Decameron proibitissimo-Boccaccio mio statte zitto
Mentre a Firenze infuria la peste, un gruppo di persone, giovani e ragazze, si rifugia in una villa, dove il solito cantastorie, per rallegrare l’ambiente, racconta alcune novelle con protagonisti mariti cornuti, frati gaudenti e mogli furbe.
Nella prima novella raccontata, donna Piccarda, una splendida contadina (con spiccato accento napoletano), decide di beffare frate Pasquale, il solito frate puttaniere che la insidia da tempo.
La donna, aiutata dai fratelli, riesce a farsi sostituire da una sua sguattera brutta come un debito; Piccarda, mandato a chiamare il vescovo, fà sorprendere l’ignaro Pasquale fra le braccia della cameriera, con ovvie risate sotto i baffi degli autori della beffa.
La seconda novella racconta di come Guidobaldo venga beffato da uno spasimante della moglie; l’uomo manda una zingara a vaticinare a Guidobaldo la morte se solo si avvicina carnalmente alla moglie.
Guidobaldo così fa giacere lo spasimante con la moglie; l’uomo finge di essere morto, e viene quindi trasportato nel bosco.
Li viene raggiunto dalla zingara che incassa il premio pattuito.
Nella successiva, un povero fraticello conosce una bella campagnola e per poter giacere con lei, la introduce nel convento vestita da frate.
Ma il priore scopre il tutto, e fingendo di indignarsi, costringe il fraticello alla penitenza mentre lui si gode le grazie della ragazza.
La quarta novella vede protagonista madonna Brunetta.
La donna è afflitta dalla gelosia del marito, ma trova il modo di farlo cornuto; scoperta una parete di mattoni che divide la sua camera da quella di un pittore, finge di volersi confessare e racconta al marito, che si spaccia per un frate, di essere visitata ogni notte proprio da un altro frate.
Il marito monta la guardia davanti casa, mentre si scatena il diluvio: madonna Brunetta invece si gode la sua notte d’amore con il pittore.
La penultima novella vede un giovane nobile rapinato di tutto, incluso i vestiti, dai briganti; l’uomo viene accolto dalla bella moglie di un contadino e naturalmente se la gode.
Il marito, scoperto l’inganno, viene denudato dalla moglie e arrestato dai soldati.
L’ultima novella racconta della beffa ordita da un servitore ai danni del barone Agilulfo, che ovviamente ha una bellissima moglie.
Il servitore riesce a introdursi nel letto della moglie del barone, ma quest’ultimo per identificare colui che gli ha insidiato la moglie, gli taglia un ciuffo di capelli.
Il giorno dopo tutto è pronto per l’esecuzione del furbo servitore, il quale però, nella notte, ha fatto tagliare i capelli ai suoi colleghi.
Decameron proibitissimo-Boccaccio mio statti zitto appartiene alla florida serie dei decamerotici, ai quali non aggiunge nulla; siamo di fronte alle solite beffe che con Boccaccio nulla hanno a che vedere.
Il pretesto è il solito, ovvero mostrare quanta più epidermide possibile delle attricette che costellano il film.
Il regista,Franco Martinelli, porta sullo schermo un soggetto di Bruno Corbucci, creando una serie di novelle che quanto meno sono sgangherate in maniera inferiore rispetto a tanti titoli similari.
Nel cast figurano Malisa Longo, la moglie di Agilulfo, Riccardo Garrone, il conte Guidobaldo, Letizia Lehir, la moglie di quest’ultimo, Franco Agostini, che interpreta Rufolo, il racconta storie, Gianni Musy, che interpreta Agilulfo. Piccola parte per la immancabile Carla Mancini, in una delle sue innumerevoli interpretazioni di una cameriera.
Donna Piccarda, la protagonista della prima novella, ciuramente la più riuscita è la bella Krista Nell; piccolo cameo per Maurizio Merli, Pupo De Luca è Fra Pasquale, che passerà un’ora di passione con Adriana Facchetti, imbruttita più del solito.
Null’altro da aggiungere su un film senza infamia e senza lode.
Decamerone proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto, un film di Franco Martinelli. Con Franco Agostini, Enzo Andronico, Alberto Atenari, Bruna Beani, Adriana Facchetti, Riccardo Garrone, Krista Nell, Sergio Serafini, Galliano Sbarra, Maurizio Merli, Malisa Longo, Carla Mancini, Leonora Vivaldi
Erotico, durata 92 min. – Italia 1972.
Franco Agostini … Rufolo da Chioggia
Enzo Andronico … Gervasio
Bruna Beani … Brunetta
Antonio Cantafora … Fra’ Domenico
Fortunato Cecilia … Giannozzo
Marzia Damon … Martina
Adriana Facchetti … Ciuda la serva
Riccardo Garrone … Guidobaldo
Ennio Girolami … Rinaldo
Letizia Lehir … Contessa Floriana
Carla Mancini … La cameriera della Baroness Elena
Maurizio Merli … Cecco amico di Rinaldo
Gianni Musy … Barone Agilulfo
Krista Nell … Donna Piccarda
Memè Perlini … Guido
Sergio Serafini … Rainero
Mauro Vestri … Amico di Rainero
Eleonora Vivaldi … Marcolfa
Malisa Longo … Baronessa Elena
Salvatore Baccaro … Brigante
Pupo De Luca … Fra’ Pasquale
Jess Hahn … Priore
Regia Franco Martinelli
Soggetto Mario Amendola dalle novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Bruno Corbucci
Casa di produzione Claudia Cinematografica
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Remo Grisanti
Montaggio Carlo Reali
Musiche Roberto Pregadio
Scenografia Antonio Visone
I diavoli

Loudun, XVII secolo.
La cittadina francese è retta spiritualmente da Urban Grandier, vescovo molto religioso, intelligente e carismatico, ma anche gran seduttore.
L’uomo comanda non solo spiritualmente sulla città; il suo enorme peso politico ha finora evitato che il cardinale Richelieu, vero capo della politica francese, prosegua nella sua opera di smantellamento delle fortificazioni
che potrebbero essere usate dai pochi ugonotti rimasti dopo l’eccidio della notte di san Bartolomeo.
La volontà di Grandier si scontra così con quella dell’uomo più potente di Francia; per rovinare Grandier si scava quindi nella sua vita privata, e naturalmente viene scovato il suo tallone d’Achille.
Rappresentato, ovviamene, dalla sua vita così apertamente in contrasto con i dettami religiosi.
Richelieu invia a Loudoun il barone De Laubardemont, che indaga partendo dal locale convento retto da suor Jeanne Des Anges, una donna deforme che ha una passione violenta e colpevole per il bel Grandier.
Nel convento, popolato da donne che hanno ben poca vocazione, che sono state spesso costrette a prendere i voti senza ascoltare minimamente il loro parere, si scatena una isteria di massa che con molta furbizia De Laubardemont manipola e utilizza per i suoi scopi, creando un caso di possessione demoniaca del quale viene incolpato, ingiustamente, Grandier.

Vanessa Redgrave è Suor Jeanne Des Anges

Che dovrà subire un processo, durante il quale si difenderà con grande dignità, senza mai confessare, nonostante le torture, il peccato di aver invocato il maligno.
Grandier salirà sul rogo, tra la gioia della nobiltà locale e con grande soddisfazione di Richelieu.
I diavoli, diretto da Ken Russell nel 1971, basato sulla vera storia di Urban Grandier e del controverso processo a cui fu sottoposto, è uno dei film più discussi della storia del cinema.
In Italia ebbe da subito vita difficile, tanto da essere sequestrato più volte e proiettato privo di sequenze importanti, che snaturarono l’essenza stessa del film.
Che è principalmente un violentissimo atto d’accusa verso le strane connivenze tra stato e chiesa, verso l’abitudine di utilizzare la repressione sessuale nei conventi come sistema per tenere a freno una delle pulsioni meno controllabili degli esseri umani, l’istinto riproduttivo e sopratutto un violento e a tratti forsennato attacco al potere in tutte le sue forme.
