Un taxi color malva
Due uomini in fuga dal passato, Philippe e Jerry, si incontrano in un villaggio irlandese dove entrambi si sono rifugiati. Philippe, giornalista cinquantenne, scappa dal dolore provocatogli dalla morte del figlio, mentre Jerry, erede di una ricchissima famiglia irlandese trapiantata in America, fugge dal ricordo della morte della sua ragazza, avvenuta mentre entrambi erano in preda ai fumi dell’oppio. Nonostante la differenza d’età, stringono un’amicizia tacita, in cui ognuno dei due rispetta i silenzi dell’altro.
I due, anche se in maniera diversa, legano con il Dottor Seamus Scully , uno stravagante dottore che gira in un taxi color malva, e che sembra essere più che un dottore un filosofo, o come dice lui “ il destino” Le vite dei due amici proseguono in una sorta di limbo sospeso, fino al giorno in cui, nelle loro vite, irrompono due donne. La prima è Sharon, sorella di Jerry, ricca, viziata ma vitalissima moglie di un nobile tedesco; l’altra è Anna Taubelman, forse figlia, forse amante di Mr. Taubleman, uno strano tipo mezzo ebreo e mezzo tedesco, squattrinato ma possessore di un castello con 40 stanze e di una scuderia di cavalli.
Mentre Philippe inizia una relazione sessualmente appagante con Sharon, Jerry sembra innamorarsi della misteriosa Anna, una ragazza che da tre anni non parla con nessuno, e che i due amici hanno conosciuto quando la ragazza subisce un incidente cadendo da cavallo, e viene soccorsa proprio da Jerry e Philippe.
La ragazza, molto bella, sembra avere simpatia per Philippe, tanto da ricominciare a parlare dopo tre anni; ma l’uomo, che è sempre più confuso tra l’attrazione per Sharon e la misteriosa Anna, resosi conto che Jerry si è ormai innamorato della ragazza, decide di farsi da parte.
Nel frattempo anche Sharon lascia il villaggio, per passare il Natale con suo marito e con la cerchia dei suoi amici, dei quale non riesce a fare a meno: simile ad una farfalla, la donna ha bisogno fisicamente della sua vita fatua e dorata. Accade però qualcosa che finalmente farà uscire Philippe dal suo torpore emotivo: Anna, che in realtà non ama Jerry, tenta il suicidio. Phlippe la raggiunge in ospedale e apprende così la vera storia della ragazza. Anna è stata zitta tre anni quando ha saputo che il suo vero padre potrebbe non essere Taubelman, con il quale ha avuto una relazione intima.
Philippe consiglia alla ragazza di abbandonare con Jerry l’Irlanda, cosa che i due fanno. La decisione porta sull’orlo della pazzia Taubelmann, che una sera da fuoco al suo castello. Tra le fiamme di quella che era la sua magnifica dimora però ritrova la sua Anna, legata a lui da un affetto morboso. Durante un colloquio con il dottor Scully, che lo rimprovera per essere venuto nel “cimitero degli elefanti”, il posto dove gli elefanti vanno a morire quando sentono vicina la loro fine, Philipp capisce che ormai è guarito dal suo male esistenziale,e decide di lasciare per sempre l’Irlanda. Viceversa Jerry, che ormai ha le sue radici in quel posto dolce e selvaggio, decide di rimanere, confortato dal simpatico dottor Scully.
Un taxi color malva, film del 1977 diretto da Yves Boisset e tratto da un romanzo di Michel Déon, è un gradevole film che mette in scena i sentimenti, le storie private di un gruppo di persone mescolandole come fa il destino quando decide di intrecciare i fili delle vite umane. Il risultato è apprezzabile per due motivi fondamentali; il primo riguarda l’eccellente cast, con una galleria di attori bravissimi impegnati in una personale gara di bravura, come Philippe Noiret, l’omonimo giornalista che interpreta, la bellissima Charlotte Rampling,
abilissima nel tratteggiare la figura della frivola Sharon, la donna che vorrebbe ma che non può, schiava com’è della sua vita dorata, di Agostina Belli, asolutamente credibile nei panni della ambigua Anna, di Peter Ustinov, interprete eccellente di un personaggio antipatico ma allo stesso tempo dotato di fascino, Taubelmann. E infine Edward Albert, discreto nei panni di Jerry e un eccezionale Fred Astaire, simpatico e divertente nei panni dell’eccentrico ma filosofo dottor Scully.
L’altro motivo sono i meravigliosi paesaggi irlandesi, le brughiere e i boschi, i canneti e i laghi, incantevoli come cartoline.
Un film molto interessante, ben diretto, ben interpretato; un tantino scontato nella trama, ma in fin dei conti, non è che si possa chiedere sempre la perfezione.
Un taxi color malva, un film di Yves Boisset, con Philippe Noiret, Charlotte Rampling, Fred Astaire, Agostina Belli, Peter Ustinov, Edward Albert, Una produzione Francia-Irlanda, 1977
Charlotte Rampling Sharon Frederick
Philippe Noiret … Philippe Marcal
Peter Ustinov … Taubleman
Fred Astaire … Dr. Seamus Scully
Edward Albert … Jerry
Agostina Belli … Anne Taubelman
Jack Watson … Sean
Mairin D. O’Sullivan Colleen
David Kelly …
Niall Buggy …
May Cluskey
Loan Do Huu … Madame Li
Regia: Yves Boisset
Sceneggiatura:Yves Boisset,Anne Dutter ,Georges Dutter,Michel Déon
Produzione:Hugo Lodrini ,Roy Parkinson,Peter Rawley,Catherine Winter
Musiche:Philippe Sarde
Fotografia:Tonino Delli Colli
Montaggio:Albert Jurgenson
Le foto proibite di una signora per bene

Pierre e Minou sono una coppia all’apparenza perfetta; un equilibrio che però sembra andare in pezzi il giorno in cui un misterioso maniaco inizia a perseguitare la donna minacciando di rivelare che Pierre è un assassino. L’uomo, un industriale, è sull’orlo del fallimento,e Minou, suo malgrado, è costretta ad accettare un incontro con il ricattatore. Della cosa parla con la sua amica Dominique, una affascinante collezionista di immagini erotiche, delle quali è anche il soggetto principale.
Accettato suo malgrado l’incontro, Minou è costretta a cedere e avere rapporti con il misterioso ricattatore, che le consegna la cassetta contenente le presunte prove dell’omicidio commesso dal marito. Sembrerebbe tutto finito, invece è l’inizio di un incubo; l’uomo ha scattato delle foto intime e inizia un nuovo ricatto. A questo punto Minou rivela tutto a suo marito, nella speranza di risolvere, una volta per tutte, il suo problema. Ma Pierre non le crede, e ben presto Minou ne comprende il perchè.
E’ proprio suo marito ad aver organizzato tutto, per fare impazzire la moglie, costringerla al suicidio e intascare così la polizza d’assicurazione che lo stesso ha stipulato sulla vita della moglie. In un drammatico confronto, Pierre svela il meccanismo perverso della trappola a Minou, che finirebbe male, non fosse per l’intervento della polizia, chiamata da Dominique, che aveva intuito la verità sulla storia. Un poliziotto spara a Pierre e lo uccide pochi attimi prima che l’uomo porti a compimento le sue intenzioni; Minou è libera e si concede un viaggio con la sua amica Dominique.
Le foto proibite di una signora per bene, film del 1971 diretto da Luciano Ercoli è un giallo/thriller convenzionale, con una spruzzatina, davvero timida, di erotismo, rappresentato dalle foto scattate dal ricattatore a Minou e quelle che la giovane Dominique colleziona, da qualche fugace nudo, molto castigato, della bella protagonista, Dagmar Lassander, che nei primi anni settanta era specializzata in ruoli torbidi in film come Femina ridens, L’iguana dalla lingua di fuoco, Il rosso segno della follia. Film con una discreta tensione, ma limitato anche dalla presenza di pochi personaggi, per cui le vere motivazioni delle azioni del maniaco diventano ben presto lampanti per lo spettatore, che si trova solo nel dubbio tra la scelta dei due colpevoli, ovvero la bella Dominique, interpretata dalla affascinante Susan Scott e del marito.
Dagmar Lassander
Il resto è svolto come un compitino diligente, senza grosse sbavature ne lampi di genio. L’interpretazione di Pierre è affidata a Pier Luigi Capponi, che recita sobriamente il ruolo del diabolico marito di Minou, ma con tale freddezza da risultare, sino dalle prime inquadrature, il possibile sospetto di essere il deus ex machina della storia.
Una breve disgressione : chiunque sia alla ricerca di altre informazioni su questo film potrebbe imbattersi nella recensione di esso fatta da qualcuno per il più grosso sito di cinema della rete. Non nomino il sito, per ovvi motivi, ma vi lascio la descrizione della trama proposta dallo stesso, ennesima dimostrazione che le recensioni, i sunti dei film si dovrebbero fare vedendoli, e non sulla base dei sunti presentati dai soliti dizionarietti sul cinema:
“Una donna e il suo amico, durante una gita, precipitano in mare con l’auto. Si salva solo lei, che però viene sospettata dal fratello del defunto di averlo ucciso. Non è vero. Infatti il morto ricompare, litiga con la ragazza e stavolta ci lascia le penne davvero, proprio quando il fratello finalmente, convinto dell’innocenza di lei, le stava per dichiarare il suo amore.”
Le foto proibite di una signora per bene, un film di Luciano Ercoli, con Pier Paolo Capponi, Susan Scott, Dagmar Lassander, Simon Andreu, Italia 1971
Dagmar Lassander: Minou
Pier Paolo Capponi: Peter
Simón Andreu: Il ricattatore
Osvaldo Genazzani: Frank
Salvador Huguet: George
Nieves Navarro: Dominique
Regia Luciano Ercoli
Soggetto Ernesto Gastaldi, Mahnahén Velasco
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Mahnahén Velasco
Produttore Luciano Ercoli, José Frade, Alberto Pugliese
Casa di produzione Produzioni Cinematografiche Mediterranee, Trébol Films C.C.
Fotografia Alejandro Ulloa
Montaggio Luciano Ercoli
Musiche Ennio Morricone
Costumi Gloria Cardi
Vacanze per un massacro
Joe è un criminale che evade dal carcere in cui è rinchiuso con una sola idea in mente: recuperare il bottino che nascosto in una piccola casa che sorge in un luogo isolato in montagna. In realtà, più che montagna potremmo definirlo un casolare di collina; l’uomo raggiunge agevolmente la zona, e si appresta a recuperare il malloppo, nascosto sotto un camino e ben protetto da una spessa coltre di mattoni. Ma arriva l’imprevisto: il casolare non è affatto disabitato. Infatti arrivano tre persone, Liliana, suo marito Sergio e sua sorella Paola per passare un week end di caccia e riposo. Tra Sergio e Paola, all’insaputa di Liliana, c’è una relazione: lo apprendiamo subito, dal dialogo tra i due.
Joe D’Alessandro

