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Io Cristiana studentessa degli scandali

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Siamo nel pieno della contestazione studentesca e il professor Davide ha il suo bel daffare nell’insegnare ai giovani di un liceo provinciale.
Gli studenti contestano un po tutto, in particolare rivendicano il proprio diritto all’autodeterminazione sessuale;tra i più decisi nella contestazione ci sono due studenti,Cristiana e Massimo, legati fra loro e che per scommessa decidono di attirare il professore in una trappola.Cristiana si occupa di sedurre il professore mentre Massimo di sedurre la bella moglie di Davide,Simona, donna affascinante ma anche frivola e dall’incerta identità sessuale.
L’operazione, nonostante qualche difficoltà, riesce e Cristiana seduce Davide, finendo però per innamorarsi profondamente dell’uomo, mentre Massimo assolve il suo compito senza problemi.

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Davide è davvero innamorato di Cristiana ed è ricambiato; ma gli amici della ragazza non accettano di buon grado la situazione, accusando la ragazza di aver tradito gli “ideali” contestatari.
Il professore ormai sogna di vivere la sua vita accanto a Cristiana e lascia la moglie,con buona pace di quest’ultima che ha ben altri interessi.
Ma la tragedia è in agguato, quando gli studenti decidono di vendicarsi…
Grezzo,rozzo,irrisolto;tre aggettivi esemplari per descrivere Io Cristiana studentessa degli scandali,opera del 1971 diretta da Segio Bergonzelli,regista piemontese scomparso nel 2002 dopo aver diretto una trentina di film non di certo memorabili.

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Il film segue Nelle pieghe della carne, forse l’opera migliore del regista uscito nelle sale nel 1970 e precede una serie di film a sfondo smaccatamente erotico come Cristiana monaca indemoniata,La cognatina, La sposina, Il compromesso erotico che già nei titoli anticipano soggetti a sfondo erotico, diretti e girati in stretta economia cavalcando l’onda lunga dell’erotismo casereccio tanto in voga negli anni settanta nel mondo dei B movie.
Io Cristiana studentessa degli scandali è un film furbetto; dietro l’apparente volontà di Bergonzelli di mostrare l’altra faccia della contestazione giovanile, fatta di rivendicazioni legittime e di accuse la mondo sociale e a quello della scuola, nasconde in realtà l’incapacità del regista di conciliare la denuncia con un linguaggio visivo potente e drammatico.
La storia finisce per trasformarsi ben presto in una confusa parabola sul mondo studentesco.
Spariscono le motivazioni della contestazione per lasciare posto ad un insieme di immagini spesso scollate fra loro, con la descrizione del mondo studentesco scollata dalla realtà.

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Predomina l’aspetto erotico e morboso della vicenda e la storia d’amore fra il professore e la sua studentessa,non certo una novità, finisce ben presto per lasciare il posto a una serie di slogan degli studenti, comportamenti schiziofrenici e amorali,un guazzabuglio di immagini e situazioni spesso in contrasto fra di loro, con il comune denominatore della contestazione ad un sistema che appare corrotto come i suoi contestatori,più opportunisti che idealisti.
Almeno è così che Bergonzelli descrive i giovani, con una miopia colpevole che sembra mescolare il peggio del movimento studentesco in un’opera di denuncia che poi tale non è.
Un film incoerente,in definitiva;a parziale riscatto c’è l’attenuante di aver risparmiato allo spettatore l’happy end sostituito da un’evoluzione a sfondo tragico della vicenda,perfettamente in linea con la schizofrenica sceneggiatura scelta da Bergonzelli, che è responsabile anche della stesura della stessa.

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Il film ebbe grossi problemi con la censura, alla sua uscita;e non poteva essere altrimenti vista la quantità di scene oseè,almeno per l’epoca, inserite dal regista mentre la censura stessa non operò tagli significativi in altre parti della pellicola, quelle politicamente scorrette.
Per quanto riguarda il cast,segnalo la buona performance di una giovanissima (e affascinante) Malisa Longo,quella di Joh Saxon e la presenza nel cast del cantante Rossano Attolico, che sarebbe scomparso tragicamente qualche anno più tardi.
Opera di difficilissima reperibilità almeno in qualità decente.

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Io cristiana studentessa degli scandali
Un film di Sergio Bergonzelli. Con Malisa Longo, Glenn Saxson, Patricia Reed, Antonella Murgia,Barbara Betti Drammatico, durata 100 min. – Italia 1971

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Glenn Saxson … Davide Andrei
Malisa Longo … Cristiana
Antonella Murgia … Poppea
Patricia Reed … Simona Andrei

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Regia: Sergio Bergonzelli
Sceneggiatura:Sergio Bergonzelli
Montaggio:Sergio Bergonzelli
Fotografia:Antonio Maccoppi
Musiche:Carlo Savina
Produzione:SARA FILM CINEMATOGRAFICA

L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com

Malisa Longo studentessa eponima si innamora del prof, Glenn “Kriminal” Saxson (e già questo….) Pasticciato film sulla contestazione, parte con un delirante prologo che sembra promettere (al pari del titolo) pruriti, poi pencola a lungo indeciso fra “satira” e dramma per virare alla fine decisamente verso quest’ultimo: peccato che a quel punto ci si creda poco….Qualsiasi clichè vi venga in mente sull’argomento, qui lo troverete, ma è innegabile un certo fascino kitsch.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Illustrativo del clima di contestazione studentesca declinata nelle sue componenti libertarie e sessuali, si carica dell’ebbrezza dei nudi profferti da una passerella di starlets trainate dalla splendida Malisa Longo, forte di occhi e seni da opera d’arte; ma questa allegra istantanea dello spirito dell’epoca in seguito s’incupisce sino a tramutarsi in dramma violento, denunciando l’infelicità della vita di coppia e soprattutto la stolida ferocia del “branco” e l’ignobile ipocrisia di chi si dichiara “contro”. Di rara fermezza e coerenza l’ombroso personaggio di Glenn Saxson.

L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com

Terrificante film di Bergonzelli ambientato ai tempi della contestazione e contenente tutti i luoghi comuni del genere tanto da apparire oggi ridicolo oltre che estremamente datato. E se da un punto di vista sociologico le cose vanno male, non si può certo dire che la situazione migliori da quello narrativo: la storia, infatti, è stantia, puerile, inverosimile ed a tratti sembrerebbe quasi farsesca. In definitiva da evitare con cura.

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ottobre 31, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | 2 commenti

Femmine insaziabili

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Solito, ignobile titolo da porno di serie B affibbiato a questo giallo/thriller del 1969 diretto da Alberto De Martino come specchietto per le allodole per attirare il pubblico con la promessa di chissà quali pruderie celate dietro la facciata del giallo.
In realtà il film è un robusto giallo di fine anni sessanta, molto ben curato nella confezione,girato in America e impreziosito da una bella colonna sonora e da una convincente fotografia.
Il regista romano Alberto De Martino, dopo aver navigato fra western,peplum e film bellici (suo il bel Ardenne 44 un inferno) passa al genere giallo, che nel 1969 inizia a conoscere un successo sempre più vasto tra il pubblico,che in quel periodo affolla le sale cinematografiche nonostante ormai il boom economico sia ormai da tempo esaurito.
Il cinema resta però lo strumento di svago preferito dagli italiani e fra i generi più popolari il giallo si avvia a conoscere una fortunatissima stagione, per merito anche di prodotti come Una sull’altra di Fulci che mescolano con sapienza robuste sceneggiature ad un pizzico di erotismo che rappresenta la nuova frontiera del cinema.

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Robert Hoffmann e Nicoletta Machiavelli

In realtà in questo Femmine insaziabili l’erotismo latita, mentre sono presenti delle castigatissime scene di nudo, che però aggiungono un pizzico di pepe alla storia.
Che inizia mostrandoci il giovane e affascinante giornalista Paolo Sartori alle prese con la sua nuova esperienza di vita negli States,ove si è trasferito.
Qui incontra il suo vecchio amico Giulio Lamberti, perso di vista da anni e che ora è diventato un pezzo grosso della International Chemical;i rapporti tra i due si riallacciano ma per poco.
Giulio Lamberti infatti muore improvvisamente in un incidente automobilistico che suscita da subito in Paolo forti sospetti.
Aiutato dal direttore del giornale per il quale lavora,Paolo indaga sulla vita dell’amico,scoprendo però che l’uomo non aveva affatto una buona fama.
Le indagini portano alla morte di Salinger,direttore del giornale mentre Paolo grazie a Mary Sullivan,segretaria dell’industria per la quale lavorava Giulio scopre che la Chemical è sotto ricatto da un misterioso individuo che minaccia di rendere pubblici dei diari di Giulio che contengono informazioni scottanti sulla Chemical stessa.

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Dorothy Malone

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Chi è il misterioso ricattatore, perchè agisce nell’ombra e sopratutto come fa ad avere i diari di Giulio?
A Paolo il compito di sciogliere il nodo e di raccoglierne il merito dopo aver fatto luce, cosa che però lo porterà ad integrarsi in quel meccanismo fatto di seduzione del potere,di ambizioni e di egoismo che avevano già contagiato Giulio…
L’oggi ultra ottantenne cineasta romano gira un film ben equilibrato, dalla trama interessante anche se lo spettatore più smaliziato ben presto intuisce chi regge le fila del gioco;in questo è aiutato da un cast ben assortito nel quale figurano Dorothy Malone, vecchia gloria di Hollywood nel ruolo di Vanessa Brighton,maggiore azionista della Chemical e in passato amante di Giulio,Luciana Paluzzi in quello di Mary Sullivan, la segretaria dell’azienda che darà una mano decisiva a Paolo nella soluzione del giallo, Robert Hoffmann nel ruolo di Paolo.

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Luciana Paluzzi

Hoffmann,attore austriaco di sufficienti doti recitative era stato lanciato nel cinema come alter ego del ben più celebre Alain Delon, grazie alla sua prestanza fisica e al suo indubbio fascino virile.In Femmine insaziabili recita discretamente,usando il suo charme sulle “femmine insaziabili” che si muovono nella storia raccontata.
Come Romina Power, vogliosa adolescente che nel film ricopre il ruolo della figlia della Malone, con scarse doti recitative ma con un indubbio sex appeal,come Nicoletta Machiavelli (sorella di Giulio) e come Rosemarie Lindt, immancabile nelle parti di contorno di molte produzioni dell’epoca.
Un film decoroso, sorretto da un impianto valido e in cui tutte le componenti ovvero fotografia,sceneggiatura,montaggio,location eccetera sembrano ben amalgamate.
Trasmesso raramente in tv in versioni censurate (in realtà sono state oscurate solo brevi sequenze di casti nudi) è presente in rete in una buona versione rippata da Rete 4; i link per visionarlo sono i seguenti

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https://uploadto.us/file/details/aD33LeTfqOA/C6a9nal.part1.rar e https://uploadto.us/file/details/ZcC9oC4Y61k/C6a9nal.part2.rar
Femmine insaziabili
Un film di Alberto De Martino. Con Luciana Paluzzi, Robert Hoffman, Dorothy Malone, Romina Power, John Karlsen, Frank Wolff, Rosemarie Lindt, Nicoletta Machiavelli, Elena Persiani, Robert Mark, John Ireland, Roger Fritz Giallo, durata 90 min. – Italia 1969

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Romina Power

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Femmine insaziabili banner protagonisti

Dorothy Malone: Vanessa Brighton
Robert Hoffmann: Paolo Vittori
Luciana Paluzzi: Mary Sullivan
Frank Wolff: Frank Donovan
John Ireland: Walter Salinger
Roger Fritz: Giulio Lamberti
Romina Power: Gloria Brighton
Nicoletta Machiavelli: Luisa Lamberti
Ini Assmann: Segretaria di Salinger
Rainer Basedow: Donovan’s henchman
Elena Persiani: Claire
Rosemarie Lindt: Patty

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Regia Alberto De Martino
Soggetto Alberto De Martino e Vincenzo Flamini
Sceneggiatura Lianella Carell, Alberto De Martino, Vincenzo Flamini e Carlo Romano
Produttore Edmondo Amati
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Bruno Nicolai
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Gaia Romanini

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L’opinione di Dusso dal sito http://www.filmtv.it

Gradevole giallo di fine anni 60,è un film che è molto curato sia negli esterni californiani molto belli che nei ricchi interni.La trama purtroppo non è davvero nulla di che e gira un po’ a vuoto limitandosi a presentarci i vari personaggi del film,il quale ha uno dei suoi punti di forza in alcune scene davvero notevoli come la lunga orgia e la sequenza della piscina con una notevolissima Romina Power.Finale a sorpresa

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Nonostante il titolo a un passo dall’hardcore, Femmine insaziabili è una pellicola piuttosto casta nelle immagini e nel linguaggio, anzi pure un po’ banalotta e priva di particolare verve. Un paio di nomi stranieri nel cast (Robert Hoffman, austriaco, e la statunitense Dorothy Malone) e un altro paio di americani trapiantati in Italia (Frank Wolff, attivo nel nostro cinema già da una decina d’anni, e Romina, figlia di Tyrone, Power, a tutti gli effetti cittadina italiana) sono affiancati da nomi dignitosi, ma non altisonanti come quelli di Nicoletta Machiavelli o Luciana Paluzzi; anche sul copione le firme sono quelle che sono: Alberto De Martino, Lianella Carell, Vincenzo Flamini e Carlo Romano. Produzione modesta (Edmondo Amati) per un tentativo di giallo/thriller parzialmente riuscito; la tensione è scarsina e i colpi di scena non molto sorprendenti, nonostante una confezione non disprezzabile. De Martino proveniva da una serie di peplum e spaghetti western di poco valore, comunque riuscendo a non precipitare mai nella serie Z e proponendo un onesto cinema fatto di pochi mezzi e un po’ di mestiere. La Power era già compagna di Al Bano e qui ha una particina minore.

L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com

(…) Sebbene non sempre granitico nella sceneggiatura, uno dei punti forti di Femmine insaziabili è l’accattivante atmosfera sixties, con uomini determinati a tutto, giovani donne disinibite, pestaggi e festoni psichedelici (memorabile la scena dell’orgia hippie – “mentre stanno guardando un video girato in Africa in cui alcuni mercenari sono impegnati in uno stupro collettivo” – nella villa di una giovanissima Romina Power, che in un’altra sequenza girata in una piscina mostra generosamente le sue forme). Buona la componente erotica che poggia perlopiù sull’avvenenza delle giovani attrici (la rediviva Dorothy Malone si esibisce in uno spogliarello davvero inguardabile per quanto inevitabilmente cult!) e sulle avventure del misterioso Giulio “Lambert Smile”. (…)

L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com

Bel thrillerone con solido cast internazionale, da B-movie con soldi, in cui spicca una sciupatissima Dorothy Malone. La trama non è priva di pecche e chi ha visto 6 o 7 film del genere indovina con largo anticipo come va a finire, ma come (quasi) sempre a far premio sul plot sono le atmosfere d’epoca. Riuscita inoltre la componente morbosetta, dall’orgiona psichedelica nella villa di Romina Power (sempre lessa), al patetico strip della Malone. Grandissima la colonna sonora. Da recuperare.

L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com

Non male. Un cocktail 60’s con un’ottima soundtrack di Bruno Nicolai per un thriller con qualche scena per l’epoca ardita (la Power mostra le chiappe fugacemente) e un ottimo cast, sia maschile sia femminile. Cito Dorothy Malone e il suo strip, il protagonista Hoffman, ma anche il caratterista John Karlsen, la Paluzzi, Wolff, Ireland. Discreto colpo di scena nel finale, sulla scia del potere che corrompe. Merita la visione, senza ombra di dubbio.

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ottobre 5, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Una spirale di nebbia

Una spirale di nebbia locandina 2

Un colpo di fucile risuona nel bosco.
C’è una battuta di caccia e a sparare è Fabrizio Sangermano,sposato con Valeria e padre di due figli;il bersaglio però non è un animale ma la moglie di Fabrizio.
La donna cade,colpita mortalmente; ma è stato un terribile incidente o Fabrizio ha deliberatamente colpito sua moglie?
A indagare su quello che si presenta da subito un caso di difficilissima interpretazione è Renato Marinoni, giudice inquirente che ha il compito di raccogliere prove e testimonianze proprio all’interno della famiglia Sangermano.
Qui si troverà ben presto a cospetto di un mondo assolutamente impenetrabile, coinvolto in prima persona nell’inestricabile groviglio di segreti e inconfessabili peccati che tutti i componenti della famiglia in qualche modo tentano di occultare.
In primis c’è Fabrizio,che ha sposato la francese Valeria contro il parere della sua famiglia, oltremodo ricca la dove la ragazza è invece di umili origini;qualche tempo dopo il matrimonio l’uomo si è quasi rintanato nella tenuta della sua famiglia, dedicandosi esclusivamente alla fattoria e al commercio ad essa legato.

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Marc Porel

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Eleonora Giorgi e Stefano Satta Flores

Marinoni poco alla volta ricostruisce il puzzle dei legami sentimentali dei vari componenti della famiglia;scopre così che il matrimonio di Fabrizio con Valeria non era affatto felice, scopre che Maria Teresa, cugina di Fabrizio, sposata a Marcello ha anch’essa un matrimonio in bilico, avendo la donna scoperto che il marito era assolutamente impotente proprio la prima notte di nozze.
Via via che scorrono le indagini Marinoni ha modo di conoscere Vittorio, amico di Fabrizio che è sposato ma ha una relazione extra coniugale con l’infermiera Armida, scopre che la cameriera di Maria Teresa, Armida, ha avuto una relazione con un domestico del quale è ora incinta, ma che la stessa donna ha intenzione di dichiarare di essere incinta di Marcello allo scopo di coprire l’impotenza del suo padrone.
L’unico punto fermo di Renato sembra essere la sua relazione con Lidia, unica oasi di serenità nel corso delle indagini, che mettono a contatto il disincantato giudice con un mondo in cui i valori tradizionali sembrano essere una chimera, in cui anche i rapporti personali, amorosi o sessuali diventano cose dai contorni indistinti.

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Martine Brochard

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Marina Berti

Alla fine il giudice deve arrendersi; le indagini non hanno portato a nulla e Fabrizio potrebbe aver ucciso volontariamente la moglie oppure no; questa è la conclusione che trasmetterà ai suoi superiori.
Una spirale di nebbia, tratto da un racconto di Michele Prisco da Eriprando Visconti è un film in perenne bilico tra il thriller e il film di indagine psicologica e comportamentale.Immerso in’atmosfera volutamente fredda, quasi inanimata, vive sull’indagine introspettiva di pirandelliani personaggi in cerca d’autore.Tutti i comportamenti personali o sociali dei vari protagonisti appartengono ad una logica di base che vede i rapporti di tutti i generi che gli stessi protagonisti allacciano o hanno allacciati mediati e alla fine minati da sentimenti inesplorabili, legati come sono allo status sociale, agli obblighi verso la società stessa e in fondo ad una immatura genesi degli stessi.
Il sesso, patinato ed elegante del e nel film è volutamente rarefatto, freddo, quasi glaciale;tutte le pulsioni sessuali dei protagonisti appaiono slegate,meccaniche,tanto da rendere il film stesso gelido e al tempo stesso didascalico.

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Visconti aveva già affrontato tematiche molto simili, analizzando comportamenti umani come farebbe invece un entomologo alle prese con il mondo degli insetti; si pensi a film come La orca o ad Oedipus orca, nei quali i personaggi sembrano essere inanimati, privi di senso d’orientamento, fatalmente avviati verso destini volutamente disperati.
Una spirale di nebbia è quindi un buon film,con momenti felici (la battuta di caccia) e qualche cedimento strutturale che però alla fine rendono in maniera dignitosa sia a livello di risultato sia come “insegnamento” impartito, ovvero la dove c’è la borghesia, la ricchezza,la dove la classe sociale si eleva ecco affiorare il retroterra della stessa, fatto di valori decadenti quando non del tutto assenti.
Bene sicuramente tutto il cast, con fior di protagonisti come Porel e Satta Flores, oltre ad un cast femminile da urlo, fra le quli segnalerei la Giorgi,Martine Brochard e Claude Jade, splendida la fotografia.
Il film è finalmente disponibile in una versione da digitale;lo potrete trovare qui https://uploadto.us/file/details/cElQ1NEGL8o/Sprl77mst.rar. Vi ricordo per l’ennesima volta che dopo averlo visionato avete l’obbligo legale di eliminare il file…

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Una spirale di nebbia

Un film di Eriprando Visconti. Con Duilio Del Prete, Stefano Satta Flores, Marc Porel, Martine Brochard,Claude Jade, Enzo Fiermonte, Marina Berti, Corrado Gaipa, Valeria Sabel, Victoria Zinny, Wendy D’Olive, Flavio Bucci, Dario Ghirardi, Eleonora Giorgi, Giorgio Trestini, Carlo Puri, Roberto Posse, Anna Bonaiuto, Flavio Andreini Drammatico, durata 104′ min. – Italia, Francia 1977.

