La calda bestia di Spielberg
Un paese immaginario, retto da una dittatura feroce; un castello simile ad una fortezza perso nella foresta.
In quel castello viene mandata come direttrice Helga, una bellissima quanto feroce e sadica donna che da quel momento dirigerà quella che è a tutti gli effetti una prigione con pugno di ferro.
Ad accompagnarla c’è l’amante Hugo, e i due hanno immediatamente modo di mettersi crudelmente in mostra.
Nella fortezza arriva infatti Elizabeth Vogel, figlia di un capo della resistenza ed Helga, che è anche lesbica oltre che sadica decide di farne la sua amante.
Ma la ragazza le tiene testa, solo che ad un certo punto viene in pratica costretta a cedere alle turpi voglie dell’aguzzina da John, amico di suo padre; in questo modo la ragazza può godere di una relativa libertà e mettere in piedi un piano di fuga accompagnata dall’amica di prigionia Jenny.
La fuga riesce ma ad approfittarne sarà solo Elizabeth, perchè Jenny verrà ripresa e morirà sotto atroci torture.
Tuttavia lo Stilberg, la fortezza e la sua crudele direttrice hanno le ore contate: la resistenza ha la meglio e l’aguzzina paga il fio delle sue colpe.
La calda bestia di Spilberg, conosciuto all’estero come Helga la louve de Stilberg è un film sulla falsariga dei tanti nazi explotaition che imperversavano dopo il 1975 sugli schermi italiani.
A dirigere la pellicola c’è il regista francese Patrice Rondard, alias Patrice Rhomm, alias Alain Garnier, alias Alian Payet: una confusione di nomi che, unita alle varie traduzioni del titolo ingenererà una confusione indescrivibile.
Il regista, autore anche di Helsa fraulein SS (questo si un nazisploitation), in pratica gira due film utilizzando come attrici principali Malisa Longo e Patrizia Gori.
Due film che hanno in comune una certa cura, che generalmente manca a molti altri prodotti “eros svastica” ma che ovviamente vanno presi per quello che sono.
In particolare La calda bestia di Spilberg (perchè Spilberg se in francese è Stilberg?) non presenta alcun elemento particolarmente interessante se non gli stereotipi classici del genere.
C’è la perfida direttrice (una bravissima e bellissima Malisa Longo), il solito amante bamboccione, la solita patriota e la solita amica della patriota che muore torturata.
Da questo si capisce che il film, se si escludono le performance erotiche delle due belle protagoniste, ovvero Patrizia Gori e Malisa Longo, altro non è che un mero pretesto per mostrare le due eroine impegnate in atti saffici o di nulla vestite, come la mamma ha fatto.
A cambiare per una volta (ma la cosa non ha invero alcuna importanza) è la sceneggiatura che sostituisce ai soliti nazisti ingrifati e sadici una dittatura di un posto immaginario.
In effetti è tutto qua.
Il film segue un andamento visto tante volte con il solito finale alla delitto e castigo; la cattivona Helsa finisce ammazzata, la brava ragazza Elizabeth, patriota e quindi degna della massima considerazione dopo essersi sacrificata per la “patria”, cedendo alle turpi voglie della direttrice, troverà l’agognata libertà mentre i patrioti abbattono il regime dittatoriale.
Da vedere solo ed esclusivamente per la presenza della Longo
La Calda Bestia Di Spilberg (Helga La Louve De Spilberg), un film di Patrice Rhomm (Alain Garnier), con Patrizia Gori, Malisa Longo, Dominique Aveline, Jean Cheruan, Claude Janna, Jacques Marbeuf, Olivier Mathot, C. Noe’, Carmelo Petix, Pamela Stanford. Erotico, Francia 1977
Patrizia Gori … Elisabeth Vogel
Malisa Longo … Helga
Richard Lemieuvre … John
Dominique Aveline … Hugo Lombardi
Alban Ceray … Sergente
Jacques Marbeuf … Dottore
Jean Cherlian … Un consigliere
Claude Janna … Prigioniero
Olivier Mathot … Generale Gomez
Diretto da Patrice Rhomm
Prodotto da Daniel e Marius Lesoeur
Musiche di Daniel White
Editing Claude Gros
Terror, il castello delle donne maledette
Operazione complessa se non impossibile quella di raccontare con poche parole (sopratutto aventi un senso logico) la trama di Terror! Il castello delle donne maledette, conosciuto anche come Il castello della paura; non certo perchè siamo di fronte ad una sceneggiatura complicata in senso positivo, bensi per il suo contrario.
Siamo di fronte infatti ad un titolo cult e ad una riedizione in chiave demenziale e trash del mito del dottor Frankenstein retrocesso al rango di conte dopo esser stato in origine barone.
Sopratutto, trasformato in un folle che riesuma ( o meglio, recupera) nientemeno che un neandertaliano e che ha la bella idea di farlo co-abitare con un gigantesco e demente mostro del castello, Goliath.
Questo ameno Conte Frankenstein ha il suo avito e bravo castello, nel quale c’è ovviamente un altro campione dell’handicap, un nano allupato e crudele.
E altrettanto ovviamente il perfido scienziato fa rapire il cadavere di una donna, suscitando i sospetti dei paesani; il nano Genz però “usa” il cadavere rovinando in tal modo i piani del Conte.
Accadono alcune cose: nel castello arriva la figlia del conte con un’amica (che verranno spiate dal duo Goliath-Neandertaliano mentre fanno il bagno,chiaramente nude), il prefetto Ewing indaga spinto anche dal Conte che lo depista suggerendo che il colpevole potrebbe essere un cavernicolo nascosto tra i monti ecc.
Allora, direi che basta così perchè mi rendo conto che raccontata in questo modo la trama sembra più demenziale di quanto non lo sia in realtà.
Però se non credete alle mie parole, trovate il dvd del film, uscito da poco e del quale francamente nessuno sentiva il bisogno e beccatevi due ore di insopportabile noia e sopratutto idiozia.
Si, perchè Terror! Il castello delle donne maledette, opera orfana di un padre che abbia voluto firmare l’obbrobrio, evitando così la futura damnatio memoriae è davvero un film idiota.
Passato clandestinamente nelle sale (o forse mai passato), ha avuto un’effimera gloria negli Usa dove è stato distribuito con il titolo Frankenstein’s Castle of Freaks pur essendo, come già detto, un film privo di un regista accreditato.
Il che la dice lunga su quello che fu l’esito ai botteghini del film, così come racconta chiaramente l’imbarazzo di tale Dick Randall/Robert Oliver nell’utilizzare la sua vera identità come regista del film.

Il bagno della figlia di Frankenstein e della sua amica
Nel cast dello stesso figurano due attori dal discreto passato, come Rossano Brazzi (inamidato e impomatato come non mai) ed Edmond Pourdom, i quali devono essersi vergognati come ladri quando il film è stato distribuito.
Gordiano Lupi, sul suo sito , dice del film: “Un film brutto come pochi, girato in maniera raffazzonata e senza stile, ma così bizzarro da essere ancora oggi oggetto di culto e di visione. La trama è confusa, la sceneggiatura piena di buchi, ma l’atmosfera malsana tipica del cinema exploitation garantisce di non annoiarsi. Il finale è il massimo del trash con un primo piano su Edmund Purdom che declama: “Era un mostro, un anormale. Ma forse siamo tutti un po’ anormali”. Perle di saggezza in una battuta che gli sconosciuti sceneggiatori potevano risparmiarci. Se nessuno ha mai lottato per attribuirsi il film ci sarà un motivo…”
Ora, stimo e voglio un bene dell’anima (come critico e scrittore, non fraintendiamo) al buon Gordiano, ma dire che non cì si annoia è come bestemmiare e bere whisky in una moschea.
Le uniche consolazioni arrivano dalle rotondità di Simonetta Vitelli (la figlia di Frankenstein) e Laura De Benedittis (Valda) oltre che di Christiane Rücker.
Poichè le figliole non sono affatto male, è consolatorio ammirarle mentre sguazzano in una pozza d’acqua in una caverna anche se avvolte da un fumo presumibilmente sulfureo che ne offusca a tratti lo splendore fisico.
Un’opera detestabile, quindi, oltre chè esecrabile.
Del resto, è accaduto spesso nel passato di assistere a film indecorosi: la fregola di portare nelle sale filmetti senza alcun senso condendoli con nudità più o meno velate è stato uno degli espedienti più utilizzati per catturare gonzi cinematografici.
Tra i quali figura anche il sottoscritto, che ha l’aggravante di averlo visto in tempi recenti e la scusante allo stesso tempo di averlo visto per necessità, dovendolo recensire per il blog e per un sito specializzato.
