Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale
Mentre è su una spiaggia all’apparenza deserta, occupato a ritrarre la bellissima modella Olga, il fotografo carlo assiste, non visto, ad un omicidio eccellente mascherato da incidente.
La vittima è il procuratore Anchisio e le indagini sulla morte dello stesso sono affidate la valido ispettore Vezzi.
Carlo, sviluppate le foto, decide di trarre un profitto dalla situazione e propone un ricatto a Mario Ceccarelli, detto Zio Fifì, un sordido regista di filmini porno che nasconde la sua attività facendosi credere maestro di danza.
A nulla valgono i tentativi di vendere gli scatti proibiti alla mafia mentre interessato alla cosa sembra essere un settimanale che si offre di acquistare i negativi.
Accordatisi per una cospicua somma, Fifi, Olga e Carlo danno i negativi ad un inviato del settimanale, che nel frattempo viene ucciso.
Il misterioso assassino è quindi in possesso dei negativi ma per una fatalità Olga, amante e modella di Carlo, ha scambiato i negativi e così iniziano i guai.

L’uomo uccide zio Fifi e poi con un incidente stradale ferisce gravemente la sventurata Olga.
Carlo, ormai resosi conto di essere in balia di un uomo senza scrupoli, decide di collaborare con la polizia che tende una trappola all’omicida…
Giuseppe Vari, onesto artigiano del cinema, firmandosi Joseph Warren mette su nel 1972 questo strano intreccio fra thriller e poliziesco nel 1972, uno degli anni in cui a cinema ci andavano praticamente tutti e vedendo qualsiasi cosa.Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale esce proprio in questo periodo, finendo però, proprio per l’altissimo quantitativo di prodotto offerto, per confondersi con altri prodotti dalle tematiche simili.
E poichè si tratta di un film scarno ed essenziale, senza una sceneggiatura molto coerente ecco che il film finisce presto nel dimenticatoio
In verità un po ingenerosamente, visto che il prodotto finale non è malvagio; tuttavia la trama un po ruvida, l’andamento traballante del film stesso ne decretano un sostanziale insuccesso ai botteghini.
Peccato, perchè Vari, che aveva all’attivo almeno una ventina di film appartenenti a svariati generi non era certo un pivellino; purtroppo in Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale si fa prendere la mano dalla tentazione di velocizzare la pellicola, renderla ricca di colpi di scena con il risultato di creare un film dall’andamento schizofrenico.

Nonostante le evidenti pecche nella sceneggiatura, il film regge a fatica sorretto principalmente dall’ottimo cast assoldato per la pellicola;si va dall’onnipresente Lou Castel ( il fotografo Carlo) alla bellissima Beba Loncar (Olga, la modella e amante di Carlo), da Adolfo Celi (l’ispettore Vezzi) a Massimo Serato (lo zio Fifi).
Gli attori interpretano in maniera misurata le loro parti in un film che ha una discreta miscelazione degli elementi thriller e polizieschi, spruzzati da una piccola dose di erotismo, come del resto prevedibile visto il ruolo del protagonista, un fotografo e quello sopratutto di “zio Fifi”, una specie di ruffiano che vive dirigendo squallidi filmetti pornografici.
A proposito di erotismo, non va dimenticato lo squallido espediente, a cui probabilmente è del tutto estraneo il regista, di inserire per il mercato estero sequenze pornografiche del tutto fuori contesto, cosa che dequalifica la pellicola che al tirar delle somme non è da gettare via.

Su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=cJ9cCfhiMvo è possibile vedere il film completo; purtroppo si tratta di un riversamento da VHS con una qualità dell’immagine e del sonoro davvero modesta, cosa sorprendente visto che del film stesso esiste da tempo una versione digitale.
In attesa di una riduzione decente occorre accontentarsi.
Terza ipotesi su un caso di perfetta strategia criminale
Un film di Giuseppe Vari. Con Massimo Serato, Adolfo Celi, Beba Loncar, Lou Castel, Renato Baldini Poliziesco/Thriller, durata 92 min. – Italia 1972.
Lou Castel: Carlo
Beba Loncar: Olga
Adolfo Celi: Inspector Vezzi
Massimo Serato: Uncle Fifi
Umberto D’Orsi: Romano, avvocato di Don Salvatore
Renato Baldini: Marshal Notarantonio
Consalvo Dell’Arti: Soprintendente Portella
Antonio La Raina: Mauri
Carlo Landa: Roversi
Carla Mancini: dipendente del Nightclub
Renato Malavasi: Vicenzino Rocca
Fortunato Arena: Don Salvatore Aniello
Domenico Maggio: Garrù
Alfredo Adami: Il cassiere (non accreditato)
Sisto Brunetti: Poliziotto (non accreditato)
Riccardo Petrazzi: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)
Goffredo Unger: scagnozzo di Don Salvatore (non accreditato)
Regia Giuseppe Vari
Sceneggiatura Thomas Lang
Casa di produzione Castor Film, Ital-Victoria Films
Fotografia Franco Villa
Montaggio Giuseppe Vari
Musiche Mario Bertolazzi
Costumi Osanna Guardini
Trucco Corrado Blengini
L’opinione del sito http://www.ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
(…) Il 1972 è stato davvero un anno ricco di spunti e inventiva per il cinema italiano e non mi stupisco affatto (anzi) che questo interessante thriller (tra i meno noti e celebrati anche tra gli appassionati del genere) sia uscito proprio in quel periodo. Il regista Giuseppe Vari mescola un po’ di poliziesco e giallo complottistico (con un po’ di rimandi a “Blow up”), non eccede in finezze e virtuosismi registici e quindi, invece di strafare, punta onestamente all’essenziale cavando sangue dalle rape; la sceneggiatura è scarna, il cast non è proprio da urlo e quindi la recitazione non è ai massimi livelli (Celi a parte nei panni del commissario) eppure, nonostante queste premesse poco esaltanti, il film è gradevolissimo, fila via che è un piacere e si rivela una piccola sorpresa. Insomma, una visione direi che se la merita.(…)
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Giallaccio dell’esperto di spaghetti western e di montaggio Giuseppe Vari (Il 13º è sempre Giuda, 1971), che essendo agli inizi del successo pubblico del giallo argentiano, e quindi su binari ancora non solcatissimi, impapocchia il tutto fra thriller, mystery e poliziottesco. Ma forse Vari voleva fare le cose proprio così. La supsense più classica esce dalla porta sul retro già sulle prime e per questo e quello l’appassionato del canonico giallo rimarrà deluso. Tuttavia la storia, complessa e ricca di personaggi particolari, si costrusisce discretamente e la conclusione della faccenda è coerente. Di Argento c’è il concetto del testimone oculare di un omicidio, la soggettiva del killer e di quest’ultimo anche una parte dell’iconografia. Del poliziottesco c’è tutta la faccenda criminosa, personaggi malavitosi e qualche battuta con riferimenti colti socio-politici (vedi Solgenitsin). Un po’ viene da ridere a sentire i regionalismi e le sbandate recitative dei soliti caratteristi (Arena mafioso è cult), però buona parte degli attori dà quello che può e non dà poco: Adolfo Celi e Beba Locar al meglio, Lou Castel ha la faccia incazzata per buona parte del film (il che non è una novità), ma ce l’avrei anche io se avessi fatto le foto sbagliate. Bellissime, a mio parere, le musiche di Mario Bertolazzi, very Seventy! Poco sangue, a parte un’uccisione, ma decisamente originale il trappolone finale per beccare il cattivo di turno. Terza Ipotesi su un Caso di Perfetta Strategia Criminale non è il giallo che consiglierei, fra i tanti che si possono vedere, ma a livello tecnico e narrativo è un prodotto innegabilmente sufficiente, quindi si becca il pollice in su. Mezzo pollice in su. Però poco visto e quindi meritevole di recupero; chissà, forse in futuro sarà cult! No, non lo sarà.
L’opinione di nicola81 dal sito http://www.filmtv.it
Difficile immaginare un giallo dallo stile e dalla tematica più lontani rispetto a quelli che sono i canoni tradizionali del genere: in effetti la scelta compiuta da Vari di privilegiare il versante poliziesco comporta un inevitabile sacrificio in termini di suspense. Tuttavia l’intreccio è costruito discretamente e in modo abbastanza verosimile, la sceneggiatura di Thomas Lang si mantiene agile e il finale, una volta tanto, fornisce le dovute spiegazioni. Tra un imbronciato Lou Castel e una ornamentale Beba Loncar, spicca l’ottima interpretazione di Adolfo Celi.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Dignitoso ed emblematico. Dignitoso perché il film, più poliziesco che argentiano, si lascia guardare senza accusare cadute eccessive. Emblematico perché rappresenta quei prodotti medi di cui il cinema italiano era negli Anni Settanta così felicemente dotato. Celi è splendido, anche quando lo si fa proferire cose inverosimili. Molti, impegnati in ruolo cospicui rispetto al solito, danno il massimo. La Loncar mi colpisce sempre, perché riesce contemporaneamente ad essere sia sensuosa sia rassicurante, il che da tutte non è.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Proprio vero che più uno ha e più vuole avere… anche se non eccelle, nell’insieme è un film piacevole. Celi non fallisce mai, ma mi è molto piaciuta la scena più tragica nel rifugio estemporaneo, oltre all’immancabile classe del padrino mafioso quando pretende di assurgere ad onesto cittadino. Bravo anche Serato (ormai lo reputo un attore scalognato, perché ricalca quasi le sventure di Macchie solari). Vale comunque la pena di vederlo, non solo per onor di firma.
Il coltello di ghiaccio
Jenny Ascott è una cantante molto famosa, che è in viaggio per recarsi a casa di sua cugina Martha Caldwell.
Costei è muta, dopo lo choc provato nel corso di un incidente ferroviario che ha visto tra le vittime entrambi i genitori.
Le due donne sono felici di incontrarsi e salgono in auto per recarsi nella villa dove abita Martha, ma durante il viaggio sono costrette a fermarsi;complice la nebbia che copre la zona,le due donne sembrano essere seguite da uno sguardo interessato, che si materializza nello specchio retrovisore dell’auto.
Entrambe scosse, le due donne arrivano finalmente a casa Caldwell.

Nella notte una scossa Jenny sente un rumore provenire dal garage della villa; scende e viene uccisa da una mano misteriosa.
Partono le indagini della polizia, che prediligono da subito la traccia del maniaco; l’indiziato è quindi l’uomo misterioso i cui occhi sono apparsi a Jenny e Martha durante il viaggio dalla stazione alla villa.
Ma la mano misteriosa nel frattempo colpisce ancora; a cadere questa volta è la signora Pretòn, governante di casa Caldwell.
Le indagini della polizia proseguono ed ecco che a cadere nelle mani della stessa è un giovane sospettato di omicidio.
La sua fidanzata infatti era stata rinvenuta morta lungo il fiume e così il giovane viene tratto in arresto: sembra la fine di un incubo ma le cose sono destinate ad andare diversamente, in quanto pochi giorni dopo ecco un altro cadavere.
Questa volta a morire è la piccola Christine, una bambina che frequentava la casa di Martha Caldwell e così la polizia è costretta a riaprire le indagini.

