Acque profonde (Eaux profondes)
” Non credo di aver tradito Patricia Highsmith. Il libro e il film non sono lo stesso oggetto, hanno un percorso e un destino diverso. Una cosa è un libro, un’altra il film. Sono nati uno e l’altro in tempi diversi, possiamo dire che la genesi è differente. Non hanno lo stesso oroscopo. Se c’è manipolazione nei miei film non è colpa mia. Quando scrivo la sceneggiatura il gioco inizia, mi lascio andare. I miei personaggi mi chiedono di cambiare e io lo faccio.Istintivamente.”
Con queste parole Michel Delville parla della riduzione cinematografica del romanzo Eaux profondes di Patricia Highsmith dal quale nel 1981 il regista francese trae questa affascinante opera, lasciando inalterato il titolo ma modificando profondamente la psicologia dei personaggi.
Un film che sembra un sottile gioco psicologico tra due personaggi, marito e moglie e il gruppo di vicini e amici con i quali interagiscono, che però fanno da contorno visto che i coniugi assumono da subito un’importanza capitale che spinge lo spettatore a cercare motivazioni sul loro strano comportamento.

E infatti è proprio la natura del comportamento dei due coniugi a ben vedere la parte più intrigante del film; il misterioso rapporto tra i due,l’alchimia che c’è tra loro, il gioco perverso che li unisce ma al temo stesso li distingue è una cortina fumogena che Delville esalta fino a rendere la vita coniugale un rebus fatto di tradimenti presunti, di seduzione e alla fine, quando meno te lo aspetti, di morte.
Victor è un creatore di profumi con l’hobby di coltivare lumache ed è sposato con Melanie, una giovane e apparentemente frivola donna con la quale ha avuto una bambina che ora ha dieci anni.
I due vivono nell’isola di Jersey, dove sono ben integrati e hanno una vita sociale intensa.
Che però è alimentata molto più da Melanie che da Victor; è la donna ad essere attratta e affascinata dalla vita sociale, specialmente dagli uomini, con i quali civetta in modo addirittura sfacciato, sotto gli occhi inespressivi del marito che non sembra ferito da questi comportamenti della donna.

Sembra un gioco crudele quello che Melanie opera ai danni del marito, ma le cose stanno veramente così?
Man mano che il film si inoltra nel tempo, il sottile e perfido gioco assume connotazioni molto più complesse; da un lato vediamo Melanie sedurre uno dopo l’altro alcuni giovani conoscenti dall’altro vediamo Victor sempre impassibile; nel suo sguardo non riusciamo a cogliere la realtà dei suoi sentimenti.
E’ ferito dal comportamento della moglie?
Sembrerebbe di si, perchè ad un certo punto le cose cambiano.
Dopo aver messo in guardia gli spasimanti di Melanie,dicendo loro che per la moglie è disposto ad uccidere ( e che lo ha già fatto) all’improvviso Victor agisce mettendo in pratica i suoi ammonimenti.
Annega nella piscina proprio uno di questi e da quel momento le cose cambiano…
Cambiano anche per lo spettatore che inizia a prendere sul serio Victor, personaggio che fino a quel momento è risultato essere un autentico enigma.

A quanto pare la sua apparente docilità nasconde emozioni forti, la sua imperturbabilità è solo di facciata.
Quello che sembrava fino a quel punto un crudele gioco messo in scena dalla volubile Melanie è qualcosa di ben più complesso e forse anche perverso.
Può essere che sia un gioco tra le parti, ovvero che sia Melanie che Victor si comportino nei loro rispettivi modi per un sottile e perverso gioco destinato a tener vivo il rapporto tra la coppia?
Può essere che Melania faccia la femme fatale solo per accontentare il voyeurismo del marito e che costui sia ben felice della cosa?
Lo sapremo, forse,solo alla fine, quando nelle ultime scene accade qualcosa che ovviamente non racconto per non guastarvi la sorpresa.
Si, perchè Acque profonde è un film straordinario, che va guardato fotogramma per fotogramma e che anche dopo la fine lascia un senso di irrisolto che però non deriva dalla qualità del racconto bensi dal bivio in cui le strade divergono ed ognuno è libero di scegliere la strada che preferisce.
Delville ci porta ad un finale enigmatico (fino ad un certo punto però) attraverso un film psicologico il che non significa sbadigli o noia, tutt’altro.

Il regista di Boulogne-Billancourt è un fine indagatore, ironico e sottilmente sarcastico, fine ed elegante, come del resto aveva mostrato nei film fino ad allora diretti, ultimo dei quali Un dolce viaggio,girato prima di questo splendido Acque profonde.
La stessa eleganza formale unita a tanta, tanta sostanza la ritroviamo quindi in questo film, che parte quasi come una commedia, diventa un dramma e vira verso il thriller finendo nuovamente come un dramma.
Davvero da premi Oscar poi le interpretazioni dei due attori protagonisti, Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant; con la Huppert Delville girerà un altro bellissimo film La lettrice.

Come racconterà Delville in un’intervista,” Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant non avevano mai lavorato insieme e presto sorse tra loro una complicità che era assolutamente necessaria per la credibilità del film. D’altra parte, mi piacciono i giocatori intuitivi . Con questi, non c’è bisogno di spiegazioni o lunghe ripetizioni . Ho fatto in modo di catturare la loro viva spontaneità di espressione ”
La coppia funziona in maniera perfetta e dona una credibilità del tutto particolare al film, che si avvale inoltre di una splendida fotografia e di una location piena di fascino.
Un film davvero bello.
Del quale esiste una versione italiana, purtroppo di difficilissima reperibilità in rete.
Un film da guardare, da assaporare, da amare.
Acque profonde
Un film di Michel Deville. Con Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert Titolo originale Eaux profondes. Giallo, durata 94′ min. – Francia 1981.
Jean-Louis Trintignant … Vic Allen
Isabelle Huppert … Melanie
Sandrine Kljajic … Marion
Éric Frey … Denis Miller
Christian Benedetti … Carlo Canelli
Bruce Myers … Cameron
Bertrand Bonvoisin … Robert Carpentier
Jean-Luc Moreau … Joël
Robin Renucci … Ralph
Philippe Clévenot … Henri Valette
Martine Costes … La mamma di Julie
Evelyne Didi … Evelyn Cowan
Jean-Michel Dupuis … Philip Cowan
Bernard Freyd … Havermal
Regia Michel Deville
Soggetto Patricia Highsmith
Sceneggiatura Florence Carez sotto lo pseudonimo Florence Delay, Michel Deville, Cristopher Frank, Patricia Highsmith
Produttore Denis Mermet
Fotografia Claude Lecomte
Montaggio Raymonde Guyot
Musiche Manuel de Falla
L’opinione del Morandini
Nell ‘isola di jersey (Normandia) Vic, dirigente di un’impresa di profumi, è tradito in modo aperto dalla moglie Mélanie che adora finché uccide un suo amante. Il delitto passa per morte accidentale. Ne uccide un altro, ma l’inchiesta si arena. Sotto gli occhi della loro bambina, che assiste ai loro giuochi perversi, i due tornano a vivere insieme. Scritto da Florence Delay, Christopher Frank e da M. De Ville, tratto dal romanzo Deep Water (1957) di Patricia Highsmith. Regia rigorosa, di raffinata morbidezza. J. Trintignant inquietante, I. Huppert magistrale come donna di infantile crudeltà.AUTORE LETTERARIO: Patricia Highsmith
L’opinione del sito http://www.filmtv.it
Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith il film di Deville è denso di sfumature e assolutamente non banale.

Vic non ballava mai, ma non per le ragioni che di solito si danno gli uomini che non ballano. Vic non ballava mai semplicemente perché a sua moglie piaceva molto ballare. Cercava di razionalizzare questo suo atteggiamento, ma senza riuscirci, senza riuscire a convincere se stesso nemmeno per un istante, anche se ci provava tutte le volte che vedeva Melinda ballare. Sua moglie era insopportabilmente stupida, quando ballava. Riusciva a fare del ballo una cosa imbarazzante.
Melinda entrava e usciva piroettando dal suo campo visivo, ma lui se ne rendeva conto molto vagamente. Sapeva che si trattava di lei solo per via della familiarità che aveva con ogni minimo dettaglio della sua persona fisica. Alzò con calma il bicchiere di scotch allungato con acqua e lo sorseggiò. Sedeva scomposto, con un‟espressione neutra in faccia, sulla panca imbottita che seguiva i contorni del montante delle scale dei Meller, con gli occhi fissi sul movimento dei ballerini, e intanto pensava che quella sera, appena tornato a casa, sarebbe andato a dare un’occhiata alle cassette di erbe che teneva in garage, per vedere se fossero spuntate le digitali. Stava coltivando parecchi tipi di erbe: ne reprimeva la crescita privandole di metà della luce e dell‟acqua di cui avevano bisogno, allo scopo di intensificarne l‟aroma. Tutti i giorni all‟una, quando tornava a colazione, metteva le cassette fuori al sole, e tornava a riporle nel garage alle tre, prima di andare alla tipografia.
Victor Van Allen aveva trentasei anni, era di statura leggermente inferiore alla media, tendeva a una soda e diffusa rotondità piuttosto che alla pinguedine, e aveva un paio di sopracciglia folte e crespe che sporgevano sopra gli occhi azzurri dall‟espressione innocente. I capelli castani erano lisci, tagliati molto corti, e, come le sopracciglia, folti e tenaci. La bocca era di grandezza normale, ferma, l‟angolo destro solitamente piegato all‟ingiù in un‟espressione di asimmetrica risolutezza o di umorismo, a seconda di come si sceglieva di interpretarla. Era quella bocca a rendere ambigua la faccia di Vic perché era facile scorgervi una certa amarezza, anche dato che gli occhi azzurri, grandi, intelligenti e impassibili non lasciavano assolutamente capire cosa pensasse o sentisse.
Michel Delville,regista del film
Patricia Highsmith,scrittrice del romanzo
Quartet
Parigi, seconda metà degli anni venti.
Marie è la giovane moglie di Stephan, un uomo che vive ai margini della legge ricettando opere d’arte rubate.
Un giorno suo marito viene arrestato e imprigionato e la giovane donna, esauriti i pochi risparmi, si trova a dover abbandonare la camera d’albergo che occupava con suo marito.
Senza mezzi di sussistenza,Marie è costretta ad accettare l’invito di una coppia di ricchi borghesi,Heidler e Lois; lui è un agiato bohemienne che vive di rendita, lei una annoiata pittrice per diletto.
Heidler ha un rapporto perverso con sua moglie; non le nasconde i tradimenti ed infatti è reduce da una relazione terminata drammaticamente in cui la sua amante si è uccisa, il tutto avvenuto sotto gli occhi di Lois, che sembra indifferente alla cosa.

