Ultimo tango a Zagarol
Franco, sposato con Margherita, lavora nello squallido alberghetto a ore della moglie; Margherita, una donna tirannica e sovrappeso, lo obbliga ad una dieta da fame. Un giorno, stanco delle angherie della donna, Franco decide di andarsene, e dopo aver rinfacciato alla moglie la relazione che la stessa intrattiene con un pensionante, molla tutto e va via.
Ingaggiato da una regista fuori di testa, Franco racimola il denaro necessario per prendere in fitto un appartamento in cui il vecchio affittuario, un artista, è morto divorato dai topi.
Qui conosce una ragazza che rifiuta di dirgli anche il suo nome, e che lo obbliga a stravaganti giochi sessuali, come lo stendersi su una rete da letto con due campanelli in mano, mentre lei elettrifica la stessa.
Sempre più affamato, Franco sottosta agli strani giochi, finchè non sa che sua moglie è morta: convinto di aver ereditato l’alberghetto, Franco torna a casa, ma scopre che la moglie non è affatto morta. La stessa, dietro consiglio della madre, ha finto la dipartita per costringere il marito a tornare a casa. Franco scappa nuovamente, e per strada scopre che la misteriosa ragazza conosciuta nell’appartamento altro non è che una prostituta. Ancora una volta in fuga, Franco si rifugia, inseguito dalla ragazza, nell’alberghetto. La moglie e la ragazza lo supplicano di restare con loro, e Franco accetta. In cambio chiede da mangiare e del…..burro.
Gustosa parodia di Ultimo tango a Parigi, il film di Nando Cicero vede per la prima volta Franco Franchi esibirsi in un ruolo d’attore comico si, ma decisamente impegnativo, lontano dai clichè ai quali il bravo attore siciliano aveva abituato il pubblico. La storia sembra surreale, così come il suo svolgimento, sopratutto nelle parti che integrano la figura della stravagante regista che dovrebbe documentare i comportamenti degli italiani nelle toilette; ma la storia resta comunque intrigante, sottilmente amara anche se girata in chiave volutamente farsesca.
Nel ruolo della ragazza senza nome troviamo una bellissima Martine Beswick, ex Bond girl, mentre la regista è una splendida Franca Valeri, ironica come suo solito. La vera sorpresa, come già detto, è costituita da Franco franchi, che da spessore e sottile humour al suo ruolo dello sfortunato Franco, angariato da una moglie fedifraga e da un’amante che lo tiene a stecchetto sia in fatto di sesso che di semplice soddisfazione del primario bisogno di franco,mangiare.
Davvero gustose le scene girate nello squallido appartamento, che in qualche modo appare più squallido ancora di quello dal quale prende modello, l’appartamento che vede la muta storia di sesso tra i due sconosciuti di Ultimo tango a parigi. Siparietto gustoso quello con Nicola Arigliano, il misterioso amante di Margherita, costretto a vivere come un recluso dalla donna, e condannato alla vita di un’oca all’ingrasso.
In definitiva un film da rivalutare, anche se va detto che sono tanti coloro che hanno attribuito a questo film l’etichetta di cult, sopravanzando anche il ben più famoso Ultimo tango di Bertolucci.
Ultimo Tango a Zagarol, un film di Nando Cicero, con Nicola Arigliano, Martine Beswick, Ugo Francareggi, Franco Franchi, Carla Mancini, Gina Rovere, Franca Valeri Italia 1973, Commedia
Franco Franchi: Franco
Martine Beswick: la ragazza
Nicola Arigliano: Marcello
Franca Valeri: la regista
Gina Rovere: Margherita
Loredana Mongardini: Maria
Nerina Montagnani
Ugo Fangareggi: l’operatore
Luciano Bonanni: l’ingegnere
Franca Scagnetti: partecipante alla gara di tango
Nerina Montagnani: addetta alla toilette
Grazia di Marzà: madre di Margherita
Giuseppe Bruno Bossio: selezionatore
Jimmy il Fenomeno: cliente dell’albergo a ore
Regia: Nando Cicero
Soggetto: Mario Mariani
Sceneggiatura: Marino Onorati
Produttore: Mario Mariani
Fotografia: Luciano Trasatti
Montaggio: Alessandro Peticca
Musiche: Ubaldo Continiello, Franco Franchi
La bestia uccide a sangue freddo

Fernando Di Leo si cimenta nell’horror/thriller con questo La bestia uccide a sangue freddo; il risultato finale, aldilà di alcune geniali trovate a livello visivo, è un pasticciato film in cui si mescolano efferati delitti, un pò di sangue e di macabri omicidi, e poco più.
La storia prende corpo con il litigio tra due coniugi, Hans e sua moglie Ruth, in seguito al quale l’uomo decide di far ricoverare la donna nell’istituto psichiatrico del prof.Oesterman. All’interno della clinica si sviluppano i soliti intrecci morbosi, tra una infermiera e la sua paziente di colore, tra un’altra paziente e un giardiniere e una relazione amorosa tra la signora Chaeryl e il medico della clinica, il dottor Clay.

