Confessione di un commissario al Sostituto Procuratore della Repubblica
Il Commissario Giacomo Bonavia, un onesto e disilluso funzionario di polizia, tenta da anni inutilmente di incastrare il boss mafioso Ferdinando Lomunno, responsabile tra l’altro della morte del sindacalista Giampaolo Rizzo, amico dello stesso commissario. Non potendo incriminarlo, perchè ogni volta che è arrestato Lomunno riesce ad uscire pulito dalle inchieste, Bonavia decide di far uscire dal carcere Michele Lipuma, fratello di Serena, ex amante di Lomunno, nemico giurato dello stesso.
Martin Balsam
Marilù Tolo
L’uomo, travestito da poliziotto, tenta di uccidere Lomunno a colpi di mitra, ma riesce soltanto a uccidere le sue guardie del corpo, prima di essere ucciso a sua volta. Delle indagini viene informato il Sosituto procuratore della Repubblica Traini, che ben presto entra in rotta di collisone con il commissario. In un crescente clima di sospetti tra i due, il Procuratore inizia a indagare sul commissario, che a sua volta arriva a far mettere sotto controllo il telefono del Procuratore, servendosi del suo fido aiutante Michele.
Franco Nero
La tensione tra i due arriva al massimo quando il Procuratore, che sta indagando sull’intreccio tra i tre killer morti, e gli affari poco puliti a cui non sono estranei il Sindaco, un onorevole e un presidente di bana, decide di sospendere il Commissario dal suo incarico, dopo aver scoperto che lo stesso sta coprendo Serena Lipuma, ora vittima designata di Lomunno, in quanto al crrente di troppi segreti. Sospeso, il commissario decide di farsi giustizia da se: armato di una pistola entra in un ristorante e con un solo colpo fredda Lomunno.
Luciano Catenacci
Il Commissario viene arrestato, proprio mentre Traini è arrivato a scoprire tutti i protagonisti dell’intreccio mafia-politica-affari. Serena viene rapita e uccisa, perchè il suo nascondiglio viene scoperto dalla mafia grazie all’aiuto di Malta,, Procuratore della Repubblica. Il Commissario Bonavia paga con la vita il suo coraggio, ucciso da due killer in carcere, ma Traini, deciso ad andare a fondo, si reca da Malta.
Il film si interrompe quà, lasciando presagire un’indagine sul Procuratore capo.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, film del 1971 diretto da Damiano Damiani, è un ottimo prodotto, dal ritmo serrato e dalla trama scorrevole. Il contrasto tra i due protagonisti, Traini e Bonavia viene abilmente montato e esacerbato dai reciproci sospetti, come nella memorabile scena in cui i due si scambiano reciproche accuse.
C’è tensione, nel film, c’è denuncia, c’è ritmo, e sopratutto c’è un cast assolutamente perfetto, che interpreta i vari personaggi con professionalità e abilità. Bravissimo Martin Balsam, il Commissario Giacomo Bonavia, un uomo integerrimo che inutilmente cercherà di far capire a Traini che i metodi della giustizia alle volte devono essere sorpassati da sitemi più duri. Bene anche Franco Nero, nel ruolo dell’onesto, ma testardo Traini, così come bravissima è Marilu Tolo nel ruolo di Serena
Gran cast di caratteristi, che include Claudio Gora, il Procuratore della Repubblica Malta, Arturo Dominici, il losco avvocato della mafia Canistraro, Luciano Catenacci, il boss Ferdinando Lomunno, Giancarlo Prete, il sindacalista Giampaolo Rizzo. Un film a metà strada tra la denuncia e il poliziesco classico, che fa passare due ore in un nulla.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, un film di Damiano Damiani. Con Claudio Gora, Marilù Tolo, Martin Balsam, Arturo Dominici, Franco Nero.Nello Pazzafini, Calisto Calisti, Sergio Serafini, Giancarlo Prete, Bruno Boschetti, Giancarlo Badessi, Adolfo Lastretti, Luciano Lorcas, Giuseppe Alotta, Wanda Vismara, Michele Gammino Poliziesco, durata 103 min. – Italia 1971.
Franco Nero … Il sostituto Procuratore Traini
Martin Balsam … Commissario Bonavia
Marilù Tolo … Serena Li Puma
Claudio Gora … Il Procuratore capo Malta
Luciano Catenacci Ferdinando Lomunno
Giancarlo Prete … Giampaolo Rizzo
Arturo Dominici … Canistraro
Michele Gammino Gammino
Adolfo Lastretti … Michele Li Puma
Nello Pazzafini … Il detenuto del manicomio
Calisto Calisti … Il mafioso
Adele Modica … Lina Paladino
Dante Cleri … Usher
Roy Bosier … Giuseppe Lasciatelli
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli
Sceneggiatura Damiano Damiani, Salvatore Laurani
Produttore Mario Montanari, Bruno Turchetto
Casa di produzione Euro International Film, Explorer Film ’58
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Macchie solari
Simona, giovane e bella dottoressa, lavora in un obitorio; la donna sta scrivendo la sua tesi sui suicidi, che proprio nei giorni in cui è al lavoro per completare la stessa tesi, sembrano aumentare dtrammaticamente, in concomitanza del forte aumento del fenomeno delle macchie solari. Simona, che è figlia dell’antiquario Gianni, un impenitente e incallito donnaiolo, è in preda ad un forte esaurimento nervoso; il suo unico conforto è il boy friend Edgardo, fotografo ed appassionato di corse in auto.
