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Qualcuno volò sul nido del cuculo

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One Flew Over the Cuckoo’s NestQualcuno volò sul nido del cuculo è un romanzo importante scritto da Ken Kesey e pubblicato solo tre anni più tardi,un’opera che si inserisce autonomamente nell’ampio movimento culturale della “beat generation“.
Un romanzo che parla di psichiatria e manicomi,di malattie psichiche e condizioni di degenza, un tema scomodo,quasi sempre affrontato di straforo
per l’incapacità di trattare con cognizione di causa il grave problema delle malattie mentali.
Con una scrittura diretta,senza fronzoli,Kesey ambienta la sua storia all’interno di un manicomio,parola ormai in disuso ma che all’epoca era l’unica disponibile per indicare quello che era a tutti gli effetti un carcere per i sofferenti di malattie psichiche.
Nel 1975 il regista ceco Milos Forman riprende il testo di Kesey,modificandolo in parte ma lasciando intatto il titolo,Qualcuno volò sul nido del cuculo,locuzione gergale americana ripresa da una filastrocca che recita “”Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest” ad indicare proprio i manicomi riferendosi alle oche che volano in oriente e in occidente,mentre qualcuna vola sul nido del cuculo.
Forman ne fà una storia autonoma,incisiva,drammatica e sicuramente claustrofobica,mantenendo quello che era lo spirito di Kesey,che però non apprezzò affatto la riduzione cinematografica tanto da fare causa alla produzione.
Il che francamente fu decisione discutibile,alla luce della splendida e autonoma storia diretta da Forman e che,per inciso,si trasformò in un formidabile battage pubblicitario per il romanzo.

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Forman preparò con cura maniacale il film,come del resto nel suo stile;volle che gli attori entrassero in un istiuto di igiene mentale e vedessero con i propri occhi le loro condizioni di vita,arrivò ad usare per il film le partecipazioni di autentici sofferenti mentali,proiettando agli attori un documentario,Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman per calarli ancor più nelle loro parti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la storia di Randle Patrick McMurphy,un disadattato all’apparenza,ma in realtà solo un ribelle contro una società che considera opprimente.
McMurphy diventa un caso per il dottor Spivey,che deve valutarne le reali capacità mentali;l’uomo infatti ben presto si mostra insofferente verso la rigida disciplina dell’istituto psichiatrico;lo scontro diventa aperto tra infermiera Mildred Ratched e McMurphy stesso,visto che la prima rappresenta il “potere interno” dell’ospedale.
Ben presto la ribellione di McMurphy diventa totale;l’uomo si rende conto delle assurde regole che vengono imposte ai degenti,non ultima quella che vede la rigida divisione fra gli stessi,costretti in gruppi discriminati dalla gravità della patologia dalla quale sono affetti.
McMurphy diventa un elemento destabilizzante per l’ospedale;il suo rapporto con gli altri degenti diventa sempre più stretto man mano che l’uomo riesce a strapparli all’apatia di cui sembrano ormai prede irrecuperabili.
I migliori successi McMurphy li ottiene con Billy Bibit,un giovane che come si scoprirà non soffre di particolari patologie se non quelle legate alla balbuzie,conseguenza di una personalità ancora in formazione.
Nel frattempo stabilisce un’amicizia profonda con un gigantesco nativo,”Grande Capo” Bromden,che si finge sordo muto principalmente per l’incapacità di affrontare il mondo esterno,quello che invece McMurphy ben conosce.
Con il passare del tempo i gesti di ribellione di McMurphy si trasformano,per i dirigenti della struttura,in una guerra aperta molto pericolosa per l’establishment.

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Ad essere attaccata è la logica stessa della struttura.
McMurphy ottiene,in breve tempo,risultati eccezionali usando semplicemente la logica del reinserimento dei malati nella vita quotidiana;li fa viaggiare in autobus,li porta a fare una gita in barca,porta all’interno della struttura donnine allegre e alcool.
La normalità però è l’unica vera grande nemica del potere:il potere stesso vive e vegeta sulla paura,sulla costrizione,sui farmaci insomma su un coacervo di costrizioni che rendono i malati stessi facili prede.
La reazione del potere non si fa attendere;quando McMurphy vede morire suicida il giovane Billy e in conseguenza di ciò aggredisce la rigida e spietata infermiera Mildred,tentando di strangolarla, viene messo in condizione di non creare più problemi.
Viene lobotomizzato,ridotto ad un vegetale,lui che era uno spirito libero,indomito.
Ad avere pietà è il suo amico “Grande Capo” Bromden:con un cuscino il nativo lo soffoca,poi sradica un lavabo e lo scaglia contro una finestra e fugge.
La vita va affrontata,non puoi nasconderti da essa…
Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei film più importanti nella storia del cinema.

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A parte l’innovativo linguaggio usato da Forman,il tema scabroso e poco noto o quanto meno spesso trascurato ed occultato da registi e scrittori,
la grandissima abilità con cui il regista affronta i momenti topici del film,che è ambientato quasi tutto nell’oppressiva struttura ospedaliera,oppressiva anche come location, a parte tutto questo dicevo Forman sceglie un interprete assolutamente perfetto per il ruolo di McMurphy,quel Jack Nicholson che fornirà una prova da primo della classe,gigioneggiando,esprimendo attraverso mille espressioni facciali gli stati d’animo del ribelle McMurphy.
Altro merito di Forman è quello di fornire svariate chiavi di lettura complementari,ovvero un’analisi spietata della struttura che si universalizza in una condanna del potere anche politico con più di un riferimento alle vicende storiche americane,incluse una suggerita rilettura del movimento dei figli dei fiori e più in generale di tutti quei movimenti alternativi che fiorirono in America negli anni sessanta fino ai giorni in cui venne girato il film.
C’è anche un espediente che va sottolineato (ed applaudito),quello dell’improvvisazione.
Molte battute e scene vennero letteralmente create al momento,rendendo tutto il film una specie di happening creativo collettivo,il che influuì anche profondamente sulla recitazione di tutto il gruppo,che strapa a tratti applausi a scena aperta.
La gestazione del film fu molto elaborata.