L’invito fatto dalla coppia a Marie non è disinteressato; l’uomo infatti subisce il fascino della giovane Marie e ben presto ne fa la sua amante, convincendola un po con il suo fascino e un bel po con la promessa di occuparsi di lei e di suo marito quando uscirà di prigione.
Marie però non ha affatto dimenticato suo marito, che continua ad andare a trovare tutti i sabati in carcere, professandogli il suo amore incondizionato.
Durante questi incontri la giovane donna assicura la sua fedeltà totale al marito,che però un giorno esce dal carcere e ben presto scopre la natura del suo legame con Heidler.
E’ arrivato il momento, per Stephan,di incontrare i protettori di sua moglie; i quattro si incontrano e Stephan giura di vendicarsi di Heidler.
Ma le cose assumono una piega assolutamente imprevista; Marie lascia Heidler convinta di poter riconquistare suo marito che invece allaccia una relazione con l’amante di un suo compagno di prigionia.
A questo punto Marie è di nuovo sola; abbandonato l’amante, abbandonata dal marito e nuovamente priva di mezzi di sostentamento accetta la corte di un amico di suo marito…

Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Rhys e diretto da James Ivory Quartet esce nelle sale nel 1981; film elegante e formalmente inappuntabile possiede tutte le qualità che vengono universalmente riconosciute al regista di Berkley.Una accuratissima ricostruzione ambientale, una raffinata fotografia, un’eleganza formale e ricercata in ogni minimo particolare del film.
Pure Quartet è un film freddo e al tempo stesso stilisticamente impeccabile, con una trama molto semplice che segue le vicende della protagonista principale, Marie e della coppia che la ospita e marginalmente di Stephan,marito di Marie per il quale si parteggia ma solo all’inizio.
L’intreccio di relazioni pericolose tra i protagonisti si scioglie nel finale,quando l’uscita di galera di Stephan chiuderà il cerchio; fino a quel momento il film vive sulla relazione proibita che si stabilisce tra il ricco, annoiato e vizioso Heidler,la sua compiacente moglie Lois e la debole Marie, che pure conserva l’affetto per suo marito.

Ma alla fine a pagare il conto più salato sarà proprio la giovane sposa, perchè dovrà scappare dal triangolo vzioso nel quale si è rinchiusa all’inizio solo per sopravvivere, in seguito anche per il fascino che Heidler esercita su di lei;Stephan conosciuta la natura del rapporto che lega sua moglie a Heidler finirà per scegliere un’altra donna e Marie, rimasta ormai sola senza più i suoi protettori e senza suo marito finirà per accettare la corte di un altro uomo.
Il quartetto quindi si scioglie una volta tanto senza drammi e senza scossoni:ognuno riprende la sua vita, la recita può continuare.
Ivory descrive minuziosamente gli ambienti, fa del suo meglio per fornire le motivazioni delle scelte dei protagonisti;eppure il film resta comunque inerte, freddo e non coinvolgente proprio perchè sono poco coinvolgenti i personaggi, che non ispirano alcun sentimento forte se non quello della curiosità.
Quello che invece colpisce è la ricostruzione della vita parigina sul finire degli anni 20;la seconda guerra mondiale è ancora lunga da venire e la città tentacolare sembra oziosamente sprofondata nell’amoralità.
La coppia Heidler-Lois è composta da due ricchi inglesi che hanno scelto Parigi per vivere di rendita,indolenti pigri ma al tempo stesso perversi e viziosi mentre Stephan e Marie sono l’esatto opposto essendo il primo un rifugiato polacco che vive ai margini della legge e la seconda una provinciale.

Lo scontro tra le due radici culturali avviene sullo sfondo di una Parigi ricca di lustrini e cafè chantant, di luci e tentazioni, di vizio e libertinaggio nascosto tra le pieghe apparenti della città multi culturale e multi etnica.La bella Marie lo scoprirà a sua spese, quando cercando di fare la modella rischierà di finire nella produzione di un film porno.
Un film raffinato e intenso ma poco coinvolgente; esemplificando possiamo paragonare Quartet ad un libro dalla splendida la copertina quindi ma il cui contenuto non seduce.
Il cast invece si muove bene; bravi i quattro protagonisti con una menzione particolare per la Adjani, bravissima nel rendere il personaggio di Marie pieno di sfumature inespresse, quasi priva di una sua volontà precisa e preda sopratutto degli eventi.
Quartet è un film che esiste in digitale e che quindi restituisce splendidamente le morbide atmosfere di Ivory, tuttavia non è di facile reperibilità.
Un film di James Ivory. Con Isabelle Adjani, Alan Bates, Maggie Smith Drammatico, durata 101′ min. – Gran Bretagna, Francia 1981.
Alan Bates: H.J. Heidler
Maggie Smith: Lois Heidler
Isabelle Adjani: Marya Zelli
Anthony Higgins: Stephan Zelli
Pierre Clémenti: Théo il pornografo
Suzanne Flon: Mme Hautchamp
Daniel Mesguich: Pierre Schlamovitz
Sheila Gish: Anna
Armelia McQueen: cantante di night club
Wiley Wood: Cairn
Virginie Thevenet: Mmoiselle Chardin
Daniel Chatto: Guy
Bernice Stegers: Miss Nicholson
Paulita Sedgwick: Esther
Regia James Ivory
Soggetto Jean Rhys (romanzo)
Sceneggiatura Ruth Prawer Jhabvala
Produttore Ismail Merchant, Jean-Pierre Mahot, Humbert Balsan (produttore associato), Connie Kaiserman (produttore associato)
Casa di produzione Merchant Ivory Productions, Lyric International
Fotografia Pierre Lhomme
Montaggio Humphrey Dixon
Musiche Richard Robbins
Scenografia Jean-Jacques Caziot
Costumi Judy Moorcroft
L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it
E’ il primo Ivory che vedo e sono abbastanza soddisfatto: come dice FilmTv il film è piuttosto algido anche nello stile, ma questo è un punto di forza per un soggetto che altrimenti sarebbe naufragato. Bravissimi attori come la Adjani, Higgins (I misteri del giardino di Compton House), la Smith e Bates sostengono egregiamente la prova.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Tratto dal romanzo di Jean Rhys, la pellicola di Ivory colpisce in primis per le impeccabili scenografie e per i costumi che danno un cospicuo contributo nel ricreare un’epoca magica come quella degli anni 20. La Adjani, diafana ed eterea, è un’artista che si ritrova a fare i conti con la propria arte e con una situazione economica tipica di tanti grandi artisti, tra incontri sbagliati (finirà anche su un set hard) e rapporti perversi, in un crescendo di situazioni al limite dell’insostenibilità. Finale amaro.
Isabelle Adjani
Maggie Smith
Anthony Higgins
Alan Bates
Amore e rabbia
Agli inizi degli anni cinquanta si diffuse l’idea di creare dei film collettivi, ovvero dei prodotti cinematografici fatti a più mani; due o più registi creavano dei “corti d’autore” di lunghezza variabile in funzione dei cineasti che partecipavano alla costruzione del film stesso,che aveva generalmente una tematica di fondo a cui il regista prescelto partecipava con un suo spezzone.
Nacquero così produzioni più o meno famose e ovviamente più o meno valide dal punto di vista stilistico e narrativo; basti citare Boccaccio ’70 (1962) con 4 registi di casa nostra come Federico Fellini, Mario Monicelli, Vittorio De Sica e Luchino Visconti,Ro.Go.Pa.G. (1963) ancora con 4 registi,Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti,Oggi, domani e dopodomani (1965) con 3 registi, Luciano Salce, Marco Ferreri e Eduardo De Filippo oppure Capriccio all’italiana (1968) con ben 6 registi,Mauro Bolognini, Mario Monicelli, Pier Paolo Pasolini, Steno, Pino Zac e Franco Rossi.

Amore e rabbia nasce nel 1969, è strutturato in cinque episodi diretti da grandi maestri del cinema, come Carlo Lizzani,Bernardo Bertolucci,Pier Paolo Pasolini,Jean-Luc Godard e Marco Bellocchio.
La tematica di base è rappresentata da storie tratte dal Vangelo, tant’è vero che il film venne presentato al festival di Berlino con il titolo di Vangelo 70, che includeva la partecipazione di Lizzani, Bertolucci e Pasolini con in più un episodio diretto da Valerio Zurlini, Seduto alla sua destra, che il regista bolognese aveva dedicato alla vita del leader congolese Lumumba.L’episodio era troppo lungo e difatti in seguito diventò un film a se stante e all’opera collettiva Amore e rabbia vennero aggiunti gli episodi diretti da Godard e da Bellocchio.
Gli episodi diventano così 5 che formano la stesura definitiva dell’opera e sono :
–L’indifferenza diretto da Carlo Lizzani
–Agonia, diretto da Bernardo Bertolucci
–La sequenza del fiore di carta diretto da Pier Paolo Pasolini
–L’amore, diretto da Jean-Luc Godard
–Discutiamo, discutiamo, diretto da Marco Bellocchio
Il primo episodio, L’indifferenza diretto da Carlo Lizzani, ci mostra la vita alienante delle metropoli, con un inizio ripreso dall’alto di un probabile tentativo di stupro.
Mentre barboni e senza tetto dormono in pieno giorno sui marciapiede delle città,la gente corre, indifferente a quanto ha sotto gli occhi.C’è un incidente e un uomo chiede aiuto perchè ha una donna ferita in auto ma sarà solo un criminale a dargli una mano e non certo per pietà…
Il secondo episodio, Agonia diretto da Bernardo Bertolucci mostra un gruppo di giovani impegnato in una pratica pseudo religiosa,nella quale ognuno di loro dopo essersi levato in piedi muore senza nemmeno toccarsi, sotto gli occhi di un anziano che osserva trasognato la scena,che si trasforma in una specie di sogno onirico che lo riporta a vedere la scena come parabola di un’esistenza passata passivamente,senza interessi verso gli altri…
Il terzo episodio, La sequenza del fiore di carta diretto da Pier Paolo Pasolini mostra un giovane che gira quasi spaesato per una Roma caotica,mentre sullo schermo immagini in bianco e nero si sovrappongono a quelle del giovane. Riccetto, questo il suo nome, sorride a tutto,con un papavero fra le mani, quasi indifferente all’umanità che vive e pulsa attorno a lui.Quando le immagini della seconda guerra mondiale diverranno più cariche dei tristi simboli della morte, Riccetto sentirà la voce di Dio che gli dirà “morire” e così accadrà, con il giovane steso sull’asfalto con quel suo patetico papavero gigante in mano, colpevole agli occhi di Dio di essere troppo innocente per non aver visto il male attorno a se…
Il quarto episodio, L’amore diretto da Jean-Luc Godard fra scene che riprendono la natura e altre che riprendono mani,braccia e volti parla dell’impossibilità di coniugare rivoluzione e democrazia, la loro impossibile coesistenza con la democrazia nella società moderna,tant’ è vero che persino in amore le differenze tra i due sessi rendono impossibile l’integrazione, cosa simboleggiata dalla separazione dei due protagonisti della storia…
Il quinto episodio, Discutiamo, discutiamo, diretto da Marco Bellocchio riprende alcuni universitari alle prese con i loro programmi politici e con le loro idee.
Il tutto si chiude con una carica della polizia mentre lo schermo diventa gradualmente rosso…
Cinque episodi legati quindi da un filo sottile, molto sottile, completamente diseguali come nella natura della tecnica registica dei cinque cineasti e che risultano, ad una visione odierna pesantemente datati oltre che poco affascinanti dal punto di vista meramente estetico.
L’impossibilità di condensare in pochi minuti qualcosa che richiederebbe molto più spazio e tempo è evidente da subito, anche se il primo episodio, quello diretto da Lizzani in qualche modo coglie nel segno, pur risultando alla fine quasi un mini documentario sull’indifferenza della società moderna verso l’individuo, completamente alienato e perso nel suo personale a tutto scapito del collettivo.

