Incubo sulla città contaminata
In un aeroporto sta per arrivare un aereo che dovrebbe trasportare alcuni scienziati reduci dall’ispezione in un posto dove si è verificata una fuga di sostanze radioattive; ad attenderli c’è un giornalista televisivo, Dean Miller e il suo fedele operatore.
Ma appena l’aereo si posa sulla pista appare chiaro che c’è qualcosa di strano nel velivolo stesso; la torre di controllo infatti ha inutilmente cercato di parlare con il comandante dell’aereo e quando si aprono i portelli dello stesso appare chiaro perchè.
Dall’interno, scendono degli esseri mostruosamente deformi sul volto, che assaltano tutti i presenti uccidendo chi capita a tiro.E’ l’inizio di un incubo per Dean e per le autorità che tentano inutilmente di fermare il contagio.
I misteriosi esseri infatti sono stati contaminati da una sostanza radioattiva e sembrano in tutto e per tutto degli zombie.
Ma a differenza di questi ultimi, loro hanno un’agilità e un’intelligenza che agli zombie manca del tutto, sono in grado infatti di correre con insospettata energia, di guidare e di sparare.
Sono in pratica un esercito quasi invulnerabile salvo per il loro punto debole, il cervello.
Nonostante le autorità militari proclamino la legge marziale e l’isolamento dell’aeroporto, i contaminati si abbattono come una marea sulla comunità locale, assaltando dapprima lo studio televisivo nel quale lavora Dean, in seguito abitazioni private e un ospedale.
A farne le spese sono tutti coloro che tentano di mettersi sul loro cammino, inclusi i famigliari di un generale e la bella moglie del maggiore Holmes, Sheila e la sua amica Cindy oltre agli sventurati che incontrano i terribili contaminati.
Solo Dean riuscirà a sfuggire al contagio, arrampicandosi con la moglie sulla sommità di un ottovolante dove sarà tratto in salvo da un elicottero, ma….
Incubo sulla città contaminata, alias Nightmare City, titolo molto più affascinante destinato al mercato estero, è un horror splatter diretto con pochi mezzi e molto ingegno da Umberto Lenzi nel 1980.
Il regista, reduce dall’ottimo successo riportato da Mangiati vivi, uno dei migliori cannibal movie degli anni settanta, riduce per lo schermo una sceneggiatura di Antonio Cesare Corti, Luis María Delgado e Piero Regnoli, potendo contare però su un budget molto risicato che alla fine inficia il giudizio che sarebbe potuto essere più lusinghiero.

Il maggiore Holmes e sua moglie Sheila, Maria Rosaria Omaggio
Difatti la pecca maggiore del film è riscontrabile nei trucchi dozzinali utilizzati: i contaminati, che vengono spesso citati nelle recensioni come zombie mentre in realtà sono molto differenti da essi, appaiono truccati in maniera dilettantesca.
Nei primi piani infatti si notano bene le approssimazioni del trucco stesso, mentre Lenzi riesce a fare miracoli con lo splatter: alcune sequenze sono ritenute degli autentici cult dai cultori del genere e del film stesso, come quelle in cui viene uccisa Sheila Holmes con una pistolettata che le porta via parte della testa o come l’efferata uccisione di Cindy da parte di un contaminato con tanto di primo piano su un coltellaccio che le asporta un occhio.
Da menzionare, sempre per gli amanti del gore, le sequenze di distruzione all’interno degli studi televisivi, con raccapriccianti suoni prodotti dai coltelli e dalle mannaie che affondano nei corpi delle vittime oppure la sequenza al cardiopalma all’interno dell’ospedale, il tutto mentre un chirurgo tenta un’impossibile operazione.
Incubo sulla città contaminata è un film con molti pregi e molti difetti; all’originalità della trama si contrappone pesantemente un finale assolutamente da dimenticare, che se da un lato può sembrare sorprendente, dall’altro suona come una beffa per lo spettatore, che ha seguito per un’ora e mezza le vicende sullo schermo, appassionandosi alla fuga di Dean e della moglie per poi….
Non accenno alla conclusione, almeno nella parte che rivela cosa accade veramente, per non guastare la visione del film stesso; tuttavia avverto che saranno in molti a restare delusi da un finale davvero spiazzante.
Accennavo prima ai difetti del film; il principale è costituito da un cast davvero improbabile, con tre attori assolutamente imbalsamati e poco incisivi come Mel Ferrer, che interpreta il generale Murchison in maniera legnosa e monotona, come Hugo Stiglitz, che interpreta il giornalista Dean Miller come Ferrer e con un pessimo Francisco Rabal, mai così a disagio nei panni del maggiore Holmes.
Molto, molto meglio il cast femminile: la Omaggio (Sheila Holmes), Laura Trotter (la moglie di Miller) e la bellissima Sonia Viviani (Cindy) fanno la loro parte con sufficiente professionalità.Citazione d’onore per la lugubre e coinvolgente colonna sonora scritta da Stelvio Cipriani.
Luci ed ombre quindi, per un prodotto spesso classificato come B movies; una discriminazione ingiusta, solo perchè gli horror splatter, come del resto la stragrande maggioranza dei film di SF o dei thriller più sanguinolenti, venivano visti dalla critica come fumo negli occhi.
Un film che vale una visione, anche per la buona suspence che si respira, a patto di sorvolare con occhio benigno sulle ingenuità del trucco e su alcune situazioni al limite del grottesco che il film presenta.

Incubo sulla città contaminata,
un film di Umberto Lenzi. Con Mel Ferrer, Maria Rosaria Omaggio, Hugo Stiglitz, Francisco Rabal, Eduardo Fajardo, Manuel Zarzo, Adolfo Belletti, Sara Franchetti, Sonia Viviani, Ugo Bologna, Laura Trotter, Stefania D’Amario, Tom Felleghy, Pierangelo Civera, Achille Belletti
Horror, durata 91 min. – Italia, Spagna 1980.
Hugo Stiglitz … Dean Miller
Laura Trotter … Dr. Anna Miller
Maria Rosaria Omaggio … Sheila Holmes
Francisco Rabal … Maggiore Warren Holmes
Sonia Viviani … Cindy
Eduardo Fajardo … Dr. Kramer
Stefania D’Amario … Jessica Murchison
Ugo Bologna … Desmond
Sara Franchetti … Liz
Manuel Zarzo … Colonell Donahue
Tom Felleghy … Tenente Reedman
Pierangelo Civera … Bob
Achille Belletti … Tecnico TV
Mel Ferrer … Generale Murchison
Produzione: Diego Alchimede, Luis Méndez
Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Antonio Cesare Corti, Luis María Delgado e Piero Regnoli
Musiche: Stelvio Cipriani
Editing: Daniele Alabiso
Art director: Mario Molli
Costumi: Silvana Scandariato
Doppiatori
Hugo Stiglitz – Pino Colizzi
Laura Trotter – Maria Pia Di Meo
Maria Rosaria Omaggio – Vittoria Febbi
Francisco Rabal – Luciano De Ambrosis
Mel Ferrer – Giuseppe Rinaldi
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Tra i preferiti visionati nelle Grindhouse da Tarantino, il film di Lenzi spicca sulle consimili produzioni: in primo luogo per una struttura narrativa scorrevole, quindi per una solida messa in scena, ricca di trovate visive supportate da una buona colonna sonora. Primo film dove gli infetti (attenzione: non sono zombi!), sono ipercinetici, prediligono i seni e i glutei delle fanciulle (e te lo credo: c’è anche Sonia Viviani) e sono ghiotti di sangue. Memorabile la sequenza d’accecamento con attizzatoio, ancor’oggi disturbante… Contagioso.
