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L’assassino è al telefono

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L’assassino è al telefono, diretto da Alberto De Martino nel 1972 è un giallo/ thriller molto inusuale,nettamente staccato dai numerosi prodotti del genere che fiorirono nel periodo di massimo successo dei thriller seguito al grandissimo successo dell’argentiano L’uccello dalle piume di cristallo, vero capostipite del genere.
Sceneggiato da De Marino con la collaborazione di Renato Izzo, Adriano Bolzoni, Vincenzo Mannino,il film ebbe un’accoglienza controversa a causa del capovolgimento di alcuni capi saldo del genere,in particolare per la lentezza e per lo svolgimento a scatole cinesi tipico dei film di Hitchcock.
Poco apprezzati, in particolare, la trama complessa e l’espediente narrativo usato, ovvero il riemergere lento e dilatato nel tempo dei ricordi della protagonista, che contribuiranno allo scioglimento dell’enigma, con un finale sorprendente ma a detta di molti farraginoso e tirato per i capelli.

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Anne Heywood

La storia ha come protagonista Eleonor Loraine, un’attrice compagna di Peter Verwood,scomparso tragicamente in un incidente stradale del quale però la donna non ha alcun ricordo, tanto da aver allacciato una nuova storia conclusasi con il matrimonio con George, suo compagno di lavoro.
La condizione psicologica della donna è aggravata dal fatto di non ricordare neanche gli eventi che l’hanno portata a questo matrimonio;queste continue amnesie, molto lunghe come durata si aggravano un giorno in cui Eleonor si ritrova casualmente di fronte un uomo che sente di conoscere e che contemporaneamente risveglia in lei ricordi terribili sepolti nella mente.
L’uomo responsabile della cosa è in realtà un killer professionista, che è in Belgio (il film è ambientato a Bruges) per compiere un omicidio politico e che è il vero responsabile della morte di Peter.
Insospettito dalla reazione di Eleonor, che sviene quando lo vede,il killer prende a seguire la donna finendo per capire che la stessa sta vedendo riemergere dalle nebbie della memoria gli accadimenti del passato.

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Deciso a fermare la potenziale minaccia, il killer progetta il suo assassinio ma miracolosamente la donna riesce a sfuggire ai suoi tentativi;sarà George,il marito di Eleonor a causare involontariamente un’accelerazione decisiva degli eventi.
George apprende dalla sorella di Peter, Margaret, che Eleonor incontrava il suo fidanzato in uno chalet e vi si reca con lei;la donna riacquista la memoria e ricorda così la sequenza degli avvenimenti realmente accaduti durante il presunto incidente, collega il volto misterioso al killer che implacabilmente la segue e arriva ad una verità sconvolgente…
Un gioco di incastri, una verità che emerge dal passato dal passato sotto forma di brandelli che poco alla volta si ricuciono, una soluzione finale imprevista e imprevedibile:questi gli elementi sui quali gioca De Martino per costruire un film che teoricamente dovrebbe portare lo spettatore alla soluzione dell’enigma, costituita dalle vere motivazioni che spingono il killer a dare una caccia senza quartiere.

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Siamo lontani,lontanissimi dai thriller truculenti,dalle overdose di sangue e dai cadaveri sparsi come se piovesse;il film ha un andamento quasi trasognato,lento e avvolgente.
Purtroppo alla fine questo diverrà anche un limite,paradossalmente,perchè durante lo svolgimento del film la sensazione di inespresso, incompiuto più di una volta fa capolino sopratutto in alcune sequenze che rimangono inespresse o fumose.
Ma evidentemente l’intenzione del regista è proprio questa, lasciare nel vago lo spettatore, avvolgerlo con la bella colonna sonora di Stelvio Cipriani,la splendida fotografia di Aristide Massaccesi e lasciarlo nel dubbio fino alle sequenze finali.
Un espediente usato molte volte, un’arma rischiosa sopratutto se il film rischia di cedere l’intensità e il pathos a favore della noia, che purtroppo qualche volta affiora.Il flashback, i dialoghi, le cadute di ritmo alla fine hanno un peso predominante e per il film queste caratteristiche, che dovrebbero costituirne il fulcro,l’ossatura centrale restano in buona parte lettera morta.

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In sostanza andrebbe sottoscritto il parere del sito http://www.exxagon.it,che dice testualmente:”Tutto il thrilling della pellicola si regge sull’amnesia anterograda della protagonista e quindi sull’impossibilità di inquadrare con precisione i protagonisti portando questi ultimi ad essere potenziali sospetti, nonché a confondere passato con presente, verità e bugia, vita e teatro. Il pezzo del Machbet riesce davvero a confondere le idee dello spettatore. Il problema principale è la noia che si insinua con gran velocità e che rende difficile guardare tutto il film senza farsi avvincere dalla tentazione di premere sul tasto dell’avanzamento veloce. Non c’è vera evoluzione del plot, non c’è suspance, non c’è sangue; c’è solo lo score musicale di Cipriani che viene piazzato ovunque ed un finale che più balordo non si può; il tutto incorniciato dalla fotografia di Aristide Massaccesi
Un’opinione forse troppo dura, ma che ha molti fondamenti per una pellicola con troppe ambizioni dai risultati incerti.

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Nel cast figura Telly Savalas, palesemente inadatto al ruolo mentre la bella e seducente Anne Heywood se la cava molto meglio;in definitiva una pellicola con un suo fascino,che potrete visionare seguendo i link presente in questa pagina:http://rarelust.com/the-killer-is-on-the-phone-1972/
La versione proposta dovrebbe essere in italiano, come indicato nella scheda tecnica.Buona visione, quindi ma ricordatevi sempre che avete un limite temporale, come dice la legge sui diritti d’autore, di 24 ore per farlo.
L’assassino… è al telefono

Un film di Alberto De Martino. Con Telly Savalas, Rossella Falk, Anne Heywood Drammatico, durata 101′ min. – Italia 1972

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Telly Savalas: Ranko Drasovic
Anne Heywood: Eleanor Loraine
Osvaldo Ruggeri: Thomas Brown
Giorgio Piazza: George
Willeke von Ammelrooy: Dorothy
Rossella Falk: Margaret Vervoort
Antonio Guidi: Dr Chandler
Roger Van Hool: Peter Vervoort
Ada Pometti: Infermiera

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Regia Alberto De Martino
Sceneggiatura Adriano Bolzoni, Alberto De Martino, Renato Izzo, Lorenzo Manning, Vincenzo Mannino
Produttore Aldo Scavarda
Produttore esecutivo Guy Luongo
Casa di produzione Belga Films, Difnei Cinematografico, SODEP
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Stelvio Cipriani
Costumi Enrico Sabbatini

Doppiatori

Sergio Rossi: Ranko Drascovic
Gabriella Genta: Eleanor Loraine
Carlo Sabatini: Thomas Brown
Dario Penne: Peter Vervoort

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L’opinione del sito http://www.horrormovie.it

(…) Film singolare questo giallo diretto da Alberto De Martino. Singolare perchè difficilmente accostabile ai film dello stesso genere che si producevano in Italia a inizio anni ’70 e forse proprio per questo motivo diventato nel tempo oggetto di scherno e indifferenza da parte del pubblico appassionato al thriller italiano d’antàn. Un’operazione d’ostracismo poco condivisibile, però, perchè “L’assassino è… al telefono” ha il pregio di discostarsi dalla massa apparendo così L’assassino è al telefonorelativamente originale e riuscendo a farsi ricordare tra i tanti film dello stesso genere che affollarono gli schermi italiani dell’epoca.
Alberto De Martino scrive la sceneggiatura del film insieme a una considerevole mole di altri nomi: Adriano Bolzoni, Renato Izzo, Lorenzo Manning e Vincenzo Mannino. Troppi, direte voi (e confermo io), ma a dispetto delle aspettative, “L’assassino è … al telefono” ha una coerenza narrativa e un filo logico sorprendenti e ben maggiori di prodotti assimilabili. (…)

L’opinione di thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Alla base di questo giallo c’è l’amnesia della protagonista e il film, con tutte le sue molteplici divagazioni, ruota attorno a questo stato che confonde la visione perchè lo sguardo di Eleonor coincide con quello dello spettatore. Però una volta intuito l’epilogo con la soluzione finale, il film diventa veramente noioso e inutilmente dilatato ed a poco servono sia l’intepretazione della Haywood, sia il carisma di Savalas fin troppo a zonzo in quel di Bruges. L’assenza di suspence e scene forti influiscono sensibilmente sulla monotonia di un film che scorre senza un vero sussulto.

L’opinione di deepreded89 dal sito http://www.davinotti.com

Siamo dalle parti del thriller hitchcockiano, con vuoti di memoria, complotti e un misterioso sicario (Savalas, la cui credibilità crolla a ogni sua brutta battuta) e nel complesso si sta a galla (movente e lentezze a parte), ma il vero pregio nel film è più nella veste che nel contenuto, con una cappa tetra e autunnale che avvolge le vicende narrate, confermando l’assoluta professionalità di De Martino e dello staff tecnico (citiamo anche le notevoli, seppur un po’ troppo reiterate, musiche di Cipriani). Brava Anne Heywood. Niente male.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Tra i cloni argentiani questo si traduce in un interessante e sottovalutato giallo con un ottimo cast in cui spicca una concentrata Rossella Falk. La colonna sonora di Cipriani, onnipresente per quasi tutta la durata del film, inebria lo spettatore accompagnando le immagini della pellicola dove è la mente la vera protagonista, una mente che cancella i ricordi rigenerandosi in una dimensione in cui la realtà emerge solo lentamente. La ricostruzione narrativa è perfetta. Rispondi tu al telefono?

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novembre 18, 2014 Posted by | Thriller | , | Lascia un commento

La domenica del diavolo

La domenica del diavolo locandina

Rita,Elena e Francesca,tre belle ragazze con l’hobby dell’atletica, decidono di passare un week al mare nella villa di Elena.
Sulla spiaggia, le tre ragazze conoscono casualmente Mario,Bruno e Pierluigi,tre balordi che malauguratamente le donne invitano nella villa.
Sarà l’inizio di un incubo, che vedrà però le ragazze riuscire a liberarsi dei tre, uno dei quali ucciso improvvidamente con un giavellotto (sic).
Finale a sorpresa…
Trama esilissima, ricalcata pari pari dal più famoso dei rape and revenge, L’ultima casa a sinistra, La domenica del diavolo è un thriller insipido e noioso, caratterizzato solo dai numerosi nudi delle tre attrici protagoniste, che non lesinano centimetri, anzi metri di pelle.

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Film giocato tutto sui soprusi che il trio canagliesco esercita sulle tre ragazze, che alla fine si riveleranno meno sprovvedute di quel che sembra; a parte le doti fisiche, nessuna delle tre attrici protagoniste, ovvero Christiana Borghi, Elisabetta Valgiusti e Monica Como mette in mostra qualcosa oltre il fisico mentre tra i maschi l’unico credibile è Antonio Cantafora mentre decisamente ai limiti della fantascienza è la partecipazione dell’attore comico Crocitti nei panni di uno dei tre compari.
Crocitti, scomparso due anni fa, ha un volto grassoccio e simpatico agli antipodi quindi dal carognone che dovrebbe interpretare.
E in fondo è questo il limite di un film uscito nel 1979, ovvero nel periodo in cui la crisi del cinema è ormai irrimediabile, con una contrazione consistente di biglietti staccati e di spettatori.

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Il regista, Raimondo Del Balzo,è qua al suo quarto lavoro dei sei globalmente diretti, due dei quali avevano avuto un discreto successo;si tratta dei lagrima movie L’ultima neve di primavera e Bianchi cavalli d’agosto.Se però Del Balzo era sembrato a suo agio con i due film strappalacrime, dimostra di non avere il polso adatto alla direzione di un thriller, oltre ad essere penalizzato abbastanza chiaramente dal budget risicato messogli a disposizione dalla produzione.
Il regista si spegnerà poi nel 1995 a soli 56 anni.
Del film è scomparsa la versione presente su You tube, mentre è presente sui p2p in una accettabile qualità.

