La cugina

Sin da bambini, i cugini Agata e Enzo hanno sentito una forte attrazione reciproca, culminata in sottili giochi al limite dell’erotismo e conditi da una malizia tutta infantile. Crescendo i due cugini hanno continuato a vedersi, mantenendo viva l’attrazione fra loro sempre in bilico tra l’innocenza e la malizia.
Enzo, iscritto all’università, trascura gli studi preferendo dedicarsi alla sua passione primaria,le donne, mentre Agata che è diventata una splendida ragazza è alla ricerca di un marito.
Lo scopo di Agata si concretizza quando conosce un barone ricco di titoli e soldi, che garantiscono all’ambiziosa ragazza di fare la bella vita sognata; quando il matrimonio è consumato, ecco che Agata, che aveva sempre resistito alla corte del cugino, all’improvviso si abbandona e si concede a Enzo….

Christian De Sica

Stefania Casini
Aldo Lado reduce dal grande successo di La corta notte delle bambole di vetro e di Chi l’ha vista morire? e subito dopo il parziale successo di Sepolta viva abbandona il thriller e il feuilleton per girare una commedia a smaccato sfondo erotico, tratta da un romanzo di Ercole Patti.
L’ambiente è quello classico siciliano, ancora una volta visto come territorio di mollezze, di agi e popolato da sfaccendati assatanati di sesso.
Lado non fa eccezione alla triste regola che vede la stragrande maggioranza dei registi usare stereotipi triti e ritriti che ritraggono una Sicilia patriarcale e feudale, in cui as usual nobili e borghesi si dilettano con le sottane salvo poi pretendere la castità e la verginità dalle future spose.

Francesca Romana Coluzzi
Emblematico a tal pro il dialogo tra i neo sposi, il barone e Agata: “Era indispensabile che io fossi vergine?” chiede Agata al marito, ricevendo la tradizionale risposta “E come no?”
E’ uno dei tanti dialoghi che costellano il film e che mostrano come Lado sia rimasto imbrigliato nei luoghi comuni; a sua scusante c’è la necessità di rispettare la sceneggiatura tratta dal libro e a Lado stesso va riconosciuto il merito di non aver calcato la mano sull’aspetto erotico della vicenda, che invece il libro di Ercoli predilige.
La nipote è un film senza infamia e senza lode, giocato quasi tutto sulle vicende parallele del gruppo di scioperati amici di Enzo impegnati a cercare di sedurre donne in quantità e parallelamente sulle vicende di Enzo e Agata che si attraggono, si sfuggono e alla fine si congiungono carnalmente coronando il sogno nascosto che appare evidente fin dalle prime battute del film.

In mezzo una serie di siparietti di vita siciliana, quella naturalmente dei borghesi e dei ricchi fra banchetti, partite a carte e ricevimenti in lussuose ville.
L’unico vero punto di forza del film, abbarbicato su una sceneggiatura che vedrà decine di repliche dello stanco copione del gallo siciliano sfaccendato e puttaniere, è il cast di ottimi attori assemblato per dare vigore ad un film che altrimenti molto difficilmente sarebbe uscito dall’anonimato.

Dayle Haddon
Agata è interpretata dalla bella modella Dayle Haddon, sicuramente sexy e affascinante anche se davvero poco siciliana mentre Enzo è interpretato da Massimo Ranieri che ancora una volta fa il suo egregiamente.
Ma è nel gruppo di caratteristi che ritroviamo alcune perle, come la presenza di Laura Betti nel ruolo di Rosalia Scuderi, madre del barone a cui fa ancora il bagno, Christian De Sica (sovrappeso e flaccido) nel ruolo del futuro becco Barone Scuderi, di Stefania Casini in quello di Lisa Scuderi sorella un tantino sporcacciona del Barone, di Francesca Romana Coluzzi nella parte della moglie di un onorevole che cornifica in continuazione e con piacere, sopratutto con la combriccola degli amici di Enzo.
La cugina è quindi un film senza particolari meriti ma anche senza particolari demeriti; una commedia innocua che però non annoia e riesce a suscitare qualche interesse sopratutto nella parte centrale del film.
Siamo lontani anni luce dal Gattopardo di Visconti che aveva dalla sua anche un grande romanzo, l’omonimo scritto da Tomasi di Lampedusa, che aveva fatto un ritratto al vetriolo della decadente Sicilia di fine secolo e altrettanto lontani dall’ottimo Paolo il caldo di Vicario, anch’esso tratto da un romanzo bellissimo e sottilmente crudele, quello di Brancati.
Lado si arrangia con il soggetto che trova, con l’unica colpa di non aver saputo resistere all’uso di una certa volgarità di linguaggio e se vogliamo di situazioni.



Un film che definirei minore nella filmografia del regista di Fiume, che l’anno successivo però tornerà al cinema che conosce meglio, quello a metà strada tra il thriller e l’horror, sfornando quel piccolo gioiello che sarà L’ultimo treno della notte.
Da segnalare anche le musiche discrete del grande Morricone.
La cugina
Un film di Aldo Lado. Con Christian De Sica, Stefania Casini, Massimo Ranieri, Dayle Haddon,Jole Fierro, Stefano Oppedisano, Laura Betti, Luigi Casellato, Loredana Martinez, José Quaglio, Cristina Airoldi Commedia, durata 95′ min. – Italia 1974.










Massimo Ranieri … Enzo
Dayle Haddon … Agata
Conchita Airoldi … La cameriera
Laura Betti … Rosalia Scuderi
Luigi Casellato … Peppino
Stefania Casini … Lisa Scuderi
Francesca Romana Coluzzi … Moglie dell’onorevole
Christian De Sica … Ninì Scuderi
Loredana Martínez … Giovannella
Stefano Oppedisano … Ugo
José Quaglio … Fragalà

Regia Aldo Lado
Soggetto Ercole Patti dal suo romanzo omonimo
Sceneggiatura Luisa Montagnana, Massimo Franciosa
Produttore Felice Testa Gay
Produttore esecutivo Bruno Frasca
Casa di produzione Testa Gay Cinematografica, Unidis
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Alberto Galletti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Elio Balletti
Costumi Fabrizio Caracciolo
Citazioni dal romanzo:
“Agata,a cui Ninì continuava a non piacere nemmeno un pochino, mise la mano sulla sua dicendo
anche tu mi piaci,cosciente di mentire solo per il gusto di farlo innamorare”
“…solo Enzo rimase tutta la vita in attesa, come un ragazzo”
Hollywood Babylon

Un film/documentario dal titolo eloquente, Hollywood Babylon ovvero Hollywood Babilonia, che riprende fedelmente sia il titolo del romanzo omonimo di Kenneth Anger del 1958 che la trama del libro stesso.
Una pellicola che descrive la Hollywood dei primi anni di vita attraverso le vicende personali di molti attori che ebbero fama e gloria dalla Mecca della celluloide, ma che ebbero anche la vita distrutta dagli eccessi legati all’improvvisa fama e ricchezza che la matrigna Hollywood dispensò con spropositata magnanimità.
Sono gli albori del cinema; i film sono rigorosamente in bianco e nero e ovviamente muti e le star che popolano questo mondo affascinante e luccicante si chiamano Buster Keaton o Charlie Chaplin solo per citare i famosissimi o anche Olive Thomas e Roscoe “fatty” Arbuckle.

Attraverso il documentario ci avventuriamo in un mondo che dietro la scintillante opulenza e la fama che distribuisce a larghe mani, nasconde un sotto bosco fatto di eccessi di droga e alcool, perversioni sessuali e altro.
Il film ovviamente privilegia l’aspetto scabroso delle varie storie e inserisce fra le varie vicende dei protagonisti che occuparono per mesi le prime pagine dei giornali americani, scenette tratte dai film interpretati dagli stessi protagonisti.
Le vicende private sono invece girate con attori professionisti, che in qualche modo ricordano anche nelle fattezze del corpo i personaggi a cui si ispirano.
Cosi l’attore che interpreta Arbuckle ha praticamente la stessa stazza del bravissimo e sventurato idolo degli anni 20 e lo stesso si può dire per gli altri interpreti.


