Alle dame del castello piace molto fare quello
Strampalata storiella che, come suggerisce perfettamente il titolo, è ambientata in un castello teutonico, popolato di dame vogliose e, pruriginose e disponibili. Nella dimora del conte Roland e di sua moglie Eugénie convergono alcuni signorotti invitati dall’anfitrione di casa; fra essi ci sono Loewensdhal, un ricco banchiere e la sua bella moglie Isabelle, oltre al solito avventuriero scarso a denari ma ricco di inventiva, Manuel,
anch’egli in graziosa compagnia. Lo scaltro Manuel approfitta subito delle grazie apertamente disponibili di Isabelle, al solito mal maritata e felicissima di far becco l’odiato marito. Il banchiere, per altro, dubita fortemente delle scarse virtù coniugali della moglie, e irrompe nelle camere della donna.
Ma quest’ultima, ovviamente scaltra come una volpe, grazie all’aiuto della padrona di casa e dell’immancabile servetta ruffiana, riuscirà a capovolgere la frittata, facendo passare il marito come adultero e finendo quindi per passare per donna tradita al cospetto di tutti, con il chiaro intento di chiedere un ricco divorzio.
Più famoso per il titolo che per altro, Alle dame del castello piace molto fare quello, distribuito anche con il titolo più esplicito di Piacere di donna, qualche anno dopo la sua uscita sul mercato tedesco, avvenuta nel 1967, ebbe un certo, marginale successo grazie alla fama ottenuta, nel frattempo, da Edwige Fenech, che in questo film si mostra spessissimo nuda, contribuendo in qualche modo a risollevare un film che altrimenti è di una modestia senza pari.
Qualche nudo (parecchi) da parte delle procaci attrici scelte dalla produzione, scenette saffiche, poche risa e tanta noia caratterizzano un film spesso inserito, a torto, nel filone decamerotico, che invece verrà inaugurato quattro anni più tardi dall’involontario apripista pasoliniano, il Decameron. Diretto da Josef Zachar, è un film davvero poco originale, che tra l’altro circola ancora in un mediocre riversaggio, e che quindi diventa di ancor più difficile lettura, visto che basa quel poco che possiede sulle grazie femminili e sui costumi. Praticamente tutti sconosciuti gli attori, il che non è una grande perdita; l’unica perdita, purtroppo, è il tempo perso nel guardarlo. Escludendo, of course, la Edwige, che da sola vale sempre il prezzo del biglietto.
Alle dame del castello piace molto fare quello, un film di Josef Zachar. Con Sieghardt Rupp, Michaela May, Angelica Ott, Gustav Knuth, Edwige Fenech
Commedia, durata 88 min. – Germania 1967


Edwige Fenech: Felicita
Gustav Knuth: uomo dei panini
Sieghardt Rupp: Manuel Da Silva
Angelica Ott: Sophie
Michaela May: Contessa Annette