Difficile giudicare invece l’episodio diretto da Bertolucci, criptico e francamente noioso in modo patologico mentre l’episodio migliore, a mio avviso resta quello diretto da Pasolini, con il suo solito stile e con un chiaro messaggio sull’innocenza che nel mondo moderno non può trovare spazio,un peccato originale al quale nulla e nessuno può porre rimedio.Infatti Dio decide di eliminare fisicamente l’anomalia rappresentata da Riccetto, candido simbolo di un’umanità persa nell’alienazione che rifiuta di vedere il mondo attorno a se,un giglio, o meglio un papavero-origami condannato dall’alto a dover aprire obbligatoriamente gli occhi sul quotidiano.
L’episodio diretto da Godard è più irritante che altro;il regista della nouvelle vague si auto compiace della sua direzione senza concedere nulla allo spettacolo visivo, cercando di esprimere solo tecnicamente le sue indubbie qualità di regista ma lasciando viceversa lo spettatore orfano di una benchè minima emozione.Un episodio in cui l’estetica prevale su tutto,quasi un atto auto erotico da parte di un regista che pure la critica ha sempre amato alla follia.

Infine l’episodio di Bellocchio, sperimentale e ironico, girato con illustri sconosciuti e quindi molto simile ad un moderno reality,poco più che un esercizio di stile oggi assolutamente inguardabile.
Amore e rabbia è quindi un opera in cui la disomogeinità rappresenta il filo conduttore ben aldilà di quelle che erano le premesse iniziali.
Per quanto riguarda il cast segnalo la presenza di Milena Vukotic nel ruolo dell’ infermiera nell’episodio Agonia, quello di Nino Castelnuovo (irritante) in Amore, quello di Ninetto Davoli, a mio giudizio il più ispirato in quello dell’episodio La sequenza del fiore di carta
Il film è abbastanza raro in rete; c’è una sua versione con i 5 episodi tutti separati l’uno dall’altro su You tube, purtroppo in inglese.
Amore e rabbia
Un film di Carlo Lizzani, Jean-Luc Godard, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini. Con Tom Baker, Julian Beck, Jim Anderson, Judith Malina, Giulio Cesare Castello, Adriano Aprà, Fernaldo Di Giammatteo, Petra Vogt, Ninetto Davoli, Rochelle Barbini, Aldo Puglisi, Christine Guého, Nino Castelnuovo, Marco Bellocchio, Romano Costa Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100′ min. – Italia 1969.
L’indifferenza:
Tom Baker: l’uomo
Agonia:
Julian Beck: moribondo
Giulio Cesare Castello: prete
Adriano Aprà: chierico
Romano Costa: chierico
Milena Vukotic: infermiera
La sequenza del fiore di carta:
Ninetto Davoli: Riccetto
Rochelle Barbini: piccola bambina
Aldo Puglisi: Dio
L’amore:
Christine Guého: l’attrice
Nino Castelnuovo: il direttore
Catherine Jourdan: spettatrice
Paolo Pozzesi: spettatore
Discutiamo, discutiamo:
Marco Bellocchio: lettore
Regia Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, Carlo Lizzani
Soggetto Piero Badalassi, Marco Bellocchio, Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard, Carlo Lizzani, Puccio Pucci
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani
Fotografia Alain Levent, Sandro Marcori, Giuseppe Ruzzolini, Ugo Piccone
Montaggio Nino Baragli, Franco Fraticelli, Agnès Guillemot, Roberto Perpignani
Musiche Giovanni Fusco
Scenografia Mimmo Scavia
L’opinione di Terry Malloy dal sito http://www.filmscoop.it
Il film si apre con l’episodio di Lizzani…Il buon samaritano. Tutto senza implicazioni intellettualoidi che francamente fanno svolazzare le palle altamente.
poi in sequenza Bertolucci con un episodio noioso fino all’inverosimile e incomprensibile, Pasolini che riprende in parte il precedente con l’aggravante di essere ancora più astruso e complicato e Godard che si lancia in una metacinematografica operetta sul figliuol prodigo senza cavarci fuori nulla di interessante.
ma poi arriva la svolta…
Bellocchio salva tutto con uno degli episodi più belli che abbia mai visto. “Discutiamo discutiamo” mischia sapientemente ironia, passione politica, analisi accurata e sfondo sociale con un tocco frizzante e divertente che salva in extremis le deludenti prove precedenti.
L’opinione di Darjus dal sito http://www.filmtv.it
Interessante operazione in cui l’intellettualismo di alcuni registi prende il sopravvento sul resto…L’episodio di Lizzani, sebbene piuttosto prevedibile, risulta ben girato (con un montaggio sincopato avanti sui tempi); Bertolucci usa il teatro e il simbolismo estremo, ma il risultato è stucchevole; bello l’episodio di Pasolini, poetico, ma non criptico, sperimentale, ma non assurdo; Godard tenta un audace parallelismo tra la politica e l’amore popolo/borghesia – uomo/donna: splendida la fotografia, noioso il resto; infine Bellocchio non va oltre un semplice documentario sui tipici temi di cui discutono/evano gli studenti universitari. Più utile, al giorno d’oggi come esperimento sociologico su come è cambiata la nostra società e su come certi ideali ora visti come stupidi sogni.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film sperimentale a episodi, spesso di noia micidiale. Quello di Lizzani non pare granché, ma cresce con… la visione di quello (a me incomprensibile) di Bertolucci e di quello – terribile – di Godard (Castelnuovo che, brandendo un sigaro imperioso, esalta la rivoluzione yemenita fa, non per colpa sua, solo ridere). Il migliore è quello di Pasolini, en plein air, con un “candido” Ninetto Davoli (il titolo “La sequenza del fiore di carta” è un decasillabo perfetto). Quello finale, con Bellocchio e studenti, è un sincero divertissement degli intervenuti, non certo un qualcosa di cinematografico. Fu clamoroso insuccesso di pubblico: non si fatica a crederlo.
L’opinione di Pigro dal sito http://www.davinotti.com
Reintepretazioni evangeliche per un film sperimentale e coraggioso. Poetico e intenso Pasolini sulla responsabilità individuale (bello!). Non male Lizzani sull’indifferenza verso i bisognosi in una frenetica New York. Accettabile la provocazione di Bertolucci con il Living Theatre. Insopportabili Godard e Bellocchio: il primo mortalmente noioso nella metafora politica in forma di rapporto amoroso con pedissequa spiegazione; il secondo presuntuoso e ridicolmente raffazzonato nella rappresentazione filodrammatica della contestazione studentesca.
Ecce Homo- I sopravvissuti
Tre persone si muovono su una spiaggia di sabbia bianchissima:un uomo, una donna e un bambino si stagliano su un panorama silenzioso,con l’unico rumore percepibile che sale dal mare con la risacca delle onde.
I tre formano una famiglia: lui,il padre, è Jean, la donna è Anna sua moglie mentre Patrick e il loro unico figlio e hanno eletto la spiaggia come loro dimora.
Sono infatti, apparentemente,gli unici sopravvissuti ad una spaventosa catastrofe nucleare che ha annientato l’umanità;infatti attorno a loro gli unici segni superstiti della civiltà sono una roulotte che serve a loro da riparo e una Citroen con il cofano aperto che giace malinconicamente su una duna.
La vita dei tre è durissima, le loro giornate sono scandite dalla ricerca del pesce, che sembra essere l’unica fonte di sopravvivenza e dalla vicina città, nella quale Jean ogni tanto si reca per prendere qualche indispensabile oggetto.
Irene Papas e Marco Stefanelli
Per Anna c’è un problema in più legato a Jean; l’uomo infatti in seguito all’esposizione alle radiazioni è diventato praticamente impotente.
Ma un giorno, inaspettatamente,arrivano due uomini, altri due sopravvissuti:si tratta di Len, un uomo che faceva parte dell’esercito e di Quentin, uno spocchioso intellettuale.
Ben presto Jean mostra di non gradire la presenza dei due uomini e a ragione; Len infatti è attratto irresistibilmente da Anna, che da parte sua mostra di non essere indifferente alle sue attenzioni mentre Quentin sembra legare facilmente con il piccolo Patrick.
Quando Jean una mattina si allontana per andare in città, Anna e Len si amano nell’acqua,circondati dalla meravigliosa natura del posto;ma è solo un attimo di spensieratezza perchè Jean,al ritorno,intima ai due uomini di andarsene.
Ner nasce una violenta lite durante la quale Len uccide Jean.
Contemporaneamente Len, che ormai considera Anna la sua donna, costringe Quentin ad allontanarsi dal campo e a vivere in solitudine.
Ma ben presto arriva la resa dei conti.
Quentin, appreso da Patrick che i due vogliono andar via in cerca di un posto migliore, brucia l’unico mezzo di locomozione della coppia suscitando le ire di Len che lo affronta.
Nello scontro a fuoco Quentin uccide Len e l’indomani…

Film post apocalittico che segna l’esordio dietro la macchina da presa di Bruno Gaburro, convertitosi in seguito alla commedia erotica prima, al soft porno poi e infine riciclatosi con qualche successo in tv dove ha diretto qualche tv movie, Ecce homo-I sopravvissuti è una felice opera d’esordio tutta incentrata sulla drammatica storia di cinque persone delle quali alla fine ne sopravviveranno solo due, due maschi che simboleggeranno l’impossibilità di costruire un futuro vista la morte dell’unica donna del gruppo.
Girato su una candida spiaggia, selvaggia e assolata, con soli due emblemi della scomparsa civiltà umana (un auto e una roulotte) come sfondo e le armi a dettare e suggellare la fine delle speranze dell’umanità, Ecce homo è un film totalmente nichilista, che il regista gira con mano ferma e buona scelta dei tempi scenici.
Gabriele Tinti
Nonostante la presenza di soli 5 personaggi,il film regge bene la tensione che Gaburro allunga per tutta la durata del film, che vive principalmente di alcuni momenti topici: la vita della famiglia prima dell’arrivo di Quentin e Len, quella successiva, con la storia d’amore tra Anna e Len e la contemporanea morte di Jean e infine la parte più buia, quella che vede la morte di Len, il suicidio di Anna e la fine delle speranze dell’umanità,simboleggiata dalla passeggiata finale di Quentin in compagnia di Patrick,unico scampato della famiglia alla tragedia che si abbatte su di essa.
C’è spazio per una serie di considerazioni, da parte dello spettatore, sui messaggi che Gaburro semina quà e là con intelligente nonchalance;l’umanità è perita, ma quel che ne resta è comunque figlia di essa e vive delle stesse pulsioni che la hanno portata all’autodistruzione,l’amore può nascere sul dolore e finire in esso senza soluzione di continuità mentre la sequenza finale è quella più tragica e buia, perchè Quentin e Patrick, due uomini, non potranno dare una speranza all’umanità.
Frank Wolff
Molto bene il cast, che regge la tensione e la difficoltà di impegnare un’ora e mezza di film con interpretazioni di ottimo livello;molto bene un irriconoscibile Philippe Leroy che interpreta Jean, splendida e affascinante oltre che bravissima Irene Papas, unico personaggio femminile del film,benissimo anche Frank Wolff nei panni dell’antipaticissimo Quentin e bene anche Gabriele Tinti in quelli di len.Chiude il lotto delle buone interpretazioni quella di Marco Stefanelli nel ruolo di Patrick (l’attore romano, tredicenne all’epoca del film, nello stesso anno girò Tre passi nel delirio e Il pistolero segnato da Dio).
Ecce homo-I sopravvissuti è un film che per oltre 45 anni è rimasto sepolto per riemergere improvvisamente circa un anno fa con un passaggio televisivo;oggi è disponibile in una discreta versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=TCTXO4nvjpQ