Il giovane le è vicino nonostante le crisi di nervi della ragazza, che spesso, anche nei momenti d’intimità, è incapace di lasciarsi andare. A sconvolgere ancor più il fragile equilibrio di Simona arriva la strana morte di Betty, una avvenente americana che sarebbe dovuta divenire la moglie di suo padre. Il fratello di Betty,Paul, un ex pilota di rally ora sacerdote, convinto che la morte della sorella non sia accidentale, ma di origine oscura, inizia ad indagare, coinvolgendo anche Simona.
Le cose si complicano ulteriormente con la caduta di Gianni, il padre di Simona, da una finestra, che porta la ragazza a sospettare anche del sacerdote. In realtà le cose sono molto più complesse di quel che appaiono; in un clima di sospetti, in cui Simona sembra perdere completamente il senno, complici anche le visioni che la perseguitano, il sacerdote riuscirà a trovare il bandolo della matassa, giungendo a scoprire i motivi per cui Betty è stata uccisa, con relativo colpevole, e salvando così la vita anche a Simona.
Macchie solari, diretto da Armando Crispino nel 1974, pur avendo una trama non sempre limpida, pur essendo pericolosamente in bilico tra horror, thriller e romanzo senza per questo essere nulla dei tre, si fa seguire con piacere, anche se soltanto a tratti. Le scene iniziali, per esempio, destabilizzano lo spettatore, giocate come sono tra la realtà (quella dei suicidi), la visione (i morti che riprendono vita nell’obitorio) e la via di mezzo, gli incubi onirici di Simona.
Per quasi tutto il film il clima di sospetti che si addensa su tutti i personaggi giova alla tensione narrativa, anche se in alcuni momenti le scene sembrano accavallarsi senza soluzione di continuità. Il finale tutto sommato è in linea con il racconto, anche se il colpevole finisce per essere chiaro molto prima della parola fine. Sicuramente lodevole la prova di Mimsy Farmer, una delle attrici più brave nell’interpretare i ruoli di donna dalla fragile psiche, cosa che ha fatto più volte, come per esempio in Il profumo della signora in nero, in Gatto nero, in Quattro mosche di velluto grigio.
Bravi anche Ray Lovelock, nel ruolo dell’ambiguo fotografo e amante di Simona, Massimo Serato, perfetto e credibile play boy, mentre molto forzata appare la recitazione di Barry Primus in quella del sacerdote Paul, troppo forzata e sopra le righe. Un thriller discontinuo, che però ha dalla sua un’atmosfera morbosa, quasi malata,con quel suo ondeggiare tra reale e sogno; il tutto è accompagnato dal gradevole tema musicale scritto dal maestro Morricone.
Macchie solari, un film di Armando Crispino. Con Mimsy Farmer, Barry Primus, Ray Lovelock, Massimo Serato, Eleonora Morana, Ernesto Colli, Angela Goodwin
Thriller, durata 100 min. – Italia 1975.
Mimsy Farmer: Simona Sana
Barry Primus: Father Paul Lenox
Ray Lovelock: Edgar
Carlo Cattaneo: Lello Sana (con il nome Carlo Cataneo)
Angela Goodwin: Daniela
Gaby Wagner: Betty Lenox
Massimo Serato: Gianni Sana
Ernesto Colli: Ivo
Leonardo Severini: Custode
Eleonora Morana: Eleonora
Antonio Casale: Ispettore Silvestri
Giovanni Di Benedetto: Capo Coroner
Maria Pia Attanasio: Aunt Elvira
Pier Giovanni Anchisi: Archivista presso il Museo Criminale (con il nome Piero Anchisi)
Pupino Samona: Medico con la barba (con il nome Pupino Samonà)
Sergio Sinceri:
Bruno Alias: uomo al ristorante(non accreditato)
Antonio Anelli: uomo, nella hall dell’hotel(non accreditato)
Massimo Ciprari: spettatore alla corsa automobilistica (non accreditato)
Cindy Girling: cadavere biondo (non accreditato)
Carla Mancini: Infermiera (non accreditato)
Giulio Massimini: Cameriere (non accreditato)
Alessandra Vazzoler: cadavere grasso (non accreditato)
Luciano Zanussi: Medico all’autopsia (non accreditato)
Regia Armando Crispino
Sceneggiatura Armando Crispino, Lucio Battistrada
Produttore Leo Pescarolo
Casa di produzione Clodio Cinematografica
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Ennio Morricone
Costumi Mario Ambrosino
Trucco Renzo Francioni
Un dolce viaggio
Due amiche poco più che trentenni, un viaggio alla riscoperta del loro rapporto di se stesse, delle loro vite. Lucie e Helene, due donne diverse ma in fondo complementari. La prima dopo una lite furibonda con il marito, decide di andare a trovare la sua amica sposata e madre di due figli, alla ricerca di un un po di affetto e comprensione, quelle cose che ormai le mancano.
Troverà l’una e l’altra cosa proprio in Helene, grazie anche ad un viaggio dolce (quello che ispira il titolo) attraverso la pigra e sonnolenta, luminosa e affascinante campagna francese, che finirà per alimentare le confidenze tra le due amiche, attraverso il ricordo dei bei giorni dell’infanzia.