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A produrre la pellicola fu Michael Douglas che subentrò a suo padre,che deteneva i diritti cinematografici,il che alla fine valse al giovane figlio d’arte un Oscar;per il ruolo del protagonista vennero contattati dapprima Marlon Brando, Burt Reynolds e Gene Hackman e infine James Caan,che rifiutarono il ruolo;alla fine venne scelto Nicholson,che da soluzione di riserva si trasformò in uno straordinario valore aggiunto per il film stesso.
Altro personaggio importante è quello di “Grande Capo” Bromden,interpretato da Will Sampson,che da oscuro ranger di un parco si trovò trasformato in un divo.
Il nativo,scelto per le sue caratteristiche fisiche,alla fine si trasforma in un autentico mito,con quella espressione granitica che rende impenetrabile il volto e sopratutto per la grande interpretazione nelle scene finali,autentica perla del film.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica fu quasi universalmente trionfale;una valanga di riconoscimenti si riversò sul film,dagli Oscar ai Golden Globe passando per i prestigiosi BAFTA
Uno dei più importanti resta l’inserimento del film nei primi 100 di tutti i tempi.

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Giusto e sacrosanto.
Per chi voglia vedere in streaming questo capolavoro imprescindibile c’è una splendida versione all’indirizzo https://openload.co/f/wx4rNL-8bmw/CB01.EU-1v4lcvn0.v0l0.svl.n1d0.d3l.cvcvl0.BR.mkv
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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un film di Milos Forman. Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif,Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, Dean R. Brooks, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, William Duell, Mwako Cumbuka, Nathan George, Alonzo Brown, Peter Brocco, Josip Elic, Lan Fendors, Mimi Sarkisian, Mews Small, Louisa Moritz, Michael Berryman, Ken Kenny, Dwight Marfield, Ted Markland, Philip Roth, Delos V. Smith Jr., Tin Welch, Mel Lambert, Kay Lee, Anjelica Huston
Titolo originale One Flew over the Cuckoo’s Nest. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 133 min. – USA 1975.

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Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy
Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched
Will Sampson: “Grande Capo” Bromden
Brad Dourif: Billy Bibit
Christopher Lloyd: Taber
William Redfield: Harding
Sydney Lassick: Charlie Cheswick
Danny DeVito: Martini
Peter Brocco: colonnello Matterson
Dean R. Brooks: Dr. John Spivey
Alonzo Brown: Miller
Scatman Crothers: Turkle
Mwako Cumbuka: Attendant Warren
William Duell: Jim Sefelt
Michael Berryman: Ellis
Josip Elic: Bancini
Lan Fendors: infermiera Itsu
Nathan George: agente Washington
Ken Kenny: Beans Garfield
Mel Lambert: Harbormaster
Kay Lee: infermiera notturna
Dwight Marfield: Ellsworth
Ted Markland: Hap Arlich
Louisa Moritz: Rose
Philip Roth: Woolsey
Mimi Sarkisian: infermiera Pilbow
Vincent Schiavelli: Frederickson
Marya Small: Candy
Delos V. Smith Jr.: Scanlon
Tin Welch: Ruckley

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Regia Miloš Forman

Soggetto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey
Sceneggiatura Bo Goldman, Lawrence Hauben
Produttore Michael Douglas, Saul Zaentz
Casa di produzione United Artists, Fantasy Films
Distribuzione (Italia) Mikado Film
Fotografia Haskell Wexler
Montaggio Sheldon Kahn, Lynzee Klingman
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert, Edwin O’Donovan

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Adalberto Maria Merli: Randle Patrick McMurphy
Benita Martini: infermiera Ratched
Massimo Foschi: “Grande Capo” Bromden
Paolo Turco: Billy Bibit
Enzo Robutti: Taber
Pietro Biondi: Harding
Gianni Bonagura: Charlie Cheswick
Nino Scardina: Martini
Mario Milita: Turkle
Enzo Garinei: Jim Sefelt
Mario Mastria: paziente del gruppo d’ascolto

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“Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!”

“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”

” La prima donna che mi faccio la accendo tutta come un flipper e alla prima botta quella mi fa tilt ci puoi scommettere!”

“Continuiamo come se fosse un giorno qualsiasi”; “Carta a me! “.

“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro!”

Ha mai sentito il detto: ” Chi non sta fermo non pianta radici”?

“Non mi piace affatto l’idea d’ingoiare qualcosa quando non so che roba è!”

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One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Opening Theme)
Medication Valse
Bus Ride To Paradise
Cruising
Trolling
Aloha Los Pescadores
Charmaine
Play The Game
Last Dance
Act Of Love
Jingle Bells
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Closing Theme)

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-riconoscimenti

Oscar 1976

Miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler e Bill Butler
Nomination Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Miglior colonna sonora a Jack Nitzsche

Golden Globe 1976

Miglior film drammatico a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson
Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher
Miglior attore debuttante a Brad Dourif
Migliore sceneggiatura a Lawrence Hauben e Bo Goldman

Premio BAFTA 1976

Miglior film a Michael Douglas, Saul Zaentz e Milos Forman
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler, Bill Butler e William A. Fraker
Nomination Miglior colonna sonora originale a Jack Nitzsche
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Mary McGlone, Robert R. Rutledge, Veronica Selver, Larry Jost e Mark Berger

Inoltre:
Premio 1977 Kansas City Film Critics Circle Award per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Board of Review Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Premi David di Donatello 1976 per il migliore regista straniero a Miloš Forman e per il miglior attore straniero a Jack Nicholson
Nastro d’argento 1976 per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Society of Film Critics Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson

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Ken Kesey

Sono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti
sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni
d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la
quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli
hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti
insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo
sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.
«Ecco il Capo. Il “suuu-per” Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te
ne vai, Capo Ramazza…» Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che
vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico
della scopa sui polpacci affinché mi affretti a passare.
«Ehilà, lo vedi come scappa? È alto abbastanza per mangiarmi mele sulla testa e
ha paura di me come un bambino.»
Ridono, poi li sento farfugliare

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febbraio 10, 2017 Pubblicato da: | Capolavori, Drammatico | , , | 2 commenti

L’ammazzatina

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Lo spiantato barone siciliano Mimì Galluzzo ha sposato,per interesse,la figlia di un ricchissimo mafioso,la bella e svampita Rosalba Cetraro.
Quando il suocero viene ammazzato il barone si trova di fronte a due sgradite sorprese;l’uomo ha lasciato un documento compromettente riguardante
i suoi amici mafiosi e un testamento nel quale la beneficiaria è la moglie.
Che Mimì non sopporta più.
La donna infatti sembra solo interessata ad avere un figlio,ragion per cui il barone è tormentato dalle stravaganti richieste della donna,che lo sottopone a tour de force erotici a base di strampalate richieste.
Mimì si trova anche a barcamenarsi tra altre due donne,Maria Camerò, che possiede il documento che l’uomo tanto cerca che però la donna vuol cedere solo in cambio della promessa di un matrimonio e la spogliarellista Eva,altra donna bella e svampita.
All’improvviso un altro problema:Rosalba,stressata dal fatto di non restare incinta,sembra perdere il senno (sembra,appunto) e viene ricoverata in un istituto psichiatrico.