Terror! il Castello delle donne maledette, un film di Robert Oliver/Dick Randall. Con Rossano Brazzi, Michael Dunn, Edmund Purdom, Salvatore Baccaro,Simonetta Vitelli,Laura De Benedittis,Christiane Rücker Titolo americano: Frankenstein’s Castle of Freaks– Horror, durata 87 min. Anno 1974
Rossano Brazzi … Conte Frankenstein
Michael Dunn … Genz
Edmund Purdom Ispettore Ewing,
Gordon Mitchell … Igor
Loren Ewing … Goliath
Luciano Pigozzi … Hans
Xiro Papas … Kreegin
Salvatore Baccaro … Ook il neandertaliano
Simonetta Vitelli … Maria Frankenstein
Eric Mann … Eric
Laura De Benedittis … Valda
Robert Marx … Detective Koerner
Christiane Rücker … Krista Lauder
Margaret Oliver … Donna del paese
Alessandro Perrella …Dottore
Regia: Dick Randall
Sceneggiatura: Mario Francini, William Rose, Mark Smith ,Roberto Spano
Produzione: G. Robert Straub, Oscar Brazzi (uncredited),Dick Randall (uncredited)
Musiche: Marcello Gigante
Editing: Enzo Micarelli
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Raggelante e sorprendente: un conto è prevedere una cosa, un altro conto è trovarsela davanti. Parte neanche male, quasi coscarelliano, con quel carro che sale per il pendice. Poi arriva Rossano Brazzi, incartapecorito, che recita la sua parte come se fosse un vero film. Parla con la sua voce, la modula, è serissimo, ma è tutto inutile: al 20’ si capisce che occorre prepararsi a tutto, pure a vedere la mdp che indugia sugli àlluci di Bàccaro. Un solo aggettivo per il finale: è inaggettivabile.
Ci sono film poveri, ma belli. Ci sono storie deboli, ma intriganti. E ci sono film poveri e brutti, mal scritti e peggio interpretati. Se è vero che spesso alcune pellicole spariscono nell’oblìo ingiustamente, è vero anche che altre dovrebbero restare nascoste: il fascino che genera un titolo mai visto, spesso volatilizza – come nebbia al sole – quando lo scopriamo. La cosa più bella di questo incredibilmente comico (ma di una comicità involontaria) film è il titolo… Inguardabile.
L’inizio col cavernicolo preso a mazzate è come un marchio di garanzia: il marchio B di boiata (ma una di quelle boiate che proprio non si possono perdere, per alcuni di noi). Ascoltando i dialoghi sugli uomini delle caverne e la teoria che alcuni siano sopravvissuti e, soprattutto, vedendo alcune scene (il cavernicolo resuscitato e quello in caverna col nano), risulta difficile pensare che gli attori non siano più volte scoppiati a ridere durante le riprese. E poi c’è il conte Frankenstein (ma non era barone?), che tocca uno dei punti più bassi.
Questo è uno di quei film che suscitano interesse proprio per la loro povertà ed assurdità. Il cast annovera niente meno che il grande Brazzi, affiancato da una nutrita schiera di freaks e caratteristi del cinemabis nostrano. Personalmente, va apprezzato in primis per gli occhioni blu e le forme della bella Simonetta Vitelli, qui in trasferta dai set del padre Demofilo Fidani. Puro trash.
E’ dura commentare film del genere. Pur sapendo, infatti, di assistere ad una perla del trash, lo spettatore non può essere pienamente preparato a ciò che vede. Passano i minuti e si stenta a credere che sia “vero” quello che scorre sullo schermo. Incredibile e ridicolo non rendono “giustizia” al film. Oltre ogni limite di grottesco; quando il termine trash non rende minimamente l’idea. A tratti, comunque, le risate sono (quasi) garantite.
Uno dei peggiori film che abbia mai visto ma anche di una comicità involontaria eccezionale. L’idea di mischiare l’uomo di Neanderthal con la saga di Frankenstein (misterosamente diventato conte invece che barone) rasenta la genialità assoluta. Degno di nota anche lo pseudonimo assunto da Baccaro: Boris Lugosi. Mistero assuluto su chi sia il regista del film. Alcune fonti pensano che Robert Oliver sia il vero nome del regista, altri che sotto tale nome si celi Oscar Brazzi (fratello di Rossano).
Trashone allo stato puro! Nani, freaks, giganti, mostri di frankenstein, cavernicoli, ragazze che fanno il bagno nude in pozzi di catrame!!! Mettete tutto questo insieme e otterrete “Terror!”, uno dei film più deliranti mai prodotti (ma che non eguaglia in bruttezza Nuda per Satana di Batzella, o Riti… di Polselli): qui almeno un po’ di trama c’è! Gli attori, a parte Brazzi, non recitano. Da vedere per farsi due risate.
Uno degli horror più trash degli Anni Settanta. La sceneggiatura è ricchissima di perle trash e propone due personaggi (il nano e l’uomo di Neanderthal) tra i più ridicoli della storia del cinema. Da antologia dell’assurdo alcuni dialoghi (come quello che chiude il film) e incredibili alcune trovate della regia (come i fulmini all’inizio). Il povero Rossano Brazzi si impegna pure, ma mette solo tristezza; impresentabili gli altri attori (nonostante Baccaro sia indimenticabile). Bruttissime le musiche. Da non perdere.
Se visto come film dell’orrore può non piacere ed è in effetti una boiata (a iniziare dal titolo pomposo e insensato), se invece è visto con lo spirito giusto ossia aspettandosi un gustoso orrore-spazzatura allora piacerà. La trama è divertente: il conte (?) Frankenstein si diverte a creare un essere fortissimo (una specie di Ercole…) ma dovrà vedersela con un suo ex-servitore vendicativo che ha stretto alleanza con un uomo di Neanderthal (!!!) che vive nei dintorni… Risate garantite!
Un horror che anziché far paura fa ridere per quanto è fatto male. Il CONTE (anziché barone) Frankenstein circondato da freaks nell’Ottocento (in cui qualcuno indossa blue jeans) fa i suoi necro-esperimenti in un castello sperduto. Un film che i cinefili appassionati di rarità devono per forza avere. Ma poi chi sono le donne maledette? E che c’entra Neanderthal con Frankenstein? Nomi semi-fantasy per i personaggi: Genz, Kreegin, Ook, Golia. Solo una cosa da salvare: le location, e neanche tutte. C’è anche un finto sfondo di indagini poliziesche.
La versione trash della storia del mostro di Frankenstein, popolata da personaggi semicelebri e diretta da un misterioso signore, sul quale il critico Bruschini ha una sua idea di identità (vedi extra dvd). Comunque, complice la visione troppo pulita consentita dal supporto moderno, il film perde le probabili apprezzate caratteristiche della primordiale messa in onda (pellicola disturbata, audio sporco) e si appiattisce notevolmente. Ovviamente la storia è immonda, ma qui si parla di estremo trash e quindi è un punto a favore. Ma se ci fosse ancora la vhs…
Esiste un cinema di serie A e di serie B, esistono incalliti amanti dei film di serie A e di serie B, esiste una dignità nei film di serie A e una in quelli di serie B… fin qui nulla di eccezionale. È fin troppo facile commentare questo film, ma forse se lo vediamo in un’ottica particolare, quell’ottica che ci dice che non è facile assolutamente girare un film così, allora questo è un capolavoro; ed infatti lo è… Se capolavori sono i vari Freaks & co. (senza nulla togliere alla storia del cinema) anche questo, nel suo genere, è un capolavoro.
Unbelievable! E i fans del cinema utrapsycothronico lo conoscono a memoria. Ormai è noto come il film più brutto mai prodotto in Italia (dopo quelli di Ferzan Ozpetek, però) e una visione – pure sotto l’effetto di stupefacenti – non può che confermare l'”orrore”. Di madre-regia ignota, il film fa spavento per lo squallore dispiegato e la tragica indigenza. Mentre Brazzi sperpera vecchi(ssimi) fasti hollywoodiani, Baccaro grugnisce in attesa del cestino e “la belle Simone Vitell” non si mostra come dovrebbe. Oltre–la-sfera-del-tuono.
Schindler list
Schindler list è più di un film.
Appartiene di diritto all’empireo della storia del cinema non tanto per i suoi numerosi meriti intrinseci, quanto piuttosto per una somma di fattori che coinvolgono l’abilità stilistica di Spielberg, capace di racchiudere in tre ore di grande cinema una storia così difficile e sofferta da raccontare come quella di Oskar Schindler, la sua capacità di emozionare e al tempo stesso di indignare lo spettatore, trasportandolo attraverso la follia e l’incredibile vicenda della shoah.
