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Jesus Christ Superstar

Jesus Christ Superstar locandina

Jesus Christ Superstar, celebre opera rock di Tim Rice (autore dei testi) e di Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) venne portata sullo schermo nel 1973 da Norman Jewison, uno dei più grandi registi di sempre.
Il regista canadese, quarantasettenne all’epoca del film, aveva già alle spalle alcune pietre miliari del cinema, come La calda notte dell’ispettore Tibbs (premio Oscar) e Il violinista sul tetto.
Una solida fama quindi, che il regista non esitò a giocarsi con un’opera che apparve da subito coraggiosa e provocatoria.
A cominciare dalla trasposizione delle figure di Gesù e di tutti i protagonisti della storia evangelica, viste in un’ottica assolutamente diversa dal consueto.
Quello che Jewison porta sullo schermo non è certo il Gesù del Rei dei re, polpettone hollywoodiano di grande effetto ma sicuramente copia conforme dei Vangeli canonici, bensì un Gesù umanizzato fino alle estreme conseguenze, principalmente un uomo che ha paura sia del suo compito che appare davvero troppo pesante sia della morte che fatalmente concluderà il suo cammino sulla terra.

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Per contro troviamo la figura di Giuda, l’apostolo “traditore”, così dipinto dall’iconografia cristiana calato in un ruolo che sembra preso proprio dal Vangelo apocrifo scritto dallo stesso Giuda.
Un uomo tormentato, che si rende conto di essere la comparsa e non il protagonista di una storia già scritta, in cui il suo destino è fatalmente segnato.

Jesus Christ Superstar 2

Così come sarà segnato per sempre il suo nome, macchiato dall’onta del tradimento.
Due figure quindi umanizzate al massimo e inserite in un contesto che non ha nulla a che vedere con quello raccontato dai Vangeli; Gesù, Giuda e marginalmente gli altri apostoli si muovono in un paesaggio post moderno, in cui c’è spazio per carri armati e armi moderne, caschi da minatori e impalcature in tubo Innocenti.
Il tutto rigorosamente scandito dalle stupende musiche di Webber che accompagnano il film dal suo inizio fino alla conclusione, con la celebre sequenza del ballo di Giuda che canta Superstar.
JCS, acronimo utilizzato ormai universalmente per indicare l’opera rock e il film è uno dei capolavori assoluti della cinematografia.
Jewison riesce a creare attorno alla figura di Gesù un paesaggio e un clima assolutamente asettici, portando in scena pochi personaggi e quindi scegliendo volutamente un tono dimesso per illustrare la più grande storia mai raccontata, termine magniloquente con il quale Hollywood rese omaggio alla figura di Gesù con un altro celebre polpettone.
Qui però siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso; se Gesù è “bianco” e verrebbe voglia di definirlo wasp, Giuda è nero come la Maddalena. Un riequilibrio storico assolutamente innovativo, come doveva essere nella realtà il personaggio non solo di Giuda ma anche degli apostoli e dello stesso Messia.

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Essendo di origine giudaica, perlomeno dovevano avere la pelle molto più scura di quanto mostrato fino ad allora in tutte le opere che avevano trattato la figura del Salvatore: un Giuda nero è una novità assoluta, così come una novità è la figura dell’apostolo prediletto, quella Maria Maddalena che in seguito l’iconografia cristiana ( e sopratutto la chiesa post Concilio di Nicea) dipingerà come prostituta redenta e che in realtà era una donna culturalmente superiore ai suoi compagni di vicissitudini e che finanziò la predicazione del Messia.

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Mentre quest’ultima serie di cose nel film non compaiono, vediamo però Maria Maddalena turbata da un’amore che è si trascendente e spirituale ma che sconfina in quello terreno verso un uomo che sente non può appartenerle, che sente investito da una missione al di sopra delle passioni umane.
Quando la bellissima voce di Yvonne Elliman intona I Don’t Know How To Love Him, quel “non so come volergli bene” indica il tormento interiore della donna, combattuta tra l’amore terreno e quello spirituale, trascendentale verso un uomo che è tale solo nell’involucro e non certo nella sua essenza.

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Jewison trasporta lo spettatore in una visione straordinaria del percorso terreno di Gesù tra hippy e sinistri sacerdoti che tramano contro di lui per sete di potere e per paura, tra figure indistinte di Apostoli tra le quali l’unica a prendere corpo e anima è quella di Giuda e gente comune che ascolta il messaggio di un uomo straordinario che però sembra davvero solo tale.
Ovvero un uomo, con paure e fobie, con speranze e disillusioni, tipiche dell’umanità dolente fra la quale si muove.
JCS è anche, anzi, sopratutto, un musical.
Bellissimo, raffinato, straordinariamente capace di sintetizzare momenti e situazioni con musiche eccellenti.
Dalla Overture iniziale, che ci mostra l’arrivo del camioncino della troupe, passando per  Heaven On Their Minds nel qule proprio Giuda è protagonista,

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con il suo timore che le rivoluzionarie parole di Gesù possano provocare la dura reazione dei Romani fino a What’s The Buzz, Strange Thing Mystifying ,Hosanna, Superstar ecc. assistiamo ad un trionfo di musiche corali e per solista che celebrano in qualche modo gli avvenimenti che sfilano sotto i nostri occhi.
Così l’ultima settimana di vita del Messia condensa l’intera esistenza dello stesso, quasi che il suo messaggio possa essere compreso in un arco temporale che va dall’Hosanna dell’entrata in Gerusalemme fino alla crocefissione del Calvario.

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Se è vero che JCS non è totalmente esente da pecche ( scena molto discutibile quella del gay aggindato come una volgare checca che balla in maniera effeminata), tuttavia resta opera di estremo fascino.
Il musical ha donato autentiche perle al cinema; basti pensare a West side story, Cabaret, Cantando sotto la pioggia, Hair e My Fair Lady solo per citarne alcuni.
Tuttavia JCS ha qualcosa che lo rende “superiore” agli altri, se mi passate il termine.
Ovvero quella carica innovativa, trasgressiva e coraggiosa di sfrondare la figura storica di Gesù così come raccontata dai Vangeli dalla retorica che nei secoli successivi il cristianesimo ha ritagliato su di lui.
In qualche modo il nostro più grande poeta, Fabrizio De Andrè, aveva anticipato la visione di Jewison musicando La buona novella, opera fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi ad un Gesù visto anche e sopratutto come uomo e non solo come figlio di Dio.

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In questo i due grandi artisti, pur in campi differenti, si congiungono.
Fabrizio De Andrè chiude il suo concept album con un Laudate hominem che racchiude una visione laica e dubitativa sulla divinità di Gesù, preferendo esaltarne le qualità umane in particolare “la pietà che non cede al rancore”.
Jewison si ferma un attimo prima, perchè aldilà dei tanti meriti il film resta comunque una trasposizione di un musical teatrale: geniale quanto si vuole, ma anche poco profondo non per demeriti del regista, ma per la diversa struttura dell’opera.

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E’ la solita vecchia storia: raffigurare e condensare in due ore un libro o un tema è operazione quasi impossibile.
Tuttavia siamo di fronte ad un’opera bellissima, poetica e sentita.
E sicuramente oggi si può anche sorridere dell’ondata di sdegno che travolse il film in virtù della sua presunta iconoclastia.
Le reazioni velenose, i crucifige e gli anatemi scagliati sul regista, accusato di essere blasfemo, mostrano la totale miopia non solo di certi ambienti culturali ma anche una sospetta astiosità, tipica di colui che giudica e critica senza probabilmente sforzarsi minimamente di comprendere il messaggio di fondo.

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Personalmente, dovessi scegliere due momenti topici del film, quelli che restano nella memoria in maniera imperitura, opterei per la drammatica sequenza racchiusa dal brano Judas’ Death, in cui Giuda ha ormai capito che i sacerdoti non vogliono assolutamente limitare l’azione di Gesù, bensì eliminarlo fisicamente, cosa che provocherà la sua morte mediante suicidio che avviene con un’impiccagione drammatica su un isolato albero in collina.
L’altro momento è quello già descritto in cui c’è il tema più famoso del film, quel Superstar cantato e ballato perfettamente da Carl Anderson.
L’attore presta la sua voce e il suo volto a Giuda, così come Ted Neeley interpreta Gesù.
Biondo, bello e anche non espressivo al massimo: ma è un vantaggio, perchè da corpo ad un Gesù che sembra spaesato.
Meravigliosa Yvonne Elliman.

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Jesus Christ Superstar,un film di Norman Jewison. Con Ted Neely, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen, Bod Bingram,Robert LuPone, Joshua Mostel, Bob Bingham, Larry T. Marshall, Kurt Yaghjian, Philip Toubus, Pi Douglass, Jonathan Wyne, Thommie Walsh, Richard Molinaire, David Devir, Jeffrey Hyslop, Richard Orbach, Shooki Wagner
Musical,  durata 103 min. – USA 1973.

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Jesus Christ Superstar banner personaggi

Ted Neeley: Gesù Cristo
Carl Anderson: Giuda Iscariota
Yvonne Elliman: Maria Maddalena
Barry Dennen: Ponzio Pilato
Bob Bingham: Caifa
Larry Marshall: Simone Zelota
Josh Mostel: Re Erode
Kurt Yaghjian: Anna
Paul Thomas: Pietro

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Regia     Norman Jewison
Soggetto     Tim Rice (musical)
Sceneggiatura     Norman Jewison, Melvyn Bragg
Produttore     Norman Jewison, Patrick J. Palmer, Robert Stigwood
Fotografia     Douglas Slocombe
Montaggio     Antony Gibbs
Musiche     Andrew Lloyd Webber
Scenografia     Richard McDonald


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Jesus Christ Superstar locandina 2

Lato uno

* Overture – 5:26
* Heaven on Their Minds – 4:22
* What’s the Buzz? – 2:30
* Strange Things Mystifying – 1:50
* Then We Are Decided – 2:32
* Everything’s Alright – 3:36
* This Jesus Must Die – 3:45

Lato due

* Hosanna – 2:32
* Simon Zealotes – 4:28
* Poor Jerusalem – 1:36
* Pilate’s Dream – 1:45
* The Temple – 5:26
* I Don’t Know How to Love Him – 3:55
* Damned for All Time / Blood Money – 4:37

Lato tre

* The Last Supper – 7:12
* Gethsemane (I Only Want to Say) – 5:39
* The Arrest – 3:15
* Peter’s Denial – 1:26
* Pilate & Christ – 2:57
* King Herod Song – 3:13

Lato quattro

* Could We Start Again, Please? – 2:44
* Judas Death – 4:38
* Trial Before Pilate – 6:47
* Superstar – 3:56
* Crucifixion – 2:40
* John Nineteen: Forty-One – 2:20


Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Migliore trasposizione possibile dello splendido musical di Al Webber, si rivela un magnifico film, che aggiunge, agli ottimi numeri musicali già noti, una bellissima ambientazione ed un carattere ibrido tra storico e moderno che, a oltre trent’anni dalla sua realizzazione, lungi dall’essere superata, mantiene indatta la sua attualità. Alcune scene (come la crocifissione) sono di fortissimo impatto emotivo. Bravi gli interpreti, specialmente Anderson (tormentato Giuda), vero protagonista del film.

Destinato a diventare un cult, per via della poderosa messa in scena e per la cura delle scenografie. Anche le musiche, che costituiscono l’ossatura dell’intera pellicola, sono destinate a superare – con risultati ottimali – il trascorrere degli anni: e questi sono i pregi. Noiosetto, semplice, ruffiano ed imbastito sulla semplice operazione di somma aritmetica con numeri primi – che complessi non ve n’è ombra – quali musica + affascinanti attori + una spruzzatina di catto-mania. I difetti in(somma) annullano i meriti. Da vedere comunque.

Posto che nessuno (vero?) è più in grado di prendere sul serio l’idea di mostrare Giuda come un agit-prop deluso che Gesù non diventi il subcomandante Jesus contro quei fascistoni di romani guidati dal console Nixon, cosa rimane? Parecchio kitschume, e tuttavia della musica ancora notevole, con qualche pezzo memorabile, anche se rispetto alla prima versione discografica si perde molto nel ruolo di Cristo, originariamente affidato alla devastante ugola di Ian Gillan dei Deep Purple (!). Invecchiato male.

Gli ultimi giorni della vita di Gesù nel bellissimo musical di Rice e Webber, ben sostenuto dalla straordinaria interpretazione di Carl Anderson (Giuda). La regia di Jewison è molto Anni Settanta, con zoomate e fermi immagine, con apostoli post-hippy e anacronismi. Ma l’impatto rimane notevole e Giuda che nel deserto è inseguito dai carri armati crea un emozionante cortocircuito con il purtroppo sempreverde conflitto israelo-palestinese.

Sarà che non impazzisco per i musical, ma non mi ha entusiasmato più di tanto. Ho però trovato straordinario Carl Anderson. Non è certo un brutto film, ma ha qualche pacchianeria di troppo. Apprendo da IMDb che l’attore che interpreta Pietro (e che nella realtà si chiama Paolo: Paul Thomas, qui accreditato come Philip Toubus), paradossalmente ha poi avuto una chilometrica carriera nel cinema pornografico. Lavora, non accreditato, nel massaccesiano Emanuelle – perché violenza alle donne? Incredibile.

