Gente di rispetto
Elena, una bella insegnante settentrionale, viene trasferita d’ufficio in un paese in provincia di Ragusa, in Sicilia. Per la donna è un’esperienza da subito traumatica, vista la grande differenza di cultura tra la sua e quella decisamente omertosa del posto; accolta con diffidenza dalla popolazione locale, Elena deve convivere anche con gli endemici problemi della gente di sicilia, stretta tra problemi sociali,un assenteismo scolastico dettato anche dalla sfiducia nello stato e dalla necessità di far lavorare i più piccoli ecc.
L’impatto traumatico con la nuova realtà è appena mitigato dall’affetto che le dimostra da subito il professor Michele Belcoree in qualche modo l’anziano avvocato Antonio Bellocampo.

Inaspettatamente attorno a lei iniziano a morire uccise alcune persone che le avevano mancato in qualche modo di rispetto; uno di questi viene rinvenuto morto al centro della piazza, con un foro nella testa e un fiore in bocca,(da qui il titolo in inglese con cui venne distribuito il film, The Flower in His Mouth ) simbolo inequivocabile, come racconterà il maresciallo ,di un affronto recato ad una donna.
Ma qui siamo già nel finale del film, quando l’elemento sorpresa dell’autore ( o del mandante) dei vari omicidi sarà già stato svelato assieme alle motivazioni vere,reali dell’accaduto.
Nel mezzo assisteremo alla metamorfosi sia di Elena sia degli abitanti del paese, che passeranno dalla diffidenza e dall’ostilità iniziale ad una vera forma di rispetto in concomitanza con gli omicidi, che la gente ritiene essere ascrivibili a lei.

Una donna capace di vendicarsi da se è una donna con gli attributi e come tale merita “rispetto”; ma Elena non ha nulla a che vedere con gli omicidi, anche se la polizia sospetterà di lei e dovremo passare attraverso una narrazione macchinosa per scoprire cosa nasconde l’intricata storia.
Luigi Zampa,fertile sceneggiatore e regista del cinema italiano, qui alla sua trentaseiesima opera dietro la macchina da presa, torna a parlare di sociale nel 1975 subito dopo Bisturi, la mafia bianca girato due anni prima ambientato nel mondo della sanità; in Gente di rispetto di scena è la mafia, una mafia che ha quasi un manto di onorabilità, in cui esistono delle leggi inviolabili e non oltrepassabili che però sono l’aspetto “pulito” dell’organizzazione, visto che poi i reali obiettivi sono il malaffare, le connivenze con la politica, gli affari sporchi.
Attraverso un meccanismo che ha una curiosa mescolanza di elementi gialli e thriller uniti a topoi tipici del cinema poliziesco, Zampa riduce per lo schermo
l’omonimo romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia modificandolo in parte ma mantenendo l’assunto scritto da Fava nell’introduzione del romanzo stesso,”il delitto crea prestigio, il prestigio paga“, che porta lo spettatore fino alla conclusione perfettamente in linea con l’assunto di Fava, attraverso un the end che potrebbe sembrare bivalente ma in realtà non lo è affatto, come avrà modo di constatare lo spettatore.
Gente di rispetto è un film che ha dalla sua una trama interessante, anche se molto aggrovigliata e con alcune incongruenze gravi, un cast di ottimi attori che portano il livello recitativo e quindi la credibilità del film oltre la sufficienza ma anche, purtroppo, molti difetti.

Primo fra tutti, difetto capitale, l’aver ignorato completamente le sfumature del romanzo a vantaggio di una narrazione snella ma frettolosa, poi la tendenza di zampa a sopravvalutare l’effetto “nobile” degli aspetti folkloristici della mafia, quel’apparente codice d’onore che verrà purtroppo smentito dalla realtà nel corso dei decenni successivi all’uscita del film.
Di difetti ce ne sarebbero altri, ma Zampa riesce a mascherare il tutto con la sua innegabile bravura con il mezzo di ripresa; a conti fatti Gente di rispetto è un prodotto godibile superiore a molti altri prodotti girati sul fenomeno mafia, ma indiscutibilmente troppo superficiale.
Bene il cast con una misurata e bellissima Jennifer O’Neill, un discreto James Mason (perchè usare un attore americano?) mentre decisamente in ombra è Franco Nero.Bene tutti gli altri, incluso Gora e i validissimi professionisti Orazio Orlando, Franco Fabrizi e Aldo Giuffré.
Film di non facile reperibilità; su you tube la versione presente, pur di buona qualità, è purtroppo in inglese.

Gente di rispetto
Un film di Luigi Zampa. Con Jennifer O’Neill, Franco Nero, Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Fabrizi, Carla Calò, Aldo Giuffré, Giuseppe Pellegrino, Gino Pagnani Drammatico, durata 115′ min. – Italia 1975
Jennifer O’Neill … Elena Bardi
Franco Nero … Professore Michele Belcore
James Mason … Avv. Antonio Bellocampo
Orazio Orlando … Pretore Occhipinti
Aldo Giuffrè … Maresciallo
Claudio Gora … Onorevole Cataudella
Luigi Bonos … Canaino
Gino Pagnani … Profumo
Franco Fabrizi … Dottore Sanguedolce
Regia: Luigi Zampa
Sceneggiatura:Leonardo Benvenuti,Luigi Zampa,Piero De Bernardi
Romanzo: Giuseppe Fava
Produzione: Zev Braun e Carlo Ponti
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio:Franco Fraticelli
Production Design : Luigi Scaccianoce
Costume Design : Danda Ortona
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
E’ un film atipico per Zampa, quantomeno per la tipologia di messa in scena, per lo stile utilizzato nel proporre un messaggio comunque – come nei suoi canoni – critico nei confronti della società italiana. Qui in particolare la storia affonda il colpo sulla Sicilia malata di mafia ed omertà, così come viene raccontata nel romanzo di Giuseppe Fava da cui il film è tratto. Peraltro Fava, scrittore e giornalista, morirà assassinato proprio dalla mafia qualche anno più tardi. Nulla da ridire sul cast, nulla da eccepire sulle scelte registiche, il prodotto è ben realizzato, ma la storia è francamente un polpettone che mischia ciò che in quegli anni era più in voga nel nostro cinema: polizi(ott)esco e morboso, violenza e foschi intrighi popolari, a dare forma ad un thriller di paese, indagine sociale (alla ‘cinema civile’, Petri e Rosi insomma) con un pizzico di qualunquismo populista (caratterizzazioni stereotipate). Insomma, il risultato non può funzionare, nonostante in sceneggiatura mettano le mani, oltre al regista, Benvenuti e De Bernardi, e nonostante anche le discrete e morriconianissime musiche della colonna sonora.
L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it
Questo film di denuncia sembra la versione al femminile di Anni ruggenti dello stesso Zampa ambientato in una diversa realtà ambientale e temporale. L’inadeguatezza dei personaggi è l’elemento comune che li caratterizza, poichè catapultati in una realtà molto differente da quella di provenienza, si ritrovano loro malgrado a vestire dei ruoli senza accorgesene. In questo caso il ruolo può anche calzare anche a pennello per una donna che si ritrova paladina di diritti per le classi disagiate, scoprendo con amarezza che invece di manovrare viene a sua volta manovrata.
La storia è interessante perchè mescola cinema di denuncia all’interno di una cornice gialla sulla falsariga del Giorno della civetta, ma se la O’Neill è funzionale specie nella prima parte in questo suo costante spaesamento nei confronti di un contesto a lei alieno, Mason impone un aplomb un po’ troppo anglosassone per il suo ruolo, mentre Franco Nero purtroppo è sacrificato in un ruolo da specchietto per le allodole utile appunto alla parte “gialla” del film. Non il miglior Zampa, inferiore certamente al più solido Bisturi, che soffre per la scontatezza dell’elemento giallo del film, anche se il finale è molto bello nella sua perfetta ambivalenza
L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com
Interessante ed originale giallo politico-sociale girato da Zampa con discreti risultati su di un soggetto tratto da un libro di Giuseppe Fava. Jennifer O’Neill è brava ad interpretare la maestra giunta in Sicilia e il suo totale sconcerto davanti ai più classici clichè della gente del posto (l’omertà, l’onore, il rispetto). Meno convincente è il ruolo di Franco Nero. Un ritratto particolare della realtà isolana, forse eccessivo e didascalico, comunque apprezzabile per la denuncia della profonda collusione tra politica e mafia. Da riscoprire.
L’opinione del Morandini
Giovane maestra del Nord va a insegnare in un paese della Sicilia occidentale. Tutti gli uomini che l’avvicinano sono trovati morti. Come macchina narrativa è anche troppo ingegnosa: una parabola sul potere nella forma di un giallo politico. Infastidisce e offende il modo in cui sono rappresentati la gente siciliana e i suoi costumi. Giustificate parzialmente nel campo della commedia erotica, certe accentuazioni deformanti non sono sopportabili in un dramma che pretende di essere realistico: diventano una forma di disprezzo. Tratto da un romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia. La O’Neill attendibile, Mason spaesato.
Images
I grandi successi di cassetta ( e di critica) di Mash (1970) e di I compari (1971) permettono a Robert Altman nel 1972 di dirigere Images, film assolutamente anticonvenzionale e decisamente poco appetibile dal grande pubblico ma fortemente voluto dal regista di Kansas City, da sempre interessato a viaggi introspettivi bei meandri della psiche umana.
Images è infatti questo, una lunga ed affascinante esplorazione della mente umana, simbolicamente rappresentata da quella di Cathryn, protagonista del film stesso.
Un viaggio attraverso il delirio di una mente che sembra un labirinto inesplorato di emozioni e passioni, di sensi di colpa e frustrazioni, votata all’autodistruzione perchè malata nelle sue più intime fibre.

Altman mette in scena la malattia ma anche l’intimo; il tentativo, difficilissimo, perchè alterati e alteranti sono gli stati d’animo e mentali della protagonista, è quello di sondare l’insondabile, la psiche umana, giungla inesplorata di passioni torbide e primitive, spesso contraddittorie e inesplicabili.
L’esplorazione di Altman ci conduce attraverso la schizofrenica esistenza di Cathryn, bella e giovane donna che decide di trasferirsi con suo marito in un posto meno ossessionante della città per cercare di porre un freno alle continue visioni e agli incubi che sembrano essere diventati la parte predominante della sua esistenza.
Cathryn è convinta di alcune cose, che in realtà esistono solo ad un livello inconscio ma che alla donna appaiono terribilmente reali e cioè che il marito la tradisca, che una donna misteriosa la perseguiti attraverso telefonate che le rivelano le (presunte) scappatelle del marito.

Nella casa di campagna in cui va a vivere con Hugh, suo marito, l’illusione di essersi lasciata alle spalle i problemi è effimera, perchè la mente e l’animo malati di Cathryn devono fare i conti con un oscuro passato, con tutte le frustrazioni che la donna ha accumulato e che appaiono a tratti non solo inspiegabili, ma anche inesistenti.
Il labirintico mondo in cui la mente di Cathryn si dibatte, alla ricerca di un impossibile equilibrio finisce per dissociare completamente la donna, che crede di essere visitata da due uomini e da una ragazzina che dovrebbe essere la figlia di uno dei due.
Una pia illusione o se vogliamo un sogno che confina sinistramente con un incubo, dalla quale la donna uscirà distrutta e con la psiche a pezzi, perchè l’irreale, l’onirico e le proiezioni mentali finiscono inesorabilmente per sostituirsi alla realtà, distruggendo la sua identità.

Altman segue questo percorso illustrandolo come un incubo reale, attraverso immagini frammentate come una miriade di pezzi di vetro sparsi su un pavimento immaginario.
I prismi di vetro infatti riflettono miriadi di pensieri e la mente dissociata di Cathryn diventa assolutamente impenetrabile e incomprensibile: qua e la affiorano pezzi che sembrano rivelatori ma la verità alla fine qual’è?
Il viaggio in soggettiva in cui lo spettatore viene immerso porta lo stesso ad un’esplorazione fantastica e allo stesso tempo orrorifica dei pensieri diseguali e distorti della protagonista, lasciandogli ampia libertà di scelta sulle motivazioni o sulle spiegazioni dei gesti e dei pensieri frammentati della donna.E’ lo spettatore a scegliere l’immagine che più lo disturba o semplicemente che più lo affascina di quel mondo spaventoso in cui vive Cathryn.
Altman è stato, nel corso della sua carriera, il meno hollywoodiano e al tempo stesso il più europeo dei cineasti degli states; forse un paragone lato puà essere tentato con l’opera di Bergman, che però è meno frammentaria e più rigorosa.

Tuttavia questo Images è opera profonda e enigmatica, un’opera per immagini, come del resto dice esplicitamente il titolo.
Susannah York, bellissima e inquietante, interpreta praticamente da sola tutto il film, lasciando ampio spazio alla visionarietà del suo personaggio, conducendo per mano lo spettatore attraverso la sua follia sinistra e assoluta con una rigorosità di espressione assolutamente spettacolare.
Non a caso il Festival di Cannes apprezzò a tal punto la sua interpretazione da dargli la palma d’oro come miglior interprete femminile.

