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Supervixens

Supervixens locandina

Supervixens è un cartoon, un film violento, è un film sexploitation ma è anche un’esplosione di colori e musica.
Russ Meyer lo gira nel 1975, usando un basso budget ma introducendo una novità assoluta nel film, ben sette donne che aumentano a dismisura il tasso erotico della pellicola sopratutto per la inevitabile scelta del regista di utilizzare donne molto, molto in carne.
Il regista americano, fermo da tre anni dopo l’audace esperimento di Carne cruda, un film fuori dai suoi canoni, costruisce quello che diverrà un autentico cult, apprezzato anche da tantissimi dei suoi denigratori che hanno sempre guardato in modo torvo al suo cinema eccessivo, eroticamente portato all’eccesso e politicamente scorretto.

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Meyer prende qualcosa quà e là, saccheggiando i cartoon (memorabile il finale alla Vil Coyote e la scritta That’s all folks mutuata dai Looney Tunes) con citazioni per il nazismo, come nel caso di Martin Bormann, nome affibbiato al gestore della pompa di benzina o anche per Harry la carogna-Eastwood per i nomi dei due protagonisti, Clint ed Harry.
Un film che sembra un autentico parco dei divertimenti, con situazioni folli e surreali, omicidi e avventure di sesso che confluiscono alla fine in un prodotto comico e grottesco, che è al tempo stesso irriverente e beffardo.
Che il film cerchi ad ogni costo il colpo ad effetto appare chiaro dopo poche scene; sono appena state introdotte le prime due figure, quella del benzinaio Clint e della sua moglie rompiballe Super Angelica che assistiamo al primo colpo di coda. Clint, stanco della moglie litiga furiosamente ma lei per tutta risposta gli distrugge il furgone e lo caccia di casa. Alla stazione di servizio arriva il poliziotto Harry, chiamato da un vicino, che per prima cosa tenta di portarsi a letto Super Angelica.

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Ma l’uomo è palesemente impotente così deve beccarsi gli sfottò della donna; lui, per tutta risposta la getta in una vasca e la uccide a calci.
Ma come in un cartoon ecco che Super Angelica riemerge dalla vasca così Harry per togliersela dai piedi getta nella vasca una radio, facendola morire fulminata.
Inizia così la caccia di Harry a Clint, che si è rifugiato in un bar dove è diventato l’oggetto del desiderio della procace cameriera SuperHaji; respinta la corte della donna, Clint viene anche accusato dell’assassinio della moglie.
La fuga di Clint riprende, con situazioni paradossali ad ogni angolo, fra donne con seni enormi che tentano di sedurlo e mariti gelosi, padri gelosissimi e ladri in agguato.

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Clint viene quindi ferito, derubato e picchiato fino a quando non conosce Supervixen, una ragazza che sembra la reincarnazione della defunta moglie Super Angelica.
Raggiunto da Harry, Clint dovrà difendere la sua nuova vita in un convulso e parossistico finale, durante il quale dapprima Harry tenta di uccidere Supervixen infilandole un candelotto di dinamite fra le gambe e poi tentando di ucciderli assieme legandoli e infilando un candelotto di dinamite nel posteriore di Clint.

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Le cose andranno diversamente…
Preso come un vero e proprio divertissement, Supervixens non tradisce le attese grazie al suo ritmo sfrenato e alla quantità di gag inserite dal regista americano nella sceneggiatura; a fare da contorno le grazie abbondantissime di Uschi Digard (Supersoul, ribattezzata Tetta nella versione tradotta in italiano), di Shari Eubank (Super Angelica e Supervixen) oltre che di Christy Hartburg, Sharon Kelly, Deborah McGuire, Haji.

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Un film scatenato e un po folle, che ottenne un grandissimo successo tanto da incassare ben 16 milioni di dollari a fronte di un investimento di circa 100.000 dollari che divennero 400.000 secondo Meyer solo per impressionare i tanti critici che il regista aveva, e che a dire del regista non amavano le produzioni low budget.
Del resto nel film la scenografia è ridotta all’osso.
A farla da padrone sono i deserti, le stazioni di servizio e gli enormi seni delle protagoniste, come quelli di Shari Eubank che però dopo questo film venne completamente dimenticata dal cinema o come quelli della splendida attrice svedese Uschi Digard che aveva lavorato già con Meyer e che in seguito si specializzò in film pornografici.

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Altra starlette del film è Baby Girl Downes conosciuta come Haji che interpretò quattro film con Meyer lavorando successivamente in una decina di pellicole.
Meyer quindi si diverte e diverte, introducendo elementi surreali presi dai cartoon e lanciando in qualche modo una moda che diverrà operativa almeno un ventennio dopo; suo il merito di aver scelto per il ruolo dell’impotente e sadico Harry l’attore Charles Napier, che lo ripagò con una prestazione superlativa tanto da far dire allo stesso Meyer che “Senza Napier il film non avrebbe mai avuto lo stesso successo, ne sono sicuro, nonostante le grandi tette e le sette ragazze.”

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L’attore, morto a ottobre del 2011, ebbe una carriera tutto sommato lusinghiera, lavorando per qualche anno in Italia (interpretò Camping del terrore di Ruggero Deodato (1986), Alien degli abissi di Antonio Margheriti (1989), Sulle tracce del condor di Sergio Martino (1990) e Obiettivo poliziotto (Cop Target), regia di Umberto Lenzi (1990) grazie anche alla fama ricavata da questo film; aveva lavorato già in passato con Meyer in Cherry, Harry & Raquel film nel quale era comparso completamente nudo.
Supervixens è in definitiva un prodotto erotico ma di classe, permeato da un erotismo solare e ridanciano come del resto lo erano stati in passato altri film del regista americano.

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Supervixens
Un film di Russ Meyer. Con Charles Napier, Shari Eubank, Charles Pitts, Uschi Digard, Haji,Henri Rowlands,Christy Hartburg,Sharon Kelly,Deborah McGuire-Commedia erotica, durata 105 min. – USA 1975

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Shari Eubank: SuperAngelica/SuperVixen
Charles Napier: Harry Sledge
Charles Pitts: Clint Ramsey
Uschi Digard: SuperSoul
Henri Rowlands: Martin Boorman
Christy Hartburg: SuperLorna
Stuart Lancaster: Lute
Sharon Kelly: SuperCherry
Deborah McGuire: SuperEula
Glenn Dixon: Luther
Haji: SuperHaji/Gina
Big Jack Provan: sceriffo
Garth Pillsbury: pescatore
Ann Marie: moglie del pescatore/donna con il bikini rosa
Ron Sheridan: poliziotto
John Lawrence: dottor Scholl
R. Rufus Owens: Rufus
John Furlong: commentatore della CBS
Paul Fox: ladro
John Steen: pilota
Russ Meyer: proprietario del motel
Stan Berkovitz: autista
Richard Brummer: camionista

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Regia Russ Meyer
Soggetto Russ Meyer
Sceneggiatura Russ Meyer
Produttore Russ Meyer, James Ryan
Casa di produzione RM Films International
Fotografia Russ Meyer
Montaggio Russ Meyer
Musiche William Loose, Danny Darst

Shari Eubank è la “tettona” soprannominata Superclito (!), moglie del fessacchiotto Clint (Charles Pitts), marito dall’aspetto di tontolone, ma circondato da donne che le piovono addosso con i loro abbondanti seni. La SuperVixen dal clitoride facile viene presa di “mira” dal poliziotto Harry (Charles Napier), che l’affronterà in un finale cartoonistico, mèmore dei prodotti Loooney Tunes (Silvestro e Willy Coyote su tutti). Incredibile divertissement, girato a mò di metacinema (nel finale Meyers appare dietro le rocce con cinepresa!). Piccante.
Trucissimo poliziotto tenta ripetutamente di accoppiarsi con vicina tettona. Esacerbato dall’insuccesso dovuto a sue disfunzioni, la uccide e scarica la colpa sul di lei marito, che fugge… Delirio di Russ Meyer, fra poppe extralarge, falli (fintissimi) elefantiaci, iper-violenza (la sequenza dell’uccisione della bellona è incredibile) e vari altri eccessi. Cinema in acido, una sorta di quintessenza del drive-in movie, un po’ tirato per le lunghe. Il cattivo è Charles Napier, valoroso caratterista del cinema USA.
Fumettistico, surreale, sessuomane: enchiridio del pensiero e dell’estetica di Meyer, che in un pirotecnico montaggio ripropone i suoi casolari ai margini del deserto ove si scatenano eroine dai seni XXXL per sfidare o sottomettere – al ritmo di musiche diffuse diegeticamente da radio e dischi – uomini tonti, gelosi, folli o impotenti. L’esplosivo gran finale cita sia Motorpsycho! che i cartoni animati di Willy Coyote. Superlativo Napier, in una delle sue interpretazioni più caratterizzanti di poliziotto rude, violento e guerrafondaio; doppio ruolo “super” per la Eubank.
Divertente e “porcello” come molti film di Meyer, può contare anche su un gran ritmo, altra caratteristica tipica dei film del regista. Stile da fumetto ma anche da cartoon (c’è più di qualche reminiscenza di Willy e Beep-beep), ottimi il montaggio e la fotografia (dello stesso Meyer) e poi ci sono tante figliole belle e polpose da stropicciarsi gli occhi. Come sempre anche gli ambienti hanno importanza nei film di Russ. Mandate il cervello in vacanza e godetevelo.
Forse il film che meglio sintetizza il cinema di Russ Meyer: attrici prosperose, volti maschili tipicamente da b-movies (inespressivi ma caratteristici), comicità surreale e fumettistica, scene erotiche comicamente eccessive, trama sconnessa e ripetitiva, regia semplice ed effettistica, montaggio veloce, ambientazioni che più americane non si potrebbe (il lontano ovest rappresentato nella sua essenza), frecciate antimilitariste. Senza dubbio un filmetto, per giunta dalla durata eccessiva, ma viste le premesse sarebbe un peccato perderselo.
Meyer ha ormai scelto di dare un risvolto più frivolo alle sue storie, ma il mestiere è sempre buono. Il film si lascia vedere e certe scene con la Eubank e la Digard sono intriganti. Sempre presente il giusto tasso di follia (si veda la fine di Clito) anche se il finale a mo’ di fumetto mi pare esagerato.
Lo stile di Meyer è ormai entrato di diritto nella storia del cinema e questo film è probabilmente tra i suoi più riusciti. Definirlo un film erotico sarebbe riduttivo. Meyer mette in scena un campionario di follie assortite dal ritmo cartoonesco, dove persino le sequenze sleazy con protagoniste le solite maggiorate non possono esser prese troppo sul serio. Per non parlare delle esplosioni di violenza inaspettate, i dialoghi incredibili (volgarissimi nel doppiaggio italiano), le corse in dune-buggy, le location da Willy il Coyote… Delirante!
Quando vidi questo film per la prima volta in un cinema della provincia savonese (nel 1978), poco conoscevo del porno-soft “comico” (non ricordo proprio se all’epoca avevo già scoperto Flesh Gordon e la serie danese dei “Tegn”). Comunque, mi divertì molto e in seguito cercai di trovare atri Meyer, che però – escludendo l’inedito “Cherry, Harry and Raquel” del 1970 – non mi fecero lo stesso effetto (forse perché non ero più un ragazzino…). Senz’altro un cult-movie della mia adolescenza.
La parola “super” racchiude tutte le componenti di questo sorprendente film erotico. Russ Meyer, dopo il provocante Vixen, eleva al superlativo i temi a lui cari e ci mostra una figura femminile che rappresenta l’apice dell’eccesso. Non solo nelle forme, sempre più super-abbondanti, o nei nomi (SuperAngelica, SuperLorna), ma anche nella bramosia super-vorace. Gli uomini al confronto diventano semplici figurine di contorno. Assicura un ritmo elevatissimo, belle sequenze on the road e momenti di suspence (con un gustoso momento splatter). Cult.
Il più surrealista tra i film di Meyer. Sarà esagerato, ma ci vedo anticipate alcune suggestioni del lynchiano Strade perdute. Un viaggio folle e lisergico in un’America provinciale piena di insidie e popolata di fameliche maggiorate. Sesso fumettistico si mescola a umorismo surreale e brutali esplosioni di violenza in maniera più che mai libera. Per tutti gli amanti delle grandi tette, è una vera festa, potendo contare su un cast tra i più clamorosi mai visti in un film di Russ Meyer. Divertente ma a tratti veramente enigmatico.
Secondo episodio erotico/pop di Russ Meyer, un prodotto frivolo e grottesco, molto meno serio nelle tematiche rispetto a Vixen ma con un abbondante repertorio di seni prosperosi. Le scenette si fanno leggermente un po’ più hot e anche la violenza si ritaglia un posticino nel film. Godibile.