L’autopsia fatta sul corpo della ragazza rinvenuta lungo il fiume rivela che la donna non è morta per un atto violento, bensì per un’overdose di eroina:ma allora chi ha ucciso Jenny, la signora Preton e la piccola Christine e sopratutto, perchè?
Il coltello di ghiaccio è un thriller canonico diretto da Umberto Lenzi nel 1972, che segna il ritorno del regista di Massa Marittima al genere thriller classico, dopo la parentesi poco fortunata di un posto ideale per uccidere.
Abbastanza lontano dalla trilogia “thriller dei quartieri alti“, composta da Orgasmo (1969),Così dolce… così perversa (1969) e Paranoia (1970), Il coltello di ghiaccio presenta comunque qualche analogia con il famoso trittico, non fosse altro per la presenza dell’attrice preferita dal regista, la bionda americana Carrol Baker, che in questo film lavora con Lenzi per l’ultima volta.
In realtà, a parte l’ambientazione da giallo e la presenza della Baker potremmo dire che le analogie finiscono qui, in quanto questo film si distanzia dai precedenti per l’assoluta mancanza della componente sensuale e quindi a sfondo erotico a tutto vantaggio della scelta di operare nel campo dell’atmosfera pura, portando lo spettatore attraverso una serie di indizi a cercare di individuare il misterioso assassino che sembra perseguitare la povera Martha Caldwell, già di per se provata dalla tragica morte dei genitori.

Il percorso è abbastanza lineare e con la scomparsa del principale indiziato, il giovane fidanzato della ragazza morta lungo il fiume, lo spettatore più smaliziato capisce che l’assassino è meno imprevedibile di quanto si possa pensare.
Il finale infatti ,se presenta sorprese per le motivazioni che hanno spinto l’assassino a compiere i misfatti di cui si è reso protagonista, non ne presenta per l’identità dello stesso.
Prodotto dignitoso, privo dell’atmosfera morbosa della trilogia dei quartieri alti, Il coltello di ghiaccio ebbe un’accoglienza controversa da parte dei fan del regista, oltre che dalla critica specializzata.
Alcuni considerarono questo film il miglior thriller lenziano prodotto fino ad allora, la maggior parte ne restò deluso, non trovando al suo interno le caratteristiche peculiari che avevano fatto la fortuna dei fil fino ad allora diretti dal regista toscano.
Il coltello di ghiaccio è sostanzialmente un thriller abbastanza classico, con tutti gli stereotipi del genere; l’assassino misterioso dall’altrettanto movente misterioso, l’ambientazione quasi padana o gotica della storia, con la nebbia, la villa misteriosa e la polizia che brancola nel buio.
Il tutto risolto alla fine, con il tradizionale colpo di scena.
Prodotto abbastanza elegante, recitato con discreta professionalità, Il coltello di ghiaccio vale una visione.
Nel cast figura come già detto Carroll Baker, qui costretta a recitare solo con la mimica facciale in quanto il suo personaggio è muto; l’attrice americana sopperisce con le sue doti espressive, spesso sottovalutate così come altrettanto degna di menzione è la presenza di Evelyn Stewart, algida ed elegante nel ruolo della sfortunata Jenny, (da segnalare che il duo Baker-Stewart si ricostituisce quattro anni dopo Il tuo dolce corpo da uccidere, film diretto da Romolo Guerrieri, un giallo di discreta fattura targato 1968)

Segnalazione anche per Silvia Monelli,che l’anno precedente aveva interpretato la signora Giannelli nel leggendario sceneggiato tv Il segno del comando.
Discrete le musiche di Marcello Giombini.
Purtroppo questo film è di difficile reperibilità in rete anche se è passato, con una certa frequenza, sulle reti commerciali televisive.
Il coltello di ghiaccio
Un film di Umberto Lenzi. Con Silvia Monelli, Evelyn Stewart, Carroll Baker, Alan Scott, Franco Fantasia, Dada Gallotti, Georges Rigaud, Eduardo Fajardo, Luca Sportelli, Carla Mancini, Consalvo Dell’arti Giallo, durata 92′ min. – Italia 1972.
Carroll Baker: Martha Caldwell
Alan Scott: Dr. Laurent
Ida Galli: Jenny Ascot (come Evelyn Stewart)
Eduardo Fajardo: Marcos
Franco Fantasia: ispettore Duran
Georges Rigaud: zio Ralph
Silvia Monelli: signora Pretòn
Rosa Marìa Rodriguez: Christine
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi, Antonio Troisio
Casa di produzione Tritone Film Industria (Roma); Mundial Film (Madrid)
Fotografia José F. Aguayo
Montaggio Enzo Alabiso
Musiche Marcello Giombini
Scenografia Piero Filippone
Costumi Silvio Laurenzi
L’opinione di Nicola81 dal sito http://www.filmtv.it
Ennesima coproduzione italo – spagnola per un giallo non eccelso, ma sicuramente migliore della fama che lo accompagna. Rinunciando, coraggiosamente, ai tradizionali stereotipi del genere (sesso e violenza), Lenzi riesce comunque a creare un’atmosfera interessante e un intreccio dignitoso. Purtroppo il ritmo è davvero molto blando, e allora bisogna accontentarsi dell’inevitabile colpo di scena conclusivo, sorprendente ma un po’ truffaldino. Abbandonati i panni dell’icona – sexy, Carroll Baker fornisce un’ottima prova in un ruolo decisamente ostico. Accanto a lei alcuni discreti caratteristi quali George Rigaud (lo zio), Franco Fantasia (l’ispettore) e Silvia Monelli (la governante).
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com
(…) Nonostante il ritmo sia lento e gli omicidi non particolarmente spettacolari (spesso non vengono mostrati allo spettatore al quale si fa vedere solo il cadavere al momento del ritrovamento) Il coltello di ghiaccio regge piuttosto bene la canonica ora e mezza di durata, seppur mostrando qua e là momenti un po’ di secca e mancanze; lo stesso movente che spinge l’assassino ad uccidere è tanto improbabile quanto esile. Interessante l’idea della filastrocca – tratta da Alice nel paese delle meraviglie di Carroll – recitata da Martha da bambina durante una recita scolastica e regalata alla stessa, ormai diventata adulta, dalla sorella Jenny (curiosamente la filastrocca tratta di un topo che viene processato da un gatto); in molte scene il mangianastri viene azionato e questa filastrocca riecheggia come un mantra, così pure viene usata anche nell’ultima riuscitissima scena. Originale anche l’intuizione con la quale il vero assassino viene incastrato. Fotografia forse un po’ troppo scura, ma funzionale agli scopi del regista. Colonna sonora di Marcello Giombini senza né infamia né lode.(…)
L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it
Dopo un anno dalla realizzazione dell’ottimo thriller “Sette orchidee macchiate di rosso” l’esperto e convincente Lenzi alla regia di un altro compatto e gradevole film di genere, anno di produzione 1972, ecco “Il coltello di ghiaccio”.
“Il coltello di ghiaccio” prevede una soddisfacente trama, forse in alcuni passaggi troppo statica e semplice, ma nonostante questa premessa il tutto gira a dovere, il ritmo è alto.
I personaggi sono ben scanditi, c’è anche un filo di tensione, da parte dello spettatore l’interesse e la curiosità saranno vive dal primo momento fino allo splendido ed inatteso finale.
Infatti a render grande questo film è proprio il finale altamente non pronosticabile; risulta dunque improbabile, da parte dello spettatore, captare l’identità del killer durante la proiezione, nel determinato frangente applausi alla regia.
“Il coltello di ghiaccio” vede inoltre delle buonissime interpretazioni dei vari attori, la fotografia è di buona qualità, insomma anche sul lato tecnico davvero poco da rimproverare.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Un Lenzi suggestivo, che invece di ricorrere alle (spesso facili) sequenze d’effetto, imposta la vicenda sul piano psicologico (come poi farà con Spasmo) utilizzando l’ottima performance di Carroll Baker, attrice feticcio del regista sin dalla fase dei sexy-thriller (Orgasmo, Paranoia, Così dolce… così perversa). Buona la sceneggiatura, avvalorata da raffinati dialoghi. Il giallo è un meccanismo contorto, come suggerisce un finale davvero inatteso e che sembra collegare questo film alla Lucertola con la pelle di donna. Intrigante.
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Simpatico. Non è certamente il miglior Lenzi, ma è sicuramente un buon giallo. La Baker icona lenziana è splendida e bravissima come al solito in un ruolo non proprio facile (una ragazza muta in seguito a un trauma). Cast di caratteristi, da Fajardo autista sospetto alla Galli radiosa più che mai e Riguad zio della Baker. Fantasia come al solito è ispettore. Omicidi non mostrati ma d’atmosfera (quello della Galli nel garage), discreto colpo di scena, buone musiche. I fan apprezzeranno senza dubbio.
L’opinione di Herrkinskj dal sito http://www.davinotti.com
Giallo lenziano di livello più che discreto, che pur non raggiungendo gli apici di altri suoi lavori (né come qualità, né come tasso di splatter e cattiveria) si lascia guardare abbastanza piacevolmente. Certo, la trama non è originalissima e la risoluzione del giallo è piuttosto prevedibile; ma la Baker è molto brava, il resto del cast fa il suo mestiere, la regia di Lenzi è corretta, le atmosfere sono abbastanza suggestive.. In definitiva, non imprescindibile, ma resta comunque un lavoro dignitoso che potrebbe piacere agli appassionati.
Tranquille donne di campagna
Pianura padana, un anno indeterminato durante il ventennio fascista.
Guido Maldini, uomo violento e fascista convinto è l’amministratore della villa e dei beni della cugina Floriana, una attrice di operette benestante economicamente.
Nella dimora di campagna, con l’uomo, vivono sua moglie Anna, i figli Alberto ed Elisa, la cameriera Aida.
Tutta la famiglia ruota attorno alla figura di Guido, che tratta in maniera sprezzante il nucleo famigliare, a cominciare dalla moglie Anna che umilia costringendola a degradanti rapporti sessuali per finire con Alberto, un giovane che vive all’ombra di suo padre, che disprezza e che è ricambiato nel sentimento da Guido che lo considera solo un debole ed un vigliacco.
Guido esercita un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia; oltre ad Anna e Alberto, anche la cameriera Aida, che ha un debole per Alberto è costretta a rapporti sessuali con l’uomo, che insidia anche sua cugina Floriana e che non disdegna puntate nel lupanare del paese, nel quale porta anche suo figlio Alberto che, non pronto e schifato dall’esperienza, vomita addosso ad una prostituta.