Viene privilegiata la parte morbosa delle varie storie, con una mole impressionante di nudi intervallati da vignette o sketch dell’epoca; alcune storie vengono proposte con nome e cognome dei protagonisti, altre invece ammiccano molto esplicitamente senza tuttavia rendere pubblici i nomi dei protagonisti.
Il grande regista Von Stronheim (interpretato da un attore che rende immediatamente riconoscibile lo stesso) viene visto come un pornografo, Marlene Dietrich (che all’uscita del libro era viva e vegeta) come una lesbica depravata sorpresa in atteggiamenti intimi con Maria Arnold, Charlie Chaplin viene visto attraverso il resoconto della relazione scandalosa a tre con William Randolph Hearst, Marion Davies e lo stesso leggendario interprete di Charlot.
Lo stesso Chaplin (non menzionato esplicitamente) è descritto come “sessualmente dotatissimo”, mentre di William Randolph Hearst viene raccontato anche l’episodio di cronaca che lo vide coinvolto in un episodio di cronaca nera, la morte del produttore Thomas Ince avvenuta a bordo della sua barca.

Sia il regista del film, Van Guylder, sia lo scrittore Anger adombrano il sospetto di un gigantesco insabbiamento delle vere cause della morte di Ince, naturalmente nascondendo con cura ogni riferimento all’editore miliardario.
Viceversa, il caso della sventurata Olive Thomas è trattato apertamente.
Lo scandalo che seguì alla morte dell’attrice ventiseienne fu un autentico ceffone per la morale ben pensante americana.
Olive, che aveva sposato Jack Pickford, attore fratello della fidanzata d’America Mary Pickford, morì per una dose letale di farmaci dopo aver passato una notte di baldorie con il marito.
All’epoca dei fatti si parlò di dipendenza da parte della coppia da droghe e alcool e sì adombrò il sospetto che l’attrice fosse morta per un’overdose.

Nello stesso modo viene trattata la vicenda di Roscoe “fatty” Arbuckle, la stella del muto famosa per le sue dimensioni corporali e per la simpatia che ispirava il suo personaggio goffo e gioviale.
L’attore venne travolto dallo scandalo seguito alla morte dell’attricetta Virginia Rappe, trovata morta all’interno di una camera d’albergo in cui l’attore aveva organizzato una festa.
La donna morì di peritonite, come venne accertato dal medico legale, ma numerose illazioni attribuirono la morte di Virginia ad un gioco erotico fatto con l’attore, che le avrebbe inserito nelle parti intime una bottiglia di champagne, cosa che le avrebbe provocato ferite mortali.

Arbuckle venne sottoposto a tre gradi di giudizio e definitivamente assolto dall’infamante accusa, ma ne ebbe la carriera stroncata tanto che, nonostante l’aiuto dell’unico amico rimastogli, Buster Keaton, rimase ai margini di Hollywood fino a morire di crepacuore ad appena 47 anni.
Chiunque voglia approfondire l’argomento, può leggere l’articolo che ho scritto sul caso Arbuckle a questo indirizzo : http://paultemplar.wordpress.com/2008/11/11/fatty-roscoe-arbuckleuno-scandalo-a-hollywood/
Nel documentario non se la cava bene nemmeno lo sceicco bianco, il leggendario Rodolfo Valentino che viene visto come un voyeur quasi impotente.

Anche se non menzionato esplicitamente, esce con le ossa rotte dal film il leggendario interprete di Charlot, Charlie Chaplin; nella parte dedicata a lui viene in pratica additato al pubblico ludibrio per la relazione scandalosa con Mildred Harris, che aveva 17 anni quando i due ebbero un’intensa relazione. Il film racconta dello scandalo evitato solo per il matrimonio riparatore a cui il grande attore venne costretto, principalmente perchè la donna rimase incinta. Chaplin era sulla cresta dell’onda e uno scandalo avrebbe potuto significare la fine della sua carriera.


Chaplin esce con le ossa rotte dal racconto di Anger; l’attore è visto come un depravato che costringe la giovane moglie ad assistere a rapporti sessuali con altre donne, oppure a farle praticare contro voglia sesso orale.
In pratica Hollywood Babylon è una specie di pamphlet in cui confluiscono tutti i vizi privati (divenuti poi pubblici) della Mecca del cinema; in fondo non c’è molta differenza tra il libro e quindi il film e un moderno settimanale scandalistico di gossip.

Se il dorato mondo della celluloide viene visto come luogo di perdizione, in cui i valori morali valgono zero, i protagonisti più acclamati dell’epoca sono osservati al microscopio come degli insetti.
Sono dei depravati, tossicomani ed alcolizzati, pronti a tuffarsi in orge e a bere fiumi di alcolici, stupratori e profittatori (il famoso sofà delle dive), deboli e pavidi e al tempo stesso schiavi di vizi innominabili.
Hollywood esce con le ossa rotte da questa narrazione, che risparmia ben poco dei miti dell’epoca d’oro del muto.
Veniamo al film.
Tutto è trattato con leggerezza sospetta e sopratutto con una mega esposizione della parte più pruriginosa, il sesso.
Il film non fa del moralismo, ma fa semplicemente dello scandalo la sua bandiera, esponendo al pubblico disprezzo overdose di donne nude colte in atteggiamenti espliciti con i vari protagonisti degli scandali.


Nel caso di Olive Thomas vediamo il cameriere dell’hotel dove l’attrice soggiornava con il marito rinvenire il corpo senza vita della donna; il cameriere ovviamente scopre che l’attrice, sotto la vestaglia, è completamente nuda e così la lascia fino all’arrivo della polizia.
Arbuckle consuma la violenza sulla Rappe con una bottiglia e poco importa che la cosa non fosse vera: basta semplicemente il sospetto e poichè l’attore è morto da tempo ecco che viene mostrato come un depravato senza freni.
Film pruriginoso quindi, in cui confluiscono sesso a gogò e depravazioni sessuali illustrate però con una certa ricercatezza; non si arriva mai all’esplicito, anche se purtroppo non posso dire se nella versione originale questi particolari fossero presenti.
Il film infatti non mi risulta sia mai stato riversato integralmente in dvd, mentre la stessa versione del film in italiano è praticamente introvabile.
Teniamo conto che il film stesso uscì nelle sale italiane nel 1972 e la presenza massiccia di nudi ed atti sessuali sicuramente non passò inosservata alla vista dei censori.

La recitazione degli attori è pressochè totalmente corporale, per cui è inutile rimarcare qualche personaggio meglio interpretato.
In ultima analisi, Hollywood Babylon è un film per voyeur morbosi o per cultori dello scandalo e del gossip.

Hollywood Babylon, di Van Guylder, con Roger Gentry,Myron Griffin,Uschi Digard,Marland Proctor,Maria Arnold,Jane Allyson Documentario,Usa 1972





Roger Gentry …Big Daddy / Bartender
Myron Griffin … Charlie Chaplin
Uschi Digard … Donna al Party / Marlene Dietrich
Marland Proctor … Wally Reid
Maria Arnold …Donna al Party /Ragazzahe partecipa all’orgia
Jane Allyson ..Ragazza al party di Arbuckle’s
Nora Wieternik … Ragazza al party
Suzanne Fields …Ragazza al party / Mildred Harris /

Regia: Van Guylder
Sceneggiatura: L.K. Farbella
Romanzo: Kenneth Anger
Produzione: L.K. Farbel,Roger Gentry,Van Guylder,Marvin Miller
Musica: Allan Alper
Montaggio: Henning Schellerup


Il libro omonimo di Angers

Wally Reid

Charlie Chaplin

L’attore Roscoe Arbuckle

Rodolfo Valentino


Due foto della grande attrice del muto Theda Bara

Gli studi della Universal…

… quelli della Paramount…

… e quelli della MGM



Una donna tutta sola

Erika è una quarantenne che vive una realtà fatta di un matrimonio all’apparenza solido con Martin e di una figlia sedicenne, Patty, dal carattere ribelle e alieno da compromessi.
La realtà di Erika è anche una vita vissuta in funzione del marito e del matrimonio, che sembra procedere tranquillamente dopo diciassette anni di vita in comune.
Un giorno però suo marito Martin le confessa, non senza imbarazzo, di essersi innamorato della più giovane Macha.
Tutte le certezze di Erika vanno in pezzi, la donna tranquilla ed equilibrata senza complessi e anche affascinante si ritrova quindi a interrogarsi su se stessa e sui perchè di una relazione fallita così all’improvviso.