Gianni Macchia e Lorraine De Selle, i due cognati amanti
E mentre Liliana va in paese per acquisti, e Sergio va a caccia, Joe sequestra la giovane Paola; tra i due c’è subito una relazione, subita solo parzialmente dalla amorale Paola, che tenta subito di sedurre il suo carceriere. Forse la ragazza lo fa per poter scappare; infatti, subito dopo un amplesso, scappa via dal casolare completamente nuda, ma viene ovviamente ripresa da Joe. Nel frattempo arriva di ritorno dalla sua battuta di caccia Sergio, e subito dopo Liliana; i tre vengono fatti prigionieri, e Joe, dopo aver raccontato a Liliana della tresca esistente tra i due cognati, li obbliga ad avere un rapporto sessuale davanti a Liliana;
la donna cede a sua volta a Joe, ma mentre i due sono impegnati nelle prime schermaglie amorose, Sergio e Paola si liberano. Joe uccide a colpi di fucile i due amanti e pensa di poter portare con se Liliana nella sua fuga; ma la donna, imbracciato il fucile lasciato imprudentemente da Joe vicino alla porta, lo uccide mentre questi sta per caricare l’auto.
Vacanze per un massacro è un film decisamente minore di Fernando Di Leo; girato in fretta e furia, con pochi soldi e poche idee, si caratterizza per l’assenza di un cast completo,
lasciando ai 4 protagonisti il dominio della scena. L’ambientazione claustrofobica, venti metri globali di stanze, non giova certo all’economia del film, che alla fine si rivela abbastanza raffazzonato e insipido. L’unico motivo di interesse, se vogliamo definirlo così, è rappresentato dalla figura di Paola, la sorella fedifraga di Liliana, interpretata da Lorraine De Selle, molto maliziosa e null’altro. Praticamente nuda per metà delle scene girate, la De Selle è costretta a reggere un personaggio appena abbozzato, così come abbozzati sono i due personaggi di Liliana, interpretata da Patrizia Behn e quello di Sergio,
un anonimo Gianni Macchia. Bene Joe D’Alessandro, che riveste con cattiveria i panni del rapinatore Joe, a cui sarà fatale l’unica debolezza mostrata, quella per Liliana. Nel finale, quando il dramma esplode, ecco le splendide note del Concerto grosso dei New Trolls a fare da colonna onora della violenza che si scatena. Che, alla fine, è la cosa migliore del film. Purtroppo anche i registi capaci come Di Leo hanno dovuto far i conti con budget risicati, con risultati appena passabili come Vacanze per un massacro, film pieno di luoghi comuni, in cui però, qua e là, affiora comunque la mano del grande regista.
In ultimo, segnalazione per la solita, insulsa recensione del famoso sito di critica cinematografica, quello in cui i recensori mostrano sempre di essere impegnati a fare altro mentre guardano ( guardano?) il film:
“Un uomo evade dal carcere e cerca di recuperare il malloppo del suo ultimo colpo. Ma non è facile. Sul terreno dove nascose il grisbì c’è ora una lussuosa villa (lussuosa villa??? ). I proprietari si trovano di fronte il galeotto che non arretra davanti a nulla pur di riprendersi il bottino.”
Vacanze per un massacro,un film di Fernando Di Leo. Con Gianni Macchia, Joe Dallessandro, Lorraine De Selle,Patrizia Behn Drammatico, durata 93 min. – Italia 1980.
Joe Dallesandro: Joe Brezy
Lorraine De Selle: Paula
Patricia Behn: Lillian, sorella di Paula
Gianni Macchia: Marito di Lillian

Regia Fernando Di Leo
Soggetto Mario Gariazzo
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Produttore Mida Cinematografica
Fotografia Enrico Lucidi
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Luis Enríquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Carolina Ferrara
Dominique Sanda
Bellissima, altera e aristocratica, un volto perfetto per il cinema. Dominique Varaigne , in arte Sanda, è stata una delle attrici più brave che la Francia abbia espresso; è comparsa in numerosi film d’autore, nei quali le è stato di fondamentale aiuto il possedere le doti elencate all’inizio. Nata a Parigi nel marzo del 1948, ha avuto la fortuna di essere notata da Robert Bresson, che l’ha lanciata come protagonista del film Une femme douce, uscito in Italia con il titolo Cosi bella così dolce. Il ruolo tormentato di Elle, la giovane donna che rifiuta di diventare un oggetto nelle mani del marito e che perciò sceglie il suicidio, la lancia immediatamente come attrice di talento; Dominique, Domino per i suoi amici, ha appena 20 anni, e alle spalle un matrimonio fallito dopo poco tempo.

Dominique Sanda nel film d’esordio, Cosi bella così dolce
Dominique si era sposata giovanissima, ad appena 16 anni, lasciando la sua ricca famiglia per vivere la sua vita. E’ proprio nel cinema che si realizzerà, girando oltre 50 film, molti dei quali con i registi più acclamati della storia del cinema.
L’esordio col botto può essere un boomerang, per una giovane donna inesperta: il cinema è spesso una palude, così come può accadere di fare scelte sbagliate che compromettono, da subito, carriere altrimenti destinate a diventare luminose. Infatti il film successivo, La notte dei fiori di Gian Vittorio Baldi, girato l’anno dopo, un thriller con venature parapsicologiche, è un film che si rivela un fiasco, e rischia di compromettere la sua carriera.

Nel film Aldilà del bene e del male, di Liliana Cavani
Ma la testarda Dominique insiste, e così raccoglie un grandissimo successo personale con Il conformista, di Bernardo Bertolucci, nel quale interpreta il tormentato ruolo di Anna Quadri, donna sentimentalmente instabile, moglie di un’antifascista che morirà in maniera tragica.
E’ sempre l’Italia a confermare la sua notorietà, grazie a registi che esaltano le sue eccezionali doti di bellezza unite a capacità recitative. Indimenticabile è il ruolo di Micol Finzi Contini nel film di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi Contini, splendida e raffinata elaborazione cinematografica del romanzo di Bassani.
E’ ancora un ruolo tormentato, quello della bella e incomprensibile Micol, separata dal mondo dalla recinzione del giardino dei Finzi Contini, una famiglia ebrea ricchissima, che finirà inevitabilmente nei campi di concentramento, sorte che Micol condividerà. Donna fatale anche in Senza movente, splendido noir di Philippe Labrò, nel quale Dominique è Sandra, una donna ambigua apparentemente legata ad alcuni oscuri delitti.
E’ un’attrice affermata la Sanda, nel 1971; ha interpretato pochi ruoli, ma in film importanti e sopratutto con grossi riscontri di critica e di pubblico.
Nei successivi tre anni sarà sui set di film assolutamente importanti, come Gruppo di famiglia in un interno, di Luchino Visconti, anche se in un ruolo che non la vede nemmeno accreditata, in Il lupo della steppa, di Fred Haines, nel ruolo di Erminia, una prostituta saggia e intelligente, che salverà un intellettuale dal suicidio, nell’Agente speciale Mackintosh di John Houston, grande successo ai botteghini
Nel 1976 gira il film della vita, quel Novecento, di Bernardo Bertolucci considerato universalmente uno dei capolavori del cinema europeo; il ruolo di Ada Fiastri Paulhan , la moglie di Alfredo Berlinghieri, è veramente nelle sue corde. La donna tormentata, ancora una volta, che decide di lasciare il marito ritenendolo responsabile morale del non essersi opposto al fascismo resta una delle sue interpretazioni più belle e intense.
Fotogramma tratto da Il conformista, di Bertolucci
Così come una grande interpretazione è quella di Irene Carelli in Ferramonti nel film L’eredità Ferramonti, di Mauro Bolognini, ottimo affresco di fine secolo in cui Dominique tratteggia alla perfezione il ruolo di Irene, donna senza scrupoli che attraverso relazioni sentimentali con il cognato e il suocero riuscirà ad ereditare una fortuna, prima di perderla per il suicidio del cognato. Siamo nel 1976, Dominique Sanda, 28 enne, è una star a tutti gli effetti, un’attrice che garantisce con la sua presenza un valore aggiunto.