Oddìo, bruttino è bruttino, il trucco degli zom… ehm, degli infetti (Lenzi sul punto è ipersensibile) è da Esselunga, la fissità del volto di Hugo Stiglitz un fenomeno degno di attenzione scientifica, il resto del cast assemblato a casaccio. Eppure, sarà l’idea degli zom… degli infetti vigorosi e dinamici (che avrà gambe lunghe), sarà la forzosa mancanza di fronzoli, sarà il polso di Mastro Umberto, ma insomma il film funziona, ruvidamente ma funziona. Certo andare oltre i due pallini con rinforzo è impossibile.
Gli infetti non fanno paura a nessuno (più che altro, fanno ridere) e la sceneggiatura è davvero poca cosa, ma nonostante questo, il buon livello di splatter (la mattanza al balletto, con un bel colpo di scure sulla nuca, o la capatina dei ridicoli infetti all’ospedale, con bevuta della flebo di sangue) e un discreto ritmo, fanno sì che il film si lasci vedere, non potendo inoltre non applaudire il coraggio del regista, che tira dritto fino al finale a “sorpresona”, incurante proprio del ridicolo incombente. Attori potabili.
Pandemica e circolare, questa storia di contaminati sterza tosto verso un classico zombi-movie scarno, ripetitivo e pervaso da splatter. La regia di Lenzi è comunque salda, competente e lascia un’impronta marcata nelle scene d’azione: su tutte, la frenesia di mitragliamenti e coltellate all’aeroporto o la vertiginosa fuga al luna park. A differenza di Romero e Fulci, gli pseudo-zombi lenziani hanno la novità di essere molto forti, rapidi nei movimenti ed ematofagi.
Obbrobrio in celluloide di immani proporzioni. Lenzi, qui al suo peggio, scopiazza senza pudore i film zombeschi di Romero, con la differenza che chiama i mostri “contagiati”. La sceneggiatura è risibile e imbarazzante, gli attori impresentabili e anche gli effetti speciali sono approssimativi e deludenti se non addirittura dilettanteschi. Circa il finale poi è meglio stendere un velo pietoso: una vera e propria truffa ai limiti del ridicolo. Insomma evitatelo come la peste se non volete essere “contagiati” anche voi…
Lenzi è regista che ha spaziato tra innumerevoli generi dirigendo anche pellicole non proprio disdicevoli. In questo caso però il risultato finale è decisamente mediocre e il pregio maggiore di questo film risiede nel suo essere, del tutto involontariamente, anche decisamente divertente (o meglio ridicolo). Questi infetti che hanno bisogno estremo di sangue in certi momenti sembrano degli ubriaconi alla ricerca di una bottiglia di “cancarone”. Non basta a salvare il film un colpo di scena finale peraltro non tanto sorprendente.
Nonostante sia disprezzato dai più, è uno dei miei cult personali. Un Lenzi comunque ispirato di fronte a un budget non impressionante e con un cast che farà la gioia degli amanti del cinema di genere: Trotter, Ferrer, Omaggio, Rabal, Ugo Bologna (il mio attore cult per eccelenza), Tom Felleghy (altro mostro sacro), Manuel Zarzo, Sonia Viviani, Eduardo Fajardo, Maria Tedeschi non accreditata… qualcosa da aggiungere? gli effetti di sangue e le musiche di Stelvio Cipriani sono cult.
Horrorazzo decisamente deludente. Nonostante non si parli di zombi ma di “contaminati”, i riferimenti a Romero e a Fulci sono evidenti. La regia di Lenzi è discreta e riesce a salvare il film dal disastro totale. Discreto anche il cast e incalzanti le musiche di Cipriani. Mediocre quasi tutto il resto. La sceneggiatura si limita a riproporre i vari stereotipi del filone e nonostante qualche idea discreta (l’aereo abbandonato e il finale al luna park) tutto scade nella banalità più totale. Numerosi ma poverissimi gli effetti splatter. Evitabile.
Fantastici questi zombi che si muovono e combattono come gangster della Magliana! Vestiti di tutto punto ma con la faccia chiusa in quel casco butterato.. come trash ci si diverte, le musiche meritano e ci sono un paio di scene “pregne” (la bevuta della flebo, l’occhio scavato), ma nel complesso è ridicolo. Attori legnosi, sceneggiatura didascalica, ritmo altalenante, location buttate lì alla rinfusa. Vabbè, mancava solo che arrivasse il commissario Merli per arginare questa orda di zombie all’amatriciana.
Grande Horror lenziano che ha recentemente ispirato anche registi di grido come Rodriguez. Il film è un connubio tra zombie-movie e action e la trovata più interessante è proprio quella dei “contaminati”: una sorta di zombies (per l’aspetto trucido) iperattivi e intelligenti, che menano (e usano anche armi da fuoco all’occasione) e hanno costante bisogno di sangue per sopravvivere. Il make-up è scadente, ma i numerosi effetti splatter sono efficaci e il ritmo è incessante ed emicranico. Cult assoluto per gli amanti dei B-Movies!
Partendo dal fatto che per me i film di zombie (o affini come in questo caso) non sono mai troppo pochi, devo dire che questo è proprio un cultissimo. La cosa che mi piace di più è che quando scatta l’assedio la sceneggiatura non scompare come in tanti film di genere, anzi, le situazioni sono filmate col giusto realismo (si veda la serrata scena dell’ascensore). Certo, come molti film italiani c’è qualche trashata e qualche lungaggine, ma bisogna considerare il budget a disposizione. Ci sono più trovate qui che nell’intera trilogia di Blade.
Graziosissimo film dell’orrore del buon Lenzi, non privo di difetti e errori grossolani (i contaminati hanno la faccia incrostata e il resto del corpo normale) e con qualche scena che sfiora il ridicolo (il bisturi-shuriken, il televisore). Eppure la buona recitazione e la trama (pesantemente debitrice di La città verrà distrutta all’alba) lo rendono un film interessante. Bella la colonna sonora.
Non è certamente privo di difetti ma è sicuramente una pellicola più che dignitosa e soprattutto con molto ritmo e pochi tempi morti. Il make up degli infetti, che a detta di molti non è dei più riusciti, a me piace moltissimo, così come quasi tutta la pellicola che mi ha lasciato solo un po’ perplesso nel finale: l’avrei gradito un po’ diverso, anche se Lenzi a questi stratagemmi ha attinto ancora (vedi Le porte dell’inferno).
Nonostante le precisazioni di Lenzi questo resta un lavoro debitore dei film di Romero (La città verrà distrutta all’alba) che patisce l’assenza di una vera sceneggiatura (con una soluzione finale risibile). Inspiegabile la sua fama di cult visto che non aggiunge nulla ad un filone già all’epoca inflazionato ed ha dei pessimi effetti speciali. L’appassionato può gradire, per carità, ma bisogna essere obbiettivi e guardare il film accettandone la mediocrità, non nascondendola.
Pellicola che, a mio giudizio, ha il grave limite di prendersi sul serio. Voglio dire che un’impostazione maggiormente scanzonata ne avrebbe aumentato il valore. Alcuni passaggi, recitativamente parlando, sono improponibili e spezzano ogni parvenza di ritmo e tensione che poteva essersi creata. Il make-up è quantomeno spiritoso. Qualche tetta all’aria che lascia il tempo che trova (visto il film) e deliziose bevute di sangue (notevole quella maleducata tracannando dalla flebo: non si fa!) Finale rovinato dalla scritta che preannuncia, forse!
Buonissimo horror. Intendiamoci, non è il migliore degli zombi-movie e nemmeno della filmografia di Umberto Lenzi, però mi ha coinvolto, sia per quanto riguarda la storia (scorrevole), le scene di paura ed anche la colonna sonora del buon Stelvio. Certo ci sono momenti al limite del patetico, ma il film si fa piacere per quel che è, non tralasciando tematiche importanti come l’ambiente. Lenzi non è Romero, ma credo che questo film sia proprio un cult.
Al posto degli zombi ci sono i contaminati, ma la pasta è sempre la stessa. I riferimenti ai film di Romero non sono casuali anche se qualche cambiamento è stato apportato (come la velocità dei contaminati, da cui prenderanno spunto successivamente Boyle e qualcun altro). Inutile dire che Lenzi è una garanzia; è il cast a non esserlo.
Ignobile trashata senza pari, che chissà per quale arcano mistero è diventato un cult, forse perché sponsorizzato da Tarantino. In più si asserisce che Danny Boyle lo avrebbe tenuto a memoria per 28 giorni dopo! Mah… Un assoluto delirio demenziale girato coi piedi dallo zio Umberto, che non crede manco per un secondo a quello che sta facendo. Resta comunque un monumento all’horror comico più esilarante, dove ci si scortica dal ridere solo vedendo le espressioni, da cinema muto, dei contaminati. Esilarante.
Il film è la dimostrazione che l’horror non è mai stato il genere in cui Lenzi si è espresso al meglio. Alcune buone trovate in sceneggiatura (l’aereo con cui arrivano gli “infetti”) si accompagnano ad una mancanza di ritmo, ad un cast lasciato un po’ a se stesso (Mel Ferrer spaesato) e ad una generale impressione di budget molto-limitato (poco riusciti gli effetti gore). Pellicola che viaggia sul sottile confine del ridicolo involontario e in definitiva un film con una fama molto superiore al suo reale valore.
Film che riesce a piacere malgrado i suoi limiti, e c’è anche un intento ecologico (era molto di moda nel 1980). Il montaggio forse rende il film dispersivo, ma ci sono momenti orrorifici e splatter divertenti. I contaminati non sono zombi veri e propri: si muovono velocemente, usano utensili per uccidere, sembrano organizzati e si nutrono di sangue come i vempiri. L’influenza romeriana è innegabile, ma L’ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona è più vicino nelle atmosfere (specie della città anonima, che sa di periferia).
Godibile horror di Umberto Lenzi che colpisce più per il tema politico svolto che per altro. Alcune lacune della sceneggiatura fanno storcere un po’ il naso allo spettatore e la noia spesso si fa sentire. Però, ripeto, è un buon film fornito di parecchia inventiva.
Il cinema e i cineromanzi sexy
Hanno il sapore dei vecchi cinema di periferia, delle sale avvolte da una cappa di fumo e con le sedie rigorosamente in legno e chiudibili.
Hanno anche il sapore di un’epoca avvolta ormai nella nebbia dei ricordi, di un periodo nel quale anche andare al cinema poteva essere un lusso; lo era sicuramente per molta gente che non riusciva a pagarsi il biglietto d’ingresso, come lo era per coloro che vivevano in paesini in cui non c’era nemmeno la sala parrocchiale.
Le immagini sono tratte dal forum http://www.lovelockandload.net
e dal sito http://www.dbcult.com
che ringrazio vivamente
Certo, a parlarne oggi sembra di immergersi in un periodo storico lontanissimo; in realtà parliamo di fine anni 50 e dei primi anni 60, un’epoca storica in cui le forme di distrazione degli italiani erano rappresentate unicamente dalle balere, dalla televisione piazzata nel bar che così diventava luogo di ritrovo e socializzazione e dai cinema.
Così, per portare il cinema nelle case, per far sognare e distrarre un’Italia che stava uscendo a fatica dalle distruzioni operate dalla guerra, nacquero i cineromanzi, autentici progenitori dei futuri fotoromanzi.
I cineromanzi nacquero proprio dalle esigenze citate; diventarono ben presto un veicolo importante per il cinema, che ne ebbe in cambio ancor più popolarità se possibile.
E che estesero la loro tiratura fino a metà circa degli anni settanta, ben oltre il periodo del boom economico.
Una forma di veicolazione dell’immagine che sposava il cinema con la carta stampata, raccontando quasi sempre per intero, attraverso una selezione dei fotogrammi, opere di svariata provenienza, dai film dei registi impegnati come Antonioni, Fellini, Risi per arrivare al periodo del boom del cinema erotico, che fu il periodo di massimo fulgore dei cineromanzi e contemporaneamente l’inizio di una parabola discendente che culminò con la scomparsa degli stessi.

Da Big film un fotogramma di Le amorose notti di Ali Baba
Nati dai cine racconti, ovvero una sintesi del film senza però immagini esplicative, i cineromanzi raccolsero subito un buon pubblico, quello che per vari motivi non poteva recarsi al cinema e che così trovava una nuova forma di evasione, a poco costo e sopratutto sotto casa.
Nell’Italia degli anni sessanta e settanta la capillare diffusione delle edicole rappresentava uno strumento importante per la divulgazione dei cineromanzi; dal canto loro i cineromanzi non si limitavano di certo a fornire un Bignami del film stesso.