Jill Clayburgh
Il conforto delle amiche o il dialogo molto difficile con la ribelle Patty non la aiutano più di tanto, così come non appare sufficiente quello che fanno per lei le inseparabili Sue, Elaine e Jeannette.
A consigliarle di ritagliarsi un nuovo modo di vivere, di uscire dal guscio e di cercare nuovi stimoli è la sua psicologa e analista Tanya; la donna le consiglia di cercare nuove amicizie maschili, di riallacciare contatti con un mondo che in pratica ha conosciuto solo marginalmente, impegnata com’era nel menage matrimoniale con Martin.

Alan Bates
Poco convinta, Erika segue il consiglio della psicologa, ma il primo contatto, quello con Charlie si rivela fallimentare; l’uomo infatti dietro la sua brillantezza e raffinatezza nasconde solo un grande egoismo e una superficialità disarmante. E’ più fortunata con l’incontro successivo, quello con l’artista Saul, di stampo ben diverso dall’egoista Charlie.
Il rapporto tra i due sembra diventare un punto fermo per Erika, che si convince di aver fatto la scelta giusta e presenta il suo nuovo compagno alla figlia.
Ma nel frattempo Martin, abbandonato dalla giovane amante, le chiede di tornare con lui; a questo punto Erika si rende conto di aver vissuto troppo la sua esistenza in funzione del marito o di un altro compagno e rifiuta sia di tornare con Martin sia di vivere con Saul,


accorgendosi che la propria realizzazione come donna può avvenire anche da sola.
Una donna tutta sola, diretto da Paul Mazursky nel 1977 è una commedia brillante e amarognola di sicuro spessore; godibilissima grazie a dei dialoghi raffinati, affronta diversi temi anche se evita di scavare a fondo in essi.
Il matrimonio, la realizzazione di una donna fuori da esso, l’abitudine tutta americana di cercare nell’analisi psicologica la soluzione ai propri problemi, un pizzico di femminismo al vetriolo, il difficile rapporto madre-figlia sono i temi portanti della storia portata sullo schermo da Mazursky, regista davvero raffinato e abile nel descrivere storie all’apparenza semplice con protagonisti normali quelli che tutti i giorni vivono esistenze all’apparenza banali nel cuore delle grandi città americane.


Il regista di Bob & Carol & Ted & Alice e di Stop a Greenwich Village dipinge un ritratto di donna molto efficace; Erika è una donna qualsiasi che sboccia come una farfalla dalla crisalide nell’istante esatto in cui vede andare in pezzi uno dei punti fermi della sua vita, il matrimonio.
Quando Erika, attraverso le esperienze che farà realizzerà di essere in grado di ragionare da sola, di non essere obbligata ad appoggiarsi ad un uomo ma anzi, di poter scegliere lei come gestire un rapporto di coppia che sia duraturo o di una sola notte, quando Erika dicevo farà tesoro di queste esperienze capirà di potersi scegliere il proprio destino e il proprio cammino.

Il rifiuto di tornare con Martin e quello opposto alle richieste di Saul sanciscono la definitiva presa di coscienza della donna, che si è resa conto di poter gestire la propria vita indipendentemente dalla presenza di un uomo al suo fianco; un discorso femminista e femminile, di una persona che rivendica con orgoglio la gestione della propria vita.
Mazursky usa la sua sottile ironia in diversi passaggi del film, aiutato in questo dalla straordinaria performance di Jill Clayburgh, una delle attrici più eleganti di Hollywood, scomparsa purtroppo 2 anni fa per le conseguenze di una leucemia che ha segnato la sua vita negli ultimi vent’anni.
L’interpretazione della Clayburgh è misurata, ironica e mai sopra le righe; grazie a questa parte Jill vinse il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes.

Una donna tutta sola ebbe ottime recensioni e lusinghiere candidature a premi importanti; vanno ricordate le tre nomination agli Oscar per Paul Mazursky e Anthony Ray nella categoria miglior film, quella per Jill Clayburgh come miglior attrice protagonista e sempre per Mazursky la nomination per la miglior sceneggiatura originale.

Michael Murphy
Inaspettatamente, nonostante ben 5 nomination anche ai Golden Globe l’unico premio vinto dal film fu quello già citato per Jill Clayburgh a Cannes.
Un film davvero simpatico, una commedia gradevole che si segue con interesse, dai rtimi non eccelsi ma capace di affascinare lo spettatore attraverso le vicende personali di una donna che, come recita il titolo del film, è tutta sola ma che alla fine sarà felice di esserlo.
Una donna tutta sola
Un film di Paul Mazursky. Con Michael Murphy, Jill Clayburgh, Alan Bates, Cliff Gorman Titolo originale An Unmarried Woman. Commedia, durata 124′ min. – USA 1977.










Jill Clayburgh … Erica
Alan Bates … Saul
Michael Murphy … Martin
Cliff Gorman … Charlie
Patricia Quinn … Sue
Kelly Bishop … Elaine
Lisa Lucas … Patti
Linda Miller … Jeannette
Andrew Duncan … Bob
Daniel Seltzer … Dr. Jacobs
Matthew Arkin … Phil
Penelope Russianoff … Tanya
Novella Nelson … Jean
Raymond J. Barry … Edward
Ivan Karp … Herb Rowan

Produzione: Paul Mazursky
Regia Paul Mazursky
Fotografia Arthur J. Ornitz
Montaggio Stuart H. Pappé
Musiche Bill Conti Johnny Green E.Y. Harburg
Scenografie Pato Guzman
Costumi Albert Wolsky




Grazie
Cosa aggiungere? Grazie a tutti per la costanza con cui seguite il mio blog; 3.000.000 di visitatori sono davvero tanti, sono però anche un punto di partenza, uno stimolo a fare sempre meglio.
Ancora grazie
Paul Templar
Diario di un vizio
Benito è un uomo qualsiasi.
Lo si potrebbe definire un mediocre o un anonimo appartenente alla massa.
Non ha particolari doti, è un’ombra che si muove nella società praticamente senza essere visto e senza in fondo voler attirare su di se l’attenzione.
Vive come uno zingaro, occupando squallide camere di pensioni di terz’ordine e aggirandosi per la città con i detersivi che cerca di vendere.
L’unico suo interesse sembra essere l’altro sesso unitamente all’abitudine di scrivere meticolosamente tutto ciò che accade in un diario, non mancando di elencare anche i particolari più insignificanti.
Forse una cosa c’è, che occupa i suoi pensieri anche se marginalmente; la sua relazione instabile con Luigia.
La ragazza ha un carattere balzano e sessualmente instabile: dice di volergli bene ma lo tradisce spudoratamente.
Così la vita di Benito finisce per diventare un andirivieni di facce anonime, di amanti e di annotazioni sul diario al quale aggiunge ritagli di giornale, fino al giorno in cui misteriosamente scompare.
Lugubre e malinconico, Diario di un vizio è il penultimo film di Marco Ferreri prima del suo testamento cinematografico, Nitrato d’argento.
Diretto nel 1993, questo film è forse quello di Ferreri di più difficile lettura, il più enigmatico e probabilmente anche il più concettuale.

Il personaggio principale, il nomade Benito, si aggira in una Roma sordida ed estraneante che assomiglia ad una città marziana tanto è lontana da un’umanità viva e pulsante.
E’ un erotomane che annota anche questo, sul suo diario, che rappresenta l’ultimo legame con una quotidianità che l’uomo respinge in toto.
Odia il suo lavoro e si vede, ama solo il sesso e vive e si muove in un mondo che sembra fetido come le sue bizzarre abitudini.
Un universo popolato da figure meschine o disarmoniche, in cui la solitudine di Benito, testimoniata dall’impossibilità di stabilire un contatto umano si fa assoluta e totalizzante.
Benito è solo ma anche se fosse in compagnia probabilmente vivrebbe nel modo in cui vive; è un mediocre e come tale non ha nessuna ambizione fatte salve quelle corporali.
E’ il sesso il suo chiodo, quindi il suo assoluto è l’esprimersi attraverso l’eros inteso anche come bisogno primordiale e animalesco.
Attraversa la vita quasi come un ectoplasma chiuso in se stesso, affetto da questa mania da grafomane per la quale arriva a scrivere tutto ciò che gli accade, che sia un’avventura a sfondo sessuale piuttosto che la sua temperatura corporea o le sue pulsazioni cardiache.
Uno sconfitto oppure semplicemente uno qualsiasi o ancora la mediocrità eletta a virtù e quindi estensibile a buona parte dell’umanità se non all’umanità intera?
Ferreri gioca con questa ambiguità arrivando così a destrutturare il film e a renderlo simile ad un puzzle in cui ogni tassello invece di portare ad un quadro d’assieme porta ad un risultato finale che non vedrà mai il puzzle ricomposto ma solo le migliaia di pezzi non collocabili in nessun modo.
Sabrina Ferilli
Diario di un vizio è qualcosa di diverso da un film e per certi versi assomiglia ad una piece teatrale del teatro dell’assurdo.
Non fosse per lo sfondo cittadino così alienante ma presente, lo si potrebbe sostituire con un fondale e il risultato sarebbe lo stesso; in fondo quel che conta è Benito con la sua ossessione.
Anche l’unico personaggio se vogliamo “animato” che si muove sullo stesso piano logico, ovvero l’incostante e fedifraga Luigia non ha una funzione vitale nell’esistenza di Benito visto che è totalmente inaffidabile.
Jerry Cala
Il legame del protagonista con la donna è un continuo tiramolla che lascia Benito privo di un punto di riferimento che non sia quello effimero del rapporto carnale; Luigia lo tradisce spudoratamente e in fondo anche lu non fa niente di diverso che quello di inseguire con pervicacia le sottane che incontra.
Un’esistenza così è votata semplicemente all’autodistruzione o quantomeno ad una vita vegetativa che ha poco a che fare con l’umanità vera e dolente, pensante e pulsante.
Così quando alla fine Benito sparisce lasciando come unica traccia di se quel diario così volutamente assurdo, viene da pensare che il cerchio sia chiuso e che qualsiasi movimento da questo momento in poi può essere solo circolare.
Benito è scomparso, la cosa non interessa nessuno e non interessano i motivi per cui ha fatto le sue scelte.
Un film molto ostico, questo di Ferreri, anche perchè pervaso da un nichilismo disperato e totalizzante, che elimina alla radice qualsiasi speranza e qualsiasi illusione.
La disumanità dei personaggi diventa un’allegoria della disumanità della vita.
Marco Ferreri ci sorprende anche con il cast: ti aspetti un attore drammatico nei panni di Benito ed ecco che lui ti propone Jerry Cala, un attore che fino ad allora si era cimentato solo in ruoli comici di grana molto grossa.
Il comico siciliano era reduce da commedie come Abbronzatissimi e Saint Tropez, Saint Tropez e la sua interpretazione del difficile e surreale ruolo nei panni di Benito Balducci appariva come una grossa scommessa.
Sorprendentemente Calà riesce a tratteggiare con misura e intelligenza il personaggio di Benito, donandogli quell’aria stralunata quasi da marziano che Ferreri aveva creato per la sua sceneggiatura.
Nei panni di Luigia troviamo una burrosa Sabrina Ferilli, senza infamia e senza lode nella sua caratterizzazione del personaggio dell’amante/fidanzata di Benito.
Per Marco Ferreri un film che è quasi una scommessa, come del resto una scommessa è stato tutto il suo cinema anticonvenzionale; su 34 film girati non è possibile indicarne uno solo che abbia i crismi della prevedibilità.
E questo forse è il più imprevedibile di tutti.
Diario di un vizio
Un film di Marco Ferreri. Con Jerry Calà, Sabrina Ferilli, Valentino Macchi, Letizia Raneri, Cinzia Monreale, Piero Nicosia, Laetitia Laneri, Anna Duska Bisconti, Luciana De Falco, Doriana Bianchi, Maria Rosa Moratti, Massimo Bucchi Drammatico, durata 90 min. – Italia 1993.
Jerry Calà: Benito Balducci
Sabrina Ferilli: Luigia
Valentino Macchi: Chiominto
Piero Nicosia: Il poliziotto cugino di Luigia
Cinzia Monreale: La ragazza della neve
Regia Marco Ferreri
Soggetto Liliana Betti
Sceneggiatura Riccardo Ghione,Liliana Betti,Marco Ferreri
Produttore Vittorio Alliata
Casa di produzione Società Olografica Italiana
Distribuzione (Italia) IIF – Skorpion Entartainment
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Victorio Pezzolla, Gato Barbieri
Scenografia Tommaso Bordone
Costumi Nicoletta Ercole
Silip
Silip, di Elwood Perez è un film molto particolare, a cominciare dalla sua provenienza, le Filippine.
Il cinema delle Filippine non ha mai goduto internazionalmente di grosso credito, finendo per rimanere un fenomeno eminentemente locale.
Ma alle volte capita di incappare in qualche film davvero inusuale, con tematiche forti come questo Silip uscito nelle sale nel 1985 e accolto con pareri contrastanti dalla critica ma con recensioni lusinghiere sul tema trattato.
Un film con immagini forti, a tratti anche molto spinte ma che con l’eros tradizionale hanno poco a che spartire; le scene di nudo o quelle eminentemente erotiche hanno una logica cinematografica precisa, quella di narrare senza veli e senza pudori una storia articolata, come vedremo.

Una delle caratteristiche di questo film è il profondo anticlericalismo che si respira per tutta la durata della pellicola stessa; più che di anticlericalismo si può parlare di demitizzazione dei fenomeni legati alla religione, che nelle Filippine è profondamente legata alle tradizioni dei suoi abitanti.
La morale un pò bigotta e tradizionalista della gente viene sferzata, a tratti con durezza da Perez che non lesina immagini forti e che imbastisce la storia attorno a dei punti fermi che ne formeranno l’ossatura, ovvero la caratterizzazione del personaggio di Tonya descritta come una donna fortemente inibita e legata alle tradizioni. Per beccarsi il primo pugno nello stomaco non bisogna aspettare molto; dopo pochissimi secondi vediamo il macellaio del paese, Simon squartare un kalabaw (il tradizionale animale da macello filippino) e sventrarlo.
Non c’è alcuna simulazione nella sequenza e bisogna davvero avere uno stomaco di ferro per assorbire questo impatto iniziale; alla macellazione assistono i ragazzi del villaggio nel quale esercita Simon, che chiedono inutilmente all’uomo di risparmiare la vita del malcapitato bovino, beccandosi in cambio una rampogna sulla vita e sui suoi aspetti meramente pratici, ovvero “occorre mangiare per vivere”
Dopo l’introduzione, assistiamo allo svolgersi della vicenda, costruita attorno alle due amiche Tonya e Selda, diversissime tra loro.

Tonya insegna catechismo ai bambini del villaggio, sostituendo di fatto il parroco che è impegnato altrove; la ragazza, repressa e inibita, ha una segreta attrazione proprio per il macellaio Simon, che se la spassa con una ragazza del villaggio, Maria. Quest’ultima è la sorella di uno dei ragazzi che abbiamo seguito nella sequenza iniziale mentre cercava di scongiurare Simon nel non proseguire l’opera di macellazione del bovino mascotte dei ragazzi.
Il giovanotto scopre così che sua sorella ha una relazione sessuale con Simon, aggiungendo quindi ulteriore rancore a quello iniziale.
Nel frattempo Selda ritorna da un viaggio in città; il carattere della ragazza, come già detto, è esattamente agli antipodi rispetto a quello di Tonya.
Selda è solare, sessualmente disinibita e priva di qualsiasi senso di colpa.
Così mentre Tonya è costretta ad atti di autoerotismo che la lasciano sempre frustrata (la ragazza si cosparge di sale o di sale strofinandosi ferocemente per placare la propria eccitazione), Selda entra felicemente in tutti i letti liberi del paese, cornificando anche l’amante messicano che si è trascinata dietro dalla città.
Ben presto capiamo che tra Selda e Tonya c’è anche una forte tensione alimentata sopratutto da Tonya che non ha dimenticato un’offesa dell’amica; a complicare le cose ci sarà anche il rifiuto di Simon delle avance di Tonya.
Con queste premesse le cose non possono che esplodere; quello che accadrà sarà terribile e coinvolgerà tutti i protagonisti della storia.
Diretto nel 1985 da Elwood Perez, Silip è quindi un film non catalogabile, in quanto sfugge alle classificazioni tradizionali; non è un thriller, è un dramma ma con forti connotazioni erotiche e slasher (la sequenza iniziale, la morte di Simon ecc), con elementi horror e per finire con una tematica di base molto forte con la quale Perez finisce per stigmatizzare i mali endemici della religione e dei suoi influssi sulla fragile cultura dei filippini, perennemente in bilico tra tradizione e modernità, tra progressismo e morale atavica.
Girato durante l’ultimo anno della discussa presidenza di Marcos, il film presenta alti e bassi abbastanza plateali; in alcuni momenti il ritmo del film allenta la sua presa per volgere verso la descrizione dei personaggi. In questi frangenti ci si consola anche con lo splendido habitat della location e con le grazie naturalmente esposte dalle protagoniste del film.
Emmanuelle Sarsi, attrice emergente nel suo paese è davvero bella e affascinante e lo stesso si può dire di Maria Isabel Lopez, che ha avuto una carriera ben più lunga e soddisfacente della collega; l’interprete del personaggio di Tonya infatti è ancora oggi estremamente attiva, sopratutto in tv.