Il resto dello scarno cast fa assolutamente da contorno e serve solo come proiezione visiva di quelli che sono i fantasmi della mente di Cathryn; è proprio Susanna h York a fornire il soggetto al film con il suo In Search of Unicorns.
Un film affascinante, come del resto gran parte delle opere del compianto Altman, che purtroppo è di difficilissima reperibilità in lingua italiana e che praticamente non passa mai in tv.
Images
Un film di Robert Altman. Con Susannah York, Marcel Bozzuffi, René Auberjonois, Hugh Millais Drammatico, durata 101′ min. – USA, Gran Bretagna 1972
Susannah York: Cathryn
Rene Auberjonois: Bob
Marcel Bozzuffi: René
Hugh Millais: Marcel
Cathryn Harrison: Susannah
John Morley: Vecchio
Regia Robert Altman
Soggetto In Search of Unicorns di Susannah York
Sceneggiatura Robert Altman
Fotografia Vilmos Zsigmond
Montaggio Graeme Clifford
Musiche John Williams
Scenografia Leon Ericksen
Rita Savagnone: Cathryn
Pino Locchi: Bob
Ferruccio Amendola: Marcel
Gianni Marzocchi: René
Emanuela Rossi: Susannah
L’opinione di fabio 1971 dal sito http://www.filmtv.it
Cathryn (Susannah York), bella, giovane e benestante, è sposata con Hugh (Rene Auberjonois, che il doppiaggio italiano trasforma inspiegabilmente in Bob): esaurita e schizofrenica, è convinta di essere perseguitata dalle telefonate di una donna (inesistente) che le rivela le infedeltà, anch’esse immaginarie, di Hugh. Afflitta da continui incubi e visioni, si trasferisce insieme al marito nella casa di famiglia in campagna per cercare un’oasi di pace in cui provare a rilassarsi. Tentativo vano, perchè anche nella quiete del cottage i fantasmi del passato (e del presente), frutto delle sue frustrazioni e dei suoi sensi di colpa, continuano a tormentarla. Una delle opere più sperimentali e atipiche nella filmografia di Robert Altman, claustrofobico ritratto del lento ed inesorabile disfacimento di una mente malata, acuto ed incisivo (pur negli eccessi di un’impostazione magari troppo schematica) nel tradurre visivamente gli umori più dolenti di cui quella stessa mente si nutre e da cui è, allo stesso tempo, divorata. Images coincide con la “quest” della mitologia anglosassone, in questo caso la ricerca, disperata, di una purificazione interiore che liberi l’esistenza umana dalle scorie di ogni pulsione autodistruttiva: non a caso Susannah York legge (e scrive: il libro verrà pubblicato nel 1973, l’anno successivo all’uscita di Images) sin dall’incipit del film le pagine del suo romanzo per bambini In Search of Unicorns: la sua voce fuori campo ne proseguirà la lettura/scrittura durante il film, scandendo le evoluzioni del racconto in uno straniante e fiabesco contrappasso drammaturgico. La narrazione si snoda onirica e sinuosa tra simbolismi ed atmosfere angoscianti: la mente di Cathryn è un prisma luccicante e malsano da cui si riflettono/rifraggono immagini che di volta in volta (ci) appaiono come realtà, sogni, incubi, visioni, fantasmi. Altman gioca con la verità e la finzione del mezzo cinematografico partendo dall’assunto che l’immagine mente perchè è un’immagine della mente (“Ma guarda, ma guarda, ma guarda… il fantasma sanguina”…), rinforzando il concetto con una regia stilisticamente rigorosa, dalla presenza quasi impercettibile proprio per non appesantire la virulenza affabulatoria del testo. La raffinatezza della scrittura è, quindi, lo strumento con cui Altman sceglie di tradurre sullo schermo le sue riflessioni sulla natura delle immagini (e sulla loro manipolazione) e medita sul ruolo dell’obiettivo della macchina da presa nel cinema del suo tempo evidenziandone la complicità quasi criminale con quella mente umana che gli ordina dove guardare (le immagini ossessivamente riflesse da vetri e specchi). Images è un mistero, quindi un gioco, si diceva, sviluppato nelle forme coinvolgenti del thriller psicologico e con una struttura narrativa interamente risucchiata nei vortici della visionarietà della vicenda e nella traduzione in immagini dell’analisi psicologica: per la sua complessa scansione e decifrabilità del racconto è un film affascinante e ispirato nel suo flemmatico incedere tra le ragnatele di deliri di una mente malata, tasselli di un gelido mosaico sinaptico ricomposto con drammatica evidenza solo nelle ultime, chiarificatrici sequenze. Cast impeccabile, con in testa una straordinaria Susannah York (premiata come miglior attrice al Festival di Cannes), ambientazione suggestiva (con gli esterni girati in Irlanda), splendida colonna sonora di John Williams (a cui si affiancano le magie del percussionista Stomu Yamashta), fotografia da urlo (Vilmos Zsigmond), montaggio del futuro regista Graeme Clifford (Frances).
L’opinione di caesars dal sito http://www.davinotti. com
Chi conosce i film di Robert Altman fatti di situazione corali, con tanti personaggi che interagiscono tra loro, rimmarrà sicuramente spiazzato da questo “Images”. Tratto da un racconto della stessa Susannah York, è ambientato in una villa di campagna dove la protagonista, che ha trascorso lì parte dell’infanzia, torna col marito; si scontrerà con i fantasmi del suo passato. Ritmo lentissimo che potrebbe scontentare molti, ma che non inficia assolutamente la riuscita del film, anzi! Bellissimo.
L’opinione di Buiomega dal sito http://www.davinotti.com
Capolavoro assoluto nella filmografia dell’immenso Altman e secondo di una trilogia “psicologica femminile” aperta con Quel freddo giorno nel parco e chiusa con Tre donne. La York è straordinaria nel calarsi nella psicologia di una donna mentalmente instabile, che confonde realtà con l’immaginazione, sprofondando sempre più nel baratro della schizofrenia. Grande atmosfera data dall’opprimente campagna inglese, da oscar la fotografia di Vilmos Zsigmond e un senso di disagio che rimane anche dopo la visione. Capolavoro!
L’opinione di kowalski dal sito http://www.filmscoop.it
Può essere credibile Altman alle prese con temi prettamente Bergmaniani?
“Images”, quasi un’excursus horror nella filmografia del regista, non è certo un film completamente riuscito, a tratti è schematico, frammentario, pretenzioso ma riveste una certa importanza: è difatti il primo segno rivelatore di quella breve e controversa svolta psicanalitica che porterà alla maturità degli intenti con “tre donne”, uno dei migliori del regista.
La trama, che sembra uscita da un romanzo di Amado, in realtà è compressa tutta nel personaggio di Cathryin, e dalla splendida prestazione di Susannah York, un’attrice che ho davvero molto amato (stendiamo un velo sulle sue apparizioni più recenti).
Un film inedito per l’Altman di allora (non lo erano forse, a modo loro, anche “Quel freddo giorno nel parco” e “Anche gli uccelli uccidono”, in qualche modo combinati con i temi della psicanalisi?) ma interessante per comprendere i diversi percorsi della sua carriera.
Sono altrettanto d’accordo che questo tipo di film ambissero a una dimensione “europea” sia nei riconoscimenti di un pubblico meno tradizionalista sia nell’approccio stilistico: una deriva non indolore, credo, ma non per nulla il nome di Bergman e delle sue tematiche ha in qualche modo affascinato tanti altri cineasti americani
l’opinione del sito slowfilm.wordpress.com
In Images, come per 3 Women, la protagonista è una donna, in un film angosciante nella sua descrizione della follia, espressionista nelle sue rappresentazioni distorte, portandoci nelle visioni ambigue ed incerte di Susannah York. L’Altman di Images è un Hitchcock sotto mescalina, quindi anche Polanski in forma o un Lynch al suo stato naturale, fresco di meditazione trascendentale. Insomma un Altman cattivo, che utilizza tutti i suoi trucchi per rendere il film costantemente disturbante.
Entriamo immediatamente nelle turbe psichiche della protagonista, immersa in toni gialli o seppia, ripresa in inquadrature sbilenche. La York corre verso la follia in un crescendo lungo quanto il film; riesce, all’interno di uno stesso pianosequenza, a cambiare più volte espressione e volto, mettendo realmente a disagio lo spettatore. Oltre alla bravura dell’attrice, il regista non lesina coi colpi al limite del legale, e così ci perdiamo negli specchi, in una colonna sonora che integra effetti vocali, in isolate case hopperiane al contempo protette e minacciate dalla natura. Ogni personaggio ha una definizione incerta, così come ogni inquadratura, dove valore e contenuto vengono continuamente rovesciati (…)
Madeleine, anatomia di un incubo
Una donna corre disperatamente attraverso un canneto; poi, attraversatolo, si dirige verso una foresta, guardandosi spaventata intorno.
All’improvviso alcune figure femminili, con in testa vistose parrucche, la circondano.
“Chi siete, cosa volete da me” chiede la ragazza spaventatissima.
All’improvviso le immagini di un auto da corsa in fiamme si sovrappongono alle 5 figure femminili e la ragazza, di fronte al terribile spettacolo di un corpo maschile che giace fuori dal veicolo, urla disperata.
Immagini di un auto impegnata in una gara su pista, drammatiche perchè mostrano un terribile incidente, si mescolano a quelle del gruppetto di donne che ora sfilano silenziosamente nel bosco, trasportando sulle spalle un piccolo feretro bianco con all’interno un bambino.

Le misteriose donne lasciano il feretro accanto al cadavere e all’auto in fiamme, mentre la ragazza urla disperatamente “lui no, è così piccolo”
Un rulo terribile emesso da una donna ai bordi di una piscina trasporta tutto ad una dimensione reale; la ragazza, madeleine, ha avuto un incubo, sotto gli occhi attenti del dottor Schumann, intento a leggere un libro di psicologia.
Dopo un colloquio con l’uomo, Madeleine si dirige in città, dove raccoglie Thomas, un’autostoppista che al ritorno a casa presenta a suo marito, il dottor Franz Schuman.
Questa lunga introduzione di Madeleine, anatomia di un incubo serve allo spettatore da subito per inquadrare i due personaggi centrali del film, la giovane e bella Madeleine e quello che ad un primo impatto sembra essere la figura premurosa di un marito preoccupato per l’equilibrio psichico della moglie.
Che è evidentemente alterato da qualcosa di sconosciuto; l’unica certezza che lo spettatore ha è che Madeleine è una donna lasciata libera dal marito, al quale confessa candidamente di desiderare un bambino, cosa che evidentemente l’uomo non può darle.

Franz Schuman sembra quindi un uomo attento e premuroso verso la molto più giovane moglie; questo sentimento di empatia verso l’uomo aumenta ma contemporaneamente si destabilizza nel momento in cui Madeleine porta a casa Thomas, il giovane hippy che raccoglie per strada e con il quale fa l’amore praticamente sotto gli occhi del marito.
Liquidata la pratica Thomas, la donna conosce il figlio del marito, Luis e poco tempo dopo averlo conosciuto allaccia anche con lui una relazione.
Nonostante il perdurare degli incubi, Madeleine si sforza di avere una vita regolare, ma l’equilibrio è del tutto precario e una sera, dopo un party in cui Madeleine si trova ad un passo da un rapporto saffico con una ballerina ecco che arriva la tragedia. Thomas, il giovane hippy che Madeleine ha ritrovato in una piazza viene rinvenuto morto nella piscina del locale.
A complicare le cose arriva Franz Schuman, che una mattina trova Madeleine sulla spiaggia allacciata a suo figlio Luis con il quale sta facendo l’amore.

Cosa succederà adesso? E sopratutto, come mai Franz sembra cosa tranquillo di fronte alla scoperta di sua moglie che ha una relazione con suo figlio?
Cosa c’è veramente dietro tutto? Doppia sorpresa finale…
Madeleine anatomia di un incubo esce nelle sale nel 1974, opera di Roberto Mauri, regista specializzato in film western attivo sopratutto tra la fine degli anni sessanta agli inizi dei settanta.
Il film è uno psico thriller, che gioca tutte le sue carte sul racconto della vicenda che vede coinvolta la giovane e bella Madeleine, che in seguito allo shock provato davanti all’incidente subito da Luis durante una corsa automobobilistica ha perso il bambino che attendeva, riportandone un trauma pauroso.
In un gioco psicologico condotto molto rischiosamente nella e sulla psiche della donna si materializza un esperimento condotto da Franz Schuman, che così sperimenta alcune sue ardite teorie sulla cura della psiche.
Un tentativo che avrà un esito a sorpresa, che ovviamente non vi racconto.

