Immacolata e Concetta, l’altra gelosia
Storie parallele di due donne, che finiranno per incrociare e condividere i destini delle loro vite.
La prima, Immacolata, sposata ad un uomo rozzo e madre di una ragazzina, ha una macelleria ma se la passa male. Per fronteggiare la difficile situazione economica, accetta le avance e la corte di un camorrista di piccolo taglio, Ciro Pappalardo, a cui un giorno porta una ragazzina orfana adottata da una vicina. Immacolata cerca di spingere la ragazza tra le braccia di Ciro, ma viene sorpresa proprio nel momento in cui la ragazza sta per avere un rapporto orale con l’uomo. Immacolata finisce così in prigione. Parallelamente, si svolge la vicenda di Concetta, una bracciante omosessuale, legata alla moglie di un contadino.
L’uomo affronta Concetta intimandole di porre fine alla relazione, ma la donna reagisce sparando e ferendo l’uomo ad un braccio. Anche lei finisce in prigione.
Tempo dopo vediamo Immacolata in una squallida camera di una pensione; è in attesa di Concetta, che ha conosciuto in carcere e con la quale ha intrecciato un’amicizia particolare.
Tra le donne sboccia un amore passionale, che ben presto finisce sotto gli occhi di tutti; siamo in un piccolo centro dell’entroterra napoletano e la relazione scandalosa non può certo passare inosservata.
Ma Immacolata, sfidando i pregiudizi di tutti, porta Concetta a vivere con se, allontando nel contempo il marito, forte del fatto di essere l’intestataria sia della casa in cui vive sia della macelleria.
La vicenda diventa ancor più drammatica il giorno in cui la figlia di Immacolata, in seguito ad un incidente, rimane menomata.

Marcella Michelangeli è Concetta
La donna, per far fronte alla malattia della figlia, accetta nuovamente la corte di Ciro, che le promette in cambio di intestarle una macelleria a Napoli dividendo i guadagni al 50%; ciò provoca la gelosia di Concetta, che però per qualche tempo sembra disposta a dividere la sua amante con l’uomo.
Ma Immacolata, che ama Concetta ma che ha anche una sessualtà “normale” in cui sente il bisogno di un uomo, resta incinta durante uno degli incontri con Ciro.
Concetta a questo punto, sicura che prima o poi la donna la abbandonerà, uccide a colpi di bastone Immacolata.
Film drammaticamente incentrato sul tema della diversità, ma non solo, Immacolata e Concetta l’altra gelosia affronta con coraggio tematiche scottanti, come l’amore lesbico tra le due protagoniste inserito in un ambiente apparentemente degradato, almeno a livello culturale.
Le due donne protagoniste del dramma vivono in piccoli centri, quelli in cui le vite degli altri sono espsote ad una specie di effetto “lente di ingrandimento”, dove tutti i fatti, le esperienze, dove la stessa vita è controllata e giudicata dalla morale comune.
Così la relazione “scandalosa” tra le protagoniste finisce per diventare argomento di discussione; Immacolata cerca di sottrarsi a questa consuetudine portando la sua amante in casa, scacciando il marito rozzo e brutale, ma finisce per soccombere ad una sorta di nemesi che si accanisce sulla sua vita e su quella di Concetta, di per se abbastanza tribolate sia per l’umiltà dei mestieri che svolgono sia per le condizioni in cui vivono.
Le due personalità delle protagoniste sembrano essere al tempo stesso complementari ma estremamente divergenti; a cominciare dalla loro diversità sessuale.
Mentre Concetta è manifestamente lesbica, tanto da aver interrotto la sua relazione precedente sparando al marito della sua amante, Immacolata scopre di essere attratta dall’amica/amante anche sessualmente, non rinunciando però alla sessualità tradizionale.
C’è un passo fondamentale del film in cui Immacolata è a letto con Concetta e le dice” quando sono a letto con te, non posso fare a meno di pensare ad un uomo, ma quando sto con un uomo penso sempre a te: è come un fuoco che comincia nello stomaco e finisce nel cervello…”
Ma tra le due la più passionale è proprio Concetta, che vive l’amore, il sesso, in maniera totale e completa; Immacolata sembra invece vivere il tutto anche in funzione della sua vita privata, fatta di un matrimonio fallito e da una maternità che le ha procurato il grande dispiacere dell’incidente occorso a quella figlia che tanto ama.
Proprio in nome di quella maternità Immacolata riallaccia la relazione con Ciro, spinta però anche dal desiderio di vivere una vita all’apparenza normale, testimoniata proprio da quella frase rivolta all’amante nel letto che condividono.
Il film affronta questa realtà immergendola in un contesto sociale che è più deprimente che degradato; le vite al sole dei paesani, di Immacolata, di Concetta e di Ciro, della moglie di quest’ultimo e del marito di Immacolata sono vite a metà, vissute in un contesto in cui il diritto alla riservatezza, alla propria vita intesa come coacervo di tutte le libertà individuali, è annichilito dalla convenzione sociale, dal moralmente inaccettabile.
Così le due esistenze si consumano fino al drammatico e tragico epilogo, quando Concetta decide di uccidere l’amante, quasi consapevole di non poter avere, nè al presente tantomeno nel futuro, un punto fermo nella sua relazione con l’amante.
Dentro di se sa che dovrà sempre dividerla con un uomo, che sia il Ciro del momento o un altro.
Il film di Salvatore Piscitelli, che è un’opera prima, si rivela un’autentica sorpresa; principalmente perchè il regista mostra una capacità davvero rilevante di cogliere i vari aspetti della vicenda prediligendo l’aspetto umano prima che quello morboso.
Le scene di erotismo, alcune davvero ardite, sembrano immerse però in un lago ghiacciato, quasi a voler sottolineare l’estraneamento delle due donne dal contesto che le circonda.
La stessa camera d’albergo è quanto di più squallido si pssa immaginare, ta le due donne ci sono pochissime parole, ma tanta tenerezza, quella tenerezza di cui sono affamate, che la vita ha loro negato.
La macchina da presa indugia sui volti delle protagoniste alla ricerca delle loro anime, che ad un certo punto sembrano perse dietro sogni assolutamente irraggiungibili; eppure le due donne altro non chiedono che vivere una vita normale, assaporare un po di tenerezza.
Il destino però ha in serbo il solito colpo di coda, crudele.
Il film è anche una grande prova delle due attrici, ovvero Ida Di Benedetto (Immacolata) e Marcella Michelangeli (Concetta); la prima interpreta alla perfezione la maschera quasi tragica di Immacolata, con piglio severo, senza nessuna concessione a cadute di tono o di tensione.
La seconda è quasi straziante nei panni di un personaggio da tragedia greca; le due attrici finiscono così per integrarsi alla perfezione, raggiunta proprio nei momenti topici del film, come l’unione carnale nel loro primo incontro.
La sequenza saffica, che ripeto, non ha nulla di erotico o di morboso, è resa con stupefacente realismo.
Una grande prova, quindi, cosi come eccellente è la regia di Piscitelli.
Girato in presa diretta, il film è una testimonianza della capacità di raccontare una storia difficile senza eccedere i personalismi o in critiche più o meno velate alla società.
E’ privilegiata la realtà, la stessa che porterà le due protagoniste a dividersi definitivamente nel tragico finale.
Immacolata e Concetta, l’altra gelosia, un film di Salvatore Piscicelli. Con Ida Di Benedetto, Marcella Michelangeli, Tommaso Bianco, Lucio Allocca,Lucia Ragni
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1980
Ida Di Benedetto … Immacolata
Marcella Michelangeli … Concetta
Tommaso Bianco … Ciro
Regia Salvatore Piscicelli
Soggetto Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Fotografia Emilio Bestetti
Montaggio Roberto Schiavone
Musiche Rudy Beytelman

Film di esordio del regista partenopeo Salvatore Piscicelli (che lo ha scritto con la moglie Carla Apuzzo), Immacolata e Concetta è un melodramma sull’amore lesbico, realizzato senza concessioni alle facili morali ma in modo duro e contrario al politically correct (finale compreso). Ne deriva un aumento della credibilità della storia a cui contribuisce l’ottima interpretazione di tutto il cast (composto anche da attori non professionisti).
Esordio alla regia per il napoletano Salvatore Piscicelli, autore eccentrico e ingiustamente poco noto a dispetto d’una manciata di pellicole erotiche di certo interesse. Erotico (ma con valenze sociali non indifferenti) è, infatti, anche questo film -come traspare dal titolo- che analizza l’insolita relazione tra Immacolata (Ida Di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli), sviluppata dietro una permanenza carceraria e destinata a chiudersi in tragedia. Scritto dal regista in collaborazione con la moglie (Carla Apuzzo), il film tratta con coraggio l’amore diverso in un contesto reticente.
Piscicelli affronta coraggiosamente e con serietà i temi dell’emancipazione, del lesbismo e della famiglia omosessuale in un microcosmo partenopeo dove ancora vigono non solo oppressive leggi maschiliste e patriarcali, ma anche rigide norme sul delitto d’onore e il tradimento che finiscono con il contagiare anche una delle due “diverse”. Stile scarno, quasi documentaristico con rapide incursioni ai limiti del porno ed accenni fassbinderiani (i crudeli rapporti di potere). Intense le interpretazioni delle due protagoniste.
Dramma a tinte forti, ottimamente tenuto da un regista esordiente. Lo stile delle riprese è molto naturale, e la storia viene raccontata con qualche ellisse ma tutto sommato in modo tradizionale. La Di Benedetto mi ha sinceramente colpito con un’interpretazione coi fiocchi, di quelle che si ricordano; mentre la Michelangeli (doppiata) attraversa tutto il film con l’aria di una tossica in crisi di astinenza. Notevole.
Bella storia d’amore al femminile diretta da un regista napoletano che non ha avuto nel corso degli anni il credito che meritava. Un film crudo e coraggioso, compreso il finale, che affronta tematiche inusuali e scabrose ma lo fa con grande sobrietà narrativa senza dare spazio a pruriti lascivi e gratuiti e con un rigore visivo che non presenta alcun compiacimento stilistico e che è perciò degno di nota. Davvero bravissime le due interpreti principali.
Piscicelli esordisce alla regia con questo melodramma a tinte fosche incentrato su un amore saffico ambientato nel Meridione proletario in cui si cerca un’introspezione psicologica dei personaggi. Cast egregio e narrazione torbida che non può non portare ad un finale crudo.
Zeder
Chartres (Francia), 1956
Il professor Meyer svolge ricerche su una teoria elaborata dal dottor Paolo Zeder; secondo quest’ultimo, che ha analizzato le sepolture dei popoli antichi, esistevano alcuni punti particolari della terra dove gli stessi popoli del passato seppellivano i morti con la convinzione che sarebbero tornati dall’aldilà. Questi terreni, chiamati K, avrebbero quindi la facoltà di mantenere in uno stato di animazione sospesa i corpi.
Meyer rinviene, grazie ad una ragazza usata come un radar, la tomba dello stesso Zeder, ma durante la ricerca la ragazza viene assalita da un’entità misteriosa e mutilata di una gamba.
La scena cambia e arriviamo ai giorni nostri.
Alessandra, giovane moglie di uno scrittore, Stefano, regala al marito in occasione del loro primo anniversario di nozze una macchina per scrivere.
Stefano, che fa lo scrittore, trova scritto sul nastro carbografico della macchina un inquietante racconto fatto da un ex prete, Luigi Costa, che racconta in maniera oscura di aver localizzato un terreno K, presso la necropoli di Spina, in prossimità di Rimini.
Stefano, incuriosito, inizia delle indagini private che si riveleranno da subito molto pericolose; difatti un’organizzazione segreta francese, a cui appartiene il professor Meyer, che dopo 30 anni è ancora alla ricerca di un terreno K particolarmente “fertile”, segue i suoi progressi nelle indagini.
Lo scrittore, sulle tracce di Don Costa, che negli ultimi anni della sua vita aveva abbandonato l’abito talare, si imbatte in una serie di personaggi equivoci e legati in qualche modo alla vicenda, a cominciare dal suo più caro amico, il tenente Guido, per proseguire con la sorella cieca di Costa.

La scoperta della tomba di Paolo Zeder
Proprio a casa di quest’ultima, Stefano apprende dalla donna della morte del ex sacerdote, avvenuta un mese prima.
Aiutato dalla moglie, Stefano scopre su indicazione di un primario della clinica dove è morto Costa, il luogo di sepoltura di quest’ultimo; nel cimitero di Spina Stefano rinviene la sepoltura dell’uomo ma non il suo corpo.
Con un’intuizione che sarà anche la sua rovina, Stefano arriva così alla colonia per bambini che il religioso seguiva anni prima.
Qui lo scrittore scopre che la misteriosa organizzazione francese ha installato un laboratorio segreto che monitorizza il corpo del sacerdote, seppellito a due metri di profondità nel famoso terreno K.
Stefano vede anche il sacerdote vivo passeggiare all’interno della stuttura che ospitava la colonia.

L’inizio dell’enigma: un regalo mortale
Entrato nel laboratorio, Stefano si impadronisce di un nastro sul quale ci sono le prove degli esperimenti condotti dall’organizzazione e lo affida alla moglie, incaricandola di consegnarlo ad un amico esperto di storia.
Ma lo scrittore non ha fatto i conti con le potenti amicizie dell’organizzazione, a cui appartengono le persone di cui Stefano si fida; costoro si impadroniscono del nastro e uccidono la sventurata Alessandra.

Don Mario e Stefano a colloquio
Nel frattempo l’ignaro Stefano, tornato all’interno della colonia, scopre con orrore che Don Costa, ritornato dalla morte, ha ucciso due degli appartenenti all’organizzazione.
L’effetto collaterale del ritorno dall’aldilà si concretizza quindi in un emergere di istinti bestiali i coloro che hanno osato sfidare la morte.
Tornato nell’hotel dove ha creato la sua base, Stefano scopre il cadavere della moglie.
Disperato, decide di seppellirla nel terreno K.
Alessandra torna dall’aldilà, e abbraccia Stefano, ma….
Zeder, diretto da Pupi Avati nel 1983, è il più bello tra gli horror girati negli anni 80;caratterizzato da una trama molto convincente non esente però da alcune contraddizioni, i distingue principalmente per la regia asciutta e a tratti assolutamente claustrofobica.
Zeder sembra composto da scatole cinesi, che il protagonista, lo scrittore Stefano, apre per trovarsi ogni volta di fronte ad un nuovo enigma.
L’atmosfera cupa del film ricorda La casa dalle finestre che ridono, opera meglio riuscita proprio in virtù di una sceneggiatura senza pecche.
In questo film alcune forzature sono evidenti; tutte le persone che conosce Stefano diventano parte di una specie di complotto del silenzio e in qualche modo hanno a che fare con la storia; il che è abbastanza risibile, tenuto conto che il tutto nasce dal casuale acquisto da parte di Alessandra della macchina per scrivere acquisita ad un’ata.
Come sia possibile che Guido, l’amico poliziotto di una vita, che il professore a cui si rivolge Stefano, che il primario della clinica amico del padre di Alessandra abbiano tutti a che fare con la storia resta davvero un espediente poco credibile.

La strana morte di Luigi Costa, spiato nella bara da una telecamera
Ma Avati riesce a far dimenticare queste stonature grazie al suo indiscutibile mestiere.
La tensione del film non si allenta mai, nemmeno nelle scene apparentemente più tranquille.
Così, man mano che la storia prosegue e introduce nuovi personaggi, si aspetta la soluzione dell’enigma, che arriva in un finale particolarmente intelligente, anche se inficiato da una certa fretta.
Altra caratteristica di Zeder è la quasi totale assenza dell’elemento splatter; le scene di sangue sono molto limitate e concentrate tutte nel finale.
Sul film aleggia quindi un’aria di mistero, di complotto in cui tuti gli elementi sono legati fra loro, quasi che Stefano sia rimasto invoschiato in una tela di ragno senza possibilità d’uscita.
Particolarmente indovinato il contrasto tra l’ombrosità di Stefano, personaggio interpretato dall’ottimo Gabriele Lavia e la solarità della moglie Alessandra, interpretata dalla sorprendente Anne Canovas, due figure contrapposte ma complementari che arricchiscono il film di un tocco di romanticismo, che avrà nel finale la sua esaltazione e al tempo stesso la sua tragica conclusione.
Le musiche inquietanti di Riz Ortolani contribuiscono a rendere il film cupo e tenebroso, giungendo puntuali nei momenti topici della pellicola, ad esempio quando si sobbalza sulla poltrona in contemporanea all’incotro notturno tra Stefano e il sacerdote che ha sostituito Costa alla direzione della parrocchia, o anche nelle ultime sequenze, quando l’abbraccio mortale di Alessandra a Stefano riunisce i due amanti nella morte e quindi in un destino atroce, quello di essere dei non morti in un posto lugubre come l’ex colonia infantile.
In rete Zeder sta acquisendo, sopratutto dopo l’uscita di un ottimo dvd rimasterizzatà, le dimensioni di un autentico cult.
All’epoca della sua uscita, pur riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico, Zeder non fece molti proseliti.
Sembra un destino beffardo, quello di Avati, essere riconosciuto, dopo quasi 30 anni, come un autentico maestro del cinema. La stessa sorte è toccata al più fortunato La casa dalle finestre che ridono, ritenuto già all’epoca della sua uscita un piccolo capolavoro.