Ancora, per la potente carica visiva delle sue immagini e del suo racconto, esternata tramite un bianco e nero che sembra rinchiudere in se le estremizzazioni del bene e del male, la follia del nazismo e per contro l’eroismo di un uomo, Oskar Schindler, che Israele riconobbe come giusto fra gli uomini, un riconoscimento toccato a pochissime persone.
La storia di Schindler, che Spielberg porta sul grande schermo, è la storia di un eroe solitario, di un uomo che riuscì a salvare oltre un migliaio di persone da morte sicura, fedele al motto del Talmud che recita “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero”, incisa anche sull’anello che i superstiti alla shoah da lui salvati gli regaleranno grati di un atto di eroismo che durante la seconda guerra mondiale ebbe tanti silenziosi protagonisti, come il nostro Perlasca.
Per questo film come già detto Spielberg utilizza il bianco e nero, ritornando così al cinema degli esordi, quando la potenza bicromatica dei due colori fondamentali era l’unica forma di espressione del cinema; lo fa anche perchè la seconda guerra mondiale vide il bianco del coraggio, dell’altruismo e della voglia di vivere opposto drammaticamente al nero dell’anima più buia degli uomini, il nero della follia che devastò il mondo portando nella tomba oltre 50 milioni di esseri umani.
Un quinto dei quali appartenenti ad una sola razza, ammesso che sia logico parlare di razza: usiamo il termine popolo, più consono al dramma vissuto.
Un popolo, quello ebraico, che nel film appare vinto nel fisico ma non nel morale, un popolo che non potendo opporre alla preponderante forza del nazismo null’altro che la forza della propria fede, pagò un tributo spaventoso in termini di dolore e morte alla follia omicida del nazismo stesso.
Solo quattro volte Spielberg utilizza un tocco di colore nel film: lo fa all’inizio, su quell’immagine stupenda delle candele che si spengono per poi riaccendersi nel finale, lo fa quando inserisce due immagini tra le più poetiche di sempre e non solo limitate all’ambito cinematografico.
Sono i due cappottini rossi della bimba portata via dagli orchi in uniforme: il colore del sangue, della vita stessa che si spengono per mano degli uomini neri, quegli uomini che appartengono a quanto di peggio l’umanità ha saputo produrre nel corso della sua intera storia.
Perchè mai prima di allora il genocidio di un popolo era stato studiato e portato a compimento in un modo così sistematico e crudele.
Attraverso Oskar Schinder il grande regista americano non racconta solo la storia del giusto tra gli uomini, ma lancia anche un messaggio fortissimo di speranza: anche nel buio più profondo può accendersi la luce di una candella, quella candela che simboleggia l’umanità vera e pulsante, quell’umanità generosa e altruista che può e deve essere la ver amaggioranza della stessa.
Steven Spielberg, nel 1993, riedita il romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally e lo modifica almeno in parte, ridando così luminosità alla figura di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che dopo un periodo di collaborazione con il regime tedesco, scelse di tentare di salvare quante più vite umane possibili rinunciando così all’arricchimento personale ma ottenendo in cambio qualcosa che vale molto, molto più del materiale, ovvero la soddisfazione di aver contribuito a salvare vite umane.
Quesa è in sintesi la storia del film, che parte proprio da Cracovia nel 1939 subito dopo l’invasione nazista e che continua con l’illustrazione della nascita dei campi di concentramento, simboleggiati dalla potente e devastante figura di Amon Göth, il capo del campo di concentramento che accetterà nel finale di vendere a Schindler le persone che l’imprenditore poi riuscirà a salvare, proprio nel momento in cui il nazismo arrivava al termine della sua follia grazie anche al sacrificio di centinaia di migliaia di soldati delle forze alleate.
Quando scorrono le immagini finale, che molti critici hanno visto come una concessione ad Hollywood e che invece testimoniano la partecipazione commossa del regista al dramma che fino a quel momento ha raccontato in modo lucido e spietato, lo spettatore riflette, come raramente ha fatto in precedenza davanti ad uno schermo cinematografico.
Riflette sulla follia e sull’eroismo, riflette su un passato che appartiene alla memoria storia di due popoli, quello tedesco e quello ebraico che furono le due componenti più importanti di una tragedia di portata mondiale, due popoli che pagarono un tributo spaventoso alla follia stessa.
E alla fine quello stesso spettatore, dopo tre ore di proiezione, si rende conto che quello che ha visto non è soltanto un film ma qualcosa che va ben oltre il limite della pellicola e dello schermo.
Spielberg fa tutto questo usando le sue straordinarie armi senza per questo cadere nella retorica: la sua creazione, il Survivors of the Shoah Visual History Foundation destinato a raccogliere le testimonianze visive e in voce dei pochi sopravvissuti alla shoah dimostrano come la sensibilità del regista vada ben oltre il facile pietismo.
Quando il regista di Cincinnati dirige Schindler list, viene dal grandissimo successo di Jurassic park e sopratutto da quattro anni in cui ha fatto cinema di alto livello ma in pratica di evasione, come dimostrano i tre film precedenti ovvero Hook – Capitan Uncino (1991),Always – Per sempre (1988) e Indiana Jones e l’ultima crociata (1989).
Hollywood è così e c’è poco da fare; per avere credibilità, finanziamenti e libertà di movimento devi avere alle spalle grossi incassi. L’unica sua esperienza con un film “bellico” Spielberg l’aveva avuta con 1941- Allarme a Hollywood (1979), una mega produzione in chiave farsesca che però era costato una fortuna alla produzione e che rischiò di fermarlo per anni, pur essendo il film stesso assolutamente gradevole.
E Spielberg che sa benissimo come funzionano le cose a Hollywood riesce a mettere le mani sul soggetto in cui tanto credeva proprio grazie ai soldi rimediati da questi tre film che ho citato.
Così, quando prende in mano Schindler list Spielberg fa un azzardo che però si rivela vincente: il film infatti otterrà una marea di premi, tra i quali i 7 Premi Oscar 1994 (su 12 nomination) ovvero i premi come Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Miglior montaggio, Migliore colonna sonora seguiti da 3 Golden Globe (su 6 nomination) come Miglior film drammatico, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e 6 Premi BAFTA (su 12 nomination) come Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora.
Questo permetterà a Spielberg di girare 5 anni più tardi quell’altro capolavoro che è Salvate il soldato Ryan (1998), un affresco potentissimo sulla guerra raccontato alla sua straordinaria maniera, inimitabile.
Tornando a Schindler list, non si può dimenticare l’apporto dato al film stesso dalla potente colonna sonora di John Williams ne il fondamentale apporto del grandissimo cast selezionato nel quale spiccano la potente e asciutta recitazione di Liam Neeson nel ruolo di Oskar Schindler, quella altrettanto stupenda di Ben Kingsleyin quello di Itzhak Stern il collaboratore ebreo che tanta parte ebbe nelle scelte di Schindler e quella paurosamente e autenticamente da psicopatico di Ralph Fiennes nel ruolo del rappresentante in terra del male assoluto, l’Untersturmführer Amon Göth che si diverte a sparare con una carabina corredata di binocolo ai prigionieri, simbolo della banalità (scusatemi il termine) del male e della morte.
Questi tre attori, nei loro ruoli, accendono lo schermo e la storia rendendola se possibile ancora più credibile e amaramente umana.
Bellissima la fotografia di Janusz Kaminski, perfetto il montaggio di Michael Kahn.
Schindler list è un’opera assolutamente da non far mancare nella propria videoteca, un film che di diritto deve essere presente accanto a capolavori come Ombre rosse o Arancia meccanica, come Quarto potere o altri esempi di film che escono dalla semplice cinematografia per diventare opere immortali come un Amleto di Shakespeare o come una sinfonia di Mozart.
Schindler’s List,un film di Steven Spielberg. Con Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagalle, Embeth Davidtz, Andrzej Seweryn, Beatrice Macola, Jonathan Sagall, Malgoscha Gebel, Shmuel Levy, Mark Ivanir, Friedrich Von Thun, Krzysztof Luft, Harry Nehring, Norbert Weisser
Liam Neeson: Oskar Schindler
Ben Kingsley: Itzhak Stern
Ralph Fiennes: Amon Göth
Caroline Goodall: Emilie Schindler
Jonathan Sagall: Poldek Pfefferberg
Embeth Davidtz: Helene Hirsch
Malgoscha Gebel: Victoria Klonowska
Shmulik Levy: Wilek Chilowicz
Mark Ivanir: Marcel Goldberg
Beatrice Macola: Ingrid
Andrzej Seweryn: Julian Scherner
Friedrich von Thun: Rolf Czurda
Krzysztof Luft: Herman Toffel
Harry Nehring: Leo John
Norbert Weisser: Albert Hujar
Alexander Held: burocrate SS
Regia Steven Spielberg
Soggetto Thomas Keneally (dal romanzo La lista di Schindler)
Sceneggiatura Steven Zaillian
Produttore Steven Spielberg, Gerald R. Molen, Kathleen Kennedy, Branko Lustig
Fotografia Janusz Kaminski
Montaggio Michael Kahn
Musiche John Williams e altri artisti
Scenografia Ewa Braun, Allan Starski
Doppiatori
Alessandro Rossi: Oskar Schindler
Franco Zucca: Itzhak Stern
Roberto Pedicini: Amon Göth
Isabella Pasanisi: Emilie Schindler
Lucio Saccone: Poldek Pfefferberg
Micaela Esdra: Mila Pfeffembarg
Carolina Zaccarini: Helene Hirsch
Francesco Pannofino: Wilek Chilowicz
Marco Mete: Marcel Goldberg
Perla Liberatori: Danka Dresner
…”Dal libro dell’australiano Thomas Keneally La lista. L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei come forza-lavoro a buon mercato. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l’unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L’inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l’avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell’ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po’ eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi. (Morandini)” …
Gatti rossi in un labirinto di vetro
Barcellona, Spagna.