Con Paul Newman in L’agente speciale MacKintosh
Liliana Cavani la sceglie per lo scabroso ruolo di Lou Andreas-Salomé nel suo film Aldilà del bene e del male, nel quale riesce a rendere un ritratto fortissimo della donna che si divise tra Friedrich Nietzsche e Paul Rée; e tre anni dopo, nel 1980, un altro ritratto indimenticabile, quello di Helene in Un dolce viaggio, splendido e poetico film di Michel Delville.
In un certo senso la Sanda esprime il meglio di se stessa proprio nel periodo tra il 1973 e il 1980; in seguito girerà altre ottime opere, ma meno affascinanti di quelle comprese in questo periodo. Tutto dipese anche dalla crisi che il cinema europeo ha attraversato per buona parte degli anni 80, quando molti maestri del cinema ridussero all’osso le loro regie, mentre vennero a mancare soggetti importanti e che valessero la pena di essere elaborati.
Infatti nel 1980 troviamo Dominique Sanda impegnata a interpretare un ruolo molto distante da quelli a cui aveva abituato il suo pubblico; Capoblanco, girato con J. Lee Thompson, regista americano, al fianco di Charles Bronson, è un action movie appena sufficiente. Viceversa un ottimo lavoro è Storie di donne (Les ailes des colombes) per la regia di Benoît Jacquot, nel quale lavora la finaco di isabelle Huppert,di Michele Placido e di Jean Sorel. Tra il 1982 e il 1984 la Sanda rallenta le sue apparizioni sullo schermo; sono di questo periodo L’indiscretion, di Pierre Lary, al fianco di Jean Rochefort, Una camera in città, di Jacques Demy,Poussière d’empire (1983) ,distribuito in Italia come Polvere d’impero e infine Le matelot 512, diretto da René Allio, al fianco di Michel Piccoli.
Attratta da nuove esperienze, Dominique inizia a lavorare per la tv con opere come La naissance du jour, di Demy e nella produzione italiana Il treno di Lenin, di Damiano Damiani; ovviamente l’attrice francese non trascura il cinema, la sua vera passione. Al cinema la troviamo in Corps et biens (1986), opera di Benoît Jacquot tratto dal romanzo “Tendre femelle” di James Gunn, in Le lunghe ombre di Gianfranco Mingozzi e in Le mendiants, ancora una volta per la regia di Benoît Jacquot.

Dominique Sanda nello splendido Un dolce viaggio, di Delville
La costante della vita artistica di Dominique Sanda, quindi, resta sempre la stessa: scelta di copioni che abbiano ruoli consoni alle sue capacità interpretative, ma non solo; i film che accetta di girare devono essere di qualità. Infatti, caso più unico che raro, della Sanda non si conoscono pellicole dozzinali, girate e interpretate solo per la cassetta.
In Italia lavora ancora nell’ultimo film interpretato negli anni 80, In una notte di chiaro di luna, di Lina Wertmuller, al fianco di Peter O’Toole,Rutger Hauer, Faye Dunaway e Nastassja Kinski; il film, che affronta lo scottante tema della diffusione dell’Aids, nonostante l’ottimo cast, non ha un gran successo di pubblico, e passa abbastanza inosservato anche tra i critici, che lo snobbano.
L’eredità Ferramonti
La ormai quarantunenne attrice francese passa così nuovamente ad un lavoro televisivo, Voglia di vivere, di Ludovico Gasperini, un buon successo in cui recita accanto a Thomas Milian. Al cinema, in questa sua nuova giovinezza cinematografica in Italia, interpreta Tolgo il disturbo, il bel film di Dino Risi, in cui è Carla, nuora del simpatico folle Augusto, film dal finale amaro, come del resto abitudine del grande regista.
Siamo negli anni novanta, e le apparizioni cinematografiche della Sanda si diradano, mentre crescono le sue apparizioni tv; nel 1991 lavora in Naissance d’un Golem, di Amos Gitai, film massacrato dalla critica, nel 1992 in Le vojage di Fernando E. Solanas,poi in Rosenemil , di Radu Gabrea e infine, sempre negli anni 90, in L’Affare Lucona, di Jack Gold e in Brennendes Herz di Peter Patzak. L’ultimo lavoro degli anni 90 è Garage Olimpo, di Marco bechis, un bel film in cui interpreta Diane, la madre di Maria Fabiani, un’attivista militante in una organizzazione clandestina che si oppone alla dittatura militare al governo in Argentina.
Negli ultimi anni ha diradato moltissimo le sue apparizioni cinematografiche, apparendo in I fiumi di porpora, di Mathieu Kassovitz nei panni di Sorella Andree, in The Island of the Mapmaker’s Wife e infine in quello che attualmente è il suo ultimo lavoro, Suster N , per la regia di Viva Westi, film datato 2007.
Dominique Sanda, con la sua eleganza, la sua bellezza così fine e particolare, con le sue straordinarie doti drammatiche resta una delle attrici migliori espresse dal cinema francese, che pure è stato prodigo di autentici talenti.
Un’attrice completa, come ha dimostrato attraverso le sue selezionatissime apparizioni cinematografiche in una carriera ormai quarantennale.
Il giardino dei Finzi Contini
Albert Savarus
Gruppo di famiglia in un interno
I the worst of all
The crimson rivers
Il decimo clandestino
La notte dei fiori
Le berceau de cristal
Le matelot
Le navire night
Les mendiants
Story of a love story
Tolgo il disturbo
Une chambre en ville
La notte dei fiori
Un beau dimanche
The Island of the Mapmaker’s Wife
Rosenemil
Der grüne Heinrich
Brennendes Herz
Unser kind sol leben
L’indiscretion
Warburg
Ils n’avaient pas rendez-vous
Il viaggio del terrore: la vera storia dell’Achille Lauro (TV Movie)
Il treno di Lenin
2014 Saint Laurent
2013 Un beau dimanche
2007 Suster N
2001 The Island of the Mapmaker’s Wife
2000 I fiumi di porpora
1999 Garage Olimpo
1996 Storia di un ufficiale di carriera (TV Movie)
1995 Brennendes Herz
1995 Giuseppe (TV Movie)
1994 Nobody’s Children (TV Movie)
1993 Intrigo in alto mare
1993 Rosenemil
1993
1993 Albert Savarus (TV Movie)
1992 By Way of the Stars (TV Mini-Series)
1992 Warburg: A Man of Influence (TV Mini-Series)
1992 Il viaggio
1991 Naissance d’un Golem
1991 Non siamo soli (TV Mini-Series)
1991 Ils n’avaient pas rendez-vous (TV Movie)
1990 Voglia di vivere (TV Movie)
1990 Guerriers et captives
1990 Yo, la peor de todas
1990 Il viaggio del terrore: la vera storia dell’Achille Lauro (TV Movie)
1990 Tolgo il disturbo
1989 In una notte di chiaro di luna
1989 Il decimo clandestino (TV Movie)
1988 Il treno di Lenin (TV Movie)
1988 Les mendiants
1987 Le lunghe ombre
1986 Corps et biens
1984 Le matelot 512
1983 Poussière d’empire
1982 Una camera in città
1982 L’indiscrétion
1981 Storia di donne
1980 La naissance du jour (TV Movie)
1980 Caboblanco
1980 Un dolce viaggio
1979 Le navire Night
1978 La chanson de Roland
1978 Utopia
1977 Al di là del bene e del male
1977 L’ultima odissea
1976 L’eredità Ferramonti
1976 Novecento
1976 Le berceau de cristal
1974 Il lupo della steppa
1974 Gruppo di famiglia in un interno
1973 L’agente speciale Mackintosh
1973 Questo impossibile oggetto
1972 La notte dei fiori
1971 Senza movente
1970 Il giardino dei Finzi Contini
1970 Erste Liebe
1970 Il conformista
1969 Così bella così dolce
Divina creatura
La giovane e bellissima Manuela Roderighi, fidanzata con l’ingenuo Martino, conosce casualmente il nobile Daniele di Bagnasco, un duca abituato ad agi e mollezze, che divide il suo tempo tra passatempi futili e le relazioni sentimentali con donne della ricca borghesia o dell’aristocrazia. Siamo agli inizi del secolo, negli anni venti, in una Roma pigra e imborghesita, scenario delle mollezze di una classe sociale, quella aristocratica, della quale Daniele di Bagnasco incarna tutti i vizi e le scarsissime virtù.