Il film, dopo poche sequenze, mostra il suo leit motif; Re Luigi, vestito come Venere che esce dalle acque, si muove in maniera effeminata davanti alla pletora dei suoi nobili adoranti.
E’ un’introduzione che lascia da subito lo spettatore sgomento; quando poi vene introdotta la figura di Grandier, uomo complesso, teso da un lato a vivere la sua vita di religioso e uomo politico nel modo più dignitoso possibile e dall’altro preda delle sue inclinazioni pericolosamente “umane”, come la capacità di seduzione che il vescovo ha nei confronti del genere femminile, si capisce che Russell non risparmierà attacchi a nessuno.
Ecco arrivare la figura tragica, meschina di Suor Jeanne, donna affetta da una malformazione alla schiena, dalla personalità schizoide, che trova in Grandier il sogno erotico proibito, tanto da immaginarlo nei panni di un Gesù a cui lecca le ferite, in un delirio in cui l’umanità prende il sopravvento anche sul misticismo.
E subito dopo arrivano altre figure grottesche, che spaziano dagli inquisitori più simili a degli psicopatici che a gente incaricata di cercare l’eresia, ecco Richelieu, meschino e calcolatore, De Laubardemont, che riuscirà in qualche modo ad ottenere la condanna dell’incolpevole Grandier, che però lo befferà morendo sul rogo senza confessare colpe che in realtà non ha commesso.
il film si snoda attraverso un racconto lineare anche se a tratti poco comprensibile; tutta la vicenda umana di Urban, dal suo pensiero religioso al suo privato, fatto di sesso con una nobile, di amore e matrimonio con una donna da lui amata, quindi un atteggiamento assolutamente riprovevole dal punto di vista religioso, la vicenda, dicevo, viene accostata e allineata ai giochi politici e alle beghe di potere, che utilizzeranno il totem della religione per stroncare un nemico altrimenti impossibile da colpire, visto il favore, a tratti anche l’amore da cui era circondato.
Molte scene rasentano il kitsch, altre ci sguazzano appieno, altre ancora se osservate da un punto di vista squisitamente religiose sono blasfeme e oltraggiose.
La lunga sequenza dell’interrogatorio di De Laubardemont a Suor Jeanne è di difficile accettazione, sopratutto per coloro che guardano il film senza sfrondarlo dal complesso simbolismo di Russell; le scene dell’interrogatorio alla religiosa, in cui viene praticato alla stessa un gigantesco clistere solo per analizzare nelle feci la presenza di elementi del demonio, ovvero seme maschile e altro, è decisamente disturbante.Ancor più lo è la lunga sequenza in cui le suore, in preda all’isterismo di massa, compiono atti abominevoli con il crocefisso della chiesa, lasciandosi andare a comportamenti bestiali.
Il simbolo della religione cristiana diventa uno strumento di liberazione non dell’anima, bensì di tutte le pulsioni sessuali represse nelle donne costretta a celare la propria sessualità sotto una tonaca immacolata.
Naturalmente c’è ben altro, tutto assemblato attraverso il tipico linguaggio di Russell, abituato a usare immagini e dialoghi davvero al limite con il chiaro intento di provocare, far riflettere, scandalizzare.
Cosa che alla fine al regista riesce benissimo; all’uscita del film la chiesa lo bollò come moralmente inaccettabile, cosa che venne condivisa con solerzia sospetta dai soliti alacri censori, che mutilarono a tal punto il film da privarlo di buona parte della sua devastante carica di sovversione.
Una sovversione degli archetipi dei film puritani e polverosi, abituati a trattare questi argomenti con un pudore degno dei puritani di Cromwell; Russell va oltre tutto questo usando un linguaggio aggressivo, immagini choc e un livello di kitsch così elevato da farlo diventare un’arte.
I diavoli è un film affascinante, disturbante, dissacrante, provocatorio, delirante.
Si possono usare tante iperboli per descrivere un’opera assolutamente anticonvenzionale, che fa a pezzi luoghi comuni, che sbatte in prima pagina, per usare un gergo giornalistico, una serie di tematiche scomode.
Se c’è una parte che convince di più, e quella che denuncia l’abominevole legame tra potere politico e religioso, che si materializza nell’uso indiscriminato della tortura, un sistema attraverso il quale l’uomo viene ridotto a rango di bestia, incapace di capire il valore della sua dignità e preda quindi dell’istinto di sopravvivenza.
Sfuggire alla tortura rinnegando se stessi e le proprie idee, abiurando alla dignità; è quello che la moderna inquisizione di Richelieu utilizza per ridurre a miti consigli Grandier.
Che però resiste, diventando alla fine una sorta di eroe nero, capace di slanci eccelsi e di bassezze umane, ma sempre rivestito di quella dignità che non abbandonerà nemmeno sul rogo.
Un film visionario, quindi, forse il più bello e affascinante del maestro inglese.
Per quanto riguarda gli attori, direi che Oliver Reed avrebbe meritato l”oscar per la sua interpretazione di Grandier, così come lo avrebbe meritato Vanessa Redgrave, bravissima nell’interpretare suor jeanne, donna isterica e sessualmente repressa, che sarà la causa principale della fine del vescovo.
Una segnalazione anche per Gemma Jones, che interpreta Madeleine, la donna che Grandier sposerà in maniera sacrilega, essendo votato alla vita celibale.
I diavoli,
un film di Ken Russell. Con Oliver Reed, Max Adrian, Vanessa Redgrave, Dudley Sutton, Gemma Jones, Murray Melvin, Michael Gothard, Georgina Hale, Brian Murphy, Christopher Logue, Graham Armitage, John Woodvine, Andrew Faulds, Kenneth Colley, Judith Paris
Titolo originale The Devils. Drammatico, durata 109 min. – Gran Bretagna 1970.
La sequenza non inserita nel film distribuito nelle sale:
Vanessa Redgrave: Suor Jeanne
Oliver Reed: Urbain Grandier
Dudley Sutton: Baron De Laubardemont
Max Adrian: Ibert
Gemma Jones: Madeleine
Murray Melvin: Mignon
Michael Gothard: Padre Barre
Georgina Hale: Philippe
Brian Murphy: Adam
Christopher Logue: Cardinale Richelieu
Graham Armitage: Louis XIII
John Woodvine: Trincant
Andrew Faulds: Rangier
Kenneth Colley: Legrand
Judith Paris: Sorella Judith
Catherine Willmer: Sorella Catherine
Iza Teller: Sorella Iza
Regia Ken Russell
Soggetto Aldous Huxley
Sceneggiatura Ken Russell, John Whiting
Fotografia David Watkin
Montaggio Michael Bradsell
Musiche Peter Maxwell Davies
“La verità erotica deve, in virtù di una logica classista e dominante, essere occultata; pur presente in ogni cultura e in ogni tempo, le “immagini del piacere” carnale rimandano al peccato, imposto, sussurrato, suggerito da una mentalità cattolica che (pre)tente di negare la natura edonistica, implicita in ogni essere vivente. Russell accentua in maniera determinata il contrasto tra spirito (imprigionato) e corpo (liberato) mettendo in scena immagini caotiche e di massa, orientate però a suggerire più che mostrare; quel che vuol dire lo fa in maniera potente, grazia all’abilità della Redgrave.
L’amore tra un prete e una donna sullo sfondo del 600 francese fra politica e lotte religiose. Teatrale, eccessivo, visionario, il film scaraventa la sensibilità psichedelica e underground nel romanzo storico, deflagrando in un caleidoscopio immaginifico ma soprattutto concettualmente sconvolgente. Un vero trip nel quale eros, potere e rito, concetti chiave della controcultura moderna, trovano nell’antichità un’esemplificazione potente, che Russell arricchisce con gusto eccentrico e provocatorio, fra la peste e le torture. Grandioso, geniale.