Tra un gruppo di turisti in viaggio verso la città della Catalogna agisce un misterioso killer che non si accontenta di uccidere le malcapitate vittime, ma enuclea dall’orbita anche un occhio.
Le indagini della polizia brancolano nel buio e di volta in volta il sospettato cambia, ma l’assassino verrà smascherato nel convulso finale.
Per forza di cose ho dovuto riassumere la trama in maniera sintetica, ma in questo caso specifico onde evitare a chi non abbia visto Gatti rossi in un labirinto di vetro occorre evitare l’esposizione dei fatti che accadono durante il film.
Ci sono infatti citazioni e immagini che se colte dall’inizio indicano abbastanza chiaramente chi è il colpevole e il gioco di Lenzi è proprio quello di coinvolgere lo spettatore omaggiando qua e là alcuni registi (come Argento) a cui il regista toscano si è evidentemente ispirato.
Dopo Così dolce… così perversa , Orgasmo e Paranoia (1969), il discontinuo Il coltello di ghiaccio (1972) e dopo il buon Sette orchidee macchiate di rosso (dello stesso anno) Umberto Lenzi torna a dirigere un thriller, avendo a disposizione però un budget modesto.
E sopratutto sfruttando una sceneggiatura con alcuni buchi e poco credibile.
La mano del grande regista c’è tutta e il mestiere maschera incongruenze e recitazione a tratti approssimativa di alcuni partecipanti al cast; manca la profondità lenziana tipica dei primi prodotti, quella capacità psicologica mista alla trattazione dell’etica degli stessi che avevano caratterizzato i thriller del maestro.
Del resto Lenzi non ha più a disposizione Trintignant e la Baker, Castel , Jean Sorel o Erika Blanc ; Martine Brochard fa del suo meglio, ma non ha la personalità ne è sua la capacità drammatica, da attrice di thriller della Baker o della Blanc.
Il film tuttavia raggiunge la sufficienza perchè Lenzi non è un artigiano qualsiasi ma un professionista capace di mascherare le pecche con la sua indubbia, indiscutibile capacità di creare atmosfera anche con poco come in questo caso.
Nella pellicola, qualche momento gore, come le varie mutilazioni oculari dei vari assassinati oppure la scena della ragazza data in pasto ai maiali; qua e là qualche momento saffico e qualche casto nudo affidato alle grazie della Brochard e di Ines Pellegrini, l’attrice italo africana protagonista dei due pasoliniani Il fiore delle mille e una notte e del Salò.
Poco altro da dire, se non una citazione per il resto del cast che include il monocorde e inespressivo John Richardson e la solita sicurezza rappresentata da Daniele Vargas; colonna sonora autenticamente anni 70 di Bruno Nicolai però molto più adatta ad un poliziottesco invece che ad un giallo/thriller.
Un film che temo deluderà i fans del thriller all’italiana, sopratutto i fans del maestro se avranno avuto la ventura di imbattersi prima in questo film che nel resto della sua produzione antecedente.
Gatti rossi in un labirinto di vetro, un film di Umberto Lenzi. Con Martine Brochard, Ines Pellegrini, Joan Richardson, Daniele Vargas,Raf Baldassarre, Georges Rigaud, Silvia Solar, John Richardson
Thriller, durata 90 min. – Italia 1975.
Martine Brochard: Paulette Stone
John Richardson: Mark Burton
Ines Pellegrini: Naiba Levin
Andrés Mejuto: Commissario Tudela
Mirta Miller: Lisa Sanders
Daniele Vargas: Robby Alvarado
George Rigaud: reverendo Bronson
Silvia Solar: Gail Alvarado
Raf Baldassarre: Martinez
José María Blanco: Ispettore Lara
Marta May: Alma Burton
John Bartha: sig. Hamilton
Olga Pehar: sig.ra Randall
Veronica Miriel: Jenny Hamilton
Olga Montes
Richard Kolin: sig. Randall
Rina Mascetti: infermiera dell’ospedale
Fulvio Mingozzi:poliziotto
Francesco Narducci: receptionist all’hotel Presidente
Tom Felleghy: medico legale
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Félix Tusell
Sceneggiatura Félix Tusell
Fotografia Antonio Millán
Musiche Bruno Nicolai
Il Decamerone nero
6 novelle boccaccesche mutuate dal Decameron con due varianti fondamentali: l’ambientazione non è medioevale e i protagonisti sono persone di colore.
La vicenda si svolge infatti in Africa, anche se la location del film va ripartita fra il Senegal e la Lucania, per la precisione nella provincia di Matera.
Nella prima novella, la più importante, il giovane Nahim, avendo appreso dell’esistenza di una regina volubile oltre che ricchissima e dalla bellezza leggendaria, decide di conquistarla usando però un espediente.
Avendo saputo che tutti i pretendenti alla sua mano sono periti nel corso delle prove affrontate,con i suoi fratelli giunge al villaggio dove risiede la bellissima donna e occupa una tenda vicino alla sua dimora.
Durante la notte inizia con i fratelli a fare un fracasso infernale, disturbando così il riposo della donna.
Alle rimostranze della regina Bella, Nahim risponde mostrando alla cameriera della stessa una gallina che produce uova d’oro.
Invitato a venderla, Nahim rifiuta chiedendo come compenso di poter vedere la regina a gambe nude.
La riluttante Bella, su consiglio della sua cameriera accetta.
Continuando con la sua tattica, il furbo artigiano costruisce prima un coccodrillo, chiedendo di poter vedere la regina a seno nudo ed in seguito un elefante d’oro, questa volta chiedendo di poterla vedere completamente nuda.
Invano la donna cerca di convincere Nahim ad accettare terreni e mandrie, così alla fine cede, promettendo vendetta.
Quando Nahim vede la regina nuda, le dice che è un vero peccato che ” la abbia alla rovescia “; la regina, incredula, prende uno specchio che ovviamente riflette l’immagine al contrario e si convince così di non essere normale.
Nahim con le sue arte seduttive, convincerà la regina di averla riportata alla normalità e ben presto diverrà lo sposo di Bella.
Il secondo episodio, chiamato “Guarigione di una pazza per gli uomini“, vede protagonista un giovane di un villaggio, Malì, sposato ad una insaziabile ninfomane che va a letto con tutta la popolazione maschile del villaggio e poi, per non far torto al marito ogni volta che lo fa becco va a letto con lui.
Quando nella sua casa arriva un amico che non lo riconosce più tanto il povero Malì è consumato dall’inesauribile fame di sesso della donna, Malì ormai alla disperazione chiede all’amico di aiutarlo.
Così il giovane sparge in giro la voce che la donna, quando è a letto con un uomo, gli taglia l’attributo virile.
La donna viene convinta dal furbo giovane a immergersi in un fiume che a sua detta ha proprietà miracolose, ovvero spegne il desiderio verso gli uomini.
Da quel momento le cose tra i due coniugi ritornano normali.
Nel terzo episodio, “Gli amanti puniti“, un pescatore, convinto a ragione che sua moglie abbia un’amante, si finge cieco.
Da quel momento riesce a castigare duramente l’adultera, beffando l’amante (orinandogli addosso, bastonandolo con la scusa di aver sentito un serpente ecc.); sempre fingendosi cieco, smaschererà l’amante della moglie facendolo passare per un assassino e facendolo di conseguenza giustiziare.
Naturalmente, subito dopo la morte dell’uomo, riacquisterà la vista a suo dire “grazie ad una pozione miracolosa di un grande stregone”.
Il quarto e brevissimo episodio si intitola “Vendetta di prostituta“, e narra le vicende di una prostituta che si vendica ferocemente dei potenti del villaggio radunandoli a casa sua a mezzanotte, promettendo ad ognuno di loro una notte d’amore all’insaputa l’uno dell’altro. Gli uomini fuggiranno via nudi dalla casa della donna, coprendosi di ridicolo.