Alberto così sogna di fuggire dalla casa, ma è davvero un debole succube di suo padre.
Tenta anche di ucciderlo ma gli va male, costringendo suo padre ad una reazione violenta.
Ma la situazione precipita con l’arrivo nella villa di sua cugina Gloria, che ha da quando erano ragazzi un debole per lui; i due ragazzi si innamorano e Gloria è l’unica ad affrontare Guido e dirgli senza mezze misure cosa pensa di lui.
La reazione dell’uomo è violenta: davanti a suo figlio Alberto, gridando “ti faccio vedere io cosa si fa con le donne“, l’uomo stupra Gloria senza che il ragazzo, paralizzato dall’orrore ma anche sottomesso e soggiogato dalla volontà del padre possa reagire.
Gloria, che invano ha chiesto aiuto ad Alberto, lascia schifata la casa.
Ma quest’ultimo episodio ha colmato la misura e guidate da Floriana le donne della casa decidono di prendere l’iniziativa; durante la festa di compleanno di Floriana, fanno ubriacare Guido e lo portano nella stalla, dove lo attende la morte…

Tranquille donne di campagna è un mediocre film che vorrebbe illustrare un quadretto famigliare borghese e bucolico analizzando le vicende di un gruppo di congiunti assoggettati al carattere dispotico del classico padre padrone dai mezzi autoritari.
Non a caso la vicenda si svolge durante l’era fascista, ma nel film, aldilà dell’illustrazione del carattere violento di Guido e della remissibilità dei vari personaggi che gli ruotano attorno non si va.
Abbondano invece gli stereotipi e le frasi maschiliste, le situazioni erotiche e le scene scabrose, anche se quanto meno non esposte con sfacciata disinvoltura.
La storia potrebbe anche reggere non fosse per il tono di imperdonabile leggerezza e di mancanza assoluta di profondità nel delineare i caratteri dei protagonisti che il film, pervicacemente, porta avanti fino alla fine.
Claudio Giorgi (che si firma Claudio De Molinis), il regista del film dirige il suo penultimo film; la sua carriera dietro la macchina da presa si chiuderà l’anno successivo con il pessimo C’è un fantasma nel mio letto.
Incapace di costruire un’atmosfera credibile attorno ai personaggi, Giorgi si limita ad osservarne le mosse indulgendo spesso sull’aspetto più pruriginoso della storia, ovvero dando largo spazio alle voglie malsane del padre padrone Guido, che dipinge in maniera rozza ed eccessiva.

L’uomo appare infatti più come un animale da riproduzione, mosso dagli istinti che come un essere umano; i suoi modi sono da schiavista, attorno a lui non c’è un minimo di affetto ma solo paura e cieca obbedienza.
E la cosa ci può anche stare, non fosse per la caratterizzazione estremamente negativa degli altri personaggi, che appaiono deboli in maniera patologica.
La riprova è la sequenza finale, con lo stupro di Gloria, l’unica a mettere in discussione i suoi metodi.
La scena drammatica della violenza sulla ragazza vede come protagonista in negativo il giovane Alfredo, che guarda quasi impassibile la scena senza muovere un dito.
Colpa anche dell’assoluta rigidità recitativa di Christian Borromeo, l’attore che interpreta Alberto, che i più ricorderanno per le scialbe prestazioni in film pure di discreto livello come Ritratto di borghesia in nero,La casa sperduta nel parco o tenebre.
Il volto immobile di Borromeo è una delle caratteristiche negative del film, cosi come negativa è la mancanza totale di tensione; sembra che più che ad un dramma si stia assistendo ad una commedia bucolica a sfondo erotico, con qualche nudo assolutamente gratuito, con protagonista la bella e prosperosa Serena Grandi, qui al suo secondo film nell’annata 1980, dopo il controverso Antropophagus di Massaccesi.

Giorgi sfrutta nel peggiore dei modi un cast di ottimo livello, che comprende un Philippe Leroy poco convincente nel ruolo del bestiale Guido, una bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo di Floriana prima succube e poi ispiratrice del complotto che porterà alla morte di Guido, Rossana Podestà, lei si davvero brava nel disegnare il ruolo di Anna come quello di una donna completamente asservita al suo ruolo di moglie che non discute mai la volontà del marito, vera schiava senza catene dell’ortodossia maschilista della società fascista.
Molto bene Silvia Dionisio, interprete del ruolo di Gloria, unico personaggio con una personalità delineata e controcorrente; l’attrice, che all’epoca delle riprese aveva ventinove anni, risulta credibilissima in un ruolo che ne richiede diversi di meno.
Bene anche Serena Grandi, mentre Silvano Tranquilli fa poco più di una comparsata nel film.
Poche suggestioni quindi e poco ritmo.
Un filmf orse non bruttissimo, ma di certo con scarso appeal.
Il film è disponibile in un’ottima versione, completa e finalmente, una volta tanto, con una buona qualità visiva e audio su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HoTGql5W67Y
Tranquille donne di campagna
Un film di Claudio De Molinis. Con Philippe Leroy, Carmen Scarpitta, Silvia Dionisio, Serena Grandi,Rossana Podestà, Silvano Tranquilli, Elisa Mainardi, Mario Maranzana, Christian Borromeo, Antonio Serrano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1980.
Silvia Dionisio … Gloria
Philippe Leroy … Guido Maldini
Carmen Scarpitta … Floriana
Christian Borromeo … Alberto
Rossana Podestà … Anna Maldini
Germana Savo … Elisa
Serena Grandi … Aida
Silvano Tranquilli … Il prefetto
Mario Maranzana … Il medico
Daniel Gohl … Antonio
Elisa Mainardi … Nena
Regia: Claudio Giorgi (come Claudio De Molinis)
Sceneggiatura:Giancarlo Corsoni ,Nicola Fiore,Mario Sigmund
Fotografia:Emilio Loffredo
Montaggio:Alessandro Lucidi
Costumi:Chiara Ghigi
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Storia ambientata in una tenuta di campagna che si puo’ tranquillamente collocare nel trash.E’ un misto di dramma e timido erotismo con un Leroy che tiranneggia dall’inizio alla fine.Esordio di Serena Grandi che e’ anche l’unica che si mostra integralmente nuda nel film.Distribuito nella collana dvd della Cinekult.
L’opinione di D-fens dal sito http://www.gentedirispetto.com
Film piacevole anche se un po’ lento, del resto ricalca lo scorrere della bucolica vita di campagna. Assai maliziosa l’operazione packaging della Cinekult, che mette in copertina la Grandi nonostante abbia un ruolo del tutto secondario, per di più ricorrendo ad una foto che nulla ha a che vedere col film (nel quale la Grandi è al quasi debutto ed è quindi più giovane e acerba). Pure dentro la confezione del dvd, un’altra (celebre) foto della Grandi la ritrae sostanzialmente nuda mentre offre le terga, altra immagine completamente decontestualizzata. Insomma, un’operazione per fans della Grandi. La versione del film però pare essere integrale almeno.
Bellissima la Dionisio, contraltare poetico e delicato delle altre donne di campagna, ben più ruspanti. Leroy dà una prova da Oscar, in America avrebbe certamente vinto qualcosa. Interessanti i momenti onirici di Christian Borromeo (il figlio di Leroy nel film), che spesso svelano assai di più dei dialoghi tra i personaggi. Impagabile pure l’intervista a Leroy negli exra del dvd, nella quale l’attore si lancia in improbabili celebrazioni della sua giovane vita on the road, fino quasi a commuoversi quando parla dello Yanez di Sandokan, del quale si riteneva praticamente una sorta di reincarnazione.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film di livello piuttosto basso , ma non privo di una certo decoro nella sua povertà di mezzi. Siamo nell’estate del 1936: non avendo modo per rappresentare efficacemente l’epoca, si sceglie di ambientare il tutto in campagna, ove bastano vestiti e pettinature per dare una patina al tutto. Benché i personaggi siano un po’ tagliati con l’accetta, la corretta scelta degli interpreti aiuta ad arrivare in fondo senza problemi, nonostante una certa lentezza in alcune fasi della vicenda. Alcune situazioni erotiche paiono predisposte per l’uso di inserti hard con altri interpreti.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel critico periodo del fascismo, narra delle tragicomiche (dis)avventure di Guido Maldini, agiato possidente di una tenuta “bucolica” (come titolo suggerisce) nelle campagne padane. La personalità dispotica ed il carattere introverso lo mettono in cattiva luce, tanto da spingere i familiari a desiderarne la morte. Commedia che si tinge di dramma, piuttosto mal diretta anche se presenta un cast interessante. Il regista è lo stesso di C’è un fantasma nel mio letto. Serena Grandi è irriconoscibile.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Dietro il fuorviante titolo da commedia scollacciata c‘è un erotico-drammatico in perenne fase di stallo, che si rigira monotono su conflitti edipici dentro la leziosa cornice campagnola dell’Italia fascista. Sempre versatile e professionale, Leroy scolpisce il ritratto di un autentico rifiuto del genere maschile (un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere); effimere la Podestà e la Dionisio, più incisive l’istrionica Scarpitta e la supponente Savo.
Christian Borromeo
Silvano Tranquilli
Silvia Dionisio
Philippe Leroy
Serena Grandi
Rossana Podestà
Carmen Scarpitta
La fabbrica delle mogli (The Stepford wives)
Cosa può fare una coppia che trova ormai asfissiante l’aria della grande mela, che non ne può più dell’inquinamento e della vita alienante della metropoli?
Può e deve scegliere di allontanarsi da essa e ricostruire una vita a dimensione più umana.
Ed è quello che fanno l’avvocato Walter Eberard, la moglie Joanna ed i due figli Ami e Kim; Joanna, che in fondo è il personaggio principale del film, è una fotografa che vendicchia qualche sua foto ad un’agenzia, ed è anche perplessa su quel cambio radicale di vita.
L’arrivo nel quieto paese di Stenford conferma tutti i suoi dubbi; l’atmosfera è da paradiso terrestre, tutti sono educati e gentili, forse troppo.
Ben presto Joanna si rende conto che l’aria di Stenford è troppo bella e perfetta per essere il coronamento dei sogni della sua vita, mentre suo marito Walter sembra immediatamente integrarsi alla perfezione.
Joanna non riesce a legare con le donne del posto; l’unica vera disponibilità ad un rapporto profondo sembra arrivare da Bobby, una donna sposata con figli giunta poco tempo prima a Stenford.

Inutilmente le due donne cercano di ambientarsi nella comunità; troppo riservate, perfette e sottomesse ai loro mariti appaiono le donne del posto, quasi delle appendici dei coniugi, sempre pronte ad accudirli in un modo che alle due donne appare davvero esagerato.
Ogni sforzo di Joanna e Bobby per tentare di risvegliare un minimo di indipendenza nelle donne di Stepford risulta vano: simili a robot domestici le “Stepford wives”, le mogli di Stepford vivono un vita all’ombra dei loro mariti, mute e perfette, servizievoli ma anche disumane.
Quando poi anche Bobby all’improvviso cambia, i sospetti di Joanna sulla ridente Stenford crescono a dismisura.
Bobby si trasforma e si integra nella comunità in modo sospetto, diventando anch’essa una bambola sottomessa al marito.

Cosa nasconde la serenità, la perfezione di Stepford?
L’attore, regista, sceneggiatore e produttore inglese Bryan Forbes adatta per il grande schermo The Stepford wives, un romanzo scritto nel 1972 da Ira Levin (lo stesso scrittore di Rosemary’s baby), trasponendolo in maniera molto fedele e restituendo tramite il film l’atmosfera minacciosa e da incubo del romanzo, sospesa tra l’incanto della comunità di Stepford e l’aleggiare di un pericolo imminente.
La fabbrica delle mogli,titolo che in qualche modo rivela un finale a sorpresa (ma non più di tanto) è un film complesso ben aldilà della storia narrata senza fronzoli sia da Ira Levin che da Forbes.
In esso si mescolano temi complessi, come un anti femminismo di fondo che in pratica era latente in molte società avanzate culturalmente, il mito della donna automa, servizievole e bella, l’angelo del focolare che molti uomini desideravano in luogo della complessità femminile, fatta di rivendicazioni per un posto in società non più subalterno all’uomo e temi come l’emancipazione sessuale ecc.