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Claude Jade: Maria Teresa
Marc Porel: Fabrizio
Duilio Del Prete: Marcello
Carole Chauvet: Valeria
Stefano Satta Flores: Renato Marinoni
Roberto Posse: Molteni
Martine Brochard: Lavinia, l’infermiera
Flavio Bucci: Vittorio, il medico
Marina Berti: Costanza San Germano
Corrado Gaipa: Pietro San Germano
Eleonora Giorgi: Lidia
Anna Bonaiuto: Armida
Elvira Cortese: Cesira
Valeria Sabel: Cecilia
Carlo Puri: Piero
Giorgio Trestini: Boris
Victoria Zinny: la governante
Tom Felleghy: Bellini

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Regia Eriprando Visconti
Soggetto Michele Prisco (romanzo)
Sceneggiatura Luciano Lucignani, Fabio Mauri, Lisa Morpurgo, Roselyne Seboue, Eriprando Visconti
Fotografia Blasco Giurato
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali
Musiche Ivan Vandor, Carl Maria von Weber

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E così continuava a fissare assorta la fotografia di sua madre e a rincorrere l’immagine di Valeria, ormai persa abbandonata dietro questo giuoco di sovrimpressioni: e forse perché adesso doveva pensarla morta, eliminata per sempre, avvertiva a un tratto un vago turbamento, un rimorso, no, non proprio un rimorso, semmai un’insofferenza confusa e delusa, una specie di, come poteva definirla, di necessità di riparazione, ma neppure è l’espressione giusta, di maggiore tolleranza e umanità, di ordine, ecco, di pulizia. Per quel bisogno che abbiamo, di fronte alla morte, di sistemare per bene i nostri rapporti con coloro che ci hanno preceduti evitando di lasciare zone d’ombra, sentimenti di cruccio o d’acredine, quasi per sentirsi in pace con noi stessi più che per non sentirsi in debito con loro. Quasi per farci perdonare d’essere ancora vivi…

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Un Chabrol all’italiana, questo Una spirale di nebbia, penultimo film della non lunghissima carriera di Eriprando (nipote di Luchino) Visconti; è in pratica il ritratto di un ‘gruppo di famiglia in un interno’ sociale, nelle convenzioni cioè che la relazionano a sè stessa e con il prossimo (amici, servitù e via dicendo). Piano piano ognuno di questi legami si viene a scoprire in realtà debole, debolissimo, se non addirittura già sciolto nei fatti, ma mantenuto vivo solamente per confermare le apparenze; l’infedeltà sentimentale è solamente una delle mille varianti possibili in tale contesto, nel quale ogni personaggio nasconde qualcosa a tutti gli altri. Ma rispetto all’entomologo – chirurgico nell’approccio, insomma – Chabrol, Visconti si prodiga nel mostrare la vivace italianità della storia: corna e menzogne spudorate la fanno da padrone. Dignitosissimo il cast, che vanta una coppia di nomi, qui centrali, che hanno sempre sfiorato il cinema di serie A da protagonisti, senza mai riuscire però a conquistarlo: con vero peccato, perchè fra Stefano Satta Flores e Flavio Bucci è difficile scegliere il migliore, ma se la cavano bene anche Martine Brochard, Marc Porel, Duilio Del Prete, Claude Jade e ci sono infine due particine per Anna Bonaiuto ed Eleonora Giorgi. Sceneggiatura che Visconti scrive insieme a Luciano Lucignani, Fabio Mauri, Lisa Morpurgo e Roselyne Seboue, tratta da un romanzo di Michele Prisco; sontuose e patinate le musiche di Ivan Sandor e la fotografia di Blasco Giurato; montaggio di Franco Arcalli
L’opinione di Undijng dal sito http://www.davinotti.com
Durante una battuta di caccia un ricco possidente uccide (involontariamente?) la moglie. Ad un tormentato magistrato tocca il difficile compito di stabilire la verità. Ispirato dall’omonimo romanzo di Michele Prisco, Eriprando Visconti dirige un significativo erotico dalle forti componenti thriller e dai risvolti inquietanti, sempre in bilico tra menzogna e realtà. L’ottimo cast offre al regista un mezzo potente per dare corso ad una storia ambigua e compatta, spesso limitrofa al territorio dell’hard (la scena della fellatio).

L’opinione di fauno dal sito http://www.davinotti.com
…Alla fine mi sono alzato ad applaudire! Sincero, controcorrente, mette KO tutte le ipocrisie e le schifezze borghesi. Non solo il denaro non rende felici, ma non fa neppure da lenitivo quando in certe unioni matrimoniali si devono accettare ingiustizie o prevaricazioni del genere… di più: il medesimo può portare perfino all’autodistruzione. Un film talmente bello che nudità e petting si interpretano finalmente per quel che sono: le cose più belle e naturali del mondo e non quello sboccatissimo ciarpame che viene pubblicizzato adesso…

L’opinione di The gaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Un inno all’irrisolto: una morte che rimane avvolta nel mistero, una galleria di personaggi o per meglio dire di coppie di personaggi, afflitte da una gabbia esistenziale alla quale devono soggiacere per rispetto delle convenzioni. Si è parlato della grande presenza di nudi integrali in questo film di Eriprando Visconti, ma è un erotismo volutamente sfumato e meccanico, noioso persino. In questo contesto dove tutti faticano a trovare una propria dimensione e si accetta qualsiasi compromesso, suonano amare le parole del giudice quando afferma “cosa devo mettere come movente del delitto nel fascicolo? La Vita?” Parole amare per un film amaro. apprezzabile per il soggetto di base, con un buon cast di attori, ma eccessivamente freddo, a mio parere, nella rappresentazione.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

settembre 28, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | 5 commenti

Femmine in gabbia

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L’esordio cinematografico del regista Robert Jonathan Demme avviene nel 1974 con questo film, in originale Caged heat e distribuito in Italia con il titolo Femmine in gabbia, in omaggio alla consolidata prassi che vuole sempre titoli ammiccanti alla sessualità come specchietto per le allodole per gli spettatori;il futuro produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense di Baldwin, autore del pluri premiato Il silenzio degli innocenti, di Qualcosa di travolgente e di Philadelfia, tanto per citare i suoi titoli più noti dirige un Wip abbastanza tradizionale, con tanto di carceri, belle detenute sottoposte ad angherie e tradizionale direttrice sadica.
Il plot di questo women in prison è abbastanza semplice:in un carcere femminile spadroneggiano una direttrice sadica e psicopatica e un medico altrettanto depravato, che nel passato si era distinto per aver torturato senza pietà i prigionieri della sporca guerra, quella del Vietnam.

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I due hanno buon gioco nell’imporre i loro metodi disumani sulle detenute, che dal canto loro, frustrate nella sessualità e abbruttite dalle sevize ricevute si abbandonano a nefandezze di ogni genere.
Le condizioni di vita del carcere sono ben aldilà della sopportazione ed un gruppo di esse riesce ad evadere.
Ma la polizia,che ha l’ordine di reprimere la rivolta e riportare indietro le fuggitive, agisce con metodi quasi uguali a quelli della direttrice e del medico.
Femmine in gabbia si fregia ( e pregia) della presenza di un nutrito stuolo di belle e capaci comprimarie mentre il ruolo della direttrice McQueen è affidato ad una vecchia conoscenza del genere horror, la bravissima Barbara Steele;la regia è efficace anche se Demme spinge moltissimo sugli aspetti erotici della vicenda, marcando inequivocabilmente l’appartenenza della pellicola al genere Wip.

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Tuttavia la mano precisa e ferma del regista,la sua indubbia abilità con la macchina da presa e la capacità di direzione distinguono il prodotto dai tanti emuli che circolavano nel periodo,i più famosi dei quali ricordiamolo vedevano la partecipazione dell’attrice di colore Pam Grier.
Una produzione valida, quindi alla cui supervisione troviamo un’altra vecchia conoscenza, Roger Corman.

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Un film di Jonathan Demme. Con Barbara Steele, Roberta Collins, Juanita Brown Titolo originale Caged Heat.Drammatico/ Erotico, durata 84′ min. – USA 1974.

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Juanita Brown: Maggie
Roberta Collins: Belle Tyson
Erica Gavin: Jacqueline Wilson
Ella Reid: Pandora
Cheryl Smith: Lavelle (con il nome Rainbeaux Smith)
Warren Miller: Dr. Randolph
Barbara SteeleDirettrice McQueen
Crystin Sinclaire: Crazy Alice (con il nome Lynda Gold)
Mickey Fox: Bernice
Toby Carr Rafelson: Pinter (con il nome Tobi Carr Refelson)
Ann Stockdale: Bonnie
Irene Stokes: Hazel
Cynthia Songé: Rosemary (con il nome Cynthia Songey)
Carmen Argenziano: Wrestler
John Aprea: Dream Man
Leslie Otis: Meccanico
Mike Shack: Jake
George Armitage: Conducente auto
Patrick M. Wright: Benzinaio (con il nome Patrick Wright)
Joe Viola: Guidatore auto sportiva
Gary Littlejohn: Ploiziotto alla banca
Hal Marshall: Guardia della banca
Carol Miller: Carol
Cydoni Cale: Cindy
Essie Hayes: Essie
Layla Bias Galloway: Shower Guard (con il nome Layla Gallaway)
Dorothy Love: Kitchen Matron
Rob Reece: Mickey Mouse Robber (con il nome Bob Reese)
Valley Hoffman: Val
Amy Randall: Amy

Regia Jonathan Demme
Soggetto Jonathan Demme
Sceneggiatura Jonathan Demme
Produttore S.W. Gelfman, Evelyn Purcell, Roger Corman
Casa di produzione Artists Entertainment Complex, New World Video, Renegade Women Co
Fotografia Tak Fujimoto
Musiche John Cale
Scenografia Eric Thiermann
Trucco Rhavon