Laura Antonelli è Manuela Roderighi

Terence Stamp è Daniele di Bagnasco
L’uomo, attratto dalla ragazza, la corteggia fino a farla diventare la sua amante, convinto poi di potersene liberare a piacimento. Ma per una volta il viziato playboy finisce vittima del suo gioco, e si rende conto di provare una irresistibile attrazione per la donna. Che ha una vita segreta ed equivoca; frequenta infatti la casa d’ appuntamenti della signora Fones. Daniele decide di uccidere la donna, ma alla fine la passione perversa che prova per lei ha il sopravvento; scopre cosi che la ragazza è stata iniziata ai piaceri del sesso e indotta alla prostituzione proprio da un suo parente, il cugino marchese Michele Barra .
Cambia obiettivo e decide di vendicarsi dell’uomo; lo fa avvicinare da Manuela, quasi a voler dimostrare a Michele, ma sopratutto a se stesso, che Manuela è ormai una cosa sua.. Le cose non vanno come previsto: Manuela,frequentando Michele, prova passione davanti anche all’appassionata difesa di Michele, che le confessa di essersi pentito del suo gesto di tanti anni prima. Inizia cosi un ambiguo triangolo, nel quale Manuela finisce per dividersi ta i due uomini.
Daniele non sa che la donna frequenta Michele ben oltre gli appuntamenti prefissati, ma lo scopre e affronta l’amante, che reagisce piantando tutto e scappando a Parigi. Il suo gesto segnerà in maniera differente le vite dei suoi ormai ex amanti: mentre Michele se ne fa una ragione e si converte al fascismo, trovando così immediatamente un’altra passione, Daniele , che è privo ormai di stimoli, tenta dapprima di offuscare i ricordi e i sentimenti con la cocaina, per poi finire suicida. Tratto dal romanzo di Zuccoli La divina fanciulla , questo film del 1975, diretto da Giuseppe Patroni Griffi è una rivisitazione elegante, ma anche fredda dello stesso.
Appare decisamente vano ma sopratutto presuntuoso il tentativo del regista di dorare con una patina di superficiale edonismo il mondo vizioso e ipocrita dell’aristocrazia, fermandosi troppo sui personaggi e meno sull’ambiente. Il risultato finale è una pellicola molto noiosa, elegante, ma priva di forza. Il personaggio di Manuela, interpretato maldestramente da Laura Antonelli, assolutamente inadatta al ruolo, finisce per assomigliare a quello di una sirena ammaliatrice, privo però di spessore psicologico, e non solo per gli scarsi mezzi mostrati dall’attrice. Mastroianni, che interpreta il marchese Michele Barra, si limita ad una mostra abbastanza abulica del suo talento, mentre Terence Stamp è davvero lontanissimo dal patrizio romano che dovrebbe incarnare.
Un film con molti, troppi difetti, in cui spiccano però le musiche di Bixio interpretate da Morricone. Il resto è solo un’elegante e patinata rivisitazione di un’epoca, ma senza anima e passione.
Divina creatura, un film di Giuseppe Patroni Griffi, con Terence Stamp, Laura Antonelli, Marcello Mastroianni,Michele Placido, Duilio Del Prete, Tina Aumont, Marina Berti, 1975 Italia
Laura Antonelli Manuela Roderighi
Terence Stamp Daniele di Bagnasco
Michele Placido Martino Ghiondelli
Duilio Del Prete Armellini
Ettore Manni Marco Pisani
Carlo Tamberlani Il MaggiordomoPasqualino
Cecilia Polizzi L’amante di Daniele
Piero Di Iorio Cameriere di Stefano
Marina Berti La maitresse di Manuela
Doris Duranti Signora Fones
Marcello Mastroianni Michele Barra
Tina Aumont Una prostituta
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Luciano Zuccoli (romanzo)
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi e Alfio Valdarnini
Produttore Luigi Scattini e Mario Ferrari
Casa di produzione Filmarpa
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche canzoni di Cesare Andrea Bixio, interpretate da Ennio Morricone
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Gabriella Pescucci
5 bambole per la luna d’agosto

Nell’isola privata dell’ingegner George Stark convergono alcuni uomini d’affari e un inventore che ha ideato una speciale resina resina sintetica, in grado di rivoluzionare l’industria. Il professor Fritz Farrell, il geniale inventore, è accompagnato da sua moglie Trudy, mentre sono presenti anche i probabili acquirenti della formula, Nick Chaney, accompagnato dalla moglie Marie e Jack Davidscon, anche lui in compagnia della moglie Peggy; sull’isola l’unica altra abitante è una ragazza enigmatica e sfuggente, Isabel. Nonostante le offerte degli industriali raggiungano cifre da capogiro,
Ira Furstenberg è Trudy
Fritz Farrell rifiuta ostinatamente di cedere il brevetto. In un aria di reciproca diffidenza, in cui ogni uomo d’affari guarda con sospetto il rivale, immaginando un’offerta più alta che convinca l’idealista inventore a cedere il brevetto, si arriva al primo colpo di scena: Trudy recatasi sulla spiaggia, rinviene il corpo di Stark,, ucciso. Da quel momento l’atmosfera della villa e tra gli ospiti si riempie di sospetti:
ognuno guarda l’altro con diffidenza, mentre diventa impossibile andar via dall’isola perchè scompare l’unica imbarcazione esistente. Muore anche Frick, ma il suo cadavere misteriosamente scompare. E’ l’inizio di una serie di omicidi, che coinvolgono Nick, Marie, Peggy, che via via che muoiono ammazzati vengono deposti dai sempre di meno superstiti nella cella frigorifera della villa. Alla fine restano in vita solo Trudy e Jack, che in realtà sono stati i veri organizzatori degli omicidi; ma i conti tra i due non tornano, perchè nessuno di loro è responsabile della morte di Frick.
Offuscati dalla bramosia di soldi ( gli industriali morti hanno lasciato 3 assegni da un milione di dollari ognuno, al portatore, con i quali volevano comprare la formula) Jack e Trudy si eliminano a vicenda. A quel punto compare dal nulla il vero ispiratore della vicenda, il presunto scomparso Frick, che aveva finto di essere stato ammazzato con la complicità di Isabel. In realtà Frick è semplicemente un impostore, che aveva fatto leva sulla bramosia degli uomini per vendere al miglior offerente la formula. Ma anche Frick non riuscirà godersi i frutti del piano, perchè verrà arrestato e condannato a morte; alla fine l’unica ad aver guadagnato sia i soldi che la formula è la diabolica Isabel.
Diretto da Mario Bava nel 1970, 5 bambole per la luna di agosto è un discreto thriller, ben studiato anche se lacunoso in alcuni passaggi; lento, ma abbastanza ben congegnato, si avvale di un cast di sicuro interesse, con la presenza di attori come Helmut Berger, Edwige Fenech, Ira Furstemberg,Howard Ross e Maurice Poli. Vera sorpresa del film è la giovane Ely Galleani, volto angelico e animo diabolico, l’unica che uscirà viva ( e ricca) dalla vicenda.
Non è certamente il miglior Bava, in primis perchè la trama ad un certo punto si avviluppa, poi per la lentezza studiata della regia. Ma non mancano i colpi di genio, come la sequenza delle morti e dei corpi conservati uno alla volta nel congelatore.
5 bambole per la luna d’agosto, un film di Mario Bava, con Teodoro Agrimi, Maurice Poli, Mauro Bosco, Edy Galleani, Renato Rossini, William Berger, Ira Furstenberg, Edwige Fenech, Edith Meloni, Hélène Ronée , Thriller Italia 1970


William Berger: professor Fritz Farrel
Ira von Furstenberg: Trudy Farrel
Edwige Fenech: Marie Chaney
Howard Ross: Jack Davidson
Helena Ronee: Peggy Davidson
Teodoro Corrà: George Stark
Ely Galleani: Isabel
Edith Meloni: Jill Stark
Mauro Bosco: Jacques
Maurice Poli: Nick Chaney

Regia Mario Bava
Soggetto Mario Di Nardo
Sceneggiatura Mario Di Nardo
Fotografia Antonio Rinaldi
Montaggio Mario Bava
Musiche Piero Umiliani
Scenografia Giulia Mafai
Costumi Giulia Mafai







Lucrezia giovane
La vicenda si svolge a Roma, sul finire del 1400. Lucrezia, figlia del papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia e della sua amante ufficiale, Giovanna Cattanei detta Vannozza, data in sposa a soli 13 anni al conte di Pesaro Giovanni Sforza, si vede annullare il matrimonio con la scusa ufficiale che lo stesso non è stato consumato. In realtà il Papa ha bisogno di stringere nuove alleanze, così briga in maniera tale da sciogliere le nozze della figlia.