Dopo un inizio affascinante, legato all’incubo onirico della donna, il film assume un andamento tranquillo, descrittivo, fino agli ultimi minuti della storia in cui alcune incongruenze e alcuni dubbi, sorti durante il racconto, vengono finalmente spiegati anche se non completamente e sopratutto in maniera completamente logica.
Film ad andamento ondeggiante quindi, con parti abbastanza coerenti ed altre un po tirate per i capelli, ma nel complesso di indubbio fascino.
Molto bene il cast, con la discreta prova fornita da Camille Keaton nel ruolo di Madeleine e di Silvano Tranquilli in quella dell’ambiguo Franz Schuman; piccola parte per Paola Senatore mentre il resto del cast non demerita.
Tutto sommato, un film guardabile, senza grosse pecche e con qualche spunto interessante, con una bella e inquietante colonna sonora di Maurizio Vandelli.
Il film è molto difficile da trovare in una versione accettabile: tuttavia, all’indirizzo http://viooz.co/movies/21283-madeline-study-of-a-nightmare-madeleine-anatomia-di-un-incubo-1974.html è possibile visualizzare in streaming una versione digitale di discreto livello.
Madeleine – Anatomia di un incubo
Un film di Roberto Mauri. Con Silvano Tranquilli, Paola Senatore, Riccardo Salvino, Camille Keaton, Pier Maria Rossi, Lorenzo Piani Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.
Camille Keaton … Madeleine
Riccardo Salvino … Luis
Paola Senatore … Mary
Silvano Tranquilli … Dr.Franz Shuman
Pier Maria Rossi … Thomas
Gualtiero Rispoli … Antonio
Regia: Roberto Mauri
Musiche:Maurizio Vandelli
Fotografia:Carlo Carlini
Montaggio:Adriano Tagliavia
Production Design :Ennio Michettoni
Allestimento set: Daniele Mogherini
Produzione/Production: Pama Cinematografica
Distribuzione/Distribution: C.E.I.A.D. Columbia
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Interessante thriller-dramma-psicologico, quasi con tocchi horror (i poteri psicologici di Tranquilli) diretto con eleganza da Mauri. La bravura della Keaton viene accompagnata dalle ottime musiche di Maurizio Vandelli e il cast farà la gioia degli amanti degli anni settanta (Senatore, Tranquilli, Salvino). Il colpo di scena finale è ben studiato e il film non risulta mai noioso. Poco conosciuto (purtroppo), da rivalutare.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Intrigante pellicola che vede la bella e brava protagonista alle prese con incubi e ossessioni che la tormentano; la stessa finirà con l’affidarsi ad un medico che le proporrà una strana terapia: abbandonarsi alla totale libertà dei sensi per ritrovare se stessa, salvo poi scoprire successivamente il vero motivo di queste ossessioni. Affascinante la catarsi emotiva, il passato che ritorna e il condimento erotico. Personalistico.
L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it
Madeleine è una giovane ragazza psicologicamente fragile tormentata da un sogno ricorrente in cui è incinta e perseguitata da alcune streghe con parrucche variopinte. Nell’incubo avviene anche un incidente dove muore anche il suo bambino che viene trasportato in una bara dalle malvagie donne. Nella realtà Madeleine, sposata con lo psichiatra Frank Shuman, non può avere figli. Le sue turbe psico-sessuali la portano ad incontrare Thomas un giovane svizzero e a portarselo a casa. Poi arriva anche Lewis figlio del marito ed inizia una relazione anche con lui. Durante una gita fuori porta, Madeleine rivede il luogo sfondo dei suoi incubi. Thomas scopre Mary, la sua fidanzata, a letto con Franz, ma quest’ultimo lo ipnotizza spingendolo al suicidio. Madeleine ulteriormente scossa decide di lasciare Franz ma lui non glielo permetterà. Dove finisce il mondo dei sogni e quello della realtà lo si capisce solo nel finale mentre Madeleine continuerà a mischiare l’uno e l’altro. Suggestiva la sequenza onirica iniziale sia per la fotografia sia per i rallenty, sia per la musica di Vandelli.
Questo Psico-thriller però è modesto e noioso, come la regia didascalica (zoom sul libro di psicanalisi mentre parla il dottore) e gli effetti speciali (imbarazzante la scomparsa del dottore durante l’esperimento di ubiquità). La protagonista, nipote di Buster Keaton, è notoriamente incapace di recitare, qui perlomeno ci mostra un bel nudo integrale. Se vogliamo, è interessante nella trama l’uso del concetto freudiano di “materiale del sogno” cioè dei luoghi e delle persone reali che nel sogno vengono presi e rielaborati creando una diversa realtà.
L’opinione del sito http://www.cinemaitalianodatabase.blogspot.com
Una pellicola di questo tipo s’inserisce perfettamente nella variante del giallo all’italiana in cui la storia ruota intorno alla malattia mentale del (o della) protagonista di turno – cito a caso ‘Spasmo’ di Lenzi, ‘L’occhio nel labirinto’ di Caiano – e/o gioca con l’attenzione dello spettatore, sparpagliando le tessere di un mosaico il cui disegno si intravede solo alla fine (‘Una lucertola dalla pelle di donna’ di Fulci, ‘La corta notte delle bambole di vetro’ di Lado). Decisamente buona la tensione erotica, elevata dalla presenza di Paola Senatore, di cui si ricorda uno strip al limite della frenesia estatica, e nel complesso la recitazione degli attori. Alcune pretese intellettualistiche e sociologiche rendono indigesti alcuni dialoghi, specialmente quelli tra Madeleine e lo studente Thomas, cosi come alcune soluzioni registiche (ad esempio, lo zoom sul libro che legge il dottore), ma tutto sommato il film mantiene una sua coerenza ed anche una certa coralità di fondo. Buona la fotografia di Carlo Carlini.
Giallo napoletano
Un intrigo complicatissimo che vede un professore d’orchestra famosissimo, una registrazione compromettente che potrebbe rovinarlo, la sua bella moglie di colore e poi 3 vittime, un mucchio di milioni, una splendida infermiera e infine un insegnante di mandolino classico e un padre spendaccione e giocatore d’azzardo.
Sono gli elementi con cui gioca Sergio Corbucci nel 1979 con questo suo Giallo napoletano, coinvolgendo in questa divertente e gustosa commedia un cast assolutamente all star, con la presenza contemporanea di attori del calibro di Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Zeudi Araya, Capucine , Peppino De Filippo, Elena Fiore, Peppe Barra in una sarabanda di colpi di scena, omicidi, tradimenti amore ed altro.
Il protagonista principale è Raffaele Capece, insegnante di mandolino che si è dovuto ridurre a suonare nei ristoranti per colpa del padre, che gioca a tutto quello che c’è da giocare perdendo sistematicamente i soldi che il figlio racimola faticosamente.
Raffaele, con i capelli perennemente arruffati ha anche un problema fisico, un piede zoppo che lo costringe da piccolo ad un’andatura claudicante.

Eppure, nonostante questo, l’uomo riuscirà ad avere due avventure galanti con le due più belle protagoniste del film, la bella infermiera Lucia e la splendida moglie del direttore d’orchestra Victor Navarro, ovvero Elizabeth.
La storia comincia con una serenata che Raffaele è costretto a fare sotto il balcone di un hotel, per saldare uno dei debiti contratti dal padre; durante questa serenata Raffaele assiste ad un omicidio e da quel momento verrà coinvolto in una girandola di situazioni a tratti surreali a tratti pericolose, nel corso delle quali sfiorerà la morte.
Con l’aiuto di Lucia Raffaele arriverà a districare la matassa, non prima di aver visto morire alcune persone, fra le quali anche un usuraio che lo taglieggiava.
E alla fine la sua arguzia lo porterà, involontariamente, a diventare milionario.
Giallo napoletano è una commedia classica, con qualche elemento thriller ma principalmente comica; per certi versi ricorda il fortunato La donna della domenica, che lo stesso Mastroianni aveva interpretato nel 1975 con la regia di Luigi Comencini

Una commedia a tratti surreale, pervasa da una comicità fine e amena, merito sopratutto della spiccata simpatia che i personaggi di Raffaele e Natale Capece suscitano nello spettatore;il primo, interpretato da un Mastroianni semplicemente perfetto, è un napoletano all’apparenza ingenuo e complessato ma che in realtà ha una forza d’animo e una presenza di spirito invidiabile.Il secondo è un furfante, ma di quelli simpatici; un uomo che vive praticamente alle spalle del figlio sperperando i soldi che costui guadagna al lotto o con altri giochi.L’interpretazione di Luigi De Filippo del personaggio di Natale Capece è una delle cose più divertenti del film.Il grande attore napoletano è qui alla sua ultima interpretazione cinematografica; purtroppo si sarebbe spento l’anno successivo all’età di 77 anni.
Punti di forza del film, oltre alla buona dose di comicità una volta tanto non volgare, è la presenza di attori finalmente degni del loro lavoro.
Bella, misteriosa ed intrigante è Ornella Muti, la Lucia che si rivelerà meno attaccata a Raffaele e molto più al denaro e che invece verrà clamorosamente beffata alla fine.

Poi da segnalare la buona prova di Pozzetto, il classico settentrionale trasportato al sud che tratteggia da par suo, il bravo e misterioso Michel Piccoli che interpreta il musicista Navarro, una bellissima e sempre seducente Zeudi Araya nei panni della moglie di Navarro e ancora Capucine ecc.
Un film accolto tiepidamente da parte del pubblico e ancor più tiepidamente da buona parte della critica, incapace di vedere del buono in una commedia che non ha pretese particolari se non quella di svagare lo spettatore.
E poichè ci riesce bene alla fine quello che conta è raggiunto.
Il film è disponibile in una versione pressochè perfetta all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=M7Vu73XaiMM
Giallo napoletano
Un film di Sergio Corbucci. Con Peppino De Filippo, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Capucine, Zeudi Araya, Mimmo Poli, Carlo Taranto, Ennio Antonelli, Pietro Ceccarelli, Gianfranco Barra, Elena Fiore, Franco Javarone, Angelo Pellegrino, Tomas Arana Giallo, durata 111′ min. – Italia 1979
Marcello Mastroianni: Raffaele Capece
Peppino De Filippo: Natale Capece
Ornella Muti: Lucia
Renato Pozzetto: Commissario Voghera
Zeudi Araya: Elizabeth
Michel Piccoli: Victor Navarro
Capucine: suor Angela
Tomas Arana: Walter Navarro
Elena Fiore: donna Filomena
Franco Javarone: Gregorio Sella
Natale Tulli: Albino
Peppe Barra: Giardino
Gennarino Palumbo: suonatore ambulante
Franca Scagnetti: donna all’ospedale
Regia Sergio Corbucci
Soggetto Sergio Corbucci
Sceneggiatura Sabatino Ciuffini, Giuseppe Catalano, Elvio Porta
Produttore Achille Manzotti
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Marco Dentici
L’opinione di zombi dal sito http://www.filmtv.it
Corbucci sui titoli di testa ci dice le sue intenzioni col fermo immagini sulle immagini di hitchcock e totò. fare un giallo che insieme ai brividi di paura alterni siparietti comici. per quanto mi riguarda l’intento è riuscito e giallo napoletano è ormai un classico della cinematografia popolare italiana. io poi ci sono particolarmente attaccato, in quanto era uno dei miei preferiti in gioventù, che non vedevo da tempo tra l’altro. ma non penso che la riuscita del film di corbucci sia da attribuire esclusivamente “al cast chilometrico”. innanzitutto è interessante la scelta e la decisione del regista di affondare le origini del mistero nel non lontanissimo passato del paese. un mistero che si dipana piano piano fino al finale debitore di un ben più nobile parente invero, ma che lo omaggia amichevolmente senza la sensazione di plagio decidendo di far emergere un omicidio che si pensava e credava sepolto nel passato. un passato che ha deciso di riemergere grazie ad un cattivo rapporto genitoriale, incitato dalla vendetta più che trentennale nato da un amore e un affetto tradito. quindi non solo l’avidità di una progenie corrotta nel corpo, ma un senso di vendetta corrotta anch’esso ma nello spirito, dalla mancanza di giustizia. poi naturalmente come non citare il cast, veramente stellare. dal protagonista indimenticabile di marcello mastroianni, assolutamente a suo agio nei panni del maestro di mandolino raffaele capece, ad un’ornella muti che si è doppiata da sè con accento partenopeo e che ci regala uno stacco di coscia tra i più belli nel mondo di celluloide. dal gregorio sella di franco javarone al caratterista che interpreta l’inquietante ‘a bbestia. musica di riz ortolani che ha saputo creare un pezzo(quello del ricatto) che inquieta e fa malinconia allo stesso momento. per me un pezzo importante del nostro cinema.
L’opinione del sito http://www.ilmiovizioèunastanzachiusa.wordpress.com
(…) Simpatica e riuscita commistione tra il giallo e la commedia ottimamente diretta da Sergio Corbucci che, un anno dopo “La mazzetta”, torna nuovamente a girare un suo film a Napoli. Il cast è assolutamente strepitoso, a partire da un ottimo Marcello Mastroianni (che si esprime in un dialetto napoletano più che credibile) al quale si affiancano stelle di prima grandezza quali la bellissima Zeudy Araya, Michel Piccoli e Ornella Muti. Abbiamo inoltre un brillante Renato Pozzetto nei panni del commissario e il grande Peppino De Filippo, qui alla sua ultima interpretazione (morirà l’anno dopo), più un nutrito stuolo di facce napoletane assolutamente meravigliose (citiamo per tutti il criminale Franco Javarone e il sessualmente ambiguo biscazziere Peppe Barra). In questo film vediamo una Napoli diversa, una Napoli stranamente poco solare e molto cupa che fa da sfondo ad una storia intricatissima fatta di ricatti e omicidi; d’altronde Corbucci stesso ci introduce al racconto mostrando, nei titoli di testa, un cartellone sul quale campeggiano affiancati i volti di Alfred Hitchcock e di Totò, quasi a simboleggiare le due anime e le due facce della medaglia della città stessa. Perfino il mandolino, visto solitamente come simbolo culturale e di allegria, diventa invece veicolo di morte in una girandola di colpi di scena (forse nel finale anche troppi).(…)
L’opinione di motorship dal sito http://www.davinotti.com
Godibile commedia intrisa di giallo, diretta con energia e maestria da Sergio Corbucci. Stellare il cast: si va da un Mastroianni in formissima e bravissimo (come sempre) passando per un superbo Piccoli e un surreale, divertente Renato Pozzetto fino alle splendide Ornella Muti e Zeudy Araya (quest’ultima più convincente della Muti quanto a recitazione). Tanti caratteristi, tra cui la Scagnetti e Iavarone e ultima apparizione dell’immenso Peppino De Filippo. Assolutamente da non perdere.
Grazie zia
Esordio alla regia per Salvatore Samperi, regista padovano morto nel 2009 a 65 anni.
Grazie zia è un film importante, ad onta del titolo che sembrerebbe anticipare il florido filone delle commedie sexy parentali che negli anni settanta esplorarono, con molta pruriginosità e poca inventiva, il dramma reale dell’incesto che è sempre stato vissuto come uno dei tabù più oscuri e meno esplorati della sessualità umana.
Il film di Samperi in realtà ha ben poco di scabroso, almeno dal punto di vista visivo perchè si limita all’illustrazione di un rapporto sado masochistico che si sviluppa tra una zia e suo nipote;tuttavia è un film importante proprio perchè la parte scabrosa viene edulcorata a tutto vantaggio della rappresentazione drammatica di uno scontro morale che vediamo illustrato, man mano che il film avanza, tra due diversi personaggi che finiscono per diventare emblemi della società che rappresentano.