 

gennaio 12, 2012 Pubblicato da: | Erotico | , , , , , | 2 commenti

Preparate i fazzoletti

Preparate i fazzoletti locandina

A due anni esatti dalla provocazione di Calmos, torna Bertrand Blier con un film paradossale, provocatorio in egual misura e per certi versi surreale.
Tutte iperboli per indicare un film, Preparez vos mouchoirs, tradotto letteralmente in Preparate i fazzoletti in cui il gusto per l’amplificazione esasperata degli avvenimenti del grande regista francese trova forma compiuta e sbeffeggiante, atteggiamenti che Blier ha sempre coltivato ed espresso con un gusto per la provocazione unici.
Questa volta però il regista sembra voler prendere in giro anche se stesso, accentuando la carica dissacratoria dei suoi lavori precedenti, come Les valseuses (I santissimi), film con il quale si era imposto anche al grande pubblico.

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Carole Laure, Solange

A finire nel mirino di Blier questa volta c’è la famiglia, in cui ruoli verranno rimescolati e ridistribuiti in un film essenzialmente misogino ( anche se difficilmente si riesce a capire quanto Blier ci faccia o ci sia), che stravolge i canoni sacramentali sia religiosi che civili attraverso un finale spiazzante e colmo di paradossi in maniera vistosa.
Il tutto condito dal proverbiale umorismo nero del regista, dalla sua carica dissacratoria e dalla sua irriverenza che in alcuni casi va a toccare i fondamenti della morale sradicandoli e sovvertendoli.
Chi non abbia mai visto un film di Blier troverà forse eccesiva questa presentazione di un’opera cinematografica dipinta quasi come un qualcosa di sovversivo; in questo caso procuratevi una copia del film e preparatevi ad immergervi in un qualcosa che se potrà non piacervi, di sicuro non vi lascerà indifferenti.

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L’indifferenza di Solange per qualsiasi attenzione…

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… e per qualsiasi persona

Il film inizia presentandoci la protagonista del film, la bella Solange (Carole Laure) che ha come compagno il dolce Raoul, che di lei è profondamente innamorato; ma la donna è da diverso tempo un mistero per Raoul. E’ cambiata ed è diventata introversa, quasi abulica ed assente.

Invano Raoul tenta in tutti i modi di scuoterla dalla profonda apatia in cui la donna sembra essere precipitata.
Così, come estremo tentativo, durante un pranzo in un ristorante decide di offrirla ad un perfetto sconosciuto.
Stephane (questo il nome dell’uomo) è un insegnante di ginnastica, che ama la musica colta (Mozart in particolare) e colleziona libri, decide di accettare ma con sgomento di entrambi, Solange resta praticamente assente.
La donna, pur avendo accettato senza alcuna remora la proposta del suo uomo, si ritrova a dividere quindi il talamo con i due uomini, che a modo loro l’amano in maniera differente.

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Ogni dialogo…

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…viene stroncato sul nascere

Intanto è arrivata l’estate e Solange deve accompagnare in una colonia montana dei ragazzini, cosi Raoul e Stephane la accompagnano, sempre speranzosi di vederla cambiare.
Ma qui accade l’incredibile.
A scuotere la donna dall’ apatia non è un altro uomo bensi Christian Belloeil, un ragazzino quindicenne (nella versione italiana, perchè in quella francese il ragazzino ha 13 anni) terribilmente intelligente che non lega con i coetanei che lo trovano insopportabilmente presuntuoso e troppo superiore come intelligenza.

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Il ragazzino terribile, Christian Belloeil, riesce dove hanno fallito Raoul e Stephane

Tra Solange e Christian scoppia la passione; è un processo lento, ma inesorabile.

La donna dapprima inizia a proteggerlo e alla fine ne diventa l’amante.
Le vacanze finiscono e i genitori del ragazzo decidono di mandarlo in collegio.
Privata del suo giovanissimo amante Solange sembra ripiombare nella sua apatia, così i due premurosi compagni della donna accettano di rapirlo e riconsegnarlo a lei.
Scoperti, finiscono in carcere, dal quale alla fine escono per avere una sgradita sorpresa: Solange è incinta, ma non solo…
Girato nel 1978, con un cast affiatatissimo e coinvolgente, Preparate i vostri fazzoletti ottenne ottimi riscontri di critica e di pubblico, arrivando a vincere l’Oscar nel 1979 come miglior film straniero battendo il nostro I nuovi mostri, diretto da Mario Monicelli, Dino Risi e Ettore Scola.
Come già detto in apertura, un film davvero particolare ed insolito, quello del figlio del grande Bernard Blier ( il grande attore scomparso a fine degli anni 80)
Un film in cui il gusto per l’assurdo, per le situazioni surreali e capovolte finisce per diventare la costante del film stesso, sempre in bilico tra la commedia irriverente, quella di costume e la critica sociale espressa con un capovolgimento di ruoli che riceverà l’imprimatur nel grottesco finale.
Il successo di un film è sempre il risultato di un difficile equlibrio tra sceneggiatura, abilità del regista e sopratutto dal cast di attori che interpreta i vari personaggi.
Blier si affida alla collaudata coppia di Les vaulseus, ovvero Patrick Dewaere e Gerard Depardieu, solo che questa volta i due teppistelli di I Santissimi diventano due uomini profondamente innamorati della stessa donna.
Gerard Depardieu è quasi commovente nel ruolo di Raoul, disposto a tutto pur di far tornare il sorriso e la voglia di vivere nella sua compagna Solange; l’attore francese è perfetto nel suo ruolo, che ha connotazioni che virano dal tragico al comico in maniera velocissima.

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L’inizio di un’impossibile relazione

Bravissimo è anche Patrick Dewaere, la grande promessa del cinema francese venuta a mancare tragicamente nel 1982, quando l’attore, che purtroppo aveva una personalità molto fragile, si uccise sparandosi un colpo di fucile.
La terza componente, l’attrice canadese Carole Laure chiude perfettamente il triangolo con un’interpretazione perfetta del personaggio (peraltro molto antipatico) di Solange, dando spessore e contenuto alla donna triste e apatica ,della quale non sapremo mai le motivazioni del suo stato d’animo.
In ultimo, citazione anche per Michel Serrault in un ruolo secondario.

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Preparate i fazzoletti
Un film di Bertrand Blier. Con Gérard Depardieu, Michel Serrault, Patrick Dewaere, Carole Laure Titolo originale Préparez vos mouchoirs. Commedia, durata 110 min. – Francia, Belgio 1977.

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Gérard Depardieu: Raoul
Carole Laure: Solange
Patrick Dewaere: Stéphane
Michel Serrault: Il vicino
Eléonore Hirt: Madame Beloeil
Jean Rougerie: Mr. Beloeil
Sylvie Joly: La passante/
Riton Liebman: Christian Beloeil

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Regia Bertrand Blier
Soggetto Bertrand Blier
Sceneggiatura Bertrand Blier
Fotografia Jean Penzer
Montaggio Claudine Merlin
Musiche Georges Delerue
Scenografia Eric Moulard e Gérard James

gennaio 11, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | Lascia un commento

La novizia

La novizia locandina

L’anziano Don Nini, dopo una vita spesa a correre dietro le sottane, arriva sulla soglia della morte.
Il giovane Vittorio suo nipote torna così in Sicilia per raccogliere le ultime volontà del nonno, che sembra intenzionato a lasciare i suoi beni alle donne che ha sedotto.
Nell’attesa che arrivi l’ultimo atto, Vittorio folleggia per il paese in compagnia di due suoi amici, gozzovigliando e tentando di sedurre Nunziata, una sua ex ragazza ora sposata al ricco Concetto, che però essendo impotente la lascia in preda ai fremiti della carne.
A consolare la bella Nunziata ovviamente provvede Vittorio, che si invaghisce anche di Suor Immacolata, una novizia chiamata a vegliare le ultime ore di Don Nini.
Alla fine, Vittorio riesce a cogliere il frutto proibito, mentre suo zio muore.

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Femi Benussi

La novizia 1

Gloria Guida

La ragazza, ormai priva della sua verginità, decide di tornare a casa e Vittorio la segue: mentre i due amoreggiano nei prati in fiore….
Commediaccia insulsa e priva di uno straccio di sceneggiatura, infarcita dai tristi e abusati luoghi comuni del machismo siculo, che vanno dal solito e immancabile nonno puttaniere all’ altrettanto immancabile nipotino galletto passando per la mogliettina affetta da marito impotente e pruriti sessuali, La novizia, diretto da Giuliano Biagetti nel 1975 è un prodotto inguardabile sotto ogni punto di vista.

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Tralasciando l’assurdità della sceneggiatura, che raggiunge il suo punto più basso nel colpo di coda finale, che vorrebbe forse dare un senso ad un’ora e mezza di film di una noia insopportabile, questo prodotto si segnala solo per qualche scenetta bucolica/erotica nel finale, quando una splendida e assolutamente inespressiva Gloria Guida si spoglia in un magnifico campo (questo si bello) e si mette a correre completamente nuda regalando ai suoi fan qualche istante da ricordare.
Il resto è di una pochezza impressionante, complice anche le performance da dimenticare di Gino Milli (che recita da cani nei panni dell’allupato Vittorio) e di tutto il cast, ben al di sotto di una sufficienza che comunque non è raggiunta da nessuna delle componenti del film.
Quello che imbarazza di più è la visione di una Sicilia piena di luoghi comuni, presentata come un ensemble di galletti in preda a furori erotici e a donnine di facili costumi afflitte da mariti impotenti o fidanzati scarsamente premurosi.

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Lionel Stander

In questo bailamme di situazioni mille volte già viste, tra dialoghi da pelle d’oca e noia insopprimibile, scompare anche l’unico elemento che avrebbe potuto in qualche modo giustificare il film, ovvero un erotismo almeno di facciata.
Viceversa, a parte l’elemento profondamente blasfemo dell’incapricciatura di Vittorio per la giovane novizia e conseguente scena finale già descritta e un paio di fugacissimi nudi dell’immancabile Femi Benussi, il film altro non offre se non una sciattezza e una noia raramente viste in altri prodotti della serie dei B movies della commedia sexy.
Un naufragio in piena regola, quindi, dal quale è impossibile salvare una qualsiasi cosa.

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Da brividi poi le interpretazioni e i ruoli affidati ai due sciagurati compagni di gozzoviglie di Vittorio, ovvero Fiore Altoviti che interpreta Rodolfo e Beppe Loparco che interpreta Saretto, autori di una performance indimenticabile in senso negativo; dopo qualche secondo, e precisamente subito dopo la scena dell’arrivo di Vittorio in paese con i due amici che lo attendono in stazione e conseguente trasferimento in auto verso lo stesso, si capisce di essere incappati in un qualcosa che metterà a dura prova la nostra pazienza e sopratutto le nostre palpebre.
Lo svolgimento purtroppo conferma tutto il peggio; in ultimo, da segnalare Lionel Stander assolutamente insopportabile in un ruolo che ricorda purtroppo in senso negativo il personaggio del Barone Castorini in Paolo il caldo.
In questo film l’atmosfera del romanzo di Brancati ricreata dal pessimo Giuliano Biagetti, regista anche del Decameroticus, non esiste in nessuna inquadratura e non si respira in nessuna scena.
Un film da scansare ad ogni costo, da evitare come una malattia perniciosa.

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 La novizia, un film di Giuliano Biagetti (come Pier Giorgio Ferretti). Con Femi Benussi, Gloria Guida, Lionel Stander, Gino Milli, Fiore Altoviti Erotico, durata 95 min. – Italia 1975.

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Gloria Guida … Maria, la novizia Suor Immacolata

Gino Milli … Vittorio
Femi Benussi … Nunziata
Fiore Altoviti … Rodolfo
Beppe Loparco … Saretto
Maria Pia Conte … Franca
Vera Drudi … Agatha
Lionel Stander … Don Nini

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Regia Giuliano Biagetti
Soggetto Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Sceneggiatura Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Casa di produzione Bipa
Fotografia Franco Villa
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Berto Pisano

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Pazzesco filmetto ambientato in Sicilia (ma girato sulle colline laziali), che presenta un “deus ex machina” fra i più folli della storia mondiale del cinema, col quale, e dopo il quale, affonda tutto quello che di decente (poco) s’era visto fino a quel momento. Guida mal diretta, Benussi brava nello zoccoleggiare, Stander eccessivo come sempre nel fare il libertino (come nell’altrettanto inguardabile Innocenza e turbamento), Gino Milli neanche male. Dimenticavo: pazzesco pure l’ultimo minuto di film
Sembra di assistere allo stesso plot de L’Infermiera (con Ursula Andress diretta, il medesimo anno, da Nello Rossati), ma portato malamente sullo schermo e reso poco gradevole per via di un finale inatteso (quanto forzato). Al centro del film la morale religiosa -che ben si prestava ad una lettura più attenta- cede il posto alle (notevoli) presenze fisiche di Femi Benussi e della Guida, quest’ultima destinata a rivestire, nel periodo, ruoli blasfemi quando non tragici. Brutti dialoghi e doppiaggio scadente peggiorano ulteriormente il risultato.

Indigesta ennesima variazione sul tema degli ingravidabalconi siciliani (© Brancati, indegnamente citato nel film), il terribile Milli e altri due cagnacci, con Stander a pilota automatico innestato nell’eterno ruolo del vechio erotomane, la Benussi mignottona e la Guida novizia appunto con pruriti. Quando il pesante salmo sembra finire in Gloria, ecco una trovata delirante che vorrebbe dare al tutto un sapore di critica sociale: gli artefici meriterebbero analogo trattamento.

Grossolana commedia siculo-veneta che lascia infastiditi per l’alto tasso di ingenuità, stereotipi e forzature che la pervade: lo zio vecchio e satiro, la moglie vogliosa, la novizia con poca vocazione e tanta voglia di vivere, il triangolo lui-lei-Dio, le inflessioni dialettali…Ci si diverte poco o nulla; l’unica delizia è nel finale agreste con l’allegro nudo integrale della Guida, prima dell’insulsa “trovata” conclusiva…

Noioso film erotico che relega la Guida ad un ruolo perfino marginale (nei primi 40′ si vede solo due o tre volte per una manciata di secondi complessivi) e che stiracchia una storiella da cortometraggio all’inverosimile. Gino Milli ritorna al paesello dopo 6 anni,e per un po’ vitelloneggia con due amici finché la visione prolungata di una novizia con le fattezze della Gloria nazionale non lo distrarrà leggermente. Il finale sembra quasi improvvisato in fase di montaggio, tanto è assurdo e slegato dal resto della pellicola. Boh.

Noioso. Tre ragazzi siciliani passano il loro tempo a donne: uno di loro è il nipote di un vecchio erotomane e conoscerà una novizia che nasconde un segreto… Troppo noioso, attori non proprio eccezionali (anche Stander delude), per non parlare poi della sopresa finale… Mediocre, tendente allo scarso.

Bruttino, se non peggio. Pessimo l’inizio e leggermente meglio il resto, che però resta su un livello che mette addosso ogni tanto una certa sgradevolezza, dovuta anche a una sciatteria di fondo. Doppiato tra l’altro in modo che più ingenuo non si può (paese siciliano, suora veneta, farmacista bolognese…). Definire i due amici del protagonista “insopportabili” è come far loro un complimento. Finale tragico (tipico dell’epoca) piuttosto forzato. Decisamente il peggior film con la Guida che abbia mai visto.

Dopo un’oretta abbastanza noiosa il film si risolleva, ovviamente, nel momento in cui la novizia Gloria Guida comincia a denudarsi. L’ultima mezz’ora è decisamente in crescendo e culmina nel tragico e inatteso finale agreste/bucolico. Cast loffio, si salva solo la (al solito) zoccoleggiante Benussi. Insomma, un film solo per amanti all’ultimo stadio della bionda Guida che, nei panni (pochi) di infermiera di notte, farà molto meglio negli anni successivi…

gennaio 9, 2012 Pubblicato da: | Erotico | , , , | Lascia un commento

Murderock-uccide a passo di danza

Murderock-uccide a passo di danza locandina

Candice Norman è una bellissima donna che in passato è stata una brava ballerina prima di dover smettere per colpa di un incidente stradale.
Dirige una scuola di danza in cui ballerini e ballerine di una certa abilità cercano il perfezionamento delle loro doti in attesa di avere un colpo di fortuna che li proietti in un musical o che comunque spiani loro la strada verso la celebrità.
Ma all’improvviso nella scuola si scatena un’ondata di omicidi apparentemente senza spiegazioni; alcune ballerine vengono barbaramente uccise con uno spillone conficcato nel cuore subito dopo essere state narcotizzate con del cloroformio.

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La stessa Candice da quel momento vive una situazione da incubo: in sogno vede un uomo che tenta di ucciderla con il modus operandi del killer che sta facendo strage di ballerine.
L’uomo è un fotomodello di nome George Webb e Candice alla fine riesce a trovarlo, ma inspiegabilmente invece di denunciarlo ne diventa l’amante.
Nel frattempo il commissario Borges che è incaricato di svolgere le indagini brancola nel buio, in quanto ai feroci omicidi manca sia un movente che una relazione tra le vittime, se non quella costituita dall’appartenenza delle vittime alla scuola professionale di danza.

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Murderock-uccide a passo di danza 4

Dopo un colloquio con Candice, Borges crede di aver identificato il misterioso killer in George Webb, ma ben presto dovrà ricredersi, prima di arrivare alla sconvolgente verità….
Murderock – uccide a passo di danza è un film diretto nel 1984 da Lucio Fulci, reduce da una serie altalenante di prove da regista sopratutto nel campo dell’horror puro.
Dico subito che Murderock è un giallo/thriller che a mala pena raggiunge la sufficienza sopratutto dopo l’ultima grande prova che il regista romano aveva dato dirigendo uno dei thriller più interessanti dell’intero decennio settanta, ovvero Sette note in nero da lui diretto nel 1977.
Siamo purtroppo lontanissimi dal risultato qualitativo del film citato; Fulci che ormai è abitato alle atmosfere horror dei film che ha diretto da allora in poi sembra quasi dimenticare l’originalità e l’innovazione che erano stati i punti di forza di film come Una lucertola con la pelle di donna e dello stesso Sette note in nero.

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L’incubo di Candice

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Olga Karlatos è Candice

L’atmosfera è troppo “argentiana”, la storia abbastanza risibile e per colmo di sventura anche poco appassionante.
Colpa di una serie di fattori concomitanti; la sceneggiatura è lacunosa, nel film manca una tensione continua che appare solo a sprazzi, la colonna sonora di Emerson è sparata oltre i limiti della decenza, il finale è banale e quasi scontato.
Forse può sembrare una recensione troppo cattiva, ma va detto che Fulci e questo thriller appaiono  corpi estranei.
Il meglio di se il maestro romano l’ha dato con film come Non si sevizia un paperino (1972), con il graffiante

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All’onorevole piacciono le donne (Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia) (1972), con il sensuale Una sull’altra (1969).
In Murderock il mestiere c’è, ma manca il guizzo; la regia è piatta e testimonia di una fase involutiva che il regista imbocca e che lo porterà a dirigere opere assolutamente incolori come Quando Alice ruppe lo specchio (1988) quando non anche assolutamente inguardabili come nel caso di Il fantasma di Sodoma (1988)
Qualche sprazzo luminoso, ma ad abbondare sono le zone d’ombra.
Il cast vede svettare i tre protagonisti principali, ovvero la bella Olga Karlatos nei panni di Candice, la solita sicurezza rappresentata da Ray Lovelock che interpreta George Webb e da Claudio Cassinelli nei panni del commissario Borges.
Il resto è buio totale, con attori che sono molto al di sotto della sufficienza.
Un’opera quindi se non da dimenticare da guardare con poca simpatia.

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Murderock – Uccide a passo di danza
Un film di Lucio Fulci. Con Olga Karlatos, Ray Lovelock, Claudio Cassinelli, Cosimo Cinieri, Christian Borromeo Thriller, durata 96 min. – Italia 1984.

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La paura negli occhi di Candice

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Olga Karlatos: Candice Norman
Ray Lovelock: George Webb
Claudio Cassinelli: Dick Gibson
Giuseppe Mannajuolo: professor Davis
Cosimo Cinieri: Borges
Belinda Busato: Gloria Weston
Berna Maria do Carmo: Joan
Maria Vittoria Tolazzi: Jill
Geretta Marie Fields: Margie
Christian Borromeo: Willy Stark
Carla Buzzanca: Janice
Angela Lemerman: Susan
Robert Gligorov: Bert
Carlo Caldera: Bob
Riccardo Parisio Perrotti: Steiner
Giovanni De Nava: portinaio
Al Cliver: analista della voce
Silvia Collatina: Molly
Lucio Fulci: Phil

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Regia    Lucio Fulci
Soggetto    Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Lucio Fulci
Sceneggiatura    Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Produttore    Augusto Caminito, Sergio Iacobis, Piero Lazzari
Produttore esecutivo    Gabriele Silvestri
Casa di produzione    Scena Film
Distribuzione (Italia)    CDE – Compagnia Distribuzione Europea
Fotografia    Giuseppe Pinori
Montaggio    Vincenzo Tomassi
Musiche    Keith Emerson
Scenografia    Paolo Biagetti
Costumi    Michela Gisotti
Trucco    Franco Casagni

Delusione. Un film a-centrico, nel senso che manca di corpo centrale, di una parvenza di linearità di trama. Presenta invece parentesi talora strambe, talora semivuote, con l’aggravante di avere una soluzione di una banalità sconcertante. Non si sevizia un paperino, scusate ora la mia banalità, è di un altro pianeta.
I gusti di B. Legnani

Un thriller sensuale, ben sviluppato e ispirato, oltreché dal musical Flashdance, dai classici gialli anni ’70. Fulci imprime un ritmo serrato, ben sostenuto dalle musiche di Keith Emerson e privo di banali (e facili) sequenze splatter. Il killer uccide in maniera sorprendentemente delicata (previa anestesia), trapassando con spillone i morbidi (e giovani) seni delle sensuali ballerine. La Karlatos ha un ché di magnetico (e tristemente infelice) aspetto che trasuda da ogni poro ma soprattutto dai glaciali occhi… Malinconico.
I gusti di Undying

Altra prova dell’eclettismo di Fulci che, accantonati gli eccessi del precedente Lo squartatore, mette in scena un giallo delicato e praticamente senza sangue, cavalcando l’onda dei coevi film sulle scuole di ballo e della passione per i videoclip. Richiami a Una lucertola (il personaggio della Karlatos e i suoi incubi) e un finale che anticipa Fatal frames. Sensuali i passi di danza delle belle e giovani ballerine al ritmo delle incalzanti musiche di Emerson.

Passo che indirizza il caro Lucio verso il viale del tramonto, da lì in poi tristemente percorso saltando con l’asta. Un canovaccio agatachristiano con echi lucertoleschi e invidie alla “Saranno famosi”, intercalato da goffe coreografie che manco le peggiori performance di “Amici”, e ritmicamente scandito da uno spillone-metronomo che decima scarsi comprimari che altro non meritano che di sparire di scena. Piace tuttavia che Fulci onori la classica formula dell’whodoneit-cavalcata da un Cinieri in gran forma- accantonando una tantum le iperboli splatter.

Filmettino fulciano dalle chiare coloriture “argentiane”: la scuola di danza viene dritta da “Suspiria” e la scelta di Keith Emerson per la colonna sonora (brutta) ricorda “Inferno”. Giallo di una pochezza sconcertante (con omicidi a base di spilloni) che non riesce minimamente ad avvincere e creare tensione. Tra i peggiori film del regista romano.

Fulci torna al giallo all’italiana, ma purtroppo lo fa contaminandolo con il genere alla “saranno famosi”. Ne esce un ibrido che, soprattutto nella prima parte, risulta noioso e ripetitivo (se si levano le scene inutili dedicate al ballo, rimane molto meno di un’ora di spettacolo). Gli attori sono sulla sufficienza e anche sotto, le musiche di Emerson non sono degne di essere ricordate. Pastrocchio totale allora? No, fortunatamente alcune scene ben girate ci sono, anche se il film rimane sotto la sufficienza piena.

 Fulci dirige un buon giallo, anche accantonando le scene sanguinolente. Oltre a una serie di buoni colpi di scena, il film viene sorretto dalle solide interpretazioni di attori come la Karlatos (che torna a recitare per Fulci dopo Zombi 2) e Lovelock (e c’è pure Borromeo). Come è stato giustamente descritto, un Flashdance in chiave gialla, da vedere. Nient’affatto un Fulci minore: crea ottime scene di tensione.

 Thriller appena passabile. Il primo tempo è lento e piuttosto noioso ma nel secondo il film decolla e diventa abbastanza godibile. Davvero niente male l’ultimo colpo di scena. Buona la regia di Fulci, insolitamente cupa la fotografia, discrete le musiche di Emerson, buono il cast. Quasi totalmente assenti le scene violente.

 In questo film (bello il titolo) troviamo una sorta di “Saranno famosi” in chiave thriller-orrorifica, al quale si aggiungono alcuni spunti del “giallo solare” per eccellenza quale è l’argentiano Tenebre, uscito appena l’anno prima. Insomma, niente di nuovo, d’altronde Fulci ci ha abituati a queste operazioni. Tolti gli interminabili balletti (sfiancanti), rimane un giallo di discreta qualità e con alcuni guizzi di genio tipici del regista.

Invecchiato male, questo giallo del grande Fulci; le terrificanti musiche di Emerson, interminabili balletti, scenografie povere, una fotografia spenta e un clima dimesso, danno proprio una sensazione di “vecchiume” che non si riscontra normalmente nel cinema del regista. A parte una tipica misoginia di fondo tutta fulciana, la trama è così così, con uno svolgimento abbastanza ripetitivo e una soluzione finale francamente forzata ed improbabile. Tutto sommato un prodotto professionale, ma superfluo e un po’ scialbo; alquanto trascurabile. **

 

gennaio 7, 2012 Pubblicato da: | Thriller | , , , | 2 commenti

Boys don’t cry

Una storia vera e terribile, una storia americana di ignoranza e omofobia, di razzismo sessuale e di violenza.
E’ la storia di Brandon Teena, all’anagrafe Teena Brandon; una differenza non di poco conto perchè quel Teena posto davanti indica nettamente il genere femminile della persona in questione.
Quel cognome che è anche un nome, Brandon, come si fa chiamare Teena, indica chiaramente la volontà della ragazza; lei è nata tale biologicamente ma non sessualmente perchè sente di essere un uomo, con i sentimenti e le pulsioni sessuali tutte rivolte all’universo femminile.
Da questa storia di identità sessuale confusa, come la chiama uno psicologo nel film, nasce quest’opera spiazzante e drammatica diretta da Kimberly Peirce nel 1999.

Brandon in fuga

Il film parte raccontando la vita, quasi in maniera on the road, di Brandon, mostrandocelo nei suoi difficili rapporti sia con il mondo maschile sia con quello femminile.
Ma è proprio il mondo maschile, al quale il ragazzo ( tale è, a tutti gli effetti, salvo nei genitali) sente di appartenere che sembra allontanarlo da se.
Brandon infatti si comporta come un uomo, sfidando i maschi anche in improbabili scazzottate, dalle quali esce ovviamente sconfitto.
Ma Brandon ha anche una carica innata di simpatia, oltre che essere affascinante; questo gli permette di stringere amicizie femminili come quella con Candace Lambert, con ragazzi come i suoi futuri killer John Lotter e Tom Nissen e sopratutto quella con tanto di contorno sentimentale con Lana Tisdale, una ragazza dai molti problemi e dal carattere chiuso e introverso.

Brandon si camuffa da uomo

La messinscena di Brandon però non dura a lungo; fermata per guida pericolosa, Brandon viene portato in carcere e qui indagando la polizia scopre il suo passato fatto di piccoli furti ma sopratutto il segreto sul suo sesso.
Quando la notizia del suo arresto finisce sui giornali locali, Brandon si trova a dover parlare della sua difficile condizione proprio con l’esterefatta Lana, mentre a prenderla decisamente male sono John Lotter e Tom Nissen; i due giovani, dopo averlo caricato nella loro auto lo portano in un luogo isolato e lo violentano ripetutamente.
Con coraggio, Brandon decide di denunciare l’accaduto, scontrandosi con la mentalità retrogada dello sceriffo e mettendosi contro inevitabilmente John e Tom.
Brandon trova rifugio dall’amica Candace e qui viene raggiunta da Lana, che nonostante tutto ha capito di amarlo, aldilà della sua sessualità.

Momenti di tenerezza tra innamorati

Così i due progettano una vita insieme, lontano dalla mentalità provinciale del piccolo centro in cui vivono; ma John e Tom li raggiungono e sparano prima a Candace e poi a Brandon.
A Lana non resta altro da fare che vegliare il corpo esanime della persona che amava.
I titoli di coda ci informano su quello che accade dopo, ovvero il processo ai due assassini, che sono ancora in attesa dell’applicazione della sentenza di morte e dell’adozione da parte di Lana della piccola di Candace, rimasta orfana.
Boys don’t cry è un film scomodo, diretto da Kimberly Peirce nel 1999.
La regista e sceneggiatrice statunitense, alla sua prima opera cinematografica realizza un film inquietante e crudele come del resto lo è stata la storia vera dello sventurato Brandon. Un film che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, sopratutto quello che ha visto il film nella sua visione quasi apocalittica di una società provinciale americana basata su un’ipocrisia e un concetto di perbenismo aberrante.

Il primo bacio d’amore

Il coraggio della Peirce consiste sopratutto nella scelta di mostrare l’accaduto senza mitigare in alcun modo la portata drammatica degli avvenimenti, senza scegliere la facile via del pietismo e donando sopratutto un taglio giornalistico al film.
Ma attenzione, il film non è solo un coraggioso tentativo di mostrare la cronaca di un fatto odioso oltre che tragico; è la cronaca di una vita distrutta dall’ignoranza, dalle fobie e dai pregiudizi, proprio nel grande paese della democrazia applicata, quell’America patria dei diritti civili.
La piccola e farisea Falls City, nella contea di Richardson è la cittadina prototipo delle diseguaglianze americane, che siano dovute al colore della pelle o semplicemente alla sessualità della persona.
La Peirce altro non fa che illustrarci il percorso brevissimo di vita di una teenager nata nel corpo sbagliato o forse pù esattamente con il sesso sbagliato.

Ma è davvero una relazione impossibile?

Il prezzo che pagherà Brandon sarà altissimo, purtroppo.
Nella realtà le cose non andarono poi così differentemente da come mostrato nel film; la regista omette il primo tragico episodio della vita di Brandon, avvenuto quando non vestiva ancora abiti maschili.
Brandon infatti venne violentato da un parente ed ebbe anche un’adolescenza difficile, in seguito alle difficoltà di rapporti con sua madre che si rifiutò sempre di vederlo come un uomo, bensì come una figlia, il sesso con cui era nato.
Nel finale viene omessa anche la conclusione della vicenda processuale dei due stupratori e assassini; Tom Nissen, in cambio di un forte sconto di pena testimoniò contro John Lotter.

Il corpo di Brandon dopo le sevizie mentre viene visitata

Umiliato davanti a Lana

Nissen così scampò alla pena di morte e si vide commutata la stessa in ergastolo mentre Tom è ancora in attesa della revisione del processo, senza la quale finirebbe nella camera a gas, a quasi vent’anni dagli omicidi commessi.
In Boys don’t cry vanno segnalate le due magnifiche recitazioni femminili delle due protagoniste ovvero Hilary Swank nella parte di Brandon e di Chloe Sevigny in quella di Lana.
Entrambe le attrici svolgono superlativamente i compiti attribuiti: la Swank è asciutta, misurata e dolente nella difficile parte del transgender Brandon,

“Guardalo è questo l’uomo di cui ti sei innamorata?”

tanto da meritarsi il primo dei suoi due premi Oscar, quello attribuitole come miglior attrice protagonista nella notte degli Oscar del 2000 mentre la Sevigny si rivela attrice di rango anche se in tenerissima età (15 anni), confermando la sua personale vocazione ribadita in seguito per le produzioni non hollywoodiane e quindi indipendenti.

Belle le musiche e la fotografia, asciutta e rigorosa la regia di Kimberly Peirce che imprevedibilmente dopo l’ottimo successo di pubblico e critica di Boys don’t cry ha diretto solo Stop-Loss nel 2008.
Un film davvero molto interessante, per riflettere e per gustarsi due ore di gran cinema.


Boys Don’t Cry
Un film di Kimberly Peirce. Con Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III, Alicia Goranson, Alison Folland, Jeannetta Arnette, Rob Campbell, Matt McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Josh Ridgway, Craig Erickson, Stephanie Sechrist, Jerry Haynes
Drammatico, durata 118 min. – USA 1999.

Morte di Brandon

Hilary Swank è Brandon Teena

La bravissima Chloe Sevigny è Lana

Hilary Swank … Brandon Teena
Chloë Sevigny … Lana Tisdel
Peter Sarsgaard … John Lotter
Brendan Sexton III … Tom Nissen
Alicia Goranson … Candace
Alison Folland … Kate
Jeannetta Arnette … Mamma di Lana
Rob Campbell … Brian
Matt McGrath … Lonny
Cheyenne Rushing … Nicole
Robert Prentiss … Camionista
Josh Ridgway … Cassiere del Kwik
Craig Erickson … Camionista
Stephanie Sechrist … April
Jerry Haynes … Giudice

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson
Editing: Tracy Granger, Lee Percy
Production design: Michael Shaw
Direzione artistica: Shawn Carroll

The Bluest Eyes in Texas – Nina Person / Nathan Larson
A New Shade of Blue – The Bobby Fuller Four
She’s Got a Way – The Smithereens
Who’s That Lady? – The Isley Brothers
Codine Blues – The Charlatans
Silver Wings – The Knitters
Who Do You Love? – Quicksilver Messenger Service
Tuesday’s Gone – Lynyrd Skynyrd
Haunt – Roky Erickson
Dustless Highway – Nathan Larson
What’s Up With That? – The Dictators
Why Can’t We Live Together? – Timmy Thomas
“Boys don’t cry”-The Cure
She’s a diamond – Opal

La cerimonia della consegna degli Oscar 2000; premio alla miglior attrice protagonista per Hilary Swank

L’intensa espressione di Hilary che interpreta Brandon Teena

Il vero Brandon Teena

gennaio 5, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 2 commenti

L’isola delle demoniache

Un posto maledetto, una chiesa sconsacrata, un naufragio con due sopravvissute.
Il posto maledetto è una ripida scogliera in Normandia, divenuto tale per la frequenza con cui nel corso dei secoli numerose navi sono finite tra gli scogli fracassandosi; la chiesa sconsacrata e ormai abbandonata nasconde secondo una leggenda locale un terribile segreto, ovvero la presenza tra le sue mura nientemeno che di un demone, imprigionatovi da sette Cavalieri che avevano partecipato alle Crociate.
Il naufragio con le due sopravvissute è quello in cui incorre una nave che sul finire degli anni trenta si schianta sulle tristemente famose rocce della scogliera della Normandia.

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Le due ragazze, figlie del comandante della nave (delle quali non conosceremo i nomi) riescono a salvarsi dallo schianto, ma restano per diverso tempo prive di sensi.

Nel frattempo sul luogo del naufragio arrivano quattro loschi individui, che vivacchiano con la loro attività di sciacalli; il Capitano, com’è chiamato l’uomo che sembra aver maggiore autorità sul gruppo, la sua donna Tina, e i due loschi compari del capitano, Bosco e Paul, allettati dal bottino si accorgono della presenza delle due ragazze e invece di soccorrerle le violentano ripetutamente fino a lasciarle esanimi.

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Compiuta la prodezza, il gruppo ritorna alla taverna che fa da ritrovo anche ad alcune prostitute della zona e dove la tenutaria, Madame Louise avvisa il gruppo che le due ragazze, in stato confusionario stanno per recarsi alla chiesa sconsacrata.
Qui le due sorelle trovano il custode del demone, un cavaliere, che dopo averle possedute trasmette loro dei poteri soprannaturali.
Si scatena la vendetta delle ragazze con logico olocausto finale.
Diretto dallo specialista Jean Rollin nel 1974, L’isola delle demoniache (Les demoniaques) non sfugge al tradizionale clichè del regista francese, fatto di un pizzico di paranormale di grana grossissima, di una spruzzata di violenza con qualche timido effetto splatter e sopratutto tanto erotismo con sovra esposizione di nudi femminili.
Al solito, il regista di Neuilly-sur-Seine confeziona un prodotto dagli aspetti estremamente divergenti e sconcertanti; ad una fotografia quasi lussuosa, molto simile ad una carrellata di piccoli quadri espressionisti, Rollin aggiunge una trama assolutamente inconsistente portata avanti in maniera confusa, quasi avulsa dalle immagini che scorrono sullo schermo.

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Ad appesantire ulteriormente il tutto c’è la tradizionale parsimonia di dialoghi, con lunghe sequenze praticamente mute.
Inaspettatamente però il risultato finale non può essere bocciato in toto, perchè il regista francese mescola aspetti sicuramente affascinanti come la scogliera solitaria e da incubo, la chiesa sconsacrata ripresa sopratutto di sera e quindi dall’atmosfera lugubre e claustrofobica con un finale molto cattivo, in cui c’è spazio per la morte di tutti i personaggi principali, buoni o cattivi che siano.

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Chi conosce Rollin sa che tra i 52 film che lui ha diretto la stragrande maggioranza ha trame a tratti inesistenti oppure esistenti e incomprensibili per lunghi tratti.
L’isola delle demoniache non fa eccezione, così come al solito la presenza di nudi femminili è massiccia anche se davvero poco erotica.
Anche le scene più forti, quelle di sesso tra le sorelle e il misterioso Cavaliere Crociato che custodisce il demone nella chiesa sconsacrata restano abbastanza freddine, non fosse altro per i minuti precedenti alle scene incriminate, in cui le due sorelle hanno passeggiato nude mano nella mano in un luogo che metterebbe i brividi a vederlo anche da fuori.

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Ecco, le scene della chiesa sono decisamente le migliori, anche se ancora una volta va sottolineneata l’abitudine di Rollin di usare un ritmo bassissimo, quasi sognante per illustrare le situazioni che man mano si sviluppano nel film.
Per le due parti principali, le due sorelle, Rollin sceglie Lieva Lone e Patricia Hermenier, la prima all’esordio cinematografico ( e anche alla sua ultima prova), la seconda reduce dal film di José Bénazéraf The french love; anche Patricia Hermenier darà l’addio con questo film alla sua inesistente carriera cinematografica.
Poichè alle due attrici non è chiesto di far altro che farsi violentare e andar in giro nude, senza praticamente proferir verbo, si può dire che assolvano al loro compito.

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Il resto del cast è nello standard tipico di Rollin, ovvero men che mediocre.
L’isola delle demoniache è comunque un passettino avanti per il regista francese, reduce da opere come Schiave del piacere o I desideri erotici di Christine, fatte molto probabilmente per la vil pecunia.
Qui Rollin osa fare qualcosa in più e come ho già detto il risultato è almeno da sufficienza.

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L’isola delle demoniache, di Jean Rollin– Con Joelle Coeur, Lieva Lone, Patricia Hermenier, John Rico, Willy Braque, Paul Bisciglia, Louise Dhour, Ben Zimet, Mireille Dargent, Miletic Zivomir, Isabelle Copejans, Yves Collignon, Véronique Fanis, Monica Swinn- Horror erotico, Francia/Belgio 1974

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Joëlle Coeur     …     Tina
John Rico         … il Capitano
Willy Braque         …     Bosco
Paul Bisciglia         …     Paul
Lieva Lone         … La prima Demoniaca
Patricia Hermenier         … La seconda Demoniaca
Louise Dhour          …     Louise
Ben Zimet          … L’esorcista
Mireille Dargent          …     Clown
Miletic Zivomir          … Il Demonio

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Regia: Jean Rollin
Sceneggiatura: Jean Rollin
Produzione: Pierre Quérut,Lionel Wallmann
Musiche : Pierre Raph
Editing: Michel Patient
Direzione artistica: Jio Berk

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gennaio 2, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , | Lascia un commento

L’ultimo capodanno

Roma, 31 dicembre.
Per festeggiare l’ultimo dell’anno convergono nel condominio Le isole, in via Cassia 1043 una serie di persone che si mescoleranno agli abituali abitanti delle due palazzine.
C’è l’attore Gaetano che deve recarsi nell’appartamento della Contessa Sinibaldi e mentre fa rifornimento sulla tangenziale è riconosciuto da un vecchio amico napoletano, che è reduce da una gara di uno sport non meglio specificato e che vorrebbe presentarlo ai vecchi amici dell’attore; c’è la bellissima Giulia che sta preparando il cenone per i suoi invitati e nel frattempo indossa reggiseno e slip rossi mentre ascolta la segreteria telefonica.

L’auto dei Trodini distrutta dai vandali di Mastino

C’è la signora Gina che attende ospiti e che vorrebbe che suo figlio Cristiano passasse con lei la notte, c’è l’avvocato Rinaldi che sta progettando una serata tragressiva all’insegna del sesso estremo con una professionista, mentre sua moglie è a Cortina con i figli.
C’è il signor Trodini che sta festeggiando con la sua famiglia e l’anziano padre l’acquisto di un auto d’epoca a lungo desiderata, ci sono Osvaldo, Orecchino e il Trecchia ovvero tre ladri che aspettano il momento buono per entrare in azione, c’è Filomena Belpedio che è attesa da una notte triste, perchè suo marito è prigioniero in Cambogia dei khmer rossi.
Tutta questa gente non ha nessun punto di contatto, se non quello di vivere all’interno di uno dei tanti condomini della Roma bene.

Giulia fuori di se dopo aver scoperto il tradimento del marito

Le loro vite stanno per incrociarsi a loro insaputa per un destino comune, ma nel frattempo ogni nucleo vive esperienze pressochè fallimentari.
Giulia per esempio apprende dalla segreteria telefonica lasciata incautamente in funzione della tresca esistente fra suo marito e la sua migliore amica Lisa, invitata anche lei per la festa di fine anno e medita vendetta; Gaetano, che nell’incontro con il vecchio amico napoletano ha perso la sua preziosa agenda con gli indirizzi è sedotto dall’anziana contessa che però al momento buono ha un malore. Cristiano, deludendo sua madre, si chiude in camera con un suo amico, meditando su come passare la notte, mentre Rinaldi viene raggiunto dalla professionista dell’amore.
Contemporaneamente Filomena che ha ingerito una quantità enorme di sonniferi riesce a malapena a leggere un telegramma che le ha spedito il marito che le comunica l’avvenuta liberazione, mentre la famiglia Trodini vorrebbe festeggiare in via Veneto l’arrivo dell’auto nuova.

La Contessa obbliga Gaetano a spogliarsi

Tutti quindi sono alle prese con le varie situazioni in cui si sono venuti a trovare e i tre ladri entrano in azione, penetrando nell’appartamento di Rinaldi. I ladri così scoprono l’uomo steso su un tavolo e ammanettato, mentre la professionista sta praticando un gioco erotico estremo.
Si crea così una assurda situazione, mentre telefona la moglie di Rinaldi e l’uomo, steso e ammanettato è costretto a chiedere aiuto proprio ai tre ladri.
Nel frattempo Giulia ha preparato la sua vendetta; armata di un fucile subacqueo, spara una freccia mortale all’indirizzo del marito, che rimane così inchiodato alla poltrona, con il petto trafitto dal micidiale arpione.
Cristiano e il suo amico finiscono in un locale caldaie, mentre sta per arrivare il cataclisma.
Che è rappresentato dagli amici di Gaetano, capitanati da un trucidissimo e coatto capobanda di nome Mastino; i fracassoni amici dell’attore si auto invitano alla festa della Contessa mettendo a soqquadro la casa e creando situazioni incresciose sia per Gaetano sia per gli snob ospiti della Contessa.
Gli eventi precipitano quando Mastino, lanciando l’albero natalizio giù dal balcone, sfonda il tetto dell’auto di Trodini, suscitando la reazione del figlio di quest’ultimo che chiama il nonno a fare vendetta.

Giulia si prepara a dar fuoco ai ricordi della sua vita coniugale

L’anziano, munito di fucile, spara in direzione di Mastino colpendo però Gaetano al collo.
Nonostante l’estremo tentativo di salvataggio Gaetano precipita in cortile proprio mentre Trodini sta soccorrendo suo figlio, investito in pieno da un televisore scagliato dall’incontenibile Mastino giù in cortile.
I tre quindi muoiono per una tragica fatalità, proprio mentre Cristiano e il suo amico sono nel locale caldaie, mentre Lisa rimane colpita a morte da un razzo lanciato per ritorsione dal figlio di Trodini che manca il bersaglio e la colpisce nel ventre.
Uno dei due giovani scaglia all’interno della caldaia accesa un pacchetto di esplosivi, con il risultato di far saltare per aria l’intero comprensorio.
Il primo mattino vede una scena desolante: del comprensorio non restano che le rovine fumanti.

Continua l’opera di distruzione di Giulia

A uscire miracolosamente indenne dai ruderi di quello che era il condominio di via Cassia 1043 è l’amico di Cristiano che, salito sul suo scassatissimo ciclomotore, imbocca un ponte Milvio completamente deserto.
Tratto da L’ultimo capodanno dell’umanità di Niccolò Ammaniti , un racconto pubblicato nella raccolta Fango edita nel 1996, L’ultimo capodanno di Marco Risi ha alle spalle una storia travagliata, un pò come le vicende narrate nel film.
Uscito nelle sale nel 1998, venne ritirato dal regista dalle sale, in seguito alla delusione per gli incassi e per l’accoglienza riservata alla prima del film. A suo modo di vedere, il regista rimproverava ai produttori e alla distribuzione un’errata promozione del film stesso, come raccontato ai giornalisti: “I trailer hanno dato del film un’ immagine apocalittica, cupa. Hanno insistito sul pedale del tragico, invece L’ ultimo capodanno è pensato proprio per il grande pubblico. Si è perso il senso della commedia che, anche se tutto è giocato sull’ eccesso e sull’ esasperazione, sono convinto che punti a una comicità irriverente. Sbagliato anche proporre, nei trailer, Haber in guepière in situazioni sado- maso e l’ urlo della Bellucci 

La telefonata di Gaetano

L’ultimo capodanno in effetti ha due chiavi di lettura differenti, anche se poi alla fine tutto converge verso la commedia grottesca, dopo un percorso in bilico tra la commedia, la farsa, la tragedia condite da uno humour nerissimo.
Tutte le situazioni che vedono coinvolti gli inquilini del famoso stabile sulla Cassia passano dal grottesco al tragico, per poi prendere la loro dimensione definitiva man mano che appare chiaro l’obiettivo del regista, mostrare cioè il lato tragicomico di alcune esistenze attraverso situazioni volutamente estremizzate; nascono così i siparietti con protagonista la splendida Giulia (una convincente Monica Bellucci) che si scopre becca proprio nel giorno più importante dell’anno quando è indaffarata a preparare il cenone per gli ospiti o quello con protagonista l’avvocato Rinaldi (un ottimo Alessandro Haber) che cerca la trasgressione e finirà vittima di ladri da strapazzo.
Ogni situazione del film è tesa a mostare il lato comico delle vite dei protagonisti, anche se a predominare è l’aspetto grottesco delle cose; così la varia umanità che si agita nel film sembra paradossalmente la caricatura di se stessa, vista attraverso situazioni volutamente esasperate e portate ai limiti del credibile.

La preparazione per il cenone

Come del resto prendere sul serio l’intera sequenza in cui Mastino lancia il televisore dal terrazzo della Contessa colpendo il ragazzo della famiglia Trodini che aveva appena incitato il nonno a sparare sui responsabili del danneggiamento dell’auto d’epoca? Come non sorridere davanti alla gag del nonno a cui viene tranciata di netto una mano che finisce per far bella mostra di se in un piatto di zampone?
L’aspetto paradossale del film, in bilico tra il comico tradizionale e il comico noir, è in realtà l’elemento di novità del film.
Ma va da se che il pubblico sovrano non sempre apprezza le novità dirompenti e non può essere un caso se all’uscita del film, un’orrenda porcheria come Il macellaio con protagonista Alba Parietti ebbe incassi nettamente superiori a quelli del film di Risi.
L’ultimo capodanno è un film particolare ed estremo, forse troppo; le sinistre risate che possono coinvolgere lo spettatore sono al tempo stesso il limite del film.

La mamma di Cristiano impegnata nei preparativi

Il pubblico non sempre ama vedere la cattiveria, lo sberleffo e la comicità ammantata di nero spiattellate in un film che in pratica è vissuto tutto all’interno di un condominio, pur popolato da un campione di umanità variamente composto.
Come spiegarsi se no il travolgente successo dei cinepanettoni, espressione del cinema più autenticamente nazional popolare in senso deleterio o il cinema dei Pierini, un cinema minimalista espressione del trionfo del peggio esprimibile, ovvero il cinema dei rutti e dei peti, delle barzellette sconce e tristi?

L’avvocato Rinaldi racconta frottole alla moglie in vacanza

Il film di Risi, vissuto tutto sull’equivoco commedia nera finisce per arenarsi proprio davanti ai suoi meriti, che sono tanti ma assolutamente non capiti dal pubblico.
Così l’amarezza del regista è comprensibile, così come le sue parole amare: “Forse era il momento sbagliato, la gente voleva storie romantiche e la mia non e certo una commedia rassicurante. Forse sarebbe stato giusto allargare la popolarita del film, puntare di meno su certe atmosfere cupe. Forse sono anche stato troppo frettoloso in fase di montaggio.”

I tre ladruncoli in attesa di fare il colpo

Purtroppo il successo di un film dipende da fattori assolutamente particolari, primo fra tutti l’empatia tra il pubblico e il prodotto che sta visionando.
Tornando al film, notevole la carrellata di caratteristi che popola la pellicola, con menzioni su tutti per Haber, per Adriano Pappalardo che è irresistibile nel ruolo del coattissimo Mastino, per Beppe Fiorello che interpreta l’attore Gaetano Malacozza e per Ricky Memphis che interpreta Orecchino.
Bene tutto il resto del cast, a cominciare da Iva Zanicchi per finire con Claudio Santamaria.
Il mio consiglio è di recuperare questo film e goderselo possibilmente non prima di un giorno di festa, visto l’effetto un tantino deprimente che potrebbe ingenerare, preparandosi a visionare una commedia nera di notevole spessore e arguzia.

L’apocalisse dopo l’esplosione

L’ultimo capodanno
Un film di Marco Risi. Con Antonella Steni,Beppe Fiorello, Alessandro Haber, Monica Bellucci, Piero Natoli, Marco Giallini,Maria Monti, Francesca D’Aloja, Marco Patanè, Claudio Santamaria, Angela Finocchiaro, Primo Reggiani
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1998.

Le prime fiamme dopo l’esplosione

Gaetano colpito mortalmente

Mastino lancia il televisore dal terrazzo

Lisa colpita al ventre da un razzo

Giulia dopo aver ucciso il marito

La famiglia Trodini festeggia i nuovi fari per l’auto d’epoca

Cristiano indeciso sul da farsi

La Contessa allupata

Monica Bellucci: Giulia Giovannini
Marco Giallini: Enzo Di Girolamo
Angela Finocchiaro: signora Rinaldi
Claudio Santamaria: Cristiano Carucci
Iva Zanicchi: Gina Carucci
Giorgio Tirabassi: Augusto Carbone
Ricky Memphis: Orecchino
Adriano Pappalardo: Mastino di Dio
Max Mazzotta: Ossadipesce
Giovanni Ferreri: Gualtiero Treccia
Natale Tulli: Osvaldo Ferri
Piero Natoli: Vittorio Trodini
Francesca D’Aloja: Lisa Faraone
Alessandro Haber: avv. Rinaldi
Beppe Fiorello: Gaetano Malacozza
Ludovica Modugno: Filomena
Antonella Steni: Esa Giovannini
Federica Virgili: Sukla
Maria Monti: Scintilla
Franco Odoardi: nonno

Regia     Marco Risi
Soggetto     Niccolò Ammaniti (racconto)
Sceneggiatura     Marco Risi, Niccolò Ammaniti
Produttore     Marco Risi, Maurizio Tedesco
Fotografia     Maurizio Calvesi
Montaggio     Franco Fraticelli
Musiche     Andrea Rocca
Scenografia     Luciano Ricceri
Costumi     Maurizio Millenotti

dicembre 30, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

I Mondo Movie

Mondo movie banner

Il mondo movie è un genere cinematografico che in realtà con il cinema vero è proprio ha pochissimo a che vedere.
Affermatosi in Italia agli inizi degli anni sessanta, si caratterizzò da subito per la crudezza delle scene mostrate e sopratutto per le tematiche estremamente settoriali affrontate, che erano ristrette a pochi argomenti, come i tabù sessuali i riti e modi di vivere di popoli poco conosciuti o anche sguardi sulla natura, vista però quasi sempre nella sua espressione più violenta.
Difficile collocare storicamente una data di inizio della effimera stagione del genere, che però si dilatò nel tempo fino a toccare le soglie degli anni ottanta, quando il genere mondo movie tramontò definitivamente, complice anche la grande diffusione dei documentari che proposero, con ben altri fondamenti scientifici e culturali, le tematiche che i mondo movie avevano mostrato sin dagli esordi.
Probabilmente il primo vero mondo movie venne girato nel 1962: si trattava di Mondo cane, che conteneva al suo interno tutti gli stereotipi che poi caratterizzarono il genere.
Ovvero la onnipresente voce dello pseudo sociologo/dottore/antropologo che spiega o cerca di spiegare i comportamenti al limite della stravaganza o della follia di essere umani, le bizzarrie del mondo animale, gli strani riti di tribù sconosciute, dall’Africa all’Australia, dall’America latina fino all’Asia in un viaggio alla ricerca di quanto di più strano l’umanità è in grado di produrre in ambito sessuale, religioso, sociale.
Ovviamente ad avere la massima visibilità è quasi sempre il sesso, visto attraverso un viaggio alla scoperta di stravaganze di ogni genere.

1 America così nuda, così violenta

America così nuda, così violenta

In Mondo cane per esempio grande risalto viene dato alla mutilazione genitale, oltre all’immancabile serie di pistolotti sulla crudeltà degli uomini verso gli animali estrinsecata in raccapriccianti immagini di mutilazioni verso gli stessi.
In pratica Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi, i registi del documentario, danno lo spunto per quello che diverrà un vero e proprio genere cinematografico a se stante, anche se, lo ripeto, il cinema centra poco o nulla.

2 Africa ama

Africa ama

3 Svezia inferno e Paradiso

Svezia inferno e paradiso

Mancano gli attori, manca una storia a fare da collante, spesso gli stessi documentari sono assemblati senza cura e con immagini sfocate, per dare l’idea del documento sensazionale, unico nella sua crudezza e realtà.
Se Mondo cane è il capostipite del genere, non fosse altro per la canonizzazione di quelli che saranno i parametri del genere stesso, in realtà è Europa di notte del grande Blasetti il primo film a struttura documentaristica che mostra in rapida carrellata tutta una serie di stravaganze, ma anche di spettacoli artistici che avvengono nelle principali città europee.
Ovviamente c’è un abisso tra questo film e i successivi; manca la componente violenta, manca anche la componente voyeuristica e scabrosa.
Il genere serve anche per farsi le ossa cinematograficamente; Luigi Scattini, per esempio, gira Sexy magico (1963) e Svezia, inferno e paradiso (1968), uno dei primissimi mondo movie dedicato al sesso; ambientato nella Svezia che negli anni 60 era vista come il paradiso della libertà e dell’emancipazione sessuale, è uno dei più curati documentari di sempre, oltre ad avere una narrazione organica poco incline al sensazionalismo.
Il buon successo ottenuto dal documentario di Scattini convinse Vittorio De Sisti a girare Inghilterra nuda, con la voce narrante di Edmond Purdom, e anche in questo caso assistiamo ad un lusinghiero successo di pubblico.
Ma sono gli anni settanta a decretare l’effimero successo dei mondo movie, complice l’allentamento delle maglie della censura.
Angeli bianchi… angeli neri (1970) di Luigi Scattini e America così nuda, così violenta (1970) di Sergio Martino sono i due apri pista; il film di Martino, uno dei migliori del genere, va alla ricerca di qualcosa di più profondo del sensazionalismo, arrivando a descrivere con una certa efficacia le discriminazioni razziali, gli enormi problemi della più grande delle democrazie.

4 Sesso perverso

Sesso perverso

5 Mondo topless

Mondo topless

Un viaggio attraverso le mille contraddizioni di un paese in cui è possibile la ricchezza più estrema accanto al suo opposto, la povertà.
Il successo più eclatante spetta a Africa ama, di Angelo e Alfredo Castiglioni, un film crudissimo in cui si sprecano immagini da volta stomaco, come clitoridectomi e infibulazioni, accompagnate dalle solite immagini crudeli di animali uccisi in maniera cruenta.
Stesso successo spetta a  Addio zio Tom (1971) di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, in cui finalmente c’è un impianto narrativo mescolato ad un documentarismo non più reale ma simulato.
C’è una forte condanna dello schiavismo mescolato però ad una satira corrosiva e sulle righe, che alle volte disturba e spiazza.
Filippo Walter Ratti propone nel 1973 Mondo erotico, che già dal titolo anticipa quello che è il contenuto della pellicola, un viaggio nel mondo del sesso visto con parecchia sospetta furbizia e con una larga esplicitazione di nudi femminili.
Nel 1974 arriva sugli schermi il violento Ultime grida dalla savana, diretto da Antonio Climati e Mario Morra con la supervisione di Franco Prosperi, autentico documentario shock ambientato nella savana africana, con immagini di un leone che sbrana un uomo e l’uccisione di un indigeno da parte di due cacciatori bianchi.
Le scene sono dei falsi, ma girate con indubbia abilità e mescolate ad immagini dal vero; a vedere il film c’è una coda insolita di spettatori, attratti dal sinistro fascino della violenza che in questo caso appare come un prodotto della natura nella quale l’uomo è immerso, parte integrante di essa, dominante ma allo stesso tempo vittima.
Africa nuda, Africa violenta, diretto da Mario Gervasi nel 1974 riprende in qualche modo la tematica centrale e l’impianto di Addio Zio Tom; c’è una struttura narrativa, che vede due ragazze addentrarsi in Africa alla ricerca di un amuleto e imbattersi nelle solite sequenze violente di iniziazione al sesso con tutto il solito corollario.
Il genere nel frattempo muta pelle, assumendo connotati più violenti ed espliciti.
E’ il caso di Savana violenta, regia del duo Antonio Climati e Mario Morra, uscito nel 1976 e che spazia tra immagini brutali di un’epidemia in Mozambico e immagini sessualmente esplicite, tra una fucilazione di un depredatore di case abbandonate in seguito ad un’alluvione e immagini shock dei morti del carnevale di Rio.

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Due fotogrammi da Mondo cane n.2

Anche Aristide Massaccesi arriva ai mondo movie e nel 1976 propone Follie di notte, utilizzando per la sua carrellata attraverso i locali notturni di mezza Europa la cantante Amanda Lear, che in seguito rinnegherà la sua partecipazione al film vista la solita abitudine di Massaccesi/D’Amato di rinforzare il film con scene hard.
Subito dopo la metà degli anni settanta i mondo movie mostrano ormai profondi segni di stanchezza.
La presenza di un sempre più fiorente mercato di film a luci rosse, la ripetitività delle scene di violenza creano negli spettatori un effetto overdose che porta ben presto al declino del genere.
Gli ultimi prodotti si chiamano, malinconicamente,  Mondo porno oggi (1976) diretto da Giorgio Mariuzzo, Mondo di notte oggi (1976) di Gianni Proia, Le notti porno del mondo (1977) di Bruno Mattei fino a quello che è l’ultimo atto ufficiale dei mondo movie,  Addio ultimo uomo (1978) di Angelo e Alfredo Castiglioni, una via di mezzo tra i cannibal movie e i mondo movie tout court,

7 Mondo cane

Mondo cane

che mostra le rituali immagini di lotte tribali attraverso una visione quasi romantica di un uomo ormai profondamente cambiato nei costumi e negli usi, in cammino verso una civiltà fagocitante e che segna per certi versi la fine del mondo primitivo in cui ha vissuto in alcune zone della terra.
Senza quasi nessun rimpianto il genere tramonta e scompare.
La crisi del cinema è ormai quasi inarrestabile e la pochezza della stragrande maggioranza delle pellicole appartenenti a quasi tutti i generi testimonia l’acuirsi di una crisi che diverrà ben presto eclatante.
I mondo movie quindi scompaiono senza aver lasciato tracce significative; parliamo di meno di cento pellicole, includendo comunque tra esse anche quelle provenienti da altri paesi e che cercarono di sfruttare la nicchia scavata dagli stessi.

8 Magia nuda

Magia nuda

9 Mondo cane oggi, l’orrore continua

Mondo cane oggi, l’orrore continua

Come per altri generi cinematografici esplosi e poi sgonfiatisi nell’arco di pochi anni, i mondo movie verranno confinati in un limbo, riemergendo solo in sporadici casi quando veranno proposti dal fiorente mondo delle tv private.
Così, accanto ai nazisploitation, al flone conventuale e ai decamerotici, i mondo movie vivranno nell’ombra, ignorati dai grandi circuiti commerciali e riemergendo solo in particolari occasioni.
La loro carica violenta ed esplicita infatti impedisce ancora oggi una visione allargata alle prime serate della tv; e va detto che la cosa è sicuramente un bene.

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10 Africa addio

Africa addio

11 Ultime grida dalla savana

Ultime grida dalla savana

12 Mondo balordo

Mondo balordo

13 Africa dolce e selvaggia

Africa dolce e selvaggia

14 Sexy magico

Sexy magico

15 Inghilterra nuda

Inghilterra nuda

16 Mondo di notte n.3

Mondo di notte n.3

17 Angeli bianchi, angeli neri

Angeli bianchi, angeli neri

18 Malamondo

Malamondo

Mondo movie banner i titoli

Europa di notte (1958) di Alessandro Blasetti
Il mondo di notte (1959) di Luigi Vanzi
Il mondo di notte numero 2 (1961) di Gianni Proia
America di notte (1961) di Giuseppe Maria Scotese
Mondo caldo di notte (1961) di Renzo Russo
Mondo cane (1962), di Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara, Franco Prosperi.
Le città proibite (1962) di Giuseppe Maria Scotese
Il paradiso dell’uomo (1962) di Giuliano Tomei
Sexy al neon (1962) di Ettore Fecchi
I piaceri nel mondo (1962) di Vinicio Marinucci
La donna nel mondo (1963), di Franco Prosperi, Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti.
Mondo cane 2 (1963) di Franco E. Prosperi, Gualtiero Jacopetti
Il mondo di notte numero 3 (1963) di Gianni Proia
Il pelo nel mondo (1963) di Antonio Margheriti
Mondo nudo (1963) di Francesco De Feo
Tentazioni proibite (1963) di Osvaldo Civirani
Mondo infame (1963) di Roberto Bianchi Montero
90 notti in giro per il mondo (1963) di Mino Loy
Sexy nel mondo (1963) di Roberto Bianchi Montero
Sexy nudo (1963) di Roberto Bianchi Montero
Questo mondo proibito (1963) di Fabrizio Gabella
Africa sexy (1963) di Roberto Bianchi Montero
Sexy magico (1963) di Luigi Scattini
Sexy al neon bis (1963) di Ettore Fecchi
Ecco il finimondo (1964) di Paolo Nuzzi
Mondo balordo (1964) di Roberto Bianchi Montero
Le schiave esistono ancora (1964) di Roberto Malenotti, Maleno Malenotti e Folco Quilici
I malamondo (1964) di Paolo Cavara
Nudo, crudo e… (1964) di Adriano Bolzoni e Francesco De Feo
Canzoni nel mondo (1965) di Vittorio Sala
Africa addio (1966) di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
Mondo Topless (1966) di Russ Meyer
Acid – delirio dei sensi (1967) di Giuseppe Maria Scotese
Mal d’Africa (1967) di Stanislao Nievo
Svezia, inferno e paradiso (1968) di Luigi Scattini
Inghilterra nuda (1968) di Vittorio De Sisti
Africa segreta (1969) di Angelo e Alfredo Castiglioni
Angeli bianchi… angeli neri (1970) di Luigi Scattini
America così nuda, così violenta (1970) di Sergio Martino
The Satanists (1970) di Luigi Scattini
Dove non è peccato (1970) di Antonio Colantuoni
Riti segreti (1970) di Gabriella Cangini
Questo sporco mondo meraviglioso (1971) di Mino Loy
Africa ama (1971) di Angelo e Alfredo Castiglioni
Addio zio Tom (1971) di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
Mondo erotico (1972) di Filippo Walter Ratti
Mondo Freudo (1974) di Robert Lee Frost
Ultime grida dalla savana (1974) di Antonio Climati
Africa nuda, Africa violenta (1974) di Mario Gervasi
Nuova Guinea: L’isola dei cannibali (1974) di Akira Ide
Magia nuda (1975) di Angelo e Alfredo Castiglioni
Follie di notte (1976) di Joe D’Amato
Mondo porno oggi (1976) di Giorgio Mariuzzo
Savana violenta (1976) di Antonio Climati
Mondo di notte oggi (1976) di Gianni Proia
Mondo diavolo (1976) di Mario Morra
Le notti porno del mondo (1977) di Bruno Mattei
Uomo, Uomo, Uomo (1977) di Lionetto Fabbri
L’Italia in pigiama (1977) di Guido Guerrasio
Mondo infernale (1977) di Larry Savadove
Le facce della morte (1978) di John Alan Shwartz
Addio ultimo uomo (1978) di Angelo e Alfredo Castiglioni
Des Morts (1979) di Jean-Paul Ferbus e Dominique Garny
Cannibals (1980) di Jess Franco
Intersesso (1980) di Robert Crus
Siamo fatti così – Aiuto! (1980) di Gianni Proia
Le facce della morte n. 2 (1981) di John Alan Shwartz
Africa dolce e selvaggia (1982) di Angelo e Alfredo Castiglioni
Cannibali domani (1983) di Giuseppe Maria Scotese
Dimensione violenza (1983) di Mario Morra
Dolce e selvaggio (1983) di Antonio Climati
Nudo e crudele (1984) di Adalberto Albertini
Mondo senza veli (1985) di Adalberto Albertini
Le facce della morte 3 (1985) di John Alan Shwartz
Love duro e violento (1985) di Claudio Racca
Nudo e crudele 2 (1985) di Adalberto Albertini
Mondo cane oggi, l’orrore continua (1986) di Stelvio Massi
Mondo cane 2000: l’incredibile (1988) di Stelvio Massi e Gabriele Crisanti
Mondo New York (1988) di Harvey Keith
Natura contro (1988) di Antonio Climati
Droga sterco di Dio (1989) di Stelvio Massi
Mondo ossesso (1989) di Stelvio Massi e Gabriele Crisanti

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dicembre 29, 2011 Pubblicato da: | Miscellanea | | 2 commenti

Perchè i gatti ? Because of the cats

Perchè i gatti 1

Un gruppo di sei giovani entra furtivamente in un appartamento di Amsterdam; il loro scopo è quello di rubare dalla casa quanto più possibile e poi scomparire con il bottino.
Ma le cose sono destinate ad andare diversamente perchè i coniugi Jansen e Fedora rientrano casualmente prima in casa.
I giovani teppisti così approfittano della situazione per commettere ogni sorta di violenza sulla donna, costringendo anche il malcapitato marito a guardare le fasi dello stupro della donna.
Ad indagare sul caso viene chiamato l’ispettore Van der Valk che capisce immediatamente di trovarsi per le mani una brutta gatta da pelare.

Perchè i gatti 2

Infatti il sagace ispettore, interrogando pazientemente la donna ancora scossa dalla violenza e suo marito, capisce che ad agire non è stata una banda di teppisti qualsiasi ma gente con elevato grado di istruzione e probabilmente di pari grado sociale.
La conferma la ha quando interroga il bigliettaio del treno che porta da Amsterdam alla località marina di Blumendal, posto esclusivo frequentato solo da vip.

Perchè i gatti 3

Perchè i gatti 4

Continuando le sue indagini, Van der Valk scopre l’esistenza di una banda di teppisti denominata I corvi che capisce essere i responsabili della brutale violenza aì danni di Fedora e Jansen. Ma le indagini arrivano ad un punto morto, perchè l’ispettore manca di prove certe e sopratutto perchè le autorità locali non mostrano alcuna voglia di collaborare, nel timore di scomodare i genitori dei ragazzi che ovviamente sono l’elite della società.
Ad aiutare l’ispettore e a dare una svolta alle indagini è la morte del giovane Keis, l’ultimo ammesso alla banda dei teppisti bene grazie alla quale riesce anche a scoprire che esiste una banda al femminile, chiamata Le gatte che in pratica segue quello che fanno I corvi nella speranza di compiacerli.
A capo della banda dei Corvi c’è un individuo più anziano, che ha tentato di creare un clone della Manson family (il gruppo che uccise selvaggiamente Sharon Tate sotto l’influsso malefico di Charles Manson) e che ha plagiato il gruppetto con teorie strampalate in cui si mescolano nazismo e teorie anarcoidi…

Perchè i gatti 5

Thriller ben congegnato, che si ispira ad Arancia meccanica in tutta la sequenza della brutale violenza iniziale, Perchè i gatti? titolo originale Because of the cats diretto nel 1973 dal regista olnadese Fons Rademakers assolutamente sconosciuto almeno come regista in Italia, è un film di livello accettabile sia come sceneggiatura (ben congegnata) sia come ambizioni.
La meno nascosta delle quali è quella di offrire una visione sul dorato mondo alto borghese della capitale olandese, i cui figli, assaliti dalla noia e privi di valori morali di riferimento, sfogano il loro malessere e la loro totale mancanza di scrupoli in gesta crudeli come quelle della sequenza iniziale.
Che resta impressa nello spettatore per il rituale brutale e violento che la distingue, come del resto era accaduto nel film di Kubrick.
Ovviamente Rademakers non è Kubrick e la raffinatezza del maestro inglese è qui un pallido riflesso di quella cieca e ferocissima di Arancia meccanica; i meccanismi sono più rozzi e più espliciti, tuttavia non mancano di un loro sinistro fascino.

Perchè i gatti 6

Altro punto di forza del film è rappresentato dall’ostinazione di Van der Valk nel cercare ad ogni costo la verità, anche a rischio della carriera e quello ben più concreto di inimicarsi le alte sfere; ma l’ostinazione del poliziotto in qualche modo darà i frutti sperati.
Per quanto riguarda il discorso sociale di denuncia, tutto rimane ad un livello embrionale, ma francamente nelle intenzioni del regista molto difficilmente poteva esserci un discorso così impegnativo legato ad una pellicola di ben più modeste ambizioni.

Perchè i gatti 11

Il cast è di medio livello, con Alexandra Stewart su tutti e con Bryan Marshall dignitoso nel ruolo dell’ispettore Van der Valk;  l’attore inglese, lasciate momentaneamente le serie tv da corpo ad un personaggio con qualche spessore cavandosela con abilità consumata, confermata del resto dal proseguimento della sua carriera che conta partecipazioni ad almeno un centinaio di serie tv.
Piccola parte per una giovane Sylvia Kristel, poco più che esordiente e non ancora diventata una star visto che il film che la lanciò a livello internazionale, Emmanuelle, lo girò nel 1974.
In definitiva una pellicola dignitosa che merita una visione

Perchè i gatti 12

Perchè i gatti 13

Perché i gatti?
Un film di Fons Rademakers. Con Sylvia Kristel, Alexandra Stewart, Bryan Marshall Titolo originale Because of the Cats.

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Perchè i gatti 15

Perchè i gatti 17

 

Perchè i gatti banner personaggi

Bryan Marshall … Ispettore Van der Valk
Alexandra Stewart … Feodora
Sebastian Graham Jones … Jansen
Anthony Allen … Erik Mierle
Ida Goemans … Carmen
Nicholas Hoye … Kees van Sonneveld
Sylvia Kristel … Hannie Troost
Delia Lindsay … La signora Maris
Edward Judd … Mierle
Roger Hammond …Signor Maris
Derek Hart … Kieft
Guido de Moor … Marcousis
Lous Hensen . Van Sonneveld
George Baker … Boersma
Liliane Vincent … Mevrouw Kieft

Perchè i gatti banner cast

Regia: Fons Rademakers
Sceneggiatura: Hugo Claus, Nicolas Freeling
Produzione: Paul Collet,Fons Rademakers
Musiche : Ruud Bos
Editing: Ton Aarden

Perche i gatti locandina 2

Perche i gatti locandina 1

Perche i gatti foto 3

Perche i gatti foto 1

Perche i gatti foto 2

dicembre 28, 2011 Pubblicato da: | Thriller | , , , | Lascia un commento

Giù la testa

Giù la testa locandina

Quando nel 1971 Sergio Leone gira Giù la testa ha alle spalle 6 film (più la collaborazione a Gli ultimi giorni di Pompei) ed è reduce dalla straordinaria esperienza di C’era una volta il west, l’epopea sulla nascita della frontiera americana che aveva definitivamente consacrato Leone come grande regista in tutto il mondo.
I drammatici anni settanta sono iniziati e con essi il dirompente carico di contraddizioni emerse già sul finire degli anni sessanta; c’è stato l’autunno caldo, la strage di Pazza Fontana che di fatto ha inaugurato con qualche giorno di anticipo la stagione degli anni di piombo e Leone non può restare indifferente a tutto ciò che gli si muove attorno.
Così realizza un film scomodo e amaro, un film politico anche se mimetizzato.
Un film ambientato in Messico, durante la rivoluzione seguita alla morte di Francisco Indalecio Madero avvenuta nel 1913; il presidente messicano, fautore di una democrazia allargata e propugnatore di profonde riforme per aiutare la poverissima classe dei peones venne ucciso da Victoriano Huerta, fedelissimo di Madero inviato da quest’ultimo a reprimere la rivolta di Emiliano Zapata.

Giù la testa 1

Rod Steiger è Miranda

Il film si innesta quindi proprio in un momento storico preciso, probabilmente il 1916, periodo in cui si assiste al tentativo rivoluzionario di Pancho Villa e Emiliano Zapata di abbattere la dittatura di Huerta, cosa che accadrà e che provocherà la fuga del dittatore in Europa.
Leone quindi sceglie la rivoluzione messicana dei peones per parlare di un tema a lui caro, la rivolta dei poveri contro i ricchi, un tema assolutamente universale, che riguarda il Messico come i paesi dell’America latina piuttosto che la Russia e la Cina.
E’ proprio con un pensiero di Mao Tse Tung che si apre il film, con una didascalia che riporta il Mao-pensiero « La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza », che è poi il tema attorno al quale si svilupperà il film.
Attraverso 162 minuti di gran cinema, Leone ci mostra la storia d’amicizia tra i due protagonisti ovvero Juan Miranda, un messicano furbo padre di una caterva di figli, violento e senza legge e John H. “Sean” Mallory, un esperto in esplosivi che scopriremo provenire dall’Irlanda, dove ha lasciato un passato doloroso.

Giù la testa 2

A sinistra, James Coburn è John

Tra i due, dopo un inizio incredibile, si svilupperà un’alleanza che li porterà in una personale guerra contro il Governatore, l’uomo che dovrebbe rappresentare il nuovo ordine seguito alla morte di Madero.
Sarà un viaggio irto di ostacoli, nel corso del quale i due amici avranno modo, attraverso la visione di un Messico dilaniato dalla guerra e dalla povertà, di scoprire che il nemico alle volte può annidarsi anche dove non te lo aspetti, che la rivoluzione può comunque essere una cosa sporca nel momento in cui gli ideali possono essere traditi per tanti motivi, che ad un potere violento può sostituirsi un altro potere non necessariamente migliore, infine che le vere vittime della rivoluzione restano comunque solo e sempre i poveri e gli ultimi della società.

Giù la testa locandina sound

L’edizione speciale della Soundtrack per il 35° anniversario

Tutte queste riflessioni Leone le inserisce quà e là nel film e sono facilmente leggibili nei vari dialoghi che costellano il film: la più amara appartiene a Miranda, che da uomo scafato e indurito da anni passati sulla strada a combattere contro la miseria una sua personale battaglia in cui si confondono confusamente sentimenti anarcoidi e libertari, dice a quello che è ormai il suo nuovo amico Sean « Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! »
Leone utilizza anche l’ironia in molte sequenze, come in quella iniziale in cui un gruppo di gente ricca viaggia in una carrozza che Miranda assalta dopo aver viaggiato per alcune miglia all’interno della stessa e aver ascoltato i discorsi razzisti e supponenti di quella che è la classe ricca e borghese del paese. « Sono bestie, nient’altro; ed è per questo che sono tutti idioti! » dice uno di loro con aria di superiorità mentre Miranda ascolta attento.

Giù la testa 3

Maria Monti è la signora della diligenza

La sua vendetta scatterà ben presto e sarà proprio durante l’attacco alla diligenza che Miranda farà l’incontro decisivo con John H. “Sean” Mallory che si concluderà con la ormai famosa sequenza in cui Sean fa saltare la diligenza dopo che Miranda gli ha bucato per due volte le ruote della motocicletta. “Giù la testa, coglione” è l’espressione che Sean usa verso Miranda, espressione che finrà per diventare il titolo del film che in origine avrebbe dovuto chiamarsi così ma che per ragioni di censura e opportunità fu modificato nel più rassicurante Giù la testa.
Giù la testa, come dicevo prima, si snoda attraverso una storia raccontata per immagini in 162 minuti, che sono meno dei 174 minuti di Il buono il brutto e il cattivo e meno anche dei 170 minuti di C’era una volta il West.
Eppure questa volta il film sembra davvero più lungo.
Forse è colpa di un minore impatto visivo sia della storia che dell’ambientazione, forse di una lentezza che qualche volta sembra davvero appesantire il film. O forse davvero è solo un’impressione data dai paesaggi messicani scarni e brulli e dalle parti dialogate che sono superiori a quelle dei due film citati.
Giù la testa, per quanto sia un capolavoro indiscutibile, ha davvero alcune sequenze che potevano essere eliminate, pur contenendo la summa delle virtù del nostro grande regista; i suoi primi piani, le sue panoramiche, il suo modo di stare dietro la macchina da presa sono uno spettacolo visivo di grandissimo impatto.

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Pure il film dopo un inizio assolutamente straordinario finisce per sbandare diverse volte, anche se la tensione resta alta; la citata scena della diligenza, quella della ferrovia, i massacri di cittadini e peones o lo scontro finale con la locomotiva che salta per aria, l’attacco al ponte e altro sono sequenze che da sole basterebbero per far gridare al capolavoro.
Poi però Leone va troppo oltre, inserendo i flash back della vita di Sean ( con il tradimento dell’amico) e altre sequenze che praticamente tolgono tensione al film.
Nonostante questi difetti però Giù la testa non è affatto un film solo sufficiente.
La presenza di due grandissimi attori come Rod Steiger e James Coburn contribuisce a tenete altissimo il livello della recitazione e quindi la tensione attorno ai due personaggi; il rude e violento Miranda, espressione dell’arguzia popolare e il freddo fuori (ma rivoluzionario dentro) John H. “Sean” Mallory si inseriscono ancora una volta in un impianto di prim’ordine, come’era già accaduto per la coppia Eastwood/Monco e Van Cleef/Mortimer in Per qualche dollaro in più, con quella formata da Eastwood/Biondo e Wallach/Tuco in Il buono il brutto e il cattivo e infine di quella composta da Charles Bronson/Armonica e Henry Fonda/Frank in C’era una volta il West.

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Ancora una volta Leone fa un film completamente al maschile, escludendo di fatto la presenza di attrici dalla sceneggiatura; le uniche due presenze femminili sono quelle assolutamente marginali della donna della diligenza (Maria Monti) e di quella della fidanzata di John nei flashback (Vivienne Chandler). Una scelta dettata non di certo da maschilismo strisciante ma da situazioni contingenti. Il vecchio West o il Messico di inizi secolo erano terre per rudi pionieri, pistoleri, peones o contadini, banditi o trafficanti senza scrupoli.
Con Giù la testa si conclude definitivamente un’epoca, quella dei grandi western di Leone anche se a ben guardare il film non può essere definito un western tradizionale. Tuttavia alcuni elementi ci sono ancora, per cui l’arruolamento forzoso di Giù la testa nel filone western non è poi campato in aria.

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L’agguato al ponte

Dicevo che si conclude un’epoca; Leone tornerà dietro la macchina da presa solo per girare il suo capolavoro assoluto, C’era una volta in America che uscirà nelle sale 13 anni dopo. Va detto che nel frattempo non resterà con le mani in mano collaborando (forse molto più di una collaborazione) al film di Tonino Valerii Il mio nome è Nessuno dove però comparirà solo come Direttore esecutivo e con Damiano Damiani nel film Un genio, due compari, un pollo, girandone le scene iniziali.

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Il massacro dei rivoluzionari e dei peones

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La morte del figlio più piccolo di Miranda

Con Giù la testa finisce quindi la grande epopea del western all’italiana che Sergio Leone aveva imposto al mondo, creando dal nulla un nuovo modo di intendere il cinema e coniugando la qualità alla raffinatezza per un genere fino ad allora considerato di serie B.
Di questo film restano sequenze memorabili, che ho già citato, la strepitosa colonna sonora di Ennio Morricone con la stupenda Sean Sean e il rimpianto per l’addio di un maestro al cinema di frontiera che aveva permesso di scoprire un mondo e di creare il mito di personaggi che resteranno nella storia del cinema, sia che si parli di Tuco sia che si parli di Mortimer o di Biondo e Monco.
O che si parli di Miranda e Sean.

Giù la testa
Un film di Sergio Leone. Con Rod Steiger, James Coburn, Rick Battaglia, Romolo Valli, Maria Monti,Furio Meniconi, Stefano Oppedisano, Benito Stefanelli, Poldo Bendandi, Rosita Torosh, Franco Graziosi, Nazzareno Natale, Anthony Vernon, Giuliana Calandra, Antoine Saint-John, David Warbeck, Giulio Battiferri, Roy Bosier, Vivienne Chandler, Omar Bonaro, John Frederick, Amato Garbini
Western, durata 154 min. – Italia 1971.

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Sean, l’amico irlandese di John

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Il governatore Jaime

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Al centro della foto il bravissimo Romolo Valli

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Il manifesto con l’immagine del governatore Jaime

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Giù la testa banner personaggi

Rod Steiger: Juan Miranda
James Coburn: John H. “Sean” Mallory
Romolo Valli: dottor Villega
Antoine Saint-John: colonnello Gunterreza
Franco Graziosi: governatore Jaime
Rick Battaglia: Santerna
David Warbeck: Sean Nolan
Vivienne Chandler: la fidanzata di John nei flashback
Maria Monti: Adelita (la donna nella diligenza)
Amato Garbini: poliziotto sul treno

Giù la testa banner cast

Regia Sergio Leone
Soggetto Sergio Leone, Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni
Produttore Fulvio Morsella
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Nino Baragli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Andrea Crisanti
Costumi Franco Carretti
Trucco Amato Garbini

Giù la testa banner doppiatori

Carlo Romano: Rod Steiger
Giuseppe Rinaldi: James Coburn
Anna Miserocchi: Maria Monti
Pino Locchi: Rick Battaglia
Franco Graziosi: Franco Graziosi
Romolo Valli: Romolo Valli
Sergio Tedesco: Antoine Saint-John

Giù la testa banner citazioni

Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Lo so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice Oh, oh …è venuto il momento di cambiare tutto… (…) Io lo so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni… e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo e parlano, parlano. E mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore non parlarmi più di rivoluzione… E, porca troia, lo sai cosa succede dopo? Niente… tutto torna come prima!

Giù la testa, coglione.

Non possiamo andarcene, non dimenticare che tu adesso sei un grande eroe della rivoluzione!
Ehi, posso dirti una cosa?
Sì.
Vaffanculo!
Purtroppo avevi ragione tu, averlo nel culo fa male.

Il mio paese? Il mio paese siamo io e i miei figli.

Quando ho cominciato ad usare la dinamite, allora credevo anch’io in tante cose… in tutte, e ho finito per credere solo nella dinamite.
Volevi notizie della famiglia? Tutti figli miei, e tutti quanti di madre diversa. E questo è mio padre… dice lui. […] Adesso dimmi una cosa, ma tu lo sai fare un figlio? Ho detto lo sai fare un figlio? No, eh! Bene, rimediamo subito.
Dove c’è rivoluzione… c’è confusione… dove c’è confusione un uomo che sa ciò che vuole ci ha tutto da guadagnare.

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dicembre 24, 2011 Pubblicato da: | Western | , , , , , | 2 commenti