Simonetta Stefanelli è Lucrezia Borgia
Nel frattempo Cesare Borgia, il Valentino, uno degli altri figli del papa nato sempre dalla relazione con Vannozza, segretamente innamorato della sorella, uccide in un agguato l’altro fratello,Giovanni il duca di Gandia; l’assassinio lo costringe ad allontanarsi da Roma, dove i sospetti su di lui sono diventati di dominio pubblico. Lucrezia, sempre in nome della ragion di stato, viene maritata ad Alfonso d’Aragona; la donna allaccia una relazione sentimentale con uno dei compagni d’armi di Cesare, Pierotto, del quale resta incinta.

Massimo Foschi è Cesare Borgia
Il Valentino, tornato dalla campagna d’armi, geloso sempre più di sua sorella, uccide prima Pierotto e poi Alfonso d’Aragona, del quale la sorella si è ormai innamorata. Lo scandalo, che sta per investire direttamente il papato, costringe Alessandro VI a allontanare il Valentino, mentre per Lucrezia è pronto un altro matrimonio, quello con Alfonso I d’Este.
Diretto da Luciano Ercoli nel 1974, Lucrezia giovane è un film senza infamia e senza lode; storicamente è del tutto inattendibile, in quanto la figura di Lucrezia, dipinta come una lussuriosa e incestuosa divoratrice di uomini in realtà è stata molto diffamata dai tantissimi nemici dei Borgia. Non esiste alcuna prova che abbia mantenuto rapporti incestuosi con il fratello, o, come adombrato nel film, addirittura con il padre. fu vittima della ragion di stato questo si.
Tornando al film, è lento e noioso, abbastanza pruriginoso nelle intenzioni, che si esplicitano in diversi nudi femminili, in cui generosamente abbonda la bellissima Simonetta Stefanelli, sensuale e tinteggiata di biondo, che non è evidentemente il suo colore naturale di capelli, e nel film il perchè lo si vede abbastanza bene.
Aldilà di questo, il film non decolla mai, essendo molto descrittivo; non mancano alcune scene gore, come l’amputazione di un dito e altre amenità varie; il truce (nel film) Valentino è interpretato, sopra le righe, da Massimo Foschi,
mentre il lussurioso Alessandro Vi è un discreto Ettore Manni. Segnalazione per la bella Elizabeth Turner, l’amante del papa e per Aldo reggiani, che interpreta lo sfortunato Giovanni Sforza, marito legittimo di Lucrezia costretto a dare pubblica prova di impotenza (cosa mai avvenuta nella realtà)
Film con qualche pretesa, ma fondamentalmente rimaste tali nelle intenzioni.
Lucrezia giovane, un film di Luciano Ercoli, Con Ettore Manni, Simonetta Stefanelli, Massimo Foschi, Piero Lulli, Anna Orso, Fred Robsham, Aldo Reggiani, Raffaele Curi, Paolo Malco
Storico, durata 92 min. – Italia 1972.
Simonetta Stefanelli Lucrezia Borgia
Massimo Foschi Cesare Borgia
Ettore Manni Rodrigo Borgia – Papa Alessandro VI
Anna Orso Giovanna Cattanei , Vannozza
Paolo Malco Duca di Gandia , Giovanni Borgia
Elizabeth Turner Giulia, la’mante del Papa
Fred Robsahm Alfonso d’Aragona
Raffaele Curi Perotto
Aldo Reggiani Giovanni Sforza
Piero Lulli Ludovico Maria Sforza ‘il Moro’
Teodoro Corrà Cardinale Sisto Borgia
Edoardo Florio Il segretario privato del papa
Guglielmo Spoletini Giaco
Regia Luciano Ercoli
Sceneggiatura Luciano Ercoli
Produttore Enzo Doria
Fotografia Aldo De Robertis
Montaggio Angelo Curi
Musiche Franco Micalizzi
Scenografia Giovanni Agostinucci e Carlo Gentili
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Film che mescola attendibilita’ storica (poca) con un erotismo neanche tanto spinto.Si lascia pero’ vedere con una trama abbastanza avvincente fino alla fine.Insomma non annoia e questo e’ gia’ una cosa positiva.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Erotico da Anni Settanta, con interpretazioni di livello medio-basso, qualora si escluda Ettore Manni. Tutto sommato può ricordare i fumetti porno, all’epoca reperibili in ogni buon negozio di barbiere della provincia italiana… Da citare, in mancanza di altre cose memorabili, la coprolalìa alla quale si abbandonano, durante gli amplessi, alcuni personaggi (scena tagliata in tv). Desolante la Stefanelli.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Deludente tentativo di raccontare la storia familiare dei Borgia, con regia distratta da un’impostazione prettamente volgare, grazie a dialoghi incredibilmente kitsch. Qualche nudo, diverse ammucchiate e molta approssimazione si alternano a momenti che si vorrebbero drammatici (l’omicidio a calci di Paolo Malco) e riescono, invece, a suscitare un involontario clima grottesco. Luciano Ercoli, peraltro regista dotato di certa sensibilità, sembra dunque (non) firmare una pellicola palesemente alimentare.
Bruciati da cocente passione
Storia di due coppie proletarie della Milano anni 70; due coppie assortite male, una formata da Casimiro e Milena, l’altra da Michele e Virginia.
Casimiro, ingenuo e romantico, ha per moglie la vulcanica Milena, mentre Michele, tipico popolano esuberante ma assolutamente privo di buone maniere, è sposato con la copia carbone di Casimiro, ovvero Virginia, anche lei sognatrice e timida. Le storie dei quattro si incrociano perchè il destino decide di metterci lo zempino:
Michele e Milena iniziano una relazione tumultuosa, fatta di incontri per entrambi molto soddisfacenti dal punto di visita fisico, mentre Casimiro deve limitarsi a guardare da lontano la donna che gli piace, quella Virginia che è la sua copia speculare. I due si guardano e si parlano come due fidanzatini, scambiandosi promesse, mezze frasi e speranze in un futuro migliore. La situazione degenera quando un ricattatore, Leonida fa saltare il tutto, costringendo i quattro a mettere in piazza la loro situazione.
Così di comune accordo, le coppie si dividono le rispettive consorti, o se vogliamo i rispettivi consorti. Casimiro va a vivere con Virginia e Milena con Michele. Il problema principale è rappresentato dalla coppia di figli che i coniugi hanno dai rispettivi matrimoni. Dopo vari tentativi, ognuna delle due coppie, all’insaputa dell’altra, tenterà di far fuori la coppia rivale; il tutto finirà per fortuna bene, almeno per loro, perchè durante un tentativo di far saltare la baracca della coppia Virginia-Casimiro, Leonida e Milena provocheranno un’inondazione.
Qualche mese dopo i quattro si reincontrano in una trattoria: il tempo è passato ed evidentemente i legami di coppia che esistevano prima erano più forti di quello che i protagonisti pensavano, tant’è vero che riemerge negli sguardi dei protagonisti, il rimpianto per l’antico legame, quello canonico. Così assistiamo allo scambio di occhiate di desiderio di Casimiro per la sua ex moglie, mentre questa si china sui suoi bambini, sguardo ricambiato dalla donna, in cui c’è evidentemente rimpianto, sguardi che fanno il paio con quelli scambiati tra Leonida e Virginia, colmi di tenerezza e rimpianto.
Film diretto da Giorgio Capitani, Travolti da cocente passione è una commedia tutto sommato ben congegnata, con un finale agro dolce, in cui le due coppie riscoprono i valori che avevano portato al loro formarsi. La trasgressione dal tran tran quotidiano, l’elemento di novità portato dal tradimento, la sottile ebbrezza e il fascino del proibito lasciano alla fine il posto al rimpianto di un passato tranquillo, vissuto nella solidità di rapporti evidentemente sottovalutati.
Bravi senza dubbio i quattro protagonisti, Cochi Ponzoni che interpreta il timido e sognatore Casimiro, Catherine Spaak che interpreta sua moglie, la vitalissima Milena, Aldo Maccione nei panni del popolano rustico Michele e Jane Birkin, in un inedito ruolo simil comico, nel ruolo della timida e poetica Virginia.
Bruciati da cocente passione, un film di Giorgio Capitani, con Cochi Ponzoni,Catherine Spaak,Aldo Maccione,Jane Birkin,Daniele Formica, Mario Maranzana
Cochi Ponzoni: Casimiro Banotti
Catherine Spaak: Milena Banotti
Aldo Maccione: Michele Vismara
Jane Birkin: Virginia Vismara
Mario Maranzana: La Carrubba
Daniele Formica: il ricattatore
Enrico Beruschi: un collega di Casimiro
Annibale Papetti: Ambrogio, l’oste
Franca Scagnetti: la chiromante
Guido Spadea: il parroco
Renato Mori: il funzionario del PCI
Maria Tedeschi: donna sulla sedia a rotelle
Fernando Cerulli: l’avvocato
Regia Giorgio Capitani
Soggetto Luciano Vincenzoni, Nicola Badalucco
Sceneggiatura Nicola Badalucco
Casa di produzione Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz-Domovideo
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Renato Cinquini
Musiche Piero Umiliani
Scenografia Ezio Altieri
Rena Niehaus
Nella storia cinematografica di Rena Niehaus, attrice tedesca nata a Oldenburg nel dicembre del 1954 l’elemento fondamentale sembra essere la casualità, che l’ha portata per caso a diventare dapprima modella per delle foto pubblicitarie prima e di moda in seguito, per poi finire sugli schermi, in alcune produzioni molto interessanti concentrate negli anni 70, quando ha lavorato con Lattuada e Eriprando Visconti oltre che con Ugo Liberatore e altri. Sono 12 i film interpretati da Rena, girati tra il 1975 e il 1993, dieci dei quali sono racchiusi nel periodo 1975-1979