Su Cinesex arriva il film Delirio caldo,con Rita Calderoni
All’interno, c’erano rubriche di posta, curiosità, biografie dei divi, così come c’erano giochi e concorsi.
Dopo un inizio pudico, legato anche ad un cinema che mostrava il minimo possibile di centimetri di epidermide, il cineromanzo divenne famoso anche per la sua potente carica trasgressiva, rappresentata dal veicolare le immagini dei film “vietati ai minori”, ovvero quei film che la censura considerava inadatti al pubblico dei minori.

Fotogrammi tratti da Cinesex riguardanti il film Delirio caldo
Questa fu sicuramente una delle cause dell’affermazione netta dei cineromanzi, ovvero la possibilità di mostrare intere parti di film in cui le immagini sexy avevano spesso il predominio, diventando al tempo stesso uno strumento per evitare di essere visti mentre si andava alla proiezione di un film bollato con il fatidico “vietato ai minori”
Può sembrare una visione stramba di un periodo storico in cui ci furono la maggior parte delle conquiste civili del paese; tuttavia, chi l’ha vissuto, ricorda perfettamente la forte ondata moralista che si abbattè sul paese sopratutto dopo la metà degli anni sessanta, con conseguente contrapposizione di tutti coloro che propugnavano viceversa una maggiore liberalità dei costumi.
Cinestop 1970: immagini tratte dal film Cosi dolce cosi perversa non presenti nel film
I cineromanzi quindi ebbero un vissuto abbastanza particolare; da essere strumento di divulgazione cinematografico alla fine divennero qualcosa di molto pruriginoso, una forma di esposizione fotografica del nudo un tantino torbida che però ebbe un successo addirittura non previsto dagli stessi editori.
Su Cinestop 1971 il fotoromanzo di Zenabel, protagonista la bellissima Lucretia Love
In qualche modo furono un fenomeno di costume, anche se in una forma limitata; non ebbero la stessa diffusione dei fotoromanzi, che avevano un pubblico molto più vasto, formato per la massima parte da casalinghe e operaie, da quella parte di società che viveva la così detta esistenza normale, fatta di lavoro e panni da stirare, di cucina e di case da rassettare.
Generalmente, quando si va alla ricerca di notizie storiche sui cineromanzi, si legge che ebbero la massima diffusione fra il decennio degli anni quaranta e gli inizi degli anni sessanta; il che è vero ma solo in parte.
Su Cinestop del giugno 1970 le immagini del film Violenza carnale
Dopo il travolgente successo del periodo citato, la stampa dei cineromanzi divenne quasi settoriale e parallelamente si rivolse in maniera selettiva ad un pubblico molto più esigente.
Accadde che mentre sugli schermi impazzava la forbice censoria, per qualche meccanismo inspiegabile la carta stampata venisse in qualche modo risparmiata dall’ira dei morigerati magistrati che controllavano il pubblico pudore e la pubblica morale.
Così il cineromanzo spesso era in grado di mostrare quello che al cinema non si poteva vedere.
Accadeva di vedere un film e di leggere un cineromanzo; ebbene, si restava sorpresi dal trovare sullo stesso immagini non presenti sulla pellicola.
Immagini tagliate per vari motivi, quasi sempre legate all’erotismo.
Cinestop super del 1974 presenta il cineromanzo di Le ragazze sono nate per fare l’amore
E’ il caso del settimanale Cinesex, uno dei più curati graficamente e anche uno dei più diffusi, che mostrò intere sequenze del film Top sensation (protagoniste una giovane Edwige Fenech e Rosalba Neri) letteralmente sforbiciate dalla censura.
Cinesex costava una cifra ragguardevole; 300 lire, che era poi il costo di un biglietto in un cinema di visione successiva, i famosi cinema di periferia che fino alla prima metà degli anni settanta rappresentavano la fetta più importante del numero di presenze di spettatori.
Un altro mensile abbastanza diffuso era Top film, anch’esso molto curato graficamente che costava ben 500 lire (un biglietto di prima visione ne costava 700, almeno qui al sud), così come un buon pubblico aveva Cinestop, che riprendeva il nome di un settimanale pruriginoso che si chiamava Stop.
Su Amarcord del 1995 è di scena Edwige Fenech
C’era poi Big film, forse il più curato dal punto di vista grafico e dell’impaginazione, nato proprio nel 1970 e baciato dalla fortuna perchè riusciva a mostrare il massimo senza essere sequestrato nelle edicole.
La caratteristica che finì per accomunare queste riviste era l’uso esclusivo di film a soggetto erotico.
Siamo ben lontani quindi dal cineromanzo originale nato negli anni cinquanta, quindi, quello pionieristico che “raccontava” il film, che faceva sognare, commuovere e che trasportava il lettore in un mondo fantastico e immaginifico.
La trasformazione appare irreversibile; dapprima si racconta un tipo di cinema molto vicino al B movies, o quanto meno con aspetti decisamente torbidi e pruriginosi, in seguito si arriverà a varcare la frontiera stessa dell’illustrazione cinematografica.
I cineromanzi infatti si riempiono di pseudo indagini sull’erotismo, illustrando con dovizia di particolari (e di immagini) tutti gli aspetti dello stesso, solleticando spesso gli istinti più bassi.
Big film ultima serie presenta Ultimo tango a Zagarol
Argomenti come il nudismo e le deviazioni sessuali diventano infatti l’altra componente dei fotoromanzi.
Che così finiscono per smarrire del tutto la loro identità, diventando indistinguibili dai rotocalchi osè come Le ore o Playmen, che spesso utilizzavano proprio le starlette o le giovani attrici in cerca di notorietà senza veli e in pose molto spesso troppo esplicite.
Nel frattempo, mentre il cineromanzo sembra evolversi verso una forma definita e sembra aver conquistato una buona fetta di mercato con conseguente impatto economico, la morale evolve e i costumi cambiano.
Su Cinesex attualità ecco un decamerotico, Quando le donne si chiamavano madonne
Il cinema osa sempre di più, i censori sembrano aver perso la voglia di lottare contro la pronografia che inizia a dilagare, forse perchè il paese è oppresso da ben altri problemi, come la devastante crisi economica, la crisi petrolifera e sopratutto il terrorismo diffuso.
La seconda metà degli anni settanta, infatti, vede la rapida caduta delle vendite dei cineromanzi, che diventano fenomeno di nicchia.
Le immagini in rigoroso bianco e nero ormai interessano sempre meno gente mentre contemporaneamente l’eros esplode sugli schermi.
Top film: è il turno di Metti una sera a cena
Così malinconicamente i cineromanzi iniziano a scomparire, le case che li pubblicano si contano sulle dita di una mano.
Qualcuna sopravviverà, cambierà pelle ma non pubblicherà più intere sequenze dei film ma solo i fotogrammi più scabrosi.
