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Come perdere una moglie e trovare un’amante

Come perdere una moglie e trovare un amante locandina

Un ritorno a casa decisamente traumatico, quello del dottor Alberto Castelli, alto dirigente di un’azienda del latte; l’aver anticipato il rientro lo porta a scoprire la palese infedeltà della moglie che lo cornifica con un idraulico. E’ infatti proprio sotto la doccia che Alberto ha l’amara sorpresa di trovare l’amante della moglie nudo come un verme.

La conseguenza è l’abbandono del tetto coniugale e una visita dallo psicanalista, un tipo strambo che lo convince a trasferirsi in Val Malenco per riprendersi dal trauma.

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Johnny Dorelli

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Barbara Bouchet

L’altro personaggio del film è l’olandese Eleonora Rubens, nella quale ha la sventura di imbattersi Alberto, per ben due volte; la prima volta lo scontro avviene in auto, la seconda volta in un ospedale.
Ma è destino che i due, all’insaputa l’uno dell’altra finiscano per incontrarsi; lo psicanalista Rossini, lo stesso che ha in cura Alberto invita Eleonora a recarsi anch’essa in Val Malenco.
Da quel momento inizieranno le peripezie di entrambi; sarà proprio Alberto a guadagnarci di più, perchè dapprima avrà un’avventura con Marisa, l’amica del cuore di Eleonora che arriva in Val Melenco per incontrarla e poi con Anita, la gigantesca moglie del proprietario della baita.

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Finirà che Alberto e Eleonora avranno un terzo scontro, che questa volta però…
Subito dopo Autostop rosso sangue (1977), unica incursione di Pasquale Festa Campanile nel thriller puro e di Gegè Bellavita, la discreta commedia all’italiana interpretata da Flavio Bucci nel 1978, il regista lucano tenta la carta della commedia brillante, con discreto esito confermando ancora una volta di essere un regista affidabile e capace di creare film gradevoli senza cadere nella volgarità più becera.
Come perdere una moglie e trovare un’amante è essenzialmente una commedia degli equivoci, che ruotano attorno alle due figure principali del film, Alberto e Eleonora.

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Il primo è il classico medio borghese un tantino annoiato che ha la sventura di vedersi cornificato dalla moglie, la seconda una ragazza un tantino imbranata e ingenua, come mostra la divertente sequenza in cui viene invitata a spogliarsi nuda dallo strambo psicanalista Rossini, cosa che accetta senza batter ciglio convinta che sia indispensabile per la terapia.
Proprio gli equivoci sono il tema portante del film, insieme alle gag che Festa Campanile semina nel film; se alle volte siamo di fronte a qualche deja vu, per la maggior parte del film ci troviamo immersi in situazioni comiche che smuovono il sorriso.
E poichè siamo nel 1978, ovvero in un momento storico davvero poco allegro per la nazione e sopratutto per il cinema, alle prese con una crisi che sta diventando dilagante, ecco che le risate che il film tira fuori sono tutto grasso che cola.
Merito anche dei due protagonisti principali, Johnny Dorelli e Barbara Bouchet. Se Dorelli conferma ancora una volta le capacità volitive che gli permisero di interpretare 25 film in dieci anni, fatte di un umorismo garbato e di una simpatia irresistibile unite a buone capacità recitative, Barbara Bouchet è ovviamente a suo completo agio essendo una delle attrici più utilizzate in ruoli comici o semplicemente umoristici.

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Anny Papa

Ben assortito anche il cast dei comprimari, che include uno spiritato Felice Andreasi nel ruolo dello psicanalista pazzoide, Annie Papa in quello della moglie fedifraga di Alberto, la bravissima Elsa Vazzoler nel ruolo della vulcanica Anita e sopratutto Stefania Casini, questa volta relegata in un ruolo secondario come quello interpretato nei panni di Marisa, la disinibita amica del cuore di Eleonora.

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Completano il cast in ruoli minori Enzo Cannavale, Toni Ucci e Marina Hedman in uno dei tantissimi ruoli secondari che la futura pornostar interpretò negli anni 70 e 80.
Commedia gradevole e spensierata, quindi, una delle poche che valga la pena di vedere in un periodo storico del cinema in cui la comicità stava diventando pian piano sempre più becera e volgare.

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Come perdere una moglie e trovare un’amante
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Johnny Dorelli, Barbara Bouchet, Stefania Casini, Elsa Vazzoler, Pietro Tordi, Toni Ucci, Gino Pernice, Enzo Cannavale, Carlo Bagno, Paola Maiolini, Felice Andreasi, Deddi Savagnone, Dino Emanuelli Commedia, durata 104′ min. – Italia 1978.

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Come perdere una moglie banner personaggi

Barbara Bouchet: Eleonora Rubens
Stefania Casini: Marisa
Johnny Dorelli: Dott. Alberto Castelli
Tony Ucci: Frate Cappuccino
Felice Andreasi: Psicanalista
Enzo Cannavale: Gran Maestro di Yoga Orientale
Elsa Vazzoler: Anita

Come perdere una moglie banner cast

Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Gianfranco Bucceri
Roberto Leoni
Sceneggiatura Gianfranco Bucceri
Roberto Leoni
Luigi Malerba
Produttore Luigi Borghese
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Gianni Ferrio

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luglio 14, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | 6 commenti

Satyricon

Per parlare del Satyricon di Gian Luigi Polidoro, uscito nelle sale italiane nell’aprile del 1969 occorre scomodare Federico Fellini, il grande regista riminese che in qualche modo e in maniera assolutamente involontaria fu il padre putativo di questa riduzione cinematografica dell’opera di Petronio Arbitro.
Fellini stava lavorando alla sua versione cinematografica del Satyricon quando il produttore Alfredo Bini ( che pare fosse irritato con Fellini stesso che aveva deciso di accettare di lavorare con il produttore Alberto Grimaldi) improvvisamente affidò a Gian Luigi Polidoro il compito di realizzare una trasposizione dell’opera di Petronio Arbitro sceneggiata da Rodolfo Sonego.

Don Backy

Francesco Pau

Battendo sul tempo Fellini, Polidoro realizzò il suo Satyricon e approfittando del clima di grande attesa che si era creato attorno al prodotto felliniano in poco tempo varò la sua versione.
Che venne quasi maciullata dalla critica mentre nei primi giorni di proiezione ottenne un successo straordinario che però si ritorse contro il regista; a pochi giorni dalle prime proiezioni infatti il film venne sequestrato e mandato sotto processo con l’accusa abbastanza ridicola di oscenità.


A causare l’ira del censore (il magistrato Vittorio Occorsio, ucciso da Ordine nuovo a Roma il 10 luglio 1976) fu la presenza nel ruolo di Gitone di Francesco Pau, che come narrano le cronache, nell’epoca in cui venne girato il film era minorenne.
Al film venne anche contestata l’accusa di oscenità, forse per la presenza di alcune scene di nudo ma molto più probabilmente per la famosa orgia durante il banchetto di Trimalcione.
Uso il termine probabilmente perchè le versioni successive del film, trasmesse in tv o ridotte in versione home, appaiono mutile di almeno una quindicina di minuti di pellicola; da alcune foto di scena dell’epoca che troverete come appendice a questo articolo appare evidente come le forbici censorie abbiano mutilato il film stesso.
La decisione del magistrato provocò una levata di scudi da parte di gente del cinema e della cultura in generale; intellettuali , grandi registi come Antonioni si schierarono contro la censura invocando la libertà d’espressione.
Tutto inutilmente, il film venne mutilato e in pratica sparì dalle sale mentre contemporaneamente usciva il Satyricon felliniano che per inciso sconcertò i critici e maggiormente il pubblico.


Il film di Polidoro riprende solo in parte l’opera di Petronio Arbitro, giunta ai tempi nostri in forma molto rimaneggiata; è presente, nel film, lo spirito irriverente e fustigatorio di Petronio, anche se in maniera un pò rozza e propendente alla satira scollacciata.
Tuttavia il film non è affatto quella bruttura descritta dai critici dell’epoca, ha una sua dignità e in fondo ha anche una linearità che nell’opera di Fellini manca.
Difatti la versione di Fellini, che uscirà con il titolo Fellini Satyricon, proprio per distinguerla dal film di Polidoro appare come opera disomogenea e disorganica,in cui l’unica parte coerente e completa è la famosa cena di Trimalcione; ma è un discorso che non interessa questa trattazione per cui torniamo al Satyricon di Polidoro.
I protagonisti del film sono Escolpio, uno studente svogliato e indolente, lo schiavo Gitone, che Escolpio non sa essere uomo e del quale in qualche modo si infatuerà e infine Eumolpio, poeta di scarso valore che per un pò seguirà Escolpio nel suo vagabondaggio in una terra romana che vive l’epoca storica dell’impero di Nerone.

Mario Carotenuto

Nel suo vagabondaggio, Escolpio si imbatte in personaggi che sono un pò la rappresentazione di tutti i vizi della Roma neroniana;dopo aver scoperto che è diventato erede dei beni di suo zio Anneo Mela, che ha rinvenuto morto accanto alla moglie nella sua villa, suicida per ordine di Nerone, Escolpio finisce per incontrare il celebre Trimalcione durante una delle sue opulente feste.
E’ la parte centrale del film, quella meglio riuscita in cui il nobile romano emerge prepotentemente come uomo volgare e dedito ai bagordi, capace di catechizzare i suoi commensali con dotte citazioni ma al tempo stesso volgare e scurrile, intento ad espletare le sue funzioni intestinali come supremo disprezzo verso i commensali.

Ugo Tognazzi

Più in là Escolpio incontrerà anche la maga Circe, non prima di esser stato tradito dal suo ex amico Eumolpio, incapperà in una furiosa tempesta alla quale scamperà per miracolo, svegliandosi sulla riva del mare sulla quale un anziano ha creato una pira con il corpo di un ragazzo che viene dato alle fiamme.
Il Satyricon di Polidoro è sensibilmente diverso dall’opera di Arbitro e presenta alcune caratteristiche particolari che ne fanno opera discutibile, rozza ma non priva di qualche felice intuizione.
La parte meno riuscita riguarda in primis l’eccesso di volgarità presente nella pellicola, che appaiono pretestuose e sopratutto slegate dall’originale di Petronio; l’altro neo del film è rappresentato da un cast poco omogeneo, in cui l’anello debole è rappresentato dal cantante attore Don Backy, svagato e corpo estraneo della pellicola.

Tina Aumont

Franco Fabrizi

Don Backy ha doti discrete di recitazione, come del resto dimostrerà nel bellissimo Cani arrabbiati, ma in questo film sembra svogliato e sopratutto alle prese con un personaggio che richiedeva maggior personalità ed espressività; meglio Franco Fabrizi nel ruolo dell’infido Ascilto e bene anche Mario Carotenuto in quello di Eumolpo. Il solito grande Tognazzi invece caratterizza da par suo il personaggio centrale del film, il ricco e volgare Trimalcione.

Si racconta che Tognazzi abbia accettato questo ruolo per vendicarsi in qualche modo di Fellini che non lo scritturò per la sua versione del Satyricon; se è andata così, ad averci perso è stato sicuramente il regista riminese, perchè Tognazzi era attore di razza, come del resto dimostrato in questo film e in tante altre produzioni in cui ha recitato.
A conti fatti il film di Polidoro non va considerato un fallimento, quanto piuttosto un’operazione non riuscita; a nuocere pesantemente è il paragone con l’opera di Fellini a cui il film viene ingiustamente accostato.
Ingiustamente perchè le due opere sono assolutamente differenti tra loro, con ambizioni diverse e sopratutto rivolte a pubblici differenti.
Il Satyricon di Polidoro è oggi un’opera pesantemente datata a cui va riconosciuta qualche attenuante, come quella della grossa operazione di censura apportata alla pellicola, che rende difficilmente giudicabile il film nella sua complessità.
Questo film è difficilmente reperibile, passa molto raramente in tv ma è disponibile in versione censurata su You tube.

Satyricon
Un film di Gian Maria Polidoro. Con Don Backy, Ugo Tognazzi, Franco Fabrizi, Graziella Granata,Tina Aumont, Mario Carotenuto, Francesco Pau, Leopoldo Valentini, Alfredo Rizzo, Corrado Olmi, Piero Gerlini, Ennio Antonelli, Clara Colosimo, Franco Leo Commedia, durata 110′ min. – Italia 1969.

Ugo Tognazzi: Trimalcione
Mario Carotenuto: Eumolpo
Don Backy: Encolpio
Franco Fabrizi: Ascilto
Tina Aumont: Circe
Francesco Pau: Gitone
Graziella Granata: Antonia
Tito LeDuc: Presentatore da Trimalcione

Regia Gian Luigi Polidoro
Soggetto Petronio Arbitro (dal omonimo romanzo)
Sceneggiatura Rodolfo Sonego
Produttore Alfredo Bini
Fotografia Benito Frattari
Montaggio Giancarlo Cappelli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Flavio Mogherini

Si ringrazia il sito: http://www.dbcult.com

Maggio 11, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

La cugina

Sin da bambini, i cugini Agata e Enzo hanno sentito una forte attrazione reciproca, culminata in sottili giochi al limite dell’erotismo e conditi da una malizia tutta infantile. Crescendo i due cugini hanno continuato a vedersi, mantenendo viva l’attrazione fra loro sempre in bilico tra l’innocenza e la malizia.
Enzo, iscritto all’università, trascura gli studi preferendo dedicarsi alla sua passione primaria,le donne, mentre Agata che è diventata una splendida ragazza è alla ricerca di un marito.
Lo scopo di Agata si concretizza quando conosce un barone ricco di titoli e soldi, che garantiscono all’ambiziosa ragazza di fare la bella vita sognata; quando il matrimonio è consumato, ecco che Agata, che aveva sempre resistito alla corte del cugino, all’improvviso si abbandona e si concede a Enzo….

Christian De Sica

Stefania Casini

Aldo Lado reduce dal grande successo di La corta notte delle bambole di vetro e di Chi l’ha vista morire? e subito dopo il parziale successo di Sepolta viva abbandona il thriller e il feuilleton per girare una commedia a smaccato sfondo erotico, tratta da un romanzo di Ercole Patti.

L’ambiente è quello classico siciliano, ancora una volta visto come territorio di mollezze, di agi e popolato da sfaccendati assatanati di sesso.
Lado non fa eccezione alla triste regola che vede la stragrande maggioranza dei registi usare stereotipi triti e ritriti che ritraggono una Sicilia patriarcale e feudale, in cui as usual nobili e borghesi si dilettano con le sottane salvo poi pretendere la castità e la verginità dalle future spose.

Francesca Romana Coluzzi

Emblematico a tal pro il dialogo tra i neo sposi, il barone e Agata: “Era indispensabile che io fossi vergine?” chiede Agata al marito, ricevendo la tradizionale risposta “E come no?”
E’ uno dei tanti dialoghi che costellano il film e che mostrano come Lado sia rimasto imbrigliato nei luoghi comuni; a sua scusante c’è la necessità di rispettare la sceneggiatura tratta dal libro e a Lado stesso va riconosciuto il merito di non aver calcato la mano sull’aspetto erotico della vicenda, che invece il libro di Ercoli predilige.
La nipote è un film senza infamia e senza lode, giocato quasi tutto sulle vicende parallele del gruppo di scioperati amici di Enzo impegnati a cercare di sedurre donne in quantità e parallelamente sulle vicende di Enzo e Agata che si attraggono, si sfuggono e alla fine si congiungono carnalmente coronando il sogno nascosto che appare evidente fin dalle prime battute del film.


In mezzo una serie di siparietti di vita siciliana, quella naturalmente dei borghesi e dei ricchi fra banchetti, partite a carte e ricevimenti in lussuose ville.
L’unico vero punto di forza del film, abbarbicato su una sceneggiatura che vedrà decine di repliche dello stanco copione del gallo siciliano sfaccendato e puttaniere, è il cast di ottimi attori assemblato per dare vigore ad un film che altrimenti molto difficilmente sarebbe uscito dall’anonimato.

Dayle Haddon

Agata è interpretata dalla bella modella Dayle Haddon, sicuramente sexy e affascinante anche se davvero poco siciliana mentre Enzo è interpretato da Massimo Ranieri che ancora una volta fa il suo egregiamente.
Ma è nel gruppo di caratteristi che ritroviamo alcune perle, come la presenza di Laura Betti nel ruolo di Rosalia Scuderi, madre del barone a cui fa ancora il bagno, Christian De Sica (sovrappeso e flaccido) nel ruolo del futuro becco Barone Scuderi, di Stefania Casini in quello di Lisa Scuderi sorella un tantino sporcacciona del Barone, di Francesca Romana Coluzzi nella parte della moglie di un onorevole che cornifica in continuazione e con piacere, sopratutto con la combriccola degli amici di Enzo.
La cugina è quindi un film senza particolari meriti ma anche senza particolari demeriti; una commedia innocua che però non annoia e riesce a suscitare qualche interesse sopratutto nella parte centrale del film.
Siamo lontani anni luce dal Gattopardo di Visconti che aveva dalla sua anche un grande romanzo, l’omonimo scritto da Tomasi di Lampedusa, che aveva fatto un ritratto al vetriolo della decadente Sicilia di fine secolo e altrettanto lontani dall’ottimo Paolo il caldo di Vicario, anch’esso tratto da un romanzo bellissimo e sottilmente crudele, quello di Brancati.
Lado si arrangia con il soggetto che trova, con l’unica colpa di non aver saputo resistere all’uso di una certa volgarità di linguaggio e se vogliamo di situazioni.


Un film che definirei minore nella filmografia del regista di Fiume, che l’anno successivo però tornerà al cinema che conosce meglio, quello a metà strada tra il thriller e l’horror, sfornando quel piccolo gioiello che sarà L’ultimo treno della notte.
Da segnalare anche le musiche discrete del grande Morricone.

La cugina
Un film di Aldo Lado. Con Christian De Sica, Stefania Casini, Massimo Ranieri, Dayle Haddon,Jole Fierro, Stefano Oppedisano, Laura Betti, Luigi Casellato, Loredana Martinez, José Quaglio, Cristina Airoldi Commedia, durata 95′ min. – Italia 1974.