Dominique Sanda
Un’atmosfera galeotta, che favorirà anche una strana atmosfera tra le due; un viaggio che porterà proprio Helene a decidere di tornare a casa, salvo poi tornare sui suoi passi di fronte ad una atmosfera familiare apatica e noiosa. Ora è Helene ad avere bisogno di Lucie, ed è anche l’occasione per tentare di rifare il dolce viaggio.
Film particolare, intriso di malinconia, di esasperante lentezza descrittiva, di fascino leggermente morboso e di erotismo sottile, di commozione sull’onda dei ricordi e molto altro.
Principalmente un film in soggettiva, dove il dialogo, i silenzi, sostituiscono movimenti, dove gli sguardi prevalgono sui discorsi, in cui le due protagoniste, le intense Geraldine Chaplin che interpreta Lucie e Dominique Sanda che interpreta Helene sono impegnate a confrontarsi con se stesse, con i loro ricordi e con le loro sensazioni.
Michel Delville struttura il film in un continuum sequenziale: l’incontro, il viaggio, le parole, l’amicizia e un pizzico di sensualità, poi l’addio e il nuovo incontro sono un’unica tappa di un percorso che porta le due donne a concepire la vita con una scala di valori e di emozioni che escludono i rispettivi partner, a tutto vantaggio di una relazione amichevole che diventa anche amorosa. Le due donne si comprendono a meraviglia, molto più di quello che possono e fanno i coniugi.
Geraldine Chaplin
Lo stesso Delville ha molti pregi, nella direzione del film; il principale, è quello di non aver mai calcato la mano sull’erotismo che permea sottilmente la pellicola, rendendo il film memorabile per sensualità.
Il tratteggio delle due figure assume contorni che variano senza soluzione di continuità tra ricordi veri e inventati, così come i giochi sottilmente maliziosi (memorabile la sequenza in cui la Sanda fotografa la Chaplin in campagna) restano sospesi come sogni, contornati da ricordi che si mescolano di continuo.
In definitiva, un film morbido, sensuale, delizioso.
Da assaporare, come la dolce campagna francese, come la morbida fotografia, come le intense interpretazioni di due ottime attrici.
Un dolce viaggio, un film di Michel Deville. Con Geraldine Chaplin, Dominique Sanda, Jacques Zabor Titolo originale Le voyage en douce. Commedia, durata 98 min. – Francia 1979.
Dominique Sanda Hélène
Geraldine Chaplin Lucie
Jacques Zabor Denis
Jean Crubelier L’uomo della casa
Valerie Masterson La cantante
Cécile Le Bailly Marie
Jacqueline Parent Mathilde
Jacques Pieiller Pinson
Françoise Morhange La nonna
Frédéric Andréi Il giovane dell’hotel
Christophe Malavoy L’uomo del treno
André Marcon … L’uomo del concerto
Robin Camus … Lucas
Regia:Michel Deville
Sceneggiatura:Michel Deville
Produzione:Maurice Bernart
Musiche:Catherine Ardouin
Fotografia:Claude Lecomte
Montaggio:Raymonde Guyot
Mimsy Farmer

Mimsy Farmer, americana di Chicago, dov’è nata nel febbraio del 1945, è stata una delle attrici più capaci arrivate in italia agli inizi degli anni settanta, quando venne chiamata da Dario Argento per interpretare il ruolo di Nina nel suo Quattro mosche di velluto girigio. Mimsy aveva 26 anni, ma alle spalle già una carriera consolidata, avendo esordito all’età di 17 anni in alcune produzioni americane per la Tv, come “My Three Sons” ,”The Adventures of Ozzie & Harriet” e sopratutto in due grandi successi arrivati anche in Italia, Perry Mason e Lassie.
In Italia arriva dopo aver girato Riot of sunset strip, Devil angels al fianco di Cassavetes, in The wild racers e sopratutto More, film in cui interpreta la giovane Estelle, memorabile sopratutto per la celebre colonna sonora dei Pink Floyd. Gli spettatori italiani la apprezzano anche in due fortunate produzioni, Michele Strogoff, corriere dello zar e Quando il sole scotta, in inglese Road to Salina, scabrosa storia in cui interpreta Billy, una ragazza che in passato aveva avuto una relazione incestuosa con il fratello che poi aveva ucciso.
Il ruolo che le consegna la fama anche da noi è il citato Quattro mosche di velluto grigio, diretto da Dario Argento nel 1971, in cui Mimsy Farmer interpreta Nina, la psicotica moglie di Roberto, che alla fine risulterà essere la vera e insospettabile assassina di una serie di delitti. Non è particolarmente bella, Mimsy, ma ha fascino e un carisma magnetico; corpo esile, anzi minuto, è lontana anni luce dal prototipo della vamp. Ma riesce a supplire con doti recitative eccezionali a quanto le manca sul piano fisico.
In poco tempo gira alcuni ottimi lavori, come Corpo d’amore di Fabio Carpi, La vita in gioco di Mingozzi accanto al sex symbol Helmut Berger, l’ottimo Il maestro e Margherita, di Petrovic, tratto dal famoso romanzo di Bulgakov, nel quale interpreta splendidamente Margaretha, la moglie di un poliziotto innamorata dello scrittore Maksudov.