Il quinto episodio, “Che cosa non ha fatto“, racconta le gesta dell’aitante Simoa che si traveste da donna per entrare nella casa dell’uomo più ricco e influente del villaggio.
Naturalmente grazie al suo travestimento, riuscirà a godersi le grazie della moglie e delle giovani figlie dell’uomo.
Per sei settimane Simoa si congiungerà per sei notti alle sei figlie della coppia e alla fine riuscirà anche a farsi sposare dal padrone di casa!
Nell’ultimo episodio, un giovane finge di accoppiarsi con un’asina mentre sta passando una coppia composta da un agricoltore anziano e dalla sua giovane moglie.
Alle rimostranze dell’anziano che lo rimprovera di fare certe cose in pubblico e con un animale, il giovane risponde che è l’unico modo per eliminare i bruciori dell’asina.
La furba moglie dell’agricoltore finge così di avere lo stesso problema e convince il marito a rivolgersi al giovane per guarire.
Naturalmente il furbacchione si farà pagare la prestazione, e alla fine dopo aver vagabondato per i villaggi, ottenendo con furbizia sesso e cibo, riuscirà con uno stratagemma a conquistare una bella ragazza e ne farà la sua sposa.
Il decamerone nero è un decamerotico che non si discosta dalla media della produzione di questo particolare genere cinematografico; tuttavia ha qualche elemento di novità, costituito in primis dall’ambientazione che diventa esotica e non legata al tradizionale medioevo e sopratutto per l’utilizzo di attori esclusivamente di colore per l’interpretazione dei vari personaggi delle 6 novelle (non 5 come riportato dai vari siti)
Uscito nel 1972, quindi in pieno boom del fenomeno decamerotico per la regia di Piero Vivarelli, Il decamerone nero si basa su sei novelle differenti tra loro, anche se le più importanti ( e se vogliamo le migliori) restano la prima e l’ultima.
Il prodotto finito è di medio livello, superiore ad esempio alla media di molte produzioni, anche se siamo sempre nell’ambito del cinema di genere, quindi senza grosse ambizioni e senza nemmeno grosse pretese.
A dare un tocco di originalità c’è l’utilizzo di un cast di assoluti sconosciuti, quasi che Vivarelli avesse voluto copiare lo stile del Decameron pasoliniano: naturalmente qui siamo ad un altro livello, le storie sono fini a se stesse e non hanno quella ricercatezza, quella tematica di fondo anticlericale e gioiosamente popolare che aveva il film di Pier Paolo Pasolini.
Tuttavia si gustano storie che in qualche modo fanno sorridere per la loro ingenuità, storie che sono ambientate in villaggi pseudo africani e che prendono benevolmente in giro riti e superstizioni degli africani stessi.
L’unica attrice conosciuta è Beryl Cunningham, che interpreta la regina Bella: tutti gli altri sono dei carneade che però fanno il loro dovere, donando al film una patina surreale ma abbastanza fedele allo spirito del racconto.Vivarelli, autore fra l’altro di film come Il dio serpente, è un onesto mestierante e nulla più, ma quantomeno in questo film non utilizza a piene mani volgarità e lazzi gratuiti preferendo puntare su storie ingenue ma con un loro fascino.
Così alla fine se non si resta di certo entusiasti, non si può recriminare su molto avendo passato due ore tutto sommato piacevoli.
Qualche nudità scontata, la bella Cunningham, una buona fotografia e qualche location selvaggia sono i punti di forza del film.
Per passare due ore senza riflettere e senza annoiarsi eccessivamente.
Il decamerone nero, un film di Piero Vivarelli. Con Beryl Cunningham, Djbril Diop, Serigne N’Diaye, Jacqueline Scott Erotico, durata 100 min. – Italia 1972.
Beryl Cunningham–La regina Bella
Djbril Diop
Josy McGregor
Serigne N’Diaye
Jacqueline Scott
Yusussapha Ba
Isabelle Diallo
Fatou Diame
Gonzales
Dauda M’Baye
Issa Niang
Line Senghor
Regia:Piero Vivarelli
Sceneggiatura: Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Carlo Reali
Musiche: Griot Bana Cissokho, Luciano Michelini
Formato: Cinescope Eastmancolor
La montagna del dio cannibale
Susan Stevenson, affascinante moglie del professor Harry Stevenson parte per un’isola della Nuova Guinea alla ricerca del marito, scomparso durante l’esplorazione dell’isola; il professore era alla ricerca di una montagna venerata dalle tribù locali come sacra, ma difesa anche come luogo assolutamente tabu.
Ad accompagnare Susan c’è Arthur Weisser ,suo cognato e un amico di Harry, il Professor Edward Foster
I due, arrivati in Guinea, assoldano delle guide e portatori locali per attraversare la foresta che conduce all’impervia montagna; il viaggio è ovviamente irto di pericoli, essendo la giungla popolata da animali feroci e sopratutto da temibili indigeni che si dice siano anche cannibali.
Dopo un’estenuante marcia, il duo raggiunge una missione, presso la quale vive Manolo, un medico idealista che ha scelto di rimanere con la popolazione locale per rendersi utile.
Convinto il riluttante medico ad accompagnarli nella spedizione, Susan con Arthur e Edward si inoltrano sempre più nella giungla, dove ben presto accadono fatti sconvolgenti.
Muore Arthur (per colpa di Edward), muoiono alcuni portatori e infine il gruppo restante viene attaccato dalla tribù indigena dei Puca, che difende con ferocia l’accessibilità alla montagna.
I tre vengono fatti prigionieri, e Manolo apprende che in realtà Susan e Edward non sono alla ricerca del professor Harry (che è morto per opera dei Puca), bensi della mappa della località che custodisce un ricchissimo tesoro, un giacimento di uranio.
Alla fine, Edward verrà mangiato dagli indigeni mentre Susan, venerata come una dea, riuscirà a salvarsi grazie a Manolo, e dopo l’ovvio pentimento ripartirà verso la civiltà in compagnia del medico.
Cannibal movie diretto da Sergio Martino nel 1978, nel periodo in cui si affermò il genere che ebbe le sue vette migliori grazie a Deodato e Lenzi, rispettivamente con Cannibal holocaust e Mangiati vivi, La montagna del dio cannibale è un prodotto discutibile, fiacco e diciamolo pure abbastanza noioso.
Il tutto nonostante le solite scene splatter che caratterizzarono queste discutibili produzioni, piene zeppe di orrori e sopratutto di barbare uccisioni di animali dal vivo, operate sia dall’uomo sia dagli animali stessi.
C’è la classica morte della scimmietta inghiottita dal serpente, il solito coccodrillo sventrato e altre scene girate dal vivo che furono caratteristica peculiare del genere cannibal movie giustificate secondo la logica delle varie produzioni dalla necessità di mostrare la vera natura della giungla, le sue leggi feroci ecc.
In pratica il tutto si riduceva invece ad una ben triste documentazione di orrori spesso causati proprio dalle varie produzioni, ma questo è un discorso già affrontato, per cui non ci ritorno su.
Il film, come già detto, è privo di una sceneggiatura accettabile e sopratutto è interpretato malamente dagli attori protagonisti, quasi gli stessi fossero consapevoli della pochezza della storia da loro interpretata.
Ursula Andress, bellezza ormai quasi al tramonto, porta in giro per il film un’espressione stereotipata da bella borghese con la puzza sotto il naso incapace di capire quello che accade sotto i suoi occhi; ben di peggio fa Stacy Keach che risulta assolutamente incredibile e monocorde nella versione “cattiva” del solito Giuda interessato ai soldi piuttosto che alla salvezza di un amico.
Piatta anche la recitazione di Claudio Cassinelli, svogliato e anche lui poco convinto ( e convincente) nei panni del provvidenziale salvatore.
Sergio Martino, autore di alcune pregevoli opere come il poker servito tra il 1971 e il 1973 costituito dai thriller Lo strano vizio della Signora Wardh,La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, gira il film da mestierante, con discreta mano ma senza alcun lampo di genio.
Manca il ritmo, manca la sceneggiatura e sopratutto l’elemento splatter, che poteva essere l’unico rimedio per carpire l’attenzione dello spettatore è limitato alla parte finale del film, escludendo le citate immagini choc con protagonisti gli animali.
Ursula Andress è Susan Stevenson
Assistiamo ad un’evirazione, a scene di cannibalismo e poco altro: latitando una storia credibile supportata da una recitazione adeguata, alla fine del film resta solo il ricordo di una monotona passeggiata nelle foreste della Guinea, qualche nudo della Andress peraltro castigato e poco più.
