finite di Massimo Troisi

con Massimo Troisi, Jo Champa, Marco Messeri, Massimo Bonetti, Enzo Cannavale
6) Gli intoccabili (The Untouchables) di Brian De Palma

con Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia, Charles Martin Smith
7) Io e mia sorella di Carlo Verdone

con Carlo Verdone, Ornella Muti, Elena Sofia Ricci, Mariangela Giordano
8) Tre scapoli e un bebè (3 Men and a Baby) di Leonard Nimoy

con Steve Guttenberg, Tom Selleck, Ted Danson, Nancy Travis, Margaret Colin, Celeste Holm
9) Le streghe di Eastwick (The Witches of Eastwick) di George Miller
con Jack Nicholson, Susan Sarandon, Cher, Michelle Pfeiffer, Veronica Cartwright, Richard Jenkins
10) Angel Heart – Ascensore per l’inferno (Angel Heart) di Alan Parker

con Mickey Rourke, Robert De Niro, Lisa Bonet, Charlotte Rampling
11) Opera di Dario Argento

con Cristina Marsillach, Ian Charleson, Urbano Barberini, Daria Nicolodi, Coralina Cataldi Tassoni, Michele Soavi
12) Stregata dalla luna (Moonstruck) di Norman Jewison

con Cher, Nicolas Cage, Vincent Gardenia, Olympia Dukakis, Danny Aiello, Julie Bovasso, Fëdor Scialiapin
13) Salto nel buio (Innerspace) di Joe Dante

con Dennis Quaid, Martin Short, Meg Ryan, Fiona Lewis, Robert Picardo, Henry Gibson, Kevin Hooks, Kathleen Freeman, Dick Miller, Kevin McCarthy
14) Da grande di Franco Amurri

con Renato Pozzetto, Giulia Boschi, Ottavia Piccolo, Alessandro Haber, Gaia Piras
15) Montecarlo Gran Casinò di Carlo Vanzina

con Massimo Boldi, Christian De Sica, Enrico Beruschi, Ezio Greggio, Paolo Rossi, Philippe Leroy
16) I miei primi 40 anni di Carlo Vanzina

con Carol Alt, Jean Rochefort, Elliott Gould, Massimo Venturiello, Capucine, Teo Teocoli, Pierre Cosso
17) Dirty Dancing di Emile Ardolino

con Jennifer Grey, Patrick Swayze, Jerry Orbach, Cynthia Rhodes, Jack Weston
18) Balle spaziali (Spaceballs) di Mel Brooks

con Mel Brooks, John Candy, Rick Moranis, Bill Pullman, Daphne Zuniga, Dick Van Patten, John Hurt
19) Oci Ciorne di Nikita Michalkov
20) Who’s that girl di James Foley








































































































































































































































































