L’opinione del sito http://www.glispietati.it

Il suo film parte come (pretesa di) documento sulla violenza nelle carceri femminili: la voce fuori campo avvisa che l’utilizzo di caratteri estremi era necessario per trasmettere meglio il messaggio di “denuncia”…ma è meglio farci sopra una risata. Il dottore folle, la sessualmente repressa direttrice (Barbara Steele) su sedia a rotelle, le punizioni ingiuste, il Caso che ci mette troppo spesso lo zampino, tutto è un pretesto per una compiaciuta ed insistita presenza del corpo femminile denudato e/o in bella mostra, fra detenute tutte avvenenti e perverse, sempre a parlar di sesso, (addirittura) con camice da notte sexy, impegnate in eccitanti lotte sott’acqua (slippery when wet…) e così via. Non può mancare, nell’exploitation, la violenza, presa direttamente a prestito dai film carcerari maschili, con qualche tocco grandguignolesco in più (l’orecchio mozzato da un proiettile, ad esempio). Più procede, più il racconto sconfina nell’inverosimile, rivelando la sua gradita natura da B-movie, inevitabilmente di culto per efferatezze e depravazioni assenti in una produzione mainstream (almeno, ai tempi). Ma l’opera è anche figlia dei suoi tempi, fra inno alla liberazione sessuale, al femminismo (lo scienziato pazzo vuole curare la donna sottomettendola al maschio e ai suoi piaceri) e lotta contro il Sistema disumano. E contiene già il tema preferito dal regista, la labilità del confine fra Bene e Male, giusto e sbagliato, per un’ambiguità di fondo che rende tutto più maledetto, erotico ed affascinante.

L’opinione di Rebis dal sito http://www.davinotti.com

Donne dietro le sbarre: un immaginario erotico si dischiude… Demme esordisce sotto il segno di Russ Meyer – Roger Corman all’ascendente – e pur rispondendo a tutti i diktat del prison movie exploitativo scende a patti con l’estetica da B-movie traducendo la povertà dei mezzi in forza espressiva ed irruenza pop (in anticipo su Tarantino e Lady Gaga): l’eccesso si fa liberatorio e irriverente. Così indugia, violenta, infierisce ed esibisce i corpi delle donne ma rimane dalla loro parte, le rispetta e le libera. Di culto Barbara Steele. Visione in lingua originale obbligatoria. Intelligente.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Titolo paradigmatico del genere WIP. Entro lo scenario degradato e degradante del carcere – sporcizia, abusi, violenze, perversioni – Demme sovrappone spesso sogno, realtà e ironia e adotta una prospettiva femminista. L’inizio entra di diritto negli annali del trash mondiale, con facce e scene d’azione talmente scalcinate da far invidia ai nostri Fidani e Polselli. La Gavin è l’eroina di Vixen; la Steele, direttrice castigata, paraplegica e sessuofoba, compare anche – in un suo incubo cabarettistico – sottoforma di un alter ego ninfomane.
L’opinione del sito http://www.apropositodi.it

Non so spiegare, fortunatamente, in quanto in caso contrario sarebbe qualcosa di noioso, il perché quando mi capita di vedere un determinato film scaturiscono determinate emozioni, nostalgie, rimpianti, desideri, emozioni varie, forti e sincere.
Questo per quanto mi riguarda è uno dei motivi per cui mi piace un film, un disco, un libro, uno spettacolo, etc.
Devo dire che sono particolarmente attratto dalle scenografie degli anni 70, dalla fotografia, le ambientazioni: le trovo maledettamente gagliarde, polverose, datate, irripetibili.
Nemmeno le produzioni che spendono milioni di dollari o euro riusciranno a ricostruire il sapore che si percepisce quando ci si trova davanti ad una scenografia originale di uno specifico e determinato periodo storico, in questo caso appunto: gli anni 70, l’ambientazione originale.
Per un motivo maledettamente semplice: il tempo passa, i luoghi cambiano, cambiano i colori, i suoni, le percezioni, le emozioni, i sogni, le speranze, i desideri.Potere della cinematografia. O del tempo che scorre ed inevitabilmente ed implacabilmente sentenzia le scadenze.
Quello che poi conta molto per quanto riguarda la visione di un film, è il momento in cui una specifica pellicola viene guardata.
Possiamo rimanere più o meno affascinati da un film, associato ad un preciso stato d’animo di uno specifico momento. E’ quello che mi è accaduto con Caged heat.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

settembre 9, 2014 Pubblicato da: | Drammatico, Erotico | , , , | 5 commenti

La novizia indemoniata (Satanico pandemonium)

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La novizia indemoniata, uscito in originale con il titolo emblematico di Satanico Pandemonium è un film ormai dimenticato e ritornato in auge grazie a Quentin Tarantino che nel suo Dal tramonto all’alba ha omaggiato il film diretto nel 1975 da Gilbert Martin Soarez ha dato alla protagonista del film il nome di Satanico Pandemonium.
Film che possiamo inserire nel filone del cinema conventuale, il nunsploitation, sottogenere cinematografico che aveva come ambientazione gli angusti confini di monasteri o luoghi religiosi, per la quasi totalità abitati da religiose.
La protagonista, una novizia di nome Maria,è una giovane che vive in un monastero sperduto fra i monti, dove ha una condotta esemplare, tanto da essere portata ad esempio di virtù e morigeratezza dalle consorelle.

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Suor Maria però si sente in pericolo, preda delle tentazioni del demonio,tanto da cedergli una notte in cui una suorina si reca nella sua cella per farle delle confidenze;è proprio con la consorella che Suor Maria cede al peccato allacciando una relazione saffica con la stessa.
Durante l’amplesso a suo Maria compare la figura di un uomo, che le rivela essere nientemeno che Satana in persona.
Il comportamento irreprensibile di Suor Maria diventa diametralmente l’opposto, da quel momento.
La religiosa commette una serie di nefandezze,aiutando tra l’altro una consorella a suicidarsi e arrivando a corrompere un povero contadinello che la ragazza farà bruciare vivo assieme a sua madre.
Nonostante il comportamento libertino, in seguito alla morte della badessa che Suor Maria ha provveduto ad eliminare, viene nominata superiora del convento, che ben presto trasforma in un luogo di perdizione.
Ma la realtà è ben diversa…

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Gilbert Martin Soarez, regista messicano con all’attivo un numero sterminato di pellicole, oltre 160 delle quali solo La novizia indemoniata è stato doppiato in italiano dirige con mano felice un horror in puro stile demoniaco usando un taglio asciutto e senza sbavature.
Grazie ad un’ambientazione molto felice, Soarez ricostruisce l’atmosfera malsana che viene a crearsi in un convento in cui il diavolo riesce a far breccia arrivando a prenderne possesso grazie all’influenza nefasta che esercita sulla sventurata suor Maria, preda scelta dal re dei demoni per sconvolgere e dannare la vita delle pie consorelle che abitano il convento stesso.
Giova al film la bella location che permette un’integrazione molto realistica fra la gente e i villici dei villaggi vicino al convento e il convento stesso, che diverrà in breve tempo un bordello, cambiando radicalmente stile di vita e passando dalla religiosità all’empietà.

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satanico pandemonium è uno dei migliori esempi di nunsploitation:la componente erotica, pur accentuata, non sorpassa i limiti del buon gusto tanto che il film scorre sul doppio binario della possessione diabolica con il rituale espletarsi di manifestazioni sessuali di ogni genere che però non vengono mai portate agli estremi.
La storia ricorda un po quella di Alucarda, altro film a metà strada tra l’horror e il nunsploitation, ma in questo film tutto è più sfumato, più morbido.
Bravissima e molto credibile, oltre che bella e seducente è la protagonista principale del film Cecilia Pezet, bene sicuramente il resto del cast.
Un film da recuperare,anche se purtroppo la versione presente in rete è in lingua spagnola.

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Un film di Gilbert Martin. Con Cecilia Pezet,Clementine Collins, Rock Hendrison, Delia Mangano Titolo originale Satanico Pandemonium. Drammatico, durata 91 min. – USA 1973.

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Enrique Rocha: il diavolo

Cecilia Pezet : Suor Maria

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Regia Gilberto Martínez Solares
Soggetto Jorge Barragán
Sceneggiatura Adolfo Martínez Solares, Gilberto Martínez Solares
Produttore Jorge Barragán
Fotografia Jorge Stahl Jr.
Montaggio José W. Bustos
Musiche Gustavo César Carrión
Scenografia Alberto Ladrón de Guevara

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L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Prodotto messicano d’indiscutibile efficacia, piuttosto sgarbato e contrario alle regole del buon gusto. Conventi in odore di maledizione e suorine facilmente accostabili dal maligno ne fanno uno dei primi nun(horror)exploitation, genere che verrà poi cavalcato piuttosto ruffianamente dai cineasti italiani (ma non solo). La morale del film (solo vagamente erotico, ma siamo a metà anni Settanta) sembra essere quella eterna già enunciata da Hoebbes, ovvero il patto umano che si esprime semplicemente come homo homini lupus. In tal caso, più appropriato pur se paritetico, foemina foemines lupus.

L’opinione di Trivex dal sito http://www.davinotti.com

La vita serena di un convento è sconvolta dai tentativi del diavolo di far breccia nell’anima delle suore. Tali malefici hanno la meglio sulla sorella più rappresentativa della comunità, aspirante a divenire la madre superiora del convento. Inizia quindi, tra violenze e sesso, il percorso che porterà alla dannazione della religiosa. Versione al femminile de “Il monaco”, condita dai canoni classici del nunexploitation, anche se l’aspetto horror prevale su quello erotico.
Pellicola ben fatta, che delude però ampiamente nel discutibile finale.

L’opinione di Juan dal sito http://www.davinotti.com

La prima sensazione scaturita dalla visione è che il caro Don Luis non abbia calcato invano per lustri il suolo mexicano, tanto questa exorcistica pellicola sembra eredità diretta della lezione di Susana (la dualità bene/male, ulteriormente splittata nella personalità femminile e infine deflagrata nella figura della suora) e satura di venefiche esalazioni surrealiste (l’ambiguità e la potenza disturbante del sogno, lo stile naif delle riprese). Sorprendente la interpretazione di Cecilia Pezet, perfetta posseduta, accattivante lo scenario rural-popolare.