Regia Joseph Zachar
Fotografia Kurt Junek
Montaggio Traude Krappl-Maas
Musiche Claude Alzner
Scenografia Kurt Nachmann
Caligola
Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola, imperatore romano, visto da Tinto Brass, da Gore Vidal e da Bob Guccione, o meglio, alla fine, visto non si sa bene da chi, come testimonia la vita cinematografica di questa pellicola, una delle più tormentate nella storia del cinema. Un film che in teoria doveva raccontare la vita e gli eccessi dell’imperatore romano che successe a Tiberio, e che alla fine si trasforma in un film che varca i labili confini tra il cinema d’autore e il cinema hard, grazie allo scempio che ne fece Bob Guccione, il produttore americano di Penthouse, che alla fine prese in mano la produzione del film, costringendo Vidal e Brass a sconfessare anche le parti da loro rispettivamente sceneggiate e dirette.
Malcom Mc Dowell, Caligola
Per rendersi conto del guazzabuglio inestricabile in cui si venne a trovare la produzione, basti pensare che ne circolarono diverse versioni, dalla più corta, quella di 105 minuti, che non contiene le scene famigerate delle varie orge. Tra tagli, censure, ripensamenti, l’opera appare quasi incomprensibile; vista nella versione integrale non si discosta poi molto da un banale film hard, in quella ridotta ci si rende conto di come sia l’eccesso la chiave di volta del film.
Adriana Asti, Ennia
La storia narra la vicenda di Caligola, partendo quando era ancora in vita Tiberio; un Tiberio dissoluto, affetto da malattie ripugnanti della pelle, e che in pratica diventa il primo maestro di Caligola, che provvederà ( falso storico) a farlo assassinare da Macro, il suo fedele pretoriano. In questa prima parte del film domina già l’eccesso, con scene forti di orge di cui si circonda Tiberio, uomini, donne e ragazzini esposti come quadro di contorno della vita quotidiana dell’imperatore, a cui fa da contraltare il saggio Nerva, che sceglierà anche lui di morire suicida. Salito al potere, Caligola mette in mostra tutta la sua ferocia; stupra una coppia di nobili al loro banchetto nuziale, poi fa assassinare il fido Macro,
Helen Mirren è la sacerdotessa Caesonia
mentre mantiene un’unione incestuosa con sua sorella Drusilla, l’unica donna che abbia poi veramente amato. La seconda parte del film indulge sulle scene più forti e al tempo stesso più lussuriose e sfrenate: Caligola, impazzito, secondo la personale visione del regista, anzi sarebbe meglio dire i registi, si dedica alle attività più folli, inclusa la decisione di far prostituire le mogli dei senatori, o quella di nominare senatore il proprio cavallo. In mezzo, la macchina mieti teste e le orge più sfrenate, la decisione di sposare Caesonia, la sacerdotessa delle vestali, che erano vergini e consacrate agli dei, e infine la pazzia totale, esplosa con la morte di Drusilla, che culmina con un atto di necrofilia. Il tutto giunge all’epilogo con la morte di Caligola, organizzata dai suoi pretoriani su istigazione dei senatori.
Da prendere con le molle o da bocciare tout court: non ci sono altre scelte possibili, per un film esagerato, kitsch, aberrante, oltraggioso. La cosa che sorprende di più è sicuramente il cast, che è di assoluto prim’ordine: c’è un diabolico, irriverente Peter O’Toole nei panni di Tiberio,Malcom Mc Dowell, il leggendario Alex di Arancia meccanica in quella di Caligola, c’è There ann Savoy, assolutamente libertina nella parte di Drusilla, Helen Mirren in quella di caesonia e ancora Adriana Asti nella parte di Ennia,
Leopoldo Trieste, John Gielgud in quella di Nerva, Uno stuolo di attori assolutamente sprecato, alla luce di quanto reso in definitiva dal film. E viene da chiedersi cosa abbiano pensato quando poi, alla fine, rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, aggiunta dopo aggiunta, si sono trovati davanti ad un film che mescola tutto l’hard possibile, depravazioni incluse.
Caligola, un film di Tinto Brass. Con Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Peter O’Toole, John Gielgud, Malcolm McDowell,Therese Ann Savoy, Donato Placido,Helen Mirren
Storico, durata 124 min. – Italia, USA 1979-1984
Malcolm McDowell: Gaio Cesare Germanico, detto Caligola
Teresa Ann Savoy: Drusilla
Guido Mannari: Macro
John Gielgud: Nerva
Peter O’Toole: Tiberio
Giancarlo Badessi: Claudio
Bruno Brive: Gemello
Adriana Asti: Ennia
Leopoldo Trieste: Charicle
Paolo Bonacelli: Cassio Cherea
John Steiner: Longino
Mirella Dangelo: Livia
Helen Mirren: Cesonia
Richard Parets: Ministro
Paula Mitchell: Subura Singer
Osiride Pevarello: Gigante
Donato Placido: Proculo
Anneka Di Lorenzo: Messalina
Lori Wagner: Agrippina
Regia Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato) e Giancarlo Lui (non accreditato)
Sceneggiatura Gore Vidal e Masolino D’Amico (versione originale)
Bob Guccione, Giancarlo Lui e Franco Rossellini (versione del 1984)
Produttore Franco Rossellini e Bob Guccione
Casa di produzione Penthouse Films International e Felix Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Nino Baragli, Russell Lloyd (non accreditato) e Enzo Micarelli (versione 1984)
Effetti speciali Franco Celli e Marcello Coccia
Musiche Paul Clemente e Renzo Rossellini (versione 1984)
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati (non accreditato)
Trucco Giuseppe Bachelli
L’opinione del Morandini
La vita forsennata, le azioni crudeli, l’incesto con la sorella Drusilla, le follie e la morte violenta di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola (12-41 d.C.), secondo l’ottica di Svetonio, lo storico più maligno e meno attendibile dei tempi greco-romani, e quella dell’americano Gore Vidal: un bambino che si trova in mano il mondo, non sa cosa farsene e vi sfoga i suoi istinti distruttivi. Girato nel ’76, montato nel ’77, sconfessato da Vidal, rinnegato da Brass, oggetto di risse e liti giudiziarie a catena, proiettato qua e là per l’Italia nel novembre del ’79, sequestrato, rimontato nel 1984 da Franco Rossellini. Impossibile stabilire quale sia l’edizione originale tra le tante di varia lunghezza (156′, 147′, 105′) distribuite nel mondo. In quella dell’84, pur purgato delle sue immagini più crude, rimane una sagra di Kitsch fantapornosadomasolatino dove la fantastoria si coniuga con il cinema delle luci rosse e quello della violenza. Con molti miliardi e il talento di Danilo Donati, scenografo e costumista, Brass s’è preso per Stroheim e, passando attraverso il Fellini – Satyricon, ha dato fiato alle trombe dell’iperbole sessuale, al gusto un po’ svaccato della provocazione, alla sua libertaria e sgangherata polemica contro il potere. Ma non mancano né frammenti suggestivi né pagine efficaci.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Indecifrabile. Momenti altissimi (formidabili la parte dedicata alla visita a Tiberio e la macchina decapitatrice) convivono con altri che suscitano perplessità (l’interminabile post-mortem di Drusilla): forse la cosa non deve stupire, perché quando si punta sull’eccesso basta un nonnulla per rovinare l’effetto. Le note traversìe l’hanno, temo, fatta qua e là da padrone. Storicamente non è attendibile (basti pensare alla qui irrisa figura di Claudio), ma certo non si è voluto fare della Storia. Le scene hard sono fatte molto bene. Invalutabile.
L’opinione di Bullseye dal sito http://www.davinotti.com
Incredibile. Se da un lato esiste il rammarico di non poter vedere il progetto originario di Brass (regista che amo molto), resta comunque la gioia per un capolavoro dell’eccesso che valica tutti i confini, dal teatro shakespeariano al cinema underground, dal kolossal-blockbuster all’exploitation più eccessiva e senza limiti, dall’hard di classe al cinema d’autore. Un viaggio indimenticabile nell’eccesso con reminescenze fellinian-viscontiane. Solo negli anni Settanta si potevano realizzare film così. Capolavoro.
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Devo rivedere il giudizio sul film visto finalmente in versione integrale di 155 minuti dvd Minerva.Sconclusionato fino all’eccesso ma terribilmente pulp….c’e’ di tutto …evirazioni,orgasmi,scene hard,pissing,violenze di ogni tipo ….tutto quello che un pazzo come Caligola gli passava per la mente e interpretato in modo “divino” da Malcolm McDowell.Scenografie e recitazioni teatrali e sicuramente assieme a quello di Joe D’Amato (comunque diverso) sono le migliori versioni “trash” dei vari e numerosi Caligola.Insomma c’e’ di che da divertirsi per gli amanti del genere….gli altri si astengano.
L’opinione di elly dal sito http://www.filmscoop.it
CALIGULA: la pellicola più scandalosa e controversa mai fatta prima del 1979 e che ancora oggi ha il suo grande effetto sul pubblico, un kolossal italiano di tutto rispetto, un capolavoro del genere!
Angosciante, macabro, grottesco, a volte davvero ripugnante e vomitevole trova la sua massima espressione nei PP delle parti intime, nelle angoscianti penetrazioni e sverginazioni, nei delicati tocchi e nelle malformazioni fisiche, nelle orge e nell’arte del fellatio ambientato in una monumentale ricostruzione dell’antica Roma con bellissimi costumi e una fotografia stupenda.
CALIGULA ricorda vagamente FELLINI SATYRICON, non è un caso che il direttore artistico sia Danilo Donati che fa di questo film una sublime creazione, come detto in precedenza la fotografia, le scenografie, i costumi, sono di una bellezza unica, dove si scorge anche nel più piccolo (decori, accessori,) una grande manodopera e un magnifico accostamento tra buon gusto, arte e colori.
Ma forse quello che colpisce di più oltre a tutti gli aspetti visivi e cinematografici è il cast, un grandissimo cast composto da O’toole, Mirren, Gielgud, ma quello che di certo eccede è Mcdowell a dir poco fantastico. Mcdowell, già affermato in ARANCIA MECCANICA, meriterebbe l’oscar per questa sua splendida prova e invece l’elite critica se n’è semplicemente sbattuta. Il ruolo che gli deve tanto “riconoscimento” è quello di Caligula, folle, infantile, immorale, portato all’autocompiacimento, tiranno, amante dell’endoismo, espressioni e sguardi che non dimenticheremo facilmente come lo stesso personaggio e quella danza imbarazzante che lo accompagna per tutto il film. Caligula in sè è un personaggio capriccioso, perverso, che si diverte nel far giustiziare chi gli sta attorno, ma in un certo senso Drusilla, la sorella di cui è innamorato profondamente, lo tiene buono. E sarà proprio al momento della morte di Drusilla che Caligula andrà fuori di testa definitivamente, anche se nella sua pazzia ad un certo punto riesce a intravedere la verità: il mondo che lo circonda gli appare per ciò che è, e cioè un mondo malato, fatto di nobili annoiati e pervertiti, dove il buon senso è ucciso dall’istinto umano. Anche se a pensarci bene ognuno di noi ha un Caligula dentro di sè, tutti noi abbiamo una certa mostruosità pari al suo livello, capita che i nostri sogni rispecchino questo stile di vita, in fondo non siamo così diversi, l’unica cosa diversa è che noi, a differenza sua, sopprimiamo i nostri istinti per svariate ragioni.
Di scene da raccontare c’è ne sarebbero a bizzeffe, ma forse quella che merita un piccolo spazio è una di quelle che furono censurate negli USA nella seconda versione già censurata in precedenza e che nella versione completa è stata diretta da Guccione e da Lui, la scena delle lesbiche che fu tra l’altro la consacrazione di due grandi attrici del genere e non: Anneka Di Lorenzo e Lori Wagner. In effetti è veramente erotica, tendente al met-art direi, però arte questa è e non andrebbe affatto toccata!
Nel film viene trattata la sessualità così come la vediamo, così com’è non solo perché Brass ha voluto spingersi sull’erotico ma anche perché il piacere sessuale così come lo intendiamo noi e come lo hanno inteso molte culture di tutti i tempi non è lo stesso che percepivano gli antichi greci. Per loro non esisteva maschio e femmina, i due erano una cosa sola o meglio strumenti materiali per la ricerca di un piacere, da quello più frivolo a quello più febbrile, nell’antichità quelli che noi oggi cataloghiamo come eterosessuali, omosessuali, “trans”, travestiti, ermafroditi, non esistevano, non c’era questa distinzione, erano tutti bisessuali, questo probabilmente trova la sua origine dal teatro che ha tutto quel processo dietro (il travestimento, la catarsi). Sinceramente mi è dispiaciuto che questo modo di pensare e di vivere si sia perso, catalogare le persone per quello l’orientamento sessuale (come se scegliere chi scoparsi fosse na religione!) e il modo in cui si raggiunge il piacere (scambisti, sadomaso, misstress, orge, menate a trois, feticisti,..) significa assopire l’istinto dell’uomo non per ragione ma per religione, infatti il perché questo endoismo greco-latino sia finito è molto semplice: la sua fine è avvenuta quando la religione cristiana ha conquistato l’europa, la sostituzione del profano con il sacro, e guardate un po’, si torna al discorso teatro!
La pellicola non è solo un film erotico che vuole impressionare ma ha anche momenti abbastanza drammatici, che staccano per alcuni minuti l’atmosfera del film, come per esempio la scena dove la sorella del protagonista muore o in quella finale dove sua figlia viene uccisa sbattendole la testa sui gradini con un colpo secco, i corpi che rotolano giù dalla gradinata insieme al sangue lavato con l’acqua con estrema indifferenza, il cavallo bianco, a cui era tanto affezionato, nitrisce e un PP del suo volto, con quegli occhi azzurri senza vita danno un loro particolare senso di drammaticità, forse un senso di tristezza, pena per questo povero uomo.
Ascesa e decadimento di un personaggio storico, film chiave nella filmografia brassiana in quanto segna l’inizio di un nuovo Tinto che fa all-in d’ora in avanti sull’erotismo lasciandosi alle spalle il tanto amato e splendido periodo anarchico-surreale.
Kitty Tippel …quelle notti passate sulla strada