Da un lato troviamo una donna matura, placidamente adagiata in una vita senza grosse scosse e quindi borghese e un tantino annoiata, con tanto di amante intellettuale (ovviamente di sinistra) e dall’altro un giovane ribelle che sente un confuso e anarcoide sentimento di ribellione verso l’ordine costituito, verso i totem della borghesia e in ultima analisi in perfetta simbiosi con quello che avviene in Europa in quegli anni ovvero la contestazione studentesca che sfoceranno nel maggio francese.
Samperi quindi dirige Grazie zia proprio nel momento di massima crisi e di massima tensione che la società si ritrova a vivere, scossa dalle fondamenta dai suoi stessi figli che non si riconoscono nel mondo degli adulti e che verrà sintetizzato con l’ormai trito slogan della “fantasia al potere“.
Il film quindi per certi versi è anticipatore di tematiche importanti, pregnanti: con molto coraggio e con molta incoscienza Samperi, che non dimentichiamolo aveva appena 24 anni porta sullo schermo una vicenda scabrosa raccontandola con un rigore e una sobrietà assolutamente sorprendenti in un esordiente.
Il bianco e nero assoluto in cui viene girato il film estremizza la storia, quasi volesse rappresentare, con i due colori antitetici, l’assoluta impossibilità di dialogo e di comprensione tra i due mondi, quello borghese appunto e quello giovanile.
Proprio l’andamento della storia e il suo tragico finale propongono infatti una visione auto distruttiva della società;quel’eutanasia chiesta dal protagonista alla sua amante e succube zia altro non è che la rappresentazione di una società che incapace di comprendere alla fine fagocita e distrugge.

Grazie zia è un bel film, caratterizzato da un ritmo solo all’apparenza indolente, retto invece da una coerenza e da una drammaticità che il futuro regista di opere più smaccatamente erotiche non raggiungerà più, come dimostreranno i vari Malizia, Fotografando Patrizia ecc., con le dovute eccezioni di film particolari e a tratti incompresi come Nenè.
Ma qui siamo al Samperi ancora arrabbiato, al Samperi “sessantottino”, che disseziona il sociale proponendo una sua visione estremamente coerente del presente, una visione in cui gli ideali del sessantotto sono rappresentati visivamente con ardore forse confusionario ma di sicuro interesse.
Grazie zia racconta la parabola discendente della società, attraverso due personaggi che vengono a trovarsi casualmente a contatto:Lea e suo nipote Alvise.
Tra i due nascerà una storia proibita, un incesto però più portato e votato alla distruzione che al compimento del mero atto sessuale, un atto di rivolta di un giovane verso i pilastri della società borghese.

Alla quale appartiene Lea, donna matura ma dal fascino sensuale, che un giorno si vede affidare suo nipote dal padre del ragazzo; Alvise soffre di una forma di paralisi agli arti che in realtà non è nemmeno psico somatica, visto che il giovane è sanissimo e che ha scelto quella forma estrema di protesta per evitare di essere incanalato, irrigimentato dal padre alla direzione dell’industria di famiglia.
Alvise viene quindi affidato, complice anche l’allontanamento dei suoi distratti e indaffarati genitori alle cure di zia Lea, che nn slo è un medico ma che ha da sempre un rapporto di simpatia e affetto con il ragazzo.
Alvise però ha troppa rabbia dentro:è offuscato nella mente dal suo velleitarismo libertario e anarcoide e dal momento del suo arrivo inizia una sottile e perversa opera di seduzione di sua zia.Una seduzione che, come dicevo prima, non è tanto sessuale quanto psicologica.Il giovane sembra infatti utilizzare Lea come bersaglio della sua rabbia e lo dimostra schiavizzando e umiliando, in più occasioni, la troppo passiva Lea.
Tra i due nasce un rapporto di dominazione completa ed esclusiva, con Alvise che trascina Lea, nella sua lucida follia, in un rapporto ai confini scuri del sadismo e del masochismo.
Lea accetta supinamente il tutto finendo per sacrificare all’ambiguo rapporto con il ragazzo sia la sua vita sentimentale sia la sua vita professionale.
Il rapporto di sudditanza di Lea raggiunge l’apice nel finale, quando cioè Alvise chiederà a sua zia di porre fine alla sua vita, vita che il giovane non riesce più a sopportare preda com’è delle sue frustrazioni e delle sue angosce esistenziali.
E Lea lo farà, senza esitare, perchè ormai è solo un docile strumento sopraffatto dalla imperiosa e dominante volontà di Alvise…
L’uscita del film fu caratterizzata da polemiche senza fine che si tramutarono in un formidabile battage pubblicitario per il film che difatti divenne uno dei più visti dell’annata.
Due fazioni contrapposte si schierarono pro e contro la buona fede di Samperi :ci fu chi vide nel film analogie con I pugni in tasca di Bellocchio e quindi una pellicola tesa a mostrare la rabbia giovanile ,le psicosi e le manie che serpeggiavano in modo malatissimo all’interno della classe borghese e chi invece considera il regista veneto un furbetto che era riuscito a cavalcare l’onda giusta, quella della rabbia e della contestazione giovanile per ricavare qualche soldo e un po di fama.
Probabilmente questo tipo di appunto andrebbe fatto al successivo Cuore di mamma, decisamente più furbetto e meno candido di questo esordio.