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luglio 11, 2014 Pubblicato da: | Drammatico, Erotico | , , | Lascia un commento

Col cuore in gola

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Girato nel 1967, Col cuore in gola appartiene al periodo più creativo e fertile di Tinto Brass, un periodo in cui la sperimentazione, unita ad una grande capacità visiva facevano pensare al regista veneziano come uno dei prossimi maestri della cinematografia.
Sappiamo com’è andata a finire, la svolta erotica di Caligola e La chiave e il conseguente ridimensionamento proprio di quella carica trasgressiva che il regista possedeva e che aveva messo in mostra con L’urlo,Nerosubianco e con questo Col cuore in gola.
Che è anche l’unico thriller, del resto molto anomalo, diretto da Brass che per l’occasione può contare su un’attrice giovane ma capace come Eva Aulin e su uno dei nomi più importanti del cinema francese,Jean Louis Trintignant.
La storia ha come protagonisti un attore francese, Bernard e una ragazza,Jane che Bernard trova casualmente una sera vicino ad un cadavere, quello di Prescott, proprietario di un locale notturno.

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Immediatamente affascinato dalla bella ragazza,Bernard decide di aiutarla e si introduce in casa di prescott dove però viene sorpreso da un sicario.Bernard riesce a sbarazzarsi dell’uomo e a recuperare la foto compromettente che ritrae il fratello di Jane e Prescott stesso.
Inizia così un’avventura estremamente pericolosa che si concluderà tragicamente quando Bernard…
Ispirato alla lontana dal romanzo “Il sepolcro di carta” di Sergio Donati Brass dirige un thriller di buona fattura, in cui unisce temi a lui cari, come l’amore per la pop art, per la musica e per il fumetto, tanto da chiamare il grande Guido Crepax a illustrare le tavole per il film.
Pur nel contraddittorio svolgersi della trama, a tratti molto confusa, Brass mette a segno alcuni buoni colpi, con il risultato che il film non delude.

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Funziona bene la strana coppia Aulin-Trintignant, che un biennio dopo avremmo rivisto nell’enigmatico la morte ha fatto l’uovo di Questi,così come attraente è l’atmosfera quasi beatlesiana, da swinging london della capitale albionica.
Un neo è sicuramente la tendenza di Brass a sperimentare ad ogni costo, a volte infischiandosene della trama e della necessità dello spettatore di farsi largo nel delirio visivo tipico del primo Tinto Brass, quello dei citati L’urlo o Nerosubianco.Gli inserimenti del bianco e nero, le scene a tratti frenetiche a tratti narcolettiche, lisergiche sono davvero ostiche anche se alla fine il risultato resta di buon livello.
Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.nowvideo.at/video/70b0209178777 o anche su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=KoBIAbZ9b9E

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Un film di Tinto Brass. Con Jean-Louis Trintignant, Roberto Bisacco, Ewa Aulin, Vira Silenti Giallo/thriller, durata 107′ min. – Italia 1967.

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Jean-Louis Trintignant: Bernard
Ewa Aulin: Jane
Vira Silenti: Martha
Roberto Bisacco: David
Charles Kohler: Jerome
Luigi Bellini: Jelly-Roll
Enzo Consoli: un barista
Monique Scoazec: Veronica

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Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Pierre Levy Corti
Casa di produzione Panda Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Carmelo Patrono
Costumi Bice Brichetto

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L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com

Sebbene Col cuore in gola venga spesso considerato dalla critica appartenente al filone del giallo all’italiana, è in realtà un film molto più vicino al noir. L’azione infatti gioca infatti un ruolo preponderante all’interno della vicenda (per esempio i protagonisti vengono continuamente pedinati e rincorsi da sicari ignoti, Bernard impugna una pistola non appena se la trova sottomano e non esita ad usarla quando ne ha l’occasione, e via dicendo). Gli omicidi inoltre non vengono mostrati e la mdp si sofferma solo per pochi secondi sui cadaveri delle vittime – esiste forse un giallo all’italiana che non indugi sui particolari più efferati dei delitti e in particolare sulla loro messa in atto? In ogni caso per tutta la durata del film non c’è una vera tensione: spesso si rischia anche di dimenticare perché i protagonisti fuggano o perché si trovino in un luogo – appare evidente che i motivi che li muovono da una parte all’altra della città sono sono un contorno delle scene d’azione su cui si fonda il film ed una pretesa per moltiplicare i primi piani sui Jane e Bernard.
La pellicola infatti, più che sulla scarsa complessità della trama, si esalta dal punto di vista dell’impatto visivo. La fotografia di Silvano Ippoliti è di prima classe, la sua mdp cambia continuamente angolazione, vengono inserite anche parecchie scene in bianco e nero per richiamare l’atmosfera tipica dei noir americani. Talvolta lo schermo si divide anche in due o tre quadranti nei quali vengono mostrate riprese differenti della stessa scena da angolazioni diverse per rendere meglio l’idea della frenetica velocità d’azione. Inoltre, svolgendosi la vicenda nella Swinging London, il regista abusa di immagini a sfondo psichedelico (locandine di eventi musicali, di film della cultura beat, di pubblicità variopinte) e di opere d’arte contemporanee riconducibili alle correnti della pop-art e della op-art. Anche la colonna sonora (a cura di Armando Trovajoli), sebbene non convinca nella sua interezza, vanta la ballata romantica tipicamente sixties “Love Girl” ed alcune jam di blues-rock psichedelico in grado di competere con quelle di The Trip e di Psych-Out.
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it

Giallino infarcito di sperimentazioni varie e filmati di repertorio.Il Tinto Brass pre-erotico era questo-Prendere o lasciare.La coppia Trintignant-Aulin io la preferivo in un’alto film prodotto un paio di anni dopo e cioe'” La Morte Ha Fatto L’uovo,”almeno li’ c’era una trama ben piu’ precisa.

L’opinione di The Gaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Brass rilegge la Swinging London dell’Antonioni di Blow up usando l’esile struttura di un giallo evidenziandone le venature noir in uno stile variopinto e folle tipico delle storie a fumetti. Dell’intreccio a Brass non importa molto, ciò che è importante è l’esperienza lisergica dei protagonisti in un delirio visivo che giunge al suo culmine nella fase finale. Non è certo un film adatto per coloro a cui piacciono i gialli classici o con una messinscena accurata degli omicidi. In questo film non troverà nulla di tutto ciò, giacchè i momenti di pausa sono eccessivi e la trama è farraginosa. E’ interessante comunque da un punto di vista visivo, quasi sfrontato nel suo sperimentalismo.

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luglio 10, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Italia a mano armata

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Con Italia a mano armata, per la regia di Franco Martinelli (Marino Girolami) (1976) si conclude la trilogia ideale dedicata alle imprese del commissario Betti, inaugurata da Roma violenta dello stesso Martinelli e proseguita da Umberto Lenzi con Napoli violenta.
La trilogia, comunemente definita del “commissario” termina bruscamente, senza ripensamenti: il commissario Betti, che aveva scansato la morte in varie occasioni viene freddato in un agguato mentre  sta per avere un colloquio con una donna, in un clima apparentemente tranquillo e che verrà infranto dalla raffica di mitra dei killer.
Il terzo e ultimo capitolo delle avventure del commissario Betti si apre con il commissario stesso alla ricerca di un gruppo di quattro balordi che ha rapito dei bambini a bordo di uno scuola bus,subito dopo una rapina fallita. Il gruppo con gli ostaggi si rifugia in un casolare.

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Vengono scoperti per l’imprudenza di uno dei componenti la banda, che ferma una ragazza in bici e successivamente tenta di stuprarla.
Grazie alla denuncia della ragazza, la polizia arresta tutti i componenti della banda salvando così i giovani ostaggi tranne uno che viene ucciso dai banditi.
Betti però si mette alla ricerca di colui che secondo una sua intuizione è la vera anima del sequestro,Jean Albertelli, un uomo d’affari milanese che dietro la maschera della rispettabilità dell’uomo d’affari nasconde invece losche attività legate al traffico di droga e di armi.
Dopo una serie di vicissitudini, durante le quali il commissario finirà anche dietro le sbarre, come conseguenza di un complotto messo su proprio da Albertelli,il commissario Betti riuscirà a fare giustizia.
Ma l’appuntamento con la sorella del bambino morto durante il rapimento gli sarà fatale…
Italia a mano armata è il più tradizionale dei polizieschi all’italiana, i cosiddetti poliziotteschi,girato con ritmo e senso del colpo di scena da Marino Girolami,che riprende come già detto la figura di Betti, uomo dallo spiccato senso d’onore e dai metodi spicci se non brutali.

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Dopo aver diretto Lo sgarbo, Roma violenta e Roma, l’altra faccia della violenza Girolami chiude con Italia a mano armata le sue regie nel genere poliziesco con questo film di grana grossa ma di buona fattura, caratterizzato da un ritmo molto veloce e dall’uso insistito della violenza.
Memorabile la scena dello stupro, estremamente realistica mentre di sicuro effetto è la sequenza finale, girata negli ultimi secondi in bianco e nero, quasi a stigmatizzare il clima di odio e di violenza che si respirava in quegli anni.
Siamo nello stretto ambito dei film polizieschi e questo indubbiamente nuoce al fascino esercitato dal film verso larghi settori della critica;i recensori dell’epoca amavano davvero poco prodotti come questo dedicati ad una larga parte di pubblico.
Popolari, spesso violenti e nichilisti, i polizieschi erano film in cui l’azione predominava su tutto, erano film in cui frequentemente mancava una trama lineare a tutto vantaggio della velocità d’azione.
Italia a mano armata, pur rispettando i clichè del genere, si distingue proprio per l’impianto narrativo e per la scorrevolezza del film stesso, che tiene avvinti fino alla fine.

