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I diabolici amori di Nosferatu (El gran amor del Conde Drácula)

Un’antica clinica abbandonata.
Due uomini, visibilmente terrorizzati, devono consegnare una cassa.
Ma cedono alla tentazione di aprirla.
all’interno non ci sono tesori o ricchezze ma qualcosa di terrificante, e i due, assaliti da una figura avvolta nell’ombra, muoiono entrambi.

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La scena cambia completamente.
Una carrozza percorre un bosco ad andatura elevata.
All’interno di essa c’è un uomo con quattro donne, che terrorizza con racconti sinistri.
Durante il percorso, la carrozza subisce danni ad una ruota e i cinque sono quindi costretti a scendere e a proseguire a piedi in cerca di un riparo per la notte.
Siamo in Transilvania; poco lontano il gruppetto si imbatte in una costruzione.
Vengono ricevuti dal dottor Wendell, che si offre di ospitarli per la notte.
E’ l’inizio di un incubo, per i cinque, perchè sotto le mentite spoglie del presunto Wendell, si nasconde nientemeno che il conte Dracula, un vampiro che si nutre di sangue umano per poi nascondersi di giorno in attesa che torni la notte.
Dracula vampirizza tutti, rendendo le donne sue schiave ad eccezione della bella Karen;

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Paul Naschy, il conte Dracula

lei sola riuscirà a rubare il cuore del vampiro, che per amore ucciderà le sue complici perendo proprio in virtù della debolezza d’amore.
Uscito nel 1972 con il titolo originale spagnolo di El gran amor del Conde Drácula, I diabolici amori di Nosferatu (titolo italiano) diretto da Javier Aguirre è un horror tradizionale basato sulla figura del conte Dracula, per una volta incline al sentimento dell’amore.

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E’ questo che differenzia il film di Aguirre dai numerosi cloni del primo Dracula, oltre 160 che seguirono al primo leggendario film datato 1931, con protagonista il principe delle tenebre all’epoca interpretato dal grande Bela Lugosi.

Un film che ha una sua dignità, ben girato e sopratutto equilibrato, una miscela molto difficile da trovare in altri prodotti similari; gran merito va, oltre alla sceneggiatura ben congegnata, alle atmosfere che Aguirre ricrea.
E che si avvale della gran professionalità di Paul Naschy,

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che elabora la figura del conte Dracula a modo suo, conferendogli una dolente caratterizzazione, rendendo il conte Dracula più schiavo di un destino tragico del quale è tristemente consapevole che simile ad una sinistra entità malefica.
Come già detto, il film è ben congegnato; l’idea di creare un’atmosfera lugubre sin dall’inizio, con Imre Polvi (l’attore Vic Winner) che terrorizza le ragazze in sua compagnia con lugubri racconti proprio mentre la carrozza viaggia tra i sinistri boschi della Transilvania, non è originale ma è ben diretta.

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Rosanna Yanni

L’abbandono della carrozza, con le quattro ragazze che sembrano quasi presagire la sorte alla quale andranno incontro fatalmente, l’incontro stesso con il rassicurante Wendell/Dracula, l’atmosfera cupa eppure non opprimente della casa che ospita il gruppo sono le parti migliori del film.
Ben congegnato è anche il sistema adottato da Aguirre per illustrare gli attacchi di Dracula alle sue ospiti, con le stesse che sembrano quasi sognare in bianco e nero, emblema di una sorte che per loro sarà terribile.

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Le attrici del film ovvero la splendida Haydee Politoff che interpreta Karen, Rosanna Yanni che interpreta Senta, Ingrid Garbo che interpreta Marlene e infine Mirta Miller nella parte di Elke sono ben assortite anche fisicamente e risultano alla fine credibili.
Riuscito anche il tentativo di Aguirre di non rendere il film banalmente erotico, ma di lasciare all’immaginazione le varie seduzioni che il conte opererà sulle sue vittime, fino alla fatale decisione di risparmiare la donna della quale è ormai innamorato, Karen.

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L’atmosfera gotica è quindi ben resa, così come sono ben rappresentati i tormenti del conte Dracula, una volta tanto visto non come un’essere assetato di sangue, ma tormentato da quello che è il suo essere anche umano, in una specie di dicotomia tra la rappresentazione dell’eterno dualismo in lotta del bene e del male, con un finale una volta tanto rassicurante.
Il bene trionfa sul male, Dracula vince la sua battaglia contro il destino e sceglie la morte alla vita eterna fatta però di morte e distruzione.

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Haydée Politoff , Karen

Uno dei migliori prodotti di sempre dedicati al principe delle tenebre.
I diabolici amori di Nosferatu, di Javier Aguirre, con Paul Naschy, Haydee Politoff, Rosanna Yanni, Mirta Miller, Victor Alcazar, Ingrid Garbo, Julia Pena, Susana Latour Horror, Spagna 1972

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I diabolici amori di Nosferatu banner protagonisti

Paul Naschy     …     Conte Dracula / Dr. Wendell Marlow
Haydée Politoff    …     Karen
Rosanna Yanni    …     Senta
Ingrid Garbo    …     Marlene
Mirta Miller    …     Elke
Víctor Alcázar    …     Imre Polvi
Álvaro de Luna    …     Conducente
Susana Latour    …     Vittima del sogno di Karen – Immagine in negativo
Julia Peña    …     Paesana
Loreta Tovar    …     Vittima bionda

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agosto 31, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , | 9 commenti

Zombie lake

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Un anonimo paesino della Francia.
Una ragazza dopo essersi spogliata, fa il bagno in uno stagno; quello che non sa è sul fondo dello stesso si agita minacciosa la sagoma di un soldato trasformato in uno zombie, che la afferra e la trascina sul fondo.
E’ l’inizio di una serie di tragiche morti, che vedranno coinvolte bagnanti incosapevoli.
All’interno del lago, sul suo fondale, ci sono zombie che una volta erano soldati.
Tedeschi, per la precisione, trucidati dai partigiani del paese e gettati sul fondo.
Uno di loro aveva avuto una relazione con una ragazza del posto, dal quale era nata una figlia.
Sarà grazie a lei che l’incubo finirà.

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Parlare male di Zombie lake, regia di Jean Rollin con la collaborazione nientemeno che di Jesus Franco è molto più facile che sparare sulla Croce rossa; un film che vorrebbe essere un horror e invece è comico, un film pretenzioso e senza senso, con una sceneggiatura tagliata con una sega da alberi, recitazioni parrocchiali ed effetti speciali un tanto al chilo.

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Tutto appare chiaro dopo qualche minuto; Rollin indugia con sguardo lubrico sul bel corpo di una ragazza completamente nuda. La scena dura alcuni minuti, vediamo infatti la ragazza sguazzare in uno stagno dove una persona sana di mente non entrerebbe nemmeno per una grossa somma.
Lo zombie che afferra la ragazza e la trascina sottacqua sembra preso di petto dai fumetti di Hulk; è verde come un ramarro o come un pisello in piena fioritura.
A questo punto lo spettatore, dopo aver visto un altro zombie uscire dall’acqua, azzannare una povera donzella e lasciarla morta si rassegna.
Ma non ha visto il peggio; gli abitanti del paese prendono la ragazza morta e la depositano davanti alla casa del sindaco, che sconsolato scuote la testa.

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C’è spazio ovviamente per il racconto della nascita dell’allegra combriccola di crucchi zombie; vediamo con dovizia di articolari, l’amplesso tra il teutonico e biondo soldato e la bellezza locale, unione dalla quale uscirà una bimba che qualche anno dopo sarà la soluzione del caso.
Dopo di che vediamo un nutrito gruppo di ragazze spogliarsi (ovviamente), farsi il bagno (molto meno ovviamente) ed essere tirate sul fondo dai cattivissimi zombie; che essendo tedeschi, sono ancora più incazzati del solito (ovviamente)
Taccio, per carità di patria,sul finale, che assomiglia tanto ad una presa per i fondelli; come del resto assomiglia ad una presa per i fondelli tutto il film, costruito attorno ad un folto gruppo di ragazze completamente nude e a poco altro.

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Davvero nulla da salvare in un film sconclusionato come pochi, capace di far apprezzare altre porcate come La bestia in calore o qualche z movie dedicato ai soliti zombie; su Rollin ho già espresso, in passato, ampie riserve, confortate da questa sciagurata prova.

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Recitazione prossima o uguale allo zero, location poco meno che dignitosa;ma davvero non c’era un lago meno schifoso e pieno di vegetazione in cui ambientare una storia di per se balzana?
Quale cervello malato può scegliere di bagnarsi in un laghetto cosparso di ninfee e di radici?
Nel paese dove è ambientato il film la percentuale di belle figlile è talmente elevato da chiedersi se non sia il paradiso degli islamici con le famose 36 vergini.
Il resto è noia assoluta, totale.

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Un film assolutamente, totalmente e irrimediabilmente inguardabile.
Zombie lake, un film di  Jean Rollin. Con Howard Vernon, Pierre-Marie Escourrou, Anouchka. Horror, Francia 1981

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Howard Vernon     …     Il maggiore
Pierre-Marie Escourrou    …     Soldato tedesco
Anouchka    …     Helena
Antonio Mayans    …     Morane
Nadine Pascal    …     Madre di Helena
Youri Radionow    …     Chanac
Burt Altman
Gilda Arancio    …     Ragazza bionda del lago
Marcia Sharif    …     Katya


La storia, a base di zombi nazisti, è leggermente più lineare del solito ma ad ogni modo bizzarra così come la sceneggiatura, che serve allo spettatore dialoghi leggermente più “corposi” del solito e meno deliranti. Recitazione sotto il livello di guardia. Noia, un po’ di divertimento. Insomma è Rollin!