Klaus Kinski , il Dr. Francis Clay
L’atmosfera dell’istituto, già di per se avvolta in una cappa insalubre e morbosa, diventa angosciante quando un misterioso assassino incapucciato inizia a mietere vittime tra il personale e le pazienti della struttura.
La prima a subire un attentato è Chaeryl, che però sfugge alla morte; poi, in un crescendo di terrore, vengono uccisi una infermiera, a cui viene mozzata la testa in giardino, la signora Ruth, pugnalata a morte nel suo letto, l’autista della clinica Augusto, l’unico ad aver visto in azione il misterioso killer, e infine Anna
(l’insaziabile donna che ha un legame con il giardiniere) e Mara, la bella ragazza di colore che si stava trastullando in un rapporto lesbico con l’infermiera Hilde. Il professor Oesterman e il Dr. Clay dapprima tentano di sbrogliarsela da soli, poi si rivolgono alla polizia; d’accordo con l’ispettore Kore, tendono una trappola con la collaborazione di Chaeryl al misterioso assassino…..
La bestia uccide a sangue freddo, come già detto, non è un gran film; nonostante l’indubbio mestiere di Di Leo, la sceneggiatura mostra grosse falle. A poco vale il cast messo su dal regista, nel quale spicca un opaco Klaus Kinskj, per una volta in un ruolo non da cattivissimo, la bella Margaret Lee, beniamina del pubblico televisivo italiano nel ruolo di Chaeryl, una affascinante e spogliatissima Rosalba Neri, nel ruolo della ninfomane Anna e Monica Strebel in quello dell’infermiera dalle inclinazioni particolari. I colpi di scena latitano, e ben presto i misteriosi omicidi sembrano essere legati ad un filo conduttore piuttosto esile, ed infatti il finale non smentisce le premesse, con un bagno di sangue assolutamente illogico.
La versione italiana del film, abbastanza osè per l’epoca in cui venne girato, non include alcune scene molto forti che vennero viceversa aggiunte per il mercato estero: in esse si vedono l’atto di autoerotismo della Neri (forse lei, forse una controfigura, chissà) e lo stesso atto fatto da Monica Strebel, oltre a qualche sforbiciata come quella delle scene del rapporto amoroso tra il giardiniere e la Neri nella serra della clinica.
In definitiva, un prodotto debole, anche se non inguardabile: la mano di Di Leo salva il tutto da un naufragio annunciato dopo una buona mezzora di film.
Poche scene gore, fa le qual l’omicidio di Mara, avvenuto con l’uso di una balestra che lancia una freccia dal giardino, la decapitazione dell’infermiera e le scene finali, in cui il folle omicida massacra le infermiere con una mazza residuo medioevale, prima di cadere sotto il fuoco dei poliziotti.
Troppo poco per dare una valutazione quantomeno sufficiente ad un prodotto che dovremmo inserire tra i B movie.
La bestia uccide a sangue freddo ,un film di Fernando Di Leo. Con Klaus Kinski, Margaret Lee, Rosalba Neri, Jane Garret, Gioia Desideri, Fernando Cerulli, John Karlsen, Monica Strebel, Ettore Geri, Carla Mancini
Horror, durata 90 min. – Italia 1971.

Klaus Kinski … Dr. Francis Clay
Margaret Lee … Cheryl Hume
Rosalba Neri … Anna Palmieri
Jane Garret … Mara
John Karlsen … Professor Osterman
Gioia Desideri … Ruth
John Ely … Giardiniere
Fernando Cerulli … Augusto, l’autista
Giulio Baraghini … Poliziotto
Ettore Geri … L’ispettore Kore
Monica Strebel … L’infermiera Hilde
Carla Mancini … Infermiera
Franco Marletta … Infermiere
Regia: Fernando Di Leo
Soggetto: Fernando Di Leo, Nino Latino
Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Nino Latino
Produttore: Tiziano Longo, Armando Novelli
Fotografia: Franco Villa
Montaggio: Amedeo Giomini
Effetti speciali:
Musiche: Silvano Spadaccino
Scenografia: Teresa Ferrone, Nicola Tamburo
Costumi: Marcella Moretti
Trucco: Antonio Mura
Desiderando Giulia
Un insolito triangolo amoroso, una femme fatale, uno scrittore in crisi (l’ennesimo), un giovane scrittore rampante che non esita a sedurre la sorella dello scrittore in crisi pur di raggiungere i propri scopi.
In sintesi la trama di Desiderando Giulia è questa; ma ovviamente fermarsi ad un Bignami del sunto non è certo chi si aspetta una descrizione del film. E allora ecco più o meno la trama di questo filmetto realizzato da Andrea Barzini con molta mediocrità e su una sceneggiatura già vista e impalpabile.
Emilio, che vive con sua sorella Amalia, ha da tempo smesso di scrivere; un giorno conosce Stefano, un giovane che vorrebbe diventare anche lui scrittore, e inizia a corregergli quanto scritto fino ad allora. Stefano gli fa conoscere Giulia, una strana donna dal comportamento sfuggente. La ragazza ha una vita quantomeno disordinata; lavora come modella, e si concede evidentemente diverse avventure,
Preso dal vortice della pasione, Emilio si rende ben presto conto che Giulia è per lui una vera e propria droga; ma la donna lo tradisce senza ritegno, inoltre evita accuratamente di legarsi a lui. Così ben presto la storia tra i due diventa un delirio sensuale, al quale Giulia si concede, costringendo però il suo amante ad una serie di umilazioni. Intanto Stefano, che ha sedotto la povera Amalia, inizia a trascurarla e ad allontanarsi anche da Emilio, avendo raggiunto il suo scopo.
Così lo scrittore tenta di consolarsi tra le braccia di Giulia, che inevitabilmente mostra di essere una donna amorale e viziosa; lo coinvolge anche in uno squallido menage a tre, durante il quale Emilio fa a pugni con l’altro lato del triangolo. Giulia mostra inoltre pericolose tendenze non solo alla poligamia, ma inclinazioni verso la droga. Emilio accetta tutto, ma nel frattempo Amalia, delusa, si uccide gettandosi nel mare. Quando Emilio, chiamato dalla polizia, vede il cadavere della sorella, si rifugia nella casa laciatagli dai genitori, dove Giulia lo raggiunge ancora una volta, prima di lasciarlo del tutto.
Film decisamente noioso, mal interpretato, nonostante la rpesenza di Valeria D’Obici e di Sergio Rubini, Desiderando Giulia non sfugge al clichè del film erotico rivestito da una sottilissima patina di ambizioni assolutamente inespresse, permettendo allo spettatore sbadigli a non finire, intervallati dai monumentali nudi di serena Grandi, che fa del suo meglio per mettere in mostra le giunoniche forme, accontentando così almeno la parte voyeuristica dello spettatore.
Il resto è solo noia, sconfinata, in un film che non decolla mai; le premesse, sin dalle prime inquadrature, non ci sono, per cui spettatore avvisato……
Per una volta concordo in assoluto con questo giudizio tratto dal famoso sito che spesso stigmatizzo:
“Da Senilità (1898) di Svevo, già filmato da Bolognini (1962) con Claudia Cardinale, Barzini ha ricavato un film vacuo, decorativo, al servizio del greve erotismo all’amatriciana della Grandi, trasferendo l’azione da Trieste a Roma.”
Sintetico, approvabile sic et simpliciter
![]()
Desiderando Giulia, un film di Andrea Barzini. Con Serena Grandi, Sergio Rubini, Valeria D’Obici, Massimo Sarchielli.Giuliana Calandra, Johan Leysen
Drammatico erotico, durata 92 min. – Italia 1986.
Serena Grandi: Giulia
Johan Leysen: Emilio
Valeria D’Obici: Amalia
Sergio Rubini: Stefano
Regia Andrea Barzini
Soggetto Gianfranco Clerici, Andrea Barzini
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Andrea Barzini, Domenico Matteucci
Casa di produzione Dania Film – Filmes International
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Mario Vulpiani
Musiche Antonio Sechi
1970, un anno di cinema
Il primo anno del decennio 70 segna uno dei periodi più fortunati per il cinema italiano: una mole cospicua di film di ottima fattura si unisce all’interesse sempre più accentuato del pubblico, non ancora disorientato dall’avvento delle tv private, che furono una delle cause della crisi che si abbatterà sul cinema nello stesso decennio, ma verso la sua conclusione.
L’Italia segna punti a suo favore, come la vittoria al Festival di Cannes del film di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, interpretato da Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio e Salvo Randone.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