 

Massimo Ranieri … Enzo
Dayle Haddon … Agata
Conchita Airoldi … La cameriera
Laura Betti … Rosalia Scuderi
Luigi Casellato … Peppino
Stefania Casini … Lisa Scuderi
Francesca Romana Coluzzi … Moglie dell’onorevole
Christian De Sica … Ninì Scuderi
Loredana Martínez … Giovannella
Stefano Oppedisano … Ugo
José Quaglio … Fragalà

Regia Aldo Lado
Soggetto Ercole Patti dal suo romanzo omonimo
Sceneggiatura Luisa Montagnana, Massimo Franciosa
Produttore Felice Testa Gay
Produttore esecutivo Bruno Frasca
Casa di produzione Testa Gay Cinematografica, Unidis
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Alberto Galletti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Elio Balletti
Costumi Fabrizio Caracciolo

Citazioni dal romanzo:
“Agata,a cui Ninì continuava a non piacere nemmeno un pochino, mise la mano sulla sua dicendo
anche tu mi piaci,cosciente di mentire solo per il gusto di farlo innamorare”

“…solo Enzo rimase tutta la vita in attesa, come un ragazzo”

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Maggio 7, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , | Lascia un commento

Una donna tutta sola

Erika è una quarantenne che vive una realtà fatta di un matrimonio all’apparenza solido con Martin e di una figlia sedicenne, Patty, dal carattere ribelle e alieno da compromessi.
La realtà di Erika è anche una vita vissuta in funzione del marito e del matrimonio, che sembra procedere tranquillamente dopo diciassette anni di vita in comune.
Un giorno però suo marito Martin le confessa, non senza imbarazzo, di essersi innamorato della più giovane Macha.
Tutte le certezze di Erika vanno in pezzi, la donna tranquilla ed equilibrata  senza complessi e anche affascinante si ritrova quindi a interrogarsi su se stessa e sui perchè di una relazione fallita così all’improvviso.

Jill Clayburgh

Il conforto delle amiche o il dialogo molto difficile con la ribelle Patty non la aiutano più di tanto, così come non appare sufficiente quello che fanno per lei le inseparabili Sue, Elaine e Jeannette.
A consigliarle di ritagliarsi un nuovo modo di vivere, di uscire dal guscio e di cercare nuovi stimoli è la sua psicologa e analista Tanya; la donna le consiglia di cercare nuove amicizie maschili, di riallacciare contatti con un mondo che in pratica ha conosciuto solo marginalmente, impegnata com’era nel menage matrimoniale con Martin.

Alan Bates

Poco convinta, Erika segue il consiglio della psicologa, ma il primo contatto, quello con Charlie si rivela fallimentare; l’uomo infatti dietro la sua brillantezza e raffinatezza nasconde solo un grande egoismo e una superficialità disarmante. E’ più fortunata con l’incontro successivo, quello con l’artista Saul, di stampo ben diverso dall’egoista Charlie.
Il rapporto tra i due sembra diventare un punto fermo per Erika, che si convince di aver fatto la scelta giusta e presenta il suo nuovo compagno alla figlia.
Ma nel frattempo Martin, abbandonato dalla giovane amante, le chiede di tornare con lui; a questo punto Erika si rende conto di aver vissuto troppo la sua esistenza in funzione del marito o di un altro compagno e rifiuta sia di tornare con Martin sia di vivere con Saul,

accorgendosi che la propria realizzazione come donna può avvenire anche da sola.
Una donna tutta sola, diretto da Paul Mazursky nel 1977 è una commedia brillante e amarognola di sicuro spessore; godibilissima grazie a dei dialoghi raffinati, affronta diversi temi anche se evita di scavare a fondo in essi.
Il matrimonio, la realizzazione di una donna fuori da esso, l’abitudine tutta americana di cercare nell’analisi psicologica la soluzione ai propri problemi, un pizzico di femminismo al vetriolo, il difficile rapporto madre-figlia sono i temi portanti della storia portata sullo schermo da Mazursky, regista davvero raffinato e abile nel descrivere storie all’apparenza semplice con protagonisti normali quelli che tutti i giorni vivono esistenze all’apparenza banali nel cuore delle grandi città americane.

Il regista di Bob & Carol & Ted & Alice e di Stop a Greenwich Village dipinge un ritratto di donna molto efficace; Erika è una donna qualsiasi che sboccia come una farfalla dalla crisalide nell’istante esatto in cui vede andare in pezzi uno dei punti fermi della sua vita, il matrimonio.
Quando Erika, attraverso le esperienze che farà realizzerà di essere in grado di ragionare da sola, di non essere obbligata ad appoggiarsi ad un uomo ma anzi, di poter scegliere lei come gestire un rapporto di coppia che sia duraturo o di una sola notte, quando Erika dicevo farà tesoro di queste esperienze capirà di potersi scegliere il proprio destino e il proprio cammino.

Il rifiuto di tornare con Martin e quello opposto alle richieste di Saul sanciscono la definitiva presa di coscienza della donna, che si è resa conto di poter gestire la propria vita indipendentemente dalla presenza di un uomo al suo fianco; un discorso femminista e femminile, di una persona che rivendica con orgoglio la gestione della propria vita.
Mazursky usa la sua sottile ironia in diversi passaggi del film, aiutato in questo dalla straordinaria performance di Jill Clayburgh, una delle attrici più eleganti di Hollywood, scomparsa purtroppo 2 anni fa per le conseguenze di una leucemia che ha segnato la sua vita negli ultimi vent’anni.
L’interpretazione della Clayburgh è misurata, ironica e mai sopra le righe; grazie a questa parte Jill vinse il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes.

Una donna tutta sola ebbe ottime recensioni e lusinghiere candidature a premi importanti; vanno ricordate le tre nomination agli Oscar per Paul Mazursky e Anthony Ray nella categoria miglior film, quella per Jill Clayburgh come miglior attrice protagonista e sempre per Mazursky la nomination per la miglior sceneggiatura originale.

Michael Murphy

 Inaspettatamente, nonostante ben 5 nomination anche ai Golden Globe l’unico premio vinto dal film fu quello già citato per Jill Clayburgh a Cannes.

Un film davvero simpatico, una commedia gradevole che si segue con interesse, dai rtimi non eccelsi ma capace di affascinare lo spettatore attraverso le vicende personali di una donna che, come recita il titolo del film, è tutta sola ma che alla fine sarà felice di esserlo.

Una donna tutta sola
Un film di Paul Mazursky. Con Michael Murphy, Jill Clayburgh, Alan Bates, Cliff Gorman Titolo originale An Unmarried Woman. Commedia, durata 124′ min. – USA 1977.

Jill Clayburgh … Erica
Alan Bates … Saul
Michael Murphy … Martin
Cliff Gorman … Charlie
Patricia Quinn … Sue
Kelly Bishop … Elaine
Lisa Lucas … Patti
Linda Miller … Jeannette
Andrew Duncan … Bob
Daniel Seltzer … Dr. Jacobs
Matthew Arkin … Phil
Penelope Russianoff … Tanya
Novella Nelson … Jean
Raymond J. Barry … Edward
Ivan Karp … Herb Rowan

Produzione: Paul Mazursky
Regia Paul Mazursky
Fotografia Arthur J. Ornitz
Montaggio Stuart H. Pappé
Musiche Bill Conti Johnny Green E.Y. Harburg
Scenografie Pato Guzman
Costumi Albert Wolsky

Maggio 3, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Nerosubianco

Nerosubianco è un non-film.
Ed è l’espressione migliore di un regista, Tinto Brass, che ha vissuto due vite cinematografiche completamente dissimili fra loro.
Girato nel 1969, quando ancora l’eco del sessantotto si udiva nella musica come nel cinema, nella letteratura e nel teatro, Nerosubianco appartiene, come dicevo all’inizio alla categoria dei non film, ovvero di opere che usano il linguaggio cinematografico e le immagini non per creare un racconto visivo di una storia ma più semplicemente come assemblaggio di immagini e suoni, un vero caleidoscopio dove alla fine capita di trovarci di tutto.
Da Ho Chi Min a Hitler, da Mussolini alla London beat, dal surrealismo pittorico a Duchamp, da Warhol ai manifesti della pop art in Nerosubianco appare di tutto in una carrellata da mal di testa con accennato il discorso sulla sessualità di coppia che entrerà poi come costante delle opere del regista veneziano fino al teorema (discutibile) del tradimento come salvezza della coppia.

Anita Sanders

Il tutto imbastito attorno al nucleo centrale del non- film, la storia di una moglie insoddisfatta, Barbara, che in vacanza a Londra viene seguita costantemente da un uomo di colore col quale avrà una breve avventura sessuale che le permetterà di tornare tutta felice tra le braccia del marito.
Mentre scorrono le immagini, il beat dei Freedom accompagna Barbara in una peregrinazione vorticosa in una Londra che appare vitale e intellettualmente esplosiva nella quale la donna si imbatte di volta in volta nell’oratore di Hyde Park piuttosto che in una pubblicità della Coca Cola, mentre sullo schermo alla rinfusa scivolano vorticosamente immagini di fucilazioni e di guerra, bombardamenti ed esecuzioni di massa, terribili foto provenienti da Auschwitz e didascalie nelle quali compare per esempio il motto “So extra is extra” scritto con una decina di erre.


Barbara si agira stupita e interessata fra giovani che portano sul volto i colori degli hippy che suonano musica beat (sempre con l’accompagnamento immancabile della musica dei Freedom) in una Londra che assomiglia ad un carosello impazzito di suoni e colori.
Brass naturalmente non perde occasione per lanciare la sua filosofia anarcoide come modello di riferimento; in una parte del film vediamo un prete agitare un cartello con scritto “Proibito” mentre con voce assolutamente seria da predicatore dice “Incoraggiare la gente a fare l’amore è proibito perchè è pericoloso, non è invece proibito ancorchè ancor più pericoloso incoraggiare la gente a fare la guerra: perciò da questo momento invece delle immagini pericolose proibite delle scene d’amore vi mostreremo immagine pericolose ma non proibite di scene di guerra
Questa visione ironica e sbeffeggiatrice, che poi diverrà il marchio di fabbrica personalissimo del regista veneto si mescola immediatamente ad immagini di nudo e di sesso (ovviamente molto caste) accompagnate dal feroce confronto con scene di morte.
Dall’impiccagione di una gerarca nazista (presumibilmente avvenuta dopo Norimberga) alle foto dei disgraziati deportati ebrei dei lager, nudi in maniera oltraggiosa e sopratutto senza quasi più carne addosso si passa alle immagini della guerra del Vietnam e di bombardamenti aerei sulle città.


Tutto diventa eccessivo e vorticoso, tanto che ad un certo punto l’overdose di immagini ottiene un effetto di saturazione a cui si aggiunge l’implacabile musica beat che fa da sottofondo, creando i presupposti perchè lo spettatore molli la pellicola e si dedichi ad altro.
Il ritmo aumenta ad un tale livello che le immagini degli scempi della guerra (cadaveri di bambini, di povera gente torturata, di vittime dei bombardamenti) sembrano diventare una cosa sola.
L’orrore sembra dissolversi proprio perchè mostrato ad una velocità pazzesca, quasi una forma di riavvolgimento della memoria mostrata con l’avanzamento veloce su un video registratore.
Se Nerosubianco ha un fascino è proprio da cercarsi in questi frammenti, ovvero nell’esatto momento in cui Brass fa cinema sperimentale mischiando con abilità consumata tutti i modelli di riferimento della società fine anni sessanta mostrando i totem della civiltà e l’immagine storica più famosa della guerra, l’esplosione atomica di Hiroshima.


La storia della inibita Barbara, che alla fine decide di concedersi la scappatella con l’uomo di colore senza nome che la segue come un’ombra finisce per diventare un film nel film, una parte coerente in un mare di incoerenza rappresentato dalle visioni di coppie che fanno l’amore in un parco e dipinti surrealisti che mostrano raffigurazione della morte, di uomini bendati come mummie, scheletri ecc.


C’è una sequenza che probabilmente colpisce lo spettatore più delle altre; una sequenza degna del peggior film splatter, con l’aggravante che in questa serie di immagini in movimento non c’è nulla di inventato.
La macchina da presa segue freddamente, in un bianco e nero d’epoca sgranato e saltellante, lo scarico di un camion colmo di cadaveri ridotti ad ossa e pelle.
I corpi, presi come sacchi della spazzatura vengono gettati in una fossa comune, ammonticchiati come stracci mentre altri corpi ancora seguono senza posa: è una sequenza da orrore senza fine, una parte della nostra storia che ci avvicina all’oscurità più assoluta, quell’oscurità che il nazismo ha interpretato come il buio della mente e della cultura.
E poi le immagini tristissime dei sopravvissuti di Hiroshima, bambini senza più pelle e dagli occhi smarriti e persi nel nulla.
Ecco, Brass nel suo furore amplifica e sbatte in prima pagina, sotto gli occhi dell’inorridito spettatore tutto il peggio del passato dell’umanità per poi tornare alle immagini di Barbara in giro per Londra; quasi a voler dare un colpo anche alla botte, ecco scorrere le immagini di medaglie russe e di contestazioni anti guerra nel Vietnam, di un oratore che esalta Che Guevara e quelle di Castro che arringa la folla a Cuba.


Barbara intanto, con il suo sguardo curioso, sembra passeggiare fra le vetrine luccicanti di un mega negozio che espone merce di provenienza non identificabile.
Alla lunga però questo inestricabile guazzabuglio di immagini, suoni, colori e orrori finisce per stancare ed è per questo che di Nerosubianco resta solo il frastuono di fondo.
Va dato atto a Brass di aver avuto coraggio nello sperimentare; dopo il thriller Col cuore in gola il regista veneto si avventura in un progetto che probabilmente lo appaga dal punto di vista dei risultati e che avrà un seguito beffardo e iconoclasta nel 1980, quando girerà Action.
Nerosubianco è quindi un manifesto programmatico sull’anarchia che però nasce e muore nell’arco delle due ore di proiezione del film stesso.


Dopo questo film Brass girerà altri film coraggiosi come L’urlo, Dropout e La vacanza prima di arrivare alla svolta di Salon Kitty, in cui la summa teorica del suo pensiero finisce per mescolarsi inestricabilmente con l’erotismo che da allora in poi diverrà una specie di ossessione per il regista veneto.
Oggi un film come questo sarebbe assolutamente e totalmente improponibile; nessun produttore sano di mente finanzierebbe un’opera così al di fuori degli schemi.
A fine anni sessanta invece era possibile coniugare la creatività con la sperimentazione, c’era il coraggio di percorrere strade alternative.
Il merito di Nerosubianco, film eccentrico e fuori schema è essenzialmente questo aldilà del fatto che possa o no piacere.

 

Nerosubianco
Un film di Tinto Brass. Con Anita Sanders, Nino Segurini, Terry Canter, Terry Carter Commedia, durata 76′ min. – Italia 1969.

Anita Sanders: Barbara
Terry Carter: l’americano
Nino Segurini: Paolo
Bobby Harrison: (come Freedom)
Mike Lease: (come Freedom)
Ray Royer: (come Freedom)
Steve Shirley: (come Freedom)

Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Giancarlo Fusco
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Lion Film
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Freedom
Scenografia Peter Murray
Costumi Giuliana Serano, Piero Gherardi

Lobby card americana con il titolo Black on white

Lobby card inglese con il titolo Attraction

Copertina del vinile con la soundtrack del film

Fotogramma del cineracconto del film

Foto pubblicitarie del film

Due foto di scena dell’attrice Anita Sanders

Flano americano del film

marzo 29, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Ridendo e scherzando

Ridendo e scherzando è un film del 1978, strutturato in 5 episodi con tematica identica, ovvero il tradimento coniugale.
Il primo episodio, intitolato “Nozze d’argento“, vede protagonista un maturo notaio a cui vien fatta trovare in camera da letto dell’albergo Aurora una gigantesca scatola regalo, all’interno della quale c’è una splendida ragazza vestita da coniglietta. Dopo i dubbi iniziali, il notaio decide di “usufruire” del regalo, ma dopo aver consumato si vede piombare in casa un commissario mandato su denuncia della suocera preoccupata dalla mancanza di notizie sulla figlia.

Luciano Salce e Licinia Lentiniprotagonisti del primo episodio

Stefano Satta Flores

Trasportato in commissariato sotto gli occhi esterrefatti dei vicini, viene raggiunto dalla moglie che è in realtà colei che gli ha fatto il regalo.
Finirà a ceffoni tra i due coniugi e l’ignaro cameriere ai piani dell’albergo Aurora che si era offerto di accompagnare la signora Procaccini, moglie del notaio in Questura.
Il secondo episodio è intitolato “Corpi separati“, e vede protagonista un contrabbandiere di sigarette napoletano, Michele Sintona,tifosissimo della squadra della sua città che si appresta ad andare allo stadio per seguire l’evento sportivo; confuso per un banale caso di omonimia per il famoso banchiere Sindona, bancarottiere ricercato da diversi corpi di Polizia, si vede piombare in casa Digos, servizi segreti ed antiterrorismo. Riuscirà a cavarsela solo facendo fare una lite furibonda ai tre graduati che comandano i rispettivi corpi.
Il terzo episodio, “Per favore ammazzami il marito” vede protagonista una bella americana dell’Oregon stanca della volgarità del marito. La donna decide di usare il cameriere di casa per procurare un incidente al marito, ma tutti i tentativi saranno vani. Alla fine la donna si riconcilierà con il marito sotto gli occhi attoniti del cameriere.

Macha Meril

Il quarto episodio è “Melodramma della gelosia“, con protagonista un bancario innamorato follemente della moglie e gelosissimo, che però, per tenere su il menage famigliare, è costretto ad assumere un attore che di volta in volta interpreti un personaggio diverso, un fantomatico amante della moglie che alla fine viene scovato dal marito geloso.
L’ultimo episodio, “Costi quel che costi” è incentrato invece sulla figura di un portinaio di uno stabile lussuoso, nel quale vive una splendida donna con il geloso marito.

