W la foca
Il film di Cicero, del 1981, segna la fine malinconica di un’epoca e l’inizio di un’altra. La commedia all’italiana è morta, e lo stesso cinema italiano è in debito d’ossigeno. Le sale si riempiono di prodotti nazionali di dubbio gusto, con titoli espliciti, come questo di Cicero che strizza l’occhio alla foca protagonista del film ma anche ad una parte anatomica femminile, con il semplice cambio di una vocale.
Lori Del Santo
Film a suo modo nemmeno da bocciare in toto, non fosse altro che per il tentativo di Cicero di gettarlo sulla goliardata pura, attraverso non sense e qualche buono spunto,che però sono solo sprazzi. Il resto è comicità davvero becera, sguaiata e di bassissima lega, ruotante tra l’altro attorno alle grazie di Lori Del Santo, fresca del successo ottenuto con il Drive in televisivo, epsoste in tutte le maniere possibili. Sulla trama ci sarebbe da glissare su, ma della recensione resterebbero solo le immagini, per cui provo ad esporla con poche parole, essendo anche scontata in maniera triste.
Andrea, una giovane infermiera, si trasferisce a Roma, per sfuggire alla noia, ma anche per affrontare una nuova sfida lavorativa. Finisce per trovare lavoro presso la famiglia del dottor Patacchiola, uno strano tipo di medico che spende una fortuna in sostanze afrodisiache, famiglia che include anche una moglie più che ninfomane, un nonno satiro e allupato, una figlia beatamente ingenua che si concede al primo che capiti e un figlio che è così ritardato da non sapere nemmeno cosa si fa con una donna.
Dagmar Lassander
a destra: Michela Miti
Dopo aver vinto un concorso fotografico, Andrea si ritrova per casa una foca, premio del concorso stesso; nella famiglia ne succedono di tutti i colori, così come alla stesa Andrea capitano situazioni surreali. Alla fine, dopo aver fallito anche una prova televisiva, Andrea viene assunta da una signora molto ricca, che intende creare una clinica per ricchi obesi ; sarà la sua fortuna.
Se la trama appare scontata e in carta carbone con tante altre pellicole girate sul finire degli anni settanta, al regia di Cicero cerca di salvare il salvabile, imbastendo un’improbabile storia attorno a Lori del Santo; ma la triste realtà finale è quella di un film che più che surreale diventa grottesco, ma senza alcun senso positivo. Le battutacce dell’onnipresente Bombolo, il nonno eccitato, la moglie ninfomane sono le ennesime, stanche repliche dei vecchi film della commedia sexy.
Il tentativo di rinverdirne le gesta naufraga totalmente, di fronte all’assoluta inconsistenza di una trama degna di menzione o di qualche situazione che susciti un minimo di ilarità. Siamo ormai negli anni ottanta, il risultato si vede, purtroppo.
W la foca, un film di Nando Cicero. Con Lory Del Santo, Michela Miti, Riccardo Billi, Bombolo, Victor Cavallo, Franco Bracardi, Dagmar Lassander, Moana Pozzi, Alfredo Adami, Angelo Pellegrino, Fabio Grossi, Giovanni Attanasio, Sergio Di Pinto, Enio Drovandi, Anna Fall, Carmine Faraco, Vito Fornari, Bobby Rhodes, Carlo Marini
Lory Del Santo: Andrea
Michela Miti: Marisa
Victor Cavallo: L’Imbianchino
Franco Bracardi: Il Barbone
Giovanni Attanasio: Il Portinaio
Sergio Di Pinto: Il Barista
Enio Drovandi: Il Tassista
Anna Fall: Domenica, cameriera straniera
Carmine Faraco: L’Amico di Marisa
Antonio Spinnato: Amante+Operaio
Vito Fornari: L’uomo che deruba Andrea
Carlo Marini: Michele
Bobby Rhodes: L’Amante di Domenica
Dagmar Lassander: La Moglie di Patacchiola
Bombolo: Il Dottor Patacchiola
Riccardo Billi: Il Nonno
Fabio Grossi: Il Figlio
Enzo Andronico): L’Esibizionista
Antonella Angelucci: La Donna sadica in Hotel
Ennio Antonelli: Il primo controllore
Maurizio Mattioli: Il secondo controllore
Angelo Pellegrino: Il Professore
Martufello: L’impiegato del Comune / Addetto alla Clinica
Giulio Massimini: Mario, alla reception dell’Hotel
Moana Pozzi: La ragazza del treno
Italo Vegliante: Uomo con il tic al cinema
Alfredo Adami: Paziente con 18 figli
Regia Nando Cicero
Soggetto Galliano Juso
Sceneggiatura Nando Cicero, Francesco Milizia, Stefano Sudriè
Fotografia Giorgio Di Battista
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Detto Mariano
Scenografia Claudio Cinini
Il gatto

Ugo Tognazzi e Mariangela Melato
Amedeo e Ofelia, due fratelli, hanno ricevuto in eredità dal padre uno stabile fatiscente con diversi appartamenti, tutti locati a canone fisso. I due, gretti, avidi, meschini, tiranneggiano gli inquilini, sopratutto dopo la proposta di un’immobiliare, che vuole acquistare lo stabile per una somma enorme, 500 milioni pro capite, con l’unico vincolo del palazzo libero da inquilini. La morte sospetta del loro gatto porta i due all’azione: spiando i condomini, cercano di capire quali vizi possano nascondere, in modo da trovare finalmente il casus belli che permetta loro l’agognato sfratto. Il primo a fare le spese della perfida e laida coppia di guardoni è un disgraziato commissario di polizia, che finirà per passare attraverso una montagna di guai sia con i suoi superiori sia con la stampa.