La domenica del diavolo
un film di Raimondo del Balzo,con Antonio Cantafora,Vincenzo Crocitti,Christiana Borghi,Elisabetta Valgiusti,Monica Como,Dirce Funari Drammatico, Italia 1979

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Antonio Cantafora …Pier Luigi
Vincenzo Crocitti … Mario
Christiana Borghi … Rita
Elisabetta Valgiusti … Elena
Monica Como … Francesca
Giancarlo Prete … Bruno
Dirce Funari … Silvia

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Regia:Raimondo Del Balzo
Sceneggiatura:Raimondo Del Balzo,Candido Simeone
Produzione:Candido Simeone
Musiche:Stelvio Cipriani
Fotografia:Maurizio Gennaro
Montaggio:Cleofe Conversi e Marcello Malvestito
Makeup Department :Emilio Trani

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L’opinione del sito http://www.nocturno.it

Conosciuto anche col quantomai incomprensibile titolo Midnight Blue, è diretto proprio da quel Raimondo Del Balzo famoso per il lacrima-movie L’ultima neve di primavera che qui però si scatena nell’erotismo e in un bel festival dell’ovvio e del già visto.
Cosa succede a tre atlete (Cristiana Borghi, Elisabetta Valgiusti e Monica Como) che decidono di passare il week end nella villa al mare di una di loro prima che il pullman della polisportiva le riporti sui campi da gioco? Succede che vengono abbordate da tre individui che non promettono nulla di buono, che prima si mostrano gentili e poi si rivelano quello che sono: pericolosi ricercati evasi. Certo che Crocitti, con quella faccia da gnocco fritto, è abbastanza improbabile come maniaco, la fuga delle ragazze dagli aguzzini è girata coi piedi e il colpo di scena finale involontariamente ridicolo.
Il tutto è condito con dialoghi da brivido e con una musica lounge di Stelvio Cipriani che non c’entra niente.
Da vedere probabilmente solo per la massiccia dose di nudi generosi e per la discreta violenza con cui le ragazze si vendicano delle tre canaglie. C’è anche Dirce Funari.
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com

La domenica del diavolo è un classico filmetto thriller imbastito sulla struttura classica del rape & revenge: tre avvenenti ragazze, con la passione dell’atletica, decidono di passare qualche giorno di relax al mare nella villa di una di loro; l’arrivo improvviso di tre uomini sconvolgerà tutti i loro piani. La presenza di Christiana Borghi, Elisabetta Valgiusti e Monica Como giustifica la visione di questa pellicola debole, con dialoghi ridicoli e situazioni assurde: oltre ai loro numerosi nudi, mostrati di buon grado da Del Balzo (regista famoso per i suoi “Lacrima-movie”, melodrammi altamente drammatici e strappalacrime), rimane ben poco: una fotografia a volte sopra la media, un’atmosfera soleggiata che ricorda alcuni gialli “marittimi” di inizio anni Settanta, e qualche scena memorabile per la sua inverosimiglianza (il giavellotto come arma d’offesa). Dei tre bruti si salva il solo Antonio Cantafora, perfettamente a suo agio nel ruolo, mentre il caratterista romano Vincenzo Crocitti è alquanto improbabile nei panni del criminale. Le musiche lounge di Stelvio Cipriani, spesso ciliegina sulla torta per alcuni gialli usciti nei Settanta, qui – seppure non disprezzabili – sono del tutto sconclusionate per le atmosfere della pellicola in questione. L’anno successivo Ruggero Deodato farà uscire La casa sperduta nel parco, praticamente uguale sia dal punto di vista del plot che da quello – ahimè – del risultato stilistico.

L’opinione del sito http://www.bizzarrocinema.it

Se idee riuscite come l’anomala ambientazione solare, l’originale evoluzione narrativa (che inizia da un’ottica reazionaria per divenire velatamente femminista nella parte finale) e l’inclusione nel cast delle splendide presenze femminili di Christiana Borghi, Elisabetta Valgiusti e Monica Como facevano presagire il meglio, a conti fatti il prodotto finale non si discosta molto da rape’n’revenge ben più imprevedibili come L’ultimo treno della notte (1975) o Non violentate Jennifer (1978). Sul versante erotico, l’estetica di fondo degrada astutamente verso le concessioni del prossimo cinema hard (senza tuttavia osare l’esplicito), mentre tecnicamente si alternano ottime soluzioni visive a strafalcioni a dir poco ingiustificati: come conciliare l’ispirata sequenza del giavellotto finale con continui errori di montaggio e fotografia, spesso virata con un effetto notte inguardabile? Complice forse la fretta, l’interessante idea di partenza si dissolve in nulla minuto dopo minuto, portando i circa 80′ minuti di girato verso una conclusione frettolosa ed impropria, talmente paradossale da apparire persino comica. Restano nello spettatore il ricordo dei corpi e i volti magnifici delle tre protagoniste, e la musica ipnotico/straniante del maestro Stelvio Cipriani. Non memorabile, ma piacevole.

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giugno 24, 2014 Posted by | Thriller | , , , , | Lascia un commento

Yellow Le cugine

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La morte di suo nonno permette a Marta, una giovane e disinibita ragazza di entrare in possesso di una arte della cospicua eredità che l’anziano ha lasciato a lei e a sua cugina Valentina.
Marta, in compagnia di suo marito Pierre, si reca quindi nella grande casa dove vive sua cugina, con l’intenzione di stabilirsi per un po di tempo;la cosa crea non pochi problemi a Valentina, che, al contrario di Marta, è una donna dai principi morali ferrei laddove Marta appare decisamente più spregiudicata.Marta l dimostra il giorno dei funerali, arrivando alla cerimonia di sepoltura con la radio dell’auto ad alto volume.
La coabitazione tra i tre diventa molto complicata, ma Valentina finisce per adeguarsi alla cosa ignorando la cugina;ma fatalmente le cose cambiano quando Marta improvvisamente muore assassinata.
I sospetti ricadono sia su suo marito Pierre sia sulle amicizie equivoche della morta.
La convivenza tra Pierre e Valentina finisce inevitabilmente con il portare i due ad avere una relazione, ma intanto la polizia sta indagando e alla fine si scopre che è stata proprio Valentina ad assassinare la cugina, sia per ereditare l’intero patrimonio sia per sedurre l’affascinante vedovo.

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Scoperta dal poliziotto che indaga sulla morte di Marta, Valentina, per non essere arrestata, sceglie di suicidarsi mentre Pierre, rimasto nuovamente solo, finisce per agganciare una nuova e bella preda….
Yellow-Le cugine è un film divenuto in qualche modo famoso più per la sua assoluta irreperibilità che per meriti intrinseci, vista la sua scarsissima consistenza.
Diretto nel 1969 da Gianfranco Baldanello, è un thriller-giallo modestissimo in tutte le sue componenti;l’ambientazione casalinga della storia, i dialoghi prevedibili, la stessa sceneggiatura piatta e la scarsa consistenza del cast rendono Yellow-Le cugine un film di modestissimo valore e di scarso appeal per coloro che amano nei thriller i colpi di scena o le trame elaborate.
Al contrario, in questo film tutto appare prevedibile e scontato, così verso la parte finale, quando cioè interviene in scena l’inquirente deputato alla risoluzione dell’enigma, tutto è già chiaro o perlomeno senza sorprese con il tradizionale finale del colpevole svelato che per una volta sceglie volontariamente la morte per non finire in galera.

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Opache le prove dei protagonisti: per quanto belle, le due principali protagoniste,Lisa Seagram e Caterina Barbero, non riescono a reggere credibilmente una storia scialba solo con la loro presenza.Il film non punta nemmeno sull’erotismo, facilmente utilizzabile in una storia di avidità e corna, forse anche perchè siamo sul finire degli anni sessanta, con una censura che vigila in modo spietato.
Così anche le poche sequenze a sfondo erotico sono assolutamente castigate; probabilmente la pubblicità dell’epoca presentò la pellicola di Baldanello in ben altro modo, contribuendo in qualche modo alla fama ristretta del film.
Che in realtà è davvero ben poca cosa.
Riemerso dal lunghissimo oblio è ora visionabile, in una riduzione mediocre a livello qualitativo su You tube.

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 Yellow-Le cugine

un film di Gianfranco Baldanello, con Lisa Seagram,Maurizio Bonuglia,Caterina Barbero,Franco Ricci,Renato De Carmine,Attilio Dottesio,Thriller,Italia 1969 durata 89 minuti

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Lisa Seagram: Marta Garbini
Maurizio Bonuglia: Pierre
Caterina Barbero: Valentina
Franco Ricci: maresciallo Fiore
Renato De Carmine: comm. Saccara
Attilio Dottesio: Romolo

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Regia Gianfranco Baldanello
Soggetto Augusto Finocchi, Vittorio Metz
Sceneggiatura Augusto Finocchi
Casa di produzione Cinematografica Associati
Fotografia Luciano Trasatti
Montaggio Bruno Mattei
Musiche Lallo Gori

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L’opinione di fauno dal sito http://www.davinotti.com

Unico neo: un piccolo calo d’intensità fra il recupero della salma e l’entrata in scena di De Carmine. L’omicidio non è così goffo, ma discretamente congegnato e c’è anche un notevole crescendo erotico, fantasia e creatività a pacchi sia nell’ambientazione che nell’erotismo stesso; inoltre ben cinque attori che recitano al meglio. Vi dirò di più… se siete osservatori non ci metterete molto a capire perché è stato murato. La Barbero cattura per il suo modo di fare la bambola, ma anche la Seagram si dereprime niente male. Un film da rieditare a tutti i costi…

L’opinione di uomoocchio dal sito http://www.davinotti.com

Proiettato al Joe D’amato Horror Festival dopo 35 anni, deve la propria leggenda appunto all’invisibilità, ma è un tipico gialletto dell’epoca, a sfondo testamentario. Ambientato in Toscana vede la rivalità e lo scontro tra due richissime cugine: l’una è una rigida conservatrice del buon nome familiare, l’altra una sfavillante hippie, finché non avviene un delitto nella villa. Forse migliore, ad esempio, di Vergogna schifosi, ma certo lontanissimo dai livelli dei Lenzi. Una testimonianza del clima dell’epoca, ma come giallo è risibile.

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giugno 12, 2014 Posted by | Thriller | , , , | Lascia un commento

Gli occhi azzurri della bambola rotta

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Un ex detenuto sta facendo autostop per recarsi in un piccolo paese di montagna in Francia.
E’ Gilles,che ha deciso di rifarsi una vita e ricominciare da zero la sua esistenza.
Il villaggio in cui approda Gilles è, come tutti i piccoli centri, arroccato dietro la difesa dei piccoli privilegi personali e nessuno sembra essere disposto ad offrire un’opportunità all’uomo,sopratutto alla luce del suo burrascoso passato.
Tutti tranne Claude.
La donna, invalida ad una mano, decide di assumerlo come uomo tuttofare ed impiegarlo nella sua villa dove vive con le sue due sorelle;Nicole, la prima, è una donna con problemi legati ad una ninfomania irrefrenabile mentre la seconda, Yvette, vive su una carrozzella assistita dal medico condotto del paese e da una infermiera.
L’arrivo di Gilles è accolto di cattiva grazia da Renè, l’uomo che precedentemente si occupava della villa, mentre in paese accade qualcosa di grave.
I cadaveri di tre donne vengono recuperati, tutti con lo stesso tratto identificativo, ovvero la mancanza degli occhi; le tre donne avevano in comune il fatto di essere bionde e di avere gli occhi azzurri.

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I sospetti ovviamente convergono su Gilles,l’ultimo arrivato e con la fedina penale sporca,il quale ha avuto problemi con Renè al punto di aver tentato di ucciderlo.
L’ispettore Pierre è convinto che il misterioso assassino altri non sia che Gilles,il quale dal canto suo ha allacciato una relazione con Claude, seguita con attenzione da Nicole, che dal’alto della sua malattia vorrebbe aggiungere Gilles alla sua vasta collezione di amanti.
Tra Claude e Nicole nasce così una rivalità accesa, troncata dall’improvvisa morte di Nicole, che viene rinvenuta cadavere;sembrerebbe un altro assassinio imputabile al misterioso killer, ma in questo caso alla donna non sono stati tolti gli occhi.
Gilles, braccato dalla polizia, completamente innocente dei delitti che gli vengono imputati viene ucciso a colpi di pistola,proprio sotto gli occhi di Claude, la sua amante.
Ma nel frattempo accade qualcosa che dimostrerà l’innocenza di Gilles.