Elwood Perez, che nel corso della sua carriera ha diretto una cinquantina di lungometraggi, dirige quindi un film con molti punti di interesse usando una buona tecnica e servendosi anche di un cast tecnico di buon livello; discreta la fotografia e di sicuro interesse la sceneggiatura.
Un film, Silip, da vedersi però solo in versione DVD, in quanto è praticamente impossibile che venga passato da una tv; troppe le scene ai limiti assoluti della censura.
Silip, di Elwood Perez, con Sarsi Emmanuelle, Maria Isabel Lopez, Myra Manibog- Drammatico/erotico, Filippine 1985 durata 125 minuti nella versione originale
Sarsi Emmanuelle … Selda
Maria Isabel Lopez … Tonya
Myra Manibog … Marja
Mark Joseph … Simon Kalabaw
Daren Craig Johnson … Ronald
Pia Zabale … Pia
Michael Locsin … Miguel
Arwin Rogelio … Tiago
Jenneelyn Gatbalite … Gloria
Gloria Andrade … Aling Anda
Regia: Elwood Perez
Sceneggiatura: Ricardo Lee
Produzione: Lucy T. Cabuchan,Willy Tieng,Wilson Tieng
Musiche: Lutgardo Labad
Montaggio: Edgardo Vinarao
Fotografia:Johnny Araojo
Desideri voglie pazze di tre insaziabili ragazze

Un castello, due pretendenti al possesso, due ragazze e una fidanzata gelosa.
Sono i protagonisti di Desideri voglie pazze di tre insaziabili ragazze, film con pretese comiche che racconta la storia del colonnello Delaroche e del conte D’Alsay, entrambi convinti di avere dei diritti sul castello di Portillon.
I due litigano da anni sulla titolarità della proprietà mentre madame Perroniere, la lavandaia del castello briga per far sposare le sue due nipoti ad uno dei due contendenti.
Monique e Babette, le due cuginette, diventano così protagoniste di un intrigo; disinibite e disponibili, le due avvenenti fanciulle tentano di assicurarsi i favori dei due avversari.

Edwige Fenech

Ma a intromettersi nell’ingarbugliata vicenda è Blande, splendida nipote del conte, rendendo il dissidio tra i due inconciliabile.
Alla fine, anche se a malincuore, Delaroche e D’Alsay decidono di battersi a duello a colpi di pistola.
Ma Blande e Babette si intrometteranno proprio nel momento in cui il duello sta per iniziare; poco dopo arriva il Procuratore generale che ha la soluzione pronta per dipanare la questione.
La corte infatti ha stabilito che nessuno dei due ha titolarità sul castello, che in realtà è di……


Desideri, voglie pazze di tre insaziabili ragazze è un film del 1969 diretto da Joseph Zachar, che l’anno successivo riproporrà il quasi identico tema in un film clone chiamato Alle dame del castello piace molto fare quello.
Dai titoli è chiaramente deducibile sia il genere di appartenenza delle pellicole sia la qualità delle stesse; per quanto riguarda il film in oggetto, siamo di fronte ad una commedia che vorrebbe essere umoristica con forti venature erotiche.
Il problema è che il film ha pochissimo di erotico e ancor meno di umoristico; a parte l’assoluta banalità della trama, che ricorda i primi “chiappa e spada” o al massimo un decamerotico di serie z va aggiunta una regia così dilettantistica da far pensare ad un’operazione fatta ad uso esclusivo delle pruderie voyeuristiche degli spettatori di fine anni sessanta, allettati dai primi nudi integrali mostrati con sempre minori tagli sullo schermo.

Se si esclude la Fenech, bella e sexy come sempre e in possesso dei requisiti minimi necessari per definirsi un’attrice siamo di fronte anche ad interpretazioni da parte del resto del cast di livello meno che infimo.
Il tentativo di Zachar di imbastire una commedia che strappi una risata si infrange inesorabilmente sulla sua assoluta incompetenza in materia cinematografica; al film manca il benchè minimo senso del ritmo e a ciò va aggiunta l’eccessiva caratterizzazione dei personaggi, che parlano e si muovono come degli idioti.
Così il film prosegue mostrando più pelle nuda possibile, senza alcun riguardo nemmeno per la parte erotica, visto che le sequenze sono girate a scatti e che non vengono creati nemmeno dei momenti che si possano definire caldi.



La parola fine, con le sequenze finali che portano alla soluzione della contesa tra i due avversari, arriva come una liberazione; il film è così malmesso, mal girato e brutto che non ci si arrabbia. Del resto se il nome del regista non poteva certo significare qualità, vista sia la sceneggiatura di partenza sia l’anonimato toale dei protagonisti della pellicola, il titolo stesso portava inequivocabilmente a inserire la pellicola stessa nella fascia dei b movie anni sessanta, per intenderci quel gruppo consistente di film girati in stretta economia, senza idee e mantenuti a galla solo dalla bellezza delle protagoniste e dai nudi proposti negli stessi.
La allora ventunenne Edwige Fenech, messasi in mostra l’anno precedente con Samoa regina della giungla è davvero l’unico motivo di interesse del film; poichè nella pellicola non è richiesta nessuna dote particolare, si può ammirarla senza veli per lunghi tratti.
Le altre due protagoniste della pellicola, ovvero Angelica Ott e Barbara Capell, sono poco più che gradevoli comparse, assolutamente sprovviste di qualsiasi dote recitativa se non quella senza vestiti, il vero motivo della loro presenza nel film.

Cercando con il lanternino qualche scena da segnalare, si possono citare quella del duello con la Ott e la Fenech discinte che cercano di impedire ai due contendenti di spararsi e qualche siparietto che anticipa le situazioni dei decamerotici, ovvero la Fenech che si trastulla con l’amante sotto gli occhi dello zio ecc.
Desideri voglie pazze di tre insaziabili ragazze, nell’originale tedesco Alle Kätzchen naschen gern arrivò in Italia tempo dopo l’uscita sugli schermi tedeschi, mutilato e sforbiciato a tal punto da rendere ancor più inconsistente la trama e il resto.
Un’operazione smaccatamente commerciale, quindi, fra le meno riuscite anche dal punto di vista economico perchè il film all’epoca passò completamente inosservato, salvo essere ripescato in seguito dal nutrito gruppo di fans della Fenech.
Da scansarsi in qualsiasi versione essendo privo del minimo richiesto ad una pellicola.
Desideri e voglie pazze di tre insaziabili ragazze
Un film di Josef Zachar. Con Sieghardt Rupp, Ernst Stankovski, Edwige Fenech, Angelica Ott, Barbara Capell, Helen Vita, Ernst Waldbrunn, Ralph Wolter Titolo originale Alle katzchen naschengerb. Erotico, durata 85 min. – Germania 1969.