La Sanda e Testi in Il giardino dei Finzi Contini
Il film, che racconta la storia di un commissario di polizia che arriva a sfidare le autorità e gli inquirenti commettendo un omicidio ai danni della sua amante, seminando poi indizi che lo compromettono, certo comunque dell’impunità, ottiene contemporaneamente la Palma d’oro, un successo di critica e di pubblico, risultando alla fine il film più importante della stagione, grazie anche alla memorabile interpretazione di Gian Maria Volontè. Il 1970 è anche l’anno di Zabriskie Point, film diretto da Michelangelo Antonioni, storia drammatica di un giovane che dopo aver ucciso un agente di polizia fugge nel deserto di Zabriskie Point, in California. Il film riscuote buon successo ai botteghini, pur non essendo di facile approccio.

Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca
Altro successo della stagione è Anonimo veneziano, diretto dall’attore-regista Enrrico Maria Salerno, interpretato dalla coppia Bolkan-Musante, che tratteggia le due figure di un musicista gravemente malato e della moglie separata con sobrietà e eleganza, Il film, che si avvale della splendida colonna sonora di Stelvio Cipriani, a fine stagione sarà uno dei più visti, così come un lusinghiero successo, premiato anche con un Oscar ottiene Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica, appassionata trasposizione del romanzo di Bassani, incentrato su un gruppo di giovani che, durante l’applicazione delle leggi razziali, si rifugia in un giardino di proprietà della ricca famiglia ebrea dei Finzi Contini, isolandosi in qualche modo dalla realtà atroce che il mondo esterno sta per vivere. Un film che vede interpretazioni memorabili di Dominique Sanda e di Lino Capolicchio, oltre ad una bellissima fotografia. Due film americani si impongono sia come successo di critica sia di pubblico:

Alain Delon nello splendido I senza nome

Trintignant e la Sandrelli in Il conformista
sono Soldato blu, di Ralph Nelson, uno dei primissimi film a trattare il tema del genocidio dei pellerossa in maniera cruda e appassionata e Fragole e sangue,di Stuart Hagman, importantissimo film sulla contestazione americana nelle università, un vero manifesto giovanile, scandito da una colonna sonora sontuosa.Dall’America arriva anche il dissacrante Mash, storia di un gruppo di medici insofferenti alla disciplina militare, che arriveranno anche a irridere i caduti della guerra di Corea;il film, manifesto antimilitarista di Altman, a fine stagione sarà uno dei più visti. Altro grande successo è Piccolo grande uomo, magistrale interpretazione di Dustin Hoffman, diventato celebre non solo per la storia di Jack Crabb, il pioniere che vive l’epopea tragica del genocidio dei pellerossa, ma anche per la straordinaria trasformazione dell’attore che interpreta uno dei ruoli più impotanti della sua pur luminosa carriera.

Romy Schneider nel bellissimo La califfa
L’Italia risponde con il capofila dei film western basati sulla comicità, ovvero quel Lo chiamavano Trinità che a fine stagione sarà il film più visto in assoluto; il western, grazie a Terence Hill che interpreta lo scanzonato Trinità, a Bud Spencer e alla gran regia di Clucher/Barboni, riacquisisce linfa, dando il via ad un nuovo genere. Un buon successo è Metello, di Mauro Bolognini, storia di un operaio che sperimenta le dure condizioni di vita dell’Italia di inizio secolo. Il film è anche un buon successo personale per il cantante Massimo Ranieri e per la giovane Ottavia Piccolo

La vita privata di Sherlock Holmes
Due film, assolutamente diversi tra loro, sono però in maniera diversa le vere sorprese della stagione; il primo è il thriller diretto da Dario Argento L’uccello dalle piume di cristallo, che farà da apri pista alla stagione d’oro del thriller ll’italiana, segnando di fatto tutto il decennio, e diventando contemporaneamente punto di riferimento nel futuro di molti registi d’oltralpe. L’altro caso cinematografico è Brancaleone alle crociate, seguito dello spassosissimo L’armata Brancaleone, con un superlativo Gassman nei panni del comandante della banda di straccioni dall’ineguagliabile linguaggio. Grande successo dell’anno è Love story, che, come suggerisce il titolo, è un film d’amore ben diretto da Arthur Hiller, che lancia il talento della brava Ali Mc Graw, assecondata da un Ryan O’ Neal insolitamente romantico; la storia dei due, mondi diversissimi che si incontrano e si amano, fino al tragico finale in cui lei muore di leucemia, commuove il mondo e ovviamente l’Italia;
merito anche della struggente colonna sonora di Francis Lai.Il cinema bellico, in auge nei primi anni settanta, vede le buone affermazioni di Tora Tora Tora, rievocazione dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, un kolossal con Joseph Cotten, Martin Balsam e Toshiro Mifune, Patton, generale d’acciaio, basato sulla vita del grande generale americano, interpretato da George C. Scott, che con questo film vince l’Oscar e il tonfo di Waterloo, storia dell’ultima battaglia di Napoleone, film costato un pozzo di soldi e rivelatosi viceversa un fiasco al botteghino, nonostante la grande interpretazione di Rod Steiger.