Dalila Di Lazzaro
Amedeo e Ofelia iniziano così un’attività voyeuristica, che li porta a scoprire un piccolo bordello installato in uno degli appartamenti, frequentato da insospettabili avventori e da altrettanto insospettabili prostitute, fino alla scoperta (non casuale, ma costruita) di una improbabile centrale dello spaccio della droga, gestito da un gruppo di orchestrali in pensione.
Con il ricatto e con altri mezzi sporchi, i due riescono a mandar via quasi tutti gli inquilini. Sarà la scoperta di un omicidio a provocare un’ accelerazione degli eventi, e alla fine i due finalmente si ritrovano con lo stabile sgombro. Ma il diavolo fa le pentole, dimenticando i coperchi…….
Il gatto è un film grottesco, un classico lavoro alla Comencini, che assomiglia in maniera sinistra a Fratelli coltelli, film di molti anni successivo. Un prodotto in cui è difficile trovare un solo personaggio raffigurato in chiave positiva, a cominciare dai due avidi e amorali protagonisti, Amedeo-Ugo Tognazzi e Ofelia-Mariangela Melato, che si odiano, si disprezzano ma trovano nell’interesse un legame più forte del vincolo del sangue. I due usano mezzi bassi per muoversi comunque tra bassezze e miserie, in un universo costellato solo da persone alle quali non fanno difetto di certo le peggiori caratteristiche degli uomini.
Meschinità, grettezza, arrivismo, tutto il peggio delle qualità negative racchiuse in un microcosmo, uno stabile che è decrepito e fatiscente come la moralità di coloro che lo abitano, proprietari inclusi. La storia del gatto diventa quindi un pretesto per una frustata generale, inferta da Comencini nel suo classico stile, anche se non così appariscente come per esempio nel citato Fratelli coltelli o nel ben più nichilista L’ingorgo, storia in cui proprio le qualità negative dei protagonisti diventano il centro della storia. La similitudine più azzeccata potrebbe essere, fatta salva l’ambientazione, il sottoproletariato, con il film di Scola Brutti sporchi e cattivi: un’umanità resa cinica ed egoista, vista attraverso quella che sembra essere la molla principale delle mosse umane, l’interesse. Comencini forse non graffia come altre volte, scegliendo di rimanere in bilico tra la commedia nera, la farsa, infarcita di grottesco e di situazioni al limite del surreale.
Il gatto ha il suo limite proprio nell’essere monocorde, nel suo volere ad ogni costo dipingere in grottesco i personaggi del film stesso, rendendoli una massa amorfa di gente senza scrupoli, dignità o valori. Alla fine proprio le situazioni che si vengono a creare nel film diventano troppo macchinose: l’onorevole con la villa al mare accusato di aver avuto una relazione gay con un suo cameriere e di averlo ucciso, la ragazza dell’attico, cinica e amorale, che alla fine esce unica vera vincitrice dalla storia, i due stessi protagonisti principali, per i quali lo spettatore prova immediatamente repulsione e antipatia, caricaturizzati come sono, sin dal loro odioso dialetto milanese importato nella capitale. Un film quindi riuscito in parte, in cui le situaioni comico grottesche si accavallano, ma senza un ritmo ben definito. Un discorso a parte lo merita il cast, di rispetto: se Ugo Tognazzi e Mariangela Melato riescono, in qualche modo, a dare l’esatta dimensione della meschinità e dell’avidità ai loro personaggi, lo stesso non si può dire di Dalila Di Lazzaro, davvero a disagio nel ruolo della complessa inquilina dell’attico, così come poco convincente appare Philippe Leroy nei panni di in equivoco sacerdote. Il resto del film è popolato da caratteristi, che svolgono come possono il lavoro richiesto.
Film quindi in bilico tra luci ed ombre, comunque da vedere, come ogni prodotto del grande regista
Il gatto, un film di Luigi Comencini. Con Ugo Tognazzi, Philippe Leroy, Mariangela Melato, Dalila Di Lazzaro, Aldo Reggiani, Michel Galabru, Jean Martin, Matteo Spinola, Mario Brega, Adriana Innocenti, Armando Brancia, Raffaele Curi, Fabio Gamma, Bruno Gambarotta
Commedia, durata 115 min. – Italia 1977.
Ugo Tognazzi: Amedeo Pegoraro
Mariangela Melato: Ofelia Pegoraro
Dalila Di Lazzaro: Wanda
Michel Galabru: commissario Francisci
Jean Martin: avv. Legrand
Aldo Reggiani: Salvatore
Adriana Innocenti: Principessa
Armando Brancia: capo della polizia
Philippe Leroy: Don Pezzolla
Angelo Matacena: Garofalo
Bruno Gambarotta: l’avvocato dell’immobiliare
Luigi Comencini: vecchio violinista
Mario Brega: killer barbuto
Raffaele Curi: se stesso, telecronista
Fabio Gamma: la guardia del corpo di Garofalo
Matteo Spinola: speaker televisivo
Vittorio Zarfati: anziano al processo
Pino Patti: portiere dello stabile
Franco Santarelli: il brigadiere
Nerina Di Lazzaro: sig.ra Tiberini
Lino Fuggetta: sig. Tiberini
Regia Luigi Comencini
Soggetto Rodolfo Sonego
Sceneggiatura Rodolfo Sonego, Augusto Caminito, Fulvio Marcolin
Produttore Sergio Leone
Casa di produzione Rafran Cinematografica
Distribuzione (Italia) United Artists Europa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danda Ortona
Malizia
Malizia,diretto da Salvatore Samperi,rappresenta una pietra miliare per il cinema targato anni settanta. Non di certo per il suo valore artistico,quanto meno basso,ma per la fenomenologia a cui diede inizio. Un film costato poche centinaia di milioni di lire e che si trasformò in un trionfo al botteghino,un film che lanciò la figura sexy-casalinga di Laura Antonelli,un film che ridiede fiato al cinema erotico,in debito di ossigeno dopo la stagione dei decamerotici.

Alessandro Momo ( Nino) e Angela Luce (la vedova Ines)
Laura Antonelli
Malizia ebbe il merito (se naturalmente di merito si può parlare) di aprire la stagione del sexy casalingo,in cui zie,sorelle,fratelli cugine e parentame vario si trasformano in allupati personaggi in cerca di soddisfazione sessuale casereccia.
Malizia racconta la storia di un vedovo con tre figli,che prende in casa una cameriera giovane,bella e sexy: sia i tre ragazzi sia l’uomo le mettono subito gli occhi addosso. Il commerciante vorrebbe sposarla,ma la ragazza pone come condizione che i tre figli siano d’accordo. La ragazza,dopo essersi barcamentata tra le lascive attenzioni,cederà proprio a quelle del giovane Nino,in una sera di pioggia.

La bellissima Laura Antonelli è Angela
A parte la Antonelli e a parte il povero Alessandro Momo,che avrebbe avuto la sua affermazione nel successivo Profumo di donna,prima di morire in un incidente stradale, Malizia rappresenta solo una commedia all’italiana di nuovo stampo; sono le pruderie erotiche degli italiani a rappresentare il costume,non più i tic e le manie. La storia in effetti è anche abbastanza noiosa, a guardarla bene; le pruderie dei ragazzi della famiglia, di Ignazio La Brocca, il venditore di tessuti, di Antonio, il maggiore dei ragazzi, diciottenne, che almeno avrà il pudore di farsi da parte, sono stereotipi di situazioni che verranno ripetute all’infinito in molte altre storie che seguirono sugli schermi.
Il genere erotico/casalingo trova in Malizia il suo principale precursore, e da allora in poi sarà tutto un fiorire di zie vogliose, cuginette sexy per arrivare anche alle nonne (Fenech docet), passando per sorellastre e patrigni, in un viluppo di situazioni ai limiti o ben oltre l’incesto. Samperi, regista furbissimo, capì il momento giusto per lanciare un’opera sottilmente erotica, giocata sul vedo-non vedo, come testimoniato nella celebre sequenza finale, in cui la povera ( ma nemmeno così ingenua) Angela La Barbera, viene inseguita dai fasci di luce proiettati dal giovane Nino, momenti fissati dalla splendida fotografia di Storaro, unico motivo di eccellenza della pellicola in aggiunta alla splendida Laura Antonelli, forse la più bella delle attrici italiane degli anni settanta.

Angela spiata da Nino e Porcello
Tra gli attori vanno segnalati, oltre ovviamente alla Antonelli e allo sfortunato Momo, Turi Ferro nel ruolo di Ignazio, padre dei ragazzi, Tina Aumont, in una breve parte, quella di Luciana sorella di Porcello, amichetto lascivo di Nino. Inoltre completano il cast una bravissima Angela Luce, la vedova vogliosa e la grande Lilla Brignone, nonna dei tre ragazzi. In una stagione triste per la vita sociale,con l’inizio degli anni di piombo,Malizia rappresenta un tentativo di alleggerimento della morale;un tentativo puerile e pecoreccio,certo,ma che avrebbe avuto ben altro risalto senza un sociale così pericoloso e preoccupante.
Malizia, un film di Salvatore Samperi. Con Tina Aumont, Laura Antonelli, Lilla Brignone, Turi Ferro, Alessandro Momo, Angela Luce, Pino Caruso, Stefano Amato. Genere Commedia, colore 99 minuti. – Produzione Italia 1973.

La celebre sequenza dell’inseguimento notturno alla luce di una piccola torcia
Laura Antonelli: Angela La Barbera
Turi Ferro: Ignazio La Brocca
Alessandro Momo: Nino La Brocca
Tina Aumont: Luciana Puglisi
Lilla Brignone: nonna
Pino Caruso: Don Cirillo
Angela Luce: vedova Ines Corallo
Stefano Amato: Puglisi “Porcello”
Gianluigi Chirizzi: Antonio La Brocca
Grazia Di Marzà: Adelina
Massimiliano Filoni: Enzino La Brocca
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Ottavio Jemma, Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto (arrangiamenti di José Mascolo)
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Piero Tosi
Trucco Mauro Gavazzi (trucco), Gilberto Provenghi (parrucco)
Le scomunicate di San Valentino
Due innamorati, Lucita De Fuentes e Esteban Albornoz vorrebbero convolare a nozze, ma l’antica rivalità che divide da generazioni le due famiglie li separa. Denucniato all’inquisizione come assassino, Esteban viene inseguito e quasi catturato da alcuni soldati. Ferito, trova rifugio in un convento, quello di San Valentino, lo stesso nel quale è stata rinchiusa la sventurata Lucita.
Il convento è retto da una badessa molto più simile ad un demonio che ad una santa donna; Encarnation, infatti, regge con pugno di ferro il convento stesso, applicando con crudeltà metodi disumani di correzione. Aiutato dal fedele custode del monastero, Joaquin, che lo nasconde all’interno della sua abitazione, Esteban riesce a vedere la sua amata. Ma non ha fatto i conti con la diabolica Encarnation, che scopre la presenza dell’uomo nel convento.
Appresa la loro storia d’amore, la badessa, che si è invaghita del giovane, uccide una consorella e accusa Lucita del delitto. Portata davanti all’inquitore De Mendoza, la ragazza viene sottoposta a tortura, ma nonostante venga appesa per i polsi e martoriata, non confessa un delitto che non ha commesso, e viene quindi condannata ad essere bruciata sul rogo a Siviglia.
Nel frattempo Esteban si fa sedurre da Encarnation, con il chiaro scopo di scoprire il vero colpevole dell’omicidio; è il fedele Joaquin a svelare il mistero al giovane, pagando però con la vita la sua devozione. Esteban, messosi d’accordo temporaneamente con il padre di Lcita, e dimenticati i rancori, penetra nel convento per liberare la ragazza. Non ci riesce, ma il gioco diEncarnation viene scoperto: la donna, con la collaborazione di alcune suore, ha fatto uccidere diversi amanti, i cui corpi vengono recuperati dai soldati assieme al corpo dello sfortunato Joaquin.
Francoise Prevost, la Badessa
De Mendoza, inflessibile, condanna tutte le occupanti del monastero ad essere murate vive, con l’intenzione di coprire lo scandalo. Ma Esteban minacciando un inquistore scopre che anche Lucita è all’interno del monastero, e che la notizia della sua morte è falsa.
Aiutato dagli uomini di De Fuentes, penetra nel monastero e libera Lucita, mentre Encarnation, consapevole comunque della sua fine, decide di uccidersi con il pugnale che aveva usato in passato contro le sue vittime. L’inviato personale del papa, l’inquisitore generale di Spagna, rimette tutto in ordine: solo alcune monache verranno sottposte a giudizio e rimuove De Mendoza dal suo incarico. Esteban e Lucita possono così intraprendere la loro nuova vita.
Sorprendentemente per un film appartenente al genere conventuale, ci troviamo davanti ad un discreto prodotto, una volta tanto supportato da una buona trama e sopratutto poco incline alle solite perversioni sessuali mostrate a tuto spiano. La storia c’è, si sviluppa abbastanza armonicamente e si lascia seguire, grazie anche all’abile regia di Sergio Grieco, che diresse questo film nel 1973. Buono il cast, nel quale spiccano un ottimo Corrado Gaipa nel ruolo del fanatico De Mendoza, una discreta Francoise Prevost in quello della badessa e della giovanissima Jenny Tamburi, a suo agio nel recitare la parte di Lucita.
Franco Ressel è De Fuentes, il padre di Lucita, mentre un più che discreto Paolo Malco è Esteban, anche se tendente ad essere troppo monocorde. Piccola parte anche per Adriana Facchetti, una delle caratteriste più utilizzate nel cinema anni 70. Film senza grosse pretese, ma godibile.
Le scomunicate di San Valentino, un film di Sergio Grieco. Con Françoise Prévost, Franco Ressel, Corrado Gaipa, Paolo Malco,Jenny Tamburi, Adriana Facchetti, Calisto Calisti, Dada Gallotti, Bruna Beani, Aldina Martano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.
Françoise Prévost … La badessa
Jenny Tamburi … Lucita
Paolo Malco … Esteban
Franco Ressel … Don Alonso
Corrado Gaipa … Padre Onorio
Pier Giovanni Anchisi … Isidro
Aldina Martano … Sorella Rosario
Bruna Beani … Josefa
Regista:Sergio Grieco
Sceneggiatore:Sergio Grieco
Produzione:Gino Mordini
Musiche originali:Coriolano Gori
Fotografia:Emore Galeassi
Montaggio:Mario Gargiulo
Scenografie:Antonio Visone
Direttore di produzione:Massimo Alberini
Beffe licenze et amori del Decamerone segreto

Il grande poeta Cecco Angiolieri, autore del “Sì fossi foco arderei lo mondo” è trasformato in questo film del filone decamerotico, datato 1973, in un omologo poeta senza alcuna credibilità storica o riferimento accettabile alla sua vita. Nel film il poeta, diventato parte integrante della compagnia itinerante di Camillo, un ingenuo teatrante, gira in lungo e in largo la penisola, come cantastorie e clown. Naturalmente Cecco è un impenitente seduttore di leggiadre fanciulle, e alle sue mire non sfugge nemmeno la moglie di Camillo, la bella Dinda.
Inventando un sacco di storie, Cecco riesce a prendere il posto del capo comitiva Camillo nel suo talamo nuziale, godendosi le fresche grazie di Dinda fino a quando la donna non resta incinta. Giunto in una cittadina di provincia in cui l’autorità è rappresentata da uno scadente poeta, Gianni , Cecco, dopo aver ottenuto la possibilità di impiantare la compagnia e tenervi delle rappresentazioni, seduce la giovane Tessa, moglie di Gianni.
Ma il poeta è anche un furbo matricolato, con la vocazione alle beffe, anche le più atroci: riesce a far prostituire persino la madre superiora del monastero della cittadina, madre Lucrezia, costringendo la povera donna a sostituirsi alla tenutaria dello stesso. Alla fine il perfido Cecco, di beffa in beffa, convincerà Lucrezia, divenuta sua amante, ad ospitare il figlio nato dall’unione con Dinda, in attesa che il solito scemo, Camillo, non lo accolga come figlio legittimo.
Orchidea De Santis
Filmetto senza qualità particolari, infarcito dai soliti doppi e tripli sensi, con immancabile stuolo di donnine seminude e discinte raccattate per mettere in scena una pellicola incolore e insapore. Anche le due protagoniste più conosciute, Orchidea de Santis e Malisa Longo, alla fine naufragano, non per demerito loro, nella pochezza di questa stanca ripetizione del già visto sequel delle novelle boccaccesche, ancora una volta prese in pretesto per esibizioni, peraltro gradite, di ettari di tette e natiche.
Beffe licenze et amori del Decamerone segreto, un film di Walter Pisani. Con Orchidea De Santis,Malisa Longo, Patrizia Viotti, Antonella Patti, Giacomo Rizzo, Carla Mancini, Claudia Bianchi, Renzo Rinaldi
Commedia, durata 85 min. – Italia 1973.


Dado Crostarosa: Cecco
Malisa Longo: Suor Lucrezia
Giacomo Rizzo: Camillo
Orchidea De Santis: Dinda
Patrizia Viotti: Tessa
Claudia Bianchi: Fiammetta
Renzo Rinaldi: Gianni Lotteringhi
Carla Mancini: Suora
Josiane Tanzilli: Suora

Regia Giuseppe Vari
Soggetto Giovanni Boccaccio, Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Sceneggiatura Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Casa di produzione Corinzia
Fotografia Carlo Cerchio
Montaggio Manlio Camastro
Musiche Mario Bertolazzi
Scenografia Osanna Guardini






Interno di un convento
Dalla prima inquadratura, un giovane robusto che trasporta a spalle un quarto di bue destinato alle suore di un convento umbro, appare chiaro il tema di quest’opera di Borowczyk: furia iconoclasta anti religiosa, confortata dall’esposizione di preziose tazzine per il cioccolato, the e tutto il necessario per una sontuosa colazione. Un convento? Si, popolato da bellissime suore, quasi tutte di buona famiglia, probabilmente contro la loro volontà; l’interno del convento, la sua vita quotidiana, regolata dalle rigide regole della mortificazione dei desideri e dei piaceri, si mostra in tutta la sua contraddittorietà attraverso le pulsioni sessuali delle suore,
represse da una badessa che cerca disperatamente di dirigere quello che solo esternamente sembra un luogo di meditazione e preghiera. Le estasi mistiche di alcune suore fanno da contraltare ad atti di autoerotismo, relazioni saffiche e incontri con uomini esterni al convento. La naturale sessualità, repressa dalle circostanze, si esalta attraverso lettere scritte da una suora da un immaginario amante, dalla masturbazione con un fallo di legno con su un’ immagine sacra da parte di un altra, dal suono quasi orgiastico di un violino, il tutto condito da auto palpeggiamenti, sguardi al proprio corpo che pulsa per la sessualità repressa. Il convento è quindi un ricettacolo più che di vizi, di desideri carnali inespressi.
Mortificare la carne, costringere ragazze nel fiore degli anni a una vita di reclusione e di privazione di quelle che sono le necessità fisiologiche del corpo è sintomo di crudeltà. In parte, è questo il messaggio che il regista lancia, imbastendo attorno a questo tema la storia di Clara, sorpresa dalla badessa mentre è con il suo amante. Il tutto finirà nel sangue e con uno scandalo prontamente messo a tacere, come racconta la stringata nota finale, facendo riferimento anche ad un’opera di Stendhal.
Se le intenzioni di Borowczyk sono quelle della denuncia dl potere religioso capace di soffocare anche i primari istinti umani, va detto che in questo film rimangono puramente nelle intenzioni. Pur non essendo un film erotico, proprio per la mancanza di situazioni atte a generare u interesse di questo tipo, il regista punta troppo sui piaceri sessuali, quelli auto erotici delle suore, anche se va detto che non indulge mai troppo nelle scene, salvo nella già descritta sequenza della masturbazione della suora. Il film scivola lentamente, e anche in maniera abbastanza noiosa, verso la parte finale, che invece accelera troppo il ritmo, con il risultato di rendere l’opera inorganica a sfilacciata.
Certo, le immagini sono al solito raffinatissime, nel consueto stile di Borowzik, con il classico effetto flou sparato ad ogni scena. Ma il risultato finale è abbastanza deludente, e il film rimane per la maggior parte un’incompiuta. In alcuni casi l’estasi mistica delle religiose è poco credibile, e si esplicita in immagini che lasciano il dubbio, concreto, di un’attenzione voyeuristica sospetta. Ben altre per aveva girato Borowczyk per non sospettare un’operazione meramente commerciale, destinata più che ad una denuncia dell’oppressione religiosa, presente per esempio in ben altro stile nel film La bestia, ad una bassa speculazione sul solito tabù del sesso, argomento quasi principe nella produzione del regista.
Molte più ombre che luci, quindi. Anche se qualche sequenza è al solito un piccolo gioiello: le scene iniziali nel giardino sono raffinate, così come di grande impatto è l’intera sequenza del funerale della badessa con la scoperta dei cadaveri di altre due religiose. Ma non bastano a salvare il film da un’aurea mediocrità; opinione largamente condivisa dai censori, che mutilarono il film proprio da quelle che sono le scene forse più illuminanti per capire il discorso fatto dal regista. Alla fine l’esercizio di stile è apprezzabile solo in quanto tale, così come del film si possono salvare le interpretazioni di Marina Pierro e Olivia Pascal e sopratutto di Gabriella Giacobbe,
che interpreta con gran misura il personaggio della badessa Orsini, vittima sia del suo zelo religioso sia della lussuria di Suor Clara, una misurata Ligia Branice. Si segnala anche Howard Ross nel ruolo di Rodrigo Landiani e dell’ottimo Mario Maranzana in quello dello sventurato padre confessore, l’unico a non capire per intero quale sia davvero il problema delle suore, e che simboleggia la religiosità stupida e ottusa, quella che attribuisce al demonio ogni atto fatto in contrapposizione ai dettami della chiesa.
Interno di un convento,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Howard Ross, Mario Maranzana, Licia Branice, Gabriella Giacobbe, Gina Rovere, Loredana Martinez, Paola Morra, Stefania D’Amario, Olivia Pascal, Romano Puppo
Erotico, durata 95 min. – Italia 1978. –
Ligia Branice: suor Clara
Howard Ross: Rodrigo Landriani
Marina Pierro: suor Veronica
Gabriella Giacobbe: badessa Flavia Orsini
Rodolfo Dal Pra: vescovo
Loredana Martínez: suor Martina
Mario Maranzana: padre confessore
Alessandro Partexano: Silva
Regia Walerian Borowczyk
Fotografia Luciano Tovoli
Montaggio Walerian Borowczyk
Musiche Sergio Montori
Così dolce, così perversa
Jean è un industriale sposato con Danielle, moglie algida e insoddisfatta del legame con il marito; che ha una relazione con la moglie di un collega. Classico triangolo amoroso, quindi. Un giorno Jean conosce l’inquilina del piano di sopra, Nicole, una splendida donna bionda, che Jean scopre ben presto essere perseguitata da Klaus, uomo malvagio e violento.
Jean si innamora ben presto, ricambiato, della splendida Nicole, mentre Danielle segue le avventure del marito con freddezza. La relazione tra i due è turbata però dalle intrusioni del manesco Klaus, tanto che un giorno arriva la resa dei conti. Salito nell’appartamento di Nicole, dal quale provengono urla disperate delle donna, Jean si trova davanti Klaus. Durante la colluttazione, l’uomo colpisce a morte Jean con un coltello, e poi, aiutato da Nicole, carica il corpo dell’industriale in un auto, che viene condotta fino ad una scarpata.
Qui viene gettata, e la macchina distrugge completamente le prove del delitto. Klaus e Nicole sono quindi complici, e hanno architettato il tutto con un fine preciso: impossessarsi delle sostanze dell’uomo. La vera ispiratrice del delitto è però Danielle, che aveva deciso di liberarsi del marito, con la complicità di Nicole, sua amante.
Ma Nicole, diabolicamente, fa credere alla donna che il marito sia ancora vivo, portando la donna all’esasperazione. Sarà Klaus a uccidere anche Danielle, e i due amanti a questo punto, riscosse le azioni di Jean, possono prendere il largo. Ma…..
Così dolce così perversa è parte della trilogia sexy diretta tra il 1968 e il 1971 da Umberto Lenzi, e segue Orgasmo, precedendo l’ultimo film del trittico, Paranoia. Tra i tre film è sicuramente il più debole, pur contando su un cast di ottimo livello: colpa di una sceneggiatura abbastanza improvvisata, di un ritmo decisamente troppo lento e sopratutto di una trama confusa e poco credibile, nonostante gli attori ci mettano tanta buona volontà per cercare di rendere il prodotto dignitoso.
Abbastanza inusuale il finale, che sembrerebbe suggerire un sequel, cosa che però non avvenne. Così dolce così perversa sconta anche una parte iniziale di trenta minuti abbondanti in cui non solo non accade nulla, ma si assiste alla rappresentazione di un normale dramma borghese, con i soliti coniugi annoiati che frequentano il solito club per ricconi a parlare del vuoto più assoluto.
Manca tensione, così come manca l’azione, il che finisce per ridurre di molto le già scarse potenzialità della pellicola; a poco serve la buona prova della sexy e seducente Carroll Baker, nelle vesti della perfida Nicole e di Erika Blanc in quelle della tormentata Danielle. Nel cast c’è un Jean Louis Trintignant svogliato, mentre c’è spazio per l’affascinante Helga Linè nel ruolo dell’amante di Jean. Il film ebbe comunque una buona accoglienza dal pubblico, anche se la critica rimase molto fredda; all’estero il film, chiamato So sweet…so perverse, venne ugualmente ben accolto, contribuendo a rinsaldare la fama di Lenzi.
Così dolce così perversa, un film di Umberto Lenzi. Con Jean-Louis Trintignant, Horst Frank, Carroll Baker, Erika Blanc, Dario Michaelis, Renato Pinciroli, Luca Sportelli, Beryl Cunningham Giallo, durata 92 min. – Italia 1969.
Carroll Baker: Nicole Perrier Helga Liné: Helena Horst Frank: Klaus Jean-Louis Trintignant: Jean Reynaud Erika Blanc: Danielle Irio Fantini: ospite alla festa Ermelinda De Felice: proprietaria dell’hotel Giovanni Di Benedetto: sig. Valmount Renato Pinciroli: portiere Gianni Pulone: il fotografo Lucio Rama: ospite alla festa Luigi Sportelli: ospite alla festa Beryl Cunningham: spogliarellista Paola Scalzi: amica di Helena Dario Michaelis: commissario di polizia Alessandro Tedeschi: uomo della commissione
Regia Umberto Lenzi Soggetto Luciano Martino Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Massimo D’Avack Produttore Mino Loy, Luciano Martino, Jean Paul Bertrand Fotografia Guglielmo Mancori Montaggio Eugenio Alabiso Musiche Riz Ortolani Costumi Giovanni Naitano



Atti impuri all’italiana
Nel centro termale di Montecatini muore il vecchio medico condotto, e a sostituirlo arriva, per la felicità dei pazienti, una giovane e disinibita dottoressa. Con la presenza dell’affascinante medico in gonnella, l’ambulatorio riprende vita: da luogo sporco, polveroso, gestito dal povero e anziano ciondolo, si trasforma ben presto in punto di ritrovo di uomini e donne della cittadina.
Dagmar Lassander
La vera malattia dei pazienti sembra essere più una sorta di sessualità repressa piuttosto che una malattia organica, e Elia, la dottoressa, con i suoi metodi innovativi e anticonformisti, ben presto riscuote uno straordinario successo. La sua simpatia contagia tutti, anche il parroco, che arriva a difenderla anche in pubblico, quando la dottoressa viene attaccata da un consigliere comunale. Il parroco, spalleggiato dal sindaco, riesce ad evitare l’allontanamento della dottoressa, con buona pace di tutta la cittadina.
Elia, che soggiorna a casa del sindaco, riesce anche a facilitare le nozze della figlia dello stesso sindaco con il figlio di un accanito rivale politico dello stesso. Alla fine la disinibita dottoressa convolerà a giuste nozze con il sindaco, un donnaiolo impenitente, e in occasione di una vacanza fatta per incontrare il figlio dello stesso sindaco, si concederà anche un’avventura con lo stesso.
Atti impuri all’italiana, diretto da Oswald Bray, pseudonimo dell’italianissimo Oscar Brazzi, è il classico prodotto post metà anni settanta del filone commedia sexy all’italiana. Imbastito attorno ad una trama quasi inesistente, il film ruota sulla figura di Dagmar Lassander, al solito bella e molto disponibile nel mostrare le sue grazie; una delle scene cult del film è la passeggiata con le natiche in fuori per il paese, in seguito ad una burla fatta dal figlio del sindaco.
Il resto scorre via senza infamia e senza lode, con tutti i luoghi comuni stereotipati del paesino sessualmente represso, con contorno di bellone, in questo caso la Lassander, Stella Carnacina, la figlia del sindaco, Isabella Biagini e Cristina Minutelli, che interpreta il ruolo della domestica svampita e disponibile. Film abbastanza noioso, anzi, molto: pochi mezzi, dialoghi scontati. Maurizio Arena, il sindaco, è in palese difficoltà in un ruolo che vorrebbe essere comico, e che non richiede abilità particolari in ambito recitativo, e che invece cerca di migliorare dando spessore ad un personaggio che non ne richiede.
Una delle cose insopportabili del film è la presenza di un gruppetto di marmocchi petulanti e noiosi, che finiscono per indisporre quanti cercano di trovare un appiglio per salvare un film di per se noioso e bolso.
Atti impuri all’italiana, un film di Oswald Bray. Con Stella Carnacina, Dagmar Lassander, Maurizio Arena, Isabella Biagini, Ghigo Masino
Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.
Maurizio Arena … Gedeone
Dagmar Lassander Élia Bonvicini
Stella Carnacina Rosalba
Cristina Minutelli … Cameriera di Gedeone
Ghigo Masino … Don Firmino
Regia: Oscar Brazzi
Sceneggiatura:Oscar Brazzi
Musiche:Adalberto Bettini
Fotografia:Maurizio Gennaro
Montaggio:Giancarlo Venarucci
Basta guardarla
Mentre è in campagna a lavorare, la giovane Enrichetta vede arrivare da lontano un’auto che si dirige verso il vicino paese; a bordo c’è Silver Boy, ballerino e comico a capo di una piccola compagnia d’avanspettacolo, specializzata in rappresentazioni dedicate alla provincia. La giovane segue la compagnia in paese, e grazie all’aiuto di un ballerino gay, che ricopre vari ruoli nella compagnia, riesce ad ottenere un’audizione. La ragazza, dopo una seduta dal parrucchiere, ben truccata, si rivela essere una gran bella donna, tra l’altro anche dotata dal punto di vista artistico.
Mariangela Melato
Ribattezzata Erika, la ragazza deve guardarsi dall’invidia della prima donna dello spettacolo, Marisa Del Sol, che vede progressivamente oscurarsi il suo ruolo ma non solo; Silver boy inizia a valutare Enrichetta/Erika anche dal punto di vista personale. Durante un acquazzone estivo, la coppia rimane isolata in un fienile, ed è l’occasione giusta per Silver boy per gustare le grazie di Erika, segretamente attratta, sin dal primo incontro, dalla personalità dell’uomo. “Questo non è amore, ma febbre dei sensi”, mormorerà un po delusa la ragazza durante l’incontro con Silver boy…..
All’interno della compagnia, intanto, Marisa Del Sol trama vendetta, e riesce a far cacciare Erika convincendo Silver boy che la ragazza, destinata a sostituirla nella prima di uno spettacolo, di un suo presunto tradimento. Erika, allontanata dal gruppo, non senza rimpianti della maggior parte degli attori, trova lavoro, e la sua fortuna, entrando nella compagnia di Farfarello e di Pola Prima, un gruppo di ben altra fama e rilevanza di quello di Silver boy.
Pippo Franco
Ben presto Erika Rikk, come è stata ribattezzata diventa la star dello spettacolo, nonostante un tentativo di boicottaggio della solita infida Marisa, che una sera cerca di aizzare contro di lei il pubblico. Nel frattempo Silver boy, che ha capito la vera natura dell’attrazione che provava verso Erika, va a trovare la ragazza, impelagandosi nella rissa scoppiata nel teatro. Quando Erika apprende da Pola che l’uomo è in ospedale, ferito, non esita a lasciare tutto e tutti, abbandonando la sua carriera per amore di Silver Boy.
Enrichetta/Erika è interpretata da Maria Grazia Buccella
Basta guardarla è un film importante; diretto da Luciano Salce nel 1971, è un commosso ritratto di un mondo, quello dell’avanspettacolo che calca i teatrini di provincia, in rapida e definitiva dissoluzione. E’ uno sguardo ironico e tenero rivolto ad un mondo semplice, in cui dominano i sentimenti, sia in positivo che in negativo. Amicizia, amore, ma anche rivalità e gelosie: un microcosmo complesso in cui gravitano esistenze da veri vagabondi, hobos di quella che era la più antica forma di teatro itinerante, che dispensò cultura e divertimento in tutta quella provincia che altrimenti non avrebbe mai conosciuto tante opere minori solo nella fortuna che ebbero.
Franca Valeri interpreta Pola Prima
Il curioso effetto fotoromanzo inserito da Salce nel film
Salce usa un linguaggio visivo e uditivo di facile impatto, caratterizzando i suoi personaggi anche all’eccesso, quasi fossero l’esaltazione di vizi e virtù. C’è il Silver boy cantante melodico e discreto cabarettista che pensa di essere un playboy e che alla fine cederà proprio all’amore, c’è Erika che rappresenta la volontà di affermazione, ma anche la saldezza dei giusti valori, quelli forti. C’è la gelosia e l’invidia, rappresentata dalla perfida Marisa e l’amicizia spontanea, quella del ballerino gay Danilo.
E ci sono molti altri personaggi, tutti con difetti e pregi, portati spesso all’eccesso, in una volontà ironica, quasi sarcastica, di descrivere un mondo così lontano da quello comune. Uno sguardo finalmente ironico al punto giusto su uno spaccato d’umanità per lo più sconosciuto, che si anima e prende forma anche attraverso la scelta, da parte di Salce, di inserire nella pellicola sequenze di stampo fotoromanzesco. Qualche riga sul cast, che è di assoluto livello.
– Bella, brava e svampita al punto giusto Maria Grazia Buccella, che purtroppo mai più in carriera riuscirà ad eguagliare la misura del personaggio Erika, ingenua ma tenace, dai sani principi morali;
-assolutamente perfetto Carlo Giuffrè, un Silver Boy che ad un tratto fa quasi tenerezza nella sua canagliesca, ma simpatica parodia del capo comico, sbruffone e esagerato.
-brava Mariangela Melato, agli esordi sugli schermi, nel ruolo di Marisa Del Sol, la perfida e intrigante rivale di Erika;
– Irresistibile Pippo Franco nel ruolo di Danilo, il ballerino gay dal gran cuore, che prende a benvolere Erika e che involontariamente ne decide il futuro;
– Ottimo Luciano Salce, nel ruolo di Farfarello, capo comico dalla comicità greve, finto donnaiolo;
-Bravissima, la solita sicurezza, Franca Valeri nei panni di Pola Prima, stella al tramonto del varietà, capace però di mettersi da parte al momento giusto, e sopratutto capace di pronunciare le parole giuste al momento giusto nei confronti di Erika.
Luciano Salce
Film davvero bello, che andrebbe riesumato proprio per guardare, anche con un briciolo di malinocnia, ad un mondo oggi completamente scomparso, tra tanti rimpianti.
Basta guardarla, un film di Luciano Salce. Con Maria Grazia Buccella, Umberto D’Orsi, Luciano Salce, Mariangela Melato, Riccardo Garrone, Franca Valeri, Pippo Franco, Spiros Focas, Carlo Giuffrè, Dino Curcio, Pinuccio Ardia, Loredana Berté.Commedia, durata 106 min. – Italia 1971.

Maria Grazia Buccella: Enrichetta
Carlo Giuffré: Silver Boy
Mariangela Melato: Marisa do Sol
Spiros Focás: Fernando
Pippo Franco: Danilo
Franca Valeri: Pola Prima
Luciano Salce: Farfarello
Riccardo Garrone: Impresario Pelliconi

Regia Luciano Salce
Soggetto Jaja Fiastri
Sceneggiatura Steno, Luciano Salce, Jaja Fiastri
Casa di produzione Fair
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Franco Pisano
Tema musicale Tre rose
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Luca Sabatelli





























































































































































































































