Deludente trasposizione dello splendido musical di Weber che a suo tempo fece scandalo e storia. Il problema fondamentale è che la pellicola risulta ormai troppo datata e legata al tempo in cui fu girata. In ogni caso le belle trovate non mancano (e poi ci sono le splendide e trascinanti canzoni che continuano a mantenere ancor oggi intatta tutta la loro bellezza).

L’umanità del Cristo viene esaltata dal crogiolo emotivo di Giuda che vede l’uomo che ama farsi, agli occhi della gente, più importante del messaggio che comunica. Larga parte della riuscita calibratura tra rivisitazione e ortodossia deriva da una lungimirante e coraggiosa definizione dei comprimari (l’impotenza di Pilato, la passione materna di Maddalena), perché la storia di una Star è il suo pubblico a raccontarla. L’idea della rappresentazione (lo show) che dà cornice al film, riconnette la novella tanto all’urgenza di ritualizzare il sacro quanto ad una sana, destabilizzante iconoclastia.

Ottima trasposizione cinematografica della celeberrima rock opera di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. Molto interessante la scelta effettuata dagli autori di mostrare il punto di vista di Giuda Iscariota e le motivazioni del suo tradimento. Le musiche sono bellissime e la loro trasposizione in immagini molto ben riuscita. Uno dei musical più belli mai realizzati, da vedere assolutamente.

Un film dei suoi tempi a cui non si può rinfacciare la mancanza di forza nella messinscena. E la colonna sonora, una volta tanto, è veramente di alta qualità senza le menate dei musical ma quasi vero rock. Gli interpreti sono azzeccati; oggi molte cose possono sembrare ingenue (tipo Giuda nero, ma era un’idea forte al tempo) però resta migliore della Passione di Mel Gibson, libertario qui dove là c’è solo fanatismo. Non parliamo del Gesù di Zeffirelli poi…

Visione molto datata che si avvale di splendide musiche e coreografie trascinanti, anche se talvolta sembra di stare dalle parti di Hair. Il film è discontinuo e poi, lo devo dire, Erode mi sembra il cugino grasso di Al Bano Carrisi: ogni volta che vedo quella scena mi viene da ridere. Ok, torno seria: è un film figlio del suo tempo, con un finale che commuove ogni volta.

Anche a distanza di anni, il celebre musical fra sacro e profano non perde il suo smalto, grazie al valore intrinseco delle musiche e ad un soggetto intrigante, che non dissacra la figura del Cristo, pur insistendo comunque sulla sua umanità. Penso e spero che sia un film per credenti e non credenti, proprio perchè valorizza aspetti di una comune umanità, e svolge un discorso non banale sul rapporto col sacro.

Se si fosse impossibilitati per qualsiasi ragione a vedere almeno una volta nella vita “Jesus Christ Superstar” a teatro, allora questa versione cinematografica risulta davvero utile: riesce a trasferire in maniera ottimale l’atmosfera del musical originale. Sicuramente la migliore performance è quella di Giuda, bravissimo sia come cantante che in generale come attore.

Ottima trasposizione cinematografica dell’opera rock teatrale di Lloyd Webber. La figura di Cristo viene mostrata durante la sua ultima settimana di vita. Lo sguardo della narrazione è quello di Giuda che, attraverso la messa in discussione delle parole del Messia, mostra la figura di Gesù come “umana” più che divina (Gesù nn compie alcun miracolo). Le location israeliane sono spettacolari e d’impatto. Un musical evergreen che lascia stampate nella mente i bellissimi brani e le suadenti voci che le interpretano: tra tutti Anderson e Neeley.

La più bella caratteristica del film è la mancanza di parti recitate a favore di un totale scorrimento di canzoni. Ottimo cantante Carl Anderson (tra l’altro morto qualche anno fa), che stupisce con un’interpretazione originale e più umana di Giuda. In generale il film mi sembra attempato e certe musiche sono abbastanza scontate, nonostante il grande successo del musical.

I don’t know how to love him.
What to do, how to move him.
I’ve been changed, yes really changed.
In these past few days, when I’ve seen myself,
I seem like someone else.
I don’t know how to take this.
I don’t see why he moves me.
He’s a man. He’s just a man.
And I’ve had so many men before,
In very many ways,
He’s just one more.
Should I bring him down?
Should I scream and shout?
Should I speak of love,
Let my feelings out?
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Don’t you think it’s rather funny,
I should be in this position.
I’m the one who’s always been
So calm, so cool, no lover’s fool,
Running every show.
He scares me so.
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Yet, if he said he loved me,
I’d be lost. I’d be frightened.
I couldn’t cope, just couldn’t cope.
I’d turn my head. I’d back away.
I wouldn’t want to know.
He scares me so.
I want him so.
I love him so.

dicembre 22, 2010 Pubblicato da: | Capolavori | , , , | 3 commenti

Tintorera!

Tintorera locandina

Steve/Esteban, ovvero Stefano in italiano è un ricco e nullafacente playboy che ama la bella vita e le belle donne.
In vacanza in una località esotica del Messico, decide di noleggiare uno yacht e si dedica a tempo pieno ai suoi hobby, ovvero la pesca e le donne, non disdegnando le feste alle quali viene invitato.
Conosciuta la bella Patrizia, la corteggia, non sapendo che la donna è appetita da Miguel, un giovane locale.
I due nonostante tutto diventano amici, ma la tragedia è dietro l’angolo.

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La ragazza improvvidamente decide di farsi un bagno di prim’ora e viene attaccata e sbranata da una gigantesca Tintorera, ovvero un esemplare femmina della razza squalo tigre.
Sarà proprio lo squalo il protagonista della storia, perchè divorerà allegramente lo stesso Miguel e altre persone che in qualche modo Esteban conosce.
Alla fine, stanco del massacro perpetrato dalla famelica Tintorera, il giovane si decide ad affrontarla nel suo territorio….

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Tintorera è uno dei tanti cloni del fortunato film di Steven Spielberg Lo squalo; non credo affatto sia un caso che il regista del film, René Cardona Jr. abbia deciso di dare il nome di Steve al protagonista omaggiando in qualche modo il grande regista americano.
Il guaio è tutto nell’assoluta fragilità della trama, che fa più acqua di quella che si vede nel film, che è davvero tanta.
A parte la splendida location e alcune apprezzabili sequenze girate sott’acqua e degne di visione non fosse altro per la bellezza dei paesaggi sottomarini, il film è di una nullità imbarazzante.

Tintorera 3

Scene gore, nudità e sesso a gogò sono in realtà i padroni assoluti del film e probabilmente lo specchietto per le allodole usato dal regista per richiamare pubblico, assieme al discutibilissimo utilizzo di sequenze in cui i poveri squali vengono maciullati senza pietà.
Una costante, quella di dipingere alcuni predatori del mare come feroci belve assassine, assolutamente indecorosa.
Orche, piovre,squali e persino pacifici e inermi capodogli vengono descritti, in alcuni film ad ambientazione marina nati all’indomani del travolgente successo dello squalo di Spielberg, come esseri indegni di vivere per la loro capacità distruttiva nei confronti dell’uomo.

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Il che è una vaccata senza precedenti; gli abitanti dei mari, con le loro leggi dettate dalla natura, attaccano l’uomo solo nel caso in cui si sentano in pericolo oppure quando hanno fame.
Non potendo andare in un supermercato a fare spesa, vanno visti nell’ottica di una natura con leggi ben precise, e non come assassini dei mari preda di irragionevoli pulsioni.
Cardona gestisce quindi un’operazione smaccatamente commerciale che non ha alcun pudore; la stessa sequenza finale, in cui Steve affronta la Tintorera e fa “giustizia” è l’aberrante conclusione di un film scoordinato, scombinato e parrocchiale.
Il cast è quanto di peggio si possa raccattare in ambito cinematografico e dispiace vedere la bella e brava Susan George, che tanto avevamo ammirato in Cane di paglia unirsi ad un cast che ignora anche i fondamenti della recitazione.

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In quanto al regista, Cardona Jr, scrittore e regista fertilissimo, con all’attivo oltre una sessantina di film, conosciuto in Italia per B movies come La notte dei mille gatti e Sette assassine dalle labbra di velluto, poche parole da spendere.
Autentico mestierante, utilizza il materiale che ha per le mani tirando fuori un’operazione biecamente commerciale nella quale spiccano solo le parti erotiche del film e le già citate parti acquatiche.

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Davvero troppo poco per degnare di una visione quant’anche distratta un pessimo prodotto come questo.
Tintorera, un film di René Cardona Jr. Con Susan George, Hugo Stiglitz, Fiona Lewis Titolo originale Tintorera! Killer shark. Drammatico, durata 126 min. – Messico 1977.

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Susan George – Gabriella
Hugo Stiglitz  – Steven
Andrés García – Miguel
Fiona Lewis – Patricia
Eleazar García – Crique
Roberto Guzmán – Colonado
Jennifer Ashley – Kelly Madison
Laura Lyons – Cynthia Madison
Carlos East -Il signor Madison
Priscilla Barnes -Prima ragazza al bar
Pamela Garner     – Seconda ragazza al bar
Erika Carlsson – Anita (as Erika Carlson)
Manuel Alvarado – Ufficiale

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Regia:René Cardona Jr.
Sceneggiatura:Ramón Bravo, René Cardona Jr.
Produzione: Gerald Green
Musiche: Basil Poledouris
Editing: Earle Herdan, Peter Zinner

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Uno dei tanti b-movie che hanno invaso le sale cinematografiche sull’onda del grande successo de Lo squalo, del film di Spielberg è decisamente uno dei parenti più poveri. E’ infatti costruito su una sceneggiatura di livello meno che mediocre e recitato (si fa per dire) da un gruppo di attori che non nobilita certo il mestiere. Unico pregio: le riprese sottomarine di discreto livello.

Deprimente come pochi. Sciatto, di una noia indescrivibile, con effettacci spinti a buon mercato e attori presi chissadove. Questa è una rapida sintesi di un filmetto che ha avuto la somma sfortuna di giungere fino a noi. Ci sono altri film, superiori a questo, che sono rimasti e rimangono inediti e si decide di distribuire certe cose. Questo è davvero incomprensibile. Da evitare assolutamente.

Ho rivisto questo film. Da piccolo certi particolari non rendono il giudizio: allora mi soffermai sul triangolo amoroso e sulla filosofia di vita praticata e sintetizzata dal connubio “donne e whisky”. Vita tra spiagge e festini, senza ansie e preoccupazioni: ma che bel film! Sì, bello schifo: massacro inutile di poveri pesci, raro squallore umano che porterebbe a chiedere di cambiare la titolazione di genere nel Davinotti: basta animali assassini, gli assassini sono solo gli uomini e qui non si può dire che è solo un film!

Il plot è quello de Lo squalo, il film è un Bmovie di forte impatto, che fa uso di splendide inquadrature subacquee, location esotiche da sogno e belle ragazze. Un erotismo pruriginoso pervade buona parte della pellicola, specialmente quella dei tre che si amano alla follia, ma non solo. La tintorera come gli squali abbondano ed incutono tensione. Gli ammazzamenti sono terribili, da citare il bagno di sangue del gruppo durante la notte e l’attacco ad un sub che viene tranciato in due. Bellissimo il main theme della voce femminile, in stile Abissi.

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dicembre 20, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , | 3 commenti

Lo sguardo dell’altro

Lo sguardo dell'altro locandina

“Era più di un anno che non ti prendevo in mano, caro diario; era stato il mio analista a chiedermi di confidarmi con te….”
Begonia (Begona con la cedilla in spagnolo) annota su un diario le sue esperienze, affidando alla carta e poi ad un traduttore che proietta anche immagini su una parete quello che è il suo pensiero interiore.
In effetti come la stessa donna annota, essa non ha alcuna voglia di conoscersi, come suggerito dall’analista quanto di farsi conoscere.
Begonia vorrebbe vivere libera da condizionamenti seguendo l’istinto, vivendo quindi una vita viscerale e senza limiti.
Ma come racconta, la testa le impedisce di attuare tutto ciò che sente:  “vorrei essere una vacca, piuttosto che una donna“, dice in un impeto di ribellione verso le convenzioni, verso i tabù e l’educazione che ne mortificano la libertà e le riducono fortemente il raggio d’azione.