Il guaio è che il genere cannibal movie era uno dei più ripetitivi in assoluto, visto che si basava esclusivamente su alcuni elementi fondamentali, come le scene splatter, i soliti cattivissimi cannibali e le bellone semi discinte catturate e spesso o venerate come dee oppure destinate alla violenza carnale delle varie tribù.
Credo di poter tranquillamente sconsigliare la visione di questo film anche per evitare di addormentarsi sulla poltrona per colpa della soporifera dei fratelli De Angelis, qui ai minimi storici della loro produzione.
La montagna del dio cannibale,un film di Sergio Martino. Con Ursula Andress, Claudio Cassinelli, Antonio Marsina, Franco Fantasia,Stacy Keach-Horror, durata 90 min. – Italia 1978
Ursula Andress: Susan Stevenson
Stacy Keach: Edward Foster
Claudio Cassinelli: Manolo
Antonio Marsina: Arthur
Franco Fantasia: padre Moises
Lanfranco Spinola: console
Carlo Longhi: il pilota
Luigina Rocchi: Sura
Regia Sergio Martino
Soggetto Cesare Frugoni, Sergio Martino
Sceneggiatura Cesare Frugoni, Sergio Martino
Produttore Luciano Martino
Casa di produzione Dania Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Effetti speciali Paolo Ricci
Musiche Guido e Maurizio De Angelis
Scenografia Massimo Antonello Geleng
Costumi Massimo Antonello Geleng
Trucco Adalgisa Favella, Franco Freda
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Realizzato nel pieno del filone cannibalico, pur se in anticipo sul granitico ed inarrivabile Cannibal Holocaust (datato 1979), si configura -per l’abbondante dose di estrema violenza (emersa soprattutto dall’edizione UNCUT circolata in DVD) – come la più eccessiva (graficamente parlando) regia di Martino. La durezza del plot e di conseguenza delle scene splatter è rarefatta in favore del garbo stilistico, che impone nel cast attori come Cassinelli, Stacy Keach ed Ursula Andress (quest’ultima non timorosa di fronte al nudo “di necessità”).
Questi cannibali hanno ben poco appetito e ciò si ripercuote sulla pellicola, che decolla solo nella parte finale, dove un’estirpazione di budella e un’evirazione ravvivano il tutto, ricordandoci che i “simpatici” indigeni in questione sono cannibali. Oltre a questo, anche la Andress cosparsa di una sorta di caramello contribuisce a riaccendere un po’ di interesse che, col passare dei minuti, era venuto meno, dovendo sorbirsi le solite camminate in giungla, con annesse leggende e qualche morticino qua e là (bell’attacco di coccodrillo con braccio strappato). Vedibile, ma nulla più.
Film esotico-avventuroso, con ampie escursioni antropofagiche, che contende a Cannibal Holocaust la palma di proto cannibal movie. La storia non è certo un granché ed anche la regia di Martino è piuttosto fastidiosa ed esecrabile soprattutto quando indulge in maniera sadica, morbosa e soprattutto gratuita e compiaciuta, in particolari di estrema violenza (vedi la scena del serpente che azzanna il babbuino) che si potevano tranquillamente evitare. In ogni caso assolutamente inferiore al film di Deodato.
Cannibal movie targato Sergio Martino, regista che nel passato ci ha regalato qualche prodotto dignitoso. Questa volta il disastro è totale: non basta certo la bellezza di una non più giovanissima Ursula Andress a rendere accettabile la pellicola. Personaggi improbabili, storia inesistente, recitazione insufficente: sono questi i dati salienti del film. Solo per gli amanti del genere.
Pellicola noiosa, probabilmente realizzata in fretta e furia per sfruttare il filone in voga nel periodo. Una vicenda che rimane sospesa a metà tra l’avventura e il violento, senza dare spunti a nessuno degli accoliti dei due generi. Molte lungaggini con poco senso, prestazioni degli attori da non rimarcare. La stessa Ursula Andress si limita a svolgere il compitino.
Escursione di Martino nel filone cannibal, in quel periodo particolarmente florido. Si nota che il film è stato fatto più per motivi economici che artistici, tuttavia l’indubbia professionalità di Martino e un cast di tutto rispetto favoriscono la riuscita di questa pellicola. Non mancano le classiche scene di animali che mangiano altri animali, così come parecchie sequenze trucide con protagonisti i cannibali (il tipo evirato su tutte). Ursula Andress ancora statuaria, locations d’effetto, azione ben dosata. Curiosa la presenza di un nano.
Martino è un regista visivamente troppo raffinato per cedere alle lusinghe di un vero e proprio cannibal movie: il film infatti è più adventure che cannibal, si diverte di più a fotografare una natura incontaminata e le grazie della Andress: esotismo ed erotismo. La sequenza finale (quella prettamente cannibal) è un po’ troppo simile a quella della grotta di Ultimo mondo cannibale; di suo ci mette tre scene sessualmente spinte (sesso etero, autoerotismo e sesso con animali) visibili solo nella versione integrale.
Il film, pur non raggiungendo le vette di quelli di Deodato e Lenzi, risulta godibile (grazie anche ad un master audio\video Noshame eccezionale). La cosa che salta subito agli occhi sono le location, veramente splendide. Per il resto ci troviamo davanti più ad un film d’avventura che ad un cannibal movie.
Il grande Sergio Martino, durante un festival, raccontò della fatica fatta per girare questo film: lui portava la responsabilità dell’opera ed i portatori tutti gli attrezzi! Comunque si raggiunge un buon risultato, fatte salve le solite, inutili e odiosissime scene di uccisioni di animali provocate, che effettivamente dal Martino non mi sarei aspettato (ma il mercato è il mercato, nel bene e nel male, come in questo caso!). Molto belli i paesaggi ed impeccabile, come sempre, la regia. Ursula Andress è nudissima, ma ho visto una vhs italiana censurata, purtroppo.
Film cannibalesco con i soliti stereotipi: evirazioni, animali che si mangiano l’un l’alro, budella estirpate etc. Non so cosa abbia in più o in meno rispetto ai vari Cannibal Holocaust o Mangiati vivi! I De Angelis hanno fatto di meglio, ma la loro musica non è troppo male, anzi. Discreti gli attori.
Uno dei pochi cannibal-movie con una morale ben trasmessa, mediante una trama coinvolgente e poco banale. La pecca di queste opere sta nel cimentarsi in un genere troppo “realistico” di fronte alle insidie della natura (vedi i duelli fra gli animali) e lo splatter gratuito dei cannibali che banchettano. Salvabile.
Una natura incontaminata e per certi versi affascinane e pericolosa, uno script banalotto ma con una messa in scena decente e la bellezza procace di Ursula Andress, questi gli ingredienti di un film con delle sequenze che oggi (per fortuna) non si potrebbero più realizzare – in stile Cannibal holocaust. Difficilissima da digerire la scena della scimmietta che cerca di divincolarsi dalla bocca del grosso serpente, per il resto la pellicola è rivolta prettamente agli appassionati del genere.
Dei Martino adventure è forse quello meno riuscito (insieme al Fiume del grande caimano) e manca totalmente la “follia” di quel cult che è L’isola degli uomini pesce. Il tema cannibal è piuttosto sottotono, quasi messo a forza, con le poche scene rintegrate, poi, in Mangiati vivi. Restano una buona presa spettacolare (buono l’attacco del coccodrillo), la Andress pittata e con un corpo ancora da favola e su tutti Antonio Marsina. Gli sfx sono ridicolissimi (l’evirazione fa sbellicare) e i cannibali davvero improbabili. Comunque godibile.
Tra i cannibal movie italiani è sicuramente il più “raffinato”, pur nella crudezza dei temi. La produzione è di levatura internazionale come confermano la presenza di Ursula Andress e Stacy Keach. È un mix di splendidi paesaggi esotici, una discreta trama avventurosa con concessioni alla violenza e allo splatter inferiori a quelle di prodotti simili. La regia mi è sembrata poco sicura proprio nelle scene finali quando compare l’infame tribù cannibale dei Puca e la tensione avrebbe dovuto essere al massimo: lì il film gira un po’ a vuoto.
Decisamente Sergio Martino con questo film ci stupisce. Al di là del fatto se voglia o no imitare i cannibal di Deodato, il film coinvolge non poco e ha un suo e vero e proprio significato. Pur se non è diretto tanto bene, lo spettatore riceve lo spirito d’avventura della pellicola, la quale poi si sposta nel cannibal totale dove, oltre a alle solite uccisioni di animali, c’è anche una castrazione e tanti altri particolari che non hanno fatto altro che penalizzare un film che decollava.