Mimsy in 4 mosche di velluto grigio
L’opera successiva ,Il camino, film del 1973 diretto da Jorge Darnell passa quasi inosservata,pur vantando nel cast Fernando Rey e Luigi Pistilli; tuttavia ottiene un altro buon successo personale lavorando con Delon e Jean Gabin in Due contro la città, opera discontinua di Josè Giovanni, in cui è la donna di Gino, un ex carcerato che finirà per essere ghigliottinato solo per aver ucciso un poliziotto che lo tormentava sadicamente.La Farmer dimostra di essere un’attrice completa, assolutamente adatta ai ruoli drammatici, in possesso di una mimica facciale che le permette di rendere al meglio i personaggi più complessi.

Mimsy Farmer in Spencer mountain
E’ il caso di Silvia Hacherman , personaggio principale di Il profumo della signora in nero di Barilli, uno dei film più originali del cinema italiano; il complesso personaggio di Silvia, dottoressa ossessionata dal ricordo della propria madre vista in un incontro sessuale molto crudo, dal quale esce con problemi piscologici che la porteranno sull’orlo della pazzia, mostra la maturità raggiunta. Confermata da Allonsanfant, film dei fratelli Taviani, in un altro ruolo drammatico, quello di Francesca, che riporta il nobile Fulvio sulla strada degli alti ideali rivoluzionari della carboneria, che rinnegherà tradendo i suoi compagni.

Il profumo della signora in nero
Siamo nel 1974, e l’attrice continua a interpretare parti drammatiche: la successiva è nel film La polizia indaga: siamo tutti sospettati di Michel Wyn, in cui interpreta Candice, una giovane uccisa casualmente in Francia. Il 1975 segna il ritorno della Farmer ai film di ambientazione thriller; è il caso del film di Crispino Macchie solari, opera molto discussa in cui è ancora una volta una dottoressa, Simona, coinvolta in una brutta storia di omicidi in una città in cui si abbatte un’improvvisa serie di allucinanti delitti, che le autorità attribuiscono alle macchie solari del titolo.

Uno dei suoi primi lavori, il geniale More
Nei successivi due anni la Farmer lavora in Morire a Roma (La vita in gioco) di Giuseppe Mingozzi, pressochè ignorato dal pubblico e in Il sapore della paura di Leroy, un insolito film in cui interpreta Helen, una ragazza che finirà per diventare la preda di un gruppo di rispettabili notabili del posto, che dopo averla violentata la faranno morire tra le sabbie mobili.
Per rivedere sul grande schermo la Farmer, bisognerà attendere il 1977, quando interpreterà il ruolo di Giulia in Antonio Gramsci: i giorni del carcere, diretto da Lino Del Fra; nel 1978 lavora in L’amant de poche di Bernard Queysanne, film mai distribuito in Italia, in Ciao maschio di Ferreri e in Concorde affaire, diretta da Deodato.
E’ proprio nel 1979 che la Farmer decide di accettare nuovamente ruoli televisivi, per cui la troviamo in Martin Eden, di Giacomo Battiato, ripreso dal famoso romanzo di Jack London, nel quale è Lizzie, al fianco di Delia Boccardo e Capucine e subito dopo in un’altra fiction (oppure sceneggiato Tv, com’erano chiamate all’epoca le produzioni di telefilm televisive), Il treno per Istambul, regia di Mingozzi, al fianco di William Berger e Stefano Satta Flores.
Mimsy Farmer in due fotogrammi tratti da Macchie solari
Ovviamente non dimentica il cinema, e ancora una volta lavora in un thriller, Gatto nero, di Lucio Fulci, tratto da un romanzo di Poe in cui interpreta Jill, una fotografa che rischierà di morire sepolta viva, e che sarà salvata proprio da un gatto nero. Alternando lavori in tv e al cinema, la Farmer mostra un eclettismo che ha pochi riscontri nel mondo del cinema; cosi alle produzioni tv alterna lavori selezionati, come La ragazza di trieste, il dramma di Pasquale Festa Campanile nel quale è al fianco, anche se in una parte secondaria, di ben Gazzarra e Ornella Muti, per poi passare a Don Camillo, nel quale per la prima volta si trova sul set di un film con risvolti comici, un remake del vecchio successo interpretato dagli indimenticabili Gino Cervi e Fernandel;

Con Lee Van Cleef in Arcobaleno selvaggio
in questo caso ci sono Terence Hill e Colin Blakely, e il risultato è davvero modesto. Torna in Tv, nel 1984, per La bella Otero, di José María Sánchez, che schiera attori di gran livello, come Ángela Molina, Harvey Keitel, Aurore Clément, Luciano Salce, Vittorio Caprioli,Gigi Proietti,Gianni Cavina,Lina Sastri, mentre al cinema la vediamo in La mort de Mario Ricci , Il quartetto Basileus , Arcobaleno selvaggio.
Pian piano l’attrice inizia a diradare gli impegni cinematografici e televisivi; trasferitasi in Francia, si appassiona alla scultura e alla pittura, anche per merito di Francis Poirier,lo scultore che diventerà suo marito. Interpreta qualche altro film, come La ragazza dei lilla, di Flavio Mogherini, nel 1985, Un foro nel parabrezza di Sauro Scavolini e Sensi, lavoro brutto e scoordinato di Gabriele Lavia.