Fondamentale per l’economia del film la presenza nel cast della bellissima e sensuale Lisa Gastoni, che aldilà dell’interpretazione magistrale del personaggio di Lea si trasformò per Samperi, esordiente e poco padrone ancora del mezzo, in una guida anche tecnica come ammesso dal regista in una delle sue ultime interviste.
L’attrice ligure, che aveva 33 anni all’inizio delle riprese, era di una bellezza e di una sensualità addirittura imbarazzanti;nel 1968 aveva già alle spalle decine di film dei più svariati generi e si può dire che era una delle più apprezzate interpreti del cinema nostrano.
Molto bravo anche il venticinquenne Lou Castel, che nel film interpreta il nevrotico Alvise; il personaggio da lui interpretato in realtà avrebbe diciassette anni, ma il volto quasi adolescenziale dell’attore riesce a rendere credibile il personaggio.
Grazie zia è un film che riveste quindi una grande importanza per il nostro cinema pre settanta, aldilà anche degli effettivi meriti.
Va da se che oggi appare pesantemente datato ma resta un utile documento per chiarire aspetti di quell’epoca irripetibile.
Un film di Salvatore Samperi. Con Gabriele Ferzetti, Lisa Gastoni, Lou Castel, Nicoletta Rizzi, Massimo Sarchielli Drammatico, durata 94′ min. – Italia 1968
Lisa Gastoni: zia Lea
Lou Castel: Alvise
Gabriele Ferzetti: Stefano
Luisa De Santis: Nicoletta la cantante
Massimo Sarchielli: Massimo
Nicoletta Rizzi: segretaria del padre di Alvise
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Sergio Bazzini, Pier Luigi Murgia
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Doria G. Film
Fotografia Aldo Scavarda
Montaggio Silvano Agosti (accreditato come Alessandro Giselli)
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giorgio Mecchia Madalena
Costumi Claudio Cordaro
L’opinione di Outsider dal sito http://www.filmscoop.it
Or dunque, “Grazie,Zia” è un film molto interessante che merita una riflessione e un riconoscimento.
L’opera, caratteristico prodotto del periodo in cui è girato, abilmente ricostruisce l’alienazione e l’amarezza ( stati d’animo su cui si soffermarono vari registi particolarmente nel decennio ’58-’68).
Viene trattato il tema della persona disabile, peraltro inquadrata in un periodo difficile e pesante per la condizione.
L’attore infatti fa la parte di un 17 enne ( anche se di anni ne dimostra almeno una decina in più, almeno dico) e inoltre recita molto bene in quello stile che al tempo avevano cucito addosso molti ricchi scontenti, con in più l’afflizione ed il degrado dato dall’incattivimento per la malattia.
Altri due attori meravigliosi, Gabriele Ferzetti, praticamente perfetto, recitazione ed espressività da premio Oscar e Lisa Gastoni, fantastica (una delle mie attrici preferite da notti insonni e convulsioni dall’eccitazione) i cui due occhi verdi da cerbiatta, (quasi fosse il suo sguardo antesignano dell’azzurrina Crescentini, ma più conturbante nel calore) non spiccano causa il bianco e nero. La Gastoni era un’attrice che recitava meravigliosamente con movenze da sapiente attrice di teatro, la ricordo in un film di Totò all’epoca schernito dalla critica, demolito e definito filmetto “totò monaco di monza”, con Macario ed il grandissimo nino taranto. Donna capacissima, ligure di nascita, padre torinese e madre irlandese, Lisa Gastoni ha interpretato da fuoriclasse tutti i ruoli più difficili, ovvero quelli in cui l’attrice deve incarnare momento per momento i sobbalzi dati da situazioni torbide causate da sentimenti che conducono all’instabilità e alla sofferenza, come la passione e l’attaccamento all’uomo sbagliato o disonesto.
Il cinema ha saputo vedere queste qualità e la sua filmografia, un po’ sottovalutata, è stata costruita sul valore interpretativo e non solo sull’apparenza di bella donna (che nulla aveva da invidiare alle altre) cosa a dire il vero difficile anche allora.
Grazie Zia è un film sapientemente costruito e diretto, che, dopo aver descritto alienazione, infelicità e scontentezza, lascia spazio all’amarezza, di cui anche lo spettatore è invaso. Anche la bellissima Gastoni, Dottoressa in clinica, intelligente, giovanile, piena di stile e fascino, diviene un giocattolo nelle mani del ragazzo e si abbandona al torbido gioco.
I limiti della sceneggiatura portano il film a non decollare mai, quello che sembrerebbe dover accadere si trascina in un morboso gioco al massacro, in un vortice realistico a tratti ma successivamente improbabile.
Tre sono i momenti del cambio di rotta:
la sparizione di Ferzetti che esce dalla vita della dottoressa, ma che recava seco solo abitudinarietà ed egoismo, anche se in qualche momento sembra sublimarsi, in realtà è un uomo che non ama davvero e/o da cui la Nostra non si sente amata
la scena delle domestiche che si allontanano mentre Lisa e il nipote “giocano” agli innamorati sul tappeto, ( singolare poi la tortura psicologica del giovane;
il “non ritorno” in clinica ( cosa veramente improbabile) della dottoressa, la cui non raggiungibilità viene annunciata ai sanitari che telefonano, dal nipote, cosa davvero poco realistica, semi demenziale, forse il regista ha voluto sottolineare il delirio psicopatologico, davvero improbabile, anche vista la professione medica di Lisa.
La trama nella seconda parte si avvita su se stessa, rallenta, annoia. Tuttavia Sampietri ci conduce dove vuole, allo stato d’animo che vuole destare, ovvero fa sì che lo spettatore si compenetri nell’improbabile delirium.
Tecnicamente alcune inquadrature tradiscono davvero una mancanza tecnica che, evidentemente, al tempo non poteva essere corretta mancando la moltitudine direzionale delle riprese che il digitale ha portato. Primi piani traballanti, da cine amatore poco esperto, in un dialogo fra la Gastoni e Ferzetti.
L’ultima scena, invece, l’inquadratura che posteriormente alla scena si allontana, ci fa capire come la cultura delle riprese di scena il regista l’avesse eccome, l’ispirazione c’era. Con quell’inquadratura si dice tutto. Resta l’amaro in bocca, con l’unico sapore zuccheroso di aver visto uno splendido fondoschiena in bianco e nero, che ha fatto leccare i BaFFi anche e soprattutto al Vecchio Outsider. Scena da urlo, quella dello specchio. Pollice su.
L’opinione di Gordiano Lupi dal suo sito cinetecadicaino.blogspot.it
(…) Il leitmotiv della pellicola è il suicidio, che in un finale da thriller erotico diventa eutanasia, come per significare che non c’è scelta per chi vorrebbe vivere in un mondo diverso. Non basta l’erotismo, non serve il sadismo e la perversione, neppure far soffrire chi ci ama è la soluzione. La morte è la decisione finale, quasi scontata, l’ultima forma possibile di ribellione nei confronti della vita.
Gli attori sono molto bravi, specie i tre protagonisti (Castel, Gastoni e Ferzetti), ma stendiamo uno pietoso velo su Nicoletta Rizzi, la cantante che prova a intonare Auschwitz – Canzone del bambino nel vento, che fa rimpiangere non poco l’originale di Guccini. La Rizzi ricopre il ruolo della coetanea che dovrebbe far ingelosire la zia quando si apparta con Alvise e insieme ridono di lei.
Il film è girato a Padova, in grande economia, tra ville di campagna e alberghi, producendo molti imitatori negli anni Settanta, persino a livello di ambientazione. Grazie zia fa nascere un sottogenere, quello dei Peccati in famiglia, che darà vita a una serie interminabile di opere classificabili come commedia sexy. In questa sede ricordiamo il satirico Grazie nonna (1975) di Marino Girolami, interpretato da Edwige Fenech, ma anche La nipote (1974) di Nello Rossati e Cugini carnali (1974) di Luciano Martino. Salvatore Samperi anticipa in versione drammatica molti temi erotico – voyeuristici che torneranno in Malizia (1973) in chiave prettamente comica. I titoli di testa, introdotti da un gustoso cartone animato, ingannano sul tenore della pellicola che non ha niente di umoristico. Fotografia perfetta in un bianco e nero livido e suggestivo, di Aldo Scavardo, una scelta e non una necessità, che merita un Nastro d’Argento. La Gastoni non è da meno come interprete, premiata ai David di Donatello.(…)
L’opinione di gianleo 67 dal sito http://www.mymovies.it
Alvise, rampollo viziato e ribelle di una ricca famiglia di industriali veneti, finge una paraplegia per attrarre le attenzioni di genitori distratti. Finisce accudito in casa della bella e matura zia materna. Tra una nevrosi e l’altra il rapporto tra i due si fa sempre più morboso e malato. Epilogo tragico. Dramma psicologico giocato sul registro ironico di una di una poco convincente satira anti-sociale e su quello ancor meno riuscito di pruriginosa e iconoclasta commedia di costume. Gli elementi che vorrebbero definire il clima di contestazione sociale e politica (correva l’anno 1968!) paiono ingenuamente abbozzati in una cornice ideologica superficiale e spesso irritante, risolvendosi talvolta con ridicole soluzioni figurative (il plastico che riproduce un classico scenario di guerra in Vietnam, la demenziale contabilità degli ‘offesi’ sul campo, la reazionarietà retriva del falso intellettuale ‘liberal’ impegnato in un reportage sulla tragedia degli alluvionati, persino un primo piano di un ritratto di Stalin!). Vale più come tragica messa a fuoco di una certa disgregazione dei valori sociali tradizionali (la famiglia, la repressione sessuale, il rigetto di convenzioni piccolo-borghesi) e più sul piano teorico che pratico. Un esordiente e acerbo (ancorchè abile) Samperi si cimenta con un soggetto difficile e dal fascino morboso, ma sbaglia sovente il registro e pare più interessante nel filmare il dettaglio di un disagio esistenziale attraverso la gestualità ed il linguaggio non verbale che nella insistita prolissità declamatoria di certe scene. Non giova alla causa nemmeno un ritmo frammentato e discontinuo (ancorchè sostenuto da una ossessiva litania fanciullesca del maestro Morricone), nè la scialba prova degli attori: un Lou Castel gigione e un pò sopra le righe ed una Lisa Gatoni di algida staticità. Di routine la prova del sempre bravo Ferzetti. Finale un pò fiacco, dove le pulsioni autodistruttive e la morbosità dell’incestuoso rapporto sado-masochistico tra i due protagonisti non raggiungono un climax di tragica credibilità. Una buona occasione mancata.
L’opinione di silenzio dal sito http://www.davinotti.com
Il serpentino, capriccioso, impertinente Alvise e l’annoiata, sensuosa, protettiva Lea reagiscono alla fissità borghese che li circonda instaurando un rapporto ludico-erotico che non può che consumarsi sotto l’ala di Thanatos. Dotato di una genuina carica politica, il film di Samperi funziona a tutt’oggi come ritratto impietoso e sentito di due “vittime” della noia e del malessere sociale. Castel ricalca il suo Alessandro de I pugni in tasca. Funzionali le neniose e bambinesche note di Morricone.
1976, un anno di cinema
Anno bifronte, il 1976; da un lato la crisi del cinema, dapprima serpeggiante, inizia a mordere mentre dall’altro ecco arrivare sugli schermi alcuni capolavori immortali.
E’ un anno difficile, per il nostro paese e lo si capisce da subito, quando cioè il 7 gennaio si dimette il governo Moro.
Il 6 febbraio scoppia lo scandalo Lockheed; vengono inquisiti gli ex ministri Mario Tanassi e Luigi Gui e il più volte presidente del Consiglio, Mariano Rumor, una storia torbida che porterà alle dimissioni del presidente Leone.E’ l’anno della diossina uscita dalla ICMESA, un’azienda di Seveso che provocherà alcune vittime e una contaminazione drammatica che renderà invalide tante persone, è un anno drammatico per l’escalation del terrorismo, che vedrà tra le sue vittime il magistrato Coco.
Accanto a queste notizie, lo svago principale, il modo per evadere preferito resta il cinema, che però vede molti biglietti venduti in meno.
In Italia arriva dagli Usa un film importantissimo, un autentico cult: si tratta di Taxi driver, diretto da Martin Scorsese con Jodie Foster, Robert De Niro e Cybill Shepherd, un drammatico, terribile viaggio nella solitudine urbana che coinvolge anche il reinserimento dei reduci del Vietnam.
Taxi driver di Martin Scorsese
Rocky di Avildsen
Un altro film riscuote un successo planetario e diventa un mito: si tratta di Rocky, primo film di una fortunata serie diretto da John G. Avildsen e incentrato sulle vicende di un pugile, Rocky Balboa che con coraggio ed abnegazione ( e sopratutto per amore) riesce a diventare campione del mondo di pugilato.Sempre dagli Usa arriva un altro film importante e bellissimo, Quinto potere.
Diretto da Sidney Lumet e interpretato da Peter Finch, William Holden, Faye Dunaway, Robert Duvall il film è una storia drammatica che racconta il potere della tv, deviante e deviato, attraverso le vicende di un commentatore televisivo che perde il seguito di spettatori che ha e che per recuperarlo annuncerà in diretta il suo suicidio.
L’Italia risponde con alcuni film straordinari: su tutti Novecento, di Bernardo Bertolucci, distribuito per motivi di lunghezza temporale in due “atti”, entrambi visti ed osannati da pubblico e da critica.
Un affresco eccezionale, che racconta vite di tre generazioni con sullo sfondo l’Italia che va dagli inizi del 900 alla fine della seconda guerra mondiale.
Quinto potere di Sidney Lumet
Brutti sporchi e cattivi
Altro film bellissimo, cattivo e impietoso è Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, viaggio tra l’inferno di una baraccopoli romana e tra le miserie di una famiglia dominata dall’interpretazione di un patriarca orbo e cattivissimo interpretato da un gigantesco Nino Manfredi.
Pupi Avati presenta un film che alla sua uscita non ottiene molta visibilità, ma che col passare del tempo diventa uno dei film, nell’ambito thriller/horror, uno dei prodotti più importanti del cinema italiano.
Girato con pochi soldi e con attori “amici”,(Cavina,Capolicchio), La casa dalle finestre che ridono di Avati, pone dei capisaldi che in seguito saranno utilizzati da molti altri registi.
Dalla Gran Bretagna arriva un gran bel film diretto da Nicholas Roeg, L’uomo che cadde sulla terra; tratto da un romanzo di Trevis, il film racconta la storia di un alieno in fuga sulla terra per cercare dell’energia necessaria al suo popolo.Porterà tecnoclogia e conoscenze ma finirà male.
Il film, interpretato da un androgino e bravissimo David Bowie diventa anch’esso un cult, così’ come un cult è da subito L’inquilino del terzo piano,
Sissy Spacek in Carrie lo sguardo di Satana
Cassandra Crossing
Febbre da cavallo di Steno
regia di Roman Polanski con Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, storia di un appartamento maledetto che si trasformerà in un incubo per un inquilino.
Altro classico che arriva dagli Usa è Carrie – Lo sguardo di Satana, horror splendido e magnificamente diretto da John Carpenter che racconta la storia di una adolescente dai prepotenti poteri medianici che, presa in giro in maniera cattivissima da alcune amiche, scatenerà l’inferno durante una festa.
John Schlesinger presenta un thriller adrenalinico, Il maratoneta, protagonisti due indimenticabili attori come Dustin Hoffman e Lawrence Olivier;il primo interpreta uno studente universitario di storia ebreo, appassionato della corsa che s’imbatte in criminale di guerra nazista (Lawrence Olivier), che ha con se una fortuna in diamanti.Drammatica la storia, splendido il finale.
Ancora dagli Usa, ecco arrivare un film di Alan J. Pakula,Tutti gli uomini del presidente, interpretato da Dustin Hoffman, Robert Redford, Jack Warden, Martin Balsam, Hal Holbrook, film che racconta la storia del Watergate, che costò la poltrona di presidente a Nixon.
Il maratoneta
Federico Fellini presenta il suo Casanova, storia del grande seduttore veneziano interpretato da Donald Sutherland mentre Valerio Zurlini riporta sugli schermi Il deserto dei tartari, romanzo di Dino Buzzati, raccontando la incredibile vicenda di un gruppo di soldati che immalinconisce in un avamposto del deserto attendendo dei nemici che non arriveranno mai.Un altro grande della letteratura Francis Scott Fitzgerald vede un suo romanzo ridotto per lo schermo da Elia Kazan; il film, Gli ultimi fuochi, racconta la storia ambientata negli anni trenta di un produttore che si innamora di una donna che gli ricorda la moglie scomparsa, storia che finirà malissimo per il protagonista.
Marco Ferreri presenta il suo corrosivo L’ultima donna con protagonisti Gerard Depardieu e Ornella Muti mentre Nagisa Oshima presenta il controverso L’impero dei sensi, storia vera di un distruttivo amore fra un uomo e la sua sua cameriera che nell’estasi erotica uccide strangolando il suo amante, evirandolo in seguito e venendo fermata dalla polizia mentre ha nella borsetta il membro virile dell’uomo.Il film ebbe molti problemi con la censura, legati principalmente alla segna di sesso orale che l’attrice Matsuda pratica al suo amante.
Ancora dalla Gran Bretagna arriva un horror di buon livello, Omen-Il presagio, interpretato da Gregory Peck, incentrato sulla figura di un bambino che in realtà è figlio del demonio, mentre dagli Usa arriva il campione d’incassi della stagione, King Kong, che risulterà essere anche il film più visto nel nostro paese. Il remake del clebre film degli anni 30 è però un film fiacco, con l’unica gradevole eccezione rappresentata da Jessica Lange.
Altri film della stagione:
Gli anni in tasca di Francois Truffaut
Gli ultimi fuochi di Elia Kazan
–Il pistolero, di Don Siegel, interpretato da John Wayne al suo ultimo western e James Stewart,storia di un pistolero al crepuscolo;
–L’innocente, di Luchino Visconti, con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, ripreso da un racconto di D’Annunzio che racconta la triste storia di una donna che,perso il primo marito, vedrà uccidere dal nuovo compagno il figlio, lasciato morire di freddo;
–Scandalo, di Salvatore Samperi, con Lisa Gastoni, Andrea Ferreol e Franco Nero,torbida vicenda di una relazione proibita tra una farmacista e il garzone della farmacia che, sedotta la donna, arriverà a chiederle anche la figlia;
–Futureworld – 2000 anni nel futuro, sequel di Il mondo dei robot, diretto da Richard T. Heffron con Peter Fonda e Yul Brynner ,ancora ambientato nel fantascientifico mondo di Delos;
Tutti gli uomini del presidente
–Gli anni in tasca, di Francois Truffaut con Nicole Felix, Chantal Mercier, Virginie Thevenet ambientato in un collegio per bambini e incentrato sui piccoli e grandi drammi personali degli stessi;
–Up! di Russ Meyer, con Francesca Kitten Natividad, Robert McLane, Raven De La Croix , umorisitca e satirica storia in chiave fortemente erotica di una relazione lesbica che finisce male e di altre storielle sul tema eros;
–L’Agnese va a morire,regia di Giuliano Montaldo con Michele Placido, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, vicenda ambientata durante la guerra con una donna che per vendicare il marito diventa partigiana ma alla fine verrà uccisa dai nazisti;
Il Casanova di Fellini
Carole Andrè in Il corsaro nero
–La fuga di Logan, di Michael Anderson con Peter Ustinov, Michael York, Richard Jordan, Farrah Fawcett, Jenny Agutter, sotto valutato film di fantascienza con i residui di un’umanità condannata a vivere sotto una cupola e limitata nella sua vita dal Carrousel, una crudele soluzione che elimina tutti coloro che raggiungono i 30 anni di età, storia che vedrà la sua logica conclusione grazie alla fuga di Logan e di una ragazza, che scopriranno che il mondo esterno esiste ancora;
–Ballata macabra, di Dan Curtis con Oliver Reed, Bette Davis, Karen Black, Burgess Meredith, gran bel horror con un’ambientazione claustrofobica e uno svolgimento assolutamente particolare;
–Vizi privati, pubbliche virtù di Miklós Jancsó con Laura Betti, Pamela Villoresi, Therese Ann Savoy, rivisitazione della tragedia del mayerling in cui persero la vita il principe Rodolfo d’Asburgo e la sua amante Maria Vetsera;
Jessica Lange in King Kong
La casa dalle finestre che ridono
–Il comune senso del pudore, regia di Alberto Sordi. Con Claudia Cardinale, Alberto Sordi, Florinda Bolkan, Philippe Noiret. Alberto Sordi regista fa rimpiangere il Sordi attore e in questo film sul tema dell’osceno, fiacco e senza nerbo, i quattro episodi non valogno una visione.
Il cinema italiano presenta anche prodotti della tradizionale commedia sexy; il genere è ormai quasi al tramonto, nonostante siano ancora prodotti dal grande richiamo. La professoressa di scienze naturali,regia di Michele Massimo Tarantini con Lilli Carati, Alvaro Vitali, ambientato in Sicilia e che con qualche velleità cerca di mostrare uno spaccato di vita della provincia siciliana (tema ormai abusato) racconta le vicissitudini di una giovane e bella insegnante che dovrà difendere le sue virtù dal tradizionale assalto di studenti in calore e insegnanti vogliosi mentre Aristide Massacesi, firmandosi Joe D’Amato, presenta Emanuelle in America con protagonista la super sexy fotografa interpretata da Laura Gemser.
L’impero dei sensi
L’inquilino del terzo piano
Demofilo Fidani segue la scia del filone studentesco e affida alla splendida Femi Benussi il ruolo principale nel film La professoressa di lingue; la protagonista in questo caso va oltre i suoi doveri di insegnante e arriva a guarire, con i soliti mezzi, un giovane dalla balbuzie.
Bitto Albertini emula D’Amato e utilizza Laura Gemser per un nuovo capitolo delle vicende di Emanuelle; questa volta il titolo non è esplicativo e annuncia solo Emanuelle nera alle prese con una coppia disinibita.Discreto invece Bestialità, di Peter Skerl, strana storia di una ragazza che finisce per alimentare il desiderio di una matura coppia e che finirà drammaticamente uccisa dal suo cane mentre Maurizio Liverani prova a lanciare una Gloria Guida in formato super sexy nel mediocre Il solco di pesca.
Ultime segnalazioni per Il corsaro nero di Sergio Sollima, rivisitazione dell’opera omonima di Salgari con protagonista Kabir Bedi, reduce dai fasti dell’altro personaggio salgariano Sandokan,il discreto giallo umoristico Invito a cena con delitto per la regia di Robert Moore con David Niven, Peter Falk, Eileen Brennan, Peter Sellers, Maggie Smith,
L’innocente
L’ultima donna
Il secondo tragico Fantozzi, con Salce che sfrutta l’onda lunga del primo e celebre episodio dedicato alla figura del ragioniere più sfigato del mondo,il godibilissimo e intramontabile Febbre da cavallo di Steno, una delle commedie più divertenti incentrata sulle vicissitudini di un gruppo di incalliti e sfortunati giocatori di corse di cavalli,l’anonimo film collettivo a episodi Signore e signori, buonanotte di Luigi Comencini,Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni caratterizzato dalla presenza di un cast eccezionale che include Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Marcello Mastroianni, Senta Berger, Lucretia Love,il drammatico Cassandra Crossing di George Pan Cosmatos, che narra le vicende di un gruppo di terroristi che ruba un potente virus e fugge su un treno che le autorità cercheranno in tutti i modi di fermare interpretato da un cast
L’uomo che cadde sulla terra
eccezionale che include Richard Harris, Sophia Loren, Ingrid Thulin, Burt Lancaster, Martin Sheen,Ava Gardner, O.J. Simpson, Alida Valli, Renzo Palmer, Lionel Stander, Roger Browne, Ray Lovelock, Lou Castel, Angela Goodwin, Carlo De Mejo, Fausta Avelli, Ann Turkel, John Philip Law, Stefano Patrizi, Lee Strasberg, Tom Hunter, John Phillip Law.
L’Oscar per il miglior film va al campione di incassi dell’anno precedente, Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew over the Cuckoo’s Nest), regia di Miloš Forman mentre la Palma d’oro a Cannes va a Taxi Driver, regia di Martin Scorsese. A Berlino Robert Altman vince l’Orso d’oro per Buffalo Bill e gli indiani,mentre il David di Donatello va a Cadaveri eccellenti, regia di Francesco Rosi.
Bestialità
Emanuelle in America
Emanuelle nera
Futureworld
Il comune senso del pudore
Il pistolero
Il presagio
Il secondo tragico Fantozzi
Invito a cena con delitto
La fuga di Logan
La professoressa di scienze naturali
L’Agnese va a morire
Novecento
Scandalo
Signore e signori, buonanotte
Up!
Miglior film Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew over the Cuckoo’s Nest), regia di Miloš Forman
Miglior regia Miloš Forman – Qualcuno volò sul nido del cuculo
Miglior attore protagonista Jack Nicholson – Qualcuno volò sul nido del cuculo
Migliore attrice protagonista Louise Fletcher – Qualcuno volò sul nido del cuculo
Miglior attore non protagonista George Burns – I ragazzi irresistibili
Migliore attrice non protagonista Lee Grant – Shampoo
Miglior film straniero Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (Dersu Uzala), regia di Akira Kurosawa

