La prima notte di quiete
Valerio Zurlini è stato uno dei registi più delicati e poetici della cinematografia italiana.
La morte lo ha colto nel 1982 a soli 56 anni, quando era nel pieno della maturità artistica e stranamente era assente dal cinema da diverso tempo.
La prima notte di quiete, da lui diretto nel 1972, è un film di straordinaria intensità e drammaticità, girato come un noir esistenzialista che sembra andare oltre gli schemi rigidi di un genere abbracciandone diversi e trasformatosi nel corso degli anni a venire in un vero e proprio cult indicativo di un’epoca in cui registi coraggiosi non avevano alcuna paura a mettere in scena temi scomodi o pericolosi dal punto di vista commerciale.
Questo film è un viaggio introspettivo e attento alla ricerca di un uomo che sembra scampato suo malgrado all’affondamento di una nave nella quale era imbarcato come passeggero solitario e assente, quasi un’ombra scampata già in precedenza a qualcosa di indefinito e misterioso che lo ha segnato per sempre.
Alain Delon e Lea Massari
Un viaggio fatto con perizia, attraverso immagini delicate e malinconiche, avvolte in una sottile nebbiolina che sembra simboleggiare un passato sconosciuto e un divenire che seguiamo con interesse mentre osserviamo il professor Daniele Dominici lasciarsi vivere in una Rimini tetra e uggiosa, popolata da un’umanità a tratti insopportabile nei suoi difetti e nelle sue alienazioni.
Chi è Daniele?
E’ un post sessantottino, a giudicare dal look trasandato.
Oppure è un seguace di Beaudelaire e di Rimbaud, visto che gira sempre infagottato in un cappotto, ha la sigaretta tra le labbra dalla quale sembra non aspirare, ha la barba lunga di qualche giorno e l’aspetto triste e malinconico.
Insegna letteratura, e tra i suoi alunni l’unica ad incuriosirlo perchè un po gli assomiglia è l’enigmatica e sfuggente Vanina.
Alida Valli
L’approccio di Daniele con la società riminese è quanto di più superficiale possa esistere: si limita a frequentare un gruppo che divide le sue nottate tra gioco d’azzardo e droga, tra alcool e interminabili sedute al tavolo verde in fumose stanze.
Del gruppo fanno parte l’amante di Vanina, Gerardo Pavani, un piccolo gangster e Giorgio, uomo sensibile e colto che maschera i suoi pregi dietro una patina di superficialità.
Tra Daniele e Vanina poco alla volta sembra nascere qualcosa; i due condividono la passione per l’arte e sentono fortissima l’attrazione reciproca.
Una sera, a casa di Giorgio, per rompere la noia viene proiettato un filmino amatoriale nel quale la protagonista è Vanina.
La ragazza è ripresa nei momenti di una sua vacanza a Venezia; ad un certo punto, nel filmino, compare la ragazza completamente nuda e a questo punto Vanina interrompe la proiezione e scappa via.
Invano Daniele la cerca in classe e fuori. La ragazza sembra svanita nel nulla.
La cerca a casa sua dove incontra la madre, una donna dura come l’acciaio che l’invita perentoriamente a scordarsi sua figlia e contemporaneamente mette in crisi il rapporto che lo lega a Monica, la donna che per dieci anni lo ha seguito ed amato arrivando ad abbandonare la famiglia per lui.
Lea Massari
Daniele è anche un mistero per Giorgio, l’unico che sembra legato a lui da un rapporto d’amicizia;quando Giorgio rinviene casualmente una raccolta di poesie di Daniele dedicate ad una ragazza morta suicida, chiede all’amico il perchè del titolo della raccolta stessa, La prima notte di quiete.
Evasivamente, Daniele risponde che La prima notte di quiete è quella in cui finalmente si dorme sereni, senza sogni.
Alla fine è Vanina a mettersi in contatto con lui.
I due trascorrono una notte d’amore in una casa in riva al mare, dove però giunge Gerardo.
L’uomo per vendicarsi racconta il sordido passato di Vanina: la ragazza veniva venduta da sua madre a clienti facoltosi e fra i suoi amanti c’erano anche le donne del gruppo frequentato da Gerardo e Giorgio.
Daniele scopre di amare quella ragazza sfortunata e progetta la fuga con lei.
Ma è destino che le cose debbano andare in maniera molto differente.
Il finale è ovviamente drammatico, così come drammatico è lo svolgimento della storia e drammatica è la vicenda umana di Vanina, una ragazza dal passato terribile.
Vittima di una madre degenerata e di un gruppo di depravati, Vanina a perso molte delle illusioni e la sua ingenuità in età giovanile, in quell’età in cui si coltivano sogni che purtroppo l’alba dissolverà impietosamente.
La scoperta del passato della ragazza è una delle chiavi di volta del film, anche se non la più importante.
Il personaggio centrale è comunque Daniele, l’uomo dal passato oscuro che serba sorprese all’amico Giorgio in un finale in cui finalmente la sua figura emerge dalla nebbia per restituirci la sua autentica dimensione.
Non voglio parlare proprio del finale, lasciando allo spettatore il compito di seguire fino alla fine il percorso umano di Daniele, che alla fine si staglia su tutto nella sua esatta dimensione umana.
Se la figura di Vanina poco a poco scompare, lasciando spazio proprio alla vicenda umana di Daniele, vediamo apparire sullo sfondo il ritratto di una società provinciale sordida e amorale.
Così la vicenda umana di Daniele incrocia fatalmente la Rimini dei vitelloni nullafacenti, impegnati in serate vuote e vacue come i loro discorsi.
E’ una Rimini viziosa e oziosa, quella della buona società.
Una società in cui valori fondamentali come amicizia e rispetto sono cose senza pregio alcuno, in cui dominano i personali egoismi e le meschinerie, l’appagamento del proprio ego e delle proprie depravazioni.
Daniele attraversa come un fantasma la vita delle due principali istituzioni sociali, ovvero la scuola e le relazioni pubbliche.
Agli studenti insegna senza entusiasmo, quasi disilluso sia dal suo ruolo sia dalla responsabilità di dover trasmettere il sapere a dei giovani che sembrano interessati ad altro mentre nella vita mondana è attorniato da persone che non stima, fatta eccezione per Giorgio.
Ma anche Daniele ha da farsi perdonare e lo scopriamo man mano che la storia segue i binari paralleli del suo quotidiano; il rapporto con Monica, la sua donna, finisce per lacerarsi senza un vero perchè. Forse è monotonia, forse è il nuovo amore per Vanina, fatto sta che anche lui non si esime dall’atto moralmente riprovevole di tradire la sua donna.
La vita di Daniele, quella di Vanina, quella di Giorgio e degli altri: vite vissute all’ombra di una cittadina, Rimini, malinconicamente immersa in un’atmosfera addormentata e molle.
Una Rimini uggiosa e plumbea in perfetta linea con i caratteri dei personaggi.
In perfetta sintonia con la storia raccontata.
Su questo film di Zurlini ci sarebbe da dire ancora tantissimo, tante sono le riflessioni che pone la storia e il percorso umano di Daniele.
Il regista bolognese crea un film indimenticabile costruito abilmente anche nel cast, che vede una maiuscola prestazione attoriale da parte di Alain Delon.
L’attore francese è nel periodo migliore della sua carriera; ha appena interpretato il personaggio di Jean nello splendido noir francese L’evaso e di li a poco avrebbe interpretato film di ottimo livello come L’assassinio di Trotzky, Due contro la città e Toni Arzenta.
Delon dimostra ancora una volta di essere un grande attore, particolarmente a suo agio nei ruoli drammatici, dando vita alla caratterizzazione tutt’altro che semplice di Daniele.
Al suo fianco, la quasi esordiente Sonia Petrova che interpreta Vanina.
L’attrice francese è una piacevole sorpresa, anche se la sua carriera successiva non la valorizzerà quanto avrebbe meritato.
Nel cast troviamo un ottimo Giancarlo Giannini nel ruolo dell’amico Giorgio, una intensa e sempre affascinante Lea Massari nel ruolo di Monica, la solita sicurezza rappresentata da Adalberto Maria Merli nei panni di Gerardo e ancora due grandissimi come Salvo Randone e Alida Valli.
Piccole parti per alcune attrici che avranno una discreta visibilità nel corso degli anni successivi, ovvero Olga Bisera, Patrizia Adiutori, Krista Nell e la brava Nicoletta Rizzi.
Il tema portante del film è la splendida Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni, mentre sicuramente affascinanti sono le musiche di Nascimbeni.
La prima notte di quiete è un grandissimo film che trasmette emozioni; in una personalissima classifica tra i primi venti film italiani di sempre lo inserirei senza dubbio alcuno.
La prima notte di quiete
Un film di Valerio Zurlini. Con Giancarlo Giannini, Alain Delon, Lea Massari, Alida Valli, Renato Salvatori, Adalberto Maria Merli, Sonia Petrova, Salvo Randone, Sandro Moretti, Krista Nell, Fabrizio Moroni, Nicoletta Rizzi, Roberto Lande, Patrizia Adiutori, Carla Mancini Drammatico, durata 132 min. – Italia 1972.
Alain Delon: Daniele Dominici
Sonia Petrova: Vanina Abati
Giancarlo Giannini: Dott. Giorgio Mosca, detto “Spider”
Lea Massari: Monica, compagna di Dominici
Adalberto Maria Merli: Gerardo Pavani
Salvo Randone: il preside
Alida Valli: Marcella Abati
Renato Salvatori: Marcello
Nicoletta Rizzi: Elvira
Regia Valerio Zurlini
Soggetto Valerio Zurlini
Sceneggiatura Enrico Medioli, Valerio Zurlini
Produttore esecutivo Averroè Stefani
Casa di produzione Mondial TE.FI., Roma – Adel Films (Alain Delon), Parigi
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Mario Morra
Musiche Mario Nascimbene
Scenografia Enrico Tovaglieri
Costumi Luca Sabatelli
Trucco Amato Garbini
Il flano del film
La bellissima copertina della soundtrack del film
La locandina della versione spagnola del film
Son de mar
Prologo:
un piccolo alligatore giace spiaggiato, mosso blandamente dalle onde, mentre il corpo in smoking di un uomo, dal viso coperto dai fluenti capelli, galleggia a pelo d’acqua. Su tutto ciò che vedremo, da ora, incomberà la tragedia: il suono del mare è un omerico richiamo esiziale. Introdotto dagli immortali versi dell’Eneide virgiliana, Ulyses un giovane insegnante di lettere, bello e dall’aria stazzonata, arriva in una mediterranea cittadina della costa spagnola. Qui, prende posto in una pensione dove fa conoscenza con Martina, la figlia del proprietario. Ed è subito attrazione ed è subito amore, nonostante le continue avances che il ricco palazzinaro Sierra le rivolge. Ma i sentimenti tra i due giovani sono puri come il cristallo, tanto da farli convolare a nozze e avere un figlio.
Tutto si sviluppa serenamente: lui le legge l’Odissea, lei cura la casa.L’invito ad una festa da parte di Sierra, incrociato casualmente da Martina per strada, sarà la causa del tracollo. Durante il party, il ricco ospite tenterà nuovamente un approccio con la ragazza, ma ne verrà respinto. Dal canto suo, il bel professore, non esita a flirtare con una sconosciuta.Tornati a casa, lui giocherella malinconicamente con la fede che forse si è appesa al dito troppo frettolosamente. Che il mondo dorato e libertino dell’ex rivale lo abbia messo di fronte alle sue reali inclinazioni? O è scosso da uno strano luttuoso presagio? Lei gli chiede conferma del suo amore. La risposta è sibillina: “Ti pescherò un tonno…” per provarglielo.Ma dal mare Ulyses non tornerà mai. La barca s’infrangerà sugli scogli ed il suo corpo non verrà più ritrovato.Quattro anni dopo Martina è la donna di Sierra. Questi è, si, uomo spregevole, ma anche mosso da sentimenti profondi e tratta il bambino ormai cresciuto, teneramente, come fosse suo.Lei trascorre il suo tempo oziando, tra un tuffo in piscina, un tailleurs griffato, centri estetici e palestra.
Una misteriosa telefonata, però, scuote ancora una volta la vita della donna. Ulyses, novello Odisseo, dopo un lungo peregrinare per i mari del mondo è tornato e vuole rivederla. Ha finto la sua morte per scappare dal giogo di una vita che non gli corrispondeva più, ma ora non riesce a fare a meno della sua Penelope. I due diventano amanti, anche se adesso tutto è diverso: nulla sembra rimanere dell’amore semplice e puro di un tempo, null’altro che sesso consumato in una serie di fugaci incontri.
Come in una favola, lei lo nasconde in una torre segreta, all’ultimo piano di un palazzo vuoto, requisito dalla magistratura, di proprietà del suo nuovo compagno. Lui l’attende, sempre più insofferente alla clandestinità, per poi unirsi a lei. E l’altro, amaramente, fiuta il tradimento e soffre le pene d’amore. Non senza, però, meditare vendetta.La triangolazione non può che far trascendere gli eventi ed una volta saliti sulla barca, luogo di uno dei loro primi incontri, il (melo)dramma non può che compiersi puntualmente.
E’ l’ultimo film di Luna, tratto dall’omonimo romanzo di Manuel Vicent, ad essere stato distribuito in Italia e inteso comunemente come erotico, più per il curriculum del suo autore che non per ciò che realmente mostra. Se per erotico s’intende, infatti, un cinema che ricerca la sublimazione dell’ appagamento dei sensi o che affronta lo spettatore usando la provocazione come strumento d’elezione, allora è ai primi lavori del regista catalano che bisogna risalire. Qui tutto è raggelato, distante, impalpabile, anche le sequenze più ardite. Ed anche in quel caso tutto è più suggerito che mostrato realmente. Qualche nudo e un quid realistico, non riescono a rompere l’atmosfera sempre ovattata che pervade il film.
Un film imperfetto, che vacilla e frana in più di un’occasione, sotto il peso della sua ingombrante pretenziosità. La storia tra i due protagonisti, interpretata come ideale Odissea dell’amore e della morte (binomio classico della poetica del regista), pur essendo molto intrigante, non riesce ad essere espressa adeguatamente. Lieve all’inizio, anche sensibile, accesa da tocchi sensuali; torbida in seguito, ma non abbastanza però, sottilmente malata, quando l’unico mezzo per ristabilire una relazione tra i due protagonisti resta solo il corpo. In realtà in entrambi i casi le psicologie dei personaggi non si muovono dalla superficie; i loro atteggiamenti, le loro scelte, non sono sufficientemente supportate da una scrittura adeguata. Ciò a scapito della drammaticità e della tensione. E ancora, aldilà dell’indiscussa avvenenza di entrambi, cosa terrebbe insieme Martina e Ulyses? Quale profondo sentimento li legherebbe così indissolubilmente fin oltre la soglia della vita? Cosa porta Martina ad abbandonare le sue ritrovate sicurezze e, soprattutto, il figlio, per un uomo che le ha fatto credere di esser morto per sfuggire alle sue responsabilità e che le si ripresenta davanti dopo tanto tempo senza addurre alcuna valida spiegazione? Niente, sembrerebbe.
I passi dell’Eneide e dell’Odissea che la voce di Ulyses recita fuori campo, hanno valore prolettico e scandiscono l’avvicendarsi degli eventi. Ma col trascorrere dei minuti perdono peso e recitati a Martina, come motore dell’estasi amorosa, scadono in nient’altro che un giochetto di coppia. Un vezzo intellettuale. Anche certi espedienti simbolici ed allusivi, come gli slip gocciolanti o i colori accesi (rosso, viola, verde) che risaltano il corpo della ragazza sulla neutralità degli sfondi, sono, se non grossolani, incapaci comunque di andare oltre il semplice estetismo.Si direbbe un disastro, ma Luna ha mestiere e stile da vendere, anche nei suoi eccessi peggiori. I buoni propositi, molti, si arenano ma alla pellicola non si può negare un fascino particolare. Certi momenti sono resi esteticamente in modo eccellente. Le scene, invero alquanto sensuali, nella caverna o l’affondamento della barca, sono molto suggestive e ben realizzate. Il personaggio di Martina, come si rivela nella prima parte del film, è schietto e pulito e crea una certa empatia con lo spettatore. Le sue corse in bicicletta ed i primi approcci col futuro marito/amante, sono i momenti migliori dell’intero film, resi con una partecipazione malinconica e quasi commossa. In seguito la sua personalità diventa incomprensibile… ma tant’è: nel bene e nel male è lei a catalizzare l’intera narrazione. La figura della ragazza semplice, travolta e corrotta dagli eventi è un cliché Luniano; vedi, non ultimo, lo scellerato “Bambola” che ha messo a serio rischio la carriera del regista. Così come lo sguardo sulla società iberica, qui rivolto al problema della speculazione edilizia.
Leonor Watling è carina (anche se a volte a me ricorda Debora Serracchiani), è la ragazza in coma di Parla con me di Almodovar, fa un buon lavoro e come risoluta giovane di provincia è molto credibile. Tutto l’interesse di Luna sembra rivolto a lei. Forse unicamente a lei.
Jordi Molla è, come sempre, totalmente imbalsamato. Fernandez ha un’unica espressione, ma funziona, tanto da ricevere uno dei due premi Goya vinti dal film (l’altro è andato alla sceneggiatura), malgrado il suo personaggio, che pure è centrale nella vicenda, sia davvero una figurina bidimensionale.La fotografia di José Luis Alcaine, tecnico preferito dal regista, è incantevole e supporta magistralmente la rarefazione che avvolge il racconto, con i suoi colori tenui e chiari, freddissimi ma molto contrastati. Il suo occhio rende il mare una sorta di personaggio aggiuntivo e i paesaggi profondi e tangibili. Per non dire di quell’immagine di Martina, di estrema pacatezza e sottilissima sensualità, che la ritrae distesa seminuda sul letto, intenta a mordicchiare un’arancia: rimane impressa nella mente come un’icona.Insomma, un racconto complicato, dagli equilibri lievissimi, che avrebbe necessitato di una maggiore attenzione e nel quale Luna, ad anni luce di distanza dalle aggressioni visive dei suoi esordi e lontano anche dai suoi lavori più riusciti, mostra un’incertezza di grande suggestione.Da segnalare, infine, la colonna sonora curata della band inglese dei Piano Magic: straniante, avvolgente, perfetta.
di Alessio Bosco
Son de mar
Un film di Bigas Luna. Con Leonor Watling, Jordi Mollà, Eduard Fernández, Sergio Caballero, Neus Agulló,Pep Cortés, Juan Muñoz- Drammatico, durata 102 min. – Spagna 2001
Jordi Mollà: Ulises
Leonor Watling: Martina
Eduard Fernández: Sierra
Neus Agulló: Roseta
Ricky Colomer: Abel
Pep Cortés: Basilio
Sergio Caballero: Xavier
Carla Collado: donna in rosso
Juan Muñoz: preside
Regia Bigas Luna
Soggetto Manuel Vicent (romanzo)
Sceneggiatura Rafael Azcona
Produttore Andrés Vicente Gómez
Casa di produzione Lola Films
Fotografia José Luis Alcaine
Montaggio Ernest Blasi
Effetti speciali Reyes Abades
Musiche Piano Magic
Scenografia Pierre Thévenet
Costumi Macarena Soto
Trucco Mariló Osuna
Coffy
Coffy di Jack Hill, con protagonista Pam Grier è probabilmente il film più famoso della Blaxploitation, il genere cinematografico ideato agli inizi del decennio settanta per catturare l’attenzione del pubblico afroamericano.
Il termine Blaxploitation nasce dalla fusione di black (nero) ed exploitation (sfruttamento) ed è un genere che tende a riportare in maniera cruda e visivamente molto forte problematiche relative alla condizione di vita della gente di colore in America.
Un genere poco amato dai critici perchè caratterizzato ( a loro modo di vedere) da un’assoluta mancanza di contenuti a tutto vantaggio di scene di violenza o di sesso: un’accusa in parte vera ma che non deve far dimenticare come molti di questi film nascessero da storie quotidiane di emarginazione e razzismo, a cui la gente di colore reagiva a volte in maniera violenta.
Coffy riassume in se tutti gli stereotipi del genere, partendo da una storia di violenza per raccontare la violenza stessa usata dalla protagonista per vendicare la sorella morta a causa di un’overdose di eroina mal tagliata.
Ad interpretare il personaggio della dura vendicatrice di colore Coffy viene chiamata Pam Grier,
che aveva già lavorato con Hill in due film del filone WIP, Women in prison, altro genere molto popolare tra il finire degli anni 60 e gli inizi dei 70.
I due film, ovvero Sesso in gabbia e The big bird cage avevano lanciato la prorompente sensualità e perchè no, valorizzato anche le capacità interpretative della Grier che si era fatta un nome.