Marlene Jobert in L’uomo venuto dalla pioggia
Ettore Scola presenta il suo Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, con Monica Vitti, Giancarlo Giannini, Marisa Merlini, Marcello Mastroianni, grande successo di pubblico accolto favorevolmente dalla critica; la classica storia del triangolo amoroso vede una gara di bravura tra la Vitti, Giannini e Mastroianni, così come un grande successo riceve Un uomo chiamato cavallo, diretto da Elliot Silverstein con Richard Harris nei panni di un cacciatore cattarurato da una tribù pellerossa che finirà per diventare uno di loro, apprezzandone le regole sociali e la vita libera e indipendente, prima del solito massacro dei bianchi.
Un altro film indimenticabile è il graffiante e corrosivo Comma 22, diretto da Mike Nichols, interpretato da Jon Voight, Martin Balsam, Anthony Perkins, Alan Arkin, Paula Prentiss: la parabola antimilitarista di Nichols sconvolge gli americani, e ottiene anche da noi un lusinghiero successo.
Il cinema del 1970 è denso di pellicole di grande livello: le storie sono quasi tutte nuove, ci si appassiona a film commedia come Venga a prendere il caffè… da noi, di Lattuada, con un grande Ugo Tognazzi diviso tra tre sorelle ricche che finirà vittima proprio del suo arrivismo, o come La moglie più bella, che rivela il talento di Ornella Muti, diretta da Damiano Damiani nella rievocazione della storia di Mirka Viola, la donna che suscitò scandalo in Sicilia rifiutandosi di sposare il proprio sequestratore. E’ l’anno del formidabile I diavoli, di Ken Russell, storia vera della morte sul rogo di Grandier, vescovo di Loudon, incolpato dalla madre superiora di un convento di essere l’emanazione del demonio. Il film, un manifesto anticlericale fortissimo, ebbe guai a non finire con la censura, e circolò in versioni molto depurate.

Senta Berger in Quando le donne avevano la coda

Una drammatica scena da Soldato blu
Il maestro spagnolo Bunuel presenta Tristana, mentre Peckinpah presenta La ballata di Cable Hogue, storia malinconica di un cercatore d’oro che troverà contemporaneamente la fortuna e la sventura. Il film, ferocemente ironico, demolisce tutti gli stereotipi del western, mentre il nostro Bevilacqua presenta La califfa, ottima riduzione cinematografica del romanzo basato sulla storia d’amore tra la vedova di un operaio, Irene, e l’industriale Doberdò, storia che finirà ovviamente male. Film in cui recitano una splendida e tormentata Romy Schneider e il solito grande Tognazzi. Un altro film di grande successo è Borsalino, del francese Deray, interpretato dalla coppia di amici- nemici Belmondo/Delon: una storia di gangster divertente, veloce, che ebbe anche un seguito assolutamente perdibile.
Curiosamente il pubblico fa la coda per film che dieci anni dopo avrebbe snobbato clamorosamente; così produzioni minori come Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa, di Marcello Fondato con Monica Vitti, oppure Il presidente del Borgorosso Football Club, con Alberto Sordi, pur essendo solo dei filmetti, vedono incassi che solo 10 anni dopo sarebbero diventati assolutamente dei miraggi.
Riscuotono un successo eccellente film come Quando le donne avevano la coda, di Pasquale Festa Campanile, che ebbe dei cloni assolutamente perdibili; le buffe avventure dei cavernicoli dall’improbabile linguaggio ebbero un gran successo, grazie anche al cast di caratteristi che interpretò il film, come Toffolo, Buzzanca, Mulè e la bellissima Senta Berger.
Accanto ai titoli citati, arrivarono un mucchio di pellicole (oltre 600) da tutto il mondo; muovono i primi passi il cinema erotico, il thriller all’italiana, il western conosce una nuova fortunata stagione grazie al citato Lo chiamavano Trinità, e grazie anche a Vamos a matar companeros; registi di ottima fama, come Bertolucci, sono presenti con opere come Il conformista (grande performance di Jean Louis Trintignant) e La strategia del ragno, mentre De Sica, oltre al Giardino dei Finzi Contini, è presente con I girasoli, un film con l’inossidaile coppia Mastroianni-Loren.
Tra i film poco conosciuti del 1970 vorrei citare alcune piccole perle, per lo più sconosciute ai più, come Concerto per pistola solista, un’intrigante thriller venato di comicità diretto da Michele Lupo (troverete la recensione nel blog), oppure L’uomo venuto dalla pioggia, magistrale thriller diretto da Renè Clement con Charles Bronson e la bella Marlene Jobert, Splendori e miserie di Madame Royale, diretto da Vittorio caprioli con il solito Tognazzi e una giovanissima Jenny Tamburi.
Il cartone dell’anno di casa Disney è Gli aristogatti, inutile a dirsi grande successo presso grandi e piccini e garanzia di divertimento sano.