Ecce Homo – I sopravvissuti
Un film di Bruno Gaburro. Con Irene Papas, Gabriele Tinti, Philippe Leroy, Frank Wolff, Marco Stefanelli Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969
Philippe Leroy … Jean
Irene Papas … Anna
Gabriele Tinti … Len
Frank Wolff … Quentin
Marco Stefanelli … Il piccolo Patrick
Regia:Bruno Gaburro
Sceneggiatura:Bruno Gaburro,Giacomo Gramegna
Produzione:Pier Luigi Torri
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia:Marcello Masciocchi
Montaggio:Renato Cinquini
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Onore al merito di Gaburro, esordiente totale che si occupa anche della sceneggiatura (insieme a Giacomo Gramegna) e che confeziona con sufficiente cura questo ambizioso lavoro. Ecco homo – I sopravvissuti non è soltanto una parabola nietzschiana (Ecce homo è l’opera-summa del filosofo tedesco), non è solo l’annullamento del cristianesimo in una vampata di nichilismo (le analogie con la favoletta biblica di Adamo ed Eva sono esplicite), ma è anche un discreto ‘pezzo di cinema’, realizzato con pochi attori e altrettanti mezzi, ma innegabilmente funzionante. Per i contenuti il film ricorda da vicino inoltre Il seme dell’uomo, coeva opera di Marco Ferreri (ma, pare di capire informandosi in rete, uscita per seconda) altrettanto disperante sulle sorti di un’umanità sempre più (luci)ferina e allo sbando, moralmente e concretamente, nei singoli gesti quotidiani. Alla fine degli anni Sessanta, complice il movimento di protesta che prese vita attorno al ’68, un lavoro di questo stampo era assolutamente in linea con lo spirito dei tempi; oggi può apparire datato nel suo forzato impianto didascalico, ma ciò che più importa è che l’opera non smette di consegnare il proprio messaggio. Irene Papas viene contesa da Philippe Leroy, Gabriele Tinti e Frank Wolff: difficile obiettare sulle scelte di casting; qualcosina si può ridire invece sul ritmo altalenante della narrazione. Gaburro negli anni seguenti si darà al pornosoft e infine alle candide fiction tv per famiglie, soffocando con forza e in ogni modo le belle speranze suscitate dal suo debutto.
L’opinione di Mirrrko dal sito http://www.davinotti.com
Primo post-atomico del cinema italiano; Gaburro firma la sua prima regia con un film notevole e sopratutto con tematiche lontanissime da quello che farà in futuro. Era il ’69 e andavano di moda i film socio-politici, ma Gaburro pesca a piene mani sopratutto da Nietzsche, sfornando un film pessimista e cinico. Un po’ lento nella parte centrale ma mai noioso. Irene Papas ci regala il suo meglio. Da scoprire.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Suggestive, anzi incantevoli, parecchie inquadrature, specie quelle della scena d’amore in acqua; molto eloquente e indicativo di bisogno vitale il sentire gli ormoni femminili annusando un foulard… Il film è però scarno di contenuti e quelli presenti sono poco marcati: perfino la denuncia di un uomo finito sulla certezza di una nuova catastrofe non mi ha ispirato o coinvolto particolarmente. La Papas è splendida, Leroy è ottimo ma irriconoscibile, gli altri se la cavano.
Relazioni disperate
Siamo nel 1954, la storia si svolge in una cittadina del Kansas, del tutto immaginaria.
Evelyn Wyckoff è una donna sulla quarantina, attraente ma ancora vergine.
E’ una donna insoddisfatta dal punto di vista umano e da quello professionale; insegna nella scuola locale, ma non trova più stimoli nel suo lavoro, nonostante lo stesso sia apprezzato sia dai suoi studenti che dai suoi colleghi.
Il dottor Neal, suo medico personale e più che altro amico è convinto che l’insoddisfazione di Evelyn dipenda principalmente dalla sua vita sentimentale piatta e decide di inviarla, per un consulto, dallo psicologo dottor Steiner.
La cura del dottor Steiner sembra funzionare; lentamente Evelyn inizia ad aprirsi agli altri e inizia una relazione platonica con Ed Eckles, l’autista del bus della cittadina.
Anne Heywood
Donald Pleasance
Ma Ed è già sposato e inoltre appartiene alla classe sociale più bassa,così Evelyn porta avanti il repporto su una base più amichevole che sentimentale fino al giorno in cui l’uomo non si trasferisce in un’altra città lasciando la donna nello sconforto.
Le cose cambiano improvvisamente un giorno in cui Evelyn si è attardata in classe; Rafe,un uomo di colore che pulisce le aule la avvicina facendole proposte oscene e rivolgendosi a lei con gesti inequivocabili.
Sconvolta, Evelyn fugge dalla scuola ma non rivela a nessuno l’accaduto, timorosa dello scandalo.
Ma il giorno dopo accade di peggio; Rafe la trascina all’improvviso su una scrivania e la violenta.
Anche questa volta Evelyn tace ma da quel momento inizia per lei un torbido rapporto con l’uomo, che le usa quotidianamente violenza;ben presto però Evelyn capisce di attendere con eccitazione gli incontri con l’uomo, fino al giorno in cui, mentre consumano uno dei loro rapporti selvaggi, vengono visti da due studenti.

Scoppia lo scandalo e il direttore della scuola le chiede di dimettersi, mentre la cittadina le volta le spalle.
Delusa da se stessa e dall’ambiente che fino a quel momento le era sembrato caldo e accogliente Evelyn entra in una crisi profonda durante la quale medita il suicidio.Ma alla fine la donna recupera la forza e la dignità, lascia la cittadina e va via in cerca di un posto migliore incontro ad una nuova vita.
Tratto dal romanzo Good luck di William Inge e diretto dal regista Marvin J. Chomsky, autore conosciuto per la sua lunga carriera nei tv movie come Hawaii squadra cinque zero,Codice criminale,Lo sceriffo del sud, Relazioni disperate ( nell’edizione originale Good luck Miss Wyckhoff) è un film drammatico giocato su due piani differenti ma anche complementari.Il primo analizza la figura di Evelyn Wyckoff,
donna all’apparenza integrata, rispettata dalla società ma nel privato complessata,isterica e condizionata pesantemente da una vita sentimentale presso che assente mentre il secondo mostra la vita antitetica di Rafe, uno con tanto di laurea ma dalla personalità disturbata,sociopatica, che trova in Evelyn una vittima quasi perfetta.
Infatti tra i due nasce una relazione che vede Evelyn succube dell’uomo di colore, orripilata ma anche irresistibilmente attratta dai modi vioenti di Rafe, del quale dapprima subisce la violenza per poi cedere alla passione insana che l’uomo è riuscito a suscitare in lei.
Sullo sfondo c’è spazio per l’analisi (breve e frettolosa) della vita un po ipocrita e perbenista della provincia americana, in questo caso una località immaginaria non lontana da Wachyta.
L’assieme non è male, la storia c’è ma il tutto è di fattura grossolana e se non ci fosse una bravissima ed espressiva Anne Heywood ad interpretare Evelyn Wickhoff il rischio di un naufragio sarebbe dietro l’angolo; il regista non è certamente un fine psicologo e alcuni passaggi sono davvero trattati con l’accetta, assieme alla blanda stigmatizzazione dell’ipocrisia della provincia americana.

Tuttavia il film scorre abbastanza fluido grazie alla robusta sceneggiatura tratta dal romanzo di Inge;bene la coppia Donald Pleasence,Robert Vaughn, il primo nel ruolo dello psicologo ebreo,il secondo in quello del dottor Neal.Il film è praticamente impossibile da trovare nella versione italiana, mentre è presente in rete in quella originale.
Relazioni pericolose (Good luck miss Wyckoff)
un film di Marvin J. Chomsky,con Anne Heywood,John Lafayette,Donald Pleasence,Robert Vaughn,Earl Holliman,Dorothy Malone,Drammatico Usa 1979
Anne Heywood ….. Evelyn Wyckoff
John Lafayette ….. Rafe Collins
Donald Pleasence ….. Dr. Steiner
Robert Vaughn ….. Dr. Neal
Earl Holliman ….. Ed Eckles
Carolyn Jones ….. Beth
Ronee Blakley ….. Betsy
Dorothy Malone ….. Mildred
Doris Roberts ….. Marie
Dana Elcar ….. Havermeyer
Regia:Marvin J. Chomsky
Produzione: Raymond Stross
Sceneggiatura: Polly Platt
Basato sul romanzo di William Inge
Musiche : Ernest Gold
Fotografia: Álex Phillips Jr.
Distribuito da Bel Air-Gradison Productions
Eutanasia di un amore
Dopo dieci anni di vita insieme,la giovane Sena abbandona apparentemente senza motivi il suo maturo compagno,Paolo, professore universitario over quaranta.
La fine dell’unione non è però senza traumi;Paolo,che sembra aver accettato la fine della relazione con fatalismo,scopre viceversa di sentirsi in qualche modo umiliato e offeso nell’orgoglio dall’abbandono.
E’ anche innamorato di Sena,pur se esternamente Paolo non voglia ammettere la cosa.
Così lascia Firenze e si mette sulle tracce della ragazza per scoprire che è andata a vivere a Versailles;qui scopre che la donna ha un nuovo legame.
Ornella Muti e Toni Musante
Torna deluso a Firenze ma ecco che improvvisamente Sena ritorna; nel chiarimento fra i due c’è spazio per le vere motivazioni del primo abbandono, ovvero l’incapacità di lui di accettare un legame più duraturo e profondo, che veda lo sbocco della relazione nella paternità e quindi in qualche modo in un futuro a dimensione di famiglia. Paolo e Sena decidono di fare un viaggio assieme con annessa una lunga crociera nel mediterraneo.
Ma la scoperta delle motivazioni di Sena, la sua voglia di avere un altro figlio dopo il primo forzato aborto gettano Paolo in una vera crisi esistenziale:l’uomo non è pronto ( e non lo sarà mai) per una paternità, tanto da tentare, auto lesionisticamente, di allontanare da se la presenza di Sena con la breve avventura con la bellissima Silvia.