Edwige Fenech Blande
Ernst Stankowski Conte D’Alsay
Sieghardt Rupp Colonnello Delaroche
Angelica Ott Babette
Barbara Capell Monique
Helen Vita Madame Peronnière
Ralf Wolter Philippe
Ernst Waldbrunn Procuratore generale
Ivan Nesbitt René










Regia Joseph Zachar
Soggetto Christa Brandt
Sceneggiatura Kurt Nachmann e Günther Heller
Produttore Ilse Kubaschewski e Erich Tomek
Fotografia Kurt Junek
Montaggio Arnfried Heyne (accreditato come Arndt Heyne)
Musiche Gerhard Heinz
Scenografia Ferry Windberger
Costumi Lambert Hofer Jr., Johanna Ott, Berta Pless


Le tue mani sul mio corpo

Il figlio di un noto e ricco editore, Andrea, ha avuto un’infanzia travagliata legata principalmente ad eccessive attenzioni (anche sessuali) che sua madre gli riservava.
La morte della donna e la vista del suo corpo senza vita hanno in seguito inferto una ferita mortale all’equilibrio psicologico di Andrea, che è cresciuto così preda di complessi e di altri problemi mentali.
Quando suo padre si risposa con la avvenente Mireille, i disturbi mentali del giovane esplodono drammaticamente; dapprima segue ossessivamente le vicende sessuali della matrigna inclusi i suoi tradimenti per poi passare alle vie di fatto, ovvero iniziare una pericolosa relazione con la donna.
Andrea potrebbe salvarsi nel momento in cui conosce l’affascinante Carole, ma è troppo tardi; le conseguenze dei traumi presenti nella sua mente lo porteranno ad un gesto insano….


Le tue mani sul mio corpo è un film prettamente anni 70, con tematica particolare e svolgimento adeguato; opera di Brunello Rondi, regista intellettuale poco amato da parte della critica e snobbato da buona parte del pubblico, è un pastrocchio mortalmente soporifero pieno di dialoghi all’apparenza colti e in realtà di una desolante apparenza priva di sostanza.
La storia di per se è già abbastanza prevedibile; c’è il solito traumatizzato nell’infanzia da un incesto, c’è la solita matrigna un pochino sporcacciona, c’è l’impossibilità del giovane di trovare un punto di equilibrio tra l’infanzia e la vita da adulto e sopratutto un’identità sessuale precisa.
Già la trama, saputa in anticipo, deve mettere in guardia lo spettatore: è un deja vu di varie situazioni già viste in precedenza in altre opere e che saranno riprese con pochissime modifiche in opere pruriginose negli anni successivi.

Rondi, fratello del più noto Gian Luigi era un regista a mio giudizio eccessivamente preso da se stesso; intellettuale e indubbiamente colto, trasportava in linguaggio visivo la sua cultura e le sue idee senza però tenere presente le necessità dello spettatore e sopratutto la sua disponibilità a seguire opere spesso molto descrittive dal punto di vista dei dialoghi appesantite da citazioni o da dialoghi stessi verbosi e lunghissimi.



Colette Descombes
Le tue mani sul mio corpo assomiglia in questo ad un’opera successiva di Rondi, I prosseneti, un altro film in cui la noia e i dialoghi sostiutuiscono la mobilità dei personaggi.
Per mobilità intendo la capacità e in primis la possibilità per l’interprete di caratterizzare un personaggio nelle sue varie sfumature, rendendolo quanto meno degno di interesse.
Viceversa in questo film troviamo un attore principale, il bravissimo Lino Capolicchio, alle prese con un personaggio monocorde peraltro presente in quasi tutte le scene del film, con conseguente overdose espositiva che finisce per sfiancare lo spettatore.

Erna Schurer

Lino Capolicchio
Poichè il giovane Andrea non suscita alcuna simpatia particolare nello spettatore, eccoci costretti a seguire le sue morbosità, le sue deviazioni psicologiche attraverso i rapporti insani che il giovane stesso stabilisce con le persone che vengono a contatto con lui.
Inutile l’espediente di condire con qualche nudo (anche di troppo) una narrazione che a tratti è estenuante; si veda a tal pro la lunghissima sequenza in cui Andrea dialoga con Carole in riva al mare che mette a durissima prova l’attenzione e la pazienza dello spettatore.

Vale a poco se non a nulla l’ambientazione raffinata del regista, che almeno in questo mostrava una certa abilità; il film è un “sotto il vestito niente” ovvero un prodotto senz’anima e senza interesse.
La morbosità del rapporto matrigna/figliastro si perde nella noia, mentre in alcune sequenze si va anche nel ridicolo, come quella in cui il nostro poco simpatico eroe versa gocce di cera da candele poste su un candelabro sul corpo seminudo e discinto di una bella ragazza di colore.
Purtroppo parte del cinema settanta era anche fatto di questo, ovvero di tentativi velleitari e sottilmente autoerotici (leggasi auto masturbatori) di fare dell’intellettualismo a un tanto alla tonnellata.

In questo Rondi assomiglia ad alcuni registi di nazioni assolutamente improbabili come gusti non assimilabili a nostri che andarono purtroppo per la maggiore in quel decennio, mi riferisco ad opere di paesi comunisti come Cecoslovacchia e Romania, Polonia e Corea, opere spacciate per capolavori in grado in realtà solo di far addormentare sulle sedie gli incauti spettatori.
Va anche detto che la maggioranza del pubblico fiutava in anticipo il “mattone”, com’era chiamata l’opera indigesta ai più.
In pratica, per dirla alla Fantozzi, se la Corazzata Potemkin passava per una c****a pazzesca lo stesso termine si poteva mutuare per operazioni come questo film di Rondi.
Sugli attori poco da dire; Capolicchio è un professionista esemplare, pur in presenza di un personaggio davvero antipatico e monocorde come quello di Andrea, mentre la Schurer, tanto amata dal regista lombardo recita in maniera piatta e monocorde.
Meglio la Descombes che merita la sufficienza per la recitazione e ancor più per il fisico.
Le musiche sono nientemeno di Gaslini e spiace dirlo, sono meglio del Tavor mentre di buon livello è la fotografia.
Un film da vedere al massimo entro le 18,00 per evitare una notte addormentati sulla poltrona.
Le tue mani sul mio corpo
Un film di Brunello Rondi. Con Colette Descombes, Erna Schurer, Lino Capolicchio, Irene Aloisi, José Quaglio Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.







Lino Capolicchio: Andrea
Erna Schürer: Mireille
Colette Descombes: Carole
José Quaglio: Mario
Daniël Sola:
Pier Paola Bucchi: Clara – the maid
Elena Cotta:
Irene Aloisi:
Anne Marie Braafheid: Nivel
Paolo Rosani:
Gianni Pulone: Barman


Regia Brunello Rondi
Soggetto Luciano Martino, Francesco Scardamaglia
Sceneggiatura Brunello Rondi, Francesco Scardamaglia
Casa di produzione Zenith Cinematografica
Fotografia Alessandro D’Eva
Montaggio Michele Massimo Tarantini
Musiche Giorgio Gaslini


Soundtrack del film







Foto di scena del film

La lobby card del film

Il fotoromanzo
…Hanno cambiato faccia

Nella Auto Avio Motor, una grossa multinazionale con interessi in vari campi lavora un anonimo dipendente, il dottor Alberto Valle.
Con somma sorpresa dello stesso Alberto un giorno l’uomo viene convocato ai piani superiori da un dirigente, che gli comunica che il presidente nonchè proprietario della compagnia, Nosferatu, lo ha convocato nella sua residenza privata in campagna.
Sorpreso dalla cosa, ma obbediente agli ordini, Alberto parte per la valle in cui si trova la villa dell’ingegner Nosferatu; durante il viaggio però resta senza benzina in un piccolo e oscuro paesino, in cui i rarissimi abitanti non mostrano alcun spirito collaborativo verso quello che per loro è un estraneo.

Il tetro stagliarsi della villa, immersa nella nebbia

Un nome sinistro sul campanello…
In soccorso di Alberto arriva una strana ragazza, Laura; la donna è una specie di hippy, che gira con un giubbotto sotto cui non ha nulla e che in cambio di un passaggio porta Alberto al più vicino benzinaio. Durante il breve tragitto Laura spiega ad Alberto la sua filosofia libertaria e vagabonda, mostrandosi anche sessualmente disponibile e disinibita.
I due così arrivano alla villa di Nosferatu, accolti da un silenzio di tomba e da una nebbia che da questo momento in poi sarà la costante di tutti gli avvenimenti che si succederanno.
Nonostante Laura cerchi in tutti i modi di non far entrare Alberto nella villa, spaventata anche dalla assoluta mancanza di rumori della piccola valle e dalla mancanza anche del cingettio degli uccelli, l’uomo entra nella grande casa dove viene accolto dall’enigmatica segretaria di Nosferatu, l’androgina Corinna, mentre Laura lo attende nella sua auto.
In attesa di essere ricevuto a tarda sera dall’ingegnere, Alberto familiarizza con Corinna e sopratutto ha modo di sperimentare le stranezze tecnologiche della casa; messaggi pubblicitari infatti scattano implacabili e suadenti quando si siede o quando fa la doccia.
A sera finalmente Alberto è ricevuto da Nosferatu, che gli propone di diventare uno dei massimi dirigenti della Auto Avio Motor.

L’incontro con la giovane hippy Laura
Sorpreso, Alberto si mostra titubante e di conseguenza Nosferatu lo invita a meditarci su.
Durante la notte l’insonne Alberto gira per la villa, scoprendo fatti inquietanti; all’interno, in una delle stanze, scopre una nursery con un registro di nomi di bambini destinati sin dalla nascita, ad essere allevati per diventare manager in diversi campi, incluso quello politico o ecclesiale.Tra di essi Alberto trova anche il suo nome.
L’atmosfera opprimente della casa, il misterioso comportamento di Nosferatu e altri indizi convincono Alberto che nella villa accade qualcosa di oscuro.
Nonostante la breve relazione con Corinna, che gli mostra simpatia, Alberto decide di indagare ancora e alla fine assiste ad una riunione di alti papaveri industriali, politici, militari e perfino ecclesiastici, presieduta da Nosferatu, in cui vengono decise le strategie del gruppo Nosferatu, che come scopre amaramente Alberto ha praticamente sotto controllo gran parte della società.

Il diretto superiore di Alberto
Sconvolto, Alberto ha un breve e burrascoso incontro con l’ingegner Nosferatu, che gli conferma le peggiori supposizioni; convinto di non aver altra scelta per salvare il paese e il futuro della libertà del genere umano, Alberto spara a Nosferatu e si allontana dalla villa.
Ma all’uscita trova Laura che in un drammatico colloquio gli dice di aver deciso di diventare la segretaria di una grossa azienda, abdicando così ai suoi principi di libertà; completamente deluso, Alberto capisce di non aver alcuna via d’uscita,

La bravissima Geraldine Hooper interpreta Corinna
che il potere di Nosferatu è troppo grande così fa retromarcia con la sua auto e rientra nella villa, accompagnato da Corinne e atteso da Nosferatu che non è affatto morto, e che lo accoglie con un sorriso beffardo sulle labbra.
Con Hanno cambiato faccia, uscito nelle sale italiane nel 1971 per la regia di Corrado Farina assistiamo ad una rivisitazione moderna e decisamente affascinante del mito dei vampiri, che una volta tanto non succhiano sangue con i canini affilati, ma, come dice il titolo, cambiando faccia e usando l’economia vampirizzando l’umanità occupando tutti i centri di potere.
Il presidente della Auto Avio Motor e di chissà cos’altro, ingegner Nosferatu è un vampiro particolare: in doppio petto invece che con un lugubre mantello, gentile e sornione, consapevole della propria potenza economica (che è il motore che muove il mondo) e quindi assolutamente certo che nessuno è in grado di sfidare il suo potere o di opporsi ai suoi voleri.

La scoperta della nursery nella villa da parte di Alberto

Giuliano Disperati e Alberto Celi

Corinna e Alberto nel tetro parco della villa Nosferatu
Hanno cambiato faccia, quindi si sono trasformati in vampiri che bramano il potere e il denaro non fini a se stessi ma mirati ad un discorso di medio e lungo termine: attraverso il controllo economico controllano la politica, attraverso la politica controllano la società attraverso il controllo sul clero controllano le masse e quindi hanno il dominio assoluto senza dover usare il pugno di ferro.
Corrado Farina, autore del soggetto, della sceneggiatura e della regia del film crea una pellicola densa di suggestioni, con un’ambientazione lugurbre e claustrofobica assolutamente straordinaria; l’arrivo di Alberto alla villa, immersa in una densa nebbia, le passeggiate notturne dello stesso, le visite al parco in compagnia dell’ambigua Corinne e le varie scoperte sulle vere attività di Nosferatù sono accompagnate da una fotografia e da una musica angoscianti; assolutamente affascinante l’idea di usare come guardiani uomini invisibili alla guida di 500 bianche.
Il film procede in maniera lenta e inesorabile verso il compimento del teorema formulato da Farina; se il risultato finale non è da applausi a scena aperta lo si deve solo ad alcuni errori presenti nel film.

Momenti di tenerezza tra Alberto e Corinna
Con eccesso di zelo Farina mostra degli short pubblicitari (visti dal conclave dei potenti in uno stanzone della villa) francamente troppo oltre le righe ed anche troppo lunghi nell’economia del film, così come lunghissimo è il conclave stesso in cui politici, industriali e clero disuctono sul futuro dell’umanità; d’altra parte però va riconosciuto a Farina l’aver messo a frutto quanto imparato nel campo pubblicitario, il suo vero lavoro prima di occuparsi di cinema.
Farina tenta di spiegare le motivazioni della lobby, ma in realtà riprende ancora una volta il discorso già avvenuto tra Nosferatu e Alberto, con il quale l’industriale ha spiegato la sua politica al dipendente.
Sono errori veniali che però non inficiano il gran lavoro fatto dal regista piemontese che girerà due anni dopo il deludentissimo Baba Yaga; a questo sfolgorante esordio non seguirà nient’altro che il film citato e Farina si dedicherà alla scrittura e a short pubblicitari.



Tre fotogrammi dello short pubblicitario mostrato nel conclave dei potenti
Per quanto riguarda il cast, se si esclude il solito grandissimo Adolfo Celi tra gli attori non ci sono nomi di spicco; Giuliano Esperanti (qui come Giuliano Disperati) non era e non sarà un attore conosciuto, anche se va detto che il ruolo di Alberto lo copre con professionalità.
Geraldine Hooper, che interpreta Corinna la incontreremo in un curioso ruolo maschile nel celebre capolavoro di Dario Argento, Profondo rosso; in questo film lei sarà Massimo Ricci, l’amante gay di Carlo. La Hooper è assolutamente perfetta nel ruolo della segretaria di Nosferatu; efebica, androgina e misteriosa l’attrice fa il suo con estrema professionalità.
Da segnalare anche il ruolo di Francesca Modigliani che interpreta Laura; un’altra brava attrice che non ha trovato poi spazio nel cinema.
Le musiche, assolutamente in tema, sono di Amedeo Tommasi.

Laura si allontana nella nebbia
Hanno cambiato faccia è un film profetico; uscito nel 1971, sembra ricalcare nella tematica il grande fratello orwelliano, pur staccandosene nettamente per l’assoluta innovazione del personaggio del vampiro che controlla non solo le menti, ma tutti i gangli del consesso civile.
Un film coraggioso, che oggi sarebbe assolutamente improponibile; se qualcuno vuol gustarsi quest’opera davvero particolare e fascinosa troverà l’intero film su Youtube. Il consiglio personale e di non lasciarselo assolutamente perdere.
… hanno cambiato faccia
Un film di Corrado Farina. Con Adolfo Celi, Giuliano Disperati, Geraldine Hooper, Francesca Modigliani, Pio Buscaglione. continua» Amedeo Tommasi, Salvadore Cantagalli, Rosalba Bongiovanni Drammatico, durata 97′ min. – Italia 1971.


Alberto chiede istruzioni…

Nosferatu accoglie il suo ospite e dipendente, Alberto

Nosferatu è davvero morto?

Alberto è sconfitto: il suo mesto ritorno alla villa sotto lo sguardo trionfante di Corinna

Giuliano Disperati: Alberto Valle
Adolfo Celi: Giovanni Nosferatu
Geraldine Hooper: Corinna
Francesca Modigliani: Laura

Regia Corrado Farina
Soggetto Corrado Farina
Sceneggiatura Corrado Farina, Giulio Berruti
Casa di produzione Filmsettanta
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Giulio Berruti
Musiche Amedeo Tommasi


Francesca Modigliani, foto di scena
Halloween: la notte delle streghe


Nella notte del 31 ottobre, mentre sta per iniziare Halloween, Michael Myers che è poco più di un bambino si traveste da tragico Pierrot e uccide la sorella maggiore con un grosso coltello da cucina.
Siamo agli inizi degli anni sessanta e Michael viene internato in un manicomio dove passa 15 anni della sua vita chiuso in un mutismo assoluto, quasi assente, fissando con ostinazione solo il muro davanti a se.
Fuggito dal manicomio, Michael torna in Illinois con in mente una sola idea, fissa: uccidere sua sorella Laurie Strode e chiunque sia al suo fianco.