Nel 1987 lavora in Camping del terrore di Deodato, brutto e pasticciato thriller, in Poisons, di Pierre Maillard, in Il segreto dell’uomo solitario, di Ernesto Guida e nei lavori Tv Sei delitti per padre Brown, prima di chiudere definitivamente con il cinema e la stessa tv nel 1991, con la fiction Safari diretta da Roger Vadim. Da quel momento in poi Mimsy Farmer si dedicherà anima e corpo alla scenografia, lavorando principalmente in Francia, ma non solo: Troy, Marie Antoinette, La fabbrica di cioccolato sono soltanto alcuni dei film ai quali ha partecipato come realizzatrice di sculture utilizzate poi in scena.
Un’attività che la bravissima attrice svolge a tempo pieno, avendo ormai accantonato da tempo i set cinematografici che l’avevano vista protagonista di tanti film importanti.
Sensi
La traque
Antonio Gramsci: i giorni del carcere
Three sons
Michele Strogoff corriere dello zar
Les suspect
La ragazza di Trieste
La polizia indaga,siamo tutti sospettati
Hot road to hell
Questa nostra estate
Riot on Sunset strip
Hot roads to hell
Due fotogrammi tratti dallo sceneggiato Martin Eden
Les pieds poussent en novembre
La vita in gioco
La ragazza dei lilla
La polizia indaga
La morte di Carlo Ricci
Killico il pilota nero
Il segreto dell’uomo solitario
Facce senza dio
Don Camillo
Die wolfin
Ciao maschio
Camping del terrore
Arcobaleno selvaggio
Quando arriva il giudice
Morire a Roma
Camino-La faccia violenta di New York
Devils angels
Il segreto dell’uomo solitario 1988
Poisons (1987)
Camping del terrore (1987)
Her Fragrant Emulsion (1987)
Sensi (1986)
Un foro nel parabrezza (1985)
La ragazza dei lilla (1985)
Fratelli (1985)
Arcobaleno selvaggio 1984
La mort de Mario Ricci (1983)
Il quartetto Basileus (1983)
Don Camillo (1983)
La ragazza di Trieste (1982)
Black Cat (Gatto nero) (1981)
Même les mômes ont du vague à l’âme (1980)
La légion saute sur Kolwezi (1980)
Concorde Affaire ’79
Ciao maschio 1978
L’amant de poche 1978
Antonio Gramsci: i giorni del carcere (1977)
Il sapore della paura 1975
Morire a Roma (1975)
Macchie solari (1975)
La polizia indaga: siamo tutti sospettati (1975)
Allonsanfàn (1974)
Il profumo della signora in nero (1974)
Les mille et une mains (1974)
Due contro la città 1973
Camino-La faccia violenta di New York (1973)
Il maestro e Margherita (1972)
La vita in gioco (1972)
Corpo d’amore (1972)
4 mosche di velluto grigio (1971)
Quando il sole scotta 1970
Strogoff (1970)
More (1969)
The Wild Racers (1968)
Devil’s Angels (1967)
Riot on Sunset Strip (1967)
Hot Rods to Hell (1967)
Bus Riley’s Back in Town (1965)
Una bella governante di colore
Simone Sallusti, figlio di Nicola, un industriale donnaiolo, ha, come il padre, la fissa delle donne. Per cui si getta su tutte le gonnelle che capitano in famiglia, rappresentate da colf molto disponibili, che alla fine restano incinte. Intanto il padre, che ha una relazione appassionata e intensa con Santina, un’affascinante ricercatrice, assistente di un mezzo pazzo scienziato, il professor Klipper,
decide di cercare una colf che possa sfuggire alle lubriche mire del figlio. la individua in Myriam, una bella ragazza di colore. L’espediente sarà perfettamente inutile, perchè il giovane metterà incinta anche quest’ultima, con il risultato di vedersi costretto, dal padre, a mettere la testa a partito e sposarla.
Ma Simone sarà capace di tenere a freno i suoi appetiti? Film del 1976, diretto da Luigi Russo, esperto in regia di decamerotici (sono suoi parti I racconti di Canterbury N. 2 ,Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio,Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio e futuro regista di Pensione amore servizio completo e Quando l’amore è sensualità) non smentisce la fama di regista dedito a pruderie erotico/comiche, confermando la prima delle sue attitudini e smentendo clamorosamente la seconda.

Due attrici a confronto: Orchidea De Santis e Ines Pellegrini
In questo Una bella governante di colore, infatti, aldilà della preziosa presenza di Orchidea De Santis, all’apice della sua bellezza, latita tutto, dal divertimento all’interesse. A parte le trivialità tipiche dei film di questo genere, le battute comiche sono limitate agli incontri tra Nicola, interpretato dal solito simpaticissimo Montagnani e Santina, il personaggio interpretato dall’affascinante attrice pugliese.
Il resto del film, escludendo il ruolo della Merlini, che inutilmente si sforza di dare dignità alla storia, è di una noia abissale, vista anche l’assoluta inconsistenza della trama. Ad aggravare le cose si aggiungono la surreale partecipazione di D’Angelo, costretto ad interpretare un ruolo francamente tremendo, quello dello scienziato fuori di zucca, la partecipazione di Ines Pellegrini, espressiva come una lapide tombale e del giovane Jean Claude Vernè, assolutamente insipido in un ruolo già di per se deprimente, quello del galletto Simone.
Alla fine i titoli di coda scorrono liberatori; così ci si ricorda di questa bruttissima pellicola solo per la già citata Orchidea De Santis, che da sola vale il prezzo del biglietto ( o del noleggio), questa volta più che per l’interpretazione, peraltro dignitosa, pe la quantità di epidermide mostrata. Poichè è sempre un gran bel vedere, alla fine le si perdona tutto, anche in virtù dei suoi duetti con Montagnani, l’altro motivo per cui si potrebbe vedere questo film. Si potrebbe, appunto; è meglio evitarlo, comunque, ameno che una sera non si abbia bisogno di farsi una dormita anticipata.
Una bella governante di colore, un film di Luigi Russo, con Orchidea de Santis,Renzo Montagnani, Ines Pellegrini, Jean-Claude Vernè, Carlo Delle Piane, Marisa Merlini, Gianfranco D’Angelo, Gaia Russo Italia 1976

La solita splendida Orchidea De Santis
Renzo Montagnani è Nicola Sallusti
Ines Pellegrini è Myriam
Jean-Claude Vernè è Simone Sallusti
Orchidea de Santis è Santina
Carlo Delle Piane è Pasquale – Il fratello di Aspasia
Marisa Merlini è Aspasia – moglie di Nicola
Gianfranco D’Angelo è il Professor Klipper
Regia Luigi Russo
Soggetto Paolo Belloni, Luigi Russo
Sceneggiatura Marino Onorati, Luigi Russo
Produttore Luigi Mondello
Casa di produzione Daino Film
Fotografia Mario Capriotti
Musiche Gianfranco Plenizio
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Alberto Tosto
Trucco Andrea Riva
Grazie nonna
Prima di morire, il signor Persichetti sposa la bella e procace Marijuana; a lei lascia una cospicua eredità. Un giorno la bella e piacente vedova arriva in Italia per conoscere la famiglia del marito, composta dall’ingegner Pino (Enrico Simonetti), dal figlio Giorgio e dall’altro rampollo dell’uomo, Carletto (un giovane Giusva Fioravanti).
Convinto di trovarsi di fronte una vecchia e poco interessante signora, l’ingegnere manda il giovane carletto ad accogliere la donna, proveniente dal Venezuela. Carletto, con sorpresa, si trova davanti la splendida Marijuana, Decide di nascondere la cosa ai famigliari, che però ben presto scoprono l’identità della donna, che da quel momento diventa la preda ambita dei maschi di casa.
Ma Marijuana, un osso duro, tiene a bada tutti e alla fine si concede solo al giovane Carletto, per poi riprendere la strada di casa, lasciando il giovane, ora erudito ai piaceri della carne, alla sua fidanzatina. Commedia scollacciata e becera, Grazie nonna si ricorda solamente per la presenza della bella Fenech, specializzata in commedie sexy; è anche l’ultimo film interpretato da Valerio Fioravanti, noto più in là per cronache giudiziarie.
Nel cast ci sono anche il maestro Simonetti, assolutamente sprecato e Gianfranco D’Angelo. Film soporifero, decisamente da evitare.
Grazie nonna, un film di Franco Martinelli, con Fabrizio Cardinali, Gianfranco D’angelo, Valeria Fabrizi, Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Graziella Mossini, Enrico Simonetti, Italia 1975
Enrico Simonetti: Ing. Pino Persichetti
Edwige Fenech: Marijuana Persichetti
Graziella Mossini: Marinella
Giusva Fioravanti: Carletto
Valeria Fabrizi: Celeste, la governante
Gianfranco D’Angelo: Fra’ Domenico
Fabrizio Cardinali: Giorgio, il figlio più grande
Regia Franco Martinelli
Soggetto Marino Girolami
Sceneggiatura Romano Scandariato, Marino Girolami
Produttore CPM Cinematografica S.r.L.
Casa di produzione Panoramica Eastmancolor
Distribuzione (Italia) Fida
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Enrico Simonetti
Quante volte…quella notte

La giovane e bella Tina conosce il playboy Gianni mentre è al parco con il suo cane; l’uomo la invita a casa sua e la ragazza accetta. Una volta a casa del giovane, Tina vede lo stesso uscire dalla sua stanza con addosso solo un paio di slip; l’uomo tenta di abusare della ragazza, che però scappa e si rifugia dalla madre, che sembra però più preoccupata del vestito rovinato che della disavventura della ragazza.
Gianni, invece, si reca in un night, dove ci sono gli amici Duccio,Sergio e pino, ai quali racconta una diversa versione dei fatti; Gianni è riuscito a sedurre la bella Tina, che ha accettato volentieri le sue avance. All’incontro tra i due giovani ha assistito il portiere di uno stabile vicino, che racconta all’amico lattaio un’altra versione ancora, ovvero che i due hanno condotto in casa con loro Esmeralda e Giorgio, avendo poi con gli stessi un incontro erotico con scambio delle coppie.
Uno psicanalista, ultimo in ordine cronologico, da a sua volta una versione dei fatti differenti. Ma le cose come sono andate davvero, quella notte?
Mario Bava trasforma, nel 1969, una visione un tantino allucinata e pirandelliana e la imprime su celluloide, spiazzando lo spettatore che alla fine non sa bene cosa sia accaduto realmente ai protagonisti della storia. Qual’è la vera versione dei fatti? Chi ha sedotto chi e come sono andate le cose? Ha ragione Tina a sostenere di essere stata violentata oppure ha ragione Gianni nel dipingere la donna come una mantide ninfomane? Oppure ha ragione il portiere, testimonio estraneo ai fatti? O ancora la versione effettiva è quella dello psicanalista?