Tra i due non c’è identità di vedute sul futuro, così, con qualche rimpianto, Sena e Paolo si lasciano per sempre.
Eutanasia di un amore, tratto da un romanzo di Giorgio Saviane e diretto da Enrico Maria Salerno nel 1978 è un melodramma a sfondo sentimentale drammatico che arriva dopo il grande successo di Anonimo veneziano,primo film diretto dietro la macchina da presa dal regista milanese e dopo quello parziale di Cari genitori.
Salerno chiama nuovamente il protagonista di Anonimo veneziano Tony Musante e gli affianca la giovane e bella Ornella Muti, creando così il necessario divario generazionale fra gli attori e ricostruisce in buona parte l’atmosfera malinconica del romanzo di Saviane, tutto incentrato sull’impossibilità di un futuro comune tra i due protagonisti divisi implacabilmente da due desideri antitetici sull’approdo della loro relazione.
Monica Guerritore
Da un lato c’è Paolo, maturo professionista poco incline al rispetto dei ruoli portanti della coppia, dall’altro c’è Sena, giovane ma con un’idea precisa del suo futuro, del suo essere donna che contempla come coronamento la maternità.
I due, pur amandosi, non troveranno un’intesa su questa base e lasceranno morire il loro sentimento, che, come recita il titolo sarà soppresso deliberatamente, un’eutanasia che porrà termine bruscamente all’inevitabile fine scritta proprio dalla diversità di idee sull’amore e sul suo divenire.
Eutanasia di un amore non può essere definito un film riuscito, pur rimanendo,nell’assieme un accettabile prodotto:cosparso e disseminato di lunghi dialoghi, tutto incentrato sulla personalità un tantino schizofrenica del protagonista maschile, il film galleggia e si culla a tratti stancamente sul problematico rapporto di coppia tra Paolo e Sena, un rapporto minato una volta tanto non dalla differenza notevole d’età quanto sul futuro di coppia e sul naturale divenire dell’amore che indubbiamente esiste tra i due.
I temi della libertà individuale, il riserbo di Paolo che vuol tenere nascosta la loro relazione per paura della reazione dei conoscenti e in generale della società che porta la coppia a dividere le proprie vite nel giornaliero in nome del “decoro sociale“, la voglia personale di libertà fuori dagli schemi presenti nel libro sono nel film malcelati quando non nascosti, a tutto scapito della relazione sentimentale che appare predominante.Paolo appare ferito più dall’abbandono tout court che colpito nei sentimenti.

Non è tanto il bisogno d’amore quanto un’egoistica affermazione del proprio io a spingerlo a cercare di riallacciare la relazione con Sena;un atteggiamento ribaltato rispetto allo spirito che muove il protagonista del romanzo.
Salerno di conseguenza tradisce in qualche modo uno dei cardini del romanzo,snaturandolo;un peccato veniale, certo, non mortale, anche perchè nell’economia del film le cose non cambiano.
Film che alla fine può essere giudicato discreto almeno in alcune componenti, fra le quali la bellissima e patinata fotografia opera di Marcello Gatti e le musiche avvolgenti di Daniele Patucchi.
Bene i due protagonisti, Tony Musante e la bella Ornella Muti ai quali vanno aggiunti come personaggi di contorno una bella e splendente Monica Guerritore e Mario Scaccia.
Eutanasia di un amore
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Tony Musante, Ornella Muti, Monica Guerritore,Mario Scaccia, Luciano Fineschi, Laura Trotter, Gerardo Amato Drammatico, durata 110′ min. – Italia 1978.
Ornella Muti … Sena
Tony Musante Tony …Paolo Naviase
Monica Guerritore …Silvia
Mario Scaccia …Il dottore
Laura Trotter … Patrizia
Gerardo Amato … Domenico
Umberto Benedetto … Pio
Enrico Bergier … Lorenzo
Regia: Enrico Maria Salerno
Sceneggiatura:Massimo De Rita ,Arduino Maiuri,Enrico Maria Salerno
Soggetto:dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane
Musiche:Daniele Patucchi
Fotografia:Marcello Gatti
Production Design:Dante Ferretti
Costume Design:Wayne A. Finkelman
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
L’ultimo dei tre film diretti da Enrico Maria Salerno, che è decisamente meglio ricordare come attore, è questo Eutanasia di un amore, lavoro quantomeno trascurabile; un melodrammone più sincero e vivace di Anonimo veneziano (1970), ma sempre piuttosto piatto e convenzionale nell’analisi dei rapporti fra i personaggi: qui fra gli amanti Paolo e Sena come in Cari genitori (1973) fra madre e figlia che allo stesso modo si ritrovavano per riperdersi, dopo essersi di nuovo malintese. Di sensazionale non c’è insomma nulla, tutto procede lungo i melensi binari del fotoromanzo e la prestazione dignitosa di Musante purtroppo non si specchia nella prova traballante della Muti; in ruoli minori anche Mario Scaccia e Monica Guerritore. Soggetto tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane e sceneggiatura scritta da Maiuri, De Rita e Salerno stesso, che non compare mai in nessuno dei suoi tre film da regista; musiche enfatiche (forse sarebbe meglio dire: pompose) al punto giusto di Daniele Patucchi; Dante Ferretti si occupa delle scenografie, Marcello Gatti della fotografia. Molti esterni, dialoghi ad alto tasso di zuccherosa drammaticità.
L’opinione di Elio Maraone dal quotidiano “L’Avvenire”del 28 ottobre 1978
“Lo sbaglio maggiore del regista, a nostro avviso, è stato quello di impostare, su un materiale narrativo così mediocre, un’operazione ‘di eleganza’. Anziché cercare di far violenza al testo, di inventargli una corposità, Salerno – pur modificandone in parte il finale – l’ha rispettato come se si trattasse di un ‘classico’. E, con l’aiuto dell’operatore Marcello Gatti, si è messo ad illustrarlo con immagini raffinate, flash-back ricercati, studiatissimi effetti di luminosità, trascurando quella che era forse l’unica via di salvezza, e cioè sommergere il sentimentalismo brodoso in un duro blocco di realismo. Ma ‘commuovere’, invece, si doveva. E allora, dentro la musica strappacuore, gli occhioni gravi di Ornella Muti, i paesaggi romantici e un attore di sorvegliata malinconia come Tony Musante. ‘Eutanasia di un amore’, ovvero il fazzoletto come orizzonte”
L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Firenze, una coppia: lui (Musante) affascinante professore universitario di mezza età, lei (Muti) una giovane e graziosa insegnante inspiegabilmente inquieta nell’animo, ed è quest’apprensione a turbare il loro rapporto. Salerno indaga sull’amore avvalendosi di dialoghi neo-sofisticati, incantevoli scenografie (nella seconda parte del film ci spostiamo in Sardegna) e uno splendido commento musicale del Maestro Patucchi. Un sentimentale ricercato che attinge al lacrimevole. Per me una manna!
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Come in Anonimo veneziano c’è un male incurabile, sebbene questa volta a morire sia l’amore, vittima del dissidio tra la sua concezione idealista (Musante) e quella pragmatica (Muti). Ridondante nei dialoghi, pretenzioso nel melodramma (sguardi umidi e corrucciati, languidi addii e inattesi ritorni, scorci romantici, pianoforte strappacuore) e ovvio nelle conclusioni, si risolve nella competente regia di Salerno e nei limpidi paesaggi fotografati da Marcello Gatti. Degli interpreti si ricordano il medico eccentrico e compagnone di Scaccia e il sorriso solare e accattivante della Guerritore.
L’opinione di Didda23 dal sito http://www.davinotti.com
Salerno dirige questa pellicola dalle ambiziose pretese, evidenti soprattutto in fase di scrittura: in effetti i dialoghi sono intrisi di divagazioni e speculazioni filosofiche di basso livello. Il ritmo soporifero e l’evanescenza del racconto fanno dell’opera un possibile antidoto contro l’insonnia. Sulla carta si vorrebbe fare un affresco delle problematiche amorose (l’inconciliabilità di due visioni d’insieme) della borghesia, nei fatti si assiste ad una serie di elucubrazioni mentali sostanzialmente inutili.
All that jazz-Lo spettacolo continua
Pubblico e privato di un attore, ballerino e coreografo Joe Gideon,stella del musical e della danza moderna visto attraverso la lente d’ingrandimento dei suoi successi (e delusioni) sul lavoro e nella vita privata,in cui le seconde dominano sui primi.
Testamento autobiografico e penultimo film di Bob Fosse, All that jazz-Lo spettacolo continua è una commossa e a tratti irriverente confessione autobiografica in cui il celebre punto di riferimento del musical americano si mette a nudo,attraverso un racconto visivo potente anche se spesso ridondante e narcisistico,con un finale premonitore che sembra anticipare la sua morte, avvenuta come nel film per un infarto, otto anni dopo aver diretto il suo ultimo capolavoro.
Per la verità All that jazz non sarà il suo ultimo film, visto che nel 1983 uscirà Star 80, che però non si sposterà dalla sufficienza diventando si famoso ma non certo il film della vita.

Fosse sceglie per il film una narrazione sicuramente particolare, raccontando al presente e al passato la vita del suo alter ego Gideon e inframezzandola con una specie di visione onirica raffigurante un angelo biondo, un angelo della morte che ascolta divertito il racconto della vita di un uomo che ha dato tanto allo spettacolo ricavandone in cambio fama professionale ma una vita privata al limite del disastroso.
L’angelo della morte, la donna vestita di bianco simboleggia nel film e per Fosse l’ultimo atto della vita, quello in cui si favoleggia il rivedere in un attimo dilatato nel tempo gli eventi principali della vita di un essere umano.

E’ proprio a questo angelo che Gideon racconta aneddoti e storie, partendo dai suoi esordi come attore di uno spettacolo border line nel quale erano presenti alcune spogliarelliste, che si divertivano dietro il palco ad eccitarlo, lasciandolo poi solo carico di eccitazione e frustrazione.
Ma il film in realtà comincia in un altro modo, quello dell’angelo, parte determinante del racconto, resta figura determinante ma parallela agli eventi narrati.

Che vedono Gideon preparare un nuovo spettacolo mentre attorno a lui si muovono tutte le componenti dello spettacolo stesso, dai ballerini ai produttori del film,dal compositore delle musiche per finire con la sua ex moglie, una ballerina che Gideon ha voluto nello spettacolo riservandole un posto di primo piano e sulla quale è stato letteralmente disegnato il copione.
Sempre attraverso il racconto fatto alla dama/angelo, Gideon ripercorre i successi iniziali, che lo portano a fondare una compagnia di ballo di grande successo e nel frattempo racconta la sua vita privata, fatta di un matrimonio e di una figlia.Matrimonio che ben presto entra in crisi a causa proprio della professione e dalla tendenza di Gideon a lasciarsi facilmente sedurre dalla pletora di ballerine e attricette dei suoi spettacoli.
Poi la fortuna,la sorte,presentano il conto:la vita vissuta a tutta velocità ha provocato danni irreversibili al suo cuore.

Così giunto sulla soglia dei 50 anni Gideon si ritrova in ospedale, operato ma anche senza nessuna speranza di guarigione;prima di lasciare il suo corpo mortale l’uomo ha la possibilità di rivedere, in un fantasmagorico musical,tutto quello che di buono (ma anche di negativo) ha fatto nella vita.
Una girandola di volti lo acompagna verso l’ultimo passo, seguito dal sorriso dell’angelo della morte che lo accompagna verso la vita eterna…
Bob Fosse dirige un film fantasmagorico, ridondante,auto celebrativo ma anche profondamente commosso,un testamento spirituale in cui in qualche modo sbeffeggia la morte senza però dimenticare che con essa avrà a che fare i conti.
Bellissimo e appassionante e al tempo stesso nostalgico e romantico, dissacrante ma anche affettuoso All that jazz è un compendio di cose buone ed altre meno buone, ma tutte espresse con un’abilità ed una partecipazione assolutamente straordinarie.