L’unico a tentare di contrastarlo è lo psicologo Sam Loomis, che lo ha avuto in cura…
Uno dei primi film (forse il primo in assoluto) ambientato nella notte delle streghe, Halloween è anche il progenitore assoluto del genere slasher (dall’inglese To slash”, ferire profondamente con un’arma affilata), una variazione sanguinolenta dell’horror in cui gli atti criminali sono generalmente compiuti da uno o più criminali che inseguono e uccidono le loro vittime con oggetti da taglio affilati.
Il film diretto da John Carpenter nel 1978 non è in assoluto il primo film a mostrare nei dettagli la realizzazione di un piano criminale portato a termine in maniera sanguinolenta con l’ausilio di armi da taglio; lo aveva già fatto il nostro Mario Bava con Reazione a catena (Bay of blood) nel 1971, in cui compare la celebre sequenza in cui due ragazzi che amoreggiano su un letto sono trafitti da una lancia.


Ma è il primo in cui uno psicopatico mascherato (che diverrà un topos dei futuri film del genere slasher) utilizza un coltellaccio per assassinare le sue vittime in modo così esplicito.
Carpenter, a corto di soldi, fa fruttare l’ingegno costruendo una pellicola affascinante sotto tutti i punti di vista, facendo leva sulle paure e le fobie degli spettatori con l’uso intelligente di una sceneggiatura ridotta all’osso ma dal potente impatto visivo.
La scelta di creare un assassino sicuramente piscopatico e sociopatico con il volto coperto da una maschera rende il protagonista delle gesta criminali impermeabile alle emozioni umane, così lo spettatore si ritrova a dover immaginare cosa possa spingere l’assassino, quale possa essere la mossa successiva, in che modo colpirà e in quale momento sferrerà i suoi colpi letali.

A ciò il regista americano aggiunge una colonna sonora da vero incubo, scritta e suonata personalmente al pianoforte, cosa abbastanza inusuale tenendo conto che per sua stessa ammissione Carpenter non conosceva le note musicali e di conseguenza gli spartiti.
L’apertura del film è un evidente tributo a Profondo rosso di Dario Argento; Carpenter infatti utilizza la nenia infantile che Argento aveva usato per il suo capolavoro inserendo le parole di una filastrocca che recita “Black cats and goblins and broomsticks and ghosts.Covens of witches with all of their hopes.You may think they scare me. You’re probably right.Black cats and goblins on Halloween night.(Trick or treat!)” ovvero “Gatti neri e goblin e manici di scopa e fantasmi.Consessi di streghe con tutte le loro speranze.Puoi pensare che mi spaventino. Probabilmente hai ragione.Gatti neri e goblin nella notte di Halloween.(Dolcetto o scherzetto!)”

Da quel momento in poi lo spettatore è proiettato in un incubo a occhi aperti, incubo amplificato dalla particolare atmosfera che anche a livello inconscio crea la notte di Halloween, con il suo esplicito riferimento a spiriti e defunti, trascinato per i capelli anche da una fotografia che materializza gli incubi nascosti.
E Michale Myers un po incarna uno spirito, come vedremo nel finale, quando all’horror si sovraporrà l’elemento sovrannaturale con il corpo di Michael misteriosamente scomparso dal viale sul quale è precipitato.
Un finale aperto, come del resto testimoniato dai sequel del film, che però non si avvicineranno nemmeno lontanamente all’opera di Carpenter, che resta unica per gli elementi che ho descritto.

Un altro dei punti di forza del film è la location particolare, ovvero il teatro in cui si muove Michael alla ricerca di sua sorella e delle vittime che cadranno sotto i colpi della sua follia; siamo in un quartiere composto da una silenziosa, linda e pinta serie di villette immacolate che creano un contrasto violento proprio con il crimine seriale del giovane.
Chi mai potrebbe immaginare che in un posto così tranquillo possa scatenarsi da un momento all’altro l’inferno?
Carpenter gioca proprio con questo, così come gioca con la paura profonda che ispira l’uomo mascherato che assomiglia tanto al babau delle storie che si raccontano ai bambini per farli stare zitti.
Quindi, a conti fatti, è facilmente comprensibile il motivo per cui il film sia diventato con il passare degli anni un cult.
Un cult, tra l’altro, in cui si muove un cast formato da attori poco conosciuti, la cui unica eccezione è rappresentata da Donald Pleasence che interpreta il dottor Sam Loomis.

A corto di soldi, con un budget di poco superiore ai 300.000 dollari, Carpenter si industria con quello che può: ingaggia per il ruolo di Laurie Strode la giovane Jamie Lee Curtis, che all’epoca del film aveva appena 20 anni ed era nota principalmente per essere la figlia di due grandissimi di Hollywood, Tony Curtis e Janet Leigh.
Jamie Lee ricambia la fiducia con una prova maiuscola, alla luce anche della sua scarsa confidenza con il set, visto che l’unica esperienza precedente era stata una particina in Prova d’Intelligenza (The Bye-Bye Sky High I.Q. Murder Case), un episodio del telefilm Il Tenente Colombo.
In quanto a Pleasence, unica star del cast, la sua prova è così convincente che verrà chiamato successivamente per i sequel del film, ovvero Halloween II – Il signore della morte (1981) per la regia di Rick Rosenthal,

per Halloween IV – Il ritorno di Michael Myers (1988) diretto da Dwight H. Little, per Halloween V – La vendetta di Michael Myers (1989) diretto da Dominique Othenin-Girard e infine per Halloween 6 – La maledizione di Michael Myers di Joe Chappelle che sarà l’ultimo suo film perchè a febbraio del 1995 l’attore inglese scomparirà all’età di 76 anni.
In quanto a Carpenter, Halloween segna un punto fondamentale della sua carriera di cineasta; reduce dai lusinghieri successi di Dark Star e di Distretto 13: le brigate della morte (Assault on Precinct 13, 1976) Carpenter sbanca il box office, cosa che gli permetterà di accedere a finaziamenti meno sparagnini.
Da questo momento arriva un periodo d’oro per lui che si concretizzerà in una serie di eccellenti pellicole come Fog (The Fog, 1980), il magnifico 1997: fuga da New York (Escape from New York, 1981),La cosa (The Thing, 1982) e Christine, la macchina infernale (Christine, 1983)
Ritornando ad Halloween, il film ha il gran merito di aver inaugurato un genere che anche se considerato di nicchia dai critici, finirà per avere un nutrito numero di seguaci attratti dalle infinite varianti che il film stesso offre.

La Curtis finirà anche per avere una nomination all’Oscar, vinto quell’anno dalla bravissima Jane Fonda mentre Carpenter cederà i diritti del film anche alla tv, incassando una cospicua somma; il regista però dovrà fare i conti con la censura televisiva e sopratutto con i tempi della tv. Carpenter risolse il tutto aggiungendo 12 minuti di scene tagliate che non cambiavano la struttura del film.

Halloween: la notte delle streghe
Un film di John Carpenter. Con Donald Pleasence, Jamie Lee Curtis, Nancy Stephens, Charles Cyphers, Kyle Richards,Nancy Kyes, P.J. Soles, Brian Andrews, John Michael Graham, Arthur Malet, Mickey Yablans, Brent Le Page, Adam Hollander, Robert Phalen, Tony Moran
Titolo originale Halloween. Horror, durata 91 min. – USA 1978







Jamie Lee Curtis: Laurie Strode
Donald Pleasence: dottor Sam Loomis
Nancy Kyes: Annie Brackett
P.J. Soles: Lynda van der Klok
Charles Cyphers: sceriffo Leigh Brackett
Will Sandin: Michael Myers (6 anni)
Tony Moran: Michael Myers (23 anni)
Sandy Johnson: Judith Myers

Genere Horror
Regia John Carpenter
Soggetto John Carpenter, Debra Hill
Sceneggiatura John Carpenter, Debra Hill
Fotografia Dean Cundey
Montaggio Charles Bornstein, Tommy Lee Wallace
Effetti speciali Conrad Rothmann
Musiche John Carpenter
Scenografia Tommy Lee Wallace

Daniela Igliozzi: Laurie Strode
Gianni Bonagura: dottor Sam Loomis
Emanuela Rossi: Annie Brackett
Isabella Pasanisi: Lynda van der Klok
Vittorio Di Prima: sceriffo Leigh Brackett
Angiolina Quinterno: Marion Chambers

















































