La stupenda Orchidea De Santis

Il portiere scoprirà che la donna si prostituisce per 300.000 lire, e fattesele prestare dal marito della donna, approfitta delle grazie della stessa dicendo poi al marito cornuto che ha restituito i soldi che lui gli ha prestato proprio alla moglie.
Ridendo e scherzando è un film del 1978, diretto da Vittorio Sindoni (che qui si firma come Marco Aleandri) che vorrebbe ricalcare la commedia sexy all’italiana senza innestare nessuna innovazione, anzi, sfruttando quelle che erano le caratteristiche peggiori della commedia stessa, ovvero trama esile basata su sketch, dialoghi infarciti di volgarità e qualche spruzzatina di erotismo come collante del tutto.

A sinistra, Gino Bramieri

Il regista utilizza un cast di assoluto buon livello, che include Luciano Salce e Didi Perego con Licinia Lentini (primo episodio) , Stefano Satta Flores (secondo episodio) Macha Meril, Fiorenzo Fiorentini e Carlo Hinterman (terzo episodio) Walter Chiari, Enrico Simonetti e Olga Karlatos (quarto episodio), Gino Bramieri e Orchidea De Santis (quinto episodio)
Un cast all star che finisce malauguratamente in una commedia debolissima e stramba, in cui è difficile trovare un solo momento in cui si riesca se non a ridere almeno a sorridere e che si regge solo sulla simpatia e professionalità dei vari interpreti.

Un’altra bellissima dello schermo, Olga Karlatos con il compianto Walter Chiari

A parte la banalità assoluta della sceneggiatura, tutti gli episodi sono debolissimi e basati solo su equivoci visti e rivisti, su battute scontatissime e sul triste corollario del peggio delle commedie pecorecce italiche, con tanto di parolacce e ceffoni, doppi sensi et similia.
Tutti gli episodi sono molto al di sotto della sufficienza, ma a voler sceglierne uno, si può optare per il meno peggio ovvero l’ultimo, che vede protagonisti Gino Bramieri e Orchidea De Santis.
Mentre l’attore milanese dimostra di essere presente solo per guadagnarsi il pane, la splendida attrice pugliese quanto meno, nel grigiore generale, appare in tutta la sua superba bellezza.
L’episodio con Salce è deprimente, quello con Stefano Satta Flores (vi compare una giovane Maurisa Laurito) inguardabile, poco più su quello con la Meril (anch’essa bellissima), catastrofico e sconclusionato quello con protagonisti Chiari, una bellissima Karlatos e il compianto maestro Enrico Simonetti.

Il film ebbe uno scarso successo alla sua uscita nelle sale cinematografiche italiane e la cosa è facilmente comprensibile; quando un film che ha un titolo esplicito come Ridendo e scherzando non riesce nemmeno a far sogghignare si è fallito l’obiettivo primario.
In aggiunta, quando si usano solo i classici stereotipi come il tifoso napoletano contrabbandiere e furbo che conclude con un triste “Forza Napoli” urlato verso gli spettatori, il marito geloso che trova l’amante della moglie nell’armadio ( o tristemente appeso ad un lampadario!) vuol dire che si è di fronte ad una preoccupante mancanza di idee.
Un vero peccato, perchè con un cast di questo tipo di poteva tirar fuori ben altro film.
Ridendo e scherzando
Un film di Marco Aleandri. Con Walter Chiari, Orchidea De Santis,Olga Karlatos,Fiorenzo Fiorentini,Gino Bramieri, Macha Méril, Luciano Salce,Stefano Satta Flores, Didi Perego, Licinia Lentini, Enrico Simonetti
Commedia, durata 94 min. – Italia 1978

Episodio 1, “Nozze d’argento”

Luciano Salce … Il notaio
Licinia Lentini …. La coniglietta
Didi Perego ….. signora Procaccini, moglie del notaio
Episodio 2, “Corpi separati”

Stefano Satta Flores … Michele Sintona
Marisa Laurito …. La moglie

Episodio 3, “Per favore ammazzami il marito”

Macha Meril … La signora americana dell’Oregon
Carlo Hinterman …. Il marito
Fiorenzo Fiorentini … Il domestico
Episodio 4, “Melodramma della gelosia”

Walter Chiari … Il marito geloso
Olga Karlatos …La moglie
Enrico Simonetti … Il finto amante
Episodio 5, “Costi quel che costi”
Gino Bramieri … Il portinaio
Orchidea De Santis … La squillo

Regia : Vittorio Sindoni
Sceneggiatura : Marco Aleandri
Musiche: Enrico Simonetti
Casa di produzione: Megavision FilmTV
Fotografia : Alfio Contini

marzo 13, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Sirens-Sirene

Sirene locandina

Il pastore anglicano Anthony Campion sbarca con la sua giovane e timida moglie Estella a Blue Montains, in Australia.
Convocato dal vescovo di Sidney, si vede appioppare un incarico imbarazzante e non certo facile quello cioè di indagare sui progetti di Norman Lindsay, un discusso pittore e artista noto per essere anticlericale e dissacratore.
Nei progetti dell’artista sembra esserci la raffigurazione pittoria di una venere nuda che viene crocefissa.
Anthony ed Estella si recano quindi a casa del pittore, dove hanno una sgradita sorpresa; l’uomo infatti è sposato con Rose e ha due figlie e ospita tre modelle estremamente disinibite, Sheela , Prue e Giddy.

Sirene 1

Delle tre, Giddy è quella meno provocante e più attenta a non mettersi in mostra, mentre le altre due non fanno mistero di avere una condotta sessuale estremamente aperta.
Per il pastore e sua moglie inizia così un periodo difficilissimo; la promiscuità delle donne, unita all’atmosfera apertamente libertina della casa di Lindsay, la presenza tra gli occupanti della casa stessa di un giovane ex pugile ridotto alla cecità, prestante e molto bello, che posa per il pittore creano tra i coniugi un’atmosfera di tensione.
Ad aggravare la situazione c’è il netto rifiuto da parte di Lindsay di modificare alcun che del suo dipinto; l’uomo, che ha una visione del ruolo della chiesa assolutamente in chiave anticlericale, accusa Anthony di rappresentare un mondo oscurantista e chiuso sia all’arte che ai veri bisogni dell’uomo.

Sirene 2

Se la disputa tra i due assume tratti tragicomici, ecco che Estella, dapprima pudica e moralmente inibita inizia a provare un sottile piacere nell’assistere alle orge che le ragazze organizzano con i giovani del luogo e alla fine decide di concedersi al pugile che la attrae fatalmente.
Non contenta, alla fine si inventa anche un ruolo da maitresse organizzando un incontro tra Giddy, che è segretamente ma non troppo, attratta dal muscoloso pugile e l’uomo stesso.
Arriva per i due coniugi il momento di congedarsi dal loro anfitrione; sul treno del ritorno Estella mostra di aver appreso qualcosa sulla sottile arte della seduzione, proponendo un nuovo modo di fare l’amore all’imbarazzatissimo marito, che però alla fine stuzzicato ricambia con trasporto.

Sirene 3

Gradevole commedia di stampo British, con la conseguente spruzzata di humour prettamente britannico, Sirene di John Duigan uscito nelle sale nel 1993 cerca un equilibrio tra la commedia di stampo classico e la sottile denuncia dell’arretratezza dei costumi sessuali di persone avvezze a frequentare il mondo ecclesiastico.
Questa volta il protagonista è un pastore sposato con una donna che ha in se il germe prepotente della sessualità che però reprime per il suo ruolo sociale e per una forma di rispetto verso suo marito, esponente del clero e quindi fautore di una sessualità di stampo prettamente moralista.
I due coniugi, costretti loro malgrado a vivere in una realtà completamente aliena alla loro vita di tutti i giorni, finiranno per scontrarsi con la mentalità libertina della casa del pittore Lindsay, guardando con preoccupazione alla vita assolutamente immorale ( a loro modo di vedere) degli ospiti della casa stessa.

Sirene 4

Sirene 5
Inseriti in un contesto in cui la sessualità è libera e priva di remore, i coniugi finiranno per capire in modo differente gli aspetti segreti della propria sessualità; la prima a “liberarsi” anche in senso biblico sarà Estella che grazie all’esperienza vissuta vedrà aprirsi davanti a se un universo in cui la sessualità non è più un qualcosa da vivere con la concezione del peccato bensì una delle manifestazioni più belle dell’essere umano.
In fondo la commedia di Duigan gioca proprio con questo eterno dualismo, tra la concezione sana della sessualità e il suo opposto, la concezione peccaminosa del corpo e del piacere che per secoli è stata inculcata sopratutto nelle donne proprio dall’organizzazione auto deputatasi alla custodia della morale.

Sirene 6

Sirene 8
Non è un caso che i coniugi vengano inviati a casa di Lindasy per tentare di dissuaderlo dal dipingere un’opera giudicata blasfema; una crocefissione con una donna nuda è il massimo dell’oltraggio all’istituzione ecclesiale e come tale va fermata.
Ma alla fine la cosa entra in secondo ordine per i coniugi; anche Anthony è rimasto turbato dall’atmosfera maliziosa e sottilmente erotica della casa e dei suoi abitanti, però sarà proprio Estella a capire la portata di ciò che ha vissuto e da allora in poi cambierà radicalmente anche l’approccio sessuale verso suo marito.