Nascono Gin fizz e altre pubblicazioni, che fanno dell’erotismo più spinto la loro bandiera; il cineromanzo scompare definitivamente per lasciare il posto alle immagini avvilenti della pornografia più estrema.
Tristemente, si chiude un periodo storico per l’affascinante mondo dei cineromanzi, sconfitti non tanto dalla crisi cinematografica quanto dalle mutate abitudini degli italiani.
Scompare, in qualche modo anche la memoria stessa del fenomeno, visto che le nuove generazioni hanno avuto modo di conoscere l’esistenza dello stesso solo grazie a qualche illuminato collezionista, che ha conservato in cantina qualche numero di queste riviste.
Dall’8 marzo al 19 aprile 2007 viene ospitata a Torino, presso l’Archivio di Stato del Museo Nazionale del Cinema una mostra antologica del cineromanzo, curata dal regista D’Amelio; è stata l’occasione per riaccendere i riflettori su questa pagina poco conosciuta del nostro cinema.
Top film presenta La donna invisibile
Nuovo Big Film:Il richiamo del sesso
Cinestop 1971 presenta Ondata di calore
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore
Una spedizione guidata dal professor Julian Fuchs, coadiuvato da 4 aiutanti, fa una scoperta sensazionale nella valle delle tombe dell’esorcismo in Egitto; la sepoltura intatta di un alto dignitario egizio.
Con somma sorpresa dell’equipe, la stessa scopre che si tratta del sepolcro funebre di una sacerdotessa, Cleo, venerata come la dea dell’amore e che il corpo della donna non presenta la benchè minima traccia di decomposizione.
Attraverso i geroglifici scolpiti sui muri, apprendono che la sacerdotessa aveva avuto una sorte terribile: alcuni sacerdoti, gelosi dei suoi poteri, l’avevano condannata ad un crudele supplizio, il taglio della mano destra.

La mano mozzata con il gigantesco rubino
Nel frattempo accade anche una cosa che avrà conseguenze funeste; nel momento dell’apertura della tomba, Fuchs diventa padre.
A Londra, infatti, sua moglie partorisce una bimba, Margareth.
Il professor Fuchs rientra quindi a casa, portando con se la mummia e una ricostruzione della tomba, mentre al resto dell’equipe toccano in sorte tutti gli amuleti sepolti con la sacerdotessa, i simboli della sua divinità.
A Berigan tocca la raffigurazione di un cobra, a Dickerson una statua del gatto dio, a Corbeck una pergamena e a Dandridge il cranio di uno sciacallo.
Una scelta fatale, perchè Margareth, figlia del professore, è nata lo stesso giorno e mese della scoperta e diventerà la predestinata alla reincarnazione della sacerdotessa nel giorno del compimento del suo ventunesimo anno di età. Infatti Margareth ha spesso incubi in cui vede avvenimenti a lei incomprensibili.
Da quel momento una catena di morti violente sconvolge la vita dei partecipanti alla scoperta.
Ad uno ad uno, periscono di morte violenta mentre gli amuleti ritornano alla legittima proprietaria, che così può ritornare in vita.
Invano il professor Fuchs tenta di utilizzare il grosso rubino che aveva recuperato dalla mano mozzata di Cleo per fermare la devastante furia omicida della sacerdotessa; l’uomo, che aveva nascosto alla figlia l’origine dello stesso anello e che le aveva regalato tenta una impossibile lotta con le forze misteriose che guidano Cleo fino a ….

Il lungo sonno della sacerdotessa Cleo

Il celebre fotogramma di propaganda della Hammer con l’attrice Valerie Leon
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore, traduzione non di certo fedele di Blood from the mummy’s tumb, uscì in Italia nel 1971, diretto almeno per una certa parte da Seth Holt.
Il regista (il cui nome è curiosamente legato a quello di una divinità egiziana) morì dopo qualche settimana dall’inizio delle riprese e il suo posto venne preso da Michael Carreras che non era un vero regista, quanto un produttore cinematografico.
Il film ebbe anche altre traversie, basti pensare che per il ruolo di Julian Fuchs era stato scelto Peter Cushing, che però dovette rinunciare perchè sua moglie si ammalò gravemente, morendo poco dopo.
Con una fama di film maledetto, Carreras riuscì comunque a tirar fuori un discreto prodotto, forte anche del marchio Hammer che significava l’utilizzo di sceneggiature ben costruite e sopratutto di location e mezzi appropriati.
La sceneggiatura, scritta da Christopher Wickin e tratta da un soggetto di d Bram Stocker “Jewel of the seven stars” (1897), autore del celebre Dracula, venne sostanzialmente modificata da Holt e nuovamente cambiata da Carreras in fase di lavorazione, creando qualche discrepanza nel racconto che alla fine peserà non poco sull’economia del film.
Nonostante queste traversie, il film ebbe una buona risposta da parte del pubblico e commenti decisamente positivi; l’atmosfera e l’ambientazione a metà strada tra il thriller e l’horror regge, nonostante le lacune evidenziate su in fase di sceneggiatura.
Buoni gli effetti speciali e le location mentre qualche parola va spesa per la bella interprete dei personaggi di Cleo/Margareth,personaggio che in origine si chiamava Tera, l’attrice Valerie Leon, che fece furore grazie sopratutto alla sua avvenenza, non supportata da adeguate doti recitative.
Bella e procace, la Leon colpiva per il suo generoso seno che sembrava voler abbandonare da un momento all’altro le protezioni da cui era coperto, svegliando la concupiscenza dello spettatore.
Non andò mai oltre ruoli secondari, finendo per lavorare in film anche di buon livello come Agente 007, la spia che mi amava, I 4 dell’oca selvaggia o La vendetta della pantera rosa ma sempre in parti non da protagonista.
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore fu uno degli ultimi grandi successi della gloriosa Hammer, che nel 1979 fu costretta alla bancarotta in seguito al finanziamento del film La signora scompare di Alfred Hitchcock che si rivelò un fiasco colossale.
Exorcismus – Cleo la dea dell’amore, un film di Seth Holt. Con James Villiers, Andrew Keir, Valerie Leon Titolo originale Blood from the Mummy’s Tomb. Horror, durata 94 min. – Gran Bretagna 1971.