Kitty è una ragazza poverissima, che vive nella realtà disagiata di una Amsterdam spaccata in due tra ricchi troppo ricchi e poveri abbruttiti dalle privazioni; siamo sul finire dell’ottocento, e il quadro d’assieme della vicenda mostra lo stridente contrasto tra la ricca e agiata borghesia olandese e la realtà fatta di spirito di sopravvivenza, di abiezione morale e di voglia di riscatto che serpeggia nello strato più basso della popolazione, quello che sopravvive ai margini dell’opulenta società
Kitty, che è una ragazza volitiva, sogna un futuro diverso per se, che non sia quello della sua famiglia, con una sorella che si prostituisce e un padre inetto e ubriacone. La giovane tenta la via del riscatto diventando dapprima la modella di un pittore, che la violenterà privandola della verginità, poi l’amante di un vecchio banchiere, e infine, dopo una serie di peripezie, che la porteranno a degradarsi finendo sul marciapiede, conoscerà un ricco rivoluzionario, che si innamorerà di lei e le permetterà di leggere, studiare e imparare, alzandola di livello sociale e permettendole un riscatto che altrimenti la ragazza non avrebbe mai conosciuto.
Kitty Tippel, di Paul Verhoeven, film del 1975, è una splendida storia strutturata quasi fosse una fiction; con una sceneggiatura elaborata da una serie di racconti tratti dalle opere di Neel Doff, che visse una storia praticamente identica all’eroina dei suoi racconti, il film si muove in una Amsterdam contraddittoria, come contraddittori sono i protagonisti della vicenda, con l’unica eccezione di Kitty, una donna che non vuole arrendersi alla convenzione sociale che impone alle donne povere e senza istruzione una vita da vivere e spendere ai margini della società.

E’ proprio Amsterdam l’altra protagonista, illuminata da una fotografia assolutamente straordinaria, capace di cogliere, pur in una ricostruzione posteriore, il fascino di una città cosmopolita da sempre, proprio per questo pulsante e contraddittoria. Una città vista attraverso veri e propri dipinti fotografici, una fotografia che si può tranquillamente definire impressionista. La vicenda di Kitty diventa a questo punto la storia del riscatto sociale, della sfida alle convenzioni, la storia della volontà di una donna, una vicenda proto femminista, che il regista olandese segue con attenzione,
Monique Van De Ven è Kitty Tippel
attraverso una cura quasi maniacale dei dettagli, non risparmiando anche scene disturbanti, come quella in cui Kitty e la sua famiglia, intenti a mangiare il loro misero pranzo, devono assistere all’espletamento delle funzioni corporali della sorella di Kitty, in una casa tugurio in cui la privacy è un miraggio. Un’altra scena vede la deflorazione della sventurata e ingenua Kitty da parte di un sedicente pittore, avvenuta mentre la ragazza è intenta in un gioco infantile di ombre cinesi. Tutto contribuisce a rendere visivamente aggressiva l’opera di Verhoeven;
l’ambientazione, la storia di Kitty, i personaggi spesso crudeli, con un livello di moralità prossimo allo zero. Un film davvero bello, che all’epoca della sua uscita passò non pochi guai con la censura, non tanto per le scene abbastanza crude portate sullo schermo, bensì per il tema scabroso, per quella descrizione così cruda e realistica della borghesia, vista come ricettacolo di tutti i vizi.
Straordinaria l’interpretazione di Monique Van De Ven, che mostra una Kitty che passa attraverso le esperienze peggiori mantenendo comunque un candore invidiabile. Kitty Tippel è uno dei film più interessanti degli ultimi trent’anni, e francamente sconcerta l’oblio a cui è stato condannato; le stesse tv non passano mai questa pellicola scomoda, puntando su più rassicuranti film barzelletta, che hanno il pregio di non far pensare.
Kitty Tippel…quelle notti passate sulla strada, un film di Paul Verhoeven . Con Monique Van De Ven, Andrea Domburg, Hannah De Leevwe, Ian Blaaser, Eddy Brugman
Titolo originale Keetje Tippel. Drammatico, b/n durata 107 min. – Paesi Bassi 1975.

Monique van de Ven … Keetje Tippel
Rutger Hauer … Hugo
Andrea Domburg …Madre di Keetje
Hannah de Leeuwe … Mina
Jan Blaaser … Zio di Keetje
Eddie Brugman … Andre
Peter Faber … George
Walter Kous … Pierre
Fons Rademakers …Klant

Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Neel Doff,Gerard Soeteman
Produzione: Rob Houwer
Musiche: Rogier van Otterloo
Fotografia: Jan de Bont
Montaggio: Jane Sperr