Il tutto visto attraverso gli occhi di una coppia all’apparenza perfetta, che a sua volta viene inserita in una società perfetta, in cui l’uomo ha la massima libertà d’azione e la donna è sempre bella e curata, bada alla famiglia e alla casa e quindi vive in perfetta simbiosi con la famiglia, della quale alla fine però è più donna di servizio, cameriera ecc. che elemento pensante e dotato di individualità.
Non a caso il film mostra da subito l’evidente disparità di forma mentis dei due coniugi; Walter sembra integrarsi immediatamente nella società perfetta e idilliaca di Stepford mentre Joanna prova da subito repulsione per l’ordinamento perfetto ma al tempo stesso maschilista della società in cui si è trovata a vivere.
Non a caso Joanna è una donna con una certa indipendenza, anche economica, che le deriva dal suo essere fotografa: è una donna emancipata, che non riesce in alcun modo ad integrarsi in un ambiente in cui le mogli appaiono prive di individualità, sottomesse a riti arcani e mai tramontati che vedono la stanca ripetizione di gesti sempre uguali, come il cucinare, tenere ordinata la casa, insomma tutti quei gesti che la storia ha consegnato come marchio di fabbrica all’essere donna.
Come può, quindi, una donna così indipendente integrarsi in una comunità fatta da persone di ambo i sessi che rappresentano degli stereotipi anche fisici di quello che sono i peggiori difetti umani, ovvero il maschilismo e dall’altra parte l’essere completamente subalterni alla cosa?

Non può ed infatti già da subito la sua presenza nella comunità sembra essere quella di un corpo estraneo.
Con lo scorrere del film assistiamo anche ad una virata ampia della pellicola stessa; la bucolica e ridente atmosfera di Stenford inizia a stemperarsi e a diventare via via più minacciosa, man mano che Joanna avanza nella comprensione dei riti e delle regole che guidano la comunità.
Fino alla terribile scoperta finale.
Film quindi più complesso delle apparenze, La fabbrica delle mogli: una storia che può appartenere al genere fantasy o anche a quello thriller e giallo se vogliamo fino al “the end” che sa tanto di horror sf.
Bryan Forbes dirige con mano ferma un buon cast nel quale spicca la protagonista principale, l’affascinante Katharine Ross, dalla recitazione asciutta e senza fronzoli.
Bene tutti gli altri, a cominciare dalla bella e simpatica Paula Prentiss.
La fabbrica delle mogli è un film di difficile reperibilità nella rete, le varie versioni che si trovano sono tutte ottime qualitativamente ma in lingua originale.
La fabbrica delle mogli
Un film di Bryan Forbes. Con Paula Prentiss, Katharine Ross, Nanette Newman, Peter Masterson, Tina Louise, Carol Eve Rossen, William Prince,Carole Mallory, Toni Reid, Judith Baldwin, Barbara Rucker, George Coe, Franklin Cover, Robert Fields, Kenneth McMillan, Patrick O’Neal, Marta Greenhouse, Simon Deckard Titolo originale The Stepford Wives. Drammatico, durata 115′ min. – USA 1975.
Katharine Ross: Joanna Eberhart
Peter Masterson: Walter Eberhart
Paula Prentiss: Bobbie Markowitz
Nanette Newman: Carol Van Sant
Tina Louise: Charmaine Wimpiris
Carol Eve Rossen: Dr. Fancher
Regia Bryan Forbes
Soggetto Ira Levin (dall’omonimo romanzo)
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Edgar J. Scherick
Produttore esecutivo Gustave M. Berne, Roger M. Rothstein
Fotografia Enrique Bravo Owen Roizman
Montaggio Timothy Gee
Musiche Michael Small
Scenografia Gene Callahan
Costumi Anna Hill Johnstone
Trucco Andy Ciannella
L’opinione di bradipo 68 dal sito http://www.filmtv.it
Ho visto La donna perfetta di F.Oz con la Kidman prima di questo e devo dire che questo mi ha colpito molto di piu’.Mentre nel film di Oz era tutto affidato al sarcasmo e all’estetica alla desperate housewives(anche cromaticamente)qui il tono è molto piu’serio tra il gotico e l’horror e mette una discreta angoscia addosso.Trovarsi in un paese popolato di mogli robot(la mia non sarebbe tanto d’accordo e neanche i nostri figli)è uno spunto decisamente interessante,quello che manca qui probabilmente è un pochino di sintesi in piu’perche’ il tutto risulta un po’ annacquato dall’eccessiva lunghezza…..
L’opinione di projectpat dal sito http://www.filmscoop.it
Un bel prodotto cinematografico (Ne è stato fatto nel 2004 un remake con Nicole Kidman, dal titolo “La Donna Perfetta”). Il messaggio che trasmette è originale e analizzabile sotto molti punti di vista a mio parere, crudo, inimmaginabile perchè non te l’aspetti di certo; per spiegarlo nel miglior modo possibile, bisognerebbe di sicuro guardare ai fatti storici di quel tempo (il movimento femminista è forse l’evento più importante). Non saprei di quali altre parole usufruire per descrivere la morale (anche perchè non è facile commentare proprio la pellicola in generale), vi dico solo che nel finale resterete a bocca aperta. Mi dispiace, ma non vi anticipo nulla.
Certo, c’è sempre di mezzo il fattore noia (qualche taglietto mi sarebbe piaciuto). Ma è un film che non lascia indifferenti, bello davvero.
L’opinione di homesick dal sito http://www.davinotti.com
Per i due terzi l’opera di Forbes si adagia su ambienti assolati e situazioni conviviali, addensando solo negli ultimi venti minuti il senso di inquietudine e claustrofobia che il visionario capolavoro di Polanski – di cui condivide medesima paternità letteraria ma se ne differenzia per un complotto dalle mire societarie più concrete – creava direttamente o allusivamente sin dall’inizio. Irresistibile per dolcezza e solarità rispecchiate anche dalla mise estiva, la Ross ha in serbo un nudo in trasparenza per un sottofinale da incubo che prelude ad un risveglio ancor più raggelante e distopico.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com
Straordinario apologo fantascientifico/femminista, che parte in sordina e lancia messaggi inquietanti e disturbanti, per poi manifestarsi, in tutto il suo orrore, nel terrificante e agghiacciante finale. La lentezza di alcuni passaggi fa crescere la tensione e Forbes andrebbe adorato solamente per questo fantahorror che colpisce come una pugnalata! Paranoie Polanskiane in un contesto Crichtoniano. Altro tassello fondamentale del cinema di fantascienza degli anni settanta.
La signora incaricata del Benvenuto a Te, sessant’anni almeno, ma efficiente nel darsi un aspetto giovane e vivace (capelli arancione, labbra scarlatte, abito giallo sole), rivolse a Joanna uno scintillio di occhi e denti: Vi piacerà stare qui, sicuro! Una cittadina simpatica con gente simpatica! Non avreste potuto fare scelta migliore! La sua borsa di pelle marrone, a tracolla, era enorme, vecchia e consunta; ne trasse, consegnando il tutto a Joanna, bustine di latte in polvere, minestre liofilizzate, una mini-scatoletta di detersivo biodegradabile, un libretto di buoni sconto validi in ventidue negozi del luogo, due saponette, dei fazzoletti deodoranti…
L’uomo venuto dalla pioggia
Una mattinata di pioggia battente in una tranquilla cittadina francese.
Siamo sulla costa e da un autobus scende un uomo; completamente bagnato dalla pioggia, l’uomo si muove indifferente stringendo a se una borsa.
Intanto Melancholie, una giovane e bella donna si agghinda per diventare più sexy e più bella.
La donna è in attesa del marito, al quale vuole riservare una giornata speciale.
A casa, Melancholie all’improvviso sente che c’è qualcosa che non va.
Un attimo dopo un uomo con il volto coperto da una calza la assale, la violenta dopo averle legato i polsi.
Melancholie vorrebbe avvisare la polizia ma qualcosa nel suo passato (che scopriremo in seguito) le impedisce di muoversi; resasi conto che l’uomo è ancora presente in casa sua, Melancholie afferra un fucile e dopo un drammatico faccia a faccia lo uccide sparandogli con una doppietta e poi finendolo a colpi di remo.

Faticosamente, dopo essersi liberata dal corpo dell’uomo, Melancholie cerca di riprendere la sua esistenza normale; ma è in arrivo un altro uomo misterioso che sembra sapere tutto di lei, oltre che sospettare che la donna nasconda qualcosa.
Poco alla volta il rapporto tra la donna e il misterioso individuo evolve, portando alla luce il segreto che la donna custodisce e che coinvolge il suo oscuro passato mentre l’uomo, che in realtà è un agente segreto, invece di denunciarla la proteggerà. Ma da cosa?
Trama aggrovigliata per un film che si muove su più binari, senza mai imboccarne decisamente uno; un po giallo, un po noir, un po dramma, L’uomo venuto dalla pioggia (Le passager de la pluie) di Renè Clement è un film di sicuro fascino anche se nettamente diviso in due.
Ad ua prima parte misteriosa e coinvolgente segue una seconda dall’andamento più descrittivo in cui i dialoghi tra Melie (il diminutivo adottato dalla donna) e Dobbs, l’agente segreto che per buona parte del film non sapremo cosa realmente voglia, prendono il posto e rubano la scena all’atmosfera cupa che aveva caratterizzato la pellicola nella prima mezzora.

Proprio nella seconda parte, infatti, lo strano gioco che l’agente Dobbs ingaggia con la donna si dilunga un po troppo, anche se man mano che la pellicola avanza vengono chiariti i dubbi e gli avvenimenti prendono una strada più comprensibile.
Vengono così al pettine nodi irrisolti come la presenza del misterioso stupratore nella cittadina, il passato di Melie, il ruolo dell’antipatico e scostante marito di quest’ultima, infine i veri motivi che hanno portato Dobbs a giocare come un gatto con il topo con Melie.
Finale a sorpresa e in linea con quanto raccontato.
Va detto che se Clement avesse tenuto il ritmo della prima parte e tagliato qualche minuto, il film sarebbe stato più scorrevole, ma alla fine il risultato è più che dignitoso.
Lo spaccato della cittadina e quindi della vita di Melie, che si è quasi nascosta all’ombra della quiete forse un tantino ipocrita ma decisamente rassicurante della vita provinciale assieme alle atmosfere di sospetto sono la cosa migliore del film.