Con Cochi Ponzoni in Cuore di cane
Rena Niehaus si avvicina al mondo dello spettacolo attraverso la fotografia; contattata da un fotografo tedesco mentre era a Monaco di Baviera, diventa modella di una pubblicità creata per una nota casa di sigarette.
La sua particolare fisionomia, il volto non bellissimo ma espressivo vengono notate da Alberto Lattuada, che la scrittura per il film Cuore di cane.

Con Domenico Modugno in Il maestro di violino
Rena ha un temperamento volitivo, è affascinata da nuove eperienze e sopratutto vede nel cinema un modo per avvicinare altra gente, conoscere posti; così gira contemporaneamente alcuni film, come I baroni, di Gian Paolo Lomi, accanto a Turi Ferro, Vittorio Caprioli e Andrea Ferreol, in cui è una ragazza svedese che capita casualmente in una città del sud e fa innamorare pazzamente un maturo benestante, interpretato da Turi Ferro, Un amore targato Forli, di Sesani , nel quale interpreta Giorgia, la spregiudicata studentessa che riesce a sedurre un giovane musicista riminese e Il maestro di violino, nel quale è Laura, la bella e sensibile figlia di una famiglia di mecenati, che finirà per avere una storia d’amore con il suo insegnante di violino, il maturo Giovanni.
Un film creato su misura per sfruttare il successo commerciale dell’omonima canzone di Domenico Modugno, che nel film interpreta proprio Giovanni. Se la canzone è l’amaro epilogo di una carriera di primissimo livello per il grande Mimmo, il film è un trampolino di lancio per Rena, che mostra una buona padronanza delle scene e ottime doti recitative. Arriva così Cuore di cane, il film che Lattuada gira riprendendo un romanzo di Bulgakov, autore tra l’altro di Il maestro e Margherita; il film, pur non riscontrando successo di pubblico, viene ben giudicato dalla critica. Rena vi interpreta Zoja, fidanzata di Poligràph Poligràphovic, l’uomo a cui sono stati trapiantati gli organi di un cane.

Rena Niehaus in Nero veneziano
Rena lavora, in questo film, con un cast eccellente, nel quale spiccano Max Von Sidow, Eleonora Giorgi, Cochi Ponzoni e Mario Adorf. Il successo arriva con La orca, di Eriprando Visconti, nipote del celebre Luchino. Il suo è il ruolo principale, quello di Alice, una ricca studentessa sequestrata da balordi, che riuscirà a far innamorare di se il meno sveglio dei suoi sequestratori, Michele (interpretato da Michele Placido), e che ucciderà proprio mentre sta per essere liberata dalla polizia, coperta, nel suo gesto, da un commissario che le vuole risparmiare altri dolori. In La orca Rena Niehaus interpreta perfettamente il contraddittorio personaggio di Alice, accettando anche un ruolo abbastanza scabroso.
Una donna di seconda mano
Nel 1977 Pino Tosini la scrittura per il discontinuo Una donna di seconda mano, dramma famigliare, nel quale è Simona, fidanzata di Luca, che la violenta, portandola ad accettare la corte del maturo Augusto, zio del suo fidanzato e amante di sua madre. Alla fine dello stesso anno Visconti decide di riprendere il film La orca dal punto esatto in cui finisce e ne fa un sequel, Oedipus orca, con Rena che riveste nuovamente i panni della giovane Alice, che ritorna a casa convinta che suo padre non abbia fatto nulla per liberarla. Nel film, la ragazza si convince che l’uomo non sia il vero padre, scopre che la madre, quando lei era stata concepita, aveva avuto un amante e dopo aver scoperto che quest’ultimo potrebbe essere il suo vero padre, lo seduce. Il film non ha la carica del primo capitolo, La orca, e passa abbastanza inosservato.