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Spinto da Maria,che adesso è diventata sua amante a disfarsi della moglie,il barone cerca inutilmente di ucciderla,infilandosi in una serie di tragicomici incidenti.
Alla fine Mimì non solo non si libererà della moglie,ma la sostituirà in manicomio,mentre Rosalba,che non è mai impazzita,riesce finalmente a coronare il suo sogno di diventare madre e contemporaneamente incassare la miliardaria eredità.
L’ammazzatina,film diretto nel 1975 dall’esordiente (alla regia) Ignazio Dolce,attore di qualche fama nel decennio sessanta,è un opera bislacca in precario equilibrio tra farsa,commedia e satira di costume.
Un equilibrio che avrebbe richiesto,alla macchina da presa,la presenza di un regista scafato e che vede invece l’improvvisato Dolce barcamenarsi alla men peggio in una storia molto debole già in partenza,mancando al film stesso un orientamento preciso.
Pur contornato da un cast di ottimi comprimari,il film naufraga dopo pochi minuti per l’incapacità di prendere una strada precisa.
La satira di costume non affiora mai,mentre ad essere evidenti sono i soliti stereotipi sul macho siciliano spiantato e arrivista,rappresentato dal solito barone spiantato e donnaiolo,una delle figure classiche,ahimè,del cinema ad ambientazione sicula.
Stereotipate sono anche le figure dei mafiosi che si avvicendano nel film,mafiosetti in doppio petto che sembrano prese di petto da un’operetta mentre a fare capolino con sospetta puntualità sono le grazie delle varie protagoniste.

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Seni al vento per Karin Schubert (Eva,l’amante spogliarellista) e Erika Blanc,per Andrea Ferreol (Maria) e persino per Paola Quattrini,che interpreta la svampita ma all’occorrenza furbissima moglie del barone.
Nei cui panni c’è un Pino Caruso alla sua prima,vera opera da protagonista;che assolve in maniera puntuale,pur non assecondato da un ruolo decisamente poco comico e al tempo stesso nemmeno drammatico che si trova ad affrontare.
Un buon equipaggio non può tenere a galla una barca che fa acqua da tutte le parti;la storia è stroppo debole,la sceneggiatura rabberciata e ondivaga,priva di una direzione precisa.
Si sarebbe potuto salvare tutto usando l’arma classica della comicità,ma evidentemente Dolce non ha le giuste capacità,ragion per cui
ben presto il film perde di interesse diventando anonimo se non soporifero.
Peccato,perchè la presenza di altri ottimi caratteristi,come Vittorio Caprioli,Tano Cimarosa,Empedocle Buzzanca,Leopoldo Trieste e Pupo De Luca avrebbe permesso un risultato decisamente migliore se al servizio di una sceneggiatura meno anonima e debole.
Null’altro da dire,davvero,se non la debita segnalazione della presenza,dopo tempo immemorabile,di una riduzione decente su You tube all’indirizzo
https://www.youtube.com/watch?v=Ph9mHbimln4,versione qualitativamente buona.

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L’ammazzatina
Un film di Ignazio Dolce. Con  Andrea Ferreol, Leopoldo Trieste, Vittorio Caprioli, Paola Quattrini, Erika Blanc, Pino Caruso, Tano Cimarosa,Empedocle Buzzanca, Don Powell, Karin Schubert Commedia, durata 100 min. – Italia 1975

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Pino Caruso … Mimì Galluzzo
Paola Quattrini … Rosalba Cetraro
Andréa Ferréol … Maria Camerò
Karin Schubert … Eva
Vittorio Caprioli … Commissario Pafuso
Tano Cimarosa … Pasqualino Mosco
Empedocle Buzzanca… Notaio
Don Powell … Hippie
Erika Blanc … Erika
Leopoldo Trieste … Tuccio Langatta
Pupo De Luca … Brigadiere Bragolin

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Regia: Ignazio Dolce
Sceneggiatura:Pier Francesco Pingitore,Mario Castellacci,Ange Bastiani
Musiche:Piero Umiliani
Fotografia:Claudio Cirillo
Montaggio:Raimondo Crociani
Production design:Saverio D’Eugenio
Costumi:Massimo Bolongaro

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Ignazio Dolce,Paola Quattrini e Pino Caruso sul set del film

febbraio 8, 2017 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , | 2 commenti

I duellanti

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Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

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Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.

La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

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Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.

Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.

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Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.

Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

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Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

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I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.

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Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante

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Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell

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L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.

l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.

L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com

(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)

L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/

I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.

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«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».

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febbraio 5, 2017 Pubblicato da: | Capolavori, Drammatico | , , | 2 commenti

Andavamo al cinema-Parte 17

Diciassettesima puntata dedicata ai cinema italiani;ancora una rassegna di vecchi cinema,quasi tutti scomparsi.Vi prego di segnalare eventuali inesattezze e sopratutto l’identificazione di cinema senza denominazione.