Bava ovviamente lascia tutto in sospeso; e il film, alla fine, diventa un autentico quiz per lo spettatore, che non ha capito in realtà cosa ha visto, se delle versioni differenti della stessa storia, quindi soggette a interpretazioni psicoanalitiche oppure a un divertissement del regista, che sembra giocare con le atmosfere torbide del film, introducendo personaggi sfuggenti, in un film che alla fine appare confuso e privo di forza, a tratti anche scombinato.
Quante volte, quella notte ebbe grossi problemi di censura, con la conseguenza di uscire nelle sale qualche anno più tardi; il motivo è da ricercare nelle immagini di nudo della bella Daniela Giordano, che interpreta Tina in maniera lodevole. E alla fine è proprio la Giordano l’unico elemento positivo di un film con poco fascino, nel quale però la mano di Bava si sente, quantomeno nelle immagini che a tratti sembrano surrealistiche.
Se l’atmosfera latita, la storia non incanta, quantomeno ci si consola con le sequenza di nudo (molto, ma molto castigate) della giovane e bella Daniela Giordano.Assolutamente incolore la prova di Brett Hasley; in una sequenza compare la giovane Brigitte Skay, interprete del film Isabella duchessa dei diavoli. E anche lei, va detto, è un bel vedere.
Brigitte Skay
Quante volte quella notte, un film di Mario Bava. Con Daniela Giordano , Pascale Petit, Brett Halsey, Dick Randall. Brigitte Skay, Calisto Calisti, Valeria Sabel, Rainer Basedow, Michael Hinz
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976 (1969).
Daniela Giordano: Tina
Brett Halsey: Gianni
Valeria Sabel: Sofia
Michael Hinz: Sergio
Rainer Basedow: Pino
Dick Randall: Duccio
Pascale Petit: Esmeralda

Regia Mario Bava
Soggetto Charles Ross
Mario Moroni
Sceneggiatura Charles Ross
Mario Moroni
Produttore Alfred Leone
Casa di produzione Delfino Film (Roma)
Fotografia Antonio RInaldi
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Coriolano Gori
A.A.A. massaggiatrice bella presenza offresi

Cristina, una bella e disinibita ragazza, in rotta per motivi economici con la sua famiglia, va a stabilirsi a casa dell’amica Paola, una studentessa. Mentre sua madre accetta con rassegnazione la cosa, suo padre, amareggiato, si interroga sulle motivazioni che hanno spinto Cristina a tale decisione.
In realtà Cristina agisce senza motivazioni precise: o meglio, una motivazione è quella del denaro, difatti appena arrivata a casa di Paola, decide di mettere un annuncio su un giornale. AAA massaggiatrice bela presenza, esperta, offresi; è questo il testo dell’annuncio, a cui risponde un giovane culturista, che però equivoca sulla cosa.
Offre infatti alla ragazza un posto come massaggiatrice per sua madre. Sarà Oskar, una specie di piccolo bullo di periferia a offrire a Cristina la possibilità di incontri remunerativi. da quel momento la ragazza inizia a lavorare sul serio, ma ben presto, uno dietro l’altro, i suoi clienti finiscono ammazzati. Sarà un solerte commissario a venire a capo della catena di omicidi.
Diretto da Demofilo Fidani nel 1972, AAA massaggiatrice bella presenza offresi è stato per anni un titolo di culto, passato solo sporadicamente, agli inizi degli anni ottanta, sui canali privati regionali.E , a guardare bene, per validi motivi. Il film è brutto in maniera tale da essere difficilmente recuperabile in una qualsiasi delle sue peculiarità; la recitazione è approssimativa, le scene dei crimini sono totalmente senza pathos, la storia è sgangherata e senza un filo conduttore.
Ad aggravare le cose, la protagonista principale, una giovanissima Paola Senatore, appare quasi spaurita, così come il cast che compone il film, nel quale, inspiegabilmente, anche i buoni caratteristi Manni, Prete e Ross recitano con tale approssimazione da far credere che l’effetto squallore generale fosse studiato a tavolino. Sicchè la scena finale, girata sul ponte Flaminio, con la Senatore che passeggia affranta in pelliccia bianco e nera, arriva come la manna dal cielo, a chiudere un film francamente impresentabile. Incredibilmente, nel cast c’è spazio per la diva anni 50 e sessanta Yvonne Sanson, che ci mette la sua professionalità e buona volontà per rendere credibile il personaggio della madre di Cristina, Impresa inutile, ovviamente. Da segnalare la presenza della splendida Simonetta Vitelli nel ruolo di Paola e null’altro.