Karin Schubert, protagonista del western Vamos a matar companeros

Ugo Tognazzi in Venga a prendere….il caffè da noi
Ultime segnalazioni per film di ottimo livello, come Cinque pezzi facili, diretto da Bob Rafelson; con: Jack Nicholson, Messaggero d’amore di Joseph Losey; con: Alan Bates e Julie Christie ,lo splendido I senza nome (Le circle rouge) di Jean Pierre Melville; con Alain Delon ,Bourvil , Yves Montand , Gian Maria Volonté , François Périer, forse uno dei noir più belli degli ultimi quarantanni.infine La vita privata di Sherlock Holmes, di Billy Wilder.
Un’annata da sogno, in definitiva; paragonando la produzione del 1970 con quella del 1980 vengono effettivamente le lacrime agli occhi, tanto netta è la differenza di qualità cinematografica tra due stagioni distanti inpratica solo 10 anni
Patton, generale d’acciaio (Miglior film)
Franklin J. Schaffner (Miglior regia per Patton, generale d’acciaio)
George C. Scott (Miglior attore per Patton, generale d’acciaio)
Glenda Jackson (Miglior attrice per Donne in amore)
John Mills (Miglior attore non protagonista per La figlia di Ryan)
Helen Hayes (Miglior attrice non protagonista per Airport)
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Miglior film straniero)
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Gran premio della giuria)
M.A.S.H. (Gran premio al miglior film)
John Boorman (Miglior regia per Leone l’ultimo)
Fragole e sangue (Premio speciale)
Marcello Mastroianni (Miglior attore per Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca)
Ottavia Piccolo (Miglior attrice per Metello)
Gillo Pontecorvo (Miglior regia per Queimada)
Gian Maria Volonté (Miglior attore per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto)
Massimo Ranieri (Miglior attore per Metello)
Nino Manfredi (Miglior attore per Nell’anno del Signore…)
Sophia Loren (Miglior attrice per I girasoli)
Ottavia Piccolo (Miglior attrice per Metello)
Peter O’Toole (Miglior attore straniero per Goodbye Mr. Chips)
Dustin Hoffman (Miglior attore straniero per Un uomo da marciapiede)
Goldie Hawn (Miglior attrice straniera per Fiore di cactus)
Liza Minnelli (Miglior attrice straniera per Pookie)
Marlène Jobert (Miglior attrice straniera per L’uomo venuto dalla pioggia)
John Schlesinger (Miglior film straniero per Un uomo da marciapiede)
La bonne
Veneto, metà degli anni 50.
Anna, giovane e bella moglie di Giacomo divide la sua vita monotonamente tra il marito, spesso assente per impegni politici e la suocera, una donna petulante che è in casa sua, ammalata e perciò bisognosa di cure.
A interrompere la routine quotidiana arriva Angela, bella e disinibita ragazza che lavora in casa sua; le due diventano ben presto confidenti e anche qualcosa in più. La sessualità repressa di Anna trova uno sfogo, anche se solo intellettuale, in morbosi giochi con la ragazza.
Complice una gita in campagna, tra le due si instaura un rapporto pericoloso; dopo una pericolosa escursione in una balera, dove Anna si reca in compagnia di Angela e di un suo amante, un giovane soldato, la donna provoca involontariamente la morte dell’anziana suocera, allarmata da un rumore di vetri infranti provenienti dalla stanza di Anna, dove le due donne sono impegnate in un morboso gioco a mosca cieca.Da quel momento il legame tra le due diventa ancor più simbiotico: ora Anna e Angela sono legate anche dal silenzio sulle vere cause della morte della madre di Giacomo.
Angela fa conoscere ad Anna un farmacista in la con gli anni, che non si accontenta di avere con la stessa un rapporto sessuale: ben presto l’uomo seduce anche Angela, e così tra i tre ha inizio un pericoloso e morboso rapporto, con la due donne, a turno, che osservano i rapporti sessuali dell’altra. Alla fine il gioco sfocia in due gravidanze quasi contemporanee; a questo punto Anna, stanca dei giochi erotici, manda via di casa la pericolosa Angela. Ora, dopo le avventure che si è concessa, la riscoperta del proprio corpo e della propria femminilità, la gravidanza, può iniziare una nuova vita.
Fa credere a Giacomo che il figlio che attende è il suo, e assume una nuova cameriera, Isabella.
La bonne, diretto da Salvatore Samperi, uscito nel 1986, non sfugge al solito copione di Samperi: sesso, morbosità, un pizzico di perversione e per una volta, erotismo a volontà, complici le due protagoniste del film, la francese Florence Guerin e Trine Michelsen. Delle due attrici si può parlare sopratutto in termini fisici, vista la loro scarsa predisposizione alla recitazione, in un film immerso in un’aria torbida come poche.
Loro riescono benissimo a rendere il film erotico e sensuale, ma non vanno oltre questo. Anche per colpa di una sceneggiatura che predilige la parte erotica della storia, a scapito di qualsiasi tentativo di introspezione dei personaggi. Per cui alla fine del film lo spettatore si rende conto di aver assistito ad una pellicola che non si differenzia molto da quelle a luci rosse, se non per la mancanza di espliciti atti sessuali.
Tenendo conto che a Tinto Brass è stata per anni rinfacciata la sessualità come mezzo di espressione, non si capisce perchè a Samperi non sia stato riservato lo stesso trattamento. I dialoghi a volte sono raccapriccianti : ” Che te ne frega a te, tanto tu sei la signora….” è una delle tante amene frasi che pronuncia la corrucciata Angela, strano tipo di serva gaudente e allo steso tempo viziosa oltre l’immaginabile. Frasi inserite in dialoghi già di per se abbastanza piatti e incolori, che contribuiscono all’aria di estrema sciatteria del film, salvato solo dalla fotografia di Bazzoni.
Quello che più irrita è il discorso pseudo sociale di cui si respira aria nel film, anche se si tratta di aria in parte fritta e in parte rarefatta; la denuncia dell’ipocrisia borghese, della corruzione restano pie intenzioni, e alla fine l’unica cosa che colpisce lo spettatore è la sequela di perversioni sessuali, anche se non esplicita, che il film mette in mostra, con primi piani delle parti intime di Florence Guerin, rapporti lesbo, a tre, attività auto erotiche. Insomma, il peggior Samperi, ammesso che ci sia mai stato un miglior Samperi, salvando in parte il buon Nenè. Qualcosa di cui parlare bene? Si, il commento musicale di Riz Ortolani, davvero sprecato e degno di miglior sorte.
La bonne, un film di Salvatore Samperi. Con Florence Guérin, Katrine Michelsen, Rita Savagnone, Cyrus Elias,Benito Artesi, Antonella Ponziani, Eva Grimaldi, Lorenzo Lena
Commedia erotica, durata 108 min. – Italia 1986.