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Supercinema Monza

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Cinema Marconi,Taranto

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Sala cinema,Viterbo

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Sala cinema,Treviglio (Bergamo)

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Sala cinema,Tolmezzo (Udine)

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Cinema Cavour,Firenze

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Cinema Castiglioncello,Livorno

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Cinema Capitol,Firenze

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Cinema Boiardo,Reggio Emilia

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Cinema Aurora,Alfonsine (Ravenna)

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Cinema Augustus,Roma

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Cinema Astra,San Giovanni Lupatoto (Verona)

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Cinema Arlecchino,Voghera (Pavia)

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Cinema Ariston,Milano

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Cinema Moderno,Capaci (Palermo)

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Cine Oratorio Stezzano (Bergamo)

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Cinema Arena,Forlimpopoli (Forli)

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Cinema Arena,Alcamo (Trapani)

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Cinema Apollo,Milano

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Cine Teatro Vittoria,Alassio

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Cine Teatro Sociale,Varese

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Cine Teatro Nazionale,Milano

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Cine Teatro Longastrino,Ravenna

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Cine Teatro Japigia,Santeramo in Colle (Bari)

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Cine Teatro Giordano,Avellino

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Cine Teatro Gagliani,Niscemi (Caltanisetta)

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Cine Teatro Balbo,Località non identificata

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Cine Teatro Adriano,Sala Consilina (Salerno)

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Cinema Ordet,Alba (Cuneo)

febbraio 3, 2017 Pubblicato da: | Miscellanea | | Lascia un commento

Cinema & Vampiri

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Un cinema di nicchia,ma con tanti fedeli seguaci,quello dedicato ai vampiri.Il travolgente successo di Dracula,personaggio creato dalla penna di Bram Stoker nel 1897 ha percorso in maniera trasversale la storia stessa del cinema,con decine di versioni aventi come protagonista il principe delle tenebre.Ma il cinema sui vampiri non è solo quello dedicato a Dracula;sono tantissime le pellicole che hanno per protagonisti Nosferatu e altri vampiri minori,così come esistono dei cicli come la trilogia Karnstein prodotti dalla Hammer che ormai rientrano tra i classici del film vampiresco.Quella che segue è una breve carrellata di film vampireschi,con corredo fotografico di locandine,lobby card e flani d’epoca limitata ai primi anni ottanta.Mancano tanti film,ovviamente;il criterio di scelta è unicamente la disponibilità di documentazione fotografica.

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Il mistero del castello (1962)

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Vampiri amanti (1970)

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Il Conte Dracula (1970)

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Mircalla l’amante immortale (1971)

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Le figlie di Dracula (1971)

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Dracula colpisce ancora (1972)

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La regina dei vampiri (1972)

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Dracula il vampiro (1958)

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Le spose di Dracula (1960)

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Dracula principe delle tenebre (1966)

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Le amanti di Dracula (1968)

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Una messa per Dracula (1970)

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Il marchio di Dracula (1970)

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I satanici riti di Dracula (1973)

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La leggenda dei 7 vampiri d’oro (1974)

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La maschera del demonio (1960)

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Nosferatu il principe della notte (1979)

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La morte va a braccetto con le vergini (1971)

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La casa dei vampiri (1970)

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La casa che grondava sangue (1971)

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gennaio 31, 2017 Pubblicato da: | Miscellanea | | 5 commenti

Incensurato,provata disonestà,carriera assicurata cercasi

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Se qualcuno avesse voluto appioppare a questo film un titolo più pretenzioso, avrebbe potuto optare per un chiaro ed efficace brocardo latino: promoveatur ut amoveatur. Ma è difficile immaginare che un produttore, negli anni ’70, avrebbe accettato un titolo saccente per una commedia a sfondo politico. Quindi, Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata, cercasi, pur essendo un titolo insolito, descrive in una riga, con termini di uso comune, la trama di una commedia satirica di ottima fattura, uscita nelle sale italiane il 7 dicembre del 1972. Ancora una volta, l’umorismo che perde la pazienza nei confronti della politica diventa satira sfogando rabbia ed amarezza per ben 105 minuti di pellicola visionaria.
Dietro la macchina da presa c’è il trentino Marcello Baldi, il quale segnò il suo debutto nel lontano 1949, nel kolossal Fabiola, come secondo regista al fianco di Alessandro Blasetti. Sin da giovanissimo, Baldi lavorò come assistente per registi affermati e come sceneggiatore, maturando, quindi, una solida esperienza di documentarista. Infatti, il film si distingue per l’ottimo impiego della cinepresa ed anche per un montaggio perfetto, che inserisce sequenze di vita (politica) reale, le quali ritraggono manifesti, raduni e discorsi elettorali; tra questi, un comizio PCI con la partecipazione di Gian Maria Volontè.

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La trama si apre sulle allegre musiche di Stelvio Cipriani le quali accompagnano il risultato del disboscamento italiano: tonnellate di carta stampata a poster, manifesti e biglietti elettorali.
Il protagonista è Giuseppe Zaccherin (Gastone Moschin), classe 1930, originario di Bardolino, provincia di Verona. Figlio di padre ateo, marxista e libero pensatore (interpretato sempre da Moschin) e di madre cattolica, Zaccherin è un comunista dichiarato il quale viene coinvolto nelle elezioni politiche a causa di un errore di battitura. Più precisamente, nell’iscrivere il nome del marchese Zeccarin nelle liste della DC per il Senato, un attivista del partito (Nanni Loy) commette un errore. Così, al posto del marchese, risulta candidato un qualsiasi Giuseppe Zaccherin.
Su incarico della DC, vengono svolte ricerche intense in tutta Italia al fine di trovare un incensurato con quel nome. Grazie all’intervento di un commissario arrivista (Riccardo Cucciolla), viene, quindi, rintracciato il bardolinese Zaccherin.
Tuttavia, Zaccherin, a causa delle proprie convinzioni politiche, mal digerisce la candidatura con il partito avversario (Diiiocaro!!!). Saranno i guai con la moglie svizzera (Gisela Hahn), alla quale deve un’ingente somma di denaro a titolo di spese di vitto e alloggio, e le macchinazioni di vari esponenti politici della DC, del PCI e perfino del MSI, a convincere il bardolinese ad accettare la candidatura.
Ma Zaccherin, oltre ai guai con la moglie, conduce una vita sostentata da imbrogli (commercializza alcoolici contraffatti e orologi rubati) circostanza che lo rende facilmente ricattabile.
Per di più, il futuro senatore democristiano tiene un’amante comunista (Paola Quattrini) la quale non perdona il tradimento politico del diletto. Com’è facile immaginare, in seguito, sorgono un mare di guai.

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In fine, Zaccherin accetta di presentarsi convinto che non otterrà più di cinque o sei voti. Contrariamente alle aspettative, Zaccherin riscuote un successo clamoroso: viene votato da 82.000 cittadini che hanno visto in lui un uomo diverso rispetto agli altri politici. Senatore neoeletto, Giuseppe Zaccherin si applica con impegno nell’attività legislativa: “15 proposte di legge in una settimana!”. Le proposte, però, sono così deliranti che, per porre fine alle sue iniziative, i colleghi decidono di promuoverlo: Giuseppe Zaccherin viene eletto Presidente della Repubblica.