Ma è grazie anche alla blaxploitation che Pam Grier consolida la sua fama: l’attrice di colore diventa una specie di simbolo per gli afroamericani che da quel momento fanno la fila per vedere i suoi film.
La trama di Coffy è molto semplice e lineare; racconta le vicende di un’infermiera che per vendicare sua sorella non esita ad entrare nel mondo pericoloso e violento degli spacciatori di droga di colore.
La donna dapprima aggancia un potente boss offrendogli il suo corpo e poi gli fa saltare il cervello.

E’ l’inizio di una vendetta che Coffy porterà avanti fra mille difficoltà, durante il compimento della quale vedrà anche il suo fidanzato poliziotto rimanere ferito in maniera grave con conseguente coma.
A completare la serie di ostacoli posti sul suo cammino arriverà anche la sua cattura da parte di King George, magnaccia e sfruttatore che incarna il peggio degli istinti criminali.
Vestito di rosso, agghindato come un damerino e coperto di catene d’oro, King George rappresenta quella classe di delinquenti emergenti che una volta arricchiti non esitano a mostrare tutto il loro sadismo e la frustrazione repressa sfogandola sulle vittime occasionali che incrociano le loro vite.
Coffy finirà proprio nelle grinfie dell’uomo e ne sperimenterà il sadismo fino alla conclusione, ovviamente all’insegna dell’happy end.

Film violento e veloce, basato sul ritmo e sorretto da una sceneggiatura accettabile, Coffy è un film piacevole aldilà delle evidenti forzature del regista che estremizza le situazioni e i dialoghi per imprimere ritmo al film stesso.
La Grier caratterizza molto bene il ruolo della vittima prima e vendicatrice poi che riscatta la dignità della sorella infliggendo un duro colpo al mercato dello spaccio cittadino.
Alcune sequenze che la vedono protagonista si ricordano a lungo, come quella in cui si accapiglia con le prostitute invitate ad una festa da King George o come quelle in cui sopporta le torture del gangster.
Il finale forse poteva essere scritto meglio pur lasciando inalterato l’happy end, ma la logica di questi film era quella di accontentare una fascia particolare di pubblico per cui va bene così.
Molto ben fatta la colonna sonora che segue nei momenti topici il film e che accompagna lo spettatore tra la visione di un cervello schizzato sulla parete e il seno prorompente della Grier non lesinato; la soundtrack è opera dell’afroamericano Roy Ayers.
Coffy è diventato nel tempo una sorta di piccolo cult non solo per la gente di colore, ma anche per il resto del pubblico; ad esserne influenzato è stato anche Quentin Tarantino, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per la blaxploitation tanto da girare proprio con la Grier il film Jackie Brown, che ha di fatto rinverdito la fama della brava attrice americana.

Il regista Hill conferma le sue doti di artigiano di valore con una regia attenta e anche furba in cui cura tutto, dal soggetto alla sceneggiatura fino alla direzione del film stesso; inserisce quà e là qualche seno in più, pesta il piede sull’ acceleratore della violenza ottenendo così un prodotto che di certo non sfigura.
Bene anche il resto del cast.
Coffy
Un film di Jack Hill. Con Pam Grier, Brooker Bradshow, Robert Doqui, Bill Elliott Drammatico, durata 91 min. – USA 1973.
Pam Grier: Coffy
Booker Bradshaw: Howard Brunswick
Robert DoQui: King George
William Elliott: Carter
Allan Arbus: Arturo Vitroni
Sid Haig: Omar
Barry Cahill: McHenry
Lee de Broux: Nick
Ruben Moreno: Ramos
Lisa Farringer: Jeri
Carol Locatell: Priscilla
Linda Haynes: Meg
John Perak: Aleva
Mwako Cumbuka: Grover
Morris Buchanan: Sugarman
Regia Jack Hill
Soggetto Jack Hill
Sceneggiatura Jack Hill
Produttore Robert Papazian, Salvatore Billitteri
Casa di produzione American International Pictures
Fotografia Paul Lohmann
Montaggio Chuck McClelland
Effetti speciali Jack DeBron
Musiche Roy Ayers
Scenografia Chuck Pierce
Guardami
Guardami di Davide Ferrario rappresenta un caso più unico che raro nella storia della cinematografia italiana; a mia memoria non era mai successo che un film contenente scene di sesso esplicite finisse per mettere d’accordo pubblico e critica superando per una volta l’ostracismo verso il sesso non simulato ma reale da sempre esistente verso pellicole confinate nell’hard.
Già il tema trattato è di per se molto scabroso: uno sguardo al modo dell’hard e della pornografia, popolato da un universo sconosciuto alla stragrande maggioranza delle persone.
Due intense espressioni dell’attrice Elisabetta Cavallotti, che interpreta Nina
Un universo in cui si muovono persone che hanno scelto di vivere “vendendo” il proprio corpo allo sguardo lubrico di un sottobosco popolato da voyeur e guardoni e in cui gli attori e le attrici spesso sono costretti a vendere la propria dignità assieme a quel corpo che diventa un accessorio messo in mostra nelle maniere più oscene e più degradanti.
Ferrario va oltre questa rigida schematizzazione che ho indicato; lui analizza con occhio attento e freddo la vita di una delle protagoniste del mondo dell’hard, la bella e intelligente Nina seguendola nel suo quotidiano vivere tra privato e lavoro, che spesso finiscono per coincidere lasciando la persona priva di un’identità reale, quasi che il mondo dell’hard finisca per diventare l’unico mondo conosciuto dalle persone che lo frequentano, che all’interno di quel mondo stesso finiscono per trovare amicizie e amori, gioie e terribili disillusioni.
La Nina di Ferrario è una donna colta, che ha scelto il suo lavoro e che quindi non ha subìto imposizioni da nessuno: forse è una donna con un disperato bisogno d’amore o forse è solo una donna terribilmente indipendente che sfida il mondo colpendo le convenzioni sociali e scegliendo di vivere la propria vita in modo totalmente anticonformista.
Nina vive un rapporto d’amore con Cristiana, frequenta club e amicizie di ogni genere ed è quindi una donna assolutamente emancipata.
La donna ama il proprio lavoro o quanto meno lo accetta forse perchè la sua è stata una scelta non imposta; la seguiamo mentre si esibisce in spettacoli live in cui nulla è lasciato all’immaginazione, inclusa una fellatio ripresa in primo piano.
Ma il mondo di cristallo di Nina è destinato a mutare radicalmente il giorno in cui dopo un esame clinico scopre di avere un cancro; la malattia ovviamente influisce in maniera determinante sul carattere della donna che scopre la propria fragilità e che con il passare dei giorni e dopo i trattamenti chemioterapici vede il proprio corpo mutare.
Ora Nina non può lavorare come prima e poco alla volta lo spettro della malattia e l’icognita di un male che ti può portare alla tomba segnano inevitabilmente il suo passaggio ad una fase di dolorosa e sofferta presa di coscienza di se stessa.
La donna si mette in discussione ma accade anche un avvenimento che muterà ancora una volta il corso degli eventi.
Durante una seduta di chemioterapia, Nina conosce l’insegnante Fabio, anch’esso malato ma in maniera molto più grave.
Tra i due sembra nascere qualcosa di più profondo, ma la donna sa che il suo lavoro è un ostacolo quasi invalicabile per un rapporto di coppia.
Così invita Fabio a seguirla sul lavoro e l’uomo scopre i suoi reali sentimenti: a lui non interessa in fondo quello che la donna fa, la ama e tanto sembra bastargli.
Ma la malattia lo porta alla morte, mentre per Nina ci sarà il raggio di luce dell’uscita dal tunnel del cancro.
Davide Ferrario gira Guardami nel 1999, portandolo alla 56ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove il film suscita polemiche più per la rappresentazione già citata di alcune scene di sesso dal vivo che per la tematica del film, che a giudizio unanime è assolutamente ben affrontata e diretta.
Il regista di Casalmaggiore affronta il film con occhio freddo e indagatore, evitando il facile pietismo in agguato quando la storia scende sul personale con la descrizione della malattia di Nina; l’inevitabile crisi personale di Nina è affrontata senza sentimentalismi e Nina stessa viene ripresa nel tentativo di superare gli ostacoli che il cancro inevitabilmente le pone davanti con l’atteggiamento che la donna assume, ossia con la consapevolezza che ha da affrontare una battaglia da vincere.
Ispirato in qualche modo alla figura di Moana Pozzi, la pornostar più famosa del cinema hard italiano, Guardami riflette le doti della sfortunata attrice ligure morta ufficialmente per un cancro al fegato a soli 33 anni.
Moana Pozzi, donna intelligentissima e colta, di buona famiglia, scelse liberamente la sua professione come più volte raccontato ai cronisti cHe le chiedevano il perchè di scelte di vita così radicali.
Il personaggio di Nina per certi versi riflette proprio quelle che erano le caratteristiche peculiari di Moana Pozzi; la differenza è solo fisica e non potrebbe essere più netta.
Elisabetta Cavallotti, la Nina di Guardami è fisicamente distante anni luce dalla Pozzi; è bruna mentre Moana era bionda, fisicamente minuta mentre Moana aveva un fisico da pin up.
L’esibizione in uno spettacolo hard dal vivo
L’interpretazione della Cavallotti è intensa e assolutamente professionale; messa di fronte a scene che avrebbero turbato molte sue colleghe, la Cavallotti si cala nella parte senza remore psicologiche caratterizzando il suo personaggio al meglio.
Interpreta con coraggio le scene più difficli, che avrei voluto riproporre per coloro che non hanno visto il film ma che per ragioni di opportunità preferisco non mostrare.
C’è ancora un fortissimo disagio per le scene di sesso, pur in tempi in cui lo stesso è mostrato in tutte le salse su una pletora di siti internet; in fondo non è cambiato molto dai tempi di Ultimo tango a Parigi nonostante siano passati 40 anni.
Il film di Ferrario è coraggioso e ben fatto, rappresentando un tentativo assolutamente non velleitario di guardare il mondo del porno dall’interno.
Per certi versi anche se molto alla lontana ricorda Hardcore, il film di Paul Schrader edito nel 1978 che racconta una storia ambientata proprio nel mondo dell’hard.
Film assolutamente diversissimi tra loro che però hanno il pregio di essere scomodi nella loro visione dell’universo hard.
In ultimo, segnalazione per Flavio Insinna che interpreta Fabio: se la cava bene, con misura.
In quanto alla Cavallotti, secondo me ha pagato un tributo altissimo alle scene hard del film; pur essendo attrice di spessore, ha avuto un proseguimento di carriera con il freno a mano tirato.
Guardami
Un film di Davide Ferrario. Con Elisabetta Cavallotti, Flavio Insinna, Stefania Orsola Garello, Yorgo Voyagis, Angelica Ippolito,Luigi Diberti, Claudio Spadaro, Augusto Zucchi, Giorgio Gobbi, Luis Molteni, Gianluca Gobbi, Marco Minetti, Pierpaolo Lovino, Vladimir Luxuria, Alex Mantegna, Alessandro Riceci, Antonello Grimaldi Drammatico, durata 95 min. – Italia 1999
Elisabetta Cavallotti: Nina
Stefania Orsola Garello: Cristiana
Flavio Insinna: Flavio
Gianluca Gobbi: Dario
Claudio Spadaro: Baroni
Angelica Ippolito: madre Nina
Luigi Diberti: Castellani
Yorgo Voyagis: padre Nina
Antonello Grimaldi: Joe
Luca Damiano: se stesso
Vladimir Luxuria: presentatrice
Luis Molteni: Max
Regia Davide Ferrario
Soggetto Davide Ferrario
Sceneggiatura Davide Ferrario
Fotografia Giovanni Cavallini
Montaggio Claudio Cormio
Musiche Giorgio Canali
Scenografia Alessandro Marrazzo
Mandingo
Alabama, 1840
Warren Maxwell, ricco proprietario terriero razzista e schiavista, obbliga sua figlio Hammond a sposare la bella Blanche per interesse.
Ma tra i due non c’è amore, così Hammond si consola con la bella schiava di colore Ellen.
Nella tenuta di Maxwell l’attrazione principale è Ganymede, detto Mede un nero robustissimo di razza Mandingo.
L’uomo è costretto a lottare con altri neri per divertimento dei suoi proprietari e dei suoi ospiti.
L’uomo finisce però per catturare l’attenzione della trascurata Blanche, che il marito non ha mai toccato avendo scoperto che non era vergine al momento del matrimonio.
Una schiava della piantagione
Blanche in pratica si prende Mede come amante, ma alla fine la relazione tra lei e lui verrà scoperta quando la donna darà alla luce un figlio di colore, con tragiche conseguenze per tutti.
In estrema sintesi è questo il plot di Mandingo, diretto nel 1975 da Richard Fleischer, che sfruttò il romanzo omonimo di Kyle Onstott scritto sul finire degli anni 50.
Un film di grandissimo successo, come del resto il romanzo; il tema della schiavitù della gente di colore in America era molto sentito, sopratutto negli anni settanta che furono gli anni della presa di coscienza da parte degli americani dei vistosi errori commessi in passato e che avevano provocato funeste conseguenze.
James Mason è lo schiavista Maxwell
Dallo sterminio dei nativi americani, i pellerossa, passando per l’arruolamento forzato della gente di colore, strappata alla patria nativa per lavorare nelle piantagioni del sud America, l’americano medio si interrogava sul suo passato ma anche sul suo presente.
Erano gli anni della sporca guerra, quella del Vietnam che finalmente stava per arrivare alla conclusione con l’inglorioso ammaina bandiera a Saigon e la conseguente fuga degli ultimi occupanti del Vietnam stesso.
Fleischer, autore di cassetta che in passato aveva diretto ottimi film come il bellico Tora! Tora! Tora! (1970) e 2022: i sopravvissuti (Soylent Green) (1973), utilizza una sceneggiatura che riduce il romanzo di Onstott fornitagli da Jack Kirkland e Norman Wexler.
Proprio Kirkland aveva utilizzato il romanzo ottenendo una piece teatrale di successo, così quando il grande produttore Dino De Laurentis decise di finanziare il film si andò quasi sul sicuro sulla risposta dei botteghini.
La relazione proibita tra Blanche e Mede
Il gran successo del film dipese da diversi fattori, non ultimo il riuscito amalgama tra le varie componenti del romanzo originario, fatto di episodi brutali di sangue e violenza mescolato con furbizia al tema della sessualità inter razziale che era molto sentito dagli americani.
Il film è abbastanza fedele all’originale, ma non suscitò, nonostante il successo ricevuto, il clamore che aveva suscitato il best sellers di Kyle Onstott.
Diversi i tempi e diverse le situazioni; il romanzo era uscito nel 1957, in un’epoca in cui i diritti sociali e civili della gente di colore erano pura utopia.
Susan George è Blanche
A scriverlo era stato l’ottantenne Onstott, che aveva promesso di raccontare la schiavitù partendo esattamente dal primo timido tentativo di mettere in scena una saga sul fenomeno, quel Via col vento diventato nel corso degli anni un’autentica leggenda.
Onstott scrisse tre libri incentrati sulla vita e la storia della gente di colore, sui padroni “bianchi” e sugli schiavi “neri”; il primo, Mandingo ebbe come seguito Drum tradotto cinematograficamente (anche se senza lo stesso successo del predecessore) in Drum, l’ultimo Mandingo mentre ‘ultimo capitolo della saga, Il padrone di Falconhurst, non ha avuto mai una riduzione cinematografica.
Il film ha un andamento abbastanza lento ma che non annoia; quella che è a tutti gli effetti la saga della famiglia Maxwell coinvolge anche per la descrizione del mondo moralmente corrotto dei latinfondisti dell’America del sud, uniti ad una descrizione molto forte delle condizioni di vita della schiavitu di colore.
Preparata per il padrone
Il rapporto tra Hammond e Ellen
Decisamente disturbanti le sequenze del mercato degli schiavi e delle lotte tra Mede e i suoi avversari, messi l’uno contro l’altro ad esclusivo privilegio del divertimento dei bianchi; ugualmente disturbante la scena in cui Maxwell usa un piccolo di colore come poggiapiede o le scene nelle miserevoli case degli schiavi.
Il cast del film è di prim’ordine, con James Mason arrogante e indisponente (come personaggio ovviamente) nei panni del latifondista Warren Maxwell, un uomo spregevole fin nel midollo, con Perry King in evidenza nel ruolo del giovane Hammond, forse l’unico con un minimo di sentimenti contrastanti verso i neri dominato però dalla fortissima personalità del padre.
Molto brava al solito Susan George che interpreta Blanche, una donna sola che alla fine trova sfogo nei rapporti carnali con lo schiavo Mede con il quale avrà un figlio destinato ad una fine miserevole e bene anche l’esordiente Ken Norton, il pugile che ruppe la mascella al grande Cassius Clay.
Con Radici, Mandingo ha portato al centro dell’attenzione il problema storico della schiavitù di colore negli Stati Uniti; pur essendo un film troppo incline al sensazionalismo e con scene di sesso spesso gratuite, Mandingo è un buon prodotto capace di far riflettere e di appassionare nonostante il tema spinoso.
Vale sicuramente una visione attenta; il film è stato rieditato in digitale riacquistando i colori e la brillantezza naturale..
Mandingo
Un film di Richard Fleischer. Con James Mason, Susan George, Perry King, Ken Norton, Richard Ward, Lilian Hayman Drammatico, durata 127 min. – USA 1975
James Mason: Warren Maxwell
Susan George: Blanche Maxwell
Perry King: Hammond Maxwell
Paul Benedict: Brownlee
Richard Ward: Agamennone
Brenda Sykes: Ellen
Ken Norton: Ganymede, detto Mede
Lillian Hayman: Lucrezia Borgia
Roy Poole: Doc Redfield
Ji-Tu Cumbuka: Cicero
Ben Masters: Charles
Ray Spruell: Wallace
Louis Turenne: De Veve
Duane Allen: Topaz
Earl Maynard: Babouin
Beatrice Winde: Lucy
Debbi Morgan: Dite
Sylvester Stallone: un giovanotto
Regia Richard Fleischer
Soggetto Kyle Onstott
Sceneggiatura Jack Kirkland, Norman Wexler
Produttore Dino De Laurentiis
Montaggio Frank Bracht
Musiche Maurice Jarre
Costumi Ann Roth
Flano del film
The reader- A voce alta
C’è un nervo scoperto, c’è un passato che molti vorrebbero venisse definitivamente sepolto, c’è una storia che non lo permette perchè in quella storia milioni di esseri umani hanno perso tragicamente la vita, spesso in modo tanto orribile da rendere assolutamente necessario il perpetuarsi di ricordi pur dolorosi per tutti.
C’è in tutto l’ombra del male, quello assoluto e c’è anche la sua estrema razionalizzazione ovvero l’ergersi su tutto della sua banalità, per quanto orrenda possa sembrare una frase che parla di un orrore senza fine ridotto alla stregua di una radice parallela al male con la M maiuscola.
La banalizzazione del male è uno dei temi di The reader, a voce alta, che racconta anche una storia che molti vorrebbero sepolta, ovvero l’orrore che molti sapevano esistere e che facevano finta di non vedere.
Il nazismo è stato il male, quello senza logica e senza pudore esercitato su milioni di innocenti, per cui parlare di banalizzazione potrebbe sembrare uno schiaffo proprio a quei milioni di morti che hanno pagato un prezzo inumano alla follia di un gruppo di criminali.
Ma c’è stata anche parallelamente la responsabilità intera di un popolo che vide arrivare la follia e se ne innamorò a tal punto da dimenticare la propria cultura, la propria umanità in una sbornia collettiva che pagò a duro prezzo con milioni di morti e distruzioni ma che lasciò anche strascichi pesantissimi sulle proprie responsabilità.
Perchè in molti, in troppi nella Germania nazista sapevano delle leggi razziali e della loro tragica applicazione; Mathausen e Dachau, Auschwitz e Birkenau sono nomi che in Germania conoscevano, ma che preferivano ignorare.
Perchè? Forse perchè il lustro e la potenza che il Fuhrer aveva promesso ( e in qualche modo dato) alla Germania portarono la nazione tedesca a prendersi una rivincita sul passato, su quella prima guerra mondiale che aveva lasciato strascichi pesantissimi, forse perchè oscuramente le leve sulle quali faceva forza il regime nazista avevano troppi sostenitori.
E’ un discorso storico affrontato ormai in ogni sua angolazione e quindi è inutile riesumare in questo spazio una storia che purtroppo tutti conosciamo.
Due fotogrammi con la splendida protagonista del film Kate Winslett
The reader è uno dei tantissimi film dedicati all’argomento, ma per una volta con un’angolazione assolutamente particolare.
Nel film c’è la banalizzazione del male, vista attraverso la storia di un’oscura kapò, Hanna Schmitz, una donna ignorante e analfabeta che finirà per assurgere a emblema di quel male fatto dalla maggioranza silenziosa, quella stessa maggioranza che diceva di non sapere o che sapeva ed eseguiva gli ordini, solo perchè “gli ordini non si discutono, si eseguono”, la frase che in migliaia pronunciarono davanti ai tribunali chiamati a condannare i misfatti del nazismo.
Un film che racconta proprio questo, il male esercitato da gente che accettò il nazismo forse senza nemmeno condividerne in assoluto le motivazioni aberranti attraverso una storia che ci mostra come il male stesso possa annidarsi in una donna qualsiasi,una donna che a fine guerra rimuove tutto l’accaduto come se nulla fosse e che finirebbe i suoi giorni in maniera anonima non fosse per quel senso di giustizia che anche se con enorme ritardo travolse la Germania ponendola di fronte agli errori e agli orrori commessi.
The reader narra le due storie parallele di Hanna Schmitz e di Michael Berg, due vite qualsiasi che finiscono per incrociare i propri destini casualmente.
Lei è una donna trentacinquenne solitaria e silenziosa che lavora su un tram mentre lui è un ragazzo quindicenne, uno studente di buona famiglia; i due si incontrano per pura fatalità quando Michael viene soccorso da Hanna mentre torna da scuola con un attacco di scarlattina.
Quando lui si reca a cercare la donna per ringraziarla, la scopre mentre sta vestendosi ma scappa via.
Tornerà da Hanna, e da quel momento inizierà per lui la conoscenza della strada affascinante e misteriosa della sessualità.
Il giovane Michael Berg interpretato da David Kross
Hanna infatti in qualche modo lo seduce chiedendo in cambio al giovane di leggergli delle poesie o dei brani di romanzi; per un po la loro relazione prosegue in questo modo, tra gite in bicicletta e incontri amorosi.
Poi un giorno Hanna scompare; Michael non sa perchè e la cerca, inutilmente.
Siamo nel 1958 e dovranno passare 8 anni prima che il giovane riveda la sua ex amante.
La rivede nell’ultimo posto in cui avrebbe voluto incontrarla ovvero seduta tra le imputate in un processo contro delle sorveglianti naziste, accusate di aver lasciato morire 300 detenute in una chiesa bombardata e incendiatasi a causa del bombardamento stesso.
Hanna viene in pratica accusata dalle sue ex colleghe di essere l’unica responsabile della vicenda; Michael apprende dal racconto delle testimoni che la donna aveva l’abitudine di farsi leggere storie e poesie, com’era accaduto a lui durante la breve stagione del loro rapporto.
Michael da adulto interpretato splendidamente da Ralph Fiennes
Ad accusare la donna in maniera determinante è anche un documento in cui Hanna ammette davanti ai suoi superiori le sue responsabilità; il documento è firmato da lei ma Michael sa bene che ciò è impossibile essendo Hanna analfabeta.
Il giovane capisce che Hanna non vuole confessare il proprio analfabetismo e che perciò finirà per essere condannata come unica responsabile, cosa che puntualmente accade.
Passano gli anni e Hanna vive in carcere da detenuta modello mentre Michael si è sposato, ha divorziato ed ha una figlia.
L’uomo decide di riallacciare i rapporti con la donna e le invia registrazioni in cui legge interi libri allegando anche copie dei libri stessi.
Hanna, con molta forza di volontà impara a scrivere e a leggere e così passa il suo tempo fino al giorno in cui ha scontato la sua pena.
Michael, avvisato dalla direzione del carcere si reca a trovare la donna ma alla domanda sul suo passato, sul rimorso per essere stata una nazista e una kapò e di aver contribuito a far morire tante esseri umani riceve una gelida risposta : ” I morti sono morti. Quello che ho imparato? A leggere“.
Così Michael va via e il giorno prima di essere liberata Hanna si uccide nella sua cella.
Lena Olin interpreta la bambina, ormai adulta, scampata all’eccidio nella chiesa
Anni dopo l’uomo racconterà a sua figlia la sua breve e intensa storia d’amore con Hanna, che non aveva raccontato a nessuno eccezion fatta per una donna che era riuscita a fuggire dalla chiesa mentre era ancora una bambina e alla quale aveva portato tutti i risparmi di Hanna che in qualche modo aveva tentato di riparare in minima parte al male commesso.
Alla luce di quanto descritto, The reader può essere visto in diverse ottiche; come una storia d’amore impossibile, come una storia di riscatto e penitenza da parte di una delle tantissime persone che contribuirono alla follia nazista, come il percorso di redenzione e presa di coscienza del male fatto, come il racconto di una persona che non fosse stata ignorante avrebbe avuto un altro destino e in svariati altri modi.
Un film girato con abilità da Stephen Daldry che adatta per lo schermo il romanzo di Bernhard Schlink del 1995 A voce alta – The Reader (Der Vorleser) su sceneggiatura di David Hare; il regista di Billy Eliot e The hours crea un film tecicamente perfetto e senza sbavature, affrontando il tema spinoso del romanzo senza emettere giudizi personali ma lasciando parlare i fatti.
Tuttavia è evidente nel regista il tentativo di giustificare anche se in maniera minima l’operato di Hanna, suggerendo l’idea che l’ignoranza sia stata la causa principale delle azioni di Hanna e che l’amore che la donna in qualche modo prova per Michael (che ricambia) sia superiore o quanto meno possa fungere da contrappeso alle azioni commesse.
Il che ha fatto infuriare un bel mucchio di persone; critici, storici e intellettuali hanno creduto di ravvisare nel film un eccessivo buonismo e un revisionismo storico che francamente non mi sono sembrati nell’ottica del regista.
Daldry racconta i fatti. Forse è indulgente con il personaggio di Hanna per i motivi che ho descritto ma è anche vero che se il personaggio stesso è colpevole di essere stata una nazista non è però responsabile per aver provocato la morte dei prigionieri , accusa infamante lanciatale durante il processo e della quale è innocente.
Questo non sposta ovviamente il discorso sul non aver fatto nulla per aiutare le persone prigioniere, ma allora alla sbarra ci sarebbe dovuto essere l’intero popolo tedesco.
Inutile proseguire con discorsi che si farebbero lunghissimi per cui parliamo del cast.
Gigantesca, bravissima, sensuale, bella: sono aggettivi per omaggiare Kate Winslett autrice di una prova maiuscola premiata nel 2009 con l’Oscar come miglior attrice protagonista.
La Winslett riesce a trasmettere il senso fortissimo di ambiguità del suo personaggio rendendolo però allo stesso tempo umano e degno di comprensione.
Benissimi i due attori che interpretano rispettivamente Michael da giovane e in età adulta e cioè David Kross e Ralph Fiennes entrambi autori di prove maiuscole e segnalazione per il nostro ottimo Bruno Ganz.
4 nomination e l’Oscar per la Winslet sono stati il giusto tributo ad un film scorrevole, intelligente e ben fatto; un film che riesce a far riflettere e che appassiona.
The Reader – A voce alta
Un film di Stephen Daldry. Con Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross, Lena Olin, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Alissa Wilms, Florian Bartholomäi, Friederike Becht, Frieder Venus, Marie-Anne Fliegel, Rainer Sellien, Karoline Herfurth, Linda Bassett, Hannah Herzsprung, Jeanette Hain, Susanne Lothar, Kirsten Block, Volker Bruch, Matthias Habich Titolo originale The Reader. Drammatico, durata 124 min. – USA, Germania 2008.
Michael in visita ai luoghi dell’olocausto
Ralph Fiennes: Michael Berg
Kate Winslet: Hanna Schmitz
David Kross: Michael Berg da giovane
Alexandra Maria Lara: Ilana Mather da giovane
Lena Olin: Rose Mather / Ilana Mather
Bruno Ganz: Professor Rohl
Karoline Herfurth: Martha
Sylvester Groth: consigliere
Regia Stephen Daldry
Soggetto Bernhard Schlink
Sceneggiatura David Hare
Produttore Anthony Minghella, Sydney Pollack, Donna Gigliotti, Redmond Morris
Produttore esecutivo Bob Weinstein, Harvey Weinstein
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Roger Deakins, Chris Menges
Montaggio Claire Simpson
Musiche Nico Muhly
Scenografia Brigitte Broch
Angelo Maggi: Michael Berg
Chiara Colizzi: Hannah Schmitz
Emiliano Coltorti: Michael Berg da giovane
Melina Martello: Rose Mather / Ilana Mather
Franco Zucca: Professor Rohl
Il romanzo da cui è tratto il film
Milano odia: la polizia non può sparare
Il personaggio di Giulio Sacchi, creato da Umberto Lenzi per il suo Milano odia: la polizia non può sparare è uno dei più famosi del cinema poliziottesco e più in generale di quella branca particolare del genere stesso che veniva definita noir per i moltissimi punti di collegamento con il genere creato dai francesi.
E’ il personaggio centrale del film opposto al suo alter ego Walter Grandi, uomo rigorosamente di legge che pur alla fine verrà meno ai suoi principi scegliendo di farsi vendetta da se; perchè Giulio è un delinquente irrecuperabile, un sadico e un pervertito, privo di qualsiasi scrupolo morale, come vedremo nella descrizione del plot del film.
Con Milano odia: la polizia non può sparare Lenzi passa definitivamente dal cinema giallo, ormai sfruttato secondo lui fino all’osso e al quale aveva dato un contributo fondamentale attraverso film come Così dolce… così perversa (1969), Orgasmo (1969), Paranoia (1969) e Sette orchidee macchiate di rosso (1972) contribuendo in maniera determinante al successo del genere, passa dicevo al genere poliziottesco che riscuoteva un deciso successo nelle sale grazie anche alla sinistra corrispondenza tra le storie narrate sullo schermo e quanto accadeva nella vita di tutti i giorni.
Lenzi era reduce dal buon successo di Milano rovente, che aveva seguito nelle sale il travolgente successo di Milano calibro 9 di De Leo, forse il miglior poliziottesco girato in Italia; il risultato gli darà ancora una volta ragione, dimostrando che il fiuto cinematografico del regista era senza pari.
Anita Strindberg e Thomas Milian
Lenzi utilizza una sceneggiatura creata da Ernesto Gastaldi per fare un film violentissimo, cupo e a tratti nichilista sopratutto nella parte finale; siamo nel cuore degli anni di piombo e il regista toscano si mostra attento osservatore della realtà quotidiana, riuscendo a cogliere i fermenti e le paure della società e a trasportarle cinematograficamente con un linguaggio che parla allo stesso modo della società stessa.
Milano odia: la polizia non può sparare parte in maniera violenta, quasi a voler far capire da subito che quello che vuol mostrare altro non è che il riflesso della vita di tutti i giorni, fatta di soprusi e violenze, sia politiche che di criminalità comune.
Henry Silva
Il tempo di leggere il titolo e assistiamo ad una rapina in cui Giulio Sacchi si macchia le mani di sangue senza un valido motivo, uccidendo cioè un vigile urbano solo perchè voleva multarlo; eppure Sacchi potrebbe vivere bene, visto che ha anche una splendida fidanzata di nome Jole che lo ama.
Lui però sogna di diventare famoso, importante e come tutti i mediocri, non potendo usare i sistemi legali, utilizza il crimine per prendersi una rivincita sulla vita; così il passo successivo è l’organizzazione e il rapimento di Marilù , figlia del commendatore Porrino che è poi il datore di lavoro della bella Jole.
Ma da delinquente istintivo e poco intelligente, commette degli errori madornali, tipo quello di usare per il rapimento la macchina della sua donna e quello di servirsi di due teppistelli come Vittorio e Carmine per eseguire il rapimento.
Gino Santercole
I tre pedinano e intercettano Marilu e il fidanzato mentre si sono appartati ma di fronte alla reazione del ragazzo perdono la testa e lo uccidono; la ragazza riesce a fuggire e a trovare riparo presso l’abitazione di una ricca famiglia, che però non afferra immediatamente la situazione.
Così i tre, che hanno seguito le tracce della ragazza, irrompono nella villa nella quale c’è Marilu e sottopongono a sevizie inenarrabili gli occupanti della casa.
Le sevizie inflitte da Giulio alla sventurata famiglia
Alla fine Giulio, ebbro di violenza, alcool e droga stermina la famiglia inclusa una bambina che era all’interno della casa.
Sulle tracce della banda e dello spietato Sacchi si mette il commissario Grandi, che è anche l’unico ad aver identificato Giulio; dopo aver visto i delitti compiuti dall’uomo, si rende conto di aver a che fare con un uomo malato, psicopatico e privo di remore morali.
Ma se Sacchi è indubbiamente uno psicopatico, è anche un uomo astuto e per prima cosa, dopo aver chiesto il riscatto al padre di Marilu si premura di costruirsi un alibi.
Intanto, ormai completamente impazzito, elimina la sua fidanzata Jole subito dopo averle confessato gli omicidi; la donna muore precipitando con la sua Mini da una scogliera.
Poi, in una sequenza con un crescendo infernale, dopo varie vicissitudini uccide i suoi complici e anche l’ostaggio.
La farebbe franca, ma….
Un film caratterizzato da una carica di violenza fortissima, dunque; un crescendo rossiniano nel quale non vengono risparmiate sequenze crude, come quella in cui le due sventurate padroni di casa dove si è rifugiata Marilù vengono torturate ed appese ad un lampadario.
Non c’è tregua, nel film, che è costruito tutto attorno a Giulio Sacchi, un uomo completamente folle nella sua totale paranoia, psicopatico e assassino, bugiardo e ladro, caratterizzato quindi da tutti i peggior difetti riscontrabili in un criminale.
Attorno a lui, personaggi deboli e ammaliati dalla sua personalità psicopatica, come i due delinquenti di mezza tacca Vittorio e Carmine, la fidanzata Jole.
La confessione a Jole
Il merito principale del film di Lenzi è quello di esasperare volutamente i caratteri negativi dei personaggi; qui i cattivi sono davvero tali, Giulio Sacchi è il prodotto di una società violenta che alla fine riuscirebbe anche a farla franca non fosse per l’ostinazione del commissario Grandi, deciso a vendicare le vittime anche a costo di porsi aldilà della legge.
Che è poi quello che farà.
Caratterizzato da un cast di comprimari di assoluto livello, con le debite eccezioni dei due protagonisti principali,Milano odia: la polizia non può sparare presenta un Thomas Milian in stato di grazia.
Perfido, istrionico, crudele e sociopatico, il personaggio di Giulio è interpretato dall’attore cubano con una capacità espressiva che lascia stupefatti; che Milian fosse uno dei migliori attori in circolazione lo si sapeva già e questo film sarà per lui un trampolino di lancio per i personaggi futuri legati sempre al mondo del poliziottesco.
Ray Lovelock
La sorpresa è anche costituita da Henry Silva; l’attore statunitense, lasciati i ruoli di “cattivo” o di gangster si ricicla nei panni del commissario Walter Grandi in maniera misurata e oserei dire dolente. Il suo personaggio sembra acquisire spessore proprio grazie all’aria malinconica che lo distingue.
Tutte ineccepibili le protagoniste femminili, dalla splendida Anita Strindberg che interpreta la sortunata fidanzata di Giulio, Jole a Laura Belli, che veste i panni di Marilù Porrino, la ragazza scelta per il rapimento per finire con Rosita Toros, una delle attrici di contorno più affascinanti del cinema italiano, sfruttata però pochissimo per ruoli di primo piano.
Laura Belli
Sua è l’interpretazione della sventurata Marta, la ragazza seviziata e appesa dal folle Giulio ad un lampadario.
Da segnalare anche le interpretazioni di Ray Lovelock e Gino Santercole nei ruoli rispettivamente di Carmine e Vittorio ovvero i due sciagurati compagni di Giulio.
Le musiche appropriate sono di Ennio Morricone, per un film che con La mala ordina e Milano calibro 9 è da considerarsi come uno dei prodotti migliori del noir italiano del passato.
Milano odia: la polizia non può sparare
Un film di Umberto Lenzi. Con Henry Silva, Tomas Milian, Mario Piave, Laura Belli, Nello Pazzafini, Guido Alberti, Pippo Starnazza, Lorenzo Piani, Ray Lovelock, Luciano Catenacci, Elsa Boni, Gino Santercole, Rosita Torosh, Anita Strindberg, Poliziesco, durata 100 min. – Italia 1974.
La prima vittima della spirale di sangue
Il corpo dello sventurato fidanzato di Marilu
Le sevizie continuano
Il tragico epilogo dell’irruzione in casa della famiglia che ha accolto Marilu
Un’altra morte inutile
Un intenso primo piano di Thomas Milian
Tomas Milian: Giulio Sacchi
Anita Strindberg: Jole Tucci
Laura Belli: Marilù Porrino
Guido Alberti: commendator Porrino
Lorenzo Piani: Gianni
Henry Silva: commissario Walter Grandi
Mario Piave: agente di polizia
Gino Santercole: Vittorio
Ray Lovelock: Carmine
Luciano Catenacci Ugo Maione
Francesco D’Adda: Romano
Rosita Toros: Marta
Annie Carol Edel: sua amica
Pippo Starnazza: papà
Nello Pazzafini: cliente del bar
Regia Umberto Lenzi
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Daniele Alabisio
Effetti speciali Giuseppe Carozza
Musiche Ennio Morricone
Tema musicale Rapimento
Costumi Luciano Sagoni
Trucco Fausto De Lisio
Boys don’t cry

Una storia vera e terribile, una storia americana di ignoranza e omofobia, di razzismo sessuale e di violenza.
E’ la storia di Brandon Teena, all’anagrafe Teena Brandon; una differenza non di poco conto perchè quel Teena posto davanti indica nettamente il genere femminile della persona in questione.
Quel cognome che è anche un nome, Brandon, come si fa chiamare Teena, indica chiaramente la volontà della ragazza; lei è nata tale biologicamente ma non sessualmente perchè sente di essere un uomo, con i sentimenti e le pulsioni sessuali tutte rivolte all’universo femminile.
Da questa storia di identità sessuale confusa, come la chiama uno psicologo nel film, nasce quest’opera spiazzante e drammatica diretta da Kimberly Peirce nel 1999.

Brandon in fuga
Il film parte raccontando la vita, quasi in maniera on the road, di Brandon, mostrandocelo nei suoi difficili rapporti sia con il mondo maschile sia con quello femminile.
Ma è proprio il mondo maschile, al quale il ragazzo ( tale è, a tutti gli effetti, salvo nei genitali) sente di appartenere che sembra allontanarlo da se.
Brandon infatti si comporta come un uomo, sfidando i maschi anche in improbabili scazzottate, dalle quali esce ovviamente sconfitto.
Ma Brandon ha anche una carica innata di simpatia, oltre che essere affascinante; questo gli permette di stringere amicizie femminili come quella con Candace Lambert, con ragazzi come i suoi futuri killer John Lotter e Tom Nissen e sopratutto quella con tanto di contorno sentimentale con Lana Tisdale, una ragazza dai molti problemi e dal carattere chiuso e introverso.

Brandon si camuffa da uomo
La messinscena di Brandon però non dura a lungo; fermata per guida pericolosa, Brandon viene portato in carcere e qui indagando la polizia scopre il suo passato fatto di piccoli furti ma sopratutto il segreto sul suo sesso.
Quando la notizia del suo arresto finisce sui giornali locali, Brandon si trova a dover parlare della sua difficile condizione proprio con l’esterefatta Lana, mentre a prenderla decisamente male sono John Lotter e Tom Nissen; i due giovani, dopo averlo caricato nella loro auto lo portano in un luogo isolato e lo violentano ripetutamente.
Con coraggio, Brandon decide di denunciare l’accaduto, scontrandosi con la mentalità retrogada dello sceriffo e mettendosi contro inevitabilmente John e Tom.
Brandon trova rifugio dall’amica Candace e qui viene raggiunta da Lana, che nonostante tutto ha capito di amarlo, aldilà della sua sessualità.

Momenti di tenerezza tra innamorati
Così i due progettano una vita insieme, lontano dalla mentalità provinciale del piccolo centro in cui vivono; ma John e Tom li raggiungono e sparano prima a Candace e poi a Brandon.
A Lana non resta altro da fare che vegliare il corpo esanime della persona che amava.
I titoli di coda ci informano su quello che accade dopo, ovvero il processo ai due assassini, che sono ancora in attesa dell’applicazione della sentenza di morte e dell’adozione da parte di Lana della piccola di Candace, rimasta orfana.
Boys don’t cry è un film scomodo, diretto da Kimberly Peirce nel 1999.
La regista e sceneggiatrice statunitense, alla sua prima opera cinematografica realizza un film inquietante e crudele come del resto lo è stata la storia vera dello sventurato Brandon. Un film che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, sopratutto quello che ha visto il film nella sua visione quasi apocalittica di una società provinciale americana basata su un’ipocrisia e un concetto di perbenismo aberrante.

Il primo bacio d’amore
Il coraggio della Peirce consiste sopratutto nella scelta di mostrare l’accaduto senza mitigare in alcun modo la portata drammatica degli avvenimenti, senza scegliere la facile via del pietismo e donando sopratutto un taglio giornalistico al film.
Ma attenzione, il film non è solo un coraggioso tentativo di mostrare la cronaca di un fatto odioso oltre che tragico; è la cronaca di una vita distrutta dall’ignoranza, dalle fobie e dai pregiudizi, proprio nel grande paese della democrazia applicata, quell’America patria dei diritti civili.
La piccola e farisea Falls City, nella contea di Richardson è la cittadina prototipo delle diseguaglianze americane, che siano dovute al colore della pelle o semplicemente alla sessualità della persona.
La Peirce altro non fa che illustrarci il percorso brevissimo di vita di una teenager nata nel corpo sbagliato o forse pù esattamente con il sesso sbagliato.


Ma è davvero una relazione impossibile?
Il prezzo che pagherà Brandon sarà altissimo, purtroppo.
Nella realtà le cose non andarono poi così differentemente da come mostrato nel film; la regista omette il primo tragico episodio della vita di Brandon, avvenuto quando non vestiva ancora abiti maschili.
Brandon infatti venne violentato da un parente ed ebbe anche un’adolescenza difficile, in seguito alle difficoltà di rapporti con sua madre che si rifiutò sempre di vederlo come un uomo, bensì come una figlia, il sesso con cui era nato.
Nel finale viene omessa anche la conclusione della vicenda processuale dei due stupratori e assassini; Tom Nissen, in cambio di un forte sconto di pena testimoniò contro John Lotter.

Il corpo di Brandon dopo le sevizie mentre viene visitata

Umiliato davanti a Lana
Nissen così scampò alla pena di morte e si vide commutata la stessa in ergastolo mentre Tom è ancora in attesa della revisione del processo, senza la quale finirebbe nella camera a gas, a quasi vent’anni dagli omicidi commessi.
In Boys don’t cry vanno segnalate le due magnifiche recitazioni femminili delle due protagoniste ovvero Hilary Swank nella parte di Brandon e di Chloe Sevigny in quella di Lana.
Entrambe le attrici svolgono superlativamente i compiti attribuiti: la Swank è asciutta, misurata e dolente nella difficile parte del transgender Brandon,


“Guardalo è questo l’uomo di cui ti sei innamorata?”
tanto da meritarsi il primo dei suoi due premi Oscar, quello attribuitole come miglior attrice protagonista nella notte degli Oscar del 2000 mentre la Sevigny si rivela attrice di rango anche se in tenerissima età (15 anni), confermando la sua personale vocazione ribadita in seguito per le produzioni non hollywoodiane e quindi indipendenti.
Belle le musiche e la fotografia, asciutta e rigorosa la regia di Kimberly Peirce che imprevedibilmente dopo l’ottimo successo di pubblico e critica di Boys don’t cry ha diretto solo Stop-Loss nel 2008.
Un film davvero molto interessante, per riflettere e per gustarsi due ore di gran cinema.

Boys Don’t Cry
Un film di Kimberly Peirce. Con Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III, Alicia Goranson, Alison Folland, Jeannetta Arnette, Rob Campbell, Matt McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Josh Ridgway, Craig Erickson, Stephanie Sechrist, Jerry Haynes
Drammatico, durata 118 min. – USA 1999.



Morte di Brandon

Hilary Swank è Brandon Teena

La bravissima Chloe Sevigny è Lana



Hilary Swank … Brandon Teena
Chloë Sevigny … Lana Tisdel
Peter Sarsgaard … John Lotter
Brendan Sexton III … Tom Nissen
Alicia Goranson … Candace
Alison Folland … Kate
Jeannetta Arnette … Mamma di Lana
Rob Campbell … Brian
Matt McGrath … Lonny
Cheyenne Rushing … Nicole
Robert Prentiss … Camionista
Josh Ridgway … Cassiere del Kwik
Craig Erickson … Camionista
Stephanie Sechrist … April
Jerry Haynes … Giudice

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson
Editing: Tracy Granger, Lee Percy
Production design: Michael Shaw
Direzione artistica: Shawn Carroll

The Bluest Eyes in Texas – Nina Person / Nathan Larson
A New Shade of Blue – The Bobby Fuller Four
She’s Got a Way – The Smithereens
Who’s That Lady? – The Isley Brothers
Codine Blues – The Charlatans
Silver Wings – The Knitters
Who Do You Love? – Quicksilver Messenger Service
Tuesday’s Gone – Lynyrd Skynyrd
Haunt – Roky Erickson
Dustless Highway – Nathan Larson
What’s Up With That? – The Dictators
Why Can’t We Live Together? – Timmy Thomas
“Boys don’t cry”-The Cure
She’s a diamond – Opal

La cerimonia della consegna degli Oscar 2000; premio alla miglior attrice protagonista per Hilary Swank

L’intensa espressione di Hilary che interpreta Brandon Teena

Il vero Brandon Teena
L’innocente
L’innocente, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, è l’ultima opera cinematografica di Luchino Visconti.
Diretto nel 1976, il film è una trasposizione abbastanza fedele del romanzo, fatte salve alcune significative differenze tra i personaggi letterari e quelli cinematografici oltre ad una diversa interpretazione del grande maestro milanese che morì prima di vedere il suo film nella stesura definitiva.
Infatti Visconti, colpito da un ictus poco prima del montaggio definitivo non ebbe modo di vedere la sua opera come venne poi presentata al pubblico e per quanto se ne sa non rimase affatto contento di ciò che aveva realizzato.
Sarà la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico ad approvare la versione che venne poi proiettata al Festival di Cannes del 1976, proprio nell’anno del trionfo di Brutti sporchi e cattivi di Scola.
Un film che quindi Visconti non amò particolarmente.
E che non ebbe nemmeno tanti estimatori tra i critici, che rimproverarono al Maestro l’aver scelto di ignorare parzialmente l’aria di decadentismo che permea il romanzo di D’Annunzio, quella messa in scena della fine della nobiltà e del mondo altero e distaccato di quelli che erano gli ultimi rampolli dell’italica nobiltà, destinati di li a poco a essere spazzati via dalle tragedie che si abbatterono sull’Italia subito dopo la fine della prima guerra mondiale.
L’Innocente è ambientato sul finire del 1800, esattamente nel 1891, sotto il regno di Umberto I° che 9 anni più tardi sarà stato ucciso da Bresci; narra le vicende del nobile Tullio Hermil, un aristocratico arrogante con tutti i difetti della sua casta che ha una relazione con la contessa Teresa Raffo pur essendo sposato con le remissiva e dolce Giuliana.
L’uomo approfitta a mani larghe del carattere docile della moglie sbandierando pubblicamente la sua relazione con l’affascinante Contessa; ma al ritorno da un viaggio Tullio scopre che Giuliana ha una relazione con Filippo D’Arborio, un giovane ed affascinante studioso che ha fatto breccia nel cuore della donna.
Laura Antonelli
Tullio, più per vanità ferita che per amore, tenta di riconquistare la moglie ma scopre che la stessa aspetta un figlio da Filippo; il letterato scompare improvvisamente per una breve e fulminante malattia lasciando Giuliana di fronte ad una scelta difficilissima, tenere o no il frutto della relazione proibita con il giovane.
La donna decide di non abortire e allevare quel figlio frutto di una breve passione, suscitando in Tullio una gelosia morbosa che si rivolge contro il frutto del peccato, il piccolo nascituro.

La sera della vigilia di Natale Tullio da sfogo all’odio represso lasciando il piccolo esposto al vento freddo della notte, causando così la sua morte.
Per Giuliana è un dramma, aggravato dalla consapevolezza della responsabilità del marito nell’accaduto.
Tullio, abbandonato dalla moglie, si consola tra le braccia di Teresa alla quale racconta gli avvenimenti; la donna ascolta impietrita e ……
L’innocente è un film raffinato e patinato, tecnicamente riuscito ma poco coinvolgente.
I personaggi che si muovono nel dramma famigliare e che si stagliano solo marginalmente nell’atmosfera corrotta moralmente dell’aristocrazia lombarda non suscitano emozioni, tanto sono lontani dalla vita dell’uomo comune.
Jennifer O’Neill
E’ un dramma aristocratico che si svolge fra case lussuose e vestiti elegantissimi, tra famiglie abituate a tutti gli agi e alle comodità più totali, quindi non appartengono alla nostra vita.
E non sono nemmeno un modello di riferimento per le ambizioni di nessuno, proprio perchè i personaggi e gli ambienti mancano di qualsiasi scrupolo morale o di qualsiasi valore di riferimento.
Tullio o Giuliana, Teresa o gli aristocratici protagonisti non suscitano alcuna simpatia, fatta eccezione ovviamente per il piccolo innocente protagonista del dramma finale.
Parlavo di dramma finale non a caso; per lunga parte del film, assistiamo alle vicende umane della gente che si muove sullo schermo senza provare alcuna emozione nei loro confronti che non sia quella del disprezzo per gente senza valori pregnanti, impegnata in dialoghi futili o in operazioni del vivere quotidiano improntate al massimo dell’inutilità. Un tema che Visconti (che non dimentichiamo era un nobile) aveva già affrontato in opere come La caduta degli dei o Gruppo di famiglia in un interno, film nei quali il mondo snob e fuori dalla realtà dei nobili viene rappresentato come un’elite avulsa dalla realtà, preda di passioni deleterie come la soddisfazione del proprio ego, l’accumulo spasmodico di ricchezze finalizzate all’aumento del proprio prestigio e potere oppure come un gruppo di persone in cui la morale è poco più di una fastidiosa appendice.
Ma se nei due film citati il discorso di Visconti è più omogeneo e duro, in L’innocente siamo di fronte ad un’operazione più di facciata che di sostanza.
Così come gli unici punti di contatto tra il decadentismo raffinato e indolente di D’Annunzio e quello sociale, morale e di calsse tante volte messo all’indice da Visconti si tramuta solo in una raffigurazione visiva molto elegante ma anche molto fredda.
Per quanto riguarda il cast, le prestazioni dei vari interpreti risentono moltissimo del freddo glaciale che si respira nel film e sopratutto della mancanza di simpatia assoluta che ispirano.
Per quanto tutti facciano il loro dovere con professionalità, è indubbia una certa difficoltà da parte di alcuni di loro nell’esprimere la personalità poco più che abbozzata dei protagonisti del film.
Poco più che sufficiente Giannini, sufficiente la bellissima Antonelli che appare però spaesata, quasi che il personaggio-vittima di Giuliana fosse agli antipodi alle sue corde recitative.
Meglio se la cava Jennifer O’Neill, la sofisticata Contessa che l’attrice di origini irlandesi/ispaniche interpreta con classe; la sua eleganza aristocratica, la sua bellezza altera si prestano perfettamente al personaggio di Tersa Raffo, amante di Tullio che alla fine resterà inorridita dal crimine mostruoso commesso dall’amante stesso.
Discreto Marc Porel nel ruolo di Filippo, bene due grandi artisti come Girotti e la Morelli.
Lodi alla fotografia di Pasqualino De Santis e alle scenografie di Mario Garbuglia, mentre le musiche sono prese da opera di Chopin, Lisz e Mozart e a mio parere sono una delle cose migliori del film.
L’innocente
Un film di Luchino Visconti. Con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Jennifer O’Neill, Rina Morelli, Massimo Girotti. Didier Haudepin, Marie Dubois, Roberta Paladini, Claude Mann, Marc Porel, Marina Pierro, Christine Pascal, Didier Haudepin, Philippe Hersent, Elvira Cortese, Siria Betti, Enzo Musumeci Greco, Margherita Horowitz, Riccardo Satta, Vittorio Zarfati, Alessandra Vazzoler, Alessandro Consorti, Filippo Perego Drammatico durata 129 min. – Italia 1976
Giancarlo Giannini: Tullio Hermil
Laura Antonelli: Giuliana Hermil
Jennifer O’Neill: Teresa Raffo
Rina Morelli: Madre di Tullio
Massimo Girotti: Conte Stefano Egano
Didier Haudepin: Federico Hermil
Marie Dubois: La Principessa
Roberta Paladini: Miss Elviretta
Claude Mann: Il Principe
Marc Porel: Filippo d’Arborio
Regia Luchino Visconti
Soggetto Gabriele D’Annunzio (romanzo)
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rizzoli Film, Les Films Jacques Leitienne, Paris
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Chopin, Gluck, Liszt, Mannino, Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Andare davanti al giudice e dirgli: «Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io, Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa».
Giancarlo Giannini interpreta il personaggio di Tullio
Giannini, Visconti e la Antonelli in una pausa della lavorazione del film
Jennifer O’Neill interpreta Teresa
Laura Antonelli è Giuliana
Luchino Visconti e la O’Neill
Lobby card del film
















































































































































































































