AAA massaggiatrice bela presenza offresi,di Demofilo Fidani con Paola Senatore, Simonetta Vitelli, Yvonne Sanson, Hunt Powers (Jack Betts), Howard Ross (Renato Rossini), Giancarlo Prete, Franco Ressel, Jerry Colman, Mario Valdemarin, Raffaele Curi, Enzo Pulcrano, Carlo Gentili, Ettore Manni, Armando Bottin, Giorgio Gravina, Luciano Conte 1972


Paola Senatore … Cristina Graziani
Simonetta Vitelli … Paola
Jerry Colman … Franco – amico di Paola
Raffaele Curi … Marco – amico diCristina
Carlo Gentili … Santino
Ettore Manni … Commissario
Jack Betts … Enrico Graziani
Giancarlo Prete … Cliente di Cristina
Franco Ressel … D’Angelo
Mario Valdemarin … Fabretto
Howard Ross … Oskar

Regia Demofilo Fidani
Soggetto Demofilo Fidani
Sceneggiatura Mila Vitelli, Demofilo Fidani
Casa di produzione Tarquinia Internazionale Cinematografica
Fotografia Aldo Giordani, Roberto Bruni
Montaggio Piera Bruni, Gianfranco Simoncelli
Musiche Lallo Gori
Tema musicale il brano Circus mind è eseguita dal complesso Mack Sigis Porter Ensemble
Trucco Corrado Blengini
Me Me Lai
Me Me Lai, figlia di un inglese e di madre birmana, è nata a Burma nel 1952. Trasferitasi in Inghilterra, ha iniziato a lavorare per la Tv e contemporaneamente a lavorare per il cinema, in pellicole caratterizzate dal basso budget. L’esordio avvenne con un piccolo ruolo, quello della hostess, nel telefilm The golden shot, girato nel 1967; subito dopo lavorò in un altro serial televisivo, Paul Temple, prima di approdare al cinema con il mediocre Prendi il sesso e fuggi, del 1971, film diretto da David Rea,
nel quale la affascinante attrice birmana interpretava iil ruolo di Bride. Sempre nel 1971 lavorò in due produzioni televisive inglesi di discreto successo, Hine e Jason King, mentre contemporaneamente entrò nel cast di La fabbrica del terrore di Ted Hooker. Il primo lavoro come protagonista risale al 1972; si tratta di Au pair girl, film costruito attorno alla figura di Gabriella Drake, la bellissima protagonista di Ufo; nel film Me Me Lai interpretava Nan Lee, una delle quattro disinibite ragazze che metteranno a soqquadro Londra.

Me Me Lai in Ultimo mondo cannibale
La sua bellezza, il fascino esotico richiamarono l’ attenzione di Umberto Lenzi, che nel 1972 la chiamò per Il paese del sesso selvaggio, uno dei primi cannibal movie; il ruolo di Maraya, che finisce per diventare la compagna di John Bradley, il solito europeo rifugiatosi nella giungla che occupa gran parte del territorio compreso tra la Thailandia e la Birmania.
Nel film, interpretato egregiamente, Me Me Lai si innamora di John (Ivan Rassimov), lo sposa e lo rende padre, morendo subito dopo per il trauma post parto. Per 5 anni della giovane e bella Me Me Lai nessuno sa nulla; ricompare in un altro cannibal movie, quel Ultimo mondo cannibale di Deodato che suscitò enorme scalpore per le scene violente contenute; in questo film Me Me Lai era Palun, una nativa che verrà catturata e mangiata viva dai componenti della sua tribu.
La fabbrica dell’orrore
Nel 1978 le viene affidata una piccola parte in La vendetta della Pantera Rosa, quella di una improbabile ragazza cinese, naturalmente truccata in maniera tale da nascondere i suoi veri lineamenti. Altro film dello stesso anno è Licensed to Love and Kill diretto da Lindsay Shonteff, nel quale è ancora una cinese, Madame Wang; ma è ancora Lenzi a ricordarsi di lei, per uno degli ultimi cannibal movie, Mangiati vivi, girato nel 1980.
Film confuso, Mangiati vivi non è di certo una delle pellicole da ricordare di Lenzi; Me Me Lai interpreta la nativa Mowara, in competizione con le bellissime europee Paola Senatore e Janet Agren. L’ultimo lavoro cinematografico di Me Me Lai è L’elemento del crimine, film del 1984 diretto da Lars Von Trier; di lei, dopo un paio di partecipazioni a serial Tv, non si hanno più notizie. Famosa più per la bellezza e per il fascino particolare, la bella birmana è ricordata oggi solo da alcuni aficionados; del resto, a parte la bellezza , le occasioni in cui ha parlato si contano sulla punta delle dita di una sola mano.

Due fotogrammi da Au pair girl
Tre fotogrammi tratti dal film L’elemento del crimine
Mangiati vivi
Me Me Lai in Ultimo mondo cannibale
1984 L’elemento del crimine
1983 The Optimist (TV Serie)
1982 On the Line (TV Serie)
1981 Spearhead (TV Serie)
1980 Mangiati vivi!
1979 Licensed to Love and Kill
1978 La vendetta della pantera rosa
1977 Ultimo mondo cannibale
1972 Il paese del sesso selvaggio
1972 Le femmine sono nate per fare l’amore
1971 La fabbrica dell’orrore
1971 Jason King (TV Serie)
1971 Hine (TV Serie)
1971 Prendi il sesso e fuggi
1970 Paul Temple (TV Serie)





















































































































































































































































