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Il cast comprende Maurizio Merli, un abituè dei film polizieschi, che incide a suo modo nell’economia del film e un gruppo di validi partner fra i quali si segnalano John Saxon e Raymond Pellegrin.
Il film è disponibile su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=TmjVwsZWAp0 in una eccellente versione.
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Un film di Franco Martinelli. Con Maurizio Merli,John Saxon, Toni Ucci, Raymond Pellegrin,Mirella D’Angelo, Daniele Dublino, Fortunato Arena, Sergio Fiorentini, Carlo Valli Poliziesco, durata 100′ min. – Italia 1976

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 Maurizio Merli: commissario Betti

John Saxon: Jean Albertelli
Raymond Pellegrin: commissario Arpino
Toni Ucci: Raffaele Cacace
Mirella D’Angelo: Luisa: la sorella del ragazzino ucciso
Sergio Fiorentini: Salvatore Mancuso
Aldo Barberito: maresciallo Ferrari
Massimo Vanni: Massimo Fabbri, l’agente infiltrato
Enzo Andronico: Antonio Boretti, il “palo” all’interno della banca
Nello Pazzafini: un carcerato
Maurizio Mattioli: un carcerato
Carlo Valli: Rocchi, il deliquente che scappa dai tetti
Fortunato Arena: Carlo Morel
Daniele Dublino: Luzzi, il deliquente con l’accento francese
Franco Borelli: Bertoli
Dino Mattieli: Attardi
Marcello Monti: Torri
Giovanni Vannini: Il magistrato che arresta Betti
Philip Dallas: Il direttore del carcere
Costantino Carrozza: un uomo nella banca
Cesare Di Vito: Il dottore
Adolfo Lastretti: Lazzari
Antonio Maimone: L’avvocato di Abertelli
Attilio Dottesio: uno dei deliquenti
Sergio Smacchi: uno dei deliquenti

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Regia: Franco Martinelli
Sceneggiatura:Leila Buongiorno,Gianfranco Clerici,Vincenzo Mannino
Musiche: Franco Micalizzi
Scenografia: Antonio Visone
Fotografia:Fausto Zuccoli
Montaggio:Vincenzo Tomassi
Costumi:Silvana Scandariato

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L’opinione del sito http://www.pollanetsquad.it/

Una rapina al Banco di Torino, un pulmino con a bordo una scolaresca freddamente sequestrato, è questa l’aria che si respira in Italia, un paese colpito quotidianamente da aggressioni violentissime atte a destabilizzarne l’apparato sociale, politico ed economico. Il film del ’76 si sviluppa dapprima a Torino, poi a Milano, e quindi a Genova, triste e bellissima, dove Jean Albertelli (John Saxon) dirige e controlla loschi traffici, dal contrabbando alle rapine fino ai sequestri più spietati. Per combattere il crimine il commissario Betti, interpretato da Maurizio Merli, efficacissimo come sempre nel rappresentare la giustizia e la legalità con il suo personaggio, è un uomo disposto a tutto per ristabilire l’ordine. In questa pellicola è affiancato dal commissario Arpino (Raymond Pellegrin) di Milano, dai modi meno violenti e apparentemente più rassegnati. Il film è agile e snello, tenendo lo spettatore sempre sulla corda, con il fiato sospeso, dall’inizio alla fine, senza nessuna pausa. Il commissario Arpino rimarrà paralizzato per il resto dei suoi giorni, costretto allo scoiattolo per salire le scale, e alla carrozzina elettrica per muoversi nella sua “prigione dorata”. Il commissario Belli invece morirà, freddato da una scarica di mitra esplosa da una Fiat 127, ucciso dalla malavita, impersonale e distruttiva. Geniale la sequenza finale, in cui il regista usa tre fermoimmagini riducendo la faccia spettrale del commissario, il viso terrorizzata della bella Luisa e il bandito a mitra spianato sulla utilitaria, a fotografie sgranate e in bianco e nero tipiche dei quotidiani, fornendo così la scena di un taglio giornalistico scarno ed essenziale.

La recensione apparsa sul Messaggero

“L’obiettivo del poliziesco all’italiana si allarga. Esaurita ormai la serie dedicata alle grandi città il campo d’azione abbraccia questa volta mezza Italia spostandosi rapidamente fra le grandi metropoli del nord con relativi hinterland. Protagonista il solito aitante, spregiudicato commissario cui presta le sue sembianze il non meno solito Maurizio Merli, al quale diede gloria il Garibaldi televisivo. Sceso da cavallo Merli si è specializzato nel ruolo del poliziotto americaneggiante sia pure in una cornice tipicamente nostrana. […] Violenza e ritmo concitato sono gli accorgimenti ai quali ricorre il regista Franco Martinelli per nascondere le incongruenze della incredibile vicenda […]”

L’opinione di Undijng dal sito http://www.davinotti.com

Diretto da Marino Girolami, regista di Roma violenta (campione d’incassi nelle sale italiane), ovvero del film che lanciò l’icona del poliziotto superattivo rappresentato dal bravo Merli. Il film ha una pregevole struttura -quasi episodica- in grado di carpire l’attenzione dello spettatore, posto di fronte ad immagini spesso forti (l’uomo trascinato dall’auto, sino all’impatto con un macigno) e spesso disperate (i pianti delle madri dello scuolabus sequestrato). La sceneggiatura è supportata dall’ottima messa in scena e da un finale inatteso.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Pur nella stretta aderenza ai canoni dei polizieschi coevi, la fitta trama si apre spazi di autonomia nella ricerca di una genuina drammaticità (il rapimento dei bambini e la morte di uno di essi; la solitudine di Merli e della D’Angelo; il ménage familiare del malavitoso Arena), nella scelta di tre diverse “città violente” (Torino, Milano e Genova) e di un epilogo inatteso che fa avverare i sinistri presagi de La polizia incrimina, la legge assolve e Roma violenta. Più noto come doppiatore, l’ottimo Sergio Fiorentini presta il volto ad un criminale ferino e nevrotico.

L’opinione di Cangaceiro dal sito http://www.davinotti.com

Ancora Betti nella sua lotta contro la criminalità. Merli granitico come si conviene, stavolta è anche più umano e sfortunato. Girolami dimostra di conoscere al meglio i meccanismi del poliziottesco e sorretto da una sceneggiatura zeppa di spunti interessanti ci regala un film coi fiocchi, pieno di scene di forte impatto tra inseguimenti e uccisioni. Tutto il cast gira a mille con un Saxon iperstrafottente e un Fiorentini delinquente schizzato. Esaltanti le musiche di Micalizzi. Il finale è un triste e duro colpo sotto la cintura. Spietato e nichilista.

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luglio 9, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 4 commenti

I brevi giorni selvaggi (Last summer)

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Fire Island è una lunga striscia di sabbia al largo di Long Island con l’Oceano Atlantico da un lato e la Great South Bay dall’altro;siamo sul finire degli anni 60 e questa spiaggia defilata e tranquilla vede il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di tre giovani sedicenni.
La bella Sandy, dal carattere disinibito e sfrontato, fa amicizia con due coetanei, Dan e Peter.
I tre giovani hanno in comune li interessi tipici della loro età,tre famiglie non troppo interessate alle loro vite e un mucchio di tempo per vivere quella che è la stagione che li traghetterà nell’età adulta.
Hanno tutte le pulsioni tipiche della loro età,hanno voglia di conoscere,esplorare tutto, incluso i loro corpi presi come sono da quella tempesta ormonale tipica dell’età adolescenziale.
Sandy cerca di mostrarsi disinibita,la sua disponibilità è anche frutto della consapevolezza di avere nel proprio corpo una fonte magnetica di richiamo sui due ragazzi.Vogliono vivere la loro vita senza restrizioni,godersi l’attimo,Sandy,Dan e Peter, consapevoli che la stagione dell’infanzia e della prima adolescenza è ormai irrimediabilmente finita.

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Sandy ha catturato l’attenzione dei due ragazzi con la grazia di un ragno che si muove sulla tela in attesa della sua preda;una mattina la ragazza trova un uccello con un amo conficcato in gola che se non rimosso provocherà la morte del piccolo pennuto.
Dan e Peter riescono a salvare l’uccello, guadagnandosi così la riconoscenza della ragazza,che da quel momento prende a giocare con loro usando con intelligenza l’arma della seduzione, emblema dell’eterna lotta fra i sessi.
L’ape regina Sandy deve però all’improvviso fronteggiare l’arrivo inaspettato di un’altra ragazza, Rhoda,che sposta improvvisamente gli equilibri del gruppo.
Rhoda è una ragazzina calma e riflessiva,la dove Sandy è tutto istinto; non potrebbe essere più differente,Rhoda, dai tre ragazzi.
Belli, dai fisici allenati,provenienti da ottime famiglie,Sandy,Peter e Dan rappresentano l’ideale wasp americano,i rappresentanti di quella middle class che di fatto è la parte socialmente più importante della società americana.
Rhoda viceversa è una ragazza con scarso appeal, dalle doti fisiche mediocri;non è bella, è vero ma è una ragazza tranquilla,dal carattere docile eppure al tempo stesso più maturo dei suoi nuovi compagni.

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Ha una storia dolorosa alle spalle,la morte della madre e condivide senza remore il suo dolore con in nuovi amici;rappresenta,in qualche modo la normalità assoluta, la vita di tutti i giorni, i problemi e le ansie,i piccoli sogni e le speranze.
Non potrebbe essere quindi più sideralmente differente dall’impetuosa Sandy.
Che capisce di avere davanti a se una rivale ancor più temibile, con quella voglia di tenerezza e di protezione che ispira.
Ed è Peter il primo a mostrare verso Rhoda un sentimento più profondo di quello superficiale che finora ha legato i tre ragazzi e questo a Sandy,abituata ad avere la massima attenzione dai due ragazzi non va giù.
Da quel momento Sandy tenta in tutti i modi di screditare la ragazza, di sgretolare il sentimento di Peter;una mattina Sandy riprenderà il controllo dei suoi due amici in seguito ad un rimprovero che Rhoda rivolge alla stessa Sandy.
La ragazza aizza Peter e Dan che la immobilizzano e la subito dopo, la stuprano…

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Last summer,distribuito in Italia con il bel titolo di I brevi giorni selvaggi è un film del 1969 diretto da Frank Perry e sceneggiato da sua moglie Eleanor; un film crudo e sostanzialmente cinico, che descrive in maniera disarmante il mondo adolescenziale della classe media americana con tratti cattivi e senza speranza.
Adattando un romanzo di Evan Hunter,Perry racconta una storia fondamentalmente semplice solo nella sua esteriorità;in realtà il complesso mondo degli adolescenti segue regole e schemi di comportamento spesso incomprensibili dall’esterno, da quel mondo degli adulti di cui alla fine i quattro giovani dovranno far parte.
Quattro personaggi diversi formano l’ossatura della storia;c’è Sandy, bella sexy e dominante, in qualche modo sociopatica, vera ape regina consapevole delle sue doti fisiche e decisa ad avere un ruolo di supremazia sugli altri.C’è Peter, ragazzo fondamentalmente timido e anche ingenuo, poi c’è Dan,che sembra l’opposto dell’amico, arrogante e un po spaccone.
E infine c’è lei,Rhoda,ragazza insignificante dal punto di vista fisico eppure l’unica ad avere le caratteristiche dell’adulta.
E’ una ragazza fondamentalmente sola, che pure si sforza di sfuggire a questo status, di scappare da quella timidezza che rischia di farla isolare da tutti.