Florence Guérin: Anna
Katrine Michelsen: Angela
Cyrus Elias: Giacomo
Silvio Anselmo: Mario
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Alessandro Capone, Riccardo Ghione e Luca D’Alisera
Produttore Achille Manzotti
Casa di produzione Faso Film – Producteurs Associés
Fotografia Camillo Bazzoni
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Maria Chiara Gamba
Costumi Vera Cozzolino
I predatori dell’arca perduta
Il professor Jones è sulle tracce di un amuleto d’oro custodito in una caverna nella impenetrabile giungla del Perù; riuscito ad identificare il luogo dove è nascosto, Indiana (questo il nome del Professore) Jones, dopo aver superato trappole mortali si vede soffiare il prezioso reperto dal professor Belloq, che riesce a sottrarglielo grazie all’aiuto di una tribù locale. Jones riesce per miracolo a sfuggire ai letali indios e rientra al Marshall College di New Britain (Connecticut), dove riprende l’insegnamento.
Un giorno arrivano, nel College, due agenti della sicurezza, che rivelano al professor Jones che i nazisti (siamo nel 1936) sono ormai vicinissimi al recupero dell’Arca dell’Alleanza, uno dei manufatti più ricercati al mondo, il poto nel quale vennero conservati i frammenti delle tavole della legge, i dieci comandamenti, scritti dal dito di Dio e affidati a Mosè. L’unico tassello mancante ai nazisti è l’amuleto di Ra, custodito dall’amico di Indiana Jones Abner Ravenwood, che risulta disperso tra le montagne del Nepal.
L’oggetto, un disco forato, permetterebbe di individuare, una volta posizionato su un bastone cerimoniale, l’esatta ubicazione dell’Arca, custodita nella sala delle anime della perduta città di Tanis, in Egitto.
Giunto in Nepal, Jones incotra Marion, figlia di Abner Ravenwood, sua ex fidanzata, poco propensa a cedergli il medaglione; ma l’arrivo dei nazisti fa precipitare la situazione e i due fuggono portandosi dietro il prezioso reperto. L’azione si sposta quindi in Egitto, dove Jones scopre che Belloq, al soldo dei nazisti, è riuscito ad individuare Tanis, anche se non conosce l’esatta posizione del pozzo delle anime.
Dopo una serie incredibile di colpi di scena, Jones trova l’Arca, che però viene requisita dai nazisti, e traportata in un’isola dove Belloq, con un complesso cerimoniale, provvederà ad aprirla. Avventurosamente, Indiana Jones arriva anche lui sull’isola, ma viene fatto prigioniero con Marion, legato con la donna ad un palo e costretto ad assistere al trionfo del suo rivale. Che però si rivela una trappola mortale: all’interno dell’Arca c’è solo polvere, e sopratutto c’è una forza soprannaturale, che si sprigiona e distrugge Belloq e i suoi soldati. Jones e Marion così ritornano a Washington, dove consegnano l’Arca nelle mani dell’Intelligence, che nega loro però il diritto di esaminarla: il prezioso reperto finirà in un enorme deposito.
Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta (titolo definitivo dato dal regista al film) è più che un film, il manifesto programmatico del film d’avventura: azione, ritmo incalzante, suspence, colpi di scena a raffica, cambio veloce di inquadrature, effetti speciali. Il tutto condito dal perfetto phisique du role di Harrison Ford, assolutamente straordinario nelle vesti del professore/archeologo/avventuriero
Un film molto bello, che lascia con il fiato sospeso per i continui capovolgimenti a cui si assiste: e come già detto una parte importante l’ha avuta Ford, che per fortuna di Spielberg, il regista, e di george Lucas, il re Mida produttore del film, ebbe la parte dopo che Tom Sellek fu costretto a rinunciarvi.
Una fortuna davvero, perchè non oso pensare a come il morbido e inespressivo Sellek avrebbe reso l’ironia, la simpatia, di Indiana Jones, personaggio che non basa la sua forza su una sola dote specifica, ma sulla summa derivata dalla sua abilità, dalla sua cultura e perchè no, su quell’aria un tantino da faccia di bronzo che lo contradistingue.
Spielberg, reduce dal trionfo di Incontri ravvicinati del 3° tipo e dal tonfo clamoroso di 1941 allarme ad Hollywood dirige, nel 1981, il film che rappresenta per lui il ritorno non solo al tanto amato film d’avventure, ma anche una patente di ritrovata credibilità, che gli permetterà di metter mano a progetti ambiziosi, come Et e sopratutto Il colore viola.
Grazie ad una sapiente scelta delle location, al ritmo serrato, al cast perfetto, Spielberg ottiene un risultato finale probabilmente al di sopra delle più rosse speranze della produzione, che vide centuplicati i risultati economici investiti: nella sola stagione 1981 il film incassò oltre 220 milioni di dollari,e a tutt’oggi è uno dei film più redditizi di tutti i tempi.
Indiana Jones, i predatori dell’arca perduta, un film di Steven Spielberg. Con Harrison Ford, Karen Allen, John Rhys-Davies, Alfred Molina, Paul Freeman. Ronald Lacey, Denholm Elliott, Wolf Kahler
Titolo originale Raiders of the Lost Ark. Avventura, durata 115 min. – USA 1981.
Harrison Ford: Indiana Jones
Karen Allen: Marion Ravenwood
Paul Freeman: Rene Belloq
Ronald Lacey: Toht
John Rhys-Davies: Sallah
Denholm Elliott: Dott. Marcus Brody
Alfred Molina: Satipo
Wolf Kahler: Col. Dietrich
Don Fellows: Col. Musgrove
William Hootkins: Magg. Eaton
Fred Sorenson: Jock
Sonny Caldinez: Mean Mongolian
Tutte Lemkow: Imam
Souad Messaoudi: Fayah
George Harris: Katanga
Michele Gammino: Indiana Jones
Paila Pavese: Marion Ravenwood
Sandro Iovino: Rene Belloq
Sergio Fiorentini: Toht
Renato Mori: Sallah
Sergio Rossi: Dott. Marcus Brody
Mauro Gravina: Satipo
Gianfranco Bellini: Col. Musgrove
Gianni Marzocchi: Magg. Eaton
Regia: Steven Spielberg
Soggetto: George Lucas e Philip Kaufman
Sceneggiatura: Lawrence Kasdan
Produttore: Frank Marshall
Produttore esecutivo: George Lucas e Howard Kazanjian
Fotografia: Douglas Slocombe
Montaggio: Michael Kahn e George Lucas (non accreditato)
Effetti speciali: Industrial Light & Magic
Musiche: John Williams
Scenografia: Norman Reynolds
9 ospiti per un delitto
Su una bellissima isola, disabitata, attracca uno yacht con a bordo Ubaldo, un ricco e anziano signore, padre di tre di loro, presenti con le relative consorti, e sua sorella. Il gruppo è quanto mai disomogeneo: tra i presenti, manca completamente l’armonia, anzi, ben presto ci si rende conto di una torbida atmosfera che regna all’interno della variegata famiglia.
Michele, Elisabetta (sorella di Ubaldo), Patrizia, Lorenzo e Walter hanno ognuno dei segreti da nascondere. Ci sono relazioni proibite, fra di loro, e ben presto ci si rende conto che più che ad una famiglia, siamo di fonte ad una tana di serpenti. La stessa giovane moglie di Ubaldo, Giulia, ha una relazione proibita con Michele, figlio di Ubaldo. La moglie di Michele, Carla, una donna con qualche problema psichico, scompare improvvisamente sott’acqua, sotto gli occhi di tutti, preda probabilmente di un malore.
E’ l’inizio di una catena di sciagure che colpirà la famiglia di Ubaldo; ad uno ad uno verranno uccisi da una misteriosa mano. Elisabetta, sorella di Ubaldo, attribuisce tutto al fantasma di Charlie, un suo amante ucciso molti anni prima proprio da Ubaldo e dai suoi figli, mentre era in intimità con la donna sulla spiaggia. Tutti gli occupanti della villa muoiono tragicamente, e alla fine restano solo Elisabetta e Michele; ma l’assassino è Carla, frutto della relazione segreta tra Elisabetta e il suo defunto amante, che ha deciso, in accordo con la madre, di sparire per vendicare la morte di suo padre. Michele uccide le due donne, ma a sua volta morirà nell’esplosione della barca che stava preparando per fuggire dall’isola maledetta.
Ripreso da 10 piccoli indiani, capolavoro di Agatha Christie, 9 ospiti per un delitto, diretto da Ferdinando Baldi nel 1977 è una riedizione scolorita e priva di nerbo del classico della giallista inglese. A parte Arthur Kennedy, nel cast non figura nessun attore di rilievo, e la cosa si nota subito, così come a latitare, sin dall’inizio, è l’atmosfera. abbondano invece le nudità femminili e viene privilegiato l’aspetto morboso della storia, con ampio risalto alle relazioni peccaminose tra cognati e in ultimo anche con l’attuale matrigna;
così John Richardson, Caroline Laurence, Rita Silva, Massimo Foschi, Venantino Venantini, Loretta Persichetti, Dana Ghia e Sofia Dionisio, sorella della più famosa Silvia, fanno quello che possono, ovvero poco, rendendo il giallo/thriller prevedibile in quasi tutti i suoi passaggi. a parte la bellissima location, c’è ben poco ancora da segnalare. Il debito verso il pur mediocre 5 bambole per la luna d’agosto è evidente;ma in quel caso Bava è riuscito a creare quanto meno un’atmosfera claustrofobica, che in questo film manca del tutto.
Forse l’unica vera attrattiva, per gli amanti dei morti ammazzati, è la lunga teoria degli stessi. Troppo poco per salvare un film dal naufragio.
9 ospiti per un delitto,
un film di Ferdinando Baldi , con Flavia Fabiani, Massimo Foschi, Dana Ghia, Arthur Kennedy, Caroline Laurence, Loretta Persichetti, John Richardson, Venantino Venantini Italia 1977
Sofia Dionisio … Carla ( Flavia Fabiani)
Massimo Foschi … Michele
Dana Ghia … Elisabetta
Arthur Kennedy … Ubaldo – old man
Caroline Laurence … Giulia
Loretta Persichetti … Patrizia
John Richardson … Lorenzo
Rita Silva … Greta
Venantino Venantini … Walter
Dove vai se il vizietto non ce l’hai?
Diogene Colombo è un detective molto fiero della sua virilità; ha come vice un buffo e imbranato aiutante, Aroldo. I due vengono contattati dalla moglie commendator Cesare per un’indagine particolare: devono cioè accertarsi della fedeltà dell’uomo, sposato con Simona, un’avvenente donna. I due, per poter seguire da vicino l’uomo, sono costretti a travestirsi; mentre Diogene assume il ruolo di un cameriere/maggiordomo