Due fotogrammi da Una donna di seconda mano
Il film successivo è un piccolo gioiello; si tratta di Nero veneziano, misconosciuto thriller con connotazioni horror, disprezzato dalla critica; in realtà è un buon prodotto, girato in una Venezia livida, che mescola abilmente suspence e mistero. Il ruolo di Rena, quello della giovane Christine che diventerà madre di un bambino frutto della sua relazione con il demonio, la mostra sempre più matura e padrona dei suoi mezzi recitativi. Un film in cui la Niehaus, come racconterà in un’intevista, si trova a gestire un difficilissimo rapporto con Liberatore, il regista, perfezionista maniacale.
Voglia di donna
Siamo sul finire degli anni settanta, e Rena gira Voglia di donna, pessima commedia ad episodi di Bottari, nonostante il film presenti un buon cast; Gianni Cavina, Laura Gemser, Carlo Giuffré, Rena Niehaus, Luciano Salce, Ilona Staller, Gabriele Tinti sono i compagni d’avventura di questa pellicola, in cui la Niehaus è Luisa, fidanzata di Paolo, che gelosissimo del datore di lavoro della donna, un notaio, cerca di registrare i due amanti, e che finirà per perdere la fidanzata.
Nero veneziano
Per quanto abbia una discreta fama, Rena Niehaus non ama molto il mondo del cinema, che considera falso e ipocrita; cosi, dopo aver girato Ciao Cialtroni, film passato inosservato, sotto la regia di Danilo Rossini, si allontana dal cinema. Torna a Oldenburg, dove diventa agente di commercio; rientra in Ialia per riprendere il suo lavoro di attrice nel 1988, a distanza di 9 anni dal suo ultimo film.
Ma il cinema non concede ai suoi protagonisti licenze o ripensamenti; il pubblico dimentica in fretta, crea nuovi beniamini, così Rena deve accettare una piccola parte in Arabella,l’angelo nero di Stelvio Massi. Lavorerà,per l’ultima volta, nel 1993 in Il ritmo del silenzio, di Marfori, anche questo passato assolutamente inosservato.
Finisce così la carriera di Rena Niehaus, brava attrice ma poco malleabile, assolutamente non incline ad accettare le leggi del cinema; come da lei stessa raccontato in una lunga intervista, il suo carattere poco docile, la sua caparbietà, l’abitudine tutta interna al mondo del cinema di valutare le persone per il loro aspetto fisico, senza badare molto al carattere e alle attitudini delle persone, le creò grossi problemi, portandola ad un progressivo allontanamento dalle scene.
Cuore di cane
La orca
Voglia di donna
Il ritmo del silenzio (1993)
Arabella l’angelo nero (1989)
Ciao cialtroni! (1979)
Voglia di donna 1978
Nero veneziano 1978
Oedipus orca (1977)
Una donna di seconda mano (1977)
Cuore di cane (1976)
La orca (1976)
Maestro di violino (1976)
Un amore targato Forlì (1976)
I baroni (1975)
Novecento
Un gigantesco affresco, che copre quasi 50 anni della storia italiana, dal 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, con la liberazione dal fascismo.
Questo è Novecento, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema italiano, uno dei primi cinque, senza dubbio.Un’opera corale, che racconta attraverso le vite di Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e nipote di Alfredo, grande proprietario terriero dell’Emilia e Olmo Dalcò, figlio di Rosina e di nessun padre, o di cento, racconta dicevo le loro vite ma sopratutto racconta la miseria e le difficoltà di vita dei contadini agli inizi del secolo, le sperequazioni, le prime lotte operaie e le prime rivendicazioni sindacali, insomma tutto il contesto storico politico dell’Italia pre fascista.
Burt Lancaster è il Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Una storia che inizia appunto con l’amicizia impossibile tra il ricco Alfredo e il contadino Olmo, i loro sogni e le loro vite parallele ma inevitabilmente e indissolubilmente legate , i loro amori, le loro delusioni.
In mezzo, tante vite parallele e contingenti: quella di Alfredo Berlinghieri , l’uomo che da il via alla saga, duro ma giusto, ricco ma rispettoso dei sacrifici dei suoi contadini. Quella di Giovanni, figlio minore di Alfredo , bramoso di ricchezza, assolutamente contrario a qualsiasi concessione ai contadini di una parvenza di dignità, quella di Attila Melanchini, il fattore crudele, bieco, come l’ideologia che finirà per rappresentare.
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Roberto Maccari è Olmo da ragazzo
Sono solo alcuni dei personaggi che si muovono nel film, i più rappresentativi, ma che si collegano ad altri ugualmente importanti in una storia che li coinvolge tutti, comparse o protagonisti di primo piano di una tragedia, che allo stesso tempo è semplicemente la semplice vita di gente che si è trovata a vivere un’epoca di grandi cambiamenti storico politici.
Così prendono vita personaggi sullo sfondo di uno scenario grandioso, come Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo, giovane idealista innamorata del marito, che però lascerà incolpandolo di essere indifferente di fronte alla brutalità del fascismo, o come quello di Anita Furlan, moglie di Olmo donna istruita, una rarità per la civiltà contadina dell’epoca, che dedica il suo tempo all’istruzione dei piccoli, ma anche dei grandi, che cerca di spiegare ai contadini, che accettare supinamente il volere dei padroni significa consegnarsi allo sfruttamento e all’ignoranza.
Stefania Sandrelli è Anita, Gerard Depardieu è Olmo
Al centro, Robert De Niro è Alfredo
Ci sono poi i personaggi negativi, cattivi in assoluto, incapaci del minimo senso di umanità, vere e proprie Erinni, come Regina, figlia di Amelia , sorella di Eleonora moglie di Giovanni, il padre di Alfredo e quindi sua cugina, vittima ma anche complice dello spietato e abietto Attila, del quale diverrà complice nei più odiosi delitti.
Tanti personaggi, legati l’un l’altro da vincoli di parentela, di amicizia , di semplice conoscenza, che si muovono in quel mondo rurale primitivo, che vive a contatto della natura, che segue l’evolversi delle stagioni, retto da un’ordine quasi feudale, con il ricco destinato ad una vita facile e il povero costretto secolarmente a vivere solo di quel poco che la terra da lui lavorata produce.
Stefania Casini è Neve, la lavandaia
Bertolucci intreccia tutte queste vite, creando, attraverso 320 minuti di gran cinema, una storia potente come poche, magnificamente illustrata da una fotografia che sembra seguire l’alternanza delle stagioni; ma l’indubbio talento, il saper dirigere con mano svelta, l’aiuto di una sceneggiatura di prim’ordine, a cui collaborarono lo stesso Bernardo, suo fratello Giuseppe e Franco Arcalli, da soli non sarebbero bastati se lo stesso regista non avesse scelto un cast assolutamente straordinario per mettere in scena una rappresentazione credibile.
Dominique Sanda è Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Così sceglie con acume e affida il compito più difficile, quello di interpretare Alfredo e Olmo, a un giovane Robert De Niro e a Gerard Depardieu. I due lavorano talmente bene che ben presto i personaggi che interpretano divenatno, per lo spettatore, quasi dei volti amici. Si parteggia per loro e si arriva ad odiare i perfidi Attila e Regina, due splendidi attori come Donald Sutherland e Laura Betti.
Laura Betti è Regina, figlia di Amelia
Donald Sutherland è Attila Melanchini, il fattore
Accanto a loro Burt Lancaster e Sterlin Hayden, credibilissimo nel ruolo del contadino dei Berlinghieri, Leo Dalcò, il bravissimo Romolo Valli nel ruolo di Giovanni e Alida Valli Stefania Sandrelli, la maestrina che sposerà Olmo e la bellissima, seducente Dominique Sanda, Ada, la moglie di Alfredo. Un cast strepitoso,; così come di grandissimo livello è la fotografia di Storaro.Alla fine, dopo oltre 5 ore di film, si resta con il rimpianto che tutto sia finito con quella scena finale dei due amici che, ormai anziani, continuano a litigare come quando erano bambini.
Novecento, un film di Bernardo Bertolucci. Con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, José Quaglio, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Romolo Valli, Alida Valli, Stefania Casini, Francesca Bertini, Paul Branco, Anna Maria Gherardi, Paolo Pavesi, Tiziana Senatore, Liu Biosizio, Roberto Maccanti, Allen Midgette, Laura Betti, Ellen Schwiers, Maria Monti, Antonio Piovanelli, Anna Henkel, Werner Bruhns, Giacomo Rizzo Drammatico, durata 315 min. – Italia 1976.
Robert De Niro: Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e Eleonora
Gérard Depardieu: Olmo Dalcò, figlio di Rosina
Burt Lancaster: Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Donald Sutherland: Attila Melanchini, il fattore
Dominique Sanda: Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Alida Valli: Ida Cantarelli Pioppi
Sterling Hayden: Leo Dalcò, contadino dei Berlinghieri
Stefania Sandrelli: Anita Furlan, moglie di Olmo
Werner Bruhns: Ottavio, figlio maggiore di Alfredo
Laura Betti: Regina, figlia di Amelia
Ellen Schwiers: Amelia, sorella di Eleonora
Anna Henkel: Anita, figlia di Olmo
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Stefania Casini: Neve, la lavandaia
Francesca Bertini: Suor Desolata, sorella di Alfredo
Anna Maria Gherardi: Eleonora, moglie di Giovanni
Paolo Pavesi: Alfredo da ragazzo
Tiziana Senatore: Regina da bambina
Paulo Branco: Orso, figlio maggiore di Leo
Giacomo Rizzo: Rigoletto, il servo gobbo
Antonio Piovanelli: Turo Dalcò
Liù Bosisio: Nella Dalcò
Maria Monti: Rosina Dalcò, nuora di Leo
Roberto Maccari: Olmo da ragazzo
José Quaglio: Aranzini, un proprietario
Pippo Campanini: Don Tarcisio
Patrizia De Clara: Stella
Fabio Garriba: Contadino all’esecuzione di Attila
Sergio Serafini: Un giovane fascista
Carlotta Barilli: Una contadina
Allen Midgette: Vagabondo che scagiona Olmo
Odoardo Dall’Aglio: Oreste Dalcò
Salvatore Mureddu: Capo delle guardie rege
Catherine Kosac: Tondine
Mimmo Poli: Fascista alla riunione in chiesa
Clara Colosimo: La donna che accusa Olmo
Angelo Pellegrino: Il sarto
Pietro Longari Ponzoni: Pioppi
Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Sceneggiatura Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati, Les Productions Artistes Associees, Artemis Film
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali Bruno Battistelli, Luciano Byrd
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maria Paola Maino, Gianni Quaranta, Ezio Frigerio
Costumi Gitt Magrini
Trucco Paolo Borselli, Iole Cecchini, Giannetto De Rossi, Fabrizio Sforza, Maurizio Trani
Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli: li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi. Così hanno inventato la guerra , ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…ma chi paga siamo sempre noi.
Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Dei contadini ce n’è bisogno, se no la terra va in malora. Ma il padrone? A cosa serve il padrone?