Palma d’oro: Taxi Driver, regia di Martin Scorsese
Grand Prix Speciale della Giuria: Cría cuervos, regia di Carlos Saura ex aequo La Marchesa von… (Die Marquise von O…), regia di Eric Rohmer
Prix d’interprétation féminine: Dominique Sanda – L’eredità Ferramonti, regia di Mauro Bolognini
Prix d’interprétation masculine: José Luis Gómez – Pascual Duarte, regia di Ricardo Franco
Prix de la mise en scène: Ettore Scola – Brutti, sporchi e cattivi (Italia)

Orso d’oro a Buffalo Bill e gli Indiani di Robert Altman
Mario Monicelli miglior regia per Caro Michele

Migliore film Cadaveri eccellenti, regia di Francesco Rosi
Miglior regista Mario Monicelli – Amici miei e Francesco Rosi – Cadaveri eccellenti
Migliore sceneggiatura Alberto Bevilacqua e Nino Manfredi – Attenti al buffone
Migliore attrice protagonista Monica Vitti – L’anatra all’arancia
Migliore attore protagonista Ugo Tognazzi – Amici miei e L’anatra all’arancia,Adriano Celentano – Bluff – Storia di truffe e di imbroglioni (ex aequo)
Miglior regista straniero Milos Forman – Qualcuno volò sul nido del cuculo
Migliore attrice stranieraIsabelle Adjani – Adèle H., una storia d’amore (ex aequo)Glenda Jackson – Hedda
Migliore attore straniero Philippe Noiret – Frau Marlene (Le Vieux Fusil) (ex aequo)Jack Nicholson – Qualcuno volò sul nido del cuculo
Miglior film straniero Nashville , regia di Robert Altman
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Sussurri e grida
Proviamo ad immaginare un viaggio virtuale, che avvenga all’interno di un grande museo che contenga opere fiamminghe e impressioniste, come il Louvre.
Poi spostiamoci a Roma, in San Pietro:entriamo e a destra, protetta da una pesante lastra di vetro, osserviamo la Pietà di Michelangelo.
Uniamo i due tour, riempendoci gli occhi e colmandoci i sensi con una tela di Brueghel e subito dopo con una di Renoir o anche Manet, fa lo stesso.
Mettiamo assieme il tutto e otterremo una visione caleidoscopica d’assieme che ci potrà servire come pietra di paragone per capire alcune delle sequenze che fanno parte di Sussurri e grida, opera del grande maestro svedese Ingmar Bergman.

Si, perchè la pittura (ma non solo) è parte fondamentale per comprendere almeno in parte la straordinaria visionarietà del film diretto dal maestro nel 1972:aggiungiamoci ovviamente la rigorosità della fotografia, che alterna tre colori primari e fondamentali come il bianco, il rosso e il nero,ricordiamoci della colonna sonora che include due brani classici come la Mazurka in La minore, op. 17 n. 4, di Fryderyk Chopin, eseguita al pianoforte da Käbi Laretei
e le Sarabande dalla Suite n. 5 in Do minore, BWV 1011 di Johann Sebastian Bach, eseguita al violoncello da Pierre Fournier.
Mettiamo tutto assieme, aggiungiamoci una trama lineare che però potrebbe anche non esistere, visto che siamo in presenza di un’opera scevra da un discorso filologico fondamentale se non come struttura di base per raccontare le immagini e alla fine ci avvicineremo all’opera di Bergman.
Un’opera in cui la freddezza stilistica, la fotografia impeccabile e le immagini straordinarie che come dicevo ricordano tavole fiamminghe o ridenti quadri impressionisti di Renoir si alternano ad alcuni temi cari al regista, come la religiosità e l’amore, le convenzioni sociali e le sfere private dei sentimenti dei protagonisti, la morte e la sessualità, la spiritualità e il matrimonio.

Il tutto raccontato con un gelo che sembrerebbe estraneare il tutto dalla sfera dei sentimenti ma che invece riconduce proprio a questi, attraverso un’alternanza di situazioni che vanno dall’espressionismo gelido e glaciale di volti scavati nella pietra o senza emozioni come quello di Karin, una delle tre sorelle protagoniste della storia passando per il volto dolente e sofferente di Agnese, la donna ammalata di cancro che è al centro della storia e che pure alla fine è solo uno dei punti di una struttura circolare che porterà i protagonisti del film a tornare alle origini, a quell’inizio del film che si apre con il gracchiare di un corvo, che sembra quasi presagire l’imminente morte di Anna, che fa da preludio e da fulcro all’intera storia.
L’introduzione alla storia è segnata dai rintocchi di un orologio: quei secondi che scandiscono come le sistole di un cuore ci portano alla visione di una donna riversa sul un letto, con il respiro affannoso e il volto segnato da un’indicibile sofferenza.
E’ Agnese, una donna di età indefinibile ammalata in fase terminale di cancro; la macchina da presa indugia, per lunghi minuti, sulla visibile sofferenza che la donna prova in ogni movimento per poi mostracela mentre annota su un diario alcune parole, che dicono:”Le mie sorelle e Anna mi assistono a turno.”
Da questo momento in poi scopriamo la vita di quattro persone, tutte di sesso femminile, che hanno condiviso la vita per un lungo periodo prima di separarsi e re incontrarsi in occasione della malattia della vera protagonista, Agnese.
Che è donna dai sentimenti forti, una donna pulita e retta da un senso religioso e da uno stile di vita assolutamente impeccabili, così come straordinaria è la figura di Anna, la domestica che è rimasta accanto alla donna e che ora, con un incredibile senso di devozione la assiste quasi fosse una bimba, quella bimba che lei ha perso. Su Agnese Anna ha riversato il suo affetto, quel cuore traboccante d’amore ha trovato così la piena espressione; mentre il flash back ci riporta ad episodi del passato delle quattro donne, vediamo Anna cullare la moribonda Agnese come una bambina, offrendole anche il seno da succhiare, quasi Agnese altro non sia ormai che una bambina indifesa, da difendere da un destino crudele.
In una delle scene più belle di tutta la storia della cinematografia, quando ormai Agnese ha lasciato la vita terrena, Anna la tiene tra le braccia, muta e sofferente, con il volto di Agnese ancora contratto nella smorfia di dolore che ha salutato la sua vita terrena. E’ un’immagine che riporta alla Pietà di Michelangelo, perchè ieratiche sono le due figure, scolpite come pietra nel loro dolore così diverso eppure al tempo stesso così simile.
Poco alla volta conosciamo anche le due sorelle di Agnese, che sono l’esatto posto di lei, sia come personalità che come stile di vita.

Karin è una donna che sembra non concepire nemmeno i rapporti umani, algida e lontana com’è dalle emozioni; “Non voglio,ti dico.E’ una tortura continua, è come un inferno, non ho pace.vattene via, non avvicinarti ( dice Karin rivolta a Maria,l’altra sua sorella), non devi toccarmi,non devi toccarmi” è la frase chiave che la donna urla, quasi fosse preda di una fobia patologica che la costringe, chissà quanto volontariamente, ad allontanare anche sua sorella Maria.
Che invece, a sua volta, è molto differente sia da Karin che da Agnese; è una donna volitiva, che non ama suo marito e probabilmente lo disprezza, che intrattiene rapporti umani con le sue sorelle forse perchè in se vive ancora il ricordo delle stagioni passate assieme o forse soltanto perchè la sua natura è così, incostante e leggera, così come leggera appare la sua personalità e la sua sessualità, espressa attraverso una relazione sentimentale con il dottor David, che ha in cura Agnese.
I personaggi femminili appaiono così ben delineati, in antitesi a coppie mentre gli uomini della storia, i due mariti e David il dottore appaiono assolutamente opachi nella loro inconsistenza.Non si sa nemmeno se amino o semplicemente sopportino le loro mogli, sopratutto Fredrik, il marito di Karin che assiste all’autolesionismo di sua moglie che si ferisce nelle parti intime con una scheggia di vetro con espressione impassibile e distaccata.
Di flash back in flash back il film ci trasporta verso il finale, che è la parte più dura e vera del film, mostrandoci dapprima la morte di Agnese e il conseguente rifiuto di Karin di toccare sua sorella,la visione meravigliosa già raccontata di anna che culla tra le braccia la defunta e sopratutto lo stupendo quadro d’assieme finale, quando attraverso l’immagine delle quattro donne giovani che passeggiano in un’atmosfera idilliaca fra la natura in festa come in un olio di Renoir ascoltiamo ancora una volta la voce pulita e pura di Anna chiudere la storia con la lettura del diario di Agnese:
” Mercoledi 3 settembre,nell’aria c’è già un sospetto d’autunno; ma è dolce e quasi delicato.Le mie sorelle, Karin e Maria, sono venute a trovarmi.E’ meraviglioso essere di nuovo insieme come ai vecchi tempi.Io mi sento anche molto meglio,abbiamo persino potuto fare una breve passeggiata,un vero avvenimento per me, visto che da tanto tempo non mettevo piede fuori di casa.Ad un tratto abbiamo incominciato a ridere e a correre verso l’altalena abbandonata da quando eravamo bambine.Ci siamo sedute come tre brave sorelline,Anna ci dondolava,piano, dolcemente.
I dolori erano spariti e le persone che amavo più di tutto al mondo erano li.Potevo udirle chiaccherare intorno a me.Sentivo la presenza intorno a me dei loro corpi, il calore delle loro mani.Volevo aggrapparmi a quel momento e pensai “qualunque cosa accada questa è la felicità, non posso desiderare niente di più.Ora, per qualche istante posso assaporare la perfezione e sento di dover essere grata alla mia vita che mi da tanto”
Il film finisce qui, lasciandoci un senso di compiuto:Agnese è in pace con se stessa, lontana dalle meschinerie delle sue due sorelle e le è stato risparmiato lo spettacolo dell’umiliante liquidazione di Anna, mandata via dopo anni di fedele e amorevole servizio con due banconote in mano.
Che dire, siamo di fronte ad un film che nella sua linearità, nella sua grandezza formale e nella sua ricerca della perfezione visiva diventa un autentico capolavoro.