Nonostante fosse un film su commissione, si può comunque parlare di una tipica “rollinade”. Infatti permangono alcuni elementi tipici del cineasta, tipo i nudi del tutto superflui e la lentezza del narrato; mancano invece gli effetti psichedelici. Il film è una storia di ex-soldati “ritornanti” (resi come uomini pitturati di verde, sic!), che richiama alla mente La morte dietro la porta  di Clark (lo zombi succhiasangue che vuole ricongiungersi con la famiglia), ma con risultati nemmeno paragonabili. Noiosetto, anche se nel finale si risolleva.

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agosto 26, 2010 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento

La casa dell’esorcismo

La casa dell'esorcismo locandina

Toledo, Spagna.
Un gruppo di turisti è in visita alla locale Cattedrale.
Tra di loro c’è la giovane turista americana Lisa, che all’improvviso viene colta da malore.
Trasportata in un ospedale, grazie alla premura di Padre Michael, Lisa viene a trovarsi in uno stato alterato della psiche.
Padre Micahel rispedisce la giovane amica di Lisa, Kathy a casa sua, e si occupa personalmente di Lisa.
Ben presto a Padre Michael appare chiaro che quello di Lisa è un caso assolutamente a se stante; la giovane donna, che i medici non riescono a curare, sembra essere posseduta da un’entità malvagia.

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Elke Sommer, Lisa

Padre Michael scopre così che è il diavolo l’autentico manipolatore della ragazza, apprendendo così quello che è accaduto nel recente passato della donna.
Una notte Lisa si è trovata a soggiornare presso la villa di una nobile e di suo figlio; qui ha assistito ad orrendi delitti rituali commessi dalla donna e dai suoi parenti, consistenti in messe nere, rapporti incestuosi ecc.
Per padre Michael ha inizio così una dura lotta contro il demonio, che per sconfiggere il prete non esita a ricorrere a tutti i mezzi, compresa l’evocazione di un antico amore del prelato.
Padre Michael, per sconfiggere il maligno, dovrà andare a scovarlo dalla sua residenza, stabilita nella villa maledetta della vecchia contessa.

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La casa dell’esorcismo è un film a cui ha partecipato solo parzialmente Mario Bava, che vide trasformare dal produttore Leoni il suo film di qualche anno prima Lisa e il diavolo in un’opera profondamente diversa dall’originale.
Le cause della celta di produrre un film utilizzando l’impianto narrativo di Lisa e il diavolo oltre all’utilizzo di molta parte del film precedente, aggiungendo la lunga sequenza all’interno dell’ospedale e la conclusione nella villa maledetta sono da ricercare nel successo che stava avendo, a livello mondiale, il film di Friedkin L’esorcista.

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Sylva Koscina è Sophia, presente nel primo film ed evocata da Lisa nei suoi ricordi

Il filone demoniaco sembrava attirare masse di spettatori, e il produttore Leoni, che aveva finanziato Lisa e il diavolo, decise di recuperare parte dei soldi spesi proprio per Lisa e il diavolo producendo un film che si riferisse esplicitamente al filone demoniaco.
Il film originale di Bava, pur essendo opera affascinante creata con l’ausilio anche di un cast di notevole valore, non aveva avuto un grande successo, rimanendo confinata nel limbo; nonostante la bravura di Bava, l’utilizzo classico dei colori accesi, l’atmosfera degna di Lovercraft e una trama di sicuro interesse non erano bastati ad assicurare il successo della pellicola.

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Se in Lisa e il diavolo il percorso organico della giovane turista che si imbatte nel diavolo sotto mentite spoglie di un maggiordomo che traffica in manichini era sembrato lineare, in La casa dell’esorcismo, pur essendoci uno sforzo notevole per assemblare una storia credibile, costruita attorno al trauma vissuto da Lisa nel film precedente, non funziona del tutto.

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Sono evidenti le due mani distinte nelle regie, e Micky Lion (pseudonimo del produttore Leoni) non ha di certo il senso del ritmo e le capacità di Bava.
Pur avvalendosi delle prestazioni di Lamberto, figlio del grande maestro, Lion costruisce un film che sembra spaccato in due: da una parte il ceppo principale costruito da Bava, dall’altro la parte aggiunta, in cui predomina l’aspetto demoniaco con piccole varianti sexy, rappresentate dall’immagine della vecchia fiamma di Padre Michael che appare nuda al sacerdote per diminuirne le capacità esorcistiche.

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Tuttavia il film ha un suo fascino, proprio grazie all’impianto principale; la parte che rievoca gli avvenimenti nella villa della vecchia contessa è solida, e da sola basta a reggere il film, che in fondo ha in aggiunta solo una parte relativa al ricovero e il finale ambientato nella villa, con lo scontro tra il maligno e Padre Michael.
Manca ovviamente tutta l’introduzione di Lisa e il diavolo, con quel piccolo gioiellino che consisteva nell’incontro tra il diavolo, impersonato da un perfetto Telly Savalas e Lisa- Elke Sommer, che ovviamente anche in questo film ha la parte principale.

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La scelta della bella attrice non fu di certo casuale; Elke aveva fatto parte del cast del precedente Gli orrori del castello di Norimberga, opera affascinante del maestro.
Molti critici cinematografici storcono la bocca di fronte a questa operazione, definendola totalmente commerciale; in realtà La casa dell’esorcismo, anche per chi non ha avuto la ventura di vedere Lisa e il diavolo, appare opera dignitosa, pur nei limiti descritti.
La parte girata da Bava ha un fascino sottile, e da sola vale la visione del film.
Difficile definire in qualche modo l’aspetto recitativo, senza fare riferimento proprio a Lisa e il diavolo; il cast è bene assortito, e include l’ottima Alida Valli (la contessa), Alessio Orano, Telly Savalas, Sylva Koscina, autrice di una parte estremamente audace con gabriele Tinti che venne tagliata in fase di montaggio e con non compare in molte edizioni sia cinematografiche che destinate all’home video.
L’unica giudicabile appieno è proprio Elke Sommer, e va detto che la bella attrice è efficace e espressiva; è anche bella, il che non guasta mai.

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Discreto Robert Alda, che si aggiunse proprio in questo secondo episodio (sempre a volerlo classificare così) e decisamente affascinante la giovane Carmen Silva, che compare in poche sequenze del film stesso in costume adamitico.
I paralleli con L’esorcista appaiono legittimi ed evidenti; le differenze sostanziali sono solo nelle varie storie che hanno dietro la Regan dell’Esorcista e la Lisa di questo film; il linguaggio usato dal demonio è molto simile, così come le manifestazioni esteriori della presenza del diavolo stesso, che si manifesta con il classico vomito verde.

La novità è rappresentata dal tentativo del maligno di sedurre fisicamente il sacerdote, attraverso l’apparizione di Carmen Silva, che a ben vedere potrebbe dannare anche un santo.
Un film che si può vedere, lontano dalle stroncature di alcuni critici poco avvezzi a certo tipo di operazioni.

La casa dell’esorcismo, un film di Mario Bava. Con Elke Sommer, Sylva Koscina, Telly Savalas, Alessio Orano, Alida Valli, Gabriele Tinti, Robert Alda, Eduardo Fajardo, Spartaco Santoni, Carmen Silva
Horror, durata 92 min. – Italia 1975.

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Telly Savalas     …     Leandro
Elke Sommer    …     Lisa Reiner
Sylva Koscina    …     Sophia Lehar
Alessio Orano    …     Max
Gabriele Tinti    …     George, l’autista
Kathy Leone    …     Kathy amica di Lisa
Eduardo Fajardo    …     Francis Lehar
Franz von Treuberg    …     Shopkeeper
Espartaco Santoni    …     Carlo
Alida Valli    …     Contessa
Robert Alda    …     Padre Michael
Carmen Silva    …     Anna

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Regia: Mario Bava (solo Lisa e il diavolo) e Micky Lion
Prodotto da José Gutiérrez Maesso e Alfredo Leone
Musiche : Carlo Savina

Le scene tagliate da Mario Bava in Lisa e il diavolo; solo la prima scena è presente anche in La casa dell’esorcismo

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La casa dell'esorcismo filmscoop

“Lisa e il Diavolo  nella sua versione rinnegata da Bava perché rimaneggiata dal produttore (Leone) che optò per l’inserimento di scene ispirate dal recente clamore suscitato da L’Esorcista  (1973). Ad Elke Sommer spetta la parte della posseduta e su di lei vengono girate sequenze che appaiono -alla luce odierna ancor di più- evidentemente forzate, con inevitabili conseguenze sullo sviluppo narrativo, deviato da immagini shockanti (e ben fatte) ma inutili…

Triste operazione di riassemblaggio, che diventa godibile (poco) solo con spiritaccio goliardico per sghignazzare sul contrasto fra le sequenze aggiunte (girate probabilmente da Lamberto) e quelle originali di papà Mario. Abbastanza terribile, si salva tutto sommato il finale apocalittico (cioè, insomma…)

Ecco come rovinare un ottimo film. L’unica cosa positiva è che il maestro Bava si sia rifiutato di girare questa porcheria, diretta dal produttore Leone in mancanza di meglio. Si danno più risalto alle musiche inquietanti di Carlo Savina, aumenta il sesso e qualche effetto di sangue, ma il livello si abbassa di almeno dieci punti. La trama diventa sconclusionata e contraddittoria. Orrendo.