Ada Fiastri Paulhan, la moglie di Alfredo (Dominique Sanda) e Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Mio padre ha disegnato la testa del re sui biglietti da dieci: così abbiamo sempre vissuto tra i soldi senza mai averne. Sono orfana. Tre anni fa i miei ebbero la bella idea di organizzare una spedizione alpinistica per milionari e sono scomparsi in un crepaccio sul Monte Bianco. Morti com’erano vissuti: al di sopra dei loro mezzi
Anita Foschi (Stefania Sandrelli)
Donne, l’avete sentito il padrone? La colpa è dei nostri uomini perché sono andati in guerra a farsi accoppare. La colpa è dei braccianti perché non solo lavorano, ma vogliono anche farsi pagare. La colpa è tutta nostra, che abbiamo fame, e ci viene il gozzo e la pellagra. Ed è ancora colpa nostra se ci muoiono due figli su tre. Al padrone gli va ancora bene se prendiamo un po’ del nostro grano e gli lasciamo il resto, per il momento.
Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
Dalcò Olmo! Olmo, adesso che sei grande..vieni avanti! Ricordati questo: imparerai a leggere e a scrivere, ma resterai sempre Dalcò Olmo, figlio di paesani, andrai a fare il soldato, girerai il mondo, e dovrai anche imparare ad ubbidire, prenderai moglie, eh? ..E faticherai per tirare su i figli… Ma cosa resterai sempre?
Dalcò Olmo!
Dalcò Olmo, paesano! Avete sentito? Niente preti in questa casa.
Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Quando la festa sta per finire, di’ che sono morto. Digli che sono morto, ma che continuino a ballare.
Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Forse la verità è che quando un uomo non fa niente per tutta la vita, ha troppo tempo per pensare.
Atto I: in una fattoria dell’Emilia crescono insieme Olmo, figlio di contadini, e Alfredo, erede del padrone, nati nello stesso giorno del 1900. Dopo i primi scioperi nei campi e la guerra 1915-18, il fascismo agrario dà una mano ai padroni. I due giovani si sposano. Atto II: negli anni ’30 le strade di Olmo e Alfredo si separano. Il primo, vedovo, fa il norcino e continua la lotta; il secondo si rinchiude nel privato. Il 25 aprile 1945 si processano i padroni, e i due si ricongiungono. Fondato sulla dialettica dei contrari: è un film sulla lotta di classe in chiave antipadronale finanziato con dollari americani; cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico (più un risvolto finale da film-balletto cinese); è un melodramma politico in bilico tra Marx e Freud che attinge a Verdi, al romanzo dell’Ottocento, al mélo hollywoodiano degli anni ’50. Senza evitare i rischi della ridondanza, Bertolucci gioca le sue carte sui due versanti del racconto.
L’opinione di Tony Montana dal sito http://www.mymovies.com
Al ritiro del premio Oscar al miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione del boss mafioso Don Vito Corleone, Robert De Niro, non è presente. Corre l’anno 1974, e il giovane attore italoamericano, fra la lavorazione del secondo episodio de Il padrino e quella di un altro capolavoro del cinema, Taxi Driver si pone un film più impegnativo, serio e difficile, ovvero 1900, del regista Bernardo Bertolucci, appena uscito dallo scandalo di Ultimo tango a Parigi con un magistrale Marlon Brando nei panni di un uomo di mezza età sessualmente frustrato. Le riprese di Novecento avvennero in Emilia Romagna, nello stesso periodo in cui Pier Paolo Pasolini stava girando Salò e le 120 giornate di Sodoma. L’impresa di Bertolucci era colossale, difficilissima, a tratti umanamente impossibile, centrata sul tentativo di raccontare cinquant’anni di storia italiana vista con gli occhi di due uomini, uno, Alfredo ( De Niro ), figlio di ricchi proprietari terrieri, e l’altro, Olmo ( Depardieu ), umile contadino, partigiano e infine liberatore comunista dei contadini. Il film, originariamente pensato per la televisione, raggiunse infine una durata eccessiva di oltre cinque ore e venti, proiettato in America in versione ridotta a tre ore e mezza e non ben accolto, e in Italia diviso di due puntate da due ore e quaranta ciascuna, con enormi consensi da parte di critica e pubblico. Il cast rende ancora più ambizioso il film, a parte Depardieu e De Niro si contano Stefania Sandrelli, Alida Valli, Donald Sutherland, Dominique Sanda e altri. I vari contrasti con il regista e la troupe, portarono De Niro ad una recitazione media, che gli impedì di mostrare le sue doti attoriali al massimo livello. Caso diverso per Depardieu che si dimostra un’autentica rivelazione e firma così una delle migliori performance della sua carriera. Il film, in tutta la sua complessiva lunghezza, riesce tuttavia ad essere di grande e incisivo impatto. La trama, come già detto, ripercorre i primi cinquant’anni italiani del Novecento, raccontando le lotte proletarie, la Grande Guerra, il ventennio e la violenza fascista, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza e la Liberazione. A questa trama complessa si intrecciano anche le storie personali dei personaggi a cui si legano anche le loro storie d’amore tra Olmo e Anita, Alfredo e la bellissima Ada, la perversa passione fra la cugina di Alfredo, Regina e il diabolico squadrista Attila, oltre che l’amore-odio fra i due protagonisti. Oltre che la lunghezza – però non si poteva raccontare una storia come questa senza sfiorare la durata da kolossal -, il film è ricordato per picchi di regia di altissimo livello, e le scene da antologia, come il ballo di Dominique Sanda che si finge cieca, il lavoro dei contadini, oppure il lunghissimo processo finale ( 15 minuti di pellicola! ), passando per scene emotivamente più cruente che fecero scattare l’occhio vigile della censura come quella in cui il fascista Attila, dopo aver violentato un bambino, lo scaraventa contro un muro spezzandogli la testa, la scena in cui il medesimo personaggio fa strage dei comunisti sotto una pioggia fangosa, passando per la scena quasi pasoliniana, in cui Depardieu e De Niro vengono masturbati da una prostituta epilettica, senza alcuna censura visiva oltre ad altre scene di violenza. Tutto il film è un affresco grandioso. Straordinario uso delle stagioni che accompagnano gli eventi storici in parallelo alle stagioni della vita: inverno, pioggia e gelo nel periodo del fascismo più torbido e ostile con i protagonisti in balìa dei problemi della vita adulta e una primavera solare e rigogliosa nel giorno della sospirata liberazione così come per la loro infanzia, e la colonna sonora di Ennio Morricone che con tratti da melodramma verdiano sottolinea i passaggi più drammatici della sceneggiatura, permette a Bertolucci di tratteggiare un film unico e per certi versi straordinario. Si rivela con forza espressiva il gusto del regista per l’immagine filmata su modello di opere pittoriche. Il fascismo per Bertolucci è la violenza al servizio dei padroni, una bestia feroce al guinzaglio della borghesia o -meglio ancora usando le parole con cui Regina presenta Attila -: “il cane da guardia” del padronato. Uno degli ultimi fuochi del cinema italiano che conta, troverà pochi anni dopo il suo doppio speculare nell’Albero degli zoccoli di Olmi. Lunghissimo (ma non poteva essere altrimenti), vale soprattutto per i momenti in cui racconta la storia attraverso la collettività; nei momenti intimi tende più al Bertolucci decadente, forse morboso, certamente borghesissimo. Oltre che grande rievocazione storica, comunque, è anche un ottimo esempio di come il cinema possa descrivere il suo tempo: nelle cornici iniziali e finali, se guardate con attenzione, si trovano tutti gli anni Settanta, e forse il finale conciliatorio è spiaciuto per questo. Al di là del discorso ideologico, c’è il miracoloso equilibrio tra la ricchezza spettacolare e quella ideologica, con buona pace di quelli che credono invano di capire qualcosa di cinema e poi si liquefanno per Fulci.
L’opinione di bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.A mio parere mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro qui la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato nel sentiero tracciato dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.L’ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro,una lotta senza quartiere il cui esito sarà una sconfitta per tutti.Ma qui proprio per affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva a essere didascalico.Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina(Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo(e volontà) di redenzione.Dopo l’ideologia nel finale si apre al sogno,al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d’oro del muto.Comunque sia l’atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è per rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.L’Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti.
“Metafora d’un mezzo secolo, con cui Bertolucci esercita il diritto di trasfigurare in visione l’idea che a torto o a ragione se ne è fatta, non importa molto se ‘Novecento’ è meno fedele alla storia di quanto si potrebbe pretendere da un documentario. Preme invece che abbia una sua tenuta fantastica, una sua magnificenza di romanzo fiume per immagini, una potenza di chiaroscuro che esprime la drammaticità degli eventi, e sia pure melodrammaticità, vista la destinazione popolare dell’opera.” (Giovanni Grazzini – Cinema ’76).”Gratificato di un budget favoloso (10 miliardi, si dice), questo film-fiume si presenta con l’appariscenza di risultati tecnici proporzionali all’accolta di interpreti e di specialisti dei vari rami: la fotografia, l’interpretazione, l’ambientazione, la musica, e così via, sono perciò di notevole livello. Ciò nonostante, prescindendo dalle carenze tematiche, si ha l’impressione che la colossale impresa ecceda di molte ore le sue possibilità di presa. Infatti, se efficaci risultano alcune pagine di pittura villereccia o di spaccato borghese, la reiterazione delle stessa sa di pleonasmo, di didatticismo ad oltranza, di sproloquio comiziale e persino di furbizia commerciale. Assai più deludente, poi, è l’esame contenutistico dell’opera che, in definitiva, riteniamo mancare a qualsiasi ipotetico obiettivo per totale mancanza di equilibrio. Se vuol essere soltanto la descrizione del mondo contadino della Bassa Emilia, lo coglie nelle deteriori manifestazioni di un folklore rude e sboccato; ma lo trascura nelle ricchezze di genuinità, genorosità, spessore umano e pudore. (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 82, 1977)”Un film di rilievo, ma non riuscito. Un film dove ci sono delle pagine molto belle, di un lirismo e di un’umanità singolari ma dove, nel contempo, non si sente l’empito della sinfonia nibelungica, l’assieme armonico di un tessuto narrativo corale, senza sbavature”.

Santuario delle Grazie di Curtatone
Cimitero vecchio di Poggio Rusco

Azienda agricola Corte delle Piacentine




























































































































































































































































