Se Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato è da considerare sicuramente come il capostipite del cannibal-movie italiano, questo di Martino a mio giudizio è il secondo più bello del filone. Belle le ambientazioni e molto curato in tutte le sue parti, è un film che non si dimentica assolutamente. Grande come sempre il mitico Claudione (indimenticato Raul Montalbani di Milano Violenta)
Elena si, ma… di Troia
Nel periodo che precede la guerra di Troia, Savio e Ottone sbarcano sulle coste della Grecia, provenienti dall’Etruria e in cerca di pane e divertimenti oltre che di avventure; i due vagabondi ne avranno abbastanza di avventure, a cominciare dall’incontro con la bella e infedele Elena che si trattiene sulla spiaggia con il suo amante Paride.
I due vengono così invitati a soggiornare presso la dimora di re Menelao, marito cornuto di Elena; quà i due compari approfittano abbondanemente sia della cucina del re sia delle grazie di tutte le donzelle della corte fino all’arrivo di Ulisse, il quale avendo avuto a che fare già con loro, memore della brutta esperienza li fa cacciare dalla reggia.

Elena pratica la respirazione bocca a bocca al finto svenuto Ottone
I due compari, dopo aver girovagato e campato alla giornata a spese dei polli che si fanno abbindolare da loro, finiscono per arrivare alla corte di re Priamo, nella quale ritrovano la bella Elena che è fuggita con Paride.
Dopo che Ottone ha addirittura insidiato la molto disponibile moglie di Menelao, i due compari corrono il rischio di essere giustiziati; l’arrivo della flotta achea salva loro la vita, perchè riescono a fuggire dalla città in fiamme.
Elena si ma di Troia è un film commedia, variante della serie decamerotici dalla quale riprende le gesta in qualche modo boccacesche dei protagonisti trasportando però gli avvenimenti indietro nel tempo, lontano da quel medioevo che caratterizzava l’ambientazione degli stessi.
Don Backy
A dirigere il film troviamo Alfonso Brescia, che aveva già girato qualcosa del genere nel 1971, Le calde notti di Don Giovanni , bissato l’anno successivo da Poppea… una prostituta al servizio dell’impero; poichè siamo nel periodo di massimo fulgore del genere decamerotico, il regista non fa altro che raccattare quello che trova, mettere su una sceneggiatura appena decente e dirigere il tutto senza gran dispendio di mezzi.
Quello che vien fuori è un filmetto senza capo ne coda, con dialoghi al limite del surreale corredati dalle solite gag viste mille volte; ad abbellire e ingentilire il tutto vengono chiamate due attrici di B-movies, specializzate in commediole erotiche o in decamerotici, ovvero Margaret Rose Keil, che interpreta Clitennestra e Christa Linder che presta il volto ( e principalmente il corpo) alla splendida e infedele Elena.

Christa Linder è Elena di Troia
A parte le due bellezze nordiche, il cast è assolutamente deprimente; si passa da un Don Backy a tratti indisponente ad un Peter Landers goffo e inespressivo, passando per il solito Pupo De Luca (il cornuto Menelao) a Howard Ross, sicuramente poco adatto al ruolo del playboy ( a sua volta cornuto) Paride.
Inevitabilmente diventa inutile parlare anche di scenografia o location; girato al massimo risparmio, Elena si ma di Troia è davvero al minimo sindacale in tutto e per tutto.
A dover obbligatoriamente scegliere qualcosa da salvare, si può optare per il siparietto in cui Ottone insegna ad Agamennone, fratello di Menelao, come trattare la propria insoddisfatta moglie Clitennestra, ovvero attraverso l’uso di sane sculacciate.
Naturalmente ben poco.
Cito, come un epitaffio, il giudizio lapidario del Morandini, di solito poco affidabile ma questa volta degno di menzione: “Filmaccio che prende a pretesto la guerra di Troia per contrabbandare amplessi e parolacce.”
Difficile trovare qualcos’altro degno di rilievo, se non le solite chiappe esposte o i generosi nudi della Linder, attrice sicuramente non molto espressiva ma dalle grazie assolutamente notevoli.
Elena sì, ma… di Troia,un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Pupo De Luca, Howard Ross, Peter Landers,Margareth Rose Keil,Andrea Scotti, Christa Linder, Piero Leri, Carla Mancini, Michael Forest
Comico, durata 92 min. – Italia 1973.
Don Backy … Ottone
Peter Landers … Savio
Pupo De Luca … Menelao
Margaret Rose Keil … Clitennestra
Andrea Scotti … Enea
Carla Mancini … Una cameriera troiana
Michael Forest … Agamennone
Christa Linder … Elena di Troia
Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura: Mario Amendola, Alfonso Brescia,Renzo Genta,Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Vincenzo Vanni
Produzione: Franco Calabrese
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Un anno dopo Poppea, Brescia ci riprova col duo don Backy-Landers: prende il decamerotico imperante, lo trasporta nell’antichità e ci mette un po’ di scazzottate (Caponi per Hill, mentre Landers è lo Spencer di turno). Il film però non vale il precedente: bella la Linder, ma non vale la Benussi, livello attoriale generalmente più basso e sceneggiatura tirata via. Poppea si lasciava guardare: questo, invece…
Parallelamente ai decameroni, in Italia fiorirono una serie di pellicole – in chiave di “commedia erotica” – sulla linea di rivisitazioni storiche molto vaghe. Non poteva, data la potenzialità del titolo stesso, mancare quella in oggetto. La sceneggiatura non è molto interessante (opera, oltre al solito Regnoli, di Mario Amendola, zio del più noto Ferruccio), mentre la ricostruzione storica della guerra di Troia è solo un pretesto per dare corso alle esibizioni extraconiugali della bella (e chiaccherata) Elena, interpretata con certa disinvoltura dalla “gradevole” Christa Linder.
Il formidabile titolo è, naturalmente, il “qualcosa da salvare”. Ma ci si misero in cinque, se i credits sono veritieri, per scrivere entusiasmanti calembour sul genere “mercede/Mercedes”, “Fenicia/fiducia”, “Iberia/Siberia” eccetera: un po’ troppi. Noia sovrana, recitazione esecrabile, Alessandroni che addirittura rispolvera i suoi vocalizzi per Mah nà mah nà: in breve, una troiata. Oops, ci siamo cascati…
Variante decamerotica spostata indietro di qualche millenno e a sua volta in anticipo rispetto ai cloni del futuro Caligola brassiano. Cambiando l’ordine degli addendi però il risultato non cambia: sceneggiatura cialtronesca, pretese di comicità pateticamente velleitarie, recitazione no comment. Restano ovviamente le abbondanti e non certo spiacevoli razioni di nudo e di scene erotiche, abbastanza ardite per un film italiano del ’73 e affidate alle solite Christa Linder, Margaret Rose Keil, Lea Lander. Terribile il campionario maschile
Sesso a domicilio (Ich, eine groupie)
Ancora una volta un titolo fuorviante per un film che con il sesso c’entra molto marginalmente; tradurre Ich ein groupie (Io sono una groupie) con Sesso a domicilio significa strizzare l’occhio maliziosamente ad un pubblico di guardoni, mentre il film di Erwin C. Dietrich uscito nelle sale italiane nel 1971 è tutto tranne che un film per guardoni.
Del resto la parola groupie indica molto chiaramente a cosa il regista miri, ovvero raccontare la storia drammatica di Vicky, giovane londinese che scenderà all’inferno proprio per questa sua peculiarità, essere una groupie.
Con questo termine inglese venivano “etichettate” quelle ragazze che seguivano il concerti rock e pop e che spesso diventavano fans (anche esagitate) delle rockstar ma non solo; erano tantissime le formazioni di piccola e media fama che avevano le loro groupie che alla fine assecondavano anche la vita sregolata ed eccessiva dei componenti delle band.
Accadeva quindi che una groupie diventava l’amante fissa o temporanea dell’artista, spesso eccedendo in consumo di alcolici o droghe, ma molto spesso la groupie viveva una vita assolutamente normale limitandosi a seguire i concerti o gli avvenimenti artistici del gruppo o dell’artista che amava.
Dietrich decide quindi di raccontare la storia drammatica di una di queste ragazze, divenuta groupie per caso e di seguirne le vicissitudini personali attraverso un viaggio che ben presto si trasformerà in un incubo.
Vicky infatti capita casualmente ad un concerto del chitarrista Steward West e se ne innamora perdutamente: da questo momento la sua sorte resterà legata indissolubilmente ai destini di Steward, che la inizierà anche ai piaceri proibiti delle droghe.
La ragazza infatti quando Steward si trasferisce a Berlino per lavoro, decide di seguirlo e si mette in viaggio con Vivian un’altra sua amica conosciuta casualmente.
La mancanza di soldi costringe le due ragazze a diventare spacciatrici di marjuana, cosa che avrà conseguenze gravi perchè Vicky, che nel frattempo è arrivata in Svizzera finirà per essere violentata da un gruppo di duri motociclisti (gli Hell’s angels, angeli dell’inferno).