Curiosa operazione commerciale dai risultati mediocri. Le scene di esorcismo non sono neanche male (notevole la quantità di parolacce, che supera nettamente L’esorcista) però con il film di Bava non c’entrano nulla. Quindi la trama diventa decisamente incomprensbile e così ci si stanca subito.

Decisamente un film brutto, slegato e sconclusionato. La presenza di Bava si legge solo sui titoli, della sua mano resta infatti davvero poco o nulla. L’ntreccio assume spesso connotati buffi se non ridicoli e il tutto scade presto nella noia totale. Sprecato, per l’occasione, Telly Savalas.

Cercare di rendere commerciale Lisa e il diavolo  con inserti horror espliciti, ricchi di sesso e oscenità verbali varie, poteva risultare anche vantaggioso per il botteghino, vista l’epoca. Compare una versione strong del precedente film, piuttosto confusa e pasticciata, anche se le scene dell’esorcismo sono abbastanza minacciose e cruente. L’arte del maestro sparisce per far posto all’impatto delle immagini, ma la paura purtroppo è in affanno. Affermare l’errore è giusto, ma nei panni di chi deve far conto del borsellino, si va verso altre affermazioni.

Malsano tentativo di rendere attraente per il pubblico Lisa e il Diavolo, aggiornandolo alla moda dell’Esorcista  e inserendo quindi scene nuove con un prete e l’indemoniata. Più o meno come fare sfregi ad un bel quadro sino ad ottenerne brandelli privi di ogni valore e significato. Male, molto male Mickey Lion (certamente molto più Leone che Bava).

Troppo facile riusare le scene del film di Bava  per prendersi dei meriti, condendole con soporifere scene d’esorcismo (tanto volgari e blasfeme quanto compiaciute e trash – vedete sotto la “Frase memorabile” per delucidazioni). L’idea non era neanche così tremendamente malvagia, ma il risultato è assolutamente deludente: tanto il sesso facile e trash, zero la tensione, trama quasi inesistente, sangue minimo. E poi non ci capirete nulla se non avete visto Lisa e il diavolo. Ma è davvero così indispensabile completare tale mini-saga?”

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agosto 4, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , , , , | 3 commenti

Rosemary’s baby-Fiocco rosso a New York

Rosemary's baby locandina

La vicenda si svolge a New York, sul finire degli anni sessanta.
Rosemary, una giovane donna appena uscita dal college e suo marito, Guy Woodhouse, attore di teatro alla ricerca di successo, consultano un agente immobiliare per cercare un appartamento in cui vivere.
L’uomo li porta in uno stabile elegante, in cui c’è un bel appartamento vuoto,lasciato libero dalla proprietaria che nel frattempo è morta.
I due attratti dal’insolito prezzo basso della casa accettano la proposta dell’agente e lo affittano.
Conoscono così Roman e Minnie Castevet, una coppia di anziani coniugi all’apparenza cordiali e disponibili verso di loro.

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Mia Farrow è Rosemary

Nasce così un’amicizia che diventa, da parte dei coniugi Castevet, abbastanza invadente; ma Rosemary accetta la situazione, mentre Guy mostra segni di insofferenza.
Una sera Minnie regala a Rosemary uno strano amuleto, dicendole che le porterà fortuna, e la ragazza accetta, nonostante dallo stesso esca un’aria assolutamente sgradevole.
La carriera di Guy all’improvviso decolla, grazie anche alla sfortuna che si accanisce sull’attore che era stato scelto per l’opera teatrale che deve interpretare Guy; l’uomo, infatti, all’improvviso ha perso la vista.

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Preso dall’euforia, chiede alla moglie di avere un bambino, così una sera, dopo una cena romantica, tutto sembra pronto per il fatidico passo; ma dopo cena Rosemary all’improvviso sviene, e durante il dormiveglia in cui è immersa, si vede trasportata su uno yacht, all’interno del quale c’è suo marito e ci sono i coniugi Castevet; Rosemary, scesa sotto coperta, diventa partecipe di un sabba infernale, in cui viene segnata con dei numeri simbolici.
Quando la donna all’indomani si sveglia, stordita, si rende conto di avere dei segni lungo la schiena, e suo marito la informa che hanno avuto, nonostante lei fosse in stato di incoscienza, un rapporto sessuale.

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Rosemary sogna di essere su uno yacht

E in effetti sembra che la notte d”amore abbia avuto esito; gli esami che Rosemary fa confermano che è incinta e che suo figlio nascerà a giugno.
Appresa la notizia, sia Guy che i Castevet esultano e la coprono di premure, consigliandole anche il cambio del ginecologo.
Sapirstein, il dottore deputato al controllo della gravidanza di Rosemary, invita la donna a seguire una strana alimentazione, a cui da corda anche la signora Castevet, che ogni giorno propina alla giovane donna uno strano intruglio.
Con il passare del tempo la gravidanza di Rosemary si rivela molto difficile; la donna deperisce a tal punto da insospettire le sue amiche, che la consigliano di rivolgersi al suo vecchio dottore.

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Il sogno del sabba

Un altro fatto arriva a turbare la serenità di Rosemary; un suo amico scrittore, preoccupato dall’aspetto terribilmente patito di Rosemary, indaga sia sui Castevet che sugli strani eventi che stanno capitando alla ragazza.
Edward Hutchins, lo scrittore, chiama la ragazza e la invita ad un incontro urgente; ma quando Rosemary si reca all’appuntamento, scopre che l’uomo è inspiegabilmente entrato in coma.
A questo punto i sospetti di Rosemary sullo strano comportamento dei Castevet, sul distacco che suo marito ormai ha messo tra loro, sulla inspiegabile morte di una sua amica cresciuta proprio dai Castevet e le varie stranezze legate al comportamento di quelli che la circondano la convincono che forze oscure stanno tramando contro di lei.

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Simboli demoniaci

Edward muore, ma riesce a consegnarle un libro tramite la sua vedova; grazie al libro stesso, Rosemary apprende l’esistenza di associazioni satanistiche e sui loro strani rituali.
A qel punto la donna indaga personalmente, si reca dall’attore rimasto cieco, collega il suo strano amuleto a quello identico che il dottor Sapirstein porta al collo, mette assieme i fatti e si convince definitivamente di essere caduta nelle grinfie di una congregazione satanica.

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Fugge e si reca dal suo vecchio ginecologo, ma mentre crede di essere al sicuro, si vede arrivare il marito, gli immancabili Castevet e il dottor Sapirstein,che la riportano a casa.
Ormai prigioniera, Rosemary arriva alla fine della gravidanza, e da alla luce un bambino; ma suo marito Guy la convince che è nato morto.
La ragazza non crede alle parole del marito, e grazie ad un ripostiglio situato nell’appartamento, arriva a scoprire l’atroce verità: al centro della stanza, circondata da molte persone, fra cui suo marito e i Castevet, c’è una culla coperta da un drappo nero sulla quale campeggia un crocefisso rovesciato.
Suo marito le rivela la verità; in cambio del successo e dl denaro, ha fatto un patto con il diavolo, complici i soli Castevet.
Rosemary si avvicina alla culla e solleva il drappo, colta da un improvviso senso di orrore.

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E’ solo un attimo; quando Roman Castevet le ricorda che lei è pur sempre sua madre, lei si avvicina alla culla nella quale il diabolico bambino sta piangendo, e inizia a cullarla con dolcezza.
Girato da Roman Polanskj nel 1968, Rosemary’s baby è un film straordinario sotto tutti i punti di vista.
Nel film non accade praticamente nulla, non ci sono scene splatter, horror o che fanno sobbalzare sulla sedia, tuttavia è presente una tensione assolutamente ineguagliabile, frutto di una regia attenta, con i fiocchi.
Il regista riprende il romanzo di Ira Levin e lo trasporta sullo schermo mantenendo la tensione latente del romanzo, e scrivendo una delle pagine più importanti della storia della cinematografia; la capacità di lasciare con il fiato sospeso lo spettatore in attesa di un’esplosione di qualcosa, violenza o furia omicida, del diavolo o di una sua apparizione, ha del sorprendente.

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Polanskj veniva dall’ottima prova di Per favore non mordermi sul collo!, e decise di cimentarsi con l’horror, adattando quindi il romanzo di Irvin e puntando tutto sull’aspetto psicologico del film, piuttosto che sull’effetto scenico di facile presa.
Una scommessa difficile, ma vinta alla grande, grazie anche al contributo fondamentale del cast; addirittura superba è Mia Farrow, aria candida e innocente da collegiale, assolutamente insuperabile nel tratteggiare la igura fragile di Rosemary, una ragazza alle prese con una sfida da spezzare le braccia.
Altrettanto bravo è John Cassavetes, che delinea alla perfezione la figura del viscido, infido Guy, l’uomo che per vanità a brama di denaro, distrugge il suo matrimonio consegnando al demonio il suo primogenito; una figura che sin dall’inizio appare allo spettatore antipatica in modo estremo, prima ancora di sapere dove andrà a parare il film.
Merito di questo attore eclettico, cosi come eclettici sono Ruth Gordon, ovvero la Minnie Castevet del film e Sidney Blackmer, suo marito Roman, entrambi viscidi al punto giusto, sin dai primi fotogrammi del film.
Un’opera che convince, affascina, turba.