Lo spettatore si trova di fronte ad una riuscita satira del malcostume politico italiano. Il personaggio interpretato da Gastone Moschin fa sorridere ma, sopratutto, fa riflettere sulla condotta smidollata degli uomini di potere e sull’abisso che si infrappone tra gli elettori e la casta politica.
L’uso del linguaggio volgare, in particolar modo delle bestemmie, non è fine a se stesso. Al contrario, nel caso di Zaccherin, esso accentua lo stato d’animo del personaggio, spesso teso, confuso o avvilito. Seppur un uomo di flessibile moralità, Zaccherin non è un cittadino amorale, cosa che traspare nei plurimi momenti in cui rifiuta la candidatura per mantenere fede all’ideologia comunista. Ma, come gli verrà spiegato dal politico della DC, dal compagno Pinto (politico del PCI) e dal Comandante (politico MSI) (tutti e tre interpretati da Arnoldo Foà), un politico spesso si trova costretto a fare la “puttana”.

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Sorgono spontanei gli applausi alla prestazione di Gastone Moschin il quale, tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ha vissuto il periodo migliore della sua carriera. Attore poliedrico, Moschin ha dato vita a numerosi personaggi memorabili in svariati generi cinematografici. È stato l’ambiguo Ugo Piazza nel celebre Milano calibro 9, diretto da Fernando Di Leo, nel 1972; Filippo Turati nel film storico Il delitto Matteotti (1973); il Marsigliese, crudele bandito, nel poliziesco Squadra volante di Stelvio Massi; l’architetto Rambaldo Melandri, sentimentalista inguaribile, nella saga Amici miei e molti altri ancora.
Bene anche il resto del cast, ad eccezione forse di Nanni Loy il quale, nei panni dell’attivista democristiano, appare un tantino sopra le righe.
Da ottimo voto la fotografia curata da Antonio Climati.
Il film è di facile reperibilità e passa qualche volta anche in tv, ed è disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=KV7QjpVLU8g in una qualità discreta.

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Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata cercasi
Un film di Marcello Baldi. Con Riccardo Cucciolla, Paola Quattrini, Gastone Moschin, Gisela Hahn, Nanni Loy, Arnoldo Foà, Nietta Zocchi, Claudio Nicastro, Fernando Cajati Commedia, durata 91 min. – Italia 1972.

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Gastone Moschin: Giuseppe Zaccherin / il padre di Zaccherin
Nanni Loy: politico della DC
Gisela Hahn: moglie di Zaccherin
Paola Quattrini: amante di Zaccherin
Günther Ungeheuer
Silvio Spaccesi: Il compagno Luvisotti
Arnoldo Foà: Politico della DC / il compagno Pinto (politico del PCI) / il Comandante (politico MSI)
Riccardo Cucciolla: commissario

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Regia Marcello Baldi
Soggetto Marcello Baldi
Sceneggiatura Marcello Baldi, Guido Leoni
Fotografia Antonio Climati
Montaggio Marisa Mengoli
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Elena Ricci Poccetto
Costumi Dafne Ciarrocchi

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– Non poteva aspettare due ore a morire?! Guarda sto figlio della migniotta!
– I mortacci sua…!
– Almeno fino a dopo la presentazione della lista al tribunale… .
– E adesso?
– Facciamo votare per il morto.
– Ma come?
– Noi, come notizia, lo teniamo in vita fino a dopo la presentazione della lista e poi lo facciamo morire ufficialmente.
– Mah… .
– Ma non ti ricordi di quei due candidati morti nell’incidente in Val d’Aosta?! E’ andato tutto benissimo! Abbiamo fatto votare per loro, no?!

 

Non ci sono cittadini onesti. Guarda, i cittadini si dividono in tre categorie: colpevoli veri e propri, colpevoli potenziali e colpevoli intoccabili.
– Io no innamorata.
– Scusi, ma lei non lo aveva inseguito fino qui, in Italia, perché aveva perduto la testa per lui?!
– Io perduto soldi per lui non testa.

 

– Vedi, compagno, i modi di edificare il comunismo sono tanti. Sulle liste elettorali i simboli con falce e martello sono perlomeno dodici.
– Appunto. Un bel casino! Beh, in un casino, con rispetto parlando, chi si avvantaggia?! Le puttane.
– Anche le puttane possono rendere dei servizi preziosi e tu devi rispettarle.
– Ah, ma io le rispetto! Ah, sì … .
– Perché tu dovrai fare proprio questo: la puttana al servizio del partito.
– Diocaro… .
– Dove vai camerata?! Da questa parte camerata!
– Camerata, un casso! Io voglio parlare con quello là… col führer.
– Lasciatelo! Ma voi chi siete?! Cosa volete?!
– Non go’ bombe. Io sono questo qua, Zaccherin Giuseppe.
– Ah, sì … .
– No. Io voglio sapere cos’è questo affare e subito!
– Questi li facciamo distribuire dalla ragazza del movimento. Ne abbiamo regalato già piu di duemila. Valgono circa cento milioni, una bella sommetta! Praticamente, stiamo facendo la campagna elettorale per vostro conto. Dovreste essere grato.
– Io?! E perché?!
– Noi sappiamo tutto: voi siete un candidato DC per sbaglio. In realtà, siete un fervente comunista.
– Appunto, eh! Allora mi faccia il favore di spiegarmi perché voialtri fascisti volete fare la propaganda a me che non sono fascista e candidato DC?!
– Ma è molto semplice: per dare una batosta all’Onorevole Colli. Noi vogliamo distruggerlo!
– Come distruggerlo?
– Politicamente, s’intende. Facendogli subire lo smacco non solo di essere trombato, perché sarete trombati tutti e due e su questo non ci piove, ma facendolo addirittura scavalcare da uno che politicamente non vale un casso!
– Io.
– Appunto, voi. Per l’Onorevole Colli, essere scavalcato da uno come voi, significa la fine della sua carriera politica! E ce lo leviamo per sempre dalle palle! Se vuoi foste veramente un comunista dovreste essere contento di collaborare con noi ai danni di un democristiano di merda!
– Anche i fascisti adesso… . Ma io, con voi fascisti, non voglio aver niente da spartire! Io vi mando a fare in… !!!
Progetto di legge numero uno: provvedimenti urgenti in favore della sanità pubblica.
Articolo primo. I grattacieli sono severamente proibiti. Qualsiasi edificio superiore ai cinque piani sarà abbattuto e al suo posto sorgerà un giardino.

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gennaio 28, 2017 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , | 4 commenti

I flani del 1969-Seconda parte

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Un’altra manciata di flani del 1969;come già ricordato,un anno fondamentale per il cinema,pieno di capolavori immortali e di film di ottima fattura.

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Il flano del controverso Vergogna schifosi

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Vedo nudo di Risi,campione di incassi dell’anno

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Il flano del pruriginoso Top sensation,sequestrato e edito anni dopo in versione integrale

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L’introvabile Temptation

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Di certo non il miglior Comencini,ma sicuramente un bel film Senza sapere niente di lei

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Il capolavoro di Polanski,Rosemary’s baby

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Bello e essenziale il flano di Queimada,ottimo film di Gillo Pontecorvo

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Altro grande successo del 1969,Nell’anno del signore

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Metti una sera a cena

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Musicarello di discreto livello:Lisa dagli occhi blu

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Un discreto film:Le due sorelle

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Quando gli spettacoli iniziavano alle 14,30…

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Il flano del drammatico L’amaro giardino di Lesbo

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Una grande coppia,Delon-Schneider per un bel film,La piscina

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La donna scarlatta

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Ancora un flano molto bello per La donna invisibile

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Il flano di uno dei capolavori di Visconti,La caduta degli dei

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Grande successo dell’anno,La bambolona

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Il chilometrico titolo del film di Salce,Il professor Guido Tersilli…

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Il laureato

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Il commissario Pepe

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Il flano del peplum I daci

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Femina ridens

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Dove vai tutta nuda

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Così dolce,cosi perversa

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Il flano dell’ottimo Contronatura

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Beatrice Cenci

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Il mediocre film di Sordi:Amore mio aiutami

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Un film assolutamente sconosciuto:Alexandre un uomo felice

gennaio 27, 2017 Pubblicato da: | Flani | | 1 commento

Sole rosso

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Un pugno di grandi attori,un soggetto robusto,un buon regista e una colonna sonora accattivante.
Elementi che da sempre sono garanzia di un risultato finale all’altezza delle attese e sopratutto un prodotto gradevole e ben confezionato.
A ben guardare la miscela che costituisce l’ossatura del film Sole rosso,diretto da Terence Young nel 1971 è quella semplice e lineare appena esposta;
Charles Bronson e Alain Delon,Toshiro Mifune e Capucine,Ursula Andress e Michel Jarre alle musiche erano di per se già una garanzia.
Però il particolare genere scelto,il western,metteva di fronte ostacoli abbastanza seri in questo caso;il filone della frontiera era ormai da tempo considerato morto e sepolto,molto raramente ci si imbarcava in produzioni particolarmente rischiose al box office.
Invece con una felice intuizione, una joint venture composta da tre società produttrici di diverse nazionalità,la francese Les Films Corona,l’italiana Oceania Produzioni Internazionali Cinematografiche e l’iberica Producciones Balcázar S.A,con un capitale adeguato e una robusta campagna pubblicitaria tirò su questo emulo del crepuscolo del western ispirato pesantemente allo spaghetti western italiano,al quel Sole rosso deve un forte tributo.

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Sole rosso (Soleil rouge nell’edizione francese e Red Sun in quella internazionale) mantiene quello che promette,anzi;alla fine il risultato è una pellicola gustosa e ben recitata, ben diretta e capace di tenere avvinto lo spettatore per la durata delle due ore canoniche della proiezione.
Merito sopratutto dell’estrema professionalità degli attori che compongono il cast del film;un Charles Bronson insolitamente loquace e ironico,duro all’apparenza ma capace,alla fine di rinunciare a soldi e ricchezza solo per mantenere una promessa,un Alain Delon carognone e infido come una serpe,elegante come un damerino in netto contrasto con i selvaggi territori attorno e la dura realtà quotidiana del wes,un Toshiro Mifune assolutamente impeccabile,un samurai sperduto in una terra ostile che però segue il suo codice d’onore fino all’olocausto personale.
E due figure femminili completamente diverse;una,Ursula Andress scelta evidentemente per motivi “sentimentali” da Young che l’aveva diretta nell’esplosivo esordio in 007 Licenza di uccidere,espressiva come “un pezzo di grana”,come ha recentemente detto con una felice intuizione una persona a me cara.
L’altra,Capucine,emblema di eleganza e bravura,più defilata ma decisamente più brava nella sua parte,quella della tenutaria di un bordello nel quale ha trovato rifugio la donna del “cattivo” del film.
Questi i protagonisti,tutti all’altezza (con l’eccezione della decorativa e inespressiva Andress),coloro che con la loro bravura tengono su il film per tutta la sua durata.

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Veniamo alla trama:
un treno percorre le desolate valli del West;all’interno c’è un carro che contiene una fortuna in monete d’oro,in un altro c’è un dono speciale per il presidente Grant,una spada da samurai con inserti preziosi in oro e pietre preziose,che l’ambasciatore giapponese scorta con l’ausilio di due samurai,dono dell’Imperatore del Sol Levante.
Ma è sul carico di monete d’oro che sono puntati gli occhi della banda di Gauche e Link,che attaccano il treno.
Gauche non ha alcuna intenzione di dividere il bottino e fa saltare in aria il carro sul quale è Link,poi,vista la preziosa spada,uccide uno dei samurai e fugge via con l’ingente bottino.
Link non è morto e viene costretto dall’ambasciatore a fare da guida per Kuroda,l’altro samurai,che adesso ha sette giorni di tempo per recuperare la spada ed evitare di dover fare harahiri con lo stesso ambasciatore.
Si costituisce così una strana coppia,il pistolero loquace e il samurai silenzioso,con due obiettivi ben diversi.
Link vuole Gauche vivo in modo da recuperare il bottino,Kuroda rivuole la spada e vuole il bandito morto per vendicare l’onore e il samurai ucciso.
Da questo momento,attraverso epiche cavalcate,scene anche divertenti,uno scontro con i Comanche e altro si scatena una folle corsa attraverso il West che culminerà nel finale assolutamente adeguato…

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Sole rosso è decisamente un bel film.
Bandita la noia,spazio ai topos classici del western spaghetti,ma diretti da un regista che con le scene di massa,con le scazzottate e le sparatorie aveva larga familiarità.
Young si era fatto le ossa ( e costruita una grande fama) con Agente 007 – Licenza di uccidere,cui avevano fatto seguito altri film spettacolari e dall’enorme successo al box office come A 007, dalla Russia con amore,Agente 007 – Thunderball: operazione tuono.
La sua dimestichezza con il genere avventuroso gli permette quindi di dare ampio respiro alla storia,ben coadiuvato da un cast assolutamente impeccabile e in parte.