Andrew Keir … Professor Julian Fuchs
Valerie Leon … Margaret Fuchs /Sacerdotessa Cleo
James Villiers … Corbeck
Hugh Burden … Geoffrey Dandridge
George Coulouris … Professor Berrigan
Mark Edwards … Tod Browning
Rosalie Crutchley … Helen Dickerson
Aubrey Morris … Dottor Putnum
David Markham … Dottor Burgess
Joan Young … Signora Caporal
James Cossins … Older Male Nurse
David Jackson … Giovane infermiere
Jonathan Burn …
Tamara Ustinov … Veronica
Penelope Holt … Infermiera
Angela Ginders … Infermiera
Tex Fuller … Paziente
Luis Madina … Prete
Omar Amoodi … Prete
Abdul Kader … Prete
Oscar Charles … Prete
Ahmed Osman … Prete
Soltan Lalani … Prete
Saad Ghazi … Prete
Regia di Seth Holt e Michael Carreras (non accreditato)
Scritto da Christopher Wicking (sceneggiatura)
Soggetto di Bram Stoker (romanzo “Jewel of the Seven Stars”)
Prodotto da Howard Brandy
Musiche originali di Tristram Cary
Fotografia di Arthur Grant
Montaggio di Peter Weatherley
Scenografie di Scott MacGregor
Effetti speciali di Michael Collins
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Seth Holt chiuse la sua carriera di regista con questo riuscito horror che si rifà ad un tema classico quale quello della Mummia (non a caso c’è di mezzo la Hammer), tentando di staccarsi dai cliché ormai consolidati; e così la sensualità (assai spinta per l’epoca) si fonde con il gore (ci sono, nel finale, effetti piuttosto estremi). La sceneggiatura non è banale e gli interpreti offrono una buona performance. La pellicola è resa particolarmente attraente dalla presenza “fisica” della mora Valerie Leon, in un duplice ruolo. Interessante…
Interessante variazione sul tema della mummia che si basa sulla solida interpretazione del veterano Kier e sulle grazie della bella Leon. Il tema è poi trattato in modo nuovo (non aspettatevi la solita mummia bendata) e questo rende il film degno di nota. Nel finale si fa ampio uso di humor nero.
L’attrice Valerie Leon sul set del film
Action
Bruno Martel è un attore con grossi problemi; non riesce ad essere assunto per ruoli decenti nel cinema, cosi decide di accettare l’invito di un produttore per lavorare in un porno film.
L’uomo, che ha una relazione con la bella Ann, vive un privato ugualmente problematico, visto che la moglie lo tradisce.
Sul set del film le cose non vanno meglio; Bruno, offeso dal trattamento riservato alla sua partner cinematografica, fugge dal set accompagnato dalla ragazza, non prima di aver devastato il set.
Durante la rocambolesca fuga, dapprima capita in un immondezzaio nel quale vive una tribù di giovani a metà strada tra il punk e l’emarginato per poi finire in un dormitorio, poi ancora in un bagno turco e infine in un manicomio.
Nell’immondezzaio Bruno viene aggredito, mentre la giovane Doris viene violentata; qui l’attore conosce Garibaldi, un vecchio che ha fatto del letamaio la sua abitazione.
Luc Merenda
I tre riprendono il loro viaggio che li vede alla fine arrivare in un ospedale psichiatrico, dal quale usciranno solo Bruno e Garibaldi, mentre Doris deciderà di suicidarsi.
L’ultima tappa del viaggio vede i due approdare ad una stazione di servizio, gestita da Florence, una donna di mezz’età frustrata che vive con un marito confinato su di una sedia a rotelle, un uomo gretto e malevolo che le rimproverà i continui tradimenti che la donna gli riserva.
Bruno e Florence hanno una breve relazione, interrotta dall’arrivo della polizia che insegue l’uomo…
A distanza di 11 anni da Nerosubianco, Tinto Brass prova a giocare la carta della disarticolazione del film, attraverso una vera e propria destrutturazione dell’impianto narrativo.
Il film è girato ad alta velocità, con scene che ricordano i vecchi film muti di Stan Laurel e Oliver Hardy oppure quelli di Ridolini.
Così in alcuni momenti il ritmo diventa fenetico, in altri ci si perde in immagini surreali che ricordano il citato Nerosubianco e il viaggio di Barbara inseguita dall’uomo di colore.
Il tutto mescolato a forti rimandi al cinema felliniano, del quale Brass tenta di riprendere le metafore risultando alla fine galatticamente lontano dai ropositi iniziali.
Un film che con il cinema sembra avere poco a che spartire: un’aria decadente aleggia su tutta la pellicola, mentre assistiamo allo strano viaggio di Bruno che attraversa un universo costellato di personaggi surrali, a cominciare dai due stravaganti compagni di viaggio per finire con la scena dell’uccisione dell’uomo da parte dei poliziotti che conclude il film lasciandoci con un interrogativo: quello che vediamo è reale oppure è frutto di una recita di Bruno?
Action è un film a tratti sgradevole, a tratti affascinante, a tratti noioso e incomprensibile.
E’ un helzapoppin in cui accade di tutto, inclusa la presenza di Brass nel ruolo di un regista che dirige Bruno e che decide di cacciarlo quando quest’ultimo, inseguito dalla polizia, si esibisce in un assurdo balletto in stile Cantando sotto la pioggia, oppure accade di vedere la giovane attrice Doris costretta ad umiliarsi per compiacere il produttore del film hard, accettando di orinare in un gabinetto mentre viene ripresa dal regista.
La ragazza che sogna l’Amleto di Shakespeare è costretta a fare i conti con la realtà, ed è proprio Bruno a strapparla alla degradazione coinvolgendola in una fuga che culminerà nella violenza di gruppo in un paesaggio quasi lunare, in quel campo sommerso dalle immondizie in cui si muove un gruppo di alienati Punk.
Il film prosegue così verso il finale, che probabilmente è la parte migliore, quella più lineare, in cui assistiamo all’incontro tra Bruno e Florence e contemporaneamente vediamo la moglie di Bruno tradirlo volgarmente, mentre l’astioso marito paralitico di Florence avvisa la polizia della presenza di Bruno.
Raccontato così Action sembra avere quasi una logica, un percorso che è possibile seguire senza grossi problemi.
In realtà così non è, perchè le immagini surreali, meta cinematografiche si sovrappongono ad un ritmo che alla fine crea davvero fastidio nello spettatore, inclso l’utilizzo del turpiloquio mai così presente in un film di Brass.
Ad aggravare le cose c’è la voce chioccia di Luc Merenda che non viene doppiato rendendo il film molto più simile ad una commedia sexy che ad un film con qualche pretesa di dignità.
L’attore recita da dilettante, come richiesto dal regista veneziano, così come volutamente oltre le righe sono tutti i personaggi del film; che alla fine va preso o ripudiato in toto, senza altra possibile alternativa.
Brass smonta il cinema stesso, rendendolo una via di mezzo tra una comica e un qualcosa di completamente opposto, attraverso un linguaggio spesso surreale, spesso triviale, attraverso anche l’utilizzo di una serie industriale di nudi, tra i quali anche quelli integrali di Luc Merenda.
Un film anarchico, volutamente senza capo ne coda, che termina quasi nello stesso modo i cui inizia.
Il surreale viaggio di Bruno avviene davvero o è semplicemente frutto di un copione cinematografico?
Alla fine, le raffiche dei poliziotti mettono fine al suo viaggio o abbiamo solo assistito ad una rappresentazione che sbertuccia i nostri valori e i capisaldo della nostra morale?