Alle splendide scene di ballo si alternano i dialoghi con l’angelo della morte,le sue visioni del passato si mescolano al presente, i personaggi che più hanno contato nella sua vita non sono fantasmi ma parte di un presente che Fosse/Gideon sente sfuggire inesorabilmente.
Dopo i capolavori Cabaret e Lenny, dopo il folgorante esordio cinematografico avvenuto con Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata del 1969, successo grazie al quale riuscì a girare Cabaret che gli valse l’Oscar per la miglior regia unitamente ad altri 7 in varie categorie,Fosse si consegna alla storia con un’opera di largo respiro, disorganica eppure terribilmente affascinante e sincera.
Battuto solamente dal film di Benton Kramer contro Kramer, omaggio alla cinematografia più spudoratamente hollywoodiana,All that jazz condivise nel 1980 la sorte del capolavoro di Coppola Apocalypse now, che sicuramente avrebbe meritato la statuetta ben più del film di Benton e che se la sarebbe giocata alla pari con il film di Fosse.

Ma tant’è…
Grazie ad un cast eccellente costruito attorno a Roy Scheider e Jessica Lange, composto da eccellenti ballerini e da ottimi comprimari, Fosse crea un’opera senza tempo e dal fascino straordinario;film tra l’altro molto apprezzato un po ovunque come testimoniano i 4 Oscar e le 5 nomination del 1980 nella notte delle statuette,la prestigiosa Palma d’oro al festival di Cannes e altre nomination in importanti manifestazioni cinematografiche.
Ottimo come dicevo il cast, con un bravissimo e intenso Roy Scheider e una splendida Jessica Lange, l’Angelica del film, la dama in bianco chiaro riferimento all’angelo della morte.
Davvero eccellente la forografia di Giuseppe Rotunno,nominato per l’Oscar di quell’anno e battuto solamente da un altro grande italiano,Vittorio storaro che portò a casa la statuetta per Apocalypse now.
Un film memorabile, quindi, che andrebbe rivisto almeno una volta per apprezzarlo in tutte le sue componenti.
All that Jazz – Lo spettacolo continua
Un film di Bob Fosse. Con Roy Scheider, Jessica Lange, Leland Palmer, Ann Reinking, Cliff Gorman Titolo originale All that Jazz. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 123′ min. – USA 1979.
Roy Scheider: Joe Gideon
Jessica Lange: Angelica
Leland Palmer: Audrey Paris
Ann Reinking: Kate Jagger
Cliff Gorman: Davis Newman
Ben Vereen: O’Connor Flood
Erzsebet Foldi: Michelle Gideon
Michael Tolan: Dr. Ballinger
Max Wright: Joshua Penn
William LeMassena: Jonesy Hecht
Irene Kane: Leslie Perry
Deborah Geffner: Victoria Porter
John Lithgow: Lucas Sergeant
Sue Paul: Stacy
Keith Gordon: Joe Gideon giovane
Sandahl Bergman: ballerina
Manlio De Angelis:Joe Gideon
Emanuela Rossi: Angelica
Rita Savagnone: Audrey Paris
Rossella Izzo: Kate Jagger
Michele Gammino: Davis Newman
Giuppy Izzo: Michelle Gideon
Sandro Iovino: Dr. Ballinger
Piero Tiberi: Joshua Penn
Sergio Fiorentini: Jonesy Hecht
Germana Dominici: Leslie Parry
Paila Pavese: Victoria Porter
Gianni Marzocchi: Lucas Sergeant
Isabella Pasanisi: Stacy
Riccardo Rossi: Joe Gideon giovane
Regia Bob Fosse
Soggetto Robert Alan Aurthur, Bob Fosse
Sceneggiatura Robert Alan Aurthur, Bob Fosse
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Alan Heim
Musiche Ralph Burns
Scenografia Philip Rosenberg
Joe… Da più di tre settimane facciamo straordinari, Joe! I capi mi si stanno mangiando vivo. […] Siamo già due miliardi oltre il costo preventivato… Joe, Dio creò il mondo intero in sei giorni, e senza fare un’ora di straordinari; tu non riesci a montare un film di novanta minuti in sette mesi, e per di più con gli straordinari!
Stare sulla corda è vita. Tutto il resto è attesa.
L’opinione di exitplanetdust dal sito http://www.mymovies.it
Intrigante l’uso del sonoro – e ci mancherebbe, dacché si tratta di un film musicale. In particolare la soggettivazione della percezione acustica, interiorizzata nei personaggi, “psicologizzata”, “focalizzata” nella mente attraverso l’uso di filtri e riverberi. Ciò è patente in talune scene, come quella della prima lettura di un copione, in cui il protagonista principia ad accusare seriamente i sintomi di un grave malessere fisico. Assieme agli inserti di montaggio, le scene in cui Joe discute con la fata-sposa – ma in fondo, con se stesso -, tali soluzioni audio-visive contribuiscono a conferire al film un’inquietante atmosfera allucinata, che ben esprime il disagio di una esistenza costantemente condotta sul filo, priva di valori, caracollante ed eccessiva, viziosa e nichilista, com’è quella che l’ambiente dello spettacolo richiede. Grazie ad un montaggio sapiente, che non risparmia overlapping editing ed intenzionalità concettuali, il limite fra reale e fittizio, vita e rappresentazione, universo diegetico e immaginazione dei personaggi, si assottiglia fino a scomparire, e i piani si compenetrano tanto da risultare indistinguibili. Così anche un evento personale e drammatico, come un intervento chirurgico a cuore aperto, in cui la stessa vita del protagonista è assai a rischio, ottiene la sua trasposizione artistica – ma immaginaria – sulle assi del palcoscenico. Se si riesce a scendere a patti con l’onanismo imperante, il lezioso autocompiacimento autobiografico, ci si ritrova di fronte ad un opera visionaria ed onirica, in cui ogni balletto e rappresentazione ha un preciso valore espressivo e serve a delineare il profilo psicologico ed emotivo di una grande personalità, oltre ad offrire un incisivo spaccato sul mondo frenetico e durissimo, regolato da leggi spietate e disumane, dello show business.
L’opinione di pompiere FI dal sito http://www.filmtv.it
(…) La pellicola è una delle più alte e raffinate riflessioni sulla morte, e insieme un inno alla seducente dinamicità della vita. Un giocare con la falce fienaia, ma senza le prostrazioni bergmaniane, e con una messa in scena colorata, tinteggiata da personaggi brillanti.
L’idea del trapasso viene burlata a più riprese, grazie a stralci ironici di enorme rilievo (il medico che, mentre visita Joe, fuma e tossisce a ripetizione, e la sequenza nella camera d’ospedale subito dopo l’infarto), ma anche rispettata tramite un racconto spesso doloroso ed emotivamente feroce. Registicamente parlando, Fosse non è mai stato così in stato di grazia; le scene del balletto di “Air-otica” e la lettura “sorda” del copione sono idee magistrali di come andrebbe fatto il cinema. (…)
L’opinione di Kovalsky dal sito http://www.filmscoop.it
E’ l'”Otto e mezzo” secondo Bob Fosse: un film straordinario, kitsch, magniloquente, ricco di inventiva e di creatività. Come potrebbe essere diversamente visto che stiamo parlando del più grande ultimo coreografo della storia? Ma è anche e soprattutto, in un’excursus di indimenticabile glamour, la storia e l’immagine di Fosse che cita se stesso, impagabilmente rievocato da Scheider e dalla sua malattia, un attore di grande talento che generalmente stenta a ispirare simpatia.
Più che un musical, un testamento artistico di grande impatto (il suo ultimo vero film, “Star 80”, non era un musical ed effettivamente faceva abbastanza pena)
L’opinione di Giapo dal sito http://www.davinotti.com
Praticamente un’autobiografia di Bob Fosse, che racconta come il proprio successo artistico faccia da contrappunto a una disastrosa vita privata che gira attorno a 3 grandi amori: la moglie, l’amante e la figlia. Roy Scheider è assolutamente straordinario nell’interpretare questa autocritica, girata in modo artisticamente spettacolare grazie a una sceneggiatura ferrea e arguta e a delle ottime musiche coreografate splendidamente che tengono incollato lo spettatore fino alla fantastica, toccante celebrazione finale.
Due ragazzi che si amano
Due vite parallele e due destini che fatalmente si incroceranno cambiando le loro vite per sempre sin dalla prima adolescenza:Paul e Michelle ancora non lo sanno, ma presto si incontreranno casualmente, si ameranno e dovranno lasciarsi perchè il mondo degli adulti ha in serbo per loro, ribelli e indipendenti,l’imposizione del rispetto di regole assurde,scevre da sentimenti e scandite dal politicamente corretto,da quell’insieme di laccetti che stringono mortalmente la società regolando le relazioni tra individui.
Paul è un sedicenne in perenne lotta con il padre, un essere cinico e autoritario, che vorrebbe forgiare il giovane a sua immagine e somiglianza mentre Michelle è una timida ragazza orfana, che ha dovuto convivere suo malgrado con una cugina, sentendosi però un’ospite sgradita.
I due giovani incrociano le loro vite in uno zoo;da quel momento vivono in perfetta simbiosi l’uno con l’altro o anche l’uno per l’altro;i problemi, il senso di frustrazione, l’incomunicabilità con le famiglie diventano una cosa passata.L’amore nasce e sboccia e i due capiscono che è ora di andar via, lontano dagli adulti incapaci di capirli e amarli.
Viaggiano fino in Camargue, trovano un posto remoto, si installano e danno corpo alla loro relazione.
Ma restano pur sempre due adolescenti e ben presto le difficoltà della vita li aggrediscono; ma riescono in qualche modo a tenere vivo il loro amore, coronato dalla nascita di un figlio.
Sarà proprio la nascita del figlio a segnare i loro destini;Paul si reca in paese per acquistare dei beni di prima necessità per il bambino, suscitando i sospetti della impicciona proprietaria del negozio in cui si reca.
Che chiama la polizia con conseguenti indagini sui due ragazzi;sarà l’esecrabile padre di Paul a decidere il futuro delle loro vite….
Due ragazzi che si amano (semplicemente Friends nella versione inglese) è un film di Lewis Gilbert datato 1971.

Un film accolto in modo diametralmente opposto sia dal pubblco sia dalla critica;una parte consistente degli uni e degli altri applaudi senza riserve il film,lodandone sia la trama anticonvenzionale sia l’atmosfera in cui il film stesso era immerso,mentre le critiche principali riguardarono un presunto atteggiamento furbesco del regista, accusato di aver banalizzato una storia d’amore infarcendola di scene erotiche che nascondevano quindi la mera operazione commerciale del film.
In realtà questo genere di critiche è abbastanza ingeneroso; le vituperate scene di sesso sono davvero molto caste, i nudi della splendida e sfortunata Anicee Alvina sono in qualche modo funzionali al film e di scene al calor bianco francamente non c’è traccia.
Troppa severità quindi verso un film che racconta in modo garbato una storia d’amore fra due adolescenti alle prese con un mondo che non solo non li capisce,ma in qualche modo li ripudia.Loro non sono anticonformisti, hippy o contestatori eppure le due famiglie in cui convivono non li amano;il padre di Paul è rappresentato come un uomo egoista, gretto e meschino mentre la famiglia di adozione di Michelle è quasi ostile alla presenza della ragazza.