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E che si conclude in maniera degna, con quel dolce cullare di Rosemary davanti alla culla con dentro il figlio del male.
Figlio del demonio, è vero, ma pur sempre figlio di una donna che lo ha portato in grembo per nove mesi.
Un telo nero, una culla, un crocefisso rovesciato: è tutto quello che Polanskj concede alla platea, lasciando per sempre il dubbio sulle reali fattezze del bambino nella culla.
Sarà un mostro, avrà le classiche corna a punta come per secoli immaginato dalla gente, avrà gli occhi di un gatto, secondo larga parte dell’iconografia classica, o cosa?
Chi può saperlo?
La bravura di Polanskj sta anche in questi dettagli, così come da antologia è la scena onirica, sospesa tra reale e sogno, del sabba in cui Rosemary scende nuda nella cabina, mentre fuori si è alzato il vento, e va incontro al suo destino.
Rosemary’s baby è un capolavoro assoluto, uno dei cento film che non possono assolutamente mancare nella cineteca degli amanti del cinema.

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Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, un film di Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans,Ralph Bellamy, Victoria Vetri, Patsy Kelly, Elisha Cook Jr., Emmaline Henry, Hanna Landy, Phil Leeds, D’Urville Martin, Hope Summers, Charles Grodin
Titolo originale Rosemary’s Baby. Horror/fantasy, durata 137 min. – USA 1968.

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* Mia Farrow: Rosemary Woodhouse
* John Cassavetes: Guy Woodhouse
* Ruth Gordon: Minnie Castevet
* Sidney Blackmer: Roman Castevet
* Maurice Evans: Edward “Hutch” Hutchins
* Ralph Bellamy: Dott. Abraham Sapirstein
* Angela Dorian: Terry Gionoffrio
* Patsy Kelly: Laura-Louise McBirney
* Elisha Cook Jr.: Sig. Nicklas
* Emmaline Henry: Elise Dunstan
* Charles Grodin: Dott. C. C. Hill
* Hanna Landy: Grace Cardiff
* Phil Leeds: Dott. Shand
* D’Urville Martin: Diego
* Hope Summers: Sig.ra Gilmore
* Marianne Gordon: Joan Jellico, amica di Rosemary
* Wende Wagner: Tiger, amica di Rosemary
* Bill Baldwin: venditore della casa
* Walter Baldwin: Sig. Wees
* Patricia O’Neal: Sig.ra Wees
* Roy Barcroft: uomo abbronzato
* Charlotte Boerner: Sig.ra Fountain
* Gail Bonney: Babysitter (voce)
* Carol Brewster: Claudia Comfort
* Jean Inness: Suor Agnes
* Lynn Brinker: Suor Veronica
* Sebastian Brook: Argyron Stavropoulos
* William Castle: Uomo vicino al telefono pubblico
* Gordon Connell: Allen Stone
* Patricia Ann Conway: Sig.ra John F. Kennedy
* Tony Curtis: Donald Baumgart (voce)
* Joyce Davis: Dee Bertillon
* Paul Denton: Skipper
* Duke Fishman: uomo
* Janet Garland: infermiera
* Michel Gomez: Pedro
* John Halloran: meccanico
* Ernest Harada: giovane giapponese
* Marilyn Harvey: segretaria Dott. Sapirstein
* Mona Knox: Sig.ra Byron
* Mary Louise Lawson: Portia Haynes
* Natalie Masters: Giovane donna
* Elmer Modling: Giovane uomo
* Floyd Mutrux: Invitato al party
* Robert Osterloh: Sig. Fountain
* Josh Peine: Invitato al party
* Gale Peters: Rain Morgan
* Jack Ramage: Patron
* Joan T. Reilly: donna incinta
* George R. Robertson: Lou Comfort
* George Savalas: operaio
* Almira Sessions: Sig.ra Sabatini
* Michael Shillo: Papa Paolo VI
* Bruno Sidar: Sig. Gilmore
* Tom Signorelli: Invitato al party
* Al Szathmary: Tassista
* Clay Tanner: il diavolo
* Viki Vigen: Lisa
* Frank White: Hugh Dunstan

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Regia     Roman Polanski
Soggetto     Ira Levin (romanzo)
Sceneggiatura     Roman Polanski
Fotografia     William Fraker
Montaggio     Sam O’Steen, Bob Wyman
Musiche     Krzysztof Komeda
Scenografia     Richard Sylbert

“Uno dei capolavori di Polanski e in generale del cinema, non solo horror. Praticamente perfetto in ogni aspetto: la storia congegnata in modo impeccabile, la recitazione degli attori, la fotografia e la musica e, ovviamente, la regia del grande maestro polacco. A quasi 40 anni di distanza riesce ancora a trasmettere tutta l’angoscia che generò all’epoca della sua uscita, un classico esempio di come la tensione e la paura non nascano necessariamente (anzi…) da effetti grandguignoleschi.

Capolavoro in cui l’inquietudine nasce da uno scarto, all’inizio quasi impercettibile, fra l’essere e l’apparire, una crepa che sgretola il guscio di banalità di una coppietta borghese. Come spesso accade per i capolavori, si presta a molteplici letture: donna/bambina, la Farrow rifiuta la maternità, salvo riconciliarsi con il frutto del suo ventre in un finale beffardo che pur mette in brividi, considerato che l’anno successivo il regista dovrà fare davvero i conti con uno che riteneva d’essere una incarnazione di Satana.

Sceneggiando con assoluta fedeltà lo splendido romanzo di Ira Lewin, Polanski, gira uno splendido ed insolito film demoniaco che rinuncia completamente agli effettacci tipici di film del genere e che tuttavia riesce a creare, con insuperata maestria, un clima crescente di tensione e paranoia davvero notevole e coinvolgente e che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, continua a inquietare non poco. Ottima la prova della Farrow. A tutt’oggi il miglior film del regista polacco. Sconsigliato alle donne in dolce attesa.

Se c’è una singola parola che può andar bene per definire questo film è senz’altro “inquietante”. La costruzione della tensione è semplicemente perfetta, rimane un’ambiguità di fondo che fa guadagnare altri punti ad una pellicola già splendida; in più il cast -formato perlopiù da vecchi leoni e leonesse hollywoodiane- è azzeccatissimo. 130 minuti che passano in un batter d’occhio: se gli horror fossero questi e non le sciocchezze sanguinolente per cui sbavano in troppi, vivremmo senz’altro in un mondo migliore.

Capolavoro di Polanski, che vanta numerosi tentativi di imitazione, in gran parte poco riusciti. Un horror senza una goccia di sangue, tutto costruito su atmosfere surreali e allusive, personaggi ambigui e perversamente simpatici e continui rimbalzi tra realtà e fantasia, che garantiscono un risultato eccellente in termini di inquietudine e angoscia, complici anche l’ambientazione nel vecchio, sinistro palazzo e i riferimenti all’occulto. Tra gli ottimi attori spiccano la Farrow e la Gordon.

Ottimo film, in cui Polanski fa Polanski, cioè scolpisce i suoi burattini in un àmbito spaziale ristretto, crea un’atmosfera magica (qui diabolica) che scaturisce dalla vita di tutti i giorni, prepara lentamente, mattone su mattone, sospetti ed eventi che poi scatenano l’apocalisse. Meravigliosa la Farrow. Non centratissimo, invece, Cassavetes, talora un poco anonimo. Opera ottima, ma non da massimo assoluto (però, forse, è questione di lana caprina…).

Film maledetto, se non altro per le implicazioni (susseguenti) cui è andato incontro Roman Polanski. È stato un punto di riferimento per tanto cinema a seguire (e che verrà) sviluppato attorno al tema della cospirazione (basterà citare il nostrano e riuscito, Il Profumo della Signora in Nero). Le interpretazioni sono da Oscar, come la scenografia e la sceneggiatura. Nel finale qualcuno ha visto (e ancora vede) cose che non ci sono: potere della suggestione e di una buona regia…

Magistrale e copiato fino alla consunzione, il film ha beneficiato della tragica concatenazione di eventi, almeno quanto Polanski ne ha risentito. Ma al di là delle implicazioni sulfuree, la pellicola è perfetta, compatta, concisa, senza via di scampo. Effettivamente Cassavetes è un po’ impiegatizio, ma forse è un bene, perchè alimenta l’ambiguità. Farrow mai più così brava: però Woody Allen, che pure il film l’avrà visto, avrebbe dovuto capire..

Capolavoro di Polanski. Il demoniaco (o meglio: ciò che di inquietante non appartiene alla nostra quotidiana esperienza sensoriale) è nella realtà e la minaccia attraverso i suoi fantasmi più rassicuranti. Il film è un crescendo mozzafiato di tensione costruita sull’impercettibile e sul casalingo: l’anormalità sulla normalità. L’orrore che sconvolge, senza che si vedano effetti da grandguignol. L’angoscia che sale senza effettacci o musicacce: magistrale. Eccellente Mia Farrow. Finale da brivido.

Bellissimo e angoscioso con classe. Polanski ha saputo partire da un’atmosfera idilliaca, tipica dei film hollywoodiani passati, trasformandola piano piano in qualcosa di inaspettato e terrorizzante. Senza concedersi a scene sanguinolente, ambientando anzi il tutto in una normale abitazione. Bravissime la Farrow e la cerchia dei vicini. Su questo film si basa L’avvocato del diavolo.”

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luglio 9, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , | 3 commenti

La terrificante notte del demonio

La terrificante notte del demonio locandina

Un gruppo eterogeneo di turisti a bordo di un vecchio torpedone è costretto a cercare riparo in seguito ad un incidente che li blocca per strada.
Arrivano così nel castello del barone von Rhoneberg, sul quale grava un’antica maledizione; le primogenite della famiglia, infatti, da secoli subiscono l’influsso del demonio, in seguito ad un antico patto stabilito dagli avi del barone con il principe del male.
Così il gruppo di turisti, fra i quali c’è anche un seminarista inesperto, si trova a fare i conti con la diabolica Lisa Muller, figlia illegittima del barone, che stuzzica tutti i lati nascosti dei vari protagonisti, inducendoli a comportamenti amorali.
Vengono fuori così ambizioni, debolezze e altro che porteranno i vari personaggi a morire per colpa delle stesse debolezze.

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Alvin, il seminarista, capisce la vera natura di Lisa, e tenta di combatterla, mentre la donna usa tutto il suo potere di seduzione per dannare l’anima del giovane.
Alla fine Alvin fa un patto con il diavolo; darà la sua anima in cambio della salvezza dei turisti.
Il diavolo accetta e così i turisti ripartono.
Ma del diavolo è sempre meglio non fidarsi…..

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La terrificante notte del demonio (La plus longue nuit du diable, titolo francese), conosciuto anche come The Devil’s Nightmare, è uno dei primissimi gotici horror con forti connotazioni erotiche, come mostra la scena saffica tra due delle protagoniste, grazie anche alla fortissima presenza scenica della conturbante Erika Blanc, assolutamente perfetta nel doppio ruolo della ambigua Lisa.
Girato nel 1971, quindi in un periodo di forte censura, il film si barcamena tra l’horror e il sexy, sotto la mano del regista Patrice Romme, che non abbonda però in situazioni erotiche, limitandosi a proporre quello che la censura non avrebbe tagliato.
La storia è originale, tenendo conto del periodo in cui venne girata, ma risente principalmente della scarsa malleabilità dei protagonisti, tutti attori di secondo piano.

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L’atmosfera c’è, ma il film ha un andamento lento, che non aiuta ad appassionarsi alla vicenda, che va avanti con qualche guizzo, come la morte di una protagonista nella vergine di Norimberga, oppure quella di un’altra che viene inghiottita da polvere d’oro.

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Eika Blanc

La storia prevede la morte di ognuno dei turisti per colpa di un vizio capitale che incarnano; c’è l’uomo che muore soffocato per la sua ingordigia, le due donne che muoiono preda della loro lussuria e via dicendo.
Il meccanismo è quanto meno inusuale, ma nel film manca un ritmo serrato e sopratutto l’atmosfera.
Tuttavia si tratta di un prodotto discreto, anche se a vederlo oggi appare pesantemente datato.
Discreta la colonna sonora di Alessandroni che accompagna le varie fasi del film; il finale politicamente scorretto è una delle cose migliori del film, così come l’interpretazione della affascinante Erika Blanc.

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La terrificante notte del demonio, un film di Patrice Romme . Con Erika Blanc, Ivana Novak, Jean Servais, Jacques Monseu, Shirley Corrigan Horror, durata 92 min. – Italia 1973.

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Erika Blanc     …     Lisa Müller
Jean Servais    …     Barone von Rhoneberg
Jacques Monseau    …     Fratello Alvin Sorel
Ivana Novak    …     Corinne
Lorenzo Terzon    …     Howard
Shirley Corrigan    …     Regine
Colette Emmanuelle    …     Nancy
Christian Maillet    …     Ducha
Lucien Raimbourg    …     Mason
Daniel Emilfork    …     Satan

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 Si ringrazia, per l’immagine in movimento:http://altarofthedead.blogspot.ca

Maggio 3, 2010 Pubblicato da: | Horror | , | 1 commento

Le frisson des vampires (Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi)

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Nel castello di due cugini arriva la bella Isa in compagnia di Antoine, suo marito. I due si sono appena sposati ( difatti lei indossa ancora l’abito nuziale), e intendono fermarsi a salutare i due che la ragazza non vede da quando era bambina.
Giunti al castello, vengono accolti da una strana donna, Isabelle, che racconta loro della morte dei due, che sono stati entrambi suoi sposi.

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I due, nonostante la brutta notizia, decidono di fermarsi al castello, nel quale dimorano anche due belle ragazze, Maid e Isolde.
In realtà i due cugini non sono morti, perchè sono due vampiri, che vivono come tutti i rappresentanti della loro specie esclusivamente di notte, aiutati dalle due conturbanti ragazze.

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Isabelle è anch’essa una vampira, e utilizza il suo potere per sedurre la ragazza; così, tra una messa nera in un cimitero, con Antoine che si rende conto del pericolo e i due vampiri che si apprestano a fare la festa a Isa, si arriva alla fine, quando Antoine tenta inutilmente di liberare la sua sposa dal gioco dei diabolici vampiri.
Le frisson des vampires, titolo originale del film di Jean Rollin, modificato con una buona dose di fantasia in Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi, sopratutto con il chiaro intento di depistare l’innocente spettatore, è uno dei film più brutti in assoluto dedicati ai vampiri.

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Sandra Julien

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A parte la trama, che raccontata così sembra quasi credibile, mentre in realtà non lo è affatto, perchè bisogna districarsi tra realtà, immaginazione e false piste, il film è ammorbato da una pestifera colonna sonora rock/psichedelica, che, unita alla lentezza esasperante del racconto, finisce per fare addormentare il malcapitato spettatore sul luogo che ha scelto per assistere alla proiezione.
Disomogeneo, confuso, noioso, Les frisson de vampires si segnala per i nudi della bella e inespressiva protagonista, Sandra Julien, e per una serie di trovate che alcuni cultori del trash hanno sempre giudicato geniali, come la scena imbarazzante della vampira che allo scoccare della mezzanotte esce invece che dalla tomba da un pendolo, il tutto colorato da una fotografia a tratti sinistramente assomigliante a quella del grande Mario bava, a cui Rollin sicuramente deve un largo tributo.

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Il guaio è che la lentezza dl film, davvero esasperante, si unisce a dei non sense che vengono praticamente replicati per tutto il film, che conta non più di 9 attori, peraltro alle rpese con dialoghi surreali quando non imbarazzanti.
Rollin, furbissimo, tiene viva l’attenzione dello spettatore attraverso un largo uso di nudi femminili; si spogliano tutte, le protagoniste del film.
Si spoglia Sandra Julien, ed è quanto meno un bel vedere, si spogliano le due ragazzotte, si spoglia anche la vampira, e questo è un male visto che è una visione davvero poco confortante.

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Per tutta la durata del film si sguazza tra la noia, la sorpresa in negativo, perchè non accade nulla, sopratutto di quello che il titolo fuorviante italiano promette; non c’è violenza, anzi, l’unica è quella esercitata sullo spettatore, visto il risultato finale.
La vergine, ovvero Isa, tale rimane fino alla fine, deludendo chi sperava in soluzioni erotiche diverse; a parte delle caste scene saffiche, degne di uno studio di posa, tanto sono artefatte, di scene sexy nemmeno l’ombra.

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I morti viventi, come abbiamo letto, non sono zombie alla Romero, ma due vampiri che non suscitano terrore o orrore quanto una liberatoria risata; i due protagonisti, gli attori Jacques Robiolles e Michel Delahaye, vestono come due fricchettoni invitati ad un party a base di acido, parlano come due dementi e si muovono come tali.
E non solo per l’idiozia dei dialoghi, bensi per proprie carenze interpretative.

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Insomma, se a qualcuno capitasse la recensione di un fanatico di Rollin, verrebbe il dubbio che chi vi scrive sia affetto da qualche problema; allora, per togliervi ogni dubbio, provate a vedere il film e fatemi sapere.
Però non ditemi che non vi avevo avvisato.
Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Les frisson des vampires), un film di Jean Rollin, con Sandra Jullien, Michael Delahaye, Nicole Nancel, Jacques Robiolles, Catherine Tricot, Marie Pierre Tricot ,Horror, Francia 1970

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Sandra Julien- Isla
Jean-Marie Durand – Antoine
Nicole Nancel – Isabelle
Dominique -Isolde

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Regia:Jean Rollin
Sceneggiatura:Monique Natan,Jean Rollin
Musiche:Groupe Acanthus
Montaggio:Olivier Gregoire
Distribuzione:Les Films ABC

Il mix erotismo horror, per quanto poco energico (siamo all’inizio dei “Seventies”), funziona soprattutto nel finale, nell’edizione insertata con estratti derivati da altra pellicola. Rollin predilige un clima ad effetto sedativo, in grado cioè di obnubilare la ragione e, in primis, la storia; che si sviluppa in maniera indistinta a causa, essenzialmente, della carenza di mezzi e del difetto dato da interpretazioni disastrose. Lento e a sublimazione di uno stato d’apatia cronica, che si sviluppa dal primo minuto di visione sino al finale.

Titolo assai rappresentativo dello stile di questo bislacco cineasta, e del suo catalogo di ossessioni e ascendenze colte tradotte in una filmografia indefinibile, fra l’autoriale e il regista della domenica a seconda del punto di vista (o dell’umore dello spettatore). Le trame non sono mai state una preoccupazione, i dialoghi sono preoccupanti, ma fra uno sbadiglio e l’altro Rollin indovina sequenze che lasciano di stucco (celebre la vampirazza bona che esce dall’orologio, idea che tornerà). Cut la versione italiana. Per amatori!

Titolo italiano roboante per un pacco di proporzioni cosmiche. Lento, presuntuoso, comico senza volerlo e triste quando invece vuol far ridere. Fotografia satura virata sul rosso, musica clone dei Pink Floyd, protagonisti maschili insopportabili nella parte dei cugini “vampiri borghesi”. Meglio la sposa Jullien e le due assistenti nane, queste almeno sempre o quasi nude. Un horror che non fa paura, un porno senza sesso. Il per certi versi avvicinabile (nel tema) Vampyros Lesbos di Jess Franco è di tutt’altro pianeta. Pessimo.

Film di suggestioni visive ottenute con un uso del colore anomalo che esalta le atmosfere gotiche di cui la pellicola è satura. Tutto ciò sopperisce ad un trama confusa ed ad una recitazione dilettantesca. Il risultato è incerto, sempre in bilico tra il film d’autore e lo z-movie. Spiazzante l’interpretazione dei due vampiri, assolutamente fuori dagli schemi del genere, che aggiunge un tocco surreale forse non voluto. A suo modo un film unico nel suo genere.

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aprile 15, 2010 Pubblicato da: | Horror | , | 2 commenti

La morte ha sorriso al suo assassino

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Una donna, Greta von Holstein, mentre è su una carrozza, ha un incidente; la ragazza, sbalzata dall’interno, picchia il capo e subisce un trauma con relativa perdita di memoria.
Greta assomiglia in maniera incredibile ad una donna, sua omonima, che si è vista per un attimo ad inizio film; il suo volto appare su una lapide, davanti alla quale c’è un uomo che piange.
Soccorsa dai padroni di una villa, i coniugi Walter  ed Eva  von Ravensbrück,la ragazza viene ospitata nella villa, dove risiede il dottor Sturges, che la cura e ne resta turbato; l’uomo, che conduce misteriosi esperimenti sulla resurrezione, resta particolarmente colpito da un medaglione-amuleto che Greta porta al collo.

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Greta si risveglia dopo l’incidente

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Eva Aulin è Greta

Nel frattempo la venuta di Greta sembra alterare in qualche modo gli equilibri della casa e delle vite dei suoi abitanti; parallelamente iniziano ad accadere strane cose.
Una cameriera della villa decide di licenziarsi, e si allontana in fretta dalla stessa, ma viene raggiunta e barbaramente trucidata con una fucilata in pieno volto.
Tra i coniugi von Ravensbrück iniziano i primi problemi; sia Walter,sia Eva, si invaghiscono della bellissima e impenetrabile Greta.Il rapporto a tre prosegue per qualche tempo, fino a quando Eva, accortasi della relazione di Greta con Walter, spinta dalla gelosia, con un tranello porta la ragazza nei sotterranei della villa, dove la mura viva.
La scomparsa della ragazza allarma Walter, che tuttavia deve prendere atto della situazione, e nonostante l’arrivo della polizia, ben presto il tutto arriva ad una fase di stallo.

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Gli esperimenti del dottor Sturges

Ma le sorprese stanno per iniziare:una sera nella villa Walter e Eva organizzano un ballo in maschera, durante il quale ecco apparire una donna che ha le stesse fattezze di Greta.
La quale insegue Eva e le mostra il suo volto che all’improvviso si trasforma in un orribile teschio; sconvolta, Eva si getta dal terrazzo della villa.
La morte arriva a colpire Walter, che viene ucciso e appeso come un animale squartato ai ganci della stalla, mentre il padre di Walter, che in realtà è il marito di Greta, viene lasciato morire rinchiuso in una tomba.

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Morte della cameriera…..

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… e dell’assistente di Sturges

Muore anche un servitore della villa, ucciso a coltellate; il commissario che intanto indaga sulle misteriose sparizioni e sulle morti, rinviene l’amuleto e decide di farlo esaminare da uno studioso.
Quest’ultimo rivela che l’antico amuleto serviva agli inca come parte di un rituale atto a far resuscitare i morti.
Il commissario decide di far visita al fratello di Greta, che si stava occupando del caso; ma lo rinviene morto.L’uomo infatti è stato ucciso proprio da Greta che gli ha lanciato contro il volto un gatto.
La soluzione del rebus è singolare; Greta era morta di parto anni prima, ma suo fratello la aveva richiamata in vita proprio grazie all’amuleto; ma quando il commissario si reca a trovare Greta nella sua tomba, scopre che è vuota………..

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La misteriosa Greta

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…mette in atto le sue arti di seduzione nei confronti di Eva

La morte ha sorriso all’assassino, girato da Aristide Massaccesi con il suo vero nome, è un horror/thriller girato nel 1972; pasticciato, a tratti quasi indecifrabile, mostra cose egregie (la solita mano di Massaccesi, abile e scaltra) a soluzioni tirate per i capelli, quasi un espediente per allungare il brodo e renderlo digeribile.
Il che accade solo a tratti; se la trama horror ha una sua logica, la ha meno la sceneggiatura, spesso lacunosa e incomprensibile; tuttavia il regista, abilmente, ci mette il suo mestiere riuscendo a tirar fuori un prodotto finito se non degno di rilevanza quanto meno non infame.
Il cast raggiunge a mala pena la sufficienza, essendo male assortito; a disagio Luciano Rossi, Klaus Kinskj appare come un corpo estraneo. Un tantino meglio Eva Aulin, che sopperisce con la sua bellezza, strappando però a mala pena la sufficienza.

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Eva Aulin

Un film decisamente in tono minore, arruffato, con pochi momenti brillanti, legati alle improvvise trasformazioni di Greta; il tutto condito da qualche blanda scena erotica con protagoniste la bella Aulin, che interpreta Greta e Angela Bo, che interpreta Eva.

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Klaus Kinski

La morte ha sorriso all’assassino,un film di Aristide Massaccesi. Con Klaus Kinski, Ewa Aulin, Giacomo Rossi Stuart, Attilio Dottesio,Marco Mariani, Fernando Cerulli, Giorgio Dolfin, Carla Mancini, Angela Bo, Luciano Rossi
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

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L’orrenda trasformazione di Greta

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Nel sepolcro

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Morte del fratello di Greta

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Ewa Aulin: Greta von Holstein
Klaus Kinski: dottor Sturges
Angela Bo: Eva von Ravensbrück
Sergio Doria: Walter von Ravensbrück
Attilio Dottesio: ispettore Dannick
Marco Mariani: Simeon
Luciano Rossi: Franz
Giacomo Rossi Stuart: dottor von Ravensbrück
Fernando Cerulli: professor Kempte
Pietro Torrisi: assistente muto del Dr. Sturges


D’Amato cava sangue dalle rape, ma sempre rape rimangono. Lento, per arrivare a metraggio decente, impreziosito da fotografia splendida (molte le inquadrature dal basso) e da carezzevoli musiche di Berto Pisano (forse si sente pure il flicorno). Molta eco da Poe. Un po’ buffa l’ambientazione teutonica in un’orgia di… pini marittimi. I migliori sono Kinski e Dottesio (doppiato da Cigoli). La Aulin è, come spesso avviene, talmente candida da sfociare nel perverso

Esordio (ufficiale) in regia per Massaccesi, dopo una lunghissima gavetta come tuttofare nell’ambiente del cinema, ed unico film siglato con il suo vero nome (a fronte di un incalcolabile numero di pseudonimi). Si tratta di un horror gotico, con momenti di violenza grafica molto forti per l’epoca, come un volto sfigurato da un coltello, un cadavere sbudellato e una fucilata in faccia. La trama piuttosto contorta e confusa non preclude al regista la possibilità di portare sullo schermo buone sequenze di tensione e di erotismo.

Mentre tecnicamente qua e là qualcosina funziona (ma giusto qualcosa), dal punto di vista narrativo le cose non funzionano assolutamente: la storia, infatti, è confusionaria e farraginosa ma soprattutto sconta un ritmo molto lento che nemmeno un finale a sorpresa, anche se non troppo, riesce a risollevare. Solo per i fan del regista e, forse, nemmeno loro apprezzeranno.

Interessante gotico pieno di enormi pregi, ma con qualche difetto non indifferente. Tra i pregi ricordiamo l’ottima regia, la bellissima fotografia, la notevolissima colonna sonora e il buon cast. Tra i difetti invece abbiamo una storia lenta e sconclusionata, che fatica moltissimo ad ingranare e che non riesce assolutamente ad appassionare. Non mancano le scene splatter, a tratti fin troppo esagerate. Il finale verrà ripreso da un horror americano di poco successivo.

Storia horroromantica, dove la bellissima Ewa Aulin seduce tutti, spettatore compreso, con la sua dolcezza carica di sensualità all’inverosimile. Atmosfera morbida e torbida allo stesso tempo, condita da uno splendido tema musicale, perfetto per questo prodotto. Certo, la sceneggiatura alcune volte barcolla, ma l’insieme gustoso degli splendidi costumi e della suggestiva ambientazione, compensa adeguatamente le mancanze. Lo ricordo davvero volentieri questo film, bella creatura dell’indimenticabile Aristide Massaccesi.

 

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aprile 14, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , | Lascia un commento

Nosferatu a Venezia

Nosferatu a Venezia locandina

Come realizzare un brutto film utilizzando un buon cast al servizio di una sceneggiatura lacunosa.
In sintesi, è questo il giudizio critico su Nosferatu a Venezia, opera realizzata da Augusto Caminito che subentrò a Mario Caiano quando quest’ ultimo, stufo delle liti con il produttore e con Kinskj abbandonò baracca e burattini rifiutandosi di entrare anche nei credit.
Un giudizio severo, ma inevitabile.
Troppi i buchi nella sceneggiatura, curata dallo stesso Caminito e da Antonino Marino per rendere credibile l’opera, afflitta anche da dialoghi al limite del surreale; la presenza di Kinskj, ormai alla frutta, finisce per danneggiare ancor più l’opera.

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Christopher Plummer è il  Professor Paris Catalano

Il bizzarro carattere (ed è un eufemismo) dell’attore finì per travolgere la troupe, oltre che provocare furiose liti con Caiano, che stufo abbandonò il tutto; la tensione tra l’attore e il cast si percepisce anche nel film, in cui Kinskj, a differenza del soggetto di Herzog, appare qui con fulgida chioma e sguardo truce.
Alla fine a salvarsi è lo scenario, quello di una Venezia misteriosa ripresa quasi sempre in notturna o all’alba, come si addice ad una storia di vampiri e la bellezza della protagonista principale, Barbara De Rossi, che in qualche modo tiene a galla il film interpretando molto bene il doppio personaggio di Helietta/Letizia.

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Klaus Kinski è Nosferatu

La trama racconta le vicende di Helietta Canins, aristocratica veneziana che vive in un palazzo nobiliare della città lagunare; il palazzo gode di una fama sinistra, in quanto si mormora che duecento anni prima un vampiro abbia attaccato un’antenata di Helietta, la bellissima Letizia, e che ne abbia fatto poi la sua schiava, trovando rifugio nei sotterranei del palazzo in attesa di risvegliarsi.

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Helietta convoca così a palazzo Paris, un esperto inglese di vampirismo; l’intento della donna è quello di mostrare allo studioso un sarcofago antico presente nei sotterranei nel quale secondo Helietta c’è qualcosa di oscuro. In effetti nel palazzo si respira un’aria malsana; la conferma arriva durante una seduta spiritica, nel corso della quale viene evocato proprio il temibile vampiro.

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Aperto il sarcofago, viene rinvenuto all’interno il corpo intatto di Letizia, che assomiglia in maniera impressionante a Helietta.
Nel frattempo Nosferatu, evocato e quindi liberato dal suo limbo, piomba a Venezia e inizia a far strage; una dopo l’altra si succedono le vittime, come la nonna di Helietta, buttata giù da un balcone e orrendamente sfigurata e infilzata da un’inferriata, muore Helietta e una sua amica.

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Barbara De Rossi è Helietta Canins

Inutilmente un sacerdote e Paris, aiutati dall’amante di Helietta, Barneval, tentano di uccidere il vampiro, che è immune alle fucilate; Nosferatu vaga per la città lagunare alla ricerca di giovani donne, alla ricerca di una donna che possa liberarlo dall’antica maledizione.
Sa che la sua vita può finalmente terminare se una fanciulla vergine lo ama; individua, nella giovane Maria, la donna giusta.

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Elvire Audray è Maria Barneval

Ma nel momento cruciale, proprio Barnabò spara un colpo di fucile che colpisce a morte Maria.
Nosferatu si vendica ammazzando l’uomo, ma è costretto a vampirizzare Maria per tenerla in vita; così, presa tra le braccia la ragazza, si allontana nell’alba cupa e nebbiosa di Venezia.
Letta così la trama può sembrare anche interessante; in realtà il film è troppo lento, slegato e sopratutto con dei dialoghi assurdi.

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Ne è prova una delle tante frasi fatte messe in bocca ai personaggi, come “ tutto ciò che può accadere va al di là di ogni immaginazione“, uno stereotipo da b movie.
Alla fine vien fuori un pateracchio davvero desolante, in cui i pur bravi attori si muovono quasi in maniera surreale; Christopher Plummer appare legnoso nel ruolo di Paris, Donald Pleasence poco credibile nella parte di Don Alvise, Yorgo Voyagis imbarazzato in quella di Barneval.

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Sicuramente meglio il cast femminile, con la De Rossi e Elvire Audray che svolgono diligentemente il loro compito; di Kinskj è meglio non parlare, così come sarebbe meglio stendere un velo pietoso sui film post 1985 girati dal grande attore.
Kinskj si atteggiava a star, e il suo caratteraccio, ben conosciuto dai registi, non facilitava certo il compito. Così il suo personaggio si trasforma da minaccioso in patetico, ben lontano da quello splendidamente caratterizzato in Nosferatu principe della notte di Herzog, figura dolente prima che orrorifica.

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A ben guardare, non si può nemmeno parlare di un’occasione sprecata, quanto piuttosto di un tentativo patetico di fare cassetta con i nomi piuttosto che con una trama credibile inserita in un prodotto dignitoso.
Nosferatu a Venezia, un film di Augusto Caminito. Con Klaus Kinski, Christopher Plummer, Barbara De Rossi, Clara Colosimo,Yorgo Voyagis, Donald Pleasence, Elvire Audray
Horror, durata 97 min. – Italia 1988

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La croce dalle sette pietre banner personaggi

Klaus Kinski     …     Nosferatu
Christopher Plummer    …     Professor Paris Catalano
Donald Pleasence    …     Don Alvise
Barbara De Rossi    …     Helietta Canins
Yorgo Voyagis    …     Dr. Barneval
Anne Knecht    …     Maria Canins
Elvire Audray    …     Uta Marie Barneval
Clara Colosimo    …     Medium
Maria Cumani Quasimodo    …     Principessa
Micaela Flores Amaya    …     Donna al campo degli zingari

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marzo 4, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , , , , , | 6 commenti

Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete

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Il conte Dracula ha un problema molto grosso; nel suo paese le vergini sono ormai qualcosa di introvabile, per cui è ormai allo stremo delle forze, necessitando, per vivere, di doversi alimentare proprio di sangue di fanciulle illibate. Su consiglio del suo domestico, Dracula si mette in viaggio per l’Italia, dove pensano di trovare quello che cercano; nel bel paese, infatti, c’è la chiesa cattolica, con la sua influenza moralizzatrice sui costumi delle giovin donzelle.I due, dopo un lunghissimo viaggio, in cui il conte mostra ormai i segni del decadimento fisico, arrivano in un paese, e alloggiano in una locanda.

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Silvia Dionisio interpreta Rubinia

Il maggiordomo, con discrezione, si informa sulla presenza di famiglie nobili con figlie da accasare, arrivando cosi a conoscere il Marchese De Fiore, un nobile ormai decaduto, che vive in una villa che conserva ancora qualche traccia dell’antico splendore.

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Udo Klier è il Conte Dracula

Della famiglia fanno parte, oltre al Marchese che si illude ancora di essere un nobile potente e che vive perso nei suoi sogni, la moglie e le quattro figlie dello stesso, ovvero Perla, Saphiria, Rubinia e Esmeralda.
Le quattro ragazze sono molto diverse tra loro: Perla e Saphiria, per esempio, lungi dall’essere un modello di castità, hanno rapporti entrambe con il factotum della villa, il giovane e aitante Mario.
Esmeralda, la più grande, è una zitella ormai appassita mentre Rubinia, la più giovane, è l’unica ad essere davvero illibata.

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Stefania Casini è Perla

Dracula, con le lusinghe, riesce ad entrare nelle grazie del Marchese, proponendo il matrimonio con una delle figlie; ma ben presto il conte, che tenta le armi della seduzione verso Perla e Saphiria, si rende conto che le ragazze non sono quello che sembrano.

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Dominique Darel è Saphiria

Così, dopo aver tentato inutilmente di vampirizzare le due sorelle, rivolge i suoi sguardi su Rubinia; ma Mario, che ha capito che il conte è un vampiro, priva la ragazza della verginità e dopo una breve lotta riesce ad uccidere definitivamente il conte Dracula, che morirà assieme a Esmeralda, la quale era l’unica ad essersi veramente innamorata del conte.

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Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete, diretto nel 1974 da Paul Morrissey, in collaborazione con Antonio Margheriti è una curiosa contaminazione di generi, visto che spazia dall’ horror al noir con una componente erotica lussuosa e raffinata. Predomina l’aspetto humor ammantato di macabro, con qualche scena splatter davvero ben girata, legata sopratutto alla verve di Udo Klier, così improbabile e stralunato nei panni del re dei vampiri da riuscire credibile.

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Morissey mette in mostra la sua sapiente regia, fatta di tocco noir e umorismo americano, che però risulta gradevole sopratutto nelle caratterizzazioni dei personaggi, aiutato in questo dall’ottimo cast utilizzato.
Vittorio De Sica, alla sua ultima apparizione da attore, da un tocco di spessore al personaggio del Marchese spiantato rivestendolo di una dignità che nella realtà il personaggio non ha, visto che accetta di “vendere”
una delle sue figlie ad un illustre sconosciuto.

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Brava anche Maxime McKendry, la Marchesa, che si renderà conto della situazione reale troppo tardi, ovvero solo quando Mario, un altrettanto bravissimo Joe D’Alessandro la metterà di fronte all’evidenza; le quattro sorelle sono tutte molto attente alle loro parti e le colorano e arricchiscono grazie alla loro bravura e bellezza.
Così troviamo una convincente Silvia Dionisio, nel ruolo della virginale Rubinia, che accetterà di perdere la sua purezza pur di non farsi vampirizzare dal conte, una brava Stefania Casini, forse la meno irreprensibile delle sorelle,Saphiria, una splendida Dominique darel nel ruolo di Perla e infine Milena Vukotic, sobria ed elegante nel ruolo della sorella che si innamorerà del conte, Esmeralda.

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Milena Vukotic è Esmeralda

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Joe D’Alessandro è Mario

Il film scivola senza grossi problemi verso un finale macabro, ma assolutamente in linea con la trama, con momenti gustosi di humor macabro e qualche nudo molto apprezzato ma in linea con il film, quindi nè morboso nè sguaiato.
Un film divertente al punto giusto, che ebbe un buon riscontro di pubblico; in ultimo segnalo una breve apparizione nel film di Roman Polanski, nei panni di un contadino avventore della taverna dove si ferma il Conte Dracula.

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Vittorio De Sica è Il Marchese De Fiore

Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete, un film di Antonio Margheriti, Paul Morrissey. Con Vittorio De Sica, Joe Dallessandro, Udo Kier, Arno Jverging, Milena Vukotic,Silvia Dionisio, Roman Polanski, Stefania Casini, Dominique Darel
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.

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Joe Dallesandro     …     Mario Balato
Udo Kier    …     Conte Dracula
Vittorio De Sica    …     Il Marchese Di Fiore
Maxime McKendry    …     La Marchesa Di Fiore
Arno Juerging    …     Anton,il maggiordomo del conte
Milena Vukotic    …     Esmeralda
Dominique Darel    …     Saphiria
Stefania Casini    …     Perla
Silvia Dionisio    …     Rubinia

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Regia Paul Morrissey, in collaborazione con Antonio Margheriti
Soggetto Bram Stoker (romanzo Dracula)
Sceneggiatura Paul Morrissey, Pat Hackett (non accreditato)
Produttore Andy Warhol, Andrew Braunsberg, Jean Yanne
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Jed Johnson, Franca Silvi
Effetti speciali Carlo Rambaldi
Musiche Claudio Gizzi
Scenografia Enrico Job
Trucco Mario Di Salvio, Paolo Franceschi

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Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete locandina

“Dracula, in crisi di astinenza per carenza di sangue in corpi di fanciulle vergini, decide di abbandonare la Transilvania per recarsi in Italia, convinto di trovare (ahilui!) la sostanza necessaria alla sopravvivenza. Ospite del Marchese Di Fiore (Vittorio De Sica) approccia così le sue quattro figlie con la scusa del matrimonio. Molto migliore dell’altro tassello (Il mostro è in tavola…), questo film può contare su un raffinato cast e su una storia ironica (mai comica) diretta con malinconico taglio (grazie al grande Udo Kier). Significativo pure il comunista Dallesandro.”

“Simpatica parodia dell’horror, a cura di uno dei registi di punta della “Wharol’s factory”. Nonostante il ritmo sia piuttosto lento, a tratti il film è quasi irresistibile: non mancano alcune belle trovate che risultano davvero divertenti. Gustose e ben fatte le scene grandguignolesche. Coloratissime le scenografie e la discreta fotografia. Musiche azzeccatissime. Bravo Kier. Un po’ esornativa la presenza, breve, di Vittorio De Sica, qui alle prese con la sua ultima interpretazione.”

“Dracula in Italia a cercar sangue di vergini: seconda incursione camp di Morrissey nell’horror, migliore della prima. La storia più compatta e la miglior padronanza narrativa e tecnica del film sono determinanti (così come il bravo Kier), ma funziona bene anche la complessità di senso del racconto: fa ironicamente capolino infatti un discorso sulla lotta di classe, curiosamente congegnato. E, anche grazie alla struggente musica di Claudio Gizzi, si insinua un sapore romantico e malinconico sulla crescente debilitazione del potente vampiro.”

“Ironico e con un finale inaspettatamente tragico. Un cast da urlo: il bravissimo Udo Kier doppiato da Massimo Turci e un cast femminile impressionante: Casini, Dionisio, Vukotic e la Darel. Divertente il cameo di De Sica (ma ascoltate De Sica doppiarsi nell’edizione americana, c’è da morire dal ridere!!!). Malinconiche e affascinanti le musiche, eccessivi e gustosi gli effettacci nel finale, decadenti le scenografie. Superiore a Frankenstein, a mio avviso.”

“Bizzarro horror Anni Settanta, strettamente legato al precedente (e migliore) Il mostro è in tavola barone Frankenstein (è girato quasi dalla stessa troupe). Rispetto all’altro film c’è meno sangue (qui è concentrato quasi tutto nel finale) e un po’ più di sesso (anche se qui le scene sono un po’ meno spinte). Come nel Mostro è in tavola c’è una buona atmosfera, ma il ritmo è piuttosto lento. Ottimo invece il cast, con uno strordinario Udo Kier e un ottimo Vittorio de Sica alla sua ultima apparizione. Niente male anche le musiche.”

“Divertente parodia dei bisogni fisici del conte Dracula che, oltre ad un cast interessante con le comparsate di Polanski (gustosa) e De Sica (abbastanza inutile), può vantare una regia capace, dialoghi e musiche appropriate. Tra gli attori spicca Udo Kier ottimamente truccato e abile nel rendere i tormenti del protagonista fino alle estreme scene di rigetto: un’interpretazione, non esagero, da premio Oscar. La qualità del film è testimoniata anche dal fatto che sono proprio le scene di sesso le più noiose.”

marzo 3, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , , , , , , , | 3 commenti

Il terrore sorge dalla tomba

Il Terrore Sorge dalla Tomba locandina

Alarico de Marnac, nobile che vive nella Francia del XV secolo, appassionato di occultismo, è accusato di una serie di crimini orrendi, quali l’aver praticato messe nere, di mangiare carne umana e di bere sangue.
A tenere compagnia al nobile negli orrendi riti è la compagna Mabille de Lancrè; il nobile, accusato dei misfatti anche dal fratello, viene condannato ad essere decapitato cosa che avviene in una foresta, non prima che il nobile abbia maledetto i presenti e le generazioni future.

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Apprendiamo questa storia mentre scorrono i titoli di testa; è l’inizio di un viaggio nel tempo che ci trasporta ai giorni nostri, che vede Hugo de Marnac, discendente del nobile e un suo amico pittore,Maurice, impegnati in strani rituali ai confini del paranormale. Hugo è perseguitato da sogni in cui vede nitidamente la testa spiccata dal busto del suo antenato; non sa che l’amico Maurice è discendente proprio da uno di coloro che giustiziarono Alarico.

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La bellissima Helga Linè con Paul Naschy

Decide cosi di evocare in una seduta spiritica proprio il suo antenato, che appare e rivela dove sono sepolti i suoi resti.
Hugo e Maurice ritrovano la testa e il corpo di Alarico, naturalmente in due posti separati; un uomo del villaggio, adepto e seguace della magia nera, ricongiunge la testa al corpo con il risultato di far rivivere Alarico; è l’inizio di una catena di sangue e di orrore che si scatena sul villaggio, che terminerà solo quando il pittore troverà il modo di fermare la maledizione……

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 Paul Naschy

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Il terrore sorge dalla tomba, diretto da Carlos Aured , è un horror ben congegnato e bel interpretato dai due protagonisti principali, Paul Naschy, star del genere horror e dalla bellissima e intrigante Helga Linè, che nel film interpreta il ruolo della compagna dannata di Alarico, Mabille.

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Naschy nel film si ritrova ad interpretare il doppio ruolo di Alarico e di Hugo, un nobile del 500 e un uomo del 2000; ovviamente grazie alle sue particolari doti interpretative riesce ad essere credibile, in un film che se presenta alcune incongruenze e sopratutto alcune scene abbastanza ingenue, come l’attacco dei banditi, si lascia guardare sia per il mestiere del regista, che crea un’atmosfera diabolica tesa, sia per la capacità degli attori di risultare “in parte”, essere cioè calati nei personaggi.

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Alcune scene sono dirette con sapienza.
La sequenza iniziale, girata in una campagna brulla, danno un senso di spettralità che aiuta lo spettatore ad entrare immediatamente in sintonia con l’atmosfera del film; successivamente, la scena della decapitazione, davvero ben girata, trasporta al futuro, nel quale vediamo Hugo iniziare un duello a distanza con il suo malefico antenato, spalleggiato dalla bellissima Mabille.

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Nel film ci sono diverse scene di nudo, che probabilmente influirono sulla decisione del regista di ambientare la vicenda in Francia e di girarlo fuori dai confini nazionali; le scene di sangue sono abbastanza ben congegnate,ed elevano il prodotto dallo standard tipico delle produzioni horror degli inizi dei settanta, affollati da una pletora di film insulsi.
Un’abbuffata di licantropi, zombie e vampiri che rieccheggia molti altri prodotti tipici del B movie, a cui bene o male appartiene anche questo film, che però si differenzia, come già detto, per una certa sobrietà d’immagine e per l’eleganza formale del prodotto.

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Un buon film, a cui giova sicuramente la fotografia accesa, quasi in stile Bava, pur essendo gli ambiti dei due registi, Aured e Bava stesso, molto differenti; se la storia come già detto presenta qualche incongruenza e delle cadute di percorso, arriva alla fine con dignità, riuscendo ad attrarre lo spettatore che assiste alle gesta terribili del risorto Alarico, prima del classico happy end.

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Il film ha avuto edizioni internazionali di buon successo, note in Spagna con il titolo El espanto surge de la tumba, mentre per i paesi anglofoni con il titolo Horror Rises From The Grave ( o the tomb in alcune versioni)
Il terrore sorge dalla tomba, di Carlos Aured, con Paul Naschy, Emma Cohen, Helga Line, Victor Alcazar, Beisabe Ruiz, Elsa Zabala, Montserrat Julio, Julio Pena, Maria Jose Tantudo, Horror, Spagna 1973

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Il terrore sorge dalla tomba protagonisti

Paul Naschy     …     Alaric de Marnac / Hugo de Marnac / Armand de Marnac
Emma Cohen    …     Elvira
Víctor Alcázar    …     Maurice Roland / Andre Roland
Helga Liné    …     Mabille De Lancré
Betsabé Ruiz    …     Sylvia
Luis Ciges    …     Alain “Le Raté”,
Julio Peña    …     Jean
María José Cantudo    …     Chantal
Juan Cazalilla    …     Gastone
Ramón Centenero    …     André Govar
Montserrat Julió    …     Dale
Elsa Zabala    …     Madame Irina
Esther Santana    …     Vittima in rosso

Il terrore sorge dalla tomba cast

Regia Carlos Aured

Sceneggiatura Paul Naschy

Musiche Carmelo Bernaola

Fotografia Manuel Merino

Montaggio Javier Moran

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febbraio 8, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , | Lascia un commento