Ispirandosi ad una storia vera (trattata già in un bel libro di Huxley), Russell costruisce un bel film barocco che si attesta, a mio parere, come una delle sue opere migliori. Pur essendo, infatti, spesso squilibrato e sopra le righe, come quasi tutti i film del regista, risulta convincente ed avvincente grazie anche e soprattutto alle notevoli interpretazioni di Reed e della Redgrave che sono in stato di grazia. Sicuramente da rivalutare e da vedere anche per conoscere un fatto storico non poco interessante.
Con suo stile squilibrato, eccessivo, fiammeggiante (in senso anche letterale) Russell sguazza in una vicenda in cui sesso, potere e religione appaiono intrecciati indissolubilmente, con la delicatezza di un elefante in un negozio di porcellane. Il forte impatto, che non esita a ricorrere alla deformazione grottesca pur col rischio di ridicolo involontario , non può essere negato, anche se il film pare ora invecchiato, come spesso accade alle opere-pamphlet. Memorabili le prove di Reed, prete di imponente sensualità, e Redgrave, suora gobba.
Il cinema di Ken Russell è ormai datato; molti dei suoi film non si sa più bene come prenderli. Fra tutti, The Devils è quello che ha mantenuto ad oggi una carica vitale allarmante: la sua furia iconoclasta, la rappresentazione blasfema e anticlericale di corpi affamati, piagati e urlanti in masse convulse, delineano un lancinante contrasto con la sintesi spirituale votata all’unità divina. L’autodeterminazione macellata dai colpi della politica demagogica del Cattolicesimo è di una scomodità ideologica che galvanizza e infiamma. Sconcertante e insostenibile la Redgrave; ottimo Oliver Reed.
Uno straordinario film, il migliore di Russell, che riesce a coniugare la sua a volte traboccante vitalità con uno spessore di contenuti validissimo. La limpida pagina di Huxley viene passata al filtro dell’eccesso e Reed qui è nel ruolo di una vita, seducente e proteico vescovo, peccatore ed eroe allo stesso tempo. Vanessa Redgrave nel ruolo della badessa storpia inguaribilmente innamorata di Grandier è di quelle che non si scordano. Molti attori di controrno appariranno in film di Kubrick che sicuramente ha visto questo film.”
APPENDICE
La vera storia di Urban Grandier
di Paul Templar, http://www.paultemplar.wordpress.com

Nella foto:il presunto patto con il diavolo di Grandier
Questa,a differenza dell’affaire dei veleni,che ho raccontato,è una storia strana,avvenuta all’ombra della corte di Francia,durante il regno di Luigi XIII,e che ha per protagonista un prelato affascinante e vagamente gigolò,Urbain Grandier, una badessa,suor Jeanne des Anges,e il diavolo.
Proprio lui,l’essere innominabile per antonomasia,che fa capolino proprio nel posto dove meno ti aspetti di vederlo comparire,un convento di monache.
Tutto inizia con il trasferimento di Grandier a Loudun,preceduto dalla fama del sacerdote di essere uomo galante e di mondo,più attratto dal correre dietro le sottane che dall’alto ministero del suo dovere. Grandier era un bell’uomo,che non faceva mistero dell’attrazione che esercitavano su di lui le donne in genere.
Ma era anche un uomo dal carattere duro e intransigente,una di quelle persone che non mancano di farsi un mucchio di nemici. Uno dei quali era sicuramente sua eminenza il cardinale Richelieu,segretario di stato francese,uomo poco incline alle critiche e soprattutto privo di qualsiasi senso dell’umorismo, e che con Grandier ebbe problemi legati ad un libello pieno di feroci critiche verso il cardinale,e che si diceva scritto proprio da Urbain Grandier.
L’arrivo del prelato a Loudon mise in agitazione soprattutto la popolazione di sesso femminile,attratta dalla fama di tombeur de femmes che lo precedeva;tra di loro c’era anche una insospettabile badessa del convento delle Orsoline,suor Jeanne des Anges,che sviluppò ben resto un’autentica ossessione verso Urbain,del quale Jeanne si invaghi morbosamente e perdutamente.Suor Jeanne,dopo la morte del confessore delle Orsoline,chiese a Grandier,tramite un’epistola,di diventare il nuovo confessore del convento,ricevendone in cambio un netto rifiuto. La badessa da quel momento sviluppò una mania ossessiva a metà strada tra l’erotico e il fanatico,che sfociò ben presto in una sintomatologia perversa;durante la notte suor Jeanne si svegliava urlando,gridando che il fantasma di Grandier la tormentava con carezze proibite e parole oscene. La voce della strana ossessione della badessa si sparse ben presto fuori dal convento,tanto che le autorità religiose,preoccupate dal possibile montare di uno scandalo,mandarono al convento un frate esorcista.
Che fallì miseramente,come del resto fallirono anche i successivi.La relazione di ognuno di loro era preoccupante:suor Jeanne appariva trasformata,parlava con un linguaggio osceno,e si diceva posseduta da diversi demoni.
A macchia d’olio,anche altre suore del convento iniziarono a manifestare gli stessi sintomi,tanto che le autorità religiose avvisarono il cardinale Richelieu in persona,che decise l’invio di un noto esperto di stregoneria, Laubardemont,famoso per aver mandato sul rogo oltre un centinaio di streghe. La scelta del cardinale era da mettere sicuramente in relazione con la ruggine esistente nei confronti di Grandier,e Laubardemont si mostrò immediatamente strumento fedele della vendetta di Richelieu.
Appena arrivato a Loudon,fece arrestare Grandier,e lo tradusse in ceppi davanti alla badessa e alle suore contagiate dall’isterismo di massa. Il risultato sembrò confermare le accuse al prelato.Alla presenza di Grandier la badessa e le suore urlarono e si contorsero in maniera orribile,pronunciano frasi oscene e compiendo atti innominabili di autoerotismo e lasciandosi andare a pose oscene e bestemmie. Suor Jeanne arrivò a parlare con una voce roca,dicendosi invasata dal demone Asmodeo,che parlò tramite lei e raccontò di come avesse stretto un patto diabolico con il sacerdote,e di come lo avesse marchiato per farne una sua creatura.
Il povero Grandier venne visitato da due medici,che naturalmente non riscontrarono alcun segno diabolico sul suo corpo. Anzi,uno di essi scrisse di aver visto suor Jeanne nell’atto di nascondere un pezzo di sapone che aveva estratto dalla bocca,e che ne aveva provocato la schiuma che fuoriusciva dalla bocca durante la presunta possessione diabolica.
I due rapporti sparirono misteriosamente. Si arrivò comunque al processo,dove ci fu un testimone d’eccezione,il diavolo in persona,che parlò per bocca di Suor Jeanne,e che raccontò di aver fatto con Grandier un patto scellerato,nel quale assicurava al prelato fama,fortuna e sesso in cambio della sua anima e della dedizione totale. Il diavolo dette anche indicazioni su come rintracciare la pergamena sul quale era stato stipulato il patto,che venne rintracciata. Era la prova che si cercava,e naturalmente non si badò e soprattutto non si mise in discussione l’improbabile versione di suor Jeanne.
Grandier venne sottoposto a tortura,durante la quale,nonostante i tormenti che gli venivano inflitti,non smise mai di protestare la sua innocenza. Il processo si concluse con la condanna a morte di Urbain Grandier,che nel 1634 salì sul rogo,gridando fino all’ultimo la sua innocenza. Ironia della sorte,Suor Jeanne divenne,subito dopo la morte del prelato,un’icona di santità. I fenomeni diabolici sparirono improvvisamente dal convento,e sulle mani della badessa comparvero le stimmate.
Un fenomeno probabilmente imputabile ad auto convincimento,senza alcuna possibilità di intervento miracoloso;la donna era soltanto una fanatica psicotica,e le stimmate furono autoindotte e provocate a bella posta.