In questo piccolo universo chiuso i due ragazzi soffocano e la scoperta dell’amore avrà per loro un effetto dirompente.
Un amore puro dapprima e poi sensuale,come del resto è giusto che sia li avvolge e coinvolge.
La loro fuga dalle famiglie e in qualche modo dalla società per vivere in modo totale ed estranenante la loro storia d’amore è però ostacolata dalla loro età.
La sessualità e l’amore sembrano essere un privilegio dei “grandi” e la loro ribellione a questo stato di cose avrà conseguenze purtroppo decisive sulla loro unione, peraltro allietata dalla nascita di un figlio.
Forse l’unico neo del film è rappresentato dalla mancanza di profondità e di analisi dei background dei due adolescenti, del loro rapporto con l’esterno ma in effetti il regista probabilmente non aveva altra intenzione che quella di raccontare sic et simpliciter l’amore, un amore assurdamente proibito dalle convenzioni e dalle leggi.

Il film è delicato, con una bella fotografia e sopratutto permeato dalla bellissima colonna sonora di Elton John, composta con Bernie Taupin;Friends diverrà una vera hit del cantante e funzionerà da trampolino di lancio per il film.
Che purtroppo in Italia arriverà in sordina, per colpa di quelle poche scene di nudo che turberanno i sogni dei nostri censori.
Per dare un’idea della solita, allucinante miopia di molti censori e critici, segnalo la spassosa recensione del Morandini:”Durante una vacanza sboccia l’amore tra giovinetto inglese e orfanella francese. Nasce un bimbo, ma l’orribile padre di lui fa intervenire la polizia. Love story mielosa fino alla nausea che cade spesso nel ridicolo involontario.”
E’ estremamente probabile che il recensore non abbia visto il film,poichè cita una vacanza della quale non esiste traccia nel film;questa è una delle frequenti cadute di stile ( e di credibilità) che hanno spesso fuorviato gli spettatori,indotti a credere una cosa mentre la pellicola in oggetto ne diceva chiaramente un’altra.

Spesso affidarsi alle recensioni di alcuni critici equivaleva (ed equivale ancora) a seguire le indicazioni stradali fidandosi delle pietre miliari romane!
Per quanto riguarda il cast, direi molto bene i due attori protagonisti,Sean Bury e Anicee Alvina;il primo è una vera sorpresa,fresco e ingenuo, spontaneo e istintivamente portato alla recitazione com’è mentre la sfortunata Alvina è ormai una certezza, come del resto dimostrerà nel corso della sua pur breve carriera fatta di una trentina di film quasi tutti interpretati nel decennio settanta.
Il film è assolutamente introvabile in lingua italiana;ho avuto la fortuna di vederlo oltre 40 anni addietro, durante uno di quei cineforum scolastici che permisero a molti giovani dell’epoca di vedere pellicole altrimenti destinate all’oblio.
Due ragazzi che si amano
Un film di Lewis Gilbert. Con Anicée Alvina, Ronald Lewis, Sady Rebbot, Sean Bury Titolo originale Friends. Commedia, durata 102′ min. – Gran Bretagna 1971
Sean Bury … Paul Harrison
Anicée Alvina … Michelle Latour
Ronald Lewis … Padre di Paul Harrison
Toby Robins … La signora Gardner
Joan Hickson …La donna della libreria
Pascale Roberts … Annie
Sady Rebbot … Pierre
Regia: Lewis Gilbert
Sceneggiatura: Lewis Gilbert,Vernon Harris e Jack Russell
Produzione: Lewis Gilbert e Geoffrey Helman
Fotografia:Andréas Winding
Montaggio:Anne V. Coates
Art Direction :Marc Frédérix
Costume Design ;Jeanine Herrly
KZ9 Lager di sterminio
La seconda guerra mondiale ha ormai un indirizzo ben preciso:le truppe naziste hanno conosciuto l’onta della confitta su vari campi, in Europa.
Ma nel campo di prigionia di Ronshausen la guerra sembra lontana; un gruppo di prigioniere di varie nazionalità viene condotto nel lager per essere usate come cavie nei folli esperimenti del dottor Wieker.
Tra le prigioniere ci sono la dottoressa Prik,ebrea e la bella Cristina;la prima finirà per essere destinata al gabinetto medico in cui avvengono i folli esperimenti, la seconda dovrà guardarsi dalle attenzioni saffiche della kapò Marta.
La vita nel lager è un inferno; oltre a dover subire un trattamento umiliante, ad essere schiavizzate e brutalizzate in ogni modo le prigioniere devono sottostare ai capricci del dottor Wieker, che dispone delle loro vite utilizzandole in esperimenti senza alcun fondamento scientifico.
Trapianti di organi, esperimenti di congelamento, studi sui gas tossici;il dottor Wieker,con la collaborazione del dottore ebreo Meiser,costretto suo malgrado ad assistere alle follie di Wieker,sperimenta crudelmente le sue idee con risultati assolutamente scadenti.
Giovanni Attanasio e Lorraine De Selle
Al centro, Ria De Simone
Tra Meiser e Christine nasce una storia d’amore e i due tentano un’impossibile fuga che finirà con la cattura e l’impiccagione nel campo.
Ma ormai la guerra e al termine e in lontananza di odono i cannoni sovietici; così Wieker,radunate le prigioniere in un capannone, le fa uccidere sommariamente. All’esecuzione non sfugge nessuno, nemmeno la kapo Marta.
Le prove del genocidio sono così distrutte ma Wiekler non sopravviverà abbastanza per sfuggire alle sue colpe….
KZ9 – Lager di sterminio (o anche Women’s Camp 119 e SS Extermination Camp nelle version i per il mercato estero) è un nazisploitation o se preferite un eros-svastica che è una sorta di compendio di tutti i topos di questo particolare genere cinematografico:si va dalle immancabili torture di ogni genere sulle sventurate prigioniere di turno alla presenza del medico folle,nel quale non è difficile riconoscere un riferimento alla figura sinistra di Mengele, l’angelo della morte di Auschwitz.

Che purtroppo, a differenza di quello che accade nel film, non morì nel campo ma riuscì a fuggire e a vivere libero e indisturbato fino al giorno della sua morte.
Altri topos classici sono la nascita della storia d’amore con finale tragico tra due prigionieri,la presenza della kapò crudele e lesbica, il sonderkommando composto da ebrei prigionieri che per aver salva la vita fungevano da giustizieri dei prigionieri.
Quello che differenzia il film dalle produzioni precedenti è la presenza di una carica inusuale di violenza, che costò al regista e al film una pesante censura oltre ad un’unanime valanga di critiche;dopo aver girato Casa privata per le SS, decisamente più leggero e più virato verso l’erotico,Bruno Mattei provò a fare sul serio, con esiti incerti.
Un film sugli orrori dei campi di concentramento è quanto di più difficile da realizzare;qualsiasi ricostruzione risente purtroppo dell’inadeguatezza di quanto raccontato visivamente rispetto alla reale portata degli avvenimenti.
L’orrore dei lager, testimoniato da alcuni documentari girati dalle truppe americane e che portarono a conoscenza del mondo la drammatica realtà della Shoah, è solo purtroppo un frammento di quanto realmente accadde.

Mattei usa poco l’erotismo, utilizzandolo solo in un paio di casi, illustrando la relazione tra i due prigionieri o nel rapporto saffico tra la kapò e la prigioniera;utilizza però in modo massiccio il nudo femminile per mostrare la crudeltà gratuita del protagonista con sequenze shock che finirono comunque quasi del tutto purgate nella versione approvata dalla censura.Nella stesura cinematografica visionata nelle sale mancano infatti almeno dieci minuti di scene,quelle probabilmente più crude.
Il film ha una sua tensione e drammaticità che vanno riconosciute al regista romano, scomparso nel 2007;la scelta del cast, che comprende diversi caratteristi del cinema italiano spazia dalla presenza di Staccioli, ormai legato indissolubilmente alle fiure di capi o ufficiali nazisti a quelle di Ria De Simone,la crudele Kapò o a quella di Sonia Viviani, bella come al solito e tutto sommato credibile o ancora di Lorraine De Selle, nel ruolo di una prigioniera.Presente ancora una volta Marina Daunia, una volta tanto dalla parte delle vittime nel ruolo di una prigioniera ebrea.

L’altra caratteristica segnalata è la sua estrema rudezza;ancora una volta,però,va segnalata l’incoerenza di fondo di questi prodotti, che dietro l’idea di fungere da documenti sulla ferocia nazista nei lager, finiscono sempre per tramutarsi in opere a sfondo (tra l’altro mal celato) erotico o voyeuristico.Siamo lontani anni luce da opere rigorose come Stalag 17, purtroppo.
Su youtube è presente la versione francese del film,che dovrebbe essere quella UNCUT e priva di tagli;l’indirizzo per visionare il film è https://www.youtube.com/watch?v=ja6gJ6vDArc
KZ9 lager di sterminio
un film di Bruno Mattei,con Ivano Staccioli,Sonia Viviani,Ria De Simone,Gabriele Carrara,Marina Daunia,Lorraine De Selle.Drammatico/erotico Italia 1977 Durata 100 minuti


Gabriele Carrara: Oberleutnant Otto Ohlendorff
Ivano Staccioli: Comandante Wieker
Lorraine De Selle: Maria black
Ria De Simone: Kapo Marta
Sonia Viviani: Cristina
Giovanni Attanasio: Kurt
Marina Daunia: Prigioniera ebrea
Gota Gobert: Kapo