Che può essere guardato anche attraverso angolature più ampie, indubbiamente, ma che alla fine riportano la storia a quello che è in realtà, un giallo in cui la morale potrebbe essere “non importa cosa hai fatto e come tenti disperatamente di nasconderti, perchè il tuo passato e le tue azioni alla fine ti presenteranno il conto”
Marlene Jobert, splendida e tormentata, delinea perfettamente il personaggio misterioso e complesso di Melancholie, donna all’apparenza solare ma internamente fragile e insicura, afflitta da un passato rimosso e che le presenterà il conto alla fine mentre un enigmatico, granitico Charles Bronson è Dobbs, l’agente segreto incaricato di scoprire cosa sia accaduto all’uomo che ha stuprato Melie e gli eventuali appoggi che l’uomo aveva sia nel passato (scopriremo perchè Dobbs inseguiva lo stupratore), sia nel presente (il vero ruolo del marito di Melie)

Un film che Clement gira in doppia versione, una per il mercato di lingua anglofona una per il mercato francese.
Avendo visto quest’ultima, non posso pronunciarmi su quella in lingua inglese davanti alla quale molti critici hanno storto il naso, probabilmente per i tagli effettuati in fase di montaggio.
Bella la fotografia e le musiche di Francis Lai, bella e suggestiva l’ambientazione; purtroppo il film non è di facile reperibilità in italiano, pur essendo lo stesso passato varie volte in tv.
L’uomo venuto dalla pioggia
Un film di René Clément. Con Gabriele Tinti, Charles Bronson, Marlène Jobert Titolo originale Le passager de la pluie. Giallo, Ratings: Kids+13, durata 119′ min. – Francia 1970
Charles Bronson: colonnello Harry Dobbs
Marlène Jobert: Mélancolie Mau
Gabriele Tinti: Tony Mau
Jill Ireland: Nicole
Jean Gaven: Ispettore Toussaint
Jean Piat: M. Armand
Corinne Marchand: Tania
Annie Cordy: Juliette
Ellen Bahl: Madeleine Legauff
Regia René Clément
Sceneggiatura Sébastien Japrisot, Lorenzo Ventavoli
Produttore Serge Silberman
Casa di produzione Greenwich Film Productions Medusa Produzione
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Françoise Javet
Musiche Francis Lai
Scenografia Pierre Guffroy
Costumi Rosine Delamare
Trucco Jacqueline Pipard
L’opinione del Morandini
Un uomo aggredisce una donna e la violenta. Lei lo uccide, butta il cadavere in mare e pensa di averla fatta franca. M. Jobert è brava, C. Bronson ha grinta, la regia di Clément è brillante, ma come giallo è macchinoso, come dramma psicologico non convince. L’atmosfera c’è, la suspense anche.
L’opinione del sito http://www.cangaceirocinema.blogspot.it
(…) René Clemént è raffinitissimo tessitore di trame noir dall’aspetto surreale e provocatorio come riconfermerà in Delitto in Pieno Sole,Crisantemi per un Delitto e Unico indizio: una sciarpa gialla. Già dai primi minuti di film,introdotti da una citazione da Alice Nel Paese delle Meraviglie,Clemént mette il veto sulle sue intenzioni di divagare su terreni astratti e sconosciuti. (…)
L’opinione di sasso 67 dal sito http://www.filmtv.it
Un po’ giallo e un po’ nero, il film scorre via discretamente diretto, ma alquanto confuso nella sceneggiatura. Sebbene riservi qualche colpo di scena (niente di che saltare sulla sedia, comunque) e una trama parecchio complicata, raramente il film di Clément coinvolge o sconvolge. Anche i risvolti psicoanalitici risultano piuttosto fini a sé stessi. L’unico punto di forza e Marlène Jobert, innocente e bugiarda, vittima e carnefice (e viceversa), mentre a me sembra che si amalgami poco con il cinema francese la faccia di pietra di Charles Bronson.
L’opinione di crimson dal sito http://www.filmscoop.it
I primi minuti, almeno fino all’omicidio, sono eccellenti. Poi il film cala alla distanza, tra pochi sussulti e un rapporto tra i due protagonisti che diventa stancante. Se non altro c’è il grosso merito di saper costruire una tensione non indifferente attorno alla figura del marito della protagonista.
Accettabile la prova di Bronson, ottima la Jobert.
L’opinione di cotola dal sito http://www.davinotti.com
Discreto thriller (tratto da Simenon) che a dispetto dei ritmi piuttosto dilatati risulta essere notevolmente avvincente grazie ad una buona sceneggiatura che crea un bel clima di crescente tensione e curiosità, sciogliendo gradualmente la matassa dell’intrigo e riservando più di un colpo di scena (riuscito). Non un capolavoro, ma una visione la merita.
Spanking the monkey
Raymond Aibelli è un giovane e promettente studente universitario.
Per il suo futuro ha in programma uno stage, fondamentale per i suoi studi, presso un college in cui potrà specializzarsi nella sua passione, la medicina.
Ma suo padre tom ha in mente altri programmi a breve per suo figlio; la moglie Susan infatti è stata vittima di un incidente durante il quale si è rotta i legamenti della gamba.
Poichè l’uomo vive facendo il venditore, decide di lasciare a suo figlio Ray l’incombenza di assistere la madre; Susan è una donna fragile ed emotivamente insicura, un po come suo figlio che maschera dietro la brillante carriera universitaria, una fragilità emotiva accentuata.

Costretto ad accettare l’ingrato compito di mamma sitter, Ray contemporaneamente allaccia una tenera amicizia con Toni Peck, una ragazza sua vicina di casa.
Ben presto Ray scopre che sua madre si sta attaccando morbosamente a lui e mentre il padre è in viaggio di lavoro, durante il quale l’uomo non si fa scrupoli di tradire spudoratamente sua moglie più volte, è costretto ad accudire una madre che sembra volerlo coinvolgere in qualcosa di morbosamente diverso dall’amore filiale.
Allla fine, dopo aver resistito alle avance della donna, che si manifestano in attenzioni innaturali (il giovane le deve lavare la schiena mentre fa la doccia o massaggiarla nelle zone sopra il ginocchio),Alla fine Ray dicevo cede alla madre e consuma con lei un rapporto proibito.
Emotivamente devastato il giovane tenta di stabilizzare il suo quadro psicologico attraverso il rapporto con Toni.
I due giovani decidono di fare l’amore a casa di Ray, dove però vengono sorpresi da Susan, che caccia brutalmente la ragazza.

Esasperato dall’accaduto il giovane sta quasi per violentare sua madre, ma riesce a resistere alla tentazione;ma l’accaduto ha rovinato definitivamente il suo rapporto con Toni e i complessi di colpa divorano il ragazzo.
Che tenta il suicidio impiccandosi con la cinghia dei pantaloni alla porta del bagno.
Si salva per caso mentre sta entrando la madre; sconvolto Ray tenta di strangolare sua madre ma alla fine desiste e va via in auto con i suoi amici.
Il gruppo dei giovani si reca in un bosco e qui Ray, allontanatosi dal gruppo, si reca presso un dirupo profondo al fondo del quale scorre un fiume e si lancia nel vuoto, mentre la sua mente rivede in un flashback le ultime vicende.
Gli amici, accorsi sull’orlo del dirupo capiscono che il giovane si è lanciato giù e che per lui non ci sono più speranze.Mestamente vanno via, per informare della cosa i genitori di Ray.
Che non è affatto morto nel terribile salto.
Il ragazzo, lasciate le sue scarpe a galleggiare per far credere di essere morto, torna verso la statale, dove viene raccolto da un camionista.

La sua nuova vita, lontano dalla crudeltà della sua famiglia può finalmente ricominciare.
Il tema dell’incesto e della terribile portata psicologica che ha sul giovane Ray è il tema conduttore di Spanking the monkey, film indipendente diretto nel 1994 dal regista David O. Russell, che ne cura la sceneggiatura.
Un film asciutto, senza sbavature e senza nessuna concessione alle pruderie che spesso accompagnano il delicato tema dell’incesto: questa è la sintesi di un prodotto di ottima fattura, che David O. Russell, conosciuto in Italia per le sue opere successive, ovvero Amori e disastri,Il lato positivo – Silver Linings Playbook e American Hustle – L’apparenza inganna (dello scorso anno) mette in scena con indubbia abilità e con occhio attento ad evitare facili critiche verso un argomento di quelli scabrosi, un autentico tabù del cinema e della morale.
Spanking the monkey mette in scena l’assoluta inadeguatezza della famiglia di origine di Ray, stretto in una morsa affettiva che vede da un lato la deriva psicologica di suo padre, assente e distante e dall’altra lo svilupparsi di un amore disturbato ed edipico di sua madre, donna fragile ed emotivamente a pezzi che cerca nel giovane Ray un surrogato alla mancanza del marito, amplificato dalla sua temporanea disabilità.
Il rapporto incestuoso che nascerà tra la fragile Susan e il giovane Ray non ancora maturo diventa così il fulcro di una storia il cui finale sembra già scritto a metà film, quando cioè l’insicuro Ray non ha il coraggio di rifiutare il primo unico rapporto con sua madre, che lo devasterà profondamente.

Sarà nel drammatico finale che Ray risolverà i suoi dubbi: dopo il fallito suicidio e la fine della sua breve relazione con toni, che era il suo appiglio alla normalità vengono sciolti durante la passeggiata con i suoi amici, che lo rimproverano aspramente.
Lui inizia a vedere le cose in modo diverso e capisce che può uscire dalla situazione solo recidendo il cordone ombellicale che lo trattiene in quel posto che sente di odiare, perchè ha frenato i suoi entusiasmi mettendolo di fronte ad una scelta durissima.
Il giovane avrà il coraggio per ricominciare, simboleggiato da quella mano tesa con il pollice all’insù che significano solo una fuga senza meta, ma via dall’opprimente aria di casa sua.
Bello e interessante, Spanking the monkey.
Cosa che ha condiviso anche la giuria del Sundance Film Festival, che gli ha attribuito il primo premio oltre all’Independent Spirit Award per la miglior sceneggiatura d’esordio.
E va detto, con pieno merito, perchè il film si lascia guardare senza mai assumere le caratteristiche del prodotto facile per bocche buone.

Bravissimi i protagonisti,primo fra tutti Jeremy Davies che è al suo esordio come attore protagonista di un film (aveva già esordito in un film tv).
Davies, 24 anni al momento del ciak, mostra meno della sua età ed è quindi perfettamente credibile nel ruolo di Ray, che interpreta con disinvoltura mentre altrettanto brava è l’attrice canadese Alberta Watson, bravissima nel mostrare le fobie e i disturbi di Susan, lamadre di ray.
Bene anche il resto del cast.
Film purtroppo assolutamente irreperibile in italiano, in quanto mai doppiato nella nostra lingua.
E’ tuttavia possibile vedere il film in lingua originale con i sottotitoli mentre vi sconsiglio caldamente la versione presente su You tube in quanto, pur buona dal punto di vista visivo, ha un terrificante doppiaggio in russo che impedisce di seguirne i dialoghi.
Spanking the monkey
di David O. Russell con Jeremy Davies, Alberta Watson, Elizabeth Newett, Benjamin Hendrickson durata 149 minuti Drammatico Usa 1994
Jeremy Davies … Ray Aibelli
Benjamin Hendrickson … Tom Aibelli
Alberta Watson … Susan Aibelli
Carla Gallo … Toni Peck
Liberty Jean …Prima donna dell’hotel con Tom
Archer Martin …Seconda donna dell’hotel con Tom
Matthew Puckett … Nicky
Zak Orth … Curtis
Josh Philip Weinstein … Joel
Judah Domke … Don
Nancy Fields … Dr. Wilson
Judette Jones … Zia Helen
Carmine Paolini … Postino
Neil Connie Wallace … Walter Hooten
Regia:David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell
Produzione:Stanley F. Buchthal … executive producer
Janet Grillo … executive producer
Cheryl Miller Houser … associate producer
Jon Resnik … line producer
David O. Russell … executive producer
Dean Silvers … producer
Musiche:David Carbonara
Montaggio: Pamela Martin
Fotografia:Michael Mayers
Casting: Carolyn Greco
Classifica al botteghino 1987
1) L’ultimo imperatore (The Last Emperor) di Bernardo Bertolucci

con John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Victor Wong, Dennis Dun, Ryuichi Sakamoto
2) Attrazione fatale (Fatal Attraction) di Adrian Lyne

con Michael Douglas, Glenn Close, Anne Archer
3) Full Metal Jacket di Stanley Kubrick
con Matthew Modine, Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, Kevin Major Howard, John Terry, R. Lee Ermey
4) Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills II di Tony Scott

con Eddie Murphy, Judge Reinhold, John Ashton, Ronnie Cox, Brigitte Nielsen, Dean Stockwell
5) Le vie del signore sono finite di Massimo Troisi