Zeder, un film di Pupi Avati. Con Cesare Barbetti, Gabriele Lavia, Anne Canovas, Marcello Tusco, Bob Tonelli, Adolfo Belletti, Andrea Montuschi
Horror, durata 100 min. – Italia 1983.
Gabriele Lavia – Stefano
Anne Canovas – Alessandra
Paola Tanziani – Gabriella Goodman
Cesare Barbetti – Dr. Meyer
Bob Tonelli- Mr. Big
Ferdinando Orlandi – Don Luigi
Enea Ferrario – Mirko
John Stacy -Professor Chesi
Alessandro Partexano – Guido Silvestri
Marcello Tusco – Dottor Melis
Aldo Sassi- Don Mario
Veronica Moriconi- Gabriella giovane
Enrico Ardizzone – Benni
Maria Teresa Tofano – Anna
Andrea Montuschi – Ispettore Bouffet
Adolfo Belletti- Don Emidio
Paolo Bacchi- Segretario di Mr. Big
Pina Borione – Helena
Imelde Marani – Nurse
Carlo Schincaglia- Guardiano del cimitero
Soggetto PUPI AVATI
Sceneggiatura PUPI AVATI, MAURIZIO COSTANZO, ANTONIO AVATI
Scenografie GIANCARLO BASILI e LEONARDO SCARPA
Direttore di produzione FRANCESCO GUERRIERI
Costumi STENO TONELLI
Direttore della fotografia FRANCO DELLI COLLI
Colore TELECOLOR
Montaggio AMEDEO SALFA
Musiche composte e dirette da RIZ ORTOLANI
Edizioni musicali NEW POINT
Prodotto da GIANNI MINERVINI e ANTONIO AVATI
per la A.M.A. FILM
in collaborazione con ENEA FERRARIO
e la RAI – Radiotelevisione Italiana
Aiuto regista CESARE BASTELLI
Segretaria di edizione FIORELLA LUGLI
Operatore ANTONIO SCHIAVO-LENA
Assistente Operatore ANDREA BARBIERI
Fonico RAFFAELE DE LUCA
Microfonista PAOLO COTTIGNOLA
Ispettore di produzione LUCA BITTERLIN
Segretaria di produzione ROSA MERCURIO
Amministratore RAFFAELLO FORTI
Assistente cassiera FRANCESCA MONETA
Assistente scenografa LAURA CASALINI
Attrezzista FALIERO REGGIANI
Truccatore ALFONSO CIOFFI
Sarte LUISA CAVAZZA e CLARA MASINA BERTI
Fotografo di scena PIERMARIA FORMENTO
Assistente al montaggio PIERA GABUTTI
Aiuto assistente al montaggio LORETTA MATTIOLI
Mezzi Tecnici EL.MA.
Girato in TECHNOVISION
Negativi KODAK
Teatri di posa R.P.A. ELIOS
Studio fotografico ROBERTO RUSSO
Consulenza assicurativa CINESICURTA’
Colonne sonore effetti LUCIANO e MASSIMO ANZELLOTTI
Sonorizzazione COOPERATIVA DI LAVORO FONO ROMA
Con la collaborazione della C.V.D.
Mixage ROMANO CHECCACCI
Titoli e truke PENTA STUDIO
Immancabile. Nonostante alcuni rivoli non chiarissimi (la partenza di Mirco e madre [un altro complotto?], il “deus ex machina” del vecchio, la penultima morte) la pellicola sprigiona fascino, pure perché molte facce sono perfette ed alcune scene (le false tombe, Costa che scende le scale, lo scheletro dell’edificio) indimenticabili nella loro sobrietà. Avati non sbandiera, ma suggerisce e quel che un po’ si perde in chiarezza lo si guadagna nell’incanto. Non alle vette de La casa, ma un buon film, che cresce alla seconda visione. Citazione da Tourneur. La Marani (portafortuna avatiana) fa l’infermiera.
Da molti considerato un capolavoro (e in parte lo è), spesso il film è soggetto a lecite critiche su alcuni punti poco chiari (specialmente nel finale) della sceneggiatura. Quello che è certo è che resta impresso nella mente per la buona interpretazione di Gabriele Lavia, Anne Canovas e di tutto il resto del cast. Le indovinate locations (soprattutto il complesso di Cattolica nel quale è girato il suggestivo e memorabile finale) rendono questa pellicola unica nel suo genere. Molti punti di contatto con Pet Sematary…
Già la musica angosciante, durante i titoli di testa, è di buon auspicio. Per non parlare dell’inizio con la vecchina. Il respiro affannoso, simile a un vento maligno, che attraversa le mura della villa, è quasi raggelante. Le assi del pavimento si piegano. C’è qualcosa, qualcuno, o più di uno… Un horror di alto livello, con la giusta ambientazione, reso tale da un regista di qualità e intelletto, che ha saputo miscelare horror e thriller in giuste dosi. Il risultato appaga chi si gusta la pellicola, meglio in un luogo isolato, senza disturbi.
Lovecraftiano e zombesco. Dopo La casa dalle finestre che ridono, un altro saggio dell’inimitabile gotico padano di Avati, che ripropone le sue classiche tematiche horror in location romagnola: la possibilità di un contatto tra vivi e morti, uno stregonesco personaggio legato all’occulto, misteri, esoterismo, omertà, messaggi criptici, inquietanti dimore, sacerdoti spretati. Il risultato è eccellente e la paura assicurata.
Sette anni dopo La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati torna a dirigere un horror di ambientazione padana, ma stavolta dà più spazio al soprannaturale rispetto al film precedente. La storia, infatti, verte sui misteriosi esperimenti fatti per far tornare in vita i morti. Ancora una volta grazie ad una buona regia e ad una bella sceneggiatura la tensione e gli spaventi sono garantiti ed il tutto senza violenza ed effettacci da baraccone. Finale beffardo che verrà, probabilmente, ripreso da Cimitero vivente della Lambert.
Non male. Le stupende scenografie dove sorgono i famigerati terreni k risultano funzionali alla storia e molto inquietanti. Cast ricco (c’è anche il bravissimo doppiatore Cesare Barbetti), buoni momenti di terrore. Lavia una volta tanto offre una buona interpretazione in campo cinematografico, gradevole la partecipazione di Tonelli seduto dietro la scrivania.
Un buon film di genere, diretto con il consueto stile da Avati, che ambienta il film, come spesso càpita, nella sua Emilia-Romagna. Gli eventi orrorifici si susseguono lentamente, ma in un’atmosfera inquietante, e sono commentati dalle efficaci note musicali di Riz Ortolani. Inutile negarlo: il confronto con La casa dalle finestre che ridono è obbligato e certamente Zeder ne esce parzialmente perdente: gli manca quel qualcosa in più che ha reso il precedente film un cult inossidabile.
Horror soprannaturale avatiano al 100%, graziato dalla sempre affascinante e falsamente rassicurante ambientazione padana, si fa ricordare come uno dei migliori prodotti filmici del regista e in generale dell’horror italiano. Interpreti in parte, sceneggiatura macchinosa ma anche avvincente, belle musiche di Ortolani, regia sobria ma di classe. I momenti di paura ci sono eccome, incastonati tra atmosfere che riescono ad essere inquietanti non solo di notte, ma anche alla luce del sole. Assolutamente imperdibile!
Ottimo ritorno al thriller gotico per Avati. A livello di scrittura e di regia risulta anche nettamente superiore a La casa, questo grazie ad una sceneggiatura di ferro che non lascia spazio a tempi morti e ad una maturazione registica non indifferente. Non una scena risulta essere sbagliata o fuori posto. Tuttavia l’atmosfera malsana del suo film cult qui è assente. Col senno di poi lo si può considerare come un anello di congiunzione tra Argento e Fulci. Azzeccatissima di nuovo l’ambientazione.
Rivistolo, me ne sono innamorato. Forse anche grazie al magnifico dvd della Fox che restituisce in pieno le atmosfere di un film macabro e freddo, che passa dalle misteriose scene francesi a Chartres alle indagini di Lavia tra Cervia e Milano Marittima, mentre le figure di Paolo Zeder, ma soprattutto di don Costa, acquistano spessore fino a raggiungere un finale gelido, che l’immagine dello spretato in movimento tra le strutture in cemento consegna direttamente alla storia del cinema. Ottima prova di tutto il cast, diretto magistralmente.
È quantomeno buffo come nello stesso anno siano usciti questo film e “Pet Sematary” di King. Strano per la forte somiglianza. Invece del cimitero indiano abbiamo il terreno K, invece del figlio, la compagna. A me non entusiasma Pupi versione horror, nemmeno in La casa dalle finestre che ridono, e quindi non ne sono rimasto entusiasta. Le atmosfere ricordano Argento (altro di cui non vado pazzo) e le musiche di Ortolani sono al di sotto del suo standard. L’idea alla base è notevole e la realizzazione buona. Consiglio, ma non caldamente.
Ottimo horror di Avati anche se con qualche sbavatura di troppo. Scene colme di suspance e angoscia. L’idea sembra prendere spunto dal romanzo di King “Pet sematary”, riuscendo nell’impresa di sbalordire lo spettatore dinanzi allo schermo. Il cast non mi è sembrato molto all’altezza dell’opera (il protagonista sembra fatto di cera). Qualche minima similitudine con la trilogia di Fulci nell’idea dei territori K.
Non c’è che dire, Avati consolida la sua personale via “emiliana” all’horror con un lavoro denso, dall’atmosfera carica di paura (e di paure dei protagonisti), riprendendo ed ampliando il suo sfondo tipico, Bologna, coi suoi personaggi “qualunque”. Per suspence ricorda il Fulci di quegli anni. La storia si incentra sulle zone K, il film si poggia su un Lavia che a dispetto dell’immenso talento (manifestato inequivocabilmente a teatro) qui è monocorde, con un personaggio sciocco fino all’inverosimile e poco credibile. Finale beffardo. 3 pallini.
Nonostante una certa lentezza e alcune forzature nella sceneggiatura, a distanza di tanti anni rimane integra la forza suggestiva della storia, con un finale che regala un paio di sequenze molto brevi ma tra le più agghiaccianti nella storia del cinema horror. Reso ancora più inquietante dalle viscerali musiche di Riz Ortolani, è un film imperdibile per chi ha amato La casa dalle finestre che ridono.
Avati torna all’horror, ma non vi è nulla dell’atmosfera magica di La casa dalle finestre che ridono; qui, al contrario, tutto è ostico e freddo ed è difficile farsi coinvolgere. Buona la parte finale girata a Milano Marittima tra lo scheletro della vecchia colonia estiva. Storia strana, Lavia non emoziona, musica dissonante, finale con zombie ma d’autore. A mio parere è un mezzo passo falso.
Dopo La casa dalle finestre che ridono, Avati ci riprova con esiti non certo disprezzabili. La trama si snoda sulle prime come un curioso giallo dalle atmosfere solari che parte da un pretesto banale per poi approdare sui lidi del terrore e del pericolo. La mano di Avati si nota, soprattutto nell’aver creato atmosfere che pullulano di tensione (alcuni spaventi sono assicurati) e nella buona caratterizzazione dei protagonisti; buona la direzione degli attori (con la Canovas in testa) e la vispa fotografia di Delli Colli. Notevole.
I frati rossi
Siamo sul finire degli anni ottanta.
Il nuovo proprietario di un bella villa in stile piccolo castello và in visita alla sua proprietà.
Nello splendido parco che circonda la costruzione incontra una misteriosa ragazza che suona il violino, che gli rivolge poche e misteriose parole.

Una presenza misteriosa nella villa…
L’uomo entra in casa e vede una splendida donna nuda che lo invita a seguirlo. Incuriosito, l’uomo la segue nei sotterranei della costruzione ma mal gliene incombe perchè finisce decapitato.
La storia ci porta poi indietro nel tempo, approssimativamente negli anni trenta.
Un nobile, Roberto Gherghi, che ha acquistato la villa, incontra nel parco della stessa una bella ragazza che si è rifugiata su di un albero per sfuggire al cane del nobile; l’uomo la aiuta a scendere e intavola con lei un’amichevole conversazione.
Tra i due nasce l’amore e li vediamo sposati poco dopo.
Lei, Ramona, è una giovane artista e segue ovviamente il marito nella villa, dove fa conoscenza con Prisicilla, una strana figura a metà strada tra l’istitutrice e la cameriera. La donna è palesemente ostile nei confronti di Ramona, che dal giorno stesso del matrimonio si trova a convivere con un marito che dopo pochi giorni si assenta da casa adducendo misteriosi impegni di lavoro, che non la tocca lasciandola inspiegabilmente vergine e infine con Priscilla sempre più ostile e con una casa che sembra nascondere oscuri segreti.
Ben presto i motivi del misterioso comportamento di Roberto diventano chiari, così come l’atteggiamento di Priscilla; il nobile subisce l’influsso di una misteriosa organizzazione di uomini incappucciati, simili ai templari nelle vesti, che vogliono che Roberto conservi pura la donna per un atto sacrificale che dovrà svolgersi in un giorno prestabilito, in cui deve avvenire un fenomeno astrale ben preciso.
Lo stesso Roberto ha una relazione intima con Priscilla e Ramona lo scoprirà nel peggiore dei modi, sorprendendo i due amanti a letto.
Lara Wendel
L’unica consolazione per Ramona è la presenza di Lucylle, una giovane cameriera che il marito ha assunto per aiutare Ramona nelle faccende domestiche; ma la ragazza finirà decapitata e la sua testa, infilata in un cestino da picnic, sarà rinvenuta, con sommo orrore, proprio da Ramona.
Ma la storia è destinata a complicarsi, quando dal passato compare la figura di un nobile che aveva violentato una bella zingara, che ha le stesse sembianze di Ramona; l’uomo poi aveva sposato la donna, perchè aveva finito con l’innamorarsene, e quando sopratutto Ramona scopre il ritratto di un’antenata del primo proprietario della villa, il nobile violentatore, in tutto e per tutto assomigliante a lei.
Sarà proprio questa combinazione a……
I frati rossi di Gianni Martucci, datato 1988 tenta di riportare in auge il gotico italiano con risultati assolutamente deludenti.
Il film risente innanzi tutto del basso budget, cosa che costringe l’autore ad arrangiarsi con pochissimi attori e sopratutto a lesinare sui mezzi tecnici e sugli effetti visivi.
Non sorretto da una sceneggiatura chiara, anzi, penalizzato da paurosi buchi oltre che da incongruenze inspiegabili (si veda la scena iniziale, con la misteriosa bionda che decapita il neo proprietario della villa), il film si barcamena tra il tentativo di essere credibile quando tenta di creare un’atmosfera adeguata durante le visite che Ramona fà nei sotterranei, dapprima con Lucylle e poi da sola e la necessità di giustificare la presenza dei Frati rossi, le cui azioni con relative motivazioni restano davvero nebulose.

L’antenata di Ramona prima dello stupro
Ad aggravare il tutto arriva la solita leggenda che si trasforma in realtà, ovvero il nobile che si innamora della zingara che ha violentato e che la consacra alle forze del male con il classico rituale a metà strada tra il pagano e il demoniaco.
La storia quindi arriva ad u finale quanto meno singolare, che non svelo per ovvi motivi; un finale però davvero poco in linea con quanto visto durante il film e che aggrava la sensazione di confusione che regna nella trama.
Il cast è però all’altezza ed eleva dall’assoluta mediocrità il film; bene le due protagoniste, Lara Wendel che interpreta Ramona e Malisa Longo che interpreta Priscilla.
Gerardo Amato è sufficiente nella parte del nobile Roberto Garlini, discreta è la fotografia e la location.
Purtroppo il livello del cinema di genere horror/thriller, negli anni 80, risentì di una generale crisi di idee; il meglio era stato già prodotto negli anni sessanta e per buona parte degli anni settanta.
L’ influenza di Bava su quest’opera è appena percettibile in alcune sequenze, ben lontane però dalle atmosfere del maestro, così come l’espediente di citare Fulci nei titoli quasi il regista avesse a che fare con questa pellicola risulta più un boomerang che altro.
Film davvero modesto, che è anche il penultimo della carriera della Wendel, che si chiuderà con un altro film mediocre, La villa del venerdi di Mauro Bolognini e che è anche l’ultima opera degna di un minimo di rilievo di Malisa Longo, che in futuro lavorerà solo con Brass in Miranda e Snack Bar Budapest e in un terrificante Pierino.
Da segnalare, infine, che la versione internazionale contiene alcune sequenze non presenti nella versione italiana; il trailer del film non inganni, perchè è di gran lunga più interessante del film stesso.
I frati rossi, un film di Gianni Martucci. Con Gerardo Amato, Lara Wendel, Chuck Valenti, Malisa Longo,Ronald Russo
Titolo originale The Red Monks. Horror, durata 91 min. – Italia 1988.
Gerardo Amato è Roberto Garlini
Lara Wendel è Ramona Curtis
Malisa Longo è Priscilla
Regia: Gianni Martucci
Sceneggiatura: Pino Buricchi, Gianni Martucci
Soggetto : Luciana Anna Spacca, Pino Buricchi
Produzione: Pino Buricchi, Lucio Fulci
Musiche: Paolo Rustichelli
Editing: Vanio Amici
Costumi:Silvio Laurenzi
Il cast è interessante e, tutto sommato, anche la storia: che si inserisce nel filone del gotico italiano. Ma lo fa fuori tempo massimo e la vicenda del castello e degli influssi astrologici cui la confraternita dei Frati Rossi vuole dedicare un sacrificio umano (Lara Wendel), appare debolmente portata sullo schermo, causa assenza di gore e nudità – magari – più insistite. Celebre per la controversia con Fulci (citato in locandina) non è poi film da disprezzare del tutto. Martucci ha firmato un paio di sexy commedie interessanti (La collegiale).
L’aria è proprio quella che si respira nella serie “Lucio Fulci presenta” e negli horror Reteitalia, tipici per il loro very-low budget; eppure qui la qualità è superiore, grazie ad una storia piuttosto avvincente, che privilegia l’atmosfera – valorizzata dalla fotografia dei sotterranei della villa – piuttosto che lo splatter, praticamente assente. Amato lavora con professionalità, la Wendel ha un aspetto più adulto rispetto al passato, ma è sempre prodiga di nudi integrali; la Longo pare rifarsi alla Iris di Buio Omega.
Chi sono mai questi frati rossi e cosa vogliono? Difficile capirlo anche a visione terminata. Colpa di una sceneggiatura poco chiara e con alcuni momenti davvero risibili e deliranti, che contribuisce notevolmente ad affondare un film per nulla coinvolgente. Suspence e splatter banditi in modo ingiustificato. Poco da salvare anche se c’è di peggio.
Indicibile boiata italica ottantiana, colpevolmente pubblicizzata con una presunta partecipazione di Fulci; ovvio che il Maestro con questo obbrobrio non abbia nulla a che fare. Basti dire che la cosa migliore sono i titoli di testa, con la grafica che riprende quella della locandina; per il resto tabula rasa, a parte qualche discreto movimento di mdp. Attori spaesati, sceneggiatura incomprensibile, tensione pari a zero, spfx pressoché inesistenti, location sciatte. In genere sostengo i B-movie, specialmente nostrani, ma qui non c’è speranza.
Bruttissimo e spentissimo film dell’orrore, dalla trama nemmeno poi così ridicola, ma che viene rovinato sia dal cast non eccezionale, sia dalla mancanza di nudi e scene puramente dell’orrore. Famoso per la controversia con Fulci che pare non ebbe colpe per questo disastro. Scadente.
È grazie a pasticci del genere che non amo il gotico. Noiosissimo, sembra un film della serie “Maestri del thriller” sia per la pochezza della messinscena che per la qualità. Ma qui non c’è il buffo tocco trash dei film di quel ciclo e non lo si può guardare nemmeno per farsi una risata. La confezione è ottima (cito la fotografia), ma la regia non ha classe né spigliatezza. Il tentativo di rilanciare il gotico (per quanto me ne possa importare…) lo apprezzo, ma la visione è tempo sprecato. Bellissima però la locandina (in stile minimalista).
Sembra un horror Mediaset ma non lo è. Sembra uno dei film della serie “I maestri del thriller” ma non lo è. Eppure il budget inesistente è evidentissimo. La fotografia è mediocre, la scenografia è scarna, gli effetti speciali inesistenti (forse esiste una versione uncut, chi lo sa) che a detta di alcuni vennero supervisionati da Fulci in persona (anche produttore). Scialba sceneggiatura, che altrimenti poteva trasformare il film in un piccolo cult: invece… Per lo meno c’è Gerardo Placido e qualche scena di nudo della Wendel. Mediocre.
Byleth,il demone dell’incesto
Lionel e Barbara sono due fratelli, che hanno condiviso l’infanzia assieme, prima di separarsi.
Tornato a casa, trova sua sorella sposata ad un uomo molto più maturo di lei, Giordano; Lionel prova per la sorella un affetto morboso, ai limiti dell’incesto e non accetta il legame della stessa con il marito. La sua gelosia si spinge al punto di arrivare a spiarla, soffrendo quando la stessa è in intimità con il marito.
In paese intanto alcuni delitti sconvolgono la tranquilla e quieta vita dello stesso; alcune ragazze vengono uccise in maniera efferata.
Il legame tra Lionel e i delitti appare chiaro a Giordano, che indagando, grazie anche all’aiuto di un prete, identifica in Byleth, il demone che provoca l’incesto, il responsabile della possessione diabolica del giovane.
Giordano cercherà di affrontare il demone, che compare con il volto del cognato cavalcando un destriero bianco, ma soccomberà al demone.
Lionel consuma finalmente il tanto sospirato incesto, ma Byleth (una specie di doppio cattivo di Lionel) vuole in olocausto anche sua sorella…
Un gotico davvero poco memorabile, Byleth il demone dell’incesto, girato nel 1971 da Leopoldo Savona con lo pseudonimo Leo Colman ed uscito qualche anno dopo nelle sale con gran fanfara, visto il grandissimo successo riportato da L’Esorcista di Friedkin. Il regista, specializzato in western all’italiana fatica a dare un ritmo credibile al film, pur partendo da una buona intuizione e da un’idea apprezzabile.
Purtroppo, penalizzato dalla mancanza di ritmo e sopratutto da un finale a dir poco frettoloso, il film imbarca via via acqua naufragando proprio nel finale.
L’espediente di condire il film con molte scene di nudo finisce poi per rendere il film stesso poco credibile sia come horror (latitano e molto scene splatter o anche semplicemente forti) sia come gotico, visto che l’ambientazione rimane confinante più con il sexy che con il classico terrore o la suspence.
Purtroppo agli inizi degli anni settanta furono molti i registi a cedere ad un altro demone, quello della cassetta; non si spiega altrimenti la decisione di mostrare sequenze fuori contesto in cui le donne assassinate sono tutte svestite per convegni amorosi, quasi che nel paese teatro dei delitti ci fosse stato qualcuno a versare del viagra nell’acqua.
Mark Damon, che avevamo apprezzato in qualche modo in I tre volti della paura di Bava o in Nude si muore di Dawson/Margheriti è totalmente inespressivo; come Lionel è assolutamente monocorde, come demone anche.
Il cast femminile ovvero Caterina Chiani, Claudia Gravy, Silvana Pompili si segnala solo per avvenenza fisica e null’altro;siamo davanti davvero al nulla.
La Gravy fa quello che può (davvero poco) e alla fine l’unico ad avere guadagnato la pagnotta è Aldo Bufi Landi, ovvero il povero marito che cercherà in maniera improbabile di sconfiggere il demone Byleth.
Poca roba davvero, quindi, per un film che ultimamente è stato rieditato; il che è ovviamente un mistero, visto che restano nel cassetto film di ben altra importanza rispetto a questo.
Byleth – Il demone dell’incesto, un film di Leopoldo Savona. Con Mark Damon, Aldo Bufi Landi, Claudia Gravy, Franco Jamonte, Tony Denton, Fernando Cerulli, Carla Mancini
Horror, durata 92 min. – Italia 1971.
Mark Damon è Lionel Shandwell
Claudia Gravy è Barbara
Aldo Bufi Landi è Giordano
Fernando Cerulli è il dottore
Silvana Pomilli è Floriana
Marzia Damon è la cameriera
Antonio Anelli è Il prete
Regia: Leopoldo Savona
Sceneggiatura: Leopoldo Savona
Musiche: Vasil Kojukaroff
Editing: Otello Colangeli
L’uomo che cadde sulla terra
Un oggetto proveniente dallo spazio profondo entra nell’atmosfera terrestre e precipita in un lago; all’interno c’è un alieno, proveniente da un altro pianeta. Apprenderemo in seguito che l’alieno ha famiglia ed è arrivato sulla terra perchè una terribile siccità ha colpito la sua gente, ed è in cerca di aiuto.
L’operazione però è complessa, e l’alieno, assunte sembianze umane, decide di sfruttare le proprie conoscenze tecnologiche per impiantare un’azienda; nasce così la World Enterprise, che in breve tempo lo rende l’uomo più ricco del pianeta.
Assunto uno scienziato,Nathan Bryce, gli affida il compito di trovare una soluzione al problema del suo pianeta, costruendo una nave spaziale in grado di arrivarvi e di salvarlo.
Ma la vita sotto forma umana è molto difficile, e Thomas Jerome Newton (l’identità sotto la quale si nasconde l’alieno) ben presto cede alla tentazione dell’alcool, intrecciando anche una relazione con Mary-Lou.
Nel frattempo Nathan scopre la vera identità di Thomas, che viene seguito anche dalla Cia, perchè il suo impero economico minaccia aziende concorrenti.
Così Thomas….
Film tratto dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, The man who fell to earth, ovvero L’uomo che cadde sulla terra, venne girato nel 1976 da Nicholas Roeg, uno dei registi più geniali dell’ultimo secolo, autore di splendidi film come Walkabout, A Venezia un dicembre rosso shocking, Sadismo.
Come nel romanzo, un amaro apologo della solitudine, della disillusione, della diversità, il film ricalca le linee guida del romanzo di Tevis, assumendo una potenza ancor più devastante grazie alla geniale intuizione di Roeg di portare sugli schermi, nei panni del malinconico alieno Thomas il cantante rock David Bowie, che con il suo aspetto androgino e il volto scavato, quasi allucinato, forma una simbiosi con il personaggio interpretato difficilmente riscontrabile in altri film.
Roeg riprende i temi tracciati da Tevis per tessere un film in cui la figura dell’alieno, costretto a celare la sua identità sotto un aspetto umano, diventa il paradigma stesso dell’esistenza degli umani; l’alieno vive le contraddizioni dell’umano con più sofferenza degli umani stessi, perchè si rende conto dell’assurdità delle loro vite, delle loro ambizioni.
Quel suo essere diverso lo porterà paradossalmente ad essere un emarginato per la sua ricchezza, e lo porterà fatalmente a soffrire di quegli stessi problemi che soffrono gli uomini.
Thomas non è l’andoride Roy di Blade runner, che rimpiange la vita perchè ha visto cose incredibili, è molto più vicino ad un essere umano perchè si è calato tra loro, ha sperimentato vizi e virtù degli umani stessi; ha provato l’amore e l’alcool, l’inferno e il paradiso, ha scoperto le miserie degli umani e si è reso conto, con tristezza e malinconia, di essersi caricato addosso un problema senza nessuna soluzione, ovvero qualcosa che possa salvare le poche unità superstiti del suo popolo dall’estinzione.
Così la parabola dell’alieno finisce per coincidere con il percorso di una vita umana, fatta di speranza e disillusione, di amarezze e di gioie, tutte mescolate senza soluzione di continuità.
Nel film molti passi testimoniano l’assoluta astrazione di Thomas dal contesto umano in cui vive; se il romanzo inizia con una frase importante «Non era un uomo, eppure era molto simile all’uomo» il film inizia con il classico impatto tra l’astronave e la terra.
Il primo impatto è proprio con l’elemento vitale che manca sul pianeta di Thomas, l’acqua; c’è una specie di stridente ironia tra il tragico destino che attende la gente di Thomas e l’abbondanza di quell’elemento vitale su un pianeta che lo sperpera in maniera allucinante.
Thomas imparerà ben presto che lo strano pianeta sul quale è arrivato vive di forti contraddizioni; il denaro, l’autentico dio venerato dalla gente umana si trasforma per lui dapprima in un mezzo per raggiungere i suoi fini, e in ultimo nella causa prima dei suoi problemi e infine del suo destino.
E’ inconciliabile Thomas con la gente alla quale si è mescolato; i suoi occhi da rettile, il suo corpo senza sesso lo rendono davvero un alieno.
Eppure sembrerebbe esserci un contatto possibile tra questi due universi paralleli; è l’amore, ma Thomas ha da svolgere una missione.
Tutto il film vive su questa atmosfera rarefatta, sulle violente contraddizioni che vive Thomas immerso in un ambiente alieno come e quanto lui.
La solitudine di Thomas si amplia e si confonde con quella di Mary Lou, ma in fondo sono soli anche gli altri umani; lo si capisce dalla mancanza di emozioni che trapela in molte sequenze del film, con l’alieno che attraversa un pianeta di gente sola anche se abituata a vivere in comunità.
Roeg conferisce al film un’aria malinconica e stranita, un’atmosfera lugubre e senza speranza, andando probabilmente oltre la stessa capacità di Tevis di rendere il senso di vuoto, di solitudine e di mancanza di speranze in cui si muove l’alieno del libro; ed è questo il gran merito di un regista capace come pochi di realizzare film in cui il senso di smarrimento dell’uomo arrivi quasi alla cosmicità delle esistenze rapportate all’infinito, ovvero quel senso di smarrimento e di paura che l’essere umano porta con se come una seconda pelle.
L’uomo che cadde sulla terra è un film tecnicamente perfetto, in cui è davvero difficile trovare difetti tali da incrinarne il giudizio finale; quando un regista riesce a pareggiare ( e forse anche a superare) quel calderone di peculiarità che distinguono sempre un’opera scritta da una visiva, che per forza di cose ha tempi molto meno dilatati ed è di difficile espressione attraverso le immagini, allora ci si rende conto di essere davanti ad un’opera che può essere definita davvero un capolavoro.
Un’opera metafisica, esistenzialista, definitela come volete.
Ma un’opera assolutamente fondamentale della cinematografia.
L’uomo che cadde sulla Terra, un film di Nicolas Roeg. Con Rip Torn, David Bowie, Buck Henry, Candy Clark, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo, Tony Mascia, Linda Hutton, Hitary Holland, Adrienne La Russa, Lilybelle Crawford, Richard Breeding, Albert Nelson, David Bowie, Peter Prouse, Jim Lovell
Titolo originale The Man Who Fell to Earth. Fantascienza, durata 118 (138) min. – Gran Bretagna 1976.
David Bowie … Thomas Jerome Newton
Rip Torn … Nathan Bryce
Candy Clark … Mary-Lou
Buck Henry … Oliver Farnsworth
Bernie Casey … Peters
Jackson D. Kane … Professor Canutti
Rick Riccardo … Trevor
Tony Mascia … Arthur
Linda Hutton … Elaine
Hilary Holland … Jill
Adrienne Larussa … Helen
Lilybelle Crawford … Jewelery Store Owner
Richard Breeding … Receptionist
Albert Nelson … Cameriere
Regia Nicolas Roeg
Soggetto Walter Tevis
Sceneggiatura Paul Mayersberg
Produttore Michael Deeley, Barry Spikings
Fotografia Anthony B. Richmond
Montaggio Graeme Clifford
Musiche John Phillips, Stomu Yamashta

Dopo due miglia di cammino arrivò a una città. Prima dell’abitato vi era un cartello: HANEYVILLE, e sotto: 1400 AB. Andava benissimo, gli occorreva proprio una cittadina di quella grandezza. Era di mattina e ancora molto presto, aveva scelto quell’ora per la sua camminata in modo da approfittare del fresco. Non c’era ancora nessuno per la strada. Oltrepassò ancora parecchi isolati nella luce incerta, sconcertato dall’ambiente estraneo. Si sentiva tutto teso e un po’ spaventato. Cercò di distrarre la sua mente da ciò che si accingeva a fare: ci aveva già pensato abbastanza.
Nel piccolo centro commerciale trovò quello che cercava: un negozietto con l’insegna: LO SCRIGNO. A un angolo di strada lì vicino vide una panchina e andò a sedersi, con tutto il corpo indolenzito per lo sforzo del gran camminare.
Fu di lì a qualche minuto che vide un essere umano.
Chilometrica pellicola, che alterna squarci di cospicuo interesse a lentezze soporifere, le cui motivazioni si stenta a comprendere. Il sentimento che emerge è quello della pietà, che nasce dalla situazione di partenza del protagonista e del fallimento della sua missione. Il messaggio politico, di critica alla nostra società, è spesso generico o stereotipato, per cui stenta ad andare a segno.
Alieno sulla Terra per salvare il proprio pianeta, ma è risucchiato dalla vita terrena e poi sequestrato. Da ricordare solo per la presenza di Bowie, carismatica popstar, e per qualche immagine ad effetto (per esempio, l’alieno lucertoloso senza ciglia). Ed è un peccato perché la storia sarebbe bella (Icaro come metafora dell’uomo, i cui ideali si infrangono facendolo cadere nell’alienazione), così come alcuni spunti visivi e una dinamica narrativa non convenzionale. Ma il film è noioso, sfilacciato, senza mordente: un’occasione sprecata.
Jerome Newton, imprenditore di origine aliena, scoprirà a sue spese le conseguenze della forza gravitazionale… Lo stile lisergico di Roeg, fatto di montaggi incrociati, ralenti e immagini subliminali, per quanto datato, fa faville su soggetti ad hoc. Qui restituisce le percezioni di un extraterrestre cui Bowie ha donato il suo corpo anodino e androgino. L’approccio alla fantascienza è adulto, con velleità sociali e psicologiche non proprio di prima mano. Il gioco delle allusioni invece è un po’ tirato per le lunghe: così torpore e stupore si alternano con discutibile perizia. Fascinoso.
Nichoals Roeg dirige un film di fantascienza originale ed interessante, purtroppo appesantito da lentezze esagerate. Non male la trama che vede David Bowie nei panni di un extraterrestre, perfettamente mescolato tra gli umani, che vuole tornare sul suo pianeta di origine. L’opera possiede un suo fascino innegabile e l’interpretazione di Bowie è da ricordare, ma il giudizio complessivo risente troppo della pesantezza del tutto. Comunque merita sicuramente una visione.
Un film di fantascienza con buoni spunti ma che appare quasi privo di post-produzione, essendo troppo, troppo lungo e sfilacciato nel suo evolversi. Idea di partenza buona e fedele al romanzo di Walter Tevis, con una grande interpretazione di David Bowie, ma il “mancato montaggio” ne fa una pellicola tediosa anche se lungimirante. Qui e lì spunti visivi interessanti.
Un film così-così, ed è un vero peccato perché l’occasione era ghiotta: David Bowie protagonista di un film che sembra uscito da una dalle sue canzoni. Ma la pellicola risulta lentissima, con una trama difficile da seguire e noiosa. Bene invece Bowie, che sembra interpretare se stesso nei panni dei suoi alter-ego più riusciti (Ziggy Stardust e thin White Duke): da ricordare solo per questo.
Tratto da un romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1963, il film narra delle peripezie di un alieno umanoide che cerca in tutti i modi di permettere ai suoi (pochi) simili di raggiungere la Terra e la salvezza. La sottotrama ci riporta alla guerra fredda, alla necessità di segretezza da parte di diversi (alieni e non) all’interno della società americana che, con la scusa di “ricercare”, finirà sempre e immancabilmente per distruggerli. Il film, molto visionario, non riesce a rende completamente lo sensazione di oppressione presente nel libro.
Grazie a tutti!

Nel giorno in cui questo blog registra il massimo di visite giornaliere, con 4074 visitatori, in contemporanea registra il milionesimo visitatore. Desidero quindi ringraziare, con l’occasione, tutti quelli che giornalmente frequentano questo sito assicurandogli un costante successo, che premia in qualche modo lo sforzo che viene fatto per assicurare uno sguardo il più possibile completo sul cinema di genere degli anni che vanno dalla fine dei 60 agli inizi degli anni 90.
Grazie a tutti, quindi.
Amore e morte nel giardino degli dei
Due fratelli, Manfredi e Azzurra, uniti dallo stesso sangue ma divisi da un tormentato rapporto, vivono due esistenze fortemente condizionate dall’assenza dei genitori; mentre il padre dei due giovani è morto, la madre li ha abbandonati da tempo.
Così i due si abituano alla situazione, divisi però da rivalità, gelosie e in qualche modo da un latente disprezzo che affiora nei loro rapporti.
Al tempo stesso fa capolino un amore proibito, al limite dell’incestuoso, cosa che sembra essere una delle cause del loro tempestoso modo di comportarsi.

Orchidea De Santis è Viola

Erika Blanc è Azzurra
Azzurra altera la situazione sposandosi con un famoso musicista, mentre Manfredi ha una relazione amorosa con la bella Viola.
Ma Azzurra resta comunque legata a quel rapporto proibito con il fratello, mentre il suo rapporto coniugale con il marito musicista si rivela un fallimento, costellato com’è da continue liti.
La situazione esplode drammaticamente quando Azzurra racconta a Manfredi che in realtà lei non è sua sorella, essendo stato l’uomo adottato da piccolo da una famiglia di contadini solo perchè nel nucleo familiare di Azzurra non c’era un erede maschio.


La sequenza introduttiva del film: Viola trova il corpo esanime di Azzurra (prima dei titoli di testa)
Dopo una violenta lite, la donna assume una dose massiccia di barbiturici; Manfredi, entrato di nascosto in casa, la sposta in una vasca da bagno, simulando così un tentativo di suicidio.
Ma il provvidenziale arrivo di Viola salva Azzurra dalla morte (scena introduttiva del film); tra le due nasce un rapporto che sfocia in un legame proibito.
Manfredi decide così di proseguire la sua opera e……
Amore e morte nel giardino degli dei, diretto da Sauro Scavolini nel 1972, è un film low budget che mescola con eleganza elementi tipici del film giallo/thriller a elementi drammatici, che formano poi l’ossatura vera del film.
Un film ingiustamente sottovalutato, per motivi assolutamente incomprensibili; la sceneggiatura, ad esempio, è di prim’ordine, stesa dallo stesso regista e da Anna Maria Gelli, ed è ben bilanciata, visto che presenta dialoghi mai banali e situazioni intricate impreziosite dal rapporto torbido che si stabilisce tra i protagonisti del film, ovvero tra Azzurra e suo fratello Manfredi, tra Azzurra e Viola, tra Azzurra e suo marito.
Se il film è incentrato proprio sulla figura da mantide della donna che vive una vita affettiva disordinata, divisa com’è tra le persone che la circondano, larga parte del film stesso è centrato su quel mondo chiuso, quel giardino degli dei che diventa il fulcro delle esistenze dei protagonisti, alle prese con quella che diverrà inevitabilmente una tragedia causata da un rapporto ossessivo tra i fratelli che da morboso diverrà tragico, passando attraverso la lucida dapprima, poi folle senza più freni esistenza di Manfredi.

Il tutto sarà esplicato dal ritrovamento, da parte di un ornitologo, di un registratore a nastro contenente delle bobine nelle quali uno psicologo raccoglieva le confidenze di azzurra.
Se il film ha un andamento lentissimo, lo si deve alla decisione, da parte del regista, di fare un film prettamente psicologico, quasi psicanalitico, attraverso la descrizione dettagliata delle cose, delle situazioni e delle motivazioni.
Il che non è necessariamente un limite, come paventato da alcuni critici, quanto piuttosto una nota di merito.
Per una volta non c’è l’effetto splatter a catalizzare l’attenzione, non c’è l’erotismo spiattellato in ogni fotogramma, quanto piuttosto una ricerca metodica della psiche dei personaggi.
Il che permette a Erika Blanc, che interpreta Azzurra, a Orchidea De Santis che interpreta Viola e a Peter Lee Lawrence, che interpreta Manfredi, di mostrare finalmente la loro capacità recitativa; non più imbrigliati nei classici copioni alla mordi e fuggi, quindi infarciti di scene girate ad alta velocità in stile sketch, i tre attori hanno tempo e modo di mostrare che sanno calarsi nei panni dei vari personaggi, dando loro un’aura di drammaticità che sarà fondamentale per l’economia e il risultato finale del film stesso.

Così appare assolutamente immotivata, gratuita e da incompetenti la sintesi finale del film che offre il solito ineffabile Morandini, pseudo enciclopedia cinematografica infarcita di luoghi comuni.
L’”autorevole” fonte scrive testualmente: “Più che di amore e morte, è meglio parlare di erotismo e sadismo da fotoromanzo porno”
Nel film l’erotismo è una componente assolutamente marginale, e si manifesta solo in un’occasione, con Viola che abbraccia teneramente il suo amante.

La scena del rapporto tra Azzurra e Viola stessa non è assolutamente esplicitata e si risolve solo in un primo piano di Viola nuda, di spalle; roba da educande se paragonata alla scena del burro in Ultimo tango a Parigi o ad alcune scene al limite del blasfemo contenute nel Decameron di Pasolini.
Il discorso resta desolatamente il solito; se si esclude qualche critico, che i film li vedeva davvero, senza paraocchi e con obiettività, gli altri scrivevano recensioni dettate evidentemente da rancori o peggio da rapporti innominabili con altre produzioni o registi, che tendevano a mettere in cattiva luce film in realtà degni di attenzione.
Il film di Scavolini non è un capolavoro.

Qualche smagliatura c’è, ma va tenuto conto che il budget del film era evidentemente ridotto all’osso, pure il regista pesarese mostra qualità e talento.
Le due protagoniste, per una volta, sono assolutamente alla pari in termini di qualità e resa; la Blanc da vita ad un personaggio torbido, inquieto mentre la De Santis fa da contraltare, con un personaggio quasi candido.
Stridente il contrasto tra le due, essenzialmente fisico però; la bellezza bruna della Blanc contrasta nettamente con la figura bionda e morbida, mediterranea, della De Santis.

Una scelta vincente, quella di Scavolini, che sembra quasi voler distaccare i due personaggi nel modo più netto possibile.
Un film da rivalutare in tutti i sensi, insomma.
Purtroppo è anche un film che non è mai stato editato in dvd, per cui chi lo volesse vedere dovrà accontentarsi del modesto risultato ottenuto con le VHS; per inciso a ciò è dovuta anche la bassa qualità dei fotogrammi che presento in questa recensione.

Amore e morte nel giardino degli dei, un film di Sauro Scavolini. Con Peter Lee Lawrence,Orchidea De Santis, Erika Blanc, Ezio Marano, Vittorio Duse, Bruno Boschetti, Carla Mancini
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1972.






Peter Lee Lawrence è Manfredi
Erika Blanc è Azzurra
Orchidea de Santis è Viola
Rosario Borelli è Timothy
Sceneggiatura: Sauro Scavolini, Anna Maria Gelli
Produzione: Armando Bertuccioli , Romano Scavolini
Musiche: Giancarlo Chiaramello
Editing: Francesco Bertuccioli

Le cose prendono piede solo dopo un’ora, quando si capisce che il finale meriterà d’essere visto (notevole, in effetti). L’idea di base (i nastri) era molto interessante. Poteva senz’altro essere condotta meglio, ma è chiaro che l’autore, più che un thriller, voleva un storia psicologica.
La pochezza del budget impone a Sauro Scavolini di curare una sceneggiatura di tipo impopolare, composta da una struttura ad “incastro” (eventi che si svolgono avanti-indietro nel tempo, mentre un ornitologo, rinchiuso all’interno di una villa con ampio parco, ha rinvenuto un nastro magnetico, sul quale sono incise tracce che potrebbero fare risalire ad una strage). Lo sfortunato Peter Lee Lawrence (non è morto suicida, pur se lo si legge su imdb: si è spento a causa di un tumore al cervello) resta impresso, come il tragico finale…
Uno di quegli strani frutti borderline di cui è disseminato il giardino del nostro cinema: grondante enfatiche ambizioni autoriali sin dal pomposo titolo, ma poi con un cast da tardo spaghetti-western col truce Rosario Borelli (accreditato come Richard Melville!). Di quelli per cui ti resta sempre il dubbio se si si tratti di un potenziale filmone tarpato dalla penuria di svanziche o di un lambiccato pasticcio con momenti di inconsapevole genialità. Il povero Hirenback/Lawrence anche senza la sua Colt 45 non era male…
Notevole drammone che nel finale diventa un thriller che si lascia andare ad inaspettati effetti sanguinolenti. Il cast è davvero ottimo: la bellissima Blanc che si mostra desnuda fronte e retro, Lawrence, la De Santis (anche lei nudissima). Simili attori con le loro interpretazioni nobilitano il film, che non ho trovato eccessivamente lento. Funzionale la struttura a flashback. Ingiustamente sottovalutato, a mio avviso.
Scavolini, a differenza delle omonime cucine, non è stato certo il “preferito dagli italiani”, almeno come regista; tuttavia con questo film ha lasciato una discreta prova. Se non fosse per l’eccessiva lentezza della prima ora, dagli indubbi effetti soporiferi, il film avrebbe potuto essere molto meglio; infatti tutto il lungo “spiegone” finale merita la visione, riservando anche qualche buona trovata. Pure il cast non è niente male, a parte l’attore che impersona il professore, dalla dizione improponibile; bravi la Blanc e Lawrence. Singolare.
Una pellicola fascinosa caratterizzata da location suggestive e misteriose e da inquadrature mirate che contribuiscono ad evidenziarne il dramma dell’animo del protagonista. Il film si basa su una sceneggiatura particolare e può contare su ottime interpretazioni, specialmente quelle dei protagonisti. Il regista, nonostante il budget limitato, realizza un film altamente professionale ed introspettivo. Geniale il finale, che chiude perfettamente il film.

Le guerriere dal seno nudo (Le Amazzoni di Terence Young)

Tra la combattiva gente delle Amazzoni è tempo di scegliere la nuova regina; tutte le aspiranti al trono scendono in campo.
Le migliori atlete Amazzoni si sfidano in gare molto dure, e alla fine la vincitrice è la bella e biondissima Antiope, che sconfigge in gara anche sua sorella Oreteia.
Antiope ripristina l’antica regola che vigeva tra le Amazzoni, ovvero un misto di disciplina militare con una castità assoluta.

Alena Johnston è la regina Antiope
Instaura infatti il divieto di avere rapporti con uomini, salvo una volta all’anno per motivi di procreazione.
Così, per il rituale accoppiamento, vengono scelti dei greci, ai quali viene promesso in cambio del rame, materiale molto prezioso per i greci stessi.
Ma Teseo, re dei greci, decide di tendere una trappola alle Amazzoni, facendole attaccare dagli Sciti, salvo poi attaccare gli stessi Sciti per presentarsi alla guerriere come il loro salvatore.
Luciana Paluzzi
Antiope, che ha scoperto il trucco, dopo aver sventato anche una congiura di palazzo ai suoi danni ordita dalla sorella Oreteia, decide di uccidere i greci durante l’ultima delle notti d’amore tra greci e Amazzoni.
Dopo una serie di alterne vicende, Antiope accetterà di far convivere pacificamente greci e Amazzoni, rinunciando cosi ai retaggi del passato.
Rosanna Yanni
Le guerriere dal seno nudo, film del 1974 diretto dal regista Terence Young è un sorprendente prodotto che mescola vari generi, usando come spunto il peplum per diventare, durante lo svolgimento, dapprima una parodia in chiave moderatamente sexy e infine un film quasi drammatico.
La storia è ben congegnata, e mescola elementi tipici di più generi; se la base è essenzialmente peplum,visto che il film narra la vicenda del conflitto tra due antichi popoli, le semi leggendarie amazzoni e i greci guidati da Teseo, si nota nella pellicola una affiorante vis comica che rende alcuni passaggi abbastanza buffi.
Ma il film resta comunque drammatico, almeno nel suo svolgimento e nel suo finale, con più di un accenno ad un femminismo ante litteram, testimoniato da una società, quella delle Amazzoni, retta e governata esclusivamente al femminile, in cui il ruolo del maschio è decisamente marginale se non addirittura riduttivo, visto che i greci, nel film, sono ridotti al ruolo di stalloni.
Young strizza anche l’occhio al cinema sexy, spogliando le sue belle interpreti senza però usare una malizia eccessiva; se è vero che nel film ci sono molti nudi, è anche vero che l’erotismo è molto limitato se non addirittura inesistente.
Il regista, infatti, punta molto sull’avvenenza delle protagoniste non inserendole però nel solito contesto godereccio; le scene in cui le Amazzoni sono in tenero colloquio con i greci infatti costituiscono più un supporto alla storia (intrighi, vendette, tentativi di avvelenamento ecc)
che un mero tentativo di strizzare l’occhio al solito spettatore guardone.
Il cast è ben assortito, includendo attrici davvero avvenenti come Helga Linè, Malisa Longo e Rosanna Yanni oltre alla vera protagonista Alena Johnston che interpreta la regina Antiope e alla splendida Luciana Paluzzi, qui in un ruolo da comprimaria.
Un buon prodotto, insomma, di un regista capace, autore fra l’altro del primo leggendario 007 e di Sole rosso, un western atipico girato negli anni 70 con un gran bel cast.
Da notare che l’anno dopo venne immesso sul mercato cinematografico Le Amazzoni-Donne d’amore e di guerra di Alfonso Brescia, discreto prodotto ma nulla più.
Le guerriere dal seno nudo – Le amazzoni di Terence Young,un film di Terence Young. Con Luciana Paluzzi, Fausto Tozzi, Angelo Infanti, Alena Johnston, Sabine Sun, Helga Liné, Malisa Longo
Avventura, durata 92 min. – Italia 1974.
Alena Johnston … Antiope
Sabine Sun … Oretheia
Rosanna Yanni … Penthesilea
Helga Liné … Grande sacerdotessa
Rebecca Potok … Melanippe
Malisa Longo … Leuthera
Lucy Tiller … Alana
Almut Berg … Cynara
Luciana Paluzzi … Phaedra
Angelo Infanti … Theseus
Fausto Tozzi … Generale
Ángel del Pozo … Capitano
Franco Borelli … Perithous
Benito Stefanelli … Comandante
Regia: Terence Young
Sceneggiatura: Richard Aubrey, Massimo De Rita
Prodotto da: Nino Crisma, José García Moreno,Gregorio Sacristán
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Roger Dwyre
Production Design: Mario Garbuglia

Le starlette e il cinema sexy, il cinema di genere-Terza parte

Rada Rassimov, sorella di Ivan Rassimov, uno degli attori più presenti nel cinema di genere anni 70, è stata attrice specializzata in ruoli di contorno ; indubbiamente una delle più brave, l’attrice triestina, nata nel 1938, ha lavorato in vari film di genere, nel periodo tra il 1963, quindi dal suo esordio nel film Sfida al re di Castiglia fino al 1974, epoca del suo film più importante, Grandezza naturale , dopo il quale ha deciso di seguire principalmente la tv, specializzandosi in fiction.
La Rassimov in Gli orrori del castello di Norimberga
Attrice dal volto spigoloso, molto espressiva, la Rassimov è comparsa in Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone, in una piccola parte che però ricordano in molti; è la prostituta che viene picchiata dal malefico Sentenza.
E’ apparsa anche in Il gatto a 9 code di Dario Argento, nel film di culto praticamente introvabile Necropolis (1970), in La grande scrofa nera (1971) e nel film di Bava Gli orrori del castello di Norimberga.
Rada Rassimov in Un caso d’incoscienza
Margaret Rose Keil è una simpatica starlette comparsa in numerosi film di genere, a cavallo tra il 1961 e il 1981; anche nel suo caso possiamo parlare di una brava comprimaria, capace di mettersi in mostra anche in ruoli secondari. Passata attraverso la fucina formativa dei fotoromanzi (lavorava per la Lancio), è poi approdata alle pubblicità televisive; molto famosa quella della Punt e Mes.

Margaret Rose Keil, Le prigioniere dell’isola del diavolo

Margaret Rose Keil protagonista di Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno
Bionda, fisico non esplosivo, la Keil ha lavorato principalmente in peplum, in decamerotici come Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno (1972),Decameroticus (1972), Il decamerone proibito – le altre novelle del Boccaccio (1972), Novelle licenziose di vergini vogliose (1973), Fra’ Tazio da Velletri (1973)
Sandra Julien, francese di Tolone, dov’è nata nel 1950 ha avuto una carriera brevissima, anche se intensa, nel periodo tra il 1971 e il 1975; dotata di una bellezza straordinaria, con un fisico molto bello,la Julien tuttavia non aveva a supporto adeguate doti recitative.

Sandra Julien, Les frissons des vampires
La Julien in Sterminate gruppo zero
I film interpretati, pur dal buon successo come Les frissons des vampires di Rollin (1971) oppure Nel buio non ti vedo ma ti sento di Pecas dello stesso anno, la lanciano come attrice sexy; ma non basta e dopo qualche film decisamente mediocre tipo Je suis frigide… pourquoi? (1973), Sandra Julien scompare dagli schermi, senza particolari rimpianti da parte dei cinefili.
Una soubrette lanciata dalla Tv, Paola Tedesco, mostra un talento eclettico, tanto da essere utilizzata nei varietà televisivi, negli sceneggiati sempre tv e nel cinema;nata a Roma nel 1952, la Tedesco compare per la prima volta in un’opera cinematografica a soli 12 anni.
Si tratta di Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini (1964); in tv partecipa al fortunato Un colpo di fortuna, interpreta il più bel sceneggiato di sempre, Il segno del comando, mentre al cinema si specializza in ruoli di contorno, recitando in musicarelli come Lady Barbara, in film comici come I due maghi del pallone regia di Mariano Laurenti (1971),I due assi del guantone sempre per la regia di Mariano Laurenti (1971) con il duo comico Franchi-Ingrassia,

Una bellissima Paola Tedesco nel musicarello Lady Barbara
passando per il poliziottesco I familiari delle vittime non saranno avvertiti regia di Alberto De Martino (1972), La polizia accusa: il servizio segreto uccide regia di Sergio Martino (1975), il thriller come Il gatto dagli occhi di giada regia di Antonio Bido (1977) nel quale è la protagonista e infine nella commedia sexy, tra le quali vanno citate Le seminariste regia di Guido Leoni e Nerone regia di Mario Castellacci (1977), in cui compare in un nudo frontale che ne esalta la splendida figura fisica.
Dopo l’abbandono della carriera cinematografica, seguita da quella televisiva, la bella e brava Paola Tedesco si dedica con successo al teatro, nel quale lavora ancora oggi.
Autentica meteora, Paola Morra, nata a Roma nel 1960, fisicamente prosperosa anche se non statuaria, gira 7 film nell’arco di meno di due anni, tra i quali segnalo Suor Omicidi (1978), un thriller di buon livello accanto ad Anita Ekberg, L’insegnante balla… con tutta la classe (1978) commedia sexy poco interessante, Interno di un convento (1978) ottimo film di Borowczyck.

Paola Morra, L’insegnante balla con tutta la classe

La Morra in Amazzare il tempo
A questo punto la carriera della Morra invece di decollare si conclude malinconicamente con il buon Ammazzare il tempo (1979), nel quale lavora egregiamente mostrando una discreta maturità artistica.
Difficile capire il perchè del suo abbandono delle scene; come molte altre protagoniste minori, la Morra probabilmente ha scelto di cambiare vita o forse più semplicemente è stata dimenticata durante la grossa cirsi che il cinema italiano attraversò proprio nel periodo del suo ultimo film.
Una lunghissima e per certi versi fortunata carriera contraddistingue Monica Randall, nome anglofono della spagnola Aurora Juliá Sarasa, nata a Barcellona nel 1942; attrice, produttrice, la Randall ha interpretato oltre 100 lavori, equamente divisi tra cinema e tv.
Eppure in Italia l’attrice non è propriamente famosa; il suo ruolo più famoso, da noi, è quello della signora Moroni in Mio caro assassino (1972)
Lontana mille miglia dalla vamp o dal prototipo della starlette, Maria Rohm di nascita austriaca essendo nata a Vienna nel 1945 ha partecipato a diverse produzioni, quasi tutte finanziate da suo marito Harry Alan Towers.
Molto bella, di quelle bellezze diafane e fragili, la Rohm è stata una buona comprimaria;
da segnalare tra i film interpretati 99 donne (99 Women) di Jesús Franco (1968), Il Dio chiamato Dorian (Dorian Gray) di Massimo Dallamano (1970),Il conte Dracula e Justine ovvero le disavventure della virtù sempre di Jesús Franco.
Abbandonato senza rimpianti il cinema in veste di attrice, ha viceversa deciso di impegnarsi nella produzione, cosa che ancora segue.
Margaret Lee, ovvero Margaret Gwendolyn Box deve la sua fortuna in Italia principalmente al suo buffo accento italiano e alle trasmissioni televisive accanto a Johnny Dorelli, con il quale ha poi lavorato anche in ambito cinematografico.

Margaret Lee in La bestia uccide a sangue freddo
Molto bella, la Lee ha girato tra il 1962 e il 1975 oltre 70 film, specializzandosi in ruoli secondari, tutti interpretati con la sua garbata ironia e con quell’accento che la rendeva irresistibile.
Tra le opere meritevoli di attenzione, citerei La bestia uccide a sangue freddo (1971), Appuntamento col disonore (1970),Venus in Furs (1969) e La sensualità è un attimo di vita (1975); il grosso della sua produzione tuttavia è concentrata nel decennio sessanta, con ben 50 film interpretati in soli 7 anni.
C’è un’attrice che ha legato il proprio nome indissolubilmente a quello del regista che l’ha lanciata, diventandone dapprima la musa ispiratrice,poi la compagna e infine l’attrice preferita: si tratta di Lina Romay, lanciata da Jesus Franco.

Lina Romay in Rolls Royce baby
Rosa Maria Almirall, nata a Barcellona nel 1954 ha girato oltre 100 film, la stragrande maggioranza dei quali per suo marito, e buona parte dei quali caratterizzati da contenuti spesso hard.
I film più importanti di Lina Romay sono Sospiri (La noche de los asesinos) (1973),La mansion de los muertos vivientes, regia di Jesús Franco (1982).
La Romay, che all’inizio della carriera era caratterizzata da un personale davvero sexy, sormontato da un volto imbronciato, avrebbe potuto tranquillamente scegliere strade diverse; viceversa l’incontro fatale con Franco la legò indissolubilmente al cinema del regista spagnolo, dal quale poi non si staccò più, scegliendo di interpretare larga parte della sua produzione.
Anche la carriera di Maria Rosaria Omaggio assomiglia per molti versi a quella di Paola Tedesco e a quella di attrici del piccolo schermo lanciate da trasmissioni televisive in cui si esibivano con ruoli di contorno.

Maria Rosaria Omaggio in La segretaria di mio padre
La Omaggio deve molta della sua popolarità a Canzonissima 1973, trasmissione nella quale era valletta di Pippo Baudo; passata al cinema, grazie alla sua fresca bellezza e ad un fisico armonico, interpretò come sua prima parte il ruolo di Lozana nel film La lozana andalusa (1976) di Vicente Escrivá, che in Spagna ebbe un discreto successo. Dopo la commedia sexy La segretaria privata di mio padre (1976), passò al poliziottesco, genere in gran voga a metà anni settanta, interpretando film come Squadra antiscippo (1976),Roma a mano armata (1976), La malavita attacca… la polizia risponde! (1977).

La Omaggio con Renato Pozzetto in Culo e camicia
In seguito scelse di dedicarsi alle fiction tv e al teatro, nel quale è ancora oggi molto attiva.
Una triste sorte caratterizza la vita di Krista Nell, bella e simpatica attrice di origini austriache, classe 1946.
Dopo alcuni film girati in Francia, arriva in Italia sulla fine degli anni 60, comparendo in diversi western all’italiana.
Riscuote buon successo e discreta fama con alcuni decamerotici scanzonati, come Fratello homo sorella bona (1972), Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto… (1972), Le calde notti del Decameron (1972) , Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio (1972).

Krista Nell in La rossa dalla pelle che scotta

La Nell in Fratello homo sorella bona
Tra il 1970 e il 1975 gira oltre 25 pellicole, tutte come comprimaria; subito dopo aver ultimato il film La sanguisuga conduce la danza (1975), viene stroncata da una leucemia fulminante, nel pieno della maturità e nel momento in cui erano molti quelli che la apprezzavano per la simpatia e la discreta caratura artistica.
Era il 19 giugno 1975, l’attrice non aveva compiuto nemmeno 30 anni.
Identica, tragica sorte è quella di Soledad Miranda, altra attrice lanciata da Jesus Franco; nata nel 1943 a Siviglia, debutta a soli 17 anni nel film La regina del Tabarin di Franco.
Dopo aver interpretato in pochi anni molti film di successo come Vampyros lesbos e Il conte Dracula, Soledad trova la morte ad agosto del 1970 in un incidente stradale.
Aveva solo 27 anni e una carriera promettente davanti.

Soledad Miranda in Vampiros lesbos

La sfortunata Soledad Miranda in Les cauchemars naissent la nuit
Dalla ex Jugoslavia proveniva Olga Bisera, classe 1949, attrice di discrete qualità ancora una volta persasi alla fine degli anni settanta con la grande crisi del cinema. Vicenda anche strana la sua, visto che il film più famoso e che le valse ottime critiche lo girò nel 1977. Si trattava di uno dei film dedicati all’agente segreto James Bond; il film, 007 la spia che mia amava la vide imeprsonare Felicca una delle tante Bond girl che l’agente con licenza di uccidere seduce nel corso delle sue missioni.

La Bisera in La vergine, il toro e il capricorno
Prima di allora la Bisera aveva interpretato film come L’uccello migratore (1972), Beati i ricchi (1972), il women in prison Diario segreto da un carcere femminile (1973) e fornito una buona prova nel discreto thriller paranormale Un sussurro nel buio (1976)
Presentatrice televisiva, compositrice, attrice cinematografica, Enrica Bonaccorti ha mostrato da subito un talento davvero poliedrico; nata a Savona nel 1949, ha iniziato facendo la gavetta in teatro, per poi passare alla composizione di canzoni, alcune delle quali di ottimo livello, come La lontananza e Amara terra mia, portate al successo da Domenico Modugno.
Ha partecipato ad alcune pellicole di buon successo, come Jus primae noctis, regia di Pasquale Festa Campanile (1972),Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, regia di Sergio Martino (1972),Paolo il caldo, regia di Marco Vicario (1973),

Un primo piano di Enrica Bonaccorti tratto dal film Rag.Arturo De Fanti, bancario precario

La Bonaccorti in Jus primae noctis
Rag. Arturo De Fanti, bancario precario, regia di Luciano Salce (1980), per poi dedicarsi all’intrattenimento in tv, dove ha contribuito in maniera determinante al successo del talent show Non è la Rai.
Ottimo anche il successo riscosso per la radio, con lo storico programma Chiamate Roma 3131; sicuramente uno dei personaggi più completi, a cui però è mancato il guizzo finale, quello che ti porta ad essere davvero una star.
Laura Belli, napoletana purosangue, è una delle poche ad aver frequentato una scuola di sperimentazione cinematografica; nata nel 1947, esordisce nel film La monaca di Monza, regia di Eriprando Visconti (1969).
Altri suoi lavori di un certo interesse sono La polizia ringrazia, per la regia di Steno (1972),Da Corleone a Brooklin, di Umberto Lenzi (1979)

Laura Belli in Milano odia la polizia non può sparare
La Belli con Aldo Reggiani in La porta sul buio
Molta della sua popolarita arriva però dagli sceneggiati tv; quelli cui la brava attrice ha partecipato sono tra i migliori di sempre prodotti dalla Rai, ovvero Il segno del comando, per la regia di Daniele D’Anza (1971),Lungo il fiume e sull’acqua, di Alberto Negrin (1973) e Gamma di Salvatore Nocita (1975).
Attrice espressiva, la Belli ha lavorato comunque molto poco , il suo curriculum presenta solo una dozzina di titoli cinematografici, distribuiti tra il 1969 e il 1979.
Ha provato anche la regia cinematografica, con scarso successo.
L’ultima attrice di questa tornata, Janine Reynaud, oggi ottantenne, esordì molto tardi, a 35 anni nel film La bugiarda di Luigi Comencini.
La grande occasione le capitò quando il regista spagnolo Jesus Franco la volle come protagonista del film Succubus (Necronomicon), il film visionario che l’eclettico regista spagnolo girò nel 1969.

… e in Succubus, di Jesus Franco
In seguito l’attrice girò numerosi film; in Italia la ricordiamo nel ruolo di vittima nel film La coda dello scorpione (1971), nel torbido Nel buio non ti vedo ma ti sento di Max Pécas del 1971 e in L’uomo più velenoso del cobra (1971). Volto marcato, quasi mascolino, la Reynuad ha interpretato una trentina di film nel periodo tra il 1966 e il 1978, quando all’età di 58 si è ritirata dalle scene.
Per amare Ofelia
Orlando è un giovane imprenditore, ricco ma imbranato.
I suoi problemi, sopratutto con l’altro sesso, nascono principalmente dal forte complesso edipico che l’uomo prova nei confronti della matrigna,la splendida Federica.
L’uomo arriva anche a spiarla, a registrarla, mentre il suo complesso poco alla volta gli impedisce qualsiasi contatto con le donne.
Casualmente, Orlando incontra una prostituta, Ofelia, ignorando però la professione della stessa.
La quale finisce per essere attratta da quel giovane timido e così distante dal mondo in cui vive.
Dopo aver tentato inutilmente di sedurlo in una roulotte presa in prestito e circondata dalle sue colleghe, Ofelia chiede aiuto ad una suora, che come unico consiglio la invita a comportarsi naturalmente, quindi da prostituta;Ofelia accetterà anche di ricalcare i panni di Federica, arrivando a vestirsi come lei, in un assurdo gioco di trasformazione che lascerà entrambi inappagati.
Renato Pozzetto e Francoise Fabian
La situazione si sbloccherà quando Orlando scoprirà che in realtà Federica non è sua madre, il che avviene durante un suo tentativo di cuicidio.Inavvertitamente ascolterà due servitori accennare al passato burrascoso del padre . Dopo un rapporto con quest’ultima, Orlando guarirà e sarà libero di amare Ofelia.
Girato da Flavio Mogherini nel 1974, Per amare Ofelia rappresenta l’esordio cinematografico di Renato Pozzetto, lanciato dalla Tv con il programma Il poeta e il contadino, uno dei primi esperimenti di comicità surreale proposta dalla tv di stato.
Un esordio decisamente interessante, quello di Pozzetto, che in seguito avrebbe replicato all’infinito il ruolo del milanese un pò bamba e un tantino imbranato, trasformandosi in una macchietta salvo rare eccezioni rappresentate da film particolari come Oh Serafina o Paolo Barca maestro elementare.
Il film di Mogherini è discreto, ma nulla più; la storia, incentrata sul rapporto al limite dell’incestuoso tra la affascinante Federica e il succube Orlando è molto fragile per poter reggere tutto il film.
Che difatti vive sul difficile rapporto che si stabilirà tra l’uomo e la prostituta Ofelia, interpretata dalla bella Giovanna Ralli, protagonista anche di una breve ma memorabile sequenza di nudo in cui mette in mostra un profilo mozzafiato, nonostante in questo film l’attrice abbia quasi 40 anni.
Tenendo conto che la Fabian nel 1974 aveva solo 4 anni in più della Ralli, appare chiaro come Mogherini abbia lavorato sul cast più con i nomi che con la logica.
La Ralli appare molto più matura dell’imberbe Pozzetto, il che crea problemi di credibilità alla pellicola stessa.
Che vive anche molti momenti di stanca, sopratutto nella parte centrale.
Il cast è assortito, è include anche l’ex povero ma bello Maurizio Arena nel ruolo di Spartaco Cesaroni, strana figura a metà strada tra il pappone e l’opportunista, la splendida Orchidea De Santis in versione assolutamente non credibile di mignottone da 10.000 lire, come chiesto ad un casuale cliente incontrato nella zona i cui esercita.

Renato Pozzetto e Francoise Fabian
Piccolo ruolo anche per Didi Perego, la saggia suora che consiglia Ofelia; ma il ruolo principale, quello della conturbante Federica, sogno proibito di Orlando è affidato ad una splendida e sexy Francoise Fabian, al massimo dello splendore.
Con una matrigna così, il complesso d’ Edipo è quasi obbligatorio…
Un film senza grossi spunti, che pure riscosse un lusinghiero successo di critica all’epoca della sua uscita.
A piacere fu sopratutto la mancanza della tipica trivialità che infestava le sceneggiature della commedia all’italiana, così come nel film manca essenzialmente la componente erotica.
Difatti, a parte la brevissima sequenza del nudo della Ralli, il film mantiene una sua sobrietà cercando di attrarre l’attenzione più con i dialoghi che con l’espediente abusato del nudo femminile.
Se il risultato, a mio parere, non è completamente convincente, è per il tentativo, abbastanza velleitario da parte di Mogherini, di ammantare il film di una velata critica al mondo romano dell’alta imprenditoria e quindi della borghesia dei parvenue.
Manca lo spirito corrosivo, o forse è una scelta, chissà; in questo caso però la trama scade ancor più di qualità, limitandosi ad un banale rapporto al limite dell’incesto fra madre e figlio.
Un film non particolarmente interessante,, tuttavia apprezzabile per la sua discreta eleganza.
Per amare Ofelia, un film di Flavio Mogherini. Con Renato Pozzetto, Françoise Fabian, Orchidea De Santis, Maurizio Arena,Didi Perego, Giovanna Ralli, Georges Rigaud, Lorenzo Piani, Carla Mancini, Jean Rougeul, Francisco Pierra, Luciano Bonanni
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.
Giovanna Ralli … Ofelia Ceciaretti
Renato Pozzetto … Orlando Aliverti Mannetti
Françoise Fabian … Federica, la sua matrigna
Maurizio Arena … Spartaco Cesaroni
Didi Perego … Suora
Alberto de Mendoza … Piero Criscione
Orchidea de Santis … Trieste, la prostituta
George Rigaud … Nane, il domestico
Rossana Di Lorenzo … Iris, la prostitua grassa
Jean Rougeul … Santini
Luciano Bonanni … Cliente di Iris
Carla Mancini … Celeste
Regia: Flavio Mogherini
Soggetto: Tito Carpi, Gianfranco Clerici, Tulio Demicheli, Jorge Krimer, Flavio Mogherini
Sceneggiatura Laure Bonin, Tulio Demicheli, Flavio Mogherini, Giorgio Salvioni
Produttore Giorgio Salvioni
Fotografia Carlo Carlini, Manuel Merino
Montaggio Adriano Tagliavia
Musiche Jacopo Fiastri, Riz Ortolani, German Weiss
Scenografia Adolfo Cofino, Daniele Mogherini
Sotto “il buon film”, a causa di lentezze narrative che ho trovato anche in altri di Mogherini e di un finale piuttosto sbrigativo (a livello di soluzioni, se non a livello temporale, a conferma di quanto detto pocanzi), ma di importanza fondamentale per l’immissione di una vena umoristica rivoluzionaria per il cinema italiano, “ventata di novità (…) di un personaggio nuovo agli autori in cerca di idee” (Kezich). Pozzetto spesso adorabile, Ralli splendida, Arena (ben doppiato da Amendola) efficace, sobrio De Mendoza, fastidiosa la Perego.
L’esordio di Pozzetto probabilmente è invecchiato male; o forse era già irrisolto all’epoca della sua uscita, chissà. Resta il fatto che il tema del complesso di Edipo non è certo il più adatto per valorizzare il suo umorismo, e tolte un paio di scene non si ride né si sorride mai. Anche il montaggio mi è sembrato mal realizzato, con vari stacchi un po’ troppo bruschi… insomma dimenticabile.























































































































































































