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John Lawless Duigan, il regista inglese autore anche della sceneggiatura è poco conosciuto in Italia; a fronte di 25 film diretti la sua notorietà è legata principalmente a questa gradevole commedia e al film Gioco di donna del 2004 che vede protagoniste due splendide attrici, Charlize Theron e Penelope Cruz.
Il film scivola via abbastanza agevolmente, anche per la presenza di un cast di attori di ottimo livello; il più british degli attori inglesi, Hugh Grant interpreta l’impacciato Anthony con ottima espressività, mentre la bella Tara Fitzgerald è la sua inizialmente inibita mogliettina Tara Fitzgerald.

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Un ironico e sottilmente diabolico Sam Neill è Lindsay, parte che l’attore assolve perfettamente dando un tocco di eccentricità ironica aggiuntiva così come da segnalare sono anche le parti assolte da Elle Macpherson (la più disinibita delle tre modelle), da Portia de Rossi che interpreta la più “tranquilla” delle tre modelle ovvero Giddy e da Kate Fischer che veste i panni (succinti) dell’altra disinibitissima modella Prue.

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Nei limiti ovvi della commedia di costume, Sirens tradotto letteralmente in Sirene in italiano, quasi a rimarcare il ruolo di femmes fatales delle tre modelle si rivela un prodotto gustoso e dal sottile fascino peccaminoso, assolutamente però nei limiti della malizia più innocente.

Sirens – Sirene
Un film di John Duigan. Con Sam Neill, Hugh Grant, Tara Fitzgerald, Elle Macpherson, Portia De Rossi, Kate Fischer, Pamela Rabe, Ben Mendelsohn, John Polson, Mark Gerber, Julia Stone, Ellie MacCarthy, Vincent Ball, John Duigan, Lexy Murphy Titolo originale Sirens. Commedia, durata 94 min. – Australia, Gran Bretagna 1993

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Sirene banner personaggi

Hugh Grant … Anthony Campion
Tara Fitzgerald … Estella Campion
Sam Neill … Norman Lindsay
Elle Macpherson … Sheela
Portia de Rossi … Giddy
Kate Fischer … Prue
Pamela Rabe … Rose Lindsay
Ben Mendelsohn … Lewis
John Polson … Tom
Mark Gerber … Devlin
Julia Stone … Jane
Ellie MacCarthy … Honey
Vincent Ball … Vescovo di Sydney

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Regia: John Duigan
Sceneggiatura: John Duigan
Produzione: Justin Ackerman,Hans Brockmann,Robert Jones
Musiche: Rachel Portman
Editing: Humphrey Dixon
Art direction: Laurie Faen

Sirene locandina 2

gennaio 18, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento

Preparate i fazzoletti

Preparate i fazzoletti locandina

A due anni esatti dalla provocazione di Calmos, torna Bertrand Blier con un film paradossale, provocatorio in egual misura e per certi versi surreale.
Tutte iperboli per indicare un film, Preparez vos mouchoirs, tradotto letteralmente in Preparate i fazzoletti in cui il gusto per l’amplificazione esasperata degli avvenimenti del grande regista francese trova forma compiuta e sbeffeggiante, atteggiamenti che Blier ha sempre coltivato ed espresso con un gusto per la provocazione unici.
Questa volta però il regista sembra voler prendere in giro anche se stesso, accentuando la carica dissacratoria dei suoi lavori precedenti, come Les valseuses (I santissimi), film con il quale si era imposto anche al grande pubblico.

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Carole Laure, Solange

A finire nel mirino di Blier questa volta c’è la famiglia, in cui ruoli verranno rimescolati e ridistribuiti in un film essenzialmente misogino ( anche se difficilmente si riesce a capire quanto Blier ci faccia o ci sia), che stravolge i canoni sacramentali sia religiosi che civili attraverso un finale spiazzante e colmo di paradossi in maniera vistosa.
Il tutto condito dal proverbiale umorismo nero del regista, dalla sua carica dissacratoria e dalla sua irriverenza che in alcuni casi va a toccare i fondamenti della morale sradicandoli e sovvertendoli.
Chi non abbia mai visto un film di Blier troverà forse eccesiva questa presentazione di un’opera cinematografica dipinta quasi come un qualcosa di sovversivo; in questo caso procuratevi una copia del film e preparatevi ad immergervi in un qualcosa che se potrà non piacervi, di sicuro non vi lascerà indifferenti.

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L’indifferenza di Solange per qualsiasi attenzione…

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… e per qualsiasi persona

Il film inizia presentandoci la protagonista del film, la bella Solange (Carole Laure) che ha come compagno il dolce Raoul, che di lei è profondamente innamorato; ma la donna è da diverso tempo un mistero per Raoul. E’ cambiata ed è diventata introversa, quasi abulica ed assente.

Invano Raoul tenta in tutti i modi di scuoterla dalla profonda apatia in cui la donna sembra essere precipitata.
Così, come estremo tentativo, durante un pranzo in un ristorante decide di offrirla ad un perfetto sconosciuto.
Stephane (questo il nome dell’uomo) è un insegnante di ginnastica, che ama la musica colta (Mozart in particolare) e colleziona libri, decide di accettare ma con sgomento di entrambi, Solange resta praticamente assente.
La donna, pur avendo accettato senza alcuna remora la proposta del suo uomo, si ritrova a dividere quindi il talamo con i due uomini, che a modo loro l’amano in maniera differente.

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Ogni dialogo…

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…viene stroncato sul nascere

Intanto è arrivata l’estate e Solange deve accompagnare in una colonia montana dei ragazzini, cosi Raoul e Stephane la accompagnano, sempre speranzosi di vederla cambiare.
Ma qui accade l’incredibile.
A scuotere la donna dall’ apatia non è un altro uomo bensi Christian Belloeil, un ragazzino quindicenne (nella versione italiana, perchè in quella francese il ragazzino ha 13 anni) terribilmente intelligente che non lega con i coetanei che lo trovano insopportabilmente presuntuoso e troppo superiore come intelligenza.

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Il ragazzino terribile, Christian Belloeil, riesce dove hanno fallito Raoul e Stephane

Tra Solange e Christian scoppia la passione; è un processo lento, ma inesorabile.

La donna dapprima inizia a proteggerlo e alla fine ne diventa l’amante.
Le vacanze finiscono e i genitori del ragazzo decidono di mandarlo in collegio.
Privata del suo giovanissimo amante Solange sembra ripiombare nella sua apatia, così i due premurosi compagni della donna accettano di rapirlo e riconsegnarlo a lei.
Scoperti, finiscono in carcere, dal quale alla fine escono per avere una sgradita sorpresa: Solange è incinta, ma non solo…
Girato nel 1978, con un cast affiatatissimo e coinvolgente, Preparate i vostri fazzoletti ottenne ottimi riscontri di critica e di pubblico, arrivando a vincere l’Oscar nel 1979 come miglior film straniero battendo il nostro I nuovi mostri, diretto da Mario Monicelli, Dino Risi e Ettore Scola.
Come già detto in apertura, un film davvero particolare ed insolito, quello del figlio del grande Bernard Blier ( il grande attore scomparso a fine degli anni 80)
Un film in cui il gusto per l’assurdo, per le situazioni surreali e capovolte finisce per diventare la costante del film stesso, sempre in bilico tra la commedia irriverente, quella di costume e la critica sociale espressa con un capovolgimento di ruoli che riceverà l’imprimatur nel grottesco finale.
Il successo di un film è sempre il risultato di un difficile equlibrio tra sceneggiatura, abilità del regista e sopratutto dal cast di attori che interpreta i vari personaggi.
Blier si affida alla collaudata coppia di Les vaulseus, ovvero Patrick Dewaere e Gerard Depardieu, solo che questa volta i due teppistelli di I Santissimi diventano due uomini profondamente innamorati della stessa donna.
Gerard Depardieu è quasi commovente nel ruolo di Raoul, disposto a tutto pur di far tornare il sorriso e la voglia di vivere nella sua compagna Solange; l’attore francese è perfetto nel suo ruolo, che ha connotazioni che virano dal tragico al comico in maniera velocissima.

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L’inizio di un’impossibile relazione

Bravissimo è anche Patrick Dewaere, la grande promessa del cinema francese venuta a mancare tragicamente nel 1982, quando l’attore, che purtroppo aveva una personalità molto fragile, si uccise sparandosi un colpo di fucile.
La terza componente, l’attrice canadese Carole Laure chiude perfettamente il triangolo con un’interpretazione perfetta del personaggio (peraltro molto antipatico) di Solange, dando spessore e contenuto alla donna triste e apatica ,della quale non sapremo mai le motivazioni del suo stato d’animo.
In ultimo, citazione anche per Michel Serrault in un ruolo secondario.

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Preparate i fazzoletti
Un film di Bertrand Blier. Con Gérard Depardieu, Michel Serrault, Patrick Dewaere, Carole Laure Titolo originale Préparez vos mouchoirs. Commedia, durata 110 min. – Francia, Belgio 1977.