I viaggiatori della sera
Orso scoppiato, nome d’arte di Galli, un maturo Dj, e Niky, sua moglie, hanno raggiunto i 50 anni. In virtù delle leggi esistenti nel loro futuristico paese, devono lasciare l’attività, la casa e la famiglia, per recarsi un un villaggio residenziale nel quale soggiornare durante la vecchiaia. In realtà tutti gli over 50 vengono inviati nel villaggio per essere, uno dopo l’altro, eliminati fisicamente, tramite un gioco crudele che assomiglia al mercante in fiera.
Niky e Orso partono così da casa loro in compagnia dei freddi, gelidi figli Anna Maria e Francesco, con il fglio di Anna Maria, Gian Luca. L’arrivo nel villaggio crea due diversi stati d’animo nei coniugi; mentre Orso in qualche modo si rassegna alla situazione, Niky decide di staccarsi da tutto quello che era il bagaglio di esperienze, cose e affetti che aveva nella vita fuori dal villaggio. Così si lascia andare a esperienze sessuali con un giovane addetto del villaggio prima, e con un vecchio conoscente poi.
Ferito, Orso reagisce intrecciando a sua volta una relazione con la giovane Ortensia, anche lei addetta alla sorveglianza. Ma Ortensia è anche un’appartenente ad una organizzazione segreta che ha lo scopo di salvare gli “anziani”, e che infatti salva proprio Orso da una morte sicura. Viceversa il tragico gioco del mercante in fiera destina alla crociera della morte, come viene chiamato il premio in palio per i vincitori, proprio Niky.L’organizzazione prepara una fuga in massa di anziani, ma tutto sarebbe vanificato se non fosse per l’intervento di Orso che, distraendo il personale, rapisce suo nipote Gian Luca. L’uomo porta il nipotino in giro per un vecchio e polveroso museo, spiegando al bambino, con voce ironica, ma velata di tristezza, com’era anni addietro la vita degli esseri umani. Ma il bambino, forse per gioco, forse no, giocando con la rivoltella del nonno, lo uccide.
Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera, diretto da Ugo Tognazzi nel 1979, è un crudele, nichilista apologo sulla vecchiaia. Ricorda, in alcune parti, il futuristico La fuga di Logan, almeno nella parte che riguarda il gioco scelto come metodo di selezione dei condannati a morte, che nel caso del film diretto da Michael Bay era il Carrousel, e che invece in questo film è un ben più banale e atroce mercante in fiera.
Un film drammaticamente tetro, intervallato soltanto da qualche breve battuta di Orso, un superbo Ugo Tognazzi, che ha come compagna, nel film, una insospettatamente brava Ornella Vanoni, asciutta e cupa, in perfetta sintonia con il dramma a cui assistiamo. Un film non perfettamente riuscito, sopratutto nelle parti in cui Tognazzi si lascia prendere la mano da un eccesso di stigmatizzazione della società in cui vivono i personaggi, senza approfondire in alcun modo i perchè delle scelte dei giovani, che rinunciano sic et simpliciter, di colpo, al patrimonio di conoscenze, di saggezza degli anziani.
Che poi, in effetti, anziani non sono, come dimostra il limite dei 50 anni in base al quale si viene destinati alla morte sicura. Viiceversa riuscita è proprio la parte che riguarda i rapporti tra i giovani, visti in un’ottica fredda, quasi allucinata, in cui emergono ritratti di personaggi aridi, distaccati, quasi gelidi nei loro comportamenti inumani, simboleggiati per esempio dai due figli della coppia, ansiosi di liberarsi di quello che per loro è diventato un evidente epso. La disinibita, spontanea Niky, naturista convinta, oppure Orso, che usa termini “volgari e beceri”, come tiene a sttolineare Anna maria, sono, nel film, i residui di un mondo dissolto.
Il mondo dei giovani è fatto di rapporti interpersonali assolutamente distaccati: fanno sesso come delle macchine, non hanno emozioni, accettano come una Nemesi il dover trapassare a miglior vita alla soglia dei 50 anni. Viene da chiedersi, però, quanto abbiano contribuito i loro genitori, se la colpa sia solo della società, o piuttosto se non ci sia una grossa parte di responsabilità degli stessi. Domande che non trovano ovviamente risposte, visto che il film si muove in una direzione ben precisa, il racconto del percorso di Niky e Orso, un percorso che si concluderà tragicamente.
Il finale lascia comunque aperto uno spiraglio di speranza: Orso rinuncia alla sua vita, in fondo, pur di lasciare una speranza al gruppo di Ortensia, una giovane che non vuole il mondo in cui è costretta a vivere, che non accetta lo status quo. Da segnalare infine la buona prova di Corinne Clery nel ruolo di Ortensia.
In definitiva un gran bel film, asciutto e teso, in cui ad alcune carenze strutturali Tognazzi sopperisce con un insospettato mestiere, dirigendo bene i vari attori e sopratutto dando ritmo e sostanza al racconto.
I viaggiatori della sera,
un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Vanoni, Roberta Paladini, Leonardo Benvenuti, William Berger, Corinne Cléry, Pietro Brambilla, Manuel De Blas, José Luis Lopez Vazquéz, Deddi Savagnone, David Fernandez
Fantastico, durata 111 min. – Italia, Spagna 1979.
Ugo Tognazzi: Orso
Ornella Vanoni: Nicki
Corinne Clery: Ortensia
Roberta Paladini: Anna Maria
Pietro Brambilla: Francesco
José Luis López Vázquez: Simoncini
William Berger: Cochi Fontana
Manuel de Blas: Bertani
Deddi Savagnone: Mila
Leo Benvenuti: Zafferi
Davide Fernández: Anton Luca
Regia Ugo Tognazzi
Soggetto Umberto Simonetta (romanzo)
Sceneggiatura Ugo Tognazzi, Sandro Parenzo
Musiche Xavier Battles,Toti Soler
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
![]()
Il corpo della ragassa
Rivisitazione in chiave maliziosa del Pigmalione di Shaw. Teresa, o Tirisin, come la chiamano il padre e il fidanzato, è una bella ragazza, rozza e sempliciotta, che aiuta suo padre Pasquale nel lavoro di spalare sabbia dalle rive del Po. Un giorno, mentre è in città con il carretto di suo padre, viene notata dal dottor Ulderico; la ragazza, che il padre ha portato con se per inserirla, se possibile, tra le “lavoranti” della casa di piacere Grotta azzurra entra così a servizio del dottore, che, complice la governante di casa Caterina, la istruisce da cima a fondo, insegnandole portamento, come sedere a tavola, a fare conversazione.
Enrico Maria Salerno
In pratica, anche se con molta malizia, la rende più femminile ed attraente. La ragazza impara velocemente, e decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Dopo aver fatto amicizia con Cecchina, una delle frequentatrici della Grotta azzurra, Tirisin fa capire al suo maturo pigmalione di essere incinta. Quando il dottore le propone l’aborto, Tirisin lo abbandona per entrare a servizio di una coppia di amici dello stesso. L’uomo, incurante dell’eventuale scandalo, la riprende con se, e propone alla ragazza di sposarlo. Tirisin decide di accettare, ma durante il primo, lungo amplesso, il cuore del libertino Ulderico cede di schianto.
Rimasta vedova e sopratutto ricca, Tirisin, con l’aiuto e la complicità di Cecchina, decide di acquistare una catena di case chiuse. Ma la cosa si rivela una pessima idea e un pessimo affare; la legge Merlin, approvata in quei giorni, chiude per sempre le case di tolleranza, e alle due sfortunate socie altro non resta da fare che offrire una memorabile giornata ai maschi della città.
Il corpo della ragassa, film del 1979 di Pasquale Festa Campanile, tratto dal soggetto omonimo del giornalista Gianni Brer, con sceneggiatura di Ottavio Jemma e Enrico Oldoini, è un film in bilico tra la vicenda boccaccesca e la farsa. Giocato visivamente sulle grazie di Lilli Carati e sulla solita ottima interpretazione di Enrico Maria Salerno, il film scivola leggero e impalpabile su un canovaccio tutto sommato abbastanza deja vu, anche se non privo di momenti felici. La storia del Pigmalione che istruisce la belloccia grezza e ignorante aveva già avuto delle rappresentazioni, in passato.
Festa Campanile privilegia l’ironia, affidando a Montagnani, a Salerno e alla Carati il compito di alleggerire il tutto, con alterni e discordanti risultati. E’ in realtà l’erotismo il vero protagonista della storia, l’erotismo dapprima ingenuo, e poi sfrontato che Tirisin adopera per circuire il suo maturo insegnante, finendo, al solito, per superare il maestro. Il finale è in linea con il racconto; è un finale sarcastico, e non ci so poteva aspettare altro. Da segnalare anche le presenze della bravissima Elsa Vazzoler nei panni di Caterina, di Marisa Belli in quelli di Cecchina e di Giuliana Calandra in quelli di Laura. Al soggetto collaborò il regista Lattuada.
ll corpo della ragassa, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Enrico Maria Salerno, Lilli Carati, Renzo Montagnani, Elsa Vazzoler, Marisa Belli, Clara Colosimo, Giuliana Calandra
Commedia, durata 104 min. – Italia 1979
Lilli Carati: Teresa Aguzzi, “Tirisìn”
Enrico Maria Salerno: Professor Ulderico Quario
Marisa Belli: Cecchina
Elsa Vazzoler: Caterina
Nino Bignamini: Erminio Alvarini
Clara Colosimo: Procurer
Giuliana Calandra: Laura Marengo
Gino Pernice: Giovanni
Renzo Montagnani: Pasquale Aguzzi
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Alberto Lattuada
Enrico Oldoini
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Enrico Oldoini
Produttore Luigi De Laurentiis e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Filmauro
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri
Le calde notti di Lady Hamilton

Una bellissima ragazza inglese, una contadinella, Emma Lyon, coltiva il segreto sogno di andare a vivere in città, a Londra. Così quando un pittore, George Romney, colpito dalla sua bellezza decide di farne la sua modella, Emma coglie l’occasione e si trasferisce in città.

Michele Mercier è Emma Lyon-Lady Hamilton
L’opportunità le permette anche di conoscere le persone più in vista, aristocratici e nobili, così Emma ben presto lascia il suo protettore per le case dei ricchi. La sua bellezza fa strage di cuori, ed un nobile inglese le propone il matrimonio; ma Emma, ambiziosa, sceglie invece di sposare lo zio di questi, un anziano ambasciatore, che diverrà il diplomatico in carica presso il regno di Napoli.
Qui la vita della giovane Emma prosegue tranquilla, fino al giorno in cui arriva a corte il giovane ammiraglio Oratio Nelson; è un colpo di fulmine, e i due diventano amanti. Scoppia la rivoluzione, a Napoli, così i coniugi Hamilton ritornano a Londra, dove l’anziano ambasciatore muore. Subito dopo ad Emma nasce una bimba, figlia della relazione con l’ammiraglio inglese: la loro felicità durerà poco, perchè l’ammiraglio, inviato a fermare la flotta francese, morirà gloriosamente nella battaglia di Trafalgar.
Diretto da Christian Jaque nel 1968, il film è assolutamente meno malizioso di quanto il titolo infelice lascerebbe presupporre; siamo di fronte ad un dramma in costume, chiaramente ispirato al romanzo Emma Lyona di Alexandre Dumas. Film scorrevole, con una trama abbastanza semplice e ottimi costumi, il tutto immerso in un’atmosfera che sembra abbastanza reale. Un film in cui spicca la prorompente bellezza di Michele Mercier, finalmente libera dai panni dell’eroina che l’aveva resa famosa, Angelica Marchesa degli angeli.
In qualche scena la splendida attrice compare in fugaci nudi, che però bastano per lasciar intravedere le sue grazie assolutamente di prim’ordine. Nel cast figurano anche la nostra Gabriella Giorgelli e Venantino Venantini, oltre all’inossidabile Gigi Ballista.
Le calde notti di Lady Hamilton, un film di Christian-Jaque. Con John Mills, Mario Pisu, Nadia Tiller, Michèlle Mercier, Richard Johnson, Venantino Venantini, Mirko Ellis, Dieter Borsche, Gabriella Giorgelli, Harald Leipnitz, Boy Gobert, Gigi Ballista, Gisela Uhlen
Titolo originale Les amours de Lady Hamilton. Storico, durata 95 min. – Francia 1968.
Michèle Mercier è Emma Lyon-Hamilton
Richard Johnson è Horatio Nelson
John Mills è Lord William Hamilton
Harald Leipnitz è Harry Featherstone
Claudio Undari è il Capitano Hardy
Mirko Ellis è John Payne
Lorenzo Terzon è Lord Charles Greville
Howard Ross è Dick Strong
Gabriella Giorgelli è Laurie Strong
Gisela Uhlen è Mrs Love
Venantino Venantini è il principe Carraciolo
Mario Pisu è Re Ferdinando
Boy Gobert è George Romney
Gigi Ballista è il Cardinale Ruffo
Dieter Borsche è il Dr. Graham
Nadia Tiller è La regina Carolina
Regista: Christian-Jaque
Romanzo:Alexandre Dumas padre
Sceneggiatura:Jameson Brewer,Valeria Bonamano,Werner P. Zibaso,Christian-Jaque
Produzione:Alberto Grimaldi,Wolf C. Hartwig,Peer J. Oppenheimer
Musiche:Riz Ortolani
Fotografia:Pierre Petit
Montaggio:Eugenio Alabiso,Herbert Taschner
Dagobert
Dagobert, re dei Franchi, è un re cialtrone, simpatico, donnaiolo e crapulone. La sua esistenza si divide fra la caccia, enormi mangiate e le donne del suo entoruage, che insegue tutte con gran passione e diletto. Continuerebbe così a lungo non fosse per la presenza di un monaco,Otarius, arrivato alla sua corte di straccioni, ma anche di gente libera e senza censure morali. Otarius, inviato dal papa Onorio I,
Le bon roi Dagobert è l’attore Coluche
deve cercare di convincere il buon re Dagobert ( come specificato nel titolo francese) ad entrare nei ranghi della chiesa, come difensore della fede. Costretto dall’infido Lotarius a mettersi in marcia su Roma, per chiedere perdono dei suoi numerosi peccati, Dagobert arriva nella città eterna proprio mentre un complotto ordito dall’imperatore di Bisanzio ha tolto temporaneamente di mezzo Papa Onorio, sostituito da un sosia perfetto,
crapulone anche lui, che ha il compito di annullare le legittime nozze di Dagobert per sostituire la di lui moglie con la figlia dell’imperatore; con un colpo di fortuna il re riesce a conoscere il vero Onorio, che viene pertanto rimesso sul trono di Pietro. Ma il complotto è ormai in moto: Dagobert verrà avvelenato, pianto da tutto il popolo, mentre l’infido Otarius, gettata la tonaca alle ortiche (che, come dice una voce fuori campo, “in fondo servono solo a questo”),riesce nell’intento di mettere sul trono la figlia dell’imperatore, diventando, a sua volta, reggente del trono.