Bergman sceglie come protagoniste del film due attrici molto note come Ingrid Thulin e Liv Ulmann,la prima compagna di molti anni della vita del regista, la seconda anche lei compagna e moglie del regista e le due attrici lo ripagano con un’interpretazione maiuscola.Così come bravissime sono le altre due protagoniste, Harriet Andersson che interpreta la dolente Agnese e Kari Sylwan che interpreta Anna.
Un film sontuoso, in tutte le sue componenti, premiato con l’Oscar per la migliore fotografia a Sven Nykvist e con altre 4 nomination.
Ricordo che una bella versione in italiano del film è disponibile su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ronxMVoINW8
Sussurri e grida
Un film di Ingmar Bergman. Con Harriet Andersson, Ingrid Thulin, Erland Josephson, Liv Ullmann, Kari Sylwan, Anders Ek, Inga Gill, Henning Moritzen, Georg Årlin, Ingrid Bergman, Lena Bergman, Lars-Owe Carlberg, Linn Ullmann, Malin Gjörup, Greta Johansson, Karin Johansson, Ann-Christin Lobråten, Börje Lundh, Rossana Mariano, Monika Priede Titolo originale Viskningar och rop. Drammatico, durata 91′ min. – Svezia 1971.
Harriet Andersson: Agnese
Kari Sylwan: Anna
Ingrid Thulin: Karin
Liv Ullmann: Maria e la madre di Maria
Erland Josephson: David, il dottore
Henning Moritzen: Joakim, marito di Maria
Georg Årlin: Fredrik, marito di Karin
Anders Ek: padre Isak
Inga Gill: narratore
Linn Ullmann: figlia di Maria
Ingrid Bergman: spettatrice (nei titoli come Ingrid von Rosen)
Lena Bergman: Maria, quando era bambina
Lars-Owe Carlberg: spettatore
Malin Gjörup: figlia di Anna
Greta Johansson: addetta alle pompe funebri
Karin Johansson: addetta alle pompe funebri
Ann-Christin Lobråten: spettatrice
Börje Lundh: spettatore
Rossana Mariano: Agnese quando era bambina
Monika Priede: Karin quando era bambina
Rita Savagnone: Harriet Andersson
Flaminia Jandolo: Kari Sylwan
Anna Miserocchi: Ingrid Thulin
Vittoria Febbi: Liv Ullmann
Arturo Dominici: Erland Josephson
Gianni Marzocchi: Henning Moritzen
Sergio Graziani: Georg Arlin
Bruno Persa: Anders Ek
Pino Locchi: Inga Gill
Regia Ingmar Bergman
Soggetto Ingmar Bergman
Sceneggiatura Ingmar Bergman
Produttore Lars-Owe Carlberg
Casa di produzione Cinematograph AB, Svenska Filminstitutet
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Siv Lundgren
Musiche Pierre Fournier
Scenografia Marik Vos-Lundh
Trucco Cecilia Drott, Borje Lundh
Grazie, mio Dio, per avermi concesso di svegliarmi sana e serena dopo una notte trascorsa in sonno profondo sotto la tua benevola protezione. Ti prego oggi qui come ogni giorno di far custodire e difendere dai tuoi angeli la mia bambina che nella tua insondabile saggezza hai voluto chiamare al tuo fianco.
Sai da dove ti vengono le rughe? Dalla tua indifferenza. E questa lieve curva che va dall’orecchio alla punta del mento non è nitida come un tempo. Questo significa che sei superficiale e indolente. E lì alla radice del naso ora c’è troppo sarcasmo, c’è troppo scherno. E sotto i tuoi occhi inquieti mille rughe impietose, secche, quasi inavvertibili di noia e di impazienza.
La vita non è altro che un insieme di bugie… soltanto bugie

L’opinione di Francois Truffaut:
“Comincia come Le tre sorelle di Cechov e finisce come Il giardino dei ciliegi e, tra i due, ricorda certo Strindberg. Si tratta di Sussurri e grida, l’ultimo film di Ingmar Bergman, grande successo a Londra e a New York da parecchi mesi, motivo di scalpore al Festival di Cannes la settimana scorsa. L’uscita parigina è prevista per settembre. Unanimamente considerato un capolavoro, Sussurri e grida sta riconciliando Ingmar Bergman con il grosso pubblico che lo ha snobbato dopo il suo ultimo successo, Il silenzio (1963).”
L’opinione di kronos dal sito http://www.mymovies.it
Sono stati spesso evidenziati con accezione negativa i debiti che questo film nutre verso l’opera di Strindberg. Si rimproverano a Bergman un’eccessiva teatralità del soggetto e la tendenza a strafare di molti dialoghi e situazioni. Taluni denunciano un certo schematismo nel disegno delle figure femminili, così come nell’uso del colore (le tonalità rosse ossessivamente ricorrenti sfiorano il didascalismo cromatico) e dei flasback, entrambi introdotti da una fastidiosa voce fuori campo. Eppure, al di là di qualunque rilievo negativo si possa attribuire con pedanti analisi cartesiane, ‘Sussurri e grida’ è un film di forza straordinaria che resta indelebile nella memoria di chi lo vede. Le performance di tutto il cast sono ammirevoli, così come la capacità della sceneggiatura di esplorare senza falsi pudori o moralismi il tema della malattia e del dolore fisico. Ma anche le ipocrisie familiari, gli abissi della morte, le tenere nostalgie del passato. A mio avviso è uno dei titoli fondamentali della filmografia di Ingmar Bergman: un genio del novecento.
L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it
Come si fa a rimanere impassibili,fermi,muti davanti a Sussurri e Grida? Come ci si può soffermare sui punti critici della vicenda senza rimanere assuefatti dalla visione? Sussurri e Grida è un film mondo,ma che dico,un film universo. Bergman prosegue i suoi resoconti dalla casa degli spiriti dostojevskiana,ancora con la figura,come nell’ottimo Persona,della donna come genesi,conflitto e salvezza. Bergman è un regista del subconscio applicato alla realtà,metafisico e metaforico,non ha un vero e proprio contatto con la realtà,se non attraverso le sue diramazioni(sogno,delirio) e sotto forma di mondo vede le sue ossessioni psichiche,ripetute moltissime volte. Tra citazioni bibliche,costrasti di colori decisi(rosso per il dolore,bianco per la tranquillità e nero per la morte),ad una fotografia eccezionalmente pura e lirica,grazie anche a tre interpretazioni masteodontiche,Sussurri e Grida è l’opera più poeticamente strana di Ingmar Bergman. Il genio svedese riapre le finestre e si addentra furtivamente nel cuore femminile,riuscendo a scovare segreti e bugie,chiaro-scuri dell’anima,tristezza e felicità. Quando una delle loro sorelle sta morendo,Maria e Karin debbono accudirla,ma a causa di alcuni loro problemi,si distaccano dalla malata. L’unica a restare vicino alla sorella in fin di vita è la badante,Anna che la tratta come una bambina molto piccola e la accudisce fedelmente. Il ritratto energico e melodioso delle distorte personalità e delle banalità familiari di tre sorelli perennemente in crisi umana e civile,è per Bergman in realtà,la summa della sua poetica analitica e anagrafica,in cui la dominazione avviene psicosomaticamente,e non solo fisicamente. Sussurri e Grida rappresenta la sfrenata eleganza del maestro svedese nel ricreare un modello ambiguo di vita,apparentemente lontano dalla verità,ma terribilmente vicino. Questa eleganza non è solo catartica e risolutiva ma è anche bene-augurante. Nel finale del film,la tranquillità sembra essersi ritrovata. Se sia sogno o realtà non importa. Bergman è un tranquillissimo poeta distorto e bislacco che rifiuta ogni minima caratteristica umana,ma si estrae dalla media-borghesia e questo diventa per lui un vero e proprio campo di studio. La donna,in Bergman,è fondamentale. Dalla donna nasce l’uomo e mai viceversa. La donna quindi è la genesi di tutto il bene e il male del mondo. Ma,come in Persona e anche in minor modo ne Il posto delle Fragole,il conflitto viene generato dalla donna,che rifiuta il contatto alla realtà e preferisce la vita oziosa e pleonastica ad una drastica morte. Ma forse non è tutto. Con Sussurri e Grida,specie nella figura di Anna,Bergman introduce un nuovo concetto di donna come salvezza. Ma la salvezza non è mai correttamente ricompensata. Il prologo del film,come al solito in Bergman,ci racconta il film: Stavolta vediamo un’abitazione alle prime luci dell’alba e subito dopo una serie di colori che si fondono in una donna che si alza e rivela al mondo di essere malata. Nykvist,fotografo geniale e appassionato,riesce straordinariamente a mescolare i chiaro-scuri ai colori delle emozioni. Ma la mano di Bergman è necessaria. Anche stavolta,lo svedese,infarcisce di nuovi luoghi (non) comuni la vicenda narrata e diventa un cantastorie e uno scultore. Perchè Sussurri e Grida è una vera e propria opera d’arte.
L’opinione del sito http://www.pellicolascaduta.it
(…) Ricco di idee stilistiche e narrative molto interessanti, il clou di “Sussurri e grida” è nella parte finale, dove Agnese, già morta da quache giorno, vuole parlare con Karin e Maria, che stanno per partire coi rispettivi mariti. Entrambe la respingono, Karin confessando apertamente il suo odio per lei, Maria invece scappando alla richiesta di stringere le fredde mani della sorella, chiaro emergere della sua ipocrisia e della sua superficialità. Dopo un brusco finale che colpisce duramente come un coltello nel petto, nel quale Karin e Maria fanno i bagagli e partono entro poche ore, congedandosi da Anna con un formale grazie e poche imbarazzanti (per tutti, spettatore compreso) banconote, la badante rimane sola col cadavere di Agnese, in attesa del funerale e della sepoltura. Le altre due sorelle si salutano nella maniera più distante possibile (anche qui la pellicola è emotivamente eccezionale) e solo negli ultimi minuti si viene lasciati col bellissimo ricordo di Agnese. Quel ricordo dove, nonostante i futuri incrinamenti dei loro rapporti, le tre protagoniste vivevano uno dei momenti più felici delle loro vite.(…)
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Assieme a Il posto delle fragole è il capolavoro assoluto di Bergman (pur essendo i due film molto diversi per forma, temi e contenuti). La cosa che ancora oggi sbalordisce maggiormente è l’uso del colore, assolutamente funzionale alla trama e che simboleggia i rapporti, i contrasti e gli stati d’animo dei personaggi. Per il resto va segnalato un cast al femminile dalla bravura prodigiosa che offre una prova semplicemente indimenticabile. La tematica e l’andamento narrativo potrebbero renderlo ostico ad alcuni, ma è da vedere e rivedere.
L’opinione di Rebis dal sito http://www.davinotti.com
Se esiste una sacralità dell’arte, intesa come essenziale irriproducibilità tecnica, se esiste una grazia, intesa come intima cospirazione tra magniloquenza formale e complessità concettuale, allora queste sono in Sussurri e Grida. Antichissimo, atavico e allo stesso tempo dirompente e moderno, il compimento espressivo di Ingmar Bergman è cadenzato e denso, la piena maturazione dell’allegoria nel turgido astrattismo. Inarrivabili, le quattro interpreti, definite con tratteggi basilari e pregnanti, catturate nell’inesauribile forza emotiva del primo piano. Immenso.
L’opinione di Myckes2 dal sito http://www.davinotti.com
Un’immensa raffigurazione dell’animo femminile sezionato in più parti e scandito da varie sfaccettature. Accompagnato dal ticchettio inesorabile di un orologio, dalla musica, dalle sofferte parole scritte su un diario… Bergman narra uno spaccato durissimo, gelido e intenso che fa leva sui ricordi e sulla memoria e che contempla l’ineluttabile dolore fisico di una donna, assommato ad un altrettanta sofferenza interiore, al vuoto esistenziale, ad un rapporto tra sorelle futile, sfuggente, privo di cuore, al disgregamento del nucleo famigliare.
L’opinione di ferzborz dal sito http://www.filmscoop.it
Sofferenza,angoscia,sgomento,felicità,tristezza,amore nelle sue molteplici forme,speranza,terrore,indifferenza e freddezza.
Queste sono le emozioni raccolte in questa pellicola di Ingmar Bergman.
La felicità è un’emozione che la si può ricercare in svariati modi diversi,ma per quanto non vogliamo ammetterlo,essa non potrebbe esistere senza il dolore e la malinconia.
Paradossalmente è sempre un’illusione;si è felici quando tutto ciò che ci angoscia sparisce o si affievolisce,così come la tristezza è alimentata quando tutto ciò che ci fa star bene si allontana da noi…..
La storia delle tre sorelle,Agnese,Karin e Maria è una discesa verso l’inferno…un’incubo che ha inizio dopo che la loro serenità(o apparente serenità in un mondo fittizio d’alta borghesia) viene a mancare a causa della terribile malattia che un giorno colpirà la sventurata Agnese….
Tuttavia il vero dramma non sta nella malattia di quest’ultima,essa è solo l’incipit,ma nelle conseguenze che ne nasceranno…
Una crepa può rovinare irrimediabilmente un bellissimo vaso di ceramica;da quella crepa,per quanto piccola,il valore del vaso viene a mancare….
Non è solo Agnese ad essere colpita dalla malattia,ma tutte e tre le sorelle…
Karin diventa l’immagine sputata della freddezza;reprime i suoi sentimenti fino al midollo…la sua paura è famelica,la divora viva,e pur di non soffrire o di non accettare la terribile realtà che gli si pone davanti,decide di diventare un’automa autoritario,quasi inscalfibile,ma estremamente debole….il più debole,che si appoggia solo alla forza del suo ceto sociale….la più malata di tutte è senz’altro lei….
Poi abbiamo una Maria più sincera,che cerca invano di non perdere la sua umanità,la sua felicità…che cerca di affrontare il terribile dramma della loro vita con equilibrio e razionalita…che cerca di non rinunciare ai piaceri o ai peccati della vita;ma quella di Maria è una patetica maschera che non può ingannare chi gli sta vicino.
Se si decide di continuare a vivere i propri sentimenti,non si può egoisticamente credere di assaporarne solo quelli positivi.
Così tutta l’illusione in cui essa vive viene a crollare nel momento che la sofferenza e la morte le sfiorano il viso o gli sussurrano nell’orecchio….
Agnese è colei che vive la sofferenza fisica più atroce,ma è anche colei che non ha perso se stessa.
La sua malattia gli permette di continuare a ricercare l’affetto delle sue sorelle;un affetto che ormai è offuscato dall’incredibile farsa che le mantiene in vita e non le fa impazzire.
Solo la badante Anna riuscirà a darle ancora un briciolo di amore;la badante Anna,che non avendo più una figlia a cui donare il suo seno,dimostra ancora la sua umanità ed umiltà nel modo più sincero….
Ho letto alcuni commenti,notando che molti sono stati colpiti dall’angoscia e dallo sconforto…
Io ci ho visto solo freddezza e indifferenza…ma il mio sguardo era sempre rivolto ad Anna….
L’evidente omaggio di Bergman a Michelangelo
Gli Oscar del 1975
Dorothy Chandler Pavilion,Los Angeles,8 aprile 1975.
Si assegnano gli Oscar cinematografici relativi alla stagione 1974
La serata è presentata da quattro grandi personaggi di Hollywood,ovvero il cantante ( e attore) Frank Sinatra, Shirley McLaine,Sammy Davis Jr.e Bob Hope.
Sono due i film che promettono grande battaglia per i premi più ambiti: si tratta di Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola, sequel del celebre Padrino e di Chinatown, splendido noir di Roman Polanski.
Entrambi i film partono con 11 nomination a testa, mentre tra gli outsider, che appaiono favoriti per i premi minori, ci sono L’inferno di cristallo di John Guillermin e Irwin Allen che comunque ha ben 8 nomination e Assassinio sull’Orient Express di sidney Lumet che si presenta con 6 nomination.
Per il premio al miglior film sono in 5 a contendersi l’Oscar, ovvero:Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II), regia di Francis Ford Coppola,Chinatown (Chinatown), regia di Roman Polanski,La conversazione (The Conversation), regia di Francis Ford Coppola,Lenny (Lenny), regia di Bob Fosse e L’inferno di cristallo (The Towering Inferno), regia di John Guillermin.
Il Dorothy Chandler Pavilion, sede della premiazione per gli Oscar 1975
A spuntarla è il film di Coppola, che vince anche come miglior regia, bruciando sia Polanski sia lo stupendo Effetto notte di Truffaut oltre a Fosse che presentava Lenny e John Cassavets con Una moglie.
Se il film di Polanski, accreditato di 11 nomination sembra destinato a prendersi la rivincita almeno nelle categorie attori, ecco che arriva la prima, grande sorpresa: come miglior attore protagonista viene premiato Art Carney interprete di Harry e Tonto di Paul Mazurski che la spunta su un trio di grandissimi ovvero Dustin Hoffman protagonista di Lenny,Jack Nicholson protagonista di Chinatown e Al Pacino interprete di Il padrino – Parte II.
Identica sorpresa per la miglior attrice protagonista: a vincere è Ellen Burstyn per Alice non abita più qui (Alice Doesn’t Live Here Anymore) di Martin Scorsese che batte ancora una volta l’attrice protagonista di Chinatown, Faye Dunaway.
Il miglior attore non protagonista è Robert De Niro, interprete del Padrino parte II mentre miglior attrice non protagonista è una grande star di Hollywood, Ingrid Bergman che così ai due Oscar da protagonista del 1945 e del 1957 conquista a sessant’anni l’ambita statuetta.
Per l’Italia è una serata importante:Federico Fellini, con il suo poetico Amarcord vince l’Oscar come miglior film straniero,battendo il suo rivale più pericoloso, Cognome e nome: Lacombe Lucien (Lacombe Lucien), regia di Louis Malle, film splendido e drammatico.
Il trionfo italiano è completato dall’Oscar come miglior colonna sonora drammatica che va a Nino Rota e Carmine Coppola per Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Alla fine è amarissimo il bilancio per Chinatown;il bellissimo film di Polanski su 11 nomination porta a casa solo l’Oscar come migliore sceneggiatura originale a Robert Towne.Il film si rivarrà ai Golden Globe (4 su 7 nomination), ai BAFTA (3 su 9).Il film verrà inserito tra i primi cento film più belli di tutti i tempi prodotti in America.
Miglior film
Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II), regia di Francis Ford Coppola