Paola Senatore e Renzo Montagnani
con tendenze spiccatamente omosessuali, Aroldo diviene Carlotta, una improbabile e decisamente brutta cameriera. I problemi però nascono quando i due entrano nella villa. A parte la bella padrona di casa, alle dipendenze del commendatore ci sono anche due belle e poco inibite donne. A complicare le cose ci si mette anche un giardiniere decisamente focoso; così, resistendo fin dove possibile alle tentazioni, i due portano avanti le loro indagini.
Ma Diogene ha fatto i conti senza la bella Simona e senza le due cameriere, che si infilano nude nel suo letto.
Alla fine i due detective scopriranno inaspettatamente il vero segreto del commendatore, e ne verranno ricambiati con una grossa somma. Che però non si godranno: fatale sarà il fascino che esercita su di loro l’altro sesso.
Dopo il successo del film Il Vizietto, con i due spassosi protagonisti Tognazzi-Serrault alle prese con i problemi quotidiani della diversità, Marino Girolami pensa di gettare il tema in chiave ancor più comica, o se vogliamo, farsesca.
Lory Del Santo
Ne viene fuori questo Dove vai se il vizietto non ce l’hai?, commediola imbastita attorno alla simpatia di Renzo Montagnani, questa volta tendente troppo a debordare, alla figura macchiettistica di Alvaro vitali, che fa sempre il suo, ovvero senza infamia e senza lode, e al cast di bellezze molto disinibite e pronte a spogliarsi, ovvero la bellissima Paola Senatore, la giovane Lory Del Santo, la insignificante (almeno dal punto di vista recitativo) Angie Vibeker e Sabrina Siani.
Nel cast figura ovviamente il solito Mario Carotenuto, che ripete per l’ennesima volta la parte del burbero simpatico, uno dei suoi clichè abituali. Qualche gag simpatica, molte nudità, sicuramente apprezzabili e poco altro. Un prodotto non indecoroso, va detto, perchè nel periodo d’oro della commedia sexy si è visto di molto peggio, ma sicuramente non un cult.
Molti spettatori affezionati al genere tendono a sopravalutarne le capacità comiche, che sono affidate al solito Montagnani, ma in realtà aldilà di qualche trovata, il film mostra tutti i limiti di una sceneggiatura ridotta all’osso, condita da qualche volgarità di troppo, e guardabile solo nell’ottica assoluta di 90 minuti passati senza aspettarsi dal film assolutamente nulla.
Dove vai se il vizietto non ce l’hai, un film di Marino Girolami, con Mario Carotenuto, Renzo Montagnani, Paola Senatore, Alvaro Vitali, Lory Del Santo.Stefano Amato, Sabrina Siani, Franco Caracciolo, ,Angie Vibeker
Commedia, durata 92 min. – Italia 1979.
Renzo Montagnani: Diogene Colombo
Alvaro Vitali: Aroldo / Carlotta / Gigetto
Paola Senatore: Signora Beltramelli
Mario Carotenuto: Signor Beltramelli
Stefano Amato: Beniamino Colombo
Lory Del Santo: Irma la domestica
Sabrina Siani: Signorina Francesca
Angie Vibeker: Cameriera
Vittorio De Bisogno: Anselmo
Regia Franco Martinelli
Soggetto Gianfranco Couyoumdjian
Sceneggiatura Carlo Veo
Produttore Gianfranco Couyoumdjian
Produttore esecutivo Francesco Guerrieri
Casa di produzione Flora Film
Distribuzione (Italia) Flora Martino – General Video
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Berto Pisano
Scenografia Vincenzo Morozzo
Costumi Tony Randaccio
La bimba di Satana