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Anche il finale del film è in linea con il racconto,forse un pochino amaro,ma di sicuro l’aver tolto un happy end hollywoodiano giova alla credibilità della storia.
Sole rosso è quindi un prodotto di assoluto buon livello,l’ideale per passare due ore senza pensieri e appaganti.Da segnalare nel doppiaggio italiano la bellissima voce di Renzo Palmer che doppia Bronson.
Purtroppo al momento non sono in grado di segnalare link in italiano al film,che è presente su You tube in lingua originale.

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Sole rosso

Un film di Terence Young. Con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshiro Mifune, Capucine. Titolo originale Soleil rouge. Western, durata 112 min. – Italia, Francia, Spagna 1972

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Charles Bronson: Link
Toshiro Mifune: Kuroda
Alain Delon: Gauche
Ursula Andress: Christina
Capucine: Pepita
Guido Lollobrigida: Mace
Anthony Dawson: Wyatt
Luc Merenda: Chato
Bart Barry: Paco
Hiroshi Tanaka: il samurai ucciso da Gauche

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Regia Terence Young
Sceneggiatura Laird Koenig
Fotografia Henry Alekan
Montaggio Johnny Dwire
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Enrique Alarcon
Costumi Tony Pueo

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Renzo Palmer: Link
Emilio Cigoli: Kuroda
Michele Kalamera: Gauche
Laura Rizzoli: Christina
Leonardo Severini: Mr Frings

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Produzione: Titanus Distribuzione Video, 2010
Distribuzione: Rai Cinema – 01 Distribution
Durata: 112 min
Lingua audio: Italiano (Dolby Digital 1.0 – mono)
Formato schermo: 1,37:1
Area 2
Costo:euro 6,99

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gennaio 24, 2017 Pubblicato da: | Western | , , , , , | 1 commento

L’iguana dalla lingua di fuoco

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Dublino,Irlanda.
Alcuni omicidi senza movente e dalle modalità particolarmente feroci sconvolgo la città.
L’ispettore Lawrence ha una pista,che però si interrompe davanti all’infrangibilità del vincolo diplomatico;i suoi sospetti pertanto non hanno maniera di poter essere verificati.
Decide quindi di avvalersi della collaborazione dell’ispettore Norton,un bravo funzionario allontanato dal servizio per aver avuto la mano pesante con un pregiudicato.
Norton segue a modo suo le indagini;stretta una relazione con la bella Helen Sobieskj,figliastra dell’ambasciatore,
lo spregiudicato ispettore può finalmente mettere il naso da vicino nella vita dei principali personaggi che  popolano l’ambasciata.
Mentre il misterioso killer continua a mietere vittima,l’ispettore ha finalmente un colpo di fortuna e …

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Titolo con tutti e due gli occhi puntati sull’argentiano L’uccello dalle piume di cristallo,L’iguana dalla lingua di fuoco è un film
diretto nel 1972 da Riccardo Freda,il primo del decennio settanta che segue La salamandra del deserto uscito nel 1970 ma diretto nel 1969.
Firmato come Willy Pareto,è un thriller in cui la buona fattura e la padronanza del mezzo tecnico non bastano al regista nato ad Alessandria d’Egitto
per far dimenticare un prodotto confuso e molto pasticciato.
L’espediente sfruttatissimo del killer in guanti neri e cappellaccio non riesce in alcun modo a coinvlgere lo spettatore,spiazzato
da una trama molto ondivaga e priva di riferimenti,tanto che alla fine l’identità del misterioso killer lascia sgomento lo spettatore stesso,
che è stato disorientato per tutto il film dalle mezze ammissioni di colpevolezza dei vari protagonisti.

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A questo va aggiunto l’espediente narrativo di scoordinare le varie sequenze,cosa che aggiunge confusione ad una trama già di per se poco affascinante;Freda non aveva un buon carattere, dopo la stroncatura da parte della critica tributata verso questo film si scagliò contro quanti lo criticavano,dimenticando che anche il pubblico era rimasto parecchio deluso da un film fondamentalmente piatto e poco interessante,nonostante qualche scena ben diretta, i discreti effetti splatter e un cast volenteroso,che in qualche modo dà dignità ad un film di scarso interesse.
La carriera cinematografica di Freda,tra alti e bassi,procede velocemente verso la fine;a L’iguana dalla lingua di fuoco seguiranno l’ambiguo ma fascinoso Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea (che firmerà Hampton),l’invisibile Superhuman e si concluderà con l’inguardabile Murder obsession-Follia omicida.
Questa sua prova va quindi catalogata come un inciampo di percorso.

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In quanto alle note positive del film,ben poche va segnalato come dicevo il cast,che include un ottimo ma un tantino spaesato Pistilli,la sempre elegante e raffinata Valentina Cortese, una bella e sensuale Dagmar Lassander e per quel poco che resta in scena,la sempre brava Dominique Boschero.
Adeguate le musiche di Stelvio Cipriani.
Il film è presente su You tube in una versione più che sufficiente,all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=RbzyzoqCzEM

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L’Iguana dalla lingua di fuoco
Un film di Riccardo Freda. Con Luigi Pistilli, Dagmar Lassander, Anton Diffring, Valentina Cortese, Dominique Boschero Giallo, durata 90 min. – Italia 1971

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Luigi Pistilli: detective John Norton
Dagmar Lassander: Helen Sobiesky
Anton Diffring: ambasciatore Sobiesky
Arthur O’Sullivan: ispettore Lawrence
Werner Pochath: Marc Sobiesky
Dominique Boschero: amante dell’ambasciatore
Renato Romano: Mandel
Sergio Doria: Walter
Valentina Cortese: signora Sobiesky