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Gérard Depardieu: Raoul
Carole Laure: Solange
Patrick Dewaere: Stéphane
Michel Serrault: Il vicino
Eléonore Hirt: Madame Beloeil
Jean Rougerie: Mr. Beloeil
Sylvie Joly: La passante/
Riton Liebman: Christian Beloeil

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Regia Bertrand Blier
Soggetto Bertrand Blier
Sceneggiatura Bertrand Blier
Fotografia Jean Penzer
Montaggio Claudine Merlin
Musiche Georges Delerue
Scenografia Eric Moulard e Gérard James

gennaio 11, 2012 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | Lascia un commento

L’ultimo capodanno

Roma, 31 dicembre.
Per festeggiare l’ultimo dell’anno convergono nel condominio Le isole, in via Cassia 1043 una serie di persone che si mescoleranno agli abituali abitanti delle due palazzine.
C’è l’attore Gaetano che deve recarsi nell’appartamento della Contessa Sinibaldi e mentre fa rifornimento sulla tangenziale è riconosciuto da un vecchio amico napoletano, che è reduce da una gara di uno sport non meglio specificato e che vorrebbe presentarlo ai vecchi amici dell’attore; c’è la bellissima Giulia che sta preparando il cenone per i suoi invitati e nel frattempo indossa reggiseno e slip rossi mentre ascolta la segreteria telefonica.

L’auto dei Trodini distrutta dai vandali di Mastino

C’è la signora Gina che attende ospiti e che vorrebbe che suo figlio Cristiano passasse con lei la notte, c’è l’avvocato Rinaldi che sta progettando una serata tragressiva all’insegna del sesso estremo con una professionista, mentre sua moglie è a Cortina con i figli.
C’è il signor Trodini che sta festeggiando con la sua famiglia e l’anziano padre l’acquisto di un auto d’epoca a lungo desiderata, ci sono Osvaldo, Orecchino e il Trecchia ovvero tre ladri che aspettano il momento buono per entrare in azione, c’è Filomena Belpedio che è attesa da una notte triste, perchè suo marito è prigioniero in Cambogia dei khmer rossi.
Tutta questa gente non ha nessun punto di contatto, se non quello di vivere all’interno di uno dei tanti condomini della Roma bene.

Giulia fuori di se dopo aver scoperto il tradimento del marito

Le loro vite stanno per incrociarsi a loro insaputa per un destino comune, ma nel frattempo ogni nucleo vive esperienze pressochè fallimentari.
Giulia per esempio apprende dalla segreteria telefonica lasciata incautamente in funzione della tresca esistente fra suo marito e la sua migliore amica Lisa, invitata anche lei per la festa di fine anno e medita vendetta; Gaetano, che nell’incontro con il vecchio amico napoletano ha perso la sua preziosa agenda con gli indirizzi è sedotto dall’anziana contessa che però al momento buono ha un malore. Cristiano, deludendo sua madre, si chiude in camera con un suo amico, meditando su come passare la notte, mentre Rinaldi viene raggiunto dalla professionista dell’amore.
Contemporaneamente Filomena che ha ingerito una quantità enorme di sonniferi riesce a malapena a leggere un telegramma che le ha spedito il marito che le comunica l’avvenuta liberazione, mentre la famiglia Trodini vorrebbe festeggiare in via Veneto l’arrivo dell’auto nuova.

La Contessa obbliga Gaetano a spogliarsi

Tutti quindi sono alle prese con le varie situazioni in cui si sono venuti a trovare e i tre ladri entrano in azione, penetrando nell’appartamento di Rinaldi. I ladri così scoprono l’uomo steso su un tavolo e ammanettato, mentre la professionista sta praticando un gioco erotico estremo.
Si crea così una assurda situazione, mentre telefona la moglie di Rinaldi e l’uomo, steso e ammanettato è costretto a chiedere aiuto proprio ai tre ladri.
Nel frattempo Giulia ha preparato la sua vendetta; armata di un fucile subacqueo, spara una freccia mortale all’indirizzo del marito, che rimane così inchiodato alla poltrona, con il petto trafitto dal micidiale arpione.
Cristiano e il suo amico finiscono in un locale caldaie, mentre sta per arrivare il cataclisma.
Che è rappresentato dagli amici di Gaetano, capitanati da un trucidissimo e coatto capobanda di nome Mastino; i fracassoni amici dell’attore si auto invitano alla festa della Contessa mettendo a soqquadro la casa e creando situazioni incresciose sia per Gaetano sia per gli snob ospiti della Contessa.
Gli eventi precipitano quando Mastino, lanciando l’albero natalizio giù dal balcone, sfonda il tetto dell’auto di Trodini, suscitando la reazione del figlio di quest’ultimo che chiama il nonno a fare vendetta.

Giulia si prepara a dar fuoco ai ricordi della sua vita coniugale

L’anziano, munito di fucile, spara in direzione di Mastino colpendo però Gaetano al collo.
Nonostante l’estremo tentativo di salvataggio Gaetano precipita in cortile proprio mentre Trodini sta soccorrendo suo figlio, investito in pieno da un televisore scagliato dall’incontenibile Mastino giù in cortile.
I tre quindi muoiono per una tragica fatalità, proprio mentre Cristiano e il suo amico sono nel locale caldaie, mentre Lisa rimane colpita a morte da un razzo lanciato per ritorsione dal figlio di Trodini che manca il bersaglio e la colpisce nel ventre.
Uno dei due giovani scaglia all’interno della caldaia accesa un pacchetto di esplosivi, con il risultato di far saltare per aria l’intero comprensorio.
Il primo mattino vede una scena desolante: del comprensorio non restano che le rovine fumanti.

Continua l’opera di distruzione di Giulia

A uscire miracolosamente indenne dai ruderi di quello che era il condominio di via Cassia 1043 è l’amico di Cristiano che, salito sul suo scassatissimo ciclomotore, imbocca un ponte Milvio completamente deserto.
Tratto da L’ultimo capodanno dell’umanità di Niccolò Ammaniti , un racconto pubblicato nella raccolta Fango edita nel 1996, L’ultimo capodanno di Marco Risi ha alle spalle una storia travagliata, un pò come le vicende narrate nel film.
Uscito nelle sale nel 1998, venne ritirato dal regista dalle sale, in seguito alla delusione per gli incassi e per l’accoglienza riservata alla prima del film. A suo modo di vedere, il regista rimproverava ai produttori e alla distribuzione un’errata promozione del film stesso, come raccontato ai giornalisti: “I trailer hanno dato del film un’ immagine apocalittica, cupa. Hanno insistito sul pedale del tragico, invece L’ ultimo capodanno è pensato proprio per il grande pubblico. Si è perso il senso della commedia che, anche se tutto è giocato sull’ eccesso e sull’ esasperazione, sono convinto che punti a una comicità irriverente. Sbagliato anche proporre, nei trailer, Haber in guepière in situazioni sado- maso e l’ urlo della Bellucci 

La telefonata di Gaetano

L’ultimo capodanno in effetti ha due chiavi di lettura differenti, anche se poi alla fine tutto converge verso la commedia grottesca, dopo un percorso in bilico tra la commedia, la farsa, la tragedia condite da uno humour nerissimo.
Tutte le situazioni che vedono coinvolti gli inquilini del famoso stabile sulla Cassia passano dal grottesco al tragico, per poi prendere la loro dimensione definitiva man mano che appare chiaro l’obiettivo del regista, mostrare cioè il lato tragicomico di alcune esistenze attraverso situazioni volutamente estremizzate; nascono così i siparietti con protagonista la splendida Giulia (una convincente Monica Bellucci) che si scopre becca proprio nel giorno più importante dell’anno quando è indaffarata a preparare il cenone per gli ospiti o quello con protagonista l’avvocato Rinaldi (un ottimo Alessandro Haber) che cerca la trasgressione e finirà vittima di ladri da strapazzo.
Ogni situazione del film è tesa a mostare il lato comico delle vite dei protagonisti, anche se a predominare è l’aspetto grottesco delle cose; così la varia umanità che si agita nel film sembra paradossalmente la caricatura di se stessa, vista attraverso situazioni volutamente esasperate e portate ai limiti del credibile.

La preparazione per il cenone

Come del resto prendere sul serio l’intera sequenza in cui Mastino lancia il televisore dal terrazzo della Contessa colpendo il ragazzo della famiglia Trodini che aveva appena incitato il nonno a sparare sui responsabili del danneggiamento dell’auto d’epoca? Come non sorridere davanti alla gag del nonno a cui viene tranciata di netto una mano che finisce per far bella mostra di se in un piatto di zampone?
L’aspetto paradossale del film, in bilico tra il comico tradizionale e il comico noir, è in realtà l’elemento di novità del film.
Ma va da se che il pubblico sovrano non sempre apprezza le novità dirompenti e non può essere un caso se all’uscita del film, un’orrenda porcheria come Il macellaio con protagonista Alba Parietti ebbe incassi nettamente superiori a quelli del film di Risi.
L’ultimo capodanno è un film particolare ed estremo, forse troppo; le sinistre risate che possono coinvolgere lo spettatore sono al tempo stesso il limite del film.

La mamma di Cristiano impegnata nei preparativi

Il pubblico non sempre ama vedere la cattiveria, lo sberleffo e la comicità ammantata di nero spiattellate in un film che in pratica è vissuto tutto all’interno di un condominio, pur popolato da un campione di umanità variamente composto.
Come spiegarsi se no il travolgente successo dei cinepanettoni, espressione del cinema più autenticamente nazional popolare in senso deleterio o il cinema dei Pierini, un cinema minimalista espressione del trionfo del peggio esprimibile, ovvero il cinema dei rutti e dei peti, delle barzellette sconce e tristi?