L’azione si svolge in un castello, abitato da Antonio Aguilar e da sua figlia Myra; Aguilar è ovviamente un nobile, rimasto vedovo non incidentalmente. E’ stato lui, infatti, ad uccidere la bella moglie Maria, accecato dalla gelosia, una volta tanto giustificata. La giovane Myra, però, inizia a comportarsi in maniera strana: una sera induce il medico di famiglia a recarsi nei sotterranei, dov’è custodito il corpo della donna in attesa di essere imbalsamato. L’uomo muore fulminato davanti al corpo della sua ex amante; altro ex amante di Maria è il fratello handicappato che vive su una sedia a rotelle, e che l’implacabile Myra,
Mariangela Giordano è Sol
che sembra posseduta dallo spirito della nobil donna, fa morire, così come muore Isidro, un sudamericano un tantino necrofilo, che ha capito che qualcosa di demoniaco si aggira nel castello. L’uomo, nel tentativo di praticare qualche arcano rito, finisce per essere strangolato nientemeno che da una mummia, risvegliata dalla ormai posseduta Myra, che però, durante le fasi diurne, sembra non essere consapevole del suo stato di indemoniata. A furia di morti, nel castello si aggirano ormai solo in tre: Myra, suo padre Antonio e la bella Sol, una suora chiamata ad assistere il fratello infermo di Antonio e la giovane ragazza.
Sol ben presto capisce che la situazione è fuori controllo, che lo spirito di Maria è in attesa di completare la propria vendetta; Antonio, però, convinto che Sol abbia avuto una relazione prima con sua moglie e che ora punti a fare lo stesso con la figlia Myra, la rinchiude nei sotterranei, in compagnia del cadavere della contessa. Antonio muore di paura, cadendo per le scale, mentre Sol cerca, con un gesto estremo, di placare la sete di vendetta di Maria: si unisce a lei per consumare un amplesso, confermando così i sospetti di Antonio, ma la morta la stringe a se soffocandola.
La bimba di Satana, diretto da Mario Bianchi con lo pseudonimo Alan W. Cool nel 1982, è un confuso, pasticciato e noioso thriller/horror, girato in strettissima economia e con otto attori in globale; budget ristretto all’osso, quindi e film dilatato nei tempi, con pause e noiosi dialoghi oltre all’ormai canonico inserimento di sequenza porno, girate da Marina Hedman con grande entusiasmo, come si evince dalle sequenze che ovviamente vennero riservate al circuito hard.
La trama ricalca quella di Malabimba e di tanti sottoprodotti girati con un occhio al budget e con un altro al fecondo mondo hard, che negli inizi degli anni ottanta era protagonista di un boom senza precedenti; un altro pesante handicap deriva dalla durata del film, poco più di un’ora, quanto in pratica si salvò dall’esclusione delle scene pornografiche. Risultato finale, un film drammaticamente povero di idee, di tutto, se vogliamo; unica a salvarsi la bella e brava Mariangela Giordano, che all’epoca del film era ormai quarantacinquenne, e che mostra anche un fisico davvero invidiabile.
Non c’era bisogno di un remake di Malabimba,film meno indecoroso, tuttavia recitato malissimo e pieno di sequenze hard; ma il cinema italiano, dopo il periodo d’oro degli anni settanta, si avviava ad un periodo nero, a cui contribuirono proprio film scadenti come questo. Imbarazzante la recitazione di tutti, in primis quella della Hedman, ex signora Fraiese, ingaggiata probabilmente solo per la sua fama di pornostar.
La bimba di Satana, un film di Alan W. Cools ( Mario Bianchi). Con Jacqueline Dupré, Giancarlo Del Duca, Mariangela Giordano, Aldo Sambrell, Marina Hedman.Horror, durata 92 min. – Italia 1982.
Jacqueline Dupré: Miria Aguilar
Mariangela Giordano: Sol
Aldo Sambrell: Antonio Aguilar
Joe Davers: Isidro
Giancarlo Del Duca: dott. Juan Suarez
Alfonso Gaita: Ignazio Aguilar
Marina Hedman: Maria Aguilar
Regia Mario Bianchi
Soggetto Gabriele Crisanti
Sceneggiatura Piero Regnoli, Gabriele Crisanti (non accreditato)
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Filmarte
Fotografia Franco Villa, Angelo Lannutti (non accreditati)
Montaggio Cesare Bianchini
Musiche Nico Catanese
Scenografia Salvatore Siciliano
Costumi Itala Giardina
Trucco Rosario Prestopino









































































































































































































































