Lo sguardo dell'altro 1

Lo sguardo dell'altro 2
Laura Morante

Apprendiamo tutto ciò nei primi minuti del film, che anticipano in qualche modo le azioni della donna, giustificandone i successivi comportamenti.
Nella vita di Begonia sfilano così uomini disparati e apparentemente poco interessati al suo io, quello che l’analista le consiglia di cercare con insistenza; la donna percorre così quasi in maniera incorporea una strada fatta di incontri casuali, come quello con Elio che da vero lupo solitario la immerge in atmosfere torbide e malsane, portandola in giro per accoppiamenti sessuali che in qualche modo appagano la donna fisicamente ma che le lasciano comunque un vuoto incolmabile a livello affettivo.
Una galleria di volti anonimi, di persone vuote che sembrano simulacri di esseri umani agitati da istinti bassi e abietti; come Ignazio, pittore di strani ritratti a sfondo psicanalitico che la coinvolge in pose al limite dello scabroso, come l’ex compagno di studi Santiago, che la coinvolge in festini hard.

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E poi Daniel, un giovane ben diverso dagli uomini che frequenta, un po poeta e un po idealista, che la corteggia sfoggiando sentimenti veri e autentici e che alla fine riesce a convincerla a compiere un passo che Begonia non vorrebbe fare ovvero sposarsi.
Begonia è incerta, titubante: lei è una ribelle per certi versi.
E’ la donna che durante il pranzo con la sua famiglia , mentre sua madre esalta il ruolo del marito appena scomparso dipingendolo come un uomo dalla sana moralità fedele e dedito alla famiglia, contesta tutto ricordando che suo padre è morto tra le braccia dell’amante durante un amplesso.
Può una donna così cambiare radicalmente la sua vita, violentare i propri principi e trasformarsi in una moglie, vivere quindi una realtà “normale”?

Lo sguardo dell'altro 4

Begonia ci prova, ma prima del matrimonio viene stuprata e durante l’atto resta incinta.
Sposa lo stesso il buon Daniel, ma inspiegabilmente torna dai suoi stupratori, sconvolgendo Daniel che la abbandona.
Begonia resta sola così con sua figlia: è una donna di nuovo libera, ma fino a che punto?
Lo sguardo dell’altro, film diretto da Vicente Aranda nel 1996 è un film ambiguo.
Forse più inconsistente che ambiguo.
Non è una differenza da poco.

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Perchè Aranda mostra un ritratto di donna in chiaroscuro in cui prevale nettamente la parte oscura, una donna che in nome di una libertà confusa sceglie di riscattarsi dai dubbi esistenziali, dalle angosce quotidiane, dal famoso “chi sono, da dove vengo, dove vado” infilandosi nei letti di chiunque, in una schizofrenica quanto inconcludente ricerca che la porterà alla fine ad essere sola come in partenza, anzi, più sola.
Perchè quella figlia che lei culla sul finale del film è l’unica nota positiva che ha ricavato fino a quel punto.
Ma è figlia di uno stupro, che lei ha subìto e sùbito dopo rivendicato quasi fosse un’esperienza positiva, e che invece l’ha privata dell’unico uomo che avrebbe potuto frenare quel suo inconscio essere autodistruttiva.
Il maggior limite del film sta proprio in questa contraddizione.

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Begonia è un essere incomprensibile, schizofrenico, agitato da mari tempestosi senza che venga spiegato il perchè di queste sue pulsioni.
E’ anticonformista, è vero, ma è anche borghese e convenzionale.
Il suo tentativo di liberarsi, di esprimere se stessa non attraverso un diario che in realtà dovrebbe avere lo scopo di aiutarla a conoscersi, ma attraverso esperienze estreme, in cui la donna appare vittima e carnefice in un ruolo però non subìto ma cercato, finisce per perdersi dietro un’inestricabile sequela di avventure sessuali che non possono in alcun modo aiutare a crescere.

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Begonia usa il suo corpo come uno strumento, poi come uno specchietto per le allodole, ricavando sempre e solo un risultato, ovvero una solitudine infinita.
Allora che senso ha l’agitarsi e il dimenarsi nei letti, lo sperimentare il sesso estremo se fin dal primo incontro appare chiaro che lei dona un qualcosa che gli uomini accettano volentieri ma che ricambiano in fin dei conti con una mancanza di rispetto assoluta per la sua persona, per il suo pensiero, per il suo essere?
Begonia è una donna intelligente ma appare come un essere uterino, guidato quindi solo da pulsioni sessuali che utilizza per sedurre, attrarre, senza però alla fine ricavarne nulla di tangibile.
Il grande equivoco e il grande limite del film in sostanza è questo.

Lo sguardo dell'altro 8

I borghesi sono tali perchè non sono afflitti dai problemi della gente comune, impegnata nella sopravvivenza quotidiana e alle prese con problemi più tangibili e immediati.
I borghesi hanno il superfluo, quindi si crogiolano come lucertole al sole in dinamiche incomprensibili, i pistolotti mentali che alla fine irritano chi non condivide quei problemi, diciamolo pure, assurdi e inutili.
Begonia quindi diventa una donna insoddisfatta della propria condizione che si ribella alla stessa grazie ai privilegi di cui gode, il lavoro, la famiglia borghese, la libertà individuale.
Che non ha dovuto conquistare, ma che le appartiene in virtù del ceto sociale di appartenenza.
E’ la donna a cui la vita non ha negato nulla: difatti non cerca se stessa, come l’intellettuale disperato che non riesce a trovare il filo d’Arianna della logica dell’esistenza.

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No, è soltanto una donna che gode delle proprie pulsioni, edonistica e ninfomane.
Un personaggio negativo in toto, che lo spettatore del film finisce per detestare man mano che la pellicola si contorce su se stessa, sfociando in momenti assolutamente da dimenticare, quali le risate durante il matrimonio o la resa visiva della sessualità della donna, che in fondo sembra essere davvero l’obiettivo di Aranda.
Ovvero, usando parole povere, una cartina di tornasole per giustificare il bel corpo nudo di Laura Morante esposto in tutti i modi.
Lei, Laura, da corpo ad un personaggio indimenticabile in senso negativo.
Antipatica, spocchiosa, finisce per caratterizzare tutte le lacune del personaggio amplificandole oltre modo e dando vita ad una interpretazione schizoide, che finisce per guastare ancor di più il poco di buono che si recepisce qua e là.
Peccato, perchè la Morante è non sola bella, ma anche decisamente al di sopra di quanto mostrato nel film.
Sconsiglio caldamente la visione di questo film che è opera masturbatoria sia a livello psicologico che visivo.

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Un’operazione fintamente intellettuale che innervosisce proprio per la sua pretestuosità e per il messaggio falsamente libertario che vuole trasmettere.
Lo sguardo dell’altro, un film di Vicente Aranda. Con Laura Morante, Miguel Bosè, José Coronado Titolo originale La mirada del otro. Commedia, durata 104 min. – Spagna 1997.

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Laura Morante    …     Begonia
Blanca Apilánez    …     Isabel
Alicia Bogo    …     Clara
Miguel Bosé    …     Santiago
Alonso Caparrós    …     Luciano
Berta Casals    …     Ragazza
Miguel Cazorla    …     Ragazzo
José Coronado    …     Elio
Miguel Ángel García    …     Daniel
Paz Gómez
Sancho Gracia    …     Ignacio
Pedro Miguel Martínez    …     Luis
Ana Obregón    …     Marian
Juanjo Puigcorbé    …     Ramon
Tema Sandoval    …     Yuyi
Nuria Solé    …     Moglie di Luis
María Jesús Valdés    …     Madre

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Regista:Vicente Aranda
Sceneggiatori: Álvaro del Amo, Vicente Aranda
Prodotto da Andrés Vicente Gómez e Carmen Martínez
Musiche originali : José Nieto
Fotografia : Flavio Martínez Labiano
Montaggio :Teresa Font
Costumi :Alberto Luna

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Avvincente film che lega un erotismo elegante ad una fantasia spolverata di fantascientifico. Splendida Laura Morante in ottima forma (in tutti i sensi). Devo dire di non aver mai amato il cinema spagnolo, ma in questa pellicola si viene piacevolmente sorpresi dalla scorrevolezza d’impianto che cancella la velata noia di una sceneggiatura un po’ sciocchina sul “doppio cosmico”; l’erotismo è calibrato, pensato alla francese, ma anche molto crudo ed esplicito. Tutto sommato un buon film.

Un film erotico d’autore caratterizzato da un’ottima regia e da ottime interpretazioni, tra le quali spicca quella di Laura Morante che con il suo lavoro ha dato vita ad una donna conturbante dall’animo peccaminoso: Begonia, scabrosa e desiderosa di uomini e ossessionata da questi. Crudo quanto basta per eccitarti.

dicembre 17, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , | 3 commenti

La padrona è servita

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Domenico Cardona, ex contadino diventato ricco come imprenditore, cafone e cialtrone, prende in affitto il piano terra di una villa di campagna, di proprieta’ di una contessa.
La villa è abitata da altre donne; ci sono le due figlie della contessa, una molto giovane l’altra attempata, entrambe non sposate, con la compagnia di Angela, vedova dell’unico figlio della contessa, Olga, sorella della contessa.
A loro va aggiunta la procace e disponibilissima donna di servizio, Sultana.

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Senta Berger

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Erika Blanc

La convivenza tra il rustico Domenico e il gruppo di donne, dopo un inizio difficile, per ovvia colpa delle differenti estrazioni sociali, sembra andare incontro ad una pacifica anche se forzata tolleranza.
A Domenico si aggiunge il giovane e timido nonchè inibito Daniele.
E’ Olga a dare il via ai tentativi di seduzione dei due maschi di casa; ci proverà senza fortuna con Domenico per ripiegare sul giovane Daniele, con il quale non consumerà però il fattaccio.

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La più giovane delle figlie della contessa prova anche lei, in tutti i modi, a iniziare il giovane alle delizie dell’eros, ma anch’essa senza successo.
Dopo esser passato attraverso la cameriera, per un breve e fugace amplesso, Daniele si invaghisce di Angela, donna all’apparenza sensuale e disponibile.
Il giovane riuscirà in qualche modo a iniziare la sua vita da adulto proprio con Angela, che lo sedurrà.

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Ma le cose vanno anche in maniera opposta a quanto desiderato dal giovane; la donna alla fine accetta, per calcolo, la corte di Domenico, lasciando nella disperazione il ragazzo, che decide così di allontanrsi e andare in America.
Un giorno però Domenico, dopo aver avuto un rapporto contemporaneo con Olga e con la zitella figlia della contessa, muore d’infarto dopo l’amplesso.

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Daniele torna a casa per regolare l’eredità paterna, e mentre si reca ai funerali, parla con la vedova del padre, che adombra la possibilità di un loro futuro rapporto.
La padrona è servita, film del 1976 diretto da Mario Lanfranchi, è una stanca commediola a sfondo simil erotico; in effetti, a guardare bene, è solo la trama ad essere licenziosa, perchè il film è decisamente casto e con qualche nudo fugace, fra i quali spicca un nudo posteriore della bella Senta Berger ripresa in lontananza.
Un film decisamente noioso, anche, svilito da una trama ormai logora, quella dell’iniziazione giovanile del solito imbranato ad opera di vogliose e mature donne, a cui si unisce l’altrettanto trito e ritrito provinciale arricchito che ambisce a ripulirsi dalla sua patina di rozza cultura sposando la solita nobile a corto di denaro.

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Con queste premesse il film non poteva offrire altro che la solita serie di gag legate al giovanotto che allunga le mani, alla solita pruriginosa ragazzina che tenta di mostrarsi più matura del reale, la solita procace cameriera pronta a cedere alle voglie dei padroni e quindi tutto il campionario classico della commedia minore sexy all’italiana.
Tra gli attori l’unica a mostrare talento, unito alla simpatia, è Erika Blanc, che interpreta da par suo la licenziosa, ai limiti della ninfomania sorella della contessa; male invece Senta Berger, spaesata e legnosa come non mai.
Maurizio Arena, che interpreta Domenico, riesce in qualche modo a definire il personaggio rozzo e incolto del contadino arricchito; ma è evidente il declino fisico dell’attore, lontanissimo dal personaggio del bello ma povero che l’aveva lanciato nel mondo del cinema.

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Sovrappeso, svagato, Arena contribuisce anche lui a dare un senso di grigiore generale al film, che si smarrisce tra una trama inesistente, battute e battutine da dimenticare, dialoghi abbastanza poveri, di una tristezza e di una pochezza disarmanti.
Opera quindi che va inserita di diritto nei B movies italiani della commedia sexy, nobilitata solo dalla simpatia di Erika Blanc, in questo caso penalizzata da una bizzarra acconciatura.

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La padrona è servita, un film di Mario Lanfranchi. Con Maurizio Arena, Senta Berger, Erika Blanc, Bruno Zanin Erotico, durata 91 min. – Italia 1976.

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La padrona è servita banner protagonisti

Senta Berger    …     Angela
Maurizio Arena    …     Domenico Cardona
Bruno Zanin    …     Daniele Cardona, il figlio
Erika Blanc    …     Olga

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Regia Mario Lanfranchi
Soggetto Mario Lanfranchi
Sceneggiatura Mario Lanfranchi, Pupi Avati
Produttore InterVision
Distribuzione (Italia) Agora
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Guido Josia
Costumi Maria Baroni

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dicembre 15, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , | Lascia un commento

Emanuelle in America

Emanuelle in America locandina

Sempre alla ricerca di scoop fotografici, Emanuelle questa volta si imbarca in una serie di avventure molto pericolose tra trafficanti di armi e orge veneziane, tra snuff movie e anche un principe africano che la vorrebbe in sposa e che non fa i conti con la bella reporter, troppo indipendente per accettare un legame fisso.
Emanuelle in America, terza opera dedicata alla reporter interpretata da Laura Gemser è il secondo diretto da Aristide Massaccesi con il suo abituale pseudonimo Joe D’amato.