L’avvocato Rinaldi racconta frottole alla moglie in vacanza

Il film di Risi, vissuto tutto sull’equivoco commedia nera finisce per arenarsi proprio davanti ai suoi meriti, che sono tanti ma assolutamente non capiti dal pubblico.
Così l’amarezza del regista è comprensibile, così come le sue parole amare: “Forse era il momento sbagliato, la gente voleva storie romantiche e la mia non e certo una commedia rassicurante. Forse sarebbe stato giusto allargare la popolarita del film, puntare di meno su certe atmosfere cupe. Forse sono anche stato troppo frettoloso in fase di montaggio.”

I tre ladruncoli in attesa di fare il colpo

Purtroppo il successo di un film dipende da fattori assolutamente particolari, primo fra tutti l’empatia tra il pubblico e il prodotto che sta visionando.
Tornando al film, notevole la carrellata di caratteristi che popola la pellicola, con menzioni su tutti per Haber, per Adriano Pappalardo che è irresistibile nel ruolo del coattissimo Mastino, per Beppe Fiorello che interpreta l’attore Gaetano Malacozza e per Ricky Memphis che interpreta Orecchino.
Bene tutto il resto del cast, a cominciare da Iva Zanicchi per finire con Claudio Santamaria.
Il mio consiglio è di recuperare questo film e goderselo possibilmente non prima di un giorno di festa, visto l’effetto un tantino deprimente che potrebbe ingenerare, preparandosi a visionare una commedia nera di notevole spessore e arguzia.

L’apocalisse dopo l’esplosione

L’ultimo capodanno
Un film di Marco Risi. Con Antonella Steni,Beppe Fiorello, Alessandro Haber, Monica Bellucci, Piero Natoli, Marco Giallini,Maria Monti, Francesca D’Aloja, Marco Patanè, Claudio Santamaria, Angela Finocchiaro, Primo Reggiani
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1998.

Le prime fiamme dopo l’esplosione

Gaetano colpito mortalmente

Mastino lancia il televisore dal terrazzo

Lisa colpita al ventre da un razzo

Giulia dopo aver ucciso il marito

La famiglia Trodini festeggia i nuovi fari per l’auto d’epoca

Cristiano indeciso sul da farsi

La Contessa allupata

Monica Bellucci: Giulia Giovannini
Marco Giallini: Enzo Di Girolamo
Angela Finocchiaro: signora Rinaldi
Claudio Santamaria: Cristiano Carucci
Iva Zanicchi: Gina Carucci
Giorgio Tirabassi: Augusto Carbone
Ricky Memphis: Orecchino
Adriano Pappalardo: Mastino di Dio
Max Mazzotta: Ossadipesce
Giovanni Ferreri: Gualtiero Treccia
Natale Tulli: Osvaldo Ferri
Piero Natoli: Vittorio Trodini
Francesca D’Aloja: Lisa Faraone
Alessandro Haber: avv. Rinaldi
Beppe Fiorello: Gaetano Malacozza
Ludovica Modugno: Filomena
Antonella Steni: Esa Giovannini
Federica Virgili: Sukla
Maria Monti: Scintilla
Franco Odoardi: nonno

Regia     Marco Risi
Soggetto     Niccolò Ammaniti (racconto)
Sceneggiatura     Marco Risi, Niccolò Ammaniti
Produttore     Marco Risi, Maurizio Tedesco
Fotografia     Maurizio Calvesi
Montaggio     Franco Fraticelli
Musiche     Andrea Rocca
Scenografia     Luciano Ricceri
Costumi     Maurizio Millenotti

dicembre 30, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Peccatori di provincia

Peccatori di provincialocandina

Alla morte di Emanuele Lo Curcio l’intera famiglia del defunto esulta: i presunti eredi hanno grossi problemi di denaro e tutti indistintamente contano sul lascito per risollevarsi.
Ma con grande stupore e con sommo rammarico scoprono che il defunto Lo Curcio ha lasciato tutta la cospicua eredità alla figlia naturale Domitilla della quale ignoravano l’esistenza.
Per colmo di sventura, quando la ragazza arriva nella casa del padre, con costernazione gli eredi Lo Curcio si rendono conto che la ragazza sta per diventare suora.

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Il Sindaco del paese Renzo Montagnani), marito di una delle figlie di Emanuele, Vincenzina, la sorella del Lo Curcio Concetta e la nipote Gigia sono così costretti a studiare un sistema per spogliare la ragazza di quanto destinatole dal padre.
Dopo varie vicissitudini, sarà Gigia ad avere un’idea: fotografare la suorina nuda nel bel mezzo di un’orgia per farla dichiarare indegna.
Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi….

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Renzo Montagnani

Peccatori di provincia (1976) rappresenta uno dei punti più bassi toccati dall’ormai moribonda commedia sexy.
Commediaccia di grana grossissima infarcita di gratuite volgarità, priva di una trama almeno credibile riesce a reggersi fino in fondo solo per la professionalità del cast assemblato dal regista Tiziano Longo, autore di otto pellicole una più sciagurata dell’altra con l’unica eccezione del discreto Mala amore e morte.
Il regista di Sedicianni, La prova d’amore e Lo stallone punta solo ed esclusivamente al botteghino, riunendo i peggiori stilemi della commedia sexy; turpiloquio, oscenità, battute di grana grossolana e scene sexy.
Se questo amalgama in passato ha funzionato vuoi per qualche felice trovata vuoi per la simpatia di alcuni caratteristi utilizzati nel film in questione ha un peso specifico molto modesto perchè il film è davvero poca cosa.

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Daniela Halbritter

Poche battute che possono strappare un sorrisetto, scene sexy affidate alla splendida Femi Benussi sempre più spogliata e alla legnosissima Daniela Halbritter (qualcuno al ricorderà in Labbra di lurido blu) e sopratutto una trama assolutamente inconsistente e ridicola.
E’ di scena la solita eredità contesa, la solita famiglia di avvoltoi e l’espediente della suorina fotografata in pose compromettenti per renderla indegna dell’eredità paterna; insomma un già visto desolante e privo di fantasia che umilia il cast utilizzato.
Renzo Montagnani e Macha Meril,  Lauretta Masiero e Riccardo Garrone , Femi Benussi non possono da soli, anche con la loro simpatia e professionalità risollevare un prodotto privo del benchè minimo motivo di interesse.
Gli unici sussulti vengono dalle scene di nudo della Benussi, ed è tutto dire mentre l’aver spogliato la Daniela Halbritter dei veli monacali e averla messa in reggicalze (una novizia?) va a tutta dannazione dell’ingegno di chi ha partorito l’idea malsana.
Passi per un filmetto del filone conventuale, ma una scena del genere in una commedia sia pure a sfondo sexy appare blasfema e ridicola.

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Insomma, un prodotto da cinema di serie z a cui apparterrebbe di diritto non fosse per la presenza dei diversi caratteristi citati che un mezzo punto in più lo meritano più come riconoscimento alla carriera che per la loro presenza in questo film.
Prodotto apparso diverse volte in tv però privo di alcune scene sexy che rendono ancora più ridicolo il tutto.
A scrivere la sceneggiatura ci si sono messi in tre, ovvero Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati; non dubito che l’abbiano partorita in una decina di minuti, visto il risultato ottenuto.
Un’ultima cosa.
Passi l’idea di produrre una pellicola erotica (blandamente tra l’altro) e passi anche la scarsa fantasia nello stendere la sceneggiatura e nel girare il film stesso.
Quello che non può passare è il consueto stereotipo della provincia vista come bacchettona e allo stesso tempo maliziosa e sporcacciona.

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E sopratutto non può passare l’immagine di famiglie bramose di denaro e pronte a tutto pur di intascare denaro, composte da persone lascive e dedite ai peggiori vizi privati e affette da ingordigia spropositata oltre che subdolamente descritte come ipocrite e farisee.
Un’immagine deleteria già più volte descritta sopratutto nelle ambientazioni logistiche del Sud Italia; a cambiare questa volta è la location, quella descritta è la provincia opulenta del centro nord, quasi un’universalizzazione dei difetti italici.
Il messaggio veicolato è quello che dalle Alpi alla Sicilia tutti gli italiani sono gli stessi, con poche virtù e tantissimi vizi.

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Peccatori di provincia
Un film di Tiziano Longo. Con Femi Benussi, Macha Méril, Renzo Montagnani, Lauretta Masiero, Riccardo Garrone, Fernando Cerulli, Luciana Turina, Stefano Amato, Otello Belardi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.

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Peccatori di provincia banner personaggi

Renzo Montagnani    …     Sindaco
Macha Méril    …     Vincenzina Lo Curcio
Femi Benussi    …     Gigia
Lauretta Masiero    …     Concetta Lo Curcio
Daniela Halbritter    …     Domitilla Bertacchi
Riccardo Garrone    …     Avvocato

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Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati
Produzione: Alberto Longo
Musiche: Elio Maestosi,Filippo Trecca
Fotografia: Alfio Contini

dicembre 12, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , | Lascia un commento