con Massimo Troisi, Jo Champa, Marco Messeri, Massimo Bonetti, Enzo Cannavale
6) Gli intoccabili (The Untouchables) di Brian De Palma

con Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia, Charles Martin Smith
7) Io e mia sorella di Carlo Verdone

con Carlo Verdone, Ornella Muti, Elena Sofia Ricci, Mariangela Giordano
8) Tre scapoli e un bebè (3 Men and a Baby) di Leonard Nimoy

con Steve Guttenberg, Tom Selleck, Ted Danson, Nancy Travis, Margaret Colin, Celeste Holm
9) Le streghe di Eastwick (The Witches of Eastwick) di George Miller
con Jack Nicholson, Susan Sarandon, Cher, Michelle Pfeiffer, Veronica Cartwright, Richard Jenkins
10) Angel Heart – Ascensore per l’inferno (Angel Heart) di Alan Parker

con Mickey Rourke, Robert De Niro, Lisa Bonet, Charlotte Rampling
11) Opera di Dario Argento

con Cristina Marsillach, Ian Charleson, Urbano Barberini, Daria Nicolodi, Coralina Cataldi Tassoni, Michele Soavi
12) Stregata dalla luna (Moonstruck) di Norman Jewison

con Cher, Nicolas Cage, Vincent Gardenia, Olympia Dukakis, Danny Aiello, Julie Bovasso, Fëdor Scialiapin
13) Salto nel buio (Innerspace) di Joe Dante

con Dennis Quaid, Martin Short, Meg Ryan, Fiona Lewis, Robert Picardo, Henry Gibson, Kevin Hooks, Kathleen Freeman, Dick Miller, Kevin McCarthy
14) Da grande di Franco Amurri

con Renato Pozzetto, Giulia Boschi, Ottavia Piccolo, Alessandro Haber, Gaia Piras
15) Montecarlo Gran Casinò di Carlo Vanzina

con Massimo Boldi, Christian De Sica, Enrico Beruschi, Ezio Greggio, Paolo Rossi, Philippe Leroy
16) I miei primi 40 anni di Carlo Vanzina

con Carol Alt, Jean Rochefort, Elliott Gould, Massimo Venturiello, Capucine, Teo Teocoli, Pierre Cosso
17) Dirty Dancing di Emile Ardolino

con Jennifer Grey, Patrick Swayze, Jerry Orbach, Cynthia Rhodes, Jack Weston
18) Balle spaziali (Spaceballs) di Mel Brooks

con Mel Brooks, John Candy, Rick Moranis, Bill Pullman, Daphne Zuniga, Dick Van Patten, John Hurt
19) Oci Ciorne di Nikita Michalkov
20) Who’s that girl di James Foley
Gente di rispetto
Elena, una bella insegnante settentrionale, viene trasferita d’ufficio in un paese in provincia di Ragusa, in Sicilia. Per la donna è un’esperienza da subito traumatica, vista la grande differenza di cultura tra la sua e quella decisamente omertosa del posto; accolta con diffidenza dalla popolazione locale, Elena deve convivere anche con gli endemici problemi della gente di sicilia, stretta tra problemi sociali,un assenteismo scolastico dettato anche dalla sfiducia nello stato e dalla necessità di far lavorare i più piccoli ecc.
L’impatto traumatico con la nuova realtà è appena mitigato dall’affetto che le dimostra da subito il professor Michele Belcoree in qualche modo l’anziano avvocato Antonio Bellocampo.

Inaspettatamente attorno a lei iniziano a morire uccise alcune persone che le avevano mancato in qualche modo di rispetto; uno di questi viene rinvenuto morto al centro della piazza, con un foro nella testa e un fiore in bocca,(da qui il titolo in inglese con cui venne distribuito il film, The Flower in His Mouth ) simbolo inequivocabile, come racconterà il maresciallo ,di un affronto recato ad una donna.
Ma qui siamo già nel finale del film, quando l’elemento sorpresa dell’autore ( o del mandante) dei vari omicidi sarà già stato svelato assieme alle motivazioni vere,reali dell’accaduto.
Nel mezzo assisteremo alla metamorfosi sia di Elena sia degli abitanti del paese, che passeranno dalla diffidenza e dall’ostilità iniziale ad una vera forma di rispetto in concomitanza con gli omicidi, che la gente ritiene essere ascrivibili a lei.

Una donna capace di vendicarsi da se è una donna con gli attributi e come tale merita “rispetto”; ma Elena non ha nulla a che vedere con gli omicidi, anche se la polizia sospetterà di lei e dovremo passare attraverso una narrazione macchinosa per scoprire cosa nasconde l’intricata storia.
Luigi Zampa,fertile sceneggiatore e regista del cinema italiano, qui alla sua trentaseiesima opera dietro la macchina da presa, torna a parlare di sociale nel 1975 subito dopo Bisturi, la mafia bianca girato due anni prima ambientato nel mondo della sanità; in Gente di rispetto di scena è la mafia, una mafia che ha quasi un manto di onorabilità, in cui esistono delle leggi inviolabili e non oltrepassabili che però sono l’aspetto “pulito” dell’organizzazione, visto che poi i reali obiettivi sono il malaffare, le connivenze con la politica, gli affari sporchi.
Attraverso un meccanismo che ha una curiosa mescolanza di elementi gialli e thriller uniti a topoi tipici del cinema poliziesco, Zampa riduce per lo schermo
l’omonimo romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia modificandolo in parte ma mantenendo l’assunto scritto da Fava nell’introduzione del romanzo stesso,”il delitto crea prestigio, il prestigio paga“, che porta lo spettatore fino alla conclusione perfettamente in linea con l’assunto di Fava, attraverso un the end che potrebbe sembrare bivalente ma in realtà non lo è affatto, come avrà modo di constatare lo spettatore.
Gente di rispetto è un film che ha dalla sua una trama interessante, anche se molto aggrovigliata e con alcune incongruenze gravi, un cast di ottimi attori che portano il livello recitativo e quindi la credibilità del film oltre la sufficienza ma anche, purtroppo, molti difetti.

Primo fra tutti, difetto capitale, l’aver ignorato completamente le sfumature del romanzo a vantaggio di una narrazione snella ma frettolosa, poi la tendenza di zampa a sopravvalutare l’effetto “nobile” degli aspetti folkloristici della mafia, quel’apparente codice d’onore che verrà purtroppo smentito dalla realtà nel corso dei decenni successivi all’uscita del film.
Di difetti ce ne sarebbero altri, ma Zampa riesce a mascherare il tutto con la sua innegabile bravura con il mezzo di ripresa; a conti fatti Gente di rispetto è un prodotto godibile superiore a molti altri prodotti girati sul fenomeno mafia, ma indiscutibilmente troppo superficiale.
Bene il cast con una misurata e bellissima Jennifer O’Neill, un discreto James Mason (perchè usare un attore americano?) mentre decisamente in ombra è Franco Nero.Bene tutti gli altri, incluso Gora e i validissimi professionisti Orazio Orlando, Franco Fabrizi e Aldo Giuffré.
Film di non facile reperibilità; su you tube la versione presente, pur di buona qualità, è purtroppo in inglese.

Gente di rispetto
Un film di Luigi Zampa. Con Jennifer O’Neill, Franco Nero, Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Fabrizi, Carla Calò, Aldo Giuffré, Giuseppe Pellegrino, Gino Pagnani Drammatico, durata 115′ min. – Italia 1975
Jennifer O’Neill … Elena Bardi
Franco Nero … Professore Michele Belcore
James Mason … Avv. Antonio Bellocampo
Orazio Orlando … Pretore Occhipinti
Aldo Giuffrè … Maresciallo
Claudio Gora … Onorevole Cataudella
Luigi Bonos … Canaino
Gino Pagnani … Profumo
Franco Fabrizi … Dottore Sanguedolce
Regia: Luigi Zampa
Sceneggiatura:Leonardo Benvenuti,Luigi Zampa,Piero De Bernardi
Romanzo: Giuseppe Fava
Produzione: Zev Braun e Carlo Ponti
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio:Franco Fraticelli
Production Design : Luigi Scaccianoce
Costume Design : Danda Ortona
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
E’ un film atipico per Zampa, quantomeno per la tipologia di messa in scena, per lo stile utilizzato nel proporre un messaggio comunque – come nei suoi canoni – critico nei confronti della società italiana. Qui in particolare la storia affonda il colpo sulla Sicilia malata di mafia ed omertà, così come viene raccontata nel romanzo di Giuseppe Fava da cui il film è tratto. Peraltro Fava, scrittore e giornalista, morirà assassinato proprio dalla mafia qualche anno più tardi. Nulla da ridire sul cast, nulla da eccepire sulle scelte registiche, il prodotto è ben realizzato, ma la storia è francamente un polpettone che mischia ciò che in quegli anni era più in voga nel nostro cinema: polizi(ott)esco e morboso, violenza e foschi intrighi popolari, a dare forma ad un thriller di paese, indagine sociale (alla ‘cinema civile’, Petri e Rosi insomma) con un pizzico di qualunquismo populista (caratterizzazioni stereotipate). Insomma, il risultato non può funzionare, nonostante in sceneggiatura mettano le mani, oltre al regista, Benvenuti e De Bernardi, e nonostante anche le discrete e morriconianissime musiche della colonna sonora.
L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it
Questo film di denuncia sembra la versione al femminile di Anni ruggenti dello stesso Zampa ambientato in una diversa realtà ambientale e temporale. L’inadeguatezza dei personaggi è l’elemento comune che li caratterizza, poichè catapultati in una realtà molto differente da quella di provenienza, si ritrovano loro malgrado a vestire dei ruoli senza accorgesene. In questo caso il ruolo può anche calzare anche a pennello per una donna che si ritrova paladina di diritti per le classi disagiate, scoprendo con amarezza che invece di manovrare viene a sua volta manovrata.
La storia è interessante perchè mescola cinema di denuncia all’interno di una cornice gialla sulla falsariga del Giorno della civetta, ma se la O’Neill è funzionale specie nella prima parte in questo suo costante spaesamento nei confronti di un contesto a lei alieno, Mason impone un aplomb un po’ troppo anglosassone per il suo ruolo, mentre Franco Nero purtroppo è sacrificato in un ruolo da specchietto per le allodole utile appunto alla parte “gialla” del film. Non il miglior Zampa, inferiore certamente al più solido Bisturi, che soffre per la scontatezza dell’elemento giallo del film, anche se il finale è molto bello nella sua perfetta ambivalenza
L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com
Interessante ed originale giallo politico-sociale girato da Zampa con discreti risultati su di un soggetto tratto da un libro di Giuseppe Fava. Jennifer O’Neill è brava ad interpretare la maestra giunta in Sicilia e il suo totale sconcerto davanti ai più classici clichè della gente del posto (l’omertà, l’onore, il rispetto). Meno convincente è il ruolo di Franco Nero. Un ritratto particolare della realtà isolana, forse eccessivo e didascalico, comunque apprezzabile per la denuncia della profonda collusione tra politica e mafia. Da riscoprire.
L’opinione del Morandini
Giovane maestra del Nord va a insegnare in un paese della Sicilia occidentale. Tutti gli uomini che l’avvicinano sono trovati morti. Come macchina narrativa è anche troppo ingegnosa: una parabola sul potere nella forma di un giallo politico. Infastidisce e offende il modo in cui sono rappresentati la gente siciliana e i suoi costumi. Giustificate parzialmente nel campo della commedia erotica, certe accentuazioni deformanti non sono sopportabili in un dramma che pretende di essere realistico: diventano una forma di disprezzo. Tratto da un romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia. La O’Neill attendibile, Mason spaesato.
Images
I grandi successi di cassetta ( e di critica) di Mash (1970) e di I compari (1971) permettono a Robert Altman nel 1972 di dirigere Images, film assolutamente anticonvenzionale e decisamente poco appetibile dal grande pubblico ma fortemente voluto dal regista di Kansas City, da sempre interessato a viaggi introspettivi bei meandri della psiche umana.
Images è infatti questo, una lunga ed affascinante esplorazione della mente umana, simbolicamente rappresentata da quella di Cathryn, protagonista del film stesso.
Un viaggio attraverso il delirio di una mente che sembra un labirinto inesplorato di emozioni e passioni, di sensi di colpa e frustrazioni, votata all’autodistruzione perchè malata nelle sue più intime fibre.