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Laura Gemser

Segue il lusinghiero successo di Emanuelle nera Orient reportage girato nel 1975, mentre questo film è dell’anno successivo.
Joe D’Amato sceglie di mescolare più generi, creando un vero trademark che sarà la caratteristica peculiare di tutti i prodotti successivi; il cinema horror si mescola al thriller, al sexy fino al porno quasi estremo, rappresentato dalla famosa scena censurata in Italia della masturbazione di un cavallo, che verrà replicata in Caligola la storia mai raccontata, anche questo interpretato dalla Gemser.

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Discontinuo e disomogeneo, Emanuelle in America è un film molto forte a livello visivo, caratterizzato principalmente dall’inserzione, nella pellicola, di quello che sembra essere un vero e proprio snuff-movie, rappresentante scene di violenza eseguite da militari ai danni di alcune ragazze.
Scene ferocissime con sangue che scorre a fiumi, mutilazioni impressionanti, falli artificiali in metallo e ganci che straziano i corpi delle prigioniere.

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Scene rese quasi reali dall’abilità di D’Amato, che utilizzò una handy cam e che ebbe poi l’accortezza di rovinare la pellicola, dando alla stessa un senso di impressionante realtà.
La versione italiana uscì mutilata volontariamente dallo stesso regista, che sapeva perfettamente che non avrebbe mai superato la barriera censorea, mentre per il mercato estero vennero girate appositamente scene hard per un tempo di circa 10-12 minuti.
Scene che nulla aggiungono ovviamente all’economia del film, che appare caotico e sopratutto poco credibile.
Ma l’intento di D’Amato viene raggiunto a livello visivo, con un helzapoppin di immagini truculente mescolate ad una storia che se ha dalla sua l’assoluta incredibilità finisce per ammaliare lo spettatore, tutto preso anche dalla generosa esposizione delle forme delle belle protagoniste, ovvero Laura Gemser, Lorraine De Selle e Paola Senatore, entrambe alle prese con ardite sequenze saffiche recitate a turno con la affascinante Gemser.

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Quanto mai fascinose le location, tra le quali spiccano l’ambientazione veneziana, teatro dell’orgia in cui Emanuelle si trova ad accoppiarsi assieme a quasi tutti gli intervenuti fino al villaggio caraibico Chez Fabion nel quale molte mature signore si concedono svaghi (ovviamente sessuali) che danno loro l’illusione di restare giovani e desiderate.
Emanuelle in America non è un brutto film, ma sicuramente va inquadrato nell’ottica di Massaccesi tesa da un lato a glorificare il sesso e la trasgressione e dall’altro furbescamente a strizzare l’occhio verso lo spettatore ansioso di vedere valicato il confine tra l’erotico e il porno, che mai come in questa occasione diventa labile.

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Inutile parlare di recitazione dei vari protagonisti; tutto è corporeo, fisico.
La Gemser replica ancora una volta il personaggio che l’ha resa celebre, a cui è chiesto solo di essere se stessa, ovvero una seducente e affascinante creatura che pur non essendo una vamp emana un fluido erotico che ha poche rispondenze in altre attrici.

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Emanuelle in America, un film di Joe D’Amato. Con Gabriele Tinti, Paola Senatore, Roger Browne, Laura Gemser, Riccardo Salvino,Lorraine De Selle,Marina Frajese Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.

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Paola Senatore

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Lorraine de Selle

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Laura Gemser: Emanuelle
Paola Senatore: Laura Elvize
Gabriele Tinti: Alfredo Elvize, duca di Mont’Elba
Roger Brown: senatore
Riccardo Salvino: Bill
Lars Bloch: Eric Van Darren
Maria Pia Regoli: Diana Smith
Giulio Bianchi: Tony
Efrem Appel: Joe
Stefania Nocini: Janet
Lorraine De Selle: Gemini
Marina Frajese: donna sulla spiaggia
Rick Martino: gigolò
Vittorio Ripamonti: un Onorevole al Party di Venezia

Regia     Joe D’Amato
Soggetto     Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Sceneggiatura     Piero Vivarelli, Maria Pia Fusco, Ottavio Alessi
Produttore     Fabrizio De Angelis
Casa di produzione     New Film Production, Krystal Film
Distribuzione (Italia)     Fida Cinematografica
Fotografia     Aristide Massaccesi
Montaggio     Vincenzo Tomassi
Effetti speciali     Giannetto De Rossi
Musiche     Nico Fidenco
Scenografia     Marco Dentici, Enrico Luzzi
Costumi     Luciana Marinucci
Trucco     Maurizio Trani

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Noto per aver portato l’azione nel mondo degli “snuff-movie”, il film è forse fra i peggiori della serie. In questo caso, curiosamente, Emanuelle assume con pedante regolarità un atteggiamento antipatico nei confronti dei suoi interlocutori, il che la rende sgradevole allo stesso spettatore.

Molto superficiale nella sua ipocrita denuncia su certo traffico (femminile) umano, che si favoleggia qui raggiungere punte estreme quali il leggendario snuff. Massaccesi inanella tutta una serie di avventure intersecantesi tra loro, atte a mostrare (e demolire) i tabù dell’epoca, tipo l’incredibile scena di zoofilia tagliata nella versione soft. La Gemser, nei panni della cinica giornalista che dà il nome alla serie di pellicole, si muove con fare distaccato. Per fortuna il regista è qui al suo massimo ed infonde un ritmo notevole al girato.

Nuova avventura cosmopolita per la Gemser che, in missione giornalistica tra una seduzione e un amplesso, giunge ad aprire per un attimo la porta proibita dello snuff: D’Amato si arresta al versante erotico, ma – a differenza del precedente capitolo – avverte già l’esigenza di contaminarlo con altri generi. Tra le starlets non accreditate, nella villa con piscina di Bloch sfilano la Verlier, la Lay e la De Salle; in quella della coppia Tinti-Senatore è ospite la Gobert.

Uno dei migliori della serie apocrifa, se non il migliore. Le vicende della bella fotoreporter Emanuelle in giro per il mondo sono il pretesto per vedere scene erotiche dirette e montate con gusto dallo specialista del genere Joe D’Amato. Lo stesso non si può dire delle scene presenti nella versione hard, girate alla bell’e meglio ed incollate al resto del materiale con bruschi stacchi… Comunque nella versione soft il film ha anche più ritmo e rimane una visione consigliabile. Ottime le musiche di Nico Fidenco.

La Gemser buca lo schermo, il film trafora le sacrosante. Non bastano i fiacchi inserti hard per impedire alle mandibole di slogarsi in ripetuti sbadigli. Ammetto di essermelo sciroppato solo per l’elemento snuff e mi tolgo il cappello davanti a De Rossi e Trani. Buttare alla discarica il resto.

Tra i migliori della serie apocrifa. La storia e i dialoghi naturalmente sono quello che sono (anche se l’elemento snuff è curioso) ma la regia di Massaccesi rende il film godibilissimo. Sul versante erotico le scene soft sono ottime (tra le migliori mai viste in un erotico italiano) mentre quelle hard spesso sono parecchio squallide (specie per alcuni attori in evidente imbarazzo). Ottimi gli effetti speciali all’interno dello snuff e bellissima la colonna sonora di Fidenco.

Emanuelle (una M per copyright) è mischione del personaggio di Jaeckin, 007 e Blow Up; cose che andavano di moda all’epoca. La Gemser, bellissima di Giava (no comment), si districa tra letti e location diverse e risolve varie situazioni, tra cui un traffico di gigolò. L’ipocrisia del tutto è così conclamata che il film è suo malgrado divertente per la faccia tosta di ciò che si dichiara e ciò che invece si vede. Grandioso il tavolino a forma di Marlboro, capolavoro di pubblicità occulta. Spazzatura professionale.

Il tentativo, coraggioso, di Aristide Massaccesi di dare istituto al crossover tra sesso e violenza è ben estremizzato, mentre la storia forse è un pretesto o forse è lo spunto migliore per mostrare il resto. La versione estesa è hardcore, seppure con poche scene girate anche male, ma non è questo il punto. Di erotismo d’autore non se ne parla, ma quello proposto è senza dubbio meno noioso e più intrigante. La parte forte è quella del filmato snuff: super rivoltante e disturbante, quindi fatto benissimo. La sintesi di tutto: è un film di Joe D’Amato!

Essendo un film erotico si può affermare che sia indubbiamente piuttosto piacevole e accompagnato da belle musiche, poi l’inserimento della storia degli snuff movie aggiunge ancora qualcosa in più a questa pellicola ben diretta dal grande Joe D’amato. Indubbiamente uno dei migliori della serie.

Primo film a innestare nella serie, accanto agli ingredienti già consolidati, anche quegli elementi thrilling e violenti che caratterizzano più peculiarmente lo stile del regista (celebri le sequenze dei finti snuff-movie all’interno del film). Ma è anche(e forse è soprattutto per questo che passa alla storia) il primo a contenere scene hard (a dire il vero un po’ acerbe e non troppo disinvolte) destinate alle versioni estere (e oggi abbondantemente recuperate in home video). Mezzo pallino in più per il valore storico e documentario.

Terzo episodio della saga di Emanuelle Nera, uno dei migliori. Joe D’Amato imprime la svolta decisiva alla serie e introduce elementi orrorici (il celeberrimo finto snuff) che si alternano alla commedia, all’erotico e alla pornografia. Scene hard esplicite vedono protagoniste Marina Lotar, Cristina Minutelli e Maria Renata Franco (che si lancia addirittura in una scena di zooerastia). Il tripudio di starlettes a contorno (tra cui giova ricordare Paola Senatore e Lorraine De Selle) e le ottime musiche di Fidenco completano il quadro. Da vedere.

Probabilmente il più famoso dei capitoli della saga, grazie allo “snuff” che in effetti per realismo e crudezza rappresenta un momento fra i più significativi del nostro cinema di genere. Per il resto è il film in cui il personaggio di Emanuelle prende definitivamente forma, con il Massaccesi-style che giunge a compimento in situazioni che poi saranno più o meno replicate nei capitoli successivi e non risultano particolarmente noiose pur nella inconsistenza complessiva della trama.

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dicembre 13, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , , | Lascia un commento

La chiesa

La chiesa locandina

In pieno medioevo, un gruppo di cavalieri crociati scopre un villaggio abitato da gente che pratica la stregoneria; senza alcuna pietà, i cavalieri massacrano tutti, donne anziani e bambini, gettando i loro corpi in una fossa comune (alcuni sono ancora vivi) e coprendo il tutto con della terra e della calce.
Un vecchio sacerdote fa sigillare il posto, abbattendovi una grande croce: sul posto sorgerà una cattedrale consacrata a Dio, struttura destinata a contenere il male nascosto sotto di essa.

La chiesa 15

Nei giorni attuali Evald, un bibliotecario assunto dagli organi ecclesiali per riordinare la biblioteca della cattedrale che è stata costruita durante le vicissitudini su descritte, si imbatte in un antico manoscritto che accenna agli avvenimenti.
Aiutato da Lisa, una giovane e bella restauratrice con la quale Evald instaura immediatamente una relazione, si getta a capofitto con poca cautela nella ricerca del posto su cui venne apposta la prima pietra della cattedrale stessa.
Rimossa la croce dal pavimento, Evald scatena le forze infernali custodite e tenute a freno proprio dalla croce, finendo per subire un fenomeno di possessione, che si estenderà a macchia d’olio all’interno della chiesa.

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Dove nel frattempo si sono radunate diverse persone, fra le quali fedeli in preghiera, una scolaresca in gita d’istruzione all’interno della cattedrale, alcuni appartenenti ad una troupe che si appresta a girare un book fotografico pubblcitario.
Evald, posseduto, infetta un sagrestano; sconvolto dalle visioni demoniache che gli fanno vedere il proprio corpo come devastato da una malattia simile alla lebbra, l’uomo si rifugia nei sotterranei e si uccide, versando sangue proprio sul meccanismo che serviva in origine per sigillare la chiesa.

La chiesa 13

La struttura si chiude ermeticamente, imprigionando tutti coloro che sono al suo interno; l’unica a poter penetrare e uscire dalla chiesa è la giovane Lotte, che conosce alla perfezione i sotterranei della chiesa, che utilizza di volta in volta per allontanarsi dalla cheisa stessa.
Lotte infatti è la figlia del sagrestano, ormai morto e che ha originato lo scatenarsi degli eventi.
Che precipitano.
Evald posseduto si trasforma in un caprone, immagine terrestre e incarnazione del demonio e si accoppia con Lisa durante una cerimonia satanica, davanti ad alcuni dei presenti nella chiesa anch’essi posseduti.
La morte corre nella struttura, dove sono tanti a cadere vittima delle allucinazioni provocate dai demoni.
L’unico a mantenersi lucido è padre Gus, un giovane prete di colore, che ha intuito quello che sta accadendo conversando con il Reverendo, priore della chiesa.

La chiesa 12

L’uomo infatti è al corrente dell’antica maledizione e sfugge ad essa lanciandosi nel vuoto.
Sarà padre Gus a far crollare la struttura agendo su un meccanismo creato appositamente per evitare lo scatenarsi dei demoni.
Lotte è l’unica superstite, e….

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La chiesa, regia di Michele Soavi, uscito nelle sale nel 1989, è uno dei migliori prodotti italiani nel campo dell’horror ed arriva in un periodo di grandissima crisi del cinema.
Grazie alla sceneggiatura di Dario Argento, Soavi riesce a costruire un’atmosfera che integra alla perfezione gli stilemi dell’horror con il gotico anni 60/70, aiutandosi con i trucchi speciali e servendosi di un cast bene assortito, privo di grandi nomi ma assolutamente in grado di rendere bene i vari personaggi; fra gli interpreti spicca una giovanissima Asia Argento, nei panni di Lotte.

La chiesa 10

Molto curata l’ambientazione e la fotografia, mentre la storia si dirama con credibilità, cosa abbastanza rara nei film del genere horror.
A rendere il tutto abbastanza credibile è principalmente la mancanza dello splater fine a se stesso: le scene di sangue pur essendo presenti, non sono mai truculente oltre il necessario.
La chiesa è quindi un horror ben fatto e ben diretto da Soavi, regista assolutamente capace e padrone del mezzo tecnico.

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Asia Argento è Lotte

Soavi, che in seguito dirigerà il buon DellaMorte DellAmore tratto dal fumetto Dylan Dog, si specializzerà fiction televisive, diventando uno dei registi più ricercati e capaci.
In definitiva, un film da gustare, per recuperare le atmosfere horror argentiane, a cui palesemente il regista si ispira e sopratutto per restare avvinti da una narrazione una volta tanto priva di grosse pecche.

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La chiesa 8

La chiesa, un film di Michele Soavi. Con Micaela Pignatelli, Barbara Cupisti, Feodor Chaliapin jr, Asia Argento, John Karlsen, Feodor Chaliapin, John Richardson, Tomas Arana
Horror, durata 102 min. – Italia 1989.

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Tomas Arana: Evald
Barbara Cupisti: Lisa
Feodor Chaliapin Jr.: Canonico
Asia Argento: Lotte
Hugh Quarshie: Padre Gus
Antonella Vitale: Barbara
Giovanni Lombardo Radice: Reverendo
Roberto Caruso: Freddie
Roberto Corbiletto: Sacrestano
Alina De Simone: Madre di Lotte
Olivia Cupisti: Mira
Gianfranco De Grassi: Accusatore
Claire Hardwick: Joanna
Lars Jorgensen: Bruno
John Karlsen: Heinrich
Katherine Bell Marjorie: moglie di Heinrich
Riccardo Minervini: Scolaro
Enrico Osterman: Torturatore
Micaela Pignatelli: Fotografa
Patrizia Punzo: Signorina Bruckner
John Richardson: Architetto
Matteo Rocchietta: Giovane scolaro
Michele Soavi: Poliziotto

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Regia     Michele Soavi
Soggetto     Dario Argento, Franco Ferrini, Dardano Sacchetti (non accreditato), Lamberto Bava (non accreditato)
Sceneggiatura     Dario Argento, Franco Ferrini, Michele Soavi
Produttore     Dario Argento, Vittorio Cecchi Gori
Casa di produzione     A.D.C., Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica, Reteitalia
Fotografia     Renato Tafuri
Montaggio     Franco Fraticelli
Effetti speciali     Renato Agostini, Sergio Stivaletti
Musiche     Goblin, Keith Emerson
Scenografia     Massimo Antonello Geleng
Costumi     Maurizio Paiola
Trucco     Rosario Prestopino, Franco Casagni, Laura Borselli

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Delusione. Meglio Deliria, per nerbo, sceneggiatura e compattezza narrativa, qui assolutamente latitante. Quadri umoristici degni del peggior Argento (a parte la “testa” di Karlsen). Il film raggiunge la sufficienza (ma non va oltre) in virtù delle capacità registica e visionaria. Su tutto troneggiano Bosch e il Lang di Metropolis, pesantemente (ahinoi) contaminati da Indiana Jones e Il nome della rosa. Personaggi che entrano e spariscono: Asia è fra gli attori migliori, il che la dice lunga sugli altri.

Molte le similitudini con Inferno, e considerato che soggetto e sceneggiatura portano la firma di Argento (qua produttore), c’è da supporre che il tutto non sia certo casuale. In Inferno il custode del segreto della struttura dell’edificio maledetto era l’architetto Varelli: qui, in questo nuovo “antro per l’inferno” che è rappresentato dalla Cattedrale, lo stesso interprete (Feodor Chaliapin) è il titolare della sapienza nascosta che è celata nei sotterranei della Chiesa. Grande regia di Soavi, influenzata dai dipinti di Hieronymus Bosch.

Notevole anche se non completamente dispiegato nelle sue potenzialità, il figlio illegittimo di Demoni è uno degli ultimi horror della felice stagione eighties italiana, con molte idee (seppure a volte confuse), un discreto ritmo, una regia all’altezza. Splendida la parte iniziale, notevoli squarci visionari, qualche gustoso momento cartoonistico (la campana… ). La palla al piede è quella tipica del periodo e che diventerà la maledizione del nume tutelare Argento: i veri mostri sono gli attori.

L’idea di partenza era interessante, l’ambientazione affascinante e piuttosto originale. Peccato che a queste ottime premesse siano seguiti risultati un po’ deludenti. Questo perché, a mio avviso, sarebbe potuto essere un grandissimo film ed invece ne è venuta fuori una pellicola appena discreta. Il meglio sono le belle invenzioni visionarie, il peggio la sceneggiatura firmata da Ferrini e Argento (la scrittura non fa proprio per il regista romano). In ogni caso un film gradevole e a tratti gustosamente splatter.

Secondo me il film dà il suo meglio nel prologo iniziale ambientato nel medioevo. Se fosse continuato così sarebbe stato un capolavoro, invece finito quello si va progressivamente peggiorando. Nonostante l’ambientazione tetra e gotica della chiesa che crea una bella atmosfera, il film perde di interesse, con delle trovate piuttosto discutibili e scontate. Peccato. Occasione mancata.

Soavi non sfrutta male la possibilità che gli viene offerta e dirige in maniera diligente un film che sarebbe potuto essere di Argento, cercando di farlo come il suo maestro avrebbe fatto e riuscendoci in parte. Anche se a tratti manca la visionarietà di Dario, la storia è abbastanza ben scritta e il fascino della cattedrale gotica è tale da rappresentare un interprete aggiunto del film. Anche Asia Argento, ancora acerba, regala (stranamente) una prova dignitosa e alcune scene sono decisamente suggestive.

Visivamente è piuttosto appagante, a conferma del talento visivo di Michele Soavi. Il regista riesce a creare ottime atmosfere, dimostrando di saper essere fantasioso, evocativo e abile nel saper sfruttare a dovere il fascino dell’ambientazione (una cattedrale gotica). A latitare è la storia – peraltro firmata da Dario Argento – confusionaria e frammentaria, pur se sostenuta da un ritmo discreto. Vedibilissimo ma altalenante.

Segreto, templare e diabolico mistero. Il demone è immaginato e mostrato in una dimensione più complessa del solito: è poco moderna, solo moderatamente violenta, ma di elevato fascino. Chiaramente protagonista, l’edificio si impone inghiottendone i suoi abitanti, quasi per divertimento. Non fosse per la maledizione, si potrebbe anche parlare di un gioco, una sorta di labirinto (o di cubo antico) chiuso, non difficile da scoprire ma impossibile da sopportare. La direzione è scaltra, capace di sopperire con le immagini a qualche lacuna nella sceneggiatura.

Mi aspettavo di più da questo horror, dato che alla sceneggiatura c’era un certo Dario Argento. La storia lascia spazio a molta suspence e la regia di Soavi è discreta, però purtroppo gli attori non sono alla “portata” del film. I Goblin hanno fatto di meglio…

Horror che non delude, dato che sa coinvolgere. Una trama ben studiata dal regista Michele Soavi e da Dario Argento (che qui lo presenta facendogli una diretta pubblicità). A tratti sembra un po’ banale, ma dopotutto è un’opera che non addormenta. Iniziando dal medioevo fino ai giorni nostri. Non c’è un vero protagonista e non c’è un diretto antagonista. Buona storia.

A detta di chi lo ha realizzato, il risultato finale del film è molto diverso delle aspettative; non so quali fossero le aspettative ma il film è un buon gotico ambientato nei meandri di una cattedrale bellissima, che già da sola contribuisce a dare fascino alla pellicola. Alcune incertezze degli attori e in particolare la prova della Vitale, molto più brava in altre occasioni che qui, probabilmente ledono in parte le ottime premesse. Brava la Argento.

Ancor più che nel successivo La setta, Soavi dimostra in questo film di aver ben appreso la lezione di Argento nel creare atmosfere morbose e macabre, e di possedere un linguaggio cinematografico di tutto rispetto. “La chiesa” ha una sceneggiatura lineare, un ritmo serrato, il classico tema dell’assedio: tutti elementi ben risolti attraverso la facilità di ripresa del regista. Uno dei migliori horror italiani per classicità d’impianto e soluzioni visive.

In un clima di grande libertà espressiva, Soavi realizza con inaspettate qualità registiche e autentico spirito creativo, un gran bel horror, gotico, progressive, misterioso ed inquietante, tra Angeli e Demoni, Il Nome della Rosa e il Codice da Vinci. Visivamente curatissimo ed affascinante ma non solo, anche ricco di magia e di suggestive citazioni, dai Cavalieri teutonici all’alchimia di Fulcanelli e del suo Mistero delle Cattedrali, dai dipinti di Bosch alle sonorità di Philippe Glass. Sorprendente!

Quando la Argento è l’attrice meno peggio del film, c’è qualcosa di sbagliato. La Chiesa è un susseguirsi di deliri pseudosatanisti, scene tra il grottesco e il surreale e una pletora di attori ignobili. Peccato perché l’idea di partenza non era da buttare, ma tra un montaggio infame e la regia del discretamente incapace Soavi, risulta a malapena interessante. Impossibile da prendere sul serio e probabilmente il film stesso non ha intenzione di esserlo. D’altronde in origine era Demoni 3… Lasciamo stare il “doppiaggio”, meglio ascoltare i Goblin.

Dopo qualche battuta ci si accorge che la pellicola è quasi totalmente priva di storia. Le scene si susseguono in maniera estemporanea senza un filo logico. E non è solo colpa di un montaggio scadente ma soprattutto di una sceneggiatura ridotta all’osso e di una regia che non ha le idee chiare ed avanza a tentoni. Realtà e fantasia si accavallano fino a confondere lo spettatore, rendendo inutile cercare di capire il chi, come o perché. Ennesima pellicola (pseudo) horror tirata su alla men peggio, in cui Argento fa lo specchietto per le allodole.

Avrebbe dovuto essere il terzo episodio della saga di Demoni e sicuramente il peggiore della serie. La colpa è soprattutto di una sceneggiatura che compendia in maniera esemplare i peggiori difetti di Dario Argento: dialoghi tremendi che servono unicamente a collegare una scena con un’altra; trama confusionaria piena di buchi e “salti”; momenti di ridicolo involontario; personaggi che appaiono e svaniscono senza motivo; mancanza di qualunque spessore nei personaggi. La suspance è inesistente e Soavi alterna momenti di ottima inventiva ad altri di mediocre banalità registica.

Gioiellino dell’horror italiano e soddisfacente per gli appassionati del genere. Michele Soavi, con questo film calustrofobico e labirintico, conferma di avere una certa padronanza degli effetti visivi e di possedere un vero talento registico (almeno in questo genere) da non invidiare l’Argento a cui si ispira. Asia Argento è alle sue “prime armi” e già convince nei panni di una bella ragazzina comune degli anni ’80.

Film più che deludente. C’è poco da dire. Dispiace perché dalla testa di Dario Argento era uscita una grandissima idea, che praticamente è risultata nulla. Michele Soavi non è il sopracitato e lo si intuisce fin dalla prima scena. I Goblin sono l’unica nota d’interesse…

Al secondo lungometraggio, Soavi tenta di rimodernizzare il genere gotico nostrano, con qualche spunto d’interesse generale e un buon cast di supporto (inclusa Asia Argento, che stavolta riesce a non farsi detestare). Tuttavia, ciò che rende il regista anonimo è la similitudine di linguaggio che lo lega, senza ombra di dubbio, a veterani come Dario Argento e Lamberto Bava, con i quali ha in comune non solo la passione per l’horror, bensì una regia televisiva che, addirittura, vieta al pubblico l’immedesimazione nell’intreccio.

dicembre 9, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , | 3 commenti

Volere Volare

Volere volare locandina

Maurizio è un giovane e timidissimo collezionista di rumori, nonchè doppiatore di cartoni animati e a tempo perso rumorista per film porno.
Suo fratello infatti gestisce una ditta che si occupa proprio di doppiaggio di questo particolare genere di pellicole.
La vita del giovane va fatalmente a incorciarsi con quella della stravagante Martina, un’assistente sociale impegnata con gente dalle particolarissime condizioni più psicologiche che sociali.
Assiste infatti, a turno, una coppia di squinternati gemelli architetti affetti da voyeurismo; lei li accoglie in casa completamente nuda e fà assistere all’impassibile duo a tutte le fasi della sua vestizione.
Non solo; tra i particolari pazienti c’è anche un cuoco con l’hobby di trasformarla di volta in volta in un piatto diverso (nella scena principale Martina viene ricoperta di cioccolato fondente), c’è un tassista esibizionista e spericolato, c’è un segretario che utilizza la fotocopiatrice per copiare particolari anatomici femminili e via dicendo.
Martina prova subito attrazione per lo strano Maurizio, e decide di accettare un invito a cena da parte sua.
Ma durante la cena, Maurizio si rende conto che il suo corpo sta trasformandosi in un cartoon; le sue mani, infatti, si staccano da corpo e iniziano una vita a se stante.

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I due architetti gemelli che osservano in silenzio Martina

L’uomo fugge, ma attratto da Martina, accetta un nuovo invito a cena della donna; lei reca con se la sua amica Loredana, una ragazza alla ricerca di un uomo ricco mentre lui porta con se suo fratello.
Maurizio vede completare la sua trasformazione mentre è davanti ad uno specchio: ora è completamente un cartone e come tale apparirà a Martina nelle sequenze finali.
La donna, nonostante tutto, resta con lui.

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La divertente sequenza del cuoco fissato con le decorazioni dal “vivo”

Volere Volare, diretto da Maurizio Nichetti nel 1991 è un film che integra figure umani e interagisce con i cartoon, anche se in maniera estremamente limitata.
Infatti solo nella parte finale, quando la figura di Maurizio si trasforma velocemente in un cartoon, assistiamo a qualche effetto di interazione sulla falsariga di Roger Rabbit.
Ovviamente l’intento del film è completamente diverso da quello di Zemeckis: siamo di fronte ad una storia d’amore, anche se bizzarra e ad un discorso di più ampio respiro che però resta allo stato latente.

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Maurizio Nichetti, regista e attore nel film

Il film soffre di una carenza di sceneggiatura credibile, incentrato com’è nel mostrare la vita di Maurizio, alle prese con il suo lavoro di collezionista/raccoglitore di suoni.
Più divertente, anche se estremamente surreale, la parte che riguarda Martina, alle prese con strambi personaggi che farebbero la felicità di uno psichiatra: divertenti sopratutto le fasi che vedono la donna alle prese con i due gemelli guardoni, con i coniugi tendenzialmente necrofili e con Maurizio, con il quale ha un rapporto che definire stralunato è davvero limitativo.
Per buona parte del film assistiamo ai goffi tentativi di Maurizio di agganciare la donna, ai suoi ancor più stravaganti tentativi di raccogliere suoni particolari (divertente la scena della culla, con la madre che esce da un negozio e si trova davanti un microfono che sembra un’arma extraterrestre)

La parte migliore è ovviamente quella finale, ma giunge troppo tardi, anche se il film resta comuqnue gradevole.
Nichetti occupa troppo la scena mentre la Finocchiaro, stralunata al punto giusto è la migliore è più credibile.
Costretta dalla sceneggiatura a girare quasi sempre nuda, se la cava con eleganza pur essendo agli antipodi rispetto ad una delle tante stelline dai corpi rifatti e dalle forme abbondandi.

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La trasformazione completa è avvenuta

Magrissima, senza seno, la Finocchiaro è davvero la donna qualunque messa in scena e inseguita da un essere assolutamente comune (anche se non proprio un esempio di normalità) come Maurizio.
Nel cast figurano anche un giovane Patrizio Roversi, già incline alla pancetta ma assolutamente simpatico, la bella Mariella Valentini e Renato Scarpa.
Se non è una pellicola memorabile, Volere Volare riesce però a non annoiare e strappa qualche sorriso grazie alla surrealità di alcune scene.

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La più divertente è il doppiaggio del film porno che Maurizio fa associandogli una colonna sonora di suoni assolutamente incongrui con una pellicola di tale fatta, così come ben riuscita è la sequenza finale con Maurizio ormai ridotto ad un cartoon che volteggia per la stanza in preda all’eccitazione (ancora Roger Rabbit)
All’inizio del film, quando in casa di Martina arrivano i due gemelli guardoni, si ascolta in sottofondo la musica che introduceva in Tv i film di Alfred Hitchcock…

Volere volare, un film di Maurizio Nichetti, Guido Manuli. Con Mariella Valentini, Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Patrizio Roversi, Remo Remotti, Massimo Sarchielli, Lydia Biondi, Renato Scarpa, Osvaldo Salvi, Mario Gravier, Luigi Gravier, Enrico Grazioli, Mario Pardi
Commedia, durata 95 min. – Italia 1991.

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L’inizio della trasformazione

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Le mani diventano autonome…

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Patrizio Roversi è Patrizio

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Angela Finocchiaro e Mariella Valentini

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Volere volare banner ersonaggi

Ianniello Amerigo : il cacciatore del film porno
Lidia Biondi : necrofila
Nathalie Brandenburg : ragazza 4 doppiatrice del film
Adriana Canese : terza ragazza film porno
Andrea Cavalli : primo cameriere
Valeria Cavalli : passante
Laura Celoria : seconda ragazza film porno
Rocco Cosentino : secondo commesso ferramenta
Sergio Cosentino : primo commesso ferramenta
Stefano Dondi : secondo cameriere
Angela Finocchiaro : Martina
Luigi Gravier : architetto gemello 1
Mario Gravier : architetto gemello 2
Enrico Grazioli : tassista sadico
Patrizia Guzzi : ragazza film porno
Aldo Izzo : secondo cliente ferramenta
Franco Maino : primo cliente ferramenta
Riccardo Magherini : cliente negozio spose
Maurizio Nichetti : Maurizio
Pierluigi Nobile : capo cameriere
Francisca Oehme : ragazza doppiatrice film porno
Rosanna Olmo : ragazza doppiatrice film porno
Mario Pardi : rapinatore masochista
Remo Remotti : professore bambino
Patrizio Roversi : Patrizio
Osvaldo Salvi : necrofilo
Massimo Sarchielli : cuoco
Renato Scarpa : impiegato fotocopie
Maria Rosaria Secci : cliente negozio spose
Regina Stagnitti : prima ragazza film porno
Giuseppe Tosca : terzo cliente ferramenta
Simone Triet : ragazza doppiatrice
Mariella Valentini : Loredana

Volere volare banner cast

Regia: Maurizio Nichetti e Guido Manuli
Soggetto: Duccio Faggella, Maurizio Nichetti e Guido Manuli
Prodotto da: Silvio Berlusconi, Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori, Ernesto Di Sabro
Musiche: Manuel De Sica, Peter Westheimer
Film Editing : Rita Rossi
Costumi: Maria Pia Angelini

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Buona idea, registi adorabili, interpreti all’altezza (Finocchiaro impagabile e Valentini che rifà la Quattrini), ma risultato inferiore all’attesa. Troppo lunga la premessa, perché il film quasi comincia solo con la cena a 4. Non che prima nulla sia successo, ma le lateralità al filo conduttore, magari graziose, l’hanno indebolito, affievolendo così la presa sullo spettatore. Peccato. Mille citazioni: Ratataplan, The fly, Telefoni bianchi, Blow out, Halloween 3, Roger…

Viaggia a briglia sciolta la fantasia di Maurizio Nichetti, tanto da trasformare il protagonista di questo film nella figura libera e fantasiosa per eccellenza, un cartone animato. Film a tecnica mista come avviene spesso per i film americani è un’opera dalle tante trovate visive, ma non è altrettanto brillante in fase di sceneggiatura, nella quale, oltre alla trovata iniziale, succede poco o nulla, nonostante lo sforzo del suo autore e la bravura e simpatia degli interpreti.

Certo non è un film dal ritmo vertiginoso, ma rimane bello da seguire anche con le sue pause. Al di là del discorso tecnico, che comunque funziona a dovere, c’è da dire che Nichetti e Guido Manuli hanno sviluppato il film a partire da un’idea intelligente; in più si ride, magari non a crepapelle ma si ride. Nichetti come attore è bravo, ma la Finocchiaro qui è suprema, sia nuda che vestita. Remo Remotti riprende quasi il personaggio che aveva in Sogni d’oro.

Tentativo italiano non del tutto riuscito di coniugare cinema d’animazione ed attori in carne ed ossa. L’idea non sarebbe malvagia ma a mancare sono la sceneggiatura (troppo debole), il ritmo (poco scoppiettante) e conseguentemente il divertimento. Nichetti e la Finocchiaro sono simpatici ma il meglio è rappresentato proprio dagli aspetti tecnici della pellicola.

Commedia simpatica e intelligente anche se la trama tende troppo al favolistico. Gli spunti vengono essenzialmente dalle performance di Nichetti e della Finocchiaro, il contorno vale poco. Lui fa il rumorista di cartoni animati ed è divertente vederlo all’opera con gli attrezzi del mestiere. Lei fa l’assistente sociale senza troppe inibizioni. Quando si incontrano, lui comincia a immedesimarsi in un cartone. Peccato che siamo già verso la fine della pellicola. Brava lei, anche in salute, mentre Nichetti al centro della scena dopo un po’ stanca.

La Finocchiaro è pagata per soddisfare le perversioni della gente, Nichetti è un doppiatore di cartoni animati che va in giro a campionare nuovi suoni; le vite dei due si uniscono ma proprio nel momento in cui Nichetti si sta per trasformare in un cartone animato. Film lento, con trovate che non fanno ridere, con la Finocchiaro quasi sempre mezza nuda neanche fosse un sex symbol, Nichetti ripetitivo e stancante. Storia con poco senso. Belli gli effetti visivi nonostante gli anni passati, ma nel contesto è tutto un po’ squallido e poco divertente.


 

dicembre 6, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

La governante

La governante locandina 2

La famiglia Platania è un nucleo famigliare che ruota attorno alla figura del patriarca Leopoldo, rimasto vedovo e che vive con suo figlio Enrico, sua nuora Elena, i due nipotini e una domestica che asseconda le bizzarrie e le volontà di tutta la famiglia, una bella e ingenua ragazza siciliana di nome Jana.
Il gruppo vive una vita rispettabile, con Leopoldo che fa la vita del pensionato, dedicandosi principalmente a se stesso, mentre suo figlio Enrico dedica gran parte del suo tempo alle donne; Elena, una donna scioccherella con pretese di essere una intellettuale, accetta la corte di uno scrittore, peraltro molto discreta, ma in maniera platonica.
Il collante della famiglia è la religiosità, che viene ostentata in primis da Leopoldo; una religiosità di facciata, che prende dal cattolicesimo solo alcuni dettami, trascurando quelli che sono viceversa i fondamenti della religione stessa, la carità, l’altruismo ecc.

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Martine Brochard e Agostina Belli

Tutto verrà messo in discussione, incluso le vite dei singoli famigliari il giorno in cui arriva dalla Francia l’affascinante Catherine, con il compito di fare da governante e istitutrice; la donna ben presto entra in conflitto con Leopoldo proprio in materia di religione.
In una lunga discussione con lo stesso, Catherine rimprovera all’uomo proprio la religiosità esteriore, ostentata ma non praticata.
La donna dal canto suo ha un segreto che non rivela alla famiglia che la ospita; è scappata dalla Francia dopo il suicidio della sua amante.

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Paola Quattrini e Pino Caruso

La sessualità di Catherine, repressa per ovvi motivi, non ultimo il particolare concetto di peccato che Leopoldo ha verso tutto ciò che esula dalla “normalità” della sua fede esplode però a contatto con Jana.
La ragazza, bella e ingenua, turba Catherine, che scopre di essere attratta morbosamente da essa.
Così la donna mette in moto un meccanismo che avrà tragiche conseguenze; accusa Jana di avere tendenze lesbiche, provocando così l’allontanamento della stessa dalla famiglia.
Jana in lacrime e assolutamente innocente lascia la casa.

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Martine Brochard

Ma il destino ha in serbo per lei una sorte peggiore; durante il viaggio di ritorno verso casa Jana rimarrà vittima di un incidente ferroviario nel corso del quale perderà la vita.
Nella famiglia Platania tutto sembra tornare alla normalità.
Arriva una nuova cameriera, Francesca.

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Martine Brochard e Christa Linder

Leopoldo però scopre Catherine in atteggiamenti saffici con Francesca e si rende conto della realtà.
Durante un drammatico colloquio con la stessa Catherine, scopre il perchè della messa in scena e delle bugie dette dalla stessa ai danni di Jara.
Per evitare di “contaminarla” e di rovinare la sua purezza e ingenuità, Catherine ha fatto in modo di allontanarla da se, anche per non perdere il lavoro ma sopratutto per non perdere la stima di Leopoldo, che la tratta a volte da figlia a volte come una donna dalla quale è attratto.
Subito dopo la confessione Catherine scappa in camera sua e dopo aver appeso un lenzuolo ad un lampadario, si impicca.
Ma è destino che questa volta le cose vadano per il verso giusto.

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Allarmato da una frase che Catherine ha pronunciato, l’uomo corre in camera della donna e riesce a salvarla appena in tempo.
Dopo averla rianimata, la prende tra le braccia e cullandola la chiama figlia mia.
Diretto da Giovanni Grimaldi, poliedrico regista attivo sopratutto negli anni 50 e 60, La governante, uscito nelle sale nel 1974 è un film di buona fattura, al contrario di quanto sostenuto dal solito ineffabile Morandini che boccia il film come becero e triviale ed è tratto da un’omonima piece di Vitaliano Brancati.
Al contrario, la pellicola non presenta assolutamente ne linguaggio da caserma ne situazioni erotiche tali da far gridare allo scandalo.
Il film si distingue per una sua specifica eleganza e sobrietà e per la capacità di affrontare un tema così complesso come il rapporto tra la religione e la morale, attraverso il conflitto tra Leopoldo, uomo tradizionalista ed ancorato ad una visione della religione molto arcaica e la giovane Catherine, afflitta dai complessi di colpa e sicuramente disposta ben diversamente nei confronti della religione.
Se è vero che messo così il discorso sembrerebbe portare ad una visione di un film profondo e problematico, và detto che il tutto è affrontato in superficie, senza alcuna intenzione, da parte dello sceneggiatore, di impelagarsi in un’opera strutturalmente troppo complessa e che non poteva essere affrontata usando l’ironia e la leggerezza, cosa che invece nel film è predominante.

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Tutto viene affrontato e discusso quasi si fosse di fronte ad una giornata normale nella vita della classica famiglia media italiana, nello specifico siciliana, quindi vista con i difetti che generalmente venivano attribuiti alla stessa.
Quindi tendenza al conservatorismo, ipocrisia e sopratutto i soliti stereotipi del figlio macho e ruspante che tenta di sedurre tutto ciò che è di sesso femminile, incluse le cameriere e la governante, con tanto di aggiunta dell’immancabile amante.
Tuttavia il regista fa la sua parte, imbastendo una storia con una sua credibilità, anche se manca quasi completamente uno spessore dei personaggi che giustifichi la parte drammatica che si materializza dopo la prima metà del film stesso.
Il discorso dei sensi di colpa di Catherine è appena abbozzato, così come sono privi di qualsiasi spessore i personaggi di Elena, la scioccherella figlia di Leopoldo e della stessa Catherine, che sembra oscillare tra la sua incerta sessualità e la mortificazione che le arriva da un senso di estraneamento da quella famiglia che invece segue regole molto rigide, anche se viste con una morale molto elastica.
La recitazione dei vari attori è però molto convincente, a partire da Turi Ferro, perfettamente a suo agio nel ruolo di Leopoldo per proseguire con una affascinante Agostina Belli, la giovane e ingenua cameriera che finirà per essere l’unica a pagare per giunta per una colpa nemmeno immaginata e tanto meno accaduta.

Bene Martine Brochard, anche se leggermente rigida e monocorde nel tratteggiare la figura ambigua di Catherine mentre appaiono decisamente di contorno i ruoli di Pino Caruso, peraltro impeccabile nell’interpretazione del galletto Enrico, di Paola Quattrini, splendida e brava nel ruolo della svampita Elena.
Chiude il cast Christa Linder, che ha una piccola parte, quella della nuova cameriera che sostituisce Jara.
Per concludere, lasciate da parte i balzani consigli di Morandini e C. e guardatevi questo film che vale sicuramente il tempo speso davanti al televisore.

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La governante, un film di Gianni Grimaldi. Con Vittorio Caprioli, Paola Quattrini, Agostina Belli, Martine Brochard, Turi Ferro, Umberto Spadaro, Lorenzo Piani, Christa Linder, Pino Caruso
Commedia, durata 109 min. – Italia 1974.

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Turi Ferro – Leopoldo Platania
Agostina Belli – Jana
Martine Brochard – Catherine
Paola Quattrini – Elena
Vittorio Caprioli – Alessandro Bonivaglia
Pino Caruso – Enrico Platania
Christa Linder – Francesca

Regia: Gianni Grimaldi
Sceneggiatura: Gianni Grimaldi
Soggetto: Vitaliano Brancati
Musiche: Piero Umiliani
Editing: Daniele Alabiso
Fotografia : Gastone Di Giovanni

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Interessante trasposizione cinematografica di un celebre dramma di Brancati, il quale ebbe problemi di censura. L’opera risente della struttura teatrale, ma Gianni Grimaldi (che stavolta vola in temi alti) tiene bene il bàndolo e conduce in porto una pellicola interessante, con interpreti bravi. Il finale del testo originale viene, ahimé, profondamente cambiato. Da rivedere.

Piuttosto fedele al testo di origine (ispirato da una pièces teatrale di Vitaliano Brancati) ha la particolarità d’esser più vicino (per effetto contrario) al film di Samperi di quanto non ci si aspetti. Più della presenza di Turi Ferro, quello che ne fa un Malizia-speculare è la diversità sessuale della protagonista: una governante lesbica (giovane e di nazionalià francese) destinata (poiché spregiudicata e decisa) a scatenare pulsioni “carnali” di vario tipo in ogni abitante della casa presso la quale viene ingaggiata. Il dramma si sovrappone, gradualmente, al sotteso (ma presente) erotismo…

Riuscita notevole di Grimaldi, anche di una certa aderenza al grande Brancati, salvo nel finale e pur concedendo qualcosa alla commediola. Merito anche di un cast quasi perfetto (il quasi riguarda la Belli, tanto carina ma inadatta alla parte), con menzione d’onore per il superbo Caprioli nei panni dello scrittore di successo (Brancati vi parodiò Moravia, che se ne ebbe un po’ a male). Da vedere: si astenga però chi, fuorviato dal titolo e da Turi Ferro, si aspetti un sotto-Malizia.

Adattando l’opera di Brancati, Grimaldi dosa attentamente commedia alla siciliana e dramma, mantenendo spesso – specie durante le discussioni tra i personaggi – una struttura tipicamente teatrale. Le scene considerate più scabrose (lesbismo e masturbazione) sono più accennate che mostrate. Molto validi gli interpreti: primeggiano Ferro, Caprioli e la Brochard, ma anche le loro spalle sono azzeccate.

Il film l’ho visto tardivamente e debbo dire che ero piuttosto prevenuto, poiché il genere sexy-familiare in genere ha risultati piuttosto soporiferi; invece il film ha del ritmo e si segue con un certo entusiasmo: merito dell’ottimo cast e delle bellezze imprescindibili delle “donzelle”, tra le quali spicca (a mio avviso) una poco sfruttata dal cinema quale è Paola Quattrini. Un film di vecchio stampo e terribilmente “settantiano” nelle ambientazioni, ma azzeccato.

Film interessante dalla trama non banale, che parte e si sviluppa come classica commedia con stereotipi vari, ben sceneggiati e benissimo recitati (il siciliano tradizionalista e patriarca, il figlo inetto, la nuora milanese “moderna” e insoddisfatta, la governante francese, l’ossessione per le corna) per poi prendere una piega morbosa e concludersi in modo drammatico e inaspettato. Esilarante Vittorio Caprioli che scimmiotta Moravia, ottimi tutti gli interpreti, a cominciare dall’insondabile Martine Brochard.

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dicembre 3, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

L’insegnante viene a casa

L'insegnante viene a casa locandina

La bella Luisa De Dominici, insegnate di musica e di piano ha una relazione con Ferdinando Bonci-Marinotti, assessore al comune di Lucca; ottiene così il trasferimento dalla sua città natale, Milano a Lucca, città nella quale risiede il suo amante.
Quello che Luisa non sa è che Ferdinando non è affatto scapolo, ma sposato.
Così, quando Luisa, credendo di fargli una gradita sorpresa si presenta a Lucca, l’uomo reagisce in maniera tutt’altro che entusiasta.
Ferdinando infatti stà per presentarsi candidato sindaco, e di tutto ha bisogno tanne che di uno scandalo.
Luisa prende possesso di un appartamento in uno stabile cittadino, dove suscita, con la sua avvenenza, appetiti poco raccomandabili nei vari inquilini dello stabile.

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Edwige Fenech e Renzo Montagnani

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Il tradizionale buco nella parete

Molti di loro, convinti che la donna altro non sia che una prostituta, si ingegnano in ogni modo per ottenere le grazie della donna, che è anche molto indaffarata nei tentativi, tutti maldestri, di trovare finalmente l’occasione di poter stare con il suo uomo, del quale ignora ovviamente lo stato civile.
Così tra un equivoco e l’altro, tra un appuntamento mancato e varie vicissitudini, Luisa alla fine stanca delle bugie di ferdinando, allaccia una relazione con Marcello, figlio del suo affittuario che è l’unico ad essere davvero innamorato di lei.
Michele Massimo Tarantini torna a dirigere Edwige Fenech, protagonista di questo L’insegnante viene a casa nel 1978, dopo averla diretta in passato nei film La poliziotta fa carriera(1975) e Taxi Girl (1977).

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Alvaro Vitali e Lino Banfi

E’ una delle tante commedie sexy all’italiana, incentrata sulle ormai abituali gag del comico Renzo Montagnani (il Ferdinando del film) e del solito cast di aficionados che popolavano questi film, ovvero Alvaro Vitali,Ria De Simone,Adriana Facchetti e un Lino Banfi  insolitamente relegato in un ruolo secondario.
L’insegnante viene a casa non si discosta dal solito clichè tutto ruotante attorno alle generose grazie esposte dalla Fenech, ormai la massimo dello splendore fisico; docce, nudi spiati attraverso il buco della serratura, il slito gruppo di guardoni…insomma il solito parterre di caratteristi uniti ad una comicità elementare ma se vogliamo priva di cattivo gusto.
Non sono ancora arrivati i tempi della terrificante serie dei Pierino, in cui la trama viene sostituita da barzellette recitate e da peti, flatulenze e linguaggio da caserma che saranno il marchio di fabbrica di  quel particolare e becero genere cinematografico.

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Montagnani e Ria De Simone

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Bella l’ambientazione toscana, con gli attori che fanno diligentemente il loro compito; la protagonista assoluta è ovviamente la Fenech, che si espone parecchio il che è sempre un bellissimo vedere.
Ovviamente manca del tutto la componente erotica, che va a tutto vantaggio del film, che alla fine raggiunge l’obiettivo cercato, ovvero far passare due ore disimpegnate allo spettatore.
Tarantini, uno specialista della commedia sexy, non calca mai la mano sull’elemento erotismo; bene gli interpreti.

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L’insegnante viene a casa, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Gisella Sofio, Lino Banfi, Edwige Fenech, Renzo Montagnani,Alvaro Vitali, Adriana Facchetti, Clara Colosimo, Jacques Stany, Alfredo Adami, Gianfranco Barra, Marco Gelardini, Lucio Montanaro, Milly Corinaldi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1978

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Edwige Fenech: Luisa De Dominicis
Renzo Montagnani: Ferdinando Bonci Marinotti
Lino Banfi: Amedeo
Alvaro Vitali: Ottavio, figlio di Amedeo
Carlo Sposito: Col. Marullo
Ria De Simone: sig.ra Bonci Marinotti
Clara Colosimo: moglie del Col. Marullo
Gisella Sofio: Teresa Busatti
Marco Gelardini: Marcello
Gianfranco Barra: dottor Busatti
Jimmy il Fenomeno: commendatore

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Regia     Michele Massimo Tarantini
Soggetto     Luciano Martino, Francesco Milizia, Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura     Jean Louis, Francesco Milizia, Michele Massimo Tarantini, Marino Onorati
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Alberto Moriani
Musiche     Franco Campanino

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Nell’orgia di poppute insegnanti, liceali, supplenti, questa docente di pianoforte, che si trasferisce in quel di Lucca, dà vita ad un film guardabilissimo che, grazie ad interpreti bravi e ben diretti, porta a casa un interessante risultato. Cast gustoso, non solo nei ranghi di prima fila, ma ovunque: Gisella Sofio, Clara Colosimo, Gianfranco Barra, Elsa Vazzoler… Regge bene anche alla seconda visione. Su tutti, quasi ovviamente, trionfa un ottimo Renzo Montagnani, assessore bricconcello.

Sequel di una serie avviata alcuni anni prima e legato, per produzione, sceneggiatura ed interpreti a L’Insegnante va in Collegio (1978). La comicità ruota attorno alle forme (abbondanti) della professoressa musicale Luisa De Dominicis (la Fenech, of course) presa di mira dal malandrino toscano (è girato/ambientato a Lucca) Ferdinando Bonci Marinotti (Montagnani). Nella sua pochezza narrativa e nel caotico sviluppo (la regia è di Tarantini) riesce a strappare qualche sorriso e figura meglio del suo predecessore.

Canonica commediaccia pochadistica degna di nota per l’ambientazione lucchese. Nessuna sorpresa, ma prove come sempre all’altezza della trimurti Montagnani-Banfi-Vitali e dei caratteristi di contorno (qui giganteggia Carlo Sposito come colonnello Marullo). Quanto a Edwige, nullum par elogium. Clamorosi per sfrontatezza nella scena ambientata al Ciocco gli spottoni di Fernet Branca e Principe di Piemonte. La scena con la Fenech che suona nuda il piano ne richiama – dubitiamo volontariamente – una del Fantasma buñueliano…

Facente parte del lotto delle Insegnanti Anni Settanta, questo “L’insegnante viene a casa” (un titolo piuttosto equivoco…) è piuttosto divertente. L’aspetto sexy è garantito dalla bella Fenech, che ci concede qualche tetta qua e là. La comicità viene garantita dai “soliti” Banfi/Vitali/Montagnani, con l’aggiunta di un cast idoneo. Trionfo di pubblicità di Fernet Branca, acqua Pejo, J&B… Gli esterni sono girati a Lucca.

Il collante che unisce le pellicole del genere, fatte salve alcune eccezioni, è la noia. Gli attori fan le stesse cose: gli oddiiio di Montagnani, la risata cavallina di Vitali, i dialettismi di Banfi. Le attrici fanno la doccia. Meritiamo la palma della nazione con il cast femminile più pulito del mondo. Però la Fenech… che argomenti!!! In questo film è anche abbastanza spudorata. Carlo Sposito è la faccia peggiore tra i ragazzi in cerca di nave scuola del genere. Son tutti odiosi, ma lui li supera…

Discreta commedia sexy ben diretta dallo specialista del genere Tarantini e affidata ad un solido cast. La Fenech è nel pieno del suo splendore, Montagnani strepitoso come suo solito, Banfi e Vitali esilaranti. Non male anche Gianfranco Barra. Buon ritmo. Non un capolavoro, certo, ma l’ideale per passare in allegria una serata.

La Fenech affitta un appartamento dove i coinqulini del palazzo entrano ed escono nascondendosi sotto al letto o nell’armadio. Tutto questo puzza di già visto, e pure troppo, soprattutto tra le produzioni di Tarantini. Come se non bastasse le cose che fanno ridere sono poche, tra tutte una storica e comicissima partecipazione di Jimmy il Fenomeno, e Lino Banfi che, se pur bravissimo, ha un ruolo molto marginale. Marco Gelardini ha l’identico ruolo di L’insegnante al mare con tutta la classe. Montagnani ripetitivo e Vitali pessimo.

Scadente compare de L’insegnante va in collegio, che sa di già visto e risulta poco divertente persino per gli standard del genere. Montagnani è troppo ripetitivo, Vitali non ha la solita verve e Sposito fornisce una delle sue peggiori interpretazioni. E tuttavia, la Fenech… eh! Da notare la spudorata pubblicità fatta ad amari, digestivi & co. *1/2

Classico film pecoreccio all’italiana in cui degni di nota sono i nudi della Fenech e qualche gag di Banfi con la sua famiglia (tra cui spicca il solito alvaro Vitali). Per il resto la storia è abbastanza scontata e il finale pure. Ma d’altra parte a questo genere di film non si può chiedere molto di più. Comunque non tra i peggiori del genere.

Commedia assolutamente povera di mordente comico o d’intrattenimento a causa di un malsfruttamento del cast pauroso e di gag-quiproquo davvero noiose e risapute (basta con gli amanti nell’armadio!) che non denotano impegno da parte del regista nel congegnarle. E dire che gli attori c’erano: Banfi (le uniche scene comiche sono merito suo), Vitali, Montanaro. La Fenech è bravissima e ci concede notevoli momenti erotici (supportati splendidamente dalla soundtrack di Campanino), da Oscar alle sue tette, ma con quei capelli pare piuttosto Uschi Glas… Voto: *!

 

dicembre 2, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , , , , | 2 commenti

Così fan tutte

Cosi fan tutte locandina

La bella Diana, sposata con il distratto Paolo, si sente trascurata dallo stesso.
nonostante usi le armi della seduzione, non riesce a riaccendere nel marito la fiamma della passione; l’occasione le si presenta quando viene avvicinata da un uomo ad una festa che le propone un rapporto particolare.
Diana, recatasi a Venezia per risolvere un problema ereditario (una sua zia le ha lasciato una bella casa e denaro), incontra una sua vecchia fiamma e allaccia con essa una breve relazione. Avrà anche altri rapporti con un artista che la inizierà ai piaceri della sodomia, scoprirà l’amore di gruppo e infine, felice, tornerà dal marito che nel frattempo ha preso coscienza del fatto di aver trascurato troppo la focosa mogliettina.

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Claudia Koll

Così fan tutte, diretto da Tinto Brass nel 1992, alla sua uscita venne letteralmente massacrato dalla critica e osteggiato ferocemente dalle femministe.
In realtà il film ha qualche sprazzo in cui si riconosce ancora il talento del regista veneziano, convertitosi al soft core con La chiave, opera che segnò in qualche modo il cinema erotico italiano, introducendo la novità della trama con un minimo di credibilità unita alla presenza di un’attrice di buona caratura.

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Se nella Chiave avevamo trovato una Stefania Sandrelli assolutamente sexy e sensuale, in Così fan tutte Brass lancia Claudia Koll, attrice sconosciuta con una certa predisposizione naturale alla recitazione, cosa che non avverrà più nel novo secolo.
La Koll è bella, fisicamente affascinante e ha un’aria sbarazzina e seducente, oltre ad essere molto sensuale; questo rende la pellicola (di per se costruita attorno ad una trama molto striminzita) degna di essere vista.

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Come è ovvio, c’è tutta la filosofia brassiana, nel film; amore e tradimento, sesso ed esplorazione del suo mondo fino ai limiti del lecito.
Per Brass il lecito è ovviamente un concetto obsoleto; in amore conta la sessualità, con la logica conseguenza che tutto diventa lecito purchè venga appagato il proprio piacere.

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Se il discorso è moralmente discutibile, non può essere esteso ad un’opera che viene visionata da uno spettatore che sa esattamente cosa accadrà sullo schermo.
Così i numerosi nudi, gli amplessi, i falli di gomma, le posizioni quasi ginecologiche diventano parte del gioco.
Brass in fondo fa proprio questo.
Gioca con il sesso, esternando i propri feticci, ovvero il posteriore femminile, tutto quello che sollecita la sua fantasia ( e ovviamente quella dello spettatore)
Il film non è brutto, anche se il ricorso massiccio alla sovraesposizione di nudi della Koll è davvero eccessivo.
Ma nel cinema erotico si strizza l’occhio proprio allo spettatore curioso e un tantinello voyeur, per cui la giustificazione c’è.

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La trama è davvero poca cosa; assistiamo alle peregrinazioni sessuali della bella Diana, che non si fa alcuno scrupolo nel tradire il marito, che viceversa rifiuterà le avances di un’amica della moglie per non far torto alla stessa.
Due punti di vista che sollevano parecchie critiche; la visione di Brass della donna è pericolosamente vicina a quella di un essere tutto istinto e sessualità.
La donna brassiana sembra vivere in funzione del sesso, è disinibita e disponibile, mentre l’uomo o è cacciatore o è talmente imbranato da non riuscire ad approfittare delle occasioni che gli si presentano.
Aldilà del discutibile pensiero di Brass, Così fan tutte resta un film di medio livello, in cui funziona quanto meno il tentativo di mostrare la visione di Diana come quella di una donna insoddisfatta anche per colpa del marito, quindi giustificata nelle sue azioni. Al limite, quello che può urtare è quel “Così fan tutte” che allarga il discorso all’intero universo femminile

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il che è non solo arrogante, ma anche abbastanza stupido.
Generalizzare non è mai intelligente, e Brass sembra farlo anche se più per gusto della provocazione che per convinzione personale.
Comunque sia, il prodotto non è disprezzabile in toto; bella la parte veneziana, quanto meno dal punto di vista della location.
Nulla da dire sul resto del cast che fa da contorno alla figura principale, quella di una Koll che vide nel film il trampolino di lancio per una carriera decisamente importante.

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Cosi fan tutte, un film di Tinto Brass, con Claudia Koll, Franco Branciaroli,  Paolo Lanza, Renzo Rinaldi, Ornella Marcucci, Antonio Conte
Commedia/erotico, durata 99 min. – Italia 1992.

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Claudia Koll – Diana
Paolo Lanza – Paolo
Ornella Marcucci – Nadia
Isabella Deiana – Antonietta
Renzo Rinaldi -Sig. Silvio

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Regia: Tinto Brass
Sceneggiatura: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
Produzione: Giovanni Bertolucci, Achille Manzotti
Musiche: Pino Donaggio
Editing: Tinto Brass
Costumi: Jost Jakob

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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La bella Claudia Koll, prima d’esser assalita da “vocazione mistico/religiosa” presta “il fianco” a Tinto Brass, che la vuole nel ruolo della disinibita, maliziosa e malandrina scultrice Diana, habituè dello pseudo-tradimento che si diverte a sollecitare la tensione (erotica) dell’amante Paolo raccontandogli esperienze “anali” di cui favoleggia sino a quando, chiamata in quel di Venezia per questioni ereditarie, non metterà in pratica. Opera al limite dell’hard con un’ambientazione che rifugge quelle post-belliche e con musiche accattivanti

Prima di diventare una specie di suor Claudia, la Koll fortunatamente ci ha regalato anche perle come questa. Il film in sè non è di quelli da studiare nelle scuole di cinema, ma poco importa: tolta la Koll hai tolto il film in pratica. Dovrebbe essere visto obbligatoriamente da ogni ragazzino sopra i 13 anni, a mio avviso.

Mescolando realtà e fantasie della protagonista, Brass costruisce il solito film in cui intesse le lodi del tradimento visto come “botta di vita” e cioè elemento vivificatore del rapporto di coppia. Sai che novità! Questa è la “filosofia” (si fa per dire) del regista e questo è il suo cinema. Prendere o lasciare. Tuttavia almeno qui c’è Claudia Koll che è molto bella e sensuale, a differenza di molte altre attricette dei film di questo regista.

Storia di corna, raccontate e consumate, tra due coniugi un po’ in crisi. Brass comincia la caduta agli inferi, girando un film che di fatto è un porno per qualità e storia. Attori tragicomici, con il solito signor “EchisonoioBabboNatale”. Claudia Koll è bellissima, ma qui recita (vabbè) con una voce garrula che non sembra nemmeno la sua (e comunque ha dimostrato di saper fare meglio in altre occasioni). Vorrebbe essere liberatorio e anticonformista, è mestissimo e piccoloborghese (la scena del rave come se lo immagina il geometra di Gallarate).

Abbastanza insulso film brassiano. Una dei pochi punti di forza è la Koll, notevole sì ma non dal punto di vista recitativo; per il resto interpretazioni mediocre (roba che manco gli attori di un film porno…), trama fatta solo per inserire nudi e sesso a buon mercato. Di satira ne vedo poca…

Tra i migliori film del regista. Tra commedia e erotico e con sprazzi qua e là anche di inserti hard, una vicenda che scorre via lineare, sottolineata dalla bella colonna sonora e dall’ambientazione veneziana. La parte del leone comunque la fa la splendida Claudia Koll, qui davvero strepitosa.

Indubbiamente uno dei migliori (anzi, no, diciamolo pure: “il” migliore) film erotico-soft diretto da Tinto Brass, vera e propria quintessenza della sua (e nostra) ossessione per il culo femminile (concordo assolutamente sull’affermazione, spesso citata da Tinto “le tette sono solo un culo portato sul davanti”). Splendida Claudia Koll pre-conversione, davvero intrigante e sensuale (e, lasciatemelo dire, molto, ma molto meglio sia dell’appesantita Sandrelli che dell’ “esagerata” Grandi!).

Probabile vetta del cinema di Tinto Brass e della sua ossessione per il fondoschiena. Gran merito è di Claudia Koll, qui davvero bella e attizzante, che regala freschezza al consueto tema del tradimento e delle botte d’allegria che ravvivano il rapporto. Memorabile la sua prima esperienza a Venezia nel suggestivo atelier dell’artista. Nel genere specifico veramente difficile trovare di meglio.

Uno dei migliori film di Tinto Brass che abbia visto. Anche se Claudia Koll non è né la Grandi né la Sandrelli, lascia la sua impronta nelle scene a sfondo erotico, risultando molto eccitante. Il film diverte anche e la scenografia è tipica dei film del regista veneto. Buono.

novembre 30, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , | 5 commenti