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La giovane Caroline, l’infermiera addetta alle cure di Yvette, al terza sorella, viene aggredita dal misterioso assassino e riesce a rifugiarsi, benchè ferita, nell’ambulatorio del dottor Philippe.
Il misterioso killer rivela così la sua identità:si tratta proprio di Yvette, che in realtà non è affatto affetta da paralisi;al culmine di una lotta senza tregua, Yvette uccide Caroline, prima di soccombere ad un colpo letale di coltello inferto da un’altra figura misteriosa….
Ovviamente non vado oltre nell’analisi della trama per non rivelare quello che sarà l’ultimo colpo di scena di Gli occhi azzurri della bambola rotta,film oscillante tra il thriller e l’horror diretto nel 1973 da Carlos Aured,che porta sullo schermo una sceneggiatura di Paul Naschy, uno degli interpreti del film.
Un giallo o thriller o horror che dir si voglia povero allo stesso tempo di idee e di qualità registiche, visto l’andamento ondivago della trama, lacunosa in molti punti e che ha l’unico merito di rendere così molto difficile la comprensione dell’identità del killer.
I colpi di scena finali arrivano a conclusione di un film che fino a quel momento si è distinto principalmente per la grossolanità degli effetti usati, oltre che per una certa sciatteria generale dovuta alla mancanza probabilmente di soldi per costruire un impianto più solido e meno artefatto.
Lo stile di Aured mostra evidenti tributi al giallo di casa nostra, con la differenza non da poco di ricalcare le trame argentiane tanto in voga nel nostro paese con scarsa mano e ancor più scarsa abilità.
Il film è rozzo, va a scatti, mostra più di un tributo a Gatti rossi in un labirinto di vetro, sopratutto nell’idea di rendere protagonisti del film dei cadaveri privi di occhi, estirpati al solito da un pazzo assassino.
A ben vedere gli assassini sono due e questo dovrebbe creare suspence ma in realtà, alla luce del finale assolutamente incoerente e mal girato si può parlare di classica ciliegina sulla torta che rovina però una torta dal retrogusto amaro.

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Los ojos azules de la muñeca rota, tradotto letteralmente dai nostri distributori in Gli occhi azzurri della bambola rotta non ha alcun pregio e una volta tanto vede anche un buon attore come Paul Naschy, che interpreta Gilles barcollare per tutto il film in una interpretazione assolutamente incolore.
Molto meglio Dyana Loris, Eva Leon e Ines Morales, le interpreti femminili del film mentre un punto a favore è la location montanara del film; brutte le musiche per un film decisamente in tono minore e tranquillamente evitabile.
Non ho trovato traccia in rete di una versione italiana del film, per cui per vederlo occorrerà una ricerca sui p2p.

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Gli occhi azzurri della bambola rotta
regia di Carlos Aured, con Paul Naschy, Dyana Loris, Eva Leon, Antonio Pica, Ines Morales, Pilar Bardem, Thriller/Horror Spagna 1973

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Paul Naschy: Gilles
Diana Lorys: Claude
Maria Perschy: Yvette
Antonio Pica: ispettore Pierre
Eduardo Calvo: dottor Philippe
Eva Leon: Nicole
Pilar Bardem: Caroline
Luis Ciges: Renè
Ines Morales: Michelle
Sandra Mozarowsky: turista

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Regia Carlos Aured
Soggetto Paul Naschy, Carlos Aured
Sceneggiatura Francisco Sànchez
Produttore esecutivo Josè Antonio Pérez Giner
Montaggio Francisco Sànchez
Effetti speciali Manuel Gòmez
Musiche Juan Carlos Calderòn
Scenografia Andrés Gumersindo
Costumi Humberto Cornejo
Trucco Miguel Sesé

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L’opinione del sito http://www.exxagon.it

Giallone-thrillerone iberico con titolaccio pazzesco che promette benissimo. Ma non mantiene. Sotto l’egida del killer di nero guantato, che è di argentiana memoria, Carlos Aured prova a dire la sua a riguardo e, ad essere clementi (cosa facile per un appassionato del genere) in parte ci riesce, tranne che per un macroscopico difetto: una colonna sonora così scarsa da demoralizzare anche un audioleso. Vengono utilizzate sostanzialmente due brani musicali: uno e un motivetto tipicamente settanta per nulla sinistro che viene insensatamente sovrapposto alle scene più tese, tagliando le gambe all’effetto delle scene stesse. L’altro pezzo musicale è un arrangiamento di “Fra Martino” che viene utilizzato per dare una misura della degenerazione mentale del killer (Argento docet). Un pezzo musicale peggio dell’altro. Aured comunque s’impegna per cercare di replicare la lezione italiana, fra traumi psicologici, sessualità maniaca, spiegone finale e un’atmosfera quasi accettabile, resa però indigesta da scivoloni in melò. Il film, tra l’altro, non permette di scoprire chi sia il vero colpevole perché omette dei particolari necessari a intuirne l’identità, semplicemente crea una serie di false piste, compreso ovviamente il protagonista Gilles con il suo passato burrascoso. E qui si apre il capitolo Paul Naschy, al secolo Jacinto Molina, la vera mente pensante dietro Gli Azzurri Occhi della Bambola Rotta. Naschy non solo scrive la sceneggiatura (insieme al regista) ma si ritagli anche il ruolo principale del macho circondato da donne, in realtà un tarchiato latin lover dall’interpretazione discretamente abborracciata. Lui però si sente bello e le donne sotto contratto devono stare al gioco. Non manca un po’ di splatter (globi oculari per coerenza col titolo), così come di fatto l’inutilmente crudele ripresa della macellazione di un maiale. Rocambolesco finalone multiplo la cui soluzione rammenta il classico Occhi senza Volto (1960). Film per appassionati del genere, o per chi voglia farsi qualche risata, perché Gli Occhi Azzurri della Bambola Rotta di materiale che mette allegria ne ha.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Rustica imitazione spagnola dei thriller italiani coevi, erra catatonica fra donne menomate e ambigue, assassinii trash con fiotti di sangue e pupille enucleate dalle orbite, flashbacks amatoriali e un po’ di sesso, per ridestarsi tardivamente in un finale tributario di Occhi senza volto. Buchi di sceneggiatura, attori scarsi (pessimo Naschy) e musiche insulse, dall’allegro Leitmotiv al metallico “Fra Martino” che scatena la follia omicida. Deprecabile e del tutto fuori luogo lo sventramento del maiale.

L’opinione di Deepred89 dal sito http://www.davinotti.com

Mediocre gialletto spagnolo. La regia e la fotografia non sono nemmeno cattivissime ma la storia è lentissima ed accumula vari finali uno meno convincente dell’altro. Il protagonista Paul Naschy poi è imbronciatissimo e il resto del cast, pur non essendo completamente indegno, non fa nulla per farsi ricordare. Inoltre l’erotismo latita (nessuna scena di nudo) e anche il sangue è piuttosto limitato. Tremenda colonna sonora, con musichette in stile Gameboy e un delirante remix di “Fra Martino” (!) durante gli omicidi. Solo per appassionati.

L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

Il difetto è proprio la confezione, veramente sciatta e opaca, perché la storia non sarebbe male, e un certo indizio subliminale sull’identità dell’assassino è suggerito con una certa grazia. Inoltre il potenziale morboso-orrorifico delle tre sorelle (la monca, la paralitica e la ninfomane) c’è, purtroppo la sceneggiatura non valorizza i personaggi. Banalissime le sequenze degli omicidi. Gli interpreti? Beh, Naschy aveva già dato pessima prova di sé ne Il mostro dell’obitorio:qui, nel ruolo del maschio concupito, fa peggio. Povero ma brutto!

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maggio 23, 2014 Posted by | Horror, Thriller | , , | Lascia un commento

Doppia coppia con regina

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Prima di parlare di questo film riemerso dall’oblio dopo oltre quarant’anni, vorrei ringraziare pubblicamente un manipolo di utenti di You tube che da qualche giorno sta caricando in rete una serie di film assolutamente rari, dei quali si erano perse le tracce oppure esistevano in giro solo polverose VHS.
Film spesso rintracciabili solo in versioni mutile o registrate anni addietro da canali televisivi privati, che utilizzavano vecchi master graffiati e che ora sono invece disponibili in versioni perlomeno decenti, come il rarissimo La lunga spiaggia fredda,Due occhi per uccidere oppure Crema cioccolato e paprika e molti altri.
Questa opera meritoria, spesso ostacolata dai regolamenti ottusi di You tube e dalle leggi sul diritto d’autore, andrebbe incentivata alla luce del fatto che spesso si tratta di opere datate,risalenti a oltre 40 anni addietro e quindi dal valore commerciale prossimo allo zero. Da oggi in poi,spero con buona frequenza,vedrò di aggiornare articoli e link presenti sul sito,visto che molti purtroppo sono stati cancellati.

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Doppia coppia con regina,del quale fino a pochissimo tempo addietro esisteva solo una versione da videocassetta dalla qualità orrenda è riemerso improvvisamente grazie alla versione trasmessa da Rai Movie, probabilmente mutila di qualche minuto di pellicola, ma quantomeno accettabile dal punto di vista qualitativo; il film è oggi disponibile sul mulo, in una versione da 800 mega oppure in una versione molto meno compressa ai seguenti indirizzi:
https://ultramegabit.com/file/details/YZHxfMnI7cE/Dp72dvd.part1.rar
https://ultramegabit.com/file/details/1w6XjvZE8G0/Dp72dvd.part2.rar
https://ultramegabit.com/file/details/LKO5dqtF190/Dp72dvd.part3.rar
https://ultramegabit.com/file/details/Sxhm9LcG5WU/Dp72dvd.part4.rar
Veniamo al film vero e proprio, diretto nel 1972 da Julio Buchs,conosciuto in Italia per aver diretto una giovanissima Romina Power in uno dei suoi primi lavori cinematografici,I caldi amori di una minorenne
Doppia coppia con regina è un giallo classico, che si ispira scopertamente ai film lenziani e in particolare,per quanto riguarda i tempi cinematografici e l’uso della tensione narrativa a Cosi dolce cosi perversa.
La trama è innestata sulle vicende di Josè, un giovane ambizioso che,stanco di fare il meccanico,realizza tutti i suoi risparmi ed arriva a Madrid, dove però per colpa di un suo amico, resta a secco economicamente.

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Grazie alla bella fotografa Elisa,Josè riesce a sbarcare il lunario, vivendo con lei e diventandone l’amante;successivamente Josè conosce i coniugi Pablo e Laura, che diviene la sua amante.
La donna coinvolge Josè in un tentativo di omicidio ai danni del marito, che però riesce a scampare all’omicidio e ricatta Josè, costringendolo a sua volta a diventare il killer della moglie.Preso in una trappola mortale, Josè dovrà riuscire a districare l’intricato rebus…
Come dicevo, un giallo tradizionale, Doppia coppia con regina  , non differente nella sostanza dalla miriade di prodotti simili che pullularono nelle sale cinematografiche per buona parte degli anni sessanta e settanta;la miscela è quella classica, fatta cioè di una trama non eccessivamente contorta, di situazioni di tensione legate a sprazzi di sottile erotismo.
Questo film non fa eccezione alla regola, tuttavia si caratterizza per l’uso misurato dell’eros e per una buona tensione che serpeggia nel film per tutta la sua durata.

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Grazie ad un cast impeccabile, Buchs dirige un film dal buon andamento, senza sussulti ma anche senza grosse pecche;la presenza di due bellissime brave attrici come Marisa Mell e Patrizia Adiutori, di un ottimo Gabriele Ferzetti conferisce alla pellicola dignità e un certo valore mentre molto marginale è la presenza di Helga Linè.
Marisa Mell, all’apice della sua bellezza, replica il ruolo di femme fatale interpretato in tanti film simili a questo; la differenza è che questa volta non si spoglia o quasi per nulla, a differenza di Patrizia Adiutori che mostra qualcosa in più.Non male nemmeno Juan Luis Galiardo,interprete principale del film che caratterizza il personaggi di Josè in maniera efficace,restituendoci un personaggio credibile alle prese con una storia troppo più grande di lui.
Un film di discreta caratura,quindi, in cui a supplire ad una sceneggiatura vista altre volte e quindi non particolarmente affascinante c’è quanto meno un manipolo di attori che recita decentemente.
Da vedere.

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Doppia coppia con regina
Un film di Julio Buchs. Con Gabriele Ferzetti, Marisa Mell, Helga Liné, Patrizia Adiutori, Manuel Alexandre, Eduardo Calvo Titolo originale Alta tension. Drammatico, durata 90 min. – Spagna 1972.

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Marisa Mell … Laura Moncada
Gabriele Ferzetti … Pablo Moncada
Juan Luis Galiardo … José
Helga Liné … Choni
Patrizia Adiutori … Elisa Folbert

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Regia:Julio Buchs
Sceneggiatura:Julio Buchs
Musiche:Gianni Ferrio
Fotografia:Mario Montuori
Montaggio:Gaby Peñalba e Antonietta Zita
Production Design :Piero Filippone
Costumi:Antonio Muñoz

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L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Aitante e squattrinato playboy (un sosia di Marino Masè!) conosce una signora ricca e frustrata, che gli propone di faR fuori il marito… L’abusatissimo spunto narrativo, il look, le belle musiche loungeggianti di Ferrio ci portano in zona Lenzi, difatti citato. Tuttavia, pur nella convenzionalità d’insieme il film non è malaccio (e di congrua brevità): Ferzetti è bravo, Marisa è Marisa, e una sequenza soprattutto è costruita sapientemente. Sciattissimo invece il finale (esauriti i fondi?). Comunque guardabile.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Uno dei tanti discendenti de I diabolici di Clouzot, filtrato con le atmosfere di casa Lenzi, riserva ben poche sorprese e funge solo da ordinario tassello per completare un determinato sottofilone cinematografico, molto in voga in Italia e in Spagna tra fine Sessanta e primi Settanta; la Mell riesce comunque a trafiggere con la sua bellezza letale – contrapposta a quella più rassicurante dell’altrettanto venusta Adiutori – e Ferzetti con la consueta bravura e professionalità. L’optical irrompe nei titoli di testa e nel décor.

L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com

Una Mell stupenda, perfettamente a suo agio nel suo ruolo di villian, Ferzetti perfettamente antipatico, il convincente Gallardo, un ottimo cast di contorno (Auditori, Linè) e un buon intrigo che pur non essendo originalissimo cattura ed offre una certa tensione (vedi la scena del tavolo “elettrico”), rendono il film molto interessante. Ottime le musiche. Per chi ama il genere sarà un’eccellente scelta.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Un primo tempo all’altezza di Ritratto in nero: lui, lei, l’altro e un piano diabolico per disfarsi di un uomo con cui si vive controvoglia e di cui l’unica cosa che interessa e il potere. Ed ecco che entra in scena il playboy che vuole arrivare, pronto a tutto per questo. L’errore è che entrambi i coniugi si servono di lui e allora la cosa si complica. Dal sapore di Mystere (ovviamente a questo antecedente) una pellicola dignitosa, che anche se si perde un po’ nella seconda parte, resta un giallo scorrevole e interessante, con una soundtrack ottima.

L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

L’incipit è grande: Gallardo, provinciale inurbato, ha un carisma rozzo, un mix di ingenuità ed arrivismo che ne fanno un epigone non indegno di un certo… Midnight Cowboy! Anche il film nel suo insieme è sicuramente epigonico e derivativo (dal noir anni ’40 al giallo erotico-complottista lenziano), ma il ritmo narrativo è ottimo, stringato, senza indugi né compiacimenti, si gioca abbastanza a carte scoperte, questo va a scapito della suspence, ma non del divertimento. Ottima e inquietante la trovata del testimone cieco. Piacevole.

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Marisa Mell

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Helga Linè

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Gabriele Ferzetti

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Patrizia Adiutori

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Le lobby card presenti nell’articolo provengono dal sito http://www.dbcult.com che ringrazio vivamente.

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maggio 22, 2014 Posted by | Thriller | , , , , | Lascia un commento

Il sesso della strega

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Agghiacciante.
Non illudetevi, è un aggettivo che non serve a qualificare questo film come un film dell’orrore o come un thriller di caratura che tiene avvinti alla poltrona.
Siamo di fronte infatti ad uno dei film più scombinati, peggio realizzati e mal interpretati della storia del cinema italiano, un prodotto all’altezza di z movie ormai diventati leggenda come Incontri molto ravvicinati del quarto tipo,La bestia in calore o Un lupo mannaro contro la camorra, girato in tempi relativamente più recenti.
Il sesso della strega, distribuito all’estero con il titolo Sex of the witch, girato nel 1973 è opera dell’ineffabile Angelo Pannacciò, responsabile tra l’altro di aver diretto altre due brutture indescrivibili come Un urlo dalle tenebre (del quale ho già parlato) e Holocaust parte seconda: i ricordi, i deliri, la vendetta, altra bruttura inenarrabile.
Scoordinato,con una sceneggiatura scritta in pochi minuti e raffazzonata come poche, mal recitato e penalizzato ulteriormente da evidentissimi limiti di budget Il sesso della strega è la quintessenza di tutto quello che andrebbe evitato quando si dirige un film.

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La storia è di una banalità imbarazzante e inizia attorno al capezzale di Sir Hilton, che sentendosi in prossimità della morte ha radunato i suoi discendenti, che in un lungo e tediosissimo monologo racconta spezzoni della sua vita e in ultimo confida di voler portare nella tomba il terribile segreto di famiglia.
L’uomo finalmente muore, con gran sollievo degli spettatori e subito dopo viene letto il testamento.
Tutti i beni di Hilton dovranno essere divisi tra i legittimi eredi fatta salva la parte destinata alla sorella Evelyn, che è la pecora nera della famiglia, in quanto odiava tutta la discendenza di Hilton.
Gli eredi credono di aver ereditato una fortuna ma in realtà hanno anche ereditato una vendetta;una mano misteriosa infatti semina la morte tra di loro.
Pannacciò, amante del gotico e delle storie a sfondo “magico” torna a rielaborare una sceneggiatura sullo stile del peraltro pessimo Un urlo dalle tenebre;lo fa nel modo peggiore, dimostrando che i maestri a cui si ispira, da Bava a Freda, non solo non gli hanno insegnato niente ma hanno avuto su di lui un influsso nefasto.
Non si contano infatti gli errori elementari nelle inquadrature, nella direzione del cast già di per se di un livello molto basso e sopratutto la mancanza assoluta della capacità di creare il colpo ad effetto, quel quid che innalzi almeno a tratti il livello del film.

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Per di più, Pannacciò abbonda con l’erotismo, creando un effetto domino che trascina ancor più verso il basso il tutto; non avendo il senso della misura,il regista inserisce scene di nudo o di erotismo nei momenti topici della pellicola, con conseguenze a tratti anche esilaranti.
Basti vedere una delle sequenze iniziali, quella in cui il maggiordomo e una servetta si dedicano ad un amplesso nella cappella della villa, con primo piano del maggiordomo a cui la servetta pratica (evidentemente) una fellatio e in cui lo stesso sembra più in preda a spasmi intestinali che al piacere provocato dall’atto.
E si potrebbe proseguire a lungo con l’elenco delle nefandezze proposte:si guardi l’entrata in scena surreale dell’ispettore, una sorta di tenente Colombo con tanto di impeccabile impermeabile e sorriso idiota stampato sul volto, roba da far invidia a Jeff Blinn in Giallo a Venezia.

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Insomma, per farla breve,un campionario difficilmente ripetibile di bestialità e orrori cinematografici.
Il cast è quanto di peggio si possa assemblare e include il solito Gianni Dei,dall’espressione ancor più sperduta del solito,Jessica Dublin ormai over 50 e Camille Keaton, nipotina del grande Buster in un piccolo ruolo che fortunatamente le impedisce di partecipare allo scempio.
Se qualcuno dovesse butrire dei dubbi su quanto esposto su, consiglio la visione del film all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=2JJGKL1fkLY La versione è decisamente bruttina ma è quanto di meglio circoli in rete.
Il sesso della strega
Un film di Elio Pannacciò. Con Susanna Levi, Assunta Liemezza, Jessica Dullin, Sergio Ferrero, Ferruccio Viotti, Gianni Dei, Jessica Dublin, Lorenza Guerrieri, Marzia Damon, Camille Keaton Thriller/Horror, durata 91 min. – Italia 1973.

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Susanna Levi … Susan
Jessica Dublin … Evelyn Hilton
Sergio Ferrero … L’uomo di Ingrid
Camille Keaton … Ann
Franco Garofalo … Tony
Donald O’Brien …L’ispettore
Gianni Dei … Simon Boskin
Augusto Nobile … Edward
Maurizio Tanfani … Nath
Marzia Damon … Gloria
Irio Fantini … Assistent Inspettore
Ferruccio Viotti … Notaio
Giovanni Petrucci Johnny
Annamaria Tornello … Ingrid

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Regia:Angelo Pannacciò
Sceneggiatura:Angelo Pannacciò
Musiche:Daniele Patucchi
Fotografia:Maurizio Centini,Girolamo La Rosa
Montaggio:Marcello Malvestito
Art Direction:Egidio Spugnini
Costume Design :Osanna Guardini

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L’incipit l’ho trovato interessante: questo moribondo circondato dai parenti e ripreso con un grandangolo che deforma l’immagine e la sua voce che pontifica sulla vita, la morte e i “morti-viventi”, con le parole scritte dallo sceneggiatore Franco Brocani (quello di Necropolis, 1970, e si capiscono tante cose…). Anche il tema musicale di Patucchi non mi è parso malaccio. Quindi, sempre nel bel mezzo di quel diluvio di parole, una bara, e due che scopano vicino ad essa. Niente male. Poi il film inizia davvero e sono guai. Il Sesso della Strega è un film di Pannacciò (è non ci si può sbagliare perché ce lo stampa a tutto schermo in titoli da fumetto), lo stesso dietro ad ineffabili lavori quali Porno erotico western (1979) e Un urlo nelle tenebre (1975). L’idea sarebbe quella di mescolare giallo ad horror soprannaturale e spolverare tutto con diverse scene di sesso che non guastano mai, ma il risultato ottenuto da Pannacciò è sotto il livello della decenza soprattutto per la noia abissale che sprigiona da questo whodunnit pecoreccio con grandi primi piani sugli occhi abborracciati dei protagonisti. E’ la noia che proprio non si può perdonare perché con brutture, sciatterie e illogicità ci si potrebbe anche divertire ma con la noia no. Gianni Dei, al secolo Gianni Carpanelli, nei panni del segretario amante del defunto non ci fa una bella figura (non che altrove…) e così il Donald O’Brien nei panni di un ispettore decisamente incompetente. Curiosa la partecipazione di Camille Keaton che cinque anni dopo diventerà famosa (più o meno) come protagonista dello shock exploitation Non Violentate Jennifer. Il finale del film proprone una soluzione dell’enigma quantomeno assurda però si sà, il paranormale… Invece riguardo il sesso così così, anche perché Pannacciò non è un maestro dell’eros, ma non escludo che possano esserci stati dei tagli. In più, grande delusione perché sul dizionario di Giusti si dice: “L’ultima scena del film si chiude sul sesso della strega esibito in primo piano, ben divaricato”. Giusti sì che è un maestro dell’eros perché solo a leggere mi ero galvanizzato e invece salta fuori che si tratta di una con delle orribili mutande blu. Vatti a fidare. Sconsigliato. Fidatevi.
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(…) Per la serie “al brutto non c’è mai limite” eccoci di fronte a “Il sesso della strega”, titolo ad effetto per uno dei più scombinati e brutti thriller a tinte paranormali che la cinematografia italiana abbia prodotto negli anni ’70.
Il nostro cinema di genere tra gli anni ’60 e ’70 ha raggiunto vette altissime aggiungendo ottimi film su ottimi film. Registi del calibro di Mario Bava, Dario Argento, Lucio Fulci, Riccardo Freda e Antonio Margheriti, solo per fare i nomi dei più celebri, hanno donato all’immaginario collettivo cinematografico veri gioielli mai più eguagliati dalle produzioni nostrane. Ma c’era anche un sottobosco di registi che si barcamenavano tra l’horror, l’erotico e chissà cos’altro che rappresentavano il lato oscuro di questa armoniosa combriccola di “Grandi nomi”, artigiani con non troppo talento che coglievano al balzo il filone in voga del momento e davano vita a discutibili Il Sesso della Stregalungometraggi che oggi vengono venerati come autentici “scult”. Tra i tanti sicuramente Angelo (in arte Elo) Pannacciò è uno dei più rappresentativi, soprattutto per questo “Il sesso della strega”, un thriller di rara bruttezza che fonde insieme il gotico italiano, il giallo-thriller (in quel periodo al suo massimo grado di diffusione) e l’erotico.
Pannacciò, autore anche della sceneggiatura insieme a Franco Brocani, aveva uno spunto interessante e soprattutto originale su cui lavorare: la magia (mista alla scienza) utilizzata per il cambiamento di sesso di un individuo. Purtroppo questo spunto non viene affatto approfondito e l’intera sceneggiatura appare troppo sconclusionata, composta da pochi eventi che si inseriscono nella narrazione spesso senza un vero nesso logico. Inoltre lo stesso autore non sembra avere le idee troppo chiare su quale genere ripiegare, se sul thriller-horror o sull’erotico. Se infatti la struttura è quella tipica del thriller, con tanto di omicidi all’arma bianca e killer misterioso da smascherare, non viene mai enfatizzata la suspense e gli stessi omicidi sono coreografati in modo Il Sesso della Stregagoffo e sicuramente poco “spaventoso”. Invece il film abbonda di scene erotiche, focosi amplessi e frequenti nudi, spesso inseriti in modo molto gratuito, solo che, ahinoi, anche in questo caso Pannacciò fallisce e le sue scene non riescono a infondere un reale erotismo, dal momento che anche in questo caso abbiamo scenette impacciate, mal girate e spesso ridicole (praticamente ogni volta che entra in scena il maggiordomo erotomane).(…)
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Viene la tentazione, davanti a film indescrivibili come questo, di fare la lista delle cose involontariamente esilaranti. Mi limito all’ispettore, che indossa l’impermeabile “da ispettore” anche al momento della prima colazione, e all’ambulanza che, arrivando a sirene spiegate, viene a lungo impallata da un muretto. Il resto è in linea, compreso il pazzesco finale. Nomi britannici, ma targhe automobilistiche italianissime e ambientazione nell’Appennino Laziale. Il c.s.c. Irio Fantini ha vari primi piani: un po’ poco per salvare il film..

L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Scompiscevole guazzabuglio di Pannacciò con vago plot occultistico sulla scia di chissà quali turpitudini di famiglia nobile, mentre per lo più nipoti lubrichi si limitano a trombare tutti con tutti (nè è da meno la servitù, dove spicca un grande Franco Garofalo in versione Igor de’ noantri), su musiche da porno-soft di Patucchi. O’Brien, che al confronto nei western pare Henry Fonda, contende al Jeff Blynn di Giallo a Venezia la palma di poliziotto più ciula, spaventosissime le mises di Gianni Dei. Irredimibile

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Sul lato tecnico non c’è nulla da fare, viste la regia esangue e la totale incuria di ritmo, montaggio, continuità e locations spudoratamente nostrane spacciate per anglosassoni. Il film di Pannacciò si guadagna la fama di cult per un soggetto all’insegna di un cinema bizzarro oggi estinto: una classica trama giallo-gotica a sfondo ereditario che si contamina con l’occultismo e la fantascienza delle mutazioni genetiche, nonché con frequenti intermezzi sexploitation e musiche stranianti. Argentiano l’omicidio con la mazza. Gli attori? «Fantasmi grigi e smunti, persone di oggi e senza spessore».

L’opinione di Max92 dal sito http://www.davinotti.com

Chi si inerpica nella visione di questa pellicola da Olimpo del trash non nutre grandi aspettative. Ma Pannacciò è riuscito a superare se stesso, sciorinando allo spettatore un film di una bruttezza inusitata. Riprese amatoriali, interpreti allo sbaraglio più completo (Buster Keaton si starà rivoltando nella tomba nel vedere dove si era infognata la nipotina Camille) e scene di sesso di uno squallore indicibile (vedere la sfatta Dublin nuda, che comunque rimane recitativamente la migliore, è un’esperienza che lascia il segno). Titolo finissimo.

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maggio 20, 2014 Posted by | Horror, Thriller | , , , | Lascia un commento

Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale

Terza ipotesi su un caso di pefetta strategia criminale locandina 1

Mentre è su una spiaggia all’apparenza deserta, occupato a ritrarre la bellissima modella Olga, il fotografo carlo assiste, non visto, ad un omicidio eccellente mascherato da incidente.
La vittima è il procuratore Anchisio e le indagini sulla morte dello stesso sono affidate la valido ispettore Vezzi.
Carlo, sviluppate le foto, decide di trarre un profitto dalla situazione e propone un ricatto a Mario Ceccarelli, detto Zio Fifì, un sordido regista di filmini porno che nasconde la sua attività facendosi credere maestro di danza.
A nulla valgono i tentativi di vendere gli scatti proibiti alla mafia mentre interessato alla cosa sembra essere un settimanale che si offre di acquistare i negativi.
Accordatisi per una cospicua somma, Fifi, Olga e Carlo danno i negativi ad un inviato del settimanale, che nel frattempo viene ucciso.
Il misterioso assassino è quindi in possesso dei negativi ma per una fatalità Olga, amante e modella di Carlo, ha scambiato i negativi e così iniziano i guai.

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L’uomo uccide zio Fifi e poi con un incidente stradale ferisce gravemente la sventurata Olga.
Carlo, ormai resosi conto di essere in balia di un uomo senza scrupoli, decide di collaborare con la polizia che tende una trappola all’omicida…
Giuseppe Vari, onesto artigiano del cinema, firmandosi Joseph Warren mette su nel 1972 questo strano intreccio fra thriller e poliziesco nel 1972, uno degli anni in cui a cinema ci andavano praticamente tutti e vedendo qualsiasi cosa.Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale esce proprio in questo periodo, finendo però, proprio per l’altissimo quantitativo di prodotto offerto, per confondersi con altri prodotti dalle tematiche simili.
E poichè si tratta di un film scarno ed essenziale, senza una sceneggiatura molto coerente ecco che il film finisce presto nel dimenticatoio
In verità un po ingenerosamente, visto che il prodotto finale non è malvagio; tuttavia la trama un po ruvida, l’andamento traballante del film stesso ne decretano un sostanziale insuccesso ai botteghini.
Peccato, perchè Vari, che aveva all’attivo almeno una ventina di film appartenenti a svariati generi non era certo un pivellino; purtroppo in Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale si fa prendere la mano dalla tentazione di velocizzare la pellicola, renderla ricca di colpi di scena con il risultato di creare un film dall’andamento schizofrenico.

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Nonostante le evidenti pecche nella sceneggiatura, il film regge a fatica sorretto principalmente dall’ottimo cast assoldato per la pellicola;si va dall’onnipresente Lou Castel ( il fotografo Carlo) alla bellissima Beba Loncar (Olga, la modella e amante di Carlo), da Adolfo Celi (l’ispettore Vezzi) a Massimo Serato (lo zio Fifi).
Gli attori interpretano in maniera misurata le loro parti in un film che ha una discreta miscelazione degli elementi thriller e polizieschi, spruzzati da una piccola dose di erotismo, come del resto prevedibile visto il ruolo del protagonista, un fotografo e quello sopratutto di “zio Fifi”, una specie di ruffiano che vive dirigendo squallidi filmetti pornografici.
A proposito di erotismo, non va dimenticato lo squallido espediente, a cui probabilmente è del tutto estraneo il regista, di inserire per il mercato estero sequenze pornografiche del tutto fuori contesto, cosa che dequalifica la pellicola che al tirar delle somme non è da gettare via.

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Su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=cJ9cCfhiMvo è possibile vedere il film completo; purtroppo si tratta di un riversamento da VHS con una qualità dell’immagine e del sonoro davvero modesta, cosa sorprendente visto che del film stesso esiste da tempo una versione digitale.
In attesa di una riduzione decente occorre accontentarsi.

Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale

Un film di Giuseppe Vari. Con Massimo Serato, Adolfo Celi, Beba Loncar, Lou Castel, Renato Baldini Poliziesco/Thriller, durata 92 min. – Italia 1972.

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Terza ipotesi su un caso di pefetta strategia criminale banner protagonisti

Lou Castel: Carlo
Beba Loncar: Olga
Adolfo Celi: Inspector Vezzi
Massimo Serato: Uncle Fifi
Umberto D’Orsi: Romano, avvocato di Don Salvatore
Renato Baldini: Marshal Notarantonio
Consalvo Dell’Arti: Soprintendente Portella
Antonio La Raina: Mauri
Carlo Landa: Roversi
Carla Mancini: dipendente del Nightclub
Renato Malavasi: Vicenzino Rocca
Fortunato Arena: Don Salvatore Aniello
Domenico Maggio: Garrù
Alfredo Adami: Il cassiere (non accreditato)
Sisto Brunetti: Poliziotto (non accreditato)
Riccardo Petrazzi: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)
Goffredo Unger: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)

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Regia Giuseppe Vari
Sceneggiatura Thomas Lang
Casa di produzione Castor Film, Ital-Victoria Films
Fotografia Franco Villa
Montaggio Giuseppe Vari
Musiche Mario Bertolazzi
Costumi Osanna Guardini
Trucco Corrado Blengini

Terza ipotesi su un caso di pefetta strategia criminale banner recensioni

L’opinione del sito http://www.ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com

(…) Il 1972 è stato davvero un anno ricco di spunti e inventiva per il cinema italiano e non mi stupisco affatto (anzi) che questo interessante thriller (tra i meno noti e celebrati anche tra gli appassionati del genere) sia uscito proprio in quel periodo. Il regista Giuseppe Vari mescola un po’ di poliziesco e giallo complottistico (con un po’ di rimandi a “Blow up”), non eccede in finezze e virtuosismi registici e quindi, invece di strafare, punta onestamente all’essenziale cavando sangue dalle rape; la sceneggiatura è scarna, il cast non è proprio da urlo e quindi la recitazione non è ai massimi livelli (Celi a parte nei panni del commissario) eppure, nonostante queste premesse poco esaltanti, il film è gradevolissimo, fila via che è un piacere e si rivela una piccola sorpresa. Insomma, una visione direi che se la merita.(…)

L’opinione del sito http://www.exxagon.it

Giallaccio dell’esperto di spaghetti western e di montaggio Giuseppe Vari (Il 13º è sempre Giuda, 1971), che essendo agli inizi del successo pubblico del giallo argentiano, e quindi su binari ancora non solcatissimi, impapocchia il tutto fra thriller, mystery e poliziottesco. Ma forse Vari voleva fare le cose proprio così. La supsense più classica esce dalla porta sul retro già sulle prime e per questo e quello l’appassionato del canonico giallo rimarrà deluso. Tuttavia la storia, complessa e ricca di personaggi particolari, si costrusisce discretamente e la conclusione della faccenda è coerente. Di Argento c’è il concetto del testimone oculare di un omicidio, la soggettiva del killer e di quest’ultimo anche una parte dell’iconografia. Del poliziottesco c’è tutta la faccenda criminosa, personaggi malavitosi e qualche battuta con riferimenti colti socio-politici (vedi Solgenitsin). Un po’ viene da ridere a sentire i regionalismi e le sbandate recitative dei soliti caratteristi (Arena mafioso è cult), però buona parte degli attori dà quello che può e non dà poco: Adolfo Celi e Beba Locar al meglio, Lou Castel ha la faccia incazzata per buona parte del film (il che non è una novità), ma ce l’avrei anche io se avessi fatto le foto sbagliate. Bellissime, a mio parere, le musiche di Mario Bertolazzi, very Seventy! Poco sangue, a parte un’uccisione, ma decisamente originale il trappolone finale per beccare il cattivo di turno. Terza Ipotesi su un Caso di Perfetta Strategia Criminale non è il giallo che consiglierei, fra i tanti che si possono vedere, ma a livello tecnico e narrativo è un prodotto innegabilmente sufficiente, quindi si becca il pollice in su. Mezzo pollice in su. Però poco visto e quindi meritevole di recupero; chissà, forse in futuro sarà cult! No, non lo sarà.

L’opinione di nicola81 dal sito http://www.filmtv.it

Difficile immaginare un giallo dallo stile e dalla tematica più lontani rispetto a quelli che sono i canoni tradizionali del genere: in effetti la scelta compiuta da Vari di privilegiare il versante poliziesco comporta un inevitabile sacrificio in termini di suspense. Tuttavia l’intreccio è costruito discretamente e in modo abbastanza verosimile, la sceneggiatura di Thomas Lang si mantiene agile e il finale, una volta tanto, fornisce le dovute spiegazioni. Tra un imbronciato Lou Castel e una ornamentale Beba Loncar, spicca l’ottima interpretazione di Adolfo Celi.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Dignitoso ed emblematico. Dignitoso perché il film, più poliziesco che argentiano, si lascia guardare senza accusare cadute eccessive. Emblematico perché rappresenta quei prodotti medi di cui il cinema italiano era negli Anni Settanta così felicemente dotato. Celi è splendido, anche quando lo si fa proferire cose inverosimili. Molti, impegnati in ruolo cospicui rispetto al solito, danno il massimo. La Loncar mi colpisce sempre, perché riesce contemporaneamente ad essere sia sensuosa sia rassicurante, il che da tutte non è.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Proprio vero che più uno ha e più vuole avere… anche se non eccelle, nell’insieme è un film piacevole. Celi non fallisce mai, ma mi è molto piaciuta la scena più tragica nel rifugio estemporaneo, oltre all’immancabile classe del padrino mafioso quando pretende di assurgere ad onesto cittadino. Bravo anche Serato (ormai lo reputo un attore scalognato, perché ricalca quasi le sventure di Macchie solari). Vale comunque la pena di vederlo, non solo per onor di firma.

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marzo 25, 2014 Posted by | Thriller | , , , , | Lascia un commento

Il coltello di ghiaccio

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Jenny Ascott è una cantante molto famosa, che è in viaggio per recarsi a casa di sua cugina Martha Caldwell.
Costei è muta, dopo lo choc provato nel corso di un incidente ferroviario che ha visto tra le vittime entrambi i genitori.
Le due donne sono felici di incontrarsi e salgono in auto per recarsi nella villa dove abita Martha, ma durante il viaggio sono costrette a fermarsi;complice la nebbia che copre la zona,le due donne sembrano essere seguite da uno sguardo interessato, che si materializza nello specchio retrovisore dell’auto.
Entrambe scosse, le due donne arrivano finalmente a casa Caldwell.

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Nella notte una scossa Jenny sente un rumore provenire dal garage della villa; scende e viene uccisa da una mano misteriosa.
Partono le indagini della polizia, che prediligono da subito la traccia del maniaco; l’indiziato è quindi l’uomo misterioso i cui occhi sono apparsi a Jenny e Martha durante il viaggio dalla stazione alla villa.
Ma la mano misteriosa nel frattempo colpisce ancora; a cadere questa volta è la signora Pretòn, governante di casa Caldwell.
Le indagini della polizia proseguono ed ecco che a cadere nelle mani della stessa è un giovane sospettato di omicidio.
La sua fidanzata infatti era stata rinvenuta morta lungo il fiume e così il giovane viene tratto in arresto: sembra la fine di un incubo ma le cose sono destinate ad andare diversamente, in quanto pochi giorni dopo ecco un altro cadavere.
Questa volta a morire è la piccola Christine, una bambina che frequentava la casa di Martha Caldwell e così la polizia è costretta a riaprire le indagini.

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L’autopsia fatta sul corpo della ragazza rinvenuta lungo il fiume rivela che la donna non è morta per un atto violento, bensì per un’overdose di eroina:ma allora chi ha ucciso Jenny, la signora Preton e la piccola Christine e sopratutto, perchè?
Il coltello di ghiaccio è un thriller canonico diretto da Umberto Lenzi nel 1972, che segna il ritorno del regista di Massa Marittima al genere thriller classico, dopo la parentesi poco fortunata di un posto ideale per uccidere.
Abbastanza lontano dalla trilogia “thriller dei quartieri alti“, composta da Orgasmo (1969),Così dolce… così perversa (1969) e Paranoia (1970), Il coltello di ghiaccio presenta comunque qualche analogia con il famoso trittico, non fosse altro per la presenza dell’attrice preferita dal regista, la bionda americana Carrol Baker, che in questo film lavora con Lenzi per l’ultima volta.
In realtà, a parte l’ambientazione da giallo e la presenza della Baker potremmo dire che le analogie finiscono qui, in quanto questo film si distanzia dai precedenti per l’assoluta mancanza della componente sensuale e quindi a sfondo erotico a tutto vantaggio della scelta di operare nel campo dell’atmosfera pura, portando lo spettatore attraverso una serie di indizi a cercare di individuare il misterioso assassino che sembra perseguitare la povera Martha Caldwell, già di per se provata dalla tragica morte dei genitori.

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Il percorso è abbastanza lineare e con la scomparsa del principale indiziato, il giovane fidanzato della ragazza morta lungo il fiume, lo spettatore più smaliziato capisce che l’assassino è meno imprevedibile di quanto si possa pensare.
Il finale infatti ,se presenta sorprese per le motivazioni che hanno spinto l’assassino a compiere i misfatti di cui si è reso protagonista, non ne presenta per l’identità dello stesso.
Prodotto dignitoso, privo dell’atmosfera morbosa della trilogia dei quartieri alti, Il coltello di ghiaccio ebbe un’accoglienza controversa da parte dei fan del regista, oltre che dalla critica specializzata.
Alcuni considerarono questo film il miglior thriller lenziano prodotto fino ad allora, la maggior parte ne restò deluso, non trovando al suo interno le caratteristiche peculiari che avevano fatto la fortuna dei fil fino ad allora diretti dal regista toscano.
Il coltello di ghiaccio è sostanzialmente un thriller abbastanza classico, con tutti gli stereotipi del genere; l’assassino misterioso dall’altrettanto movente misterioso, l’ambientazione quasi padana o gotica della storia, con la nebbia, la villa misteriosa e la polizia che brancola nel buio.
Il tutto risolto alla fine, con il tradizionale colpo di scena.
Prodotto abbastanza elegante, recitato con discreta professionalità, Il coltello di ghiaccio vale una visione.
Nel cast figura come già detto Carroll Baker, qui costretta a recitare solo con la mimica facciale in quanto il suo personaggio è muto; l’attrice americana sopperisce con le sue doti espressive, spesso sottovalutate così come altrettanto degna di menzione è la presenza di Evelyn Stewart, algida ed elegante nel ruolo della sfortunata Jenny, (da segnalare che il duo Baker-Stewart si ricostituisce quattro anni dopo Il tuo dolce corpo da uccidere, film diretto da Romolo Guerrieri, un giallo di discreta fattura targato 1968)

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Segnalazione anche per Silvia Monelli,che l’anno precedente aveva interpretato la signora Giannelli nel leggendario sceneggiato tv Il segno del comando.
Discrete le musiche di Marcello Giombini.
Purtroppo questo film è di difficile reperibilità in rete anche se è passato, con una certa frequenza, sulle reti commerciali televisive.

Il coltello di ghiaccio
Un film di Umberto Lenzi. Con Silvia Monelli, Evelyn Stewart, Carroll Baker, Alan Scott, Franco Fantasia, Dada Gallotti, Georges Rigaud, Eduardo Fajardo, Luca Sportelli, Carla Mancini, Consalvo Dell’arti Giallo, durata 92′ min. – Italia 1972.

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Carroll Baker: Martha Caldwell
Alan Scott: Dr. Laurent
Ida Galli: Jenny Ascot (come Evelyn Stewart)
Eduardo Fajardo: Marcos
Franco Fantasia: ispettore Duran
Georges Rigaud: zio Ralph
Silvia Monelli: signora Pretòn
Rosa Marìa Rodriguez: Christine

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Regia Umberto Lenzi
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi, Antonio Troisio
Casa di produzione Tritone Film Industria (Roma); Mundial Film (Madrid)
Fotografia José F. Aguayo
Montaggio Enzo Alabiso
Musiche Marcello Giombini
Scenografia Piero Filippone
Costumi Silvio Laurenzi

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L’opinione di Nicola81 dal sito http://www.filmtv.it

Ennesima coproduzione italo – spagnola per un giallo non eccelso, ma sicuramente migliore della fama che lo accompagna. Rinunciando, coraggiosamente, ai tradizionali stereotipi del genere (sesso e violenza), Lenzi riesce comunque a creare un’atmosfera interessante e un intreccio dignitoso. Purtroppo il ritmo è davvero molto blando, e allora bisogna accontentarsi dell’inevitabile colpo di scena conclusivo, sorprendente ma un po’ truffaldino. Abbandonati i panni dell’icona – sexy, Carroll Baker fornisce un’ottima prova in un ruolo decisamente ostico. Accanto a lei alcuni discreti caratteristi quali George Rigaud (lo zio), Franco Fantasia (l’ispettore) e Silvia Monelli (la governante).
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com

(…) Nonostante il ritmo sia lento e gli omicidi non particolarmente spettacolari (spesso non vengono mostrati allo spettatore al quale si fa vedere solo il cadavere al momento del ritrovamento) Il coltello di ghiaccio regge piuttosto bene la canonica ora e mezza di durata, seppur mostrando qua e là momenti un po’ di secca e mancanze; lo stesso movente che spinge l’assassino ad uccidere è tanto improbabile quanto esile. Interessante l’idea della filastrocca – tratta da Alice nel paese delle meraviglie di Carroll – recitata da Martha da bambina durante una recita scolastica e regalata alla stessa, ormai diventata adulta, dalla sorella Jenny (curiosamente la filastrocca tratta di un topo che viene processato da un gatto); in molte scene il mangianastri viene azionato e questa filastrocca riecheggia come un mantra, così pure viene usata anche nell’ultima riuscitissima scena. Originale anche l’intuizione con la quale il vero assassino viene incastrato. Fotografia forse un po’ troppo scura, ma funzionale agli scopi del regista. Colonna sonora di Marcello Giombini senza né infamia né lode.(…)
L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Dopo un anno dalla realizzazione dell’ottimo thriller “Sette orchidee macchiate di rosso” l’esperto e convincente Lenzi alla regia di un altro compatto e gradevole film di genere, anno di produzione 1972, ecco “Il coltello di ghiaccio”.

“Il coltello di ghiaccio” prevede una soddisfacente trama, forse in alcuni passaggi troppo statica e semplice, ma nonostante questa premessa il tutto gira a dovere, il ritmo è alto.
I personaggi sono ben scanditi, c’è anche un filo di tensione, da parte dello spettatore l’interesse e la curiosità saranno vive dal primo momento fino allo splendido ed inatteso finale.
Infatti a render grande questo film è proprio il finale altamente non pronosticabile; risulta dunque improbabile, da parte dello spettatore, captare l’identità del killer durante la proiezione, nel determinato frangente applausi alla regia.
“Il coltello di ghiaccio” vede inoltre delle buonissime interpretazioni dei vari attori, la fotografia è di buona qualità, insomma anche sul lato tecnico davvero poco da rimproverare.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Un Lenzi suggestivo, che invece di ricorrere alle (spesso facili) sequenze d’effetto, imposta la vicenda sul piano psicologico (come poi farà con Spasmo) utilizzando l’ottima performance di Carroll Baker, attrice feticcio del regista sin dalla fase dei sexy-thriller (Orgasmo, Paranoia, Così dolce… così perversa). Buona la sceneggiatura, avvalorata da raffinati dialoghi. Il giallo è un meccanismo contorto, come suggerisce un finale davvero inatteso e che sembra collegare questo film alla Lucertola con la pelle di donna. Intrigante.
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com

Simpatico. Non è certamente il miglior Lenzi, ma è sicuramente un buon giallo. La Baker icona lenziana è splendida e bravissima come al solito in un ruolo non proprio facile (una ragazza muta in seguito a un trauma). Cast di caratteristi, da Fajardo autista sospetto alla Galli radiosa più che mai e Riguad zio della Baker. Fantasia come al solito è ispettore. Omicidi non mostrati ma d’atmosfera (quello della Galli nel garage), discreto colpo di scena, buone musiche. I fan apprezzeranno senza dubbio.
L’opinione di Herrkinskj dal sito http://www.davinotti.com

Giallo lenziano di livello più che discreto, che pur non raggiungendo gli apici di altri suoi lavori (né come qualità, né come tasso di splatter e cattiveria) si lascia guardare abbastanza piacevolmente. Certo, la trama non è originalissima e la risoluzione del giallo è piuttosto prevedibile; ma la Baker è molto brava, il resto del cast fa il suo mestiere, la regia di Lenzi è corretta, le atmosfere sono abbastanza suggestive.. In definitiva, non imprescindibile, ma resta comunque un lavoro dignitoso che potrebbe piacere agli appassionati.

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marzo 24, 2014 Posted by | Thriller | , , , | Lascia un commento

Un detective

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Il commissario di polizia incaricato del controllo degli stranieri Stefano Belli viene contattato per conto del noto e ricco Fontana per un incarico non ufficiale;in cambio di un notevole numero di milioni Belli dovrà indagare su Sandy Bronson, una modella britannica che ha un legame con Mino, il figlio dell’avvocato e se possibile farla rimpatriare.
Contemporaneamente dovrà verificare la solidità dell’azienda di Romani, un produttore discografico nelle cui aziende Vera Fontana, moglie dell’avvocato, intende investire somme importanti.
Se l’approccio con la modella Sandy si rivela tutto sommato abbastanza semplice nonostante la stessa usi tutti i mezzi per evitare il rimpatrio, quello con Romani si rivela immediatamente un grosso problema.
Belli infatti rinviene il corpo esanime dell’uomo nel suo appartamento, chiaramente oggetto di un omicidio.
belli così deve anche difendersi dai sospetti del collega Baldo, che non riesce a spiegarsi la presenza di Belli sul luogo del delitto.

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Franco Neri e Adolfo Celi

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Inizia per Belli un’indagine complessa,che partendo dalla foto di una donna nuda e senza volto porterà lo stesso a cercare l’autore dell’omicidio Romani tra persone che in qualche modo ha avuto modo di conoscere; la prima sospettata,Sandy e in seguito la cantante ripresa nuda nella foto e la stessa moglie del suo committente,Vera Fontana.
La ricerca di Belli si trasformerà in una corsa ad ostacoli, perchè moriranno delle persone e alla fine Belli, ormai chiaramente sospettato dai suoi stessi colpevoli, riuscirà a smascherare l’assassino assolutamente insospettabile e ad assicurarlo alla giustizia, rinunciando alla ricompensa che aveva originato il suo coinvolgimento nei fatti.
Un detective è un thriller abbastanza anomalo in relazione all’anno della sua uscita;nel 1969 i canoni del thriller all’italiana, che tanta fortuna avrà negli anni successivi non erano ancora stati fissati con chiarezza.
Diretto da Romolo Guerrieri subito dopo l’ottimo successo riscontrato dal più che discreto Il dolce corpo di Deborah dell’anno precedente, che in qualche modo era stato un precursore del genere thriller all’italiana,Un detective si differenzia da altri lavori precedenti e successivi perchè adotta degli stilemi appartenenti a più generi cinematografici.
All’impianto classico del thriller, con l’indagine che parte su un morto ammazzato per continuare tra altri delitti commessi da una mano ignota e insospettabile, il film unisce l’atmosfera tipicamente noir al personaggio che sembra preso di petto da un poliziottesco all’italiana, quello del commissario Belli.

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Delia Boccardo

L’uomo infatti è rude,manesco e incline non poco alla violenza;è un personaggio un po rozzo, sensibile al denaro ma in fondo con un personalissimo codice d’onore, che all’inizio sembra essere piegato dall’avidità.
L’aver accettato una notevole somma di denaro per un compito in apparenza semplice come quello di allontanare la fotomodella Sandy dal suo amante Mino, con l’accusa di essere interessata non all’uomo ma al suo ruolo sociale e sopratutto al suo denaro, non depone certo a favore del personaggio Belli.
Che però vedrà delinearsi con altro spessore il personaggio rappresentato;in realtà Belli non tenterà solo di pararsi la schiena dopo essere diventato a sua volta un sospettato nella catena di omicidi, ma mosso da un desiderio di verità arriverà fino in fondo alla storia, scoprendo l’autore dei delitti e rinunciando alla fine al premio in denaro concordato agli inizi.
Il film ha fascino, ma è anche caratterizzato da diverse pecche; spesso verboso, infarcito di dialoghi, lascia poco spazio all’azione, fatte salve le sequenze dell’inseguimento in città che rappresentano comunque uno dei primi paletti fissi del futuro genere del poliziesco all’italiana.

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Susanna Martinkova

La sceneggiatura è solida e il finale abbastanza sorprendente, il che depone a favore di un’opera in cui il colpevole non è noto dopo poche sequenze, ma viene scoperto solo nella parte finale e ad esso ci si arriva quasi per esclusione.
Il film sfiora solo marginalmente la Roma bene di fine anni sessanta, quel mondo dipinto in seguito ( e sopratutto mostrato dalla stampa) come una succursale di Sodoma e Gomorra;il sesso, la droga, i vizi della borghesia romana sono lasciati sullo sfondo a fare da cornice ideale ad un film che gioca tutte le sue carte sull’intrigo della morte del produttore discografico e la vicenda della modella Sandy e del suo amante, che come si scoprirà sono intimamente legate fra loro.
Ad interpretare il commissario Belli c’è Franco Nero, attivissimo dalla metà degli anni sessanta e protagonista, negli anni successivi, di film thriller o poliziotteschi, fra i quali vanno segnalati gli ottimi Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica,Giornata nera per l’ariete e L’istruttoria è chiusa: dimentichi.
Il rozzo e manesco commissario è interpretato dall’attore emiliano in maniera dinamica; privo del tradizionale baffo, che sembrava dare al suo volto un’immagine più cupa e inquietante, Nero disegna un personaggio all’inizio del film abbastanza antipatico.Lo spettatore non parteggia certo per lui, poliziotto corrotto e brutale.Il modificarsi della psicologia dello stesso e le vicissitudini della sua storia porteranno tutto nei canoni tradizionali, con il finale politicamente corretto in cui scopre l’assassino e rinuncia a quel denaro fonte di tutti i suoi guai.
A corredo, uno stuolo di bellissime attrici:Delia Boccardo, che interpreta co grazia il personaggio della modella Sandy,Florinda Bolkan, ambigua moglie di Fontana che tanta parte avrà nel film, la bellissima e biondo platinata Susanna Martinkova che interpreta la cantante Emmanuelle, futura moglie dell’attore Gianni Garko oltre ad una defilatissima ma affascinante Laura Antonelli e alla presenza (non accreditata) di Silvia Dionisio.

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Florinda Bolkan

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Laura Antonelli

Completano il quadro due grandi attori del cinema italiano:Adolfo celi nei panni dell’ambiguo Avvocato Fontana e Renzo Palmer, che interpreta da par suo il Commissario Baldo, collega di Belli che per primo sospetterà un coinvolgimento diretto del suo collega nella catena di omicidi che insanguinerà la città.
Conosciuto anche come Macchie di belletto, Un detective si avvale di una gradevole colonna sonora composta da Fred Bongusto.
Passato raramente in tv, Un detective è purtroppo un film di difficilissima reperibilità in rete

Un detective

Un film di Romolo Guerrieri. Con Florinda Bolkan, Adolfo Celi, Renzo Palmer, Franco Nero, Delia Boccardo, Roberto Bisacco, Maurizio Bonuglia, Susanna Martinkova, Marino Masé, Laura Antonelli Drammatico, durata 104′ min. – Italia 1969.

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Renzo Palmer

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Franco Nero: commissario Belli
Florinda Bolkan: Vera Fontana
Adolfo Celi: avv. Fontana
Delia Boccardo: Sandy Bronson
Susanna Martinková: Emmanuelle
Renzo Palmer: commissario Baldo
Roberto Bisacco: Claudio
Maurizio Bonuglia: Mino
Laura Antonelli: Franca
Silvia Dionisio: Gabriella
Marino Masé: Romanis
John Stacy: Porter
Vittorio Ripamonti: un poliziotto

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Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Ludovico Dentice
Sceneggiatura Massimo D’Avak, Alberto Silvestri, Franco Verucci
Produttore Mario Cecchi Gori
Casa di produzione Fair Film
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Fred Bongusto
Scenografia Giantito Burchiellaro
Costumi Luca Sabatelli

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Recensioni tratta dal sito http://www.pollanetsquad.it
“[…] La narrazione è a volte attardata da un’eccessiva verbosità, da velleità d’indagine psicologica non sempre condotte a fondo, o dal troppo labirintico congegno della sceneggiatura, pure la regìa sa far scattare le molle opportune nei momenti opportuni, ricavando con abilità un clima di mistero da una serie di ben scelti interni ed sterni romani e giungendo a comporre uno spettacolo che non ha poi molto da invidiare a certi thrillers americani di successo. Assai giusto nella sua parte, Franco Nero ha intorno a sé una Florinda Bolkan tutta ghiaccio rovente, una sensibile Delia Boccardo, una spavalda Susanna Martinkova, un incisivo Adolfo Celi, nonché Renzo Palmer e Roberto Bisacco.”

“[…] Nel mettere in immagini una sceneggiatura anche troppo affastellata di false piste e di cadaveri, Romolo Guerrieri non riesce a superare i limiti del mestiere. La Bolkan fa la tenebrosa con la stessa efficienza levigata con cui Nero fa il duro.”
L’opinione del Morandini
Dal romanzo Macchie di belletto di Ludovico Dentice. Commissario indaga su casa discografica e incappa in cadaveri. Il suo comportamento apparentemente ambiguo insospettisce la polizia. Macchinoso poliziesco con noiose, inutili e pesanti divagazioni e verbosità. Il personaggio del protagonista non è approfondito.

Recensione tratta dal sito http://www.cinefatti.it
Una volta l’Italia aveva i migliori cervelli del mondo che davano vita, con zero budget, a gialli pieni di idee, tensione, pathos e, soprattutto, dubbi fino alla fine del film e (a volte) anche oltre sui vari colpevoli e sospettati. Dal romanzo Macchie di belletto di Ludovico Dentice, lo sceneggiatore Massimo D’Avak e il regista Romolo Guerrieri diedero vita, nel 1969, al giallo Un detective, film che ha l’unico difetto di essere eccessivamente dialogico, ma ha tutto il necessario per appassionare gli amanti del genere, a partire da attori fantastici per finire all’intricata trama che terrà sulla corda lo spettatore fino alla fine perché, vi assicuro, il colpevole non si scoprirà dopo cinque minuti come, purtroppo, spesso accade oggi.(…)Questa è l’Italia cinematografica di genere che ci manca, l’Italia cinematografica che merita di essere visionata e anche ascoltata, la magnificenza delle musiche di Fred Bongusto e di altre colonne sonore relative a quell’epoca, firmate (parlando sempre di film di genere) da illustrissimi compositori come Fabio Frizzi (L’aldilà di Lucio Fulci) e tantissimi altri che credevano a tal punto nelle loro composizioni da renderle, a volte, addirittura migliori dei film ad esse associati.
Perfetta anche la fotografia di Roberto Gerardi che propone interni ed esterni di una nitidezza spiazzante – visto l’anno di lavorazione. E ripeto, zero budget. Che nostalgia! Amici CineFattiani, fateci un pensierino su questo gioiellino made in Italy. E’ un po’ lento ma merita, fidatevi di me!
Recensione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Il poliziesco italiano sfuma nei toni crepuscolari del noir internazionale che calano sul detective corrotto e manesco di Nero, suggerendo un’ipotetica “terza via” tra il giallo-thriller (pre)argentiano e gli inflazionati commissari di ferro degli anni a venire. Sebbene l’intreccio arranchi spesso nella macchinosità, la regia elegante e matura di Guerrieri è percepibile nelle atmosfere notturne (ben sottolineate dalle musiche di Bongusto), nell’aura pop-glamour che circonda la Martinkova e nella solida direzione del buon cast. Dal romanzo “Macchie di belletto” di Ludovico Dentice.

Recensione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Bel giallo all’italiana, a tratti quasi noir, firmato dal bravo Guerrieri che conferma ancora una volta di non essere un regista dozzinale come tanti altri e di non essere stato valorizzato come merita. La storia non è il massimo, mentre molto interessante e riuscito è il personaggio dell’ispettore (per nulla simpatico e con cui è difficile identificarsi), così come lo sono le atmosfere torbide e sordide. Ottimo il finale. Insomma, per gli amanti del genere un film da non perdere.

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novembre 2, 2013 Posted by | Thriller | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il dolce corpo di Deborah

Il dolce corpo di Deborah locandina 4

Progenitore dei thriller che avrebbero invaso le sale cinematografiche nel decennio successivo,Il dolce corpo di Deborah (The sweet body of Deborah) esce nelle sale nel 1968 e codifica in un certo modo i lavori che verranno; Romolo Guerrieri,regista del film, costruisce lo stesso su un impianto robusto che vede una giovane sposa attirata in una trappola mortale dal marito, in combutta con l’ex fidanzata e un amico.
Una spruzzatina di velato erotismo, un’atmosfera sensuale, qualche colpo di scena e un intreccio più psicologico che d’azione caratterizzano la pellicola di Guerrieri che prima di questo film aveva diretto una commedia balneare e tre western,genere in auge sul finire degli anni sessanta.

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Il regista romano, autore negli anni successivi di altre due pellicole del genere thriller come La controfigura e Un detective costruisce una storia forse ai limiti del credibile ma scorrevole e che si lascia seguire con interesse.
Tutto ruota attorno al matrimonio tra lo svizzero Marcel e la bella e biondissima ereditiera americana Deborah, coppia che durante il viaggio di nozze si imbatte in un vecchio amico di Marcel,Philipp, fratello di una ex dello svizzero.
L’uomo accusa di aver spinto al suicidio Susan,spinta al gesto estremo dall’abbandono di Marcel;quest’ultimo, turbato dalla notizia decide di vederci chiaro e si reca a casa dei genitori di Susan, che trova vuota e abbandonata.
Proprio nella casa della ex Deborah, rispondendo al telefono, riceve un ammonimento e una minaccia di morte.
E’ l’inizio di un lungo incubo per la bella americana, che per sfuggire alla tensione nervosa che si viene a creare in seguito a questo e altri episodi inizia ad abusare di farmaci.
Casualmente ad una festa Deborah incontra il pittore Robert, che da quel momento inizierà a vegliare su di lei in maniera discreta; l’amicizia tra i due irrita Marcel,alle prese con l’intrigo della morte di Susan, che inizia a credere provocata dall’amico Phlipp

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Nel frattempo le minacce e le persecuzioni messe in atto da Philipp raggiungono il culmine;Deborah che si sente perseguitata dall’uomo, dalle telefonate minatorie e dall’atmosfera angosciante in cui è costretta a vivere crolla psicologicamente e una sera per dormire inghiotte una forte dose di barbiturici.
Philipp entra nella villa e tenta di uccidere la donna, ma il provvidenziale intervento di Marcel salva Deborah dalla morte.
Marcel infatti uccide Philipp e subito dopo, caricatosi addosso il corpo esanime dell’uomo va a sappellirlo in giardino.
Ma il giorno dopo Deborah crede di impazzire quando vede Philipp vivo in compagnia della rediviva Susan;in realtà la donna non è mai morta ma la scoperta per Deborah è davvero troppo grossa.La donna sviene e, caricata da Philipp e Marcel, viene collocata nella vasca da bagno dove i due iniziano a tagliarle le vene, volendo così simulare un suicidio.
Ma il diavolo ci mette lo zampino…
Il finale è lineare e riporta il film ad una conclusione politicamente corretta, con la vittima designata che sfugge alla morte grazie al cavaliere errante e senza paura.

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Guerrieri costruisce quindi un film godibile, in linea con quelli che saranno poi gli stilemi di questo genere;l’anno dopo Umberto Lenzi riprenderà sia l’attrice protagonista Carroll Baker, sia il bravo Jean Sorel per costruire il suo personale trittico dei “thriller dei quartieri alti”, come il regista stesso definirà il genere di nicchia che contribui in maniera determinante a rendere famoso, composto dai film Orgasmo (1969), uno dei film più venduti negli Stati Uniti in quel periodo, da Così dolce… così perversa (1969) e da Paranoia (1970).
Guerrieri è quindi un precursore del genere e il film incontrò un buon successo di pubblico.
Meno di critica, va detto.
I perchè sono legati a quella particolare forma di snobismo misto a miopia culturale di parte della critica, che guardava di malocchio tutti i generi che stavano fiorendo nel nostro paese, dallo spaghetti western alla commedia sexy, dal thriller citato al poliziesco all’italiana.
Un errore imperdonabile,alla luce del grande successo che ebbe in Italia e all’estero il cinema italiano di quegli anni, amatissimo anche da platee che fino ad allora avevano apprezzato solo i prodotti dei grandi del nostro cinema.
A contribuire al successo del film contribui sicuramente l’ottima prova del cast, nei quali vanno segnalati la bellissima Carroll baker, vera star del genere negli anni successivi, il citato Jean Sorel, la bella e affascinante Evelyn Stewart (qui protagonista con il suo vero nome, Ida Galli),Luigi Pistilli e Robert Hilton.
Il film ha anche una colonna sonora adeguata composta da Nora Orlandi e si avvale di una fotografia tenebrosa e impeccabile opera di Marcello Masciocchi.
Un film in definitiva di indubbia qualità, pur tra qualche pecca e qualche sbavatura di troppo, che resta un esempio di come si riuscisse ad assemblare in maniera esemplare le varie componenti di un film per creare un prodotto di fascino.
La pellicola è disponibile in una buona riduzione divx su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=lL5tJI0Uj-M e merita sicuramente una visione.

Il dolce corpo di Deborah

Un film di Romolo Guerrieri. Con Luigi Pistilli, Evelyn Stewart, Carroll Baker, Jean Sorel, Valentino Macchi, George Hilton, Michel Bardinet, Renato Montalbano Drammatico, durata 90 min. – Italia 1968.

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Il dolce corpo di Deborah banner protagonisti

Carroll Baker: Deborah
Jean Sorel: Marcel
Ida Galli: Suzanne Boileau (con il nome Evelyn Stewart)
Luigi Pistilli: Philip
Michel Bardinet: commissario di polizia
Valentino Macchi: Garagista
Mirella Pamphili: Centralinista
Domenico Ravenna: Dottore
Giuseppe Ravenna: Maitre d’Hotel
Renato Montalbano: Telefonista
George Hilton: Robert
Sisto Brunetti: Agente

Il dolce corpo di Deborah banner cast

Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Ernesto Gastaldi, Luciano Martino
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi
Produttore Tony Garnett, Mino Loy, Luciano Martino
Casa di produzione Compagnie Cinématographique de France, Flora Film, Zenith Cinematografica
Fotografia Marcello Masciocchi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Nora Orlandi
Scenografia Amedeo Fago
Costumi Gaia Romanini
Trucco Mario Van Riel

Il dolce corpo di Deborah banner recensioni

L’opinione del sito http://www.exxagon.it
(…)Gli affezionati del genere sapranno ritrovare diversi elementi ricorrenti nel thriller anni ’60, come le motivazioni che muovono i protagonisti a delinquere in maniera complessissima, sempre finalizzate all’appropriazione di un’ingente quantità di soldi, un motivo musicale che porta un protagonista all’esaurimento nervoso o, ancora, una scena in cui viene mostrata la danza sensuale di una donna di colore in qualche club di elegantoni (vedi Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, 1972) cosa che evidentemente riecheggiava il cinema mondo.(…)
(…)un cast che sa come muoversi all’interno di una storia giallo-thriller. Guerrieri risce a reggere il gioco tecnico anche se il thriller non sia esattamente il suo genere d’elezione, la fotografia di Marcello Masciocchi gioca con le luci e le ombre. Nora Orlandi cura le musiche e non fa un cattivo lavoro. Il top de Il dolce corpo di Deborah, comunque rimane la scena nella quale la Baker in tutina glamour gioca a Twister con Sorel (…)

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
C’era una volta il giallo all’italiana, affascinante e piacevolmente complesso, a volte improbabile nelle risoluzioni e spesso risultato da rielaborazioni di successi internazionali. Se possiamo attribuire a Damiano Damiani e Mario Bava l’inizio del filone, rispettivamente con “Il rossetto” (1960) e “La ragazza che sapeva troppo” (1964), è a Romolo Guerrieri che va il merito di aver lanciato il sottofilone dei gialli dalle venature erotiche e dai risvolti familiari che poi faranno la fortuna del genere tra la fine degli anni ’60 e i primissimi ’70. Il dolce corpo di Deborah
Infatti i vari “Paranoia”, “Orgasmo”, “Così dolce…così perversa” di Lenzi o i successivi e già in parte differenti “Lo strano vizio della signora Wardh” e “La coda dello scorpione” di Martino derivano proprio da “Il dolce corpo di Deborah” e dalle atmosfere un pò lascive che il film di Guerrieri tenta di costruire attorno al desiderabile corpo del titolo, che poi sarebbe quello della sempre bellissima Caroll Baker.
Su un soggetto scritto insieme al produttore Luciano Martino, Ernesto Gastaldi – che poi si specializzerà proprio in gialli – costruisce una sceneggiatura che ha chiari rimandi a “I Diabolici” di Clouzot. Infatti il punto di partenza per questo filone del giallo all’italiana è proprio il cinema francese “nero”, le atmosfere torbide che ammantavano quei film e gli intricati moventi che muovevano le storie, che spesso e volentieri avevano come scopo l’impossessarsi di ingenti somme di denaro. Dal momento che con “Il dolce corpo di Deborah” siamo alla soglia degli anni ’70, anzi, nel fatidico ’68, gli elementi scabrosi solo Il dolce corpo di Deborahsuggeriti altrove trovano qui un ben preciso esplicitamento.

Il dolce corpo di Deborah locandina soundtrack

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Vederlo conoscendo l’opera lenziana rovina completamente ogni colpo di scena. Restano sia l’importanza (la tematica è nuova) sia una certa lentezza per tutta la prima parte, quella che precede l’arrivo alla villa della Costa Azzurra (che è, in realtà, vicina al Golf dell’Olgiata). Il cast funziona più che accettabilmente, con la Baker bellissima (ma con Lenzi sarà ancora più smagliante), Sorel efficace, Pistilli e la Stewart in ruolo. Per esigenze criptopubblicitarie la Baker qui deve fastidiosamente (per noi) fumare il doppio a confronto di quanto fa in tutti i Lenzi messi insieme…

L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com
Il dolce corpo di Deborah merita una valutazione discreta nonostante non sia da giudicare, con il senno di poi, come uno dei film più riusciti del genere. Sicuramente interessante più per l’atmosfera (la fotografia piena di ombre e luci e la bella colonna sonora di Nora Orlandi fanno la loro parte) che per la sostanza, il film è comunque da vedere per gli amanti del genere, dato che senza questa produzione il corso che il giallo ha preso in Italia avrebbe potuto essere molto differente.

 

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ottobre 27, 2013 Posted by | Thriller | , , | Lascia un commento