Altman mette in scena la malattia ma anche l’intimo; il tentativo, difficilissimo, perchè alterati e alteranti sono gli stati d’animo e mentali della protagonista, è quello di sondare l’insondabile, la psiche umana, giungla inesplorata di passioni torbide e primitive, spesso contraddittorie e inesplicabili.
L’esplorazione di Altman ci conduce attraverso la schizofrenica esistenza di Cathryn, bella e giovane donna che decide di trasferirsi con suo marito in un posto meno ossessionante della città per cercare di porre un freno alle continue visioni e agli incubi che sembrano essere diventati la parte predominante della sua esistenza.
Cathryn è convinta di alcune cose, che in realtà esistono solo ad un livello inconscio ma che alla donna appaiono terribilmente reali e cioè che il marito la tradisca, che una donna misteriosa la perseguiti attraverso telefonate che le rivelano le (presunte) scappatelle del marito.

Nella casa di campagna in cui va a vivere con Hugh, suo marito, l’illusione di essersi lasciata alle spalle i problemi è effimera, perchè la mente e l’animo malati di Cathryn devono fare i conti con un oscuro passato, con tutte le frustrazioni che la donna ha accumulato e che appaiono a tratti non solo inspiegabili, ma anche inesistenti.
Il labirintico mondo in cui la mente di Cathryn si dibatte, alla ricerca di un impossibile equilibrio finisce per dissociare completamente la donna, che crede di essere visitata da due uomini e da una ragazzina che dovrebbe essere la figlia di uno dei due.
Una pia illusione o se vogliamo un sogno che confina sinistramente con un incubo, dalla quale la donna uscirà distrutta e con la psiche a pezzi, perchè l’irreale, l’onirico e le proiezioni mentali finiscono inesorabilmente per sostituirsi alla realtà, distruggendo la sua identità.

Altman segue questo percorso illustrandolo come un incubo reale, attraverso immagini frammentate come una miriade di pezzi di vetro sparsi su un pavimento immaginario.
I prismi di vetro infatti riflettono miriadi di pensieri e la mente dissociata di Cathryn diventa assolutamente impenetrabile e incomprensibile: qua e la affiorano pezzi che sembrano rivelatori ma la verità alla fine qual’è?
Il viaggio in soggettiva in cui lo spettatore viene immerso porta lo stesso ad un’esplorazione fantastica e allo stesso tempo orrorifica dei pensieri diseguali e distorti della protagonista, lasciandogli ampia libertà di scelta sulle motivazioni o sulle spiegazioni dei gesti e dei pensieri frammentati della donna.E’ lo spettatore a scegliere l’immagine che più lo disturba o semplicemente che più lo affascina di quel mondo spaventoso in cui vive Cathryn.
Altman è stato, nel corso della sua carriera, il meno hollywoodiano e al tempo stesso il più europeo dei cineasti degli states; forse un paragone lato puà essere tentato con l’opera di Bergman, che però è meno frammentaria e più rigorosa.

Tuttavia questo Images è opera profonda e enigmatica, un’opera per immagini, come del resto dice esplicitamente il titolo.
Susannah York, bellissima e inquietante, interpreta praticamente da sola tutto il film, lasciando ampio spazio alla visionarietà del suo personaggio, conducendo per mano lo spettatore attraverso la sua follia sinistra e assoluta con una rigorosità di espressione assolutamente spettacolare.
Non a caso il Festival di Cannes apprezzò a tal punto la sua interpretazione da dargli la palma d’oro come miglior interprete femminile.

Il resto dello scarno cast fa assolutamente da contorno e serve solo come proiezione visiva di quelli che sono i fantasmi della mente di Cathryn; è proprio Susanna h York a fornire il soggetto al film con il suo In Search of Unicorns.
Un film affascinante, come del resto gran parte delle opere del compianto Altman, che purtroppo è di difficilissima reperibilità in lingua italiana e che praticamente non passa mai in tv.
Images
Un film di Robert Altman. Con Susannah York, Marcel Bozzuffi, René Auberjonois, Hugh Millais Drammatico, durata 101′ min. – USA, Gran Bretagna 1972
Susannah York: Cathryn
Rene Auberjonois: Bob
Marcel Bozzuffi: René
Hugh Millais: Marcel
Cathryn Harrison: Susannah
John Morley: Vecchio
Regia Robert Altman
Soggetto In Search of Unicorns di Susannah York
Sceneggiatura Robert Altman
Fotografia Vilmos Zsigmond
Montaggio Graeme Clifford
Musiche John Williams
Scenografia Leon Ericksen
Rita Savagnone: Cathryn
Pino Locchi: Bob
Ferruccio Amendola: Marcel
Gianni Marzocchi: René
Emanuela Rossi: Susannah
L’opinione di fabio 1971 dal sito http://www.filmtv.it
Cathryn (Susannah York), bella, giovane e benestante, è sposata con Hugh (Rene Auberjonois, che il doppiaggio italiano trasforma inspiegabilmente in Bob): esaurita e schizofrenica, è convinta di essere perseguitata dalle telefonate di una donna (inesistente) che le rivela le infedeltà, anch’esse immaginarie, di Hugh. Afflitta da continui incubi e visioni, si trasferisce insieme al marito nella casa di famiglia in campagna per cercare un’oasi di pace in cui provare a rilassarsi. Tentativo vano, perchè anche nella quiete del cottage i fantasmi del passato (e del presente), frutto delle sue frustrazioni e dei suoi sensi di colpa, continuano a tormentarla. Una delle opere più sperimentali e atipiche nella filmografia di Robert Altman, claustrofobico ritratto del lento ed inesorabile disfacimento di una mente malata, acuto ed incisivo (pur negli eccessi di un’impostazione magari troppo schematica) nel tradurre visivamente gli umori più dolenti di cui quella stessa mente si nutre e da cui è, allo stesso tempo, divorata. Images coincide con la “quest” della mitologia anglosassone, in questo caso la ricerca, disperata, di una purificazione interiore che liberi l’esistenza umana dalle scorie di ogni pulsione autodistruttiva: non a caso Susannah York legge (e scrive: il libro verrà pubblicato nel 1973, l’anno successivo all’uscita di Images) sin dall’incipit del film le pagine del suo romanzo per bambini In Search of Unicorns: la sua voce fuori campo ne proseguirà la lettura/scrittura durante il film, scandendo le evoluzioni del racconto in uno straniante e fiabesco contrappasso drammaturgico. La narrazione si snoda onirica e sinuosa tra simbolismi ed atmosfere angoscianti: la mente di Cathryn è un prisma luccicante e malsano da cui si riflettono/rifraggono immagini che di volta in volta (ci) appaiono come realtà, sogni, incubi, visioni, fantasmi. Altman gioca con la verità e la finzione del mezzo cinematografico partendo dall’assunto che l’immagine mente perchè è un’immagine della mente (“Ma guarda, ma guarda, ma guarda… il fantasma sanguina”…), rinforzando il concetto con una regia stilisticamente rigorosa, dalla presenza quasi impercettibile proprio per non appesantire la virulenza affabulatoria del testo. La raffinatezza della scrittura è, quindi, lo strumento con cui Altman sceglie di tradurre sullo schermo le sue riflessioni sulla natura delle immagini (e sulla loro manipolazione) e medita sul ruolo dell’obiettivo della macchina da presa nel cinema del suo tempo evidenziandone la complicità quasi criminale con quella mente umana che gli ordina dove guardare (le immagini ossessivamente riflesse da vetri e specchi). Images è un mistero, quindi un gioco, si diceva, sviluppato nelle forme coinvolgenti del thriller psicologico e con una struttura narrativa interamente risucchiata nei vortici della visionarietà della vicenda e nella traduzione in immagini dell’analisi psicologica: per la sua complessa scansione e decifrabilità del racconto è un film affascinante e ispirato nel suo flemmatico incedere tra le ragnatele di deliri di una mente malata, tasselli di un gelido mosaico sinaptico ricomposto con drammatica evidenza solo nelle ultime, chiarificatrici sequenze. Cast impeccabile, con in testa una straordinaria Susannah York (premiata come miglior attrice al Festival di Cannes), ambientazione suggestiva (con gli esterni girati in Irlanda), splendida colonna sonora di John Williams (a cui si affiancano le magie del percussionista Stomu Yamashta), fotografia da urlo (Vilmos Zsigmond), montaggio del futuro regista Graeme Clifford (Frances).
L’opinione di caesars dal sito http://www.davinotti. com
Chi conosce i film di Robert Altman fatti di situazione corali, con tanti personaggi che interagiscono tra loro, rimmarrà sicuramente spiazzato da questo “Images”. Tratto da un racconto della stessa Susannah York, è ambientato in una villa di campagna dove la protagonista, che ha trascorso lì parte dell’infanzia, torna col marito; si scontrerà con i fantasmi del suo passato. Ritmo lentissimo che potrebbe scontentare molti, ma che non inficia assolutamente la riuscita del film, anzi! Bellissimo.
L’opinione di Buiomega dal sito http://www.davinotti.com
Capolavoro assoluto nella filmografia dell’immenso Altman e secondo di una trilogia “psicologica femminile” aperta con Quel freddo giorno nel parco e chiusa con Tre donne. La York è straordinaria nel calarsi nella psicologia di una donna mentalmente instabile, che confonde realtà con l’immaginazione, sprofondando sempre più nel baratro della schizofrenia. Grande atmosfera data dall’opprimente campagna inglese, da oscar la fotografia di Vilmos Zsigmond e un senso di disagio che rimane anche dopo la visione. Capolavoro!
L’opinione di kowalski dal sito http://www.filmscoop.it
Può essere credibile Altman alle prese con temi prettamente Bergmaniani?
“Images”, quasi un’excursus horror nella filmografia del regista, non è certo un film completamente riuscito, a tratti è schematico, frammentario, pretenzioso ma riveste una certa importanza: è difatti il primo segno rivelatore di quella breve e controversa svolta psicanalitica che porterà alla maturità degli intenti con “tre donne”, uno dei migliori del regista.
La trama, che sembra uscita da un romanzo di Amado, in realtà è compressa tutta nel personaggio di Cathryin, e dalla splendida prestazione di Susannah York, un’attrice che ho davvero molto amato (stendiamo un velo sulle sue apparizioni più recenti).
Un film inedito per l’Altman di allora (non lo erano forse, a modo loro, anche “Quel freddo giorno nel parco” e “Anche gli uccelli uccidono”, in qualche modo combinati con i temi della psicanalisi?) ma interessante per comprendere i diversi percorsi della sua carriera.
Sono altrettanto d’accordo che questo tipo di film ambissero a una dimensione “europea” sia nei riconoscimenti di un pubblico meno tradizionalista sia nell’approccio stilistico: una deriva non indolore, credo, ma non per nulla il nome di Bergman e delle sue tematiche ha in qualche modo affascinato tanti altri cineasti americani
l’opinione del sito slowfilm.wordpress.com
In Images, come per 3 Women, la protagonista è una donna, in un film angosciante nella sua descrizione della follia, espressionista nelle sue rappresentazioni distorte, portandoci nelle visioni ambigue ed incerte di Susannah York. L’Altman di Images è un Hitchcock sotto mescalina, quindi anche Polanski in forma o un Lynch al suo stato naturale, fresco di meditazione trascendentale. Insomma un Altman cattivo, che utilizza tutti i suoi trucchi per rendere il film costantemente disturbante.
Entriamo immediatamente nelle turbe psichiche della protagonista, immersa in toni gialli o seppia, ripresa in inquadrature sbilenche. La York corre verso la follia in un crescendo lungo quanto il film; riesce, all’interno di uno stesso pianosequenza, a cambiare più volte espressione e volto, mettendo realmente a disagio lo spettatore. Oltre alla bravura dell’attrice, il regista non lesina coi colpi al limite del legale, e così ci perdiamo negli specchi, in una colonna sonora che integra effetti vocali, in isolate case hopperiane al contempo protette e minacciate dalla natura. Ogni personaggio ha una definizione incerta, così come ogni inquadratura, dove valore e contenuto vengono continuamente rovesciati (…)
Madeleine, anatomia di un incubo
Una donna corre disperatamente attraverso un canneto; poi, attraversatolo, si dirige verso una foresta, guardandosi spaventata intorno.
All’improvviso alcune figure femminili, con in testa vistose parrucche, la circondano.
“Chi siete, cosa volete da me” chiede la ragazza spaventatissima.
All’improvviso le immagini di un auto da corsa in fiamme si sovrappongono alle 5 figure femminili e la ragazza, di fronte al terribile spettacolo di un corpo maschile che giace fuori dal veicolo, urla disperata.
Immagini di un auto impegnata in una gara su pista, drammatiche perchè mostrano un terribile incidente, si mescolano a quelle del gruppetto di donne che ora sfilano silenziosamente nel bosco, trasportando sulle spalle un piccolo feretro bianco con all’interno un bambino.