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Questi quattro ragazzi, con i loro caratteri,sono i protagonisti di un dramma adolescenziale che precorre il loro ingresso nell’età adulta, del quale hanno un chiaro assaggio sopratutto nel finale drammatico, quando, consumata la violenza ai danni di Rhoda,dovranno fare i conti con il rimorso e con la propria coscienza; quell’atto abominevole nei confronti della timida e solitaria Rhoda non potrà non avere un’influenza decisiva nel percorso delle loro vite.
Il dramma si consuma al sole di un’estate calda sulle spiagge dell’Atlantico, mente il mondo degli adulti vive una vita scollata dalla realtà dei ragazzi.
Il loro è un universo quasi completamente finito,nel quale si muovono come viaggiatori smarriti.
I brevi giorni selvaggi è un film bello e cattivo, intenso e doloroso; Perry,senza usare nudità e volgarità, mette in scena il doloroso senso di smarrimento di un’età che abbiamo vissuto tutti, portandone ricordi belli e cicatrici sul corpo e nella mente.
Un film purtroppo penalizzato dalla famigerata X rated imposta dalla censura americana, che in pratica ne ha limitato la circolazione;una decisione astrusa e incomprensibile, alla luce di quello che si vede nel film, ovvero castissime scene che oggi anche un bambino potrebbe seguire senza arrossire.

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Ottimo il cast,ben assortito.
La Hershey è strabiliante nella sua sensualità e nella sua abilità interpretativa bravissima anche la Catherine Burns, che dopo questo folgorante esordio cinematografico, premiato con un Oscar, rimarrà ai margini del cinema lavorando in tv fino al 1984 quando chiuderà la sua tutto sommato breve carriera cinematografica.
Splendide la fotografia e ovviamente la location mentre Perry conferma il suo talento di regista versatile ed attento.

I brevi giorni selvaggi
Un film di Frank Perry. Con Richard Thomas, Barbara Hershey, Bruce Davison, Catherine Burns Titolo originale Last Summer. Drammatico, durata 97′ min. – USA 1969.

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Barbara Hershey: Sandy
Richard Thomas: Peter
Bruce Davison: Dan
Catherine Burns: Rhoda
Ernesto Gonzalez: Anibal

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Regia Frank Perry
Soggetto Evan Hunter
Sceneggiatura Eleanor Perry
Fotografia Enrique Bravo e Gerald Hirschfeld
Montaggio Sidney Katz e Marion Kraft
Musiche John Simon
Scenografia Peter Dohanos

L’opinione del Morandini

Long Island :due ragazze e due ragazzi borghesi sostengono i dolceamari riti di passaggio all’età adulta, prendendo lezioni sulla vita, l’amore, la lealtà, la violenza. Da un romanzo di Evan Hunter _ che quando scrive romanzi polizieschi si firma Ed McBain _, sceneggiato con finezza da sua moglie Eleanor, F. Perry ha tratto un beach movie superiore alla media. Ebbe noie con la censura per la crudezza di alcune scene. Recitato benissimo. Dopo aver avuto una nomination all’Oscar, C. Burns scomparve dall’ambiente del cinema.

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Maggio 18, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

I giorni impuri dello straniero

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Rimasta vedova per una strana malattia che le ha portato via il marito, Anne Osborne vive ora con il figlio adolescente Jonathan in una grande casa con vista sulla baia.
E’ sola Anne, consumata dal ricordo del marito; passa le sue serate in solitudine, struggendosi nel ricordo del marito e indulgendo ogni tanto all’autoerotismo sia per supplire alla mancanza di affetto, sia per calmare i sensi di giovane donna rimasta troppo presto sola.
Attraverso un buco nel muro, Jonathan ogni tanto spia la madre: non è l’unica stranezza di questo ragazzo, che si è anche legato ad una banda di pari età che propaganda una strana fede di ispirazione nazista e che chiede fedeltà assoluta.

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Il capo infatti insegna loro l’ideale dell’ordine puro e perfetto della vita, un comportamento assolutamente subalterno verso quelle che sono le sue idee e principalmente l’obbedienza assoluta.
Una prova del controllo assoluto che il capo ha sui suoi adepti è l’ordine che da a Jonathan, di portargli cioè il gatto di casa che verrà crudelmente vivisezionato e gettato nella baia.
Un giorno nella baia approda il Belle, una nave che proviene dall’Asia; Anne conduce Jonathan con se ad una visita del Belle e qui i due conoscono Jim Cameron, un marinaio che influenza immediatamente madre e figlio.
Se Anne è attratta fisicamente e sentimentalmente da Jim, Jonathan vede in lui un uomo misterioso e affascinante, un vero e proprio eroe che in qualche modo supplisce nella fantasia del ragazzo alla mancanza del padre.
I rapporti fra i tre si stringono; Anne finisce per diventare l’amante di Jim mentre Jonathan si affeziona all’uomo suscitando però nel capo della banda un forte rancore verso il ragazzo.
Il capo infatti non tollera che qualcuno possa sminuire la sua autorità.
Nel frattempo Jim deve ripartire e la cosa lascia il vuoto nella vita di Anne.

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I due tuttavia si mantengono in contatto per via epistolare e la vita sembra scorrere in una animazione sospesa:la donna attende con ansia e con amore il ritorno dell’uomo che ama mentre Jonathan è sempre più succube della banda.
Jim torna e l’amore tra i due scivola verso la conclusione naturale, il matrimonio.
Ma per Jonathan la cosa ha un effetto devastante.
E’ finita, volatilizzata l’aura di mistero che avvolgeva Jim, il mito si è dissolto e l’uomo appare al ragazzo come una persona qualsiasi e da questo momento le cose prendono una direzione imprevedibile e drammatica…
I giorni impuri dello straniero, bizzarro titolo italiano dato al film di Lewis John Carlino, regista e sceneggiatore di The Sailor Who Fell from Grace with the Sea è tratto dal romanzo di Il sapore della gloria di Yukio Mishima, del quale riprende l’impianto narrativo cambiandone però l’ambientazione.
Si passa infatti dal Giappone alle coste dell’Inghilterra, da Yokohama ad una zona non meglio specificata mentre cambiano anche le descrizioni delle personalità dei due protagonisti del film.
Infatti mentre il protagonista del romanzo,Ryuji Tsukazaki è un uomo che ha seri problemi di ambientazione fuori dal contesto in cui vive, la sterminata azzurrità del mare e ha grosse difficoltà nell’inserimento sociale sulla terraferma, Fusako Kuroda ,la vedova, ha una vita agiata ma solitaria un po come la Anne descritta nel film.Terzo personaggio della storia è Noboru Kuroda, adolescente, rimasto orfano di padre a 9 anni e diventato completamente succube delle teorie di Jefe, un personaggio anarcoide con velleità da capo che teorizza una vita scevra da compromessi, del tutto insofferente dei miti della società adulta.

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Questi personaggi sono quindi portati da Carlino in Occidente, in un mondo e in una cultura completamente differenti; il regista sceglie consapevolmente di evitare l’aria fortemente erotica del romanzo a favore di un impianto cinematografico più sfumato, nel quale la parte preponderante è costituita proprio dalla storia d’amore tra Anne e Jim mentre parallelamente assistiamo alla nascita dell’asocialità di Jonathan e dei suoi amichetti, allo sviluppo di un complesso edipico del ragazzo e infine, nella parte più drammatica della pellicola, alla decisione di eliminare fisicamente il povero Jim, reo di aver in qualche modo tradito l’ideale di Jonathan che vede Jim come uomo scevro dai compromessi tipici del mondo degli adulti.
Il film scorre tutto su questo doppio binario.
La parte sentimentale del legame fra i due adulti si contrappone fatalmente al perverso mondo di Jonathan e dei suoi amici; carlino dedica molto tempo, forse troppo, al legame tra Anne e Jim, alla loro storia d’amore, semplificando all’osso le motivazioni che spingono Jonathan ad allontanarsi da Jim, da quell’uomo e da quella amicizia che il ragazzo sente venir meno per motivi però che nel film restano solo abbozzati.
Film che tuttavia resta in buon equilibrio sino alla fine, quando il dramma si compierà e una volta tanto la tragedia soppianterà il tradizionale happy end di molte commedie sentimentali.Il dramma è in agguato e si staglia netto contro le immagini idilliache della baia, tra tramonti romantici e sogni di un futuro che per Anne e Jim non ci sarà mai.

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In conclusione, un buon film, con un andamento oscillante che però tiene; a parti noiose il regista alterna momenti di macabra suspence immergendo il tutto in splendidi paesaggi naturali.Il cast è fondamentalmente di contorno ai tre personaggi principali, ovvero Anne interpretata da una bravissima e inaspettatamente sexy Sarah Miles, un tenebroso Kris Kristtoferson nel ruolo di Jim e Jonathan Kahn, che interpreta con misura Jonathan.
Un film davvero raro nella versione italiana; non ho trovato nulla in rete ne in streaming ne in download mentre è presente in una bella e vivida riduzione in divx da digitale sui p2p

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I giorni impuri dello straniero
Un film di Lewis John Carlino. Con Kris Kristofferson, Sarah Miles, Jonathan Kahn Titolo originale The Sailor Who Fell from Grace with the Sea. Drammatico, durata 104′ min. – Gran Bretagna 1976

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I giorni impuri dello straniero banner protagonisti

Sarah Miles: Anne Osborne
Kris Kristofferson: Jim Cameron
Jonathan Kahn: Jonathan Osborne – Numero Tre
Margo Cunningham: Mrs. Elizabeth Palmer
Earl Rhodes: Capo – Numero Uno
Paul Tropea: Numero Due
Gary Lock: Numero Quattro
Stephen Black: Numero Cinque

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Regia Lewis John Carlino
Soggetto Yukio Mishima
Sceneggiatura Lewis John Carlino
Fotografia Douglas Slocombe
Montaggio Antony Gibbs
Musiche Johnny Mandel
Scenografia Ted Haworth, Brian Ackland-Snow e Lee Poll

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L’opinione del Morandini

Una giovane donna inglese ha una relazione con un amabile marinaio. Con l’aiuto di quattro compagni, il geloso figlio adolescente, succubo di un morboso amico, castra l’intruso con un complicato rito macabro. La vicenda di Gogo no eiko (Il sapore della gloria), romanzo accesamente erotico del giapponese Yukio Mishima, è stata trasferita in una località costiera inglese. È un film diseguale, ma qua e là non privo di impressionante fascino macabro.