La stupenda Carole Bouquet è la Principessa di Bisanzio
Dagobert, film diretto da Dino Risi nel 1984, accolto malissimo dalla critica e con scarso successo dal pubblico, è un film in costume, in puro stile Brancaleone, anche se ne diverge in maniera sostanziale. La dove l’avventuriero sfigato creato da Comencini si muove tra cialtroni di ogni risma, con una banda di straccioni al seguito, sognando mirabolanti avventure, abbiamo la sostituzione con il re franco, barbaro, crapulone e lussurioso, ma anche libero nei costumi che il suo popolo pratica da sempre.
Isabella Ferrari, una concubina di Dagobert
L’avvento del cristianesimo e quindi delle leggi morali della chiesa, lo obbliga a tenere un comportamento ben diverso, cosa che finisce per snaturarne l’essenza, rendendo i franchi un popolo soggetto alle ferree leggi della chiesa, all’obbedienza al pontefice e quindi a snaturare profondamente la sua anima. Attraverso le avventure di Dagobert, Risi fustiga proprio i costumi cattolici, ma lo fa in maniera blanda, privilegiando piuttosto la parte paradossale della vicenda, attraverso una narrazione a volte scoordinata, a volte infarcita di doppi e tripli sensi e di qualche volgarità gratuita.
I franchi saranno stati anche barbari, rispetto al resto d’Europa, ma erano comunque un popolo libero e fiero. Questo a Risi interessa poco; interessa invece il lato comico, con un Coluche, che interpreta re Dagobert, assolutamente irresistibile, mentre il ruolo del perfido Otarius è affidato ad uno strepitoso Michel Serrault. Molto bravo il solito Tognazzi, qui nei panni di re Onorio e del suo sosia, Introcchius, figlio di Introcchia (omen nomen), un malandrino lussurioso e dedito ai bagordi ben più del re franco. Le donne del film sono entrambe bellissime: bella è Isabella Ferrari, una delle concubine del re franco, sedotta da Dagobert sui rami di un albero.
L’altra è la figlia dell’imperatore di Bisanzio, interpretata dalla splendida Carole Bouquet, che si esibisce in un nudo assolutamente strepitoso. Dagobert non è probabilmente un film riuscito del tutto, ma è godibile nel suo scorrimento, con qualche battuta memorabile e qualche cedimento alla volgarità gratuita; anche se lontano da quel capolavoro assoluto del Brancaleone monicelliano, resta un’opera guardabile, godibile per gustare due ore di divertimento. Segnalo, tra i numerosi figuranti, Salvatore Baccaro, il barbaro che recupera la corona di Dagobert Moana Pozzi, Sabrina Siani e Claudia Cavalcanti, due splendide figliole, i caratteristi Ennio Antonelli e Venantino Venantini.
Michel Serrault e Ugo Tognazzi
Dagobert (Le bon roi Dagobert), un film di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi, Michel Coluche, Michel Serrault, Attilio Dottesio, Nello Pazzafini, Venantino Venantini, John Karlsen, Ennio Antonelli, Antonio Marsina, Antonio Vezza, Percy Hogan, Carole Bouquet, Sabrina Siani, Claudia Cavalcanti, Isabella Ferrari, Moana Pozzi, Giordano Falzoni, Gea Martire, Salvatore Baccaro, Romano Puppo, Francesco Scali, Pietro Torrisi
Comico, durata 118 min. – Italia, Francia 1984
Coluche: Dagoberto I
Michel Serrault: Otarius
Ugo Tognazzi: Papa Onorio e sosia
Carole Bouquet: Héméré
Isabella Ferrari: Chrodilde
Moana Pozzi: cortigiana
Francesco Scali: Landek
Salvatore Baccaro: paesano
John Karlsen: Corbus
Regia Dino Risi
Soggetto Gérard Brach
Sceneggiatura Gérard Brach, Age, Dino Risi
Fotografia Armando Nannuzzi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Raffaella Leone, Gabriella Pescucci
L’opinione di Kowalskj dal sito http://www.filmscoop.it
Non saprei come definirlo. Un’apologo sul potere? E’ soltanto una brutta farsa in costume, sguaiata, eccessiva e volutamente grottesca. Gli attori – compreso Tognazzi – sono totalmente fuori parte e fuori-contesto. Un Risi completamente in declino
L’opinione del Morandini
Il re dei Franchi, Dagobert, fa un viaggio verso Roma, ma il Papa è stato rapito. Il film è tagliato addosso a Coluche, il più plebeo dei comici francesi e su di lui fa perno una farsa floscia, epicomica, all’insegna di una buffoneria escrementizia che non diverte perché non si capisce che senso abbia. Premio di consolazione: Carole Bouquet nuda. Scene di Dante Ferretti.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Ribalderia in splendidi costumi (Pescucci) di Dino Risi. Meglio di quanto si sente dire (vale almeno **), ha un eroe-vittima che, benché regale, incarna i difetti di tutti noi. Recitato in modo spesso artificioso ma gradevole, con volti deliziosi (cast pazzesco: Tognazzi e Moana, Lonsdale e Baccaro, fino alle subitanee apparizioni di Ceccarelli, Pazzafini, Ennio Antonelli……), paga un ritmo lento, che è perfettamente congruo con i tempi del primo Medio Evo, ma che mal si sposa col pubblico odierno. Qua e là un po’ fiacco, è accompagnato da divertente musica (testo in latino) dei De Angelis.
L’opinione di 124c dal sito http://www.davinotti.com
Commedia Anni Ottanta di Dino Risi che, nelle tv private collegate al circuito Odeon, passava spesso in seconda serata. La presenza di Michel Serrault, Carole Bouquet e Ugo Tognazzi sembrava assicurare divertimento ed umorismo, invece il tutto risulta una commedia di bassa qualità in costume, con un interprete (Coluche) che qui da noi non ha mai fatto proseliti. Dino Risi gira un decamerotico fuori stagione, che scontenta anche gli amanti della commedia sexy. Peccato, perché poteva venir fuori qualcosa di più di stuzzicante.
Il boss
E’ davvero un’impresa raccontare in maniera succinta la trama di Il boss, film del 1972 di Fernando Di Leo, uno dei registi più capaci del nostro cinema. Un film violento, in cui non si contano i morti, in una guerra di mafia che coinvolge tre famiglie dell’onorata società, un poliziotto marcio e un sottobosco fatto di onorevoli in odore di mafia, avvocati collusi sempre con l’onorata società e con la polizia che per una volta si limita a guardare, con il risultato finale di vedere decapitato il vertice della mafia stessa. Solo all’apparenza….
In una sala cinematografica un gruppo di 9 mafiosi si gode la visione di un film pornografico. Lanzetta,un killer al soldo del boss Carrasco, armato di un fucile lancia bombe, stermina gli uomini dal primo all’ultimo. Cocchi, unico superstite del gruppo, l’unico a non essere presente in sala, decide di vendicare l’affronto, e con l’aiuto dei suoi uomini fa sequestrare la figlia di Giuseppe D’Aniello, che è un amico e socio in affari di Carrasco, nonchè protettore dello stesso Lanzetta. Da Carrasco arriva a quest’ultimo un ordine preciso: evitare qualsiasi trattativa con Cocchi, in caso contrario, ovvero un cedimento di D’Aniello verso i rapitori, l’uomo deve essere eliminato.

Richard Conte è Don Carrasco, il Boss
Lanzetta riesce ad individuare il rifugio dei sequestratori, a liberare la ragazza, Daniela, una giovane drogata e ninfomane, uccidendo i sequestratori. L’uomo porta la ragazza nel suo rifugio, nel quale ha una storia di sesso con la stessa, proprio mentre all’esterno la guerra tra bande raggiunge l’apice. A farne le spese sarà proprio Cocchi, ucciso dal corrotto commissario Torri, uomo al soldo di Carrasco.
Henry Silva
Ma Lanzetta, che ha fiutato la trappola in cui vorrebbe farlo cadere Carrasco, uccide sia Torri che i sicari della mafia che erano in compagnia di Cocchi. Lanzetta e Pignataro, gli unici superstiti delle due famiglie vincenti, Carrasco e D’Aniello, decidono di eliminare il boss dei boss, Carrasco, e ci riescono, scatenando un inferno di fuoco sugli uomini del boss. La polizia, guidata dal questore di palermo, assiste imperturbabile agli eventi, limitandosi a tenere solo la conta dei morti ammazzati. Tra i due superstiti, Lanzetta e Pignataro, c’è uno di troppo……

Antonia Santilli è Daniela D’Aniello
Film complesso, velocissimo; per una volta Di Leo bada poco al discorso sociale, limitandosi a sfiorare il discorso denuncia sulle connessioni, sull’intreccio politica-mafia-istituzioni, privilegiando viceversa l’azione, le sparatorie e il ritmo. Se il film difetta di profondità, guadagna tutto sul piani della velocità,affidando tutto ad una serie impressionante di sparatorie, morti ammazzati, colpi di scena. Se l’impianto narrativo risulta troppo complesso, lo si deve alla volontà del regista di supplire ad una trama che (non dimentichiamo), è tratta da un romanzo, Il mafioso. Sicuramente di alto livello il cast:
– Richard Conte è Don Carrasco, con una caratterizzazione del personaggio così puntigliosa da far credere davvero ad una sua identificazione reale con il mafioso interpretato;
– Henry Silva, impassibile, freddo, spietato, è Lanzetta, il killer che riesce alla fine a sopravvivere a tutti gli scontri, agli agguati. Un’interpretazione di prim’ordine, la sua;
– Vittorio Caprioli è il questore, con un accento siciliano poco credibile, ma sempre all’altezza;
– Gianni Garko, nel ruolo del corrotto commissario Torri, anche lui con un accento siciliano assolutamente da dimenticare:
– Pier Paolo Capponi, sobrio e asciutto nel ruolo del mafioso Cocchi;
– Antonia Santilli, brava e sexy nel ruolo di Daniela;
– Corrado Gaipa, l’avvocato Rizzo, un altro specialista nelle interpretazioni di personaggi viscidi,
– Howars Ross, che interpreta Melende, uno degli uomini della banda di Cocchi, accreditato come Renato Rossini.
Gianni Garko
Il boss ebbe una serie di traversie giudiziarie, per un curioso incidente; il ministro Gioia, sentendosi diffamato in una sequenza del film in cui sembra venisse accostato il suo nome a quello di altri mafiosi, chiese il sequestro del film. La storia non ebbe seguito in quanto lo stesso ministro ritirò poi la denuncia.
Il boss, un film di Fernando Di Leo. Con Henry Silva, Vittorio Caprioli, Richard Conte, Antonia Santilli, Gianni Musy, Mario Pisu, Andrea Aureli, Andrea Scotti, Gianni Garko, Salvatore Billa, Corrado Gaipa, Giorgio Dolfin, Marino Masé, Pietro Ceccarelli, Claudio Nicastro, Sergio Ammirata, Pier Paolo Capponi
Thriller, durata 111 min. – Italia 1972.
Henry Silva: Nick Lanzetta
Richard Conte: Don Corrasco
Gianni Garko: Il commissario Torri
Pier Paolo Capponi: Cocchi
Antonia Santilli: Rina Daniello, figlia di Don Giuseppe
Vittorio Caprioli: Il questore
Claudio Nicastro: Don Giuseppe Daniello
Corrado Gaipa: L’avvocato Rizzo
Gianni Musy: Carlo Attardi
Mario Pisu: Onorevole Gabrielli
Fulvio Mingozzi: Un poliziotto
Marino Masé: Pignataro
Renato Rossini: Melende, uno dei sequestratori
Sergio Ammirata: Uno dei sequestratori
Andrea Scotti: Uno dei sequestratori
Empedocle Buzzanca: Il maresciallo
Bruno Bertocci: Il medico legale
Pietro Ceccarelli: Maione
Regia Fernando Di Leo
Soggetto dal romanzo “Il mafioso” di Peter McCurtin
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Fotografia Franco Villa
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Francesco Cuppini
Le farò da padre
Controverso,dibattuto, contestato. Le farò da padre, di Alberto Lattuada, ha il merito di aver prodotto una sequela di plemiche e straschichi critici quasi senza precedenti, in virtù di una trama di per se già scabrosa, su un tema difficile, l’ amore tra una persona “normale” ed una affetta da grave handicap. Un tema inusuale, poco affrontato negli anni settanta, piuttosto pudichi se non ipocriti verso situazioni che uscissero da una perbenista moralità. Lattuada invece affronta il problema alla radice, attraverso immagini anche forti, ma mai morbose, tranne forse in un paio di situazioni che si sarebbero potute evitare. Ma veniamo alla trama.

Gigi Proietti, l’avvocato Saverio Mazzacolli a cena con Mario Scaccia, Don Amilcare da Layola
Saverio Mazzacolli, avvocato senza scrupoli, rampante, ha messo gli occhi su un’affare miliardario: l’urbanizzazione di un tratto di costa salentina, da destinare a paradiso per le vacanze dei ricchi. Per fare ciò, ha bisogno però di lottizzare i terreni adocchiati, che appartengono alla contessa Raimonda Spina, ricca, ricchissima vedova di un uomo d’affari. Aiutato da un nobile spiantato, ricco solo di blasone, Don Amilcare da Layola, l’avvocato senza scrupoli aggancia la nobildonna e la seduce.

Therese Anne Savoy, la portatrice d’handicap Clotilde

Irene Papas, la Contessa Raimonda Spina
Il suo intento è quello di realizzare, con la donna, l’affare agognato. Ma la contessa, scaltra, rifiuta l’offerta, così come rifiuta di sposare l’avvocato. Saverio però non demorde, e decide di colpire la contessa nell’unico punto vulnerabile, sua figlia Clotilde. La ragazza, pur avendo anagraficamente 16 anni, ha un forte handicap psicologico, che le impedisce di parlare; cosa più grave, vive e si comporta come una bimba di 5 anni. Ma ha le pulsioni della sua età, il corpo, gli ormoni, spingono la ragazza, che è priva ovviamente della concezione del peccato, ad un comportamento istintivo e primordiale, in cui anche l’erotismo è un gioco.
E’ la vecchia governante di casa a frenarne gli impeti, masturbandola, cosa che effettivamente procura nello spettatore un senso di fastidio. Saverio chiede così in moglie Clotilde alla madre, ma la contessa rifiuta di dare alla ragazza qualsiasi sostanza. A questo punto Saverio, con la complicità di Don Amilcare da Layola, simula il rapimento della ragazza, con l’aiuto anche di un geometra viscido come una serpe e della cameriera di Don Amilcare.
Durante la cattività della ragazza, però, qualcosa cambia in Saverio: l’istintività quasi animale della ragazza, quel suo offrirsi senza pudori o false remore, quella corrente di simpatia che si instaura tra Saverio e Clotilde finiscono per compiere il miracolo. Saverio si innamora della ragazza, ovviamente ricambiato dalla genuina, spontanea creatura senza malizia che è Clotilde. A questo punto Saverio dovrà scegliere: perseguire i suoi fini o seguire l’istino, abbandonandosi a quella storia d’amore assolutamente anticonvenzionale. Sceglierà con il cuore.
Ci sono più modi per approcciarsi al film di Lattuada: con occhio critico, quindi valutando negativamente il personaggio di Saverio, come in fondo sarebbe giusto che fosse, oppure ponendo l’accento sulla figura di Clotilde, la sua sessualità animalesca, primitiva, vista nell’eccezione negativa, sia come donna che come portatrice d’handicap.

Grande performance di Therese Ann Savoy nei panni di Clotilde
Sarebbe tuttavia un grosso errore: Lattuada privilegia l’ambiente, la storia d’amore impossibile che si delinea tra Saverio e Clotilde, vista anche come un guanto di sfida alla bigotteria, al senso morale e di pudicizia che affiora nella vita della tranquilla e bolsa borghesia salentina. Il Salento è solo un’immagine figurata, a quel punto, perchè diventa il simbolo di tutta una classe sociale troppo incline all’ essere baciapile e ipocrita.
Le scene di sesso sono davvero limitate, mentre i nudi di Clotilde trovano giustificazione nello svolgimento del film, nel tentativo di far affiorare un sentimento che nasce proprio da pulsioni primitive, e che si trasforma poi in qualcosa di più profondo, rendendo simpatico anche la canaglia Saverio. Gli attori sono tutti al massimo livello:
– bravo Gigi Proietti a esaltare le doti negative, ma anche poistive alla fine dell’avvocato rampante:
-bravissima Therese Ann Savoy, impeccabile nel ruolo di Clotilde, con quella sua faccia da adolescente dal corpo peccaminoso eppur in questo caso non morboso;
-bravo Mario Scaccia, nel ruolo di Don Amilcare, un nobile spiantato, ancora perso dietro sogni e rimpianti di una nobiltà ormai decaduta, defunta.
-ottima Irene Papas, la contessa Raimonda Spina, che in fondo ama con tutto il cuore quella sua sfortunata figliola. Sfortunata fino ad un certo punto, perhè essa è un giullare di Dio, la creatura perfetta, senza peccato e senza malizia.
Infine bravo anche Cirino, il viscido geometra, e Lina Polito, Concettina, domestica forse sciocca, ma di quella stoltezza che rende poi grandi. Un film molto bello, per certi versi assolutamente imperdibile.
Le farò da padre, un film di Alberto Lattuada. Con Irene Papas, Mario Scaccia, Isa Miranda, Luigi Proietti.
Therese Ann Savoy, Lina Polito, Bruno Cirino, Clelia Matania, Alberto Lattuada, Mario Cecchi, Giancarlo Badessi, Daniela Caroli
Commedia, durata 115 min. – Italia 1974.
Luigi Proietti (Saverio Mazzacolli)
Irene Papas (Raimonda Spina Tommaselli)
Therese Ann Savoy (Clotilde)
Mario Scaccia (don Amilcare de Loyola)
Bruno Cirino (Peppe Colizzi)
Lina Polito (Concettina)
Isa Miranda (zia Elisa)
Clelia Matania (zia Lorè)
Pia Attanasio (nonna Anastasia)
Nona Da Padova (la balia Anna)
Gabriella Cammelli Severi (la cameriera)
Daniela Caroli (Carmela)
Gian Carlo Badessi (don Liguori)
Regia Alberto Lattuada
Soggetto Bruno Di Geronimo
Sceneggiatura Bruno Di Geronimo, Ottavio Jemma, Alberto Lattuada
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto
Scenografia Vincenzo Del Prato
Costumi Marisa Polidoni D’Andrea

Il corpo
Antoine, Madeleine, Princesse e Alain. Quattro storie di perdenti, di persone in fondo negative, nelle loro debolezze e nei loro difetti. Quattro destini segnati, che alla fine riceveranno paghe diverse.
Antoine, un uomo di mezza età, viene aggredito da due persone; in suo aiuto arriva lo sconosciuto Alain, che li mette in fuga. Riconoscente, Antoine offre un lavoro al giovane dopo aver appreso che in pratica è senza soldi e senza una meta.
Lo porta con se sull’isola dove vive in compagnia di una stupenda ragazza di colore, Princesse. Antoine, che è diviso dall’ex moglie Madeleine, che gestisce un locale di infimo ordine, è un uomo alcolizzato e violento. Princesse spesso è vittima della sua violenza; così, dopo aver all’inizio contrastato la venuta di Alain, finisce per individuare nel giovane l’unica persona che può portarla via dalla sua vita fatta di soprusi e violenza.
Così si concede al giovane Alain, e con lui inizia a pensare sia ad un futuro lontano da Antoine, sia alla maniera per sbarazzarsi dell’uomo. Ma Antoine, che non ha smesso di frequentare l’ex moglie, affida ad una lettera i suoi timori su un complotto dei due giovani amanti, che affida a Madeleine. Così, un giorno, i due amanti riescono a sbarazzarsi, in maniera casuale, di Antoine, che viene lasciato affogare al largo dell’isola;

La bellissima Zeudi Araya è Princesse
Madeleine, che è a conoscenza del piano, ricatta il giovane Alain. I due amanti decidono la fuga, e grazie a 2000 dollari trovati tra le cose di Antoine, si dirigono all’aeroporto. Qui una semplice dimenticanza di Alain trasforma tutto in una tragedia: Alain intravede tra la folla Madeleine, e sentendosi chiamare da un poliziotto, che in realtà vuole semplicemente comunicargli qualcosa, pensa di essere stato scoperto e fugge sulla pista di volo, dove viene travolto da un auto. Sconvolta, Princesse va a raggiungerlo, e finisce nello stesso modo. I corpi dei due giovani amanti giacciono così distesi su freddo asfalto dell’aeroporto, uno accanto all’altro.
Il corpo, diretto da Luigi Scattini nel 1974, chiude la trilogia ideale iniziata con La ragazza fuoristrada e proseguita con La ragazza dalla pelle di luna, che vede nei panni delle tre protagoniste la splendida Zeudi Araya. Ancora una volta la location è esotica; Scattini sceglie l’isola di Trinidad: la trama è intrigante, potremmo definirla come “amore e morte nel giardino degli dei”, vista la bellezza dei paesaggi che fanno da contorno ad una trama, al contrario, virata decisamente al noir. Un film in in cui i personaggi sembrano mossi da un destino tragico sin dalle prime battute, con quel loro essere tutti degli sconfitti.
E’ uno sconfitto Antoine, alcolizzato e violento, è una sconfitta Madeleine, che vive un’esistenza miserabile dividendosi tra una bettola e uomini che transitano nel suo letto. E’ uno sconfitto Alain, senza meta e senza passato, così come è una sconfitta Princesse, che pure è bellissima e sensuale. Ma che userà la sua sensualità in maniera sbagliata, finendo per catalizzare tutte le pulsioni negative dei vari personaggi attorno a lei, che diventerà il fulcro del dramma. Un dramma che si intuisce sarà lo sbocco naturale delle loro esistenze, sin da quando i due giovani amanti non progetteranno, infatti, di sbarazzarsi del terzo incomodo, finendo, inconsapevolmente, per favorire i piani di Madeleine, che sarà l’unica a guadagnarci qualcosa, alla fine. Nessun personaggio positivo, quindi, ma uno spaccato di umanità torvo, dolente.

Due bellezze agli antipodi: Zeudi Araya…..
La scelta degli attori si rivela, per Scattini, fondamentale: bravissimo è infatti Enrico Maria Salerno, attore duttile, capace di dare profondità al suo personaggio. Brava anche Carroll Baker, nel ruolo della perfida Madeleine, un’attrice che in Italia, per merito dei nostri registi, ebbe infine il ruolo che meritava.. E brava, naturalmente, la bellissima Zeudi Araya, molto più spigliata rispetto agli esordi, oltre che spettacolosa fisicamente. Viceversa un tantino incolore la prova di Leonard Mann, alle volte in imbarazzo.
Due parole sulla location. Trinidad appare in una luce diversa, rispetto per esempio allo scenario lussureggiante delle Seychelles di La ragazza dalla pelle di luna. Come suggerisce il regista nel suo blog (http://www.luigiscattini.wordpress.com), a Trinidad l’atmosfera è ben diversa. E non solo quella del film, immersa sin dall’inizio in un dramma percepibile. Non so quanto il regista abbia voluto e cercato quel clima grigio, quasi da città del nord Europa che caratterizza il film, fatto sta che Trinidad appare in una luce soffusa, malinconica, con quelle nuvole che errano in un cielo azzurro oscurando il sole, creando un seno di angoscia e partecipazione al dramma delle quattro vite che si andrà via via dipanando.
Luigi Scattini si conferma regista di classe, fa sinceramente male leggere critiche feroci al suo modo di fare cinema: chiunque abbia visto Il corpo non potrà mai definirlo, alla fine, un film erotico. L’erotismo c’è, ma è usato con leggerezza, non ha nulla di torbido. Viceversa, per parte della critica, diventa l’elemento pregnante dell’opera. Un vero peccato, visto che purtroppo molti spettatori, alla fine, subiscono il condizionamento di gente che il cinema lo conosce solo per sentito dire.
Il corpo, di Luigi Scattini con Zeudi Araya, Enrico Maria Salerno, Leonard Mann,Carroll Baker
Carroll Baker … Madeleine
Zeudi Araya … Princess (as Zeudi Araya)
Leonard Mann … Alan
Enrico Maria Salerno … Antoine
Regia Luigi Scattini
Sceneggiatura Luigi Scattini,Massimo Felisatti,Fabio Pittorru
Musiche Piero Umiliani
Montaggio Antonio Borghesi
Editing Gabriella Zita




























































































































































































































































