Ma tanto bastò a renderla quasi una santa. Alla sua morte,avvenuta qualche anno dopo quella di Grandier,i suoi vestiti e i suoi indumenti intimi divennero paradossalmente oggetti di culto,e la leggenda narra che la stessa moglie del re di Francia volle curare suo figlio,gravemente ammalato,con la camicia da notte dell’isterica badessa. In definitiva,il povero Grandier venne condannato per motivi politici sfruttando la superstizione e le malattie mentali di suor Jeanne,sfruttando tra l’altro prove assolutamente risibili e non suffragate da fatti.A meno di non accettare come veritiera la deposizione del diavolo, Grandier pagò con la vita la sua arroganza, il suo fascino e la sua superbia.
Debolezze umane,viste come doti fornite dal demonio.

Patrick vive ancora
Un gruppo eterogeneo di persone converge nella clinica del professor Herschell; sono stati convocati dallo stesso tramite una lettera arrivata personalmente a ciascuno di essi.
Nella clinica arriva David Davis, un giovane cupo e solitario, scostante, Lindon e Cheryl Kraft, una coppia divisa da una differenza d’età notevole, Peter e Stella Randolph, un’altra coppia con problemi, legati sopratutto all’alcolismo della donna.
Quello che gli ospiti della splendida clinica, che consiste in una villa arredata in maniera faraonica ed immersa nel verde, è che il professor Herschell li ha convocati per vendicare l’incidente che è quasi costato la vita a suo figlio Patrick,colpito alla testa da una bottiglia lanciata da un pulmanino.
Il giovane, rimasto paralizzato nel suo letto, grazie all’aiuto del padre ha sviluppato potentissime facoltà medianiche, che ha utilizzato per rintracciare le persone che quel giorno erano sulla strada dell’incidente.
Ed è grazie a queste che il giovane inizia a far strage tra gli ospiti della villa, non risparmiando nemmeno la domestica della villa.
Le morti si susseguono in maniera brutale;Lindon muore nella piscina bruciato da una formidabile scarica, David morirà appeso ad un uncino, mentre Stella verrà uccisa in maniera orrenda da un lungo tubo di metallo, un vero e proprio spiedo che la trapasserà partendo dalle parti intime.
Anche Meg, la domestica, viene uccisa da un assalto dei cani della villa che la sbranano.
A organizzare il tutto è Herschell, che decide anche la morte di Lidia; ma la ragazza è legata in maniera inspiegabile a Patrick, e quando l’uomo tenterà di ucciderla, Patrick reagirà uccidendo il padre.
Horror stravagante; utilizzo un eufemismo per etichettare un film molto, molto brutto, sceneggiato da cani e con una storia già improbabile in partenza e che diventa man mano che la pellicola prosegue nel suo implacabile svolgimento, aggrovigliata e assurda, tanto da sfociare spesso nel ridicolo.
Un horror tra l’altro ammantato di sesso, in una misura molto, molto elevata; spesso si sfiora ( o si supera) anche il confine del soft, come nel caso della sequenza in cui Lidia si sdraia sul lettino in camera di Patrick e si masturba per alcuni minuti con voluttà, ripresa in primo piano dal regista.
Patrick vive ancora, che segue il più fortunato film Patrick, girato nel 1978 dal regista Franklin, è opera bislacca e sconclusionata.
Penalizzato da errori di tutti i generi, oltre che sfortunatamente assistita da un cast deficitario; alcune scene e alcune situazioni sono ai limiti della follia, come la scena della piscina oppure quella estremamente trash della morte di Stella/Mariangela Giordano, trafitta da uno spiedo di un metroa partire dalla vagina, spiedo che arriva poi verso l’alto senza uccidere la malcapitata, il tutto tra rumori che ricordano lo sguazzare dei porci in un letamaio.
Difficile trovare qualcosa per cui giustificare la visione di quest’incubo cinematografico; siamo di fronte al trash più spinto, con una storia che fa acqua da tutte le parti e che si conclude in maniera comica, con la fine scritta sugli occhi di un Patrick immobile.
Proprio l’interpretazione di Patrick, affidata a Gianni Dei, resta l’unica cosa da salvare; l’attore non fa nulla, ed è la scelta migliore; fra tutte, la sua è un’interpretazione da oscar, vista l’isteria che sembra colpire gli altri attori dello sventurato cast.
Malissimo la pur brava Mariangela Giordano, 43 anni compiuti quando girò il film, costretta a girare nuda quasi sempre; l’attrice ha ancora un fisico apprezzabile, ma si ritrova a dover interpretare un ruolo scadente, che vede tra l’altro la morte del personaggio in maniera bizzarra.
La povera Giordano si ritrova così a dover morire a gambe aperte, senza mutande e ripresa da vicino da una macchina da presa guardona.
C’è anche la soubrette Carmen Russo, tra le protagoniste; prova da dimenticare, perchè anche lei è travolta dalla pochezza del personaggio.
Naturalmente nudi a profusione anche per lei, così come per la Veneziano, che interpreta la domestica Meg.
La parte più osè è riservata ad Andrea Belfiore, starlette che in seguito ha fatto ben poco; probabilmente la sequenza della scena autoerotica vedeva l’utilizzo di una controfigura, ed è anche l’unica parte del film che qualcuno finisce per ricordare.
La regia è di Mario Landi, regista anche Tv e di buon livello, che aveva diretto proprio per il piccolo schermo I racconti del maresciallo, la serie di Maigret, la miniserie “Nessuno deve sapere” e che invece al cinema si era distinto, sopratutto prima di questo film, per altre produzioni davvero sconcertanti, come Giallo a Venezia e Le impiegate stradali – Batton Story.
Insomma, trash a tutto spiano; un film che possiamo collocare accanto a pietre miliari come La bestia in calore oppure Incontri molto ravvicinati del quarto tipo.
Siamo nel 1980… e si vede, accidenti se si vede.

La morte di Meg, Anna Veneziano
Patrick vive ancora,un film di Mario Landi. Con Gianni Dei, Sacha Pitoëff, Carmen Russo, Paolo Giusti, Franco Silva, Maria Angela Giordano, John Benedy, Anna Veneziano
Horror, durata 90 min. – Italia 1980
Sacha Pitoëff … Professor Herschell
Gianni Dei … Patrick Herschell
Mariangela Giordano … Stella Randolph
Carmen Russo … Cheryl Kraft
Paolo Giusti … David Davis
Franco Silva … Lyndon Kraft
John Benedy … Peter Suniak
Anna Veneziano … Meg
Regia Mario Landi
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Stefano Film
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Salvatori
Musiche Berto Pisano
Scenografia Giovanni Fratalocchi
Costumi Itala Giardina
Trucco Vincenzo Napoli, Rosario Prestopino

“Prodotti come questo meritano l’attenzione di ogni cultore del cinema “bis”. Per la loro sfrontatezza, per la superficialità con la quale trattano questioni profonde (un individuo in stato comatoso, ma che presta molta attenzione alle forme di Carmen Russo) e per come (ingenuamente) mettono in cantiere una serie di efferati (sino al ridicolo) atti di violenza gratuita. Il regista, non a caso, è lo stesso di Giallo a Venezia ed il tenore “artistico” è dello stesso livello. Nel cast anche Mariangela Giordano e Sacha Pitoeff (Inferno).
Pseudo-remake italico di Patrick, che assieme ad altri titoli come Trhauma e La bimba di Satana vince la palma di peggiore film horror italiano di tutti i tempi: ripugnante per scenografie sciatte, dialoghi insulsi, recitazione inesistente ed effettacci splatter d’infimo gusto che lo accomunano all’altrettanto disastroso Giallo a Venezia, sempre firmato Landi. Come spesso capita in questi casi, l’unica soddisfazione si trae da nudi integrali delle donne del cast: alle già rodate Giordano e Russo non è da meno la bellissima Andrea Belfiore (non accreditata), qui al suo esordio cinematografico.