L’opinione di Buiomega 71 dal sito http://www.davinotti.com

Sinuoso e affascinante drammone, che mischia sottotese pulsioni incestuose, atmosfere echeggianti The wicker man, lontani sentori serradoriani della maladolescenza ferina e vendicativa. Bellissime location marinare, supportate dalla notevole fotografia di Douglas Slocombe e una certa morbosità che lascia il segno. A volte allucinato e febbrile, con alcuni momenti tediosi, ma crudele quanto basta per farsi apprezzare. Insopportabile la canzone cantata da Kris Kristofferson. Comunque da recuperare e da rivalutare. Buona la regia di Carlino.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Ha un figlio perverso ma stenta a crederlo, perchè ogni scarrafone è bello a mamma soja. Il regista si concentra su questi, analizzandone la morbosa psicologia, il resto è ordinaria vita di coppia. Una pellicola curiosa incentrata sul piccolo saccentone che si crede adulto e agisce da adulto, ma con una mentalità deviata. Sprazzi di macabro aleggiano per tutta la durata. Il rientro nella normalità non è sempre facile.

L’opinione del sito http://www.cinemaepsicoanalisi.com

Il regista trasferisce il romanzo Il sapore della gloria di Yukio Mishima sulla costa inglese e dirige una pellicola a doppia velocità: anonima e piatta quando narra la sdolcinata storia d’amore tra Anne e Jon ed inquietante ogni qual volta entrano in campo Jonathan e gli altri componenti della setta segreta. Il regista ci mostra in più occasione come il loro piccolo capo, un ragazzino despota ed autoritario li maltratta e li umilia, li chiama per numero ed al loro minimo accenno di ribellione, minaccia di degradarli. Nel corso degli incontri il capo espone loro le sue farneticanti elucubrazioni e, per dimostrare che occorre arrivare sempre al centro delle cose, dopo aver avvelenato un gatto, lo disseziona chirurgicamente e gli estrae il cuore. Il regista lascia sullo sfondo i motivi che spingono Jonathan ad uccidere così crudelmente Jon e, l’atmosfera raggelante che circonda l’ignaro Jon, mentre beve del thè avvelenato, contrasta con lo splendido panorama che fa da scenario al macabro omicidio.

 

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“Dormi bene, caro.”
La madre chiuse a chiave dall’esterno la camera di Noboru. Chissà cosa pensava di fare nel caso fosse scoppiato un incendio: certo, si riprometteva di riaprirla subito. E se, a causa del calore, il legno si fosse ingrossato e la vernice fosse colata nella toppa della serratura? Scappare dalla finestra? Ma il terreno di sotto era lastricato e il secondo piano di quella casa allampanata disperatamente alto.
Tutta colpa sua, di Noboru. Era sgattaiolato fuori di notte, istigato dal “capo”, di cui non aveva voluto rivelare il nome.
Quella casa di Yokohama – l’indirizzo preciso era: Nakaku, Yamatemachi, Yatozakaue – era stata costruita dal padre e poi rimodernata dalle forze d’occupazione americane che l’avevano requisita: ogni camera del secondo piano aveva uno stanzino da bagno, cosicchè essere rinchiuso in una di esse non era poi tanto scomodo. Ma per un tredicenne, diventava un’umiliazione tremenda.

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Maggio 17, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 1 commento

Maddalena

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Una Lisa Gastoni bella e sensuale, qualche paesaggio marino peraltro non particolarmente affascinante e una storia abbastanza improbabile di una passione cieca e incontrollata che porta una donna sposata e insoddisfatta a cercare in tutti i modi di sedurre un giovane prete di per se già alle prese con una vocazione traballante.
Questi gli scarni ingredienti sui quali Jerzy Kawalerowicz, regista polacco poco conosciuto in Italia, scomparso nel 2007,imbastisce una storia poco interessante incentrandola sul personaggio di Maddalena, classica moglie pruriginosa che cerca al di fuori del matrimonio di soddisfare le proprie pruderie in un crescendo di eccessi che la portano dapprima ad imbottirsi di alcool per poi passare alla trasgressione sessuale
La vita dissoluta però crea anche dei problemi psicologici nella donna, che si rende conto di essere avviata verso l’abisso della perdizione; conosciuto un giovane sacerdote ad una festa, la donna, colpita dalla genuinità dell’uomo, decide di affidarsi spiritualmente all’uomo.

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Così Maddalena inizia un percorso di redenzione che però ben presto si trasforma in un’autentica ossessione.
Il giovane prete è turbato da quella donna magneticamente sensuale e starebbe quasi per cedere; tuttavia quando vede Maddalena concedersi ad un pescatore, riesce a tirarsi indietro; nel frattempo vediamo attraverso dei flashback Maddalena assistere impassibile alla morte del marito, durante un incidente stradale nel quale i due coniugi restano coinvolti.
Maddalena prosegue la sua opera di seduzione nei confronti del prete fino al drammatico finale: su una spiaggia sulla quale i due si sono incontrati ….
Girato da Kawalerowicz nel 1971, Maddalena è un film senza anima che parte con un vizio capitale: quello di non avere il coraggio di approfondire le due personalità attorno alle quali si sviluppa il film, una specie di tragedia che ha un andamento saltellante.

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Momenti tutto sommato felici si alternano a parti decisamente inutili o prive di un senso compiuto.
La figura della dissoluta Maddalena appare guidata solo da un istinto primario di soddisfazione dei sensi, mentre il personaggio del sacerdote, la sua crisi vocazionale e i suoi dubbi sono lasciati, man mano che la pellicola scorre, all’intuizione dello spettatore.
Gioca contro anche l’uso perseverante del rallenty, del flash back e la scarsa attitudine del regista ad andare oltre l’epidermide della storia.
In pratica, manca il coraggio.
Il coraggio di indagare sui sentimenti di Maddalena e del prete, sulle loro vere motivazioni, sulle loro crisi spirituali;tutto invece finisce per assumere un’aria morbosa nella quale annaspano le due figure.
Per fortuna Lisa Gastoni, attrice di razza e splendida e sensuale donna, riesce a tenere a galla il tutto, grazie alla sua aria inquietante e ad una interpretazione volitiva, che lascia intuire i lati oscuri della personalità di Maddalena, altrimenti mossa da sentimenti poco comprensibili.

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Piatta la recitazione di Eric Woofe, il giovane prete tormentato, che porta a spasso per il film un’espressione stereotipata che mostra come l’attore sia incapace di dare profondità al personaggio.
Film poco interessante quindi,che inizia con la drammatica sequenza dell’incidente per poi mostrarci una Maddalena impegnata in uno sfrenato ballo sensuale e introdurre successivamente i personaggio centrale del sacerdote.Il tutto con poca originalità e sopratutto con poco interesse da parte dello spettatore.
Il film è disponibile in una versione passabile e in italiano su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=vZ4S1XY7fP8

Maddalena
un film di Jerzy Kawalerowicz, con Lisa Gastoni,Eric Woofe, Ivo Garrani, Paolo Gozlino, Barbara Pilavin, Ezio Marano, Lucia Alberti, Pietro Fumelli, Ermelinda De Felice, Paolo Bonacelli Durata 116 minuti Drammatico Italia 1971

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Lisa Gastoni: Maddalena
Eric Woofe: il sacerdote
Ivo Garrani: marito di Maddalena

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Regia: Jerzy Kawalerowicz
Sceneggiatura:Jerzy Kawalerowicz
Fotografia:Gábor Pogány
Montaggio:Franco Arcalli
Musiche:Ennio Morricone
Produzione:UNITAS (ROMA) BOSNA (SARAJEVO)

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L’opinione di Segnalazioni cinematografiche

Nel tentativo di riprendere il tema della peccatrice evangelica (qui presentata nelle vesti di una donna che cerca di redimersi tentando, con tutti i mezzi a propria disposizione, sia fisici che ideologici, un giovane prete tormentato e dubbioso), il film scade, per la insulsaggine dei e la conseguente incredibilità psicologica dei personaggi, al livello di un banale fotoromanzo. Inoltre, presenta il sacerdozio come una “deminutio hominis”, uno stato di inferiorità esistenziale, una scelta che rende chi lo esercita incapace di andare, nell’amore del prossimo, al di là delle parole pronunciate dal pulpito o nel confessionale

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Anche questo regista dal cognome impronunciabile, come altri prima e dopo, ha sfruttato appieno il fisico e l’aspetto della Gastoni, nonchè l’estrema caparbietà e spregiudicatezza per soddisfare le sue bramosie. I risultati ci sono, spesso nella prima mezz’ora i flashback danno al film una parvenza quasi metaforica. Nel seguito non dico ci sia un calo, ma non vi è neppure la progressione necessaria o la linfa vitale che possa giustificare un titolo così provocatorio. Alla fine non emerge, ma una visione la merita.

L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com

Affascinante e dissoluta signora borghese si insinua con esiti tragici nella vita di un giovane prete dubbioso e tormentato. Opera “maledetta” del polacco Kawalerowicz in trasferta in Italia, il film procede a singhiozzo, alternando momenti di suggestione a cadute nel fumettistico e a risibili estetismi esasperati dall’uso eccessivo del rallenty e dalla splendida ma debordante musica di Morricone. Lisa Gastoni è brava e molto sensuale ma il suo personaggio è, come quello del prete e come tutto il contesto, privo di qualunque crebilità.

 

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Maggio 15, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento