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Inquisicion

Inquisicion locandina

 

Francia, nei pressi di Carcassonne
Mentre infuria la peste, il flagello più temuto del medioevo, arriva nella regione il nuovo inquisitore, mandato dalla chiesa per reprimere il fenomeno della stregoneria, ritenuto una delle cause scatenanti della peste stessa.
Il primo caso che si trova a dover affrontare il nuovo inquisitore è quello di due ragazze colpite dalla peste; convinto che si tratti di una prova dell’esistenza del maligno, l’inquisitore decide di svolgere delle indagini.

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Paul Naschy è Bernard de Fossey, l’inquisitore

Nel frattempo si incrociano le storie di Catherine, che vede il suo giovane spasimante abbandonarla temporaneamente per un lavoro fuori città e quella del servitore deforme che spia e ruba i vestiti a quattro innocenti ragazze che fanno il bagno nude nel fiume del paese.
L’uomo le denuncia al magistrato inquirente come sospette streghe, e le donne vengono quindi sottoposte a tortura proprio dall’implacabile inquisitore.
La devastante tortura costringe le donne a confessare l’adorazione del demonio, cosa naturalmente non vera; vengono così allestiti i roghi che, nelle intenzioni dell’inquisitore,dovranno purificare i loro corpi e le loro anime dalla presenza del maligno.
Nel frattempo Jean, lo spasimante di Catherine, viene ucciso a scopo di rapina mentre è in viaggio; Catherine, appresa la notizia, cade in una profonda depressione.

Inquisicion 2

Una notte sogna il suo amante che le rivela di essere stato assassinato su commissione; Catherine, al risveglio, decide di scoprire chi sia il misterioso mandante e per far ciò non esita a contattare la potente strega Mabille, che in cambio di un patto con il diavolo, le promette potere e sopratutto vendetta.
Nel corso di un rito satanico, Catherine viene così iniziata al Maligno, non prima di aver steso un regolare patto scritto con lo stesso.
Il maligno le rivela l’identità del misterioso mandante della morte di Jean: si tratta nientemeno che del grande inquisitore in persona.
Catherine giura vendetta, e bella com’è ben presto entra nelle grazie dell’inquisitore, che seduce dannandolo in eterno.
I due diventano amanti, ma verranno scoperti e condannati al rogo; mentre Catherine morirà poco dignitosamente sul rogo urlano quando si renderà conto che il maligno non interviene per salvarla, l’inquisitore accetterà con serenità il suo destino, affrontando la morte con rassegnazione e con forte senso di espiazione.

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Inquisicion, diretto e interpretato da Paul Naschy nel 1976 è un buon film, a cui manca veramente poco per essere definito ottimo.
Manca un senso del ritmo più serrato, per esempio, tipico del regista esperto che Naschy non è, manca in qualche modo la linearità del racconto, che a volte si attorciglia su se stesso.

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 Daniela Giordano è Catherine

Particolari di poco conto, però, perchè dietro il film si vede lo sforzo dell’attore regista di essere quanto più possibile fedele alla realtà storica; così assistiamo ad una rappresentazione abbastanza veritiera dei barbari usi dell’Inquisizione di utilizzare la tortura per estorcere improbabili confessioni di adorazione del demonio a gente che spesso aveva l’unica colpa di avere delle malattie mentali, o più semplicemente accusate e calunniate ingiustamente e perciò denunciate come streghe.
Denunce che finivano, nella stragrande maggioranza dei casi, con una confessione estorta al malcapitato di turno; era impossibile resistere ai tremendi sistemi e mezzi dell’Inquisizione, che si avvaleva anche del micidiale Malleus maleficarum, il martello delle streghe, scritto attorno al 1486 da due padri domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer.In esso si alternavano stravaganti metodi per individuare le streghe,si indicavano rimedi contro le fatture,si parlava della natura della stregoneria,del suo rapporto con il maligno.In realtà i due autori puntarono il dito,con sospetta malizia,sulla sfera sessuale dei presunti adepti streghe o negromanti che fossero.

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La Chiesa,ufficialmente,non adottò mai questo testo,ma ufficiosamente la sua rilevanza fu decisiva.
Naschy quindi utilizza la realtà storica, il Malleus maleficarum, il processo alle streghe, la tortura, per denunciare il clima di intolleranza e persecuzione che fu tipico del periodo in cui agì la Santa Inquisizione, che di santo aveva in verità ben poco.
La tortura è mostrata nella sua brutalità, anche se va detto che maliziosamente l’attore spagnolo non esita a utilizzare qualche bella ragazza nuda per sollecitare ancor più l’interesse dello spettatore.

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Il discorso inquisizione si fa ancor più interessante nei dialoghi tra lo stesso inquisitore, interpretato da Naschy e i vari notabili, discorsi nei quali si vede come la commistione fra realtà, superstizione,un malinteso senso della fede fossero una miscela altamente pericolosa per tutti coloro che deviavano dal cammino mostrato dalla Chiesa.
Il cast è adeguato al film, che resta drammatico per una buona parte, pur nella lentezza scelta e calcolata da Naschy per dare un senso di oppressione ancor più rilevante al tutto; eppure se la sua è una buona prova, riesce in questo caso ad essere più convincente come regista che come attore.

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Il personaggio di Bernard de Fossey, l’inquisitore intransigente è reso con buona perizia, ma risulta un po stereotipato, quasi Naschy scegliesse di darne una visione tormentata interiormente da conflitti irrisolti.
Il risultato è che il suo personaggio appare statico e monocorde.
Molto meglio la bellissima Daniela Giordano, che interpreta Catherine, la donna che dannerà se stessa e l’inquisitore per vendetta ma non solo.
Il suo personaggio appare quello di una donna che agisce in preda a motivi abietti, come la sete di vendetta unita anche al desiderio di diventare potente.

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Memorabile la sequenza della consacrazione al demonio, con lei rinchiusa in un pentacolo, completamente nuda mentre offre al signore degli inferi il teschio del suo amante, che ha staccato dal corpo appeso ad un albero, così come memorabile è il congresso satanico in cui satana stesso le appare con il volto dell’Inquisitore.
Bene anche Monica Randall, attrice di buon livello, catalana puro sangue nonostante il cognome inglese, così come lavora con buona professionalità il resto del cast.
Come dicevo prima, in questo film, a modesto parere, prevale più il regista Naschy invece che l’attore; è il primo film che dirige, e lo fa da consumato professionista utilizzando il nome Jacinto Molina.

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Due modi diversi di affrontare la morte: la dignità di Bernard…..

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…la paura di Catherine, consapevole che il diavolo non l’aiuterà

Da regista girerà altri 13 film, senza più raggiungere la freschezza e la fluidità di questo primo lavoro.
In ultimo, bella la location, così come di buon livello la fotografia, che rende decisamente realistico il film attraverso l’utilizzo di un’immagine vivida.

Inquisicion, un film di Paul Naschy (Jacinto Molina), con  Paul Naschy, Daniela Giordano, Mónica Randall, Ricardo Merino, Tony Isbert, Julia Saly, Antonio Iranzo, Juan Luis Galiardo, Eduardo Calvo, Tota Alba, E. Maria Salerno,  Eva León, Loli Tovar, Jenny O’Neil, Isabel Luque, Belén Cristino, Antonio Casas. Spagna 1976, Drammatico

 

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“Le ferite non sanguinano: è una strega!”

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Una relazione blasfema

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Confessioni estorte con la tortura

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Paul Naschy… Bernard de Fossey / Satana
Daniela Giordano …Catherine
Mónica Randall… Madeleine
Ricardo Merino… Nicolas Rodier
Tony Isbert… Pierre Burgot
Julia Saly… Elvire
Antonio Iranzo… Rénover
Juan Luis Galiardo… Jean Duprat
Eduardo Calvo… Émile
Tota Alba… Mabille
Eva León… Pierril Fillé

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Regia soggetto e sceneggiatura: Jacinto Molina
Produzione: Ancla Century Films, Anubis Films
Distribuzione: Manga Films S.L., Sinister Cinema, Video City
Fotografia: Miguel Fernández Mila
Montaggio: Soledad López
Effetti speciali: Francisco García San José, Pablo Pérez
Scenografia: Gumersindo Andrés,  Augusto Fenollar
Musiche: Máximo Barratas

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Inquisicion locandina 1

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«…Paul Naschy’s take on witch-hunting, and the period of the Inquisition that gave witch-hunters their greatest resources and rationale, is different, however. With his sympathies for villains made evident by the films he has scripted and starred in, Naschy makes his witch-hunting inquisitor, Bernard de Fossey, a more complex figure. Indeed, Naschy’s inquisitor emerges a sympathetic soul toward the end of the film, a victim of love and the machinations of a woman, a person of stubborn dedication unimpressed by feminine charms except for the one special woman who vanquishes his will and subverts his duty. Inquisition marked the first time that Paul Naschy directed a film, more out of necessity than anything else. Of course, he scripted and starred in the film as well. As usual, Naschy spent time researching his subject matter. The story is based on a factual occurrence in medieval France, in the region of Carcassone, where a magistrate fell in love with a suspected witch; the lovers wound up being burned at the stake. Naschy’s research doesn’t end here. As the film evolves we get an educational primer on the witchery and witch-hunters and Satanism through the characters’ dialogue. Exposition is buttressed by dimensional authenticity…».

settembre 7, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 2 commenti

L’età del consenso-Age of consent

L'età del consenso locandina

Bradley Morahan, un pittore che vive a New York, ma che è di origini australiane, stanco della vita della grande mela decide di tornare in patria; a scatenare il desiderio latente e’ una visita alla  galleria che espone  suoi lavori recenti. Qui osserva una coppia che discute se acquistare o meno uno dei suoi oggetti d’arte multicolore. Bradley, ascoltando di nascosto, sente i due  basar la loro decisione in merito al fatto che l’oggetto possa più o meno stare bene sul loro camino, piuttosto che sull’ estetica dello stesso  o sul suo valore artistico.

L'età del consenso 1

Ritornato a casa, sceglie di sistemarsi in una baracca che ha una vista mozzafiato sull’oceano, a due passi dalla grande barriera corallina.
In quel posto fuori mano, Bradley spera di ritrovare l’ispirazione perduta, di tornare a vivere contemporaneamente una vita a misura d’uomo.

L'età del consenso 3

L'età del consenso 4

Qui il pittore conosce la giovane e disinibita Cora, una ragazza dal carattere ribelle e selvaggio, che è stata cresciuta da sua nonna.
Cora ha sempre bisogno di soldi, sopratutto per aiutare la sua avida nonna, così vende al pittore il pesce che cattura durante le sue immersioni; quando non ha pesce, non si fa scrupoli nel rubare.
Così depreda un pollo dalla vicina di Bradley, una zitella che sospetta Bradley di essere il ladro.

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L’uomo costringe Cora a confessare il furto; la ragazza, come motivazione, adduce il desiderio di fuggire da quel posto che trova troppo noioso per poter andare a Brisbane, dove sogna di aprire una bottega da parrucchiere.
Bradley, per permettere alla ragazza di guadagnare del denaro, le propone di diventare la sua modella, e la ragazza accetta.

L'età del consenso 5

Da quel momento l’uomo sembra ri acquisire l’entusiasmo perduto, trova nuova linfa e sopratutto ispirazione; ma la situazione è destinata a cambiare quando a casa di Bradley arriva Nat, un suo vecchio conoscente.
L’uomo, che deve nascondersi dalla legge, dopo un rifiuto da parte del pittore di concedergli un prestito, si installa, non invitato, nella dimora del pittore.

James Mason è Bradley

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Helen Mirren è Cora

Dopo una serie di avventure, Bradley, che fino a quel momento ha visto la giovane Cora solo come una modella, quando si accorgerà che la ragazza sta per sfuggirgli di mano, la vedrà in un’altra ottica, quindi finalmente come una donna.
Cora, dal canto suo, dopo che la nonna ha tentato di rubarle il denaro e la successiva morte della stessa che ruzzola giù per una collina, ha davanti a se due strade…..
L’età del consenso, Age of consent, diretto da Michael Powell nel 1969, è un film calligrafico, giocato sull’attrazione che la gioventù ha da sempre sull’uomo maturo.

Nulla di nuovo, quindi; pure questo film ha dalla sua alcune particolarità che lo rendono interessante.
La prima è la stupenda ambientazione, l’Australia; è uno dei primi film ad essere ambientato quasi integralmente nel continente australiano, con una location da sogno.
Per gli occhi, è una gioia infinita vedere i vividi colori dell’oceano australiano, seguire le immersioni di Cora sotto la barriera corallina, tra pesci multicolori e piante da sogno.
L’altro motivo è l’ottimo affiatamento tra il maturo James Mason, che interpreta con garbo e bravura il ruolo del tormentato Bradley e la giovanissima Hellen Mirren, che interpreta splendidamente la selvaggia Cora.
La Mirren mostra anche un fisico mozzafiato, generosamente esposto quando si immerge nelle acque cristalline dell’oceano o quando si presenta a quello che diverrà il suo pigmalione.
Un film sui sentimenti, sulla differenza di età che potrebbe essere ostacolo alla relazione tra Bradley e Cora, con intervallate le difficoltà della giovane nel trovare un punto di equilibrio, stretta tra i suoi sogni, che contemplano una fuga da quello che agli occhi dello spettatore appare come il paradiso terrestre e le difficoltà della ragazza con l’anziana nonna, perennemente sbronza e con tendenze al ladrocinio piuttosto spiccate.
L’eterno tema dell’artista demotivato è trattato con sobrietà così com’è trattata con sobrietà tutta la storia.
Non siamo in presenza di una riedizione di Lolita, ma di fronte ad un film che cerca, garbatamente, di mostrare i destini dei due protagonisti, che alla fine si intrecceranno con il più classico degli happy end.
Un film non precisamente lineare, e questa è una delle sue pecche; tuttavia un film che ha un suo fascino.
Age of consent ebbe grossi problemi di censura, sopratutto in Inghilterra, ma anche da noi.

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Passato quasi inosservato, per i pesanti tagli apportati, ha avuto una circolazione maggiore molti anni dopo la sua uscita.
Per fortuna non è un film con un tema datato, quindi è ancora oggi di gran fascino.

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L’età del consenso (Age of consent), un film di Michael Powell, con  James Mason, Helen Mirren, Jack MacGowran, Neva Carr Glyn, Antonia Katsaros, Michael Boddy, Harold Hopkins, Slim De Grey Drammatico Usa 1969

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L'età del consenso banner protagonisti

James Mason     …     Bradley Morahan
Helen Mirren    …     Cora Ryan
Jack MacGowran    …     Nat Kelly
Neva Carr-Glynn    …     Ma Ryan
Andonia Katsaros    …     Isabel Marley
Michael Boddy    …     Hendricks
Harold Hopkins    …     Ted Farrell
Slim DeGrey    …     Cooley
Max Meldrum    …     Intervistatore TV
Frank Thring    …     Godfrey
Clarissa Kaye-Mason    …     Meg
Judith McGrath    …     Grace
Lenore Caton    …     Edna
Diane Strachan    …     Susie
Roberta Grant    …     Ivy


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Regia: Michael Powell
Produttore: James Mason, Michael Pate, Michael Powell
Sceneggiatura: Peter Yeldham, Norman Lindsay (romanzo)
Fotografia: Hannes Staudinger
Montaggio: Buckley Anthony
Direzione Artistica: Dennis Gentle
Musica: Peter Sculthorpe

settembre 2, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Le cinque giornate

Le cinque giornate locandina

Cainazzo è un ladruncolo, in prigione per reati comuni; siamo nel 1848, a Milano, alla vigilia delle famose 5 giornate.
Una cannonata sfonda il muro del carcere, così Cainazzo ha la possibilità di fuggire.
Dopo aver incontrato i suoi vecchi compari di ruberie, l’uomo si imbatte in Romolo, un giovane romano a cui una cannonata distrugge invece il laboratorio di panetteria in cui lavora.

Le cinque giornate 1
Cainazzo (Adriano Celentano) in carcere

Le cinque giornate 2
Salvatore Baccaro è Garafino

I due così prendono a vagare per la città, mentre infuriano i moti popolari di ribellione contro gli austriaci.
Romolo e Cainazzo si imbattono in un’umanità variegata, fatta di cialtroni, nobili ansiosi di cavalcare la ribellione popolare, approfittatori, ladri,avventurieri, sinceri patrioti e doppiogiochisti.

Le cinque giornate 3
Un involontario capo popolo

Dopo aver aiutato a partorire una giovane donna, si imbattono in una contessa libertina che costruisce una barricata con i mobili del suo palazzo, in un nobile debosciato che vive in un palazzo depredato dai rivoltosi (solo i libri sono rimasti al loro posto, simbolo di una ottusa concezione della ricchezza), poi in un barone che guida un gruppo di poveri ignoranti e altro ancora.

Le cinque giornate 4
Enzo Cerusico è Romolo

Cainazzo e Romolo riescono a passare indenni, pur tra molte peripezie, tra i disordini, la reazione austriaca, i processi sommari; ma il giovane romano pagherà con la vita la ribellione ad uno stupro perpetrato ai danni di una ragazza milanese sorpresa a letto con un austriaco.
Con gli occhi gonfi di pianto, Cainazzo sale sul palco degli effimeri vincitori della battaglia, e davanti ai milanesi radunati in piazza, ridendo grida loro “Ci hanno fregati!”
Unico lavoro di Dario Argento che non presenti una trama thriller, Le cinque giornate, diretto dal regista romano nel 1973 ebbe un’accoglienza tiepida sia a livello di critica sia a livello di pubblico.

Le cinque giornate 5

Le cinque giornate 8
Marilù Tolo, una contessa davvero speciale

Un vero peccato, perchè il film è di ottima fattura, pur risentendo di una trama spesso avviluppata e contorta, con troppi personaggi e troppi incontri dei due protagonisti con gente di ogni risma, il tutto condensato in soli 5 giorni di battaglia, quanto durarono i moti antiaustriaci del 1848
Un film che si regge sopratutto sulle figure ben caratterizzate dei due protagonisti, Cainazzo interpretato da Adriano Celentano e Romolo, interpretato dal compianto Enzo Cerusico.
I due si muovono in una Milano irreale, popolata da gente di ogni risma; la loro saggezza popolare li porta a diffidare dei vari personaggi che incontrano, tant’è vero che man mano che la loro amicizia si sviluppa e conslida, sembrano quasi diventare due corpi estranei in quella rivoluzione che non solo sentono lontana da loro, ma che vedono come velleitaria e spronata da gente con interessi luridi da difendere.

Le cinque giornate 6

La visione del regista, che a tratti usa l’arma della comicità con buona mano, come nel caso del surreale parto che vede protagonisti i due amici, è sicuramente ironica e amara; non sembrano esserci personaggi degni di stima, nella storia.
Dalla contessa che appoggia la rivoluzione e che si comporta quasi fosse ad un pranzo di gala, passando per il barone rivoluzionario che stuprerà la povera ragazza colpevole di amare un austriaco, passando per Libertà, uno dei compagni di ruberie di cainazzo, che da un lato è il capo dei rivoluzionari, dall’altro un venduto agli austriaci, tutte le figure che compaiono nel film sono miserabili e arriviste.

Le cinque giornate 7

Le cinque giornate 9

La rivoluzione, per loro, è fonte di arricchimento, di conquista di potere mentre il popolo, quello che ci lascia la pelle sulle barricate, è carne da macello, sacrificabile in nome del proprio abietto obiettivo.
Questa visione pessimistica è stemperata in molti casi dalla sarcastica ironia che Dario Argento fa affiorare nel film; che diventa però, in alcuni casi, abbastanza irritante.
Comunque il film rimane di buon livello; sicuramente preziosa è l’opera dei due attori principali, ai quali va aggiunta la bellissima Marilu Tolo, che all’epoca del film era la compagna del regista romano e che tratteggia perfettamente il ruolo della contessa un tantino ninfomane.

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La morte di Romolo

Buona la fotografia e la ricostruzione storica di un film che avrebbe meritato ben altra sorte, che resta un buon esercizio di un regista che ha dimostrato di avere un’ottima conoscenza del mezzo cinematografico.

Le cinque giornate 10

 

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Le cinque giornate, un film di Dario Argento. Con Marilù Tolo, Adriano Celentano, Glauco Onorato, Enzo Cerusico, Luisa De Santis, Carla Tatò, Emilio Marchesini, Stefano Oppedisano, Fulvio Mingozzi, Loredana Martinez, Sergio Graziani, Ivana Monti, Ugo Bologna, Renato Paracchi, Luca Bonicalzi, Salvatore Baccaro, Guerrino Crivello
Commedia, durata 124 min. – Italia 1974.

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Adriano Celentano – Cainazzo
Enzo Cerusico – Romolo Marcelli
Marilù Tolo – La contessa
Luisa De Santis – Donna Incinta
Glauco Onorato – Zampino
Carla Tatò – La Vedova
Sergio Graziani – Barone Tranzunto
Salvatore Baccaro – Garafino
Ugo Bologna – Ufficiale
Tom Felleghy – Mariano
Emilio Marchesini – Prigioniero
Fulvio Mingozzi –
Ivana Monti – La donna stuprata
Stefano Oppedisano –
Dante Maggio – Vecchio

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Dario Argento – Regista
Dario Argento – Sceneggiatore
Nanni Balestrini – Sceneggiatore
Luigi Cozzi – Sceneggiatore
Enzo Ungari – Sceneggiatore
Salvatore Argento – Produttore
Claudio Argento – Produttore
Giorgio Gaslini – Compositore Della Musica
Luigi Kuveiller – Direttore Della Fotografia
Franco Fraticelli – Montatore
Elena Mannini – Costumista

Infelicissima escursione argentiana fuori dai suoi territori, benché generose dosi di violenza certifichino che anche in vacanza Darione pensava comunque al core business. Sceneggiatura di Balestrini confusa e velleitaria, attori non all’altezza, cattivo o nullo governo dei registri (con prevalenza di un grottesco un po’ troppo conclamato), insomma un ciofecone che si può tranquillamente accantonare, o guardare solo per documentazione.

Per capire il senso del film, basta fare riferimento alla frase di Celentano, rivolto al compare: “E ora andiamo a vedere che cazzo è ‘sta rivoluzione”. Trattasi infatti della rivolta contro gli austriaci vista dagli occhi di due poveracci ignoranti (da piegarsi la scena dell’esplosione della panetteria, col fornaio illeso). Ne vedranno un po’ di tutti i colori, anche se Argento (qui decisamente fuori dai suoi abituali binari) la butta anche sul ridere, pur distribuendo sangue e violenza. Troppo lungo e pasticciato (misto-generi), ma vedibile.

Unica escursione di Dario Argento al di fuori del genere giallo/horror. Dopo la trilogia degli animali (che gli fruttò successo e notorietà mondiali), il regista romano provò a cambiare decisamente rotta ma il pubblico non premiò questa scelta e così torno rapidamente sui suoi passi (il film successivo fu il capolavoro Profondo rosso). Argento comunque sforna un prodotto più che dignitoso (anche se indubbiamente il thriller gli è molto più congeniale), in cui abbondano scene di notevole violenza. Buona l’interpretazione di Celentano e Cerusico.

Comunemente definito come un incidente di percorso o dun’opera minore nella filmografia di Dario Argento, è invece un singolare film storico pieno di ironia, realizzato con una regia deliziosa. Fra i suoi pregi maggiori si evidenzia una funzione ritmica del montaggio, il rigore cromatico e le inquadrature di alcune scene girate a 18 fotogrammi al secondo, la stessa velocità usata dalle macchine da presa nel cinema muto (un chiaro omaggio del maestro a Charlie Chaplin). Rivisto oggi da chi non guarda solo horror lo rivaluto grandemente.

agosto 13, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

I diavoli

Loudun, XVII secolo.
La cittadina francese è retta spiritualmente da Urban Grandier, vescovo molto religioso, intelligente e carismatico, ma anche gran seduttore.
L’uomo comanda non solo spiritualmente sulla città; il suo enorme peso politico ha finora evitato che il cardinale Richelieu, vero capo della politica francese, prosegua nella sua opera di smantellamento delle fortificazioni
che potrebbero essere usate dai pochi ugonotti rimasti dopo l’eccidio della notte di san Bartolomeo.

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Oliver Reed è Urban Grandier

La volontà di Grandier si scontra così con quella dell’uomo più potente di Francia; per rovinare Grandier si scava quindi nella sua vita privata, e naturalmente viene scovato il suo tallone d’Achille.
Rappresentato, ovviamene, dalla sua vita così apertamente in contrasto con i dettami religiosi.
Richelieu invia a Loudoun il barone De Laubardemont, che indaga partendo dal locale convento retto da suor Jeanne Des Anges, una donna deforme che ha una passione violenta e colpevole per il bel Grandier.
Nel convento, popolato da donne che hanno ben poca vocazione, che sono state spesso costrette a prendere i voti senza ascoltare minimamente il loro parere, si scatena una isteria di massa che con molta furbizia De Laubardemont manipola e utilizza per i suoi scopi, creando un caso di possessione demoniaca del quale viene incolpato, ingiustamente, Grandier.

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Vanessa Redgrave è Suor Jeanne Des Anges

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Che dovrà subire un processo, durante il quale si difenderà con grande dignità, senza mai confessare, nonostante le torture, il peccato di aver invocato il maligno.

Grandier salirà sul rogo, tra la gioia della nobiltà locale e con grande soddisfazione di Richelieu.
I diavoli, diretto da Ken Russell nel 1971, basato sulla vera storia di Urban Grandier e del controverso processo a cui fu sottoposto, è uno dei film più discussi della storia del cinema.
In Italia ebbe da subito vita difficile, tanto da essere sequestrato più volte e proiettato privo di sequenze importanti, che snaturarono l’essenza stessa del film.

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Che è principalmente un violentissimo atto d’accusa verso le strane connivenze tra stato e chiesa, verso l’abitudine di utilizzare la repressione sessuale nei conventi come sistema per tenere a freno una delle pulsioni meno controllabili degli esseri umani, l’istinto riproduttivo e sopratutto un violento e a tratti forsennato attacco al potere in tutte le sue forme.
Il film, dopo poche sequenze, mostra il suo leit motif; Re Luigi, vestito come Venere che esce dalle acque, si muove in maniera effeminata davanti alla pletora dei suoi nobili adoranti.
E’ un’introduzione che lascia da subito lo spettatore sgomento; quando poi vene introdotta la figura di Grandier, uomo complesso, teso da un lato a vivere la sua vita di religioso e uomo politico nel modo più dignitoso possibile e dall’altro preda delle sue inclinazioni pericolosamente “umane”, come la capacità di seduzione che il vescovo ha nei confronti del genere femminile, si capisce che Russell non risparmierà attacchi a nessuno.

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Ecco arrivare la figura tragica, meschina di Suor Jeanne, donna affetta da una malformazione alla schiena, dalla personalità schizoide, che trova in Grandier il sogno erotico proibito, tanto da immaginarlo nei panni di un Gesù a cui lecca le ferite, in un delirio in cui l’umanità prende il sopravvento anche sul misticismo.
E subito dopo arrivano altre figure grottesche, che spaziano dagli inquisitori più simili a degli psicopatici che a gente incaricata di cercare l’eresia, ecco Richelieu, meschino e calcolatore, De Laubardemont, che riuscirà in qualche modo ad ottenere la condanna dell’incolpevole Grandier, che però lo befferà morendo sul rogo senza confessare colpe che in realtà non ha commesso.

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il film si snoda attraverso un racconto lineare anche se a tratti poco comprensibile; tutta la vicenda umana di Urban, dal suo pensiero religioso al suo privato, fatto di sesso con una nobile, di amore e matrimonio con una donna da lui amata, quindi un atteggiamento assolutamente riprovevole dal punto di vista religioso, la vicenda, dicevo, viene accostata e allineata ai giochi politici e alle beghe di potere, che utilizzeranno il totem della religione per stroncare un nemico altrimenti impossibile da colpire, visto il favore, a tratti  anche l’amore da cui era circondato.

I diavoli 8

Molte scene rasentano il kitsch, altre ci sguazzano appieno, altre ancora se osservate da un punto di vista squisitamente religiose sono blasfeme e oltraggiose.
La lunga sequenza dell’interrogatorio di De Laubardemont a Suor Jeanne è di difficile accettazione, sopratutto per coloro che guardano il film senza sfrondarlo dal complesso simbolismo di Russell; le scene dell’interrogatorio alla religiosa, in cui viene praticato alla stessa un gigantesco clistere solo per analizzare nelle feci la presenza di elementi del demonio, ovvero seme maschile e altro, è decisamente disturbante.Ancor più lo è la lunga sequenza in cui le suore, in preda all’isterismo di massa, compiono atti abominevoli con il crocefisso della chiesa, lasciandosi andare a comportamenti bestiali.

Il simbolo della religione cristiana diventa uno strumento di liberazione non dell’anima, bensì di tutte le pulsioni sessuali represse nelle donne costretta a celare la propria sessualità sotto una tonaca immacolata.
Naturalmente c’è ben altro, tutto assemblato attraverso il tipico linguaggio di Russell, abituato a usare immagini e dialoghi davvero al limite con il chiaro intento di provocare, far riflettere, scandalizzare.

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Cosa che alla fine al regista riesce benissimo; all’uscita del film la chiesa lo bollò come moralmente inaccettabile, cosa che venne condivisa con solerzia sospetta dai soliti alacri censori, che mutilarono a tal punto il film da privarlo di buona parte della sua devastante carica di sovversione.
Una sovversione degli archetipi dei film puritani e polverosi, abituati a trattare questi argomenti con un pudore degno dei puritani di Cromwell; Russell va oltre tutto questo usando un linguaggio aggressivo, immagini choc e un livello di kitsch così elevato da farlo diventare un’arte.

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I diavoli è un film affascinante, disturbante, dissacrante, provocatorio, delirante.
Si possono usare tante iperboli per descrivere un’opera assolutamente anticonvenzionale, che fa a pezzi luoghi comuni, che sbatte in prima pagina, per usare un gergo giornalistico, una serie di tematiche scomode.
Se c’è una parte che convince di più, e quella che denuncia l’abominevole legame tra potere politico e religioso, che si materializza nell’uso indiscriminato della tortura, un sistema attraverso il quale l’uomo viene ridotto a rango di bestia, incapace di capire il valore della sua dignità e preda quindi dell’istinto di sopravvivenza.

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Sfuggire alla tortura rinnegando se stessi e le proprie idee, abiurando alla dignità; è quello che la moderna inquisizione di Richelieu utilizza per ridurre a miti consigli Grandier.
Che però resiste, diventando alla fine una sorta di eroe nero, capace di slanci eccelsi e di bassezze umane, ma sempre rivestito di quella dignità che non abbandonerà nemmeno sul rogo.
Un film visionario, quindi, forse il più bello e affascinante del maestro inglese.

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Per quanto riguarda gli attori, direi che Oliver Reed avrebbe meritato l”oscar per la sua interpretazione di Grandier, così come lo avrebbe meritato  Vanessa Redgrave, bravissima nell’interpretare suor jeanne, donna isterica e sessualmente repressa, che sarà la causa principale della fine del vescovo.
Una segnalazione anche per Gemma Jones, che interpreta Madeleine, la donna che Grandier sposerà in maniera sacrilega, essendo votato alla vita celibale.

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un film di Ken Russell. Con Oliver Reed, Max Adrian, Vanessa Redgrave, Dudley Sutton, Gemma Jones, Murray Melvin, Michael Gothard, Georgina Hale, Brian Murphy, Christopher Logue, Graham Armitage, John Woodvine, Andrew Faulds, Kenneth Colley, Judith Paris
Titolo originale The Devils. Drammatico, durata 109 min. – Gran Bretagna 1970.

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La sequenza non inserita nel film distribuito nelle sale:

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Vanessa Redgrave: Suor Jeanne
Oliver Reed: Urbain Grandier
Dudley Sutton: Baron De Laubardemont
Max Adrian: Ibert
Gemma Jones: Madeleine
Murray Melvin: Mignon
Michael Gothard: Padre Barre
Georgina Hale: Philippe
Brian Murphy: Adam
Christopher Logue: Cardinale Richelieu
Graham Armitage: Louis XIII
John Woodvine: Trincant
Andrew Faulds: Rangier
Kenneth Colley: Legrand
Judith Paris: Sorella Judith
Catherine Willmer: Sorella Catherine
Iza Teller: Sorella Iza

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Regia     Ken Russell
Soggetto     Aldous Huxley
Sceneggiatura     Ken Russell, John Whiting
Fotografia     David Watkin
Montaggio     Michael Bradsell
Musiche     Peter Maxwell Davies

“La verità erotica deve, in virtù di una logica classista e dominante, essere occultata; pur presente in ogni cultura e in ogni tempo, le “immagini del piacere” carnale rimandano al peccato, imposto, sussurrato, suggerito da una mentalità cattolica che (pre)tente di negare la natura edonistica, implicita in ogni essere vivente. Russell accentua in maniera determinata il contrasto tra spirito (imprigionato) e corpo (liberato) mettendo in scena immagini caotiche e di massa, orientate però a suggerire più che mostrare; quel che vuol dire lo fa in maniera potente, grazia all’abilità della Redgrave.

L’amore tra un prete e una donna sullo sfondo del 600 francese fra politica e lotte religiose. Teatrale, eccessivo, visionario, il film scaraventa la sensibilità psichedelica e underground nel romanzo storico, deflagrando in un caleidoscopio immaginifico ma soprattutto concettualmente sconvolgente. Un vero trip nel quale eros, potere e rito, concetti chiave della controcultura moderna, trovano nell’antichità un’esemplificazione potente, che Russell arricchisce con gusto eccentrico e provocatorio, fra la peste e le torture. Grandioso, geniale.

Ispirandosi ad una storia vera (trattata già in un bel libro di Huxley), Russell costruisce un bel film barocco che si attesta, a mio parere, come una delle sue opere migliori. Pur essendo, infatti, spesso squilibrato e sopra le righe, come quasi tutti i film del regista, risulta convincente ed avvincente grazie anche e soprattutto alle notevoli interpretazioni di Reed e della Redgrave che sono in stato di grazia. Sicuramente da rivalutare e da vedere anche per conoscere un fatto storico non poco interessante.

Con suo stile squilibrato, eccessivo, fiammeggiante (in senso anche letterale) Russell sguazza in una vicenda in cui sesso, potere e religione appaiono intrecciati indissolubilmente, con la delicatezza di un elefante in un negozio di porcellane. Il forte impatto, che non esita a ricorrere alla deformazione grottesca pur col rischio di ridicolo involontario , non può essere negato, anche se il film pare ora invecchiato, come spesso accade alle opere-pamphlet. Memorabili le prove di Reed, prete di imponente sensualità, e Redgrave, suora gobba.

Il cinema di Ken Russell è ormai datato; molti dei suoi film non si sa più bene come prenderli. Fra tutti, The Devils è quello che ha mantenuto ad oggi una carica vitale allarmante: la sua furia iconoclasta, la rappresentazione blasfema e anticlericale di corpi affamati, piagati e urlanti in masse convulse, delineano un lancinante contrasto con la sintesi spirituale votata all’unità divina. L’autodeterminazione macellata dai colpi della politica demagogica del Cattolicesimo è di una scomodità ideologica che galvanizza e infiamma. Sconcertante e insostenibile la Redgrave; ottimo Oliver Reed.

Uno straordinario film, il migliore di Russell, che riesce a coniugare la sua a volte traboccante vitalità con uno spessore di contenuti validissimo. La limpida pagina di Huxley viene passata al filtro dell’eccesso e Reed qui è nel ruolo di una vita, seducente e proteico vescovo, peccatore ed eroe allo stesso tempo. Vanessa Redgrave nel ruolo della badessa storpia inguaribilmente innamorata di Grandier è di quelle che non si scordano. Molti attori di controrno appariranno in film di Kubrick che sicuramente ha visto questo film.”

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APPENDICE

La vera storia di Urban Grandier

di Paul Templar, http://www.paultemplar.wordpress.com

Nella foto:il presunto patto con il diavolo di Grandier

Questa,a differenza dell’affaire dei veleni,che ho raccontato,è una storia strana,avvenuta all’ombra della corte di Francia,durante il regno di Luigi XIII,e che ha per protagonista un prelato affascinante e vagamente gigolò,Urbain Grandier, una badessa,suor Jeanne des Anges,e il diavolo.

Proprio lui,l’essere innominabile per antonomasia,che fa capolino proprio nel posto dove meno ti aspetti di vederlo comparire,un convento di monache.

Tutto inizia con il trasferimento di Grandier a Loudun,preceduto dalla fama del sacerdote di essere uomo galante e di mondo,più attratto dal correre dietro le sottane che dall’alto ministero del suo dovere. Grandier era un bell’uomo,che non faceva mistero dell’attrazione che esercitavano su di lui le donne in genere.

Ma era anche un uomo dal carattere duro e intransigente,una di quelle persone che non mancano di farsi un mucchio di nemici. Uno dei quali era sicuramente sua eminenza il cardinale Richelieu,segretario di stato francese,uomo poco incline alle critiche e soprattutto privo di qualsiasi senso dell’umorismo, e che con Grandier ebbe problemi legati ad un libello pieno di feroci critiche verso il cardinale,e che si diceva scritto proprio da Urbain Grandier.

L’arrivo del prelato a Loudon mise in agitazione soprattutto la popolazione di sesso femminile,attratta dalla fama di tombeur de femmes che lo precedeva;tra di loro c’era anche una insospettabile badessa del convento delle Orsoline,suor Jeanne des Anges,che sviluppò ben resto un’autentica ossessione verso Urbain,del quale Jeanne si invaghi morbosamente e perdutamente.Suor Jeanne,dopo la morte del confessore delle Orsoline,chiese a Grandier,tramite un’epistola,di diventare il nuovo confessore del convento,ricevendone in cambio un netto rifiuto. La badessa da quel momento sviluppò una mania ossessiva a metà strada tra l’erotico e il fanatico,che sfociò ben presto in una sintomatologia perversa;durante la notte suor Jeanne si svegliava urlando,gridando che il fantasma di Grandier la tormentava con carezze proibite e parole oscene. La voce della strana ossessione della badessa si sparse ben presto fuori dal convento,tanto che le autorità religiose,preoccupate dal possibile montare di uno scandalo,mandarono al convento un frate esorcista.

Che fallì miseramente,come del resto fallirono anche i successivi.La relazione di ognuno di loro era preoccupante:suor Jeanne appariva trasformata,parlava con un linguaggio osceno,e si diceva posseduta da diversi demoni.

A macchia d’olio,anche altre suore del convento iniziarono a manifestare gli stessi sintomi,tanto che le autorità religiose avvisarono il cardinale Richelieu in persona,che decise l’invio di un noto esperto di stregoneria, Laubardemont,famoso per aver mandato sul rogo oltre un centinaio di streghe. La scelta del cardinale era da mettere sicuramente in relazione con la ruggine esistente nei confronti di Grandier,e Laubardemont si mostrò immediatamente strumento fedele della vendetta di Richelieu.

Appena arrivato a Loudon,fece arrestare Grandier,e lo tradusse in ceppi davanti alla badessa e alle suore contagiate dall’isterismo di massa. Il risultato sembrò confermare le accuse al prelato.Alla presenza di Grandier la badessa e le suore urlarono e si contorsero in maniera orribile,pronunciano frasi oscene e compiendo atti innominabili di autoerotismo e lasciandosi andare a pose oscene e bestemmie. Suor Jeanne arrivò a parlare con una voce roca,dicendosi invasata dal demone Asmodeo,che parlò tramite lei e raccontò di come avesse stretto un patto diabolico con il sacerdote,e di come lo avesse marchiato per farne una sua creatura.

Il povero Grandier venne visitato da due medici,che naturalmente non riscontrarono alcun segno diabolico sul suo corpo. Anzi,uno di essi scrisse di aver visto suor Jeanne nell’atto di nascondere un pezzo di sapone che aveva estratto dalla bocca,e che ne aveva provocato la schiuma che fuoriusciva dalla bocca durante la presunta possessione diabolica.

I due rapporti sparirono misteriosamente. Si arrivò comunque al processo,dove ci fu un testimone d’eccezione,il diavolo in persona,che parlò per bocca di Suor Jeanne,e che raccontò di aver fatto con Grandier un patto scellerato,nel quale assicurava al prelato fama,fortuna e sesso in cambio della sua anima e della dedizione totale. Il diavolo dette anche indicazioni su come rintracciare la pergamena sul quale era stato stipulato il patto,che venne rintracciata. Era la prova che si cercava,e naturalmente non si badò e soprattutto non si mise in discussione l’improbabile versione di suor Jeanne.

Grandier venne sottoposto a tortura,durante la quale,nonostante i tormenti che gli venivano inflitti,non smise mai di protestare la sua innocenza. Il processo si concluse con la condanna a morte di Urbain Grandier,che nel 1634 salì sul rogo,gridando fino all’ultimo la sua innocenza. Ironia della sorte,Suor Jeanne divenne,subito dopo la morte del prelato,un’icona di santità. I fenomeni diabolici sparirono improvvisamente dal convento,e sulle mani della badessa comparvero le stimmate.

Un fenomeno probabilmente imputabile ad auto convincimento,senza alcuna possibilità di intervento miracoloso;la donna era soltanto una fanatica psicotica,e le stimmate furono autoindotte e provocate a bella posta.

Ma tanto bastò a renderla quasi una santa. Alla sua morte,avvenuta qualche anno dopo quella di Grandier,i suoi vestiti e i suoi indumenti intimi divennero paradossalmente oggetti di culto,e la leggenda narra che la stessa moglie del re di Francia volle curare suo figlio,gravemente ammalato,con la camicia da notte dell’isterica badessa. In definitiva,il povero Grandier venne condannato per motivi politici sfruttando la superstizione e le malattie mentali di suor Jeanne,sfruttando tra l’altro prove assolutamente risibili e non suffragate da fatti.A meno di non accettare come veritiera la deposizione del diavolo, Grandier pagò con la vita la sua arroganza, il suo fascino e la sua superbia.

Debolezze umane,viste come doti fornite dal demonio.

agosto 9, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 1 commento

Milano difendersi o morire

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Tardo poliziottesco targato 1978;  Milano, difendersi o morire, narra la storia di Pino Scalise, un giovane reduce da un lungo soggiorno in galera.
All’uscita dal carcere, il giovane è costretto a cercarsi un rifugio e lo trova presso un suo zio, padre di due giovani, Teresa e Marina.
Casualmente, Pino incontra la cugina Marina in un locale dove la giovane si prostituisce.
La banda da cui è virtualmente tenuta prigioniera la ragazza è retta con pugno di ferro da Don Ciccio, sulle cui tracce è il commissario Marani, che agevola il rientro di Pino nella società civile, sicuro che il giovane lo condurrà proprio sulle tracce del boss.

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Marc Porel è Pino

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George Hilton è il Commissario Marani

Don Ciccio ben presto decide di utilizzare il giovane per i suoi loschi traffici, e ricattandolo tenendo sotto sequestro la giovane Marina, tenta di piegare il giovane ai suoi voleri.
Dopo alcune vicissitudini, Pino sarà costretto a cedere al volere del boss, che nel frattempo ha preso in ostaggio anche Teresa.
Così Pino è costretto a diventare un trafficante di droga, ma il commissario Marani vigila………

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 Anna Maria Rizzoli

Milano, difendersi o morire, diretto da Gian Antonio Martucci è un classico poliziottesco, talmente classico da non distinguersi dai molti altri cloni della seconda metà degli anni settanta.
Nessun elemento innovativo; la miscela è quella tradizionale del genere.
Il solito commissario solerte e furbo, il delinquente che tale non è alla ricerca del riscatto, le bellone di turno, il rapimento, il cattivone che riceve la giusta punizione.
Sangue, un pò di violenza, il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione.
Il cast fa il suo dovere con sufficienza, mettendo in mostra un George Hilton in versione standard, con faccia adeguata e furbizia latente nei panni del commissario di polizia, un Marc Porel abbastanza convincente nei panni del giovane Pino, angariato dal suo passato e dal solito boss spietato.

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A loro due si aggiungono le due sorelle Marina e Teresa, la prima interpretata dalla bella Anna Maria Rizzoli, la seconda dall’affascinante Barbara Magnolfi, che si segnala anche per una sequenza di nudo mozzafiato davanti ad uno specchio.
Poco altro da segnalare per un film anonimo, ne bello ne brutto, che comunque è passabile quanto meno sul piano del ritmo, anche se sembra una ripetizione di tante altre pellicole di questo genere che furoreggiò per qualche anno nella parte centrale e successiva degli anni settanta.

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Tra i comprimari segnalo l’onnipresente Al Cliver.

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Barbara Magnolfi

Milano… difendersi o morire, un film di Gianni Martucci. Con George Hilton, Marc Porel, Al Cliver, Anna Maria Rizzoli, Guido Leontini, Barbara Magnolfi, Nino Vingelli, Franco Diogene
Poliziesco, durata 98 min. – Italia 1978.

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Marc Porel     …     Pino Scalise
George Hilton    …     Commissario Morani
Anna Maria Rizzoli    …     Marina ‘Fiorella’
Al Cliver    …     Domino
Mario Novelli    …     Nosey
Guido Leontini    …     Don Ciccio
Silvia Mauri    …     Anna
Osvaldo Natale    …     Assistente Natale
Amparo Pilar    …     Assunta
Parvin Tabrizi    …     Alicante
Nino Vingelli    …     Nicola
Barbara Magnolfi    …     Teresa

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Regia     Gianni Martucci
Produttore     Giuseppe Zappulla
Casa di produzione     Ariete Cinematografica
Distribuzione (Italia)     Rex Films Home Video
Fotografia     Richard Grassetti
Montaggio     Vincenzo Vanni
Musiche     Gianni Ferrio
Scenografia     Sergio Palmieri (arredatore)
Costumi     Marika Flandol

“Porel, malavitoso appena scarcerato, per amore di una prostituta (Anna Maria Rizzoli) subisce ricatti, sino a decidere di collaborare con il commissario Morani (un Hilton sottotono a dir poco). Mediocre polizi(ott)esco diretto da un cineasta più versato alla commedia (La collegiale, La dottoressa sotto il lenzuolo) e titolare del controverso I frati rossi, horror gotico realizzato fuoritempo massimo. Carico di scene erotiche e con dose di nudo più insistito – garantito dalle belle presenza femminili (la Rizzoli e la Magnolfi) – fa sfoggio di scene fuori tema, a cominciare dai titoli di testa.

Poliziottesco in piena regola incentrato su uno dei temi principe del genere: il revanchismo. Nessuna novità e tante ovvietà per una pellicola di scarso interesse e consigliata solo ai fan del genere. Anche la confezione non presenta alcun elemento di particolare rilievo.

Un film non brutto, ma sostanzialmente piatto. I bellissimi titoli di testa fanno sperare nel classico filmaccio “di genere” sporco, marcio e claustrofofico, ma ben presto la storia prende una piega banale e scontata. La sceneggiatura è mediocre, i dialoghi funzionano abbastanza bene ma quello che manca è proprio la struttura narrativa, che risulta piuttosto approssimativa. Un film che tutto sommato si segue piacevolmente, ma per gli appassionati del cinema di genere c’è di molto, ma molto meglio.

Più noir che poliziesco. Film che racconta una storia semplice con una sceneggiatura senza particolari buchi che si segue piacevolmente ma che però non offre grandi idee. Purtroppo il film soffre di una fase centrale piuttosto lenta e noiosa mentre il resto del film è gradevole, soprattutto l’inizio. Marc Porel è piuttosto “imbolsito”, Hilton nel ruolo del commissario non ha mai molto convinto. Le attrici del film si offrono quasi tutte in nudi integrali. Girato sì a Milano (periferia però), ma diversi automezzi hanno la targa di Cremona…

Fumettone melodrammatico con qualche spruzzata di poliziottesco. Hilton è valido come Commissario sopra le righe, Porel fa l’ex galeotto siculo ma è doppiato con accento francese e Leontini da semplice sgherro, in altre più dignitose pellicole, si trasforma in boss tendente alla lacrimuccia. Vari nudi integrali (bello quello della Magnolfi, finta sedicenne). Risultato molto sotto la media con scene d’azione raccogliticce e una Rizzoli oca monolitica.

I titoli di testa su immagini documentaristiche virate in seppia (cariche della polizia, manifestanti a volto coperto, tossici che si bucano) lasciano ben sperare; invece segue un melodramma di impostazione ottocentesca e i tutti i luoghi (commissario duro ma comprensivo, la puttana dal cuore d’oro…) della celebre “sceneggiata napoletana” direttamente chiamata in causa da Al Cliver. Siccome il budget è basso, il perfido boss è Guido Leontini, più credibile nei panni abituali del gregario.

L’ho finito a fatica, molto noioso. Mi è parso più una “sceneggiata” che un vero e proprio poliziottesco, anche perché l’azione langue assai. Splendida la Rizzoli. Belle e adatte le musiche di Gianni Ferrio, anche se in un pezzo copia paro paro Dave Brubeck.”

 

luglio 31, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | 3 commenti

Miriam si sveglia a mezzanotte

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Miriam e John Blaylock sono una coppia sposata; una sera agganciano una coppia di punk in un locale notturno, li invitano nella loro elegante casa e li uccidono succhiando subito dopo il loro sangue.
Miriam, infatti, è una vampira, ormai viva da oltre 40 secoli.
Ha sposato, tre secoli prima, il musicista John, promettendogli la vita eterna.
Mentre accadono questi fatti, la scena si sposta sulla vita di Sarah Roberts, una valente studiosa che da tempo segue il caso di animali soggetti ad un precoce invecchiamento, dovuto ad una decadenza accelerata delle cellule.

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Susan Sarandon è Sarah

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David Bowie è John

E’ a lei che si rivolge John, un giorno che scopre come anche a lui stia accadendo la stessa cosa; il suo organismo invecchia di colpo a vista d’occhio, e l’uomo si reca nello studio della dottoressa per cerarvi un rimedio.
Ma in sole due ore John passa dalla giovinezza alla vecchiaia, e riesce a malapena a tornare a casa, dopo aver tentato inutilmente di aggredire un giovane di colore per succhiarne il sangue.
John si rivolge disperato a Miriam, chiedendogli di aiutarlo, ma la donna confessa di non poter fare nulla per lui; lei è l’unica ad essere destinata ad essere immortale, per i suoi amanti c’è un destino peggiore della morte.

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L’invecchiamento veloce di John

Invecchiati fin quasi ad essere ridotti pelle e ossa, vengono sepolti, dalla diabolica Miriam, in casse mortuarie e conservati in solaio.
Proprio qui Miriam depone il suo ultimo marito, dopo averlo rinchiuso, ancor vivo, in una bara, al fianco di quelle dei suoi numerosi amanti che si sono succeduti nel corso dei secoli.
La donna vede in tv la dottoressa Sarah Roberts e rimane affascinata dai suoi studi; il caso vuole che arrivi a casa sua proprio Sarah, rimasta colpita dal breve colloquio con John, che portava sul suo corpo proprio i segni della malattia da lei studiata.
Miriam la soggioga e ne fa la sua amante, subito dopo la vampirizza.

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Quando Sarah si rende conto di quello che le è accaduto, torna da Miriam, appreso il suo destino, decide di morire.
Si auto infligge una profonda ferita con la croce Ank egizia che Miriam porta al collo.
Ma è come se a quel punto venisse meno un sortilegio: Miriam, sconvolta, fugge in solaio dove nel frattempo le anime dei suoi vecchi amanti sono finalmente uscite dai loro sarcofaghi, libere dalla terribile  maledizione.
Miriam precipita dal solaio e si schianta sul pavimento, trovando la morte.
Il finale del film vede…………

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La celebre sequenza della seduzione

Horror atipico e fuori da tutti i canoni, questo film di Tony Scott, fratello di Ridley; un film decisamente innovativo anche.
Miriam si sveglia a mezzanotte, girato nel 1983, presenta diversi elementi inusuali, a cominciare da una fotografia molto curata e raffinata, che riporta ad opere come Pretty baby, di genere completamente diverso o ai film di Hamilton, senza per questo avvalersi dell’uso esagerato dell’effetto flou.
Inusuale anche per il ritmo e la narrazione stessa del film, che si snoda su binari molto lenti e descrittivi, senza l’utilizzo del solito splatter, di bidoni di sangue e di scene da sobbalzare sulla sedia.

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Scott predilige il dialogo, usando una struttura narrativa che crea un’atmosfera rarefatta, in cui le vicende dei coniugi Blaylock sembrano prendere la piega più della storia d’amore disperata piuttosto che la solita brama di sangue tipica dei film con protagonisti eponimi di Dracula.
Se l’atmosfera del film è rarefatta, basata sui dialoghi e sulle atmosfere, le storie dei tre personaggi assumono ben presto l’amaro sapore della tragedia.
Se John pagherà con una fine atroce l’amore per la sua bellissima e incorrotta moglie vampira, Sarah in qualche modo rischierà di fare la stessa fine, e forse a lei sarà riservata la stessa orrenda sorte di miriam, costretta a vivere in eterno uccidendo gli altri per mantenersi giovane, per sfidare in pratica le leggi del tempo e della natura.
Incredibile l’inizio, con scene prese in un locale gotico/punk, in cui imperversa la celebre “Bela Lugosi Is Dead” dei Bauhaus, con ovvi riferimenti al re del cinema muto, uno dei primi vampiri dello schermo; in seguito, quando il film cala di velocità per diventare descrittivo e analitico, ecco apparire la melodia triste di Schubert, suonata da una ragazzina allieva di Miriam e del mairto.
pezzo forte del film è la celebre sequenza lesbo tra Miriam e Sarah, che dura davvero un’eternità, pur non possedendo nulla di morboso o degno di un voyeur; tutti i passaggi sono sottolineati, ovviamente in maniera non casuale, dal canto della schiava Mallika e della principessa Lakmè, tratto dall’opera Lakmè di Léo Delibès.
L’amore tra le due donne è commentato da questa musica, reso visivamente da una fotografia morbidissima e reso quasi pudico dall’utilizzo della dissolvenza e grazie all’ausilio di veli, che nascondono le nudità delle due donne, appena intravedibili.
I baci saffici tra Sarah e l’etera e aristocratica Miriam, sembrano avvolgere il film in un manto di astrazione che rende la scena indimenticabile.

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bene anche il finale, nel quale si scioglie la maledizione di Miriam e se ne apre un’altra… forse.
Il cast è ovviamente di assoluto rilievo: mentre a David Bowie è affidato il compito di marito e amante dell’immortale Miriam, alla bionda, algida e aristocratica catherine Deneuve è affidato quello della bellissima Miriam.
Del resto, chi più della bionda attrice francese avrebbe potuto impersonare un vampiro con un aria di superiore altezza rispetto agli altri umani, un’essere del quale innamorarsi perdutamente e altrettanto perdutamente dannarsi l’anima?
Sarah è interpretata da una dolente e bravissima Susan Sarandon, che  tratti sembra davvero persa in un’altra dimensione; la simpatia che ispira il suo personaggio dura fino alla fine del film, trascendendo anche un finale in cui ua volta tanto viene demolito il detto che il delitto non paga.
Un’opera di grande fascino, quindi, decisamente molto al di sopra della media, in cui Scott mostra già talento da vendere.
Cosa del resto confermata in seguito.

Miriam si sveglia a mezzanotte, un film di Tony Scott. Con Catherine Deneuve, David Bowie, Susan Sarandon, Cliff De Young, Dan Hedaya, Bessie Love
Titolo originale The Hunger. Horror, durata 97 min. – USA 1983.

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Catherine Deneuve: Miriam Blaylock
David Bowie: John
Susan Sarandon: Dottor. Sarah Roberts
Cliff De Young: Tom Haver
Dan Hedaya: Tenente Allegrezza
Bessie Love: Lillybelle
Dan Hedaya     …      Allegrezza
Rufus Collins    …     Charlie Humphries
Suzanne Bertish    …     Phyllis
James Aubrey    …     Ron
Ann Magnuson    …     La ragazza della  Discoteca
John Stephen Hill    Il ragazzo della  Discoteca
Shane Rimmer    …     Arthur Jelinek
Bauhaus    …     Il gruppo che suona in Discoteca

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Regia     Tony Scott
Soggetto     Whitley Strieber
Sceneggiatura     Ivan Davis, Michael Thomas
Produttore     Richard Shepherd
Fotografia     Stephen Goldblatt
Montaggio     Pamela Power
Effetti speciali     Martin Gutteridge
Musiche     Denny Jaeger
Scenografia     Clinton Cavers

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“È una pellicola vampiresca, dotata di inconsueta eleganza e di dolce immaginazione. Benché io non ami certo alla follìa David Bowie come attore, devo dire che la scelta sua e quella della algidissima Catherine Deneuve costituiscono un’arma vincente. Un bel film.

Raffinata pellicola sul vampirismo, intrisa di una forte vena d’erotismo che percorre (di fondo) l’intera sceneggiatura. Patinato, cerebrale, intriso di una componente di romanticismo quasi stucchevole, ma nobilitato da una colonna sonora vivace ed interessante. Deputato inizialmente alla regia, Alan Parker ha ceduto la mano al più commerciale Tony Scott…

Film di vampiri che può vantare una bella fotografia e ottimi attori. Per il resto la storia scorre molto (troppo) lenta e non mostra particolari innovazioni. L’esordio cinematografico di Tony Scott (fratello del ben migliore Ridley) è un film discreto e con tutta probabilità resta anche il suo migliore. Il film ha dato spunto per una serie di telefilm (credo prodotta proprio da Scott).

Una Catherine Deneuve stupenda (controfigurata nelle scene lesbiche con la Sarandon). Il sangue che dona la vita è ossessione della protagonista (visto la sua natura) e soprattutto di Bowie, vampiro suo amante, che invecchia senza possibilità di scampo e che si consola presto con la Sarandon. Scene di sesso patinate, ottima ambientazione chiusa (l’appartamento della vampira). Ricordo anche una bella scena sanguinaria. Anche per me supera bene i due pallini, senza ombra di dubbio.

Ottima pellicola girata dal fratello di Ridley Scott, che in questa occasione (e non solo in questa) dimostra di saper usare molto bene la macchina da presa, caratterizzando il film con una regia altamente professionale. La sceneggiatura è intrigante e la Deneuve splendida ed ambigua. Perfetto anche Bowie con il suo personaggio e incredibile la sequenza con cui invecchia velocemente. Ottimo esordio registico, un film che consiglio vivamente.”

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luglio 28, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 4 commenti

More (Di più, ancora di più)

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Una storia d’amore funesta e distruttiva con lo sfondo di una Parigi appena intuibile e della splendida Ibiza, condita da una colonna sonora scritta in otto giorni dai Pink Floyd.
E’ questa l’essenza del film More (uscito in Italia con l’aggiunta di Di più ancora di più), film del 1969 diretto dal regista di origini iraniane Barbet Schroeder.
Una storia dal vago sapore underground, che racconta il percorso di sola andata all’inferno di un giovane tedesco, Stefan, che in una Parigi che intravediamo solo a tratti conosce una giovane efebica e affascinante, sfuggente, di nome Estelle.

More 13

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La ragazza, dopo un approccio iniziale soft, inizia il giovane Stefan all’uso di marijuana, prima di portarlo su sostanze più pesanti.
Sarà proprio ad Ibiza, in una splendida cornice naturale che contrasta pesantemente con la cupezza della relazione tra i due, che diviene con il passare dei giorni sempre più torbida e legata alla progressiva assuefazione delle varie droghe che i due giovani usano, che la storia raggiungerà l’acme e la sua drammatica conclusione.

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Sicuramente More è un film passato alla storia più per la splendida e avvolgente colonna sonora dei Pink Floyd piuttosto che per la storia raccontata, anche se film sulla droga, a fine anni sessanta, sono da considerarsi rarità.
Il problema principale del film è la sua funzione eminentemente didascalica, legata più al torbido rapporto che lega i due protagonisti più che ad una indagine sui perchè della diffusione nel mondo giovanile dell’uso delle droghe leggere e pesanti.

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Il dramma della droga è visto infatti in un microcosmo chiuso, quello di Stephan e Estelle, non rapportato alla società, ai problemi di adattamento dei giovani alla stessa o ai problemi tipici dell’essere giovani.
Schroeder sceglie la strada dell’illustrazione del percorso iniziatico del giovane tedesco, che un po per amore, un po per curiosità, un po ancora per spirito di avventura, sceglie di seguire la perduta e ammaliatrice Estelle nel suo viaggio senza ritorno, verso una dipendenza che fatalmente avvolgerà nelle sue spire il giovane, portandolo alla tomba.

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La scelta più felice del regista è quella di usare un netto contrasto tra la storia cupa e drammatica che man mano vediamo scorrere sotto i nostri occhi e il paesaggio assolutamente solare, spettacoloso di un’Ibiza da cartolina o da documentario della National Geographic.
Alcune scene sono davvero splendide e ben curate, come quella in cui il giovane tedesco è seduto sul bordo di un traghetto con l’acqua che spumeggia, oppure quella in cui i due giovani, in un momento sereno, prendono il sole e fanno il bagno completamente nudi, novelli Adamo ed Eva.

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Pure, il senso di forte incompiuta, resta davvero palpabile.
I due giovani appaiono legati da un sentimento quasi vuoto, in cui il sesso, la droga, sembrano travolgere tutto, senza che il regista esprima mai un suo punto di vista oggettivo, che sia una condanna delle droghe in tutta la loro vasta gamma oppure un tentativo qualsiasi di demonizzare la cosa.
In questo More appare distante anni luce da opere molto più complesse e diversamente strutturate come Cristiana F.noi i ragazzi dello zoo di Berlino, opera sicuramente molto più efficace nel descrivere l’anticamera dell’inferno della tossico dipendenza.
Ma in effetti l’intenzione del regista era quella di raccontare una storia d’amore con un finale amaro, con la droga solo sullo sfondo della vicenda.

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E in questo bene o male colpisce nel segno.
Aiutato sicuramente per massima parte dalla colossale colonna sonora dei Pink Floyd, orfani del geniaccio Barrett che aveva pagato il suo tributo alla dea droga. Una colonna sonora sontuosa, pure non apprezzata universalmente, anzi.
I fan dei Pink Floyd spesso la escludono dai lavori del gruppo, considerandola troppo leggera e poco omogenea.
Aldilà delle meschine considerazioni di bottega, l’album che fa da colonna sonora è bello e intrigante; così come il film, tralasciando molte lacune in fase di sceneggiatura, si lascia vedere.

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Bene i due attori protagonisti, una splendida, conturbante ed efebica Mimsy Farmer e Klaus Grunberg, l’impacciato e stralunato Stephan.
Può valere la pena riguardarlo a distanza di oltre 40 anni dalla sua uscita, per ricordare un mondo ormai completamente dissolto.

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More (Di più, molto di più), un film di Barbet Schroeder. Con Mimsy Farmer, Klaus Grunberg, Heinz Engelmann Titolo originale More. Drammatico, durata 117 min. – Gran Bretagna 1969.

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Regia     Barbet Schroeder
Soggetto     Barbet Schroeder
Sceneggiatura     Barbet Schroeder, Paul Gegauff
Casa di produzione     Les Films du Losange
Fotografia     Nestor Almendros, Fran Lewis
Montaggio     Denise De Casabianca, Rita Roland
Musiche     Pink Floyd

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luglio 23, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , | 1 commento

Marcia trionfale

Marcia Trionfale locandina

Paolo Passeri è un neo laureato, che con molti sacrifici è riuscito a terminare gli studi.
Ambirebbe ad arrivare ad occupare un posto in accademia, ma prima deve ottemperare agli obblighi del servizio di leva.
Viene così spedito in una caserma a Reggio, sotto gli ordini del capitano Asciutto.
Da subito il giovane, distinto, colto e sopratutto molto timido ha difficoltà di ambientamento; circondato da gente rozza, da istruttori con i paraocchi, l’uomo non riesce a integrarsi nella dura, rigida disciplina militare.
A colmare la misura arriva anche lo strano comportamento del capitano Asciutto, uomo in preda ad una profonda crisi di nervi; la concezione di quest’ultimo, della vita, risente della sua mentalità di militare.
L’uomo vorrebbe forgiare soldati d’acciaio, dimenticando che molti non hanno ne la volontà ne la forza di carattere per accettare i suoi ordini.

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Franco Nero (Capitano Asciutto) e Michele Placido (Paolo)

Ben presto Asciutto scopre che Paolo è in possesso di una buona cultura, e dopo averlo umiliato in più occasioni, prende in qualche modo a ben volerlo.
Ma la nevrosi del capitano è sempre latente; anche nella vita privata l’uomo mantiene un comportamento schizoide, arrivando a incutere un sacro terrore anche in sua moglie, che accetta supinamente quell’uomo rancoroso, brutale fino all’eccesso.
Paolo diviene ben presto il braccio destro del capitano, che così lo mette a guardia della moglie; lo stesso scopre così l’infedeltà della bella donna, oltre che diventarne, alla fine, l’amante.
Ma la storia è destinata a chiudersi tragicamente.

Marcia Trionfale 1
Miou Miou

Abbandonato dalla moglie, il capitano perde completamente il lume della ragione, e finirà ucciso da un soldato di guardia, coperto da Paolo, che ha intuito il dramma che ha sconvolto la mente del suo ex superiore.
Condensare in poche righe una storia molto cupa, tetra come quella raccontata da Marco Bellocchio in Marcia trionfale, film del 1976, non è impresa semplice.
La struttura del film, pur lineare e abbastanza semplice nel suo svolgimento, tuttavia offre il fianco ad una serie di problematiche che il film stesso suscita, intriso com’è di un antimilitarismo evidente, in cui il mondo delle armi è visto come un ricettacolo di vizi e di disordine morale, che trova la sua massima esplicazione proprio nella figura di Asciutto, uomo che è militare fino nel Dna.

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Patrick Dewaere

E che proprio in virtù di questa sua forma mentis finisce per smarrire il senno, oltre che il senso del reale.
Il film passa dalla denuncia dell’ottusa protervia degli ufficiali, con conseguente sovra esposizione di quello che accade in una caserma (atti di vigliaccheria, nonnismo, viscido servilismo) alla descrizione di una storia d’amore ( ma il termine è davvero esagerato) tra il giovane neo laureato Paolo e la splendida Rosanna, la moglie del suo capitano, che alla fine lui tradisce proprio intessendo una relazione con la donna.

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I personaggi del film quindi non spiccano per doti umane; lo stesso Paolo, entrato timidamente in caserma, ne esce completamente cambiato  e diventa un simbolo di come la vita militare possa forgiare in negativo il carattere di un uomo, eliminandone i lati positivi e sostituendoli con quanto di peggio l’uomo possa mostrare.
Il film, che possiede una sua forza espressiva molto notevole, va giudicato comunque come un’opera eccessiva.
La furia di Bellocchio si abbatte su un’altra istituzione, ma questa volta con scarsa lucidità.

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Marcia Trionfale 7

I due personaggi principali, ovvero Paolo, interpretato da Michele Placido e il capitano Asciutto, interpretato da Franco Nero sono eccessivi in tutto; sono eccessivi nella recitazione, lo sono nei comportamenti, lo sono nei rapporti con gli altri.
I due attori caratterizzano a tal punto i personaggi da trasformarli più che in maschere tragiche, in caricature, il che probabilmente non era nelle intenzioni del regista.le varie scene di sopprusi, di angherie dei “nonni”, di piccole meschinerie quotidiane vengono amplificate, così come le reazioni del capitano fuori dalla caserma, dietro il tranquillo riparo delle mura domestiche.
Il suo rapporto con la bella moglie viene mostrato in tutta la sua crudezza; in una scena l’uomo mette fuori dalla porta, dopo averla percossa, la giovane moglie completamente nuda, costringendola ad umiliarsi per poter rientrare in casa.
Questo rapporto malato, che si concluderà con l’abbandono di Rosanna del tetto coniugale, è forse la cosa migliore del film, assieme alla recitazione della splendida Miou Miou e di Patrick Dewaere, amante della donna.
Il resto è un film frammentato, discontinuo e didascalico, in cui le frecce del regista, Bellocchio, sembrano avere traiettorie a zig zag.

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Un film con una sua forza, indiscutibile, ma che risente dell’ambigua scelta del regista di puntare su due storie parallele, quella della descrizione della vita in caserma e quella della descrizione del privato.
Un’ambiguità che alla fine costa cara.
Tuttavia siamo di fronte anche ad un bel film, in cui Bellocchio , aldilà degli errori descritti, mostra con forza e coraggio quelli che sono gli evidenti limiti di ua vita coercitiva come quella vissuta all’ombra della divisa militare.

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Marcia trionfale,un film di Marco Bellocchio. Con Michele Placido, Miou-Miou, Franco Nero, Patrick Dewaere, Nino Bergamini, Nicola Di Pinto, Piero Vida, Gisela Hahn, Vittorio Fanfoni, Alessandro Haber, Cyrille Spiga, Massimo Boldi, Peter Berling, Flavio Andreini, Dario Cantarelli, Daniele Pagani
Drammatico, durata 125 min. – Italia 1976.

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Marcia Trionfale 15

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Franco Nero: capitano Asciutto
Miou-Miou: Rosanna
Michele Placido: Paolo Passeri
Patrick Dewaere: tenente Baio
Nino Bignamini: Guancia
Alessandro Haber: Belluomo

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Regia Marco Bellocchio
Soggetto Marco Bellocchio
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Sergio Bazzini
Produttore Silvio Clementelli
Produttore esecutivo Giorgio Adriani
Casa di produzione Clesi Cinematografica, Renn Productions, Parigi, Lisa Film GMBH, Monaco
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Amedeo Fago
Costumi Mario Carlini
Trucco Mario Di Salvio

luglio 20, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Addio fratello crudele

Addio fratello crudele locandina

Storia di una passione proibita, aldilà della morale comune, storia d’amore e di morte, di passione, di inganni.
Siamo nei primi anni del 1500, l’azione si svolge a Mantova.
Il bel Giovanni rientra nella sua città dopo aver completato gli studi; ad attenderlo c’è la sorella Annabella, che lui ha lasciato quando era poco più di una bambina.
Tra i due c’era già una forte attrazione, nonostante il vincolo di parentela, e ora che i due sono diventati una coppia di splendidi giovani, ecco scoppiare, irrefrenabile, la passione.
I due si amano totalmente, senza pudori ancestrali, mentre attorno a loro la vita sembra avere un altro ritmo, scandito dalla violenza quotidiana, dal sangue versato in cento battaglie.

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Angela Luce

Ma arriva il giorno in cui Annabella scopre di essere incinta; il che è già un problema gravissimo, per la morale contemporanea.
Ma l’aggravante è l’incesto, un peccato mortale, condannato dalla società e dalla chiesa, entrambe pronte a decretare la morte sul rogo per quello che è considerato un peccato contro Dio e contro gli uomini.

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La ragazza, per sfuggire al suo destino, accetta di sposare uno dei suoi corteggiatori, il ricco e affascinante Soranzo.
Per un po le cose fra i due sembrano andare bene, ma una notte, mentre finalmente l’uomo è riuscito a vincere le resistenze della moglie, che finora ha rifiutato i contatti fisici, Annabella sviene.
Soranzo chiama un dottore, che fatalmente gli comunica che la moglie è incinta.

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Charlotte Rampling

Pazzo d’ira, Soranzo picchi la moglie cercando di sapere chi è il padre del bambino, inutilmente.
Così l’uomo organizza la sua vendetta; convoca i famigliari della moglie a pranzo.
Nel frattempo Giovanni, che non vuol lasciare la sua amata nelle mani dell’odiato cognato, uccide Annabella e le strappa il cuore; con il macabro trofeo in mano si reca nella sala dov’è ancora in corso il banchetto.
Il gesto scatena l’ira di Soranzo, che da ordine di massacrare tutti i presenti.

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Fabio Testi

Sarà lui ad uccidere personalmente Giovanni, che così si troverà riunito alla sua amata nella morte.
Giuseppe Patroni Griffi, regista di questo Addio fratello crudele, adatta per lo schermo il dramma Tis Pity She’s A Whore (Peccato che sia una puttana) di John Ford, scritto agli inizi del 1600.
Lo fa girando un film molto cupo, ambientato in una Mantova quasi immersa nella nebbia, a simboleggiare la nemesi del cupo drammone che i protagonisti della storia si apprestano a vivere.
Il clima è quello della tragedia incombente, e lo si respira da subito; i due amanti, assolutamente lontani dalla preoccupazione che la loro unione dovrebbe loro comportare, si amano follemente, incuranti di convenzioni e leggi sia civili che religiose.

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Il vecchio adagio “al cuor non si comanda” però mal si sposa con uno dei tabu assoluti della società, in qualsiasi tempo recente lo si voglia collocare.
Così la storia avanza verso il suo tragico finale, con i due amanti separati dall’imprevista gravidanza di lei, che la costringe a nozze riparatrici con l’uomo che poi annienterà la sua famiglia, in un bagno di sangue purificatore che, alla luce della storia, appare ancora più stridente in rapporto al peccato consumato.
Ma il 1500 è un secolo denso di violenza, testimoniata dalle carneficine che intuiamo avvenire collateralmente alle storie che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi.

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Così come intuiamo la pesante cappa repressiva della religione, testimoniata dalla presenza dell’umile fraticello, preoccupato più dalla severità della chiesa a cui appartiene che dai peccati dei mortali.
Un film dignitoso, questo di Patroni Griffi, assecondato dal cast che svolge egregiamente il proprio compito; a Charlotte Rampling, intrigante, sensuale e misteriosa, è affidato il compito di interpretare la peccatrice Annabella, mentre Fabio Testi è il terribile e vendicativo Soranzo. Oliver Tobias, un altro belloccio degli anni settanta se la cava con dignità nel ruolo dell’amante/fratello di Annabella, Giovanni.

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Il tema dell’incesto è trattato tutto sommato con sobrietà; nel film non c’è erotismo, quanto piuttosto una ricerca visiva, dialogata e percettiva di un tabù fra i più radicati nella morale comune.
Il regista si limita a raccontare la storia, eccedendo solo nella parte finale, quando il film si anima all’improvviso, dopo aver vissuto lunghe pause languide; la scena del massacro finale è cruenta, sopratutto nella parte in cui Giovanni entra nella sala da pranzo con il cuore della sorella in mano.

Il film è disponibile in un’ottima versione in italiano su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=ciUS9tc4KAg

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Addio fratello crudele,un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Fabio Testi, Charlotte Rampling, Oliver Tobias, Rik Battaglia.
Antonio Falsi, Angela Luce,Drammatico,  durata 111 min. – Italia 1971.

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Charlotte Rampling: Annabella
Fabio Testi: Soranzo
Oliver Tobias: Giovanni
Antonio Falsi: Bonaventura
Rik Battaglia: Mercante
Angela Luce: governante
Rino Imperio: cameriere di Soranzo

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Regia     Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto     John Ford
Sceneggiatura     Giuseppe Patroni Griffi
Produttore     Silvio Clementelli
Fotografia     Vittorio Storaro
Montaggio     Franco Arcalli
Musiche     Ennio Morricone
Scenografia     Mario Ceroli
Costumi     Gabriella Pescucci

Poche le regie prettamente cinematografiche (più numerose e riuscite quelle teatrali) Patroni Griffi ha però lasciato un segno importante del suo passaggio: da Metti, una sera a cena a Divina creatura, passando per La gabbia. Addio fratello crudele – ispirato da una tragedia scritta da John Ford (Peccato che sia una sgualdrina) – si avvale di un cast d’eccellenza, sul quale predomina Charlotte Rampling. La storia, ambientata in epoca rinascimentale, è torbida ed avvicendata su un rapporto incestuoso tra fratello e sorella, segnati da un destino tragico e impietoso. Formalmente elegante.

Tragedia senza lacrime brividi né emozioni sclerotizzata da un ossequio prosaico al testo e all’edulcorazione linguistica, quasi si mirasse a epitomare tutto Shakespeare, Donne e Marlowe. Il risultato è barboso e schernibile, dato che a mettersi in bocca certe ariosità c’è Fabio Testi. Tuttavia certi barocchismi e certi svolazzi rimandano da un lato a Visconti e dall’altro fanno ricordare il Caligola brassiano.Incomprensibile divieto ai 18 per un’opera blablablata in cui l’esposizione non mantiene quella morbosità e graficità che il tema promette.

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luglio 16, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Ammazzare il tempo

Ammazzare il tempo locandina

Sara fa la giornalista per un importante quotidiano; è una donna all’apparenza sicura di se, anche narcisista, secondo il ritratto che ne fa l’ex marito.
In realtà è una donna con molti problemi, preda di segrete angosce e in bilico tra una giovinezza ormai svanita e un’età adulta che mal riesce ad affrontare.
Ha una relazione abbastanza tempestosa con il suo analista, ricavandone in cambio più dubbi di quelli che la perseguitano.

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Stefania Casini

Sara sta indagando sulla morte per overdose di un giovane; attraverso l’indagine, non svolge solo il suo lavoro, ma cerca un’identità perduta, un qualcosa che raffronti ciò che era, e che ora non è più con quel mondo che ovviamente stenta a capire, così distante da lei.
Il mondo giovanile è un universo parallelo, ma a Sara viene offerta un’occasione unica per avvicinarlo, più di quanto stia facendo con la sua indagine.

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Flavio Bucci

Un giorno investe una ragazza che le attraversa la strada.
La porta a casa e scopre così che è una minorenne sbandata, di nome Baby Anna.
Tra le due donne, così diverse tra loro, separate da cultura, modo di vivere, posizione sociale, si stabilisce un contatto.
Attraverso baby Anna, Sara ha modo di rivedere quella che è la sua filosofia di vita, analizzandola anche nei numerosi errori che ha fatto e che fa.
Quello che Sara non sa è che Baby Anna ha una relazione proprio con il suo analista; lo scoprirà, mandando ancora più in crisi il suo precario equilibrio.
Ad un certo punto la convivenza tra le due donne, stabilitasi dopo l’incidente, diventa impossibile, aggravata dalle strane abitudini di Baby Anna, una delle quali è quella di assumere droga.
Così Baby Anna va via, ma Sara decide di seguirla; è l’occasione per lasciarsi alle spalle quel mondo che si attende da lei cose che lei stessa non può dare, confusa e incerta com’è sulla propria identità.

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Paola Morra

Ammazzare il tempo, diretto da Mimmo Rafele nel 1979, è un film in cui predomina il dialogo; Sara parla, parla, parla, quasi cercasse attraverso la parola un rifugio alle sue insicurezze, alle sue ansie, come se andasse alla ricerca di un equilibrio sottile, al quale ambisce ma che non riesce a trovare.
Dialoghi che portano a inquadrare una figura femminile con troppi problemi, rapportata alla figura di baby Anna, che invece sembra non porsi nemmeno uno dei quesiti che sconvolgono Sara.

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Baby Anna non cerca risposte, perchè è presa dal quotidiano, da quel vivere alla giornata senza meta e senza perchè che sembra essere la costante dei giovani delle generazioni successive al 68.
Se Sara appare vulnerabile nel suo passato, in quel suo rifugiarsi in ciò che era e che inevitabilmente ora non è più, come testimoniato dalle parole dell’analista, che le dice “tu hai paura di essere lasciata sola, di non essere amata; sorridi per paura, non per generosità“, a maggior ragione appare evidente la fragilità stessa del personaggio, costretto dalle circostanze, dalle convenzioni, a mostrarsi forte, sorridente, quindi incapace di lasciar libera la propria personalità.

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Che così appare ingabbiata, contribuendo in maniera determinante all’insicurezza della donna.
Questa ricerca dell’equilibrio di Sara, paragonata a quello della giovanissima Baby Anna è uno dei punti base del film, sul quale il regista costruisce la storia.
Che, va detto, barcolla parecchie volte, proprio per l’eccesso di dialogo che caratterizza la pellicola.
Molto lunghi sono, per esempio, il dialogo tra l’analista e l’ex marito di Sara; appesantiti anche dalla scarsa mobilità della pellicola stessa, avvolta in un’aura di problematiche individuali esplicitate si, ma anche scarsamente affascinanti.

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Manca una storia del passato di Sara, quello che era prima di ciò che è ora, mentre il personaggio di Baby Anna è rozzo, tagliato con l’accetta.
Forse perchè la ragazza non si pone problemi, ma accetta ciò che è senza curarsi del passato o del futuro.
Ciò che conta per lei è il presente.
Così la pellicola scivola attraverso 95 minuti in cui non accade davvero nulla, se non la visione delle personali storie di Baby Anna e sopratutto quella di Sara, che comunque uscirà molto cambiata alla fine.
Nel finale Sara racconta a Baby Anna che il suo problema è proprio quello di poter scappare, senza dover dire o dovere qualcosa a qualcuno; e sarà proprio la giovane Baby Anna a dare una lezione di vita alla sua matura amica.

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Due parole sui protagonisti; bene Stefania Casini, che interpreta la tormentata Sara, discreta la prova di Paola Morra nei panni della giovane Baby Anna e bene anche Flavio Bucci, nel ruolo inconsueto dell’analista.
Un film decoroso, Ammazzare il tempo, ben girato, ma che ebbe scarsissima fortuna: colpa dell’eccesso di dialoghi, ovviamente, colpa anche della crisi profondissima del cinema italiano alla fine degli anni settanta.
Una pellicola con un suo valore, che andrebbe riscoperta e valorizzata, proprio per la sua capacità di raccontare il disagio personale di una donna in fuga dal presente, ma non ancora slegata dal suo passato.

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Ammazzare il tempo, un film di Mimmo Rafele. Con Angelo Infanti, Stefania Casini, Fabio Garriba, Flavio Bucci,Paola Morra
Commedia, durata 95 min. – Italia 1979.

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Stefania Casini-Sara

Paola Morra-baby Anna

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Regia: Domenico Rafele

Sceneggiatura: Domenico Rafele

Musiche: Enrico Rava

luglio 12, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento