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Il sorriso del grande tentatore

Il sorriso del grande tentatore locandina 1

Allo scrittore italiano Roberto Solina arriva una richiesta di aiuto abbastanza inusuale; si tratta dell’invito del prelato polacco Monsignor Badenski che gli chiede di scrivere una memoria difensiva che gli permetta di spiegare le sue attività e il suo pensiero alle autorità ecclesiastiche che lo stanno giudicando.
Monsignor Badenski è ospite di un istituto religioso retto con dura disciplina da Suor Geraldine, alle prese da un lato con altri ospiti dell’istituto (tutti da prendere con le molle), dall’altro con dure esigenze di bilancio e di obbedienza ai suoi superiori.
Solina conosce così i vari ospiti, tutti molto differenti tra loro ma accomunati dalla necessità da parte delle autorità religiose di tenere separati gli stessi dalla comunità civile.

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Conosciamo così Marcos, anziano prelato confinato nell’istituto per aver sposato la causa dei patrioti cubani e di Fidel Castro, il leader comunista e ateo; il professor Villa considerato un eretico per le sue idee ortodosse, Ottavio Ranieri di Aragona nobile e principe messo da parte e nascosto alla vita sociale per essersi innamorato di sua sorella, Emilia Contreras (che amministra l’istituto stesso) accusata di aver fatto uccidere suo marito da un guerrigliero del suo paese del quale si era innamorata.
E ancora Monsignor Badenski stesso, accusato di aver collaborato con il partito nazista.

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Gabriele Lavia è Ottavio, Adolfo Celi padre Morelli

Il gruppo si ritrova sotto la guida spirituale della rigida suor Geraldine, che li tratta come peccatori da ravvedere usando gli strumenti più rigidi della religione, come il digiuno e la mortificazione del corpo in aggiunta ad una sorta di terapia di gruppo nella quale è aiutata da un altro prelato, Monsignor Morelli.
L’universo dei rinchiusi, come potremmo definirli, visto che non sono arbitri delle proprie vite nonostante suor Geraldine si affanni a dichiarare la loro assoluta libertà allo scrittore Solina, vive quindi un’esistenza monotona scandita dalle regole dell’istituto stesso.

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Ma gli ospiti convivono con i loro sensi di colpa, che sono presenti in essi in maniera più o meno evidente: la presenza di Solina altera l’equilibrio precario degli stessi, perchè l’uomo ha una coscienza critica sviluppatissima, da laico che guarda con fredda oggettività alla situazione del gruppo eterogeneo con cui è venuto a contatto.
Le contraddizioni delle varie personalità esplodono in maniera differente; il principe Ottavio, consumato dal senso del peccato che non gli appartiene, perchè lui sente amore vero per sua sorella, l’amore terreno e carnale, romantico e passionale ma condannato dalle leggi della morale alla fine sceglie di risolvere i suoi problemi con l’unica via di fuga che gli resta, il suicidio.

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Claudio Cassinelli è Roberto

Poco alla volta i vari “pensionanti” scelgono di allontanarsi da quel luogo, quasi siano riusciti a prendere coscienza del loro stato.
Va via Marcos, l’uomo che credeva davvero nella rivoluzione dei barbudos e va via anche Badenski che in realtà non è colpevole ma che ha cercato in ogni modo di salvare delle vite.
Emilia si lega morbosamente a Solina, ma alla fine lo abbandona.
E quando Solina torna nell’istituto per chiedere spiegazioni alla donna, ha l’amara sorpresa di ritrovare tutti i vecchi ospiti ritornati all’ovile.
L’istituto è per loro ormai l’unica casa rimasta e fuori da esso si sentono persi.
La società civile sembra a loro aliena e senza le ali protettrici della chiesa, delle sue regole, di suor Geraldine non sanno ormai più vivere, quasi fossero degli uccelli in gabbia rinchiusi da tanto di quel tempo da non saper più volare all’esterno.
Il condizionamento morale e psicologico delle regole ecclesiali ha quindi vinto anche sul senso di libertà, sul libero arbitrio di ognuno di loro.
Così Roberto Solina capisce che i suoi tentativi di risvegliare un minimo di coscienza individuale in loro è perfettamente inutile e dopo aver rifiutato ovviamente di entrare a far parte del gruppo, lascia quel posto angoscioso e appena all’aperto si reca ad una fontana per dissetarsi lungamente, quasi a simboleggiare il bisogno di pulizia che si è impadronito di lui.

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Glenda Jackson

Il sorriso del grande tentatore, opera di Damiano Damiani datata 1973 è un coraggioso anche se imperfetto tentativo di denunciare l’abbraccio mortale della chiesa e della sua morale verso chi tenta solamente di provare a vivere e ragionare con la propria testa.
Coraggioso perchè denuncia con forza, attraverso i dialoghi e le immagini dei poveri reclusi dell’istituto usando un linguaggio espressivo ben dosato e calibrato, imperfetto perchè realizzato attraverso l’introduzione di troppi personaggi che finiscono per appesantire il tutto e renderli meno concreti e più indistinti. Le varie psicologie sono per forza di cose affrontate con troppa superficialità, essendo i vari protagonisti portatori di storie dolorose e meritevoli di maggior approfondimento.
Ma se questo è un limite, non inficia di certo il risultato finale, che è robusto e interessante, di grande vigoria e ben calibrato.

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Ely Galleani

Damiano Damiani, uno dei registi più coraggiosi e impegnati del cinema italiano, affronta dopo lo scottante tema della mafia (Il giorno della civetta, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica), quello della giustizia imperfetta (L’istruttoria è chiusa: dimentichi), quello della giustizia fascista ipocrita e perbenista che condanna l’innocente Girolimoni solo perchè il regime non può mostrarsi fallace, affronta dicevo un tema scomodo come quello della libertà di coscienza di fronte alle leggi ferree della dottrina religiosa.
Lo fa attraverso un linguaggio non velleitario, che lascia il segno pur nei limiti sopra evidenziati.
Lo fa con un film robusto e ben congegnato nel quale si mette in mostra un sorprendente Claudio Cassinelli che riveste i panni dello scrittore Roberto Solina laico e illuminista contrapposto alla logica spietata, tutta di parte di suor Geraldine interpretata splendidamente da Glenda Jackson. E Damiani deve ringraziare anche gli attori co protagonisti del film, come l’ottimo Gabriele Lavia che tratteggia splendidamente la dolente e drammatica figura del principe Ottavio Ranieri d’Aragona che sceglierà coscientemente di porre termine alla sua vita consumato dai sensi di colpa per l’amore provato nei confronti della sorella Alessandra, la brava Sara Sperati.
Ancora, da citare le ottime prove di Arnoldo Foa (il dolente monsignor Badensky), di Adolfo Celi nei panni dell’aiutante di suor Geraldine padre Borelli, e infine la presenza garbata di Ely Galleani nel ruolo della fidanzata di Roberto.
Citazione e menzione per Lisa Harrow, la dolente Emilia Contreras, donna incapace di sfuggire al suo passato e che più di tutti sembra aver bisogno dell’abbraccio mortale di Santa Madre Chiesa.

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Glenda Jackson è Suor Geraldine, Lisa Harrow è Emilia Contreras

Il sorriso del grande tentatore è un film presso che invisibile sui circuiti televisivi per cui se riuscite a trovarne copia sul web godrete della visione di una pellicola che sicuramente non vi deluderà.
In ultimo cito l’imbarazzante recensione dell’ineffabile Morandini : il giudizio che riporto la dice tutta sul modo in cui l’enciclopedia cinematografica ahimè più diffusa vede (in maniera parziale e preoccupante) molte opere degne di ben altro rilievo da parte dei suo recensori.
Recita il Morandini: “Scontro simbolico – con finale alla pari – tra la superiora di un convento e il diavolo nei panni di un giovane scrittore. Rapporti tra Chiesa e nazismo, psicanalisi di gruppo, incesto, affarismo ecclesiastico e chi più ne ha più ne metta. Film ambizioso pieno di motivi non sempre approfonditi. Curiosa incursione di D. Damiani nella tematica spiritualista: un tentativo di volo con molto piombo nelle ali.”
A voi la sentenza, come giusto sia.

Il sorriso del grande tentatore, un film di Damiano Damiani. Con Adolfo Celi, Glenda Jackson, Claudio Cassinelli, Lisa Harrow, Arnoldo Foà, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Eduardo Ciannelli, Eleonora Morana, Fabrizio Jovine, Gabriele Lavia, Nazzareno Natale, Carla Mancini,Ely Galleani
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974.

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Claudio Cassinelli: Roberto Solina
Glenda Jackson: suor Geraldine
Lisa Harrow: Emilia Contreras
Arnoldo Foà: monsignor Badensky
Adolfo Celi: padre Borelli
Gabriele Lavia: principe Ottavio Ranieri d’Aragona
Francisco Rabal: vescovo Marquez
Duilio Del Prete: monsignor Salvi
Ely Galleani: fidanzata di Roberto
Rolf Tasna: monsignor Meitner
Sara Sperati: Principessa Alessandra Ranieri d’Aragona
Margherita Horowitz: Madre del principe Ottavio

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Regia     Damiano Damiani
Soggetto     Damiano Damiani
Sceneggiatura     Damiano Damiani, Audrey Nohra, Fabrizio Onofri
Produttore     Anis Nohra
Casa di produzione     Euro International Film
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Peter Taylor
Musiche     Ennio Morricone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Notevole, con grandi presenze (Jackson, Harrow, Foà e Celi fanno sparire un Rabal di maniera), al punto che forse lo fanno sembrare ancor meglio di quello che è, con grande, originale colonna di Morricone. Regia sicura (ricca di pietà verso tutti) nel narrare il conflitto fra una non funzionante e moderna tolleranza ed una fideistica, ortogonale religiosità, che si rivela vincente (con tanto di “Inno alla gioia”) in un modo che lascia stupefatto Cassinelli, che qua e là sia atteggia a belloccio. Lisa Harrow, opima e lattea, è di raro fascino.

Lo scrittore Rodolfo Solina (Claudio Cassinelli) viene -quasi a forza- ingaggiato da Monsignor Badensky (Arnoldo Foà) per redigere un memoriale contro il comunismo a vantaggio della posizione cattolica pro-fascista. Ospitato in un istituto liturgico, l’uomo viene in contatto con personalità dissociate, sovente al limite tra solennità e peccato. L’espiazione, la sofferenza, la privazione: sono elementi radicati e imposti dalla severa rettrice del sacro luogo. Doloroso viaggio, tra chiaro-scuri (le scenografie con predilizione di grigio non sono casuali) lungo binari di umana povertà spirituale.

Conventuale e tortuoso, dominato da un incombente senso di peccato e di colpa e dalla ricerca di una falsa redezione all’interno delle mura ecclesiastiche. Scenografie claustrofobiche (solo nel finale c’è uno spiraglio d’aria fresca, conferito anche dal volto radioso della Galleani), eccellente score sincopato di Morricone e validissime prove di tutti gli attori: dalla severa Jackson al “Grande tentatore” Cassinelli, dall’ortodossia di Celi e Ribulsi alle eresie di Foà e Rabal, passando per il teatrale Lavia.

Insolito, curioso, magnetico, imperfetto ma interessantissimo film di Damiani, che mette sul tavolo tantissimo temi (forse troppi) e che, pur non essendo perfettamente riuscito, ha il pregio di catturare non poco l’attenzione dello spettatore, grazie ad un alone di mistero che si mantiene costante per tutta la pellicola, fino ad arrivare al ribaltamento finale che è degno di nota. “Ricco” il cast che fornisce una bella prova. Strepitosa la colonna sonora di Morricone. Immeritatamente sconosciuto, è una tappa intrigante di un bravo regista nostrano.

Molto interessante. Una storia sicuramente non banale che affronta, anche se non sempre in maniera adeguata, molti temi senza dubbio intriganti. Alcuni passaggi potrebbero lasciare insoddisfatti, ma il film è coraggioso e originale. Ottima la confezione, con una buona fotografia, un’ottima regia e una notevole colonna sonora di Morricone, che ancora una volta utilizza il coro in maniera geniale. Cast eccellente

Ambiguo ma (o forse proprio per questo) molto interessante, anzi direi perfino sconvolgente, assolutamente inusuale. La presenza di uno scrittore in un convitto religioso porta a galla e fa esplodere le contraddizioni e i tormenti dei vari personaggi, tutte persone dalla religiosità sofferta e con un passato pesantissimo. Anticlericale? Forse solo ad una lettura superficiale. Grande cast, ottima, al solito, la regia di Damiani. Da riscoprire e analizzare a fondo.


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Il sorriso del grande tentatore locandina 2

Maggio 21, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | 2 commenti

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio

Occhio malocchio prezzemolo e finocchio locandina

Commedia all’italiana del 1983 diretta da Sergio Martino e strutturata in due episodi.
Il primo, Il pelo della disgrazia, narra le vicissitudini di Altomare Secca (Lino Banfi) che ha problemi di vario ordine, sia sul lavoro dove ha come collaboratrice una ragazza svampita, sia a casa con una moglie che vive in pratica incollata alla tv divorando quantità industriali di telenovelas e con una figlia fidanzata ad un giovane a metà strada tra il punk e il lavativo.
Le cose per Altomare sembrano andare malissimo, ma subiscono un’ulteriore accelerazione verso il peggio quando viene a stabilirsi nell’appartamento di fronte al suo Corinto Marchialla, un distinto signore sulla sessantina con una moglie splendida, Ludovica.

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Lino Banfi con Dagmar Lassander

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… e con Mario Scaccia

Il superstizioso Altomare, a cui capitano ormai disavventure come al biblico Giobbe, attribuisce le disgrazie al nuovo venuto; sarà un mago a predire all’uomo la fine dei suoi guai se riuscirà ad estirpare al malefico vicino un pelo che l’uomo ha sul petto.
Da quel momento iniziano una serie di divertenti vicissitudini per Altomare, che è anche oggetto di attenzioni dalla splendida Ludovica: l’uomo rinunecrà ad un appunamento galante pur di poter togliere il pelo famoso dal petto di Corinto.
Ci riuscirà alla fine, rasando completamente il petto dello sfortunato Corinto che non è affatto la causa delle disgrazie di Altomare.
Infatti, come scoprirà con costernazione, la responsabile di tutto è la domestica di casa Secca, una praticante ridi voodoo…

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Paola Borboni

Il secondo episodio, Il mago, vede protagonista uno scalcinato maghetto di periferia, Gaspare Canestrari, che per sopravvivere mette in scena spettacoli indecorosi.
L’uomo è talmente mal ridotto da dover accettare ospitalità dalla sua fidanzata e da suo cognato, ma le cose per lui cambiano un giorno mentre sta passando sotto il balcone della Marchesa De Querceto.

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Anna Kanakis e Johnny Dorelli

La donna, molto anziana, attratta dalla sua voce lo fa entrare nella sua stanza da letto, dove fa bere a Gaspare una pozione che a suo dire lo trasformerà in un mago potentissimo in cambio di un semplice gelato al pistacchio.
Lo scettico Gaspare ben presto deve ricredersi, perchè si trasforma in un autentico mago capace di vari prodigi.
Il sortilegio tuttavia svanirà per incanto alla morte della Marchesa; preso dalla sua fama e dal successo Gaspare ha dimenticato di comprare il famoso gelato e i suoi poteri svaniscono nel momento peggiore, durante una diretta tv nella quale si appresta a sfidare il mago Silvan…
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio è una commedia di sufficiente livello, con due episodi però molto diseguali come ritmo e divertimento. Se il primo, Il pelo della disgrazia vede protagonista un irresistibile Lino Banfi, autentico alfiere di un certo tipo di comicità in bilico tra una dose tollerabile di volgarità e una maschera espressiva di consumata abilità, il secondo vede protagonista un Johnny Dorelli poco ispirato e molto a disagio con una storia peraltro confezionata in fretta e furia.

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Milena Vukotic

Nel primo episodio sono esilaranti le varie vicissitudini del povero Altomare, che sembra calamitare attorno a se tutte le negatività possibili e immaginabili; come non restare attoniti per esempio di fronte alle mancate avventure con due donne del calibro di Janet Agren e Dagmar Lassander? Oppure come restare indifferenti di fronte alla reazione di Corinto-Mario Scaccia che si risveglia con il torace completamente rasato da Altomare, alla ricerca del pelo maledetto?

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A ciò si aggiunga anche la presenza di ottimi comprimari come le citate Lassander e Agren, oltre alla sempre bravissima Milena Vukotic e a quella della simpatica salentina Gegia.
Menzione d’onore per Mario Scaccia, grandissimo attore di teatro che si diverte un mondo nel ruolo del luciferino Corinto, in realtà assolutamente innocente dall’accusa di essere un menagramo.
L’episodio con protagonista Dorelli ha qualche momento ilare, per merito della grande Paola Borboni che bestemmia come un carrettiere e che caratterizza da par suo il personaggio della Marchesa.
Bello anche lo schetch con protagonista una giovane Anna Kanakis nei panni di una donna che quando bacia o ha rapporti sessuali emana fortissime scariche elettriche.
Film da serata di svago che può valere una visione.

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Renzo Montagnani

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Dagmar Lassander

Occhio malocchio prezzemolo e finocchio, un film di Sergio Martino. Con Janet Agren, Johnny Dorelli, Lino Banfi ,Milena Vukotic, Dagmar Lassander,Anna Kanakis, Renzo Montagnani, Paola Borboni,Mario Scaccia Adriana Russo.Commedia, durata 119 min. – Italia

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Episodio 1, Il pelo della disgrazia

Lino Banfi: Altomare Secca
Milena Vukotic: Giovanna Secca
Janet Agren: Helen
Gegia: Mariella Secca
Elisa Kadigia Bove: Jenny, la governante
Dagmar Lassander: Ludovica Marchialla
Mario Scaccia: Corinto Marchialla
Luigi Costa Uzzo: Il Commissario
Bruno Rosa: Bruno. il commesso
Franco Javarone: il Re dell’Occulto
Andrea Azzarito: Carluccio
Jessica Leri: Commessa negozio
Dino Cassio: Ispettore torinese

Episodio 2, Il mago

Johnny Dorelli: Il Mago Gaspar
Paola Borboni: Marchesa De Querceto
Mario Brega: Alberigo
Franco Solfiti: Presentatore gara dei maghi
Ugo Bologna: Commendatore Raggiotti
Nicoletta Pietrasanti: Aiutante mago
Renzo Montagnani: Cavaliere Aldovrandi
Roberto Della Casa: un cliente del Mago
Silvan: sé stesso
Adriana Russo: la moglie di Gaspar
Anna Kanakis: una cliente del Mago
Calogero Caruana: Provocatore del Mago
Luigi Leoni:Artemio

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Regia     Sergio Martino
Soggetto     Franco Bucceri, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Franco Verrucci
Sceneggiatura     Mario Amendola, Franco Bucceri, Bruno Corbucci, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Sergio Martino, Franco Verrucci
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Eugenio Alabiso
Musiche     Guido De Angelis, Maurizio De Angelis

Maggio 20, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento

Pensione paura

Pensione paura locandina

Siamo sul finire della Seconda guerra mondiale, la località è un luogo imprecisato in riva ad un lago.
Marta gestisce una pensione con l’aiuto della figlia adolescente Rosa in attesa che torni suo marito dalla guerra; l’uomo è un pilota, ma da tempo non risponde più alle lettere d’affetto che la figlia continua ostinatamente a spedirgli.
Per le due donne la vita nella pensione è dura e non priva di rischi; da una parte c’è la solitudine e l’impresa proibitiva di portare avanti il lavoro pur con la penuria di cibo che c’è, dall’altra vi è la presenza inquietante di alcuni loschi pensionanti che alloggiano da loro.
Marta si consola con un soldato amico del marito che nasconde nella soffitta mentre Rosa ha un’amicizia pulita con il nipote del parroco del villaggio.
Le cose sono ben diverse all’interno della pensione, dove alloggiano persone equivoche, come un pazzoide che insidia Rosa è che è rimasto vedovo dopo aver perso la moglie per un “incidente domestico”, ovvero una provvidenziale caduta per le scale, per passare al tenebroso e violento Rodolfo che vive alle spalle della matura amante spillandole denaro.

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Luc Merenda è Rodolfo

Pensione paura 3
Leonora Fani è Rosa

Proprio Rodolfo si incapriccia di Rosa, ma è tenuto alla larga sia da Marta che da sua figlia.
Ma una sera Marta cade per le scale e muore; da quel momento tutta la responsabilità della pensione cade sulle deboli braccia di Rosa che fatica a tener lontani i viscidi individui che la circondano.
Ed è Rodolfo ad approfittare vergognosamente della ragazza, violentandola con l’aiuto della laida amante che asseconda tutti i suoi passi; attirata in camera della donna, Rosa subisce lo stupro di Rodolfo.
Ma i due pagano il fio delle loro colpe e vengono assassinati nel loro letto.
E’ Rosa a trasportare i loro corpi nella lavanderia dove li copre con del fango.

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A darle man forte arriva inaspettatamente un misterioso uomo, che uccide tutti i presenti nella pensione, incluso l’amante della defunta Marta che aveva tradito i compagni causando anche la morte del marito di Marta.
Ma la strage da il colpo di grazia al precario equilibrio di Rosa, travolta dagli avvenimenti.
La ragazza, impugnata una pistola, spara al misterioso soccorritore mentre lo bacia e mentre si avvia verso la pensione, truccata e vestita come un’adulta, ascoltiamo una voce fuori campo che legge una struggente lettera della ragazza al padre.
Pensione paura è un film di Francesco Barilli diretto nel 1977, che arriva a tre anni esatti da quel folgorante film che era stato Il profumo della signora in nero, sua opera d’esordio alla regia.

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Barilli, artista a tutto campo, capace di essere attore e regista, sceneggiatore nonchè valido pittore mostra ancora una volta il suo straordinario talento che purtroppo non ebbe un altro  seguito cinematografico.
La carriera di Barilli infatti proseguì ma in campo televisivo o con i mini short pubblicitari, tutti distinti da una grande eleganza formale.
Pensione paura mostra le stesse caratteristiche di Il profumo della signora in nero, ovvero una tensione latente addirittura opprimente, un’abilità incredibile nell’uso del chiaroscuro cinematografico ma anche la capacità di avvolgere lo spettatore in una cappa di impenetrabile atmosfera fatta di musiche cupe e fotografia in cui l’azzurro scuro si mescola al nero con forti contrasti con la pace e la bellezza del mondo esterno.

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E’ questo che colpisce prima di tutto nel film: il mondo esterno sospeso nella pace del lago, in cui gli echi della guerra sembrano davvero abissalmente lontani e l’atmosfera deprimente e insana che si respira all’interno della pensione.
Una pensione abitata da gente viziosa e amorale, tra la quale sboccia la giovane Rosa travolta dagli eventi: la ragazzina che bacia timidamente il nipote del prete e che gioca alle ombre cinesi si trasformerà in una dark lady nel finale rivelatore, quando davanti allo specchio mostrerà il passaggio definitivo all’età adulta con il rossetto sulle labbra e con la sua immagine di ragazzina cresciuta in fretta e furia esaltata proprio dal cosmetico che la trasforma irrimediabilmente.

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Grande sorpresa del film è Leonora Fani, assolutamente perfetta nel ruolo della giovane Rosa, aiutata anche da quell’aria di candore innocente che ebbe nel corso della sua carriera, una carriera che avrebbe avuto ben altri sbocchi se avesse trovato registi che credevano nelle sue doti, come Samperi che la diresse in Nenè, l’altra sua grande interpretazione.
Ottimo anche Luc Merenda che disegna il cattivissimo e abietto Rodolfo con abilità, così come da sottolineare è anche la prova di Rabal, l’amico traditore.
Un film che ebbe recensioni non completamente positive perchè con poca oculatezza vennero proposti paralleli tra Pensione paura e Il profumo della signora in nero, che sono opere completamente diverse, unite solo dalla matrice della tensione.
Il film con la Farmer e Scaccia virava sul paranormale la dove Pensione paura si basa tutto sull’atmosfera opprimente e claustrofobica della pensione, aumentata esponenzialmente dalla presenza dei loschi abitanti descritti.
In comune però i due film mostrano la capacità di padroneggiare le situazioni, la capacità descrittiva di Barilli che purtroppo non ebbe ulteriori conferme.
Il che è davvero una delle cose da rimpiangere degli anni settanta.

Il film è disponibile in una buona qualità digitale, in versione completa su You tube,all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=CTdrR-dnOu8

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Pensione Paura, un film di Francesco Barilli. Con Francisco Rabal, Luc Merenda, Leonora Fani, Jole Fierro Drammatico, durata 100 min. – Italia 1977

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Leonora Fani: Rosa
Luc Merenda: Rodolfo
Francisco Rabal: Amante di Marta
Lidia Biondi: Marta
Jole Fierro: Amante di Rodolfo

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Regia     Francesco Barilli
Sceneggiatura     Barbara Alberti, Francesco Barilli, Amedeo Pagani
Produttore     Tommaso Dazzi, Paolo Fornasier
Fotografia     Gualtiero Manozzi
Montaggio     Amedeo Salfa
Musiche     Adolfo Waitzman

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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È un film bruttino, ma vale certamente la pena di vederlo (ovviamente nell’edizione integrale da poco disponibile, che conferma la pittoricità de Il profumo della signora in nero). Cupo, ibrido, raffazzonato. Intrigante, ma con troppi snodi che non stanno in piedi (il finale, poi…). Peccato, perché varie cose (l’ambientazione alle Terme di Stigliano e sul Lago di Bracciano, la fotografia, la musica al pianoforte) sono indimenticabili. Bella (e brava) la Fani, gustoso Merenda, perfetta la Fierro, insipido Rabal.

Non è ben chiaro il senso finale (e soprattutto il “genere”) che Barilli (regista del piccolo gioiello Il Profumo della Signora in Nero) intende assegnare al film. Qui l’atmosfera sembrerebbe volersi delineare su un plot più “sostanziale” e significativo, quasi sociale. Ma dopo il primo tempo si ha come la sensazione di voltare pagina: si assiste alla tortura (specialmente psicologica) cui è sottoposta la Fani (peraltro brava) ed il film scende ad un livello inferiore. Visione integrale necessaria, per un giudizio più circoscritto…

Giovanissima pensionate alle prese con clienti perlomeno inquietanti, tra assatanati di sesso e figuri loschi: meno male che han scritto “paura” nel titolo, altrimenti non mi accorgevo che era un thriller! Si intuisce uno sforzo da qualche parte, ma il risultato è francamente noioso, con una lentezza sfibrante e una carenza di senso del mistero (più enunciato che rappresentato), che purtroppo la buona cura visiva e l’ottima musica non riescono a bilanciare. Gli ultimi 10 minuti, poi, sono proprio appiccicati male, tanto per chiudere la storia.

Scabroso e malsano, stenta a trovare una sua precisa collocazione a causa di una confusione narrativa che soltanto nello snodo finale si avvicina ai parametri del thriller con uno sguardo a Psyco. L’atmosfera è lugubre e claustrofobica, con suggestive scelte cromatiche e personaggi immondi (stupratori, assassini, pervertiti di ogni gradazione, preti ipocriti). Molto brava la Fani. Bellissima la colonna sonora di Waitzman, maxime l’inquietante motivo d’apertura. A suo modo affascinante, benché non troppo riuscito.

Indeciso su quale strada prendere (dramma della follia? thriller?) il film, dopo una prima parte molto lenta (in cui non succede nulla o quasi), si riprende leggermente nella seconda che è più movimentata. Peccato però che la sceneggiatura sia non poco ingenua oltre che del tutto inverosimile (la Fani è poco più che una bambina ma si destreggia perfettamente tra omicidi e violenze di ogni sorta). Farsesco e, a mio avviso, fuori luogo il finale in salsa “western”. I personaggi poi più che tali spesso sono macchiettistici e già visti. Deludente.

Pellicola senza dubbio particolare e malsana, con un ritmo lentissimo, vari personaggi sgradevoli e un’atmosfera cupa e a tratti quasi disturbante. Molti personaggi non sono sviluppati a dovere, alcune scene potenzialmente notevoli non trovano una realizzazione adeguata e la noia spesso si fa sentire, così come la mancanza di mezzi. La regia di Barilli comunque è buona, la fotografia non delude e le musiche sono discrete. Brava la Fani, discreto Luc Merenda, passabili gli altri. Interessante. Da visionare possibilmente nella versione restaurata.

In un sito di recensioni specializzate sugli alberghi questa “pensione” totalizzerebbe lo zero su tutto: ritmo, recitazione, trama, regia. Basterà il monologo iniziale a sfiancare anche i cultori del brutto involontario: “Ogni giorno mi aspetto di vederti d’improvviso sulla porta, bellissimo”, frase che forse solo gli sceneggiatori di Kiss me, Licia in tempi non sospetti osarono. Poi le caratterizzazioni sono veramente pessime: con attori che necessitano e altri che, fortunatamente, ottengono il doppiaggio. Pensione bruttura.

Cupo, profondamente triste, poco riuscito. Sono parole del regista Francesco Barilli e a questo punto dovrebbero far pensare. Effettivamente non si può dire che “Pensione Paura” sia un gran film, però l’arte di Barilli riesce comunque ad emergere nella delicatezza della messa in scena, nell’uso intelligente della fotografia, nella capacità di raccontare una vicenda cupissima e tragica senza mai sbracare e rimanendo nell’ambito di un cinema raffinato. Peccato per il finale, tirato per i capelli.

Sembra che l’interesse di chi ha scritto la storia fosse arrivare al punto relativo alla violenza sessuale della bella e giovane attrice. Tutto il resto è composto da una trama raffazzonata, noiosa e che nel finale centra addirittura il ridicolo. Belle le location e suggestivi alcuni momenti in notturna, ma Barilli ha fatto ben altro.

Lacustre tenebra della follia, dalla guerra che gli ha portato via il padre alla mente giovane, troppo vulnerabile per non essere sopraffatta. Le anime dannate, ospiti sgraditi ma necessari, volgari ubriaconi violenti, stupratori del corpo e dello spirito. Inesorabile il tripudio alla morbosità per un film condito con senso dalla triste melodia ricorrente, il cui lento e piatto movimento improvvisamente diviene burrasca per le sue brutalità. Il playboy e la sua vecchia, malata fino ad assecondarlo nel crimine, con il finale che riprende la citata pazzia.

Per apprezzare il film in questione bisogna lasciarsi trascinare nell’atmosfera cupa e morbosa che aleggia nelle stanze della Pensione delle Sirene. Sotto questo punto di vista il film è efficace: Barilli riesce a trasmettere un senso di claustrofobia, sfruttando bene la location; inoltre le vicende della protagonista sono squallide quanto basta a conferire un certo disagio nello spettatore. La storia di per sè non è niente di che ed il finale non convince. Merenda e la Fani molto in parte. Non male.

Ne Il profumo della signora in nero la lentezza (iniziale) era una lentezza dinamica, inesorabile, costruttiva della suspence, funzionale alla rappresentazione dell’ambiguità. Qui la lentezza è distruttiva di ogni buona intenzione: Barilli si attarda nel torbido, si crogiola nel malsano. Il dramma della protagonista, che sarebbe potente, trova le espressioni più banali, poi vira al grottesco e scivola in un finale da melodramma. Veramente qualcosa di incompiuto, un’occasione mal sfruttata.

Pellicola inquieta e tendente allo scabroso in cui una ninfetta s’imbatte nei clienti psicolabili della sua pensione. Una confezione patinata ma non eccelsa, anzi alcune situazioni scadono nel farsesco, tuttavia il clima mostra alcuni momenti discreti.

Seconda (e ultima, non a caso) prova di Barilli dopo Il profumo della signora in nero. In un clima torbido e lugubre da fine del mondo, alcuni personaggi sgradevoli si incontrano in una pensione sulle rive di una lago appenninico (nella realtà è quello di Bracciano). Un film strano, stralunato, dominato da un’aria pesante, mefitica e morbosa. Complessivamente triste e di voluta, ma esasperante, lentezza. Nonostante il titolo, nessuna paura e tanta tanta noia.

Bellissimo “noir” con atmosfere Avatiane di uno dei nostri autori più interessanti degli anni ’70. Meno bello del Profumo della signora in nero e comunque notevole. Barilli ci regala anche tracce di cinema argentiano (i cromatismi virati in blu o rossi accesi, gli scarafaggi nel letto della Fani come i vermi di Suspiria) e addirittura fellinian o (l’ incubo della Fani con gli ospiti della pensione in un gazebo sulla spiaggia). Bellissima poi la fotografia di Gualtiero Manozzi, che conferma il talento pittorico di Barilli. Gioiellino.

Visto in versione integrale questo film che con il tempo, vista l’irreperibilità di tale versione e per alcune foto “baviane” tratte dal film, ha avuto la fama di culto. Molto, molto lento soprattutto all’inizio: poi col passare del tempo c’è un miglioramento, grazie a qualche fatto che pare misterioso, ma non è né giallo né horror né thriller: lo definirei drammatico. La Fani è come al solito brava ma, almeno qui, non è al meglio; bravo Merenda in un look insolito. Perdibilissimo, se non addirittura sconsigliato; delusione parziale, perché già se ne parlava male dall’uscita…

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Maggio 18, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 6 commenti

Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?

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Il ricco industriale Wendell Armbruster Jr. e Pamela Piggott stanno per intrecciare le loro vite ma ancora non lo sanno mentre convergono su Ischia ; l’uomo deve recuperare il corpo del padre  morto in un incidente d’auto e la donna deve fare lo stesso per recuperare il corpo della madre.
Mentre Miss Pamela è al corrente del legame segreto che esisteva tra sua madre e il padre di Wendell, l’uomo ignora assolutamente che l’integerrimo Wendell Armbruster senior aveva una relazione con la signora Piggott.
Wendell Armbruster senior per oltre dieci anni si era assentato da casa sua, lasciando la moglie e i figli per recarsi ad Ischia, con la scusa delle cure termali necessarie per la sua salute; qui aveva allacciato una tenera relazione d’amore con miss Piggott madre, relazione di cui erano a conoscenza un pò tutti sull’isola.
Quando Wendell junior tenta di portarsi via il cadavere del padre, inizia a scontrarsi con la burocrazia e la mentalità isolana, fatta di tempi dilatati rispetto a quelli a cui è abituato Wendell mentre miss Pamela affronta la situazione con la dovuta serenità, quasi la sua fosse una vacanza necessaria, anche perchè la donna è reduce dalla fine di una tempestosa relazione d’amore.

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Così i due finiscono per incontrarsi e Wendell, stupefatto, apprende proprio da Pamela e dal direttore dell’albergo della relazione del padre; complice una serie di disguidi con un sequestro farsesco della salma del defunto, Wendell è costretto suo malgrado a restare sull’isola dove però a poco a poco viene conquistato dalla magica e sonnolenta atmosfera locale.
Così in breve tempo il burbero e cinico uomo d’affari si trasforma in un’altra persona, complice anche l’affetto che inizia a provare per quella donna disarmante figlia dell’amante di suo padre.
Il destino ha in serbo quindi un ultimo colpo di scena.
L’isola che era stata la culla dell’amore del vecchio industriale che aveva finito per morire assieme alla donna amata assiste alla nascita di un nuovo amore quasi clandestino tra i figli dei defunti, in un segno di continuità che è anche da addebitare alla magia del posto, tanto che al momento di rimandare in patria la salma del padre, Wendell sceglierà di restituire il corpo del cameriere Bruno, ucciso da una fidanzata gelosa pur di far restare la salma del padre accanto a quella della donna che aveva amato.

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La sequenza con il bagno di Pamela raggiunta poi da Wendell

Cosa è successo tra tuo padre e mia madre? è una sontuosa commedia brillante diretta dall’indimenticabile Billy Wilder, regista di capolavori come Sabrina, Viale del tramonto, A qualcuno piace caldo , Quando la moglie e in vacanza, Prima pagina e di tanti altri film entrati ormai nella storia del cinema.
La mano del grande regista, il suo humour raffinato, la sua sottile e delicata ironia si avvertono praticamente in ogni scena del film.
E questa volta Wilder sembra anche intenerirsi e tributare un affettuoso omaggio alla popolazione, alla storia e alla cultura di un popolo (quello ischitano) che descrive quasi conoscendone a memoria i pregi e i difetti che poi sono quelli della gente italica.
Non c’è retorica nella pellicola di Wilder, ma un omaggio ironico, divertito e a tratti quasi commosso ad un modo di vivere che il regista sente più vicino a se di quanto lo sia quello americano, incarnandosi in qualche modo nell’industriale Wendell jr che alla fine sarà vinto proprio da quel modo antitetico di vivere la vita, accontentandosi di cose semplici e spontanee, a ritmi assolutamente estranei a chi viene da una civiltà frenetica, consumistica e poco attenta ai veri valori come quella americana.
Avvalendosi di un cast di attori assolutamente perfetto, Wilder porta in scena quindi una commedia leggera che scivola dall’inizio alla fine come se osservassimo il complesso meccanismo di un orologio, con tempi perfetti e con una logica stringente.

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Il regista racconta, divertito la storia di due mondi antitetici come quelli dei due protagonisti facendoli incontrare, toccare e legare alla fine in modo indissolubile: Pamela con la sua grazia, la sua allegria e il suo romanticismo coinvolgerà l’inizialmente stressato Wendell in una malia che lo avvolgerà lentamente, come la tela di un ragno , facendogli conoscere ed apprezzare le doti del posto ma non solo.

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Wendell conosce se stesso, conosce l’amore e alla fine conosce anche quel padre che venerava però come un simulacro.
Così quando arriverà l’amico di famiglia a riprendersi finalmente il corpo del defunto, Wendell capirà di aver vissuto non un’avventura senza futuro, ma un qualcosa che in fondo è solo l’inizio di una nuova vita, anche se limitato ad un breve periodo estivo.

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L’omaggio ai due defunti amanti

Assolutamente perfetti sono Jack Lemmon, che con Wilder ha esaltato le sue grandi doti d’attore nel celebre A qualcuno piace caldo e in seguito nello splendido Prima pagina e la bella ed affascinante Juliet Mills, assolutamente strepitosa nel ruolo della candida e romantica miss Pamela, una donna che attribuisce ai sentimenti un valore fondamentale, nonostante le delusioni patite fino ad allora.
Memorabile la sequenza in cui si mostra colpita dall’apprezzamento irriverente di Wendell sulle sue rotondità.
Ad aiutare Wlder ci sono anche le grandi performance di Clive Revill, l’inappuntabile direttore dell’albergo Carlo Carlucci, complice dapprima della coppia senior e poi complice anche del nascente amore tra Wendell e Pamela e un favoloso Gianfranco Barra, che interpreta il losco cameriere Bruno pronto a fotografare con una polaroid i due futuri amanti mentre fanno il bagno nudi nelle acque isolane.

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I sequestratori della salma

Piccole parti per Pippo Franco e Janet Agren, mentre le musiche gradevoli del film sono affidate a Carlo Rustichelli.
Un film commedia che si può vedere numerose volte, perchè ad ogni visione si resta incantati sia dall’abilità di Wilder sia dallo splendido scenario scelto, quello dell’isola verde di Ischia; se mi si consente un breve excursus, chi è stato nella perla del golfo di Napoli sa di quale magia parli il regista attraverso immagini che esaltano un paesaggio unico.
All’ombra dei grandi ficus o sulla spiaggia di Maronti, ai giardini Poseidon o a Casamicciola, lungo la passeggiata dal porto al castello Aragonese, Ischia mostra quell’incanto che finirà per addolcire e trasformare anche un uomo d’affari cinico e scafato come Wendell.

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Mister Wendell ha trovato l’amore

La stessa magia che mi ha colpito quelle volte che ci sono stato e che ti lascia dentro tanta nostalgia.
Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? un film di Billy Wilder. Con Jack Lemmon, Juliet Mills, Pippo Franco, Gianfranco Barra,Edward Andrews, Clive Revill, Franco Acampora, Sergio Bruni, Janet Agren, Franco Angrisano, Giacomo Rizzo, Yanti Somer, Lino Coletta Titolo originale Avanti!. Commedia,  durata 144 min. – USA 1972.

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Jack Lemmon: Wendell Armbruster Jr.
Juliet Mills: Pamela Piggott
Clive Revill: Carlo Carlucci
Edward Andrews: J.J. Blodgett
Gianfranco Barra: Bruno
Pippo Franco: Mattarazzo
Janet Agren: Infermiera
Franco Angrisano: Arnoldo Trotta
Aldo Rendine: Rossi
Franco Acampora: Armando Trotta
Giselda Castrini    :Anna
Raffaele Mottola    : Addetto all’ufficio passaporti
Lino Coletta: Cipriani
Harry Ray:     Dr. Fleischmann
Guidarino Guidi    :Maitre D’Hotel
Giacomo Rizzo    :Barman
Antonino Faa Di Bruno:    Concierge

Che cosa è successo tra tuo padre e mia madre banner cast

Regia     Billy Wilder
Soggetto     Samuel A. Taylor
Sceneggiatura     I.A.L. Diamond
Fotografia     Luigi Kuveiller
Montaggio     Ralph E. Winters
Musiche     Carlo Rustichelli
Responsabile casting  Isa Bartalini
Aiuto regista  Rinaldo Ricci

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Semplicemente adorabile in un’Italia il cui colore sottolinea il progressivo distacco dai doveri di due persone che devono lasciare le briglie, uno troppo perso negli affari, una troppo costretta dai complessi, sino all’accettazione che la felicità sta nel concedersi. In mezzo la morte di due adulteri, i genitori, che morirono felici. Acido invito alla trasgressione mascherato da spaghettata alla scogliera con un Sergio Bruni che sul set si rivelò ben più pignolo di Wilder. Cameo esilarante di Franco, l’unico ruolo decente della sua carriera.

Meravigliosa piccola grande commedia crepuscolare di un Wilder che non perse mai il vizio di pungere. Già dalla prima scena muta nell’aereo si capisce dove si va a parare: contro tutti i moralismi. Lemmon che a tratti ricorda Sordi in Africa alla ricerca di suo cognato (Riusciranno i nostri eroi… girato 4 anni prima) e come lui alla fine scopre che la civiltà con tutti i suoi cliché non è poi così civile e desiderabile. Deliziosa e burrosa Juliet Mills, ottimi comprimari con un grande Pippo Franco su tutti.

Strepitosa commedia firmata dal Maestro Wilder, ambientata in Italia (Ischia per la precisione) e interpretata da un immenso Jack Lemmon, impegnato nel tentativo di riportare in patria la salma del paparino deceduto in circostanze un po’ particolari. Anche il resto del cast è all’altezza, a partire dalla Mills e dal formidabile Clive Revill, fino alla nutrita schiera di caratteristi italiani reclutati per l’occasione. Non ci si accorge nemmeno che dura più di due ore.

Film molto divertente quanto poco considerato dalla critica, questa commedia di Billy Wilder è invece una delle sue opere migliori. L’ambientazione italiana (ad Ischia) consente agli autori e al regista di realizzare una pungente satira del moralismo americano e contemporaneamente dei costumi e delle abitudini del nostro paese. Un’ottima coppia di protagonisti (Lemmon e la Mills) più alcune apparizioni di attori italiani (tra i quali Pippo Franco).

Nevrotico industriale americano è a Ischia per recuperare la salma del padre, morto in motoscafo. Scopre però che col defunto c’era una inglese, la cui esuberante figliola è ugualmente a Ischia… Trasferta italiana del grande Wilder, che recluta per l’occasione uno stuolo di caratteristi della nostra commediaccia. Malgrado qualche scivolata (voluta?) nel bozzettismo, un film esilarante, di gran ritmo, sorretto da un Lemmon letteralmente superlativo. Da riscoprire. Titolo in italiano già nell’originale, ma tant’è…

Due americani si ritrovano in Italia per riportare in patria le salme dei rispettivi genitori che scoprono essere stati amanti. Graziosa commedia esotica (nel senso che l’Italia è molto esotica per gli americani) con storia sentimentale su un ironico sfondo macabro. L’idea è buona, ma se già sarebbe stato sufficiente un corto per svilupparla, figuriamoci quanto possa essere esagerata la diluizione su oltre due ore, che quindi alla fine rischiano di essere ripetitive. La regia di Wilder riesce comunque a trovare quasi sempre il ritmo giusto.

Uomo d’affari americano ad Ischia per recuperare il corpo del padre scopre che lo stesso si recava da decenni sull’isola una volta all’anno non per scopo curativo ma per una parentesi d’amore con una signora inglese. Dato che la donna, morta anch’essa nell’incidente, ha una prosperosa figliola… Commedia garbata (ma con morale felicemente trasgressiva) in cui si prendono in giro il puritanesimo americano e certi noti “vizi” italiaci, con qualche caduta nel luogo comune. Lemmon e Mills in gran forma, attorniati da bravi caratteristi.

Wilder si conferma grande direttore di commedie anche con questo “Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?” che, pur non rientrando nelle sue opere migliori, sa divertire con gusto e con un ritmo elevatissimo. Alla riuscita del film collabora in maniera poderosa Jack Lemmon autore di una prova notevole. Da segnalare che l’intera vicenda si svolge ad Ischia, valore aggiunto a questo film.

 

Maggio 16, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | 2 commenti

La morte va a braccetto con le vergini

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La Contessa Elisabeth Nodosheen, rimasta vedova del marito, ha ereditato con la figliastra Ilona tutti i beni del marito. La decrepita contessa, dal carattere tirannico, mal sopporta la situazione creatasi che la costringe a non poter disporre dell’intero patrimonio di famiglia e sfoga la sua rabbia con comportamenti duri sopratutto nei confronti della servitù.Un giorno, mentre sta facendo il bagno nella sua tinozza, inavvertitamente una giovane servetta si ferisce e la bagna con il suo sangue.
Elisabeth vede avvenire sotto i suoi occhi un prodigio: la pelle secca e avvizzita miracolosamente ringiovanisce restituendole per un breve lasso di tempo l’antica bellezza. Ma l’effetto è di breve durata, così la contessa capisce di doversi procurare delle vittime che con il loro sangue riescano a far durare nel tempo la mutazione.
Nel frattempo nel castello arriva il giovane capitano Dobi, e la contessa si invaghisce del bel giovane entrando però in competizione con la figliastra che decide quindi di esiliare.
La sete di sangue della donna diventa un’esigenza continua, così nel vicinato sono molte le giovani ragazze a sparire e tutto culminerà nel finale nel quale la contessa, che con uno stratagemma sta per impalmare il bel capitano, finirà per pagare il fio delle sue colpe quando durante la cerimonia nuziale subirà un’orrenda mutazione.
Ennesima trasposizione della terribile storia della contessa Elizabeth Bathory, passata alla storia come la più spietata e terribile serial killer che si conosca, La morte va a braccetto con le vergini (Countess Dracula) venne proposto dalla casa di produzione Hammer nel 1971 per la regia del regista ungherese Peter Sasdy, compatriota della contessa Bathory passata alla storia come la contessa Dracula, che è poi il titolo originario imposto al film.

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Ingrid Pitt

Un film che tenta in qualche modo di sposare l’horror con un pizzico di verità storica, che in realtà troviamo in quanto le gesta nefaste della Bathory vennero originate proprio dalla turpe usanza della contessa di bagnarsi con il sangue di giovani ragazze, che dapprima prelevò e uccise nell’ambito della servitù del castello per poi allargare il raggio d’azione ai villaggi vicini.
Mentre nel film le vittime sono in realtà poche, la storia parla di oltre 600 vittime (forse addirittura 800) che concluse le sue sanguinarie gesta murata viva in una stanza del suo castello dove sopravvisse per tre anni.

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La Hammer affidò a Ingrid Pitt, bella e fascinosa attrice di origine polacca, nata nella tristemente famosa Treblinka (sede di uno dei più spaventosi laboratori della morte del Terzo reich) e interprete l’anno precedente del personaggio che le dette fama internazionale, la Mircalla/Carmilla di Vampiri amanti (Vampire lovers) il ruolo della contessa assassina.
E la Pitt se la cavò egregiamente, mostrando di essere assolutamente a suo agio quando immersa in atmosfere gotiche e tenebrose, tipiche dei film a marchio Hammer.
Tuttavia La morte va a braccetto con le vergini strappa solo la sufficienza, perchè in realtà il film di horrorifico ha ben poco e mostra anche una certa latitanza dell’elemento fondamentale del genere, la tensione e le scene splatter.
La Hammer puntò a dare credibilità storica alla vicenda narrata nella pellicola, usando come espediente di sceneggiatura il legame sensuale che si viene a creare nel film tra Elisabeth e l’ignaro amante Dobi, con piccole sfumature sexy: la scena più celebre del film vede Ingrid Pitt uscire nuda e coperta di sangue dalla tinozza mentre nel resto della pellicola assistiamo ad una lenta descrizione più del contesto in cui avviene la vicenda che ad una descrizione tipica dei film horror, basati sull’azione o sulle scene sanguinolente.

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Per inciso la vicenda della Contessa Dracula è stata ripresa più volte, nel corso della storia del cinema; ricordiamo per esempio l’episodio di I racconti immorali di Valerian Borowzick con protagonista Paloma Picasso figlia del grande pittore oppure nel film La vestale di Satana,che però trasporta la vicenda ai giorni nostri, in Olanda, con la bella e affascinante Bathory che seduce una coppia di sposi.

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Ancora, troviamo eco del personaggio di Elisabeth in una produzione recente, Stay alive.
Tornando al film, non assistiamo ad un’opera memorabile ma ad un prodotto comunque ben confezionato secondo lo stile Hammer, quindi con una precisa ricostruzione gotica delle atmosfere, una buona fotografia e una location adatta.

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Tuttavia va ricordato che siamo nel 1971, quindi alle prese con un rallentamento dell’interesse per prodotti che non mostrassero azione e slasher, ingredienti che diventeranno assolutamente fondamentali nelle opere prodotte successivamente a questa data.
Il resto del cast si muove discretamente, ruotando con buon  sincronismo attorno alla figura centrale interpretata da Ingrid Pitt, attrice sicuramente sacrificata nella sua carriera proprio dalle interpretazioni “vampiresche”, che le diedero fama ma la rilegarono anche per sempre in film di nicchia come erano considerati gli horror di derivazione vampiresca.

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La drammatica metamorfosi della Contessa

La morte va a braccetto con le vergini un film di Peter Sasdy. Con Ingrid Pitt ,Nigel Green, Lesley-Anne Down, Jessie Evans Titolo originale Countess Dracula. Horror, durata 93 min. – Gran Bretagna 1971

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Ingrid Pitt     …Contessa Elisabeth Nodosheen
Nigel Green          …     Capitano Dobi
Sandor Elès         …      Imre Toth
Maurice Denham          …  Fabio, studioso del castello
Patience Collier          …     Julie Sentash ,la nurse
Peter Jeffrey         …     Capitano Balogh
Lesley-Anne Down         … Ilona Nodosheen, sorella di Elisabeth
Leon Lissek          …     Sergente
Jessie Evans          …     Rosa, madre di Teri
Andrea Lawrence          … Ziza, la contadina
Susan Brodrick         …     Teri
Ian Trigger          …     Pagliaccio del castello
Nike Arrighi         … La zingara
Peter May         … Janco
John Moore                   … Prete

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Regia: Peter Sasdy
Sceneggiatura: Peter Sasdy & Alexander Paal
Musiche : Harry Robinson
Fotografia: Ken Talbot
Effetti speciali: Bert Luxford
Produzione: Hammer

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Ispirato alla tragica figura della “contessa sanguinaria” Elizabeth Báthory, il film di Sasdy ha goduto di diffusione televisiva (su canale di stato, Rai 2) in occasione della rassegna Fantastika (1987-1988), curata dal giornalista Claudio Fava. In realtà la pellicola è piuttosto lenta e limitata dall’epoca di realizzazione, dovendo – causa problemi di censura – essere frenata sui contenuti estremi di sesso e violenza. Resta, ad ogni modo, un prodotto ben confezionato, con puro taglio inglese, che ha il coraggio di trattare un tema sconveniente.

Ormai in pieno declino, la Hammer riesuma la contessa Bàthory e il mito della bellezza eterna in una pellicola pudica nell’esibire le necessarie componenti orrifiche ed erotiche e talmente scombinata da acconsentire a dialoghi licenziosi che non avrebbero stonato in una commedia boccacesca. Unica icona del film è l’abluzione nel sangue della “vedova nera” Ingrid Pitt, immortalata nuda dalle artistiche pennellate del semprevivo Technicolor di casa Hammer; flaccidi tutti gli altri attori – a cominciare dal televisivo Nigel Green – e poco sfruttata la liliale Lesley-Anne Down.


Questa volta la Hammer prende un soggetto molto abusato nel cinema horror: la storia della sanguinaria contessa Barthoshy. La Pitt è anche in questo caso una perfetta femme fatale e riesce a cavarsela, anche nelle scene in cui è truccata da vecchia. Da notare la partecipazione della Down.

Più che dignitoso lavoro “tardo” hammeriano che narra le gesta della contessa ungheresa Bathory avvezza all’uso di sangue virginale per mantenersi giovane. Buone la atmosfere e ben costruita la storia che, pur non conoscendo picchi, riesce a mantenersi su un livello discreto per tutta la durata della pellicola. La Pitt fa sempre la sua figura, specialmente avvolta dalla seta blu nella quale si presenta, ringiovanita e rigogliosa, ad una allibito e moderatamente alcolizzato, Green. Abbastanza ridicoli certi saltelli del baffuto Elès.

Abbastanza riuscita l’ambientazione ungherese di questa trasposizione della Contessa Bathory da parte di quelli della Hammer. La storia viene vista dalla parte del soprannaturale, del sangue per ringiovanire. Ingrid Pitt la trovo vampirica nei suoi lineamenti; è un film del 1971 e la Hammer si adeguava ai tempi e introduceva tematiche sessuali più esplicite, anche se contenute, nel genere che proponevano. Un buon horror.

Rivisitazione hammeriana del mito della contessa Bathory, splendidamente interpretata dalla favolosa Ingrid Pitt e diretta con solido mestiere da Sasdy. Lo stile Hammer c’è tutto, dalla perfetta ambientazione d’epoca alle scenografie; il resto viene da sè, soprattutto se si può contare su un cast di ottimi ed affiatati caratteristi.

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Locandina originale della Hammer

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Lobby card del film

Maggio 14, 2011 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento

La polizia chiede aiuto

La polizia chiede aiuto locandina

Una telefonata anonima avverte la polizia della presenza del cadavere di una ragazza in un appartamento.
L’ispettore Valentini, giunto sul posto trova il corpo di una ragazzina di 15 anni nudo e appeso ad una trave con una corda al collo.
Si tratta di Silvia Polvesi, apparentemente suicida, in realtà uccisa abilmente in maniera tale da simulare una morte autoindotta.

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Il macabro rinvenimento del corpo

Delle indagini è incaricato l’ispettore Silvestri, affiancato dal procuratore distrettuale Vittoria Stori: i due ben presto scoprono che dietro la morte della ragazza si nasconde un turpe giro di prostituzione minorile al quale non è estranea nemmeno la figlia di Valentini.
In mezzo a mille difficoltà la coppia da la caccia al misterioso assassino che intanto semina la morte accanto a se: Silvestri e la Stori dopo varie vicissitudini ricostruiranno il puzzle identificando sia gli intoccabili clienti delle ragazzine, sia fermando il misterioso killer.
Diretto da Massimo Dallamano nel 1974, La polizia chiede aiuto ad onta del titolo fuorviante che sembra echeggiare e rimandare ad un poliziottesco è in realtà un robusto thriller contaminato da elementi polizieschi e con qualche velleità di denuncia sociale.

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Un film molto ben congegnato e ottimamente recitato, per altro, con qualche ingenuità ma che si rivela strutturato e diretto con mano sicura dal regista milanese prematuramente scomparso nel 19756 a 59 anni, autore di una dozzina di film di buon livello fra i quali spicca Cosa avete fatto a Solange? dell’anno precedente e che in qualche modo fa da base a questo lavoro, visto che parla comunque di ragazzine e di loschi giri attorno a loro.
Dallamano era un buon professionista, attento ai ritmi e alla sceneggiatura cosa che si nota dal primo momento nel film, che scorre con ritmo verso un finale un tantino frettoloso ma coerente con la narrazione.

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Fermo immagine che rivela il trucco dell’impiccagione di Silvia

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Fa specie quindi leggere critiche come questa che riporto, presa dal sito più frequentato di cinema e purtroppo riportata da altri siti in fase di commento del film stesso: “Indagando sull’impiccagione di una ragazzina, la polizia arriva a una organizzazione di giovanissime squillo con molti clienti d’alto rango. Gli italiani non brillano nel poliziesco, ma è grave, come in questo caso, quando per parlare di violenza si fa violenza, per criticare gli orrori si mostrano orrori senza il filtro di un linguaggio, di uno stile, dunque di un’etica.
Il che mostra miopia assoluta e sopratutto mancanza di buona fede.

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Nel film di orrori non ce ne sono se non la descrizione ( a distanza) della visita di una delle protagoniste nell’obitorio per il riconoscimento del cadavere di un detective privato.
La stessa scena iniziale dell’impiccagione della ragazzina è uno dei nei del film; in un fotogramma che allego alla recensione è possibile vedere l’ingenuità del fotografo che riprende l’immagine del volto mostrando chiaramente che si tratta di una bambola scenica.

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Questo tipo di recensioni, tratte da un commentario critico famoso e vendutissimo mostra come la disinformazione dilaghi quando si parla del cosidetto cinema minore.
Fellini o Antonioni sono il cinema (secondo i soloni), gli altri se devono essere menzionati è meglio stroncarli.
Un atteggiamento spocchioso che nel caso di questo film non ha alcuna giustificazione.
I tanto adorati registi coreani, cinesi o degli improbabili paesi dell’est possono solo prendere esempio da registi come Dallamano, capaci di creare suspence con la sapienza di chi il cinema lo fa per lo spettatore e non per il solone cinematografico affetto da intellettualismo fanatico e un tantinello idiota.

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Detto questo, torniamo alla pellicola e ai suoi protagonisti, per citare il buon Cassinelli nel ruolo di Silvestri, la bella e afafscinante Ralli rigorosa nel ruolo della procuratrice Stori, l’ottimo Adorf questa volta un tantino sacrificato nel ruolo di Valentini e il duo Marina Berti-Claudio Gora in ruoli secondari.
Un film vitale e interessante, che si segue con piacere senza rivoltarsi lo stomaco con immagini slasher.
In ultimo, segnalo la preziosa fotografia di Delli Colli e la bella soundtrack di Stelvio Cipriani.

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La polizia chiede aiuto,un film di Massimo Dallamano. Con Claudio Cassinelli, Giovanna Ralli, Attilio Dottesio, Farley Granger Mario Adorf, Franco Fabrizi, Marina Berti, Corrado Gaipa, Micaela Pignatelli, Steffen Zacharias, Lorenzo Piani, Paolo Turco, Giancarlo Badessi, Ferdinando Murolo, Roberta Paladini, Salvatore Puntillo
Poliziesco, durata 90 min. – Italia 1974

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Giovanna Ralli: sostituto procuratore della Repubblica Vittoria Stori
Claudio Cassinelli: commissario Silvestri
Mario Adorf: Ispettore Valentini
Corrado Gaipa: procuratore della Repubblica
Paolo Turco: Marcello Tosti
Micaela Pignatelli: Rosa
Farley Granger:  Polvesi
Franco Fabrizi: Bruno Paglia
Marina Berti: sig.ra Polvesi
Sherry Buchanan :Silvia Polvesi
Roberta Paladini :Patrizia Valentini
Renata Moar : Laura
Clara Zovianoff :Talenti

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Regia     Massimo Dallamano
Soggetto     Ettore Sanzò
Sceneggiatura     Ettore Sanzò, Massimo Dallamano
Casa di produzione     Primex Italiana
Distribuzione (Italia)     PAC
Fotografia     Franco Delli Colli
Montaggio     Antonio Siciliano
Musiche     Stelvio Cipriani

Bresciano e lolitesco. A metà fra poliziottesco e argentiano, è un ibrido interessante, che ha snodi assai casuali e qualche umorismo involontario (l’assassino che gira per la clinica con l’ascia in bella vista!). C’è qualche morbosità verbale gratuita, compiaciuta, fastidiosa. Inferiore a Solange. Regìa sicura, Ralli gran donna, Cassinelli un po’ caricato, Adorf corretto. Grande, come sempre, Franco Fabrizi. La Paladini (figlia di Adorf) è la figlia del Paladini che conduceva il telegiornale.

Quello che si dice un buon film, che attraversa vari generi (poliziesco, giallo e thriller) e che ripropone un soggetto -lo sfruttamento della prostituzione minorile- strettamente collegato al regista (Cosa Avete fatto a Solange?). Il killer incaricato di uccidere ha influenzato, per via del look (agisce con casco da motociclista) anche Nude per l’Assassino (1975), mentre l’ottima colonna sonora, realizzata dal bravo Stelvio Cipriani, è ripescata dal precedente La Polizia sta a Guardare (1973). Prodotto da Paolo Infascelli.

Buono (ma non direi ottimo, preferisco Solange) questo thriller di Dallamano, che ibrida felicemente poliziesco e giallo, con decisa prevalenza del secondo, orchestrando con la consueta perizia una sceneggiatura non ineccepibile ma di efficace coralità, e regalando alcune sequenze notevoli. Fabrizi come sempre eccellente in uno dei suoi ineluttabili ruoli di viscido. Da vedere sicuramente: si piazza a pieno titolo nella prestigiosa zona fra i tre e i quattro pallini.

La descrizione iniziale di Adorf alla Ralli (il sostituto procuratore) nello studio fa già capire che non verrà risparmiato nulla allo spettatore; e così è. Film crudo, spietato, senza speranza. Nessun cedimento, ritmo costante. Non si perde mai interesse. Segnalo un bel puzzle umano, il motociclista con casco e ascia in ospedale, un’amputazione, il commissario in ambulanza, i nastri…. Un po’ troppo manichino l’impiccata. Brava e convincente Giovanna Ralli, ma anche Cassinelli (il nervoso commissario Silvestri). Grande cinema.

Interessante film che mescola abilmente due generi (il thriller ed il poliziesco) che hanno poco da spartire. Merito della bella regia di Dallamano, che riesce a dar vita a splendide scene di tensione, oltre che a inseguimenti ottimamente girati. Peccato però che la sceneggiatura non sia all’altezza della situazione (propinando allo spettatore situazioni assolutamente inverosimili), oltre ad avere qualche caduta di gusto, consistente soprattutto in alcuni eccessi verbali. Indimenticabile lo score di Cipriani.

Niente male. La regia di Dallamano è sicura (anche se ha fatto di meglio), bravi Giovanna Ralli (da citare la scena nel garage), Adorf e Fabrizi. Vi sono anche insistiti particolari sanguinolenti (la mano mozzata, le pugnalate) funzionali e non esagerati. Spiegazione finale sufficientemente convincente. Non uno dei migliori del genere, ma merita un buon punteggio (***) per la professionalità.

Grande cinema di genere. Ritmo elevatissimo e una sceneggiatura morbosa e violenta che non risparmia nessun colpo basso. Ottima come sempre la regia di Dallamano, molto sopra la media anche la fotografia, davvero trascinanti le musiche di Cipriani. Grande il cast, con un perfetto trio di attori (Claudio Cassinelli, Mario Adorf, Giovanna Ralli). Un po’ sbrigativo il finale, ma è difetto su cui si può sorvolare. Spettacolare il look dell’assassino. Il tipo di film di cui si sente la mancanza.

Dallamano si conferma regista solido e immune da farseschi colpi di testa. Con questo notevole film riesce a spaziare tra generi diversi con bravura, aggiungendo venature horror e un che di morboso senza strafare. Complessivamente discreti gli attori e memorabili i motivi musicali di Stelvio Cipriani (altro esperto del mestiere) che si fondono ad arte con le immagini come, ad esempio, nelle magistrali sequenze finali del motociclista nella piazzetta.

Eccellente mix di giallo e poliziesco, con forti tinte drammatiche e una decisa aria di denuncia sociale. Il film, basato su un soggetto e su una sceneggiatura ben studiati, è supportato dalle ottime interpretazioni del cast, su tutti Cassinelli e la Ralli. Non mancano alcune sequenze splatter, la tensione è costante e si respira un’aria cupa e pesante, pregna di una drammaticità livida e senza speranza, specialmente nel finale. Ben coreografate e girate anche le sequenze d’azione. Un gioiellino di Dallamano che va rivalutato assolutamente.

Splendido film che mixa giallo, poliziesco e un tocco di orrore (si vedano i numerosi cadaveri fatti a pezzi). La trama è banale (il solito giro di ragazzine che si prostituiscono per una clientela facoltosa e importante) ma il film non lo è per niente. Attori ottimi, sia i principali Cassinelli, Fabrizi, Gaipa sia i vari caratteristi (vedi il grande Dottesio).

Sicuramente un buon prodotto di genere, realizzato con mestiere e con tanta passione. La pellicola si avvicina più al giallo che al poliziottesco. Se togliamo le scene degli inseguimenti, del secondo non rimane praticamente traccia. Belle prove attoriali, anche se spicca su tutti il grande Mario Adorf, qui dosato nella parte, ma intenso come solo lui sa fare. Alta tensione e ottimi effetti visivi arigianali. Sicuramente da vedere.

Ottimo incrocio di poliziesco e thriller. Il bravo Dallamano resta fedele alla tematica degli abusi e delle violenze sulle giovani donne, ma questa volta il tutto si mescola con una storia poliziesca dalle tinte forti. Tra omicidi-suicidi, insabbiamenti e mezze verità, sprofondiamo in un thriller dall’alto tasso di tensione. Il motociclista killer non ha nulla da invidiare al classico assassino argentiano. Memorabile, fenomeno unico del genere.

L’omicidio di una ragazzina porterà gli investigatori ad indagare, ma solo fino ad un certo punto, nel mondo della prostituzione di giovanissime borghesi, annoiate ed in cerca di ulteriore denaro facile. Gran bel film, che riesce a riprodurre efficacemente vizi e virtù della società italiana degli Anni Settanta, scellerata e corrotta, ma tenuta comunque a galla da un pugno di eroi “equilibrati”. Eccellente colonna sonora del mitico Cipriani e grande regia del povero Dallamano. Attori in gran forma e atmosfera giusta per una bel dopocena!

Più che poliziottesco è un giallo con elementi tipici dei thriller argentiani, dai quali tuttavia è bene mantenere le distanze: la narrazione è un po’ ingenua e semplicistica e la tensione non è mai molto alta. Il film è comunque dotato di un buon ritmo che lo rende piacevole e coinvolgente, grazie anche alla sapiente regia di Dallamano che, tra le altre cose, ci regala delle soggettive decisamente efficaci. Belle le musiche di Stelvio Cipriani.

Maggio 12, 2011 Pubblicato da: | Thriller | , , , , , , , | 2 commenti

1973, un anno di cinema

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Il 1973 è un anno assolutamente fondamentale per la storia del cinema; si producono migliaia di pellicole e gli spettatori affollano le sale cinematografiche di tutto il mondo.
Negli Usa vengono prodotti film destinati a diventare degli autentici cult, nonostante la nazione sia alle prese con il più grave scandalo politico della sua storia, il Watergate, episodio che avrà anche riduzioni cinematografiche importanti con pellicole come Tutti gli uomini del presidente.
In Italia siamo alle prese con gravi problemi interni dovuti all’escalation del terrorismo, con fatti di sangue come la strage alla questura di Milano o la morte dell’agente Marino sempre a Milano o con gravi fatti di cronaca come l’epidemia di colera che costerà la vita a 30 persone.

Come eravamo
Barbra Streisand in Come eravamo

L'esorcista
Linda Blair in L’esorcista

Nonostante tutto, il cinema tira e il 1973 sarà ricordato come l’anno più fecondo dal punto di vista degli incassi.
Merito anche di film importanti come L’esorcista, diretto da William Friedkin e interpretato da Ellen Burstyn, Max von Sydow e Linda Blair ; la storia della giovane Regan, posseduta da un demone sarà il film più visto della stagione e scatenerà una teoria di film di ispirazione satanica impressionante.

La stangata
Paul Newman e Robert Redford in La stangata

Il film di Friedkin diventa anche un fatto di costume, suscita paura e in alcuni casi terrore, conseguenze anche del fascino oscuro di ataviche paure dell’uomo, come la presenza delle forze del male e la raffigurazione visiva della sua componente più importante, il diavolo.
Dagli Usa arriva un altro film importante e campione di incassi: si tratta di Come eravamo di Sidney Pollack interpretato straordinariamente bene da Robert Redford e Barbra Streisand.

Jesus Christ Superstar
Jesus Christ Superstar di Norman Jewison

La storia della coppia che si conosce, si ama e poi si lascia lungo un periodo importante della storia americana che va dalla guerra alle prime proteste contro le armi nucleari affascina e commuove grazie anche all’indimenticabile colonna sonora della Streisand, The way we where.
Grandissimo successo per Jesus Christ Superstar, riduzione cinematografica anticonformista di Norman Jewison che riprende il grande successo del musical di Andrew Webber e Tim Rice e che consegna alla storia del cinema l’opera rock filmata più bella di sempre.
Un altro film che potremmo definire un musical mascherato ottiene un successo straordinario in tutto il mondo: si tratta di American Graffiti diretto da George Lucas e interpretato da un gran cast che include Richard Dreyfuss, Ron Howard e un giovane Harrison Ford.

Bella ricca lieve difetto fisico cerca anima gemella
Marisa Mell e Erika Blanc in Bella ricca lieve difetto fisico cerca anima gemella

La ricerca della felicità di un gruppo di amici che finirà per avere destini diversi è esaltato anche da una colonna sonora di primissimo ordine con brani leggendari come Rock Around The Clock di Bill Haley and the Comets o Smoke Gets In Your Eyes dei Platters.
Ancora gli Usa protagonisti con un film che racconta della beffa giocata da due imbroglioni ai danni di un re della mala di Chicago; è il film di George Roy Hill La stangata, anche questo interpretato da un grande Robert Redford coadiuvato da Paul Newman.
In Italia non si sta a guardare e si assiste al trionfo nelle sale del film di Fellini Amarcord, commossa e commovente pellicola dedicata alla Rimini dell’infanzia del regista, arricchita dalle splendide musiche del maestro Nino Rota, mentre dal punto di vita prettamente commerciale è l’anno del travolgente successo del film di Samperi Malizia, protagonista una giovane e affascinante Laura Antonelli che diverrà parte importante dell’immaginario erotico italiano.

L’agente speciale MackIntosh
Paul Newman e Dominique Sanda in L’agente speciale MackIntosh

Il film racconta le vicissitudini di una giovane cameriera che finirà per sposare il suo datore di lavoro ma che nel frattempo dovrà guardarsi dalle attenzioni dei figli dell’uomo.
La pellicola è anche il grande successo di un giovane attore che purtroppo scomparirà l’anno successivo a causa di un incidente motociclistico.
Si tratta di Alessandro Momo, che nel 1974 sarà consacrato grande attore dal suo ultimo film, Profumo di donna.
Ma gli Usa continuano a fare la parte del leone, sfornando autentici capolavori come Mean street di Martin Scorsese, regista tra i più importanti della cinematografia moderna; lo spaccato della Little Italy mostrato dal regista di origini italiane rivela anche lo straordinario talento di Robert De Niro che diverrà una vera star con Taxi driver.
Lusinghiero successo anche per una pellicola di pura evasione, tratta da un romanzo di Henri Charrière: si tratta di Papillon, film autobiografico di Charriere diretto da Franklin J. Schaffner e interpretato da due grandi attori, Steve Mc Queen e Dustin Hoffman.

A Venezia un dicembre rosso shocking
Julie Christie in A Venezia…un dicembre rosso shocking

La storia di amicizia dei due condannati alla prigione infernale della Cayenna in Guyana, pur non essendo un film riuscitissimo a fine stagione risulterà tra i più visti, per merito anche della splendida ambientazione ma sopratutto per la gara di bravura tra i due interpreti.
Grandissimo successo anche per Lumet con Serpico, storia di un poliziotto italo americano che scopre le magagne della polizia della sua città, un film che rivela un altro talento straordinario, quello dell’italo americano Al Pacino.
Scandalo e polemiche a non finire suscita invece il film di Marco Ferreri La grande abbuffata, iperbole di una società destinata a consumarsi nei riti del consumismo e che quattro amici decidono di affrontare in un modo assolutamente particolare, isolandosi cioè in una villa e lasciandosi morire attraverso una spaventosa indigestione di cibi accompagnata da una serie di atti sessuali che completeranno il loro annichilimento.
Il film ebbe traversie giudizarie a non finire, non certo per le immagini di sesso quanto per il durissimo colpo inferto da Ferreri alla morale sociale.

La seduzione
Maurice Ronet e Lisa Gastoni in La seduzione

Nella rassegna dell’anno non può mancare una citazione per il drammatico Giordano Bruno di Montaldo.
Il grande regista svedese Ingmar Bergman presenta nello stesso anno due film amatissimi dalla critica e accolti tiepidamente dal punto di vista degli incassi dagli spettatori: si tratta di Scene da un matrimonio e di Sussurri e grida, visioni intimistiche del rapporto di coppia con protagonista in entrambi i casi Liv Ulmann.
Buoni successi anche per il film di Woody Allen Il dormiglione, per Zardoz di John Boorman, un gioiello che racconta la storia di Zed che distruggerà la città dei sogni degli immortali riportandoli ad una vita mortale ma sicuramente meno noiosa di quella condotta al riparo della cupola che protegge la città dal resto dell’umanità.

Quando l'amore è sensualità
Quando l’amore è sensualità

Un altro film dal grande successo, anche se su un piano diametralmente opposto a quello di Ferreri è l’erotico Emmanuelle, tratto da un romanzo di Emmanuelle Arsan e che lancia la sua protagonista, Sylvia Kristel come icona dell’erotico.
Film dozzinale, il cui successo è spiegabile solo con la morbosa attenzione che parte del pubblico iniziava a riservare ai prodotti del soft erotico.
Dalla Francia arriva il capolavoro di François Truffaut, Effetto notte, grandissima opera che narra la storia di un gruppo di attori alle prese con un film che sembra non debba mai essere terminato e che avrà su di loro l’effetto di legarli indissolubilmente.
Sam Peckinpah propone un altro capolavoro, Pat Garrett e Billy Kid, storia di un’amicizia che si concluderà tragicamente e che lancerà la sua struggente colonna sonora, Knocking on heaven door come una delle più belle soundtrack della storia del cinema.

Sessomatto
Laura Antonelli in Sessomatto

Zardoz
Zardoz, di John Boorman

Michael Crichton porta sugli schermi un suo romanzo, Il mondo dei robot, storia di Delos, una città parco divertimenti in cui gli abitanti sono dei robot del tutto simili agli uomini, che hanno su d loro diritto di vita e di morte fino a quando un incidente tecnico non causerà una strage. Nel film la parte del leone la fa uno straordinario Yul Brinner nei panni di un cowboy pistolero che inseguirà l’ultimo sopravissuto fino alla drammatica resa dei conti.
Uno dei film più belli, che ebbe un lusinghiero successo ma che sarebbe diventato un cult negli anni successivi è lo straordinario A Venezia…un dicembre rosso schocking diretto dal grande Roeg e che racconta la storia in bilico tra paranormale e reale di una coppia che si trasferisce a Venezia dopo la drammatica morte della loro figlioletta e che sarà funestata anche dalla morte dell’uomo.

La montagna sacra
La montagna sacra

Effetto notte
Effetto notte, di Truffaut

Segnalo i buoni successi di film importanti come L’ultima corvè di Hal Ashby, di Il gabbiano Jonathan Livingston di Hall Bartlett tratto dal celebre romanzo di Richard Bach, di L’Amerikano di Constantin Costa Gavras,di L’agente speciale Mackintosh per la regia di John Huston, di Electra Glide per la regia di James William Guercio.
Ma non c’è solo il cinema americano o straniero, ovviamente.
La produzione italiana è di buon livello, anche se non eccelso.
Si va da Ludwig diretto da Luchino Visconti che però si rivelò un tremendo fiasco ai botteghini interpretato da Helmut Berger e Romy Schneider a Piedone lo sbirro di Steno, primo fortunato capitolo delle avventure del poliziotto tutto ceffoni Piedone passando per Polvere di stelle diretto da Sordi e alle cui riprese ho assistito personalmente.
Il regista romano girò parte della pellicola nella mia città, mentre le scene più belle ambientate in teatro vennero girate al Petruzzelli di Bari e quelle in albergo nell’ex Albergo delle Nazioni sul lungomare.

Serpico
Al Pacino in Serpico

Papillon
Steve McQueen, Papillon

Il film diventò famoso anche per il tormentone “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai? bella Hawaiana attaccate a sta banana” interpretato dal duo Sordi-Monica Vitti.
Il 1973 è anche l’anno del trionfo dei decamerotici, che si chiamino L’Aretino nei suoi ragionamenti… sulle cortigiane, le maritate… e i cornuti contenti…oppure Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto, E continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno o al contrario Leva lo diavolo tuo dal… convento, Quando le donne si chiamavano madonne, I Racconti di Viterbury
Questi prodotti girati alla velocità della luce vengono visti comunque da un vasto pubblico, con effetti incredibilI; registi di nessun talento e attricette alla ricerca di notorietà finiranno per inflazionare il mercato sgonfiando nell’anno successivo il fenomeno.

Emmanuelle
Emmanuelle

La grande abbuffata
Marcello Mastroianni e Andrea Ferreol in La grande abbuffata

Gloria anche per western parodistico, rappresentato dal successo di Il mio nome è nessuno, ideato e prodotto da Sergio Leone ed interpretato da Terence Hill (orfano di Bud Spencer) e da Henry Fonda.
Buoni successi, di critica e di pubblico per Il delitto Matteotti di Florestano Vancini conMario Adorf, Vittorio De Sica, Riccardo Cucciolla, Franco Nero che ricostruisce con sobrietà l’assassinio da parte dei fascisti del deputato socialista, per Lucky Luciano di Francesco Rosi con il solito grande Gian Maria Volonté dedicato alla figura del gangster di origini italiane, per Pane e cioccolata di Franco Brusati con Nino Manfredi, storia di un emigrante in Svizzera che sperimenterà sulla sua pelle il dramma di vivere in una nazione che non lo ama e che anzi lo ripudia, per l’ottima riduzione di un romanzo di Brancati, Paolo il caldo di Marco Vicario caratterizzato da un cast all star che presenta attori come Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà,Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin,Orchidea De Santis e Femi Benussi.

Mean Streets
Mean Streets di Martin Scorsese

Citerei ancora del 1973 i film Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli con Ugo Tognazzi, mediocre pellicola dedicata ad un golpe da opeeretta ed ispirato a fatti degli anni sessanta,il poliziottesco Milano trema: la polizia vuole giustizia di Sergio Martino con Luc Merenda, Silvano Tranquilli, Richard Conte, Martine Brochard, Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? un film di Giuliano Carnimeo con George Hilton, Paola Quattrini, Edwige Fenech
Un’annata importante, quindi sia per qualità, sia per quantità di film prodotti; siamo davvero nell’età dell’oro del cinema che si protrarrà ancora per circa tre anni prima del declino imprevedibile e imprevisto, coinciso con l’avvento delle tv private e che ha modificato completamente la storia stessa del cinema.

Tony Arzenta
Alain Delon e Nicoletta Machiavelli in Tony Arzenta

Amarcord
Amarcord

American graffiti
American graffiti

Storia di una monaca di clausura
Storia di una monaca di clausura

Anna, quel particolare piacere
Anna, quel particolare piacere

2022, I sopravissuti
2022, I sopravissuti (Soylent green)

Rivelazioni di uno psichiatra sul perverso mondo del sesso
Rivelazioni di uno psichiatra sul perverso mondo del sesso

I corpi presentano tracce di violenza carnale
I corpi presentano tracce di violenza carnale

Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan
Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan

Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer
Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?

Malizia
Malizia

Ultimo tango a Zagarol
Ultimo tango a Zagarol

Polvere di stelle
Polvere di stelle

Paper moon
Paper moon

Il delitto Matteotti
Il delitto Matteotti

banner Oscar1973

Il padrino (Miglior film)
Bob Fosse (Miglior regia per Cabaret)
Marlon Brando (Miglior attore per Il padrino)
Liza Minnelli (Miglior attrice per Cabaret)
Joel Grey (Miglior attore non protagonista per Cabaret)
Eileen Heckart (Miglior attrice non protagonista per Le farfalle sono libere)
Il candidato (Miglior sceneggiatura originale)
Il padrino (Miglior sceneggiatura non originale)
Cabaret (Miglior fotografia)
Cabaret (Miglior adattamento musicale)
Le farfalle sono libere (Miglior colonna sonora originale)
Luci della ribalta (Miglior colonna sonora originale)
L’avventura del Poseidon (Miglior canzone)
Cabaret (Miglior scenografia)
In viaggio con la zia (Migliori costumi)
Cabaret (Miglior montaggio)
Cabaret (Miglior suono)
L’avventura del Poseidon (Migliori effetti speciali)
Il fascino discreto della borghesia (Miglior film straniero)

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Gran prix:
Un uomo da affittare (The Hireling), regia di Alan Bridges (Gran Bretagna)
ex aequo Lo spaventapasseri (Scarecrow), regia di Jerry Schatzberg (USA)
Grand Prix Speciale della Giuria:
La maman et la putain, regia di Jean Eustache (Francia)
Premio della giuria:
Sanatorium pod klepsydra, regia di Wojciech Has (Polonia) ex aequo
L’invito (L’invitation), regia di Claude Goretta (Svizzera/Francia)
Prix d’interprétation féminine:
Joanne Woodward – Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde
Prix d’interprétation masculine:
Giancarlo Giannini – Film d’amore e d’anarchia
Premio opera prima:
Jeremy, regia di Arthur Barron (USA)
Premi FIPRESCI:
La grande abbuffata, regia di Marco Ferreri (Francia/Italia) ex aequo
La maman et la putain, regia di Jean Eustache (Francia)
Premio OCIC:
Lo spaventapasseri (Scarecrow), regia di Jerry Schatzberg (USA

banner David 1973

Migliore film

Alfredo Alfredo, regia di Pietro Germi (ex aequo)
Ludwig, regia di Luchino Visconti (ex aequo)

Miglior regista

Luchino Visconti – Ludwig

Migliore attrice protagonista

Florinda Bolkan – Cari genitori (ex aequo)
Silvana Mangano – Lo scopone scientifico (ex aequo)
Migliore attore protagonista
Alberto Sordi – Lo scopone scientifico
Miglior regista straniero
Bob Fosse – Cabaret (Cabaret)
Migliore attrice straniera
Liza Minnelli – Cabaret (Cabaret)
Migliore attore straniero
Yves Montand – È simpatico, ma gli romperei il muso (César et Rosalie) (ex aequo)
Laurence Olivier – Gli insospettabili (Sleuth) (ex aequo)
Miglior film straniero
Il padrino (The Godfather), regia di Francis Ford Coppola

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Tuoni lontani (Ashani Sanket)     Satyajit Ray

Maggio 10, 2011 Pubblicato da: | Miscellanea | | 1 commento

Il Poliziottesco o Poliziesco all’italiana

Il poliziesco banner

Il film poliziesco denominato all’italiana per distinguerlo dai prodotti arrivati sui nostri schermi da altri paesi e con connotazioni molto differenti, ebbe il suo massimo fulgore nel periodo intercorso tra la fine degli anni sessanta e la fine del decennio settanta, anche se sporadici casi di questo particolare genere di produzioni arrivarono prima e dopo il periodo indicato.
Un genere che si caratterizzò a tal punto da essere riconosciuto con la definizione di “poliziottesco”, brutto termine che però è entrato nel linguaggio comune per indicare quel filone cinematografico distinto dal film poliziesco vero e proprio per alcune caratteristiche particolari.
In primis l’uso della violenza, di tematiche locali (quindi non legate a discorsi internazionali) come la lotta alla mafia e alla camorra, il terrorismo, i sequestri di persona o anche semplicemente la cronaca nera, quella piena di tragici fatti di sangue di cui purtroppo è costellato il nostro passato.

Milano difendersi o morire 7
Barbara Magnolfi in Milano difendersi o morire

Altra caratteristica specifica può essere individuata nel binomio poliziotto/legge, tutto conflittuale, nel quale il difensore (i difensori) della legge si trovano a combattere non solo contro il crimine organizzato,contro terroristi di varia natura e contro serial killer spietati o semplici assassini casuali, ma anche contro le leggi di un paese spesso troppo garantiste nei confronti di coloro che facevano parte dei mondi citati, criminali spesso spietati che uccidevano inermi cittadini per portare a termine le loro losche imprese.

1 La mala ordina
La mala ordina (Femi Benussi e Mario Adorf)

All’interno del cinema poliziottesco si sviluppano quindi una serie di tematiche ben precise, come la denuncia della violenza e l’uso della forza per stroncarla, discorso molto complesso affrontato spesso dai registi con sceneggiature discutibili in cui assistiamo visivamente ad esplosioni di violenza, da parte dei tutori della legge, che nulla hanno da invidiare agli stessi malviventi.
La miscela tipica del genere poliziottesco è composta da violenza-azione-legalità, mescolata spesso a ingredienti classici del thriller come delitti efferati e un pizzico più o meno velato di sesso, immancabile anche in un genere che teoricamente non ne avrebbe bisogno.
Un’analisi generale della produzione dei polizieschi porterebbe a dire che il livello medio delle pellicole tende al basso; il che sarebbe però un’analisi troppo semplicistica, perchè tra le centinaia di pellicole girate nel periodo di massimo splendore del genere ci sono diversi film degni di menzione.

2 Paura in città
Silvia Dionisio in Paura in città

A partire da quello che può essere definito il capostipite di tutti (anche se non certamente il primo) i polizieschi, ovvero La polizia ringrazia, diretto da Stefano Vanzina alias Steno nel 1972, uscito in un periodo davvero drammatico della storia italiana.
Sono infatti passati solo tre anni dalla strage di Piazza Fontana a Milano e il decennio settanta è iniziato con cupi presagi e con una crisi economica che toccherà il culmine nel periodo della grande depressione dovuta alla crisi energetica. Non siamo ancora negli anni di piombo, eppure la violenza che inizia ad esplodere nel contesto sociale trova immediato riscontro nelle pellicole del periodo, pellicole che mostrano la grande attenzione del mondo del cinema verso la società e i suoi mutamenti.
Il merito del film di Steno è quello sopratutto di aver fissato dei paletti precisi, che saranno da allora in poi degli autentici canoni per tutti coloro che seguiranno la scia del fortunato film del regista romano.

3 Mark il poliziotto
Franco Gasparri in Mark il poliziotto

4 Mark colpisce ancora
Malisa Longo in Mark colpisce ancora

5 Mark il poliziotto spara per primo
Ely Galleani
in Mark il poliziotto spara per primo

In La polizia ringrazia troviamo per esempio l’onesto e integerrimo commissario Bertone alle prese con un’ondata di criminalità dilagante e contemporaneamente alle prese con l’ottusità della legge rappresentata dal miope Sostituto Procuratore Ricciuti; è una situazione che verrà ripresa moltissime volte, allor quando troveremo commissari e ispettori costretti a muoversi in un mondo crudele e determinato come quello della malavita senza avere alle spalle la tutela e il sostegno della legge.
L’amara conclusione del film di Steno mostra una tendenza che era tipica della  maggioranza silenziosa, ovvero di tutta quella parte della società civile che viveva e lavorava senza far sentire mai la propria voce: la tendenza al silenzio e alla rassegnazione, che in pratica favorivano l’esplosione dei fenomeni di criminalità diffusa.
Il cinema si impossessa anche del fatto di cronaca portandolo sullo schermo e dando colori vividi a fatti già di per se sintomatici di una realtà in continuo movimento come quella dell’escalation della criminalità organizzata; Lizzani con Banditi a Milano crea qualcosa di molto simile ad un poliziottesco quando gira il film che racconta le criminali gesta della Banda Cavallero, usando un ampio respiro per raccontare anche la metamorfosi della criminalità stessa, che si organizza e taglieggia aiutata anche dal silenzio e dall’omertà sia delle vittime che dei testimoni.

6 Genova a mano armata
Genova a mano armata

Banditi a Milano è quindi un altro paletto storico, sia per la bella ambientazione in un bianco e nero che ricorda tanto il noir, sia per la gigantesca prova di uno degli attori più bravi del cinema italiano, Gian Maria Volontè sia per la capacità di mostrare una Milano in evoluzione che ben presto avrebbe conosciuto una violenza cieca e feroce come quella esplosa nel dicembre del 1969 con la citata strage di Piazza Fontana.
Enrico Maria Salerno, il commissario Bertone e Gian Maria Volontè, il feroce bandito Cavallero: due facce di una medaglia opposte e diametralmente differenti come caratteri e comportamenti sociali.
La dove Bertone è il rappresentante delle forze oneste della nazione, Cavallero è l’epigono di coloro che quella società combattono, non certo per motivi ideologici ma semplicemente di opportunità.
E’ questa la parte migliore del cinema poliziottesco, quella che delinea e tratteggia comportamenti sociali diametralmente opposti, mostrando anche scene di vita quotidiana di realtà differenti del paese: la Milano industriale è lontanissima dalla Palermo in cui la mafia in maniera sempre più massiccia influenza la vita degli abitanti.
In comune c’è però, tra loro, la stessa volontà distruttiva del vivere comune, della legalità, di tutti quei valori che fanno della società l’unica forma possibile di convivenza.

7 Il cittadino si ribella
Il cittadino si ribella

C’è un altro film che può diventare a buon titolo emblematico della situazione italiana dei primi anni settanta, e che diventa poliziottesco solo marginalmente, ovvero per l’utilizzo dei canoni citati del genere: si tratta di Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica diretto da Damiano Damiani nel 1971, che quindi precede di un anno il citato film di Vanzina.
La storia del commissario Bonavia che combatte la mafia e che sarà costretto a farsi giustizia da solo perchè la legge non lo protegge e perchè il Procuratore generale della repubblica è colluso con la mafia stessa è emblematica del filone poliziottesco.
Qui troviamo davvero tutti gli elementi del genere mescolati con sapienza, inclusa la diffidenza tra poteri dello stato (il conflitto tra il giudice Traini e il commissario Bonavia), l’uccisione dell’integerrimo commissario ma anche la decisione di Traini di proseguire le indagini di Bonavia, di combattere quindi quei poteri forti che sono il vero cancro della società.

8 La belva col mitra
La belva col mitra (Helmut Berger e Marisa Mell)

Accanto a questo cinema di denuncia contenuto nel filone poliziottesco, c’è anche una parte eminentemente noir rappresentata egregiamente da due ottimi film di Fernando Di Leo, Milano calibro 9 e La mala ordina, entrambi del 1972.
Attraverso una descrizione fatta di azione con il giusto equilibrio di violenza, il regista pugliese racconta dall’interno le vicende e le contraddizioni della mala attraverso personaggi diventati autentici cult, come l’Ugo Piazza protagonista di Milano calibro 9 interpretato da uno straordinario Gastone Moschin e il Luca Canali protagonista di La mala ordina, interpretato dal rude ma efficace Mario Adorf.
Sono personaggi della mala, è vero, ma hanno dalla loro un codice d’onore che è sconosciuto alla malavita e alla fine il pubblico si ritrova a provare simpatia per le loro vicende.
Di Leo, che chiuderà quella che è conosciuta come la trilogia del milieu con Il Boss, racconta un mondo contraddittorio e violento con un uso della violenza che mostra davvero come la malavita sia da considerare a tutti gli effetti un inferno senza ritorno.

9 La polizia è al servizio del cittadino
La polizia è al servizio del cittadino?

Un altro film da segnalare che riprende ancora la tematica del poliziotto duro e inflessibile costretto a fare i conti con le pastoie della legge è Milano trema: la polizia vuole giustizia, diretto da Sergio Martino nel 1973.
Il commissario Caneparo assomiglia solo in parte a Bonavia e ancor meno a Bertone.
Siamo all’estremizzazione della figura del poliziotto, che è certo dell’inefficacia delle leggi e che agisce in maniera quasi anarchica contro la criminalità.
Un giustiziere solitario, quindi, che usa la legge per fare giustizia senza però rispettarne i dettami fondamentali.
Luc Merenda, che interpreta Caneparo, ha le phisique du role e la giusta dose di ironia per muoversi da cane sciolto nell’acqua torbida, carico di una rabbia che simboleggia proprio quella parte di società civile stanca di dover sempre sopportare.

10 Milano trema, la polizia vuole giustizia
Luc Merenda in Milano trema, la polizia vuole giustizia

11 I familiari delle vittime non saranno avvertiti
I familiari delle vittime non saranno avvertiti

La polizia è al servizio del cittadino? (1973) di Romolo Guerrieri porta ancor più in avanti il discorso dell’intreccio tra poteri forti e la conflittualità con la legge, rappresentata dalla figura del Commissario Sironi (Enrico Maria Salerno), un poliziotto che ricorda Caneparo almeno nella disillusione sui metodi legali per affrontare la criminalità questa volta legata ai colletti bianchi. La reazione del poliziotto si tramuta in una vendetta personale quando, smessi i panni del funzionario di polizia si trasforma in giustiziere per fare quello che la legge non ha potuto fare, punire il capo di un’organizzazione malavitosa.
Praticamente identico nella tematica di fondo è La polizia incrimina, la legge assolve, che già dal titolo denuncia una situazione molto sentita dal comune cittadino.
Con questo film, diretto da Enzo G. Castellari nel 1973, un anno d’oro per il cinema italiano, troviamo elementi di novità sopratutto a livello di azione, con la sequenza spettacolare dell’inseguimento di un’ambulanza con a bordo i classici delinquenti e un’auto della polizia.

12 Napoli si ribella
Sonia Viviani in Napoli si ribella

13 da Corleone a Brooklin
… e in Da Corleone a Brooklin

La sequenza, che dura 8 minuti, mostra anche come la tecnologia stia facendo passi da gigante e di come i registi si avvalgano sempre più di scene d’azione per movimentare i film.
Un poliziottesco di buona fattura e abbastanza anomalo nel suo svolgimento è Revolver di Sergio Sollima. Questa volta il protagonista centra marginalmente con la legge, in quanto è direttore di un istituto penitenziario, costretto a fare un’alleanza insolita con un criminale per liberare sua moglie dalle grinfie di un’organizzazione malavitosa.
L’interpretazione del direttore è affidata a Oliver Reed, leggendario interprete dei Diavoli di Ken Russell; la faccia e il temperamento anglo sassone dell’attore mal si sposano però con le caratteristiche del personaggio che è chiamato ad interpretare e per una volta a uscirne meglio è il co-protagonista Fabio Testi che allo spettatore risulta di gran lunga più simpatico e umano.

14 La polizia accusa il servizio segreto uccide
La polizia accusa:il servizio segreto uccide

Come appare chiaro, la grande protagonista e ovvia protagonista rimane la polizia; una struttura in cui si formano legami fortissimi o odi e rivalità feroci, in cui il senso di solidarietà fra colleghi diventa caratteristica pregnante, ma dove può annidarsi il giuda di turno.
E’ un mondo quasi votato tutto al maschile, perchè sono lontanissimi i tempi delle pari opportunità: carabinieri, finanza e altri corpi sono quasi esclusivamente popolati da maschi e la figura femminile quando è presente è sempre di contorno.

15 Liberi, armati, pericolosi
Eleonora Giorgi in Liberi, armati, pericolosi

La donna è anche presente nella criminalità, spesso  con il ruolo di vittima mentre raramente lo è come protagonista.
In Milano rovente di Lenzi il boss è Salvatore Cangemi, che gestisce appunto un giro di prostitute.
La donna come merce, quindi, mentre questa volta il criminale di turno non verrà preso dalla polizia, ma beffato da un’organizzazione concorrente; siamo quindi di fronte ad un ribaltamento di ruoli inusuale per il poliziottesco.
Lo stesso Lenzi gira nel 1974 il poliziesco più violento del filone, quel Milano odia: la polizia non può sparare che vede protagonisti Thomas Milian e Henry Silva, rispettivamente il delinquente estremizzato come sadico e violento e il poliziotto che alla fine farà giustizia da solo.

16 La città gioca d’azzardo
La città gioca d’azzardo

17 Revolver
Oliver Reed in Revolver

Lenzi amplifica tutte le caratteristiche negative del personaggio del malvivente trasformando il suo Giulio Sacchi (Thomas Milian) in un insieme di tutti i peggiori vizi e di tutte le peggiori debolezze.
Man mano che ci inoltriamo nel cuore degli anni di piombo, il cinema poliziottesco descrive sempre più scene di lotta politica, di terrorismo, di scontri tra la legge e le fazioni politiche in lotta contro il potere costituito e la legalità, ma non dimentica comunque le nuove frontiere costituite dalla diffusione della droga, del traffico di armi o di esseri umani.
Tra le pellicole più importanti del periodo che va dal 1974 alla conclusione del decennio si possono citare:
Il cittadino si ribella, 1974 diretto da Enzo G. Castellari che racconta la vendetta privata di un cittadino costretto suo malgrado a difendersi da solo;
La polizia chiede aiuto, 1974, di Massimo Dallamano con protagonista Claudio Cassinelli, con la polizia costretta questa volta a fare i conti con un maniaco omicida. Il film di Dallamano, che mescola con sapienza elementi di giallo e thriller ad elementi tipici del poliziottesco è una delle parti terminali del periodo migliore del genere stesso.
L’elenco dei poliziotteschi potrebbe continuare ancora a lungo, ma i film più rappresentativi sono quelli che ho citato.
Dopo il 1975 le cose iniziano a cambiare, per molteplici ragioni e sopratutto in conseguenza dei mutati gusti del pubblico; il poliziottesco evolve in altre forme, anche se non mancano i prodotti canonici.

18 Quelli della calibro 38
Carole Andrè in Quelli della calibro 38


Rosita Torosch in Milano odia la polizia non può sparare

La forma estrema è rappresentata dall’enorme successo riscosso dalla serie con protagonista Thomas Milian, che interpreta  Monnezza e che connota i film con ironia ma anche con trivialità accentuate.
Il Monnezza è un personaggio che sembra preso di corpo da un decamerotico o da una commedia becera all’italiana; bestemmia, veste in maniera assolutamente anticonvenzionale, usa le mani piuttosto che la pistola.
E’ l’apologo di un certo tipo di cinema e sta al poliziottesco come Pierino sta alla commedia all’italiana, mentre lo stesso Milian interpreta il poliziotto Giraldi nella serie di film che assumerà le denominazioni di Squadra antimafia, Squadra antitruffa ecc.

19 Napoli spara
Napoli spara

20 Luca il contrabbandiere
Luca il contrabbandiere

Accanto a questa tipologia di film troviamo anche la fortunata serie interpretata da Bud Spencer con protagonista il poliziotto buono Piedone.
Il poliziottesco quindi muta pelle e si adatta ai nuovi gusti del pubblico.
La parte più fedele alla tradizione è rappresentata dalla serie dei film interpretati da Maurizio Merli (Poliziotto sprint (1977), Il commissario di ferro (1978), Un poliziotto scomodo (1978) ) diretti da Stelvio Massi e dalla breve serie con protagonista lo sfortunato ex attore dei fotoromanzi Lancio Franco Gasparri che interpreterà il Commissario Mark Terzi nei film Mark il poliziotto (1975), Mark il poliziotto spara per primo (1975) e Mark colpisce ancora (1976), tutti diretti dallo specialista Massi.

21 La città è sconvolta, caccia spietata ai rapitori
La città è sconvolta, caccia spietata ai rapitori

Numerose le pellicole ambientate nelle varie città italiane, che diventano di volta in volta violente o spietate, drogate o preda della criminalità.
I titoli parlano da soli, perchè si va da Roma violenta (1975) di Franco Martinelli a Genova a mano armata (1976) di Mario Lanfranchi, da Milano violenta (1976) di Mario Caiano a Roma a mano armata (1976) di Umberto Lenzi passando per Roma: l’altra faccia della violenza (1976) di Franco Martinelli e per il ciclo napoletano composto per esempio da Napoli violenta (1976) di Umberto Lenzi e Napoli spara! (1976) di Mario Caiano oltre che da Napoli si ribella (1977) di Michele Massimo Tarantini.
Attorno al 1977/1978 il genere poliziottesco mostra la corda; le storie ormai sono troppo ripetitive e la realtà sociale del paese ha ormai superato da tempo la fantasia.
Siamo al culmine degli anni di piombo che hanno la parte terminale nel caso Moro, vero punto di svolta della storia del nostro paese.

22 Italia a mano armata
Maurizio Merli in Italia a mano armata

Il poliziottesco tardo, quello di fine anni settanta, è affidato a Corbucci come abbiamo visto che gira oltre una dozzina di pellicole con i citati film di Milian  mentre Steno furoreggia con Spencer/Piedone.
Al fianco di questi film, che hanno una loro dignità, troviamo tutta la serie partenopea con protagonista Mario Merola; il re della sceneggiata interpreta I contrabbandieri di Santa Lucia (1979) di Alfonso Brescia, Luca il contrabbandiere (1980) di Lucio Fulci , I guappi non si toccano (1979) di Mario Bianchi, Napoli… la camorra sfida e la città risponde (1979) di Alfonso Brescia ,Luca il contrabbandiere (1980) di Lucio Fulci che resterà di gran lunga il prodotto migliore del tardo poliziottesco.
Per l’ennesima volta tocca citare la grande crisi del cinema che travolse tutto nel 1979; il poliziottesco cessa praticamente di vivere se si escludono pochi tentativi di resuscitare il genere, come L’avvertimento (1980) di Damiano Damiani, Da Corleone a Brooklyn (1979) di Umberto Lenzi, Il giorno del Cobra (1980) di Enzo G. Castellari.

23 Squadra volante
Squadra volante


Confessione di un commissario di polizia

Una fine annunciata, tuttavia, come del resto accaduto per i decamerotici e la commedia sexy, per il thriller all’italiana e per l’horror di derivazione “baviana”
Un genere, il poliziottesco, amato abbastanza dal pubblico e pochissimo o nulla dai critici, che rimproveravano ai registi una dose troppo massiccia di violenza e qualunquismo unita a razzismo e intolleranza.
Tuttavia i decenni successivi hanno in qualche modo riabilitato il genere, con la riscoperta di alcune di queste pellicole.
E in rete sono nati diversi siti dedicati al fenomeno, il più completo dei quali è (vera miniera per gli appassionati e non) il sito http://www.pollanetsquad.it/ che ha in pratica tutte le schede dei film poliziotteschi prodotti in Italia.

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La polizia ringrazia

24 Milano calibro 9
Milano calibro 9

25 Diamanti sporchi di sangue
Diamanti sporchi di sangue

26 La banda del gobbo
La banda del gobbo


La legge violenta della squadra anticrimine

28 La polizia interviene ordine di uccidere
La polizia interviene: ordine di uccidere

29 Fango bollente
Fango bollente

30 Il cinico l’infame e il violento
Il cinico l’infame e il violento

31 Roma a mano armata
Roma a mano armata

32 La polizia sta a guardare
La polizia sta a guardare

33 Si può essere più bastardi dell’ispettore Cliff
Si può essere più bastardi dell’ispettore Cliff?


La polizia chiede aiuto

34 No, il caso è felicemente risolto
No, il caso è felicemente risolto

35 La polizia incrimina, la legge assolve

La polizia incrimina, la legge assolve

36 Un detective
Un detective

1 Poliziesco banner soundtrack

 Sound Squadra volante

Sound Calibro 35

Sound Italia a mano armata

Sound La mala ordina

Sound La polizia accusa

Sound La polizia ha le mani legate

Sound La polizia incrimina la legge assolve

Sound La polizia sta a guardare

Sound Mark il poliziotto

Sound Milano calibro 9

Sound Milano il clan dei calabresi

Sound Milano odia la polizia non può sparare

Sound Napoli violenta

Sound Quella carogna dell'ispettore Sterling

Maggio 7, 2011 Pubblicato da: | Miscellanea | | 7 commenti

Sabato, domenica e venerdi

Sabato domenica e venerdi locandina

Tre episodi girati in stile tipico della commedia all’italiana con sbirciatine al cinema sexy (molto blande) per la regia di Sergio Martino,Pasquale Festa Campanile e del duo Castellano e Pipolo.
Primo episodio, Sabato, regia di Sergio Martino:
– A Nicola La Brocca, dipendente della filiale italiana di una grande azienda giapponese, la Zaikoto, il capo ufficio affida un compito all’apparenza ingrato; ricevere il rappresentante della grande azienda nipponica e scarrozzarlo in giro per la città. Nonostante le proteste, Nicola è costretto ad accettare in quanto è l’unico in azienda a parlare un po di inglese.

Sabato domenica e venerdi 2

All’aeroporto la prima sorpresa: Tokymoto non è affatto un grigio funzionario, ma una splendida donna, che reca con se le ceneri del nonno che la donna deve spargere in aria come da tradizione.

Sabato domenica e venerdi 5
Lino Banfi e Edwige Fenech

Poichè Nicola è fidanzato con una collega molto gelosa, iniziano le peripezie dell’uomo costretto a portare il giro per la città l’ingegnere che combina anche qualche guaio (libera una moltitudine di uccellini dalle gabbie di un negozio di animali costringendo Nicola a pagare il conto).
In più il suo superiore, vista l’avvenenza dell’ingegnere, inizia una corte serrata alla donna.
Ma dopo una serie di avventure, Nicola emigrerà a Tokyo con la bella nipponica con la quale metterà su famiglia e aprirà in città un ristorante italiano chiamato ovviamente The little ear

Sabato domenica e venerdi 1

Secondo episodio, Domenica, regia di Pasquale Festa Campanile:
– A Mario, giovane camionista che trasporta impianti sanitari, capita un imprevisto; la sua vicina, l’avvenente Enza Paternò chiede di impersonare per un giorno la parte del futuro marito della ragazza. Enza ha una relazione proibita con un uomo sposato, ma a casa sua stanno per arrivare i genitori della stesa che essendo siciliani hanno ancora una mentalità chiusa.
L’uomo accetta, ma da quel momento passerà un nugolo di guai, incluso un incidente nel quale distruggerà tutto un carico di sanitari.
Ma alla fine otterrà l’amore della bella Enza

Sabato domenica e venerdi 3

Michele Placido e Barbara Bouchet

Terzo episodio, Venerdi, regia di Castellano e Pipolo:
– A Ambrose Costantin capita invece un grosso guaio; l’uomo, ricchissimo e viziato, è l’impresario del balletto Les porte-bonheur (appartenente al Crazy Horse di Parigi) la cui prima ballerina e Jacqueline.
La ragazza decide di abbandonare il balletto per seguire un gangster innamorato di lei e a quel punto Ambrose decide di intervenire per evitare che la donna sposi il gangster.
Per farlo, dovrà confessare alla donna di amarla….

Sabato, domenica e venerdi esce nelle sale italiane nel 1979 nel momento in cui più si sta diffondendo l’abitudine di unire frammenti di film per farne prodotti di largo richiamo, usando l’espediente di utilizzare nomi di grido della commedia italiana affiancandoli con ottimi caratteristi.

Sabato domenica e venerdi 4

La diva del Crazy Horse Lova Moor

In questo caso i protagonisti sono, nell’ordine, Lino Banfi e Edwige Fenech per il primo episodio, Barbara Bouchet e Michele Placido per il secondo e Adriano Celentano e la diva del Crazy Horse Lova Moor nel terzo.
Film senza particolari guizzi, nel quale l’episodio più divertente è sicuramente il primo, affidato alla sapiente mano di Sergio Martino.
Il collaudato duo Banfi-Fenech diverte davvero e l’episodio è fresco e interessante; particolarmente riuscita la gag in cui lo sventurato Nicola mangia letteralmente le ceneri del nonno dell’ingegner Tokymoto, oppure quello della dimostrazione della casa del futuro.
A a fare da contorno degli ottimi caratteristi, come Daniele Vargas (nei panni del superiore di Nicola) e Milena Vukotic, la fidanzata gelosa di Nicola. Piccola particina per Baccaro nel ruolo di un bagnino.
Leggermente inferiore il secondo episodio, anche se non mancano alcune sequenze gustose, come l’incidente che capita all’assonnatissimo Mario (ben interpretato da Michele Placido) e la scena notturna in cui l’amante di Enza si introduce involontariamente nel letto in cui invece della sua donna c’ è la mamma della ragazza.
Da dimenticare invece l’episodio tre, quello con Celentano, arruffato e senza una vera sceneggiatura, affidato tutto all’indubbio carisma del molleggiato.
Che però risulta supponente, spocchioso e antipatico mentre le gag a lui affidate sono decisamente troppo surreali e scontate.

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Molto male anche Lova Moor, spettacolosa da vedersi mentre balla e da dimenticare quando tenta di recitare.
Un film innocuo e senza pretese che può essere visto giusto come tappabuchi di una serata indolente e noiosa.

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Sabato, domenica e venerdì un film di Castellano e Pipolo, Sergio Martino, Pasquale Festa Campanile. Con Lino Banfi,Milena Vukotic, Barbara Bouchet, Michele Placido, Edwige Fenech, Adriano Celentano
Renzo Ozzano,Lova Moor-Commedia, durata 118 min. – Italia 1979.

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Sabato domenica e venerdi banner personaggi

Episodio 1, Sabato:

Lino Banfi: Nicola La Brocca
     Edwige Fenech: Ing.Tokimoto
     Daniele Vargas: Il superiore di Nicola
     Milena Vukotic: Clelia Benelli

Episodio 2, Domenica:

Barbara Bouchet: Enza Paternò
     Michele Placido: Mario Salvetti

Episodio 3, Venerdi:

Adriano Celentano: Ambrose Costantin
     Lova Moor : Jacqueline
     Elio Crovetto: Frank il gangster

Sabato domenica e venerdi banner cast

Regia :    Castellano e Pipolo
Pasquale Festa Campanile
Sergio Martino
Soggetto     Castellano e Pipolo
Sceneggiatura     Castellano e Pipolo
Produttore     Luciano Martino
Fotografia     Alejandro Ulloa
Montaggio     Eugenio Alabiso
Mario Siciliano
Musiche     Mariano Detto
Scenografia     Mimmo Scavia
Costumi     Luis Argüello, Adriana Bellone e Natalia Verdelli

Sabato domenica e venerdi foto 1

Sabato domenica e venerdi locandina 1

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Ultimi sprazzi della commedia ad episodi all’italiana molto in voga negli anni ’70. In questo caso vengono impiegati attori e registi specializzati nel genere; il risultato è diseguale: buono l’episodio con Lino Banfi (diretto da Martino) nel quale il comico pugliese trova una delle sue partner più affini, la Fenech. Poco incisivi (sia per sceneggiatura che per prova degli attori) gli altri due episodi.

Pellicola a episodi, nella tradizione di certa commedia (sexy o meno) italiana: un terzetto, al solito disomogeneo, tenuto insieme dal giorno della settimana in cui si svolgono le storie. “Sabato”, diretto dal grande Sergio Martino, è ancora una volta il miglior esemplare del terzetto e presenta una Fenech (presa di mira da uno scatenato Banfi) nell’insolita veste di ingegnere orientale, con inevitabile parlata insolita (la R diventa L); “Domenica” è l’episodio più spento e noioso, nonostante la Bouchet; “Venerdì” presenta un molleggiato sottotono.

Fiacchissimo colpo di coda della commedia a episodi, in evidente debito di idee, di freschezza, forse anche di voglia. Quasi terribile quello con Placido, decoroso quello di Banfi con la Divina (e un bel gruppo di caratteristi d’appoggio), impalpabile il segmento del Molleggiato. Del tutto trascurabile, peccato per il coinvolgimento di Festa Campanile al suo minimo storico.

Tre episodi con tre protagonisti sulla carta validissimi (Banfi, Placido, Celentano) più bellezze e caratteristi assortiti. Placido è il meno “brillante” dei tre attori e il suo episodio, commedia degli equivoci di impostazione classica, ne risente; Celentano anticipa con sufficiente brio i suoi episodi di Grand Hotel Excelsior e Sing Sing; Banfi, agevolato dall’avere i comprimari più incisivi (la Vukotic, Vargas e Baccaro) e da una insolita Fenech orientale, dà vita all’episodio più divertente del trio.

Una commediola ad episodi non memorabile, ma efficace e che si lascia sempre vedere volentieri. Il risultato artistico dei singoli episodi è alterno e per una volta abbasso il pollice per quello con Celentano che, a mio avviso, risulta fiacco. Divertente l’episodio con Banfi e poi la Fenech giapponesina è un culto! Pochadistico e godibile l’episodio con Placido, dunque di mio gradimento (arrivo quasi a definirlo il migliore del trio). In dvd (Federal video) è tagliato.

Abbastanza trascurabile questa commedia a episodi, tipica del periodo. Del lotto l’episodio migliore rimane quello con Banfi e la Fenech, affiatati come sempre e circondati da un cast di spessore comico (Vargas e Baccaro su tutti). Il segmento con Placido è gradevole, si lascia vedere ma nulla più, colpa anche di una spenta Bouchet; l’episodio di Castellano & Pipolo, che dirigono il “prediletto” Celentano, è nel tipico stile del trio, con il molleggiato che si ritaglia il solito personaggio burbero e inanella non-sense a tutto spiano. **1/2

Tre episodi divertenti e molto anni ’70. Forse il migliore dei tre è quello con Lino Banfi, per le trovate esotiche (la Fenech in versione giapponese, finalmente doppiata dalla stessa Edwige), la cena al ristorante pugliese, la Vukotic fidanzata furiosa e i vari travestimenti (Banfi versione geisha). Il bello, però, non è (ri)vedere la coppia Fenech/Banfi o constatare che Adriano Celentano, anche nei panni dell’impresario eccentrico Costatine, se la sa cavare bene, ma un giovane Michele Placido alle prese con Barbara Bouchet! Tre.

Dimenticabile commedia a episodi girata quando ormai il genere era tramontato da un pezzo. Martino dirige tutti e tre gli episodi, ma non lascia un segno indelebile e il cast è mal sfruttato. Banfi e la Fenech deludono le aspettative, forse anche per colpa di una storia per nulla interessante. Placido è il peggiore della compagnia. Celentano strappa ogni tanto qualche risata ma anche lui ha fatto di meglio. Evitare.

Di commedie italiane a tre episodi più belle ce ne sono molte. I tre episodi sono nel complesso carini ma nessuno è veramente comico o degno di nota. Nel primo episodio Banfi fa ridere (a mio parere più di Placido e Celentano), ma è proprio la storia ad avere troppi profili ingenui e quindi poco divertenti (tranne quando c’è Salvatore Baccaro in sena, assolutamente imperdibile). La seconda con Placido è troppo sempliciotta e poco innovativa, tendente al noioso, mentre Celentano ha fatto di meglio.

Mi chiedo come Celentano sia finito in un film del genere: il primo episodio con Banfi parte bene, pieno di gag, ma rallenta il ritmo lungo la strada e diventa del tutto indigeribile quando la Fenech sfodera delle improbabili arti marziali. Quello con Placido e la Bouchet è una tipica farsa degli equivoci, abbastanza simpatica, ma diretta da Campanile in modo anonimo e svogliato; allora il migliore è proprio Celentano, che insieme ai registi Castellano e Pipolo conserva la sua comicità fresca e leggera, ma dopo più di un’ora di noia è poco.

Ultimi guizzi e primi rantoli del tradizionale film ad episodi, esiti assai gracilini e debolucci. L’episodio diretto da Martino si basa sulla collaudata accoppiata Banfi-Fenech, ha una certe verve e riesce a “svoltare” in maniera interessante. L’episodio di Festa Campanile è una slavatissima mini-commedia degli equivoci, con una Bouchet incredibile come siciliana vessata dai genitori. Il terzo, quello con Celentano attore, che non mi piace proprio, offre solo discreti inserti coreografici, ed è veramente triste nella sua irredimibile banalità.

Concordo con chi ritiene il primo l’episodio migliore: simpatico Banfi, Vargas “provolone” e una Fenech nipponica con tettone in mostra invero improbabili in una donna giapponese dell’epoca; il secondo è deprimente, a prescindere dalla fulgida bellezza di Barbara Bouchet, sempre piacevole da vedere; davvero patetico Celentano nel terzo, che gioca a scimmiottare – nel caso del molleggiato è l’aggettivo giusto – Alain Bernardin, patron del parigino “Crazy Horse”. C’è anche il povero Ernest Thole, figlio del copertinista Karel…

Tre registi, tre episodi, formula già utilizzata con successo dalla commedia all’italiana. Stavolta il risultato è altalenante: se Martino e Festa Campanile dirigono ottimamente le coppie Banfi/Fenech e Placido/Bouchet con risultati discreti (soprattutto il secondo episodio) Castellano & Pipolo invece dirigono fiaccamente un episodio (il più debole) con un Celentano sottotono e quasi svogliato e neanche le ballerine del Crazy Horse riescono a risollevarne le sorti. Si ride a sprazzi ma nel finale si sbadiglia più del personaggio di Placido.


Sabato domenica e venerdi locandina 1

Sabato domenica e venerdi foto 2

Sabato domenica e venerdi foto 1

Maggio 5, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | 4 commenti

Soledad Miranda

Soledad Miranda Foto 1
Soledad Miranda

La mattina del 18 agosto 1970 José Manuel Simões guidava la sua auto sulla Costa del sol, nel tratto che conduce da Estoril a Lisbona; accanto a lui c’era sua moglie Soledad Rendón Bueno, che il pubblico cinematografico conosceva come Soledad Miranda, attrice bellissima e amata, in procinto di dare una svolta alla sua carriera.
Ha 27 anni la bella Soledad e fino a quel momento ha interpretato 31 film e 3 sceneggiati tv.

Soledad Miranda Ursus
La sua prima vera apparizione nel film Ursus

Si appresta a firmare un contratto che la deve lanciare finalmente in America, sopratutto in quella latina dove la sua bellezza e quei tratti tipicamente mediterranei le possono assicurare quel successo che ha ma solo in patria e in Europa.
Artur Brauner, il suo produttore, è stato chiaro con lei; la trasformerà in una diva internazionale, allontanandola temporaneamente (o forse per sempre) da quel cinema a sfondo erotico che ormai è ddiventata la costante della sua carriera, da quando cioè ha conosciuto Jesus Franco, il regista che l’ha lanciata definitvamente in pellicole morbose, come il celebre Vampiros lesbos.

Soledad Miranda Sugar colt
Sugar colt

Lei si fa chiamare Susan Korda, perchè non vuole che il suo nome sia legato ai film erotici che sta interpretando: non dimentichiamo che in Spagna siamo in pieno franchismo e che la censura fortissima che opera nel paese in pratica le impedisce qualsiasi visibilità.
I film di Franco infatti, se circolano, lo fanno solo con pesantissimi tagli.
José Manuel Simões quindi accompagna sua moglie all’appuntamento.
Con loro non c’è il piccolo Antonio, nato dal matrimonio.

Soledad Miranda Il Conte Dracula
Il Conte Dracula

Sulla strada un piccolo camioncino sbanda e travolge l’auto dei due coniugi; le conseguenze sono terrificanti per Soledad che riporta gravi fratture al cranio e della colonna vertebrale, mentre suo marito ha solo poche escoriazioni.
Viene trasportata di corsa nell’ospedale San José di Lisbona, ma le sue condizioni appaiono disperate; poche ore dopo senza mai uscire dal coma la giovane attrice muore.
Soledad era nata a Siviglia in Andalusia il 9 luglio del 1943.
Nipote della famosa cantante spagnola, attrice e ballerina di flamenco Paquita Rico, era figlia di una famiglia numerosa che contava oltre lei altri cinque figli.

Soledad Miranda Vampiros lesbos 2
Vampyros lesbos

Soledad Miranda The Devil Came from Akasava
Una Venere senza nome per l’ispettore Forrester

Le difficoltà economiche spinsero la piccola Soledad a lavorare fin dalla tenera età come ballerina a San Fernando di Siviglia per poi andare in tour per la Spagna; a sedici anni si trasferisce a Madrid, sempre continuando la sua breve carriera di ballerina.
Nel 1960 avviene il suo esordio cinematografico; a chiamarla sul set è il regista Jesus Franco che la dirige nel film La reina del tabarin; il film è un musical e la parte di Soledad è molto breve tant’è che l’attrice non figura tra i crediti del film stesso.
Ha tuttavia modo di mettersi in luce nel 1961 con il film Ursus, diretto dal regista Carlo Campogalliani; lei ha il ruolo di Iside in un peplum ben fatto nel quale compaiono le star del genere Moira Orfei e Mariangela Giordano. La sua bellezza così mediterranea, così selvaggia non passa inosservata e nello stesso anno interpreta il film di  José María Elorrieta Cancion de cuna.

Soledad Miranda 100 rifles
El Verdugo (100 Rifle)

Fino al 1966 l’attrice lavora in pellicole destinate al mercato spagnolo, tra le quali possiamo segnalare Eva 63 , La bella Mimí (un altro musical) e  I leoni di Castiglia diretto da Javier Setó con la partecipazione di Fernando Rey e Alida Valli.
L’anno più importante per lei è il 1966; Soledad ha soli 16 anni, è bellissima e ha iniziato ad avere una certa fama nel mondo cinematografico. Conosce José Manuel Simões da Conceição un pilota di auto da corsa di origini portoghesi e lo sposa mentre nel frattempo lavora all’horror Prigionieri dell’orrore, film diretto da José Antonio Nieves Conde nel quale divide la scena con la bellissima Ingrid Pitt.

Soledad Miranda Prigionieri dell’orrore
Prigionieri dell’orrore

Soledad Miranda La familia y… uno más
Una curiosa espressione di Soledad in La familia y… uno más

Nel 1967 nasce suo figlio Antonio e contemporaneamente lavora a due film di buona rilevanza internazionale; il primo è Avventure e gli amori di Miguel Cervantes diretto da Vincent Sherman con Horst Buchholz nel ruolo del grande Cervantes e al fianco di Gina Lollobrigida, José Ferrer, Fernando Rey e Francisco Rabal mentre il secondo è il western Sugar Colt di Franco Giraldi.
Un periodo decisamente fortunato, questo, sia dal punto di vista professionale che da quello umano.
Suo marito lascia le corse dietro sua insistenza, pur restando nel campo automobilistico e lei si dedica alla tv per la quale gira prodotti come Lola la piconera ,La última moda e Estudio amueblado 2.P.

Soledad Miranda Eugenie De Sade
Soledad nel film Eugenie De Sade

Soledad Miranda Sie tötete in Ekstase
She Killed in Ecstasy

Il successo, quello vero, lo conosce grazie al suo mentore Jesus Franco che ormai sta facendosi una grande fama come regista di film horror. Sua è la parte di Anna nel film Sangre en la noche, conosciuto all’estero con i titoli di Les cauchemars naissent la nuit (Francia) e Nightmares Come at Night Usa e Europa)
Il film contiene scene di nudo, assolutamente vietate in Spagna e Soledad sceglie di cambiare il suo nome in Susan Korda, almeno per la distribuzione spagnola; scene che l’attrice aveva già girato nel film El Verdugo (1969) accanto a Burt Reynolds e Raquel Welch. Nel film la sua selvaggia bellezza non aveva certo lasciato indifferenti gli spettatori che da quel momento la elessero a personale culto.
A ben guardare il vero segreto di Soledad era proprio il suo volto così particolare; l’attrice non era molto alta, appena un metro e sessantacinque e non aveva un fisico esplosivo. Tuttavia da lei emanava una specie di magnetismo fortissimo che sarebbe stato esaltato proprio da Jesus Franco nel film più famoso di Soledad, Vampyros lesbos.
Nel 1970 Jesus Franco gira la sua versione di Dracula, il leggendario vampiro creato da Bram Stoker; nel ruolo del principe della notte il regista chiama Christopher Lee mentre a Soledad è riservato quello di Lucy Westenra, la bella vampirizzata dal conte che la trasforma in una letale vampira.
Il legame tra i due diventa più simbiotico e la bella Soledad recita nel film successivo di Jess, Una Venere senza nome per l’ispettore Forrester conosciuto in Spagna come El diablo que vino de Akasawa e internazionalmente come The Devil Came from Akasava.Il film è un giallo di stampo spionistico e Soledad interpreta il ruolo di Jane Morgan, un’agente segreto che dovrà affiancare un collega per scoprire cos’è accaduto ad un prezioso minerale.
I tempi sono maturi per avere finalmente un ruolo di primo piano e Jess Franco le affida quello della contessa Oskudar nel celebre Vampyros lesbos; è il film che crea il mito di Soledad anche se limitatamente ad un genere cinematografico amato molto dal pubblico e molto poco dalla critica.
Soledad è perfetta nel ruolo della contessa vampira, altera e aristocratica, bellissima eppure freddissima: consegna al cinema un ritratto indelebile che diverrà nel corso degli anni successivi un cult assoluto per gli amanti dell’horror.
Nello stesso anno Franco la dirige in She Killed in Ecstasy e successivamente in Eugenie De Sade, che sarà l’ultimo film interpretato dall’attrice andalusa prima della sua tragica scomparsa e che uscirà più tardi con il ttolo di De Sade 2000.

Soledad Miranda Foto 3

Siamo nel 1970 e come raccontato Soledad si apprestava a essere lanciata sul mercato internazionale; con ogni probabilità, l’attrice avrebbe avuto quanto meno la maniera di farsi conoscere da una platea non più ristretta a quella spagnola o a quella degli amanti del genere horror e del cinema di Jesus Franco.
Viceversa, il destino decise altrimenti e per  caso anche quello di Franco cambiò radicalmente poco dopo; il regista infatti scelse di aumentare la dose di erotismo nei film arrivando in seguito ad un cinema di stampo prettamente pornografico nel quale la nuova musa era la sua compagna di vita Lina Romay.
Per Soledad il destino decise altrimenti, consegnandola giovanissima al culto. I pochi film interpretati infatti ebbero sempre maggior fama e oggi la bella andalusa ha un gruppo di fans che probabilmente non ebbe quando era viva.
Ha detto di lei Jesus Franco: “Lei ha effettivamente suscitato un’enorme impressione su di me  e , nel corso degli anni è divenuta una figura quasi mitica. Morì in un incidente stradale pochi giorni prima che firmasse un contratto con un produttore che l’avrebbe trasformata in una star in Europa. Soledad Miranda era molto spontanea. Una zingara. Non aveva cultura  ma un istinto primitivo. Una mente molto chiara e intelligente. Era una donna che amava galleggiare attraverso la vita. Era molto sentimentale e molto carnale allo stesso tempo.”

Soledad Miranda Estudio amueblado 2.P
Estudio amueblado 2.P. (film per la Tv)

Soledad Miranda Lola la piconera
Soledad nel film Lola la piconera

La sua collega Ingrid Pitt la ricordava con queste parole :”Da quello che ricordo era una persona divertente anche se a volte poteva essere un po’ capricciosa, ma poi in fondo chi non lo è .Abbiamo  condiviso l’ interesse per il Flamenco e abiamo assistito assieme a un paio di spettacoli. Sul set era molto professionale e la fotocamera le piaceva Lei stava imparando a parlare inglese, allo stesso tempo io stavo lottando per perfezionare il mio spagnolo e ci siamo aiutate un pò. Penso che abbiamo lavorato insieme molto bene, ma non ho avuto modo di conoscerla in maniera profonda. Oltre il film, non avevamo rapporti di amicizia e da allora non l’ho rivista più.”

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Soledad Miranda Fin de semana
Fin de semana

Soledad Miranda Soltera y madre en la vida
Soltera y madre en la vida

Soledad Miranda Los gatos negros
Los gatos negros

Soledad Miranda Cuatro bodas y pico
Cuatro bodas y pico

Soledad Miranda Canción de cuna
Canción de cuna

Soledad Miranda La bella Mimi
La bella Mimi

Soledad Miranda Es mi hombre

Es mi hombre

Soledad Miranda Las hijas de Helena
Las hijas de Helena

Soledad Miranda Eva 63

Eva 63

Soledad Miranda Eugenie De Sade 2
Eugenie De Sade

Soledad Miranda Il Conte Dracula 2

Il conte Dracula

Soledad Miranda Currito de la Cruz

Currito de la cruz

Soledad Miranda Les cauchemars naissent la nuit

Les cauchemars naissent la nuit

Soledad Miranda Pyro

Pyro

Soledad Miranda She killed in ecstasy

She killed in ecstasy

Soledad Miranda The sound of horror

The sound of horror

Soledad Miranda Vampiros lesbos

Vampiros lesbos

Soledad Miranda banner filmografia

1974 De Sade 2000 (Eugenie De Sade, girato nel 1970)
1971 Sie tötete in Ekstase
1971 Vampiros lesbos
1971 Una Venere senza nome per l’ispettore Forrester
1970 Il conte Dracula
1970 Les cauchemars naissent la nuit
1969 Estudio amueblado 2.P.
1969 Soltera y madre en la vida
1969 La última moda (TV movie)
1969 El Verdugo
1969 Estudio 1 (TV series)
1969 Lola la piconera (TV movie)
1968 …e venne l’ora della vendetta (non accreditata)
1967 Sugar Colt
1967 Avventure e gli amori di Miguel Cervantes
1966 Prigionieri dell’orrore
1966 ¡Es mi hombre!
1965 La familia y… uno más
1965 Currito de la Cruz
1964 Fin de semana
1964 A Canção da Saudade
1964 Fuego
1964 Los gatos negros
1964 Playa de Formentor
1963 Bochorno
1963 I leoni di Castiglia
1963 La bella Mimí
1963 Las hijas de Helena
1963 Cuatro bodas y pico
1963 Eva 63
1961 Canción de cuna
1961 Ursus
1960 La reina del Tabarín

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aprile 29, 2011 Pubblicato da: | Biografie | | 2 commenti