Arrivata a Berlino Vicky verrà iniziata dall’amica Vivian all’eroina e durante uno dei viaggi allucinati provocati dall’uso della droga, vedrà il suo amato Steward in una specie di sogno.
Completamente nuda la ragazza si precipita in strada dove verrà travolta e uccisa da un auto che le sfonderà la testa.
Dalla descrizione della trama si evince che siamo di fronte ad u film ad alto tasso di drammaticità in cui il background del mondo della musica viene visto in una prospettiva molto particolare, attraverso la focalizzazione delle debolezze e dei vizi che fanno parte del mondo stesso.
Il viaggio di Vicky, iniziato per amore si trasformerà presto in un calvario che trasporterà la ragazza attraverso non uno, ma mille inferni; nulla le sarà risparmiato, dalla violenza fisica alla violenza psicologica attraverso la sperimentazione di droghe, sesso saffico, sesso violento e perfino un’esperienza di satanismo.
In tutto questo la macchina da presa agisce come un freddo bisturi, evidenziando la mancanza di valori che sembra essere caratteristica pregnante del mondo musicale.
Ma è anche una violenza sociale, è una storia che si colora di tonalità cupe ascrivibili alla mancanza di una boa di riferimento; cosa propone la società a questi giovani che sembrano rifiutare i modelli pre costruiti dalla società stessa ?
Dietrich quindi segue con piglio da documentarista l’odissea della ragazza, astenendosi dallo stigmatizzare le scelte della ragazza e limitandosi a offrire visivamente un film molto crudo anche se discontinuo.
I pregi sono da rilevare nel tono asciutto del film, poco incline a pistolotti morali mentre i difetti sono da ricercare nelle cadute di ritmo del film stesso e in qualche scena di nudo arbitraria.
Tuttavia, non avendo il film praticamente nulla di erotico, sono giustificate dalla necessità del regista di documentare la trasgressione anche sessuale del mondo che sta esplorando.
Probabilmente può nascere il sospetto, nello spettatore, di un’operazione per certi versi ammiccante all’uso smodato dello splendido corpo della protagonista, l’attrice Ingrid Steeger.
Va considerato però che il film è del 1970, che è di ispirazione teutonica e quindi proviene da un paese che aveva diversi anni di anticipo sulla morale italiana; la libertà sessuale era un fatto non solo acquisito ma anche di assoluta, totale esplicazione visiva senza secondi fini.
Ovvero, il nudo era una cosa talmente normale da essere rappresentato senza remore o tabù.
In Italia infatti il film circolò in maniera underground, senza traduzione e con sottotitoli, che sicuramente danno un taglio molto più freddo e impersonale alla pellicola.
Un film da riscoprire, per conoscere un mondo poco esplorato come quello del dietro le quinte delle band musicali degli anni a cavallo fra la fine dei sessanta e gli inizi dei settanta.
Sesso a domicilio,(Ich, eine groupie), un film di Erwin C. Dietrich . Con Ingrid Steeger, Steward West, Terry Mason Titolo originale Ich, ein Croupier. Drammatico, durata 93 min. – Germania 1971.
Ingrid Steeger … Vicky
Rolf Eden … Rolf
Vivian Weiss … Vivian
Stewart West … Stewart
Petra Prinz … Petra
Bruno Frenzel … Se stesso-musicista
Bernd Koschmidder… Se stesso-musicista
Bernd Noske … Se stesso-musicista
Reinhold Sobotta… Se stesso-musicista
Wolfgang Rumler… Se stesso-musicista
Joachim Schmidt… Se stesso-musicista
Andreas Scholz … Se stesso-musicista
Regia: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Sceneggiatura: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Prodotto da : Erwin C. Dietrich
Musiche: Walter Baumgartner, Walter Senn
Giochi erotici di una famiglia perbene
Titolo idiota per un film che di erotico non ha praticamente nulla e che andrebbe inquadrato nel filone dei gialli/thriller, non fosse per alcuni particolari, come una sceneggiatura da brividi (in senso negativo) e l’interpretazione da prima recita in un asilo infantile del protagonista Donald O’Brien che pure nel corso della sua carriera qualcosa di buono l’ha fatta.
Purtroppo quando si è costretti a recitare con un soggetto sceneggiato in maniera molto approssimativa e sopratutto quando si è diretti da un regista come Francesco Degli Espinosa che nel corso della sua carriera ha diretto (per fortuna) solo due film( l’altro dei quali è C’era una volta questo pazzo pazzo west) si corre questo rischio.
A completare il fosco quadro ci pensa Renato Polselli, autore sia della sceneggiatura sia in buona parte dell’allestimento della pellicola.
La trama, ridotta all’osso, anche perchè c’è ben poco da spiegare, racconta delle vicende del professor Rossi, stimato e irreprensibile difensore della moralità (tanto da essere anche un alto esponente della lega che vuole eliminare il divorzio dall’ordinamento sociale) che, rientrando in casa, scopre di essere becco.
La moglie ha infatti una relazione adulterina con quello che il miope professore crede essere un uomo, mentre in realtà è una donna, la bellissima Eva che è truccata con parrucca e baffi per ingannarlo.
Infatti Eva ed Elisa (la moglie di Rossi), sono in combutta; ma questo Rossi non lo sa ed avvelena la moglie per poi portarla in stato di semi incoscienza in riva ad un lago, dove la getta convinto di essersi liberato della moglie fedifraga.
In realtà Elisa non è affatto morta e ha simulato il tutto proprio con l’aiuto di Eva, che in seguito aggancia Rossi e ne diviene l’amante.
A complicare la situazione ci si mette anche la bella e un tantino sporcacciona nipote di Rossi, Barbara, che allaccia con l’uomo una relazione incestuosa.
Nel frattempo Elisa prende a tormentare Rossi fingendosi un fantasma, portando l’uomo quasi sulla soglia della pazzia.
Ma con il classico colpo di scena Riccardo Rossi scopre che la moglie è viva e che se la intende proprio con Eva e le uccide entrambe, questa volta con una pistola.
Ma l’uomo ha fatto i conti senza l’oste, la bella e perversa Barbara, che uccide lo zio e dopo aver caricato i corpi dei tre in un auto fa esplodere la stessa facendola precipitare giù per un dirupo.
Ma il castigo è in agguato…

Elisa e Eva le due complici/amanti
Come già detto Giochi erotici di una famiglia perbene già in partenza ha tutto per scoraggiare la visione del film stesso: una brutta sceneggiatura, improbabile e comunque scontata con in aggiunta la presenza in fase recitativa del rozzo e inespressivo Donald O’Brien, adattissimo a ruoli di duro nei western e inadattissimo a ruoli drammatici.
In aggiunta c’è la difficoltà di reggere il film con lo scarso cast a disposizione, che presuppone dietro la macchina da presa la presenza di un regista del calibro di Argento, Fulci o Bava.
Poichè Francesco Degli Espinosa non è nessuno dei tre, ecco il fallimento totale della pellicola in agguato, non fosse per la presenza delle due bellissime e valide protagoniste del film, Erika Blanc e Malisa Longo.
Inespressiva, nonostante la caratterizzazione da porcellina del personaggio di Barbara la recitazione di Maria D’Incoronato.
Film barboso e palloso oltre il limite di guardia, quindi; non fosse per i fugaci nudi della Blanc e della Longo che appagano almeno a livello visivo il voyeur che è in ognuno di noi, di questo film non ci sarebbe nemmeno da fare menzione.
Giochi erotici di una famiglia perbene, un film di Francesco Degli Espinosa, con Erika Blanc, Malisa Longo, Maria D’Incoronato, Donald O’ Brien Giallo Italia 1975

Donald O’Brien … Professor Riccardo Rossi
Erika Blanc … Eva
Malisa Longo … Elisa Rossi
Maria D’Incoronato … Barbara
Regia : Francesco Degli Espinosa
Sceneggiatura: Renato Polselli
Soggetto: Renato Polselli
Musiche: Felice Di Stefano,Gianfranco Di Stefano
Editing: Roberto Colangeli




















































































































































































































