Poichè non c’è alcuna risposta a questi quesiti, inutile lambiccarsi il cervello.

La sequenza del bagno liberatorio, protagonisti Adriana Asti e Luc Merenda
Certo, vedere Brass che passa da quest’opera a La chiave lascia davvero perplessi.
La cosa più sorprendente è che il regista veneziano veniva da due opere molto controverse, Salon Kitty e Caligola, che sceglie coscientemente di tornare alle opere degli esordi, quando si era segnalato per la sua originalità e visionarietà.
In Action compare un cast molto variegato: si va da Adriana Asti, che da spessore al personaggio della “benzinaia”
Florence ad Alberto Lupo, che recita sulla sedia a rotelle sulla quale era confinato da tempo in seguito ad un ictus che lo aveva colpito, e che riesce a rendere visivamente odioso il personaggio del marito di Florence.
Brave anche Susanna Javicoli, la svampita Doris che sogna di recitare Shakespeare e che invece finisce nel cast di un film porno e brava Paola Senatore, che interpreta Ann moglie di Bruno.
Spazio al surreale Alberto Sorrentino che sembra un clone del grillo parlante nei panni di Garibaldi e a John Steiner, assistente di Brass regista nella pellicola.
Action, un film di Tinto Brass. Con Alberto Lupo, Adriana Asti, Luc Merenda, John Steiner, Paola Senatore, Alberto Sorrentino, Franco Fabrizi, Eolo Capritti, Tinto Brass, Giancarlo Badessi, Luigi D’Ecclesia, Susanna Javicoli
Drammatico, durata 121 min. – Italia 1980.

Luc Merenda … Bruno Martel
Adriana Asti … Florence
Susanna Javicoli … Doris
Paola Senatore … Ann Shimpton
Alberto Sorrentino … Garibaldi
John Steiner … L’assistente del regista
Alberto Lupo … Joe marito di Florence
Franco Fabrizi … Il produttore del film porno
Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Vincenzo Maria Siniscalchi
Casa di produzione Ars Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Riccardo Giovanini, Blue Malbeix Band
Scenografia Claudio Cinini
Costumi Jost Jakob
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Viaggio allucinante e delirato; meglio: alterato. La visione del mondo filtrata attraverso la pornografia; il sesso come propulsore alle tensioni (a)razionali dell’essere umano; la purezza (data dall’ingenuità) generata da contesti di nudo onirici e -pertanto che tali- genuini. È un Brass libero dalle briglie, che si permette di apparire (poiché si sente, come di fatto è, Autore) e fare metascrittura. Action è la parodia del cinema che si rivolta su se stesso, che come una spirale inghiotte attori bravi (e belli: Senatore, Merenda) nel vuoto.
Anarcoide e delirante. Sconnesso viaggio meta cinemtografico tra realtà e finzione, pornografia e goliardia, che Brass mette in scena con un provocatorio gusto surreale, onirico, grottesco e ricco di citazioni (da una Londra lurida e suburbana popolata da teppistelli punk che ricorda “Jubilee” di Jarman alla coppia della stazione si servizio di Ossessione). Merenda è autoironico e si doppia da sé; la Senatore e la Javicoli splendide nei loro nudi integrali. E poi un Lupo dall’insulto facile, la Asti, Sorrentino, Fabrizi, Capritti e il “bidiano” Bullo.
All’insegna dell’ “I can’t believe it! ” dal primo all’ultimo fotogramma: che aveva bevuto, mangiato e fumato Brass quel giorno? Quanto stava malissimo da 1 a 2? Talmente squinternato, scombiccherato e scocomerato e sopra/sotto/oltre le righe da essere sublime e da rasentare il capolavoro. L’anello mancante tra Zulaswki in acido e il più sbertucciato Lindsay Anderson. Se si sta al gioco, una goduria e uno spasso assoluti. Di certo l’ultimo Brass considerevole prima della china e in assoluto la cosa più folle che mi sia capitata davanti alle iridi.
Anomalo (ma non per l’epoca) pastiche anarchico di Brass, un grande direttore della fotografia promosso a regista. Che dire: è brutto ma di una bruttezza tutta sua tra velleitarismi e sincera trasgressione, nudità naturale e pornografia, con una trama che sembra costruita giorno per giorno (e forse in parte lo è). Siamo alla fine del sogno di libertà coltivato negli anni 60/70 e questo film nei pregi e difetti anticipa di molto il decennio a venire. Da vedere almeno una volta, con un po’ di pazienza. L’anziano Sorrentino fa il vecchio Garibaldi.
Un film del genere può essere accolto in diversi modi che lo possono fare apparire una vaccata o un capolavoro. Per quello che mi riguarda vale la prima opzione. Brass non mi ha mai detto niente che non fosse la sublimazione del corpo della donna e tutto quello che ne può derivare, dalla poesia più pura all’ultima delle depravazioni. In questo “Action” quello che disturba è che Brass ha voluto tentare il contrabbando di innovazioni e creazioni rubando a man bassa da Kubrick, Fellini, Pasolini, Visconti in un pastiche velleitario e deplorevole.
Difficile giudicare un film del genere, dove i personaggi e le situazioni sono talmente surreali da non riuscire a trovare il bandolo della matassa a fine film. Il tutto diventa una sorta di viaggio allucinante dove si mescolano scene kubrickiane ad un vivace erotismo fatto di nudi integrali e sogni deliranti (un Brass d’altri tempi). Ottimo Merenda, straordinaria la Javicoli.
Delirante e visionario al limite del sublime! Un Brass senza freni che si lascia andare ad un’anarchia assoluta. Anarchia del linguaggio, della sceneggiatura, della messa in scena, insomma l’anarchia che ha contraddistinto il regista in molte delle sue opere (come nEROSubianco o L’urlo). Film che andrebbe visto almeno due volte; personalmente, se alla prima visione sono arrivato a fatica alla fine, la seconda volta l’ho trovato delizioso.
Veramente molto interessante questo esperimento di meta-cinema di Tinto Brass in cui l’autore, oltre alle solite scene di nudo, riesce anche a fare un discorso sul cinema e sulla realtà, sulla rappresentazione e sulla percezione. Un film molto sperimentale che mescola cinema di genere (il porno con il gangster-movie) a quello autoriale con echi della New Hollywood anni 70.
Ecco lingua d’argento
Nel film L’amica di mia madre avevamo lasciato il giovane e imbranato Billy a smaniare d’amore ( e di sesso) per la bella Andrea, che gli aveva concesso qualche piccolissima consolazione ma mai il “fattaccio”.
Il giovane alla fine si era fatto consolare dalla bella Barbara con somma soddisfazione di entrambi.
Così adesso troviamo Billy, più allupato che mai, in Africa sempre alle costole di Andrea; le cose però si complicano perchè a trovare Andrea arriva il fidanzato di quest’ultima, Bobby.

Nadia Cassini, la psicanalista Emmanuelle
Con sorpresa ( e sconcerto) di Billy, ad accompagnare Bobby c’è una bella psicanalista, la dottressa Emmanuelle, che scoperte le paturnie di Billy per il sesso, cerca di consolarlo usando il vecchio sistema biblico.
Ma alla fine Andrea, delusa dal fidanzato, si concederà a Billy.
Già dalla trama si capisce come Ecco lingua d’argento appartenga al florido filone della commedia sexy; il regista Mauro Ivaldi che aveva già diretto nel 1975 L’amica di mia madre, utilizzando come attori principali Carmen Villani (sua moglie) nel ruolo di Andrea e Roberto Cenci in quello di Billy ci riprova peggiorando se possibile ancora di più le cose.
Il film, non potendo contare su una sceneggiatura che abbia un minimo di decenza e credibilità, viene lanciato con un titolo pecoreccio, quel Ecco lingua d’argento che sottintende una visione di un film peccaminoso e dedicato alla celebre arte della fellatio.
In realtà il film è quasi casto, fatte salve alcune scene che però rientrano nei canonici margini tollerati dalla censura; così alla fine il povero spettatore si trova a fare i conti con un film insulso e privo di qualsiasi attrazione se non quella rappresentata dalla visione dei corpi generosamente esposti di Carmen Villani e Nadia Cassini.
Degradato da dialoghi quasi demenziali e surreali, il film scivola nella noia più assoluta verso il finale annunciato, quello cioè nel quale il tristemente inespressivo Cenci riesce finalmente a godere le grazie della sua concupita Andrea/Carmen Villani.
Che dal canto suo si segnala per tre caratteristiche dominati; il cappello da cow boy che la rende simile ad una mandriana del Texas, l’abitudine di fumare un ingombrante sigaro Avana e un torace assolutamente affascinante, una delle scperte del cinema anni 70.
L’ex cantante utilizza in pratica una sola espressione, visto che quando si toglie il cappello è praticamente indistinguibile da quando lo indossa, mentre l’altra protagonista, una Nadia Cassini insolitamente bionda, mostra il meglio del suo repertorio che non è costituito certo dall’abilità recitativa, ma da un fisico assolutamente ineccepibile.
In questa triste commedia si perde anche la simpatia di Gianfranco D’Angelo, che sembra capitato sul set più per raccattare quattrini che per intima convinzione.
Un filmaccio, quindi.
Uno dei peggiori anche.
Mauro Ivaldi sfrutta il successo di sua moglie, passata da un degno passato di cantante a quello molto meno glorioso a probabilmene più remunerativo di attrice sexy.
Il regista, che dirigerà per l’ultima volta la moglie nel ben più che mediocre L’anello matrimoniale (1979), prima di concludere la sua carriera di regista con Ragazze in affitto s.p.a. si segnala per l’assoluta mancanza di idee.
Per fortuna appenderà la macchina da presa al classico chiodo, risparmiandoci così altre imbarazzanti operazioni tipo Ecco lingua d’argento.
Che resta un film da scansarsi come un attacco di colite, a meno di non volersi male sul serio.

Roberto Cenci (Billy) e Gianfranco D’Angelo (Bobby)
Ecco lingua d’argento,un film di Mauro Ivaldi. Con Carmen Villani, Roberto Cenci, Nadia Cassini, Enzo Andronico, Gianfranco D’Angelo
Commedia sexy, durata 90 min. – Italia 1976.
Carmen Villani … Andrea
Nadia Cassini … Emmanuelle
Roberto Cenci … Billy
Gianfranco D’Angelo … Bobby
Regia Mauro Ivaldi
Sceneggiatura Mauro Ivaldi, Guido Leoni
Casa di produzione Summit Film
Fotografia Gino Santini
Montaggio Carlo Reali
Musiche Alberto Baldan Bembo
Costumi Silvio Laurenzi
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I contenuti del film sono, a dispetto delle attese, ben lontani da quelli che l’immaginifico titolo può evocare. Cosa che si ripete -costantemente- nella filmografia della Villani (Lettomania, 1976; La signora ha fatto il pieno, 1977; Es Pecado… Pero me Gusta, 1978). La trama è oscurata da una serie di episodi che vorrebbero essere stuzzicanti ma che sono -prevalentemente- costituiti da dialoghi prolissi ed inconcludenti. C’è anche Nadia Cassini, in una delle sue peggiori interpretazioni… La soubrette è diretta -come spesso- dal marito.
Il seguito de L’amica di mia madre è sempre una commedia erotica di bassa lega, costruita su un canovaccio che è animato per i suoi personaggi ma noioso per lo spettatore. Cenci è il solito rampollo voglioso che dà la caccia alla bella Villani la quale, tra spacchi e scollature, concede anche un bel nudo nel deserto africano. È lei l’unico traino del film, visti i deboli apporti comici di D’Angelo e una Cassini del tutto improbabile come psichiatra freudiana.
Gli do mezzo pallino più del dovuto (ovvero uno) vista l’alta carica erotica della Villani, compensata però da una recitazione orrida. Sulla scia del pessimo L’amica di mia madre anche qui dobbiamo sorbirci le “ottime” battute del ridicolo Cenci. Non mi pronuncio sul resto del cast; trama totalmente insensata per un film davvero inutile.
Si fa fatica ad arrivare in fondo… La sceneggiatura è, se mi permettete, squallida: quando non ci vengono mostrate le grazie della Villani dobbiamo sorbirci dialoghi del calibro “me la devi dare” ripetuti come un mantra da un Cenci arrapatissimo, o delle gag su cui è meglio stendere un velo pietoso. Quando poi Cenci ricicla le battute di Milian con i santi, è la fine. D’Angelo appare poco e non fa nulla per risollevare le sorti del film. Ah, volete sapere la trama? Boh!
Anche se nella commedia erotica italiana si è visto di tutto, è difficile trovare un film così insopportabile come questa pellicoletta firmata da Mauro Ivaldi e da lui scritta con la complicità di Guido Leoni. Pensato per un pubblico di minorati, condito da dialoghi che più idioti è impossibile, infestato dalla presenza di un personaggio di rara antipatia come Roberto Cenci, il filmaccio umilia indegnamente in ruoli demenziali e che soprattutto nulla hanno di erotico, le povere Carmen e Nadia.
































































































































