Regia Bruno Mattei
Soggetto Bruno Mattei
Sceneggiatura Giacinto Bonacquisti, Aureliano Luppi, Bruno Mattei
Produttore Marcello Berni, Tommy Polgár (esecutivo)
Casa di produzione Three stars 76
Fotografia Luigi Ciccarese
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Alessandro Alessandroni
Scenografia Marco Calloppi
Costumi Massimo Galloppi, Franca Celli
Trucco Marcello Di Paolo, Lidia Fatigati
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Mattei filma una serie di aberranti e “amorali” scene di violenza gratuita, condita da un linguaggio saporito e “sporco” almeno quanto il contesto (un lager). Il film gode di una morbosa e fasulla “morale” (il veloce redde rationem in chiusa): gli autori del film, come Ponzio Pilato, se ne lavano le mani. Più che all’erotismo, siamo di fronte ad un horror totale, reso credibile dalle interpretazioni (Lorraine De Selle che canta, prima dell’impiccaggione, Israel). Ottima la colonna sonora.
L’opinione del sito http://www.filmhorror.com
(…)K.Z.9. LAGER DI STERMINIO è senza ombra di dubbio il più pazzesco e violento film di Mattei. Non solo, è anche il nazi-erotico più cattivo e impressionante mai realizzato. Dall’inizio alla fine non c’è tregua: ebree picchiate, vivisezionate, smembrate, violentate, umiliate. Le donne sono trattate come rifiuti umani, alla mercé di una schiera di malati di mente che godono nel farne scempio.
Diverse le presenze all’interno del film che, nel bene e nel male, riescono a lasciare il segno dopo la visione di questa follia su celluloide: Lorraine De Selle e Marina Daunia spiccano per la loro bellezza, Ivano Staccioli è convincente nella parte del dottore freddo e cinico (l’ispirazione viene dal Dr.Mengele) e Giovanni Attanasio è un handicappato davvero impressionante, sguinzagliato per palpeggiare le ebree più carine. Ma fra tutti spicca lo sguardo gelido di Ria De Simone, spietata kapò che non lesina bastonate a destra e a manca e offre esempi di crudeltà davvero memorabili.(…)
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
(…)Sembra che il film avesse anche intenzioni serie o quasi-documentaristiche (ecco il perché delle immagini finali di Mengele e di altri gerarchi?) ma la censura colpì duramente. Mattei se ne lamentò: “Secondo la mentalità della censura se uno faceva lo scherzetto, come Casa privata per le SS che è una burla erotica, andava bene, ma se si cercava di fare qualcosa di serio, mostrando gli esperimenti reali delle SS… Il film fu preso ferocemente, ci massacrarono”.* Sta di fatto che il film è la solita fiera di atrocità ai danni di donne nella tipica tradizione del women in prison. Le donne appena arrivate nel campo vengono suddivise fra graziose e meno, le “meno” verranno gassate subito. Fra le graziose abbiamo Lorraine De Salle (Nero veneziano, 1978; Cannibal ferox, 1981) nei panni di una dottoressa ebrea che dovrà obbligatoriamente collaborare con gli scienziati tedeschi ad alcuni esperimenti deliranti. In uno di questi due donne nude stanno al fianco di un soldato congelato (e morto) ma a furia di leccate, baci e strofinamenti lo scongelano e lo riportano in vita. L’idea, a quanto si dice nel film, è stata suggerita dallo stesso Hitler. (…)
L’opinione di Herrkinski dal sito http://www.davinotti.com
Tra i più noti esempi del vituperato filone, il film di Mattei si segnala per l’accumulo disorganico di nefandezze e volgarità, che pur risultando talvolta al limite del comico potrebbero colpire gli spettatori più sensibili. Il regista cerca pure di dare un’ipocrita ed improbabile tocco finale di critica sociale, inserendo le schede dei veri gerarchi nazisti sfuggiti ai processi. Tra numerose scene di nudo e tortura si salva giusto qualche sequenza (le prigioniere che cantano, ad esempio) e le musiche cupe. Ritmo incostante, fotografia piatta.
L’opinione di Trivex al sito http://www.davinotti.com
Del dannato filone nzexploitation, KZ9 rappresenta una fredda interpretazione. A differenza di altri malati fratelli, il sesso è piuttosto esiguo e completamente superficiale, privo cioè di sensazioni morbose passionali, tipiche nella violenza sessuale del genere. È un lungo carrello di efferatezze e di atteggiamenti disturbati, con i soliti carnefici piuttosto tecnici nelle loro aspirazioni. Il film è strutturato discretamente e si avvale di qualche mezzo in più della media, ma niente di trascendentale. Le finali note pseudostoriche si potevano evitare.
L’opinione di gestarsh99 al sito http://www.davinotti.com
Un Mattei galvanizzato quello che ribolle dietro questo pulpornaccio antistorico e turpemente deviato. Risorse e maestranze sono limitatissime e ci si arrabatta mariolescamente con quel che passa il convento: gore posticcio, inorridenti dettagli grafici e un ex mattatoio smerciato per campo di concentramento. La De Simone non ha l’arditezza da virago della più quotata Ilsa e si accomoda a latere cedendo la brutalità scenica a Ivano Staccioli, mefistofelico Mengele nostrano sollazzevolmente imbandierato da carnefice supremo. Un putribondo guilty-pleasure da ingurgitare con assoluto, lurco disgusto.

Gli innocenti dalle mani sporche
E’ una coppia male assortita,quella composta da Louis e Julie Wormser.
Sono ricchi e annoiati, lei è bella e giovane, lui ha molti più anni di lei ed abusa con l’alcool.
Vivono in una splendida villa dove un giorno, mentre Julie sta prendendo il sole completamente nuda sul prato, cade un piccolo modellino d’aereo.
Così, fortuitamente, Julie conosce Jeff Marle, scrittore squattrinato ma dal gran fascino; in poco tempo Julie ne diviene l’amante e inizia a trovare insopportabile la compagnia del marito.
Così,in accordo con Jeff,Julie progetta l’omicidio del marito.
ma le cose non vanno come previsto e Julie si ritrova indagata per omicidio; ma inaspettatamente ecco ricomparire Louis e contemporaneamente scomparire Jeff.
Le cose si ingarbugliano e la coppia ricostituita inizia a progettare il trasferimento in un altro posto per evitare nuove indagini sulla scomparsa di Jeff.
Romy Schneider
Che ricompare all’improvviso,reclamando il ritorno al rapporto precedente con Julie e i beni del marito.
Julie non ci sta e si ribella, ma solo l’intervento della polizia la salva dalla morte.Che colpisce però Louis, colpito da un devastante infarto.
Ora Julie è sola, ma…
Film a struttura circolare, con un espediente classico del cinema, il ritorno del cadavere scomparso, Gli innocenti dalle mani sporche,diretto da Claude Chabrol nel 1974 è un freddo ed elegante thriller caratterizzato dai ritmi lenti e da dialoghi a tratti noiosi.
Un film in chiaro scuro,tratto da un racconto di Richard Neely, che il regista francese dirige nel periodo meno fecondo (artisticamente) della sua carriera, un anno dopo l’incerto Una gita di piacere.
E che risente da subito di alcuni vizi di fondo;una trama inverosimile,con un intreccio cervellotico che finirà con un colpo di scena innestato su una trama già vista, ovvero la moglie giovane sposata ad un alcolizzato che si innamora del bel giovane aitante e che progetta di eliminare il marito per vivere con l’amante stesso, salvo poi fare dietro front quando il delitto non si consuma e il marito riappare.
Paolo Giusti
Nuoce al film la pesantezza dei dialoghi, la recitazione incolore di Paolo Giusti, attore da fotoromanzi e non certo da cinema, l’atmosfera che avrebbe dovuto essere claustrofobica e che alla fine si rivela invece una palude, nella quale si impantana la trama e sopratutto la vicenda narrata.
I colpi di scena, le giravolte improvvise appaiono un po forzate e pur nell’elegante e ineccepibile confezione sembrano espedienti slegati fra loro;i personaggi in realtà sono sgradevoli,con tutti i loro difetti amplificati dallo status sociale di ricchi annoiati,che Chabrol dipinge nelle loro imperfezioni come affetti dai peggiori vizi, dall’alcolismo alla misoginia per finire con l’avidità e la brama di possesso.

Purtroppo però per una volta Chabrol abbandona la strada maestra della minuziosa descrizione della vita di provincia, l’indagine socio psicologica d’ambiente e di personaggi a tutto favore di una storia dai confini incerti,in cui i personaggi stessi sono più delle summe di difetti che degli esseri umani deboli e preda delle loro pulsioni.
Così il film deraglia e si avvia ad un finale in cui si susseguono i colpi di scena senza però la fondamentale partecipazione dello spettatore.
Nel cast però va segnalata la presenza di una Romy Schneider bella da togliere il fiato, elegante e raffinata,ormai attrice dal grande spessore mentre Rod Steiger, che interpreta il marito tradito e alcolizzato fa il suo con garbo ma senza impressionare particolarmente.bene il simpatico Rochefort, autore di qualche siparietto gustoso mentre bocciato senza appello il nostro Giusti, monocorde e sotto tono.
Un film decisamente difficile da giudicare positivamente e la cui visione richiede una buona dose di pazienza.

Gli innocenti dalle mani sporche
Un film di Claude Chabrol. Con Rod Steiger, Romy Schneider, Paolo Giusti, François Maistre,Jean Rochefort Titolo originale Les innocents aux mains sales. Drammatico, durata 120′ min. – Francia 1975
Romy Schneider … Julie Wormser
Rod Steiger … Louis Wormser
François Maistre …Commissario Lamy
Paolo Giusti … Jeff Marle
François Perrot … Georges Thorent
Hans Christian Blech Hans ..Il giudice
Pierre Santini … Commissario Villon
Jean Rochefort … Albert Légal
Henri Attal … Ufficiale di polizia
Serge Bento … Direttore di banca
Jean Cherlian … Polizia navale
Regia Claude Chabrol
Sceneggiatura Claude Chabrol da un racconto di Richard Neely
Produzione André Génovès
Musiche Pierre Jansen
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Production design Guy Littaye
L’opinione di IHomesick dal sito http://www.davinotti.com
Con i suoi molteplici colpi di scena, il plot, derivato da un figlioccio letterario di James Cain, è improbabile sino al ridicolo e costituisce un grave impaccio per la regia di Chabrol, che pure cerca un diversivo lavorando sui personaggi di secondo piano; un diversivo che talora funziona, soprattutto quando sono di turno i commissari Maistre e Santini e l’avvocato Rochefort, autoironico ai limiti della parodia. Le sorti del film, comunque tutt’altro che appassionante o memorabile, sono lasciate al sempre maestoso Steiger e a una Schneider tra diabolicità e debolezza.
L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com
Fra i privilegi dello status di maestro c’è quello di potersi permettere impunemente forzature (quando non biechi trucchetti) di sceneggiatura che nessuno avrebbe perdonato al nostro valoroso Gastaldi (e quindi a Lenzi o a Martino). Buon per lui. Il film però convince poco, anche nelle frequenti deviazioni verso il grottesco. Certo, Romy Schneider nudissima fin dalla scena iniziale fa pallinaggio da sola…
L’opinione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Un giallo hitchcockiano, in alcuni momenti anche un po’ noioso, come capita spesso, quando Chabrol si lascia andare a lunghe parentesi dialogate con una lentezza esasperante. Il film ha, però, sequenze particolarmente riuscite, specialmente in coincidenza con le entrate in scena di Jean Rochefort, un avvocato petulante, ma efficace. Va da sé, comunque, che il sole intorno al quale gira tutto il film è Romy Schneider (non so invece quanto sia azzeccata la scelta del pur bravo Steiger), e “Gli innocenti dalle mani sporche” servirà senza dubbio a tutti coloro che non sono mai riusciti ad apprezzare la bellezza dell’attrice austriaca: bastano i primi due minuti del film per farsene un’idea.
Questo non è lo Chabrol migliore, anche perché mancano le descrizioni di quanto fa da contorno alla vicenda principale (il punto di forza del regista francese sono proprio le sue minuziose osservazioni sociologiche sulla provincia francese), ma il film si lascia guardare e almeno qua e là la vicenda gialla riesce ad appassionare, fino al momento in cui le svolte improvvise diventano fin troppe.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.it
Ecco un grande Chabrol, che fa scuola.
Lezione di regia, talmente pregnante da oscurare, da distrarti, dalle pur splendide interpretazioni di una coppia eccezionale: Rod Steiger e Romy Schneider.
L’opinione di Atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Sopraffino davvero, Chabrol sfotte i ricconi della Costa Azzurra e li immerge nelle acque torbide di un noir alla Cain (quello de “Il postino suona sempre due volte”) che però è tratto da un romanzo di Richard Neely (chi sarà mai?).
L’intrigo si mischia alla farsa in maniera squisita (valga per tutte la lunga sequenza in cui un grande Rochefort, abbagliato dalla presenza della Schneider, arringa un’appassionata difesa nell’ufficio del giudice, con risultati esilaranti!) anche grazie all’occhio di fine osservatore del regista che si diverte ad offrire un quadro clinico e sottile di varia umanità coinvolta nell’indagine a tinte fosche.
Steiger è un perfetto marito tradito ma Romy, vestita da Yves Saint Laurent, è oltremodo maestosa nella sua suprema bellezza mozzafiato e senza confini, per di più alle prese con un personaggio intrigante come pochi.
Divertissement très chic!






































































































































































































































