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Regia Riccardo Freda
Soggetto Richard Mann (romanzo “A Room Without Door”)
Sceneggiatura Sandro Continenza, Riccardo Freda
Casa di produzione Les Films Corona, Oceania Produzioni Internazionali Cinematografiche, Terra-Filmkunst
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Riccardo Freda (con il nome Willy Pareto)
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Giuseppe Chevalier
Costumi Nadia Vitali
Trucco Lamberto Marini

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gennaio 23, 2017 Pubblicato da: | Thriller | , , , , , | Lascia un commento

E tanta paura

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Un misterioso e inafferrabile serial killer semina la morte a Milano;ad essere uccisi sono sopratutto giovani,senza distinzione di sesso.
A capo delle indagini viene nominato l’ispettore Lomenzo,che si ritrova ben presto a fare i conti con un autentico puzzle;cosa lega le vittime se
non una serie di illustrazioni raffiguranti Pierino Porcospino rinvenute accanto alle vittime?
Alla fine,grazie ad un investigatore privato e a tanta pazienza,Lomenzo riesce a collegare le morti ad un’oscuro club,Gli amici della fauna,che
nascondono,dietro una facciata di rispettabilità,perversioni legate al sesso.
Grazie anche all’aiuto di Jeanne,una bella fotomodella della quale è diventato l’amante,l’ispettore riuscirà a trovare il bandolo della matassa
indagando negli oscuri segreti che sembrano legare gli appartenenti al club…
Un giallo/thriller assolutamente anticonvenzionale e fuori dagli schemi,questo E tanta paura diretto da Paolo Cavara nel 1976.

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Se l’impianto classico è quello degli omicidi seriali inspiegabili e apparentemente senza movente,la storia si dipana in modo alternativo
andando a scavare in un ambiente privo di morale e di valori che ha la sua sede nascosta dietro la facciata irreprensibile di un club di amanti della natura.
E’ qui che il bravo inquirente,donnaiolo e ostinato,troverà la soluzione agli omicidi di Pierino Porcospino,la tavola dei disegni del personaggio della fiaba che accompagna ritualmente ogni delitto.
Attraverso una Milano irrituale e defilata,quasi chiusa e impenetrabile,il bravo ispettore si immerge in un mondo che ha fatto dell’immoralità e del vizio il proprio emblema,percorrendo strade che non sono quelle solite dei topos del genere thriller.
Indizi vaghi,un legame assolutamente tenue fra gli omicidi,indagini rese quasi impossibili per l’incapacità di capire le motivazioni del killer accompagnano il film che spesso devia dalla strada principale,creando in tal modo una suspence che non si riscontra facilmente in altri thriller del periodo,che per la massima parte si rifacevano ai modelli argentiani.

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Qui non c’è nulla del genere,perchè Cavara spesso inserisce elementi di commedia grottesca,di cinema poliziesco e una satira forse velata ma sicuramente vincente verso il retrobosco di una città con una morale decisamente discutibile.
Forse Cavara spinge troppo su questi elementi,con vistose cadute come quella che vede avvenire un omicidio in diretta,ma alla fine
ottiene un risultato pregevole grazie anche ad un finale ben giocato che è il punto di forza del film.
Ottimo il cast;particolarmente bravo è Michele Placido che,per una volta,non è il solito commissario inquieto e con problemi esistenziali,violento o frustrato,bensì un giovane funzionario che svolge il suo lavoro con diligenza e fiuto,senza disdegnare le avventure galanti che gli si presentano.
Bravo anche Eli Wallach,nell’insolito ruolo di dirigente di un’agenzia di investigazioni e per una volta bene anche Corinne Clery,meno legnosa e inespressiva del solito.
Completano il cast ottimi comprimari come Steiner,Quinto Parmeggiani e Enrico Oldoini.

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Un film quindi di buon livello,sicuramente superiore al livello medio del periodo;Cavara torna al giallo a qualche anno di distanza del buon La tarantola dal ventre nero,un altro prodotto molto sottovalutato all’epoca e che oggi è stato ampiamente rivalutato.
Sufficiente la fotografia di Franco Di Giacomo.
Vi segnalo la buona versione presente in rete del film all’indirizzo http://www.casacinema.click/e-tanta-paura.html (seguite il tutorial per il download)

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E tanta paura

Un film di Paolo Cavara. Con Eli Wallach, Michele Placido, Tom Skerritt, Corinne Cléry, John Steiner, Jacques Herlin, Quinto Parmeggiani, Enzo Robutti, Sarah Crespi, Bianca Toso Giallo, durata 90 min. – Italia 1976.

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Corinne Cléry: Jeanne
Michele Placido: Ispettore Gaspare Lomenzo
Eli Wallach: Pietro Riccio
Eddy Fay: Fulvio Colaianni
John Steiner: Hoffmann
Jacques Herlin: Pandolfi
Tom Skerritt: ispettore capo
Quinto Parmeggiani: Angelo Scanavini
Cecilia Polizzi:
Greta Vayan: Laura Falconieri
Enrico Oldoini: Assistente di Lomenzo
Enzo Robutti: cliente con la moglie infedele
Claudio Zucchet: Agostino Farundi
Maria Tedeschi: madre di Angelo Scanavini

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Regia Paolo Cavara
Soggetto Paolo Cavara
Sceneggiatura Paolo Cavara, Bernardino Zapponi, Enrico Oldoini
Produttore Ermanno Curti, Guy Luongo, Rodolfo Putignani
Casa di produzione Centro Produzioni Cinematografiche Città di Milano, G.P.E. Enterprises
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Effetti speciali Giovanni Cappelli
Musiche Daniele Patucchi
Scenografia Franco Fumagalli
Costumi Marisa Crimi
Trucco Otello Sisi

Produzione: Raro Video, 20162017-01-22_083031
Distribuzione: Rai Cinema – 01 Distribution
Durata: 94 min
Lingua audio: Italiano (Dolby Digital 1.0 – mono) – Inglese (Dolby Digital 1.0 – mono)
Lingua sottotitoli: Inglese
Formato schermo: 1,85:1
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Contenuti: interviste; speciale
Allegati: booklet
Costo:4,99 euro

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gennaio 22, 2017 Pubblicato da: | Thriller | , , , , , | Lascia un commento