Chinatown (Chinatown), regia di Roman Polanski

La conversazione (The Conversation), regia di Francis Ford Coppola

Lenny (Lenny), regia di Bob Fosse

L’inferno di cristallo (The Towering Inferno), regia di John Guillermin
Miglior regia
Francis Ford Coppola – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)

Roman Polanski – Chinatown (Chinatown)

François Truffaut – Effetto notte (La nuit américaine)

John Cassavetes – Una moglie (A Woman Under the Influence)
Miglior attore protagonista
Art Carney – Harry e Tonto (Harry and Tonto)

Albert Finney – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)

Dustin Hoffman – Lenny (Lenny)

Jack Nicholson – Chinatown (Chinatown)

Al Pacino – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Migliore attrice protagonista
Ellen Burstyn – Alice non abita più qui (Alice Doesn’t Live Here Anymore)

Diahann Carroll – Claudine (Claudine)

Faye Dunaway – Chinatown (Chinatown)

Valerie Perrine – Lenny (Lenny)

Gena Rowlands – Una moglie (A Woman Under the Influence)
Miglior attore non protagonista
Robert De Niro – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)

Fred Astaire – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)

Jeff Bridges – Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)

Michael V. Gazzo – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)

Lee Strasberg – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Migliore attrice non protagonista
Ingrid Bergman – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)

Valentina Cortese – Effetto notte (La nuit américaine)

Madeline Kahn – Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles)

Diane Ladd – Alice non abita più qui (Alice Doesn’t Live Here Anymore)

Talia Shire – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Miglior sceneggiatura originale
Robert Towne – Chinatown (Chinatown)
Robert Getchell – Alice non abita più qui (Alice Doesn’t Live Here Anymore)
Francis Ford Coppola – La conversazione (The Conversation)
Paul Mazursky e Josh Greenfeld – Harry e Tonto (Harry and Tonto)
François Truffaut, Jean-Louis Richard e Suzanne Schiffman – Effetto notte (La nuit américaine)
Miglior sceneggiatura non originale
Francis Ford Coppola e Mario Puzo – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Mordecai Richler e Lionel Chetwynd – Soldi ad ogni costo (The Apprenticeship of Duddy Kravitz)
Julian Barry – Lenny (Lenny)
Paul Dehn – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)
Gene Wilder e Mel Brooks – Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
Miglior film straniero
Amarcord, regia di Federico Fellini (Italia)
Cognome e nome: Lacombe Lucien (Lacombe Lucien), regia di Louis Malle (Francia)
Giochi di gatti (Macskajáték), regia di Károly Makk (Ungheria)
Il settimo flagello (Potop), regia di Jerzy Hoffman (Polonia)
La tregua (La tregua), regia di Sergio Renan (Argentina)
Miglior fotografia
Fred Koenekamp e Joseph Biroc – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
John A. Alonzo – Chinatown (Chinatown)
Philip Lathrop – Terremoto (Earthquake)
Robert Surtees – Lenny (Lenny)
Geoffrey Unsworth – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)
Miglior montaggio
Harold F. Kress e Carl Kress – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
John C. Howard e Danford Greene – Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles)
Sam O’Steen – Chinatown (Chinatown)
Dorothy Spencer – Terremoto (Earthquake)
Michael Luciano – Quella sporca ultima meta (The Longest Yard)
Miglior scenografia
Dean Tavoularis, Angelo Graham e George R. Nelson – Il padrino – Parte II
Richard Sylbert, W. Stewart Campbell e Ruby Levitt – Chinatown (Chinatown)
Peter Ellenshaw, John B. Mansbridge, Walter Tyler, Al Roelofs e Hal Gausman – L’isola sul tetto del mondo (The Island at the Top of the World)
Alexander Golitzen, E. Preston Ames e Frank McKelvy – Terremoto (Earthquake)
William Creber, Ward Preston e Raphael Bretton – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
Migliori costumi
Theoni V. Aldredge – Il grande Gatsby (The Great Gatsby)
Anthea Sylbert – Chinatown (Chinatown)
John Furness – Daisy Miller (Daisy Miller)
Theadora Van Runkle – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
Tony Walton – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)
Migliore colonna sonora
Originale drammatica
Nino Rota e Carmine Coppola – Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II)
John Williams – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
Richard Rodney Bennett – Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)
Jerry Goldsmith – Chinatown (Chinatown)
Alex North – Shanks (Shanks)
Adattamento con canzoni originali
Nelson Riddle – Il grande Gatsby (The Great Gatsby)
Alan Jay Lerner, Frederick Loewe, Angela Morley e Douglas Gamley – Il piccolo principe (The Little Prince)
Paul Williams e George Aliceson Tipton – Il fantasma del palcoscenico (Phantom of the Paradise)
Miglior canzone
We May Never Love Like This Again, musica e testo di Al Kasha e Joel Hirschhorn – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
I Feel Love, musica di Euel Box, testo di Betty Box – Beniamino (Benji)
Blazing Saddles, musica di John Morris, testo di Mel Brooks – Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles)
Little Prince, musica di Frederick Loewe, testo di Alan Jay Lerner – Il piccolo principe (The Little Prince)
Wherever Love Takes Me, musica di Elmer Bernstein, testo di Don Black – Il segno del potere (Gold)
Miglior sonoro
Ronald Pierce e Melvin Metcalfe Sr. – Terremoto (Earthquake)
Bud Grenzbach e Lawrence O. Jost – Chinatown (Chinatown)
Walter Murch e Arthur Rochester – La conversazione (The Conversation)
Theodore Soderberg e Herman Lewis – L’inferno di cristallo (The Towering Inferno)
Richard Portman e Gene Cantamessa – Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
Miglior documentario
Hearts and Minds (Hearts and Minds), regia di Peter Davis
Antonia: A Portrait of the Woman (Antonia: A Portrait of the Woman), regia di Jill Godmilow
The Challenge…A Tribute to Modern Art (The Challenge…A Tribute to Modern Art), regia di Herbert Kline
The 81st Blow (Ha-Makah Hashmonim V’Echad), regia di David Bergman e Jacques Ehrlich
The Wild and the Brave (The Wild and the Brave), regia di Eugene S. Jones
Miglior cortometraggio
One-Eyed Men Are Kings (Les …borgnes sont rois), regia di Michel Leroy e Edmond Séchan
Climb (Climb), regia di Dewitt Jones
The Concert (The Concert), regia di Claude Chagrin
Planet Ocean (Planet Ocean), regia di George V. Casey
The Violin (The Violin), regia di Andrew Welsh e George Pastic
Miglior cortometraggio documentario
Don’t (Don’t), regia di Robin Lehman
City out of Wilderness (City out of Wilderness), regia di Francis Thompson
Exploratorium (Exploratorium), regia di Jon Boorstin
John Muir’s High Sierra (John Muir’s High Sierra), regia di Dewitt Jones e Lesley Foster
Naked Yoga (Naked Yoga), regia di Paul Corsden
Miglior cortometraggio d’animazione
Closed Mondays (Closed Mondays), regia di Bob Gardiner e Will Vinton
The Family That Dwelt Apart (The Family That Dwelt Apart), regia di Yvon Malette
Hunger (Hunger), regia di Peter Foldes
Voyage to Next (Voyage to Next), regia di Faith Hubley e John Hubley
Winnie the Pooh and Tigger Too (Winnie the Pooh and Tigger Too), regia di John Lounsbery
Premio Special Achievement
Frank Brendel, Glen Robinson e Albert Whitlock – Terremoto (Earthquake) – Effetti visivi
Premio alla carriera
Howard Hawks
Jean Renoir
Art Carney, Oscar 1995 come miglior attore protagonista (qui con Glenda Jackson)
Francis Ford Coppola, Oscar come miglior film e miglior regia
Gray Frederickson,Francis Ford Coppola,Fred Roos e Carmine Coppola
Ingrid Bergman, Oscar come miglior attrice non protagonista
Jack Lemmon annuncia le nomination per la miglior attrice protagonista
Martin Scorsese ritira il premio per Ellen Burstyn,miglior attrice protagonista
Tatum e Ryan O’Neal annunciano le nomination per il miglior attore non protagonista


































































































































































































































































































