Terrificante horror italiano che scopiazza senza pudore il già sopravvalutato film austrialiano Patrick (di cui vorrebbe essere un sequel apocrifo) e che non presenta nessun motivo di interesse se non, ovviamente per i loro fan, le copiose scene di nudo in cui la Russo e la Giordano mostrano generosamente le proprie grazie. Per il resto nulla da segnalare. Pessimo. Una perla del trash italico. Gli appassionati del genere gioiranno.
Della serie “se non lo vedi non ci credi”. Questo spin-off dell’originale Patrick australiano, ormai assurto a cult-movie da ogni estimatore del cinemabis mondiale, è un prodotto tremendamente amatoriale, che ricorda subito l’altrettanto trash Le notti del terrore (cifrate cast, produzione, musiche, location e capirete perché). Sceneggiatura precaria, sequenze assurde, omicidi trucissimi ma con SPFX orribili, dialoghi improponibili, nudi gratuiti, lunghe sequenze in cui non accade nulla, musica da film fantascientifico anni ’50. Inimitabile!
In ambito comico, insieme all’irresistibile Le porte dell’inferno, il film trash perfetto. Le mie scene cult: Patrick di fronte alla macchina, gli tirano qualcosa in faccia e lui si abbarbica a terra tutto insanguinato. Dialogo nella villa: “Lyndon Cough, ma che diavolo ci fa qui? Non punta a diventare primo ministro?”, “Mi dispiace ma non mi sono mai interessata di politica…”. Detta così non farà neanche ridere, ma vi assicuro che l’estemporaneità e la gratuità della risposta nel film, è quanto di più comico il cinema non-comico abbia mai offerto.
Mitico! Se preso col piglio giusto questo film diverte tantissimo. Gli attori non sono il massimo, le battute sono orride (“io scopo donne, non bottiglie di whisky”) e gli effetti speciali risibili (gli occhi di Gianni Dei!) ci sono solo donne seminude e scene splatter, eppure, ripeto, questo film ha una sua bellezza.
Che sia l’horror preferito dai nudisti? A parte gli scherzi, nel genere non fa minimamente paura; a vincere è la noia, con queste persone che prima di crepare esplorano ogni stanza accompagnate da suoni tipo theramin portati all’eccesso che fanno venire il mal di testa, ed assurdi occhioni lampeggianti; solo lo splatter è salvabile: poco ma efficace. Il resto è tutto uno squallore imbarazzante: pessime interpretazioni, trama in bilico, odiose musiche e la continua esposizione di nudità. Sconclusionato ed assurdo, è tutto trane che stimolante.
Una bottiglia gettata da una auto colpisce e paralizza il povero Patrick, ma il padre saprà come vendicarsi. Il puro trash italico prende forma in un tipico stracult da vedere a tutti i costi, ma solo nella versione integrale. Infatti le scene madri possono essere orrendamente mutilate dalla censura e qui non si capisce cosa sia successo alla povera Giordano, davvero maltrattata in ogni maniera. Il basso tenore complessivo della pellicola è secondo solo al mitico Il sesso della strega, ove troviamo l’adeguato Gianni Dei, da giovanotto. Il J&B è ovunque.
“Trash” è nuovamente l’urlo di battaglia di quest’altro prodotto della premiata ditta Dei-Giordano. Sarebbe un remake di Patrick, ma gli esiti sono tragicomici, a partire dal cast femminile, buono solo a mostrarsi nudo (ben venga!) e a esprimersi con dialoghi semplicemente osceni. Ridicole le scene splatter (brutti gli SFX) e improponibili la musica di Pisano (che ricorda L’esorcista) e la sceneggiatura. Più che un horror pare un pornazzo sottotono. Basteranno la buona location gotica (!?) ed un’encomiabile fotografia a risollevarlo?
Seguito apocrifo dell’australiano Patrick. Del primo riprende praticamente tutto, riciclando tra l’altro alcune scene (quella della macchina da scrivere, ad esempio). In ogni caso il film è uno spettacolo per gli occhi, non tanto da film horror ma quanto per le risate che provocherà. La recitazione è ai minimi storici e ogni pretesto è buono per mostrare le poppe di Carmen Russo e della Giordano. Questo, insieme ad una discreta dose di splatter, lo rende comunque un classico per una serata in compagnia all’insegna del trash.”
“Ti stai comportando da mignotta” (Franco Silva)
“Mi fai schifo, tu non sei che un piccolo uomo…” (Carmen Russo)
“Io di solito scopo donne, non mi piacciono le bottiglie di whisky” (Paolo Giusti)
“Con la droga sei diventato frocio” (Mariangela Giordano)
“Crepa da sola mignotta” (Paolo Giusti)
“Beh… lui è un manichino, lei una vacca” (Mariangela Giordano)
La casa dell’esorcismo

Toledo, Spagna.
Un gruppo di turisti è in visita alla locale Cattedrale.
Tra di loro c’è la giovane turista americana Lisa, che all’improvviso viene colta da malore.
Trasportata in un ospedale, grazie alla premura di Padre Michael, Lisa viene a trovarsi in uno stato alterato della psiche.
Padre Micahel rispedisce la giovane amica di Lisa, Kathy a casa sua, e si occupa personalmente di Lisa.
Ben presto a Padre Michael appare chiaro che quello di Lisa è un caso assolutamente a se stante; la giovane donna, che i medici non riescono a curare, sembra essere posseduta da un’entità malvagia.
Padre Michael scopre così che è il diavolo l’autentico manipolatore della ragazza, apprendendo così quello che è accaduto nel recente passato della donna.
Una notte Lisa si è trovata a soggiornare presso la villa di una nobile e di suo figlio; qui ha assistito ad orrendi delitti rituali commessi dalla donna e dai suoi parenti, consistenti in messe nere, rapporti incestuosi ecc.
Per padre Michael ha inizio così una dura lotta contro il demonio, che per sconfiggere il prete non esita a ricorrere a tutti i mezzi, compresa l’evocazione di un antico amore del prelato.
Padre Michael, per sconfiggere il maligno, dovrà andare a scovarlo dalla sua residenza, stabilita nella villa maledetta della vecchia contessa.
La casa dell’esorcismo è un film a cui ha partecipato solo parzialmente Mario Bava, che vide trasformare dal produttore Leoni il suo film di qualche anno prima Lisa e il diavolo in un’opera profondamente diversa dall’originale.
Le cause della celta di produrre un film utilizzando l’impianto narrativo di Lisa e il diavolo oltre all’utilizzo di molta parte del film precedente, aggiungendo la lunga sequenza all’interno dell’ospedale e la conclusione nella villa maledetta sono da ricercare nel successo che stava avendo, a livello mondiale, il film di Friedkin L’esorcista.

Sylva Koscina è Sophia, presente nel primo film ed evocata da Lisa nei suoi ricordi
Il filone demoniaco sembrava attirare masse di spettatori, e il produttore Leoni, che aveva finanziato Lisa e il diavolo, decise di recuperare parte dei soldi spesi proprio per Lisa e il diavolo producendo un film che si riferisse esplicitamente al filone demoniaco.
Il film originale di Bava, pur essendo opera affascinante creata con l’ausilio anche di un cast di notevole valore, non aveva avuto un grande successo, rimanendo confinata nel limbo; nonostante la bravura di Bava, l’utilizzo classico dei colori accesi, l’atmosfera degna di Lovercraft e una trama di sicuro interesse non erano bastati ad assicurare il successo della pellicola.
Se in Lisa e il diavolo il percorso organico della giovane turista che si imbatte nel diavolo sotto mentite spoglie di un maggiordomo che traffica in manichini era sembrato lineare, in La casa dell’esorcismo, pur essendoci uno sforzo notevole per assemblare una storia credibile, costruita attorno al trauma vissuto da Lisa nel film precedente, non funziona del tutto.
Sono evidenti le due mani distinte nelle regie, e Micky Lion (pseudonimo del produttore Leoni) non ha di certo il senso del ritmo e le capacità di Bava.
Pur avvalendosi delle prestazioni di Lamberto, figlio del grande maestro, Lion costruisce un film che sembra spaccato in due: da una parte il ceppo principale costruito da Bava, dall’altro la parte aggiunta, in cui predomina l’aspetto demoniaco con piccole varianti sexy, rappresentate dall’immagine della vecchia fiamma di Padre Michael che appare nuda al sacerdote per diminuirne le capacità esorcistiche.
Tuttavia il film ha un suo fascino, proprio grazie all’impianto principale; la parte che rievoca gli avvenimenti nella villa della vecchia contessa è solida, e da sola basta a reggere il film, che in fondo ha in aggiunta solo una parte relativa al ricovero e il finale ambientato nella villa, con lo scontro tra il maligno e Padre Michael.
Manca ovviamente tutta l’introduzione di Lisa e il diavolo, con quel piccolo gioiellino che consisteva nell’incontro tra il diavolo, impersonato da un perfetto Telly Savalas e Lisa- Elke Sommer, che ovviamente anche in questo film ha la parte principale.
La scelta della bella attrice non fu di certo casuale; Elke aveva fatto parte del cast del precedente Gli orrori del castello di Norimberga, opera affascinante del maestro.
Molti critici cinematografici storcono la bocca di fronte a questa operazione, definendola totalmente commerciale; in realtà La casa dell’esorcismo, anche per chi non ha avuto la ventura di vedere Lisa e il diavolo, appare opera dignitosa, pur nei limiti descritti.
La parte girata da Bava ha un fascino sottile, e da sola vale la visione del film.
Difficile definire in qualche modo l’aspetto recitativo, senza fare riferimento proprio a Lisa e il diavolo; il cast è bene assortito, e include l’ottima Alida Valli (la contessa), Alessio Orano, Telly Savalas, Sylva Koscina, autrice di una parte estremamente audace con gabriele Tinti che venne tagliata in fase di montaggio e con non compare in molte edizioni sia cinematografiche che destinate all’home video.
L’unica giudicabile appieno è proprio Elke Sommer, e va detto che la bella attrice è efficace e espressiva; è anche bella, il che non guasta mai.
Discreto Robert Alda, che si aggiunse proprio in questo secondo episodio (sempre a volerlo classificare così) e decisamente affascinante la giovane Carmen Silva, che compare in poche sequenze del film stesso in costume adamitico.
I paralleli con L’esorcista appaiono legittimi ed evidenti; le differenze sostanziali sono solo nelle varie storie che hanno dietro la Regan dell’Esorcista e la Lisa di questo film; il linguaggio usato dal demonio è molto simile, così come le manifestazioni esteriori della presenza del diavolo stesso, che si manifesta con il classico vomito verde.
La novità è rappresentata dal tentativo del maligno di sedurre fisicamente il sacerdote, attraverso l’apparizione di Carmen Silva, che a ben vedere potrebbe dannare anche un santo.
Un film che si può vedere, lontano dalle stroncature di alcuni critici poco avvezzi a certo tipo di operazioni.

La casa dell’esorcismo, un film di Mario Bava. Con Elke Sommer, Sylva Koscina, Telly Savalas, Alessio Orano, Alida Valli, Gabriele Tinti, Robert Alda, Eduardo Fajardo, Spartaco Santoni, Carmen Silva
Horror, durata 92 min. – Italia 1975.
Telly Savalas … Leandro
Elke Sommer … Lisa Reiner
Sylva Koscina … Sophia Lehar
Alessio Orano … Max
Gabriele Tinti … George, l’autista
Kathy Leone … Kathy amica di Lisa
Eduardo Fajardo … Francis Lehar
Franz von Treuberg … Shopkeeper
Espartaco Santoni … Carlo
Alida Valli … Contessa
Robert Alda … Padre Michael
Carmen Silva … Anna
Regia: Mario Bava (solo Lisa e il diavolo) e Micky Lion
Prodotto da José Gutiérrez Maesso e Alfredo Leone
Musiche : Carlo Savina
Le scene tagliate da Mario Bava in Lisa e il diavolo; solo la prima scena è presente anche in La casa dell’esorcismo

“Lisa e il Diavolo nella sua versione rinnegata da Bava perché rimaneggiata dal produttore (Leone) che optò per l’inserimento di scene ispirate dal recente clamore suscitato da L’Esorcista (1973). Ad Elke Sommer spetta la parte della posseduta e su di lei vengono girate sequenze che appaiono -alla luce odierna ancor di più- evidentemente forzate, con inevitabili conseguenze sullo sviluppo narrativo, deviato da immagini shockanti (e ben fatte) ma inutili…
Triste operazione di riassemblaggio, che diventa godibile (poco) solo con spiritaccio goliardico per sghignazzare sul contrasto fra le sequenze aggiunte (girate probabilmente da Lamberto) e quelle originali di papà Mario. Abbastanza terribile, si salva tutto sommato il finale apocalittico (cioè, insomma…)
Ecco come rovinare un ottimo film. L’unica cosa positiva è che il maestro Bava si sia rifiutato di girare questa porcheria, diretta dal produttore Leone in mancanza di meglio. Si danno più risalto alle musiche inquietanti di Carlo Savina, aumenta il sesso e qualche effetto di sangue, ma il livello si abbassa di almeno dieci punti. La trama diventa sconclusionata e contraddittoria. Orrendo.
Curiosa operazione commerciale dai risultati mediocri. Le scene di esorcismo non sono neanche male (notevole la quantità di parolacce, che supera nettamente L’esorcista) però con il film di Bava non c’entrano nulla. Quindi la trama diventa decisamente incomprensbile e così ci si stanca subito.
Decisamente un film brutto, slegato e sconclusionato. La presenza di Bava si legge solo sui titoli, della sua mano resta infatti davvero poco o nulla. L’ntreccio assume spesso connotati buffi se non ridicoli e il tutto scade presto nella noia totale. Sprecato, per l’occasione, Telly Savalas.
Cercare di rendere commerciale Lisa e il diavolo con inserti horror espliciti, ricchi di sesso e oscenità verbali varie, poteva risultare anche vantaggioso per il botteghino, vista l’epoca. Compare una versione strong del precedente film, piuttosto confusa e pasticciata, anche se le scene dell’esorcismo sono abbastanza minacciose e cruente. L’arte del maestro sparisce per far posto all’impatto delle immagini, ma la paura purtroppo è in affanno. Affermare l’errore è giusto, ma nei panni di chi deve far conto del borsellino, si va verso altre affermazioni.
Malsano tentativo di rendere attraente per il pubblico Lisa e il Diavolo, aggiornandolo alla moda dell’Esorcista e inserendo quindi scene nuove con un prete e l’indemoniata. Più o meno come fare sfregi ad un bel quadro sino ad ottenerne brandelli privi di ogni valore e significato. Male, molto male Mickey Lion (certamente molto più Leone che Bava).
Troppo facile riusare le scene del film di Bava per prendersi dei meriti, condendole con soporifere scene d’esorcismo (tanto volgari e blasfeme quanto compiaciute e trash – vedete sotto la “Frase memorabile” per delucidazioni). L’idea non era neanche così tremendamente malvagia, ma il risultato è assolutamente deludente: tanto il sesso facile e trash, zero la tensione, trama quasi inesistente, sangue minimo. E poi non ci capirete nulla se non avete visto Lisa e il diavolo. Ma è davvero così indispensabile completare tale mini-saga?”

Il porno shop della settima strada
Siamo a New York; due rapinatori entrano in un negozio, rapinano l’incasso e fuggono.
Quello che non sanno è che l’esercizio è controllato dalla mafia, che notoriamente non ama gli sgarbi.
Così sulla pista dei due rapinatori si muovono due sicari, incaricati di fare giustizia.
Rico e Bob, uno psicopatico, in fuga dai due che li tallonano entrano in un porno shop gestito da Lorna; quello che i due non sanno è che sono caduti dalla padella nella brace, perchè la donna è anche l’amante di un boss della mala.
I due decidono di fuggire portandosi dietro la donna, che durante una breve sosta riesce a lasciare una banconota in una toilette, nella quale indica dove sta andando.
Il terzetto, a cui si aggiunge un uomo di colore, arriva così in un villino che deve servire da base temporanea, ma lo trovano occupato da tre studenti, due ragazze un ragazzo.
Per i tre giovani, ma sopratutto per le due ragazze, Faye e Lola, inizia un autentico incubo, perchè Bob con le minacce cerca in ogni modo di violentarle.
Ma nel villino arrivano i sicari della mafia, che hanno seguito la pista della banconota; i due rapinatori riusciranno a fuggire, con l’aiuto anche dell’uomo di colore, ma senza il bottino.
Faye, la ragazza più ingenua del gruppo di studenti, li deruba abilmente.
Il porno shop della settima strada,diretto nel 1979 da Aristide Massaccesi con l’abitudinario pseudonimo di Joe D’Amato, appartiene al genere thriller-sexy, e risulta operazione tutto sommato discreta, nonostante il cast di basso profilo utilizzato.
Se la storia non è una novità (sembra di vedere un clone di L’ultima casa a sinistra, del quale prende anche un’attrice protagonista dello stesso film Brigitte Petronio), D’Amato cerca con la sua indubbia maestria di mettere abbondanti pezze quà e là, per tappare più che altro i buchi prodotti dallo scarso budget, che impediscono ua cura maggiore.
I personaggi agiscono per puro istinto, e lo si nota da subito; aldilà della rapina ad un locale controllato dalla mafia, errore assolutamente imperdonabile, i due rapinatori sembrano seguire più l’istinto bestiale che la logica.
Finiscono così per farsi irretire dalla scaltra Lorna, che ne uscirà pulita e sopratutto dalla finta ingenua Faye, che befferà tutti sottraendo il malloppo tanto gelosamente difeso.
Nel film, in cui abbondano come al solito nei film di Massaccesi le scene sexy, vennero inserite scene hard, provocando lì’indignazione di Annamaria Clementi, l’attrice che ricopre il ruolo di Lorna, con conseguente causa alla casa di produzione.
Qualche brivido quà e là, causato da scene davvero osè, come la sequenza del biliardo, in cui Bob gioca a biliardo spedendo le palle numerate tra le gambe spalancate della giovane Faye, presa di petto dal film di Avallone Spell-Dolce mattatoio, in cui la “buca” era la govane Monica Zanchi e qualche buona inquadratura non riescono però a sollevare il film da una lentezza che appare costruita proprio per mancanza di una sceneggiatura più elaborata.
Il cast si arrangia; tutto sommato discreta la prova della Clementi, bene Ernesto Colli nel ruolo del folle Bob e poco più che sufficiente la Petronio, al suo ultimo film; la fotografia è all’altezza, per un film che può valere una visione.
Il porno shop della settima strada, un film di Joe D’Amato, con Annamaria Clementi, Brigitte Petronio, Maximilian Vhener,Ernesto Colli Italia 1979, Thriller
Annamaria Clementi: Lorna
Brigitte Petronio: Faye
Maximilian Vhener: Rico
Peter Outlaw:
Christian Borromeo: Frank
Ernesto Colli: Bob
Regia Joe D’Amato
Soggetto Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Sceneggiatura Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Produttore Aristide Massaccesi, Oscar Santaniello
Casa di produzione Kristal Film
Fotografia Enrico Biribicchi
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Bruno Biriaco
Scenografia Bartolomeo Scavia
“L’Ultima Casa a Sinistra rivisitata in versione erotica: l’impiegata del Porno Shop (Annamaria Clementi nel ruolo di Lorna) viene rapita per essere sottoposta ad una lunga serie di sevizie perpetrate da un gruppo di malfattori. Dovrà passare la notte in compagnia di altre vittime (Brigitte Petronio e Christian Borromeo) costrette a compiere atti forzati di sesso. A dispetto del titolo il porno (dosato) compare solo nella versione hard, con inserti posticci (ad esempio il blow job di Annamaria all’interno del negozio). Buon thriller-erotico.
Hard leggero con velleità di R&r che però suonano frustrate da una esagerata staticità e poca cura dei particolari. Un paio di guizzi nella figura dello schizzato che gioca a biliardo e nella massima di uno dei rapitori “si guadagna più con una pistola che con tre lauree”. Tra le presenze femminili si ammira la Clementi. La parte thrilling scorre via senza lasciar traccia, anzi è risibile.
Tra gli erotici “d’annata” di D’Amato, sicuramente uno dei migliori, se non IL migliore. In realtà, nonostante le scene prettamente sexy siano abbastanza numerose (la versione insertata ha anche qualche timida scena hard), il film è un thriller claustrofobico, in cui la psicologia dei personaggi (vittime e carnefici) viene ben esaminata, seppur con qualche ingenuità. Il tutto sa molto di fumettone pulp anni ’70, di quelli vietati ai minori, tutto sesso, violenza, battute da duri, rapine e via dicendo, il che non è necessariamente un male!
Bel film di D’Amato; se si tolgono i due rapinatori (uno sembra davvero un maniaco sessuale, l’altro non convince per niente) e i mafiosi (per nulla convincenti), rimane un mediocre ma nonostante tutto gradevole erotico-azione. Le parti hard sono falsissime e prese da porno autentici, mentre ci sono alcune scene erotiche molto belle. Finale a sorpresa.
Si parte da una buona, anzi ottima idea. Dal pornoshop, con ricchi elementi per stuzzicare la fantasia del pervertito, fino alla casa/prigione, con sindrome di Stoccolma incorporata. L’ambiente di genere 70/80, metropolitano a stelle e strisce, fa il suo sporco effetto, ma forse gli aspetti positivi finiscono qui. I personaggi, nonostante ci provino con tutte le loro forze, restano lontani dall’esprimere quella suprema malvagità necessaria in ogni R&r che si rispetti. L’atmosfera è opaca, non malata, mentre gli inserti hard peggiorano soltanto le cose.
Rape & revenge duro e crudo, che però non aggiunge nulla a un genere già saturo. Allungato con inserti hard, visibilmente controfigurati, che spezzano la monotonia di dialoghi fumettistici e surreali, ma la parte thriller è troppo sciatta e anche il colpo di scena finale lascia indifferenti. Ernesto Colli, caratterista specializzato in ruoli da mattacchione, è come non mai valorizzato (o mortificato, fate voi) nel ruolo del demenziale maniaco. Non inguardabile, ma lontano da quella fusione di erotismo e thriller di Emanuelle e Francoise.”
L’assassino ha riservato nove poltrone
Nove persone e una decima che si nasconde nell’ombra di un teatro, all’apparenza vuoto, di proprietà di uno dei 9.
Patrick Devenant invita otto suoi amici (ma il termine è decisamente eccessivo) a trascorrere una serata in un suo teatro, completamente vuoto.
Così i 9 arrivano a destinazione; immediatamente ci si rende conto che tra di essi non regna l’armonia, anzi.
Sembrano esserci antipatie e anche odio, oltre ad asti dovuti a svariati motivi.
Cè’ Patrick che ha una relazione con Vivian, Rebecca Davenant che ha una relazione lesbica con Doris, Lynn Davenant con Duncan Foster, c’è Kim che ha una relazione con Russell e infine c’è Albert; un gruppo assolutamente eterogeneo di persone, che ben presto però verrà coinvolto in una spirale di morte.
La prima a cadere è la giovane Kim, uccisa mentre recita davanti al gruppo; subito dopo tocca a Doris, schiacciata tra due pesanti porte.
Paola Senatore
E’ poi la volta di Rebecca, straziata a pugnalate e corcefissa, poi toccherà a Russell, impiccato…..
Uno dopo l’altro gli sventurati ospiti di Davenant cadono vittime del misterioso assassino; dal teatro non è possibile uscire in alcun modo, perchè l’assassino ha inchiodato le porte.
Riuscirà qualcuno a sopravvivere?
L’assassino ha riservato nove poltrone , film del 1974 diretto da Giuseppe Bennati su sceneggiatura dello stesso unitamente a Paolo Levi è un thriller con connotazioni soprannaturali.
Un film decisamente in tono minore, sopratutto per lo stanco espediente di ricalcare per l’ennesima volta la trama di 10 piccoli indiani della Christie e sopratutto penalizzato da una sceneggiatura assolutamente ostica, in cui è difficile districarsi nonostante il finale in qualche modo cerchi di spiegare ciò a cui abbiamo assistito.
La lunga teoria di morti non da tensione al film, che appare molto slegato; tuttavia l’efferatezza delle scene rende quanto meno poco soporifero il film, afflitto da ua cronica mancanza di tensione.
Tra un morto ammazzato e l’altro troppe pause, che il regista cerca di colorare di sexy mostrando le varie protagoniste in abiti succinti, risparmiando solo la Schiaffino.
Eros e tanatos, quindi, presenti in ogni buon thriller anni settanta ma in un amalgama davvero imperfetto.
Poca colpa va attribuita agli attori, che appaiono spaesati più dal dover recitare in un luogo vuoto in cui non è presente una minaccia visibile (l’assassino sembra un’ombra dell’aldilà, cosa che rende ancor più increibile il film) che per colpe specifiche o mancanze proprie.
Nel cast c’è Eva Czemerys, che interpreta Rebecca, alle prese con una relazione lesbica con Dorys, interpretata da Lucrezia Love; se la prima mostra qualche imperfezione recitativa, la seconda appare davvero svagata e fuori parte.
C’è ancora la bella Janet Agren, nei panni di Kim, la prima a morire ammazzata quindi poco giudicabile nel complesso; cè la bella Rosanna Schiaffino, che interpreta Vivian, l’unica delle protagoniste femminili a restare abbottonata e con i vestiti ben calzati addosso.
C’è Paola Senatore, che quanto meno si fa perdonare per la sua bellezza esplosiva e generosamente mostrata, che intepreta una stravagante Lynn, donna dagli ambigui costumi; tra gli uomini vanno segnalati Howard Ross (Russell) e Cris Avram (Patrick), che fanno la loro parte con relativa sufficienza.
Lucretia Love
Janet Agren
Quello che disturba principalmente, nel film, è l’isterismo di cui sembra preda il cast femminile, costretto a usare grida e espressioni di paura per sopperire alla assoluta mancanza di tensione nel film, che alla fine risulta essere l’arma in meno dello stesso.
Un thriller decisamente mediocre, mal diretto e poco attraente.
L’assassino ha riservato nove poltrone ,un film di Giuseppe Bennati. Con Rosanna Schiaffino, Lucretia Love, Howard Ross, Andrea Scotti, Chris Avram, Janet Agren, Paola Senatore, Eva Czemerys,Gaetano Russo
Giallo, durata 92 min. – Italia 1974.
Janet Agren e Lucretia Love
Howard Ross e Rosanna Schiaffino
Eva Czemerys
Rosanna Schiaffino … Vivian
Chris Avram … Patrick Davenant
Eva Czemerys … Rebecca Davenant
Lucretia Love … Doris
Paola Senatore … Lynn Davenant
Gaetano Russo … Duncan Foster
Andrea Scotti … Albert
Eduardo Filipone … L’assassino misterioso
Luigi Antonio Guerra … Caretaker (credit only)
Renato Rossini … Russell (come Howard Ross)
Janet Agren … Kim
Regia di Giuseppe Bennati
Prodotto da Dario Rossini
Sceneggiato da Giuseppe Bennati,Paolo Levi
Musiche di Carlo Savina
Editing di Luciano Anconetani
“L’intreccio narrativo è poca cosa, trattandosi dell’ennesima versione di “Dieci piccoli indiani” adagiata all’interno di un teatro frequentato da gente non proprio esemplare e – come morale “horror” vuole – passabile pertanto di punizione. Ma il folto gineceo femminile attira l’attenzione e dona un plus all’estetica del film: dei gialli questo è forse l’unico esemplare che raduna siffatte bellezze. Né è parco di delitti, prospettati in maniera assai feroce ed intervallati a sequenze d’erotismo (per l’epoca) spinto. Thrillerotico
Interessante pellicola, che incomincia come un classico giallo gotico, incrociato con “Dieci Piccoli Indiani”, ma che presto vira verso il fantastico e il mystery-tale, con risulati originali e border-line. Memorabili gli omicidi, tutti efferati, e il finale nei sotterranei del lugubre teatro.
Partendo da una situazione trita e ritrita (alcune persone che restano intrappolate in luogo chiuso e cominciamo a morire una dopo l’altra sotto i colpi di una mano misteriosa), il regista Bennati è incerto su quale strada prendere e dà così vita ad un film debolissimo e noioso, che si trascina avanti tra situazione viste e riviste, fino ad arrivare ad uno sconcertante finale, che lascia più che interdetti per la sua inconcludenza.
Spesso sottovalutato, è invece uno dei migliori gialli ambientati in luoghi chiusi che io abbia mai visto, che può contare su un nutrito cast di buoni attori (Avram, Ross) e alcune delle migliori bellezze femminili del nostro cinema (Agren, Senatore, Czemerys, Love), che però si spogliano moderatamente. L’atmosfera è assicurata dall’ambientazione nel vecchio teatro e dalle musiche di Carlo Savina (parzialmente riprese da Contronatura). Coraggioso e riuscito lo svolgimento finale.
Buon giallo di vecchio stampo. Lento quanto basta, come deve essere un giallo doc, gode dell’ottima ambientazione teatrale, decisamente efficace e a tratti claustrofobica. L’effetto “siamo in trappola e non ci sono vie di uscita” è formidabile e funzionale al racconto. Rivisto oggi è un film piuttosto invecchiato, forse destinato solo agli aficionados del cinema settantiano italico, ma d’altronde chi altri può avere il desiderio di rivedere questo film?
Grande, grandissimo giallone anomalo e suggestivo. Unica pecca: il ritmo non altissimo e qualche momento di noia (caratteristica quasi insita nel genere!). Per il resto solo cose positive: l’atmosfera malsana, il riuscito incipit di cui avevo letto su Nocturno, l’inquietante maschera dell’assassino, la brutalità degli omicidi. Eppoi il finale, che proprio nel suo crossover di generi (dal thriller al gotico nel breve volgere di una sequenza, come se gli attori, scendendo nei sotteranei, entrassero in un altro film) riesce a spiazzare lo spettatore. Sorprendente.
Interessante anche se molto tardivo rispetto al suo genere, molto più in voga nel decennio precedente. La presenza di Janet Agren e il duo lesbico Czemerys-Love giustificano appieno il ritardo. Non mancano la suspense e neppure le disinibizioni erotiche, almeno a livello concettuale. Una claustrofobia poetica, non fastidiosa e ossessiva. Siamo lontani dai thriller più lugubri di altri registi contemporanei, ma merita di essere visto.
Curiosa ambientazione teatrale, che ispirerà altri registi in seguito. Il film mescola il giallo classico (alla Dieci piccoli indiani) con i toni più maliziosi e violenti del thrilling all’italiana. Come spesso accade in questo tipo di cinema, la regia interrompe la narrazione per indugiare (piacevolmente) sulle grazie femminili, raffreddando però il phatos del racconto. Gli attori se la cavano e l’assassino è molto fantasma del palcoscenico”


































































































































