Le misteriose donne lasciano il feretro accanto al cadavere e all’auto in fiamme, mentre la ragazza urla disperatamente “lui no, è così piccolo”
Un rulo terribile emesso da una donna ai bordi di una piscina trasporta tutto ad una dimensione reale; la ragazza, madeleine, ha avuto un incubo, sotto gli occhi attenti del dottor Schumann, intento a leggere un libro di psicologia.
Dopo un colloquio con l’uomo, Madeleine si dirige in città, dove raccoglie Thomas, un’autostoppista che al ritorno a casa presenta a suo marito, il dottor Franz Schuman.
Questa lunga introduzione di Madeleine, anatomia di un incubo serve allo spettatore da subito per inquadrare i due personaggi centrali del film, la giovane e bella Madeleine e quello che ad un primo impatto sembra essere la figura premurosa di un marito preoccupato per l’equilibrio psichico della moglie.
Che è evidentemente alterato da qualcosa di sconosciuto; l’unica certezza che lo spettatore ha è che Madeleine è una donna lasciata libera dal marito, al quale confessa candidamente di desiderare un bambino, cosa che evidentemente l’uomo non può darle.

Franz Schuman sembra quindi un uomo attento e premuroso verso la molto più giovane moglie; questo sentimento di empatia verso l’uomo aumenta ma contemporaneamente si destabilizza nel momento in cui Madeleine porta a casa Thomas, il giovane hippy che raccoglie per strada e con il quale fa l’amore praticamente sotto gli occhi del marito.
Liquidata la pratica Thomas, la donna conosce il figlio del marito, Luis e poco tempo dopo averlo conosciuto allaccia anche con lui una relazione.
Nonostante il perdurare degli incubi, Madeleine si sforza di avere una vita regolare, ma l’equilibrio è del tutto precario e una sera, dopo un party in cui Madeleine si trova ad un passo da un rapporto saffico con una ballerina ecco che arriva la tragedia. Thomas, il giovane hippy che Madeleine ha ritrovato in una piazza viene rinvenuto morto nella piscina del locale.
A complicare le cose arriva Franz Schuman, che una mattina trova Madeleine sulla spiaggia allacciata a suo figlio Luis con il quale sta facendo l’amore.

Cosa succederà adesso? E sopratutto, come mai Franz sembra cosa tranquillo di fronte alla scoperta di sua moglie che ha una relazione con suo figlio?
Cosa c’è veramente dietro tutto? Doppia sorpresa finale…
Madeleine anatomia di un incubo esce nelle sale nel 1974, opera di Roberto Mauri, regista specializzato in film western attivo sopratutto tra la fine degli anni sessanta agli inizi dei settanta.
Il film è uno psico thriller, che gioca tutte le sue carte sul racconto della vicenda che vede coinvolta la giovane e bella Madeleine, che in seguito allo shock provato davanti all’incidente subito da Luis durante una corsa automobobilistica ha perso il bambino che attendeva, riportandone un trauma pauroso.
In un gioco psicologico condotto molto rischiosamente nella e sulla psiche della donna si materializza un esperimento condotto da Franz Schuman, che così sperimenta alcune sue ardite teorie sulla cura della psiche.
Un tentativo che avrà un esito a sorpresa, che ovviamente non vi racconto.

Dopo un inizio affascinante, legato all’incubo onirico della donna, il film assume un andamento tranquillo, descrittivo, fino agli ultimi minuti della storia in cui alcune incongruenze e alcuni dubbi, sorti durante il racconto, vengono finalmente spiegati anche se non completamente e sopratutto in maniera completamente logica.
Film ad andamento ondeggiante quindi, con parti abbastanza coerenti ed altre un po tirate per i capelli, ma nel complesso di indubbio fascino.
Molto bene il cast, con la discreta prova fornita da Camille Keaton nel ruolo di Madeleine e di Silvano Tranquilli in quella dell’ambiguo Franz Schuman; piccola parte per Paola Senatore mentre il resto del cast non demerita.
Tutto sommato, un film guardabile, senza grosse pecche e con qualche spunto interessante, con una bella e inquietante colonna sonora di Maurizio Vandelli.
Il film è molto difficile da trovare in una versione accettabile: tuttavia, all’indirizzo http://viooz.co/movies/21283-madeline-study-of-a-nightmare-madeleine-anatomia-di-un-incubo-1974.html è possibile visualizzare in streaming una versione digitale di discreto livello.
Madeleine – Anatomia di un incubo
Un film di Roberto Mauri. Con Silvano Tranquilli, Paola Senatore, Riccardo Salvino, Camille Keaton, Pier Maria Rossi, Lorenzo Piani Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.
Camille Keaton … Madeleine
Riccardo Salvino … Luis
Paola Senatore … Mary
Silvano Tranquilli … Dr.Franz Shuman
Pier Maria Rossi … Thomas
Gualtiero Rispoli … Antonio
Regia: Roberto Mauri
Musiche:Maurizio Vandelli
Fotografia:Carlo Carlini
Montaggio:Adriano Tagliavia
Production Design :Ennio Michettoni
Allestimento set: Daniele Mogherini
Produzione/Production: Pama Cinematografica
Distribuzione/Distribution: C.E.I.A.D. Columbia
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Interessante thriller-dramma-psicologico, quasi con tocchi horror (i poteri psicologici di Tranquilli) diretto con eleganza da Mauri. La bravura della Keaton viene accompagnata dalle ottime musiche di Maurizio Vandelli e il cast farà la gioia degli amanti degli anni settanta (Senatore, Tranquilli, Salvino). Il colpo di scena finale è ben studiato e il film non risulta mai noioso. Poco conosciuto (purtroppo), da rivalutare.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Intrigante pellicola che vede la bella e brava protagonista alle prese con incubi e ossessioni che la tormentano; la stessa finirà con l’affidarsi ad un medico che le proporrà una strana terapia: abbandonarsi alla totale libertà dei sensi per ritrovare se stessa, salvo poi scoprire successivamente il vero motivo di queste ossessioni. Affascinante la catarsi emotiva, il passato che ritorna e il condimento erotico. Personalistico.
L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it
Madeleine è una giovane ragazza psicologicamente fragile tormentata da un sogno ricorrente in cui è incinta e perseguitata da alcune streghe con parrucche variopinte. Nell’incubo avviene anche un incidente dove muore anche il suo bambino che viene trasportato in una bara dalle malvagie donne. Nella realtà Madeleine, sposata con lo psichiatra Frank Shuman, non può avere figli. Le sue turbe psico-sessuali la portano ad incontrare Thomas un giovane svizzero e a portarselo a casa. Poi arriva anche Lewis figlio del marito ed inizia una relazione anche con lui. Durante una gita fuori porta, Madeleine rivede il luogo sfondo dei suoi incubi. Thomas scopre Mary, la sua fidanzata, a letto con Franz, ma quest’ultimo lo ipnotizza spingendolo al suicidio. Madeleine ulteriormente scossa decide di lasciare Franz ma lui non glielo permetterà. Dove finisce il mondo dei sogni e quello della realtà lo si capisce solo nel finale mentre Madeleine continuerà a mischiare l’uno e l’altro. Suggestiva la sequenza onirica iniziale sia per la fotografia sia per i rallenty, sia per la musica di Vandelli.
Questo Psico-thriller però è modesto e noioso, come la regia didascalica (zoom sul libro di psicanalisi mentre parla il dottore) e gli effetti speciali (imbarazzante la scomparsa del dottore durante l’esperimento di ubiquità). La protagonista, nipote di Buster Keaton, è notoriamente incapace di recitare, qui perlomeno ci mostra un bel nudo integrale. Se vogliamo, è interessante nella trama l’uso del concetto freudiano di “materiale del sogno” cioè dei luoghi e delle persone reali che nel sogno vengono presi e rielaborati creando una diversa realtà.
L’opinione del sito http://www.cinemaitalianodatabase.blogspot.com
Una pellicola di questo tipo s’inserisce perfettamente nella variante del giallo all’italiana in cui la storia ruota intorno alla malattia mentale del (o della) protagonista di turno – cito a caso ‘Spasmo’ di Lenzi, ‘L’occhio nel labirinto’ di Caiano – e/o gioca con l’attenzione dello spettatore, sparpagliando le tessere di un mosaico il cui disegno si intravede solo alla fine (‘Una lucertola dalla pelle di donna’ di Fulci, ‘La corta notte delle bambole di vetro’ di Lado). Decisamente buona la tensione erotica, elevata dalla presenza di Paola Senatore, di cui si ricorda uno strip al limite della frenesia estatica, e nel complesso la recitazione degli attori. Alcune pretese intellettualistiche e sociologiche rendono indigesti alcuni dialoghi, specialmente quelli tra Madeleine e lo studente Thomas, cosi come alcune soluzioni registiche (ad esempio, lo zoom sul libro che legge il dottore), ma tutto sommato il film mantiene una sua coerenza ed anche una certa coralità di fondo. Buona la fotografia di Carlo Carlini.














































































































































































































































































































